Quando i ‘giornalisti’ israeliani trasmettono [l’argomento] coloni

di Amira Hass, 6 febbraio 2017 Haaretz

Il sindaco di Silwad, un villaggio palestinese la cui terra è stata rubata a favore della colonia di Amona, ha detto che i coloni espulsi dall’insediamento dovrebbero tornare in Europa. La radio israeliana ha riportato queste considerazioni – ma non ha spiegato il contesto.

Mentre il ‘circo equestre’ di Amona veniva raccontato da ogni prospettiva, e con accondiscendenti accenti di comprensione per i ladri di terra, Reshet Bet, di radio Israele, si è presa il disturbo di raccontarci anche il punto di vista dei palestinesi. Indirettamente.

Il presidente del consiglio comunale di Silwad, uno dei villaggi la cui terra è stata rubata a favore della colonia, è stato intervistato da un canale televisivo collegato ad Hamas e ha detto che la soluzione per le persone evacuate (da Amona, ndtr.) è di ritornare in Europa, il luogo da cui sono venuti. La trasmissione faceva notare che il sindaco, Abd al-Rahman Abu Salh, era uno dei firmatari della petizione all’Alta Corte di Giustizia che si opponeva al trasferimento dell’avamposto in appezzamenti di terreno nei pressi della stessa collina.

Le considerazioni del sindaco mostrano una certa familiarità con il contesto etnico dei ladri di Amona e la loro difesa danzante (alcuni dei coloni di Amona si sono messi a ballare per protesta durante l’evacuazione, ndtr.); a ragione non ha detto che dovrebbero tornare in Marocco o in Iraq. Ma torniamo all’intervista: non era certo inopportuno trasmetterla. Anche nelle conversazioni quotidiane con i palestinesi simili opinioni vengono a volte espresse, e non solo relativamente ai residenti di uno specifico insediamento. Non si tratta solo di un punto di vista: ho sentito dei palestinesi che sono convinti che gli ebrei stiano lasciando Israele in gran numero. Vuoi a causa della minacciosa forza militare di Hamas, con Allah dalla sua parte, vuoi alla ricerca di una vita più facile, o perché gli ebrei comprendono che non appartengono a questo luogo. C’è anche chi cita il preciso versetto del Corano che profetizza la partenza degli ebrei.

Però c’è anche chi parla diversamente: per esempio A., sessantenne di Gaza, devoto musulmano, che è spaventato da Hamas. “In quanto credente musulmano, ha detto una volta, non posso immaginare questa terra senza ebrei.” L. ha detto esattamente la stessa cosa. E’ un’atea proveniente da una famiglia cristiana in Galilea. “Dopotutto, voi siete parte di questo luogo”, ha detto. E ci sono dei rifugiati che citano sempre i loro genitori e nonni che dicevano: “Abbiamo vissuto da buoni vicini con gli ebrei.”

Ogni considerazione è fatta in un certo contesto e loro non possiedono una sola verità assoluta. Tranne la seguente: i palestinesi sono soggetti al regime israeliano di sadismo organizzato.

Se 20 anni fa hanno pensato che sarebbe presto finito, oggi è chiaro che Israele vuole solo proseguirlo e incrementarlo, rendendolo più efficiente e permanente. L’intifada del popolo ha fallito. I negoziati di pace si sono rivelati un inganno. La diplomazia è stata sconfitta. La lotta armata è un’arma a doppio taglio. Per ogni battaglia vinta contro il furto di terra, ve ne sono dozzine in cui alla fine la terra resta in mano ai coloni. Gli ebrei hanno provato a chiunque non lo sapesse o non fosse d’accordo, che l’entità che hanno creato è colonialista. In altre parole, aspira a sostituire un popolo con un altro, a deportare un popolo in nome dei prescelti da dio.

Israele agisce e i palestinesi in risposta dicono cose al limite della disperazione o cose che possano dare la speranza che sia possibile un cambiamento in meglio. Il confine che separa il delirio dalla speranza, la speranza dalla disperazione, è molto sottile ed è tracciato dalle politiche israeliane.

La notizia è stata trasmessa dalla radio israeliana con voce solenne, con il sottinteso che “quelli che conoscono la faccenda capiranno”. E noi abbiamo capito che il vero problema è che quei contadini sono semplicemente antisemiti. Non solo non hanno offerto pane e sale ai ladri della loro terra, ma gli hanno addirittura fatto causa ed hanno rubato il loro tempo prezioso, che altrimenti sarebbe stato dedicato alle devote preghiere al “Dio degli Ospiti” (una delle definizioni bibliche di dio, ndtr).

La trasmissione della radio israeliana dava l’impressione che la dichiarazione del sindaco di Silwad fosse essenzialmente estemporanea (negando i diritti degli ebrei) e priva di qualsiasi contesto. O che il contesto del sistematico, brutale e cinico furto non fosse importante. E tra l’altro, la colonia di Ofra è anch’essa costruita sulle terre di Silwad.

Ogni articolo di giornale è inserito in un contesto. Lo stesso vale per tutti gli articoli che nessuno si dà la pena di pubblicare: anch’essi hanno un contesto. Sulla radio israeliana possiamo ascoltare informazioni dalle forze di sicurezza palestinesi sulla cattura di aggressori armati di coltelli, come anche le voci dei politici palestinesi. Ma non possiamo trovarvi le notizie quotidiane sulle sistematiche demolizioni di strutture palestinesi in Cisgiordania, sul trasferimento di comunità di agricoltori e pastori per far posto a zone di addestramento dell’esercito israeliano, sui sistematici divieti di costruzione per i palestinesi, sulle limitazioni di movimento e le incursioni nelle case.

Reshet Bet non fa esattamente l’impossibile nemmeno per indagare sulle circostanze delle uccisioni da parte dell’esercito israeliano di donne e giovani palestinesi che non mettevano in pericolo la vita dei soldati. E tra l’altro non c’è bisogno di svolgere indagini indipendenti. Si può citare il lavoro sul campo di B’Tselem, trasmettere la risposta del portavoce dell’esercito e, in nome della santa imparzialità, intervistare qualcuno di Regavim o Kahana Chai (gruppi israeliani estremisti di estrema destra, ndtr.). Agli ascoltatori di Reshet Bet è stato evitato tutto questo, di proposito.

Il contesto delle vicende che vengono pubblicate e che non vengono pubblicate è lo stesso: mobilizzazione in nome dell’impresa coloniale, mentre si impedisce l’informazione che potrebbe sollevare dubbi sulle intenzioni di Israele e sulla logica delle sue politiche. Naturale diffidenza, impegno, curiosità e volontà di descrivere una grande varietà di fenomeni – tutto questo è assente nelle trasmissioni pubbliche quando si tratta delle vita dei palestinesi sotto il regime israeliano. In questo caso siamo anzitutto israeliani e coloni, o coloni potenziali. Mai giornalisti.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Le colonie e “l’accordo definitivo”: la sorprendente affermazione di Trump su Israele inserita nel contesto

Amir Tibon – 3 febbraio 2017, Haaretz

Cosa c’è, e cosa non c’è, di nuovo nella dichiarazione di Trump sulla costruzione di colonie israeliane.

WASHINGTON – La dichiarazione della Casa Bianca di giovedì che giudica la costruzione di colonie israeliane non utile per la pace è arrivata come una sorpresa e una delusione per alcuni esponenti della destra israeliana, che avevano sperato che l’arrivo al potere di Trump avrebbe segnato la fine della soluzione dei due Stati e una nuova era di appoggio incondizionato della Casa Bianca all’espansione delle colonie israeliane.

La dichiarazione chiarisce che Trump, che ha chiamato “definitivo” l’accordo di pace, condivide il desiderio delle precedenti amministrazioni di far firmare a Israele e ai palestinesi un accordo di pace e si aspetta che il governo israeliano eviti passi che possano danneggiare le prospettive di un simile accordo.

Tuttavia la dichiarazione contiene anche buone notizie per la destra israeliana, in quanto afferma che l’amministrazione Trump non crede che le colonie in sé siano un ostacolo alla pace.

Ogni amministrazione USA negli ultimi 50 anni ha disapprovato l’espansione delle colonie israeliane, temendo che potesse pregiudicare le possibilità di raggiungere un accordo di pace sullo status definitivo. La Casa Bianca di Trump, a quanto pare, chiede solo che Israele non estenda le colonie già esistenti, ma non sta affrontando il problema con lo stesso discorso chiaro che hanno usato amministrazioni precedenti.

Durante i suoi otto anni di governo l’amministrazione Obama ha insistito che le colonie erano il maggior ostacolo per la pace. Nel 2009 Obama ha fatto pressione sul primo ministro Benjamin Netanyahu per il blocco della costruzione di ogni colonia in Cisgiordania per 10 mesi, e, secondo fonti ufficiali israeliane, in quel periodo i collaboratori del presidente avevano messo in guardia Israele che il loro approccio alla costruzione di colonie era “neanche un mattone”.

Gli ultimi due atti della precedente amministrazione riguardo al conflitto israelo-palestinese sono stati l’astensione dal voto del Consiglio di Sicurezza ONU che ha denunciato le colonie e l’attribuzione della maggior parte delle responsabilità per il fallimento dei colloqui di pace alla costruzione delle colonie israeliane. Questa posizione è stata chiaramente espressa dal discorso dell’allora segretario di Stato John Kerry alla fine di dicembre.

L’approccio di Trump sembra essere più vicino a quello dell’amministrazione di George W. Bush, che nel 2004 inviò una lettera ad Israele, allora governato da Ariel Sharon, in cui proclamava che “nuove situazioni sul terreno” avrebbero dovuto essere prese in considerazione in un futuro accordo di pace, e che fosse “irrealistico aspettarsi che il risultato di negoziati sullo status finale sia un pieno e totale ritorno alla linea dell’armistizio del 1949.”

Qualcuno a Gerusalemme e a Washington interpretò questa affermazione come un’autorizzazione da parte dell’amministrazione a costruire nei “blocchi di colonie” – la vasta concentrazione di colonie relativamente vicina ai confini del 1967, che dovrebbe diventare parte di Israele proprio in un accordo di pace.

Ma l’amministrazione Bush non ha sempre parlato con un’unica voce riguardo all’interpretazione della lettera. L’allora segretario di Stato Condoleezza Rice disse nel 2007, dopo l’annuncio da parte di Israele di nuove costruzioni nelle colonie, che “gli Stati Uniti non fanno differenza” tra diversi tipi di colonie.

Stephen Hadley, consigliere di Bush per la sicurezza nazionale, affermò che “ovviamente il presidente appoggia ancora quella lettera dell’aprile del 2004, ma bisogna vederla, naturalmente, nel contesto in cui è stata inviata.” Quel contesto, spiegò, era l’accettazione da parte di Israele della cosiddetta “road map per la pace” di Bush, che includeva la formazione di uno Stato palestinese e la decisione di Sharon del ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza e da parti della Cisgiordania.

Forse con il tempo l’amministrazione Trump adotterà una politica vicina a quella di Bush, che a volte è stata meno severa di quella di Obama riguardo alla costruzione di colonie. Ma ha anche chiarito che le colonie erano in effetti uno degli ostacoli per il raggiungimento di un accordo.

Un’altra possibilità per l’amministrazione Trump sarebbe di chiudere un occhio su qualche costruzione di colonie israeliane spingendo al contempo per negoziati diretti tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese. Questa è stata la politica, anche se non dichiarata ufficialmente, durante alcune fasi dell’amministrazione Clinton.

I due ultimi primi ministri israeliani che hanno costruito più insediamenti sono stati Yitzhak Rabin ed Ehud Barak, entrambi del partito Laburista. Hanno costruito nelle colonie mentre stavano facendo colloqui di pace con i palestinesi con la mediazione americana.

L’amministrazione di George H.W. Bush, da parte sua, prese una dura posizione contro la costruzione di insediamenti, con l’allora segretario di Stato James Baker che denunciò le colonie come il maggior ostacolo per il raggiungimento di un accordo. “Non penso che ci sia un ostacolo più grande per la pace che le attività di colonizzazione che non solo continuano senza tregua, ma con un ritmo in aumento,” disse Baker nel 1991.

Aggiunse che “niente ha reso più difficile il mio lavoro per cercare di trovare partner arabi e palestinesi per Israele del fatto di essere accolto da una nuova colonia ogni volta che arrivavo.” Va notato che Baker si è incontrato con Trump nel maggio 2016 per discutere le posizioni in politica estera del candidato.

Un membro del governo di Trump che sembra condividere la visione negativa di Baker riguardo alle colonie è il segretario alla Difesa James Mattis, che nel 2013 ha detto che la costruzione degli insediamenti stava mettendo Israele a rischio di diventare uno Stato dell’apartheid. Mattis, un ex-generale del corpo dei marines, ha aggiunto che come comandante dello stato maggiore USA, “ha pagato ogni giorno un prezzo in termini di sicurezza militare perché gli americani erano visti come di parte nel loro appoggio ad Israele.”

Oltre alla conclusione che l’espansione delle colonie potrebbe danneggiare la pace, un altro aspetto della dichiarazione di giovedì che sembra suggerire continuità con le precedenti amministrazioni è stato il riferimento al 1967 come un punto di partenza per i colloqui. Ha affermato che “il desiderio americano di pace tra gli israeliani e i palestinesi è rimasto invariato per 50 anni.” Il prossimo giugno segna il cinquantesimo anniversario della Guerra dei Sei Giorni, che diede inizio all’occupazione israeliana della Cisgiordania.

Il dottor Michael Koplow, direttore politico del Forum della Politica di Israele, ha detto ad Haaretz che la posizione della Casa Bianca è “incoraggiante” e “rivela proprio quanto stia rischiando grosso Netanyahu in casa sua. Come con i presidenti Clinton e Obama, la recente posizione dell’amministrazione Trump sulle colonie ora fornisce a Netanyahu qualche protezione interna dalle pressioni politiche alla sua destra per fare quello che ha voluto fare da sempre, cioè conservare lo status quo piuttosto che andare verso più colonie ed eventualmente verso l’annessione.”

Dan Shapiro, un ambasciatore USA in Israele sotto Obama, ha twittato che la dichiarazione della Casa Bianca “ci dice che l’opposizione di Trump alle attività di colonizzazione, come fattore negativo nel processo di pace in Medio Oriente, è in continuità con la politica USA per molti anni.” Ha detto di credere che la Casa Bianca potrebbe aver pubblicato la dichiarazione perché Netanyahu “ha voluto pressioni da parte di Trump per aiutarlo a tenere a freno i partiti alla sua destra.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Pesanti pene detentive a membri di Fatah per rapporti con Ramallah’

Amira Hass, 2 febbraio 2017 Haaretz

Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani condannano le sentenze come ingiuste e le accuse come vaghe – e le confessioni sono state ottenute sotto tortura.

La settimana scorsa un tribunale militare di Gaza ha comminato pesanti pene detentive ad otto membri di Fatah per “ aver recato danno all’unità rivoluzionaria”, in base alla legge penale rivoluzionaria dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), scritta a Beirut nel 1979. Gli otto uomini sono tutti membri delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Tre di loro sono stati condannati ai lavori forzati a vita e gli altri cinque hanno ricevuto pene tra i 7 e i 15 anni di prigione, anch’essi ai lavori forzati.

Le sentenze per i reati, che si fondavano su “ rapporti con Ramallah”, sono state pronunciate sulla base delle confessioni degli imputati, anche se tutti loro mostravano segni che le confessioni erano state ottenute sotto tortura.

Le pesanti condanne hanno sorpreso non solo gli imputati e le loro famiglie, ma anche le organizzazioni palestinesi per i diritti umani, che le hanno condannate in quanto ingiuste. Hanno definito le accuse fumose e troppo generiche e la legge rivoluzionaria incostituzionale e carente dei benché minimi standard di giustizia internazionale.

Il Centro Palestinese per i Diritti Umani, la più antica organizzazione per i diritti umani nella Striscia di Gaza, mercoledì ha detto che avrebbe rappresentato gli imputati in appello. Fatah ha accusato le sentenze di essere politicamente motivate.

Il più anziano tra gli imputati, Mohammed Abed al-Khader Ali, di 50 anni, appartenente al servizio di sicurezza preventiva dell’ANP, è stato condannato all’ergastolo in contumacia. Ora si trova in Cisgiordania.

Gli altri sette sono stati arrestati nel novembre 2015, ma solo due di loro sono stati trattenuti in prigione per tutto il periodo. Gli altri, di età compresa tra 30 e 44 anni, sono stati rilasciati in diverse fasi fino alla fine del processo.

Il Centro Palestinese per i Diritti Umani ha dichiarato in un comunicato stampa che le pene sono state comminate senza la minima equità e in assenza del diritto di quelli incarcerati a difendersi. Il Centro ha affermato che c’erano chiari segni che le confessioni fossero state estorte attraverso gravi torture.

La corte ha nominato degli avvocati difensori per i sette ed un legale ha detto al Centro che i suoi clienti presentavano sul corpo chiari segni di ferite e di suture ed alcuni soffrivano di trauma psichico e delirio come conseguenza dell’arresto.

Secondo quanto riferito dal Centro, i difensori hanno detto che le azioni dei loro assistiti non erano altro che attività politiche e che le confessioni sono state estorte con la forza.

Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani e gli avvocati per anni hanno condotto battaglie contro il modo abituale di agire di Hamas a Gaza, e prima dell’ANP a Ramallah, di utilizzare tribunali militari per processare dei civili.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 10 – 23 gennaio 2017 (due settimane)

In Cisgiordania, nel corso di tre distinti episodi, le forze israeliane hanno ucciso, con armi da fuoco, tre palestinesi.

Tra essi un minore 17enne, ucciso il 10 gennaio all’ingresso del villaggio di Tuqu’ (Betlemme), durante scontri che hanno visto lanci di pietre e di bottiglie incendiarie. Gli altri due morti sono un 32enne palestinese, ucciso lo stesso giorno, in circostanze controverse, durante una operazione di ricerca nel Campo profughi di Al Far’a (Tubas) ed un uomo di 44 anni, ucciso il 17 gennaio ad un posto di blocco vicino alla città di Tulkarem: a quanto riferito, avrebbe tentato di pugnalare un soldato israeliano. Secondo i media, le autorità israeliane hanno aperto un’indagine sul primo episodio.

In Area C e Gerusalemme Est, per mancanza dei permessi edilizi israeliani, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 44 strutture, sfollando 17 palestinesi, tra cui cinque minori, e coinvolgendone altri 3.300. Due dei casi più rilevanti sono avvenuti in Area C, presso due piccole comunità di pastori: a Jericho (Al Jiftlik-Abu al ‘Ajaj) e Nablus (Tell al Khashabeh) dove sono state demolite 19 strutture, di cui 15 fornite come assistenza umanitaria. Sempre in Area C, vicino alla città di Hebron (Al Buweib), le autorità israeliane hanno distrutto parte di una strada agricola, colpendo la sussistenza di circa 3.000 persone. Altre 11 strutture non abitative sono state demolite nella zona di Jabal al Mukabber di Gerusalemme Est, dove viveva l’autore dell’aggressione dell’8 gennaio scorso [aggressione con camion, riportata nel Rapporto precedente]: 45 persone sono state colpite da queste demolizioni.

Sempre in seguito all’aggressione con camion dell’8 gennaio, la municipalità di Gerusalemme ha consegnato notifiche avverso circa 80 edifici della zona di Jabal Al Mukabber, relative a “violazioni di pianificazione e zonizzazione”. Una prima valutazione effettuata da OCHA prevede che, se sarà dato seguito a tali notifiche, più di 240 famiglie (circa 1.200 persone) che vivono negli edifici coinvolti rischieranno lo sfollamento. È stato anche riferito che la casa di famiglia del colpevole, prima della demolizione punitiva, è stata oggetto di provvedimenti da parte delle autorità.

In Cisgiordania, durante molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 26 palestinesi, tra cui dodici minori. Il numero più alto di ferimenti (10) sono stati registrati nella città di Ar Ram (Gerusalemme), durante scontri scoppiati nel corso di una demolizione. Altri scontri, con conseguenti ferimenti, si sono verificati durante le manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e Ni’lin (Ramallah); all’entrata della città di Hizma (Gerusalemme) e nel villaggio Tuqu ‘(Betlemme); in seguito all’ingresso di coloni israeliani alla Tomba di Giuseppe nella città di Nablus; infine, durante quattro operazioni di ricerca-arresto.

In totale, in Cisgiordania, nel periodo di riferimento, le forze israeliane hanno condotto 199 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 288 palestinesi. Il numero più alto di operazioni (67) e di arresti (97) si è avuto nel governatorato di Gerusalemme.

Nella Striscia di Gaza, in almeno 38 casi, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso – o hanno sparato direttamente contro – palestinesi presenti o in avvicinamento ad Aree ad Accesso Riservato (ARA), imposte da Israele su terraferma ed in mare. Come risultato, sono stati segnalati cinque palestinesi feriti, tra cui tre pescatori e una bambina di dieci anni. In altri sei casi, le forze israeliane hanno arrestato undici palestinesi: due commercianti che stavano attraversando il valico di Erez controllato da Israele, cinque pescatori in mare e altri tre civili che cercavano di entrare illegalmente in Israele.

Secondo fonti dei Consigli di villaggio, in due distinti episodi verificatisi a Beit Lid (Tulkarem) e Turmus’ayya (Ramallah), 56 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati da coloni israeliani. Inoltre, a Burqa (Nablus), un palestinese è stato fisicamente aggredito e ferito da un gruppo di coloni israeliani mentre lavorava sul proprio terreno. In Cisgiordania coloni israeliani ed altri gruppi israeliani sono entrati in diversi siti religiosi, innescando con palestinesi alterchi e scontri conclusi senza feriti. I siti interessati comprendono il Complesso Al Haram Ash Sharif / Monte del Tempio a Gerusalemme Est, un santuario nel villaggio Sabastiya (Nablus) e le Piscine di Salomone nel villaggio di Al-Khader (Betlemme).

I media israeliani hanno riportato 17 casi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli di coloni israeliani: sono stati segnalati danni a diversi veicoli, ma nessun ferito. Inoltre, nell’attraversamento di Shu’fat (Gerusalemme Est), la metropolitana leggera ha subito danni per lancio di sassi da parte di palestinesi.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Nel corso del 2016 il valico è stato parzialmente aperto per soli 44 giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, circa 20.000 persone, inclusi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 25 gennaio, all’ingresso dell’ insediamento di Kochav Ya’akov (Ramallah), le forze israeliane hanno ucciso un palestinese nel corso di una presunta aggressione tramite speronamento con auto; non sono stati segnalati feriti israeliani.

Il 26 gennaio, il Ministero degli Interni israeliano ha annunciato la revoca dei “permessi di ricongiungimento familiare” ad un certo numero di membri della famiglia del palestinese che, l’8 gennaio, ha messo in atto una aggressione contro soldati israeliani.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Basta seminare il panico: in Palestina e Israele un unico Stato democratico è possibile

di Ramzy Baroud, 10 gennaio 2017, Middle East Monitor

Già molto prima del 28 dicembre scorso -quando il Segretario di Stato John Kerry è salito sul palco del Dean Acheson Auditorium di Washington DC per pontificare sull’incerto futuro della soluzione a due Stati e sulla necessità di salvare Israele da se stesso -Il tema della creazione di uno Stato Palestinese è stato di primaria importanza.

Infatti, nonostante ciò che si crede comunemente, lo sforzo per costituire uno Stato palestinese accanto ad uno ebraico risale a molto prima della Risoluzione Onu 181 del novembre 1947. Quella famigerata risoluzione chiedeva la partizione della Palestina in tre entità: uno Stato ebraico, uno palestinese e un controllo internazionale su Gerusalemme.

Una lettura più accurata della storia può mettere in evidenza molti riferimenti allo Stato palestinese (o arabo) tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo.

L’idea dei due Stati è eminentemente occidentale. Nessun partito o leader palestinese ha mai pensato che la divisione della Terra Santa fosse davvero un’opzione. Allora una simile idea è sembrata assurda, in parte perché, come evidenziato da Ilan Pappe nel suo “La Pulizia Etnica della Palestina”, “quasi tutte le terre coltivate in Palestina appartenevano alla popolazione indigena (araba), (mentre) solo il 5.8 % era di proprietà di ebrei nel 1947”.

Un precedente, ma altrettanto importante, rimando ad uno Stato Palestinese fu fatto dalla commissione Peel, una commissione britannica d’inchiesta presieduta da Lord Peel, che venne inviato in Palestina per indagare sulle motivazioni alla base di uno sciopero generale, una rivolta e più tardi di una ribellione armata che iniziò nel 1936 e si protrasse per circa 3 anni.

La commissione stabilì che le “cause sottostanti ai disordini” fossero sostanzialmente due: il desiderio di indipendenza dei palestinesi e l’astio e il timore per la costituzione della patria nazionale per gli ebrei”. Quest’ultima fu promessa dal governo britannico alla Federazione Sionista della Gran Bretagna e dell’Irlanda nel 1917, nota in seguito come la dichiarazione Balfour.

La commissione Peel consigliò la spartizione della Palestina storica in uno Stato ebraico e in uno palestinese, che sarebbe stato incorporato nella Transgiordania [l’attuale Regno di GIordania. Ndtr.], con enclavi riservate al governo mandatario britannico.

Nel lasso di tempo di 80 anni tra quella raccomandazione e l’avvertimento di Kerry secondo cui la soluzione a due Stati sarebbe “seriamente in pericolo”, davvero poco è stato fatto in termini di passi concreti verso la costituzione di uno Stato palestinese. Ancor peggio, gli Stati Uniti hanno fatto uso ripetutamente del loro potere di veto all’ONU per impedire la costituzione dello Stato palestinese, nonché utilizzato il loro potere politico ed economico di intimidazione nei confronti di chi avesse (anche solo simbolicamente) riconosciuto uno Stato palestinese. Hanno giocato inoltre un ruolo chiave nel finanziare gli insediamenti ebraici illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme, rendendo l’esistenza di uno Stato palestinese virtualmente impossibile.

Il punto ora è: perché l’Occidente continua ad utilizzare la “soluzione a due Stati” come parametro politico per giungere ad una risoluzione del conflitto israelo-palestinese mentre, allo stesso tempo, assicura che la sua stessa richiesta di risoluzione non diventi mai una realtà?

La risposta sta, parzialmente, nel fatto che fin dall’inizio la “soluzione a due Stati” non è mai stata concepita fin dall’inizio per essere realizzata. Come il “processo di pace” ed altre finzioni, ha avuto lo scopo di promuovere tra i palestinesi e il mondo arabo l’idea che esista un importante obiettivo per cui battersi, nonostante esso sia inattuabile.

Ma anche quell’obiettivo è stato condizionato da una serie di richieste risultate fin dall’inizio irrealistiche. Storicamente, i palestinesi hanno dovuto rinunciare alla violenza (la loro resistenza armata all’occupazione militare israeliana), acconsentire a varie risoluzioni dell’ONU, (benché Israele ancora rifiuti di riconoscerle), accettare il “diritto” di Israele ad esistere in quanto Stato ebraico, e così via. Lo Stato palestinese, prima ancora di essere costituito, avrebbe dovuto essere demilitarizzato, diviso tra Cisgiordania e Gaza ed escludere buona parte di Gerusalemme Est occupata.

Furono offerte numerose soluzioni “creative”, per ridurre ogni timore israeliano che l’inesistente Stato palestinese, nel caso fosse stato creato, potesse costituire una minaccia per Israele. Talvolta, la discussione in corso riguardava l’idea di una confederazione tra Palestina e Giordania, altre volte, come nelle proposte più recenti del capo del Jewish Home Party [La Casa Ebraica, partito di estrema destra dei coloni. Ndtr], il ministro israeliano Naftali Bennett, quella di trasformare Gaza in uno Stato indipendente e di annettere a Israele il 60% della Cisgiordania.

E quando gli alleati di Israele, delusi dall’ascesa della destra ebraica e dall’ostinazione del primo ministro Benjamin Netanyahu, insistono nell’affermare che è giunto il momento della soluzione a due Stati, esprimono i loro timori sotto forma di un amore estremo. L’attività delle colonie israeliane sta infatti “consolidando enormemente l’irreversibile realtà dello Stato unico” ha detto Kerry la settimana scorsa nel suo discorso politico.

Tale realtà dovrebbe costringere Israele o ad un compromesso circa l’identità ebraica dello Stato (come se avere una identità etnico/religiosa in un moderno Stato democratico fosse una precondizione normale) oppure a lottare contro il fatto di diventare uno Stato di apartheid (come se ciò non fosse già una realtà).

Kerry ha messo in guardia Israele circa il fatto che sarebbe rimasta solo l’opzione di porre i palestinesi “sotto occupazione militare permanente” privandoli della maggior parte delle libertà fondamentali”, aprendo così la strada ad uno scenario di “separazione e disuguaglianza”.

Mentre ci si preoccupava della disintegrazione della possibilità della “soluzione a due Stati”, pochi in realtà hanno cercato di comprendere la realtà dal punto di vista palestinese.

Per i palestinesi, il dibattito sulla necessità di Israele di scegliere tra essere uno Stato democratico o confessionale è risibile. Infatti per loro la democrazia israeliana si applica integralmente solo ai cittadini di origine ebraica e a nessun altro, mentre i palestinesi sono sopravvissuti per decenni dietro muri, recinti, prigioni ed enclave assediate, come nella Striscia di Gaza.

E lo scenario di apartheid fatto di “separazione e diseguaglianza” evocato da Kerry, con due ordinamenti giuridici, due diverse normative e due realtà applicate a due diversi gruppi sullo stesso territorio, si è realizzato nel momento stesso in cui lo Stato di Israele è stato fondato nel 1948.

Secondo un recente sondaggio, due terzi dei palestinesi, stanchi delle illusioni della loro stessa leadership fallimentare, concordano oggi sul fatto che la soluzione a due Stati non sia realizzabile. E questo numero tende ad aumentare tanto velocemente quanto le massicce iniziative di colonizzazione illegale che costellano Gerusalemme e la Cisgiordania occupate.

Questo non è un argomento contro la soluzione a due Stati; quest’ultima è esistita semplicemente come espediente per tranquillizzare i palestinesi, prendere tempo e delimitare il conflitto ad un orizzonte politico illusorio. Se gli Stati Uniti fossero stati davvero interessati alla soluzione a due Stati, avrebbero tenacemente combattuto per realizzarla decenni fa.

Dire oggi che la soluzione a due Stati è superata, significa accettare l’illusione che sia mai stata possibile.

Ciò detto, conviene a tutti capire che la coesistenza, in uno Stato democratico, non è uno scenario oscuro che determinerebbe la fine per la regione.

E’ tempo di abbandonare illusioni irrealizzabili e concentrare tutte le energie per promuovere la coesistenza, basata sull’eguaglianza e la giustizia per tutti.

Infatti, ci può essere tra il fiume [Giordano] e il mare [mediterraneo], un unico Stato,che sia uno Stato democratico per tutta la sua popolazione, indipendentemente dall’etnia o dal credo religioso.

Ramzy Baroud è un editorialista internazionalmente riconosciuto, autore e il fondatore di Palestine Chronicle.com. Il suo ultimo libro è “Mio padre è stato un combattente per la libertà: la storia non detta di Gaza”(My FatherWas a Freedom Fighter: Gaza’sUntold Story)

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore stesso e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Ma’an News Agency.

(traduzione di Viviana Codemo)




Comunicato conclusivo integrale della conferenza di pace di Parigi

Haaretz – 15 gennaio 2017

Il documento completo è stato approvato all’unanimità dopo intensi negoziati ed è considerato meno duro di quello inizialmente previsto

DICHIARAZIONE CONGIUNTA DELLA CONFERENZA DI PACE SUL MEDIO ORIENTE

I) Facendo seguito all’incontro ministeriale tenutosi a Parigi il 3 giugno 2016, i partecipanti si sono incontrati a Parigi il 15 gennaio 2017 per riaffermare il proprio appoggio ad una giusta, durevole e complessiva soluzione del conflitto israelo-palestinese. Riaffermano che una soluzione negoziata per due Stati, Israele e Palestina, che vivano vicini in pace ed in sicurezza, è l’unico modo per raggiungere una pace durevole.

Hanno sottolineato l’importanza per le parti di riconfermare il proprio impegno per questa soluzione, di fare passi urgenti per invertire l’attuale tendenza negativa sul terreno, comprese continue azioni di violenza e attività di colonizzazione, e di iniziare significativi negoziati diretti.

Hanno ripetuto che una soluzione negoziata per due Stati dovrebbe soddisfare le legittime aspirazioni delle due parti, compreso il diritto palestinese ad avere uno Stato e il potere sovrano, la fine completa dell’occupazione iniziata nel 1967, soddisfare le necessità di sicurezza di Israele e risolvere ogni questione relativa allo status permanente sulla base delle risoluzioni 242 (1967) e 338 (1973) del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e anche altre risoluzioni importanti del Consiglio di Sicurezza citate.

Hanno sottolineato l’importanza dell’iniziativa di pace araba del 2002 come quadro complessivo per la soluzione del conflitto arabo-israeliano, contribuendo quindi alla pace ed alla sicurezza regionali.

Hanno apprezzato gli sforzi internazionali di promuovere la pace in Medio Oriente, compresa l’adozione della risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 23 dicembre 2016, che condanna chiaramente le attività di colonizzazione, l’istigazione ed ogni atto di violenza e terrorismo e fa appello ad entrambe le parti perché facciano dei passi per far avanzare sul terreno la soluzione dei due stati; le raccomandazioni del 1 luglio 2016 del Quartetto; i principi del segretario di Stato USA sulla soluzione dei due Stati del 28 dicembre 2016.

Hanno evidenziato l’importanza di affrontare la terribile situazione umanitaria e della sicurezza nella Striscia di Gaza e hanno auspicato rapidi passi per migliorare la situazione. Hanno sottolineato l’importanza per israeliani e palestinesi di rispettare il diritto internazionale, compreso quello umanitario e dei diritti umani.

II) I partecipanti hanno messo in evidenza il potenziale di sicurezza, stabilità e prosperità per entrambe le parti che potrebbe risultare da un accordo di pace. Hanno espresso la propria disponibilità a esercitare gli sforzi necessari per il raggiungimento di una soluzione dei due Stati e a contribuire in modo sostanziale ad accordi per garantire la sostenibilità di un accordo di pace negoziato, in particolare nel campo di incentivi politici ed economici, nel consolidamento delle risorse di uno Stato palestinese e nel dialogo della società civile. Tra le altre cose, ciò potrebbe includere: – un partenariato privilegiato europeo; altri incentivi politici ed economici e un maggiore intervento del settore privato; appoggio ad ulteriori sforzi delle parti per migliorare la cooperazione economica; continuo appoggio finanziario all’Autorità Palestinese nella costruzione di infrastrutture per un’economia palestinese sostenibile; appoggio e rafforzamento dei passi palestinesi per esercitare le proprie responsabilità come Stato consolidando le loro istituzioni e l’efficienza istituzionale, anche per la fornitura di servizi;

– la convocazione di incontri della società civile israeliana e palestinese, per migliorare il dialogo tra le parti, rilanciare la discussione pubblica e rafforzare il ruolo della società civile di entrambe le parti.

III) Guardando al futuro i partecipanti:

– chiedono ad entrambe le parti di riconfermare ufficialmente il proprio impegno per una soluzione dei due Stati, dissociandosi quindi dalle voci che rifiutano questa soluzione;

– chiedono ad entrambe le parti di dimostrare in modo autonomo, attraverso politiche ed azioni, un sincero impegno per la soluzione dei due Stati e di evitare passi unilaterali che pregiudichino il risultato di negoziati sulle questioni dello status finale, compresi, tra gli altri, Gerusalemme, le frontiere, la sicurezza, i rifugiati e che essi [i partecipanti alla conferenza] non riconosceranno;

– accolgono positivamente la prospettiva di una più stretta collaborazione tra il Quartetto e i membri della Lega Araba ed altri importanti attori per portare avanti gli obiettivi di questa dichiarazione.

Come prosieguo della conferenza, i partecipanti coinvolti, esprimendo la propria disponibilità a verificare progressi, hanno deciso di ritrovarsi prima della fine dell’anno per appoggiare entrambe le parti nel far avanzare la soluzione dei due Stati attraverso negoziati.

La Francia informerà le parti sull’appoggio collettivo della comunità internazionale e sul contributo concreto alla soluzione dei due Stati contenuta in questa dichiarazione congiunta.

(traduzione di Amedeo Rossi)




State attenti, giardinieri e commesse di Gaza

Il calvario di un onesto appaltatore di un’agenzia delle Nazioni Unite dimostra il potere che Israele esercita su chiunque a Gaza. La colpa è solo di Hamas

Amira Hass, 11 gennaio 2017 Haaretz

Waheed al-Bursh, un appaltatore del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, tornerà a casa sua nella Striscia di Gaza giovedì, sette mesi dopo essere stato arrestato al checkpoint di Erez. E’ una sconfitta per il servizio di sicurezza dello Shin Bet, che ha tentato di incastrarlo con una serie di accuse di aver aiutato Hamas per anni.

E’ una situazione inbarazzante anche per l’accusa, che è uscita dall’immagine in cui lo Shin Bet l’ aveva dipinta ed ha raggiunto un patteggiamento con l’avvocato di Bursh, Lea Tsemel. Ed è un tacito ammonimento di come i media israeliani, che in agosto hanno tranquillamente pubblicato falsi rapporti basati su informazioni distorte, hanno condannato Bursh senza processo come terrorista o attivista di Hamas infiltrato nell’agenzia dell’ONU.

17 giorni di interrogatori da parte dello Shin Bet, interrogatori da parte della polizia, quattro o cinque giorni in una cella con degli informatori, collaboratori che si spacciavano per prigionieri per ragioni di sicurezza – nulla di tutto ciò ha potuto provare il giudizio emesso dallo Shin Bet e dai media.

Di tutte le accuse di “contatto con un agente straniero”, “aver fornito servizi ad un’organizzazione illegale” e “uso di materiale terroristico”, l’accusa ne ha mantenuta solo una: la seconda. Mercoledì scorso Bursh è stato condannato in base ad essa.

Il giudice Aharon Mishnayot della Corte distrettuale di Be’er Sheva ha detto che si trattava di un’accusa grave e lo stesso ha detto il rappresentante dell’accusa del distretto meridionale, Shuli Rothschild. Hanno dovuto dirlo per giustificare il clamore che ha preceduto il processo. Ma la sentenza, con pena già scontata, afferma il contrario: non è grave.

Allora di che cosa si trattava? Uno dei compiti del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite è di rimuovere e sistemare le macerie prodotte dai bombardamenti di Israele a Gaza nell’estate 2014 (un totale di circa 2 milioni di tonnellate). Bursh era responsabile del trasporto di questi detriti in luoghi predisposti dal Ministero dei Lavori Pubblici del governo di riconciliazione di Ramallah. All’inizio del 2015 gli venne richiesto da funzionari di quel ministero nella Striscia di trasportare parte delle macerie in un sito nel nord di Gaza.

Bursh spiegò che una tale richiesta doveva pervenire attraverso canali ufficiali e che lui non poteva decidere. Allora dal ministero di Ramallah arrivò una richiesta ufficiale al Programma di Sviluppo ONU di trasportare le macerie al porto peschiero a nord di Gaza, per evitare l’arretramento del litorale.

Bursh trasportò circa 300 tonnellate, che un anno dopo, appena prima del suo arresto nel luglio 2016, erano ancora ammassate lungo la strada. Lui non sapeva che Hamas intendeva chiudere quella parte della spiaggia.

Come molti funzionari nei ministeri del governo a Gaza, i due ufficiali del Ministero dei Lavori Pubblici che contattarono Bursh erano uomini di Hamas e noti membri della sua ala militare. Bursh è stato condannato per aver omesso di riferire ai suoi superiori che erano questi i due funzionari che lo avevano contattato, “chiudendo gli occhi sul favore che ciò costituiva per l’ala militare di Hamas”, come ha scritto Mishnayot.

Il giudice, un ex presidente della corte d’appello militare e residente della colonia di Efrat, avrebbe anche dovuto scrivere che il Programma di Sviluppo ed altre agenzie dell’ONU stanno fornendo un grande servizio ad Israele. Nelle impossibili condizioni di divieti e restrizioni imposte da Israele, queste agenzie evitano un disastro umanitario ancor peggiore a Gaza.

Israele ha definito Hamas un’organizzazione illegale. A Gaza Hamas è il governo de facto, che deve anche fornire servizi alla popolazione, e lo sta facendo. Attivisti delle componenti civile e militare di Hamas sono stati inseriti in diverse funzioni del settore pubblico.

Bursh aveva tutte le ragioni per credere che gli uomini che lo avevano contattato lo avevano fatto nel loro ruolo di funzionari del Ministero dei Lavori Pubblici. Li ha considerati canali ufficiali – che Israele controlla. Questo gli è costato lo sconvolgimento della sua vita, sette mesi di prigione, duri interrogatori, danni alla sua salute, la separazione dalla sua famiglia e la preoccupazione per il suo futuro professionale e finanziario.

Quale è il messaggio? Quando vuole, Israele può condannare e distruggere la vita di qualunque giardiniere nel comune di Gaza, di ogni commessa di un negozio di abbigliamento o di qualunque venditore di falafel. La motivazione? “Fornire dei servizi ad un’organizzazione illegale.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA 27 dicembre- 9 gennaio 2017

L’8 gennaio, un 28enne palestinese ha guidato un camion contro un gruppo di soldati israeliani radunati sulla passeggiata panoramica vicina all’insediamento colonico di Talpiot Est, in Gerusalemme Est, uccidendo tre soldatesse e un soldato e ferendone altri 15.

L’autore, proveniente dalla vicina zona di Jabal al Mukabber, è stato ucciso sul posto e il suo corpo è stato trattenuto dalle autorità israeliane. Il Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha fortemente condannato l’attacco. Ancora in Gerusalemme Est (al checkpoint di Qalandiya), il 30 dicembre, le forze israeliane hanno sparato e ferito una 35enne palestinese che, secondo fonti israeliane, si era diretta verso di loro con un coltello e non si era fermata all’alt. Nel 2016, in attacchi e presunti attacchi da parte di palestinesi della Cisgiordania, sono stati uccisi 13 israeliani e 80 palestinesi aggressori e presunti aggressori.

In zona C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 86 strutture, sfollando 160 palestinesi, tra cui 91 minori, e coinvolgendone altri 370. L’episodio più grave ha avuto luogo nella comunità pastorizia di Khirbet Tana (Nablus), dove sono state demolite 49 strutture abitative e di sussistenza, 30 delle quali fornite precedentemente come assistenza umanitaria. La comunità si trova in una zona designata dalle autorità israeliane come “zona per esercitazioni militari a fuoco”. Tali aree costituiscono quasi il 30% dell’Area C e sono abitate da più di 6.200 palestinesi. Nella prima settimana del 2017, il numero di strutture prese di mira è oltre tre volte la media settimanale del 2016, anno che ha visto il numero più alto di demolizioni da quando, nel 2009, OCHA ha iniziato il monitoraggio sistematico.

In Cisgiordania, durante molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 34 palestinesi, tra cui otto minori. I ferimento sono avvenuti durante quattro distinte operazioni di ricerca-arresto; nel corso della manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya), Ni’lin e Bil’in (Ramallah); all’ingresso della città di Ar Ram (Gerusalemme) e nel villaggio di Tuqu’ (Betlemme); nella città di Hebron, durante due cortei funebri seguiti alla restituzione dei corpi di due palestinesi sospettati di attacchi contro israeliani. I corpi erano stati trattenuti per più di 100 giorni.

Complessivamente, in questo periodo, sono stati consegnati alle famiglie i corpi di quattro palestinesi sospettati di attacchi contro israeliani; i corpi di altri otto presunti autori sono ancora trattenuti dalle autorità israeliane; alcuni da più di otto mesi.

Il 4 gennaio, lungo la costa di Gaza, sono stati trovati i resti del corpo di un pescatore palestinese. Tre giorni dopo le forze navali israeliane hanno riferito di essersi scontrati con la sua barca e di averla danneggiata, causandone il rovesciamento. Nel complesso, durante il periodo di riferimento, in almeno 22 occasioni le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro palestinesi presenti o in avvicinamento ad Are ad Accesso Riservato (ARA), di terra o di mare. In un altro caso, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno compiuto operazioni di spianatura del terreno.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 161 operazioni di ricerca e/o arresto ed hanno arrestato 212 palestinesi; 12 di questi sono stati arrestati presso checkpoints “volanti” e durante manifestazioni. Le quote più alte di operazioni (44) e di arresti (71, di cui 19 minori) si sono avute nel governatorato di Gerusalemme.

Coloni israeliani si sono trasferiti in due edifici vuoti nella zona di Silwan di Gerusalemme Est: secondo quanto riferito, dopo averli acquistati dai proprietari palestinesi. Silwan è stato il bersaglio di intensa attività di insediamento e di iniziative che comprendono un piano per la realizzazione di un complesso turistico nel quartiere di Al Bustan che, se venisse portato a compimento, comporterebbe lo sfollamento di più di 1.000 residenti palestinesi; nella stessa area altre centinaia di residenti rischiano lo sfollamento a causa di procedure di sfratto promosse da organizzazioni di coloni.

In Cisgiordania, in più occasioni durante il periodo di riferimento, coloni ed altri gruppi israeliani si sono introdotti in vari siti religiosi, innescando alterchi e scontri con palestinesi; non ci sono stati feriti. I siti interessati comprendono il Complesso di Al Haram Ash Sharif / Monte del Tempio, a Gerusalemme Est, un santuario nel villaggio di Kifl Haris (Salfit) e la Tomba di Giuseppe nella città di Nablus.

I media israeliani hanno riferito nove episodi di attacchi, con lancio di pietre e bottiglie incendiarie, da parte di palestinesi contro veicoli o abitazioni di coloni israeliani; non vi sono state vittime, ma sono stati segnalati danni a diversi veicoli.

Durante il periodo relativo al presente Rapporto, il lato egiziano del valico di Rafah è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Nel corso del 2016 il valico è stato parzialmente aperto per soli 44 giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, circa 20.000 persone, inclusi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

In seguito all’aggressione verificatasi l’8 gennaio (vedi sopra), le Autorità israeliane hanno demolito quattro strutture nella zona di Jabal al Mukabber di Gerusalemme Est ed inoltre, adducendo la mancanza di permessi di costruzione, hanno emesso avvisi contro decine di case appartenenti alla famiglia allargata dell’aggressore. Il Ministero degli Interni israeliano ha anche espresso la sua intenzione di revocare i permessi di ricongiunzione familiare ad almeno 14 membri della famiglia allargata. È stato riferito che la casa di famiglia del responsabile dell’aggressione, prima della sua demolizione punitiva, era stata oggetto di misure da parte delle autorità. I provvedimenti di cui sopra hanno esposto decine di palestinesi al rischio di sfollamento.

Il 10 gennaio, nel corso di una operazione di ricerca nel Campo profughi di Al Far’a (Tubas), le forze israeliane hanno ucciso un palestinese; le circostanze dell’episodio rimangono controverse.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Le pazienti di Gaza[malate]di cancro: il divieto israeliano di lasciarci entrare per curarci è “una condanna a morte”

Jack Khoury | 7 gennaio 2017 | Haaretz

Le pazienti di Gaza definiscono il divieto e i ritardi che impediscono loro di accedere alle cure mediche in Israele e in Cisgiordania“ una condanna a morte premeditata ”

Decine di donne malate di cancro nella Striscia di Gaza hanno reso pubblica una protesta contro il rifiuto di Israele di farle entrare nel Paese per curarsi. Le donne affermano che gli impedimenti o i ritardi per essere curate sono “una condanna a morte premeditata”.

Questa è la prima protesta di pazienti gazawi contro il divieto israeliano di curarsi fuori dalla Striscia di Gaza organizzata da quando, nel 2006, è iniziata la chiusura dell’enclave. Le donne dicono che la protesta è la conseguenza di un forte aumento di malati, in particolare quelli di cancro, che non possono uscire da Gaza per curarsi in Israele, a Gerusalemme Est o in Cisgiordania dopo anni in cui ciò era consentito.

La protesta è guidata da Iman Shanan di 47 anni, a cui nel 1999 è stato diagnosticato un cancro al seno e le cui condizioni da allora sono migliorate grazie alla cura. Recentemente nel timore di una recrudescenza del male, è stata indirizzata all’ospedale Assuta di Tel Aviv per degli esami per individuare cellule cancerogene.

Per tre volte ha chiesto di andare all’ospedale [a fare] gli esami, ma ogni volta la sua richiesta è stata respinta. Shanan, che è a capo dell’ONG “Programma di aiuto e speranza per l’assistenza ai malati di cancro a Gaza”, ha riferito a Haaretz che l’iniziativa della protesta è partita dopo la richiesta di numerose donne per le quali il divieto di curarsi fuori da Gaza ha significato letteralmente una condanna a morte.

Shanan dice che il numero di rifiuti di lasciare Gaza per cure mediche è drammaticamente aumentato, per motivi definiti da Israele problemi di sicurezza.

Nelle ultime due settimane le donne hanno manifestato due volte davanti agli uffici della Croce Rossa e alla sede di Gaza degli uffici del Comitato di affari amministrativi palestinesi, che coordina con le autorità israeliane le partenze dei malati dalla Striscia. Nelle due proteste le donne portavano cartelli in cui chiedevano un permesso per andare a curarsi in Cisgiordania e in Israele. Hanno anche attuato per un giorno uno sciopero della fame .

Una delle manifestanti, la 27enne Majar Naizi, anche lei un tempo malata di tumore al seno, è stata indirizzata all’Assuta per esami al fine di localizzare cellule cancerogene. Ha subito cure a Gerusalemme Est nel 2014 e nel 2015, ma la sua richiesta di uscire per degli esami programmati per il 1 novembre [2016] è stata respinta.

“La mia salute peggiora e devo capire come andare avanti”, ha detto questa settimana. “Non posso assumere medicine senza conoscere le mie condizioni, i medici stanno pensando di prescrivermi le medicine senza che io abbia fatto gli esami per il fatto che non posso avere il permesso per farli, ma ciò potrebbe procurarmi gravi conseguenze”.

Sausen Kadih, di 49 anni, a cui è stato diagnosticato un tumore al cervello lo scorso giugno, in un primo tempo è stata autorizzata a curarsi in un ospedale di Ramallah, ma nell’ultimo mese i permessi non sono stati concessi e la sua domanda è stata respinta. L’esercito israeliano non ha risposto alle sue richieste di rispettare le visite previste.

Sihan al-Tatri di 53 anni, soffre di leucemia linfatica e deve sottoporsi alla chemioterapia una volta ogni tre settimane all’Ospedale Vittoria Augusta di Gerusalemme Est. Tatri è entrata in Israele due volte e ha fatto il trattamento, ma, nel momento in cui ha cercato di fare il terzo, le è stato negato l’ingresso. La sua domanda è “sotto esame” e [nel frattempo] ha già perso due appuntamenti per la cura. Il prossimo è fissato per lunedì [9 gennaio].

“A causa del ritardo nella cura, mi sento debole e devo ricominciare tutto da capo” ha detto. “Se non mi danno il permesso mi stanno condannando a morte. Quale Paese può acconsentire che noi moriamo perché non abbiamo avuto il diritto a curarci?

L’ONG “Medici per i Diritti Umani (PHR)”, che aiuta i malati di Gaza ad ottenere il permesso per uscire dalla Striscia di Gaza e curarsi, sostiene che lo scorso anno il numero dei dinieghi del permesso ai malati per andare a curarsi è aumentato del 44%. L’ONG afferma che nel 2016 sono state respinte 69 domande, rispetto alle 48 del 2015 e alle 23 del 2014.

L’ONG PHR ha chiesto al coordinatore dell’attività di governo nei territori occupati (COGAT) di permettere ad alcuni malati di partire da Gaza per curarsi. Il COGAT ha risposto che, per quanto riguarda Gaza, la politica di Israele verso i civili non cambia e che centinaia di persone entrano in Israele attraverso il checkpoint di Erez per ricevere cure mediche in Israele, in Cisgiordania e all’estero, e che il loro numero negli ultimi anni è persino aumentato.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Adeguarsi alla perniciosa occupazione israeliana

 Amira Hass – 1 gennaio 2017, Haaretz

A.B. Yehoshua si mette in riga dividendo i palestinesi in varie categorie e quindi ignora le loro difficoltà complessive.

Lo scrittore A.B. Yehoshua (“Alleviare la perniciosità dell’occupazione”, Haaretz, 31 dicembre) ha ragione quando collega la parola “perniciosità” a occupazione. Ma sotto le mentite spoglie dell’innovazione, dell’audacia e di considerazioni umanitarie, la sua proposta per un temporaneo e parziale allentamento della perniciosità si adegua alla tradizionale politica israeliana: dividere il popolo palestinese in varie categorie burocratiche, in enclaves separate e distanti, e naturalmente senza chiedere la loro opinione.

Per sembrare audace, ma per proporre qualcosa che è proprio quello che il governo del ministro dell’Educazione Naftali Bennett e la ministra della Giustizia Ayelet Shaked (entrambi di Habayit Hayehudi [estrema destra dei coloni. Ndtr.]) vogliono, alcuni dei fatti citati da Yehoshua vengono stravolti. Qui di seguito alcuni di questi stravolgimenti:

* “Uno spazio binazionale”. Non c’è bisogno di andare fino ai miseri quartieri congegnati da Israele a Gerusalemme est per giocare con l’idea di un “laboratorio” di vita binazionale. E’ vero che il popolo palestinese è stato disperso da quando è stato espulso dalla propria terra d’origine nel 1948. Ma non ha mai smesso di essere una nazione per questa ragione, compreso il milione e mezzo di palestinesi che sono attualmente cittadini israeliani. Israele nei suoi confini riconosciuti è uno spazio binazionale, indipendentemente della sue definizioni e dalle discriminazioni che opera a danno dei suoi cittadini palestinesi.

* “La Striscia di Gaza è del tutto separata da Israele.” Non è vero. I due milioni di residenti della Striscia di Gaza sono registrati nell’anagrafe controllata da Israele. Come i palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Come Yehoshua e come me. La carta d’identità rilasciata ad ogni sedicenne di Gaza necessita dell’approvazione israeliana. E’ Israele che decide se, quanti e quali palestinesi che tornano dall’estero otterranno la residenza in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. La moneta corrente in uso nella Striscia è lo shekel.

Circa un quarto dei gazawi ha familiari in Cisgiordania, nella Gerusalemme est occupata e nello stesso Israele. Tutti i residenti di Gaza hanno proprietà immobiliari del passato, di famiglia, e legami affettivi all’interno di Israele, indipendentemente da quello che noi decidiamo per loro.

* “L’Area A è soggetta alla legislazione civile e militare palestinese.” Non è esatto. Nell’Area A i palestinesi hanno poteri civili e di polizia, ma non militari. Quando ogni settimana i nostri soldati fanno incursioni nei quartieri e nelle case in questa zona, le forze di sicurezza palestinesi si devono nascondere nelle loro basi. Se si oppongono all’invasione dell’esercito israeliano – le uccidiamo o le condanniamo per terrorismo.

* “(Sono) i palestinesi che vivono nell’Area C che si confrontano con l’occupazione israeliana, affrontando sia i coloni che l’esercito.” Di cosa stai parlando? I coloni non discriminano e vessano chiunque, e sono impazienti di mettere le mani nella “C” sulla terra di palestinesi che vivono ovunque in Cisgiordania

* “Il numero di palestinesi che abitano nell’Area C è solo di circa 100.000.” Da dove esce questo numero? Bimkom [associazione di urbanisti e architetti israeliani che opera per una gestione collettiva del territorio. Ndtr.], “Pianificatori per diritti di progettazione”, nel 2008stimava che nell’Area C vivessero 150.000 palestinesi. Un mini-censimento condotto dall’ufficio Onu per il coordinamento degli Affari Umanitari nei territori palestinesi occupati ha trovato che alla fine del 2013 il numero era raddoppiato -300.000. Alcuni vivono in comunità che si trovano totalmente nell’Area C, altri in comunità divise tra C, A e B, che sono in ogni caso categorie artificiose, in contraddizione con qualunque logica di pianificazione. Quello che è certo è che circa 30.000 beduini nell’Area C sarebbero contenti di tornare nella loro terra nel Negev, da cui sono stati espulsi nel 1948. Accanto alle comunità di Al-Arakib e di Ummal-Hiran, che, come sappiamo, sono prospere e godono dei molti diritti che Israele ha concesso loro… [riferimento polemico al modo in cui sono trattati i beduini con cittadinanza israeliana. Ndtr.]

* “Residenza con diritti (sociali) di base.” Naturalmente il modello è quello dello status di residenti dei palestinesi di Gerusalemme est, o, per essere più precisi, i deliri israeliani su quanto sia bella lì la vita dei palestinesi. Se fosse così bella, come mai abbiamo trasformato circa l’80% di loro in poveri a carico dell’assistenza sociale? Oltre alla situazione di inferiorità socio-economica in cui abbiamo gettato i palestinesi di Gerusalemme, il loro stesso status di residenti è molto precario. Dipende dalle norme di ingresso in Israele, in altre parole, si riferisce a questi cittadini come se avessero scelto di spostarsi e vivere in Israele, piuttosto che essere stati invasi da Israele.

Pertanto è uno status sottoposto a condizioni, che Israele può revocare a suo piacimento, secondo criteri che esso stesso ha stabilito (provare di avere lì il “centro della propria vita” o “lealtà allo Stato”). Prima del 1994 (quando le autorità civili sono state trasferite all’Autorità Nazionale Palestinese), Israele poteva espellere residenti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza come voleva, e revocare il loro status. Gli accordi di Oslo hanno abolito questa prerogativa dell’occupante (una delle poche clausole positive). A Gerusalemme i palestinesi rimangono più che mai esposti al pericolo di espulsione e di revoca della residenza. Ora Yehoshua vuole aggiungervi altre 100.000 persone?

* “Questo permesso di residenza impedirebbe l’espropriazione delle loro terre (o renderla molto più difficile).” Di cosa sta parlando Yehoshua? La residenza – proprio come la cittadinanza – non protegge i palestinesi dal furto della loro terra e dall’espulsione dalle loro case. Silwan. Isawiyah. Jabal Mukkaber. Sakhnin. Jaffa. Al-Arakib. Sono esempi sufficienti?

La deformazione rende più facile creare una separazione emotiva ed intellettuale dal siginificato dei fatti. La separazione è comprensibile. E’ difficile ammettere che l’ideologia sionista e la sua creazione – Israele – abbiano dato vita a un mostro ladro, razzista, arrogante che ruba acqua, terra e storia, che ha le mani insanguinate con la scusa della sicurezza, che per decenni ha deliberatamente pianificato l’attuale pericolosa situazione di bantustan, da entrambi i lati della Linea Verde [che divide Israele dai territori occupati. Ndtr.]. Tutto ciò che Yehoshua sta facendo è mettersi in riga e suggerire un’altra sotto-definizione che aiuti la burocrazia israeliana a dividere in categorie il popolo palestinese e separarlo dai suoi luoghi e dalla sua terra.

(traduzione di Amedeo Rossi)