Chi è favorevole a un massacro a Gaza?

Gideon Levy, 15 giugno 2017, Haaretz

Un’altra ora senza elettricità a Gaza e verrà dato il segnale: razzi Qassam. Ancora una volta Israele sarà la vittima ed il massacro avrà inizio.

Israele e Gaza non sono di fronte ad un’altra guerra, né stanno gridando ad un’altra “operazione” o “attacco”. Questa mistificante terminologia ha lo scopo di fuorviare e banalizzare ciò che rimane della coscienza.

Ciò che è in questione ora è il rischio di un altro massacro nella Striscia di Gaza. Sotto controllo, misurato, non troppo massiccio, ma pur sempre un massacro. Quando dirigenti, politici e commentatori israeliani parlano di “prossimo round”, stanno parlando del prossimo massacro.

Non si farà una guerra a Gaza perché là non c’è nessuno che possa combattere contro uno degli eserciti più potentemente armati del mondo, anche se in televisione il commentatore sulle questioni militari Alon Ben David dice che Hamas può mettere in campo quattro divisioni. Non ci sarà neppure alcuna prodezza (israeliana) a Gaza, perché non vi è niente di eroico nell’attaccare una popolazione indifesa. Ed ovviamente non ci sarà moralità o giustizia a Gaza, perché non c’è moralità o giustizia nell’attaccare una gabbia chiusa piena di prigionieri che non hanno nemmeno dove fuggire, se potessero.

Allora chiamiamo le cose con il loro nome: questo è un massacro. E’ di questo che si parla adesso in Israele. Chi è per un massacro e chi è contrario? Sarà un bene per Israele? Contribuirà alla sua sicurezza ed ai suoi interessi o no? Abbatterà il governo di Hamas o no? Sarà vantaggioso per la “base” del Likud o no? Israele ha un’alternativa? Ovviamente no. Qualunque attacco a Gaza finirà in un massacro. Nulla può giustificarlo, perché un massacro non può essere giustificato. Perciò dobbiamo domandarci: siamo a favore o contro un altro massacro a Gaza?

I piloti stanno già scaldando i motori in pista, altrettanto pronti sono gli artiglieri e le soldatesse che brandiscono i comandi a distanza. Un’altra ora senza elettricità a Gaza e verrà dato il segnale: razzi Qassam. Ancora una volta Israele sarà la vittima, e milioni di israeliani torneranno nei rifugi. Siamo usciti da Gaza e guardate che cosa abbiamo ottenuto. Oh, Hamas, il più crudele di tutti, che ama la guerra.

Quale altro modo ha Gaza per ricordare al mondo la propria esistenza e la sua sofferenza disumana, se non i razzi Qassam? Sono stati tranquilli per tre anni e adesso sono i soggetti della ricerca coordinata di Israele e dell’Autorità Nazionale Palestinese: un grande esperimento sugli esseri umani. Un’ora di elettricità è sufficiente per l’esistenza umana? Forse lo sono 10 minuti? E che cosa accade agli umani del tutto senza elettricità? L’esperimento è al suo culmine, gli scienziati trattengono il respiro. Quando cadrà il primo razzo? Quando seguirà il massacro?

Sarà più tremendo dei due precedenti, perché la storia insegna che ogni “operazione” israeliana a Gaza è peggiore della precedente. Confrontiamo l’ “Operazione Piombo Fuso” (a fine 2009), con 1300 morti palestinesi, 430 dei quali bambini e 111 donne, con l’ “Operazione Margine Protettivo” (estate 2014), con 2.200 morti, 366 dei quali bambini, di cui 180 neonati e 247 donne. Complimenti per il progresso e l’aumento del numero di bambini uccisi. La nostra forza aumenta da un’operazione all’altra. Avigdor Lieberman ha promesso che questa volta si avrà la vittoria decisiva. In altre parole, questa volta il massacro sarà più tremendo di tutti i precedenti, se è mai possibile prendere sul serio qualunque cosa dica questo ministro della Difesa.

Non è il caso di dilungarsi sulle sofferenze di Gaza, comunque non interessano a nessuno. Per gli israeliani Gaza era ed è un covo di terroristi. Non ci sono persone come loro laggiù. Queste sono le menzogne che diciamo su Gaza. Là l’occupazione è finita, ha ha ha. Tutti i suoi abitanti sono assassini. Costruiscono tunnel per il terrorismo invece di inaugurare impianti ad alta tecnologia. No, davvero, come mai Hamas non ha sviluppato Gaza? Come osano? Come hanno potuto non impiantare un’industria sotto assedio, non sviluppare l’agricoltura in prigione e l’alta tecnologia in una gabbia?

Ed un’altra bugia che diciamo su Gaza – abbatteremo il governo di Hamas. Non è possibile e inoltre Israele non lo vuole veramente.

I numeri dei morti appaiono sistematicamente sui nostri schermi, senza significato per nessuno. Centinaia di bambini morti, chi può concepire una cosa simile? L’assedio non è un assedio e nemmeno il pensiero di un’ora di blocco dell’elettricità a Tel Aviv nel caldo asfissiante dell’estate provocherebbe un briciolo di empatia verso coloro che vivono quasi del tutto senza elettricità, ad un’ora di distanza da Tel Aviv.

Quindi continuiamo ad occuparci dei fatti nostri – la parata del gay pride, le agevolazioni edilizie per le giovani famiglie, l’insegnante pedofilo. E quando cade un razzo Qassam faremo finta di stupirci e, per la nostra sacra auto-vittimizzazione, i bravi piloti decolleranno all’alba, verso il prossimo massacro.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Se Israele fosse furbo

Sara Roy su Gaza

London Review of Books – 15 giugno 2017

La mia ultima visita a Gaza è stata nel maggio 2014, appena prima che Israele scatenasse l’operazione “Margine protettivo”, un attacco che ha causato la morte di oltre duemila gazawi – tra combattenti e civili – e la distruzione di 18.000 abitazioni.

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Quando ci sono tornata, meno di tre anni dopo, i cambiamenti erano evidenti ovunque. Ma due cose mi hanno particolarmente colpita: l’attuale impatto devastante dell’isolamento di Gaza dal resto del mondo, durato un decennio, e la sensazione che un crescente numero di persone stia raggiungendo il limite della sopportazione.

Gaza si trova in una situazione di shock umanitario, dovuta principalmente al blocco israeliano, appoggiato dagli USA, dall’UE e dall’Egitto, e che ora sta iniziando il suo undicesimo anno. A Gaza, storicamente luogo di scambi e di commercio, rimane relativamente poco per la produzione e l’economia dipende ora in gran parte dal consumo. Benché un recente allentamento delle restrizioni israeliane abbia portato a un leggero incremento delle esportazioni agricole verso la Cisgiordania e Israele – di gran lunga i principali mercati di Gaza –, questi non sono sufficienti a rilanciare i suoi deboli settori produttivi. La debolezza di Gaza, pianificata con attenzione e realizzata con successo, ha lasciato quasi metà della forza lavoro senza alcun mezzo di sostentamento. La disoccupazione – soprattutto giovanile – è la condizione caratterizzante della vita. Attualmente sfiora circa il 42% (è stata anche più alta), ma tra i giovani (tra i 15 ed i 29 anni) arriva al 60%. Ognuno è assillato dalla necessità di trovare un lavoro o un qualsiasi mezzo per guadagnare denaro. “I salari controllano la mente delle persone,” mi ha detto un abitante.

La principale fonte di tensioni politiche tra il governo di Hamas a Gaza e l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania è il costante rifiuto da parte del presidente [dell’ANP] Abbas, che controlla i cordoni della borsa, di pagare i salari ai dipendenti del governo di Hamas. Mi è stato ripetutamente detto che, se Abbas volesse conquistarsi l’appoggio degli abitanti di Gaza, tutto quello che dovrebbe fare sarebbe pagare i loro salari ai dipendenti pubblici. Poiché non ha intenzione di farlo –egli sostiene che i soldi sarebbero distratti a favore dell’ala militare di Hamas – è in gran parte responsabile delle sofferenze di Gaza. Il rifiuto di Abbas è ancora più insopportabile perché ha continuato a pagare l’intero importo dei salari – in genere tra i 500 ed i 1.000 $ al mese, una somma notevole oggi a Gaza – ad almeno 55.000 impiegati pubblici di Gaza che lavoravano per l’ANP prima che Hamas prendesse il controllo del territorio.

Questa gente è stata pagata per non lavorare per il governo di Hamas. Pagare i loro stipendi costa all’ANP 45 milioni di dollari al mese, denaro in buona misura fornito dall’Arabia Saudita, dall’UE e dagli USA. Pagare le persone perché non lavorino ha istituzionalizzato un’altra distorsione nell’economia profondamente deteriorata di Gaza. Tuttavia recentemente Abbas ha tagliato questi salari di una percentuale tra il 30% ed il 70%, per esercitare pressione sul governo di Hamas affinché rinunci al controllo su Gaza. “O Hamas ci restituirà Gaza,” Abbas ha minacciato, “oppure dovrà farsi totalmente carico della sua popolazione.” Secondo il mio collega Brian Barber, attualmente a Gaza, “il taglio dei salari da parte di Abbas è giunto come un terremoto.”

Il bisogno è ovunque. Ma la novità è il senso di disperazione, che si può avvertire nei limiti che le persone sono ora disposte a superare, limiti che una volta erano inviolabili. Un giorno una donna ben vestita, con il volto completamente coperto da un niqab, è arrivata all’hotel in cui alloggiavo per chiedere l’elemosina. Quando le è stato gentilmente chiesto dal personale dell’albergo di andarsene, si è rifiutata in modo aggressivo ed ha insistito per rimanere, obbligando il personale ad accompagnarla fuori con la forza. Non stava implorando di chiedere l’elemosina, ma lo pretendeva. Non avevo mai visto una cosa simile prima d’ora a Gaza. Un altro giorno un ragazzo è venuto al nostro tavolo chiedendo soldi per la sua famiglia. Nel momento in cui ho tirato fuori il mio borsellino, il personale si è avvicinato e lo ha cortesemente fatto uscire. Non ha opposto resistenza. Era istruito e ben vestito e mi sono messa a pensare che avrebbe dovuto essere a casa a studiare per un esame o al mare con i suoi amici. Invece gli è stato chiesto di andarsene dall’hotel e di non tornarci.

Forse l’indicatore più preoccupante della disperazione della gente è l’incremento della prostituzione – in una società tradizionalista e conservatrice. Anche se a Gaza la prostituzione, in scala ridotta, è sempre stata presente, è sempre stata considerata immorale e disonorevole, comportando gravi conseguenze sociali per la donna e per la sua famiglia. Poiché le risorse familiari sono scomparse, sembra che ciò stia cambiando. Un noto e molto rispettato professionista mi ha detto che donne, molte delle quali ben vestite, sono andate nel suo ufficio per sedurlo e “non per somme elevate”. (Mi ha anche detto che, a causa dell’incremento della prostituzione, è diventato più difficile per le ragazze sposarsi – “nessuno sa chi è intatta”. Famiglie lo pregano di fornire alle loro figlie un “luogo sicuro e decente”, assumendole nel suo ufficio.) Un altro amico mi ha detto di aver visto al ristorante una giovane donna che cercava di adescare un uomo mentre i suoi genitori sedevano ad un tavolo vicino. Quando gli ho chiesto come spiegava un comportamento così incomprensibile, mi ha risposto: “La gente che vive in un contesto normale si comporta normalmente; chi vive in un contesto anomalo non lo fa.”

E il contesto di Gaza è in grande misura anomalo. Almeno 1 milione 300.000 persone su 1 milione 900.000, cioè il 70% della popolazione (altre stime sono più alte), ricevono assistenza umanitaria internazionale, la maggior parte della quale è in derrate alimentari (zucchero, riso, olio, latte), senza le quali la maggioranza non potrebbe soddisfare le proprie necessità vitali. A metà dello scorso anno 11.850 famiglie, circa 65.000 persone (da un massimo di 500.000 durante il culmine del conflitto del 2014), erano ancora sfollate interne, di cui 7500 famiglie, circa 41.000 persone, avevano urgente necessità di un rifugio e di contributi in denaro. Ho scritto altrove dell’aumento della percentuale di suicidi a Gaza; i mezzi sono vari – impiccarsi, darsi fuoco, gettarsi dall’alto, con overdose di droga, ingerire pesticidi o spararsi. La percentuale dei divorzi, che una volta era solo del 2%, ora rasenta il 40%, secondo personale medico dell’ONU e locale. Un funzionario dell’UNRWA [agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.] riferisce: “Ci sono 2.000 conflitti domestici al mese nel campo di Shati, e la polizia non può occuparsene. I soli tribunali ricevono centinaia di denunce al mese. Il governo di Hamas non può occuparsi della grande quantità di problemi” – che includono l’aumento nell’uso delle droghe.

È importante ricordare che circa i tre quarti degli abitanti di Gaza hanno meno di 30 anni e rimangono confinati a Gaza, senza poter lasciare il territorio; la maggioranza non l’ha mai fatto. In mezzo a questo sfacelo, sempre più giovani si sono rivolti alla militanza come mezzo di sostentamento, unendosi a varie organizzazioni armate o estremiste per garantirsi un lavoro retribuito. Una serie di persone mi ha detto che il crescente sostegno alle fazioni estremiste a Gaza non deriva da convinzioni politiche o ideologiche – come sostengono queste fazioni – ma dalla necessità della gente di provvedere alle proprie famiglie. Molte, forse la maggior parte, delle reclute dei gruppi affiliati allo Stato Islamico hanno deciso di aderire perché questo garantisce un reddito. Allo stesso tempo, Hamas fa di tutto per garantire abbastanza fondi per continuare a pagare i salari della sua ala militare, le brigate al-Qassam, che a quanto si dice ha visto anch’essa un incremento nei propri ranghi. Pare che i giovani disoccupati di Gaza abbiano di fronte due opzioni: unirsi a un gruppo militare o perdere ogni speranza.

Se gli israeliani fossero furbi,” mi ha detto un musulmano praticante, “aprirebbero due o tre zone industriali, farebbero una verifica di sicurezza, controllerebbero nella lista dei più ricercati tra noi e li assumerebbero. Al-Qassam scomparirebbe molto rapidamente e tutti quanti saremmo più sicuri…Le moschee si vuoterebbero.” Mi è stato detto che molti giovani hanno lasciato al-Qassam dopo aver ottenuto un lavoro in uno dei progetti edilizi di Gaza, perché non vogliono trasformare la loro nuova casa in un possibile bersaglio degli israeliani. Un imprenditore locale ha detto: “Quello di cui abbiamo bisogno sono fabbriche israeliane e manodopera palestinese. Un sacco di cemento dà lavoro a 35 persone a Gaza; con un lavoratore in Israele si hanno sette persone a Gaza che si augurano la sicurezza di Israele. Immagina il marchio ‘prodotto a Gaza’. Avremmo un mercato regionale e si venderebbe come il pane. Gaza ne trarrebbe beneficio, e lo stesso sarebbe per Israele. Tutto quello che vogliamo sono frontiere aperte per esportare”. I gazawi sono intraprendenti e ingegnosi – e disperatamente desiderosi di lavorare e di occuparsi di nuovo dei loro figli. Invece sono obbligati ad una avvilente dipendenza dagli aiuti internazionali, che vengono forniti dagli stessi Paesi che contribuiscono alla loro inanità. Questa politica non è solo politicamente abbietta: è anche vergognosamente stupida.

A Gaza non tutti sono poveri. Un piccolo gruppo – il numero che ho sentito fare in continuazione è 50.000 – è relativamente benestante, con una ricchezza derivante a volte dal commercio attraverso i tunnel, oggi quasi del tutto finito, che una volta permetteva all’economia di funzionare, persino di prosperare, sotto la pressione del blocco israeliano. Ora che a Gaza si produce così poco, l’economia dipende da loro in modo diverso: i privilegiati riempiono gli hotel, i supermercati e i ristoranti che sono comparsi per rispondere alla loro domanda – i ristoranti, a quanto sembra, sono una delle attività che producono ancora profitti. Qualcuno sostiene che questo segno di benessere mostra che le condizioni a Gaza sono molto migliori di come vengono in genere descritte; altri le hanno definite “un segno positivo di normalizzazione”. Ma come la grande maggioranza dei gazawi, anche i ricchi sono condizionati e confinati, furiosi e umiliati dalla loro impossibilità di vivere liberamente e senza la sensazione di avere un futuro prevedibile. Uno degli uomini d’affari più ricchi e di maggior successo di Gaza ha passato con me un pomeriggio a descrivere con dettagli minuziosi le restrizioni imposte alla sua attività da Israele, che era stato un mercato fondamentale: “Gli israeliani stanno distruggendo i miei affari, la mia possibilità di lavorare, e perché? Ci schiacciano, schiacciano, schiacciano, e a quale scopo?” I ricchi vivono bene ma non possono comprare la propria libertà. Questo è ciò che li unisce al resto di Gaza, anche se hanno poche cose in comune con quelli che non sono della loro classe. A Gaza la differenza tra la ricchezza e la povertà è molto visibile, ma sono anche molto vicine: la distanza tra le due può a volte essere misurata in metri. Un pomeriggio sono andata con un amico svedese in uno dei migliori ristoranti di Gaza, pieno di famiglie ben vestite, con tutti i ragazzini che giocavano con i loro iPhone. Quanti di loro sono entrati nel campo di rifugiati di al-Shati, a pochi passi dal ristorante? Molti –probabilmente la maggioranza – non si cono mai stati.

A Gaza le persone considerate veramente privilegiate non sono necessariamente quelle con una grande quantità di denaro. Sono persone con una fonte di reddito regolare: fino a poco tempo fa, quegli impiegati stipendiati dall’ANP per non lavorare, le persone che lavorano per l’UNRWA, per le Ong internazionali, per le istituzioni pubbliche e private e quelli (non molti) che hanno un lavoro autonomo prospero, in genere commercianti. Le persone cercano di aiutarsi a vicenda, ma fare la carità non è più l’atto spassionato di una volta. Un amico di una importante famiglia di Gaza mi ha descritto il suo dilemma: “Dopo aver pagato le mie tasse ad Hamas, le nuove imposte che saltano fuori in continuazione, le spese per la famiglia, il cibo e l’aiuto per gli amici, sto esaurendo le mie finanze. Presto dovrò vendere qualche proprietà. Sì, sto molto meglio di molta gente di qui e faccio quello che posso per aiutare altre persone, ma come andrà a finire? La tragedia di questa situazione è che gli amici ti vedono come una fonte di danaro. E l’amicizia finisce quando non gliene puoi più dare. Pensa a cosa ci vuole per fare in modo che la gente si comporti in questo modo. Pare che nessuno prenda in considerazione la pressione necessaria per cambiare i valori di riferimento di una persona. È a questo che siamo ridotti. Gaza non è mai stata così.”

Anche Hamas è ossessionata dalla questione della sopravvivenza. Dato che negli ultimi anni le risorse del governo si sono ridotte, ha tentato di compensare la carenza di fondi del settore pubblico “taglieggiando la gente per soldi”, secondo la definizione di un analista, imponendo una serie di provvedimenti che producono entrate– nuove tasse, imposte, multe e aumenti di prezzo – che vengono percepite come un’estorsione. Il prezzo delle sigarette recentemente è triplicato da 8 a 25 shekel [da 2,03 a 6,33 €]; le imposte trimestrali sulla proprietà sono raddoppiate; una nuova “tassa sulla pulizia” viene ora imposta per la pulizia delle strade e per i servizi igienici e le patenti di guida devono essere rinnovate ogni sei mesi al costo di 600 shekel [152 €] – una somma irraggiungibile per la maggioranza dei gazawi. Non aver pagato può determinare la confisca della patente, seguita da quella dell’auto. Una fonte mi ha spiegato che, poiché poche persone hanno i soldi per pagare tutte queste tasse e le multe, i funzionari di Hamas prendono di mira quelli che lo fanno ed hanno criteri variabili per quelli che hanno meno mezzi. Queste misure sembrano efficaci, almeno per quanto riguarda la raccolta di risorse. Quanto ad Hamas, mi è stato detto che “la pressione a cui è sottoposta, come tutti noi, è considerevole, ma non si piegheranno. Semmai sono diventati più violenti. Prima Hamas non era così. La necessità estrema di autoconservazione li sta portando lontano dalla politica.”

Non c’è molto di più che Hamas possa fare per rafforzare il suo controllo su Gaza: nel suo ambito di competenza, così come con Israele, il suo controllo è praticamente totale. Così le sue priorità, mi è stato detto, ora si stanno spostando dal consolidamento del potere – in sé un obiettivo ridotto, considerando la sua insistenza iniziale su una forte ideologia islamista – a una “modalità di semplice sopravvivenza”. Si dice che la costruzione di tunnel sia ricominciata alacremente sotto le strade di Gaza City. Pare che i nuovi tunnel siano profondi 150 metri, una parte di una più vasta, oscura infrastruttura che, in caso di conflitto, porterebbe i dirigenti di Hamas relativamente al sicuro sotto terra. Non ho potuto verificare niente di ciò, ma alcune delle persone che conosco e di cui mi fido a Gaza pensano che sia vero. Supponendo che abbiano ragione, ne segue una conclusione naturale: Israele – con il consenso de facto di Hamas – per distruggere i tunnel dovrebbe radere al suolo interi quartieri. I dirigenti di Hamas sperano che Israele non arriverebbe a questo estremo, ma sembra che siano disposti a correre il rischio. La sensazione di accerchiamento di Hamas può anche risultare evidente dal modo in cui pare che la sua ala militare sia sempre più presente nella presa di decisioni politiche e nel governo – un cambiamento che è risultato chiaro quest’anno con l’elezione di Yahya Sinwar a capo dell’ala politica di Hamas a Gaza. Sinwar, che ha passato più di 20 anni nelle carceri israeliane, è stato uno dei fondatori delle brigate al-Qassam. Benché non sia ancora chiaro cosa la sua elezione comporterà per Gaza e per Israele, un analista ha affermato: “Gaza è in subbuglio.”

Ma Hamas viene criticata, soprattutto tra i giovani. Su Facebook, Twitter e WhatsApp ci sono commenti, seguiti da decine di migliaia di persone, che criticano il suo uso della religione come uno strumento coercitivo e come una giustificazione per quello che altrimenti potrebbe essere visto come cattiva amministrazione. Nel contempo, sembra che stia aumentando il volontariato, e sono comparse una serie di iniziative che cercano di affrontare a modo loro la difficile situazione di Gaza. Senza un’autorità di coordinamento centralizzata questi tentativi sono inevitabilmente limitati, ma sono costanti. Comprendono la riorganizzazione dell’agricoltura di piccole dimensioni, il monitoraggio dei diritti umani, servizi di riabilitazione per la salute mentale, interventi sull’ ambiente e innovazione tecnologica. Una maggiore attenzione è sempre stata posta su quest’ultima. Gaza ha una popolazione di talento esperta in tecnologia; se mai ci fosse la pace, sostiene un investitore americano, “il settore di internet di Gaza la farebbe diventare un’altra India.’ Il numero di utenti di internet a Gaza viene indicato come uguale a quello di Tel Aviv, e un piccolo numero è già sub-contrattista di compagnie in India, Bangladesh e Israele.

Ma quello che colpisce veramente nella caratteristica della vita a Gaza è il ridimensionamento delle ambizioni. Date le enormi difficoltà della vita quotidiana, le necessità banali – avere cibo sufficiente, vestiti, elettricità – per molti esistono solo come aspirazioni. La gente è diventata più ripiegata su se stessa e concentrata, comprensibilmente, su di sé e sulla propria famiglia. Quando un amico ha chiesto ad alcuni dei suoi studenti cosa volessero veramente, le loro risposte hanno incluso: “un paio di pantaloni nuovi”, “una maglietta nuova” e “ un gelato del negozio di via Omar al-Mukhtar.” Perché fare dei progetti quando non c’è la possibilità di realizzarli? Sono rimasta colpita anche da quanto poco sapessero della Prima Intifada e degli accordi di Oslo i giovani ma istruiti adulti che ho incontrato, in quanto erano concentrati sul presente. In altre parole, non solo si sentono lontani da un futuro possibile, ma sono anche tagliati fuori dal loro passato molto recente – e dalle molte lezioni importanti in esso contenute. Un economista mi ha detto: “Le persone hanno paura di entrare nel mondo, o vi entrano sulla difensiva e armati. La nostra apertura al mondo è ristretta e sempre più persone hanno paura di lasciare Gaza perché non sanno come affrontare il mondo esterno. La gente deve imparare a pensare in modo più complessivo. Altrimenti siamo perduti.”

Cosa vogliono gli israeliani?” mi è stato chiesto in continuazione, e ognuno di quelli che mi facevano la domanda mi scrutava, a volte in modo implorante, per avere una risposta, per un’opinione che chiaramente sentivano di non avere. Perché Gaza è punita in un modo così spietato, e che cosa pensa veramente di guadagnarci Israele? Una persona di alto livello sosteneva che dal 50% al 60% di Hamas rinuncerebbe a qualunque rivendicazione su Gerusalemme in cambio della riapertura del valico di Rafah [tra Gaza e l’Egitto, ndt.]. Israele ha esaurito tutti i modi a sua disposizione per far pressione su Gaza. Quando ai gazawi era consentito lavorare in Israele, Israele aveva uno strumento di pressione: poteva chiudere le frontiere ed ottenere qualunque concessione desiderasse. Ora anche questo punto di forza è finito, e tutto quello che resta è la minaccia – una politica nei confronti di Gaza che non deriva da un qualche senso o logica, ma da quello che una volta Ehud Barak ha definito “inerzia”. Secondo un articolo di Haaretz, “negli ultimi quattro anni la commissione sicurezza di Israele non ha tenuto un solo incontro sulla politica israeliana riguardante Gaza.” In quale momento la minaccia smette di funzionare come forma di coercizione? Cosa spera di guadagnare Israele dal suo prossimo attacco contro Gaza, quando la gente là parla già di intere famiglie sterminate come di un normale argomento di conversazione?

Se gli israeliani stessero pensando con lucidità, ha detto una persona, “ne potrebbero beneficiare tutti. Tutto quello che devono fare è darci una possibilità di vivere una vita normale e tutti questi gruppi estremisti sparirebbero. Hamas sparirebbe. La comunità, non i carri armati e gli aerei dell’esercito israeliano, deve fare i conti con…. questi gruppi. La nostra generazione vuole fare la pace ed è sciocco da parte di Israele rifiutarla. La prossima generazione non sarà così disponibile come lo siamo noi. È questo che Israele vuole veramente?” Il ministero dell’Interno ha informato che nei primi sei mesi del 2016 a Gaza sono nati 24.138 bambini, con una media di 132 al giorno. Nel solo agosto 2016 sono nati 4961 bambini, cioè 160 al giorno: più di sei bambini ogni ora e uno ogni nove minuti. La distanza tra Gaza City e Tel Aviv è di circa 70 chilometri. “Cosa farà Israele quando a Gaza vivranno cinque milioni di palestinesi?”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Importanti politici israeliani esaltano un libro che sostiene che gli arabi dovrebbero essere rinchiusi in campi di internamento

Chaim Levinson | 9 giugno 2017 | Haaretz

Nota redazionale: riteniamo interessante per il lettore tradurre il seguente articolo di Haaretz in quanto evidenzia quale sia il livello di razzismo contro i palestinesi con cittadinanza israeliana (i cosiddetti arabo-israeliani) che si manifesta non solo nell’opinione pubblica, ma anche tra i politici e gli accademici ebreo-israeliani. Oltre al contenuto del libro, la presenza entusiastica di 400 membri del Likud, al governo da molti anni, e le dichiarazioni di alcuni ministri e parlamentari del principale partito del Paese rappresentano un indicatore significativo quanto preoccupante della situazione politica israeliana. Infine, il ragionamento relativo al rapporto costi/benefici della presenza di una minoranza araba in Israele, di chiara impronta ultra-liberista, evidenzia uno degli aspetti più inquietanti del discorso proposto dal professore in questione.

Circa 400 esponenti del Likud hanno partecipato alla presentazione del libro di uno storico che afferma che gli arabi israeliani “eccellono nell’evitare di prestare servizio allo Stato”[in realtà i palestinesi con cittadinanza israeliana non possono fare il servizio militare ndt] e “consumano più di quello che producono

Mercoledì notte politici del Likud hanno partecipato alla presentazione di un libro di un esperto di Islam, ma non è stata la tipica festa [per l’uscita] del libro. L’autore, lo storico Raphael Israeli, sostiene che gli arabo-israeliani sono la quinta colonna che approfitta dello Stato” e che non possono essere integrati nella società israeliana.

Egli ha persino espresso ammirazione per l’internamento dei cittadini giapponesi da parte degli americani nella Seconda Guerra Mondiale e ha criticato il fatto che gli arabi “non vengano confinati in campi [di prigionia]”

Il libro in ebraico è: “ La minoranza araba in Israele: processi evidenti e nascosti”. Israeli, professore emerito di storia del Medio Oriente, dell’Islamismo e della Cina all’Università ebraica, ha anche insegnato all’Università di Haifa. Egli è già conosciuto per la sua critica alle società islamiche, e in special modo alla comunità arabo-israeliana.

L’editore del libro è un membro del Likud, Eliyahu Gabbay, un ex parlamentare nella Knesset del Partito Nazionale Religioso. Il progetto è stato finanziato da un uomo d’affari di Miami, Haim Yehezkel.

L’evento, alla presenza di circa 400 esponenti del Likud, si è tenuto all’Hotel Ramat Gan’s Kfar Maccabiah. Hanno parlato noti membri del Likud, compresi il ministro dei Trasporti Yisrael Katz, il presidente della Coalizione [di governo] David Bitan e il parlamentare Miki Zohar. Tutti i partecipanti hanno ricevuto in omaggio una copia del libro.

Nel frattempo, un foglio fatto circolare ha fornito proposte per trattare “minacce e boicottaggi contro chi presta servizio nelle forze di sicurezza” e altri mali quali “ bigamia, poligamia con più donne, alcune importate da Gaza e dalla Giordania, l’occupazione di terra statale e l’istigazione contro lo Stato”.

L’emozione è stata forte, Israeli se n’è persino uscito con una virulenta protesta contro il ruolo della Suprema Corte in Israele. Alcuni partecipanti hanno gridato insulti contro i parlamentari arabi apostrofandoli come “traditori”e chiedendo la loro cacciata dalla Knesset. Un partecipante ha chiesto il ripristino della legislazione militare nei riguardi della comunità araba israeliana, terminata nel 1966.

Nel libro di 240 pagine, che non contiene note o fonti, Israeli afferma che l’elemento nazionalistico e islamico presente nell’identità degli arabi israeliani impedisce loro di integrarsi in Israele e, grazie alla sinistra ingenua, questa minoranza costituisce una minaccia alla sicurezza di Israele

Il successo del progresso tecnico a Tel Aviv e a Ra’anana deriva da iniziative private costituite da imprese che hanno osato rischiare, qualche volta fallendo, qualche volta con successo. C’è qualcuno che stia impedendo agli imprenditori arabi di attivarsi e iniziare, investire e assumersi dei rischi nel fondare con successo nuove aziende a Sakhinin?” Israeli scrive, riferendosi a una cittadina arabo-israeliana nel nord.

Investono in hummus e in automobili di lusso e si lamentano che lo Stato non investa su di loro o in strutture industriali nelle loro aree.” Osem, Tnuva e Strauss non sono nemmeno state impiantate dallo Stato” egli aggiunge, riferendosi a tre delle maggiori imprese del settore alimentare di Israele.

Israeli scrive che può darsi che la comunità araba venga discriminata nei finanziamenti, ma riguardo al pagamento delle imposte vale il contrario. “Gli imprenditori ebrei pagano allo Stato che finanzia i propri cittadini arabi, che pagano meno tasse. D’altra parte gli arabi eccellono nell’evitare di prestare servizio allo Stato e il loro tasso di criminalità è il doppio della media nazionale. Consumano più di quello che producono,” egli scrive.

Ricevono un ammontare enormemente maggiore in sussidi di quello che pagano al nostro ministero delle Finanze. Se gli arabi israeliani non sono soddisfatti del livello al quale approfittano dello Stato, che trovino un altro Paese che che li vizi ancor di più e offra loro quello che nessun Stato arabo o islamico farebbe…. questa richezza non è stata accumulata grazie a loro, ma nonostante il fatto che siano un pesante fardello per lo Stato ebraico, economicamente, socialmente e riguardo alla sicurezza.

Israeli suggerisce che gli arabi israeliani e gli ebrei ultra ortodossi sono dei parassiti della società. “Se non fosse per (gli arabo-israeliani) e per gli ebrei parassiti come loro, il prodotto interno lordo pro capite in Israele salirebbe perfino oltre il livello di quello europeo,” egli scrive.

anche chi è discriminato, quindi, se non i componenti della maggioranza ebraica? Il PIL pro capite in Israele ha ragiunto il suo livello attuale non per merito del governo, ma per quello degli imprenditori ebrei che hanno tratto benefici per sé e per l’economia, con vantaggi anche per gli arabi.”

Secondo l’autore, gli arabo-israeliani vivono in semi autonomia “ accaparrando” più risorse di quelle che forniscono o che meritano, ma “non alzerebbero un dito per migliorare la loro situazione economica”

Riguardo ai sentimenti degli arabo-israeliani verso lo Stato, Israeli scrive che “non li abbiamo visti mettersi in fila per donare il sangue per i feriti delle guerre di Israele, oppure essere presenti per sostituire il personale mandato a combattere ai confini, per proteggere anche loro.”

Egli dice che non è così che una minoranza che vuole integrarsi dovrebbe comportarsi.

Egli scrive: “Questo è il comportamento di una quinta colonna, non di cittadini leali. Mentre non li abbiamo sentiti esaltare i progressi scientifici e tecnici del loro Paese, dei cui risultati desiderano usufruire completamente, hanno espresso ammirazione per la capacità di Saddam Hussein di attaccare Israele, per la combattività di Hezbollah e per l’abilità della Jihad islamica di colpire al cuore il loro Paese.”

Nel suo capitolo finale Israeli intende risvegliare l’opinione pubblica israeliana che secondo lui sembra non accorgersi del pericolo. Egli ricorda che durante la Seconda Guerra Mondiale, la Gran Bretagna ha imprigionato persone che il ministero dell’Interno riteneva sospette e che gli Stati Uniti hanno messo in campi di internamento i cittadini di origine giapponese.

Ma dice che l’indebolita Israele ha perso la voglia di esistere come Stato ebraico, e “sebbene gli arabi s’identifichino apertamente con il nemico, non gli succederà niente di male. Non soltanto non vengono rinchiusi nei campi di internamento, ma possono stare nel nostro parlamento.”

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




La mossa con cui Israele e USA immobilizzano la Palestina.

Rashid Khalidi

The Nation, 5 giugno 2017

L’occupazione israeliana è possibile solo grazie al sostegno incondizionato degli USA, ma il giorno del giudizio si avvicina.

In questo 50° anniversario della più lunga occupazione militare della storia moderna, c’è chi festeggia. È del tutto appropriato che questi festeggiamenti includano una sessione congiunta del Congresso americano con la Knesset israeliana, mediante una connessione video. È appropriato perché il controllo israeliano su Gerusalemme Est, sulla Cisgiordania, sulla Striscia di Gaza e sulle alture del Golan è possibile soltanto grazie al continuo sostegno ricevuto dagli USA a partire dal giugno 1967 e proseguito fino ad oggi. Questa quindi non è solo un’occupazione israeliana. In effetti, fin dall’inizio è stata un’impresa congiunta, un condominio israelo-americano, per così dire. Anche se le varie forme di violenza necessarie per mantenere un controllo straniero su quasi 5 milioni di persone sono state gestite interamente da Israele, il peso dell’operazione in termini di soldi, armi e diplomazia è stato sostenuto soprattutto dall’America.

Fino a che punto il sostegno americano sia la condizione sine qua non di questa cinquantennale occupazione si può vedere dalla differenza tra il modo in cui le conquiste di Israele del 1967 sono state trattate dall’amministrazione Johnson e successive, e il modo in cui il presidente Eisenhower reagì alle conquiste della guerra del 1956. In quest’ultimo caso, la reazione USA fu inequivocabile ed energica: pochi giorni dopo l’attacco israelo-anglo-francese all’Egitto, Washington fece approvare una risoluzione ONU che chiedeva l’incondizionato e immediato ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza e dal Sinai che aveva occupato. Sotto la forte pressione americana, Israele ubbidì a denti stretti nel giro di sei mesi.

Io stesso, quando avevo 18 anni, il 9 giugno 1967 fui testimone di un episodio che indicava quanto erano cambiate le cose dal 1956. Nel quarto giorno della guerra, ero seduto nella tribuna del pubblico al Consiglio di Sicurezza (mio padre lavorava per il Segretariato ONU e io ero a casa dopo il college). Vidi l’ambasciatore americano Arthur Goldberg fare ostruzionismo per ore, per impedire che il Consiglio obbligasse Israele a interrompere quella che sembrava un’avanzata inesorabile verso Damasco. Malgrado successive risoluzioni per una tregua del Consiglio di Sicurezza, e grazie al tacito sostegno degli USA, quell’avanzata non si fermò fino al giorno successivo.

Ma il peggio doveva ancora venire. Mentre nel 1956 passarono solo alcuni giorni prima che l’ONU intervenisse, ci vollero ben cinque mesi perché fosse approvata una risoluzione sulla guerra del 1967. E quando ciò avvenne, il 22 novembre 1967, la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza si ispirava essenzialmente ai desiderata di Israele, con l’indispensabile appoggio degli Stati Uniti. La risoluzione 242 non era affatto categorica, anzi: il ritiro di Israele dalle zone appena conquistate era subordinato al raggiungimento di confini “sicuri,” termine che si è dimostrato infinitamente flessibile nel vocabolario israeliano. Questa flessibilità ha permesso 50 anni di ritardo per quanto riguarda i territori occupati di Palestina e Siria. In aggiunta, nella sua versione inglese, la 242 non chiedeva il ritiro da tutta la terra presa nella guerra di giugno, ma solo “da territori occupati” durante il conflitto. Col largo sostegno americano, Israele è riuscita a far passare carrozza e cavalli attraverso quello che sembrava un piccolo varco.

Altre frasi della 242, come il passaggio che sottolinea “l’inammissibilità di acquisire territori con la guerra,” sembrano messe lì per bilanciare quelle importanti concessioni fatte alla posizione di Israele. Tuttavia, quali siano le parti veramente importanti della 242 è indicato da quella sessione congiunta del Congresso e della Knesset a cui accennavo, al culmine di 50 anni di accondiscendenza americana rispetto a un’occupazione che in pratica è coperta dai soldi, dalle armi e dall’appoggio diplomatico americano. Tra l’altro, questa è un’occupazione di cui il governo israeliano nega l’esistenza, e che il presidente americano non ha ritenuto degna di essere ricordata neanche una volta col suo nome durante la sua recente visita in Palestina e Israele.

Val la pena ricordare un altro punto cruciale della 242. All’inizio, il conflitto in Palestina era di tipo coloniale, tra la maggioranza palestinese indigena e il movimento sionista che cercava di ottenere la sovranità nel paese alle spese –e, alla fine, al posto– di quella maggioranza. La natura di questo conflitto era stata in parte riconosciuta dalla risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 1947, che prevedeva la spartizione della Palestina in uno stato ebraico e uno arabo. Il primo avrebbe dovuto essere più grande del secondo, anche se a quel momento la proprietà ebraica di terra era meno del 7% del totale e gli arabi costituivano il 65% della popolazione e, in via di principio, avevano pieno diritto all’autodeterminazione in tutto il territorio di quello che giustamente consideravano ancora il loro paese.

La risoluzione 242 rappresentò un regresso anche rispetto al livello di bassa marea in cui si trovavano i palestinesi. Nel testo della risoluzione del 1967 non sono nominati né i palestinesi né il loro diritto a uno stato e al ritorno nelle loro case e nelle loro terre, cose che invece erano state confermate in precedenti risoluzioni, tutte appoggiate dagli Stati Uniti. C’è solo un blando riferimento a “una giusta soluzione del problema dei rifugiati.”

Ignorare arrogantemente la popolazione indigena, i suoi diritti e i suoi interessi è in effetti una tipica mossa coloniale, ed è quella che ha aperto la strada all’impresa israeliana d’insediamento coloniale che ha prosperato per 50 anni nei territori occupati. Va da sé che questo è avvenuto col pieno appoggio degli USA, anche se accompagnato da tiepide critiche. Il ministro degli esteri britannico Lord Balfour si era cimentato nella stessa manovra un secolo fa, non menzionando mai le parole ‘palestinese’ o ‘arabo’ nella sua famosa dichiarazione del 2 novembre 1917 in cui prometteva l’appoggio britannico per una “casa nazione” in una Palestina che all’epoca aveva una maggioranza araba del 94%.

Ignorando allo stesso modo i palestinesi e concedendo a Israele quello che voleva, la risoluzione 242 rappresentava così una rivoluzione diplomatica che era totalmente favorevole alla superpotenza regionale che si era appena ingrandita. Questa risoluzione, stilata dall’ambasciatore britannico Lord Carandon –che ripeteva il copione britannico di non prendere in considerazione i palestinesi– e fatta approvare dagli Stati Uniti, è diventata il banco di prova per la pace arabo-israeliana. Vista la sua origine perversa, non sorprende che questa mal concepita risoluzione non ha prodotto pace, ma è stata invece la foglia di fico per una interminabile occupazione militare delle terre di Siria e Palestina.

La scena a cui ho assistito il 9 giugno 1967 al Consiglio di Sicurezza era solo un indizio della grande svolta promossa dal presidente Johnson e dai suoi consiglieri entusiasti di Israele, tra cui Clark Clifford (che era stato determinante nel consigliare al presidente Truman di sostenere Israele nel 1947 e 1948), Arthur Goldberg, McGeorge Bundy, Abe Fortas, e i fratelli Walt ed Eugene Rostow. Costoro, insieme ad altri, avevano fatto in modo che, prima della guerra di giugno 1967, Israele ricevesse il preliminare via libera americano per sferrare il primo colpo contro gli eserciti arabi, cosa che non era stata fatta al tempo dell’avventura israeliana di Suez messa in atto nel 1956 insieme a Francia e Gran Bretagna. Alcuni di questi consiglieri ebbero un ruolo nella trattativa di quella che divenne la risoluzione 242.

Nel 1967 Israele aveva già cominciato a ricevere alcune consegne di armi americane, anche se vinse la guerra di quell’anno soprattutto con armi francesi e britanniche, così come aveva fatto nel 1956. All’indomani della sua schiacciante vittoria del 1967, Israele divenne un importante alleato nella Guerra Fredda, iniziando un rapporto molto più stretto con gli Stati Uniti e contro gli stati arabi che erano allineati con l’Unione Sovietica. Col passare del tempo, questa alleanza con Israele è diventata più stretta di quella con qualunque altra nazione; infatti l’aiuto militare è salito a più di 1 miliardo di dollari all’anno dopo il 1973, e a più di 4 miliardi annui oggi (e questo aiuto va a un paese relativamente ricco, con un reddito annuo pro capite di quasi 35.000 dollari). Dal 1967 Israele è stato coccolato dagli Stati Uniti, sia che le sue azioni aiutassero gli interessi USA sia che li danneggiassero. Questa intimità è arrivata al punto che esponenti politici di ambedue le parti competono uno con l’altro nel proclamare che non lasceranno “nemmeno uno spiraglio” tra le posizioni dei due paesi.

Nonostante le esaltazioni di questa unità di vedute tra dirigenti americani e israeliani per quanto riguarda il sostegno all’ininterrotto processo di occupazione e colonizzazione della Palestina, il giorno del giudizio si avvicina. Ce ne sono avvisaglie da tutte le parti. Intanto, il partito democratico è spaccato tra i dirigenti della vecchia guardia che sono ciecamente pro-israeliani e una base più giovane e più aperta che è in grado di vedere cosa sta veramente accadendo in Palestina. La risoluzione approvata il 21 maggio dal partito democratico della California è un segno dei tempi. Questa risoluzione condanna l’incapacità degli ultimi governi di ”fare passi concreti per cambiare lo status quo e dar luogo a un vero processo di pace”, al di là di qualche blanda critica all’occupazione. E continua disapprovando “gli insediamenti illegali nei territori occupati” e chiedendo una “giusta pace basata sulla piena eguaglianza e sicurezza sia per gli ebrei che per i palestinesi,” oltre ad “autodeterminazione, diritti civili, e benessere economico per il popolo palestinese.”

Cinquanta anni dopo l’euforia che in Israele e a Washington accompagnò l’inizio dell’occupazione, la nascita di un nuovo stato d’animo si può avvertire nei campus universitari, tra i più giovani –tra cui molti ebrei americani– le minoranze, alcune chiese, sinagoghe, associazioni accademiche, sindacati e la base del partito democratico. C’è naturalmente una potente e ben finanziata controffensiva verso questo risveglio, che ha connessioni con l’amministrazione Trump e con la dirigenza del partito democratico ed è riecheggiata dalla gran parte dei principali media. La si riconosce al colmo dell’isteria nei suoi tentativi di soffocare in molti stati il dibattito con mozioni anti-BDS (19 delle quali già convertite in legge), così come nel bando israeliano all’ingresso nel paese di sostenitori del BDS e alle leggi contro gli israeliani che appoggiano il BDS.

Ma anche se queste misure possono avere qualche effetto, non possono alla lunga sopprimere il disgusto che le politiche di Israele hanno prodotto in tanti americani e tanti cittadini di altri paesi. Il sostegno dall’esterno è stato sempre un elemento cruciale nella contesa sulla Palestina. Nei primi decenni dopo la dichiarazione Balfour, l’impresa sionista non avrebbe potuto imporsi senza l’aiuto determinante della Gran Bretagna. Allo stesso modo, Israele non avrebbe potuto mantenere per 50 anni la sua occupazione senza il supporto americano. La reazione quasi isterica alla crescita nel mondo di critiche all’occupazione militare israeliana di terre arabe e alla sua impresa coloniale, mostra che i leader israeliani e i loro sostenitori americani sono perfettamente consapevoli di queste nuove realtà. La tragedia è che ci son voluti quasi 70 anni dalla guerra del 1948 e 50 anni dal 1967 per arrivare a questo punto, che è solo l’inizio del cammino verso la piena uguaglianza, l’autodeterminazione, i diritti civili, la sicurezza e il benessere economico sia per gli ebrei israeliani che per i palestinesi.

Rashid Khalidi, “Edward Said Professor” di Studi Arabi alla Columbia University, è autore del recente Brokers of Deceit: How the U.S. Has Undermined Peace in the Middle East.

https://www.thenation.com/article/israeli-american-hammer-lock-palestine/

www.assopacepalestina.org

Traduzione di Donato Cioli




Seguire il percorso della causa palestinese a partire dal 1967

Nadia Hijab, Mouin Rabbani, 5 giugno 2017 Al-Shabaka

Guardando al passato

Alla vigilia del 5 giugno 1967 i palestinesi erano dispersi tra Israele, la Cisgiordania (inclusa Gerusalemme est) governata dalla Giordania, la Striscia di Gaza amministrata dall’Egitto e le comunità di rifugiati in Giordania, Siria, Libano e altri Paesi più lontani.

Le loro aspirazioni di salvezza ed autodeterminazione poggiavano sugli impegni dei leader arabi a “liberare la Palestina” – che all’epoca si riferiva a quelle parti della Palestina mandataria che erano diventate Israele nel 1948 – e soprattutto sul carismatico leader egiziano Gamal Abdel-Nasser.

La Guerra dei Sei Giorni, che portò all’occupazione israeliana dei territori palestinesi di Cisgiordania, Gerusalemme est e Striscia di Gaza, delle alture del Golan siriane e della penisola del Sinai egiziana, apportò drastiche modifiche alla geografia del conflitto. Produsse anche un profondo cambiamento nella politica palestinese. Con una netta rottura rispetto ai decenni precedenti, i palestinesi divennero padroni del proprio destino invece che spettatori di decisioni regionali ed internazionali che influivano sulle loro vite e determinavano la loro sorte.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che era stata fondata nel 1964 sotto l’egida della Lega Araba nel suo primo incontro al vertice, nel 1968-69 fu surclassata dai gruppi guerriglieri palestinesi che si erano sviluppati clandestinamente dagli anni ’50, con a capo Fatah (il movimento nazionale di liberazione palestinese). La sconfitta araba del 1967 determinò un vuoto in cui i palestinesi riuscirono a ristabilire l’egemonia sulla questione della Palestina, a trasformare le componenti disperse della popolazione palestinese in un popolo unito e in un soggetto politico ed a porre la causa palestinese al centro del conflitto arabo-israeliano.

Questo, che è stato forse il più importante risultato dell’OLP, ha tenuto alto lo spirito della richiesta palestinese di autodeterminazione, nonostante la miriade di ferite inferte da Israele e da alcuni Stati arabi – e nonostante quelle autoinflitte. Le sconfitte subite dall’OLP sono state molte, anche se è riuscita a porre la questione palestinese ai primi posti dell’agenda internazionale. Vale la pena ripercorrere i successi e le sconfitte dell’OLP per comprendere in che modo il movimento nazionale palestinese è arrivato alla situazione attuale.

La prima vittoria dell’OLP ha anche gettato i semi di una sconfitta. La battaglia di Karameh del 1968 nella Valle del Giordano, in cui i guerriglieri e l’esercito giordano respinsero un corpo di spedizione israeliano molto più potente, guadagnò al movimento molti aderenti palestinesi ed arabi, sia rifugiati, sia guerriglieri, sia uomini d’affari di tutto lo spettro politico. Al tempo stesso, l’implicita minaccia alla monarchia hashemita era evidente e le relazioni palestinesi con la Giordania peggiorarono fino a che l’OLP venne espulso dalla Giordania durante il ‘settembre nero’ del 1970. Questo in pratica ha significato che l’OLP non ebbe più una potenzialità militare credibile contro Israele, ammesso che l’abbia mai avuta. Anche se i palestinesi avrebbero mantenuto un’estesa presenza militare in Libano fino al 1982, si trattava di una misera alternativa alla più lunga frontiera araba con la Palestina storica.

Durante la guerra dell’ottobre 1973, l’Egitto e la Siria ottennero parziali vittorie contro Israele, ma subirono anche gravi sconfitte, dimostrando che anche gli Stati arabi avevano solo limitate possibilità contro Israele. Al tempo stesso, il movimento nazionale palestinese raggiunse il suo culmine a livello internazionale con il discorso del defunto leader palestinese Yasser Arafat all’Assemblea Generale dell’ONU nel 1974, con il riconoscimento da quel momento dell’OLP come l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. In quello stesso anno l’OLP iniziò anche a porre le basi per una soluzione di due Stati quando il suo parlamento, il Consiglio Nazionale Palestinese, adottò un piano in 10 punti per istituire una “autorità nazionale” in ogni parte della Palestina che era stata liberata.

Il processo fu necessariamente dolorosamente lento, in quanto condusse la maggioranza dei palestinesi a riconoscere che un eventuale Stato palestinese non sarebbe stato stabilito sulla totalità dei territori del precedente mandato britannico. Dal 1974, l’accettazione del dato di fatto di Israele come Stato e la creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, e nella Striscia di Gaza sarebbe progressivamente diventato l’obiettivo del movimento nazionale palestinese.

La visita a Gerusalemme dell’allora presidente egiziano Anwar Sadat nel 1977, che condusse agli Accordi di Camp David del 1979 e al ritiro di Israele dalla penisola del Sinai, completato nell’aprile del 1982, aprì la strada all’invasione israeliana del Libano nello stesso anno. Il principale obiettivo di Israele era estromettere l’OLP dal Paese e consolidare l’occupazione permanente dei Territori Palestinesi Occupati (TPO). Con l’uscita dal conflitto del più potente degli Stati arabi, la capacità dell’OLP di ottenere una soluzione di due Stati fu gravemente compromessa ed il conflitto arabo-israeliano si trasformò gradualmente in un conflitto iasraelo-palestinese, molto più conveniente per Israele.

Mentre l’OLP cercava di riunificarsi in Tunisia ed in altri Paesi arabi, nei TPO ebbe luogo una delle più grandi sfide ad Israele, con lo scoppio della prima Intifada nel dicembre 1987, in gran parte guidata da una leadership cresciuta all’interno [della Palestina]. Ciò riportò in auge l’opzione di contrastare in modo vincente Israele sulla base di una mobilitazione di massa non violenta in dimensioni che non si vedevano più dalla fine degli anni ’30.

Tuttavia l’OLP si dimostrò incapace di capitalizzare il successo locale e globale della prima Intifada. Alla fine, la dirigenza dell’OLP in esilio mise i propri interessi, soprattutto l’ambizione di ottenere l’ appoggio dell’Occidente, ed in particolare dell’America, al di sopra dei diritti nazionali del popolo palestinese, espressi nella Dichiarazione di Indipendenza adottata nel 1988 ad Algeri.

Queste contraddizioni divennero palesi nel 1992-93, quando la dirigenza palestinese dovette scegliere se appoggiare la posizione negoziale della delegazione palestinese a Washington, che insisteva su una moratoria totale delle attività di colonizzazione israeliane [in Cisgiordania] come precondizione per accordi transitori di autogoverno, oppure condurre negoziati segreti con Israele che concessero molto meno, ma la riportarono ad una posizione di rilievo internazionale sulla scia del conflitto del Kuwait del 1990-91. In seguito agli accordi di Oslo del 1993, l’OLP riconobbe Israele e il suo “diritto ad esistere in pace e sicurezza”, nel contesto di un documento che non menzionava né l’occupazione, né l’autodeterminazione, né l’esistenza di uno Stato, o il diritto al ritorno. Prevedibilmente, i decenni seguenti hanno visto un’accelerazione esponenziale del colonialismo di insediamento israeliano e l’effettiva vanificazione delle intese per l’autonomia previste in vari accordi israelo-palestinesi.

Guardando avanti

Sotto alcuni aspetti, oggi la situazione è tornata al punto di partenza del 1967. Il movimento nazionale palestinese complessivamente unitario che è stato egemone dagli anni ’60 agli anni ’90 si è disintegrato, forse in modo definitivo. Oggi è diviso tra Fatah e Hamas, con quest’ultimo, insieme alla Jihad islamica, escluso dall’OLP, mentre dilagano le divisioni all’interno di Fatah e dell’OLP. I palestinesi a Gaza soffrono tremendamente sotto un assedio israeliano decennale, che sta peggiorando a causa delle pressioni su Hamas da parte dell’ANP e di Israele. I palestinesi nei campi profughi in Siria e in Libano stanno patendo terribilmente per la guerra civile in Siria e la precedente frammentazione dell’Iraq, ed anche per i conflitti tra differenti gruppi all’interno dei campi.

Quanto ad Israele, il 1967 lo ha trasformato da Stato della regione a potenza regionale. E’ impaziente di normalizzare i rapporti con l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo arabo, usando l’Iran come spauracchio per alimentare questa relazione. A sua volta, vuole usare tale alleanza per imporre un accordo ai palestinesi che di fatto perpetuerebbe il dominio israeliano, ottenendo un trattato di pace finale in cui manterrebbe il controllo della sicurezza nei TPO, conserverebbe le sue colonie e continuerebbe la colonizzazione.

Ma sul percorso di Israele verso la legittimazione dell’occupazione continuano a sussistere ostacoli, che mantengono aperta la porta ad un movimento e ad una strategia palestinesi per ottenere diritti e giustizia. Non è cosa da poco il fatto che, in un lasso di tempo di mezzo secolo, nessuno Stato abbia formalmente approvato l’occupazione israeliana del territorio palestinese – o siriano. Se da un lato i governi europei, ad esempio, hanno temuto che facendolo avrebbero compromesso i loro rapporti con altri Paesi della regione, dall’altro sono anche tra i più impegnati a sostenere un ordine internazionale basato sulle leggi; il ricordo della Prima e della Seconda Guerra Mondiale non è stato cancellato. Essi quindi non possono riconoscere l’occupazione israeliana, anche se non sono stati in grado di sfidare Israele negli stessi termini con cui hanno affrontato l’occupazione russa della Crimea.

Inoltre l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, poco dopo che lo scorso anno il Regno Unito ha votato per abbandonare l’Unione Europea, rafforza la determinazione dell’Unione Europea a consolidare il proprio potere economico e politico e a ridurre la dipendenza dagli USA per la difesa. Questo offre ai palestinesi un’opportunità per appoggiare le modeste misure europee, come il divieto di finanziare la ricerca delle imprese delle colonie israeliane e l’etichettatura dei prodotti delle colonie, e per promuovere la distinzione tra Israele e la sua impresa coloniale, per usare le parole della Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di dicembre 2016.

Israele sta incontrando resistenza anche in situazioni inaspettate. Mentre il movimento nazionale palestinese si è indebolito, il movimento globale di solidarietà con la Palestina, compreso il movimento a guida palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), lanciato nel 2005, è cresciuto rapidamente, soprattutto in seguito ai ripetuti attacchi israeliani alla Striscia di Gaza. Questo contrasta con la situazione negli anni ’70 e ’80, quando l’opinione pubblica occidentale tendenzialmente dava un ampio sostegno ad Israele. Israele sta reagendo ferocemente contro questo movimento, assimilando le critiche ad Israele con l’antisemitismo e istigando i legislatori negli USA ed in Europa a vietare le iniziative di boicottaggio. Tuttavia finora non è riuscito a soffocare il dibattito o a impedire alle chiese e ai gruppi studenteschi in tutti gli USA di sostenere attività di solidarietà con il popolo palestinese.

L’opposizione di Israele è anche indebolita in conseguenza di una terza tendenza che è interamente autoprodotta. Il fatto che sia riuscito a violare impunemente il diritto internazionale con la sua occupazione dei territori palestinesi, così come con i propri cittadini palestinesi, lo sta portando a strafare. Persino la determinazione di Trump a “fare un accordo” che consegnerebbe sicuramente ad Israele vaste porzioni della terra palestinese ed il controllo permanente sulla sicurezza, probabilmente si scontrerà con il sempre più potente movimento di destra [israeliano], che respinge per principio ogni concessione ai palestinesi.

Certo, la crescente ondata di quella che può solo essere definita come legislazione razzista sta palesando non solo le sue azioni attuali, ma anche quelle del periodo precedente e immediatamente successivo al 1948. Per esempio, per citarne solo alcune, la legge sulla cittadinanza e sulla famiglia, prorogata ogni anno dal 2003, nega ai cittadini palestinesi di Israele il diritto a sposare palestinesi dei territori occupati e di parecchi altri Paesi; la continua distruzione di villaggi palestinesi all’interno di Israele, come anche in Cisgiordania; la legge che legalizza retroattivamente il furto di terre private palestinesi in Cisgiordania. Tutto ciò rende impossibile immaginare che Israele accetti valori sia universali che “occidentali”, quali lo stato di diritto e l’uguaglianza.

Un utile indicatore di questo disvelamento è il rapido aumento di ebrei non israeliani che si allontanano sempre più da Israele, comprese associazioni come ‘Jewish Voice for Peace’. Quando prendono la parola, le rituali accuse di antisemitismo sono facilmente confutate ed essi legittimano altri a prendere posizioni simili.

Un altro ambito in cui Israele ha esagerato è stato fare del sostegno ad esso una questione di parte. Dal momento che il partito repubblicano [americano] assicura che non ci sono problemi tra sé ed Israele, l’opinione tra le fila del partito democratico si sposta stabilmente a favore dei diritti dei palestinesi ed i rappresentanti democratici sono lentamente sempre più incoraggiati ad alzare la voce.

Queste tendenze di lungo termine contrarie alle violazioni israeliane delle leggi internazionali non possono di per sé salvaguardare i diritti dei palestinesi. Il passaggio dall’egemonia araba sulla questione della Palestina all’egemonia palestinese alla fin fine ha prodotto il disastro di Oslo. Ciò che è necessario è una formula che unisca la mobilitazione palestinese in patria e all’estero con una strategia araba per conseguire l’autodeterminazione. E, benché gli sforzi per trasformare l’OLP in un reale rappresentante nazionale [del popolo palestinese] siano finora falliti, esistono modi per fare pressione su componenti dell’OLP che ancora funzionano – per esempio, in Paesi dove dei settori di rappresentanza diplomatica palestinese sono tuttora efficienti – allo scopo di rilanciare il programma e la strategia nazionali.

Oggi i palestinesi si trovano senza dubbio nella peggiore situazione che abbiano vissuto a partire dal 1948. Eppure, se mobilitano le risorse che hanno a disposizione – anzitutto e soprattutto il proprio popolo ed il crescente bacino di consenso mondiale nei confronti dei loro diritti e della loro libertà – possono ancora elaborare e mettere in atto con successo una strategia per garantirsi il loro posto al sole.

Nadia Hijab

Nadia Hijab è direttrice esecutiva di ‘Al-Shabaka: the Palestinian policy network’, che ha co-fondato nel 2009. E’ spesso relatrice di conferenze e commentatrice sui media ed è ricercatrice presso l’Istituto di Studi sulla Palestina. Il suo primo libro, Womanpower: the arab debate on women at work [Manodopera femminile: il dibattito arabo sul lavoro delle donne] , è stato pubblicato dalla Cambridge University Press ed è inoltre co-autrice di Citizens apart: a portrait of the palestinian citizens of Israel [Cittadini messi da parte: un ritratto dei cittadini palestinesi di Israele] (I.B. Tauris).

Mouin Rabbani

Il consulente politico di Al-Shabaka Mouni Rabbani è uno scrittore ed analista indipendente specializzato nella questione palestinese e nel conflitto arabo-israeliano. E’ ricercatore presso l’Istituto per gli Studi sulla Palestina ed è tra i redattori del Middle East Report. I suoi articoli sono usciti anche su The National ed ha scritto articoli di commento per il New York Times.

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente, neutrale e non-profit, il cui obiettivo è educare e favorire il dibattito pubblico sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel contesto del diritto internazionale.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Oltre il binomio: due Stati, uno Stato, Stato fallito, nessuno Stato

Al Shabaka

 Amal Ahmad – 30 maggio 2017

Benché la comunità internazionale abbia accolto la soluzione dei due Stati fin dall’inizio degli anni ’90, è diventato evidente che la frammentazione del popolo e del territorio palestinesi da parte di Israele durante gli scorsi 50 anni è intesa a rendere impossibile uno Stato palestinese sovrano.

Mentre i politici spiegano questo fatto come il risultato di incomprensioni o opportunità non colte dalle due parti, la spiegazione corretta è che, nei fatti, Israele non vuole i due Stati. Questa conclusione comprometterebbe il suo obiettivo di mantenere diritti privilegiati per gli ebrei israeliani nel territorio sotto il suo controllo. Molti progressisti ora sostengono che uno Stato con pari diritti per tutti sia la logica alternativa. Mentre un simile Stato binazionale potrebbe essere giusto, è altamente improbabile, soprattutto a breve e medio termine.

E’ più probabile un certo numero di alternative più ciniche:

  • Come ha sottolineato l’analista di Al-Shabaka Asem Khalil, un prolungato e intensificato status quo vedrebbe la costante gestione da parte di Israele di un’entità palestinese non sovrana e dipendente in Cisgiordania. Una soluzione provvisoria per Gaza potrebbe essere raggiunta con l’Egitto, con una limitata possibilità di movimento di beni e persone. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) rimarrebbe un’élite di intermediari per la popolazione palestinese, e la mancanza di possibilità finanziarie e per lo sviluppo dell’entità palestinese contribuirebbe a renderla uno Stato fallito.

  • Come mostra la mia analisi, con il tempo questo scenario potrebbe diventare più radicato istituzionalmente attraverso una soluzione permanente del non-Stato, in base alla quale Israele controllerebbe per sempre i palestinesi assegnando qualche settore di governo a un’autorità locale non sovrana.

  • Un risultato simile coinvolgerebbe tre Stati, che comprendono Israele, un mini-Stato demilitarizzato nella Striscia di Gaza tenuto sotto controllo dall’Egitto e uno “Stato della Cisgiordania” (dei coloni).

Il caos potenziale del periodo successivo ad Abbas amplifica la plausibilità di questi scenari. Ogni lotta violenta per il potere all’interno di Fatah porterebbe ad un’ulteriore frammentazione e potenzierebbe la capacità di Israele di promuovere la costituzione di uno Stato a Gaza per i palestinesi, rafforzando al contempo la sua presenza in Cisgiordania. Se l’ANP dovesse collassare, un’ondata di emigrazione verso la costa est [del Giordano, cioè in Giordania, ndtr.] potrebbe ulteriormente incentivare la possibilità di questo esito.

Raccomandazioni di politica

1. Chi si occupa seriamente di una soluzione del conflitto israelo-palestinese deve superare il binomio uno o due Stati e discutere le implicazioni di una soluzione del non-Stato per l’autodeterminazione dei palestinesi.

2. I palestinesi devono comprendere la possibilità che lo status quo diventi un’erosione permanente dei loro diritti in assenza di strategie di resistenza che abbiano successo.

3. La comunità internazionale deve abbandonare l’assunto che lo status quo è un periodo di transizione successivo ad Oslo, oltre che l’approccio “aspettiamo e vediamo”. Deve ammettere il fallimento della sua politica e fissare meccanismi di controllo, anche riguardanti le violazioni delle leggi internazionali che minacciano di fossilizzare la situazione di apartheid.

Amal Ahmad, che fa parte di Al-Shabaka, è un economista e ricercatrice palestinese. Amal è stata stagista presso l’Istituto Palestinese di Ricerche Economiche a Ramallah prima di terminare un master in economia dello sviluppo presso la Scuola di Studi Orientali e Africani di Londra. Il suo lavoro si concentra sui rapporti fiscali e monetari tra Israele e Palestina. E’ anche interessata all’economia politica dello sviluppo in Medio Oriente in generale.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 16 – 29 maggio 2017 (due settimane)

A quanto riferito, la crisi elettrica di Gaza si è aggravata in seguito all’annuncio, da parte delle Autorità palestinesi di Ramallah, di una riduzione dei finanziamenti per l’acquisto di energia elettrica da Israele[e destinata alla Striscia di Gaza].

Se l’annuncio verrà confermato, aumenterebbero ulteriormente i tagli di corrente programmati, portandoli dalle attuali 18-20 ore/giorno ad oltre 22 ore/giorno. Nel frattempo la Centrale elettrica di Gaza, chiusa il 16 aprile dopo aver esaurito le proprie riserve di carburante, è rimasta ferma. Il Ministero della Salute di Gaza ha annunciato che attualmente, a causa del peggioramento della crisi elettrica e della crescente carenza di forniture mediche, almeno un terzo degli interventi chirurgici viene rinviato. Inoltre, durante la prossima estate, a causa della mancanza di energia elettrica e/o di combustibile per l’irrigazione, si prevede che Gaza soffrirà la carenza di prodotti alimentari di prima necessità, con conseguente forte aumento dei prezzi di alcuni prodotti. Questa situazione continua a compromettere la fornitura di servizi essenziali, già ora operanti a livelli minimi ed affidati al funzionamento di generatori elettrici di emergenza.

Il 25 maggio, nella Striscia di Gaza, le autorità di Hamas hanno giustiziato tre uomini condannati da uno speciale “tribunale militare di campo” per il coinvolgimento nell’omicidio, avvenuto il 24 marzo 2017, di un autorevole membro di Hamas, ed accusati inoltre di “collaborazione con un partito nemico”. L’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani ha fermamente condannato le esecuzioni capitali ed ha dichiarato che esse costituiscono una “privazione arbitraria della vita”.

Due aggressioni e presunte aggressioni palestinesi hanno provocato l’uccisione di due sospetti aggressori, uno dei quali minorenne, e il ferimento di un poliziotto israeliano. Il 22 maggio, ad un checkpoint a sud-est di Gerusalemme (“il Container”), le forze israeliane hanno colpito e ucciso un ragazzo palestinese di 15 anni, presumibilmente dopo che questi aveva tentato di aggredire con un coltello un poliziotto di frontiera che non ha riportato ferite. Il 23 maggio, nella città di Netanya (Israele), un 45enne palestinese ha pugnalato e ferito un poliziotto israeliano ed è stato successivamente colpito e ferito: è morto due giorni dopo per le ferite riportate. Inoltre, al checkpoint di Qalandia (Gerusalemme), una ragazza 14enne è stata arrestata per la presunta detenzione di un coltello.

Una ragazza palestinese di 16 anni è morta per le ferite da arma da fuoco riportate il 15 marzo, quando guidò l’auto contro una fermata dell’autobus dei coloni, al raccordo stradale di Gush Etzion (Hebron). Questo porta a 18, otto dei quali minorenni, il numero di palestinesi uccisi nel 2017 in Cisgiordania dalle forze israeliane nel contesto di scontri e di aggressioni e presunte aggressioni.

Il 18 maggio, un palestinese di 21 anni è stato colpito con arma da fuoco e ucciso da un colono israeliano che ha anche ferito un altro palestinese. L’episodio si è verificato in un tratto della strada 60 che attraversa l’abitato del villaggio di Huwwara (Nablus), durante una manifestazione in solidarietà con i detenuti palestinesi. Una ripresa video mostra il colono che investe i dimostranti che bloccavano il suo veicolo, dopo di che i palestinesi lanciano pietre contro il veicolo e il colono apre il fuoco. La polizia israeliana ha annunciato che su questo caso non sarà aperta alcuna inchiesta. Un giorno prima, sulla strada 60 nei pressi del villaggio di Silwad (Ramallah), in circostanze simili, un altro giovane palestinese era stato colpito e ferito da un colono israeliano.

Dopo l’episodio verificatosi a Huwwara [vedi sopra], coloni dell’insediamento di Yitzhar hanno incendiato 250 ulivi e un bulldozer, hanno fisicamente aggredito un pastore palestinese e hanno lanciato pietre contro veicoli palestinesi, danneggiandone almeno quattro. Negli ultimi anni, le fonti di sostentamento e la sicurezza di circa 20.000 palestinesi che vivono in sei villaggi circostanti l’insediamento di Yitzhar (Burin, Urif, Huwwara, Madama, Asira al Qibliye e Ein Abus) sono stati resi precari a causa della violenza e delle intimidazioni dei coloni.

Secondo i resoconti dei media israeliani, sei coloni israeliani sono stati feriti e almeno 16 veicoli sono stati danneggiati in diversi casi di lancio di pietre ad opera di palestinesi: vicino a Gerusalemme, Ramallah, Hebron e Betlemme.

293 palestinesi, di cui 54 minori, sono stati feriti nei territori palestinesi occupati durante scontri con le forze israeliane, in prevalenza durante le dimostrazioni in solidarietà con i detenuti palestinesi in sciopero della fame. Lo sciopero, condotto per richiedere migliorie delle condizioni di carcerazione e delle modalità delle visite dei familiari, è terminato il 27 maggio, dopo 40 giorni. Almeno 33 delle lesioni (11%) sono state causate da arma da fuoco, mentre la maggior parte delle rimanenti è stata causata da inalazione di gas lacrimogeno (quasi il 50%) e da proiettili di gomma (quasi il 30%).

Nei pressi della recinzione perimetrale di Gaza, palestinesi e forze israeliane si sono scontrati con conseguente ferimento di 16 palestinesi. Altri due palestinesi, presenti nell’Area ad Accesso Riservato (ARA) che costeggia la recinzione, sono stati colpiti e feriti. Durante il periodo di riferimento, nelle Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco in 27 casi.

In occasione del mese musulmano del Ramadan, iniziato il 27 maggio, le autorità israeliane hanno annunciato l’attenuazione delle restrizioni di accesso. Il provvedimento prevede il rilascio, per i palestinesi, di circa 200.000 permessi per visite familiari in Gerusalemme Est ed in Israele, senza limiti di età e senza bisogno di una carta magnetica. Nei venerdì e nel Laylat al-Qadr [la “Notte del Destino”, una notte fra le ultime dieci del Ramadan, nella quale Allah decide il destino di tutti per l’anno nuovo] uomini di età superiore a 40 anni, bambini di età inferiore a 12 anni e donne di ogni età saranno autorizzati ad entrare in Gerusalemme Est senza permesso. Ai principali checkpoint che controllano l’accesso a Gerusalemme Est verranno adottati orari di apertura più ampi e restrizioni attenuate; ai titolari di documenti di identificazione della Cisgiordania saranno rilasciati 500 permessi per l’aeroporto “Ben Gurion”. Per quanto riguarda i residenti di Gaza, durante il Ramadan, per le preghiere del venerdì, saranno rilasciati fino a 100 permessi di ingresso in Gerusalemme Est a persone di età superiore a 55 anni, e fino a 300 permessi a “gruppi speciali”.

Continua il calo delle demolizioni e delle confische nell’Area C ed in Gerusalemme Est. Registrato un solo caso nella zona di Beit Hanina, a Gerusalemme Est: per mancanza del permesso di costruzione rilasciato da Israele, una famiglia palestinese è stata costretta a demolire un ampliamento della propria casa; sono stati sfollati tre minori e sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di altre tre.

Il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni durante l’intero periodo di riferimento. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. Il valico è stato ultimamente aperto eccezionalmente il 9 maggio, portando a 16 il numero di giorni di apertura nel 2017.

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Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Una nuova realtà sotterranea sta prendendo forma lungo il confine tra Gaza e Israele

Amos Harel, 15 maggio 2017, Haaretz

L’aumentata pressione da parte di Abbas potrebbe spingere Hamas a cercare di compiere un’incursione oltre frontiera. La massiccia barriera israeliana anti-tunnel provoca il fatto che Hamas abbia aumentato i posti di vedetta – cosa non necessariamente negativa.

Nelle ultime settimane il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas ha progressivamente incrementato la pressione sul governo di Hamas nella Striscia di Gaza. Le misure punitive si sono susseguite: interruzione del pagamento della tassa sul combustibile importato, taglio di un terzo dei salari di 45.000 impiegati statali a Gaza che sono ancora pagati dall’ANP, interruzione dei pagamenti per l’elettricità di Gaza proveniente da Israele.

I funzionari israeliani della Difesa hanno ancora difficoltà a spiegare il cambiamento di approccio da parte di Abbas, visto che nell’ultimo decennio, fin da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia, non ha mai affrontato direttamente l’organizzazione. L’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon nel 2003 disse di Abbas: “Il pulcino non ha ancora messo le piume”. Ma adesso che il pulcino ha compiuto 82 anni, qualcosa evidentemente è cambiato.

Una possibile spiegazione è che Abbas pensi che Hamas alla fine si troverà di fronte a una rivolta interna – una speranza condivisa da alcuni israeliani. L’ipotesi è che i gazawi scenderanno in piazza, proprio come gli egiziani che hanno riempito piazza Tahrir al Cairo sei anni fa, e deporranno il governo islamico di Gaza.

A tutt’oggi comunque non vi sono segnali di un tale evento. Lo scorso inverno, quando si sono verificati problemi simili con la fornitura di energia, è scoppiata una breve ondata di proteste, ma Hamas è stata in grado di reprimerle.

L’aggravamento dei problemi degli abitanti di Gaza

Questa primavera il panorama è un po’ diverso. Le gravi riduzioni di energia colpiscono principalmente le istituzioni pubbliche, come ospedali e scuole. Molti gazawi, abituati alle interruzioni della fornitura di energia, hanno comprato dei generatori in proprio. Far funzionare un generatore costa molti soldi, ma potrebbe non essere ancora sufficiente perché i gazawi giungano al punto di rottura.

Anche se la popolazione perdesse la pazienza, è difficile che i capi di Hamas rinuncino al loro progetto più importante, il governo islamista che hanno imposto a Gaza dal maggio del 2007. Piuttosto, se la pressione aumentasse, probabilmente cercheranno un’altra via per uscire dalla trappola.

Un’opzione potrebbe essere quella di incoraggiare la popolazione a fare manifestazioni “spontanee” lungo il confine con Israele, nel tentativo di dirottare la rabbia verso Israele (ogni dura reazione da parte dei soldati israeliani inasprirebbe ulteriormente la situazione). Un’altra alternativa è l’azione militare – un raid oltre frontiera attraverso un tunnel o in altro modo, che svierebbe l’attenzione della gente dalla responsabilità di Hamas per le sofferenze del suo popolo.

Le sofferenze si stanno aggravando in quanto Hamas, che raccoglie le tasse su ogni minimo prodotto che entra nella Striscia, sta ancora destinando la maggior parte del denaro disponibile per rafforzare le proprie potenzialità militari. Questa settimana, il numero di camion che trasportano merci da Israele e Cisgiordania a Gaza è stato in media di 1000 al giorno – cinque volte la media giornaliera prima dell’ultimo conflitto tra Hamas e Israele nell’estate del 2014.

Dichiarazioni di Hamas

Una nuova realtà sta prendendo forma lungo il confine tra Gaza ed Israele. Con discrezione, Israele ha iniziato a costruire una nuova barriera contro i tunnel che attraversano il confine. La barriera comprende un muro sotterraneo, una recinzione sul terreno ed un complesso sistema di sensori e dispositivi di monitoraggio. I lavori sono iniziati in alcuni brevi tratti vicino alla zona nord di Gaza e si prevede che nei prossimi mesi verranno notevolmente incrementati.

Hamas sorveglia da vicino. All’interno di Gaza, a circa 300 metri dal confine, l’organizzazione ha aumentato in modo significativo il numero dei suoi posti di vedetta. Quasi sempre, quando dal lato israeliano compaiono gru ed escavatori, spuntano le vedette dal lato palestinese.

Questo non è necessariamente negativo dal punto di vista israeliano. La “pattuglia di confine” di Hamas si adopera per impedire agli infiltrati di entrare in Israele. Arresta la maggior parte di loro ed in un caso recente ha persino aperto il fuoco contro un palestinese che cercava di entrare in Israele. Alti ufficiali israeliani dicono che Hamas si sta anche impegnando ad impedire il lancio di razzi.

Gli avamposti di Hamas aiutano anche l’esercito [israeliano] a reagire immediatamente se un razzo o un’arma fa fuoco comunque su Israele. Cioè gli avamposti diventano obbiettivi che Israele attacca sulla base del fatto che Hamas è responsabile per qualunque cosa avvenga nel territorio sotto il suo controllo.

Evidentemente anche Hamas comprende le regole del gioco. Altrimenti è difficile spiegare perché quasi nessuno è stato ferito in questi attacchi punitivi israeliani.

E’ chiaro che lungo il confine di Gaza è stato intrapreso un impegnativo progetto costruttivo. La barriera sarà lunga solo circa 65 chilometri, più o meno un quarto della lunghezza della barriera lungo il confine israelo-egiziano, ma il lavoro sul confine di Gaza è incomparabilmente più complesso.

Quando gli storici e i geografi studieranno i confini israeliani nel corso degli ultimi due decenni, scopriranno che un personaggio poco conosciuto ha influenzato la topografia più di tutti i leader e i generali messi insieme. Quest’uomo è il generale di brigata Eran Ophir, capo dell’amministrazione militare per la costruzione della barriera. Dopo la barriera di separazione in Cisgiordania, quella lungo il confine egiziano e quella sulle alture del Golan, adesso Ophir si sta occupando della barriera lungo il confine di Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Human Rights Watch: La FIFA decide di continuare a ‘sponsorizzare i giochi nelle terre rubate (palestinesi)’

11 maggio 2017 Ma’an News

BETLEMME (Ma’an) – Human Rights Watch (HRW) ha condannato la cancellazione di una votazione alla conferenza della FIFA di giovedì nella capitale del Bahrein Manama, che avrebbe dovuto decidere se la partecipazione di sei squadre di calcio israeliane con base nelle colonie illegali israeliane in Cisgiordania sarebbe stata ammessa alle gare nei territori palestinesi, affermando che l’associazione internazionale del football ha deciso di continuare a “sponsorizzare i giochi sulle terre rubate.”

BETLEMME (Ma’an) – Human Rights Watch (HRW) ha condannato la cancellazione di una votazione alla conferenza della FIFA di giovedì nella capitale del Bahrein Manama, che avrebbe dovuto decidere se la partecipazione di sei squadre di calcio israeliane con base nelle colonie illegali israeliane in Cisgiordania sarebbe stata ammessa alle gare nei territori palestinesi, affermando che l’associazione internazionale del football ha deciso di continuare a “sponsorizzare i giochi sulle terre rubate.”

Era previsto che il congresso tenesse una votazione finale sulla risoluzione palestinese che proibiva di giocare le gare della FIFA nelle colonie israeliane – costruite nei territori palestinesi occupati, in violazione del diritto internazionale.

HRW, insieme ad altre organizzazioni, ha chiesto alla FIFA di impedire all’Associazione di Football Israeliana (IFA) di “organizzare attività calcistiche” nei territori palestinesi ed ha ribadito l’illegalità delle colonie israeliane disseminate nei territori, in base alla Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta ad una potenza occupante di trasferire la propria popolazione civile nel territorio da essa occupato, configurando così tali azioni come crimine di guerra.

La questione ha costituito una preoccupazione cruciale per l’Associazione di Football Palestinese (PFA) e nel maggio 2015 è stato creato il Comitato di monitoraggio della FIFA per Israele-Palestina, guidato da Tokyo Sexwale. Il comitato era responsabile di mettere sotto osservazione le restrizioni da parte di Israele alla libertà di movimento dei giocatori palestinesi e la legalità delle squadre israeliane con sede nelle colonie illegali in Cisgiordania.

Secondo Al Jazeera il mandato del comitato doveva scadere a maggio. Tuttavia il presidente della FIFA Gianni Infantino è intervenuto nella conferenza di giovedì e , prima della votazione, ha presentato una proposta per estendere il mandato del comitato fino a marzo 2018, a quanto sembra per permettere a IFA e PFA di raggiungere un accordo. Secondo HRW, la proposta è passata con la maggioranza del 70%.

Tuttavia la PFA e parecchie organizzazioni per i diritti umani hanno insistentemente chiesto alla FIFA di agire riguardo al problema, vietando alle squadre israeliane di giocare nei territori palestinesi o sospendendo l’adesione di Israele all’associazione se le autorità israeliane rifiutassero di rispettare le leggi internazionali.

Le sei squadre provengono dalle colonie israeliane illegali di Kiryat Arba, Givat Ze’ev, Maaleh Adumim, Ariel, Oranit e Tomer.

HRW ha affermato che alle sei squadre non dovrebbe essere permesso di svolgere attività calcistiche su terre “illegalmente sottratte e interdette ai palestinesi della Cisgiordania.”

Dopo quattro anni non è chiaro perché la FIFA necessiti ancora di un altro anno per decidere se rispettare o no le proprie stesse regole”, ha aggiunto HRW, riferendosi alle accuse palestinesi in base alle quali la FIFA sta violando le sue stesse norme interne non attivandosi sulla questione in quanto i membri della FIFA non potrebbero giocare partite sul territorio di un altro membro senza aver ottenuto un permesso ufficiale.

HRW ha affermato in un rapporto del 2016: “Permettendo alla IFA di giocare partite all’interno delle colonie, la FIFA si sta impegnando in un’attività commerciale che sostiene le colonie israeliane.”

Nel contempo le squadre palestinesi hanno subito pesanti restrizioni di movimento, tra cui subire gravi problemi con le autorità israeliane ai checkpoint all’interno della Cisgiordania, che a volte impediscono ai calciatori di gareggiare con altre squadre della Cisgiordania.

L’anno scorso la PFA è stata anche costretta a rinviare la finale [del campionato], quando le autorità israeliane hanno impedito ai giocatori palestinesi della Striscia di Gaza di oltrepassare il valico di Erez controllato da Israele per partecipare ad un incontro di calcio che si teneva nel distretto di Hebron, nel sud della Cisgiordania.

I calciatori palestinesi devono anche subire retate e la violenza che caratterizza la presenza dei soldati israeliani nei territori palestinesi, in quanto lo scorso anno decine di calciatori e di tifosi palestinesi hanno sofferto delle conseguenze del fatto di aver respirato gas lacrimogeni, quando le forze israeliane hanno sparato candelotti su una folla di 1200 palestinesi che si erano radunati nel villaggio di al-Ram, nel distretto di Gerusalemme della Cisgiordania, per vedere una partita.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




I media USA su Israele: la libertà di stampa che non c’è mai stata

Belen Fernandez

Martedì 2 maggio 2017 Middle East Eye

L’America è il bastione della libertà di stampa? Nel Giorno della Libertà di Stampa nel Mondo, questo concetto crolla quando si tratta di Israele.

Mercoledì 3 maggio segna il “Giorno della Libertà di Stampa nel Mondo”.

Qualcuno vedrà sicuramente la ricorrenza come uno scherzo, dato che l’attuale capo del cosiddetto “mondo libero” è un presidente degli USA impegnato a fare la guerra ai media.

Ma, benché possa sembrare che Donald Trump costituisca un allontanamento dalla normalità in una Nazione che si è così accuratamente presentata come un bastione della libertà di stampa, di pensiero, di espressione e di tutte quelle belle cose, i media USA non sono mai stati propriamente liberi.

In fondo, oltre a svolgere regolarmente un ruolo da ragazze pon pon a favore delle conquiste militari e imprenditoriali, i mezzi di informazione americani hanno anche rispettato una persistente linea rossa: criticare Israele, l’adorabile democrazia-che-non-lo-è del Medio Oriente.

Prendiamo in considerazione un aneddoto raccontato da Thomas Friedman, del “New York Times”, egli stesso un convinto sionista, a cui tuttavia è capitato di parlare di bombardamenti israeliani “indiscriminati” su Beirut ovest in un articolo del 1982 – quando l’invasione israeliana del Libano uccise circa 20.000 libanesi e palestinesi, la stragrande maggioranza dei quali civili.

Come racconta lo stesso Friedman, la sua redazione eliminò il termine “indiscriminati”, dopodiché egli scrisse una nota accusandola di vigliaccheria. A.M. Rosenthal, ex-direttore esecutivo del “Times”, allora “esplose contro l’insubordinazione (di Friedman)” e lo convocò in termini minacciosi ad un incontro, che finì per essere un “pranzo lungo ed emotivo, con lacrime da entrambe le parti” e un aumento di stipendio di 5.000 dollari per Friedman.

Il pranzo culminò con un “caldo abbraccio” di Rosenthal e l’avvertenza: “Ora ascoltami, tu, piccolo astuto: non rifarlo mai più.”

Lezione imparata. Alla faccia dei 20.000 morti.

Non è mai stato pubblicato”

Per inciso, il 1982 ha rappresentato un raro picco nella libertà di stampa riguardo ad Israele – si potrebbe dire una momentanea mini-glasnost.

In un recente messaggio mail, l’ex capo corrispondente per il Medio oriente di “ABC News” [rete televisiva statunitense, ndtr.] Charles Glass mi ha spiegato che “non ci fu nessun inviato americano che sia stato in Libano negli anni ’70 e ’80 che non abbia dovuto lottare con i suoi editori e direttori negli USA ”sui reportage a proposito del comportamento di Israele nella regione.

Una finestra (di informazione critica) fu aperta subito dopo Sabra e Shatila nel settembre 1982 – i tre giorni di massacri appoggiati da Israele di alcune migliaia di rifugiati palestinesi a Beirut – ma si richiuse subito dopo.”

Un esempio emblematico: nel 1984, Glass inviò un reportage per “ABC News” sugli squadroni della morte israeliani nel sud del Libano – un argomento senza dubbio degno di nota, in particolare alla luce dei considerevoli flussi finanziari USA verso Israele.

Quell’articolo non è mai stato pubblicato, anche se nessuno mi ha detto perché,” ricorda Glass. “L’articolo era attendibile, (con) molti testimoni oculari, anche dell’ONU, e con prove scientifiche.”

Dopo essere stato continuamente rimandato da un editore a New York con la scusa di notizie più urgenti, il reportage venne alla fine scartato del tutto perché “non più attuale”.

Nel frattempo, l’effimera mini-glasnost del 1982 aveva prodotto negli USA una massa di censure ancora più aggressive. Il sito web del “Committee for Accuracy in Middle East Reporting in America” [Comitato per l’Accuratezza nell’informazione sul Medio Oriente in America] (CAMERA), un gruppo islamofobo fondato quell’anno a Washington, sottolineò di essere nato in risposta “a come il “Washington Post” aveva informato dell’incursione israeliana in Libano e alla complessiva parzialità anti israeliana del giornale.”

Naturalmente, questa è gente che – se ci si impegnasse — riuscirebbe a trovare “pregiudizi contro Israele” persino in Benjamin Netanyahu.

Asserviti alla propaganda

Attualmente un esame accurato del sito web “CAMERA” fornisce una valanga di prevedibili titoli come “CAMERA induce la redazione del ‘New York Times’ a una correzione”, “CAMERA suggerisce alla NPR [radio pubblica nazionale USA, ndtr.] una rettifica sulla richiesta di annessione”, “La versione di Vogue per giovani promuove la narrazione palestinese per i lettori adolescenti”, “CAMERA suggerisce al ‘Washington Post’ una correzione su ‘Gaza occupata’”, “ Il “Christian Science Monitor [quotidiano statunitense con una rubrica religiosa quotidiana, ndtr.] mente in merito ad Israele”, e così di seguito.

E CAMERA, vale la pena ripeterlo, è solo uno del miscuglio di organizzazioni ed individui che spendono denaro ed influenza in giro per associare la minima critica delle atrocità israeliane con l’antisemitismo e per impedire comunque una discussione ragionata.

Ricordiamo una delle principali atrocità attuali: l’assassinio nel 2014 da parte di un raid aereo israeliano di quattro giovani palestinesi che giocavano a pallone sulla spiaggia di Gaza – una controprova dell’attacco di 50 giorni da parte di Israele che alla fine ha eliminato 2.251 vite palestinesi, 551 delle quali di bambini.

Il relativo titolo del “New York Times” ha affermato: “Ragazzi ritratti sulla spiaggia a Gaza e nel centro del conflitto mediorientale”. E’ più o meno l’equivalente di “Uomo va a sbattere contro una pallottola, e con le sue domande esistenziali,” oppure “Maiale si materializza sotto il coltello del macellaio, sollevando problemi epocali sulla gerarchia nella catena alimentare.”

Lo concediamo, il titolo del “Times” avrebbe potuto essere anche peggiore se il giornale avesse ripreso più letteralmente le tradizioni del portavoce israeliano – ad esempio: “Maiale lancia efferato attacco contro coltello da macellaio e viene ucciso per auto-difesa.”

Durante una comparsa su “Democracy Now!” [programma statunitense di notizie in tv, radio e internet di un’ora e di orientamento progressista, ndtr.] nel bel mezzo della guerra del 2014, Noam Chomsky ha criticato duramente i media americani per la loro diligente riproduzione della linea israeliana: “Non abbiamo bisogno di ascoltare la CBS, perché possiamo ascoltare direttamente le agenzie di propaganda israeliane…è un momento vergognoso per i media USA, dato che continuano ad essere asserviti ai grotteschi servizi della propaganda di uno Stato violento e aggressivo.”

Questa vergogna naturalmente riguarda anche l’establishment governativo degli USA , che ha accuratamente coltivato la propria predilezione per la grottesca violenza e che trova una notevole quantità di vantaggi politici ed economici nelle politiche israeliane di saccheggio omicida.

E il “Giorno della Libertà di Stampa nel Mondo” è il momento più adeguato per riflettere su ciò.

  • Belen Fernandez è l’autrice de “Il messaggero imperiale: Thomas Friedman al lavoro”, edito da Verso. E’ autrice e scrittrice della rivista “Jacobin” [quadrimestrale statunitense di sinistra, ndtr.]

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi]