Ripensare la nostra definizione di apartheid: non solo un regime politico

27 agosto 2017, Al-Shabaka

Haidar Eid, Andy Clarno

Sintesi

Poiché Israele intensifica il suo progetto di insediamenti coloniali, l’apartheid è diventato un quadro di riferimento sempre più importante per comprendere e contrastare il ruolo di Israele nella Palestina storica. Sicuramente, Nadia Hijab e Ingrid Jaradat Gassner sono convincenti nella loro affermazione che l’apartheid è la cornice analitica più strategica. Nel marzo 2017 la Commissione Economica e Sociale per l’Asia occidentale dell’ONU (ESCWA) ha pubblicato un possente rapporto che documenta le violazioni israeliane del diritto internazionale e conclude che Israele ha instaurato un “regime di apartheid” che opprime e domina l’intero popolo palestinese.

In base al diritto internazionale, l’apartheid è un crimine contro l’umanità e gli Stati possono essere resi responsabili delle proprie azioni. Tuttavia il diritto internazionale ha i suoi limiti. Un problema specifico riguarda ciò che manca nella definizione giuridica internazionale di apartheid. Poiché la definizione si incentra solamente sul regime politico, non fornisce una solida base per criticare gli aspetti economici dell’apartheid. Per affrontare questo problema, proponiamo una definizione alternativa di apartheid, che si è affermata durante la lotta in Sudafrica negli anni ’80 ed ha ottenuto consenso tra i militanti, a causa dei limiti della decolonizzazione in Sudafrica dopo il 1994 – una definizione che riconosce l’apartheid come strettamente connesso al capitalismo.

Questo documento politico esplicita in dettaglio ciò che il movimento di liberazione della Palestina può apprendere dalla situazione del Sudafrica, riconoscendo in particolare l’apartheid sia come sistema di discriminazione razziale legalizzata che come sistema di capitalismo basato sulla razza. Esso si conclude con dei suggerimenti su come i palestinesi possono contrastare questo doppio sistema per ottenere una pace giusta e duratura fondata sull’uguaglianza sociale ed economica.

La forza ed i limiti del diritto internazionale

La Convenzione Internazionale dell’ONU sull’eliminazione e la punizione del crimine di apartheid definisce l’apartheid come un crimine che implica “atti inumani compiuti al fine di stabilire e mantenere il dominio di un gruppo razziale di persone su ogni altro gruppo razziale di persone ed opprimerle sistematicamente.” Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale definisce l’apartheid come un crimine che implica “un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione sistematica da parte di un gruppo razziale su un altro o altri gruppi razziali.”

Sulla base di un’accurata lettura di questi statuti, il rapporto ESCWA analizza la politica israeliana in quattro ambiti. Documenta la discriminazione legale formale contro i palestinesi cittadini di Israele; il doppio sistema giuridico nei Territori Palestinesi Occupati (TPO); i fragili diritti di residenza dei palestinesi di Gerusalemme; il rifiuto israeliano di permettere ai rifugiati palestinesi di esercitare il diritto al ritorno. Il rapporto conclude che il regime di apartheid israeliano agisce attuando una frammentazione del popolo palestinese e il suo assoggettamento a differenti forme di dominio razziale.

La forza dell’analisi dell’apartheid è risultata evidente dal modo in cui gli USA ed Israele hanno reagito al rapporto. L’ambasciatore degli Stati Uniti all’ONU ha denunciato il rapporto e ha sollecitato il Segretario Generale ONU a respingerlo. Il Segretario generale ha fatto pressione su Rima Khalaf, capo dell’ESCWA, perché cancellasse il rapporto. Rifiutando di farlo, lei si è dimessa dal suo incarico.

L’importanza del rapporto ESCWA non può essere sopravvalutata. Per la prima volta un organismo dell’ONU ha affrontato formalmente la questione dell’apartheid in Palestina/Israele. Ed il rapporto ha preso in considerazione le politiche israeliane verso i palestinesi nel loro insieme, anziché incentrarsi su una parte della popolazione. Sollecitando gli Stati membri e le organizzazioni della società civile a far pressione su Israele, il rapporto ONU dimostra anche l’utilità del diritto internazionale come strumento per rendere responsabili regimi come Israele.

Tuttavia, pur riconoscendo l’importanza del diritto internazionale, formula delle critiche evidenziando i suoi limiti. Anzitutto, le leggi internazionali sono valide solo quando recepite ed applicate dagli Stati e la struttura gerarchica del sistema prevede un gruppo di Stati con potere di veto. La rapida cancellazione del rapporto ESCWA ha reso evidenti questi limiti. Inoltre c’è un problema più specifico relativamente alla definizione internazionale dell’apartheid come sopra riportata. Incentrandosi soltanto sul regime politico, la definizione giuridica non fornisce una solida base di critica agli aspetti economici dell’apartheid e sicuramente spiana la strada ad un futuro post-apartheid in cui prevale la discriminazione economica.

Il capitalismo su base razziale e i limiti della liberazione del Sudafrica

Negli anni ’70 e ’80 i neri sudafricani si impegnarono in vivaci dibattiti sul come interpretare il sistema di apartheid contro cui combattevano. Il gruppo più potente all’interno del movimento di liberazione – l’African National Congress (ANC) ed i suoi alleati – sosteneva che l’apartheid fosse un sistema di dominazione razziale e che la lotta dovesse concentrarsi sull’eliminazione delle politiche razziali e sulla richiesta di uguaglianza in base alla legge. I neri radicali rifiutavano questa analisi. Il dialogo tra il Movimento della Coscienza Nera ed i marxisti indipendenti portò ad una definizione alternativa di apartheid come sistema di “capitalismo sulla base della razza”. I neri radicali insistevano che la lotta dovesse affrontare contemporaneamente lo Stato ed il sistema capitalistico su base razziale. Prevedevano che, se non fossero stati combattuti sia il razzismo che il capitalismo, il Sudafrica del dopo apartheid sarebbe rimasto diviso e iniquo.

La transizione degli ultimi 20 anni ha dato ragione a questa tesi. Nel 1994 l’apartheid legale fu abolito e i neri sudafricani hanno conquistato l’uguaglianza per legge – compreso il diritto al voto, a vivere in qualunque luogo ed a spostarsi senza permessi. La democratizzazione dello Stato è stata una notevole conquista. Certo, la transizione sudafricana dimostra la possibilità di coesistenza pacifica sulla base dell’uguaglianza giuridica e del reciproco riconoscimento. Questo è ciò che rende il Sudafrica così convincente per molti palestinesi e alcuni israeliani che cercano un’alternativa alla frammentazione ed al fallimento di Oslo.

Nonostante la democratizzazione dello Stato, la transizione sudafricana non ha preso in considerazione le strutture del capitalismo sulla base della razza. Nel corso dei negoziati, l’ANC fece importanti concessioni per ottenere l’appoggio dei bianchi sudafricani e dell’elite capitalista. Soprattutto, l’ANC accettò di non nazionalizzare la terra, le banche e le miniere ed invece accettò garanzie costituzionali per la distribuzione della proprietà privata vigente – nonostante la storia di spoliazione coloniale. Inoltre il governo dell’ANC adottò una strategia economica neoliberista, promuovendo il libero commercio, l’industria per l’esportazione e la privatizzazione delle imprese statali e dei servizi municipali. Il risultato è che il Sudafrica post-apartheid è uno dei Paesi più ineguali al mondo.

La ristrutturazione neoliberista ha fatto emergere una piccola élite nera ed una crescente classe media nera in alcune parti del Paese. Ma la vecchia élite bianca controlla ancora la gran maggioranza della terra e della ricchezza in Sudafrica. La deindustrializzazione e la quota crescente di popolazione costretta a contare su lavori precari ha indebolito il movimento dei lavoratori, intensificato lo sfruttamento della classe lavoratrice nera e prodotto una crescente sovrappopolazione su base razziale che soffre di una permanente disoccupazione strutturale. Il tasso di disoccupazione raggiunge il 35%, se si includono coloro che hanno rinunciato a cercare lavoro. In certe zone il tasso di disoccupazione supera il 60% ed i lavori disponibili sono precari, a breve termine e a bassi salari. (1)

I neri poveri si confrontano anche con una grave carenza di terre e di abitazioni. Invece di ridistribuire le terre, il governo dell’ANC ha adottato un programma basato sul mercato attraverso cui lo Stato aiuta i clienti neri ad acquistare terre di proprietà di bianchi. Questo ha dato avvio al sorgere di una piccola classe di ricchi proprietari terrieri neri, ma solo il 7,5% della terra sudafricana è stata ridistribuita. Di conseguenza, la maggior parte dei neri sudafricani resta senza terra e le élite bianche continuano ad avere la proprietà della maggior parte della terra. Analogamente, il crescente costo delle case ha moltiplicato il numero di persone che vivono in baracche, edifici occupati e sistemazioni informali, nonostante i sussidi statali e le garanzie costituzionali riguardo al diritto ad una casa decente.

Nel Sudafrica del post-apartheid la razza continua a determinare un accesso ineguale alla casa, all’educazione e al posto di lavoro. Modella anche la rapida crescita della sicurezza privata. Approfittando dei timori razziali riguardo alla criminalità, la sicurezza privata ha costituito l’industria cresciuta più rapidamente in Sudafrica dagli anni ’90. Le compagnie di sicurezza private e le associazioni di abitanti facoltosi hanno trasformato le periferie storicamente bianche in comunità fortificate, caratterizzate da muri intorno alle proprietà private, cancellate che circondano i quartieri, sistemi d’allarme, pulsanti antipanico, servizi di sorveglianza, pattuglie di quartiere, video sorveglianza e squadre armate di intervento rapido. Questi sistemi privatizzati di sicurezza residenziale si basano sulla violenza e sulla categorizzazione su base razziale che prende di mira i neri e i poveri.

Secondo il diritto internazionale, l’apartheid si estingue con la trasformazione dello Stato razzista e l’eliminazione della discriminazione razziale legalizzata. Eppure anche un esame superficiale del Sudafrica dopo il 1994 rivela i tranelli di tale approccio e segnala l’importanza di ripensare le nostre definizioni di apartheid. L’uguaglianza giuridica formale non ha prodotto una reale trasformazione sociale ed economica. Al contrario, il neoliberismo del capitalismo su base razziale ha consolidato l’ineguaglianza creata da secoli di colonizzazione e apartheid. La razza resta una forza motrice dello sfruttamento e dell’abbandono, nonostante la vernice liberale dell’uguaglianza giuridica. Le lodi del governo guidato dall’ANC cercano di nascondere l’impatto del capitalismo neoliberista su base razziale nel Sudafrica dopo il 1994.

Le critiche all’apartheid israeliana hanno ampiamente ignorato i limiti della trasformazione in Sudafrica. Invece di considerare l’apartheid un sistema di capitalismo basato sulla razza, la maggior parte delle critiche all’apartheid israeliano si basa sulla definizione giuridica internazionale di apartheid come sistema di dominazione razziale. Certamente queste critiche sono state molto produttive. Hanno affinato l’analisi del governo israeliano, contribuito allo sviluppo delle campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) e fornito una base giuridica agli sforzi per rendere Israele responsabile [delle sue azioni]. L’importanza del diritto internazionale in quanto risorsa per le comunità in lotta non deve essere sminuita.

Ma l’analisi e l’organizzazione possono andare anche oltre, considerando l’apartheid un sistema di capitalismo sulla base della razza, piuttosto che basandosi così rigidamente sulle definizioni giuridiche internazionali. Attribuendo un valore differente alle vite ed al lavoro delle persone, i regimi di capitalismo su base razziale intensificano lo sfruttamento, esponendo i gruppi marginalizzati alla morte precoce, all’abbandono o all’eliminazione. Quindi il concetto di capitalismo su base razziale evidenzia la contemporanea costituzione dell’accumulazione di capitale e della cultura razziale e afferma che non è possibile eliminare sia la dominazione razziale che la disuguaglianza di classe senza combattere il sistema nel suo complesso.

Considerare l’apartheid come un sistema di capitalismo sulla base della razza ci permette di prendere seriamente in considerazione i limiti della liberazione in Sudafrica. Lo studio del successo della lotta sudafricana è stato molto produttivo per il movimento di liberazione palestinese; anche comprendere i suoi limiti può rivelarsi produttivo. Anche se i neri sudafricani hanno conquistato l’uguaglianza giuridica formale, la mancata attenzione agli aspetti economici dell’apartheid ha posto seri limiti alla decolonizzazione. In una parola, l’apartheid non è finito – è stato ristrutturato. Basarsi troppo strettamente sulla definizione giuridica internazionale di apartheid potrebbe condurre a problemi simili nel percorso in Palestina. Solleviamo questa questione come monito preventivo, nella speranza che possa contribuire allo sviluppo di strategie per contrastare contemporaneamente il razzismo ed il capitalismo neoliberista di Israele.

Il capitalismo sulla base della razza in Palestina/Israele

Vedere l’apartheid da questo punto di vista ci permette anche di comprendere che il colonialismo da insediamento israeliano ora agisce attraverso il capitalismo neoliberista su base razziale. Negli ultimi 25 anni Israele ha intensificato il suo progetto coloniale sotto l’apparenza della pace. Tutta la Palestina storica continua ad essere soggetta alla dominazione israeliana, che lavora ad una frammentazione della popolazione palestinese. (Gli accordi di) Oslo hanno messo Israele in grado di frammentare ulteriormente i Territori Palestinesi Occupati e di integrare il dominio militare diretto con elementi di dominazione indiretta. La Striscia di Gaza è stata trasformata in un “campo di concentramento” e in una specie di “riserva indiana” attraverso un assedio mortale e medievale, descritto da Richard Falk come una “preludio al genocidio” e da Ilan Pappe come un “ genocidio progressivo”. In Cisgiordania la nuova strategia coloniale israeliana consiste nel concentrare la popolazione palestinese nelle aree A e B e colonizzare l’area C. Invece di garantire ai palestinesi libertà ed uguaglianza, Oslo ha ristrutturato i rapporti di dominio. In breve, Oslo ha intensificato, invece di invertirlo, il progetto coloniale israeliano.

La riorganizzazione della dominazione israeliana è proceduta di pari passo alla ristrutturazione neoliberista dell’economia. A partire dagli anni ’80 Israele ha messo in atto una profonda trasformazione da un’economia statale incentrata sul consumo interno ad un’economia imprenditoriale integrata nei circuiti del capitale globale. La ristrutturazione neoliberista ha prodotto grandi profitti d’impresa smantellando al contempo il welfare, indebolendo il movimento dei lavoratori ed aumentando le disuguaglianze. I negoziati di Oslo sono stati un perno di questo progetto. Shimon Peres e l’élite imprenditoriale israeliana hanno sostenuto che il “processo di pace” avrebbe aperto i mercati del mondo arabo al capitale statunitense ed israeliano e favorito l’integrazione di Israele nell’economia globale. (2) Dopo Oslo, Israele ha subito sottoscritto accordi di libero commercio con Egitto e Giordania.

La ristrutturazione neoliberista ha permesso ad Israele di condurre la sua nuova strategia coloniale riducendo in modo significativo la sua dipendenza dalla forza lavoro palestinese. La transizione israeliana verso un’economia ad alta tecnologia ha ridotto la domanda di lavoratori industriali ed agricoli. Gli accordi di libero scambio hanno permesso alle aziende israeliane di trasferire la produzione dai terzisti palestinesi alle aree di produzione per l’esportazione nei Paesi vicini. Il crollo dell’Unione Sovietica seguito dalla “dottrina shock” neoliberista ha spinto oltre un milione di ebrei russi a cercare nuove opportunità in Israele. E la ristrutturazione neoliberista su scala globale ha portato all’immigrazione di 300.000 lavoratori dall’Asia e dall’Europa dell’est. Questi gruppi ora si contendono con i palestinesi i posti di lavoro con bassi salari che sono rimasti. Quindi lo Stato colonialista ha usato la ristrutturazione neoliberista per programmare la flessibilità [come manodopera] della popolazione palestinese.

La vita per i palestinesi della classe lavoratrice è diventata sempre più precaria. Con l’accesso limitato al lavoro in Israele, la povertà e la disoccupazione sono aumentate vertiginosamente nelle enclave palestinesi. Benché l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) abbia sempre appoggiato l’impostazione neoliberista di un’economia a conduzione privata, orientata all’esportazione e al libero mercato, inizialmente ha reagito alla crisi occupazionale creando migliaia di posti di lavoro nel settore pubblico.

Tuttavia a partire dal 2007 l’ANP ha seguito un programma economico rigidamente neoliberista che implica tagli al pubblico impiego ed un’espansione degli investimenti del settore privato. A dispetto di questi piani, il settore privato rimane debole e frammentato. I progetti di aree industriali lungo il muro illegale di Israele, che si snoda attraverso i Territori Palestinesi Occupati, sono ampiamente falliti a causa delle restrizioni israeliane all’importazione e all’esportazione e del costo relativamente alto della forza lavoro palestinese in confronto a quella di Egitto e Giordania.

Benché le politiche neoliberiste abbiano reso la vita sempre più difficile per la classe lavoratrice palestinese, hanno però contribuito allo sviluppo di una piccola élite palestinese nei TPO, composta da dirigenti dell’ANP, capitalisti palestinesi e funzionari di ONG. Chi visita Ramallah è spesso sorpreso di vedere palazzi sontuosi, ristoranti di lusso, alberghi a cinque stelle e automobili di lusso. Non sono indicatori di un’economia prospera, ma piuttosto di una crescente divisione di classe. Analogamente è emersa a Gaza dal 2006 una nuova borghesia legata ad Hamas. La sua ricchezza deriva dalla declinante “industria dei tunnel”, un monopolio sui materiali edili contrabbandati dall’Egitto e sui limitati prodotti importati da Israele. Le élite sia di Fatah che di Hamas accumulano le proprie ricchezze da attività non produttive e sono caratterizzate dalla totale assenza di strategia politica . Haidar Eid definisce tutto questo ‘Oslizzazione’ in Cisgiordania e ‘Islamizzazione’ nella Striscia di Gaza.

Inoltre, arruolarsi delle forze di repressione è diventata una delle rare opportunità di lavoro disponibili per la maggioranza dei palestinesi, soprattutto dei giovani. Anche se alcuni degli impieghi presso l’ANP sono nel campo dell’educazione e della sanità, la maggior parte sono nelle forze di sicurezza. Come ha dimostrato Alaa Tartir (direttore del programma di Al-Shabaka, ndtr.), queste forze hanno il compito di proteggere la sicurezza di Israele. Dal 2007 sono state riorganizzate sotto la supervisione degli Stati Uniti. Con oltre 80.000 effettivi, le nuove forze di sicurezza dell’ANP sono addestrate dagli USA in Giordania e dispiegate in tutte le enclave della Cisgiordania in stretto coordinamento con le forze militari israeliane. Israele e l’ANP condividono i servizi di intelligence, coordinano gli arresti e collaborano nel sequestro di armi. Prendono di mira congiuntamente non solo islamisti e militanti di sinistra, ma tutti i palestinesi che criticano Oslo. Ultimamente, il coordinamento per la sicurezza tra Israele e l’ANP ha preceduto l’assassinio dell’attivista Basil Al-Araj [militante, scrittore e farmacista ucciso dalle forze israeliane nel marzo 2017, ndt].

L’unico settore dell’economia israeliana dove si è mantenuta una domanda relativamente stabile di lavoratori palestinesi è quello dell’edilizia, soprattutto in seguito all’espansione delle colonie israeliane ed alla costruzione del muro in Cisgiordania. Secondo una ricerca del 2011 di “Democracy and Workers’Rights” [organizzazione non governativa indipendente palestinese, ndtr.], l’82% dei palestinesi impiegati nelle colonie lascerebbero il loro lavoro se trovassero un’ alternativa conveniente.

Ciò significa che due degli unici lavori disponibili per i palestinesi della Cisgiordania oggi sono costruire insediamenti sulle terre palestinesi confiscate o lavorare nelle forze di sicurezza dell’ANP per aiutare Israele a sopprimere la resistenza palestinese all’apartheid.

I palestinesi della Striscia di Gaza non hanno nemmeno queste “opportunità”. Infatti Gaza è una delle forme più estreme di disponibilità pianificata. L’espulsione colonialista ha trasformato Gaza in un campo profughi nel 1948, quando le milizie sioniste e poi l’esercito israeliano espulsero oltre 750.000 palestinesi dalle loro città e villaggi. Il 70% dei due milioni di residenti di Gaza sono rifugiati, un ricordo vivente della Nakba ed incarnazione vivente del diritto al ritorno. La ristrutturazione politica ed economica attraverso Oslo ha permesso ad Israele di trasformare Gaza in una prigione costruita per concentrare e contenere questo indesiderato surplus di popolazione. E l’assedio sempre più stretto dimostra la completa disumanizzazione di Gaza. Per il progetto coloniale neoliberista di Israele le vite dei palestinesi non valgono niente e le loro morti non hanno importanza.

Nel complesso quindi, il neoliberismo abbinato al progetto coloniale israeliano ha trasformato i palestinesi in una popolazione da eliminare. Ciò ha consentito ad Israele di attuare il suo progetto di concentrazione e colonizzazione. Comprendere le dinamiche neoliberiste del regime coloniale israeliano può contribuire allo sviluppo di strategie per combattere l’apartheid israeliano non solo come sistema di dominazione razzista, ma come regime di capitalismo basato sulla razza.

Affrontare la natura economica dell’apartheid israeliano.

Una questione importante per il movimento di liberazione palestinese è come evitare le trappole del post apartheid sudafricano, sviluppando una strategia per il post apartheid palestinese-israeliano. Come avevano predetto i neri radicali, un’attenzione esclusiva verso lo Stato razzista ha condotto a gravi problemi socioeconomici in Sudafrica a partire dal 1994. La liberazione palestinese non deve cadere nella stessa “soluzione” offerta dall’ANC. Ciò richiederà di porre attenzione non solo ai diritti politici, ma anche alle spinose questioni relative alla ridistribuzione delle terre ed alla struttura economica, per garantire un risultato più equo. Un cruciale punto di partenza è continuare le discussioni sulle dinamiche concrete del ritorno dei palestinesi.

E’ importante anche riconoscere che la situazione attuale in Palestina è strettamente legata ai processi che stanno rimodellando i rapporti sociali a livello mondiale. Il Sudafrica e la Palestina, per esempio, stanno affrontando cambiamenti sociali ed economici simili, a prescindere dai loro percorsi politici radicalmente differenti. In entrambi i contesti il capitalismo neoliberista su base razziale ha prodotto disuguaglianze estreme, emarginazione razziale e strategie all’avanguardia per proteggere i potenti e sorvegliare i poveri in base alla razza. Andy Clarno definisce questa combinazione ‘apartheid neoliberista’.

In tutto il mondo, la ricchezza ed il reddito sono sempre più sotto il controllo di un pugno di capitalisti miliardari. Mentre cede il terreno sotto i piedi della classe media, la forbice tra ricchi e poveri si allarga sempre più e le vite dei più poveri diventano sempre più precarie. La ristrutturazione neoliberista ha permesso ad alcuni strati della popolazione storicamente oppressa di entrare nei ranghi delle élite. Questo spiega l’emergere della nuova élite palestinese nei Territori Occupati e della nuova élite nera in Sudafrica.

Al tempo stesso, la ristrutturazione neoliberista ha approfondito l’emarginazione dei poveri su base razziale, intensificando sia lo sfruttamento che l’abbandono. I lavori sono diventati sempre più precari ed intere regioni hanno visto una caduta della domanda di forza lavoro. Mentre alcune popolazioni connotate dalla razza sono afflitte da un supersfruttamento nelle fabbriche e nel settore dei servizi, altre – come i palestinesi – sono destinate ad una vita di disoccupazione e di precarietà.

I regimi di apartheid neoliberista come Israele dipendono da avanzate strategie sicuritarie per mantenere il potere. Israele esercita la sovranità sui TPO mediante operazioni militari, sorveglianza elettronica, incarcerazioni, interrogatori e tortura. Lo Stato ha anche creato una geografia frammentata di zone palestinesi isolate, circondate da muri e checkpoints e gestite con chiusure e permessi. E le imprese israeliane sono all’avanguardia nel mercato globale degli impianti avanzati di sicurezza, sviluppando e testando nei TPO i dispositivi di alta tecnologia. Tuttavia il maggior apporto al regime sicuritario israeliano è una rete di forze di sicurezza agevolata da USA e UE, sostenuta da Giordania ed Egitto e messa in atto da operazioni coordinate di forze militari israeliane e della sicurezza dell’ANP.

Al pari di Israele, altri regimi di apartheid neoliberista si basano su muri di recinzione, forze di sicurezza private e statali e strategie di controllo basate su criteri razziali. In Sudafrica il sistema della sicurezza ha implicato la costruzione di mura attorno ai quartieri abbienti, la rapida espansione dell’industria della sicurezza e la dura repressione statale di sindacati indipendenti e movimenti sociali. Negli Stati Uniti gli sforzi per garantire sicurezza ai potenti includono comunità blindate, muri di confine, incarcerazioni e deportazioni di massa, sorveglianza elettronica, guerre con i droni e il rapido incremento di polizia, carceri, pattuglie di confine, forze militari e di intelligence.

A differenza del Sudafrica, Israele continua ad essere un aggressivo Stato coloniale. In tale contesto, il neoliberismo è parte della strategia coloniale israeliana per eliminare la popolazione palestinese. Ma la combinazione di dominazione razziale e capitalismo neoliberista ha prodotto crescente disuguaglianza, emarginazione razziale e sistemi avanzati di sicurezza in molte parti del mondo. Poiché i movimenti e i militanti creano connessioni tra le lotte contro la povertà e la militarizzazione in Palestina, Sudafrica, USA ed altrove, la considerazione dell’apartheid israeliano come una forma di capitalismo su base razziale potrebbe contribuire all’espansione dei movimenti contro l’apartheid neoliberista globale. Potrebbe anche favorire lo spostamento del discorso politico in Palestina dall’indipendenza alla decolonizzazione. Nella sua fondamentale opera ‘The wretched of the earth’ [ed. italiana: “I dannati della terra”, Einaudi, ndtr.], Frantz Fanon sostiene che una delle trappole della coscienza nazionale è un movimento di liberazione che porti ad uno Stato indipendente governato da un’élite nazionalista che riproduca il potere coloniale. Per evitare che ciò accada, Fanon auspica un passaggio dalla coscienza nazionale alla coscienza politica e sociale. Passare dall’indipendenza politica alla trasformazione sociale e alla decolonizzazione è la sfida che sta di fronte al Sudafrica post apartheid. Evitare questa trappola è una sfida che oggi devono affrontare le forze politiche palestinesi nella lotta per la liberazione.

Note:

1. Intervista al direttore dell’ Alexandra Renewal Project, Johannesburg, Sudafrica, agosto 2012.

  1. Shimon Peres, The new Middle East [Il nuovo Medio Oriente, ndt.] (New York: Henry Holt, 1993)

Haidar Eid

Il consulente politico di Al-Shabaka Haidar Eid è professore associato di Letteratura postcoloniale e postmoderna all’università al-Aqsa di Gaza. Ha scritto molto sul conflitto arabo-israeliano, compresi articoli pubblicati su Znet, Electronic Intifada, Palestine Chronicle e Open Democracy. Ha pubblicato scritti sugli studi culturali e la letteratura in parecchie riviste, comprese Nebula, Journal of American Studies in Turkey, Cultural Logic e Journal of Comparative Literature. E’ autore di “Worlding Postmodernism: Interpretive Possibilities of critical theory” [Postomodernismo mondiale: possibilità interpretative di una teoria critica, ndt.] e di “Countering the palestinian Nakba: one state for all” [Contrastare la Nakba palestinese: uno Stato per tutti, ndt.] .

Andy Clarno

Andy Clarno è professore assistente di Sociologia e Studi afroamericani e direttore ad interim dell’Istituto di giustizia sociale all’università dell’Illinois di Chicago. Il suo ambito di ricerca riguarda il razzismo, il capitalismo, il colonialismo e l’imperialismo agli inizi del XXI secolo. Il suo nuovo libro, “Neoliberal Apartheid” [Apartheid neoliberista, ndt.] (University of Chicago Press, 2017), analizza i cambiamenti politici, economici e sociali in Sudafrica e Palestina/Israele dal 1994. Si occupa dei limiti della liberazione in Sudafrica, evidenzia l’impatto della ristrutturazione neoliberista in Palestina/Israele e sostiene che in entrambe le regioni è emersa una nuova forma di apartheid neoliberista.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Puoi anche lasciare Gaza, ma Gaza non ti lascia mai

Abeer Ayyoub

Martedì 29 agosto 2017, Middle East Eye

Quando Abeer Ayyoub se n’è andata da Gaza per studiare in Europa, aveva deciso di smettere di leggere le notizie da casa e pensava di essere pronta a tutto. Ma ha scoperto qualcos’altro.

Stavo cercando una stanza a Londra per trascorrere la pausa primaverile dei corsi mentre facevo ricerche all’università di Oxford. Ho chiamato un amico per chiedergli se conoscesse una stanza nel centro di Londra che potessi affittare. Fortunatamente mi ha detto che ne aveva una libera per gli ospiti che io potevo usare.

Mentre mi stava parlando al telefono la sua compagna gli ha detto che la stanza di cui stava parlando non aveva l’acqua calda.

Oh, non preoccuparti,” le ha spiegato. “Abeer è di Gaza.”

Sono scoppiata a ridere per un po’, e allora gli ho chiesto se la stanza avesse invece l’elettricità.

Sì, ce l’ha, mi ha risposto. “Nella stanza non è esattamente come la vita a Gaza.”

Poco dopo che ho riagganciato ho iniziato a pensare a come le persone ricche si aspettano che quelli di noi che vengono da Gaza possano sopportare i disagi. Perché? Perché siamo sopravvissuti a tre guerre, ad una battaglia di strada, a 10 anni di assedio e di negazione della libertà di movimento dentro e fuori Gaza.

Ma la verità è che le loro aspettative devono essere estremamente basse perché una persona come me, che ha deciso di lasciare dietro di sé tutti questi particolari dolorosi, non è più disposta a sopportare nessuno di questi dolorosi particolari. Mi aspettavo molti di più da me stessa, ma un anno in Europa mi ha mostrato solo quanto sono fragile.

Mai al sicuro

Tornando a Gaza, ricordo un’amica palestinese che è arrivata nell’enclave per la prima volta per fare un qualche lavoro. Abbiamo passato un bel po’ di tempo insieme e urlava ogni volta che sentiva il rumore di una “piccola” esplosione. Io continuavo a scrivere sul mio portatile.

Abeer, stai aspettando che l’esplosione sia proprio nella porta accanto in modo che tu la possa sentire?” mi ha chiesto.

Sì, esattamente, altrimenti non starei facendo nient’altro che stare attenta alle esplosioni,” le ho detto.

E’ stato così quando ero a Gaza; la realtà era dura, e il rumore delle esplosioni è diventato una parte quotidiana della mia vita di tutti i giorni.

Ma quando sono andata per la prima volta in Europa, un semplice tuono mi faceva gelare il sangue, un aereo di linea mi terrorizzava così tanto che mi andavo a nascondere, e una porta sbattuta violentemente mi faceva gettare a terra per cercare di proteggermi.

Una volta qualcuno mi ha chiesto: “Come ci si sente a vivere in un Paese sicuro come la Germania dopo essere stata a Gaza?” Gli ho risposto che non mi sento realmente sicura in nessuna parte del mondo; i ricordi sanguinosi e violenti non mi lasciano mai, né quando sono sveglia né quando sto dormendo.

Il luogo che ha ucciso i sogni”

Prima di andarmene da Gaza, avevo preso la decisione di disattivare i miei account sulle reti sociali una volta attraversato il posto di controllo israeliano di Erez, perché non volevo più saperne niente di Gaza. Ho sempre pensato a Gaza come al posto che ha ucciso i sogni prima ancora che nascessero. Sentivo come se fosse [un posto] troppo piccolo per avermi.

Ma quando sono partita è successo l’esatto contrario. Ho seguito più agenzie di notizie locali. Sono entrata a far parte di più gruppi di WhatsApp, in modo da essere aggiornata su ogni cosa succedesse a Gaza.

Ho lasciato Gaza e al contempo un gran numero di miei amici. Sono andata nel mondo aperto per cercare la mia vita al di fuori, ma Gaza non mi lascia mai. Mi sento colpevole per il privilegio di vivere fuori mentre leggo le notizie di bambini che muoiono perché non gli viene consentito di lasciare Gaza per cure mediche.

Non sono riuscita ad essere una persona felice a Gaza e non sto riuscendo oggi a sentirmi come una persona completa fuori da Gaza, sapendo di non avere il privilegio di vedere la mia famiglia. Che gioia puoi provare quando non puoi vedere la tua famiglia nelle sue occasioni felici perché hai un permesso di sola andata verso e da Gaza?

Anche quando lasci Gaza non puoi fartene una ragione. Non puoi farti una ragione delle decine di volte in cui hai contato i secondi, sapendo che puoi essere uccisa ora. E ora. E ora.

L’inimmaginabile

Me ne sono andata da Gaza un anno fa per una borsa di studio professionale in Germania e una tesina all’università di Oxford. Mi ci sono voluti due mesi alla ricerca di visti e permessi israeliani. Non è stato per niente facile, ma ero decisa a lasciare la più grande prigione a cielo aperto del mondo.

Ora ho concluso entrambe – la borsa di studio e la ricerca – e sono partita per la Giordania alla ricerca di qualcos’altro. Sono a sole tre ore di macchina da casa mia a Gaza, eppure sono privata del diritto di visitarla perché sarei bloccata là per sempre. I membri della mia famiglia lo capiscono, eppure sono dispiaciuti che io debba affrontare queste difficoltà.

Ogni volta sono contenta di poter contattare la mia famiglia attraverso Skype durante il breve periodo al giorno in cui hanno l’elettricità, mi raccontano solo quanto sia più dura ora, con le ore di elettricità drasticamente ridotte. Mi dicono come vengano pompate acque reflue sulla spiaggia, che è l’unico luogo che la gente può visitare liberamente.

L’aria puzza terribilmente – ti rendi conto che persino l’aria è infettata da questa terribile situazione?” mi ha detto mia sorella.

Non lo posso neppure immaginare – non posso immaginare che due milioni di persone stiano pagando con le loro vite a causa degli interessi delle parti in conflitto.

Abeer Ayyoub è una giornalista palestinese di Gaza. Vi ha lavorato per cinque anni come freelance prima di spostarsi in GB per una borsa di studio all’università di Oxford. Attualmente si trova ad Amman, dove sta frequentando un master sui nuovi media.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Solo i palestinesi possono cambiare la loro realtà

Amira Hass, 23 agosto 2017, Haaretz

I palestinesi sono dei prigionieri convinti di non potercela fare senza le donazioni dei loro carcerieri.

Cominciamo dalla fine: anche se i palestinesi avessero un’unica, unita, rispettata leadership che avesse una reputazione di integrità, ed anche se i suoi membri avessero eccellenti doti intellettuali, si dedicassero al loro popolo ed avessero capacità strategiche, sarebbe stato difficile per loro sfidare l’ attività di esproprio/acquisizione che Israele continua a rafforzare e intensificare. Difficile, ma possibile.

Ma non c’è un’unica leadership, ce ne sono parecchie, e litigano tra di loro anche quando appartengono allo stesso partito (Fatah), organizzazione (OLP) o contesto istituzionale (due governi). Non è colpa del Presidente palestinese Mahmoud Abbas, ma di un sistema e di un modus operandi di cui lui è al tempo stesso uno dei creatori ed uno dei risultati.

L’atteggiamento della popolazione verso la leadership è caratterizzato da sospetto, sdegno e disprezzo, insieme a paura. Le accuse più blande rivolte alla leadership di Ramallah parlano di mancanza di organizzazione, inefficienza e indolenza. Quelle più gravi riguardano la corruzione e l’attaccamento al potere per motivi personali e settari. Accuse simili sono lanciate in modo leggermente meno esplicito al governo ed alle Ong di Gaza.

A molti è chiaro che il quadro di riferimento di Oslo, che è scaduto nel 1999, era una trappola. I Paesi donatori a favore dei palestinesi continuano a sostenerlo per timore di un disastro umanitario ancor più grave, della perdita di controllo e perché sono incondizionatamente fedeli ad Israele. Le donazioni sono diminuite, ma restano una trappola. Implicano obbedienza e mantenimento della “calma”, o consentono solo una collera di bassa intensità. Ma i palestinesi sono dei prigionieri convinti di non potercela fare senza le donazioni dei loro carcerieri.

La testa gira ed il cuore duole, perché di fronte a loro c’è un nemico sofisticato, malvagio ed efficiente, che non ha confini.

Visivamente, l’immagine di una piovra potrebbe essere appropriata, ma vi sono due problemi nell’utilizzarla per raffigurare il regime israeliano. Uno è che ricorda le caricature antisemite, ma quello è il problema di un regime che imita le caricature. Il secondo è che Israele sfodera molto più di otto tentacoli, in quanto mette insieme diverse tradizioni di dominazione – occupazione militare, colonialismo (l’espulsione di un popolo dalla sua patria per insediare altri al suo posto) e apartheid (poiché l’espulsione non è del tutto riuscita, ne è seguita la separazione basata sull’ineguaglianza). Dovrebbe essere chiaro che questo si riferisce alla situazione su entrambi i lati della Linea Verde (linea di demarcazione tra Israele ed i Paesi arabi confinanti fino alla guerra del 1967, ndtr.). Israele ha avuto un’opportunità per cambiare nel 1993. Ha scelto di non coglierla.

Un’immagine più adeguata potrebbe essere quella di un computer che emette comandi in tutte le direzioni. Una volta programmato, non si ferma più. Spedisce squadre armate a irrompere nelle case della gente mentre dorme ed a confiscare denaro e proprietà; squadroni di distruzione a demolire asili, case e pozzi: squadre armate non ufficiali a scacciare pastori e contadini. Impiega anche ladri di terra – funzionari, progettisti, architetti e imprese di costruzione – che fanno in modo che i palestinesi soffochino nei loro centri abitati. Lo spazio è tutto per gli ebrei, dice il comando supremo. Il computer emette anche comandi mentali: ignora qualunque cosa dedicandoti in modo esclusivo all’eredità ebraica. Attraverso l’orgoglio per la nostra Nazione, che produce premi Nobel, elimina qualunque altra cosa come non importante. Declama la nostra sofferenza ed eroismo ad Auschwitz.

Contro gli efficienti e complessi apparati israeliani stanno i palestinesi, con una pletora di dirigenti in competizione, strategie in conflitto, ministri del governo che non si coordinano tra loro, un’informazione che non è di dominio pubblico e non è accurata, la faticosa duplicazione di istituzioni il cui lavoro si sovrappone, i vuoti slogan e la disperazione. Una manifestazione di questa disperazione è l’enunciato che Israele è la parte forte, per cui il cambiamento può e deve venire solo da Israele. Ma no, gli israeliani non hanno interesse a cambiare la situazione. Noi ne traiamo beneficio. La spinta al cambiamento può e deve venire dagli stessi palestinesi, a casa loro.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 1- 14 agosto 2017 (due settimane)

Il 13 agosto, per carenza di carburante, l’unica centrale elettrica di Gaza ha fermato una delle due turbine ancora operative; le interruzioni di elettricità sono così passate dalle precedenti 18-20 ore/giorno alle 22 ore/giorno.

Dal 21 giugno la Centrale opera con il combustibile importato dall’Egitto le cui consegne, tuttavia, sono state ripetutamente interrotte, innescando carenze. Ciò ha ulteriormente aggravato la già precaria erogazione dei servizi di base; in particolare le prestazioni sanitarie, la fornitura di acqua potabile ed il trattamento delle acque reflue.

Due uomini sono stati feriti da palestinesi in due distinte aggressioni con coltello. Il 2 agosto, all’interno di un supermercato nella città di Yavne, in Israele, un palestinese di Yatta (Hebron) ha accoltellato e ferito un civile israeliano. Il 12 agosto, a Gerusalemme Est, una donna palestinese ha accoltellato e ferito un palestinese, guardia di sicurezza della società che gestisce la metropolitana leggera. I due colpevoli sono stati arrestati. In un altro episodio, verificatosi il 5 agosto al checkpoint di Beit El / DCO (Ramallah), gli aggressori hanno aperto il fuoco da un veicolo in corsa; non vi sono stati feriti. Tre sospetti palestinesi sono stati arrestati. Il checkpoint è stato chiuso, e riaperto l’8 agosto.

Nei Territori occupati, in scontri con le forze israeliane, scoppiati prevalentemente durante proteste e operazioni di ricerca-arresto, sono stati feriti 61 palestinesi, di cui 12 minori. 13 di questi feriti sono stati registrati in scontri vicino alla recinzione perimetrale di Gaza; i rimanenti in Cisgiordania, con una prevalenza nel governatorato di Ramallah. Queste numeri mostrano una forte contrazione rispetto al precedente periodo di osservazione [18-31 luglio], durante il quale, in Gerusalemme Est, furono registrati numerosi scontri e vittime nel contesto delle proteste contro le misure israeliane relative al Complesso Haram ash Sharif / Monte del Tempio.

Nel governatorato di Ramallah, le autorità israeliane hanno demolito tre case nel villaggio di Deir Abu Mash’al e ne hanno sigillata una quarta a Silwad, sfollando 19 palestinesi, di cui 6 minori: si tratta di “demolizioni punitive”. Infatti le tre case del primo villaggio appartenevano alle famiglie degli autori di una aggressione che ebbe luogo a Gerusalemme Est, il 16 giugno, nel corso della quale fu uccisa una poliziotta israeliana. L’altra casa apparteneva alla famiglia del presunto autore di uno speronamento volontario con auto, avvenuto il 6 aprile presso l’insediamento di Ofra, in cui fu ucciso un soldato israeliano.

Per la mancanza di permessi di costruzione israeliani, altre tredici strutture sono state demolite o sequestrate nella zona C e in Gerusalemme Est, sfollando 19 palestinesi, di cui 7 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altri 128. Sei delle strutture oggetto dell’intervento erano state fornite come assistenza umanitaria a due vulnerabili comunità di pastori in Area C: Abu Nuwar (Gerusalemme) e Khashem ad Daraj (Hebron). Nella prima Comunità (una delle 46 della Cisgiordania centrale a rischio di trasferimento forzato) le autorità hanno sequestrato pannelli solari che fornivano elettricità alla scuola locale.

Nella Striscia di Gaza, quattro palestinesi (di identità non confermata) sono stati feriti a nordovest della città di Gaza e due scuole hanno subito danni in conseguenza di raid aerei israeliani, effettuati il 9 agosto, che, a quanto riferito, avevano come obiettivo installazioni militari. L’attacco ha fatto seguito al lancio, da parte di un gruppo armato palestinese, di un missile, caduto nel sud di Israele senza provocare danni.

Per far rispettare le Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare di Gaza, in almeno 18 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco; non sono stati segnalati ferimenti, tuttavia due pescatori sono stati arrestati e il lavoro ed il sostentamento di agricoltori e pescatori palestinesi sono stati interrotti. In tre occasioni, le forze israeliane hanno effettuato spianature del terreno e scavi all’interno di Gaza, lungo la recinzione perimetrale.

Il 14 agosto, l’UNRWA [Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati nel Vicino Oriente] ha annunciato la chiusura di un tunnel che, nella Striscia di Gaza, correva sotto due delle sue scuole nel Campo Profughi di Maghazi. Il tunnel era stato scoperto lo scorso giugno.

Tra il 14 e il 17 agosto le autorità egiziane hanno eccezionalmente aperto il valico di Rafah per i pellegrini palestinesi con visti validi per recarsi a La Mecca. A partire dal 16 agosto, sono stati autorizzati al transito 2.371 pellegrini e 320 palestinesi con urgenti necessità umanitarie. L’ultima apertura del valico era stata autorizzata l’8 marzo per l’uscita delle persone, e il 9 maggio per l’ingresso. Tranne sporadiche eccezioni soggette a restrizioni, il valico di Rafah era rimasto sempre chiuso dal 24 ottobre 2014.

I media israeliani hanno segnalato tre episodi di lancio di pietre e, in un caso, il lancio di bottiglie incendiarie contro veicoli israeliani in Cisgiordania. Sono stati causati danni ad almeno sei veicoli e la distruzione totale di un altro andato a fuoco.

Sette palestinesi sono stati feriti, circa 100 ulivi e due veicoli sono stati bruciati in vari episodi attribuiti a coloni israeliani. I feriti includono tre uomini aggrediti fisicamente nella zona H2 di Hebron controllata da Israele e quattro minori feriti nella zona Silwan di Gerusalemme Est, nel corso di un episodio in cui è stato coinvolto il veicolo di un colono israeliano. È stato riferito che vicino ad Aqraba (Nablus) coloni hanno incendiato circa 100 ulivi ed hanno impedito ai vigili del fuoco palestinesi di accedere alla zona interessata. Nel villaggio di Umm Safa (Ramallah) coloni israeliani hanno incendiato due veicoli palestinesi e, sui muri di una vicina casa palestinese, hanno spruzzato graffiti razzisti e scritte tipo “questo è il prezzo che dovete pagare”.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 17 agosto, nella Striscia di Gaza, ad est del valico di Rafah, un palestinese si è fatto saltare in aria, uccidendo un membro di Hamas addetto alla sicurezza e ferendone altri quattro.

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“L’ANP ora può arrestare chiunque”: giornalisti palestinesi dichiarano lo sciopero della fame.

13 agosto 2017, Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – Mentre le critiche interne ed internazionali contro l’Autorità Nazionale Palestinese di Ramallah che sta reprimendo la libertà di espressione nella Cisgiordania occupata, continuano ad aumentare, sette giornalisti palestinesi imprigionati dall’ANP hanno iniziato uno sciopero della fame dopo essere stati arrestati in base alla controversa legge sui reati informatici approvata dal presidente palestinese Mahmoud Abbas lo scorso mese.

Secondo una dichiarazione rilasciata da Omar Nazzal, membro del sindacato dei giornalisti palestinesi ed ex prigioniero di Israele, i giornalisti palestinesi Mamduh Hamamra, corrispondente di Al-Quds News, Tariq Abu Zeid, della televisione Al-Aqsa e il giornalista freelance Qutaiba Qassem giovedì hanno dichiarato uno sciopero della fame subito dopo che il loro arresto è stato prolungato fino a 15 giorni.

Issam Abdin, avvocato e responsabile del patrocinio legale dell’ong palestinese al-Haq, ha confermato a Ma’an che altri quattro giornalisti – il corrispondente Ahmad Halayqa di Al-Quds News, quello dell’agenzia Shehab News Amer Abu Arafa, ed i giornalisti Islam Salim e Thaer al-Fakhouri – giovedì hanno annunciato uno sciopero della fame per protestare contro la loro detenzione.

Secondo Abdin tutti i giornalisti erano stati arrestati parecchi giorni prima per presunte violazioni dei termini della nuova legge.

Tutti i sette giornalisti lavorerebbero per media che sono tra i 30 siti bloccati a giugno dall’ANP – tutti quanti sarebbero legati al movimento Hamas, il partito che governa nella Striscia di Gaza assediata che per 10 anni è stato coinvolto in una dura rivalità con l’ANP guidata da Fatah o con il rivale politico di Abbas da molto tempo, Muhammad Dahlan.

Mentre l’iniziativa di bloccare i siti web in Cisgiordania è stata condannata a suo tempo come una violazione senza precedenti della libertà di stampa nei territori palestinesi, lo scorso mese Abbas ha portato il giro di vite sui media ad un altro livello approvando con decreto presidenziale la legge contro i reati informatici.

Una legge draconiana”

Giovedì in una dichiarazione Nazzal ha affermato che almeno sei dei giornalisti imprigionati – non citando al-Fahouri – erano stati arrestati in base ad accuse di aver violato l’articolo 20 della legge sui reati informatici.

L’articolo afferma che una persona può essere condannata ad almeno un anno di prigione o essere punita con un’ammenda di almeno 1.410 dollari per “aver creato o gestito un sito web o una piattaforma informativa che possa danneggiare l’integrità dello Stato palestinese, l’ordine pubblico o la sicurezza interna o internazionale dello Stato.”

Nel contempo in base alle nuove leggi “ogni persona che diffonda con ogni mezzo il tipo di notizie succitate, anche con trasmissioni radiotelevisive o pubblicandole” rischia fino a un anno di prigione o un’ammenda da 282 a 1.410 dollari.

Abdin ha detto a Ma’an che questi “articoli generici”, attraverso i quali persone rischiano il carcere per aver semplicemente pubblicato certi articoli sui loro account sui media sociali, ha messo le basi per l’arresto di giornalisti palestinesi e “per distruggere la libertà del lavoro giornalistico in Palestina.”

Nadim Nashif, cofondatore e direttore del gruppo digitale di sostegno palestinese ed arabo “7amleh”, ha definito la legge “terribile” e “draconiana”.

E’ la legge peggiore nella storia dell’ANP,” ha detto Nashif a Ma’an. “Essa consente all’ANP di arrestare chiunque in base a definizioni vaghe.”

Nashif sottolinea che la legge non solo criminalizza la creazione, la pubblicazione e la diffusione di certe informazioni ritenute pericolose dall’ANP, ma stabilisce anche che persone colte ad aggirare i controlli dell’ANP sui siti web attraverso proxy server o reti private virtuali (VPN) possono rischiare condanne a tre mesi di prigione.

Nashif ha detto a Ma’an che la legge ha trascinato “indietro” la Palestina.

Nonostante l’occupazione decennale della Cisgiordania da parte di Israele e la più che decennale divisione politica con Hamas, “in genere i media e i siti web sono stati lasciati in pace,” ha detto Nashif. “Non hanno fatto parte di questa lotta politica.”

E’ come se l’ANP stesse infrangendo gli ultimi spazi di libertà di parola,” ha affermato.

I giornalisti palestinesi intrappolati nella divisione tra Hamas e ANP

I gruppi per i diritti umani hanno prontamente condannato la detenzione dei giornalisti, affermando che la nuova legge intende eliminare il dissenso politico contro Abbas e l’ANP – presumibilmente con gli auspici del coordinamento dell’ANP per la sicurezza con lo Stato di Israele universalmente condannato, anche se l’ANP ha ripetutamente affermato di aver posto fine a questa politica da luglio.

Secondo il gruppo per i diritti dei detenuti “Addameer”, un ufficiale della sicurezza dell’ANP inizialmente ha detto che almeno cinque dei giornalisti incarcerati sono stati arrestati per “aver passato informazioni e di essere in comunicazione con partiti ostili.”

Tuttavia, ha aggiunto “Addameer”, il sindacato dei giornalisti palestinesi mercoledì mattina ha contattato forze della sicurezza palestinese e gli è stato detto che i giornalisti erano stati arrestati “per fare pressione su Hamas affinché rilasci un altro giornalista detenuto nella Striscia di Gaza,” in riferimento a Fouad Jaradeh, un corrispondente del canale ufficiale di notizie dell’ANP “Palestine TV” che è stato incarcerato a Gaza per più di due mesi.

Sia Hamas che l’ANP sono stati criticati per aver condotto azioni di rappresaglia contro persone affiliate al gruppo opposto, soprattutto sotto forma di arresti e incarcerazioni per motivi politici.

Abdin ha detto a Ma’an che i giornalisti palestinesi si sono “ritrovati in mezzo alla divisione tra Hamas e Fatah,“ in quanto entrambi i gruppi hanno preso di mira giornalisti per reprimere un’opposizione che potrebbe danneggiare il loro controllo rispettivamente nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Mercoledì in un comunicato il “Centro Palestinese per lo Sviluppo e le Libertà dei Media” (MADA) ha affermato che gli arresti di giornalisti sono “parte di un marcato incremento delle violazioni contro le libertà dei mezzi di informazione” sia in Cisgiordania che a Gaza.

Tuttavia la nuova legge e le iniziative di Abbas per soffocare il dissenso contro l’ANP sono “non solo problematiche per i giornalisti,” ha detto Nashif a Ma’an. “Ogni attivista o singolo individuo che l’ANP ritenga essere un oppositore può ora essere arrestato senza un motivo chiaro.”

L’ANP è stata anche accusata di condurre una generalizzata campagna di arresti contro gli abitanti della Cisgiordania militanti di Hamas, mentre l’ANP ha aumentato negli ultimi mesi le misure per fare pressione su Hamas perché ceda il controllo della Striscia di Gaza.

Uno studio del gruppo di ricerca palestinese “al-Shabaka” ha documentato le conseguenze delle campagne dell’ANP sulla sicurezza, “il cui scopo evidente è stato di ristabilire legge ed ordine,” ma sono state percepite dagli abitanti come una criminalizzazione della resistenza contro Israele.

E’ illegale in base alla legge palestinese”

Abdin sottolinea che sia il blocco dei siti web che la nuova legge sui reati informatici hanno violato l’articolo 27 della legge fondamentale palestinese, che protegge la libertà di stampa dei cittadini palestinesi, compresi i loro diritti di fondare, stampare, pubblicizzare e distribuire ogni forma di media. La legge garantisce anche la protezione dei cittadini che stanno lavorando nel campo del giornalismo.

L’articolo vieta anche la censura dei media, affermando che “nessun ammonimento, sospensione, confisca, cancellazione o restrizione può essere imposto ai media,” salvo che una legge che viola queste condizioni superi un processo di deliberazione giuridica.

Tuttavia, secondo Abdin, Abbas non ha ricevuto il via libera dal sistema giudiziario per approvare queste gravi restrizioni sulla stampa.

Da quando Hamas ha vinto le elezioni parlamentari nel 2006, il Consiglio Legislativo Palestinese [il parlamento palestinese, ndt.] non è stato convocato a Ramallah, il che significa che la grande maggioranza delle leggi approvate dall’ANP negli ultimi 10 anni è stata approvata da Abbas, che nel 2009 ha esteso la sua presidenza a tempo indeterminato, attraverso decreti presidenziali.

Al-Haq ha evidenziato che la nuova legge viola il diritto internazionale, compreso l’articolo 19 della “Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici” (ICCPR).

Gruppi per i diritti umani, attivisti e giornalisti hanno chiesto che l’ANP modifichi la legge per rispettare la preesistente legislazione palestinese, revochi il blocco dei siti di notizie e ponga fine alla pratica di arrestare sistematicamente attivisti, scrittori, giornalisti ed altri palestinesi per le loro opinioni politiche.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA 18 – 31 luglio 2017 ( due settimane)

Tre israeliani e tre presunti aggressori palestinesi sono stati uccisi durante cinque attacchi e presunti attacchi palestinesi; nel corso di tali episodi sono stati feriti altri quattro israeliani e un palestinese.

Il 21 luglio, nell’insediamento colonico israeliano di Halamish (Ramallah), un palestinese 19enne ha fatto irruzione in una casa e ha pugnalato e ucciso tre israeliani, (due uomini e una donna) ed ha ferito un’altra donna; le vittime erano tutti membri della stessa famiglia. L’autore è stato colpito e ferito da un soldato israeliano, quindi arrestato. Il 18 luglio, presso il raccordo stradale Beit ‘Einoun (Hebron), un palestinese ha guidato il suo veicolo contro un gruppo di soldati israeliani ferendone due; subito dopo è stato colpito e ucciso. Due palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane all’ingresso del villaggio di Tuqu (20 luglio) e vicino all’incrocio di Gush Etzion (28 luglio). Secondo quanto riferito, avrebbero tentato di uccidere soldati israeliani; non sono state segnalate vittime israeliane. Infine, secondo i resoconti di media israeliani, il 24 luglio, nella città di Petach Tikva (Israele) un palestinese ha accoltellato e ferito un israeliano ed è stato successivamente arrestato.

Le forze israeliane hanno fatto irruzione nel villaggio di Kobar (Ramallah), dove abitava il responsabile dell’attacco condotto nell’insediamento colonico di Halamish [vedere paragrafo precedente], ed hanno bloccato tutti gli ingressi (il blocco è ancora in atto al termine del periodo di riferimento di questo Rapporto). Ad esclusione dei casi umanitari preventivamente concordati, ai circa 5.000 residenti è stato impedito l’accesso ai servizi e ai luoghi di lavoro. Durante l’irruzione, le forze israeliane hanno confiscato veicoli, documenti e soldi nella casa dell’aggressore; si sono anche verificati scontri con i giovani del villaggio e 24 palestinesi sono rimasti feriti.

Gli scontri in corso tra palestinesi e forze israeliane in Gerusalemme Est e nel circondario, hanno provocato la morte di cinque palestinesi, nonché il ferimento di 1.015 palestinesi, di cui almeno 34 minori, e di due poliziotti israeliani. La maggior parte degli scontri sono seguiti ai numerosi assembramenti di fedeli che pregavano in strada in segno di protesta contro l’installazione di metal detector agli ingressi del Complesso Haram ash Sharif / Monte del Tempio; l’installazione aveva fatto seguito all’attacco del 14 luglio in prossimità del Complesso. Due dei morti (18 e 21 anni) sono stati uccisi il ​​21 luglio nelle aree di Ras al ‘Amud e At Tur; uno di essi da un colono israeliano. Altri due palestinesi (18 e 23 anni) sono stati uccisi durante gli scontri avvenuti nella città di Abu Dis, il 21 e 22 luglio. Un altro (28 anni) è morto per le ferite riportate il 24 luglio in analoghi scontri avvenuti nel villaggio di Hizma. 19 dei feriti palestinesi sono stati colpiti da armi da fuoco; la maggior parte degli altri feriti sono stati colpiti da pallottole di gomma o hanno necessitato di trattamento medico per inalazione di gas lacrimogeno. Due dei feriti palestinesi, un minore e un uomo, hanno perso un occhio. Il 24 luglio le autorità israeliane hanno rimosso i metal detector, riducendo notevolmente il livello di tensione e gli scontri.

Il 21 luglio, poliziotti di frontiera israeliani hanno fatto irruzione con la forza nell’ospedale di Al Maqased a Gerusalemme Est, secondo quanto riferito, alla ricerca di manifestanti feriti in quello stesso giorno, ed hanno interrotto l’assistenza medica di emergenza. È stato riferito che i poliziotti hanno molestato alcuni operatori dell’ospedale e, uscendo dall’ospedale, hanno sparato una bomboletta di gas lacrimogeno ai palestinesi che si erano riuniti nel cortile dell’ospedale. Una incursione analoga, nello stesso ospedale, era stata registrata il 17 luglio.

Ulteriori scontri, verificatisi in varie località dei Territori occupati, anche in connessione con gli accadimenti di Gerusalemme Est, hanno provocato un altro morto palestinese e 535 feriti palestinesi. Il 28 luglio, un ragazzo di 15 anni è stato colpito e ucciso dalle forze israeliane durante scontri vicino alla recinzione perimetrale di Gaza, ad est del Campo Profughi di Al Bureij; in questo ed in episodi analoghi verificatisi lungo la recinzione della Striscia di Gaza sono stati feriti altri 34 palestinesi. Il maggior numero di ferimento occorsi in Cisgiordania, al di fuori della zona di Gerusalemme, sono stati registrati durante scontri presso i checkpoint di Beit El / DCO (Ramallah) e di Huwwara (Nablus).

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) in terra e in mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, o diretto, in almeno 15 occasioni, senza causare feriti. In alcuni casi, il lavoro degli agricoltori e dei pescatori palestinesi è stato interrotto. In altre quattro occasioni, le forze israeliane hanno effettuato spianature del terreno e scavi all’interno di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale.

Riguardo alla crisi elettrica di Gaza non sono stati registrati sviluppi; permangono i tagli di corrente per 18-20 ore al giorno, con gravi ricadute sulla fornitura dei servizi essenziali. PNGO, la rete delle ONG palestinesi, ha riferito che le prolungate mancanze di energia elettrica colpiscono particolarmente le oltre 44.000 persone affette da disabilità, tra cui alcune dipendenti da dispositivi elettrici che forniscono ossigeno e supporto alla mobilità.

Sono stati segnalati cinque attacchi di coloni che hanno causato ferimenti di palestinesi o danni alla proprietà. Due minori palestinesi sono stati feriti, in due distinti casi di lancio di pietre, al raccordo stradale di Beit ‘Einoun (Hebron) e ad ‘Asira al Qibliya (Nablus), mentre vicino al checkpoint di Za’tara (Nablus) un uomo palestinese è stato ferito da un cane sguinzagliato da coloni. Nei villaggi di Jalud e Madama, entrambi nel governatorato di Nablus, sono stati registrati due casi di incendio di terra palestinese, a quanto riferito, ad opera di coloni israeliani; ne sono risultati danneggiati una struttura agricola e reti di irrigazione.

Il 25 luglio coloni israeliani hanno occupato un appartamento in un edificio situato nella zona H2 della città di Hebron, violando un ordine israeliano che dichiarava quella parte dell’edificio come area militare chiusa. Una famiglia palestinese (16 persone, la metà delle quali minori), residente in un altro appartamento dello stesso edificio, ha riferito di limitazioni all’accesso ed intimidazioni dopo l’occupazione [effettuata dai coloni]. Una istanza che contestava i diritti di proprietà dei coloni, presentata tre anni fa dalla famiglia palestinese ad un tribunale israeliano, è ancora in sospeso.

Secondo resoconti di media israeliani, nei pressi di Gerusalemme, Ramallah, Hebron e Betlemme, tre coloni israeliani tra cui un minore sono stati feriti e almeno cinque veicoli sono stati danneggiati in diversi episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi.

Nell’Area C della Cisgiordania, a causa della mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato quattro strutture di proprietà palestinese, compromettendo i mezzi di sussistenza di circa 250 persone. Le strutture in questione includevano una roulotte per uso commerciale nel villaggio di Battir (Betlemme), due chioschi commerciali nella città di Ar Ram (Gerusalemme) ed un tratto di strada per il collegamento della Comunità di Wadi Sneysel alla Strada n° 1. Quest’ultima è una delle 46 comunità beduine della Cisgiordania centrale a rischio di trasferimento forzato. Le autorità hanno altresì emesso almeno 17 ordini di demolizione e blocco-lavori contro strutture residenziali e di sostentamento in tre comunità dell’Area C, nel sud di Hebron; tra queste, quattro strutture finanziate da donatori e fornite come assistenza umanitaria alla Comunità di Al Bowereh.

Il Valico di Rafah, controllato dall’Egitto, durante il periodo di riferimento è rimasto eccezionalmente aperto, ma solo per l’ingresso di combustibile, primariamente destinato alla Centrale Elettrica, mentre è rimasto chiuso al transito delle persone. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. L’ultima volta in cui il valico venne aperto al transito di persone fu il 9 maggio. Nel 2017, fino ad ora, il valico è stato aperto per 16 giorni.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Hamas è disponibile a sciogliere il comitato amministrativo se l’ANP interrompe ogni misura punitiva a Gaza.

Ma’an News

3 agosto 2017

Gaza (Ma’an) – In un tentativo di raggiungere la riconciliazione nazionale tra le fazioni palestinesi di Hamas e Fatah in lotta tra loro e di ridurre una grave crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, il movimento Hamas ha annunciato giovedì [3 agosto]di essere pronto ad abolire il suo comitato amministrativo [il governo che di fatto gestisce il potere nella Striscia, ndt.] a Gaza, se l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) dominata da Fatah dovesse ritirare ogni misura punitiva imposta negli ultimi mesi all’enclave costiera assediata.

In un comunicato il membro del comitato centrale di Hamas Salah al-Bardwil ha affermato che una volta che l’ANP “abbia assunto tutte le responsabilità a Gaza,” Hamas scioglierà il suo comitato amministrativo, che ha formato all’inizio dell’anno tra l’indignazione dell’ANP, che ha accusato Hamas di tentare di formare un governo ombra e rendere Gaza indipendente dalla Cisgiordania occupata.

Dopo l’annuncio [della formazione] del comitato amministrativo, l’ANP con sede a Ramallah è stata accusata di far precipitare deliberatamente l’impoverita Striscia di Gaza in una catastrofe umanitaria per impossessarsi del controllo del territorio togliendolo ad Hamas.

L’ANP ha deciso di ridurre drasticamente i finanziamenti per il carburante israeliano destinato all’enclave costiera, e nel contempo le autorità israeliane hanno acconsentito alle richieste dell’ANP di ridurre drasticamente la fornitura di elettricità a Gaza, che era già colpita dalla mancanza di disponibilità di elettricità e carburante.

Altre politiche messe in atto dall’ANP avrebbero incluso il presunto blocco dei trasferimenti per ragioni sanitarie dei pazienti di Gaza per ricevere trattamenti medici fuori dal territorio e il taglio dei finanziamenti al settore sanitario dell’enclave assediata, che ha visto il bilancio usuale di 4 milioni di dollari mensili del ministero della salute di Gaza crollare ad appena 500.000 dollari, che hanno anche gravemente esacerbato la drammatica situazione degli abitanti di Gaza.

Scatenando forse la maggior indignazione, ad aprile l’ANP ha fatto notevoli tagli agli stipendi dei suoi dipendenti a Gaza, dal 30% al 70% dei salari precedenti.

Giovedì Al-Bardwil ha chiesto che tutti questi interventi che sono stati imposti come ritorsione per la formazione del comitato amministrativo, una volta che questo venga sciolto, [siano ritirati e che] l’ANP si prenda la responsabilità di assumere e gestire gli attuali membri del comitato.

Ha chiesto a tutte le fazioni palestinesi di “iniziare immediatamente un dialogo nazionale per giungere ad un governo che rappresenti l’unità nazionale e dia al Consiglio Legislativo Palestinese (CLP) il potere per svolgere il proprio compito.

Al-Bardwil ha anche chiesto di organizzare elezioni presidenziali e legislative “da cui emerga il meglio per il popolo palestinese.”

“La posizione di Hamas è una risposta alla voce del popolo a Gerusalemme ed ovunque e la conferma dell’impegno di Hamas per l’ interesse nazionale e i precedenti accordi,” ha affermato al-Bardwil.

La dichiarazione di Al-Bardwil è arrivata un giorno dopo che il presidente Mahmoud Abbas si è incontrato a Ramallah con una delegazione di Hamas in Cisgiordania per discutere della riconciliazione nazionale.

Durante l’incontro Abbas avrebbe detto alla delegazione che “se Hamas scioglie il comitato amministrativo che ha formato per governare la Striscia di Gaza e consente al governo del primo ministro Rami Hamdallah di lavorare liberamente a Gaza, allora tutte le misure recentemente applicate alla Striscia di Gaza saranno ritirate.”

Rinnovati appelli per una riconciliazione nazionale sono sorti sull’onda di una massiccia campagna di disobbedienza civile di massa tra i palestinesi di Gerusalemme occupata per protestare contro le misure israeliane nel complesso della moschea di Al-Aqsa.

In passato sono stati fatti numerosi tentativi di riconciliare Hamas e Fatah da quando si sono violentemente scontrati nel 2007, poco dopo la vittoria di Hamas nelle elezioni generali del 2006 nella Striscia di Gaza.

Tuttavia la dirigenza palestinese ha ripetutamente mancato di portare a compimento le promesse di riconciliazione, mentre entrambi i movimenti si sono spesso scambiati l’accusa dei numerosi fallimenti.

(traduzione di Amedeo Rossi)




“Fanculo, spazzate via Gaza”, dice un portavoce della nuova campagna UE

Ali Abunimah e Dena Shunra – 3 agosto 2017, Electronic Intifada

L’Unione Europea ha ingaggiato come volto di una nuova campagna promozionale un israeliano che invoca una violenza genocida contro i palestinesi.

Avishai Ivri compare in un video postato lo scorso mese dall’ambasciata dell’UE a Tel Aviv sulla sua pagina Facebook.

“L’Unione Europea. Pensate che sia contro Israele, vero?” Inizia a dire Ivri. “Lasciate che vi sorprenda.”

Ivri allora elenca statistiche sui rapporti commerciali e turistici, intese a convincere gli spettatori israeliani di quanto l’Unione Europea favorisca Israele. Ha anche vantato che l’UE è un acquirente dell’industria bellica di Israele, sopratutto droni.

L’UE “è il miglior vicino che abbiamo,” ha concluso Ivri.

Appoggio il genocidio

Ivri era un autore di “Latma”, un spettacolo di sketch ormai terminato che rifletteva punti di vista di estrema destra e razzisti, come raffigurare migranti e rifugiati dai Paesi africani come scimmie.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg.

Durante l’attacco israeliano del novembre 2012 che uccise 174 palestinesi [si riferisce all’operazione “Pilastro di difesa”, ndt.], Ivri auspicò che fosse ancora più violento.

“C’è una strategia che non è ancora stata sperimentata; 1.000 arabi uccisi per ognuno dei nostri morti,” twittò. “Penso che dalla scorsa settimana siano in debito con noi di 5.000 [morti].”

Durante lo stesso attacco Ivri raccomandò: “Fanculo, spazzate via Gaza.”

Ivri è un convinto sostenitore della soluzione dello Stato unico, ma in cui palestinesi e israeliani non avrebbero gli stessi diritti. Al contrario, appoggia l’eliminazione dei palestinesi come intero popolo – un obiettivo che corrisponde alla definizione del diritto internazionale di pulizia etnica e probabilmente di vero e proprio genocidio.

Nel gennaio 2013 Ivri ha twittato che “Giudea e Samaria” – il nome che Israele utilizza per la Cisgiordania occupata – “possono sempre essere annesse, punto e basta.” Se i palestinesi oppongono resistenza, avverte, “saranno portati via, su camion. La forza è sempre un’opzione, ma preferiamo una soluzione concordata (ma sennò, la forza).”

“Non esiste una cosa come una nazione palestinese e sicuramente non ha interesse in uno Stato,” a twittato in febbraio.

“Nello Stato di Israele a 500 anni da oggi nessuno ricorderà che ci fosse una cosa chiamata palestinesi, ” ha twittato in maggio.

“I palestinesi sono una Nazione?” chiese nel 2012, prima di rispondersi: “Sono merda.”

Ivri vede i continui attacchi israeliani contro i palestinesi come la possibilità per Israele di mettere in atto il suo progetto violento teso ad eliminare la Palestina.

Durante l’attacco israeliano dell’estato 2014 contro Gaza che ha ucciso più di 2.200 palestinesi [si riferisce all’operazione “Margine protettivo”, ndt.], compresi 550 bambini, Ivri ha invocato la conquista totale del territorio costiero – così come della Cisgiordania.

Ivri ha twittato: “In 10 anni, quando Israele sarà il potere sovrano sia a Gaza che in Giudea e Samaria, ci domanderemo a cosa abbiamo pensato per 30 (o 60) anni e perché non lo abbiamo fatto parecchi anni fa.”

“Nessuno governerà Gaza per Israele. Solo Israele lo può fare,” ha twittato durante lo stesso attacco israeliano, aggiungendo che “i giorni al potere” del capo dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas “sono contati, e dopo che se ne sarà andato Israele governerà anche sulla Giudea e Samaria.”

Durante l’attacco Ivri ha anche diffuso un articolo in cui sosteneva che Israele sarebbe stato giustificato se avesse tagliato le forniture idriche ed elettriche a Gaza – cosa che è stata fatta, violando le leggi internazionali.

Disumanizzare i palestinesi

Ivri giustifica questo tipo di violenza che sostiene lo sterminio con la demonizzazione e disumanizzazione totale delle vittime del regime di occupazione e di apartheid israeliano. Ironicamente, a volte riconosce l’esistenza dei palestinesi unicamente per individuarli come demoni.

“I palestinesi sono gli eredi dei nazisti,” ha twittato nel maggio 2016, aggiungendo che la bamdiera palestinese “significa una sola cosa = un appello per uccidere ebrei, ovunque siano.”

Questo è stato un argomento costante. Nell’ottobre 2014 ha offerto una “sintesi: i palestinesi sono nazisti.”

Non hanno ancora costruito camere a gas,” ha affermato, perché “la cosa più moderna che hanno avuto a disposizione sono ordigni esplosivi artigianali. Ma sono assolutamente nazisti.”

Durante l’attacco del 2014 contro Gaza, ha twittato che “Hamas è nazista. Non come loro, non approssimativamente, non qualcosa di simile. Nazisti.”

Nell’ottobre 2015, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha provocato uno scandalo internazionale assolvendo Hitler dall’ideazione dello sterminio di milioni di ebrei europei e accusando invece un palestinesi [il Gran Muftì di Gerusalemme, ndt.], Ivri ha detto la sua appoggiandolo palesemente.

“I palestinesi si sono offerti volontari per aiutare Hitler,” ha affermato Ivri. “E’ una cosa ben nota.”

Di norma, ci si aspetterebbe che la UE rifiutasse paragoni gratuiti di altri avvenimenti con il genocidio nazista. Ma a quanto pare ciò va bene purché il bersaglio siano i palestinesi.

L’istigazione di Ivri non prende di mira solo i palestinesi nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Odia anche i palestinesi cittadini di Israele, riferendosi ai beduini come a una “bomba ad orologeria”.

Si fa anche promotore della discriminazione razziale nelle assunzioni: “Un datore di lavoro non può sapere se i suoi dipendenti potenziali sono coinvolti nel terrorismo. Cosa dovrebbe fare? Chiaramente non vorrebbe assumere per niente arabi. Mettetevi per un attimo nei suoi panni.”

Sostegno a favore di crimini di guerra

Il sostegno di Ivri a favore di crimini di guerra contro palestinesi è costante e disinvolto. Quando nel marzo 2016 Elor Azarya ha giustiziato a sangue freddo il palestinese ferito e impossibilitato a nuocere Abd al-Fattah Yusri al-Sharif – un omicidio per cui al medico dell’esercito è stato comunque data una lieve condanna – Ivri l’ha approvato.

“Un esercito veramente etico si assicura che i terroristi siano morti,” ha twittato.

Dal 2016, Israele ha incrementato la sua campagna contro i difensori dei diritti umani. Persino l’UE ha cercato di sollevare una timida protesta contro la cosiddetta legge israeliana della “trasparenza”, che inasprisce i controlli sui gruppi per i diritti umani che ricevono finanziamenti dai governi europei.

Ivri si è unito agli attacchi senza sosta del governo israeliano contro i gruppi, compreso l’israeliano B’Tselem, che documentano soprusi contro i palestinesi.

Lo scorso dicembre ha twittato che “B’Tselem e il resto delle organizzazioni europee operanti in Israele sono un’ulteriore arma nell’arsenale degli odiatori degli ebrei e di Israele nel mondo.”

L’UE promuove l’odio

Una richiesta via mail di “The Electronic Intifada” all’ambasciata UE di Tel Aviv includeva una domanda su quanto denaro dei contribuenti europei abbia ricevuto come compenso Ivri per il video.

L’ambasciata non ha risposto a questa domanda né alle altre sul costante incitamento di Ivri al razzismo ed alla violenza, compresi crimini di guerra.

Ma in precedenza l’ambasciatore dell’UE a Tel Aviv non ha fatto segreto del suo punto di vista estremista a favore di Israele.

In una lettera aperta che riflette sull’imminente fine dei suoi quattro anni come ambasciatore, Lars Faaborg-Andersen ha ricordato che da giovane negli anni ’70 passò un periodo in un kibbutz – una forma di colonia sionista che giocò un ruolo cruciale nella pulizia etnica dei palestinesi, ma che godette di una rosea reputazione progressista tra occidentali ingenui o complici [del sionismo].

“In quei giorni giovani europei e americani affluivano in Israele per partecipare all’esperimento dei kibbutz socialisti e dimostrare la propria solidarietà con David nella sua lotta per la sopravvivenza contro i Golia arabi che lo circondavano, ” ha scritto Faaborg-Andersen, facendo rispuntare la mitologia sionista che toglie di mezzo la Nakba, l’espulsione da parte di Israele della grande maggioranza della popolazione palestinese nel 1948, così come la successiva occupazione e colonizzazione della terra palestinese.

Durante il suo incarico come ambasciatore, Faaborg-Andersen e i suoi colleghi dell’UE hanno fatto tutto il possibile per promuovere la guerra di Israele contro la lotta palestinese per la sopravvivenza e la libertà, compreso il finanziamento dell’industria bellica e i torturatori israeliani, partecipando agli attacchi di Israele contro il movimento nonviolento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni e continuando ad essere pienamente complici del brutale assedio israeliano contro Gaza.

L’ambasciata dell’UE a Tel Aviv ha anche svolto il ruolo di campo di addestramento per membri della lobby di Israele a Bruxelles.

Ma sicuramente il risultato personale più vergognoso di Faaborg-Andersen sarà di essersi calato nella parte di aperto sostenitore della violenza genocida come il volto dell’Unione Europea e dei suoi molto strombazzati “valori”.

Ofer Neiman ha contribuito alla ricerca.

Ali Abunimah è direttore esecutivo di Electronic Intifada. Dena Shunra è traduttrice ed autrice.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Ancora in attesa di un Gandhi palestinese? Lei/lui c’è già

Zaha Hassan – 30 luglio 2017, Haaretz

Ogni ragazzina della Cisgiordania che attraversa un checkpoint per andare a scuola è una Rosa Parks. Ogni prigioniero che fa lo sciopero della fame è un Mandela, e ogni gazawi che sopravvive nonostante le condizioni disumane è un Gandhi palestinese.

La seconda domanda (dopo “Dov’è la Palestina?”) più frequentemente posta a un palestinese-americano è: “Dov’è il Gandhi palestinese?”

Gli americani vogliono sapere perché i palestinesi non utilizzano tattiche non-violente per porre fine ai loro decenni di oppressione e di colonizzazione della loro terra.

Ovviamente in questa domanda è implicita la premessa, coltivata dalla rappresentazione mediatica dell’ “arabo infuriato” e del musulmano nichilista, così come da campagne lautamente finanziate di sensibilizzazione dell’opinione pubblica che coinvolgono gruppi di lobbysti ed i centri di studio ad essi associati che dipingono tutto il Medio oriente come un covo ribollente di odio contro l’Occidente cristiano, che i palestinesi siano geneticamente predisposti alla violenza.

La verità è che, se un premio Nobel fosse assegnato a un intero popolo per la moderazione che ha dimostrato e per l’ostinata caparbietà a sopravvivere, a perseverare e a costruire un domani migliore nonostante i sistematici tentativi di eliminarlo – persino tentativi di negare addirittura la sua esistenza, come fece Golda Meir [nel 1969 in un’intervista l’allora primo ministro di Israele affermò che i palestinesi non esistevano, ndt.] – esso dovrebbe andare al popolo palestinese.

Perché, dove esiste un precedente dell’imprigionamento di 2.2 milioni di persone che sono stati resi deliberatamente dipendenti per il cibo, l’acqua e l’energia durante un intero decennio, mentre la narrazione continua a dire che è tutto giustificato dalla “sicurezza” di Israele, come nel caso delle attuali sofferenze di Gaza?

Dove c’è un precedente di sette milioni di persone a cui viene negato il diritto di tornare alle proprie case e proprietà confiscate settant’anni fa, solo perché sono della religione sbagliata, mentre nuovi insediamenti illegali si espandono freneticamente nel pezzo di terra della Cisgiordania che dovrebbe essere parte del loro Stato ancora da creare?

Dove c’è un precedente di Stati e istituzioni incaricati di difendere le leggi e la legalità internazionali che chiedono a un popolo occupato sempre più concessioni e di negoziare per legittimare crimini di guerra e per normalizzare l’esistenza dell’occupante?

La verità è che ogni ragazzina della Cisgiordania che attraversa un checkpoint per andare a scuola è una Rosa Parks [la donna di colore che nel 1955 in Alabama si rifiutò di cedere il posto in autobus a un bianco e diede inizio alla lotta per i diritti civili dei neri negli USA, ndt.]. Ogni prigioniero che mette in pericolo la propria vita per settimane intere facendo lo sciopero della fame per lottare contro la propria incarcerazione e le condizioni di detenzione è un Mandela, e ogni persona che oggi vive a Gaza e che sopravvive nonostante le privazioni disumane, è un Gandhi palestinese.

Quante altre migliaia di tappetini da preghiera devono essere srotolati nelle strade di Gerusalemme prima che la resistenza non violenta palestinese sia non solamente riconosciuta ma anche appoggiata e incoraggiata? Quante altre proteste del venerdì devono aver luogo a Bi’lin e in altri villaggi in Cisgiordania? Quante tende della pace devono essere erette e demolite a Gerusalemme e nel Naqab [Negev in arabo, ndt.]?

La vera questione, tuttavia, non è quantificare le proteste, ma garantire che altri le conoscano.

Gandhi lo sapeva. Martin Luther King, Jr lo sapeva. E il governo israeliano, l’AIPAC [l’associazione ebraica filo-israeliana più potente negli USA, ndt.] e quanti sono interessati a mantenere il dominio di Israele sulla terra palestinese lo sanno. E questa è la ragione per cui vergognosi esempi di legislazione come la legge 720 del Senato contro il BDS [movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele, ndt.] stanno circolando nelle aule del Congresso. La legge, stilata con la collaborazione dell’AIPAC, lo farebbe diventare un reato punibile fino ad un massimo di 20 anni di carcere e una multa fino a 1 milione di dollari per il fatto di sostenere l’uso di metodi economici non violenti contro Israele.

Potete immaginare Rosa Parks che sconta 20 anni di prigione per aver organizzato il boicottaggio degli autobus segregati? O Martin Luther King Jr. obbligato a pagare un milione di dollari per aver boicottato ristoranti razzisti con posti separati?

Dovrebbe essere chiaro a tutti noi che punire il diritto di espressione che ha lo scopo di porre fine a un’ingiustizia è sbagliato. Quando si vedono i fatti, gli americani lo capiscono. E lentamente ma inesorabilmente alcuni membri del Congresso che inizialmente erano stati co-promotori della legge con un tipico riflesso condizionato, una deferenza cieca verso l’AIPAC, stanno vedendo chiaro, come la senatrice Gillibrand, che, quando è stata messa in guardia dall’ACLU [American Civil Liberties Union, Unione Americana per le Libertà Civili, organizzazione non governativa che difende i diritti civili e le libertà individuali negli USA, ndt.] sulle preoccupazioni relative al diritto di parola e a problemi di incostituzionalità della legge e sfidata da elettori durante un’assemblea comunale, ha espresso la sua volontà di riconsiderare il suo appoggio [alla legge].

Così, mentre CNN e Fox News [due importanti reti televisive statunitensi, ndt.] possono non informare sulle centinaia di migliaia di palestinesi che hanno pregato nelle strade di Gerusalemme la scorsa settimana, protestando contro il tentativo mascherato di Israele di esercitare la propria sovranità sulla Spianata delle Moschee, questi accaniti tentativi legislativi da parte dei difensori di Israele per porre fine all’appoggio alla resistenza non violenta nei territori occupati o all’estero stanno accendendo riflettori da stadio di football sui problemi.

Attivisti del movimento progressista si rendono drammaticamente conto di come le loro libertà civili vengano minacciate in nome della protezione dell’occupazione di Israele sui palestinesi. Allo stesso modo, quando le linee aeree USA hanno messo in atto la legislazione israeliana che impedisce ai difensori dei diritti umani di viaggiare in Israele (compresi ebrei-americani, uno dei quali è un rabbino), gli americani hanno visto il rapporto tra questo fatto e gli abominevoli divieti di viaggio [si riferisce alla proibizione di ingresso negli USA dei passeggeri provenienti da alcuni Paesi musulmani, ndt.] perseguiti dall’amministrazione Trump

I palestinesi ed i loro sostenitori dovrebbero sperare (e pregare nelle strade) che Israele continui a rivelare la natura della sua oppressione contro di loro, e al contempo continuare a perseguire metodi collaudati e non violenti per riportare la giustizia e lo stato di diritto, perché si giunga ad una vera comprensione delle cause e delle soluzioni del conflitto israelo-palestinese.

Non c’è un modo più efficace per mettere in luce un’ingiustizia e per modificare la percezione sbagliata ad essa associata che attraverso lo stesso oppressore. Rosa Parks, Dr. King e Gandhi lo sapevano e lo sanno anche i palestinesi e quelli che solidarizzano con loro.

Zaha Hassan è una giurista per i diritti umani e studiosa del Medio Oriente al New America [prestigioso centro studi indipendente di politica ed economia, ndt.], con sede a Washington. In precedenza è stata coordinatrice e consulente esperta del gruppo negoziatore palestinese.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Gerusalemme unifica i musulmani attraverso la lotta

Amira Hass – 23 luglio 2017, Haaretz

Benché alla maggioranza dei palestinesi non sia consentito visitare Al-Aqsa, questo luogo sacro sta facendo quello che l’assedio di Gaza e l’espansione delle colonie non riescono a fare: unirli.

Un giovane laico della zona di Ramallah ha espresso il suo stupore per come Gerusalemme ha unificato l’intero popolo palestinese ed ha paragonato l’assalitore di venerdì notte ad Halamish [colonia israeliana in cui un palestinese ha ucciso a coltellate tre coloni, ndt.], Omar al Abed, al Saladino. Un paragone stupido, siamo tutti d’accordo. Eppure il bisogno di tirare in ballo il Saladino racchiude tutta la difficoltà tra i palestinesi in merito a quelli che percepiscono come i nuovi crociati.

Questo giovane non può andare a Gerusalemme est e nella Città Vecchia, che si trova a meno di 30 km (circa 18 miglia) da casa sua, perché anche in periodi normali Israele non concede permessi di ingresso “come quello” a persone della sua età. E forse è tra coloro che considerano umiliante dover chiedere un permesso di ingresso per andare in una città palestinese. L’ultima volta che ha visitato [Gerusalemme] aveva 13 anni – cioè circa 13 anni fa.

Quindi questo giovane palestinese venerdì non ha sentito alcuni dei predicatori parlare a Gerusalemme della loro discendenza da Saladino. Poiché i palestinesi sono stati bloccati dal loro [dei religiosi musulmani, ndt.] divieto di entrare ad Al-Aqsa attraverso i metal detector israeliani, sedicenti predicatori hanno parlato a gruppi di fedeli che si sono radunati nelle strade di Gerusalemme est e della Città Vecchia, circondati dal personale della polizia di frontiera che puntava contro di loro i lunghi fucili.

Uno di questi predicatori ha detto che se non fosse stato per le posizioni e le azioni di vari regimi stranieri nel passato e nel presente, gli ebrei non avrebbero sconfitto i palestinesi. Poi ha fatto una pausa ed ha aggiunto: “Se non fosse per l’Autorità Nazionale Palestinese, collaborazionista, gli ebrei non avrebbero il sopravvento.” Ed ha anche chiesto: “E’ possibile che oggi, in tutti gli eserciti musulmani del mondo, nessuno possa generare un Saladino?” E allora ha promesso che verrà il giorno in cui eserciti da Giacarta, da Istanbul e dal Cairo arriveranno per liberare la Palestina, Gerusalemme e Al-Aqsa.

Un altro predicatore ha fatto affermazioni simili a un turista turco prima del sermone. Il contenuto e lo stile ricordavano il partito islamista salafita Hizb El Tahrir: non c’è da sostenere una lotta armata contro gli occupanti israeliani, ma una fede incrollabile nel giorno in cui il mondo musulmano si mobiliterà e sconfiggerà i “crociati ebrei”.

Quando il predicatore se n’è andato, solo in pochi si sono uniti all’appello che metteva in guardia gli ebrei che “l’esercito di Maometto ritornerà” – ma nessuno ha protestato contro la definizione dell’ANP come “collaborazionista”. In ogni caso, le sue attività sono vietate a Gerusalemme. Israele ha estromesso l’OLP (a cui l’ANP è in teoria subordinata) da ogni ruolo di unificazione, culturale, sociale o economico, che ha avuto fino al 2000. Un vuoto di potere come questo può essere riempito solo da enti religiosi e da portavoce che possano dar senso ad una vita piena di sofferenze. La coerente posizione dell’OLP e dell’ANP, secondo cui questo non è un conflitto religioso e che ad Israele non dovrebbe essere consentito di trasformarlo in tale, a Gerusalemme non risulta molto convincente.

Dato che la maggioranza dei palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania non può andare a Gerusalemme, la città – e soprattutto la moschea di Al-Aqsa – è per loro un luogo astratto, un “concetto” o una foto sul muro; non una realtà che conoscono concretamente. Ma questo luogo astratto, Al-Aqsa, sta facendo quello che non riesce a fare l’assedio di Gaza con i suoi 2 milioni di prigionieri, l’espansione delle colonie e la confisca dei serbatoi di acqua e dei pannelli solari alle comunità dell’Area C [in base agli accordi di Oslo, la parte della Cisgiordania temporaneamente sotto totale controllo israeliano, ndt.]: li sta unificando. Il discorso anti-colonialista, che è essenzialmente nazionalista, politico e laico, è canalizzato dai post di Facebook, dagli articoli eruditi che non raggiungono il grande pubblico e da vuoti slogan pronunciati da leader, il cui periodo di leadership e di governo è ormai da tempo scaduto.

In altre parole, il discorso e la vecchia dirigenza nazionalisti oggi non sono più considerati importanti. Al contrario, Al-Aqsa riesce a creare un’opposizione popolare di massa al dominio straniero da parte di Israele – e ciò scatena l’immaginazione e l’ispirazione delle masse di altri che non possono andare a Gerusalemme. Non solo persone non credenti si sono recate ai luoghi di preghiera a Gerusalemme il venerdì per stare con il proprio popolo. Anche numerosi palestinesi cristiani si sono uniti ai fedeli musulmani ed hanno pregato, a modo loro, verso Al-Aqsa e la Mecca.

Ovviamente, si tratta in primo luogo della forza del credo religioso. Più profonda è la fede, maggiore è lo sfregio alle sue componenti sacre. Il fatto che Al-Aqsa sia un luogo per tutti i musulmani è un elemento che le attribuisce maggiore importanza. Ma non si tratta solo di quello: Gerusalemme ha la maggior concentrazione di palestinesi che si trovano a diretto contatto con il potere straniero di Israele, con tutto quello che ciò rappresenta in termini di negazione dei loro diritti e di umiliazione per loro. Non hanno bisogno di “luoghi simbolici” dell’occupazione, come i posti di controllo militari, per ricordarsi dell’occupazione o esprimere la loro rabbia. E la spianata di Al-Aqsa, da parte sua, è il luogo in cui la maggior parte dei gerosolimitani si possono riunire in un unico posto per sentirsi parte di una collettività. E dal momento in cui questo diritto di riunirsi gli viene tolto, protestano come un sol uomo – il che ricorda anche agli altri palestinesi che sono tutti uno solo, e stanno soffrendo per lo stesso dominio straniero.

Ma questa stessa opinione pubblica unificata non può più esprimere la propria unità in azioni collettive. E’ chiusa e tagliata fuori all’interno di enclave sovrane, e divisa in classi sociali con differenze sociali, economiche ed emotive sempre più grandi. La via verso il luoghi simbolici dell’occupazione, che circondano ogni enclave, è bloccata dalle forze di sicurezza palestinesi come dall’adattamento alla vita all’interno dell’enclave.

Questa è la base politica e reale della continua presenza di assalitori solitari, che non fanno riferimento all’origine delle loro azioni: prima di tutto, l’intollerabile prosecuzione dell’occupazione; poi la suggestione di Al-Aqsa come un luogo che unifica, religiosamente e socialmente; la dirigenza deludente, indebolita e debole; la volontà di morire che è una miscela di fede nel paradiso e di disperazione nei confronti della vita.

(traduzione di Amedeo Rossi)