Cerco di non fare confronti fra periodi storici. E poi Israele marchia i palestinesi con un numero

Hanin Majadli

19 agosto 2026 • Haaretz

Forse siamo fermi nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi

Questa settimana le Forze di Difesa Israeliane hanno operato a Qabatiyah, vicino a Jenin. Durante l’operazione alcuni detenuti palestinesi sono stati contrassegnati con dei numeri scritti sulla fronte e sul corpo.

Questo richiama alla mente certi periodi storici. Poco dopo è arrivata anche la replica. Secondo quanto riportato, i comandanti hanno chiarito alle Forze la gravità dell’atto e si è imparata la lezione.

Si è imparata la lezione. È difficile pensare a una frase israeliana più tipica. Per decenni qui si sono imparate delle lezioni. Quando i palestinesi vengono uccisi si impara la lezione. Quando i detenuti vengono maltrattati si impara la lezione. Dopo ogni atto che avrebbe dovuto essere un’eccezione si impara la lezione. Eppure chissà come le lezioni non vengono mai apprese in tempo per prevenire il prossimo incidente. Un brevetto israeliano.

Certo, non è la prima volta che qualcosa viene impresso sulla pelle dei palestinesi. In questo contesto si sono già imparate delle lezioni, poi dimenticate. C’è stato il palestinese sul cui volto era stata impressa “involontariamente” una stella di David con la “suola dello stivale di un poliziotto”. Case palestinesi in Cisgiordania su cui sono state dipinte con la vernice spray delle stelle di David come se fossero svastiche. E guardate con quanta facilità arriviamo alle richieste pubbliche di non permettere ai medici arabi di curare gli ebrei.

Per non parlare della ben nota paura dei palestinesi a mostrare apertamente la propria identità nei momenti in cui le strade ebraiche si fanno più violente, più nazionaliste, più vendicative. Ricordo delle parenti che nei momenti di tensione si toglievano l’hijab durante i tragitti notturni in auto. E anche se non voglio violare il divieto di “fare paragoni” con altri periodi, arriva Israele e imprime dei numeri sulla pelle dei palestinesi. E allora cosa volete che pensiamo?

Ancor prima che le Forze di Difesa Israeliane annunciassero che avrebbero imparato la lezione mi chiedevo se fosse stato un soldato ad agire di propria iniziativa, se l’ordine fosse stato impartito da un comandante, o se si trattasse di un clima generale che lasciava intendere fosse lecito numerare i detenuti palestinesi sulla fronte. Sono consapevoli delle associazioni che questo evoca? Vogliono che vediamo le immagini e le confrontiamo? O forse sono talmente immersi nel loro senso di potere che nessuno si ferma a pensare a come appare la cosa? E cosa è peggio: fare una cosa del genere consapevolmente, o farla senza minimamente comprenderne il significato?

A volte penso che diamo troppa importanza al dibattito sull’opportunità di fare paragoni. Forse non c’è bisogno di fare paragoni. “Loro”, di cui non pronunceremo i nomi, non si sono mostrati mentre facevano saltare in aria le case e scherzavano sulla distruzione su TikTok, che all’epoca non esisteva. Non hanno trasformato le uccisioni di massa in uno spettacolo di intrattenimento in prima serata. Forse siamo fermi nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi.

Forse Israele non trae ispirazione da nessuno. Forse è già nella fase in cui fornisce ispirazione. Ecco i reel degli spettacoli del genocidio. Per un vasto pubblico che non solo non si scandalizza né si imbarazza o vergogna, ma esulta. Media che trasformano la fame in barzellette raccontate su un panel. Politici che competono tra loro sulle ipotesi di vendetta. Soldati che documentano il tutto con orgoglio. Un’intera nazione che sta progressivamente perdendo la capacità di tracciare dei fondamentali confini morali non per paura o obbedienza, ma in un’atmosfera di hafla, di celebrazione festosa.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Non potevo star a guardare i miei figli piangere dalla fame”: per sopravvivere al genocidio alcuni gazawi hanno creato una “economia dello sfollamento”

Tareq S. Hajjaj

17 agosto 2026  Mondoweiss

Nei campi degli sfollati di Gaza i sopravvissuti hanno dato vita a nuove attività economiche: la proprietaria di una palestra adesso forgia pesi usando lattine vuote, il proprietario di un supermercato è diventato panettiere, una casalinga fa l’ambulante — dalla distruzione del genocidio hanno ricostruito attività per sopravvivere.

Iman Mughira ha speso mesi e 250.000 dollari per aprire, con vari soci, una palestra a Rafah prima che Israele la distruggesse durante il genocidio. Sfollata ad al-Mawasi, nella zona occidentale di Khan Younis a sud di Gaza, ha monitorato le immagini da satellite della sua città finché è stata certa che la palestra non c’era più.

Quando ho capito che era stata distrutta mi sono sentita come se anche il mio futuro fosse stato distrutto,” ha detto a Mondoweiss Mughira, 33 anni.

Mughira è una delle migliaia di gazawi che ha perso la propria fonte di reddito in quello che un rapporto dell’organizzazione ONU Commercio e Sviluppo (UNCTAD) ha definito “la più grave crisi economica mai registrata” a Gaza, cancellando 22 anni di progresso e sviluppo in meno di due anni. ”Tagliati fuori da quello che avevano costruito prima del genocidio, molti palestinesi sfollati nella Striscia hanno improvvisato nuove attività e aziende partendo da quello che si sono lasciati alle spalle, cercando di continuare quello che avevano un tempo costruito in modi completamente diversi.”

Quando ho dovuto andarmene ho lasciato dietro di me i sogni della mia vita, qualcosa che avevo impiegato anni a costruire e sono arrivata ad al-Mawas dove non ci sono né sicurezza né stabilità,” ha continuato. Mughira ci ha detto che, dopo la fuga, la sua massima preoccupazione era cosa sarebbe stato della sua attività. Avendo seguito le notizie sulla sua città dalle immagini satellitari, cercando di capire cosa fosse successo, un giorno ha ricevuto conferma che era stata completamente spazzata via dall’esercito israeliano, proprio come quasi tutto il resto di Rafah.

Dopo lo shock iniziale della perdita della sua impresa, Mughira ha cominciato a cercare un modo per venir fuori dalla sofferenza che l’aveva sommersa. Ha notato quello che si stava ammonticchiando intorno ad ogni tenda del campo: le latte vuote degli aiuti alimentari dell’olio per cucinare.

Questi materiali sono disponibili in ogni tenda perché tutti li ricevono e poi buttano le lattine vuote nell’immondizia,” ci ha detto Mughira. “Così mi è venuta l’idea di riusarle per qualcosa di nuovo e positivo per gli sfollati. Le abbiamo riempite di sabbia e usando come sbarre dei bastoni di legno usati abbiamo improvvisato dei pesi,” ha spiegato.

Mughira ha cominciato a condividere la sua esperienza sui social media, ricevendo messaggi da donne nei campi che dicevano di essersi ritagliate un’ora al giorno per sé stesse per fare un po’ di esercizio e muoversi di nuovo senza dover andare da qualche parte e spendere dei soldi che non avevano.

Altre donne le hanno detto che gli esercizi le avevano aiutate a ritornare in forma recuperando flessibilità, affrontando con maggiore facilità gli sforzi fisici richiesti dallo sfollamento come portare l’acqua, trasportare le cose a mano, dormire sulla sabbia e fare il bucato.

Alla fine le donne hanno cominciato ad andare personalmente nella sua tenda per fare ginnastica con lei. Mughira dice che ha scoperto che molte di loro erano affette da malattie o avevano dei problemi fisici, come dolori muscolari, causati dal dormire sulla sabbia dentro le tende e dai doveri a cui dovevano adempiere come lavare i panni a mano e portare e pulire le loro cose.

“Non avevo scelta”

Ayman Abu Muhareb, 44 anni, passa le sue giornate davanti al forno che la sua famiglia ha costruito con fango e paglia davanti al campo per sfollati di Deir al-Balah, nella parte centrale di Gaza, cuocendo pane per pochi soldi per sostenere la propria famiglia di otto persone, fra cui una figlia con una malformazione cardiaca. 

I medici mi hanno ripetutamente messo in guardia dallo stare lunghe ore davanti al fumo proveniente dal forno dove brucio legna, plastica e stoffa,” Abu Muhareb ha detto a Mondoweiss. “Ho cominciato questo lavoro un anno fa e da allora la mia salute e le mie condizioni fisiche sono visibilmente peggiorate. Ma non ho scelta. Devo lavorare per portare a casa da mangiare per la mia famiglia e per curare la mia figlia malata.”

Prima della guerra Abu Muhareb possedeva un supermercato e viveva con i suoi in relativa stabilità. Da allora il supermercato è stato bombardato e quello che restava è stato razziato. La sua fonte di reddito è andata distrutta costringendolo a trovarsi un altro lavoro per sfamare la famiglia.

 Non mi sarei mai aspettato che un giorno avrei fatto il panettiere per le famiglie sfollate,” ha detto. “Ma le circostanze mi hanno costretto, proprio come hanno costretto molte persone a fare lavori per cui non sono adatte solo per soddisfare le necessità quotidiane.”

Ma nonostante lavori ore e ore, ignorando i consigli dei medici, dice che con questo lavoro ci sono ancora giorni in cui non riesce a procurarsi tutto quello di cui la sua famiglia avrebbe bisogno. 

Muhareb non è la sola persona che è stata costretta ad una professione che non ha scelto. In tutta Gaza donne che prima non erano mai state l’unica fonte di reddito della famiglia improvvisamente sono state costrette a cercarsi un lavoro per provvedere alle proprie famiglie, particolarmente quando il marito o il padre sono stati feriti o uccisi. 

Zeinab al-Najjar, 50 anni, ha otto figli. Suo marito è stato ferito durante la guerra ed è ridotto alla sedia a rotelle, lasciandole il compito di sostenere la grande famiglia con ogni mezzo possibile.

Dopo essere sfollati sulla spiaggia di Deir al-Balah, al-Najjar si è trovata costretta a fronteggiare grandi responsabilità. Ha cominciato andando di tenda in tenda vendendo i lupini che si sgranocchiano comunemente a Gaza.

Una volta era una madre che cucinava per i propri figli e se ne prendeva cura mentre il marito lavorava. Adesso i ruoli si sono ribaltati e lei è l’unica responsabile di mettere in cibo in tavola per l’intera famiglia.

Lo sfollamento ha costretto la gente a cambiare attività e modo di vivere,” ha spiegato al-Najjar. Io comincio nel pomeriggio quando il calore del sole è meno intenso,” ha continuato. “Lavoro per ore e qualche volta ritorno alla mia tenda dopo mezzanotte quando so di aver guadagnato abbastanza per prendermi cura della mia famiglia.”

Non potevo star seduta a guardare i miei figli, specie i più piccoli, piangere per la fame. So che questo lavoro forse non è adatto a me, ma non ho altra scelta. Non cerco grandi guadagni o ricchezza, tutto quello che voglio è dar da mangiare ai miei figli, niente di più. Ecco cosa lo sfollamento ha costretto a fare, giorno dopo giorno,” ha concluso.

S.Hajjaj
Tareq S. Hajjaj è il corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro del Sindacato degli scrittori palestinesi. Seguilo su Twitter/X at @Tareqshajjaj.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La sentenza del tribunale tedesco sul paragone tra Israele e il nazismo è un passo nella giusta direzione

Marla Karnabach

13 agosto 2026 – Middle East Eye

La sentenza sottolinea il fatto che gli impegni politici– per quanto profondamente radicati – non devono calpestare i diritti fondamentali

Questo mese un tribunale tedesco ha stabilito che paragonare Israele alla Germania nazista è un’espressione giuridicamente tutelata, evidenziando un crescente conflitto tra le tutele costituzionali e l’impegno politico di Berlino verso Tel Aviv.

Il tribunale regionale ha assolto una donna incriminata da un tribunale di prima istanza per dei post sui social media che paragonavano la condotta di Israele a Gaza ai metodi del regime nazista.

Negli ultimi anni il sostegno della Germania a Israele ha sempre più marcato la condotta della polizia, le decisioni amministrative e i procedimenti penali.

Dopo il 7 ottobre 2023 la Germania ha messo al bando Hamas e Samidoun, un gruppo di difesa palestinese, al tempo stesso utilizzando sempre più le leggi originariamente destinate ad impedire una rinascita nazista per reprimere le critiche ad Israele.

La recente sentenza del tribunale, che ha riconosciuto che l’utilizzo da parte della donna dell’immaginario nazista nel contesto della condotta di Israele a Gaza costituiva un’espressione politica tutelata, ha rigettato la nozione prevalente nell’ambito delle cerchie tedesche secondo cui simili analogie sono per loro natura intrinsecamente criminali.

Tenendo conto della perdurante discussione riguardo al fatto che Israele sta commettendo un genocidio, insieme ai mandati della Corte Penale Internazionale contro i principali politici israeliani e ai casi pendenti contro Israele e la Germania presso la Corte Internazionale di Giustizia, il governo tedesco è ben lungi dal conseguire il consenso dell’opinione pubblica.

Anche prima dei fatti del 7 ottobre 2023 e della guerra che ne è seguita, più di un terzo dei tedeschi intervistati hanno affermato di ritenere che ciò che Israele stava compiendo contro il popolo palestinese era “in linea di principio la stessa cosa che i nazisti del terzo Reich fecero agli ebrei”.

Da allora l’opinione pubblica si è ulteriormente inasprita, con oltre il 60% di tedeschi attualmente a favore di sanzioni europee contro Israele.

Riflessione morale

I paragoni tra Israele e la Germania nazista hanno fatto parte di dibattiti accademici, filosofici e giuridici fin dalla nascita dello Stato di Israele, fondato nel 1948 attraverso il brutale sterminio e la pulizia etnica della popolazione indigena palestinese.

Questi paragoni sono comparsi per lungo tempo nei dibattiti sulla memoria, identità e riflessione morale di palestinesi, israeliani e tedeschi. I termini Shoah e Nakba significano entrambi “catastrofe”, e studiosi come Amos Goldberg e Bashir Bashir li hanno analizzati come traumi nazionali interconnessi.

Hanno sollevato problemi di responsabilità storica e colpe inerenti, specialmente per quanto riguarda il come la memoria di una catastrofe modelli l’interpretazione dell’altra.

L’interconnessione è rintracciabile anche nel discorso tedesco contemporaneo sulla memoria ebraica: nel 2023 Masha Gessen ha paragonato Gaza ai ghetti ebrei sotto occupazione nazista, scatenando polemiche intorno al Premio Hannah Arendt.

La polemica rivela una particolare richiesta all’autorità su come possa essere invocata la memoria ebraica e su come la sofferenza palestinese possa esserle paragonata.

Durante la prima Intifada alcuni soldati israeliani hanno raccontato di essersi identificati con i nazisti quando erano testimoni della persecuzione dei palestinesi e uno di loro ha rivelato in uno studio sulla rivolta del 1987-93: “Mi sono sentito come…come… come un nazista…sembrava esattamente come se in realtà noi fossimo i nazisti e loro fossero gli ebrei”.

Eppure negli ultimi dieci anni l’impegno della Germania verso la sicurezza di Israele è passato dall’essere un principio di politica estera al costituire un più ampio modello che informa la politica interna.

Anche se questa “ragion di stato” non ha valore giuridico indipendente, ha influenzato sempre più le decisioni di ministeri, università, municipalità e forze dell’ordine. Tuttavia la recente sentenza della corte chiarisce che tali impegni non possono sostituire le regole costituzionali nel determinare la legittimità del discorso politico.

I governi possono perseguire particolari obbiettivi di politica estera, ma i tribunali sono vincolati ai principi costituzionali piuttosto che alle propensioni dell’esecutivo. La decisione quindi respinge implicitamente i tentativi di trasformare la “ragion di stato” della Germania in un concetto quasi-costituzionale in grado di porre limiti al discorso politico.

In tal modo riafferma l’autonomia della legge costituzionale contro la crescente influenza della dottrina politica.

Più ampia trasformazione

Ricordando il passato nazista della Germania e il ruolo che i parlamentari e il sistema giudiziario hanno ricoperto nel supportare la persecuzione e la tortura delle minoranze, oggi i giudici hanno un obbligo morale di astenersi dal considerare l’ideologia del governo una giustificazione per reprimere le opinioni di opposizione – soprattutto alla luce dell’appoggio di Berlino ad un Israele che sta compiendo una pulizia etnica in Palestina e sud del Libano.

Il caso di libertà di espressione riflette una più ampia trasformazione nella Germania contemporanea. I processi penali relativi alla Palestina sono progressivamente diventati battaglie simboliche circa l’identità nazionale e la memoria storica.

Tali dibattiti sono raramente limitati a dettagli di un singolo slogan o immagine, fungendo invece da meccanismo attraverso cui lo Stato cerca di riprodurre una particolare interpretazione della responsabilità post-bellica della Germania. Da questo punto di vista l’aula di tribunale diventa un luogo in cui vengono discusse differenti interpretazioni della storia, della democrazia e della legittimità dello Stato.

La recente sentenza non stabilisce un diritto incondizionato per i dissidenti a paragonare Israele alla Germania nazista, né smantella le leggi tedesche contro la negazione dell’Olocausto o la sua istigazione. Piuttosto, ribadisce che il diritto penale non può diventare uno strumento per imporre il consenso politico.

I diritti costituzionali esistono proprio per tutelare l’espressione politica, soprattutto laddove gli interessi governativi favoriscono la sua limitazione.

Resta incerto se la sentenza segnerà l’inizio di un più ampio mutamento. I tribunali tedeschi continuano ad emettere sentenze contraddittorie sul discorso relativo alla Palestina, lasciando attivisti, giornalisti e studiosi nell’incertezza sui limiti dell’espressione legittima.

Le leggi anti-terrorismo vengono inasprite, gli attivisti vengono processati per adesione ad un’organizzazione criminale e le sentenze dei tribunali sono ancora poco chiare sul fatto che lo slogan “dal fiume al mare” sia legalmente vietato.

Ma considerando la storia della Germania di complicità giudiziaria nel legittimare la persecuzione statale, i giudici hanno una particolare responsabilità costituzionale nel garantire che gli impegni politici, per quanto profondamente radicati, non calpestino i diritti fondamentali.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Marla Karnabach è una ricercatrice socio-giuridica che si occupa di giustizia penale internazionale, diritti umani e sudovest asiatico. Vive a Berlino, ha una laurea magistrale in giustizia penale internazionale e una laurea in giurisprudenza e attualmente frequenta un dottorato di ricerca all’università di Potsdam.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Autismo e guerra: a Gaza le famiglie affrontano la distruzione e la perdita

Enas Abu Ghayad

12 agosto 2026 – Aljazeera

I continui bombardamenti sconvolgono la routine quotidiana provocando traumi emotivi e ricadute comportamentali nei minori autistici di Gaza.

Khan Younis, Striscia di Gaza Tra le macerie di Khan Younis, il sedicenne Ahmed Hatem al-Mahabeel stringe forte la mano sotto il mento: un gesto ripetitivo che compie per calmare il suo sistema nervoso e per affrontare il ricordo del fragore delle esplosioni.

Ahmed, affetto da autismo, ha dovuto affrontare la perdita di alcuni dei suoi luoghi preferiti: la sua camera da letto, la sua scuola, il centro sportivo che frequentava, tutti distrutti dalla guerra genocida di Israele contro Gaza.

Prima della guerra Ahmed stava bene. Faceva progressi a scuola sotto la supervisione di uno specialista. Si allenava in una scuola di calcio, imparava a memoria il Corano e eccelleva in inglese.

Ma la guerra di Israele, in corso dall’ottobre 2023, ha ucciso più di 73.380 palestinesi e distrutto vaste aree dell’enclave. E dietro questi titoli di giornale si cela l’interruzione dei servizi e delle strutture di supporto necessari a persone come Ahmed, affette un disturbo dello spettro autistico.

“Ahmed andava da solo in moschea e al circolo, facendo ottimi progressi, ma la guerra ha distrutto tutto ciò che avevamo costruito”, dice la madre, Umm Ahmed. “Soffre di un’estrema sensibilità ai rumori improvvisi; quando sente delle esplosioni ha gravi attacchi di panico, si copre le orecchie e barcolla. Nei casi di terrore estremo ricorre all’autolesionismo, sbattendo la testa per terra per sfuggire al rumore.”

In aggiunta al trauma psicologico la grave malnutrizione e la carenza di proteine ​​hanno causato la rottura dell’appendice.

“A causa della scarsità di cibo le complicazioni hanno portato a un’infezione della ferita costringendo i medici a eseguire un secondo intervento chirurgico per aprire l’addome e pulirlo fino alla guarigione”, ricorda Umm Ahmed.

Oggi Ahmed trascorre le sue giornate rinchiuso in casa a causa della mancanza di sicurezza a Gaza, dato che gli attacchi israeliani continuano nonostante il cessate il fuoco di ottobre.

“Tutta la nostra speranza è che Ahmed abbia l’opportunità di viaggiare all’estero per le cure e la riabilitazione, per riprendersi ciò che la guerra gli ha portato via”, dice la madre.

Bombardamenti e sovraccarico sensoriale

I continui bombardamenti rappresentano una minaccia diretta per il sistema nervoso dei pazienti autistici. A Gaza le continue esplosioni hanno provocato gravi ricadute di disturbi comportamentali, tra cui privazione totale del sonno, vagabondaggio fuori dalle tende, attacchi di panico e autolesionismo.

“Un ragazzo autistico ha assoluto bisogno di routine e tranquillità per sentirsi al sicuro”, spiega lo psicologo Diaa Abu Aoun, che ha lavorato con Ahmed. “Quando è costretto a vivere in una tenda in mezzo a continue esplosioni, il suo cervello riceve un trauma sensoriale che non riesce a elaborare. Questa paura si traduce in insonnia, problemi digestivi e gravi crisi di urla con completa perdita di controllo”.

Nel campo di Nuseirat, nella parte centrale di Gaza, il diciannovenne Muneer al-Haj ha mostrato alcuni di questi comportamenti. Quando sente i bombardamenti aerei stringe forte le mani a pugno e cammina avanti e indietro emettendo suoni per attutire il rumore.

Prima della guerra Muneer seguiva un promettente percorso di riabilitazione sotto la guida di specialisti. Frequentava la scuola e dimostrava spiccate capacità comunicative e un talento per il disegno.

Con l’inizio dei bombardamenti israeliani nel corso della guerra e la carenza di farmaci causata dal blocco di Gaza le sue condizioni sono peggiorate, con la comparsa di convulsioni e sintomi simili a crisi epilettiche.

A causa della carenza di farmaci la terapia di Muneer è stata ridotta a mezza compressa al giorno di un sedativo.

Ecco come il padre, che non ha voluto rivelare il suo nome completo preferendo farsi chiamare Abu Muneer, descrive il cambiamento:

“Prima comunicava e si esprimeva con chiarezza, ma la guerra ha distrutto ogni cosa… questo spazio sicuro si è dissolto di fronte alle difficoltà e alla paura”, dice Abu Muneer. «Ora ci pone domande pressanti a cui non sappiamo rispondere e se le lasciamo irrisolte reagisce con violenti attacchi. Durante i bombardamenti cerchiamo di rassicurarlo dicendogli “Dio ci proteggerà“, ma lui si rende conto di quello che sta succedendo ed esprime la sua angoscia dicendo: ‘Non ho un tetto sopra la testa né una patria’ ”.

L’assenza di un luogo sicuro e l’esaurimento dei sedativi hanno trasformato i nostri tentativi di calmare i bambini in singole iniziative, cariche di paura e confusione”, afferma Abu Muneer.

Carenza di farmaci

L’interruzione di trattamenti specialistici minaccia direttamente decine di pazienti, affermano gli esperti.

“L’improvvisa interruzione o la riduzione forzata delle dosi di farmaci psichiatrici e anticonvulsivanti… crea gravi alterazioni nella chimica cerebrale”, ha affermato Abu Aoun. “Quando un giovane autistico viene privato dei farmaci o riceve solo metà dose il sistema nervoso esprime una grave reazione di rimbalzo. Aumentano le crisi violente e le convulsioni acute, che inducono all’autolesionismo e impediscono la risposta all’addestramento comportamentale”.

La carenza di farmaci e il collasso dei servizi specialistici hanno lasciato i minori autistici senza un trattamento continuativo o alternative adeguate. L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che nessuna attrezzatura per la riabilitazione è entrata a Gaza tra maggio 2024 e aprile di quest’anno, mentre tutte le strutture hanno dovuto affrontare gravi limitazioni.

Anche il Centro Palestinese per l’Educazione Speciale è stato distrutto e il suo ex direttore, Arij Abu Sultan, è stato ucciso, costringendo i genitori ad assumere un ruolo terapeutico sempre maggiore.

Reem Jarour, responsabile dei programmi per l’autismo presso l’associazione Dolphins per l’istruzione e lo sviluppo comunitario di Gaza, sottolinea come le persone con autismo abbiano necessità di ambienti familiari per mantenere la propria stabilità emotiva:

“Un giovane autistico non può sopravvivere senza un ecosistema predeterminato; la routine è una valvola di sicurezza neurologica”, afferma Jarour. “Quello a cui assistiamo oggi a Gaza è la distruzione totale delle strutture comportamentali costruite nel corso degli anni. Lo sfollamento improvviso trasforma i fattori ambientali scatenanti in minacce acute portando a una massiccia regressione delle competenze linguistiche e sociali”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Uno sterminio silenzioso”: Israele bombarda i magazzini di medicinali di Gaza, peggiorando ulteriormente la catastrofica crisi sanitaria nella Striscia

Tareq S. Hajja

4 agosto 2026, Mondoweiss

Israele ha colpito due importanti depositi di medicinali a Deir al-Balah, l’ultimo di una serie di attacchi israeliani al precario sistema sanitario di Gaza. Secondo il Ministero della Sanità di Gaza la carenza di medicinali sta uccidendo tre malati di tumore al giorno.

Domenica 2 agosto, prima dell’alba, l’esercito israeliano ha colpito un deposito di medicinali accanto all’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah, nel centro di Gaza, in quello che le autorità sanitarie palestinesi hanno descritto come l’ultimo passo in una campagna sistematica mirata a smantellare il sistema sanitario di Gaza.

L’attacco ha provocato danni estesi oltre gli obiettivi principali. Due dei quattro magazzini di medicinali dell’ospedale sono stati completamente distrutti, mentre gli altri due hanno subito importanti danni strutturali, secondo quanto dichiarato dal Ministero della Sanità di Gaza. L’esplosione ha inoltre devastato anche decine di tende che ospitavano famiglie di sfollati che si erano rifugiate nel complesso ospedaliero dopo avere perduto le loro case.

Secondo il Ministero della Sanità, l’attacco ha anche provocato danni significativi a un vicino ambulatorio e ha distrutto le scorte già criticamente basse di medicinali e forniture sanitarie.

L’attacco segue mesi di restrizioni all’entrata di aiuti sanitari mentre a migliaia di pazienti è stato impedito di recarsi all’estero per ricevere cure mediche”, prosegue il comunicato, che accusa Israele di compiere attacchi “sistematici e deliberati”.

Fin dall’inizio del genocidio perpetrato da Israele a Gaza, il sistema sanitario della Striscia è stato al centro di ripetute crisi. Le strutture sanitarie sono state ripetutamente attaccate, gli ospedali e le cliniche danneggiate o distrutte in tutta la Striscia. Solo un piccolo numero degli ospedali che una volta offrivano servizi alla popolazione di Gaza continua a essere operativo e a ricevere pazienti.

Il dottor Khalil al-Daqran, portavoce dell’Ospedale dei Martiri di al-Aqsa, ha detto che l’attacco di domenica è parte di un più ampio assalto al settore sanitario di Gaza. “L’obiettivo dell’occupazione è il crollo totale del sistema sanitario di Gaza”, ha aggiunto il dottor al-Daqran. “I missili hanno completamente distrutto il deposito, è rimasto solo un enorme cratere e tantissimi pazienti in grave pericolo”.

Secondo il medico i magazzini distrutti contenevano medicinali per pazienti con malattie croniche, comprese malattie renali. La distruzione di quei medicinali, ha avvertito, significa un’immediata minaccia alle vite di molti pazienti.

Il dottor al-Daqran ha osservato che i medicinali che riforniscono gli ospedali di Gaza provengono principalmente da organizzazioni internazionali come l’Organizzazione mondiale della Sanità, ma che Israele “non tiene in alcuna considerazione il diritto internazionale o le organizzazioni internazionali”, citando la distruzione dei magazzini come prova.

Il cratere provocato dai missili israeliani sul magazzini dei medicinali dell’ospedale Martiri di Al Aqsa a Deir al Balah. Foto (Ahmed Ibrahim/APA Images)

Ho visto mio padre morire di cancro. Ora è il turno di mio figlio”

Sei settimane fa, Jihad Abu Hamida, di 61 anni, combatteva contro un tumore mentre lottava per la sopravvivenza nel sistema sanitario di Gaza al collasso. Sfollato nella zona di Al-Mawasi di Khan Younis dopo che la sua casa in città era stata distrutta, Abu Hamida non ha mai ricevuto le cure necessarie a combattere la malattia. Nel giro di sei settimane è morto dopo mesi di cure inadeguate, perché la sua famiglia non ha potuto ricevere i medicinali di cui aveva bisogno né ottenere il permesso di lasciare Gaza per essere curato all’estero.

Suo figlio, Ali Abu Hamida, di 41 anni, ha detto che la famiglia ha esaurito tutte le possibili strade, contattando organizzazioni e enti dentro e fuori Gaza nel tentativo di salvare suo padre. “Abbiamo lottato per lui e ci siamo rivolti a tutti quelli che potevamo, ma senza ottenere alcun risultato”, Ali ha raccontato a Mondoweiss. “Mio padre è morto davanti ai miei occhi senza avere la possibilità di essere curato”.

Ma la famiglia ha dovuto affrontare anche altro, oltre alla morte di suo padre.

Ali ha detto che anche suo figlio, Abdulazziz, di 14 anni, soffre di malattie al cuore e ai reni e che prima della guerra si recava regolarmente in ospedale nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme per cure specialistiche. Dallo scoppio della guerra nell’ottobre del 2023, però, non ha più potuto continuare le cure. Il risultato è stato un deterioramento continuo delle sue condizioni che hanno determinato uno stadio avanzato della malattia.

Ora vedo mio figlio morire davanti ai miei occhi, proprio come ho visto morire mio padre”, ha detto Ali, secondo cui la morte del padre è stata causata semplicemente dal fatto che le cure non erano disponibili. Oggi, vede la salute di suo figlio peggiorare di giorno in giorno. Il ragazzo ha anche sviluppato sintomi da acuto trauma psicologico, provocati dalla costante paura dei bombardamenti e dall’impossibilità di continuare le cure.

In qualsiasi altro paese i governi e le organizzazioni umanitarie si prendono cura dei malati e forniscono loro le cure di cui hanno bisogno per avere la possibilità di guarire”, ha detto Ali. “Solo a Gaza i malati vengono deliberatamente lasciati morire mentre il mondo guarda le loro sofferenze senza offrire alcun vero aiuto”.

Questa è l’occupazione”, ha aggiunto Ali, “questo è quello che ha fatto alla nostra vita di tutti i giorni. Malattie che sono curabili altrove da noi diventano mortali perché le persone non hanno accesso alle cure mediche di base”.

Le conseguenze sulle tende dei civili presenti nel cortile dell’ospedale Martiri di Al Aqsa .Foto: Ahmed Ibrahim Apa Images

La carenza di medicinali comporta tre decessi collegati ai tumori ogni giorno

Storie come quelle di Ali Abu Hamida fanno parte di quello che in una dicharazione dello scorso lunedì il Ministero della Sanità di Gaza ha definito “uno sterminio silenzioso” di malati da parte di Israele durante il genocidio.

Il Ministero ha detto che le restrizioni di Israele continuano a bloccare e limitare gravemente l’ingresso di medicinali a Gaza, e che le forniture in ingresso sono ben al di sotto del minimo richiesto per le cure mediche. Le maggiori carenze, fino al 61%, riguardano i farmaci oncologici ed ematologici, mettendo i pazienti oncologici a “imminente rischio di morte” a causa dell’interruzione dei protocolli terapeutici, ha detto il Ministero.

Secondo il Ministero, manca il 47% dei medicinali e il 58% dei medicinali deperibili. C’è una carenza critica di materiali per gli esami di laboratorio, che in alcuni casi raggiunge l’85%, facendo temere che molti servizi terapeutici e diagnostici essenziali potrebbero presto cessare del tutto.

Il ministero ha detto che quasi tutti i principali settori sanitari sono ora carenti. Manca il 56% dei medicinali per la salute delle madri e dei bambini; il 55% dei medicinali per le cure primarie; il 46% dei farmaci per la cura dei reni e le dialisi; il 35% dei farmaci psichiatrici e neurologici; il 33% dei farmaci per le cure di emergenza e intensive; il 39% delle forniture chirurgiche; e il 48% dei materiali ortopedici.

Ha aggiunto che la grave carenza di materiali per gli esami di laboratorio sta direttamente mettendo a repentaglio la capacità dei medici di salvare vite. Tra i materiali di cui c’è bisogno con più urgenza ci sono gli esami dell’emocromo completo (CBC), l’analisi dei gas ematici e gli esami di chimica clinica, tutti fondamentali per la gestione quotidiana dei pazienti in condizioni critiche nelle unità di terapia intensiva e nei reparti chirurgici.

In un altro comunicato il ministero ha affermato che “la crisi che devono affrontare i malati di tumore ha raggiunto livelli catastrofici: tre pazienti ora muoiono ogni giorno a causa della mancanza di cure specialistiche”.

Il dottor Muhammad Abu Nada, direttore del Centro per la cura dei tumori di Gaza, ha avvertito, in una dichiarazione video pubblicata dal Ministero della Sanità, che si tratta di un deterioramento senza precedenti delle condizioni dei malati di tumore nella Striscia. Circa 11.000 pazienti sono ora a rischio a causa della grave carenza di medicinali essenziali e delle continue restrizioni che impediscono loro di ricevere cure all’estero.

Secondo il dottor Abu Nada, il crollo delle cure specialistiche per i tumori e l’assenza di terapie essenziali hanno come conseguenza tre decessi collegati ai tumori ogni giorno. Circa 4.000 pazienti sono in possesso di un’impegnativa medica ufficiale per cure o diagnosi all’estero ma non possono lasciare Gaza perché le frontiere sono chiuse.

La distruzione dei centri di trattamento specialistici, ha detto il dottor Abu Nada, ha forzato i medici a prendere delle decisioni cliniche sempre più drastiche. In alcuni casi di tumore al seno, comprese pazienti diagnosticate precocemente, “i medici non hanno potuto fare altro che portare a termine mastectomie complete perché la radioterapia non è disponibile e le pazienti non possono viaggiare all’estero per ricevere le cure”.

Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin




“Noi vogliamo semplicemente vivere”: i palestinesi a Gaza reagiscono alle elezioni di Hamas

Maram Humaid

21 luglio 2026 – Al Jazeera

A Gaza ci sono reazioni contrastanti al fatto che Khalil al-Hayya sia stato eletto leader di Hamas, dato che gli abitanti mettono a confronto la politica con le privazioni quotidiane.

Gaza City, Striscia di Gaza – Ci sono state reazioni contrastanti tra i palestinesi di Gaza riguardo all’elezione di Khalil al-Hayya a leader di Hamas e all’impatto che questo avvenimento potrebbe avere sulle loro vite.

Questa settimana al-Hayya ha vinto le elezioni interne contro l’ex-leader politico di Hamas Khaled Meshaal. Per molti l’annuncio è stato oscurato da preoccupazioni più immediate, riguardanti in particolare una casa decente e dignitosa, trovare cibo, garantirsi acqua potabile e sopravvivere a un altro giorno di guerra.

Noman Saleh, 63 anni, ha perso la sua fabbrica durante il genocidio israeliano in corso a Gaza, una cosa che ha segnato ogni aspetto della sua vita.

“Qui tutti stanno soffrendo. Le persone sono affamate, sono state umiliate. Chi è dalla parte della gente oggi? Nessuno,” dice Saleh.

“Accuso tutte le fazioni [politiche]. Se ci sono fazioni, c’è un fallimento. La causa nazionale non dovrebbe essere utilizzata a favore delle organizzazioni.”

Gaza continua ad essere pressoché completamente distrutta dalla guerra genocida di Israele iniziata il 7 ottobre 2023.

L’assedio israeliano contro Gaza ha anche lasciato i palestinesi intrappolati e impossibilitati a trovare i prodotti fondamentali.

“Che vinca al-Hayya o qualcun altro per noi non fa nessuna differenza,” dice Saleh. “”Vogliamo solo qualcuno che sia fedele al paese, che sia onesto, che creda nelle persone che stanno vivendo tutto questo.”

Ahmed, autore di contenuti sulle reti sociali da Gaza City di 40 anni, afferma che l’elezione del nuovo leader giunge in un momento critico.

“La vittoria di al-Hayya arriva nella fase più difficile della storia di Hamas dai tempi della sua nascita alla guerra genocida che ha ucciso i suoi dirigenti,” sostiene Ahmed, che rifiuta di fornire le sue generalità per questioni di sicurezza.

“Lui (il nuovo leader) deve affrontare una grande prova e la sua ascesa alla presidenza riflette il desiderio del movimento di mantenere la propria coesione. L’occupazione israeliana stava cercando di creare un vuoto di potere, ma il movimento ha dimostrato la sua capacità di resistere,” afferma.

“La gente a Gaza ha bisogno di una dirigenza che gli sia vicina, che l’ascolti e capisca le sue sofferenze; dunque tutti sono in attesa della nuova fase in questo periodo critico,” aggiunge Ahmed.

Una generazione concentrata sulla sopravvivenza

Ali Abu Amshi, 28 anni, ha perso 22 membri della sua famiglia, compresi sua madre, suo padre e un fratello, e durante la guerra è stato sfollato dalla sua casa a Gaza City.

Afferma che le sofferenze che lui e altri a Gaza hanno affrontato dal 7 ottobre hanno ridotto l’importanza delle questioni politiche nella lista delle preoccupazioni della gente.

“Le notizie per noi non cambiano un granché. Vogliamo vivere. Vogliamo che i valichi riaprano, vogliamo mangiare, bere e avere una vita normale,” dice ad Al Jazeera.

“Non vogliamo continuare a chiederci chi ci guiderà, che sarà eletto o chi ci governerà. Noi vogliamo semplicemente vivere, chiunque ci governi.”

Sostiene che non si tratta di accuse di carattere politico, ma della fine delle privazioni che deve affrontare la gente normale. “La guerra è stata molto difficile. Ho perso dei cari. Mi sento morto dentro, eppure sono ancora vivo,” afferma Abu Amsha.

“Ogni anno torniamo alle stesse pene, alle stesse guerre. Quello che chiediamo è se ci danno da mangiare, ci danno acqua, se ci aiutano ad avere una vita dignitosa. Guarda Gaza oggi. Le strade sono piene di rifiuti. È vita questa? Ovviamente no. Speriamo che le cose cambino.”

Un messaggio di continuità

Eppure il giornalista palestinese Mahmoud Haniyeh vede l’elezione di Khalil al-Hayya come un importante messaggio politico da parte di Hamas. Sostiene che riflette essenzialmente la decisione del movimento di conservare la continuità della sua dirigenza e della direzione politica.

“L’importanza di aver eletto Khalil al-Hayya in questo momento è che Israele lo considera una delle figure rimaste che sono state coinvolte nella decisione che sta dietro al 7 ottobre,” dice Haniyeh ad Al Jazeera. “Scegliendo lui Hamas sta mandando il messaggio che non prende le distanze dal 7 ottobre e lo considera ancora parte del suo indirizzo strategico.”

Mentre durante l’attuale fase Hamas ha mostrato flessibilità nelle sue posizioni politiche, non ha abbandonato il suo obiettivo di resistere a Israele.

Le elezioni interne di Hamas, afferma Haniyeh, dovrebbero essere viste essenzialmente all’interno del più complessivo panorama politico palestinese, compresi i preparativi per possibili elezioni legislative che potrebbero portare a un maggior impegno politico. “I cittadini palestinesi avranno più spazio per scegliere la dirigenza politica che lo rappresenti,” sostiene.

Dopo quasi vent’anni di governo della Striscia di Gaza Hamas ha già annunciato che avrebbe sciolto il suo governo e consegnato il potere a una nuova autorità di governo tecnocratica palestinese. La mossa è giunta mentre il processo di pace sostenuto dagli Stati Uniti, che lo scorso anno ha portato al cessate il fuoco, è sostanzialmente in stallo e comunque i bombardamenti della Striscia da parte di Israele continuano.

Hamas dice che trasferirà il potere al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), una commissione tecnica palestinese sostenuta dalle Nazioni Unite come parte del cessate il fuoco mediato dagli USA. E’ stato formato nel gennaio 2026 in base alla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come parte del piano di pace in 20 punti sostenuto dagli USA per porre fine alla guerra di Israele contro Gaza.

Si tratta di un organismo transitorio guidato da tecnocrati palestinesi, tra cui il commissario ad interim Ali Abdel Hamid Shaath, visti come neutrali e non di parte.

Tuttavia Israele non ha ancora consentito ai membri della commissione di entrare nella Striscia di Gaza. Il comitato ha temporaneamente sede al Cairo.

Una crisi di fiducia

Per molte persone nella Striscia di Gaza le prospettive di pace e stabilità rimangono una realtà distante. Mustafa Ibrahim, un analista politico di Gaza, afferma che le reazioni alle elezioni interne di Hamas riflettono una crisi di fiducia più generale tra i palestinesi e le fazioni politiche. Vivere per anni sotto bombardamenti e ordini di sfollamento forzato israeliani hanno portato molti ad avere una visione critica di Hamas, che ha governato Gaza dal 2007.

“Molte persone non vedono più un futuro politico per Hamas e alcune appoggiano accordi che impediscano al movimento di avere un ruolo nel governo civile o amministrativo di Gaza,” sostiene Ibrahim.

Finché a Gaza i cambiamenti politici non si trasformeranno in passi concreti molti palestinesi vedranno le elezioni interne di Hamas come distanti dalle loro difficoltà quotidiane.

“La gente vuole che la guerra finisca,” afferma Ibrahim. “Se potesse scegliere tra nuove elezioni che portino figure politiche e partiti diversi o la fine delle sofferenze che stanno attraversando sceglierebbero la fine della guerra.”

La domanda che le persone si stanno facendo non è chi è stato eletto a capo di un ufficio politico, vogliono sapere quali decisioni questa dirigenza possa prendere per porre fine alla guerra, raggiungere un accordo e cambiare la loro situazione.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Quasi metà del governo israeliano si unisce alla marcia che promette insediamenti a Gaza

Oren Ziv

20 luglio 2026 – +972 Magazine

Migliaia di attivisti di destra hanno attraversato una zona militare chiusa fino alla barriera di Gaza, cantando inni genocidi mentre i soldati distribuivano bottiglie d’acqua

Difficilmente la “Marcia dei mille” potrebbe essere definita una manifestazione o una protesta. Simili azioni vengono di solito intraprese in opposizione al governo o per chiedere qualcosa dall’esterno. Ma quando domenica alcune migliaia di attivisti di destra hanno marciato fino alla barriera che circonda Gaza chiedendo che Israele ristabilisse gli insediamenti nella Striscia lo hanno fatto con la partecipazione di quasi metà del governo e sotto gli auspici della polizia – nonostante l’area fosse stata dichiarata dall’esercito zona militare chiusa, l’ingresso nella quale è un reato passibile di arresto.

La marcia aveva l’obiettivo dichiarato di esercitare pressione sul primo ministro Benjamin Netanyahu affinché promuovesse la costruzione di insediamenti a Gaza, cosa che il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aveva promesso a giugno sarebbe avvenuta “non appena il Primo ministro avesse dato la sua approvazione”. Ma l’evento intendeva anche dimostrare chi comanda, chi sta al di sopra della legge e può ottenere ciò che vuole, come hanno già fatto a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, con o senza il Primo ministro.

I manifestanti, molti dei quali erano stati portati in autobus dagli insediamenti della Cisgiordania occupata, sono partiti dalla spiaggia di Zikim, appena a nord della Striscia di Gaza. A poche centinaia di metri dalla spiaggia la polizia militare aveva allestito un posto di blocco e i soldati, con impassibile serietà, presentavano ai partecipanti l’ordinanza in base alla quale l’accesso all’area era precluso in quanto zona militare e cercavano di costringere i veicoli a tornare indietro.

Ma le orde giunte sul posto non avevano alcuna intenzione di desistere: hanno proseguito la marcia, superando un posto di blocco dopo l’altro e incontrando scarsa resistenza. Come già in occasioni precedenti, l’obiettivo era raggiungere un punto di ritrovo vicino alla barriera perimetrale di Gaza, un luogo dove al pubblico è generalmente vietato l’accesso.

Per un momento è sembrato che la polizia – che aveva schierato agenti in tenuta antisommossa e unità equipaggiate con sofisticati veicoli fuoristrada tipicamente impiegati in operazioni contro i beduini palestinesi nel vicino Naqab (o Negev) – stesse davvero cercando di respingere i manifestanti. Ma l’esito finale e la presenza tra i manifestanti del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir hanno chiarito che si trattava soltanto di una messinscena, dato che è lui ad avere il comando della polizia. Per tutta la durata dell’evento, protrattosi fino a dopo il tramonto, la folla ha continuato ad affluire nella zona vicino alla barriera.

Solo un anno fa gli attivisti di sinistra che manifestavano vicino alla barriera venivano aggrediti violentemente e arrestati. Ieri l’atmosfera era diversa: era evidente che la polizia e l’esercito temevano scontri con i manifestanti ed evitavano di intraprendere azioni serie per impedire loro di avvicinarsi alla barriera.

“Cosa possono farci?” ha chiesto retoricamente una giovane donna alla sua amica, mentre i veicoli della polizia avanzavano verso di loro. Altri si chiedevano se sarebbero effettivamente riusciti a entrare a Gaza. Lungo tutto il percorso della marcia, le case distrutte di Beit Lahiya erano chiaramente visibili.

Nemmeno quando centinaia di manifestanti sono scesi sulla strada a uso esclusivamente militare proprio accanto alla barriera, mentre danzavano e cantavano il popolare canto genocida che invoca vendetta contro i palestinesi, nessuno ha tentato di allontanarli. Gli organizzatori del movimento di coloni Nachala [movimento oltranzista e ultranazionalista israeliano fondato nel 2005, ndt.] hanno chiesto educatamente ai partecipanti di tornare in cima, dove si sarebbe tenuto il comizio, ma nessuno ha dato loro ascolto.

È stato sconcertante vedere come, nonostante il caos generale, l’esercito distribuisse grandi bottiglie d’acqua minerale ai presenti all’interno di una zona militare chiusa, proprio accanto alla barriera, e per tutta la durata dell’evento diversi soldati si fermassero a dire ai manifestanti “bravi”. Con il calare del buio, i veicoli militari hanno riportato alcuni delle centinaia di partecipanti giunti fino alla barriera al punto di raccolta delle navette.

Nel corso degli anni ho documentato centinaia di proteste in tutto il territorio israelo-palestinese. Ma in nessuna di esse i manifestanti hanno mai ricevuto trasporto se non verso la stazione di polizia dopo essere stati fermati, e l’unica “bevanda” offerta loro dall’esercito e dalla polizia è sempre stata “acqua skunk” [liquido maleodorante usato per disperdere i manifestanti, ndt.] o gas lacrimogeno.

“Non ci saranno più arabi a Gaza”

La richiesta specifica dell’evento era quella di stabilire tre insediamenti nel nord di Gaza “ancora prima delle elezioni”, secondo la portavoce di Nachala Daniela Weiss, che si è rivolta alla folla rimasta sulla strada sopra la barriera. “Siamo qui per rendere Gaza di nuovo ebraica” ha dichiarato. “Ventun anni fa, 10.000 ebrei sono stati espulsi (un riferimento al piano di ‘disimpegno’ del governo israeliano del 2005) e il luogo si è trasformato in una tana di mostri.

“La gente mi chiede: ‘Cosa succederà agli arabi a Gaza?’ Non ci saranno più arabi a Gaza – punto e basta” – ha detto Weiss, tra gli applausi.

“Questa è casa mia; io c’ero. Torneranno tutti” – ha detto Mazal Haniya, che viveva nell’insediamento di Neve Dekalim prima del disimpegno. Alla domanda su cosa ne sarebbe stato dei palestinesi a Gaza, ha risposto: “Ci ho vissuto per 20 anni e non ho mai infastidito nessuno; loro hanno attaccato me e ucciso i miei amici. Sarei felice se decidessero che non vale la pena restare in un posto così difficile. Dovrebbero andarsene perché stanno soffrendo.”

Alcune magliette dei manifestanti recavano lo slogan “Occupazione, Espulsione, Insediamenti”, accompagnato dall’immagine di un bulldozer. Altre magliette proclamavano: “Ebrei di Gaza: non è un sogno, è realtà.”

Durante la marcia Ben Gvir ha osservato con orgoglio che “se tre anni fa qualcuno avesse detto che avremmo controllato il 70% della Striscia di Gaza nessuno ci avrebbe creduto”. Non ha fatto menzione, naturalmente, del genocidio che ha reso possibile l’occupazione israeliana dell’enclave.

Nir Barkat, ministro dell’Economia e dell’Industria israeliano, ha ringraziato Weiss per i suoi sforzi costanti volti a favorire la creazione di nuovi insediamenti ebraici a Gaza, osservando che lo stava facendo “in coordinamento con il governo israeliano”.

Dopo il 7 ottobre, le attività degli attivisti di destra vicino alla barriera – tra cui un’irruzione a Gaza e una conferenza a Gerusalemme, dove migliaia di persone ballavano ed esultavano mentre la maggior parte del pubblico era ancora sotto shock – avevano suscitato inquietudine e persino indignazione. Oggi persino questo si è normalizzato, nell’ambito della campagna elettorale della destra, ufficialmente iniziata ieri.

+972 Magazine ha contattato la polizia e l’esercito israeliani per un commento. L’ufficio del portavoce della polizia ci ha rimandati all’ufficio del portavoce dell’esercito, il cui commento verrà aggiunto qui non appena ricevuto.

Oren Ziv

Oren Ziv è fotogiornalista, reporter per Local Call [edizione israeliana di +972, ndt.] e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [collettivo di fotografi impegnati nella copertura di lotte sociali e politiche in Israele-Palestina, spesso legate ai diritti umani e al conflitto israelo-palestinese, ndt.].

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Un attacco israeliano cancella a Gaza una intera famiglia palestinese di 6 persone nonostante il cessate il fuoco

Redazione di MEMO

21 luglio 2026 – Middle East Monitor

L’agenzia ufficiale di notizie Wafa ha riferito che una intera famiglia palestinese di 6 persone è stata uccisa martedì all’alba dopo che l’esercito israeliano ha bombardato la loro casa a Gaza City, nonostante il cessate il fuoco in corso.

Sono stati uccisi nella via Al-Thalathini nel contesto delle continue violazioni del cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025.

La Mezzaluna palestinese ha affermato che i suoi soccorritori inizialmente hanno recuperato i corpi della madre e dei suoi quattro figli dopo un attacco israeliano che ha avuto come obiettivo un appartamento nell’area di Al-Samer.

Una fonte medica ha detto che i minori uccisi nell’attacco avevano una età compresa tra 6 e 13 anni.

Secondo la fonte, i corpi delle vittime sono arrivati bruciati all’ospedale Al-Shifa.

Successivamente è stato confermato che il padre è morto nello stesso attacco.

La difesa civile di Gaza ha affermato che dopo l’attacco israeliano i suoi membri hanno spento un ampio incendio nella casa della famiglia.

L’artiglieria israeliana ha bombardato aree a sud-est del quartiere di Zeitoun a Gaza City, mentre veicoli militari fermi nelle vicinanze hanno aperto pesantemente il fuoco.

Secondo fonti locali e testimoni oculari nella zona centrale di Gaza i veicoli israeliani si sono spinti 100 metri dentro la zona di Abu Ghraba, ad est di Deir al-Balah, accompagnati da un bulldozer militare che ha aperto fuoco pesante e ha spianato il terreno prima di andare via molte ore dopo.

Ufficiali israeliani dicono che l’esercito israeliano occupa più del 70% dell’enclave rispetto al 53% previsto dall’accordo del cessate il fuoco dell’ottobre 2025.

Secondo il ministero della salute di Gaza nonostante il cessate il fuoco l’esercito israeliano ha continuato i suoi attacchi giornalieri a Gaza, uccidendo almeno 1.158 palestinesi e ferendone 3.756.

Da quando il genocidio israeliano è cominciato l’8 ottobre 2023, circa 73.300 palestinesi sono stati uccisi e 174.000 feriti, mentre il 90% delle infrastrutture civili di Gaza è stato danneggiato o distrutto.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Rubio dichiara che gli Stati Uniti smantelleranno la Corte Penale Internazionale “mattone dopo mattone”.

Redazione MEE

13 luglio 2026 – Middle East Eye

Il Segretario di Stato attacca duramente la Corte che nel 2024 ha emesso un mandato di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che l’amministrazione Trump sta lavorando per “smantellare la Corte Penale Internazionale mattone dopo mattone”, lanciando una sfida pubblica alla Corte che nel 2024 ha emesso un mandato di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

“L’interferenza della CPI nelle operazioni militari e di polizia americane non è solo un grave abuso dei suoi presunti poteri. Significherebbe la morte degli Stati Uniti come nazione sovrana e indipendente”, ha scritto Rubio in un articolo di opinione pubblicato lunedì dal Wall Street Journal.

“Utilizzando tutti gli strumenti a disposizione del nostro governo, lavorando a fianco di ogni alleato disposto a collaborare, smantelleremo la CPI, mattone dopo mattone, se necessario”, ha affermato.

Rubio ha anche registrato una dichiarazione su questo tema, pubblicata lunedì su X, in cui accusa la Corte di voler privare gli americani del diritto di rispettare le proprie leggi e di essere giudicati da una giuria di propri pari quando accusati di aver commesso un crimine.

“Ma oggi persone potenti in luoghi distanti vogliono portarcelo via. Credono di dover essere loro a decidere sulle vostre leggi, sul vostro paese, la vostra vita, e non gli importa se siate d’accordo o meno”, ha affermato nel video.

Ha detto che gli americani probabilmente non conoscono i nomi dei giudici, dei procuratori o dei presidenti della Corte Penale Internazionale e che “non dovrebbero essere costretti a conoscerli”, accusando al contempo la CPI di condurre una guerra contro gli Stati Uniti.

Le critiche di Rubio hanno evidenziato l’opposizione “bipartisan” alla Corte, fondata nel 2002 in risposta ai genocidi e alle atrocità commesse in zone di guerra come il Ruanda e l’ex Jugoslavia.

In particolare Rubio non ha fatto alcun riferimento diretto al mandato di arresto emesso nei confronti di Netanyahu e del suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, per i presunti crimini contro l’umanità commessi a Gaza, dove dall’ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 73.000 palestinesi.

La Corte aveva emesso mandati di arresto anche nei confronti dei leader di Hamas per i presunti crimini di guerra commessi durante l’attacco del 7 ottobre 2023 contro il sud di Israele. Leader successivamente assassinati da Israele.

“Globalisti arroganti”

Rubio ha presentato la decisione della Casa Bianca contro la Corte con toni nazionalistici affermando: “Gli Stati Uniti stanno lanciando una campagna diplomatica con un messaggio semplice: gli Stati sovrani prima del globalismo.”

I nostri progenitori hanno combattuto una rivoluzione contro una potenza straniera che ci deportava oltreoceano per perseguirci per crimini pretestuosi”, ha affermato Rubio, ricordando una politica coloniale britannica vecchia di 200 anni.

L’indipendenza è un nostro diritto innato. Non intendiamo barattarla con il dominio da parte di un’autoproclamata casta sacerdotale del ‘diritto internazionale’ “.

Rubio ha citato l’indagine del 2020 della Corte Penale Internazionale (CPI) sui soldati statunitensi per presunti crimini di guerra in Afghanistan. Ha aggiunto che la Corte potrebbe eventualmente indagare anche sugli agenti della polizia di frontiera e sui marines statunitensi.

La CPI è sostenuta e gestita da una potente rete di organizzazioni non governative di sinistra, globalisti arroganti e governi ostili del Terzo Mondo, uniti dalla loro inimicizia verso gli Stati Uniti”, ha concluso.

Nel suo video su X ha affermato che, sebbene la Corte fosse stata ufficialmente creata per perseguire i crimini più gravi nei Paesi in cui i tribunali nazionali non potevano farlo, “la verità è che si trattava di qualcosa di molto più radicale ed estremo: un tribunale globale composto da burocrati globalisti non eletti che rivendicano un potere pressoché illimitato”.

In realtà la Corte conta 125 Paesi membri, compresi tutti quelli dell’Unione Europea.

I Paesi più ostili alla Corte sono da tempo le principali potenze mondiali, che non vogliono sottomettersi alla sua giurisdizione. I principali avversari geopolitici degli Stati Uniti, cioé Russia e Cina, non sono membri della CPI.

Nel 2002 il presidente George W. Bush ha formalmente ritirato gli Stati Uniti dalla Corte Penale Internazionale e ha promulgato lAmerican Service members’ Protection Act (ASPA, Legge di protezione degli agenti al servizio degli Stati Uniti), che limitava la cooperazione degli Stati Uniti con la CPI. L’ASPA autorizza persino l’uso della forza per liberare il personale militare statunitense detenuto, guadagnandosi il soprannome di “Legge di invasione dell’Aia”.

Washington ha inoltre esercitato pressioni sui Paesi affinché firmassero accordi bilaterali di immunità per impedire loro di consegnare cittadini statunitensi alla CPI.

Guerra diplomatica

Lattacco sferrato da Rubio contro la Corte conferma la tesi secondo cui gli Stati Uniti e i loro partner più stretti stanno conducendo una guerra diplomatica contro tale istituzione a causa dei suoi sforzi volti a chiamare Israele a rispondere dei crimini di guerra commessi a Gaza, che sono stati definiti un genocidio dalle Nazioni Unite, dagli organismi per i diritti umani e dagli studiosi di genocidio.

Lo scorso anno il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che sanziona i giudici della CPI per le indagini su alti funzionari israeliani.

Come riportato in passato da MEE, tali misure hanno inciso sulla libertà di movimento dei giudici, sulla loro sicurezza fisica, sulle loro famiglie e sulla loro possibilità di svolgere le normali attività quotidiane.

MEE ha inoltre pubblicato in esclusiva un articolo sulla campagna condotta contro la Corte dall’ex ministro degli Esteri britannico David Cameron.

MEE ha rivelato che nell’aprile del 2024 Cameron minacciò privatamente Karim Khan, il procuratore capo britannico presso la Corte Penale Internazionale, di tagliare i fondi e ritirare la Gran Bretagna dalla CPI se questa avesse emesso mandati di arresto nei confronti dei leader israeliani.

Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nella fase iniziale di sviluppo della CPI e hanno firmato lo Statuto di Roma nel 2000, sotto la presidenza di Bill Clinton. Tuttavia il documento non è mai stato sottoposto al Senato per la ratifica, per timore che la CPI potesse perseguire militari e funzionari statunitensi per presunti crimini di guerra, soprattutto in conflitti come quelli in Afghanistan e Iraq.

La CPI ha anche emesso un mandato di arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per presunti crimini di guerra in Ucraina.

Al termine della sua dichiarazione in video Rubio ha lanciato un duro avvertimento.

“Questa amministrazione non resterà a guardare mentre la CPI e i suoi alleati cercano di minacciare il nostro popolo. Se credono di poterci privare della nostra sovranità insegneremo loro il vero significato della determinazione americana.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Gaza la ricerca dei dispersi comporta dolore ed estremo saluto per i propri cari

Lina Ghassan Abu Zayed

10 luglio 2026 – Al Jazeera

A Gaza migliaia di corpi rimangono intrappolati sotto le macerie delle loro case con un lungo e difficile lavoro di ricerca.

Il 16 novembre 2023 la casa della famiglia Haji nel quartiere di al-Zaitoun a Gaza City viveva felicemente sotto lo stesso tetto e nessuno si aspettava di stare insieme per l’ultima volta.

L’edificio di tre piani era pieno della vita di più di 30 membri della famiglia estesa, dai 4 ai 40 anni, finché un attacco aereo israeliano ha ridotto in macerie la loro casa.

Fidaa Haji, 34 anni, e i suoi 4 figli – Raed, Mohammed, Hala e Raghad – che vivevano in una stanza esterna sono sopravvissuti, ma gli altri membri della famiglia [che si trovavano] nell’edificio principale sono stati uccisi, compreso il marito di Fidaa, Andan Haji, di 34 anni.

Fidaa e i suoi figli si sono diretti a sud in una zona relativamente sicura di Gaza, dove hanno piazzato delle tende sulla spiaggia. Quando nell’ottobre 2025 è stata annunciato un cessate il fuoco sono tornati ad al-Zaitoun e si sono sistemati provvisoriamente nei pressi della loro precedente casa, ma le macerie sono diventate un ricordo quotidiano del tragico lutto che opprime i loro cuori.

Non posso immaginare che le persone che amo siano ancora sotto le macerie… ogni giorno il solo pensiero mi spezza il cuore,” dice ad Al Jazeera. “Quello che mi ferisce più della perdita è non aver potuto dare loro l’ultimo addio o seppellirli… come se il lutto rimanesse sospeso.”

In seguito suo fratello è riuscito a recuperare il corpo di Adnan e lo ha sepolto nel giardino dell’ospedale al-Shifa, per porre provvisoriamente fine allo straziante limbo di Fidaa, ma mancano ancora un funerale e un ultimo addio adeguati.

Non più un ricordo

Fidaa descrive il momento del ritorno come doversi confrontare inaspettatamente con un luogo che non è più lo stesso che avevano lasciato. Ha esitato ad avvicinarsi ai resti della sua casa pensando: come si può tornare in uno spazio che una volta conteneva tutte le persone che amava, alcune delle quali sono ancora sotto le macerie?

Ogni volta che torno in quel posto cerco di convincermi che non è così… ma la mia mente si rifiuta di credere che siano finiti sottoterra senza l’ultimo addio,” afferma.

Mentre cercavano di risistemarsi nella loro casa uno strano odore ha riempito la zona. Ha cercato di ignorarlo, ma non poteva accettare totalmente quello che era successo. Per i bambini l’esperienza è stata ancora più dura. Avevano paura di avvicinarsi alla cucina o a parti della casa, consapevoli del fatto che alcuni dei cugini stavano ancora vicino a loro.

Sua figlia Hala ha sofferto di un evidente trauma psicologico che ha colpito la sua capacità di alimentarsi ed è rimasta in preda alla paura per il fatto che i corpi dei suoi cugini erano a pochi metri da lì.

Nella casa distrutta i ricordi non erano solo immagini ma una fonte quotidiana di ansia incorporata all’interno dei piccoli dettagli della vita dei bambini.

Tra le storie rimaste profondamente impresse nella memoria di Fidaa c’è quella di Shireen, sua nipote ventenne e figlia unica. È stata uccisa nell’attacco, lasciando i suoi genitori di nuovo soli.

Vivo tra la necessità di continuare la mia vita e il fatto che gran parte di essa è ancora sotto le macerie,” afferma.

Confrontarsi con la verità

Il 1° luglio la famiglia Haji ha cercato di recuperare da sola i corpi dei propri cari. Nonostante la mancanza di risorse e di macchinari pesanti sono riusciti a estrarre sei corpi della loro famiglia.

Ciò ha significato confrontarsi duramente con una verità rimandata per più di due anni, soprattutto in quanto identificare i resti è stato estremamente difficile a causa del lasso di tempo passato dalla morte.

La loro sofferenza riflette una situazione più generale vissuta da migliaia di famiglie di Gaza. Secondo la Protezione Civile di Gaza migliaia di corpi rimangono intrappolati tra le rovine di edifici distrutti, mentre le operazioni di recupero continuano a un ritmo molto lento a causa della grave carenza di macchinari per scavare.

Le organizzazioni umanitarie hanno avvertito che i ritardi nel recupero dei corpi causano danni psicologici alle famiglie che vivono in uno stato di “lutto sospeso”. I loro cari sono contemporaneamente assenti e presenti, né sepolti né congedati, senza una chiara fine del cordoglio.

Nel corso del tempo l’identificazione dei resti diventa sempre più difficile a causa della decomposizione, aggiungendo un ulteriore peso psicologico sulle famiglie che hanno atteso per anni risposte che devono ancora arrivare.

La mancanza di risorse rende più grave la catastrofe

Ismail al-Thawabta, direttore dell’ufficio stampa del governo di Gaza, afferma che la situazione riflette una complessa crisi umanitaria che crea un profondo impatto psicologico e sociale sulle famiglie.

“A causa della difficoltà di accesso e della mancanza dei macchinari pesanti necessari alle operazioni di recupero migliaia di corpi sono ancora sotto le macerie,” dice Thawabta.

La mancanza di mezzi continua a ostacolare il lavoro della Protezione Civile di Gaza e crea uno “stato sospeso di perdita” in cui le famiglie sopportano un trauma costante a causa dell’impossibilità di dare l’ultimo saluto ai propri cari.

Ciò ha lasciato profonde ferite psicologiche all’interno delle famiglie e nella società di Gaza, soprattutto tra i bambini che crescono senza risposte definitive riguardo alla sorte delle loro madri, dei loro padri o fratelli.

La ‘guerra silenziosa’ della Protezione Civile

Abdullah al-Majdalawi, direttore delle pubbliche relazioni e dell’ufficio stampa della Protezione Civile afferma che le sue squadre stanno lavorando con il Comitato Internazionale della Croce Rossa, che è riuscita a fornire scavatrici per le operazioni di recupero.

La durata del progetto è solo di 400 ore, che è a malapena sufficiente per un piccolo numero di case,” sostiene.

Ciò ha obbligato le squadre a dare la priorità ad aree in base a criteri specifici, spesso dove c’è stato un grande numero di vittime. Il processo si basa su piccoli dettagli, come testimonianze di sopravvissuti o vicini, beni personali come un pezzo di vestito o occhiali da lettura, che possano aiutare le squadre di ricerca a individuare resti umani.

A volte andiamo con strumenti rudimentali, tagliando il ferro con martelli e attrezzi semplici, rimanendo impotenti di fronte a migliaia di tonnellate di cemento,” afferma.

Uno dei momenti più difficili è quando mi ritrovo con tre o quattro ossa di un corpo umano e li consegno alla famiglia che stava aspettando di trovare il figlio o la figlia. A volte le famiglie ci dicono: portateci qualunque cosa di loro, ogni ricordo, ogni osso che possiamo seppellire.”

Queste scene provocano un profondo impatto psicologico sui lavoratori della Protezione Civile. Nonostante la percezione che ha di loro l’opinione pubblica come risoluti e resilienti, indifferenti al loro lavoro, devono costantemente confrontarsi con i resti di corpi e con le grida delle madri. Diventa parte della “guerra silenziosa” che li accompagna molto dopo la fine della loro giornata di lavoro.

La gente vede gli uomini della Protezione Civile come forti e valorosi, ma dentro di sé sono sul punto di piangere,” dice.

Per me i momenti più duri sono durante le pause, perché è allora che mi tornano in mente le voci dei bambini sotto le macerie: ‘Zio, perché ci uccidono? Zio, dove siamo?’ La nostra preghiera costante come squadre della Protezione Civile è: Dio, non farci impazzire dopo tutto il terrore e l’orrore che abbiamo visto.”

Al-Majdalawi ricorda un momento durante un’operazione di recupero che probabilmente rimarrà nella sua mente per sempre, quando la sua squadra stava lavorando in mezzo alle rovine per trovare un corpo mentre la famiglia aspettava nelle vicinanze.

Hanno trovato i resti di una ragazzina, ma solo parte del cranio, che ha reso possibile l’identificazione solo attraverso piccoli dettagli, come il colore dei capelli e i tratti del volto parzialmente conservati. Dice che è stato uno dei momenti più difficili che ha passato nella sua vita.

Durante gli scavi in una casa bombardata che si riteneva contenesse circa 45 corpi il lavoro è continuato per tre giorni di seguito, eppure ne sono stati trovati solo due, una madre e suo figlio. Nonostante tutti i loro sforzi le squadre non sono state in grado di individuare gli altri.

Non erano rimaste tracce… non abbiamo trovato ossa né altro,” aggiunge. “Le famiglie si aggrappano ad ogni piccolo segno … qualunque cosa dimostri che si tratta del figlio o della figlia.”

Queste esperienze creano uno “shock continuo” alle squadre della protezione civile, con una nuova serie di sofferenze a ogni tentativo di identificazione, riconoscimento o accettazione [di una salma].

Tra immagini indelebili, luoghi che non sono più sicuri per la memoria e corpi ancora insepolti il lutto si trasforma in un peso a lungo termine senza un reale estremo saluto o una consolazione possibile sia per le famiglie che per i soccorritori.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)