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Il pestaggio israeliano di un anziano manifestante davanti a giornalisti provoca proteste a livello internazionale

Redazione di Mondoweiss

3 settembre 2020 – Mondoweiss

Un’altra atrocità israeliana nella Cisgiordania occupata sta provocando l’indignazione internazionale: il pestaggio di un manifestante disarmato di 65 anni che stava cercando di impedire ad Israele di costruire una zona industriale sulle terre di un villaggio palestinese. Martedì Khairy Hanoun è stato gettato a terra da un soldato israeliano e bloccato con un ginocchio protetto da una corazza sul collo, ripreso in un video e in immagini ampiamente circolati sulle reti sociali.

Ciò che stupisce è il fatto che i soldati lo abbiano fatto attorniati dalle telecamere della stampa ufficiale, evidentemente convinti della loro totale impunità. Le autorità israeliane hanno giustificato l’aggressione come risposta a disordini, ma hanno anche detto che se ne stanno occupando.

Al Jazeera ha paragonato l’episodio al soffocamento di George Floyd [afroamericano ucciso per soffocamento a maggio da un poliziotto con un ginocchio sul collo, ndtr.].

Hannoun ha detto che si trovava con decine di manifestanti nel villaggio di Shufa, nei pressi della città cisgiordana occupata di Tulkarem, che stavano protestando contro i progetti israeliani di confiscare circa 800 dunum (80 ettari) di terre per costruire una zona industriale.

Il video mostra Hannoun spingere un soldato israeliano dopo che questi aveva strappato una bandiera palestinese ad un altro manifestante, scatenando una colluttazione.

I soldati israeliani mi hanno colpito duramente e uno di loro ha premuto il ginocchio contro il mio collo per qualche minuto,” ha detto all’Associated Press. “Sono rimasto immobile per evitare una maggiore pressione sul mio collo, ma della gente mi ha tirato fuori.”

La BBC ha citato le autorità israeliane che hanno detto che i manifestanti hanno iniziato “violenti disordini” e i soldati non hanno fatto niente fuori dall’ordinario, ma il video è “parziale” e “tendenzioso”.

Alcuni anziani stavano dimostrando, convinti che i soldati non ci avrebbero attaccati, ma ci siamo sbagliati. Ci hanno aggrediti come teppisti,” avrebbe detto Hanoun secondo il giornale israeliano Haaretz. “Ho 60 anni, cosa posso fare a un soldato armato? Ma per l’ufficiale che era presente sono una minaccia, e dopo qualche minuto ha iniziato ad aggredirmi brutalmente.”

La natura iconica della protesta di Hanoun è stata rapidamente immortalata da un mezzo di comunicazione.

Halaby di IMEMC [International Middle East Media Center, rete informativa indipendente palestinese, ndtr.] ha twittato:

Nel volto di quell’uomo ho visto quello di mio nonno e mi ha fatto ribollire il sangue di rabbia!”

L’articolo di IMEMC sottolinea che questa è un’ulteriore appropriazione illegale di terra.

Martedì forze israeliane hanno attaccato palestinesi che protestavano contro il progetto israeliano di espropriare terra palestinese occupata nei pressi della città di Tulkarem, nella parte settentrionale della Cisgiordania.

(Un) corrispondente dell’agenzia di notizie palestinese WAFA [agenzia di stampa ufficiale dell’ANP, ndtr.] …ha affermato che le truppe israeliane hanno sparato lacrimogeni contro i dimostranti e aggredito fisicamente un anziano.

La manifestazione era organizzata per esprimere il rifiuto collettivo contro i piani israeliani di costruire un insediamento industriale illegale su terre palestinesi.”

Una sommossa violenta? Questa è una protesta con l’appoggio generalizzato di tutta la comunità palestinese: il governatore di Tulkarem, Issam Abu Bakr, ha partecipato alla protesta, affermando che il popolo continuerà a manifestare finché il progetto dell’insediamento verrà bloccato, aggiungendo che esso minaccia di tagliare fuori Tulkarem dal vicino governatorato di Qalqilia.

Questo ovviamente è il contesto qui, la confisca da parte di Israele di quanta più terra può avere con meno palestinesi possibile. E gli Stati Uniti non diranno assolutamente niente, in quanto i nostri politici acclamano la democrazia israeliana.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Eyad Hallaq: il lutto impossibile

Gideon Levy

17 luglio 2020 – Chronique de Palestine

La madre di Eyad Hallaq dorme nel letto di suo figlio morto. Suo padre rifiuta di mangiare. Hanno un messaggio per la polizia israeliana….

Un mese dopo l’assassinio di Eyad Hallaq, un giovane palestinese autistico, la sua famiglia è ancora paralizzata dal dolore e prega perché l’agente della polizia di frontiera che lo ha ucciso paghi per il suo crimine.

L’erba verde nel piccolo cortile fuori dalla casa è ingiallita e secca. Anche le piante in vaso sono appassite, dopo essere rimaste senza acqua per un mese. Prima, Eyad le innaffiava tutti i giorni in estate, ma ora non c’è più nessuno che se ne occupi. Rana, la madre in lutto, non smette di guardare sul suo telefonino un piccolo filmato di suo figlio, in piedi in giardino con in mano un tubo di irrigazione, un leggero sorriso sulle labbra.

Il suo sorriso è più accentuato in un altro filmato, in cui lo si vede preparare il fatteh – un piatto di hummus con carne e pinoli – per i suoi genitori. Aveva imparato a cucinarlo nel centro per persone disabili Elwyn El Quds, che frequentava nella città vecchia di Gerusalemme, poco prima di venire ucciso.

Guardate che figlio ho avuto”, dice Rana guardando la sua foto.

Suo marito Khairy è cambiato in modo impressionante da quando lo abbiamo incontrato nella tenda del lutto il giorno dopo l’assassinio del figlio. È molto dimagrito, emaciato e pallido. Fuma due pacchetti di sigarette al giorno; Rana quasi tre. Quasi non mangia, Rana non cucina. La loro vita si è brutalmente fermata.

Era il 30 maggio poco dopo le 6,30 del mattino, quando la loro vita è stata irrimediabilmente distrutta. Due agenti della polizia di frontiera (israeliana) – un ufficiale e una nuova recluta – hanno sparato sul loro figlio mentre lui si trascinava a terra sul pavimento di un locale per i rifiuti vicino alla via Dolorosa nella città vecchia, con l’assistente che se ne occupava che accanto a lui gridava invano: “É un disabile, è un disabile!”.

Per Rana e Khairy Hallaq il figlio autistico di 32 anni era la pupilla dei loro occhi. Hanno anche due figlie, Joanna e Diana, entrambe insegnanti. Ma Eyad, il figlio disabile, era tutto per loro.

C’è un solo figlio maschio, non ne abbiamo altri”, ci dice Rana in ebraico. “È la mia seconda anima. Eyad ed io siamo da tempo una sola anima, da molti anni.”

Dopo la sua morte lei dorme nel letto di Eyad ed esce raramente dalla sua stanzetta; a volte indossa anche i suoi vestiti. Quando le abbiamo fatto visita in questa settimana ci ha ricevuti dicendo: “Non posso fare niente – riesco solo a stendermi sul suo letto e guardare le sue foto, i suoi vestiti e la sua stanza e ricordare la sua vita.”

Poi, con le mani tremanti, ci mostra nuovamente delle fotografie di lui; questa volta lo si vede mentre tiene due piante tra le braccia. Le aveva piantate durante l’isolamento dovuto al coronavirus, quando è stato costretto a rimanere a casa, nel quartiere di Wadi Joz a Gerusalemme est.

Ora, dice Rana, “le piante sono morte”.

I genitori vivono dolorosamente una presenza che è rimasta intatta. Un’atmosfera di profondo dolore senza lacrime scende sul salone della famiglia, i cui muri adesso sono tappezzati di foto del figlio e del fratello deceduto. Sul divano c’è una foto di Eyad accanto ad una di George Floyd [afroamericano ucciso la stessa settimana dalla polizia di Minneapolis, ndtr.].

George Floyd è stato ucciso perché era nero ed Eyad perché palestinese”, dice il padre. “Ma guardate la differenza tra la reazione negli Stati Uniti e in Israele,” aggiunge sua moglie.

Effettivamente enormi ondate di proteste hanno attraversato l’America dopo l’assassinio di Floyd a Minneapolis, mentre in Israele vi è stata la solita indifferenza, benché segnata da qualche accento di rammarico per lo sparo mortale, perché la vittima era autistica. Qui non vi è stata alcuna protesta e non si è riscontrata nessuna opinione in qualche modo diffusa, secondo cui l’uccisione di Eyad è stata il risultato di una politica deliberata, e non una “disgrazia”.

Poiché Eyad era scrupoloso riguardo all’ordine e alla pulizia, la famiglia non osa spostare niente nella sua stanza. Sul letto rimane da un mese lo stesso copriletto, le bottiglie del dopobarba e altri prodotti di toilette sono sullo scaffale accanto, i suoi vestiti sono piegati con cura nell’armadio e anche il barattolo di caramelle Smiley che gli piacevano è pieno. Un caricabatterie per il cellulare posato a caso su un tavolo attira l’attenzione del padre che lo rimette subito a posto. “Se lui lo avesse visto qui si sarebbe molto arrabbiato,” dice Khairy.

E di nuovo, un silenzio opprimente.

Tutto quel che vogliamo adesso è stare tranquilli”, dicono i genitori. Passano la maggior parte delle loro giornate stesi a letto con lo sguardo fisso, non vedono quasi nessuno e accendono la televisione solo quando vengono a trovarli i nipoti. Diana arriva con i quattro figli ogni pomeriggio per cercare di tirarli su di morale, ma presto ripiombano nel loro dolore.

Il poco cibo che mangiano viene ordinato in un ristorante. Rana non riesce ad entrare in cucina, dove Eyad si esercitava a preparare i piatti che aveva imparato nei corsi di cucina a Elwyn. Tutte le sere cucinava il piatto che aveva imparato nella giornata.

Il personale del centro era impressionato dalle sue capacità e progettava di farlo assumere come aiuto cuoco in un hotel o un ristorante della città.

Khairy da parte sua non lavora da anni, da quando è stato ferito in un incidente sul lavoro in una fabbrica di marmo. Ora fa fatica a salire le scale che conducono alla tomba appena costruita di suo figlio al cimitero di Bab al-Zahara, dietro all’ufficio postale di via Saladin a Gerusalemme est.

Rana dice che se potesse si trasferirebbe al cimitero. È andata quattro o cinque volte sulla tomba di Eyad, dove è già stata eretta una lapide.

Tuttavia la coppia non riesce a decidersi a visitare il luogo, appena all’interno della Porta dei Leoni, dove lui è stato ucciso. Khairy, che era solito andare ogni settimana a pregare alla moschea Al-Aqsa, non ci va più, perché il percorso passa dal luogo dell’omicidio. Anche Rana ha molto timore a recarvisi.

Come si può guardare il posto dove hanno ammazzato vostro figlio? Ho paura che laggiù la polizia mi uccida,” dice. “Hanno persino ucciso Eyad, che era un ragazzo tranquillo…”

Qualche giorno fa gli amici del centro Elwyn sono venuti a deporre delle foglie di palma in sua memoria nel luogo del suo assassinio, ma la polizia li ha subito cacciati ed ha tolto le foglie di palma. Eyad non avrà evidentemente alcuna commemorazione, neanche improvvisata.

La polizia ha restituito ai genitori il telefono portatile del ragazzo, dopo averne cancellato tutto il contenuto. Khairy e Rana dicono che Eyad amava filmare il suo tragitto tra la scuola e la casa per mostrare loro le immagini quando tornava. Ha forse filmato anche il suo ultimo percorso verso la scuola?

Martedì Nir Hasson e Josh Breiner, del quotidiano Haaretz, hanno riferito che l’unità investigativa del Ministero della Giustizia non aveva filmati dell’incidente di una telecamera di sicurezza, anche se ci sono almeno sette telecamere nei paraggi – di cui due nel locale della spazzatura dove è avvenuto l’assassinio.

Intanto il principale sospettato è stato liberato ed è stato interrogato dalla polizia una sola volta.

Khairy: “Non ci sono telecamere, non ci sono immagini. Perché? Che cosa posso dire? Avete visto che la settimana scorsa sono state pubblicate tutte le immagini del posto di controllo di Abu Dis nell’arco di un’ora?”, chiede, riferendosi al [presunto] tentativo di investire un’agente di polizia di frontiera ad un blocco militare all’esterno di Gerusalemme.

Lunedì scorso erano trenta giorni dalla tragedia incorsa agli Hallaq. La loro casa in via Yakut al-Hamwai, che durante i quattro giorni del lutto era invasa dai visitatori, era vuota quando siamo arrivati insieme ad Amer ‘Aruri, un ricercatore sul campo dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Amer ‘Aruri aveva consegnato la testimonianza dell’assistente di Elwyn, Warda Abu Hadid, che si trovava accanto a Eyad quando la polizia lo ha ucciso.

Rana e Khairy ci hanno detto di essere stati molto toccati dalle manifestazioni di solidarietà e di dolore di migliaia di persone in tutto il mondo, tra cui le condoglianze da parte di numerosi israeliani. Sono stati profondamente emozionati dalla reazione di altri genitori di bambini autistici.

Sottolineano che non hanno niente a che fare con l’espulsione dalla tenda del lutto del militante del Monte del Tempio ed ex membro del Likud, deputato Yehuda Glick, ma hanno detto loro che stava per farsi dei selfie, il che era scioccante.

Centinaia di israeliani sono venuti a condividere il loro dolore, dicono. La sera in cui Glick, che era venuto a presentare le condoglianze, è stato espulso da un gruppo di giovani palestinesi, sono arrivate decine di poliziotti a perquisire la loro casa. Era la seconda perquisizione, quattro giorni dopo la prima, il giorno stesso dell’omicidio.

A parte questo, gli Hallaq non hanno ricevuto la minima informazione da parte della polizia riguardo all’uccisione del loro figlio.

Altre immagini: Eyad a scuola è chinato su una grande pentola di zuppa, mentre pela delle carote – uno dei rari momenti in cui si può scorgere un raggio di felicità passare sul suo viso. “Riposa in pace, angelo mio”, hanno scritto dei ragazzi disabili della città araba israeliana di Taibeh, che hanno portato ai genitori una sua foto ingrandita. L’illustratrice israeliana Einat Magal Smoly ha inviato loro un quadro di Eyad con il suo nome in arabo ed ebraico, insieme ad una lettera di condoglianze.

Rana e Khairy dicono di non essere interessati ad un risarcimento economico, ciò che vogliono è che i poliziotti responsabili vengano giudicati. Parecchi avvocati, tra cui l’avvocato specializzato nella difesa dei diritti umani Michael Sfard, si sono offerti di aiutarli.

Questi avvocati sono otto, ma noi sappiamo che non accadrà niente anche se ce ne fossero cinque o sei in più,” dice Khairy. “Non credo che il poliziotto andrà in prigione. Se avesse pensato che sarebbe andato in prigione, non avrebbe fatto una cosa del genere. Credetemi.”

Gli chiediamo che cosa vorrebbe che succedesse. Ride amaramente. “Israele è un Paese che rispetta le leggi, no? Israele è una democrazia, no? Aspettiamo di vedere. Io aspetto di vedere la legge dello Stato di Israele. Che sia esattamente la stessa che se fosse accaduto il contrario: se Eyad fosse stato un ebreo ucciso da un arabo, ci sarebbe già stato un processo. Noi non chiediamo indennizzi. Tutto ciò che vogliamo è che questo non accada a nessun altro.”

Rana dice che vuole inviare un messaggio alla polizia e all’esercito israeliani: “Prendetevi tempo prima di usare le vostre armi…” Mostra nuovamente dei video, con Eyad che si lava i denti, che fa ginnastica, che si confonde nel contare da 1 a 15.

Un video realizzato dal ‘Monitoraggio euro-mediterraneo dei diritti umani’ mostra l’ultima ora della sua vita. Eccolo che cammina sulla via Dolorosa di Gesù, mascherina anti coronavirus sul viso, guanti sulle mani [il fatto che portasse i guanti secondo gli agenti che l’hanno ucciso lo rendevano sospetto, ndtr.]. Qui si vedono i poliziotti che lo inseguono e là sono sopra di lui nel locale della spazzatura, per ucciderlo.

Non ci sono parole…” gli diciamo.

Ce ne sono tantissime”, ci risponde Rana.

Gideon Levy, nato nel 1955 a Tel Aviv, è un giornalista israeliano e membro della direzione di Haaretz. Vive nei territori palestinesi occupati.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Come la guerra di propaganda israeliana riduce l’Europa al silenzio

Gideon Levy

6 luglio 2020 – Middle East Eye

l diluvio di accuse esagerate di antisemitismo, a volte senza alcun fondamento, si è rivelato di dubbia efficacia.

La Segretaria di Stato all’Educazione del governo ombra del partito laburista britannico, Rebecca Long-Bailey, è stata recentemente dimissionata per aver diffuso sulle reti sociali un articolo in cui affermava, tra le altre cose, che Israele aveva addestrato la polizia americana ad utilizzare la tecnica del soffocamento consistente nel premere un ginocchio sul collo, praticata su George Floyd [afroamericano ucciso per soffocamento dalla polizia di Minneapolis, la cui morte ha dato inizio a molte proteste negli USA e nel mondo, ndtr.].

Nelle ultime settimane questa affermazione è circolata ampiamente nell’ambito della sinistra mondiale. Il segretario del partito Laburista inglese Keir Starmer ha accusato Long-Bailey di aver postato un articolo contenente una “teoria cospirazionista antisemita”. Evidentemente dopo le dimissioni di Jeremy Corbin il vento del cambiamento ha soffiato sul partito laburista britannico– e questo cambiamento non prelude a niente di buono. 

Osare criticare Israele

Il 25 giugno Middle East Eye ha pubblicato delle informazioni contenute nell’articolo in discussione sottoponendole a ‘fact-checking’ [verifica dei fatti, ndtr.]. L’accusa secondo cui Israele ha insegnato alla polizia americana il metodo di soffocamento che ha causato la morte di Floyd è infondata. Da decenni la polizia degli Stati Uniti ha il grilletto terribilmente facile quando sono coinvolti dei cittadini neri – ben prima che lo Stato d’Israele e la sua polizia venissero creati.

La polizia americana non ha certo bisogno della consulenza israeliana per essere capace di uccidere in gran numero civili neri innocenti.

Resta il fatto che l’inquietante velocità con cui Long-Bailey è stata sostituita nel governo ombra dovrebbe preoccupare i partigiani dei diritti umani ben più della credibilità di qualunque articolo che lei ha condiviso su internet. Long-Bailey è stata silurata per il solo motivo che ha osato condividere un articolo che criticava Israele, non perché ha osato pubblicare un articolo carente di basi fattuali.

Starmer non si preoccupa certo allo stesso modo dell’attendibilità degli articoli diffusi dai membri del suo partito. Si inquieta di più per l’immagine antisemita, non sempre giustificata, che si affibbia al suo partito.

Anche se le accuse dell’articolo fossero state inventate e senza alcun fondamento, resta molto improbabile che Long-Bailey sarebbe stata liquidata in questo modo se avesse postato false accuse contro qualunque altro Paese al mondo. In Europa, quando si tratta di critiche a Israele, le regole del gioco sono diverse. C’è Israele da una parte e il resto del mondo dall’altra.

Efficace propaganda sionista

In questi ultimi anni la propaganda israeliana è stata coronata da buon esito in Europa. Il licenziamento di Long-Bailey è solo un successo tra tanti altri. Ultimamente, sotto la direzione di un Ministero degli Affari Strategici relativamente nuovo nel governo israeliano – e con la cooperazione dell’establishment sionista nel resto del mondo – la propaganda sionista ha adottato una nuova strategia, che si rivela di un’efficacia senza precedenti.

Israele e l’establishment sionista in molti Paesi hanno iniziato a definire come antisemita ogni critica a Israele. Questo ha ridotto al silenzio gli europei. I propagandisti di Israele sfruttano cinicamente il senso di colpa dell’Europa che permane ancora riguardo al passato, spesso a ragione – e le accuse hanno raggiunto il proprio obbiettivo.

Continua ad essere difficile criticare Israele, l’occupazione, i crimini di guerra che l’accompagnano, le violazioni del diritto internazionale o il trattamento dei palestinesi da parte di Israele; tutto questo è etichettato come antisemitismo e sparisce immediatamente dal dibattito. Oltre a questa campagna di catalogazione, la maggior parte delle Nazioni occidentali, in particolare gli Stati Uniti, hanno adottato delle leggi che mirano a dichiarare guerra al movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) – del tutto legittimo -, tentativo che ha lo scopo di penalizzare le sue attività e i suoi attivisti.

È incredibile che questa lotta contro un’occupazione e la sua infrastruttura legale sia oggetto di una delegittimazione e di una criminalizzazione intense. Provate a immaginare se un altro tipo di lotta condotta, per esempio, contro le fabbriche dove si sfrutta la miseria nel sud-est asiatico, contro la produzione di carne su scala industriale o i grandi campi di concentramento in Cina, fosse definita “criminale” in Occidente. Difficile da immaginare.

Eppure la lotta contro l’apartheid israeliana – e non c’è lotta più incontestabilmente morale – oggi è considerata criminale. Al di là del coronavirus, provate oggi a prenotare un grande spazio pubblico da qualche parte in Europa per un evento di solidarietà con i palestinesi. Provate a pubblicare un articolo contro l’occupazione israeliana sugli organi di stampa tradizionali. L’occhiuta macchina della propaganda israeliana vi scoverà immediatamente, vi accuserà di antisemitismo e vi ridurrà al silenzio.

Sostenere la libertà di espressione

Ridurre al silenzio: non c’è un’altra espressione per descrivere la situazione. Ciò significa che questo problema non può riguardare solo coloro che si occupano della causa palestinese, deve diventare una preoccupazione urgente per chiunque sostenga la libertà di espressione.

Israele non potrà certo beneficiare a lungo della sua campagna aggressiva, quasi violenta, che potrebbe ritorcersi sia contro lo Stato israeliano che contro gli ebrei in generale, suscitando l’opposizione, addirittura la repulsione, tra i sostenitori della libertà di espressione. Per una ragione sconosciuta ciò non si è – ancora – verificato, l’Europa ha piegato la testa e si è arresa senza condizioni di fronte a questa pioggia di accuse eccessive di antisemitismo, a volte del tutto infondate. L’Europa è stata ridotta al silenzio.

Sicuramente bisogna combattere l’antisemitismo. Esso esiste, continua a mostrare i denti, riaccende i ricordi del passato. Ma la critica necessaria e legittima dell’occupazione israeliana o anche del sionismo non può essere associata all’antisemitismo.

Se Israele compie crimini di guerra bisogna opporvisi e condannarli. È più che un diritto; è un dovere. Come accidenti potrebbe trattarsi di antisemitismo? Come ha fatto una lotta di coscienza a diventare un tabù?

Se Israele evoca l’annessione di territori occupati e la trasformazione di Israele in uno Stato di apartheid non solo de facto, ma de jure, è un dovere opporvisi e denunciare le intenzioni di Israele. Se Israele bombarda i civili indifesi a Gaza, come si fa a non opporsi? Tuttavia questo è diventato quasi impossibile in Europa e negli Stati Uniti.

Confusione sistemica

Ormai da quasi un secolo i palestinesi sono privati del loro Paese. In questi ultimi 53 anni hanno anche vissuto sotto occupazione militare senza diritti, senza un presente né un futuro, le loro terre violate e la loro libertà annientata, la loro vita e la loro dignità considerate senza valore – e improvvisamente la lotta contro tutto questo viene proibita.

Vi è una confusione sistemica sconcertante: l’occupante ha il diritto di difendersi e chiunque lotti contro l’occupazione si trova tra gli accusati. Invece di denunciare l’occupazione israeliana, di attaccarla e infine cominciare a farle pagare un costo sanzionando il Paese responsabile – cosa che l’Europa ha fatto molto giustamente nei giorni seguenti l’annessione della Crimea da parte della Russia -, invece di definire apartheid l’apartheid israeliana, perché non vi è altra parola per descriverla, i suoi detrattori sono ridotti al silenzio.

È disgustoso, immorale e ingiusto. L’Europa non può, e non deve, continuare a restare in silenzio riguardo a questo, anche se il prezzo da pagare è di essere definiti antisemiti.

Queste accuse non devono continuare a ridurre al silenzio l’Europa. Gli ebrei e i sionisti israeliani formulano false accuse, e allora?

Long-Bailey ha condiviso un articolo online, che forse non meritava di essere diffuso. Dimissionarla è un problema ben più grave.

Gideon Levy è un giornalista e membro del comitato di redazione del quotidiano Haaretz. E’entrato a Haaretz nel 1982 ed è stato per quattro anni vice caporedattore del giornale. Ha vinto il premio Euro-Med Journalist nel 2008, il premio Leipzig Freedom nel 2001, il premio Israeli Journalists’Union [Unione dei Giornalisti Israeliani] nel 1997 ed il premio dell’Associazione dei Diritti Umani di Israele nel 1996. Il suo ultimo libro, ‘La punizione di Gaza’, è stato pubblicato dalle edizioni Verso nel 2010.

Le opinioni espresse in questo articolo impegnano solo l’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




La crisi del NYT riguardo a Tom Cotton rievoca i suoi editoriali che giustificavano il massacro dei manifestanti a Gaza

Philip Weiss e James North

5 giugno 2020 – Mondoweiss

Nelle ultime 24 ore le reti sociali hanno dimostrato il proprio immenso potere nella generale condanna su Twitter della decisione del New York Times di pubblicare un editoriale del senatore dell’Arkansas Tom Cotton che chiedeva di schierare l’esercito USA per reprimere la rivolta diffusa in tutto il Paese. Migliaia di critiche hanno affermato che il Times ha violato la sua stessa politica di non pubblicare i sostenitori della violenza. Dopo parecchie ore il Times ha difeso la decisione in base alla libertà di parola, e il caporedattore ha persino affermato che gli editoriali sono “accurati approfondimenti in buona fede delle questioni del giorno,” ma poi il giornale ha cambiato idea ed ha affermato che probabilmente non avrebbe dovuto pubblicare l’articolo di Cotton. È stata un’incredibile retromarcia, inimmaginabile nei giorni in cui i lettori dovevano a scrivere lettere ai direttori dei giornali.

La débâcle dell’editoriale di Cotton, benché sia ovviamente una diretta conseguenza dell’uccisione da parte della polizia di George Floyd, sta anche riproponendo questioni riguardo a come il giornale informa su Israele. Ecco alcuni esempi. L’editorialista Bari Weiss ha difeso l’articolo di Cotton affermando su Twitter che un progressista della vecchia guardia del giornale era stato travolto da giovani “impegnati” dello staff spinti dalle emozioni (“il diritto delle persone a sentirsi sicuri dal punto di vista emozionale e psicologico prevale su quelli che in precedenza erano considerati fondamentali valori progressisti, come la libertà di parola”).

Weiss è stata derisa per questa affermazione in parte perché ha iniziato la sua carriera pubblica cercando di far tacere un dibattito sulla questione israeliana alla Columbia University, partecipando ad una campagna agghiacciante che chiedeva all’amministrazione di licenziare docenti filo-palestinesi. Come ha scritto Steven Salaita [accademico USA di origine araba, ndtr.]:

“A quelli di voi che sostengono Bari Weiss: non siate così dannatamente vaghi su questo argomento. Lei non stava cercando di far licenziare “i professori con cui non era d’accordo”. Stava tentando di far licenziare docenti ARABI E MUSULMANI perché è una fanatica filo-israeliana. Il nome del problema è: repressione sionista.”

Rula Jebreal [nota giornalista e scrittrice palestinese con cittadinanza israeliana e italiana che vive nelgi USA, ndtr.] ha scritto:

“Bari Weiss, che difende sistematicamente il razzismo e l’apartheid di Israele, ha condotto una campagna di odio per far tacere accademici arabi, ha denigrato i suoi colleghi neri, orripilati dall’idea di pubblicare un editoriale fascista durante la rivolta contro la violenza della polizia razzista, in quanto ‘per lo più giovani impegnati.’ Qualche alleato.”

L’editoriale di Cotton è anche un promemoria del fatto che sulle sue pagine di editoriali il New York Times ha pubblicato quattro difese del massacro da parte di Israele di manifestanti nonviolenti presso la barriera di Gaza nel 2018 e non ha mai fatto marcia indietro, benché sul nostro sito Donald Johnson abbia ripetutamente sollevato questa questione.

Riguardo a Gaza Bret Stephens ha scritto che i palestinesi sono responsabili delle uccisioni e delle mutilazioni a causa di una “cultura della…violenza.” Shmuel Rosner ha fatto un discorso trumpianamente fascista: “A volte non c’è nessuna scelta migliore che essere chiari, essere fermi, tracciare una linea che non può essere attraversata da quanti ti vogliono danneggiare.” Matti Friedman ha affermato che “Israele ha avuto le mani legate e che forse avrebbe dovuto fare di più. Una risposta più aggressiva avrebbe impedito ulteriori azioni di questo tipo e salvato vite a lungo termine?” Thomas Friedman ha accusato i dirigenti palestinesi per “le morti tragiche e inutili di circa 60 gazawi (il 20 marzo) incoraggiando il loro corteo.”

Quell’anno Israele ha ucciso più di 200 manifestanti, di cui 59 il giorno in cui Trump ha spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme, e ne ha mutilati migliaia in quelli che organizzazioni per i diritti civili hanno definito crimini di guerra.

Ieri almeno un commentatore su Twitter ha chiesto perché Bari Weiss e Bret Stephens lavorino nel giornale, visti i loro provati precedenti di incompetenza. La principale risposta è che da lungo tempo il quotidiano ha un legame stretto con il sionismo e lo zelo a favore di Israele è il valore fondamentale sia di Weiss che di Stephens.

Altri giornalisti del Times non hanno fatto mistero delle proprie passioni filo-sioniste. L’ex responsabile delle pagine editoriali Max Frankel ha rivelato di aver scritto di persona tutti gli editoriali su Israele: “Ero molto più profondamente fedele a Israele di quanto osassi affermare,” ha scritto nelle sue memorie. Thomas Friedman lo scorso anno ha detto che ogniqualvolta ciò sia necessario difenderà Israele: (“Israele mi aveva già convinto di primo acchito… In tempi di crisi so dove sarò. Quando lo Stato ebraico fosse minacciato!). David Brooks ha affermato di avere “un occhio di favore” per Israele e che i palestinesi sono da considerare responsabili del fatto che non ci sia pace. Il giornalista d’inchiesta Ronen Bergman recentemente ha lodato l’organizzazione lobbistica di destra AIPAC [principale organizzazione della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] per aver appoggiato Israele. E durante un attacco israeliano contro Gaza l’ex-caporedattrice dell’ufficio di Gerusalemme Jodi Rudoren ha affermato che i palestinesi sembrano “un po’ troppo insistentemente noiosi” riguardo alle morti di membri della loro famiglia rispetto agli israeliani che sono “traumatizzati” dalla violenza.

Tuttavia Bari Weiss e Bret Stephens risaltano persino in mezzo a questa lista di filo-sionisti. Il sostegno ad Israele è sempre stato al centro della loro carriera giornalistica e si stenta a trovare un qualunque altro argomento che li appassioni allo stesso livello.

L’argomento della libertà di parola potrebbe essere più convincente se il Times avesse mai pubblicato editoriali antisionisti. Lo ha fatto molto di rado. Dove sono Rashid Khalidi e Ian Lustick, che ultimamente hanno entrambi pubblicato libri in cui sostengono che il paradigma dei due Stati è finito?

Le caratteristiche filo-sioniste del New York Times non sono una cospirazione. Il giornale è tradizionalmente solito appoggiare Israele e ovviamente assume persone che condividono il suo punto di vista. Sfortunatamente, e tristemente, questa tendenziosità non analizzata ha obbligato il maggior quotidiano americano a sostenere la violenta risposta alle richieste dei diritti umani da parte dei palestinesi.

In questi giorni l’unica cosa corretta da fare è chiedere se il giornale abbia una tendenziosità simile contro gli afroamericani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)