Israele rimanda l’evacuazione del villaggio palestinese di Khan al Ahmar in Cisgiordania

MEE e agenzie

sabato 20 ottobre 2018,Middle East Eye

Il governo israeliano ha affermato di averlo sospeso per portare a termine trattative e proposte ricevute da varie fonti

Sabato Israele ha detto che l’evacuazione forzata del villaggio di Khan al-Ahmar nella Cisgiordania occupata sarà rimandata fino a data da destinarsi.

Personale dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu hanno detto ad Haaretz che il governo lo ha sospeso per portare a termine trattative e proposte ricevute da varie fonti

Haaretz sostiene che negli scorsi giorni le forze di sicurezza hanno detto di essere pronte ad evacuare il villaggio ed essere in attesa di istruzioni per farlo.

Regavim”, una Ong israeliana a favore dei coloni che dall’inizio ha spinto il progetto per l’espulsione dei beduini, ha emesso un comunicato in cui lamenta la decisione e la definisce una capitolazione di fronte all’Autorità Nazionale Palestinese.

Walid Assaf, capo del Comitato Nazionale di Resistenza al Muro e alle Colonie, parlando in una conferenza stampa nella tenda di protesta del villaggio ha detto: “Non ci fidiamo della decisione israeliana di congelare la demolizione di Khan al Ahmar e continueremo a protestare per proteggere la zona.”

Il 5 settembre l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto una petizione presentata dagli abitanti del villaggio, aprendo la strada all’espulsione della comunità e alla sua totale demolizione.

Khan al-Ahmar si trova nella Cisgiordania occupata nei pressi della Route 1, che collega Gerusalemme est occupata alla valle del Giordano. Il villaggio è situato vicino alla colonia israeliana illegale di Kfar Adumim.

Gli abitanti di Khan al-Ahmar sono della tribù Jahalin, una famiglia [allargata] beduina espulsa dal deserto del Naqab – detto anche Negev – durante la guerra arabo-israeliana del 1948. Allora i Jahalin si insediarono sul versante orientale di Gerusalemme.

La comunità di Khan al-Ahmar comprende circa 35 famiglie le cui case e scuole precarie, per lo più fatte di lamiera ondulata e legno, sono state demolite dall’esercito israeliano molte volte negli scorsi anni.

Haaretz dice che il villaggio è stato costruito su terreni dello Stato e le sue case sono state edificate senza permesso.

In un comunicato dopo la sentenza della corte il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem ha affermato che “i palestinesi non possono costruire legalmente e sono esclusi dai meccanismi decisionali che definiscono le loro vite. Il sistema di pianificazione è inteso esclusivamente a beneficio dei coloni (israeliani). Questa sentenza dimostra ancora una volta che chi si trova sotto occupazione non può ottenere giustizia nei tribunali dell’occupante.”

In luglio Israele ha affermato di prevedere di ricollocare i 180 residenti di Khan al-Ahmar in una zona a circa 12 km di distanza, nei pressi del villaggio palestinese di Abu Dis. Ma il nuovo luogo è vicino a una discarica e i difensori dei diritti umani sostengono che un trasferimento forzato degli abitanti violerebbe le leggi internazionali che riguardano territori occupati.

Haaretz ha rilevato che i giudici della Corte Hanan Melcer, Yitzhak Amit e Anat Baron hanno affermato che il maggior problema in questo caso non è se si possa effettuare l’espulsione, ma dove verrebbero trasferiti gli abitanti.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 25 settembre- 8 ottobre 2018 (due settimane)

Durante le manifestazioni e gli scontri del venerdì che hanno avuto luogo vicino alla recinzione israeliana [che circonda Gaza] nel contesto della “Grande Marcia di Ritorno”, dieci palestinesi, tra cui tre minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane e altri 882 sono stati feriti.

Venerdì 28 settembre ha registrato, dal 14 maggio 2018, il più alto numero di morti in un solo giorno (sette). Tali fatti hanno indotto Jamie McGoldrick, Coordinatore Umanitario per i Territori palestinesi occupati (oPt), ad intervenire sollecitando “Israele, Hamas e tutti gli altri attori capaci di incidere sulla situazione ad agire ora per prevenire ulteriori deterioramenti e perdite di vite umane”. Due dei minori uccisi, di 11 e 15 anni, sono stati colpiti alla testa e al petto con armi da fuoco; sale così a 39 il numero di minori uccisi a Gaza dal 30 marzo, data di inizio delle proteste. Tra le persone ferite il 28 settembre e il 5 ottobre, 402 sono state ricoverate: tra essi 216 (53%) sono state colpite con armi da fuoco, mentre, secondo il Ministero della Sanità di Gaza, i rimanenti [480] sono stati curati sul campo. Secondo fonti israeliane, durante le proteste sono stati lanciati numerosi ordigni esplosivi contro le forze israeliane, nessuno dei quali ha provocato feriti tra gli israeliani.

In aggiunta a quanto sopra, durante il periodo di riferimento, in altre azioni che si svolgono quasi quotidianamente nel contesto della “Grande Marcia di Ritorno”, un minore palestinese è stato ucciso e 189 sono rimasti feriti in scontri con le forze israeliane. Queste azioni contemplano l’uso di fuochi d’artificio, di altoparlanti, di bombe sonore e l’incendio di pneumatici durante i raduni notturni presso la recinzione; proteste vicino al valico di Erez; tentativi di rompere il blocco navale e, nel nord della Striscia, manifestazioni sulla spiaggia vicino al confine con Israele. Fonti israeliane hanno anche riportato un significativo aumento del lancio di aquiloni e palloncini incendiari verso Israele, che avrebbero provocato decine di incendi con limitati danni materiali e nessuna vittima israeliana. Le forze israeliane hanno condotto diversi attacchi aerei, alcuni dei quali avevano come obiettivo persone che, vicino alla recinzione perimetrale, lanciavano ordigni esplosivi o incendiari.

Il 2 ottobre, a Gaza, nel Campo Profughi di Al Maghazi, un palestinese di 74 anni è stato colpito e ferito dalle forze israeliane; poco dopo è morto. Le circostanze dell’episodio non sono chiare: secondo Organizzazioni palestinesi per i Diritti Umani, l’uomo è stato colpito mentre era in piedi vicino a casa sua, a circa 2.000 metri dalla recinzione perimetrale, in un momento in cui non erano in corso manifestazioni o scontri.

Il 7 ottobre le autorità israeliane hanno ridotto da 9 a 6 miglia nautiche [1 miglio nautico internazionale = 1.852 metri], la zona di pesca consentita lungo la costa meridionale di Gaza. Secondo fonti israeliane, le restrizioni sono state imposte in risposta a quanto avviene lungo la recinzione perimetrale. La misura ha un impatto diretto su circa 50.000 palestinesi che dalla pesca ricavano i loro mezzi di sostentamento.

Nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) sia di terra che di mare al largo della costa di Gaza, in almeno altre otto occasioni al di fuori del contesto della “Grande Marcia di Ritorno”, le forze israeliane hanno aperto il fuoco, ferendo un pescatore e arrestandone altri due. In sette occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza e hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo in prossimità della recinzione perimetrale.

Il 7 ottobre nella zona industriale dell’insediamento di Barkan (Salfit) nella Cisgiordania settentrionale, in una aggressione con arma da fuoco, un palestinese ha ucciso un uomo e una donna israeliani e ferito un’altra donna israeliana. L’uomo – che, a quanto riferito, proveniva dalla città di Tulkarm e lavorava nell’insediamento – è riuscito a fuggire incolume dal luogo dell’aggressione. Dall’inizio del 2018, in Cisgiordania, nove israeliani sono stati uccisi da palestinesi. In seguito all’aggressione, le forze israeliane hanno perquisito la casa di famiglia dell’attentatore ed eseguito rilevamenti, secondo quanto riferito, in previsione della sua demolizione punitiva; la madre e due sorelle dell’aggressore sono state arrestate. Le forze israeliane sono state dispiegate presso tutti gli ingressi della città di Tulkarm, interrompendo l’accesso e l’uscita dalla città.

Sempre in Cisgiordania, in numerosi scontri, 122 palestinesi, tra cui 36 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Trentasei dei ferimenti si sono verificati durante le numerose manifestazioni tenutesi il 1° ottobre in tutta la Cisgiordania nel contesto di uno sciopero di un giorno in segno di protesta contro l’approvazione, da parte del Parlamento israeliano, lo scorso luglio, della “Legge fondamentale” che elegge Israele quale “Nazione-Stato del Popolo Ebraico”. Lo sciopero intendeva anche manifestare la solidarietà con la Comunità palestinese beduina di Khan al Ahmar, che è a rischio imminente di demolizione di massa. Altre undici persone sono rimaste ferite durante le seguenti manifestazioni settimanali: a Ras Karkar (Ramallah), contro la costruzione, su terra privata palestinese, di una nuova strada per i coloni; in Kafr Qaddum (Qalqiliya) contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni all’accesso; in Bil’in e Ni’lin (entrambi a Ramallah) contro la Barriera e l’espansione degli insediamenti. Altri 26 feriti si sono avuti in scontri scoppiati in sei operazioni di ricerca-arresto. Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 131 di queste operazioni, arrestando oltre 132 palestinesi, tra cui 16 minori. Altri 15 palestinesi sono rimasti feriti negli scontri con forze israeliane, seguiti all’ingresso di israeliani in un sito religioso nella città di Nablus.

In Area C e Gerusalemme Est, a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o ordinato di autodemolire quattro strutture di proprietà palestinese colpendo i mezzi di sostentamento di 26 persone. Due delle strutture, inclusa una fornita da associazioni umanitarie in risposta a una precedente demolizione, erano situate nell’area di Massafer Yatta del Governatorato di Hebron, in un’area designata [da Israele] come “zona per esercitazioni militari a fuoco”; in quest’area 1.300 residenti rischiano il trasferimento forzato. Un’altra struttura era in un’area della città di Hizma, situata all’interno del confine municipale di Gerusalemme, ma separata dalla Barriera dal resto della città. Inoltre, nel quartiere di Beit Hanina a Gerusalemme Est, una famiglia palestinese è stata costretta ad autodistruggere un ampliamento della loro casa, colpendo il sostentamento di otto persone.

L’8 ottobre, a Khan al Ahmar – Abu al Helu, le autorità israeliane hanno rinnovato gli ordini di requisizione dei terreni che saranno utilizzati dalle forze israeliane durante la demolizione della Comunità. Lo stesso giorno, le autorità israeliane hanno completato il drenaggio di una pericolosa pozza di liquami che, dalla fine di settembre, si era accumulata nell’area della Comunità: era stata originata dalla fuoriuscita di liquami da una condotta fognaria dell’insediamento colonico di Kfar Adumim. Il 5 settembre l’Alta Corte di Giustizia Israeliana ha respinto tutte le petizioni relative alla sua sentenza del 24 maggio e, il 23 settembre, le autorità israeliane hanno consegnato alla Comunità una lettera in cui informavano i residenti che dovranno demolire tutti gli edifici entro il 1 ottobre; in caso contrario saranno le autorità ad effettuare le demolizioni, in linea con la decisione del tribunale. Nella lettera, Israele ha anche promesso di fornire assistenza, compreso il trasporto nel sito di trasferimento, a coloro che avranno rispettato l’ordine.

La stagione della raccolta delle olive, ufficialmente iniziata all’inizio di ottobre, in varie aree è stata resa problematica dalla violenza dei coloni; in particolare vi è stata l’aggressione fisica e il ferimento di due contadini, danni a 190 alberi, il furto di raccolti. Cinque casi sono stati registrati a Turmus’ayya (Ramallah), Burin, Haris e Al Lubban ash Sharqiya (tutti a Nablus); tutte aree vicine agli insediamenti colonici, per le quali l’accesso palestinese è soggetto all’approvazione dell’esercito israeliano. In un altro episodio, coloni israeliani hanno aggredito e ferito un palestinese nella città vecchia di Gerusalemme. Durante il periodo di riferimento, almeno due episodi di lancio di pietre da parte di coloni israeliani hanno causato danni a veicoli di proprietà palestinese. La violenza dei coloni è in aumento dall’inizio del 2018, con una media settimanale di cinque attacchi recanti lesioni fisiche o danni alle proprietà, rispetto a una media di tre nel 2017 e due nel 2016.

Secondo i media israeliani, a Ramallah, Betlemme, Hebron, Gerusalemme e Salfit, quattordici veicoli israeliani sono stati danneggiati dal lancio di pietre da parte di palestinesi.

Il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, ha aperto in entrambe le direzioni per nove giorni, e in una direzione (verso Gaza) per due giorni. Un totale di 1.178 persone sono state autorizzate ad entrare in Gaza ed altre 3.166 persone ne sono uscite.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 11- 24 settembre (due settimane)

Nella Striscia di Gaza, durante gli eventi legati alla “Grande Marcia del Ritorno”, nove palestinesi, tra cui tre minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane e altri 829 sono rimasti feriti.

Quattro delle vittime, tre uomini e un ragazzo, sono stati uccisi durante le manifestazioni che si sono svolte venerdì 14 e venerdì 21 settembre, vicino alla recinzione; manifestazioni che hanno visto un aumento significativo del numero complessivo di partecipanti. Le altre vittime palestinesi sono state registrate durante eventi aggiuntivi che hanno iniziato a tenersi con regolarità: manifestazioni notturne vicino alla recinzione (un uomo e un ragazzo uccisi); tentativi di rompere il blocco navale [israeliano] (un uomo ucciso); dimostrazioni vicino al valico pedonale di Erez con Israele (un uomo ucciso). Un altro ragazzo di 16 anni è morto per le ferite riportate durante una precedente manifestazione svolta all’inizio di agosto (non incluso nel totale). Secondo il Ministero della Salute di Gaza, delle 829 persone ferite durante il periodo di riferimento, 629 sono state ricoverate in ospedale; fra queste, 261 (41%) sono state colpite da armi da fuoco, mentre le rimanenti sono state curate sul campo. Tra i feriti, 97 erano minori, 59 dei quali colpiti da armi da fuoco, e 6 donne, di cui tre colpite da armi da fuoco.

Sempre durante le manifestazioni del 14 settembre, un soldato israeliano è rimasto ferito e una scuola dell’UNRWA è stata danneggiata. Secondo fonti israeliane, i palestinesi hanno lanciato una serie di bottiglie incendiarie e due granate contro le forze israeliane dispiegate lungo la recinzione, ferendo un soldato. In una zona ad est di Khan Younis, forze israeliane hanno sparato con cannone da carro: il proiettile ha colpito il muro di una scuola dell’UNRWA, danneggiando due aule; non sono stati segnalati feriti, ma le lezioni sono state sospese per un giorno.

Altri due palestinesi, tra cui un ragazzo di 16 anni, sono stati uccisi da un attacco aereo israeliano contro un gruppo di palestinesi che, di notte, si erano avvicinati alla recinzione di sicurezza. L’episodio è avvenuto il 17 settembre, a nord-est di Khan Younis.

Nelle Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare al largo della costa di Gaza, le forze israeliane hanno aperto il fuoco in almeno 33 casi non collegati alle dimostrazioni. Non sono state segnalate vittime, ma il lavoro di agricoltori e pescatori è stato interrotto. In due casi distinti sono stati arrestati tre pescatori e un ragazzo che, secondo quanto riferito, stava tentando di infiltrarsi in Israele. Inoltre, in quattro occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza e hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, nel corso di due aggressioni con coltello di cui si è avuta notizia, sono rimasti uccisi un presunto aggressore palestinese e un colono israeliano. Il 16 settembre, presso il raccordo stradale di Gush Etzion (Hebron), un ragazzo palestinese di 17 anni ha accoltellato e ucciso un colono israeliano; successivamente il giovane è stato colpito con arma da fuoco e poi arrestato dalle forze israeliane. Nel secondo caso, il 18 settembre, a Gerusalemme Est, un palestinese di 26 anni è stato colpito a morte dalle forze israeliane dopo aver tentato, a quanto riferito, di pugnalare un israeliano con cui aveva avuto un alterco; in questa circostanza non sono stati segnalati israeliani feriti. Il corpo del presunto aggressore è stato trattenuto dalle autorità israeliane, insieme ai corpi di almeno altri 16 uccisi nei mesi precedenti, in circostanze simili. Dall’inizio del 2018, durante attacchi e presunti attacchi palestinesi, sono stati uccisi sette israeliani e sette aggressori e presunti aggressori palestinesi.

Sempre in Cisgiordania, in diversi episodi, sono stati feriti dalle forze israeliane 103 palestinesi, tra cui 56 minori. Quattordici dei ferimenti, tra cui quello di due minori, sono avvenuti a Ras Karkar (Ramallah) durante le manifestazioni contro la costruzione su proprietà privata palestinese di una nuova strada destinata ai coloni; durante le dimostrazioni settimanali contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni all’accesso a Kafr Qaddum (Qalqiliya), e contro la Barriera e l’espansione degli insediamenti a Bil’in (Ramallah). Nell’area controllata da Israele della città di Hebron, per la seconda settimana consecutiva, le forze israeliane hanno lanciato lacrimogeni nel cortile di una scuola, creando lesioni a 49 minori ed un insegnante. Secondo fonti israeliane, questo fatto è stato conseguente al lancio di pietre, provenienti dal complesso scolastico, contro le forze israeliane. In seguito all’ingresso di israeliani in siti religiosi della Cisgiordania, altri 19 palestinesi sono rimasti feriti in tre scontri con le forze israeliane.

Il 18 settembre, un palestinese di 24 anni è morto in custodia israeliana dopo essere stato presumibilmente picchiato durante l’arresto avvenuto nello stesso giorno in casa sua, nel villaggio di Beit Rima (Ramallah). Non sono ancora stati resi noti i risultati dell’autopsia effettuata dalle autorità israeliane. Nel complesso, in Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 132 operazioni di ricerca, sei delle quali hanno provocato scontri e 15 dei 103 feriti indicati nel paragrafo precedente. Sono stati arrestati un totale di 128 palestinesi, tra cui 15 minori. Il governatorato di Hebron ha registrato il maggior numero di operazioni.

In Area C e Gerusalemme Est, a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, o costretto i proprietari a demolire, dieci strutture. Cinque delle strutture prese di mira erano state costruite da attivisti in solidarietà con la comunità beduina di Khan al Ahmar-Abu al-Helu, a rischio di demolizioni di massa e trasferimento forzato (vedi sotto); quattro strutture, non residenziali, si trovavano nel villaggio di Rantis (Ramallah). A Gerusalemme Est, una famiglia palestinese è stata costretta ad autodemolire un ampliamento della propria casa, provocando lo sfollamento di quattro minori. Con le stesse motivazioni, sono stati emessi ordini di demolizione e di blocco-lavori per almeno altre otto strutture situate in tre comunità dell’Area C.

Il 23 settembre, le autorità israeliane hanno avvertito ufficialmente i residenti della comunità di Khan al Ahmar-Abu al-Helu (35 famiglie: 188 persone, metà minori) che dovranno autodemolire le loro case e altre strutture entro il 1° ottobre; in caso contrario lo faranno le autorità. L’avvertimento segue una sentenza definitiva dell’Alta Corte di Giustizia israeliana, del 5 settembre, che consente [alle autorità israeliane] di procedere alle demolizioni. La comunicazione informa inoltre i residenti che le autorità forniranno assistenza (compreso il trasporto verso un sito di trasferimento) a coloro che rispetteranno l’ordinanza. Nel frattempo, il 14 settembre, le autorità hanno bloccato la principale strada sterrata che porta alla Comunità, innescando scontri con attivisti, mentre il 21 settembre, hanno impedito che una clinica sanitaria mobile potesse accedere alla Comunità.

Nove attacchi da parte di coloni e di altri israeliani hanno provocato il ferimento di tre palestinesi e danni a proprietà palestinesi. Nella zona H2 della città di Hebron, coloni israeliani hanno aggredito con spray al peperoncino un ragazzo palestinese di 11 anni che giocava vicino alla propria casa. Nei pressi del villaggio di Jamma’in (Salfit), altri due palestinesi sono stati colpiti con pietre e feriti da coloni israeliani. Circa 200 ulivi, a quanto riferito, sono stati vandalizzati da coloni israeliani in tre diversi episodi accaduti in At Tuwani (Hebron) e Al Mania (Betlemme). In altri quattro separati episodi, a Khallet Sakariya (Betlemme) e Jalud (Nablus), coloni israeliani hanno vandalizzato veicoli palestinesi, tra cui imbrattamenti con scritte tipo: “questo è il prezzo [che dovete pagare]” e la foratura dei pneumatici di cinque veicoli. La violenza dei coloni è in aumento dall’inizio del 2018, con una media settimanale di cinque attacchi risultanti in ferimenti o danni a proprietà, rispetto ad una media di tre nel 2017 e di due nel 2016.

In Cisgiordania, vicino a Gerusalemme, Betlemme e Ramallah, secondo fonti israeliane, in almeno quattro occasioni, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani causando danni ad almeno quattro veicoli privati; a Gerusalemme, in uno di questi episodi, un colono israeliano è rimasto ferito.

In occasione delle festività ebraiche, tra il 24 settembre e il 2 ottobre, le autorità israeliane hanno annunciato l’interdizione del transito di persone attraverso il valico di Erez (tra Israele e la Striscia di Gaza). Il provvedimento avrà effetto per tutti i palestinesi possessori di permessi, con esclusione dei casi di emergenza.

Il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, ha aperto in entrambe le direzioni per nove giorni, e in una direzione (verso Gaza) solo per un giorno. Un totale di 1.946 persone sono state autorizzate a entrare a Gaza e altre 2.966 persone sono uscite.

þ

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Il mattino seguente

Edward Said

21.10.1993  The London Review of Books

Ora che è svanita parte dell’euforia, possiamo riesaminare l’accordo Israele-OLP con il dovuto buonsenso. E ciò che emerge da questa analisi è un accordo più lacunoso e più sfavorevole, almeno per la maggior parte della popolazione palestinese, di quello che in molti si aspettavano. La volgarità mondana della cerimonia alla Casa Bianca, lo spettacolo degradante offerto da un Yasser Arafat che ringraziava tutti per aver sospeso la maggior parte dei diritti del suo popolo e la fatua solennità della performance di Bill Clinton, che sembrava un imperatore romano del ventesimo secolo mentre guida due re vassalli a rituali di riconciliazione e di rispetto: tutto questo ha oscurato solo temporaneamente le proporzioni davvero sorprendenti della capitolazione palestinese.

Quindi, prima di tutto, chiamiamo l’accordo con il suo vero nome: uno strumento della resa palestinese, una Versailles palestinese. Ciò che lo rende peggiore è che, almeno negli ultimi quindici anni, l’OLP avrebbe potuto negoziare un accordo ben migliore di questo piano Allon modificato, senza così tante concessioni unilaterali a Israele. Per ragioni che la leadership conosce bene, tutte le precedenti aperture sono state rifiutate. Per citare solo un esempio di cui sono personalmente a conoscenza: alla fine degli anni Settanta, il Segretario di Stato americano Cyrus Vance mi chiese di convincere Arafat ad accettare la Risoluzione ONU 242 con una clausola, accettata dagli Stati Uniti e formulata dall’OLP, che avrebbe insistito sui diritti nazionali del popolo palestinese e sulla sua autodeterminazione. Vance promise che gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto immediatamente l’OLP e avrebbero inaugurato negoziati con Israele. Arafat rifiutò categoricamente l’offerta, come fece con altre offerte simili. Poi c’è stata la Guerra del Golfo e, a causa delle disastrose posizioni assunte in quel periodo, l’OLP perse ancora più terreno. Le conquiste dell’intifada erano state gettate al vento e oggi i sostenitori del nuovo documento dicono: “Non avevamo alternative”. Il modo corretto di frasare il concetto è: “Non avevamo scelta perché abbiamo perso o buttato via molte altre alternative, lasciandoci solo questa”.

Per poter avanzare verso l’autodeterminazione palestinese – che ha un significato solo se ha come obiettivo la libertà, la sovranità e l’uguaglianza, piuttosto che la perenne sottomissione a Israele – dobbiamo riconoscere onestamente dove siamo adesso, ora che l’accordo temporaneo sta per essere negoziato. Ciò che appare particolarmente mistificante è il modo in cui così tanti leaders palestinesi e gli intellettuali al loro seguito continuino a parlare dell’accordo come di una “vittoria”. Nabil Shaath l’ha definita una “completa parità” tra israeliani e palestinesi. Ma rimane il fatto che Israele non ha concesso nulla, come ha affermato anche l’ex Segretario di Stato americano James Baker in un’intervista televisiva, tranne, in modo blando, il riconoscimento dell’esistenza dell’ OLP come rappresentante del popolo palestinese. Come sostenuto dalla “colomba” israeliana Amos Oz nel corso di un’intervista alla BBC, “questa è la seconda più grande vittoria nella storia del sionismo”.

Invece, il riconoscimento da parte di Arafat del diritto all’esistenza di Israele porta con sé tutta una serie di rinunce: alla Carta dell’OLP; alla violenza e al terrorismo; a tutte le risoluzioni ONU pertinenti, eccezion fatta per la 242 e la 338 che non dicono una parola sui diritti e le aspirazioni dei palestinesi. Di conseguenza, l’OLP ha accantonato numerose altre risoluzioni ONU (che, insieme ad Israele e agli Stati Uniti, sembra ora voler tentare di modificare o rescindere) che, dal 1948, hanno riconosciuto ai palestinesi lo status di rifugiati, compresi il diritto al rimpatrio o ad essere indennizzati. I palestinesi avevano vinto numerose risoluzioni internazionali – approvate, tra gli altri, dalla Comunità Europea, dal movimento dei paesi non allineati, dalla Conferenza Islamica e dalla Lega Araba, così come dall’ONU – risoluzioni che vietavano o condannavano gli insediamenti, le annessioni e i crimini israeliani contro il popolo sotto occupazione.

Sembrerebbe quindi che l’OLP abbia posto fine all’intifada, che non incarnava il terrorismo o la violenza ma il diritto palestinese alla resistenza, anche se Israele continua ad occupare la Cisgiordania e Gaza. Nel documento, la considerazione principale riguarda la sicurezza di Israele, mentre non si parla della sicurezza dei palestinesi dalle incursioni israeliane. Nella sua conferenza stampa del 13 settembre, Rabin è stato molto esplicito sul fatto che Israele avrebbe mantenuto il controllo. E inoltre, che Israele si sarebbe tenuta il fiume Giordano, i confini con l’Egitto e la Giordania, il mare, la terra tra Gaza e Gerico, Gerusalemme, gli insediamenti e le strade. Nel documento c’è ben poco che faccia pensare ad una rinuncia israeliana alla violenza contro i palestinesi o, come è stato costretto a fare l’Iraq dopo il suo ritiro dal Kuwait, ad un risarcimento alle vittime delle sue politiche degli ultimi 45 anni.

Né Arafat né gli altri leaders palestinesi che hanno incontrato gli israeliani ad Oslo hanno mai visto un insediamento israeliano. Ne esistono oltre duecento, principalmente su colline, promontori e punti strategici in tutta la Cisgiordania e a Gaza. Molti probabilmente si ridurranno fino a morire, ma i più grandi sono progettati per essere permanenti. Un sistema indipendente di strade li collega ad Israele, creando una discontinuità invalidante tra i principali centri della popolazione palestinese. La terra occupata da questi insediamenti, più la terra destinata all’esproprio, ammonta – si calcola – ad oltre il 55 per cento della superficie totale dei Territori Occupati. La sola “grande Gerusalemme”, annessa ad Israele, comprende un’enorme fetta di terra virtualmente rubata, pari ad almeno il 25 per cento del totale. Gli insediamenti di Gaza nel nord (tre), nel centro (due) e nel sud, lungo la costa fra il confine egiziano fino a Khan Yunis (12), costituiscono almeno il 30% della Striscia. Inoltre, Israele ha sfruttato tutte le falde acquifere della Cisgiordania e ora utilizza circa l’80% dell’acqua per gli insediamenti e per Israele. (Probabilmente ci sono simili installazioni idrauliche anche nella “zona di sicurezza” libanese occupata da Israele.) Quindi negli accordi di Oslo la questione del dominio (se non il furto definitivo) della terra e delle risorse idriche passa inosservato nel caso dell’acqua, o, nel caso della terra, viene rimandato ad una soluzione futura.

Ciò che peggiora ulteriormente le cose è che tutte le informazioni sugli insediamenti, la terra e l’acqua sono detenute da Israele, che le ha condivise solo in minima parte con i palestinesi, così come non ha condiviso le entrate generate dalle tasse spropositate che ha imposto su di loro per 26 anni. Tavoli tecnici di ogni tipo (ai quali hanno partecipato palestinesi non residenti in Palestina) sono stati istituiti dall’OLP nei territori per prendere in considerazione tali questioni, ma ci sono poche prove che i risultati delle commissioni, se ce ne sono stati, siano stati utilizzati dalla delegazione palestinese a Oslo. Quindi rimane l’impressione di un’enorme discrepanza tra ciò che Israele ha ottenuto e ciò che i palestinesi hanno concesso o trascurato.

Dubito che ci sia un solo palestinese che, assistendo alla cerimonia della Casa Bianca, non abbia sentito che un secolo di sacrificio, privazione e lotta eroica stava finendo nel nulla. E la cosa che disturbava di più e che mentre Rabin ha pronunciato un discorso, Arafat ha pronunciato parole che suonavano come un accordo di affitto. Lungi dall’essere visti come vittime del sionismo, i palestinesi sono stati presentati agli occhi del mondo come i suoi aggressori pentiti: come se le migliaia di vittime dei bombardamenti israeliani sui campi profughi, gli ospedali e le scuole in Libano; l’espulsione da Israele di 800.000 persone nel 1948 (i cui discendenti ora sono circa tre milioni, molti dei quali privi di nazionalità); la conquista della loro terra e della loro proprietà; la distruzione di oltre quattrocento villaggi palestinesi; l’invasione del Libano; le devastazioni di 26 anni di brutale occupazione militare – come se tutte queste sofferenze fossero state riassunte nell’essere un popolo di terroristi e violenti, rinunciando a rivendicarle e facendole passare sotto silenzio. Israele ha sempre descritto la resistenza palestinese come terrorismo e violenza, e quindi anche nella formulazione dell’accordo ha ricevuto uno storico dono morale.

Ed in cambio, cosa si è ottenuto esattamente? Il riconoscimento israeliano dell’OLP – indubbiamente un significativo passo avanti. Oltre a ciò, anche accettando che le questioni sulla terra e la sovranità vengano rimandate ai “negoziati sullo status finale”, i palestinesi hanno in effetti rinunciato alla loro rivendicazione unilaterale e internazionalmente riconosciuta sulla Cisgiordania e su Gaza: questi sono ora diventati “territori contesi”. Così, con l’assistenza palestinese, a Israele è stata riconosciuta almeno una rivendicazione alla pari su questi territori. Il calcolo israeliano sembra puntare sul fatto che accettando di fare i poliziotti a Gaza – un lavoro che Begin cercò già di far fare a Sadat quindici anni fa – l’OLP cadrà presto in disgrazia in favore dei concorrenti locali, Hamas fra gli altri. E inoltre, piuttosto che diventare più forti durante il periodo provvisorio, i palestinesi potrebbero indebolirsi, diventare più succubi di Israele, e quindi essere meno in grado di opporsi alle rivendicazioni israeliane quando inizierà l’ultima serie di trattative. Ma sulla questione di come, con quale specifico meccanismo, passare dallo stato provvisorio ad uno successivo, il documento è intenzionalmente reticente. Questo significa, minacciosamente, che lo stato provvisorio potrebbe essere quello definitivo?

I commentatori israeliani hanno suggerito che entro, diciamo, sei mesi l’OLP e il governo di Rabin negozieranno un nuovo accordo che rinvierà ulteriormente le elezioni, consentendo così all’OLP di continuare a governare. Vale la pena ricordare che almeno due volte durante la scorsa estate Arafat ha affermato che la sua esperienza di governo si basa sui dieci anni durante i quali ha “controllato” il Libano, un pensiero non confortante per i molti libanesi e palestinesi che hanno un ricordo molto amaro di quel periodo. E al momento non esiste una procedura di svolgimento delle elezioni, anche se fossero programmate. L’imposizione del potere dall’alto e il lungo retaggio dell’occupazione non hanno contribuito alla crescita delle istituzioni democratiche e di base. Indiscrezioni della stampa araba indicano che l’OLP avrebbe già nominato i ministri fra la sua cerchia ristretta di Tunisi, e i vice ministri fra residenti fidati della Cisgiordania e di Gaza. Ci saranno mai istituzioni veramente rappresentative? Non si può essere molto ottimisti, dato il totale rifiuto di Arafat di condividere o delegare il potere, per non parlare delle risorse finanziarie che lui solo conosce e controlla.

Sulle questioni di sicurezza interna e di sviluppo economico Israele e l’OLP sembrano ora allineati. Membri e consulenti dell’OLP hanno incontrato funzionari del Mossad sin dallo scorso ottobre per discutere dei problemi di sicurezza, compresa la sicurezza di Arafat. E questo nel periodo della peggiore repressione israeliana sui palestinesi sotto occupazione militare. Il pensiero alla base della collaborazione è che impedirà a qualsiasi palestinese di manifestare contro l’occupazione. Nonostante il fatto che Israele non si ritirerà, ma si limiterà a un ridispiegamento. Inoltre, i coloni israeliani resteranno dove sono sempre stati, sotto una giurisdizione diversa da quella dei palestinesi. L’OLP diventerà quindi spalleggiatore di Israele, una prospettiva infelice per la maggior parte dei palestinesi. È interessante notare che l’African National Congress di Mandela si rifiutò sempre di fornire funzionari di polizia al governo sudafricano finché il potere non sarebbe stato condiviso, proprio per evitare di apparire come spalleggiatori del governo bianco. Alcuni giorni fa si è saputo che ad Amman 170 membri dell’esercito di liberazione della Palestina, addestrati in Giordania per il lavoro di polizia a Gaza, si sono rifiutati di cooperare proprio per la stessa ragione. Con circa 14.000 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane – alcuni dei quali saranno forse rilasciati da Israele – c’è una contraddizione intrinseca, per non dire incoerenza, con le nuove disposizioni sulla sicurezza. Ci sarà più spazio per la sicurezza palestinese?

L’unico argomento su cui la maggior parte dei palestinesi è d’accordo è lo sviluppo economico, descritto nei termini più ingenui che si possano immaginare. Ci si aspetta che la comunità mondiale dia alle aree semi-autonome un sostegno finanziario su larga scala; dalla diaspora palestinese ci si attende lo stesso. Tuttavia, tutti i finanziamenti per la Palestina dovranno essere convogliati attraverso il “Comitato congiunto di cooperazione economica israelo-palestinese”, anche se, secondo il documento, “entrambe le parti coopereranno sia congiuntamente che unilateralmente con attori regionali e internazionali per sostenere questi obiettivi”. Israele è il potere economico e politico dominante nella regione – e il suo potere è naturalmente rafforzato dalla sua alleanza con gli Stati Uniti. Oltre l’80 per cento dell’economia della Cisgiordania e di Gaza dipende da Israele, che probabilmente controllerà le esportazioni, la produzione e la manodopera palestinesi nel prossimo futuro. A parte la piccola classe imprenditoriale e borghese, la grande maggioranza dei palestinesi è impoverita e priva di terra, soggetta ai capricci della produzione israeliana e della comunità commerciale che impiega i palestinesi come manodopera a basso costo. La maggior parte dei palestinesi, dal punto di vista economico, rimarrà quasi certamente nella stessa situazione, anche se ora dovrà lavorare nel settore privato, in parte nel settore di servizi controllati dai palestinesi, tra cui resort, piccoli impianti di assemblaggio, fattorie e simili.

Un recente studio del giornalista israeliano Asher Davidi cita Dov Lautman, presidente dell’Associazione israeliana dei produttori: “Non è importante se ci sarà uno Stato palestinese, un’autonomia o uno stato palestinese-giordano. I confini economici tra Israele e i territori devono rimanere aperti”. Con le sue istituzioni ben sviluppate, le strette relazioni con gli Stati Uniti e la sua economia aggressiva, Israele in pratica incorporerà i territori economicamente, mantenendoli in uno stato di dipendenza permanente. Israele si rivolgerà poi al resto del mondo arabo, usando i benefici politici dell’accordo palestinese come trampolino per irrompere nei mercati arabi, che sfrutterà e probabilmente dominerà.

Ad inquadrare tutto questo sono gli Stati Uniti, l’unica potenza globale, la cui idea di Nuovo Ordine Mondiale si basa sul dominio economico di poche corporazioni gigantesche e sulla pauperizzazione, se necessario, delle popolazioni subalterne (anche quelle nei paesi sviluppati). Gli aiuti economici per la Palestina sono supervisionati e controllati dagli Stati Uniti, scavalcando di fatto le Nazioni Unite, le cui agenzie UNRWA e UNDP sarebbero di gran lunga in miglior posizione per farlo. Prendi il Nicaragua e il Vietnam. Entrambi sono ex nemici degli Stati Uniti; Il Vietnam ha effettivamente sconfitto gli Stati Uniti, ma ora ne ha bisogno economicamente. Il boicottaggio contro il Vietnam continua e i libri di storia vengono scritti in modo tale da mostrare come i vietnamiti abbiano peccato e “maltrattato” gli Stati Uniti per il suo gesto idealistico di aver invaso, bombardato e devastato il loro paese. Il governo sandinista del Nicaragua è stato attaccato dal movimento Contra finanziato dagli Stati Uniti; i porti del paese sono stati minati, la sua gente devastata da carestie, boicottaggi e ogni forma immaginabile di insicurezza. Dopo le elezioni del 1991, che portarono al potere un candidato sostenuto dagli Stati Uniti, la signora Chamorro, gli Stati Uniti promisero molti milioni di dollari in aiuti, di cui solo 30 milioni si sono materializzati. A metà settembre tutti gli aiuti furono interrotti. Ci sono ora carestia e guerra civile in Nicaragua. Non meno sfortunati sono stati i destini di El Salvador e Haiti. Gettarsi fra le braccia, come ha fatto Arafat, della tenera misericordia degli Stati Uniti significa quasi certamente subire lo stesso destino che gli Stati Uniti hanno riservato ai popoli ribelli o “terroristi” del Terzo mondo, dopo che questi hanno promesso di non resistere più agli Stati Uniti.

Di pari passo con il controllo economico e strategico dei paesi del Terzo mondo che sono in possesso di risorse necessarie agli Stati Uniti come il petrolio, o che capitano nei paraggi, viene il controllo del sistema dei media, la cui presa sul pensiero è davvero sbalorditiva. Per almeno venti anni, Yasser Arafat era stato considerato l’uomo meno attraente e moralmente repellente sulla terra. Ogni volta che appariva nei media, o che si parlava di lui, veniva presentato come se avesse un solo pensiero in testa: uccidere ebrei, in particolare donne e bambini innocenti. Nel giro di pochi giorni, i “media indipendenti” hanno completamente riabilitato Arafat. Ora è diventato una figura accettata e amabile il cui coraggio e il cui realismo hanno concesso a Israele i suoi diritti. Si è pentito, è diventato un ‘amico’, e lui e il suo popolo sono ora dalla “nostra” parte. Chiunque si opponga o critichi il suo operato è un fondamentalista come i coloni del Likud o un terrorista come i membri di Hamas. È diventato quasi impossibile dire qualsiasi cosa tranne che l’accordo israelo-palestinese – di solito senza leggerlo o esaminarlo, oppure parlandone in modo poco chiaro, senza dozzine di dettagli cruciali – è il primo passo verso l’indipendenza palestinese.

Per quanto riguarda i critici e gli analisti veramente indipendenti, il problema è come possono liberarsi dal sistema ideologico presentato dall’accordo e dai media. Ciò di cui necessitiamo adesso sono la memoria e lo scetticismo, se non addirittura il sospetto. Anche se è palesemente ovvio che la libertà palestinese in senso reale non sia stata raggiunta, e chiaramente non si pianifica che questo possa avvenire al di là dei limiti angusti imposti da Israele e dagli Stati Uniti, la celebre stretta di mano diffusa in tutto il mondo non è pensata solo per simboleggiare un grande momento di successo, ma anche per cancellare le realtà passate e presenti.

I palestinesi con un minimo di onestà dovrebbero essere in grado di vedere che la grande maggioranza delle persone che l’OLP dovrebbe rappresentare non trarrà veramente vantaggi dall’accordo, se non sul piano cosmetico. È vero, i residenti della Cisgiordania e di Gaza sono giustamente lieti di vedere che alcune truppe israeliane si ritireranno, e che potrebbero iniziare a entrare grosse somme di denaro. Ma è palese disonestà non rendersi conto di ciò che l’accordo comporta in termini di ulteriore occupazione, controllo economico e profonda insicurezza. Poi c’è il gigantesco problema dei palestinesi che vivono in Giordania, per non parlare delle migliaia di profughi apolidi in Libano e in Siria, stati arabi “amichevoli” che hanno sempre avuto una legge per i palestinesi e una per i nativi. Questi doppi standard si sono già rafforzati, come testimoniano le spaventose scene di ritardo e di molestie che si sono verificate sul ponte Allenby da quando è stato annunciato l’accordo.

Quindi cosa si deve fare, se piangere sul latte versato è inutile? La prima cosa è mettere in chiaro non solo le virtù dell’essere riconosciuti da Israele e accettati alla Casa Bianca, ma anche le mancanze veramente gravi. Prima il pessimismo della ragione, poi l’ottimismo della volontà. Non si può migliorare una situazione negativa che è in gran parte dovuta all’incompetenza tecnica dell’OLP – che ha negoziato in inglese, una lingua che né Arafat né il suo emissario a Oslo conoscono, senza alcun consulente legale – finché almeno a livello tecnico non sono coinvolte persone che possono pensare con la loro testa e non essere meri strumenti di quella che è ormai una unica autorità palestinese. Trovo straordinariamente scoraggiante che tanti intellettuali arabi e palestinesi, che una settimana prima si lamentavano dei modi dittatoriali di Arafat, del suo controllo unilaterale sul denaro, della cerchia di cortigiani e parassiti che lo hanno circondato a Tunisi negli ultimi anni, dell’assenza di responsabilità e di riflessione, almeno dalla Guerra del Golfo, abbiano improvvisamente fatto una giravolta di 180 gradi, iniziando ad applaudire il suo genio tattico e la sua vittoria finale. La marcia verso l’autodeterminazione può essere intrapresa solo da un popolo con aspirazioni e obiettivi democratici. Altrimenti non ne vale la pena.

Dopo tutto il trambusto per celebrare “il primo passo verso uno stato palestinese”, dovremmo ricordare a noi stessi che molto più importante che avere uno stato è il tipo di stato che abbiamo. La storia del mondo postcoloniale è sfigurata da tirannie di partiti unici, oligarchie rapaci, dislocazione sociale causata da “investimenti” occidentali e pauperizzazione su larga scala causata da carestie, guerre civili o rapine a titolo definitivo. Più che un fondamentalismo religioso, il semplice nazionalismo non è, e non potrà mai essere, la “risposta” ai problemi delle nuove società secolari. Purtroppo si possono già vedere nella potenziale statualità della Palestina i lineamenti di un matrimonio tra il caos del Libano e la tirannia dell’Iraq.

Se ciò non dovesse accadere, è necessario affrontare una serie di problemi specifici. Uno è la diaspora palestinese, che è all’origine dell’ascesa al potere di Arafat e dell’OLP, che li ha mantenuti lì finora, e che adesso è relegata in esilio permanente o con status di rifugiato. Poiché i palestinesi della diaspora costituiscono almeno la metà della popolazione totale palestinese, i loro bisogni e aspirazioni non sono trascurabili. Una piccola parte della comunità di esuli è rappresentata dalle varie organizzazioni politiche “ospitate” dalla Siria. Un numero significativo di indipendenti (alcuni dei quali, come Shafik al-Hout e Mahmoud Darwish, si sono dimessi in segno di protesta dall’OLP) hanno ancora un ruolo importante da svolgere, non semplicemente applaudendo o condannando a margine, ma sostenendo specifiche modifiche alla struttura dell’OLP, cercando di cambiare l’atmosfera trionfalistica del momento in qualcosa di più appropriato, mobilitando il sostegno e costruendo un’organizzazione all’interno delle varie comunità palestinesi in tutto il mondo per continuare la marcia verso l’autodeterminazione. Queste comunità sono rimaste disilluse, prive di leaders e indifferenti da quando è iniziato il processo di Madrid.

Uno dei primi compiti è un censimento palestinese, che deve essere considerato non solo come un esercizio burocratico, ma come l’affrancamento dei palestinesi ovunque essi siano. Israele, Stati Uniti e stati arabi – tutti loro – si sono sempre opposti ad un censimento: darebbe ai palestinesi un profilo troppo alto nei paesi in cui dovrebbero essere invisibili, e prima della Guerra del Golfo avrebbe reso chiara ai vari governi del Golfo al loro dipendenza da una comunità ‘ospite’ impropriamente grande, di solito sfruttata. Soprattutto, l’opposizione al censimento deriva dal rendersi conto che, se i palestinesi fossero contati tutti insieme, nonostante la dispersione e l’espropriazione, tramite quell’esercizio potrebbero avvicinarsi a costituire una nazione piuttosto che una semplice raccolta di persone. Ora più che mai, tenere un censimento e forse, in seguito, elezioni mondiali – dovrebbe essere un elemento chiave nell’agenda dei palestinesi ovunque. Sarebbe un atto di autorealizzazione storica e politica al di fuori dei limiti imposti dall’assenza di sovranità. E darebbe corpo al bisogno universale di partecipazione democratica, ora apparentemente limitato da Israele e dall’OLP in un’alleanza prematura.

Certamente un censimento dovrebbe sollevare ancora una volta la questione del ritorno per quei palestinesi che non sono in Cisgiordania e a Gaza. Questo problema deve essere sollevato ora, anche se è stato compresso nella formula generale del “rifugiato”, rinviata alle trattative finali da tenersi in un indefinito futuro. Il governo libanese, ad esempio, ha pubblicamente scaldato la retorica contro la cittadinanza e la naturalizzazione per i 350-400.000 palestinesi in Libano, la maggior parte dei quali sono apolidi, poveri, permanentemente in stallo. Una situazione simile si verifica in Giordania e in Egitto. Queste persone, che hanno pagato il prezzo più pesante di tutti i palestinesi, non possono né essere lasciate a marcire né sbattute da qualche altra parte contro la loro volontà. Israele è in grado di offrire il diritto al ritorno ad ogni ebreo nel mondo: i singoli ebrei possono diventare cittadini israeliani e vivere in Israele in qualsiasi momento. Questa straordinaria iniquità, intollerabile per tutti i palestinesi da quasi mezzo secolo, deve essere rettificata. È impensabile che tutti i rifugiati del 1948 vogliano o siano in grado di tornare in un posto così piccolo come uno stato palestinese: d’altra parte, è inaccettabile che a tutti venga detto di trasferirsi altrove, o di abbandonare qualsiasi idea di rimpatrio o risarcimento.

Una delle cose che l’OLP e i palestinesi indipendenti dovrebbero quindi fare è sollevare una questione non affrontata dagli Accordi di Oslo – per svuotare di contenuti in anticipo i colloqui sullo status finale – ovvero chiedere il risarcimento ai palestinesi che sono stati vittime di questo terribile conflitto. Sebbene secondo il desiderio del governo israeliano (espresso con forza da Rabin alla sua conferenza stampa di Washington) l’OLP dovrebbe chiudere “le sue cosiddette ambasciate”, questi uffici dovrebbero essere mantenuti aperti selettivamente in modo che le richieste di rimpatrio o risarcimento possano essere sottomesse.

In sintesi, dobbiamo passare dallo stato di supina abiezione in cui gli accordi di Oslo sono stati negoziati (“accetteremo qualsiasi cosa se ci riconoscete”) ad uno che ci consenta di perseguire accordi paralleli con Israele e gli arabi in merito alle aspirazioni nazionali palestinesi, piuttosto che a quelle municipali. Ma ciò non esclude la resistenza contro l’occupazione israeliana, che continua indefinitamente. Finché esistono occupazione e insediamenti, legittimati o meno dall’OLP, i palestinesi e tutti quanti devono denunciarli. Una delle questioni non sollevate, né dagli Accordi di Oslo, né dallo scambio di lettere OLP-Israele o dai discorsi di Washington, è se la violenza e il terrorismo a cui l’OLP rinuncia includano la resistenza non violenta, la disobbedienza civile e così via. Questi sono diritti inalienabili di qualsiasi popolo a cui si neghi la piena sovranità e l’indipendenza, e devono essere sostenuti.

Come tanti governi arabi impopolari e antidemocratici, l’OLP ha già iniziato ad appropriarsi dell’autorità definendo “terroristi” e “fondamentalisti” i suoi oppositori. Questa è demagogia. Hamas e la Jihad islamica sono contrari all’accordo di Oslo, ma hanno detto più volte che non useranno la violenza contro altri palestinesi. Inoltre, la loro influenza combinata equivale a meno di un terzo dei cittadini della Cisgiordania e di Gaza. Per quanto riguarda i gruppi con base a Damasco, mi sembrano paralizzati o screditati. Ma ciò non esaurisce affatto l’opposizione palestinese, che comprende anche noti esponenti laici, persone impegnate in una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese, realisti e democratici. Mi considero parte di questo gruppo che, credo, sia molto più grande di quanto si pensi.

Il pensiero centrale in questa opposizione è il disperato bisogno di una riforma all’interno dell’OLP, per metterlo in guardia fin da ora sul fatto che affermazioni riduttive sull’unità nazionale non sono più una scusa per l’incompetenza, la corruzione e l’autocrazia. Per la prima volta nella storia palestinese tale opposizione non può essere equiparata al tradimento, se non con una logica assurda e insensata. La nostra affermazione è che siamo contrari al settarismo palestinese e alla cieca lealtà verso la leadership: rimaniamo impegnati nei vasti principi democratici e sociali di responsabilità e capacità che il nazionalismo trionfalista ha sempre cercato di annullare. Credo che un’opposizione su vasta scala alla pasticciata storia dell’OLP emergerà nella diaspora, ma arriverà ad includere anche persone e partiti nei Territori Occupati.

Infine, c’è la questione confusa dei rapporti tra israeliani e palestinesi che credono nell’autodeterminazione per due popoli, reciprocamente e con pari diritti. Le celebrazioni sono premature e, per troppi ebrei israeliani e non israeliani, sono una facile via d’uscita dalle enormi disparità che rimangono. I nostri popoli sono già troppo legati l’uno all’altro in un conflitto e in una storia condivisa di persecuzione perché basti  uno spettacolino in stile americano per poter curare le ferite e aprire la via da seguire. Ci sono ancora una vittima ed un carnefice. Ma può esserci solidarietà nel lottare per porre fine alle ingiustizie, e gli israeliani possono fare pressioni sul loro governo per porre fine all’occupazione, all’esproprio e agli insediamenti. Dopo tutto, i palestinesi hanno ben poco da dare. La comune battaglia contro la povertà, l’ingiustizia e il militarismo deve ora essere unita seriamente, e senza le richieste rituali di sicurezza psicologica per gli israeliani – perché se non ce l’hanno ora, non la avranno mai. Più di ogni altra cosa, questo dimostrerà se la simbolica stretta di mano sarà davvero un primo passo verso la riconciliazione e la vera pace.

 Traduzione a cura dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze




Ho chiesto all’unica giornalista israeliana in Palestina di mostrarmi qualcosa di scioccante – e questo è ciò che ho visto

Robert Fisk

 a Bir Naballa, Cisgiordania

18 settembre, The Indipendent 

È la vecchia strada da Ramallah a Gerusalemme, lungo la quale si trovano ricchezze perdute, speranze dimenticate e case una volta amate. Tutto ciò ora finisce, ovviamente, al muro

Mostrami qualcosa che mi scioccherà, ho detto ad Amira Hass. Così l’unica giornalista israeliana nella Cisgiordania palestinese – o in Palestina, se si crede ancora a una parola così in disuso – mi ha portato lungo una strada fuori Ramallah che ricordavo come un’autostrada che portava a Gerusalemme. Ma ora, appena sopra una collina, si trasforma in una strada semi-asfaltata, una serie di porte arrugginite di negozi chiusi e spazzatura. Lo stesso vecchio odore estivo di scarichi fognari si insinua su per la strada. Giace, verde e tranquillo, in uno stagno alla base del muro.

O il “Muro”. O, per scribacchini più prudenti, il “Muro di Sicurezza”. O, per anime più delicate, la “Barriera di Sicurezza”. O per penne ancora più sciatte la “Barriera”. O, se ti preoccupi davvero delle implicazioni politiche, la “Recinzione”. La Recinzione – come i familiari pali e travi di legno che si possono trovare lungo il confine di un campo. O – se vuoi davvero spaventare i direttori di televisione e far arrabbiare gli israeliani – il “Muro della Segregazione”, o persino il “Muro dell’apartheid”. Perché presto parleremo dei “Bantustan” palestinesi che si ritrovano tagliati fuori dal Muro, da strade solo per israeliani e dal vasto impero delle colonie israeliane su terra araba.

Fidati di Amira perché ti dia degli spunti. Della frase “Bantustan palestinese” è disseminata la sua irata digressione mentre mi porta in giro nelle enclave palestinesi in Cisgiordania e, dopo un’ora o due, al Muro: torreggiante otto metri sopra di noi, severo, mostruoso nella sua determinazione, ritto e serpeggiante tra blocchi di abitazioni e che si insinua in uad [letti asciutti di torrenti, ndtr.] e si ritorce indietro su se stesso finché trovi due muri uno dietro all’altro, un muro doppio ma lo stesso muro, così sono i tornanti alpini di questa creatura. Scuoti la testa per un momento quando – improvvisamente, sicuramente per via di qualche errore di calcolo – non c’è assolutamente nessun muro ma una via commerciale o una semplice collina di boscaglia e pietre. E poi il massiccio progetto colonialista degli insediamenti israeliani, tutto alberi verdi e case con il tetto rosso e strade ordinate e, sì, più muri e recinzioni di filo spinato e muri ancora più grandi. E poi la bestia vera e propria. Il Muro.

Ma la parte di muro a cui Amira Hass mi porta – guida turistica e analista della società israeliana, ammette, non vanno insieme – è un posto veramente miserabile. Non epico come Dante. Forse un corrispondente di guerra potrebbe descriverlo meglio. È la vecchia strada tra Ramallah e Gerusalemme, lungo la quale si trovano ricchezze perdute, speranze dimenticate e case una volta amate, che ora finisce, ovviamente, al Muro.

“Ora, se questo non è scioccante, non so cosa lo possa essere,” dice Amira. “Questa è la distruzione della vita della gente – è la fine del mondo. Vedi qui? Andavamo dritti verso Gerusalemme. Ora non più. Questa era una via trafficata e qui puoi vedere come la gente ha investito in case con un po’ di grazia, la solidità delle case, la pietra. Guarda i cartelli in ebraico – perché questi palestinesi solevano avere molti clienti israeliani. Persino il nome ‘falegname’ è in ebraico.”

Ma quasi tutti i negozi sono chiusi, le case sprangate, erbacce e rami secchi lungo i marciapiedi rotti. I graffiti sono patetici, il sole senza pietà, il cielo così incrostato di calore che il grigio del muro a volte si fonde nel grigio pietra del cielo. “È penoso” dice Amira Hass, senza emozione. “Questo posto – ho sempre mostrato questo alla gente; sempre, sai, probabilmente un centinaio di volte ormai, e non smette mai di scioccarmi.”

Il liquame, una volta che ci fai l’abitudine, è in qualche modo adeguato. È come un posto in cui l’immaginazione si è esaurita, lasciando dietro solo uno squallido stagno, il verde sempre più luminoso perché il Muro sta acquisendo la patina del tempo.

Il silenzio non è opprimente – come potrebbe essere in un romanzo – ma richiede una risposta. Chiedo ad Amira cosa ci dice il Muro. “Penso a quello che dice a me…”, comincia. “Poiché si rende conto di non poter cacciare via i palestinesi, deve nasconderli. Deve occultarli ai nostri occhi. Qualcuno deve uscire per lavorare là per gli ebrei. E ciò è visto come se gli si facesse un favore. Gli israeliani non entrano, perché noi israeliani non abbiamo bisogno di queste zone – non ci servono – questa è spazzatura, questo è liquame. Il Muro dice quanto forte è la necessità di essere puri – e quante persone hanno preso parte a questo atto di violenza? Dicono che è a causa degli attacchi suicidi, ma l’infrastruttura giuridica e amministrativa per questa separazione esisteva da prima del Muro, per cui il Muro è una specie di manifestazione grafica o concreta o tangibile di leggi di separazione che c’erano già.”

Ed è un’israeliana che mi parla, la tenace e instancabile figlia di una madre partigiana bosniaca che dovette consegnarsi alla Gestapo e di un ebreo rumeno sopravvissuto all’Olocausto, e il cui socialismo, penso, le ha dato un coraggio forte, marxista.

Lei probabilmente non è d’accordo, ma penso a lei come a una figlia della Seconda Guerra Mondiale, anche se è nata 11 anni dopo la morte di Hitler. Suppone che le siano rimasti da 100 a 500 lettori israeliani; grazie a dio, dicono molti di noi, il suo giornale, “Haaretz”, esiste ancora.

La madre di Amira rimase colpita, lungo la strada dalla stazione del treno di Bergen Belsen nel 1944, dalle casalinghe tedesche che arrivavano per vedere la fila di prigionieri distrutti, da come le donne tedesche “stavano lì a guardare”. Amira Hass, sospetto, non starà mai lì a guardare. È cresciuta abituandosi all’odio e alla violenza del suo stesso popolo. Ma lei è realista.

“Guarda, non possiamo ignorare che per un certo periodo (il Muro) è servito alla funzione immediata della sicurezza,” dice. Ed ha ragione. La campagna palestinese di attentati suicidi è stata stroncata. Ma il Muro è stato anche una macchina per l’espansione [territoriale]; si è insinuato nelle terre arabe che non erano parte dello Stato di Israele più di quanto lo fossero le vaste colonie che ora ospitano circa 400.000 ebrei in Cisgiordania. Non ancora, in ogni caso.

Amira porta occhiali rotondi che la fanno sembrare un po’ come uno di quei dentisti che tutti abbiamo incontrato, che studiano con disappunto, cinismo e una certa demoralizzazione il terribile stato dei nostri denti. Scrive così. Ha appena finito un lungo articolo per Haaretz – sarà pubblicato tra due giorni, una feroce dissertazione sugli accordi di Oslo del 1993 che arriva quasi a provare che gli israeliani non hanno mai inteso l’accordo di “pace” come finalizzato a dare uno Stato ai palestinesi.

“La situazione dei Bantustan, riserve o enclave palestinesi,” scrive nel triste venticinquesimo anniversario degli accordi di Oslo, “è un fatto concreto… contrariamente a quello che avevano ritenuto i palestinesi, molte persone nel campo pacifista israeliano all’epoca e i Paesi europei, da nessuna parte [Oslo] stabiliva che l’obiettivo fosse la fondazione di uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967.” Amira dice che ad ‘Haaretz’ “il problema è che i correttori di bozze – li chiamo i ragazzi – cambiano ogni paio di anni e ogni volta mi chiedono: ‘Come sai che Oslo non riguardava la pace?’…Ora il giornale è orgoglioso perché ha qualcuno che aveva ragione. Vent’anni fa pensavano che fossi matta.”

Il giro di Hass continua attorno a quella che definisce come “la prigione a 5 stelle”. Ci soffermiamo sulla città di Ramallah, temporanea pseudo-capitale dell’inesistente Stato palestinese. Lei immagina – lo fa spesso – che un marziano arrivi in Cisgiordania dallo spazio. Il marziano, dice, noterebbe che le case palestinesi hanno cisterne nere sul tetto – perché la loro acqua arriva razionata dall’Autorità Nazionale Palestinese – mentre le colonie ebraiche hanno un acquedotto. “Non hanno di che preoccuparsi.” Le colonie sulle colline – “così lussureggianti, così attraenti, con un’aria molto buona” – hanno tetti rossi spioventi, in stile europeo. Ora le famiglie palestinesi più ricche stanno imitando i tetti rossi dei loro occupanti.

Il marziano di Amira Hass ricompare: “Vede una città tentacolare (Ramallah), edifici eleganti…ci sono cinema, negozi e commerci. Laggiù vede le auto. Il nostro extraterrestre dice: ‘Qual è il problema? Perché vi lamentate dell’occupazione?’ Per cui il problema è che c’è l’illusione di non essere sotto occupazione in questo spazio limitato, in un luogo in gabbia, in questa prigione a cinque stelle…I contorni, i confini sono molto chiari. Ma le persone all’interno dei confini si sono abituate a un certo tipo di normalità che adesso per loro è molto difficile lasciare.”

“Fondamentalmente sanno che se si impegnano in un’altra ondata di resistenza possono perdere persino questo – persino il poco che hanno, questa normalità… Per me una delle prove migliori che qui c’è un certo tipo di normalità sono i palestinesi con cittadinanza israeliana che ogni fine settimana vengono in questo bantustan palestinese per sfuggire al razzismo israeliano e all’arroganza che affrontano quotidianamente in Israele – e vengono qui per sfuggirvi, per trovarsi in un ambiente totalmente palestinese.”

L’analisi è severa e con una prospettiva storica. “I palestinesi sanno che questa non è l’indipendenza. Ma ora ritengono che non ne varrebbe la pena. Durante gli ultimi due o tre anni, quando qualche giovane era impegnato in attacchi all’arma bianca e c’era qualche studente che veniva qui ai posti di blocco per scontrarsi con l’esercito israeliano, si emozionavano per loro. Ma non vedevi le masse uscire per affrontare l’esercito. Ora non si tratta di paura, non è la polizia palestinese che li blocca. Adesso, con la divisione palestinese tra Hamas e Fatah, i palestinesi nel fondo della loro ‘saggezza’ politica, e con l’America – Trump – e tutto questo, [sanno che] non c’è ragione di sacrificarsi per niente.”

Lei guida, supera una base militare dove evidenzia le parole scritte – in inglese – con la bomboletta su un muro. “Gli ebrei hanno fatto l’11 settembre.” Con simili parole i palestinesi non potrebbero incolpare in modo più assoluto la loro società agli occhi dell’Occidente? Ma ci sono altre scritte. In un piccolo villaggio palestinese, forse a 200 metri dalla colonia ebraica di Beit El – telecamere puntate verso l’esterno lungo la sua recinzione – [Amira] sottolinea le parole scritte con lo spray sul muro di una casa palestinese dopo che i coloni hanno fatto un’incursione nel villaggio. “Giudea e Samaria”, dice in ebraico, riferendosi alla Cisgiordania. “Verrà versato sangue.” Aisha Fara ci mostra il tetto della sua casa, dove il pannello solare è stato rotto da piccole pietre – sparate con la fionda da studenti religiosi, dice, solo tre giorni prima – e nonostante i suoi 74 anni non usa mezzi termini. Intuisco in silenzio che è nata nel 1944 nella Palestina originaria del Mandato [britannico], lo stesso anno in cui la madre di Amira è stata mandata a Bergen-Belsen.

“I ladri sono arrivati prima del tramonto,” dice Fara dei lanciatori di pietre. “Hanno bruciato per tre volte i nostri alberi. Ma i ladri non restano per sempre. E la gente spaventata tornerà alle proprie case, se dio vuole…Mi chiedi chi sono (i coloni)? Voi li avete mandati. Voi li avete tutti nelle vostre telecamere…Voglio che i porci americani lo sappiano – non siamo pellerossa!” Amira ascolta con attenzione. “Per lei la storia è una lunghissima catena di espulsioni,” dice di Aisha Fara. “Ci sono cose su cui smetti di scrivere. La solita routine.”

Ciò, penso, ha ferito Amira Hass, il modo in cui una storia giornalistica viene lasciata perdere una volta che diventa un avvenimento quotidiano. Un lancio di pietre, un incendio, un’altra colonia. E i privilegi di essere cittadino israeliano sono sempre presenti. “In certo modo, quando siamo stati bombardati, era più facile perché ero con gli altri. È una cosa che posso percepire – la paura delle bombe, ovviamente, la condivido. Ma per esempio il fatto di essere rinchiusi, è una cosa che non posso capire. Non posso comprenderlo. Per me un muro è semplicemente una cosa brutta lungo la strada per Gerusalemme. Ma per i palestinesi è dove finisce il mondo. Quando vado a Gerusalemme non posso dire ai miei vicini che ci vado – mi vergogno. Mi sento in imbarazzo… perché per loro Gerusalemme è come la luna.”

Quindi vivrà tutto il resto della sua vita tra i palestinesi della Cisgiordania, l’unica inviata israeliana dalla parte dura della storia? “Non avrei mai pensato che avrei vissuto a El-Bireh, ma ora è la città dove ho vissuto più a lungo che in qualunque altro posto,” risponde. “Non l’ho mai pianificato – ma è quello che è successo. E so che se dovesse succedere qualcosa – se me ne dovessi andare, sia perché smetto di lavorare o gli israeliani mi dicono di andarmene o me lo dicono i palestinesi, fa lo stesso, non riuscirò mai a tornare in un quartiere esclusivamente ebraico. Andrò ad Acri o ad Haifa [città israeliane, ndtr.]…Ad Haifa ci sono palestinesi.”

Quando mi appresto a tornare a Gerusalemme, sulla “luna”, ringrazio Amira Hass per il suo tour istruttivo, accademico ed anche giornalistico e – agli occhi dei suoi non-lettori israeliani – per un commento altrettanto terribile delle mail di odio che le hanno mandato. “Ho la tendenza a dire alla gente quello che non vuole sentire,” dice. A me sembra una vera giornalista. E capisco allo stesso tempo che lei non sarà mai una spettatrice.

(traduzione di Amedeo Rossi)

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Perché Israele demolisce: Khan Al-Ahmar come rappresentazione di un genocidio più vasto

 Ramzy Baroud

19 settembre 2018, Palestine Chronicle

Come avvoltoi, i soldati israeliani sono calati su Khan Al-Ahmar il 14 settembre, ricreando una scena sinistra con la quale gli abitanti di questo piccolo villaggio palestinese, situato a est di Gerusalemme, sono fin troppo familiari.

La posizione strategica di Khan Al-Ahmar fa sì che la storia che sta alle spalle dell’imminente demolizione israeliana del pacifico villaggio sia unica fra le distruzioni di case e vite palestinesi in tutta Gaza assediata e nella Cisgiordania occupata.

Nel corso degli anni, Khan Al-Ahmar, una volta parte di un vasto e continuo paesaggio palestinese, è risultato sempre più isolato. Decenni di colonizzazione israeliana di Gerusalemme Est e della Cisgiordania hanno lasciato Khan Al-Ahmar intrappolato tra massicci progetti coloniali israeliani in grande espansione: tra gli altri Ma’ale Adumim e Kfar Adumin.

Lo sfortunato villaggio, l’adiacente scuola e i suoi 173 residenti sono l’ultimo ostacolo al progetto ‘E1 Zone’, un piano israeliano che mira a collegare le colonie ebraiche illegali della Gerusalemme Est occupata con Gerusalemme Ovest, tagliando così del tutto fuori Gerusalemme Est dalle adiacenti aree palestinesi in Cisgiordania.

Come il villaggio di Al-Araqib nel Neqab (Negev), demolito da Israele e ricostruito 133 volte dai suoi residenti, gli abitanti di Khan Al-Ahmar stanno affrontando soldati armati e bulldozer militari a petto nudo e con tutta la solidarietà locale e internazionale che possono ottenere.

Tuttavia, nonostante le circostanze particolari e il contesto storico unico di Khan Al-Ahmar, la storia di questo villaggio non è che un capitolo nella lunga narrativa di una tragedia che si è protratta nel corso di settanta anni.

Sarebbe un errore parlare della distruzione di Khan Al-Ahmar o di qualsiasi altro villaggio palestinese al di fuori del più ampio contesto di demolizione che è al cuore della particolare specie di colonialismo di insediamento israeliano.

È vero che altre potenze coloniali usarono la distruzione di case e proprietà e l’esilio di intere comunità come tattica per soggiogare le popolazioni ribelli. Il governo del mandato britannico in Palestina usò la demolizione delle case come tattica di “deterrenza” contro i palestinesi che osarono ribellarsi all’ingiustizia durante gli anni ’20, ’30 e ’40, fino a quando Israele lo rimpiazzò nel 1948.

La strategia israeliana è ben più complicata di una semplice “deterrenza”. Ormai è inciso nella psiche israeliana che la Palestina debba essere distrutta perché Israele possa esistere. Pertanto, Israele sta conducendo una campagna apparentemente infinita per cancellare tutto ciò che c’è di palestinese perché, dal punto di vista israeliano, rappresenta una minaccia esistenziale.

Questo è l’esatto motivo per cui Israele vede la naturale crescita demografica palestinese come una “minaccia esistenziale” per l’ “identità ebraica” di Israele.

La cosa può essere giustificata solo da un grado irrazionale di odio e paura accumulatisi attraverso le generazioni, al punto da rappresentare ora una psicosi collettiva degli israeliani che i palestinesi continuano a pagare a caro prezzo.

La ricorrente distruzione di Gaza è sintomatica di questa psicosi israeliana.

Israele è un “paese che quando spari ai suoi cittadini, risponde con ferocia – e questa è una buona cosa”, è stata la spiegazione ufficiale offerta da Tzipi Livni, il ministro degli Esteri israeliano nel gennaio 2009, per giustificare la guerra del suo paese alla Striscia di Gaza già bloccata. La strategia “feroce” di Israele ha portato alla distruzione di 22.000 case, scuole e altre strutture durante una delle più letali guerre di Israele nella Striscia.

Alcuni anni dopo, nell’estate del 2014, Israele è diventato di nuovo “feroce”, portando a distruzioni e perdita di vite umane ancora maggiori.

La massiccia demolizione israeliana di case palestinesi a Gaza e in ogni altro luogo è iniziata decenni prima di Hamas. Non ha nulla a che fare con i metodi di resistenza che i palestinesi usano nella loro lotta contro Israele. La demolizione israeliana della Palestina, che si tratti di strutture fisiche reali o dell’idea, della storia, della narrativa e persino dei nomi delle strade, è una decisione in tutto e per tutto profondamente israeliana.

Una rapida analisi degli eventi storici dimostra che Israele ha demolito case e comunità palestinesi in diversi contesti politici e storici, in cui la “sicurezza” di Israele non era affatto in gioco.

Circa 600 città, villaggi e luoghi palestinesi sono stati distrutti tra il 1947 e il 1948 e circa 800.000 palestinesi sono stati esiliati per far spazio alla creazione di Israele.

Secondo il Land Research Centre (LRC), Israele aveva già distrutto 5.000 case palestinesi a Gerusalemme quando occupò la città nel 1967, portando all’esilio permanente circa 70.000 persone. Insieme al fatto che quasi 200.000 gerosolimitani furono cacciati durante la Nakba, la Catastrofe del 1948, e alla lenta e continua pulizia etnica, la Città Santa è stata costantemente distrutta fin dalla fondazione di Israele.

In effetti, tra il 2000 e il 2017 oltre 1.700 case palestinesi sono state demolite, spostando circa 10.000 persone. Questa non è una politica di “deterrenza” ma di cancellazione – lo sradicamento della stessa cultura palestinese.

Gaza e Gerusalemme non sono nemmeno esempi unici. Secondo il rapporto dello scorso dicembre del comitato israeliano contro le demolizioni di case (ICAHD), dal 1967 “sono state demolite circa 50.000 case e strutture palestinesi, espellendo centinaia di migliaia di palestinesi e incidendo sui mezzi di sostentamento di migliaia di altri”.

Mettendo insieme la distruzione dei villaggi palestinesi con la creazione di Israele e la demolizione di case palestinesi all’interno dello stesso Israele, l’ICAHD computa il numero totale di case distrutte dal 1948 a oltre 100.000.

Di fatto, come riconosce il gruppo stesso, questa stima è piuttosto prudente. Certo che lo è! Solo a Gaza e negli ultimi dieci anni, in cui abbiamo assistito a tre importanti guerre israeliane, sarebbero state distrutte circa 50.000 case e strutture.

Quindi, perché Israele distrugge implacabilmente, impunemente e senza rimorsi?

Per la stessa ragione per cui ha approvato delle leggi per cambiare i nomi storici delle strade dall’arabo all’ebraico. Per lo stesso motivo, ha recentemente approvato la legge razziale dello stato nazione, glorificando tutto ciò che è ebraico e ignorando e declassando completamente l’esistenza degli indigeni palestinesi, la loro lingua e la loro cultura – che risalgono a millenni.

Israele demolisce, distrugge e riduce in polvere perché, nella mentalità razzista dei governanti israeliani, non ci può essere spazio tra il Mare e il Fiume se non per gli ebrei; i palestinesi – oppressi, colonizzati e disumanizzati – non fanno minimamente parte dei calcoli spietati di Israele.

Non è solo questione di Khan Al-Ahmar. Si tratta della stessa sopravvivenza del popolo palestinese, minacciato da uno stato razzista che è stato autorizzato a “essere feroce” per 70 anni, senza controllo e senza ripercussioni.

– Ramzy Baroud è giornalista, autore e editore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra). Baroud ha conseguito il dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è studioso non residente presso il Centro Orfalea per gli Studi Globali e Internazionali, Università della California a Santa Barbara. Il suo sito web è www.ramzybaroud.net.

(trad. di Luciana Galliano)

 

 




‘Punizione collettiva’ e ‘ricatto’: i palestinesi condannano la decisione di Trump di chiudere l’ufficio dell’OLP a Washington

Allison Deger eYumna Patel

10 settembre 2018 Mondoweiss

Oggi l’amministrazione Trump ha ordinato all’ufficio di rappresentanza palestinese di chiudere, ponendo fine a quasi 25 anni di presenza diplomatica della missione dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) a Washington.

La portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert stamattina ha detto ai giornalisti che la decisione è stata presa dopo che i dirigenti palestinesi hanno rifiutato di “promuovere l’avvio di negoziati diretti e significativi con Israele”, promossi dal primo consigliere della Casa Bianca e genero del presidente, Jared Kushner, e dall’inviato speciale Jason Greenblatt.

Nauert ha detto che i dirigenti palestinesi hanno respinto il piano di Kushner e Greenblatt, un ampio accordo di pace che era circolato nelle scorse settimane ma non era mai stato reso pubblico dopo il rigetto da parte dei dirigenti arabi.

La dirigenza dell’OLP ha condannato un piano di pace USA che non ha ancora visto ed ha rifiutato di impegnarsi con il governo USA relativamente agli sforzi di pace e in altro modo. Stando così le cose, e recependo le preoccupazioni del Congresso, l’Amministrazione ha deciso che l’ufficio dell’OLP a Washington a questo punto dovrà chiudere”, ha proseguito Nauert.

Il Washington Post ha riferito, citando una copia preliminare del suo discorso, che il consigliere di Trump per la sicurezza nazionale John Bolton dovrebbe annunciare la chiusura in un discorso lunedì prossimo, insieme alle intenzioni del governo USA di imporre sanzioni alla Corte Penale Internazionale (CPI) se procederà con le indagini contro gli USA o Israele.

Non collaboreremo con la CPI. Non forniremo assistenza alla CPI. Lasceremo che la CPI muoia per conto suo. Del resto, all’atto pratico, per noi la CPI è già morta”, reciterebbe il testo della bozza.

L’anno scorso gli USA hanno detto che avrebbero chiuso l’ufficio dell’OLP a Washington come misura punitiva dopo che il presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva chiesto alla CPI di indagare e perseguire Israele per presunti crimini di guerra.

Trump alla fine ha fatto marcia indietro, limitando le attività dell’ufficio agli “sforzi per raggiungere la pace con Israele.”

Lista dei desideri” di Israele

Dato che la missione dell’OLP a Washington era stata aperta nel 1994 durante i negoziati con Israele in base agli accordi di pace di Oslo per promuovere una soluzione di due Stati, Nauert ha detto che la chiusura di oggi non pregiudica quel percorso.

Gli Stati Uniti continuano a credere che negoziati diretti tra le due parti siano l’unica strada percorribile. Questa azione non deve essere strumentalizzata da coloro che cercano di agire come guastatori per sviare l’attenzione dall’imperativo di raggiungere un accordo di pace”, ha detto.

La reazione di Ramallah è stata dura. L’ambasciatore dell’OLP negli USA, Husam Zomlot, che lo scorso maggio è stato richiamato in Cisgiordania dopo che è stata aperta l’ambasciata USA a Gerusalemme, oggi ha detto in una dichiarazione che l’iniziativa è “ sconsiderata” e si inchina alla “lista dei desideri” di Israele.

Zomlot ha aggiunto che l’amministrazione Trump ha inteso punire i dirigenti palestinesi per aver perseguito un’ inchiesta per crimini di guerra contro Israele presso la Corte Penale Internazionale, dove sono stati inoltrati documenti su presunti crimini di Israele contro l’umanità.

Restiamo fermi nella nostra decisione di non collaborare con questa continua campagna per eliminare i nostri diritti e la nostra causa. I nostri diritti non sono in vendita e fermeremo ogni tentativo di intimidazione e ricatto affinché rinunciamo ai nostri diritti legittimi e condivisi a livello internazionale”, ha detto Zomlot.

Zomlot ha aggiunto che la chiusura dell’ufficio è un affronto al processo di pace ed ha accusato gli Stati Uniti di “minare il sistema internazionale di legittimità e legalità.” Ha promesso di “intensificare” gli sforzi nella comunità internazionale. “Questo ci conferma che siamo sulla strada giusta”, ha detto.

Il governo palestinese ha sospeso ufficialmente i contatti con i dirigenti USA dopo che Trump a dicembre ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, scatenando vaste proteste tra i palestinesi, che considerano Gerusalemme est occupata come la capitale di un futuro Stato palestinese.

L’Autorità Nazionale Palestinese da allora ha boicottato il piano di pace di Trump – il cosiddetto “accordo del secolo” – stilato principalmente da suo genero Jared Kushner, la cui famiglia è collegata al finanziamento delle colonie israeliane illegali.

In una dichiarazione il portavoce dell’ANP Yousef al-Mahmoud ha detto che la chiusura dell’ufficio dell’OLP “è una dichiarazione di guerra agli sforzi di portare pace nel nostro Paese e nella regione”, e incoraggia ulteriormente le violazioni da parte dell’occupazione israeliana contro i diritti umani dei palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate e nella Striscia di Gaza.

Il ministero degli Esteri palestinese ha definito l’iniziativa “parte della guerra aperta condotta dall’amministrazione USA e dalla sua squadra sionista contro il nostro popolo palestinese, la sua causa e i suoi giusti e legittimi diritti.”

È la continuazione della politica USA di dictat e ricatti contro il nostro popolo per costringerlo ad arrendersi”, continua la dichiarazione.

Punizione collettiva”

L’iniziativa giunge al culmine di una serie di colpi inferti dall’amministrazione ai palestinesi. Nel mese scorso gli USA hanno bloccato tutti gli aiuti all’UNRWA, hanno tagliato 200 milioni di dollari di finanziamenti all’Autorità Nazionale Palestinese e aiuti per 25 milioni di dollari agli ospedali palestinesi a Gerusalemme est.

Recentemente, dirigenti dell’amministrazione Trump hanno anche messo pubblicamente in questione il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, che è sancito dal diritto internazionale.

I palestinesi hanno già cominciato a sentire gli effetti dei massicci tagli del budget USA, soprattutto a Gaza, dove una crescente crisi umanitaria si è aggravata nei mesi scorsi.

A luglio centinaia di dipendenti dell’UNRWA sono stati licenziati come diretta conseguenza dei tagli dei finanziamenti USA. Il mese scorso migliaia di malati di tumore a Gaza sono stati lasciati in un limbo, quando gli ospedali hanno chiuso i propri dipartimenti di oncologia, a causa di pesanti carenze di farmaci chemioterapici in seguito all’assedio israeliano contro Gaza, in continuo peggioramento.

Questa è un’altra dimostrazione della politica dell’amministrazione Trump di punizione collettiva del popolo palestinese, anche attraverso il taglio agli aiuti finanziari per i servizi umanitari, comprese salute e educazione”, ha dichiarato l’alto dirigente dell’OLP Saeb Erekat.

Questa pericolosa escalation dimostra che gli Stati Uniti intendono smantellare l’ordine internazionale per proteggere i crimini israeliani e gli attacchi contro la terra ed il popolo della Palestina, come anche contro la pace e la sicurezza nel resto della regione”, ha detto Erekat.

Inoltre ha detto: “Ammainare la bandiera della Palestina a Washington significa molto più che un nuovo schiaffo da parte dell’Amministrazione Trump alla pace e alla giustizia; rappresenta l’attacco degli USA al sistema internazionale nel suo complesso, compresi tra gli altri la convenzione di Parigi [che ha istituito l’UNESCO, agenzia dell’ONU, ndtr.], l’UNESCO e il Consiglio [ONU] per i Diritti Umani.”

Allison Deger è vice caporedattore di Mondoweiss.net

Yumna Patel è giornalista multimediale con sede a Betlemme, Palestina.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 28 agosto – 10 settembre 2018( due settimane)

Lungo la recinzione israeliana che circonda Gaza, le manifestazioni e gli scontri del venerdì sono continuati, provocando, ad opera delle forze israeliane, la morte di tre palestinesi, tra cui due minori, e il ferimento di altri 666.

Durante le manifestazioni che si sono svolte il 7 settembre, ad est di Rafah, in due occasioni, le forze israeliane hanno colpito con armi da fuoco due ragazzi di 16 anni che si trovavano in prossimità della recinzione, uccidendo uno di loro e ferendo gravemente l’altro; per le ferite riportate, anche quest’ultimo è deceduto il giorno successivo. Dalle prime indagini e riprese video pare che nessuno dei ragazzi fosse armato o minacciasse la vita delle forze israeliane. Dal 30 marzo 2018, sono stati uccisi dalle forze israeliane 31 minori, in prevalenza nel corso di manifestazioni. Tra le persone ferite durante il periodo di riferimento, 260 sono state ricoverate in ospedale, 172 di esse erano state colpite con armi da fuoco; le rimanenti persone ferite sono state assistite sul campo. Non sono state segnalate vittime israeliane.

Altri 50 palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane durante due tentativi attuati da decine di imbarcazioni salpate da Gaza con l’intento di forzare il blocco navale israeliano. Le partenze, che si sono svolte il 2 e il 10 settembre, facevano parte delle dimostrazioni della Grande Marcia del Ritorno. Le barche sono state fermate dalla marina israeliana che ha aperto il fuoco verso di esse ed ha lanciato lacrimogeni.

Sempre il 7 settembre, alle stessa ora delle dimostrazioni del venerdì, a nord di Gaza, l’aviazione israeliana ha sparato contro un gruppo di palestinesi e contro una postazione di osservazione militare, senza provocare vittime. Il primo attacco era diretto contro persone che cercavano di lanciare palloncini incendiari verso Israele; il secondo, secondo fonti israeliane, era in risposta all’incendio di una torretta militare israeliana mediante un aquilone incendiario.

Per costringere [i palestinesi] al rispetto delle restrizioni di accesso alle Aree Riservate, sia di terra [la fascia interna alla recinzione] che di mare [lungo la costa di Gaza] imposte da Israele, sono stati registrati almeno 15 episodi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco, costringendo agricoltori e pescatori a lasciare le aree. Inoltre, secondo fonti palestinesi, cinque pescatori sono stati costretti a togliersi i vestiti e a nuotare verso le imbarcazioni militari israeliane, dove sono stati arrestati, mentre la loro imbarcazione veniva sequestrata. Inoltre, in un caso, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino al recinto perimetrale, a est della città di Gaza. In tre diversi episodi, le forze israeliane hanno arrestato nove persone, tra cui due minori, che erano vicine alla recinzione perimetrale; quattro di loro sono poi state rilasciate.

Il 3 settembre, nell’area H2 di Hebron, controllata dagli israeliani, le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese di 36 anni: a quanto riferito, avrebbe tentato di pugnalare un soldato israeliano; non sono stati segnalati israeliani feriti. L’episodio è avvenuto all’ingresso del complesso colonico di Giv’at Ha’Avot. Il corpo del presunto aggressore è stato trattenuto dalle Autorità israeliane, insieme ai corpi di almeno altri quindici palestinesi uccisi in circostanze simili nei mesi precedenti.

In Cisgiordania, in diversi episodi, 130 palestinesi (tra cui 37 minori) sono stati feriti dalle forze israeliane. Dei 130 ferimenti, 32 (di cui 8 di minori) sono avvenuti durante scontri con forze israeliane conseguenti all’ingresso di israeliani in luoghi religiosi che si trovano all’interno di città palestinesi. Altri 27 feriti sono stati registrati durante due manifestazioni nel governatorato di Ramallah: a Bil’in, durante la consueta protesta settimanale contro la Barriera e l’espansione degli insediamenti; a Ras Karkar, contro la costruzione, su proprietà privata palestinese, di una nuova strada destinata ai coloni. Inoltre, nella zona H2 della città di Hebron, le forze israeliane hanno aggredito fisicamente e ferito quattro insegnanti ed hanno sparato lacrimogeni nel cortile di un complesso scolastico, ferendo 20 minori; per più di 300 studenti le lezioni sono state sospese per il resto della giornata. Secondo fonti israeliane, l’accaduto ha fatto seguito al lancio di pietre, provenienti dal complesso scolastico, contro forze israeliane di pattuglia vicino alla scuola. Altri 19 palestinesi sono stati feriti durante scontri seguiti a sette operazioni di ricerca; complessivamente, le forze israeliane hanno condotto 140 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 205 palestinesi, tra cui dodici minori.

In Zona C e Gerusalemme Est, citando la mancanza dei permessi edilizi israeliani, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 25 strutture di proprietà palestinese, provocando lo sfollamento di 47 persone, tra cui 23 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 108 persone. Diciassette delle strutture prese di mira erano nell’Area C: i due episodi più rilevanti sono stati registrati nella Comunità beduina di Deir al Qilt (Gerico), situata in un’area designata [da Israele] come “zona per esercitazioni a fuoco”, e nel villaggio di Barta’a ash Sharqiya (Jenin), una città separata dal resto della Cisgiordania dalla Barriera. Le altre otto strutture erano a Gerusalemme Est, cinque delle quali in un’area del villaggio di Al Walaja situata all’interno del comune di Gerusalemme, ma separate dal resto della Città dalla Barriera. Due dei casi di demolizione segnalati, tra cui quello di Al Walaja, hanno provocato scontri con forze israeliane: venti palestinesi sono stati feriti.

Il 5 settembre, l’Alta Corte di Giustizia Israeliana ha respinto tutte le petizioni relative alla sua sentenza del 24 maggio [vedere bollettino 223], che autorizzava la demolizione dell’intera Comunità beduina palestinese di Khan al Ahmar-Abu al-Helu, situata nell’Area C del governatorato di Gerusalemme. Una precedente ordinanza, contraria alle demolizioni, è scaduta il 12 settembre, lasciando la Comunità, che ospita 35 famiglie comprendenti 188 persone, più della metà delle quali minori, a rischio demolizione di massa e trasferimento forzato. Le Nazioni Unite avevano in precedenza chiesto alle Autorità israeliane di rinunciare ai piani di demolizione e di trasferimento della Comunità, in quanto tali provvedimenti sarebbero stati in contrasto con le norme del Diritto internazionale.

Il 4 agosto, nella parte settentrionale della Valle del Giordano, per consentire addestramenti militari israeliani, in due distinti episodi, le forze israeliane hanno spostato, per 17 ore, cinque famiglie palestinesi di due Comunità di pastori. Entrambe le Comunità si trovano in aree designate come “zone per esercitazioni a fuoco”. Insieme alle demolizioni ed alle restrizioni di accesso, questa pratica contribuisce ad accrescere la pressione su queste Comunità, esponendone i residenti ad un elevato rischio di trasferimento forzato.

Undici attacchi da parte di coloni ed altri israeliani hanno provocato sei feriti e danni a proprietà palestinesi. Il 1° settembre, vicino all’incrocio di Yitzhar (Nablus), coloni israeliani hanno lanciato pietre contro veicoli palestinesi, ferendo quattro palestinesi, tra cui un bambino di cinque anni. In due distinti episodi accaduti nella zona H2 della città di Hebron, coloni israeliani hanno aggredito con spray al peperoncino e ferito un ragazzo palestinese 15enne che tornava a casa da scuola ed hanno anche danneggiato, con lancio di pietre, un’ambulanza in servizio. A Gerusalemme Est un palestinese autista di autobus è stato aggredito fisicamente e ferito da un gruppo di israeliani. Secondo quanto riportato, circa 90 ulivi, di proprietà palestinese, sono stati vandalizzati da parte di coloni israeliani in quattro diversi episodi avvenuti in At Tuwani (Hebron), Al Lubban ash Sharqiya e Burin (entrambi a Nablus). In altri quattro diversi episodi verificatisi ad Asira al Qibliya, Al Lubban ash Sharqiya, Madama e Beita (tutti a Nablus), coloni israeliani hanno vandalizzato veicoli e case palestinesi, anche con scritte “Questo è il prezzo”. La violenza dei coloni è in aumento dall’inizio del 2018, con una media settimanale di cinque attacchi risultanti in ferimenti o danni a proprietà, rispetto ad una media di tre nel 2017 e di due nel 2016.

In Cisgiordania, secondo fonti israeliane, in almeno quattordici occasioni, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani vicino a Hebron, Betlemme e Ramallah, danneggiando almeno quattordici veicoli privati; in tre di questi episodi, vicino a Ramallah e Betlemme, tre coloni israeliani sono rimasti feriti.

In Cisgiordania, durante il periodo di riferimento, in occasione delle festività ebraiche di Capodanno, le Autorità israeliane hanno imposto una chiusura generale di quattro giorni. A tutti i detentori di documenti di identificazione della Cisgiordania, inclusi lavoratori e commercianti con permessi validi, è stato impedito di entrare a Gerusalemme Est e Israele attraverso tutti i checkpoint; hanno fatto eccezione i casi di emergenza medica, gli studenti e gli impiegati palestinesi di ONG internazionali e di Agenzie delle Nazioni Unite.

Il 5 settembre, e fino al termine del periodo di riferimento di questo Rapporto, le Autorità israeliane hanno chiuso il valico di Erez con la Striscia di Gaza, facendo transitare solo casi di emergenza per due giorni. Secondo quanto riferito, la chiusura è stata imposta per riparare i danni alle infrastrutture causati dai palestinesi durante le manifestazioni del venerdì e, a seguire, per le festività ebraiche.

Il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, ha aperto in entrambe le direzioni per sette giorni e per altri cinque giorni in una sola direzione (verso Gaza). Hanno potuto entrare in Gaza 6.307 persone (inclusi 3.229 pellegrini di ritorno dalla Mecca) e ne sono uscite 2.695.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Gli aiuti per indebolire i palestinesi,riprendiamo il controllo

Alaa Tartir

29 agosto 2018, Nena News da Middle East Eye

Ramallah, 29 agosto 2018, Nena News – Nel 2006, dopo la vittoria di Hamas alle giuste e democratiche elezioni parlamentari palestinesi, i principali donatori dell’industria internazionale degli aiuti hanno interrotto i finanziamenti ai Territori Occupati di Cisgiordania e Gaza per protesta verso i risultati del voto.

In quel periodo, mentre lavoravo in una nota università palestinese, abbiamo ricevuto lettere su lettere dei donatori che ci informavano che i nostri progetti comuni sarebbero terminati, che la cooperazione era sospesa e che i fondi venivano tagliati.

La brutta faccia degli aiuti

Siamo andati nel panico e ci siamo preoccupati per i progetti che stavamo realizzando; ci siamo sentiti umiliati dal ricevere via fax – nemmeno in un incontro o con una telefonata – una notizia che decideva il nostro futuro. Quell’esperienza ci ha mostrato la brutta faccia dell’industria degli aiuti e ci ha fatto capire quanto cattiva fosse l’idea di lasciare a qualcun altro decidere il nostro destino.

Ci ha anche mostrato che gli aiuti sono un “regalo” due volte dannato: maledice il donatore e il ricevente. Ma ci ha anche insegnato un’importante lezione: se noi palestinesi non diamo dignità al nostro sviluppo, nessuno lo farà.

Questa lezione non è stata compresa bene dalla leadership politica palestinese e da allora gli aiuti internazionali hanno continuato a essere sprecati invece di essere utilizzati efficacemente per trasformare la vita della gente. L’ultimo episodio risale all’inizio dell’anno quando il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato di ritirare gli aiuti all’Autorità Nazionale Palestinese.

Non solo taglia i fondi, ma ha anche trasferito l’ambasciata americana a Gerusalemme, riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele e attaccato l’Unrwa (agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, ndt) e l’inalienabile diritto al ritorno palestinese.

A parte qualche focosa dichiarazione e una brillante retorica, la leadership politica palestinese non ha compiuto alcuna azione di senso per controbattere agli Stati Uniti e al loro trumpismo. La scorsa settimana l’amministrazione Usa ha deciso di tagliare oltre 200 milioni di dollari degli aiuti palestinesi, eppure la risposta dei leader palestinesi continua a essere solo a parole, inefficace, dichiarazioni di condanna ma nessuna azione.

A seguire quattro azioni di buon senso che la leaderhip politica palestinese potrebbe considerare per rispondere ai recenti tagli degli aiuti Usa.

Stop al coordinamento alla sicurezza con Israele

Primo, interrompere tutte le relazioni e la cooperazione con l’Uss, il Coordinatore alla Sicurezza Usa. Sarebbe una mossa in armonia con la decisione dell’Olp, le richieste di tutti i partiti politici palestinesi e quelle del popolo palestinese, interrompere il coordinamento alla sicurezza con Israele e modificare le dinamiche del dominio securitario.

Il coordinamento alla sicurezza è stata la principale ragione della creazione dell’Ussc, più di dieci anni fa. L’Ussc non solo viola i principi chiave internazionali sulla consegna degli aiuti perché il suo intervento continua a danneggiare la popolazione ricevente, ma agisce anche come braccio complementare dell’occupazione coloniale israeliana.

Gli aiuti consegnati dagli Usa attraverso l’intervento dell’Ussc non sono aiuti per la Palestina o i palestinesi. Sono aiuti che sostengono le azioni brutali del loro oppressore (l’occupazione israeliana) e aiuti ai contractor amerciani e al loro personale alla sicurezza.

In aggiunta, l’intervento Ussc non è solo diretto a proteggere la sicurezza dell’oppressore, ma ha anche portato a un ulteriore repressione del popolo oppresso (i palestinesi) rendendo le forze di sicurezza dell’Anp più autoritarie del normale, dietro il pretesto di garantire stabilità e ordine pubblico.

I danni causati dalla missione di sicurezza Usa sono evidenti e palesi ed è tempo di riconoscerli responsabili e rifiutarne l’intervento.

Un intervento dannoso

Secondo, chiudere i progetti Usaid. La penetrazione di Usaid nella società palestinese è stata profonda e dannosa fin dall’inizio. Le condizioni imposte sui palestinesi e il tipo di intervento che persegue non solo hanno condotto a una dipendenza nociva dagli aiuti e al sostegno del deleterio status quo, ma ha anche distorto la struttura della società civile palestinese, i suoi valori, le fondamenta e i sostegni del contratto sociale tra governanti e governati.

Per invertire queste tendenze, è tempo di impedire a Usaid di causare ulteriori danni. Il suo intervento futuro rischia di essere ancora più pericoloso perché implementerà la visione politica dell’amministrazione Usa che non fa presagire nulla di buono per ogni tipo di sviluppo positivo, prosperità o pace.

È tempo di femare il solito business di Usaid e riconoscerli responsabili se è la dignità del popolo palestinese che interessa. Se non sarà possibile contrastare lo storico danno causato, sarà un’occasione d’oro per impedirne altri in futuro e la via maestra per farlo è chiudere i progetti di Usaid.

Obiettivi di buon senso

Terzo, tagliare i rapporti con l’ambasciata Usa a Gerusalemme e con il suo staff, il suo supporto, i suoi progetti, il suo personale. Non è intelligente mantenere stretti rapporti e accogliere a braccia aperte un’entità che chiaramente e palesemente dichiara guerra a te, al tuo popolo e ai tuoi diritti fondamentali.

Neppure i principi basilari di diplomaziona scusano un simile atteggiamento. Controbattere e resistere è la reazione naturale. Mentre l’ambasciata Usa a Gerusalemme continua a celebrare le borse di studio che offre a giovani e brillanti palestinesi, agisce senza dubbio come ombra e braccio del governo statunitense nei Territori Palestinesi Occupati per implementare le sue politiche, strategie e visioni politiche.

La mera indifferenza per le azioni dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, come ha deciso di fare la leadership politica palestinese, non è né sufficiente né efficace nel modificare le dinamiche di potere.

Quarto e ultimo, tagliare i costi (200 milioni di dollari) dal gonfio budget del settore della sicurezza dell’Autorità Palestinese. Visto che il principale costo nel budget è la sicurezza, che mangia circa il 30% del bilancio ma dà molto poco in termini di sicurezza e protezione al popolo palestinese, questa recente decisione dell’amministrazione Trump offre alla leadership politica palestinese l’opportunità di rivedere le sue priorità e di abbandonare il paradigma che l’ha costretta ad essere solo il subappaltatore all’occupazione israeliana.

Tagliare quei 200 milioni e condividere con il popolo palestinese le prove di quel taglio manderà un messaggio chiaro all’amministrazione Usa e agli attori dell’industria degli aiuti: è tempo di cambiare marcia per assicurare dignità, auto-determinazione e proprietà locale della consegna degli aiuti ai palestinesi.

Ovviamente questi quattro obiettivi proposti sono politici di per sé e avranno conseguenze sul presente e il futuro della leadership palestinese creando sofferenza nel breve termine. Ma, dall’altra parte, sono azioni di buon senso che la maggior parte dei palestinesi aspettano.

(Traduzione a cura della redazione di Nena News)




Israele escogita l’ “assicurazione BDS” per proteggere ‘Eurovisione’

Asa Winstanley

17 agosto 2018 , Middle East Monitor

Non c’è forse miglior barometro per misurare fin dove Israele può arrivare nel diffamare, attaccare e sabotare il movimento internazionale per i diritti dei palestinesi del suo atteggiamento verso il BDS.

Ricordiamoci che il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni non è altro che un tentativo di rendere Israele responsabile in base ai principi del diritto internazionale e ai fondamentali diritti umani, laddove i governi nazionali per decenni hanno rifiutato di farlo.

Il BDS invita ad un boicottaggio totale di Israele fino a quando non concederà i tre principali diritti umani dei palestinesi, che sta attualmente violando: libertà, eguaglianza e [diritto al] ritorno.

I palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza (insieme ai siriani delle Alture del Golan) vivono sotto un’occupazione militare illegale, che entra ora nel 52mo anno. Perciò i palestinesi chiedono libertà.

I palestinesi cittadini di Israele – mentre godono di alcuni simbolici diritti civili – non hanno eguaglianza, essendoci più di 65 leggi (e continuano ad aumentare) che li discriminano per la colpa di non essere ebrei. Perciò i palestinesi chiedono eguaglianza.

E i rifugiati palestinesi in tutto il mondo vivono in campi profughi dispersi e ormai consolidati, privati della loro patria dopo che i loro avi sono stati espulsi con i fucili puntati dalle milizie sioniste che hanno costituito l’esercito israeliano. A differenza che in ogni altro conflitto nel mondo, sono privati del loro diritto fondamentale (sia in base al diritto internazionale che ai principi etici basilari) di tornare nella loro patria. Perciò i palestinesi chiedono il diritto al ritorno.

Queste tre richieste sono riportate nell’appello del BDS del 2005, il documento fondativo del movimento, che è promosso dalla totalità della società civile palestinese.

I diritti umani basati sul diritto internazionale non sono merce di scambio da barattare con la pretesa di essere “ragionevoli” o “realisti”. I diritti dei palestinesi, come i diritti di tutti gli esseri umani, sono inalienabili e non possono essere ceduti da nessun traditore o leader politico di alcuna fazione.

Il movimento BDS ha messo Israele sulla difensiva.

C’è tutto un “ministero” del governo ora dedicato solamente a combattere il BDS – in ciò che definisce una “guerra”. Utilizzando il comune eufemismo israeliano per assassinio, il ministro spia di Israele Yisrael Katz nel 2016 ha minacciato “l’eliminazione civile” del cofondatore del movimento BDS Omar Barghouti. L’anno seguente Barghouti ha ricevuto il divieto di viaggiare ed è stato vittima di una causa legale per un’“evasione fiscale” inventata ad arte.

Questo cosiddetto ministero – il ministero degli Affari Strategici – è diventato in effetti un nuovo ramo delle agenzie di spionaggio israeliane. È guidato dall’ex ufficiale di alto rango dell’intelligence militare Sima Vaknin-Gil, e la maggior parte del suo staff proviene da diverse agenzie di spionaggio israeliane.

È impegnato non solo nel “monitoraggio” del movimento globale BDS, ma in attività di sabotaggio. Il giornalista veterano dell’intelligence israeliana Yossi Melman le ha definite “operazioni segrete”.

La natura globale di questa minaccia significa che Israele è impegnato in attività sovversive in territorio straniero, incluso il Regno Unito, molto probabilmente in violazione delle leggi locali.

Israele interferisce apertamente nei sistemi elettorali degli Stati Uniti e del Regno Unito ad un livello che supera di gran lunga qualunque cosa di cui la Russia sia mai stata accusata, per non parlare dell’ attendibilità dimostrata.

La campagna segreta di sabotaggio ha diversi fronti, compreso il partito Laburista di Jeremy Corbyn, ma l’obiettivo principale nel mondo è il movimento BDS. A differenza di precedenti “minacce strategiche” al sistema israeliano di razzismo e occupazione, il ministero degli Affari Strategici comprende che il BDS non ha un’unica leadership che possa essere “decapitata”, come è stato con i molti leader palestinesi – sia della lotta armata che di quella senza armi – che ha assassinato in passato.

Perciò si impegna invece in una campagna di sabotaggio ad ampio raggio, che prende di mira questo movimento globale guidato dai palestinesi.

Il fatto che il governo sembra aver escogitato una sorta di “assicurazione BDS” per proteggere il programmato festival musicale “Eurovisione”, che dovrebbe svolgersi in Israele il prossimo anno è un sintomo piuttosto divertente di quanto gli strateghi israeliani temano il movimento BDS.

A giugno gli attivisti BDS contro l’ “Eurovisione” [gara canora internazionale, che si svolge nel Paese vincitore dell’edizione precedente, nel 2018 Israele, ndtr.] israeliana hanno rivendicato la loro prima vittoria. Avendo clamorosamente politicizzato la competizione, la ministra della Cultura di Israele (ed ultra razzista) Miri Regev è stata costretta ad un’umiliante marcia indietro.

Regev aveva sostenuto che “Eurovisione” dovesse svolgersi a Gerusalemme, o non tenersi affatto. Ha preso questa posizione nel tentativo di accrescere la legittimità dell’illegittima pretesa di Israele che Gerusalemme sia la sua capitale.

Il problema ovviamente è che, nonostante il molto controverso spostamento da parte di Trump dell’ambasciata USA nella città all’inizio di quest’anno, nessun Paese europeo riconosce la pretesa di Israele e per tal motivo tutti mantengono le proprie ambasciate a Tel Aviv.

La stampa israeliana ha riferito che lei ha dovuto fare marcia indietro a causa della reazione negativa e che Tel Aviv viene ora considerata come la sede del pacchiano festival pop. Gli attivisti BDS hanno invitato a mantenere alta la pressione finché esso non venga definitivamente annullato.

Anche se nel passato gli artefici della propaganda israeliana hanno cercato di mostrare pubblicamente di ignorare il BDS e ridurlo ad un elemento irrilevante, quel tempo è molto lontano.

Questa “assicurazione BDS” è un segnale di quanto grave sia considerata la minaccia del BDS all’occupazione israeliana. Questa settimana il quotidiano di Tel Aviv Haaretz ha riferito che l’emittente pubblica è in trattativa con il ministero israeliano delle Finanze sui termini di un massiccio prestito di 13,5 milioni di dollari per coprire i costi dello svolgimento del festival.

Secondo il quotidiano, “il ministero delle Finanze si impegnerebbe a coprire l’ammontare del prestito se il festival alla fine non si tenesse in Israele, a causa di circostanze attenuanti come un terremoto, una guerra o un boicottaggio organizzato dal BDS, Movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni.”

A quanto pare le condizioni finali non sono state ancora concordate, ma questo genere di “assicurazione BDS” è probabilmente un segnale di come andranno le cose.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)