I carcerieri incatenati di Gaza

Amira Hass

7 novembre 2017, Haaretz

Gli israeliani si rifiutano di capire che Gaza è una gigantesca prigione e che noi siamo i carcerieri.

Ho visto gazawi felici. Un giornalista di Kan, l’emittente pubblica israeliana, alcuni giorni fa è andato al checkpoint di Erez, ha sbattuto un microfono e una telecamera in faccia agli abitanti della Striscia di Gaza e li ha stimolati a sospirare di sollievo. Fantastico! Il posto di controllo di Hamas dal lato di Gaza è stato tolto e il barbuto personale di sicurezza non ci ha interrogati.

L’impressione che si ricava dal servizio televisivo e da un precedente reportage su Haaretz è che l’unico ostacolo che affrontano quelli che vogliono lasciare Gaza sia Hamas, ma ci sono alcune domande che non sono state fatte ai gazawi sul confine, insieme alle risposte che ne sarebbero seguite:

D. Adesso, dopo la rimozione dei posti di blocco di Hamas, chiunque voglia lasciare Gaza può farlo? R. Stai scherzando? Dal 1991 noi possiamo andarcene solo con l’autorizzazione di Israele.

D. Quanto dura il periodo di attesa per un permesso di uscita israeliano? R. Circa 50 giorni. A volte solo un intervento legale da parte di un’organizzazione israeliana come il ‘Centro legale Gisha per la libertà di movimento’ o ‘Medici per i diritti umani’ può far ottenere un permesso.

D. Quali sono gli strumenti di controllo al checkpoint israeliano? R. Uno scanner girevole, istruzioni gridate con i megafoni, a volte una perquisizione personale.

D. Che cosa vi è consentito portare? R. Non si possono portare computer portatili, panini, valigie con le ruote o deodoranti.

D. Oltre a quelli della Jihad islamica e di Hamas, a chi è vietato uscire? R. La maggior parte della gente non può uscire. La figlia di un mio vicino è stata in cura a Gerusalemme negli scorsi nove mesi e lui sta ancora aspettando un permesso per andare a visitarla. Lo stesso vale per tre amici che hanno avuto bisogno di un esame medico di controllo l’anno scorso. Giovani che vorrebbero studiare in Cisgiordania non possono farlo perché Israele non glielo consente. Circa 300 studenti che hanno avuto la possibilità di studiare all’estero stanno aspettando un permesso ed il loro visto è a rischio.

D. Sei stato interrogato dal servizio di sicurezza (interno) israeliano Shin Bet? R. Non oggi. Ma a volte arriviamo al checkpoint e ci prendono da parte, ci fanno sedere su una sedia per un giorno intero ed alla fine ci fanno alcune domande sui vicini di casa, per 10 minuti, o ci mandano a casa senza farci domande. E’ così che perdiamo un appuntamento all’ospedale o un incontro di lavoro.

Gli israeliani rifiutano di capire che Gaza è una gigantesca prigione e che noi ne siamo i carcerieri. Ecco perché essi [gli israeliani] sono incatenati dalla loro volontaria ignoranza. Riferire sulla situazione viene facilmente trasformato in propaganda ad uso dei politici. D’altro lato, le omissioni e le distorsioni negli articoli scritti dai dirigenti che fanno politica sono un fatto naturale. Come ad esempio l’articolo scritto dal Coordinatore delle attività governative nei territori [il governo militare israeliano sui territori palestinesi occupati, ndt], general maggiore Yoav Mordechai e da due suoi colleghi, pubblicato la scorsa settimana sul sito web dell’Istituto di Studi per la sicurezza nazionale.

Le omissioni e le distorsioni sono rivolte al pubblico in generale. Per esempio, l’articolo afferma: “Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza con la forza.” Invece, il quartetto per il Medio Oriente (Stati Uniti, Russia, Nazioni Unite e Unione Europea) e Fatah hanno agito in vari modi aggressivi per ribaltare i risultati delle elezioni democratiche per il Consiglio Legislativo Palestinese nel 2006, che Hamas aveva vinto.

“Hamas è diventato il potere sovrano”, hanno scritto Mordechai ed i suoi colleghi. Il potere sovrano? Anche se è Israele a controllare le frontiere, gli spazi aerei e marittimi ed il registro della popolazione palestinese? “Il governo di Hamas si sta indebolendo a causa della sua responsabilità relativamente all’impoverimento e alla disoccupazione.” I lettori che leggono questa frase nell’articolo hanno già dimenticato una precedente affermazione: “La situazione dei cittadini di Gaza è enormemente peggiorata dal 2007, soprattutto a causa delle restrizioni imposte alla Striscia da Israele (in termini di possibilità di muoversi da e per l’area ed in termini di attività economica).”

Gli autori del rapporto dell’Ufficio del Coordinatore delle Attività Governative nei Territori sono prigionieri della loro stessa posizione. Il COGAT impone rigorosamente queste restrizioni e le ha rese ancor più rigide. Gli autori mettono in guardia nell’articolo sulla prospettiva di un peggioramento della situazione, sia economicamente che psicologicamente, ma da ciò non consegue un coraggioso richiamo ai politici perché rimuovano i divieti al movimento della popolazione, delle materie prime e della produzione locale.

Gli autori suggeriscono al governo che sarebbe preferibile permettere che il processo di riconciliazione interna palestinese vada avanti. Ed invitano coraggiosamente i gentili [cioè i non ebrei, ndt] a finanziare la ricostruzione di ciò che Israele ha distrutto e sta distruggendo. Dopotutto, è ciò che essi hanno fatto dal 1993 – inviando un fiume di denaro per evitare un deterioramento ancor peggiore e per mantenere uno status quo conveniente ad Israele. E’ giunto il momento che i gentili utilizzino quei soldi come pressione politica che costringa Israele a ripristinare la libertà di movimento per i palestinesi a Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Perché l’occupazione non è casuale

Rod Such

 18 settembre 2017 The Electronic Intifada

La più grande prigione al mondo: una storia dei territori occupati, di Ilan Pappe, Oneworld Books (2017)

Secondo “La più grande prigione al mondo”, il nuovo libro dello storico israeliano Ilan Pappe, fin dal 1963 – quattro anni prima della guerra del 1967 – il governo israeliano stava progettando l’occupazione militare ed amministrativa della Cisgiordania.

La pianificazione dell’operazione – nome in codice “Granit” (granito)- ebbe luogo durante un mese nel campus dell’università Ebraica nel quartiere di Givat Ram a Gerusalemme ovest. Gli amministratori militari israeliani responsabili del controllo dei palestinesi si riunirono con funzionari legali dell’esercito, figure del ministero dell’Interno e avvocati privati israeliani per stilare le norme giuridiche ed amministrative necessarie per governare sul milione di palestinesi che all’epoca vivevano in Cisgiordania.

Questi piani facevano parte di una strategia più complessiva per mettere la Cisgiordania sotto occupazione militare. Questa strategia era denominata in codice “Piano Shacham”, dal nome del colonnello israeliano Mishael Shacham che ne era l’autore, e venne ufficialmente presentata dal capo di stato maggiore dell’esercito israeliano il 1 maggio 1963.

Pappe ha sostenuto a lungo che la guerra del 1967 e l’occupazione che ne seguì non furono “l’impero casuale” descritto dai sionisti progressisti. Pappe ritiene che un “Grande Israele” fosse stato prospettato fin dal 1948, e la sua pianificazione sia avvenuta fin dalla guerra di Suez del 1956.

La novità contenuta in “La più grande prigione al mondo” è il resoconto dettagliato da parte di Pappe esattamente di quello che i pianificatori israeliani avevano stabilito nel 1963: ossia “la più grande mega-prigione per un milione e mezzo di persone – un numero che sarebbe cresciuto fino a quattro milioni – che sono ancor oggi, in un modo o nell’altro, incarcerati all’interno dei muri reali o virtuali di questa prigione.”

Sistema di controllo

La descrizione da parte di Pappe degli incontri di Givat Ram ricorda il modo in cui aprì il suo libro più venduto, “La pulizia etnica della Palestina”, con la sua descrizione della “Casa Rossa” a Tel Aviv in cui il “Piano Dalet” (il Piano D) – per espellere quasi un milione di palestinesi – fu ordito 15 anni prima.

E in un certo senso “La più grande prigione al mondo” completa una trilogia, che comprende anche “I palestinesi dimenticati: una storia dei palestinesi in Israele”, che include la storia del popolo palestinese sotto il sionismo dal 1948 ad oggi.

Pappe afferma che il governo israeliano comprese nel 1963 che non sarebbe stato in grado di condurre un’espulsione di massa delle dimensioni della Nakba, espulsione forzata dei palestinesi nel 1948, a causa del controllo internazionale. Ciò spiega perché cominciò a disegnare un sistema di controllo e di divisione che avrebbe garantito una colonizzazione di successo in Cisgiordania, avrebbe privato i palestinesi dei diritti umani fondamentali, non concedendo loro la cittadinanza, e avrebbe garantito che la loro condizione di non cittadini nel loro stesso Paese non sarebbe mai stata negoziabile.

Benché la guerra del 1967 abbia determinato l’espulsione di altri 180.000 palestinesi (secondo le Nazioni Unite) e forse addirittura 300.000 (secondo il libro di Robert Bowker “Palestinian refugees: Mythology, Identity, and the Search for Peace [Rifugiati palestinesi: mitologia, identità e la ricerca della pace]), secondo Pappe gli incontri di Givat Ram e quelli che seguirono prospettarono una specie di amministrazione carceraria per i palestinesi rimasti.

Già il 15 giugno, tre giorni dopo la fine della guerra, una commissione di direttori generali, compresi tutti i ministri del governo responsabili dei territori appena occupati, iniziò ad edificare quella che Pappe chiama una “infrastruttura per l’incarcerazione” dei palestinesi. Tutta questa pianificazione, egli scrive, ora si può trovare in due volumi di resoconti resi pubblici, per un totale di migliaia di pagine, derivanti dai verbali degli incontri del comitato.

Quasi subito dopo la conclusione della guerra, Israele iniziò a mettere in atto un piano ideato da Yigal Alon – membro del parlamento israeliano, la Knesset. Il piano era di creare dei “cunei” de-arabizzati, serie di colonie solo di ebrei in Cisgiordania “che avrebbero separato palestinesi da palestinesi ed essenzialmente annesso parti della Cisgiordania ad Israele.”

Questi cunei, inizialmente nella valle del Giordano e sulle montagne orientali, sarebbero stati più tardi perfezionati da Ariel Sharon, ministro dell’Edilizia di Israele e più tardi primo ministro. Alla fine avrebbero assunto le caratteristiche concrete di una prigione, nella forma di posti di blocco, di un muro dell’apartheid e di altre barriere fisiche.

Pappe contesta la tesi secondo cui le colonie israeliane, illegali secondo il diritto internazionale, siano state il risultato di un movimento messianico nazional –religioso, un argomento sostenuto in modo più articolato da Idith Zertal e Akiva Eldar nel loro libro “Lords of the Land: The War Over Israel’s Settlements in the Occupied Territories, 1967-2007.” [“Signori della terra: la guerra sulle colonie israeliane nei territori occupati, 1967-2007]. Al contrario fornisce prove che dimostrano il fatto che i governi sionisti laici, compreso quello di Golda Meir, del partito Laburista, corteggiarono questo movimento e lo utilizzarono per promuovere l’espansione coloniale da parte di Israele.

Percepibile

Non ci volle molto, comunque, prima che lo schema del governo provocasse una resistenza di massa, iniziata con la Prima Intifada del 1987-1993. Gli accordi di Oslo cercarono di affrontare questa resistenza. Pappe mostra che gli accordi di Oslo non ebbero mai l’obbiettivo di arrivare ad uno Stato palestinese e che definirono semplicemente la creazione di piccoli cantoni simili ai bantustan dell’apartheid sudafricano, con benefici aggiuntivi per il fatto che i costi e le responsabilità dell’occupazione vennero in larga misura trasferiti a importanti donatori ed organizzazioni internazionali – soprattutto l’Unione Europea – ed all’Autorità Nazionale Palestinese appena creata.

E’ qui che la metafora della prigione di Pappe diventa più percepibile. Finché l’ANP darà seguito alle proprie responsabilità riguardo alla sicurezza, la resistenza palestinese verrà messa a tacere, i palestinesi potranno vivere in una prigione di minima sicurezza “senza diritti civili ed umani fondamentali”, ma con l’illusione di una limitata autonomia. Appena la resistenza si manifesta, tuttavia, Israele impone i controlli di una prigione di massima sicurezza.

Quindi negli anni seguenti la Cisgiordania è diventata la prigione di minima sicurezza e Gaza- con Hamas alla guida della resistenza – è diventata quella di massima sicurezza. I palestinesi, scrive Pappe, “potrebbero essere sia i detenuti della prigione aperta della Cisgiordania o incarcerati in quella di massima sicurezza della Striscia di Gaza.” Tutto quello che è avvenuto dopo la guerra del 1967, nota Pappe, segue la “logica del colonialismo di insediamento” e quella logica prevede la possibile eliminazione dei palestinesi autoctoni. Tuttavia questo risultato non è inevitabile. Un’alternativa è possibile, afferma Pappe, se Israele smantella le colonie e apre la strada “alla logica dei diritti umani e civili.”

Rod Such è un ex curatore delle enciclopedie “World Boook” ed “Encarta” [una cartacea e l’altra digitale, entrambe pubblicate negli USA, ndt.]. Vive a Portland, Oregon, ed è attivo nella campagna di Portland “liberi dall’occupazione”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Le pressioni USA fanno naufragare la “Legge per una Gerusalemme Più Grande”

Shlomi Eldar

30 ottobre 2017,Al-Monitor

SINTESI DELL’ARTICOLO

Pressioni esercitate dall’amministrazione Trump hanno provocato la sospensione da parte di Netanyahu della sua “Legge per una Gerusalemme Più Grande”

Il 29 ottobre il comitato ministeriale della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] sulle proposte di legge avrebbe dovuto approvare la proposta di legge nota come “Legge per una Gerusalemme Più Grande”, che avrebbe annesso a Gerusalemme le colonie di Maale Adumim, Givat Zeev, Beitar Illit e del blocco di Etzion (compresa Efrat), in Cisgiordania. Circa 150.000 israeliani vivono in quelle città e consigli locali.

L’idea di annettere colonie israeliane adiacenti ai confini della municipalità di Gerusalemme per aumentare la popolazione della città e garantirne la maggioranza ebraica ha circolato per decenni. Nel 2007 il parlamentare del Likud  Yisrael Katz portò avanti un simile progetto, che non è mai decollato a causa delle preoccupazioni per le dure reazioni internazionali e dei palestinesi.

La preoccupazione che gli ebrei non costituiranno più una maggioranza nella capitale israeliana entro meno di un decennio – a causa sia della crescita demografica dei palestinesi che vivono a Gerusalemme est, sia dell’emigrazione di ebrei israeliani laici dalla città – nel febbraio 2016 ha portato l’ex ministro Haim Ramon a lanciare un movimento d’opinione per “salvare la Gerusalemme ebraica”. Il gruppo era composto da un gran numero di esperti della difesa, di accademici e di attivisti di sinistra e del centro. Prima dei festeggiamenti annuali della “Giornata di Gerusalemme” del 2016, il movimento ha lanciato una vasta campagna pubblica per mettere in guardia gli israeliani indifferenti che, se non fossero state prese presto iniziative preventive, si sarebbero “svegliati con una maggioranza palestinese a Gerusalemme”.

La campagna ha fatto ricorso a varie tattiche intimidatorie, compreso persino un video di Hamas che mostrava incitamenti all’odio contro gli ebrei postati sulle reti sociali. Tuttavia i suoi toni esasperati quasi razzisti portarono importanti sostenitori dell’iniziativa, come l’ex capo dell’agenzia di sicurezza Shin Bet Ami Ayalon, ad andarsene.

In luglio il presidente di HaBayit HaYehudi [“La casa ebraica” il partito di estrema destra dei coloni, ndt.] Naftali Bennett ha presentato una sua proposta di legge – la “Legge per una Gerusalemme unificata” – che ha proposto al voto della Knesset. Questa proposta era già stata approvata il 18 giugno dal comitato ministeriale per le proposte di legge. La legge stabiliva che sia necessaria una maggioranza speciale di 80 membri della Knesset (su 120) per dividere la capitale tra la parte occidentale, ebrea, e una parte est prevalentemente palestinese. La Knesset ha votato 51 a 42 per approvare la legge in prima lettura.

Tuttavia il primo ministro Benjamin Netanyahu non voleva essere da meno rispetto al suo nemico politico Bennett per il titolo di maggior difensore di Gerusalemme, soprattutto dopo il fiasco di luglio riguardo ai metal detector che Israele ha piazzato alle entrate del complesso del Monte del Tempio e poi è stato obbligato a rimuovere in seguito alle pressioni internazionali. Il primo ministro ha deciso di appoggiare la “Legge per una Gerusalemme Più Grande” stilata da un parlamentare del suo stesso partito, Yoav Kish, che era stata lasciata da parte per mesi, insieme ad una legge simile proposta da Yehuda Glick, un altro parlamentare del Likud.

La proposta di Kish gode del sostegno del ministro dei Trasporti Yisrael Katz, considerato uno dei più moderati e pragmatici parlamentari del Likud e un rivale di Netanyahu, dei membri del partito HaBayit HaYehudi e del partito di centro destra Kulanu.

Nell’introduzione della sua legge Kish ha scritto: “Il concetto di Gerusalemme come ‘eterna capitale’ di Israele è diventato sfumato, ha perso il suo valore simbolico.” Kish aggiunge che invece la questione della posizione di Gerusalemme è centrata su questioni demografiche e sulla determinazione dei palestinesi a controllare Gerusalemme ed i suoi luoghi santi. “Viene pertanto proposto che le comunità [ebraiche, ndt.] che circondano Gerusalemme siano annesse alla capitale. Ciò incrementerà la popolazione [ebraica, ndt.], consentirà di preservare l’equilibrio demografico e aggiungerà terre per la costruzione di case, zone commerci e turismo, conservando aree verdi.”

Come detto, il comitato ministeriale per le proposte di legge avrebbe dovuto approvare la legge il 29 ottobre e inviarla alla Knesset, dove probabilmente sarebbe passata con una larga maggioranza alla prima lettura. Ci sono pochi problemi più condivisi nel discorso pubblico israeliano, per non parlare della Knesset, che preservare una maggioranza ebraica a Gerusalemme. Tuttavia, dodici ore prima che i ministri si riunissero, l’ufficio del primo ministro ha annunciato che il voto sulla proposta di legge era posticipato a tempo indefinito. Il primo ministro aveva bloccato la sua presentazione.

Ci sono state pressioni americane, è chiaro,” ha detto a Al-Monitor una fonte anonima palestinese nella città cisgiordana di Ramallah. Quando i palestinesi hanno sentito che Netanyahu stava per portare avanti la “legge dell’annessione”, ha affermato la fonte, hanno inviato un messaggio a Jason Greenblatt, inviato per il Medio Oriente del presidente Donald Trump. Gli hanno detto che la mossa sancisce la fine di ogni possibile iniziativa diplomatica con Israele.

La reazione ufficiale palestinese è stata stranamente silenziosa. L’unica dirigente palestinese importante che ha espresso pubblicamente rabbia e condanna è stata Hanan Ashrawi, membro del Consiglio Esecutivo dell’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina, principale organizzazione politica palestinese, ndt.]. “E’ un fatto indiscutibile che ogni colonia è un crimine di guerra in base allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale e una diretta violazione delle leggi e convenzioni internazionali, compresa la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 2334,” ha affermato nella sua dichiarazione. Tuttavia neppure il portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas si è espresso contro la legge, salvo che per dare una risposta laconica quando gli è stato chiesto in proposito dai mezzi di comunicazione palestinesi.

La fonte palestinese ha detto ad Al-Monitor che gli americani hanno chiesto ai palestinesi di mantenere un basso profilo per consentire a Netanyahu di ritirare la legge, affermando che la diplomazia silenziosa era l’unico modo per raggiungere il risultato desiderato. Gli americani avevano ragione. La velocità con cui Greenblatt e il suo entourage hanno agito nei confronti di Netanyahu ha messo in chiaro ai palestinesi quanto l’amministrazione USA sia seria riguardo ai progressi dell’iniziativa di pace israelo-palestinese e ancor più quanto Netanyahu sia ansioso di evitare di irritare l’amministrazione Trump.

In quanto persona così preoccupata della sua immagine di guardiano di Gerusalemme, ci si sarebbe aspettati che Netanyahu ignorasse le ammonizioni americane e gli dicesse che il problema è una questione interna israeliana che riguarda confini municipali e che non costituisce in alcun modo una dichiarazione di sovranità su parti della Cisgiordania. Invece nell’incontro settimanale del Consiglio dei ministri egli ha detto ai suoi ministri che gli americani “volevano comprendere l’essenza della legge. Poiché ci siamo coordinati con loro fino ad ora, conviene (continuare a) parlare e coordinarci con loro. Stiamo lavorando per avanzare e sviluppare l’impresa di colonizzazione e non per promuovere altre considerazioni.”

Shlomi Eldar è un editorialista per “Israel Pulse” di Al-Monitor [Pulsazioni di Israele, sezione dedicata ad Israele del sito informativo con sede a Washington, ndt.]. Negli ultimi 20 anni si è occupato dell’Autorità Nazionale Palestinese e soprattutto della Striscia di Gaza per i canali israeliani 1 e 10, informando sulla comparsa di Hamas. Nel 2007 per questo lavoro ha ottenuto il premio Sokolov, il più importante riconoscimento israeliano per i media.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

 




Un ministro israeliano sta promuovendo un piano per ridurre il numero di arabi a Gerusalemme

Nir Hasson e Jonathan Lis

29 ottobre 2017,Haaretz

Zeev Elkin vuole dividere Gerusalemme e creare una municipalità israeliana per i palestinesi di alcuni quartieri che si trovano al di là della barriera di separazione nella città.

Il ministro degli Affari Esteri Zeev Elkin ha svelato la sua proposta di divisione municipale di Gerusalemme, che dovrebbe vedere alcuni quartieri arabi al di là del muro di separazione della Cisgiordania scorporati dalla municipalità di Gerusalemme e finire sotto la giurisdizione di una o più nuove amministrazioni comunali.

La vicenda richiederà l’approvazione del primo ministro Benjamin Netanyahu e l’espletamento dell’esame di diversi emendamenti legislativi, già approvati in prima lettura dalla Knesset in luglio.

Elkin ha detto di ritenere che il suo piano, che intende promuovere nelle prossime settimane, non incontrerà particolari resistenze né da destra né da sinistra.

Si tratta del primo tentativo di ridurre l’area municipale di Gerusalemme da quando è stata ampliata dopo la guerra dei Sei Giorni nel 1967. E’ anche il primo tentativo di stabilire un consiglio comunale israeliano straordinario, i cui residenti non siano cittadini israeliani, ma palestinesi con il solo status di residenti permanenti.

I quartieri al di là del muro di separazione sono il campo profughi di Shaufat, l’omonimo quartiere ad esso adiacente, a nordest di Gerusalemme, Kafr Aqab ed anche Walajah, nella parte sud della città, nonché una piccola parte del quartiere di Sawahra.

Nessuno sa con precisione quante persone vivano in queste aree. La cifra si presume vada dalle 100.000 alle 150.000, da un terzo a una metà delle quali è in possesso di carte di identità israeliane e status di residenza. Dalla costruzione del muro di separazione circa 13 anni fa (a Walajah il muro è attualmente in fase di completamento), queste zone sono state tagliate fuori da Gerusalemme, benché ricadano ancora sotto la sua giurisdizione.

In seguito alla costruzione del muro il Comune di Gerusalemme, la polizia ed altri enti israeliani hanno smesso di fornire servizi in queste zone. L’anarchia ha preso piede, nella quasi totale assenza della polizia e di agenti incaricati di controllare le attività edili, con problemi infrastrutturali molto seri. Decine di migliaia di unità abitative sono state costruite senza permessi e le organizzazioni criminali e gli spacciatori sono proliferati.

L’attuale sistema ha fallito del tutto”, ha detto Elkin. “L’errore è stato nel momento in cui hanno fatto passare il muro in quel modo. Ma ora ci sono due aree municipali – Gerusalemme e questi quartieri – e il raccordo tra di esse è molto debole.”

L’esercito non può agire ufficialmente là, la polizia vi entra solo per specifiche operazioni e la zona è diventata una ‘terra di nessuno’”, ha aggiunto. “Fornire servizi di qualunque tipo è diventato pericoloso, costruzioni così alte e una così alta densità abitativa non si possono vedere nemmeno a Tel Aviv.”

Elkin ha anche evocato il rischio che gli edifici potrebbero crollare per un terremoto.

Comunque non ci sono solo questi problemi ad affliggere Elkin. E’ preoccupato anche della rapida crescita demografica in queste zone e dal suo impatto sull’equilibrio tra ebrei ed arabi a Gerusalemme.

Molte delle famiglie che vivono in questi quartieri hanno un componente che è residente israeliano e perciò i figli hanno la residenza israeliana – il che accresce il numero dei palestinesi residenti a Gerusalemme.

Secondo Elkin il basso prezzo delle abitazioni, la vicinanza a Gerusalemme e l’assenza di legge che vi regna hanno fatto di questi quartieri una calamita per la popolazione di Gerusalemme e della Cisgiordania. “Ci sono anche gravi conseguenze in termini di maggioranza ebraica e per il fatto che non si può migliorare il tenore di vita là, in quanto ci aspettiamo che la popolazione continui ad aumentare”, ha detto Elkin.

Il ministro ha aggiunto: “Proprio perché credo nel loro diritto al voto e voglio che venga esercitato, non posso essere indifferente al pericolo della perdita di una maggioranza ebraica provocata non da processi naturali, ma da una migrazione illegale nello Stato di Israele che non ho modo di impedire.”

Elkin ha detto che sono state precedentemente prese in esame varie soluzioni per affrontare il problema. Per motivi di sicurezza e ideologici, il ministro ha detto di aver respinto soluzioni quali trasferire i quartieri all’Autorità Nazionale Palestinese. Ha anche respinto, per ragioni di sicurezza, finanziarie e legali, la modifica del percorso del muro di separazione.

I dettagli del piano di Elkin non sono definitivi. Non è chiaro se vi sarà un solo consiglio regionale senza contiguità territoriale o due consigli regionali. Al momento, i residenti non hanno accettato di tenere elezioni per istituire il nuovo ente municipale e nei primi anni esso opererà sotto un’amministrazione nominata dal ministro dell’Interno.

Non ho dubbi che si debba sviluppare una collaborazione con la leadership locale, perché il piano possa avere successo”, ha detto Elkin. “Il loro interesse è cambiare le loro intollerabili condizioni di vita. Può volerci tempo, perché vi è grande diffidenza – ma non può andare peggio di così”, ha aggiunto. Elkin ha promesso un importante investimento governativo nei quartieri.

Elkin ha lavorato al suo piano per parecchi mesi. Quando il ministro dell’Educazione Naftali Bennett (di estrema destra, ndtr.) ha lanciato la sua proposta di modifica della Legge Fondamentale su Gerusalemme, Elkin ha temuto che, se il disegno di legge fosse passato nella sua attuale forma, avrebbe messo a rischio il suo piano – giacché la proposta di Bennett avrebbe impedito una futura divisione di Gerusalemme.

Per affrontare la questione, Elkin ha inserito una clausola ambigua nella proposta di legge di Bennett: essa renderebbe impossibile cedere qualsiasi parte di Gerusalemme all’ANP, ma la municipalità potrebbe essere divisa in enti locali israeliani più piccoli.

La maggior parte dei deputati che sostenevano la proposta di legge di Bennett non sapeva che stava votando una legge che avrebbe potuto comportare lo scorporo di parti della municipalità di Gerusalemme. Ma l’accettazione della clausola da parte di Bennett ha consentito alla coalizione di governo di sostenere la proposta e la legge è passata con il sostegno automatico della maggioranza della coalizione.

Elkin ha detto che la stesura del piano sarebbe stata completata a novembre e quindi presentata a Netanyahu. Se il primo ministro, che è a conoscenza dei dettagli del piano, lo sosterrà, potrà andare avanti rapidamente. Legalmente il piano non necessita di un passaggio parlamentare, ma solo di una decisione del ministro dell’Interno.

Questa idea non è facile da accettare né per la sinistra né per la destra”, ha aggiunto. “Ognuna delle parti vi può trovare dei vantaggi, ma anche dei rischi. E’ vero che se qualcuno vuole trasferire quest’area (all’amministrazione palestinese), sarà più facile farlo”, ha aggiunto.

Negli ambienti politici si ritiene che il maggior oppositore del piano sarà il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat, perché la municipalità perderà importanti finanziamenti se perde il controllo amministrativo di questi quartieri. Ci si aspetta che anche l’ANP si opporrà al piano, vedendolo come un tentativo di accrescere il numero degli ebrei a Gerusalemme.

Nel frattempo, la coalizione sta anche promuovendo un piano del deputato del Likud Yoav Kish, che prevedrebbe l’annessione in un unico contesto municipale – a livello comunale, non politico – dei residenti delle colonie che si trovano vicino alla capitale. Questo aggiungerebbe centinaia di migliaia di elettori ebrei alla municipalità di Gerusalemme e modificherebbe sulla carta l’equilibrio demografico della città.

Benché sia prevista nel programma della riunione di domenica del Comitato ministeriale per la legislazione, durante questa riunione non vi sarà votazione sulla proposta di legge. Secondo un importante membro della coalizione, il motivo è che la legge nell’attuale forma “provoca la pressione internazionale e contiene gravi problemi legali. Netanyahu non può permettersi di promuovere questa stesura della legge in questo momento.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Un nuovo rapporto fornisce dettagli sul “vasto e sistematico abuso” da parte di Israele su minori a Gerusalemme est

Sheren Khalel

25 ottobre 2017, MondoWeiss

Un nuovo rapporto stilato dalle associazioni israeliane per i diritti umani ‘HaMoked:Centro per la difesa delle persone’ e B’Tselem, con l’appoggio dell’Unione Europea, ha rivelato “un vasto, sistematico abuso da parte delle autorità israeliane” nei confronti di centinaia di ragazzi detenuti a Gerusalemme est occupata.

Il rapporto, intitolato ‘Senza protezione: la detenzione degli adolescenti palestinesi a Gerusalemme est’, è stato diffuso mercoledì e riporta in dettaglio una ricerca su 60 dichiarazioni giurate raccolte tra maggio 2015 e ottobre 2016.

Le associazioni hanno riscontrato diversi casi di abuso su minori in custodia della polizia israeliana.

I ragazzi palestinesi di Gerusalemme est vengono tirati giù dal letto nel mezzo della notte, ammanettati senza che ve ne fosse la necessità, interrogati senza aver avuto la possibilità di parlare con un avvocato o con i loro familiari prima dell’inizio dell’interrogatorio e senza essere informati del loro diritto a rimanere in silenzio”, hanno riscontrato le associazioni. “Vengono poi tenuti in condizioni durissime, trattenuti ripetutamente in custodia cautelare per ulteriori periodi di giorni e persino di settimane, anche dopo che il loro interrogatorio è terminato. In alcuni casi, a tutto ciò si accompagnano insulti o minacce verbali e violenze fisiche.”

Mentre il rapporto raccoglie casi di un anno fa, questi arresti di ragazzi continuano. Per esempio, il 23 ottobre le forze israeliane hanno fatto irruzione nel villaggio di Issawiya a Gerusalemme est durante incursioni notturne, provocando scontri tra i giovani del luogo e le forze israeliane armate di tutto punto.

Gli scontri non sono una novità per il conflittuale villaggio, situato vicino all’università ebraica di Israele e all’ospedale Hadassah, ma quel che in genere finisce magari con qualche arresto e ferimento, ha invece provocato fino a 51 palestinesi arrestati e portati via dalle forze israeliane – 27 dei quali tra i 15 e i 18 anni di età, secondo le informazioni del Comitato palestinese per le questioni dei prigionieri.

Il rapporto diffuso mercoledì dà un’idea di ciò che quei ragazzi potrebbero stare affrontando adesso.

I ragazzi si trovano soli in una situazione minacciosa e sconcertante, senza che nessuno spieghi loro di che cosa sono sospettati, quali siano i loro diritti, con chi possano comunicare, quanto durerà il processo e quando potranno tornare alle loro case e famiglie,” afferma il rapporto. “Fino a quando non vengono rilasciati, non hanno accanto nessun adulto di cui si possano fidare e i loro genitori sono tenuti lontani. Queste prassi di arresto ed interrogatorio lasciano libere le autorità di far pressione sui minori detenuti perché confessino le accuse.”

Andare contro il protocollo

Analizzando la legislazione ed il protocollo israeliani, le associazioni hanno scoperto che in questi casi le forze israeliane hanno spesso violato le loro stesse regole.

Per esempio, mentre la legge israeliana prevede che le forze di polizia arrestino i giovani solo in casi estremi, le testimonianze raccolte da B’Tselem e HaMoked dimostrano che solo nel 13% dei casi “la polizia non ha proceduto all’arresto”, per cui le associazioni hanno potuto stabilire che gli arresti sono “la prassi di azione prevalente” della polizia israeliana, quando ha a che fare con minori palestinesi nella Gerusalemme est occupata.

Inoltre, in base alla procedura israeliana, la contenzione fisica dei giovani “può essere utilizzata sui minori solo in casi eccezionali”; tuttavia, nei 60 casi esaminati dal rapporto, almeno l’81% dei minori è stato ammanettato prima di essere caricato su un veicolo della polizia, mentre il 70% è rimasto in manette durante gli interrogatori.

La legge israeliana vieta anche che, tranne che in circostanze eccezionali, i minori siano interrogati di notte, ma il 25% dei minori ha riferito di interrogatori notturni e il 91% è stato arrestato nel proprio letto nel mezzo della notte.

Il rapporto ha documentato che “anche se, almeno in alcuni casi, i poliziotti hanno aspettato fino al mattino per iniziare l’interrogatorio, i ragazzi vi sono giunti stanchi e spaventati dopo una notte insonne.”

I minori, arrestati nel loro letto nel mezzo della notte, hanno potuto contattare le loro famiglie solo “in rari casi”. Consentire la presenza dei genitori non è previsto dalla legge israeliana dopo un arresto ufficiale e, pur se la polizia ha la discrezionalità di concederla, al 95% dei minori presi in considerazione nel rapporto non è stata consentita la presenza di un genitore dopo l’arresto.

Il rapporto ha scoperto che solo il 70% dei minori ha compreso di avere il diritto di rimanere in silenzio, perché temevano che gli venisse fatto del male se non avessero risposto alle domande dei poliziotti.

Mentre il 70% di loro ha potuto parlare con un avvocato durante o prima degli interrogatori, B’Tselem e HaMoked hanno rilevato che in molti casi ai ragazzi è stato dato il telefono privato di chi li stava interrogando per parlare con l’avvocato e le conversazioni erano “inadeguate ed inutili perché i minori capissero i propri diritti e ciò a cui andavano incontro.”

Sarebbe ovvio che il sistema di applicazione della legge trattasse questi ragazzi in un modo consono alla loro età, che tenga conto della loro maturità fisica e psichica, riconoscendo che ogni atto potrebbe avere ripercussioni a lungo termine sugli stessi adolescenti e sulle loro famiglie”, spiega il rapporto. “Sarebbe ovvio che il sistema trattasse i ragazzi umanamente e correttamente e fornisse loro le protezioni fondamentali. Ma non è così.”

Secondo il rapporto, il 25% dei minori interrogati ha detto che è stata usata violenza su di loro, benché il rapporto non fornisca dettagli specifici su quale tipo di lesioni siano state provocate.

Inoltre, più della metà dei ragazzi ha detto che quelli che li interrogavano gli urlavano minacce e offese verbali. A quasi un quarto di loro non è stato permesso di andare in bagno e non è stato fornito cibo quando lo chiedevano.

Negare ai ragazzi cibo ed acqua è stato uno dei metodi principali per farli confessare, in quanto l’83% dei minori ha detto che una delle principali ragioni per cui ha firmato le confessioni è stato che aveva fame – l’80% delle dichiarazioni di confessione era in ebraico, per cui i ragazzi non potevano leggere ciò che stavano firmando.

Dietro gli arresti

Secondo l’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer, vi sono diverse importanti ragioni per cui le forze israeliane fanno la scelta di arrestare minori nella Gerusalemme est occupata, oltre al mantenimento della legge e dell’ordine.

Addameer ritiene che i soldati e i poliziotti israeliani prendano di mira i giovani per esercitare pressione sulle famiglie e le comunità, spingendole a “interrompere la mobilitazione sociale” contro l’occupazione. Inoltre Addameer ha rilevato che l’arresto dei ragazzi quando sono giovani potrebbe dissuaderli dal partecipare a scontri e lanci di pietre – l’accusa più comune sollevata contro i giovani. Infine, Addameer riferisce di aver raccolto testimonianze che suggeriscono che i minori vengono “sistematicamente” arrestati e sollecitati a “divenire informatori” e a “fornire informazioni sia su importanti personalità coinvolte nelle attività militanti, sia su altri ragazzi partecipanti alle manifestazioni.”

Il rapporto di B’Tselem e HaMoked conclude che la politica israeliana nei confronti dei minori di Gerusalemme est è una politica appositamente creata e utilizzata dallo Stato per far pressione sui palestinesi della città perché se ne vadano, trattando la popolazione come se fosse esclusa dal sistema.

Il regime israeliano di applicazione della legge tratta i palestinesi di Gerusalemme est come membri di una popolazione ostile, che sono tutti, minori ed adulti, presunti colpevoli fino a che non si provi la loro innocenza, e mette in atto contro di loro misure estreme che non oserebbe mai impiegare contro altri settori della popolazione”, continua il rapporto. “Il sistema della giustizia di Israele sta, per definizione, da un lato della barricata e i palestinesi dall’altro: i poliziotti, gli agenti carcerari, i procuratori e i giudici sono sempre cittadini israeliani che arrestano, interrogano, giudicano e imprigionano ragazzi palestinesi che vengono considerati come nemici pronti a nuocere agli interessi della società israeliana.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Come Israele vince la guerra mediatica

Rod Such

25 ottobre 2017,Electronic Intifada

Balcony Over Jerusalem: A Middle East Memoir” [“Un balcone su Gerusalemme: una memoria del Medio Oriente”], di John Lyons con Sylvie Le Clezio, HarperCollins (2017)

Di tutti i pilastri che permettono di tenere in piedi il particolare tipo di colonialismo di insediamento e di apartheid israeliani, uno dei principali rimane il ruolo dei mezzi di comunicazione occidentali nell’amplificare l’hasbara (propaganda) israeliana. Questo pilastro, tuttavia, sta iniziando ad incrinarsi.

In nessun altro luogo questo è più evidente che nelle riflessioni dell’illustre giornalista australiano John Lyons nel suo libro “Balcony Over Jerusalem” [“Un balcone su Gerusalemme”], un resoconto del soggiorno di lavoro in città suo e di sua moglie, la regista Sylvie Le Clezio, di sei anni, dal 2009 al 2015. Lyons vi si trovava come corrispondente per il Medio Oriente di “The Australian”, uno dei più importanti giornali del Paese.

C’è molto che vale la pena di notare in questo libro, ad esempio la dettagliata analisi di Lyons dei vari tentativi israeliani di “ingegneria sociale”. Ciò include il regime di permessi burocratici a vari livelli, inteso a reprimere la resistenza palestinese all’occupazione ed al continuo furto delle terre, sostenuto da zone militari chiuse e altri mezzi di confisca delle terre che rendono quasi insignificanti le stesse colonie della Cisgiordania.

Ma ciò che in ultima analisi risulta evidente in “Balcony Over Jerusalem” è l’esame che l’autore fa di come i mezzi di comunicazione dipingono Israele e di come il governo [israeliano] ed i gruppi di pressione che lo proteggono dal dover rendere conto [delle proprie azioni] tentano di intimidire i giornalisti e di distorcerne i reportage.

Una luna di miele presto finita”

Il titolo fa riferimento a un balcone dell’appartamento di Lyons e Le Clezio a Gerusalemme, che sovrastava la Gerusalemme est occupata e offriva una splendida vista sulla Città Vecchia, sulla Moschea di Omar, su quella di Al-Aqsa, sul Muro del Pianto, sul Monte degli Ulivi e sul deserto di Giudea. Lyons riconosce di aver cercato a lungo di essere inviato come corrispondente in Medio Oriente, fin da quando a metà degli anni ’90 aveva seguito la firma degli accordi di Oslo tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. I gruppi della lobby israeliana lo individuarono come una stella nascente dei media australiani e venne invitato a fare un viaggio in Israele, proprio come a quell’epoca il Sud Africa dell’apartheid corteggiò i corrispondenti occidentali.

Egli accettò uno di tali “viaggi di studio”, ma se ne andò con la sensazione di non aver visto entrambe le parti. Benché ammirasse molto Israele, era determinato a fare il suo lavoro come giornalista e a fornire informazioni equilibrate e accurate. Lyons venne invitato a cena da dirigenti della lobby israeliana in Australia prima di lasciare la sua patria per andare a Gerusalemme. Ma, come sottolinea, “la luna di miele finì presto”.

Per cominciare, c’era quel balcone: da là non poteva fare a meno di notare la casa di una famiglia palestinese vicina, i cui tre figli ogni mattina andavano a scuola a piedi.

Un giorno l’esercito israeliano demolì la casa, lasciando solo una scala. Lyons andò a trovare la famiglia e trovò il proprietario della casa che scopava i gradini. “E’ stata una delle cose più tristi che abbia mai visto,” scrive. “Un uomo distrutto che spazza la sua scala verso il nulla.”

Uno dei primi articoli di Lyons riguardava l’occupazione da parte di coloni armati della casa dell’agente di viaggio Nasser Jaber, che se n’era andato dalla sua casa nella Città Vecchia di Gerusalemme mentre era in fase di ristrutturazione. I coloni cambiarono le serrature e contestarono il reclamo di Jaber per la casa.

Il resoconto di Lyons sull’espulsione incorse nelle ire dell’“Australia/Israel & Jewish Affairs Council (AIJAC)” [“Consiglio delle Relazioni Australia/Israele ed Ebraiche”, ndt.], che iniziò una campagna contro i suoi direttori sostenendo che si trattava di un reportage non accurato. Subito dopo vi partecipò anche l’ambasciata israeliana in Australia.

I tentativi fallirono perché l’articolo di Lyons era inattaccabile. Ma in seguito un’anonima giornalista israeliana, fingendo di essere una reporter australiana, tentò di convincere Jaber a dire di essere stato citato in modo errato nell’articolo di Lyons. La stessa giornalista israeliana tentò anche di coinvolgere il programma televisivo australiano “Media Match” per screditare il resoconto di Lyons, ma senza rivelare la sua vera identità – un altro tentativo fallito. Alla fine la giornalista venne scoperta.

La conclusione di Lyons sul perché sia avvenuta questa campagna di “giochi sporchi” è rivelatrice: “Se un corrispondente estero scrive dei “palestinesi” come un gruppo generico non ci sono problemi. Ma se un giornalista da’ un nome a un palestinese – un’identità, un’aspirazione, una professione, una vita –, come ho fatto io, ciò può scatenare l’ira dei sostenitori di Israele.”

Acque intorbidite

Questo non è l’unico modo con cui Israele semina dubbi sulle rivendicazioni dei palestinesi. Una famiglia palestinese di Gerusalemme est raccontò che qualcuno aveva tagliato un ulivo nel suo giardino e scritto “price tag” [“prezzo da pagare”, nome di un gruppo di coloni estremisti e violenti, ndt.] in ebraico, un attacco frequente nel resto della Cisgiordania, ma, secondo Lyons, meno comune a Gerusalemme, e di conseguenza degno di attenzione per i media stranieri.

Lo Shin Bet, la polizia segreta israeliana, in breve tempo arrestò un adolescente membro della famiglia e cercò di obbligarlo a confessare di aver tagliato l’albero e di averlo mascherato come un attacco di “price tag”.

Lyons cominciò a riconoscere in questo “un modello, che ho iniziato a vedere, di come Israele confonde le acque. Era molto più difficile per i mezzi di comunicazione informare che “Price Tag” si stava diffondendo tra gli estremisti ebrei dal momento che un giovane palestinese era stato interrogato per il crimine.”

Guardando indietro, Lyons si rende conto che fu il fatto di aver informato su come Israele tratta i bambini palestinesi ad aver scatenato veramente le ire dell’esercito, soprattutto in seguito alla diffusione su una televisione australiana del suo documentario “Fredda giustizia di pietra”, prodotto da Le Clezio, all’inizio del 2014.

Un ufficiale dell’esercito israeliano incontrò Lyons per fargli sapere in termini espliciti che l’esercito, che secondo quanto affermò era estremamente sensibile alla copertura mediatica straniera, non era contento del suo reportage. In seguito Lyons si accorse di avere un minor accesso a ufficiali israeliani.

Lyons non fu l’unico corrispondente straniero a subire pressioni da Israele o dai gruppi della lobby di casa sua. Le sue interviste a inviati di “The New York Times”, “The Guardian” e dell’agenzia “France-Presse”, tra gli altri, rivelarono tutti tattiche simili, come fare pressione sui direttori di un reporter e sostenere presunti errori fattuali.

Significativamente, l’ex capo-redattore del “Times” a Gerusalemme Jodi Rudoren disse a Lyons che secondo lei l’occupazione israeliana della Cisgiordania assomigliava “molto all’apartheid”.

Oltretutto, disse a Lyons, “il problema dell’apartheid è più grave per come sono trattati gli arabo-israeliani,” in riferimento ai palestinesi cittadini di Israele. Eppure i lettori del “Times” non ebbero neanche una vaga idea di questa prospettiva durante gli anni in cui Rudoren fu corrispondente.

Lyons crede che attualmente Israele stia vincendo la guerra mediatica, nonostante una immagine all’estero in continuo peggioramento. Ma pensa che, con Internet e con i telefonini di facile accesso, Israele non possa più controllare il messaggio, un’opinione che è avvalorata quotidianamente dalle reti sociali, con post di palestinesi che patiscono la crudeltà dell’occupazione.

Le occupazioni militari sembrano brutte perché lo sono,” scrive Lyons. “La reputazione di Israele sanguinerà finché continuerà il suo controllo su un altro popolo.”

Egli avverte: “Un giorno la storia farà i conti con Israele.”

Rod Such è un ex editorialista delle enciclopedie “World Book” [enciclopedia in inglese edita negli USA, ndt.] ed “Encarta” [enciclopedia multimediale edita da Microsoft, ndt.]. Vive a Portland, in Oregon, ed è attivo nella campagna “Portland Libera dall’Occupazione”.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Rapporto OCHA del periodo 10 – 23 ottobre (due settimane)

In Cisgiordania, durante scontri, 38 palestinesi, di cui 24 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane.

La maggior parte dei feriti (30) sono stati registrati durante operazioni di ricerca-arresto compiute nelle seguenti località: Al Isawiya (vedi più avanti) e At Tur (quartieri di Gerusalemme Est), nei Campi profughi di Al Jalazun (Ramallah), Askar (Nablus), Ad Duhaisha (Betlemme) e nelle città di Al Bireh (Ramallah) e Qalqiliya. In quest’ultima località, i lacrimogeni sparati dalle forze israeliane durante gli scontri sono caduti all’interno dell’ospedale ed hanno causato gravi inalazioni di gas lacrimogeno a parecchi pazienti. Nella città di Nablus, altri sette palestinesi sono stati feriti negli scontri conseguenti all’ingresso di un gruppo israeliano in un sito religioso (Tomba di Giuseppe). Il 18 ottobre, al raccordo stradale di Gush Etzion (Betlemme), le forze israeliane hanno sparato e ferito un 19enne palestinese che, secondo fonti israeliane, aveva tentato di accoltellare un soldato.

Nel quartiere Al ‘Isawiya di Gerusalemme Est, in segno di protesta per le operazioni di polizia israeliane nelle vicinanze delle scuole è stato indetto uno sciopero di tre giorni (17-19 ottobre). A seguito di uno sciopero dichiarato dal Comitato dei genitori, in dieci scuole sono state sospese le lezioni, coinvolgendo 6.000 studenti. Le ricorrenti operazioni di ricerca-arresto condotte in questo quartiere hanno causato scontri in prossimità delle scuole, provocando lesioni e stati di ansia tra i ragazzi. Durante il periodo di riferimento, il numero più alto di operazioni di ricerca-arresto (13) condotte in singole località del governatorato di Gerusalemme è stato registrato proprio nel quartiere di Al ‘Isawiya.

Altri sei palestinesi, tra cui tre minori, sono stati colpiti e feriti dalle forze israeliane nella Striscia di Gaza, durante due proteste nei pressi della recinzione perimetrale. In almeno 16 casi, le forze israeliane, per far rispettare le restrizioni di accesso ai terreni lungo la recinzione ed alle aree di pesca, hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori; non vi sono stati feriti. In uno di questi casi, quattro pescatori sono stati costretti a nuotare verso le imbarcazioni israeliane, dove sono stati trattenuti per breve tempo; una delle loro barche da pesca è stata sequestrata; in un altro caso una barca da pesca è stata distrutta da un missile sparato dalla marina israeliana.

Il 18 ottobre le autorità israeliane hanno provvisoriamente esteso da sei a nove miglia marine la zona di pesca consentita lungo la costa meridionale di Gaza; il provvedimento coincide con la stagione di pesca delle sardine e sarà valido fino alla fine di dicembre. Lungo la costa settentrionale di Gaza permane invece il divieto di accesso alle zone di pesca oltre le sei miglia marine. La precedente analoga estensione era stata autorizzata nel maggio-giugno 2017.

In diverse località della Cisgiordania la raccolta delle olive è stata sconvolta dalla violenza di coloni: due agricoltori sono stati aggrediti fisicamente e feriti, 550 alberi sono stati vandalizzati e diverse tonnellate di raccolto sono state rubate. Dei nove episodi documentati otto si sono verificati in aree prossime agli insediamenti colonici; aree il cui accesso, da parte palestinese, è limitato dalle autorità israeliane. Le comunità colpite includono: Yanun, Qaryut e Burin (Nablus), Far’ata e Jit (Qalqiliya), Al Janiya e Al Mughayyir (Ramallah), Al Khadr (Betlemme). Sono stati inoltre segnalati alcuni episodi di lancio di pietre ad opera di coloni contro agricoltori palestinesi. Per i palestinesi la stagione della raccolta delle olive, che si svolge ogni anno tra ottobre e novembre, è un evento con una elevata valenza economica, sociale e culturale.

Anche nell’area chiusa dietro la Barriera (“Seam Zone”) del Governatorato di Salfit, la raccolta delle olive è stata resa problematica dai prolungati ritardi nell’apertura delle porte agricole. In quest’area, almeno 170 agricoltori (metà donne e bambini) sono stati direttamente danneggiati dalla conseguente riduzione del tempo, già limitato, a loro disposizione per effettuare la raccolta. Per attraversare una di queste porte, gli agricoltori devono avere un permesso speciale, difficile da ottenere; tale permesso viene rilasciato dalle autorità israeliane ed è subordinato a controlli relativi alla proprietà dei terreni e alla sicurezza.

In Area C e Gerusalemme Est, per la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 20 strutture in nove comunità palestinesi, sfollando 60 persone, di cui 35 minori, e compromettendo i mezzi di sostentamento di altre 40. Due degli episodi si sono verificati nelle comunità palestinesi di Massafer Yatta (Hebron), all’interno di un’area chiusa dall’esercito israeliano per espletarvi “esercitazioni a fuoco” (“firing zone 918”). Questi episodi aggravano il contesto coercitivo e creano pressione sui residenti per l’abbandono della zona. Tre delle strutture colpite erano state fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni; tra queste un riparo residenziale, una cisterna per l’acqua ed un ricovero per animali. Sale a 99, dall’inizio del 2017, il totale delle strutture finanziate da donatori e successivamente distrutte o sequestrate. Nelle città di Nablus e Ramallah (Area A)* le forze israeliane hanno anche chiuso, con ordinanza militare, quattro radio ed hanno sequestrato computer e attrezzature, a quanto riferito, per “attività di istigazione”.

* [In base agli Accordi di Oslo (1993-95) l’Area A è sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese. È costituita dal 18.2% del territorio ed è abitata dal 55% della popolazione palestinese; include le principali città]

Cinque palestinesi, di cui quattro minori, sono stati fisicamente aggrediti e feriti da coloni israeliani in due distinti episodi registrati nella zona (H2) della città di Hebron, controllata da Israele, e nella Città Vecchia di Gerusalemme. In quest’ultima località sono state anche danneggiate proprietà palestinesi: una caffetteria, una motocicletta, porte, finestrini e parabrezza di tre veicoli parcheggiati e sono state scassate le serrature di una decina di negozi, compromettendo così i mezzi di sostentamento di oltre 30 persone.

Secondo i rapporti dei media israeliani, due israeliani, uno dei quali minore, sono stati feriti e diversi veicoli sono stati danneggiati dal lancio di pietre da parte di palestinesi. Gli episodi si sono verificati nella Città Vecchia di Gerusalemme, nei pressi del villaggio di Shuqba (Ramallah) e nella zona H2 della città di Hebron. Dopo l’ultimo episodio, le forze israeliane hanno dichiarato l’area chiusa per motivi militari, hanno chiuso, per quattro ore, uno dei checkpoint di accesso alla zona ed hanno condotto un’operazione di ricerca. Inoltre, a causa del lancio di pietre da parte palestinese, ha riportato danni la metropolitana leggera in transito nel quartiere di Shu’fat (Gerusalemme Est).

Durante periodo di riferimento, il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Nel corso del 2017 il valico è stato parzialmente aperto per soli 29 giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrati e in attesa di attraversare.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

traduzione di

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

þ




I giorni del patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme sono contati?

Ahmad Melhem

23 ottobre 2017,Al-Monitor

Sintesi dell’articolo

La comunità greco-ortodossa in Palestina e in Giordania è in aperta rivolta contro il patriarca Theophilos III per la vendita di terre della chiesa a Israele e a israeliani.

Ramallah, Cisgiordania – I rapporti tra il patriarca Theophilos III di Gerusalemme e di tutta la Palestina e la comunità greco-ortodossa nei territori palestinesi e in Giordania sono più che mai vicini a trasformarsi in guerra aperta. Theophilos, che ha assunto la direzione della chiesa nel 2005, ha presieduto la chiesa mentre una serie di accordi sono stati raggiunti per la vendita o l’affitto di proprietà ecclesiastiche ad Israele, a singoli cittadini e a investitori israeliani. Come stabilito dalla legge giordana n° 27 (1958), il patriarca è responsabile della gestione di tutte le donazioni della chiesa. La chiesa ha proprietà in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, a Gaza e in Israele. Membri della comunità greco-ortodossa scontenti si sono organizzati contro Theophilos nel tentativo di cacciarlo e per spingere le autorità giordane e palestinesi a ritirargli il proprio riconoscimento.

Il 13 ottobre Haaretz ha informato che sei dunam [0,6 ettari, ndt.] di terra su cui si trovano decine di negozi attorno alla Torre dell’Orologio di Giaffa, così come 430 dunam [43 ettari, ndt.] a Cesarea, compresi gran parte del parco nazionale e dell’anfiteatro di Cesarea e un anfiteatro romano, sono stati venduti a imprese straniere anonime. La terra di Cesarea era stata affittata ad Israele, che non è stato informato della vendita. Ciò ha fatto seguito ad un accordo per vendere 500 dunam [50 ettari, ndt.] di terra nei quartieri di Talbiya e Rehavia a Gerusalemme est. Contratti precedenti erano stati raggiunti a Gerusalemme est e in Cisgiordania, anche per terreni nei pressi del monastero di “Mar Elias” a Betlemme.

Il movimento di opposizione – guidato dal “Consiglio Centrale Ortodosso Arabo” e dalla “Gioventù Ortodossa Araba” – ha ricevuto un importante impulso con la partecipazione di fazioni politiche e personalità palestinesi e giordane nella “Conferenza Nazionale in Appoggio alla Causa Arabo-Ortodossa in Palestina”, durata un giorno. I più di 200 partecipanti hanno confermato la propria opposizione al fatto che il patriarcato sia rappresentato da Theophilos, hanno chiesto le sue dimissioni e che venga processato per il suo ruolo nella vendita di terre della chiesa. La conferenza, che si è tenuta il 1° ottobre a Betlemme, ha incluso la partecipazione di Mahmoud al-Aloul, vice presidente e membro del comitato centrale di Fatah; Mustafa al-Barghouti, segretario generale di “Palestinian National Initiative” [“Iniziativa Nazionale Palestinese”, gruppo politico alternativo sia a Fatah che ad Hamas, favorevole alla resistenza non violenta contro l’occupazione, ndt.]; Qais Abdul Karim, vice segretario generale di Democratic Front for the Liberation of Palestine (DFLP) e un certo numero di dirigenti del Popular Front for the Liberation of Palestine (PFLP) [rispettivamente “Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina” e “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”, due gruppi storici della resistenza armata marxista, in cui dirigenti e militanti di origine cristiana sono numerosi, ndt.].

La conferenza si è conclusa con i partecipanti che hanno emesso 14 decisioni e raccomandazioni, compresa “la dichiarazione del caso della chiesa greco-ortodossa come problema strategico nazionale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), simile ai problemi di Gerusalemme e dei rifugiati” e “il ritiro del riconoscimento del patriarca come primo passo verso la destituzione dalla sua posizione, la sua imputazione, il rifiuto della sua partecipazione a qualunque cerimonia religiosa e l’individuazione di lui e dei suoi fedeli come esclusi dal contesto nazionale.” La conferenza ha formato un comitato di 17 membri delle fazioni politiche palestinesi e giordane, del consiglio greco-ortodosso e del movimento giovanile greco-ortodosso perché metta in pratica le decisioni della conferenza a livello politico, giudiziario e popolare.

Alif Sabbagh, portavoce della conferenza nazionale e del movimento di opposizione greco-ortodosso, ha detto ad Al-Monitor: “La conferenza è la prima di questo genere. E’ riuscita a radunare le forze palestinesi e giordane in appoggio al movimento greco-ortodosso e ad aggiungere il problema delle proprietà ecclesiastiche all’agenda dell’OLP perché è considerato di importanza nazionale piuttosto che religiosa.”

Aghlab Khoury, un attivista della “Gioventù greco-ortodossa”, ha detto ad Al-Monitor: “Questa conferenza intendeva principalmente revocare la legittimità popolare del patriarca e considerarlo persona non grata in base ai sentimenti nazionali di palestinesi e giordani. Un altro importante risultato è stato la richiesta alle autorità giordane e palestinesi di ritirare il riconoscimento ufficiale al patriarca Theophilos III e di impegnarsi con le istituzioni greco-ortodosse nel mondo per smascherarlo.” In un comunicato stampa del 4 ottobre il Consiglio Ortodosso Libanese, guidato da Robert al-Abiad, ha espresso “la propria solidarietà ed il proprio appoggio ad ogni decisione e raccomandazione emessa dalla conferenza nazionale.” Il consiglio ha anche condannato “la vendita di terra santa su cui ha camminato Gesù Cristo.”

Khoury ha inoltre sottolineato: “Il comitato che è scaturito dalla conferenza ha il compito di organizzare un incontro con il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas e con il re Abdullah II di Giordania per trasmettere loro tutte le decisioni della conferenza e per chiedere loro di ritirare la fiducia al patriarca.” Nel contempo il movimento di opposizione greco-ortodosso farà pressione sui dirigenti politici palestinesi e giordani per realizzare le richieste della conferenza.

Khoury ha rilevato: “Il prossimo futuro assisterà a un intenso movimento per tenere incontri e colloqui con le istituzioni locali in modo che offrano il proprio appoggio al boicottaggio del patriarca e facciano pressione sulle autorità politiche perché rispondano alla richiesta popolare di rimuoverlo dalla sua posizione.”

Dopo aver partecipato alla conferenza, Abd al-Karim, del DFLP, ha detto ad Al-Monitor: “Il movimento (di opposizione) non si limita più alla congregazione ortodossa, in quanto le proprietà della chiesa non sono solo di questa fede religiosa, ma sono parte di una causa nazionale più complessiva per conservare la proprietà (palestinese) della terra.” Ha aggiunto: “La raccomandazione della conferenza di non collaborare con il patriarca e le sue richieste che le autorità importanti, cioè Palestina e Giordania, ritirino il proprio riconoscimento al patriarca saranno aggiunte all’agenda del Comitato Esecutivo dell’OLP. Il comitato studierà questi punti e si consulterà con la Giordania per emanare una decisione comune che possa essere messa in pratica.”

Il movimento di opposizione greco-ortodosso ha già presentato una denuncia al procuratore generale dell’ANP Ahmad Barrak per rendere legalmente responsabile Theophilos. La legge n° 27 stabilisce la gestione delle proprietà ecclesiastiche da parte del patriarca, ma non cita il suo diritto di vendere o affittare le terre della chiesa. Secondo Sabbagh la denuncia, firmata da 309 persone e presentata il 30 agosto, chiede che Barrak indaghi su Theophilos per il suo coinvolgimento nel consegnare la terra della chiesa a israeliani. Ha aggiunto: “Presenteremo anche una denuncia contro il patriarca alla procura generale giordana, e solleveremo la questione della mancanza di trasparenza del patriarca nella gestione della terra della chiesa e della sua corruzione amministrativa e finanziaria.”

L’opposizione greco-ortodossa sta progettando di rafforzare le succitate attività organizzando manifestazioni e proteste contro Theophilos. Tali eventi arriveranno fino a Natale e si intensificheranno durante le feste, quando i contestatori tenteranno di impedirgli di entrare nelle chiese in Cisgiordania e in Israele.

Il movimento ha tenuto la sua prima protesta l’8 ottobre nel villaggio arabo di Reineh, in Israele. Personalità religiose cristiane e politiche, compreso il membro della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] Jamal Zahalka, hanno partecipato alla manifestazione, così come attivisti politici di Balad (Assemblea Democratica Nazionale) [gruppo politico della sinistra marxista israelo-palestinese, ndt.], del Movimento Islamico [gruppo politico israelo-palestinese di ispirazione islamica, ndt.] e del PFLP. Quel giorno i manifestanti hanno cercato di impedire al patriarca di entrare in una chiesa del villaggio. L’esercito israeliano è intervenuto per proteggere la sua incolumità.

Il movimento di base contro il patriarca deve continuare e raggiungere il suo acme durante il Natale, quando non permetteremo al patriarca di mettere piede nella chiesa della Natività,” afferma Sabbagh. “Esporremo la bandiera palestinese sulla chiesa della Natività e sulle chiese greco-ortodosse sotto sovranità palestinese al posto delle bandiere greche.” Sabbagh ha anche evidenziato: “Nelle precedenti celebrazioni del Natale abbiamo consentito l’ingresso in chiesa del patriarca in seguito all’intromissione del presidente Abbas, ma quest’anno non accetteremo nessun intervento. Come congregazione religiosa ortodossa, appoggiata da forze palestinesi, impediremo al patriarca di entrare in chiesa.”

Ahmad Melhem è un giornalista e fotografo palestinese per Al-Watan News [giornale in arabo edito in Oman, ndt.] con sede a Ramallah. Scrive per una serie di giornali arabi.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La sorveglianza sui palestinesi e la lotta per i diritti digitali

Nadim Nashif

23 ottobre 2017, Al-Shabaka

Sintesi

La sorveglianza sui palestinesi è sempre stata parte integrante del progetto coloniale israeliano. Prima della creazione dello Stato di Israele, squadre del gruppo paramilitare sionista Haganah percorrevano i villaggi e le città palestinesi, raccogliendo informazioni sui residenti. Questo controllo sulle vite dei palestinesi è continuato dopo l’occupazione israeliana delle Alture del Golan, della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, nel 1967. Gli strumenti utilizzati comprendevano registri della popolazione, carte di identificazione, rilevamenti catastali, torri di controllo, incarcerazione e tortura.

Benché queste tecniche di controllo poco sofisticate siano ancora oggi in uso, una vasta gamma di nuove tecnologie, come il monitoraggio e l’intercettazione per telefono e via internet, la CCTV [televisione a circuito chiuso, ndt.] e la banca dati biometrici, ha messo in grado Israele di sorvegliare la popolazione sotto occupazione su scala massiccia e pervasiva. Israele utilizza in particolare i social media per monitorare ciò che i singoli palestinesi dicono e fanno e per raccogliere ed analizzare informazioni sui comportamenti della popolazione palestinese in generale.

In questo documento Nadim Nashif discute l’uso da parte di Israele dei social media come strumento di controllo dei palestinesi. (1) Prende in esame le tattiche israeliane e gli altri ostacoli digitali ai diritti dei palestinesi, inclusa la parzialità di Facebook a favore di Israele attraverso la censura e la mancanza di trasparenza, nonché la nuova legge sui crimini informatici dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Nashif conclude fornendo suggerimenti su come i palestinesi possono contrapporsi all’uso dei social media per la sorveglianza e proteggere i propri diritti informatici.

I social media come ambito di sorveglianza

L’esplosione di rabbia palestinese iniziata nell’ ottobre 2015 in risposta alle incursioni israeliane alla Moschea di Al-Aqsa ha rappresentato una nuova sfida per l’apparato di sicurezza israeliano. Storicamente, gli individui affiliati ai bracci militari delle fazioni palestinesi, come Fatah, Hamas e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, hanno condotto attacchi ai quali Israele ha risposto con la violenza, la distruzione e le punizioni collettive. Per esempio, Israele ha scatenato le sue ultime tre guerre nella Striscia di Gaza, nel 2009, 2012 e 2014, con il pretesto di fermare i lanci di razzi da parte di Hamas.

Questa volta, tuttavia, sono stati adolescenti palestinesi, molti dei quali non appartengono ad alcuna fazione politica o ala militare palestinese, a sferrare gli attacchi. Il governo israeliano ha accusato i social media per questa nuova tendenza e l’intelligence militare israeliana ha rafforzato il monitoraggio degli account dei social media palestinesi. In seguito a ciò, Israele ha arrestato 800 palestinesi a causa dei loro post sui social media, soprattutto su Facebook, la piattaforma più seguita dai palestinesi.

All’inizio di quest’anno Haaretz ha rivelato che questi arresti sono il risultato di un metodo poliziesco basato su algoritmi che creano profili di quelli che Israele vede come probabili attentatori palestinesi. Il programma monitora decine di migliaia di account Facebook di giovani palestinesi, cercando termini come shaheed (martire), Stato sionista, Al Quds (Gerusalemme) o Al Aqsa. Ricerca anche account che postano foto di palestinesi recentemente uccisi o imprigionati da Israele. Il sistema identifica quindi i “sospetti” basandosi su un possibile atto di violenza, piuttosto che su un attacco reale – o almeno su un piano per realizzare un attacco.[vedi zeitun.info]

Ogni profilo Facebook segnalato come sospetto dal sistema è un potenziale bersaglio di un arresto e la principale accusa di Israele alle persone arrestate è “incitamento alla violenza”. Poiché l’incitamento è definito in modo vago, il termine include tutte le forme di resistenza alle politiche ed alle pratiche israeliane. La “popolarità”, o il livello di influenza che una persona esercita sui social media, è un fattore che conta nella decisione di Israele di sporgere denuncia contro i palestinesi accusati di incitamento. Per esempio, più alto è il numero di ‘like’, di commenti e di condivisioni che ha un’utenza, maggiore è la possibilità che le persone vengano denunciate – e più lunga e pesante sarà la condanna.

L’intelligence israeliana inoltre crea falsi account Facebook per tracciare e ottenere accesso a profili Facebook per poter comunicare con palestinesi e ricavare informazioni private che altrimenti essi non condividerebbero. Nell’ottobre 2015, per esempio, parecchi attivisti palestinesi hanno riferito di aver ricevuto messaggi da account Facebook con nomi arabi e fotografie di bandiere palestinesi, che chiedevano i nomi dei palestinesi che partecipano alle proteste.

Inoltre Israele si introduce negli account Facebook per accedere ad informazioni private, come l’orientamento sessuale, le condizioni di salute e mentali e lo status coniugale e finanziario. Un veterano dell’Unità 8200, un corpo d’elite dell’intelligence dell’esercito israeliano, spesso paragonato all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale USA, ha testimoniato che questo materiale viene raccolto come mezzo di pressione. “Ogni informazione che possa consentire di ricattare una persona è considerata un’informazione rilevante”, ha detto. “ Sia che tale individuo abbia un certo orientamento sessuale, tradisca sua moglie o necessiti di cure in Israele o in Cisgiordania – è un bersaglio per essere ricattato.” L’intelligence israeliana ha preso di mira soprattutto palestinesi omosessuali, minacciando di pubblicare le loro foto intime per costringerli a collaborare con Israele.

Una simile intrusione nella vita privata dei palestinesi è resa possibile dal fatto che Israele occupa e controlla l’intera infrastruttura delle telecomunicazioni usata dalle compagnie e dai gestori del servizio di internet palestinesi. La mancanza di qualunque limitazione legale o etica sul punto fino al quale Israele può spingersi nella sorveglianza sui palestinesi nel 2014 ha addirittura portato 43 veterani dell’Unità 8200 ad inviare una lettera al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per contestare “il continuo controllo di milioni di persone ed un’intrusione profondamente invasiva in quasi tutti gli ambiti della vita.”

Il complesso militare industriale del Paese è uno strumento ancor più pervasivo per il controllo digitale sui palestinesi. Israele produce ed esporta un’enorme quantità di tecnologie di sicurezza militare e cibernetica. Secondo un rapporto del 2016 di ‘Privacy International’, una Ong che indaga sui controlli da parte del governo e sulle imprese che lo consentono, Israele è la sede di 27 imprese di sorveglianza – il più alto numero pro capite di tutti i Paesi del mondo. Nel 2014 le esportazioni israeliane di tecnologie di sicurezza informatica e di sorveglianza all’estero, come il monitoraggio di telefoni e internet, hanno superato le esportazioni di armamenti. Queste tecnologie sono state vendute a regimi autoritari e repressivi in Colombia, Kazakhstan, Messico, Sud Sudan, Emirati Arabi Uniti e Uzbekistan, tra gli altri.             

Ambigui legami tra l’esercito israeliano ed il settore tecnologico rafforzano l’importanza del Paese nell’industria della sorveglianza. I veterani dell’Unità 8200 hanno fondato alcune delle principali compagnie israeliane di sicurezza informatica, come le imprese Mer e NSO. I veterani trasferiscono le loro competenze militari e di intelligence sviluppate nell’unità di elite al settore privato, dove non ci sono ostacoli legali relativamente alla sovrapposizione tra industria militare e di sorveglianza.

Facebook: neutrale o di parte?

Facebook si pubblicizza come una piattaforma aperta, al servizio di tutti. Il fondatore e amministratore delegato di Facebook, Mark Zuckerberg, ha detto recentemente: “Lavoro ogni giorno per unire le persone e creare una comunità per tutti. Speriamo di dare voce a tutto il popolo e di creare una piattaforma per tutte le idee.”

Gli affari del gigante dei social media con Israele mettono in discussione tale affermazione. Mentre Facebook ha dei chiari protocolli e meccanismi per le richieste da parte di governi di rimuovere contenuti, e addirittura pubblica un rapporto biennale delle richieste dei governi, l’azienda viene spesso criticata per la sua mancanza di trasparenza e le sue decisioni arbitrarie. Un’inchiesta del Guardian ha rivelato le norme riservate di Facebook per limitare argomenti relativi a violenze, discorsi di odio, terrorismo e razzismo – norme che dimostrano la sua parzialità a favore di Israele.

Per esempio, Facebook segnala i sionisti come “gruppo globalmente protetto”, il che significa che i contenuti che li attaccano devono essere rimossi. Un’altra regola spiega che “le persone non devono elogiare, sostenere o raffigurare un membro…di un’organizzazione terrorista, o di qualunque organizzazione che abbia lo scopo principale di intimidire una popolazione, un governo, o di usare violenza per resistere all’occupazione di uno Stato riconosciuto a livello internazionale.” Di conseguenza, Facebook ha censurato attivisti e giornalisti in territori oggetto di disputa, come Palestina, Kashmir, Crimea e Sahara occidentale. Secondo rapporti dei media, Facebook ha rivisto la definizione di terrorismo per includervi l’uso di violenza premeditata da parte di organizzazioni non governative “allo scopo di raggiungere un obiettivo politico, religioso o ideologico.” In ogni caso, la definizione permette di punire coloro che resistono all’occupazione e all’oppressione, mentre non include il terrorismo di Stato e la violenza inflitti ai palestinesi da parte di Israele.

Inoltre nel 2016 la ministra della Giustizia Ayelet Shaked ed il ministro della Pubblica Sicurezza Gilad Erdan hanno annunciato un accordo tra Israele e Facebook per creare delle squadre di monitoraggio e rimozione dei contenuti “che favoriscono l’incitamento [alla violenza]”.

Il direttore politico di Facebook, Simon Milner, nega l’esistenza di qualunque accordo speciale tra il suo datore di lavoro e Israele. Ha anche ribadito che tutti gli utenti di Facebook sono soggetti alle stesse politiche per la comunità di utilizzatori. Tuttavia un recente rapporto di Adalah [organizzazione per i diritti umani e centro legale per i diritti degli arabi in Israele, ndtr.] rivela che fin dalla seconda metà del 2015 l’ufficio del procuratore generale di Israele ha gestito un’unità informatica in collaborazione con Facebook e Twitter, per rimuovere contenuti online. Il resoconto finale annuale del 2016 dell’unità si fa vanto di aver trattato 2.241 casi e rimosso il contenuto in 1.554 di essi.

La collaborazione tra Israele e Facebook è dovuta probabilmente a molteplici ragioni. Anzitutto Israele ha una fiorente industria di alta tecnologia e rappresenta un lucroso mercato per Facebook. In secondo luogo, l’ufficio di Facebook a Tel Aviv rende la compagnia più soggetta all’influenza dei decisori israeliani. La nomina di Jordana Cutler, da lungo tempo principale consigliera di Netanyahu, a capo della politica e comunicazione di Facebook nell’ufficio israeliano è un caso emblematico.

Terzo, forse Facebook teme azioni legali. Nel 2015 un’organizzazione filoisraeliana, ‘Shurat HaDin-Israel Law Center’, ha intentato una causa contro Facebook negli Stati Uniti a nome di 20.000 querelanti israeliani, che accusavano la compagnia di “incitamento ed incoraggiamento alla violenza contro gli israeliani.” Il timore di Facebook di un’azione legale è espresso in un documento interno, che è trapelato, relativo ad un contenuto negazionista dell’Olocausto. Il documento spiega che Facebook semplicemente nasconderà o rimuoverà tale contenuto in quattro Paesi – Austria, Francia, Germania e Israele – per evitare cause legali.

Infine, benché Facebook neghi ogni discriminazione tra palestinesi ed israeliani, gli utenti palestinesi raccontano una storia diversa. Per esempio, poco dopo che una delegazione di Facebook aveva incontrato rappresentanti del governo israeliano nel settembre 2016, gli attivisti palestinesi hanno documentato interruzioni degli account personali su Facebook di giornalisti e di organizzazioni di informazione. Gli account di quattro giornalisti dell’agenzia di notizie palestinese Shehab e di tre giornalisti della rete Al Quds News sono stati chiusi. In seguito a proteste online e campagne con gli hashtag #FBCensorsPalestine e #FacebookCensorsPalestine, Facebook si è scusata per l’interruzione, spiegando che si era trattato di un errore.

La nuova legge sui crimini informatici dell’Autorità Nazionale Palestinese

Non è soltanto Israele a reprimere gli utenti palestinesi dei social media: lo fa anche l’ANP, per cassare opinioni politiche sfavorevoli o critiche verso la leadership palestinese. Tuttavia c’è una differenza fondamentale tra la portata del controllo digitale israeliano e le violazioni della libertà di espressione online da parte dell’ANP. Mentre il controllo digitale globale di Israele fa di ogni palestinese un sospetto ed un bersaglio, l’ANP utilizza le informazioni condivise pubblicamente per prendere di mira il dissenso politico.

L’ANP ha recentemente approvato una legge che limita ancor di più la libertà dei palestinesi di esprimersi online. La controversa legge sui crimini informatici è stata firmata dal Presidente palestinese Mahmoud Abbas il 24 giugno 2017, senza alcuna consultazione pubblica con le organizzazioni della società civile palestinese o con i gestori dei servizi internet. E’ stata pubblicata con decreto presidenziale due settimane dopo la firma ed è entrata immediatamente in vigore.

Il pretesto della nuova legge è quello di combattere i reati informatici come l’estorsione per motivi sessuali, la frode fiscale e il furto di identità. Però l’utilizzo di termini vaghi come “armonia sociale”, “modalità pubbliche”, “sicurezza dello Stato” e “ordine pubblico” indica che la legge ha scopi differenti, in particolare eliminare la libertà di espressione online e reprimere ogni critica politica. Essa rende gli utenti palestinesi di internet, specialmente gli attivisti e i giornalisti, passibili di incriminazione da parte dell’ANP, che può interpretare le disposizioni della legge come vuole.

I primi due casi intentati in base alla legge rivelano il suo scopo. In entrambi è stato utilizzato l’art. 20, che stabilisce che ogni utente di internet che possiede o gestisce un sito web che pubblica “notizie che mettono a rischio la sicurezza dello Stato, il suo ordine pubblico, o la sicurezza interna o esterna” può essere arrestato per un anno o multato fino a circa 1.400 dollari. Nel primo caso sono stati arrestati sei giornalisti palestinesi che lavorano per organi di stampa legati ad Hamas in Cisgiordania. Nel secondo caso, i servizi di sicurezza preventiva dell’ANP hanno arrestato Issa Amro, importante difensore dei diritti umani ed attivista politico nonviolento palestinese di Hebron, che aveva protestato con un post su Facebook per l’arresto da parte dell’ANP di un giornalista.

La legge è in netto contrasto con la legge fondamentale di tutela della privacy e della libertà di espressione. Conferisce alle istituzioni dello Stato un ampio potere di monitoraggio, raccolta e conservazione di dati relativi alle attività online di palestinesi nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), e di fornire, su loro richiesta, tali informazioni alle autorità preposte all’applicazione della legge. Anche i gestori privati del servizio internet sono obbligati a cooperare con le agenzie di sicurezza raccogliendo, conservando e condividendo i dati informativi sugli utenti per almeno 3 anni, oltre che bloccando qualunque sito web su ordine della magistratura.

L’applicabilità della legge si estende oltre i confini legali dei territori controllati dall’ANP e consente di perseguire palestinesi che vivono all’estero. Ciò costituisce una reale minaccia per gli attivisti politici palestinesi che vivono all’estero, ma che hanno una notevole influenza sui social media in patria. Comunque la legge non specifica se le autorità possano tentare di ottenere l’estradizione di palestinesi che risiedono all’estero per aver commesso un crimine informatico.

Contrastare il controllo digitale

Mentre la violazione dei diritti digitali dei palestinesi è un caso unico, data l’occupazione militare israeliana, la lotta per questi diritti è globale. I governi, le organizzazioni della società civile, le agenzie di social media e gli utenti di internet hanno tutti un ruolo importante nella protezione della libertà di espressione online e della privacy dal controllo e dalla censura dello Stato.

In Palestina l’ANP deve revocare immediatamente la legge sui crimini informatici. Per adempiere meglio allo scopo che esplicitamente si propone – combattere il crimine informatico – l’ANP dovrebbe consultare le organizzazioni della società civile ed altri importanti attori coinvolti per assicurarsi che ogni legge collegata all’informatica riduca effettivamente i crimini informatici senza violare i diritti politici dei palestinesi e le libertà pubbliche. Invece di reprimere i palestinesi per aver espresso le proprie opinioni politiche, l’ANP dovrebbe cercare di proteggere il suo popolo dagli arresti e dalle incriminazioni da parte di Israele con accuse senza fondamento di incitamento e terrorismo.

I diritti digitali, che sono parte del complesso dei diritti umani, sono un concetto relativamente nuovo nei Territori Palestinesi Occupati. Le organizzazioni palestinesi della società civile hanno la responsabilità di creare consapevolezza circa questi diritti, soprattutto riguardo alla sicurezza digitale. Proteggere gli account di un individuo e mantenere tali le informazioni private dovrebbe essere una priorità, soprattutto per giornalisti ed attivisti. Questo è particolarmente vero nel contesto di un’occupazione in cui l’occupante dispone di potenti capacità di controllo e controlla tutta l’infrastruttura delle telecomunicazioni.

La società civile palestinese ed i media devono anche smascherare e mobilitarsi contro le immorali pratiche di sorveglianza israeliane, la censura e la repressione della libertà di espressione dei palestinesi. Campagne online cresciute dal basso, come #FBCensorsPalestine e #FacebookCensorsPalestine, si sono dimostrate efficaci nell’attaccare le violazioni dei diritti digitali delle aziende di social media, dovute a prese di posizione faziose, nonostante le dichiarazioni di neutralità. I palestinesi hanno anche bisogno di coalizzarsi con organizzazioni internazionali per i diritti digitali, che possono aiutare a fare pressione sulle aziende di social media e sul governo israeliano perché interrompano le violazioni.

Note:

  1. Questo scritto si basa su una tavola rotonda organizzata nel maggio 2017 da Al-Shabaka e dalla Fondazione Heinrich Boell a Ramallah, in collaborazione con “7amleh: Centro arabo per lo sviluppo dei social media”. Le opinioni espresse in questo scritto sono dell’autore e non riflettono necessariamente l’opinione della Fondazione Heinrich Boell

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Il blocco della Cisgiordania e di Gaza dura da 26 anni

 

Amira Hass,

16 ottobre 2017 Haaretz

 

Quando Israele annuncia una chiusura dei territori occupati, crea la falsa impressione che i palestinesi normalmente abbiano libertà di movimento – cosa che non avviene dal gennaio 1991.

Alcuni articoli pubblicati su Haaretz prima della festa di Sukkot (festa del pellegrinaggio, una delle più importanti festività ebraiche, che dura 8 giorni tra settembre e ottobre, ndtr.) mi hanno ricordato la grande distanza tra il 21 di Schocken Street (gli uffici di Haaretz) e Qalandya, Nablus o Jayyous. Mi hanno ricordato (ancora e ancora) quanto malamente io abbia fallito nei miei tentativi di descrivere, spiegare ed illustrare la politica israeliana di restrizione della libertà di movimento. Poiché ho scritto migliaia di pagine sulla politica di chiusura nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania fin da quando è stata istituita nel gennaio 1991, riconosco la mia personale responsabilità sulla questione.

Parecchi miei colleghi di Haaretz (anche in un editoriale) hanno giustamente criticato l’ordine della leadership politica e militare israeliana di vietare l’uscita dei palestinesi dalla Cisgiordania durante l’intera festa di Sukkot. I giornalisti hanno sottolineato la crudeltà di recare danno alla vita di decine di migliaia di lavoratori con una punizione collettiva, con un blocco.

Ma questi articoli hanno creato la falsa impressione che i checkpoint siano normalmente aperti per tutti e, di conseguenza, giustificano in qualche modo il termine usato dall’apparato militare – “attraversamenti”, come se fossero valichi di frontiera tra due Stati uguali e sovrani.

Dalle critiche contenute negli articoli sembra che, proprio come l’israeliano medio può salire su un autobus o su una macchina e viaggiare verso est in qualunque giorno della settimana ed a qualunque ora, un comune palestinese possa analogamente imboccare le stesse superstrade di lusso e dirigersi ad ovest. Verso il mare. O a Gerusalemme. Dalla sua famiglia in Galilea; a sua scelta, per quasi tutti i giorni e a qualunque ora, tranne durante lo Shabbat [festa ebraica del riposo che avviene di sabato ndt] e i giorni di festività.

Ripetiamolo ancora una volta: il blocco non è mai stato tolto da quando venne imposto alla popolazione nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania (esclusa Gerusalemme est) il 15 gennaio 1991. Come potremmo definirlo oggi, più di 26 anni dopo? Il blocco è il ripristino della Linea Verde (confine de facto dello stato di Israele fino al 1967, ndtr.) – ma solo in una direzione e per un solo popolo. E’ inesistente per gli ebrei, ma esiste sicuramente per i palestinesi (insieme al suo nuovo rafforzamento, la barriera di separazione in Cisgiordania).

A volte il blocco è meno rigido; a volte di più. In altri termini, a volte parecchi palestinesi ottengono permessi di ingresso in Israele, a volte pochi, o nessuno del tutto, o quasi nessuno (a Gaza). Ma è sempre una minoranza di palestinesi a cui Israele concede i permessi – soprattutto perché alcuni settori dell’economia israeliana (in particolare quello dell’agricoltura e dell’edilizia, e anche il servizio di sicurezza dello Shin Bet) hanno bisogno di loro.

Per quasi due decenni, e per propri calcoli politici interni, Israele ha rispettato il diritto dei palestinesi alla libertà di movimento – con poche eccezioni – e loro entravano in Israele e viaggiavano tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania senza dover chiedere un permesso a tempo limitato.

Ma dal 1991 Israele ha negato il diritto alla libertà di movimento a tutti i palestinesi in queste aree, con poche eccezioni, in base a criteri e quote che stabilisce e modifica come gli conviene.

Il gennaio 1991 è storia antica per molti lettori e soggetti interessati, alcuni dei quali sono addirittura nati dopo quella data. Ma per tutti i palestinesi che hanno più di 42 anni, il gennaio 1991 è una delle tante date che segnano un altro arretramento e un altro cambiamento in negativo nelle loro vite.

Nella storiografia della nostra dominazione sui palestinesi, il 15 gennaio 1991 dovrebbe essere studiato come una pietra miliare (non la prima né l’unica) dell’apartheid israeliano. Un Paese che va dal mare (Mediterraneo) al fiume (Giordano), due popoli, un governo la cui politica determina le vite di entrambi i popoli; il diritto democratico di eleggere un governo è garantito ad un solo popolo e a parte del secondo. Questo è risaputo. Due sistemi giuridici separati; due sistemi di infrastrutture separati e ineguali – uno potenziato per un popolo, uno sgangherato e deteriorato per l’altro.

E non meno importante: libertà di movimento per un popolo; diversi gradi di restrizione del movimento, fino alla totale assenza di libertà di muoversi, per l’altro. Il mare? Gerusalemme? Gli amici che vivono in Galilea? Sono tutti lontani da Qalqilyah (cittadina palestinese in Cisgiordania, ndtr.) come la luna – e non solo durante la festa di Sukkot.

E’ importante anche la tecnica di come è stato in realtà attuato il blocco. Un cambiamento drastico non accade mai all’improvviso, non è mai dichiarato pubblicamente. Viene sempre presentato come una reazione – non come un’iniziativa. (Gli israeliani vedono il blocco come un mezzo per impedire gli attacchi suicidi , ignorando appositamente che è iniziato molto prima che quelli cominciassero.

Dal 1991 la negazione della libertà di movimento è solo diventata più tecnologicamente sofisticata: strade separate, checkpoint e metodi di perquisizione più umilianti e dispendiosi di tempo; costanti identificazioni biometriche; un sistema infrastrutturale che consente il ripristino dei checkpoint intorno alle enclave della Cisgiordania e le mantiene separate tra di loro. La gradualità calcolata e la mancata comunicazione preventiva di questa politica e dei suoi obbiettivi, la chiusura interna delle enclave palestinesi circondate dall’area C (sotto il controllo israeliano, ndtr.) – tutto questo normalizza la situazione.

Il blocco (come elemento fondamentale dell’apartheid) è percepito come lo stato naturale e permanente, la situazione standard di cui la popolazione non si accorge più. Ecco perché un peggioramento temporaneo della situazione, annunciato anticipatamente, desta attenzione o rilevanza.

Comunque, io non sono un tipo megalomane, quindi non assumo tutta la responsabilità sulle mie spalle. L’incapacità delle parole di descrivere e spiegare a fondo i tanti aspetti della dominazione israeliana sui palestinesi è un fenomeno sociologico e psicologico, che non è attribuibile all’impotenza di uno o due scrittori. Le parole non pervengono – anche per coloro che si oppongono al blocco – in tutto il loro significato, perché è dura vivere costantemente con la consapevolezza e la comprensione che abbiamo creato un regime di oscurità per i non ebrei; che il nostro demone che pianifica di peggiorare le cose è abilissimo e che noi viviamo benissimo accanto agli orrori che abbiamo creato.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)