Tre palestinesi sono stati uccisi negli scontri per Al-Aqsa a Gerusalemme e in Cisgiordania

Ma’an News , 21 luglio 2017

Betlemme (Ma’an) – Secondo informazioni raccolte da Ma’an, venerdì tre palestinesi sarebbero stati colpiti ed uccisi durante scontri nella Gerusalemme est e nella Cisgiordania occupate, nel corso di incidenti su vasta scala nei territori palestinesi occupati in seguito a nuove misure di sicurezza presso il complesso della moschea di Al-Aqsa.

Le morti sono avvenute venerdì durante grandi manifestazioni a Gerusalemme est per denunciare le nuove misure israeliane per la sicurezza nei pressi della moschea di Al-Aqsa in seguito all’attacco mortale della scorsa settimana.

Le forze israeliane hanno represso violentemente le proteste a Gerusalemme est, così come altre marce in solidarietà nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza sotto assedio, mentre la Mezzaluna Rossa palestinese ha detto a Ma’an che venerdì almeno 193 palestinesi sono rimasti feriti a Gerusalemme est e in Cisgiordania.

Secondo le informazioni in possesso di Ma’an, nel 2017 49 palestinesi, 14 dei quali nel solo mese di luglio, sono stati uccisi dagli israeliani.

Un palestinese sarebbe stato ucciso da un colono israeliano a Ras al-Amoud

Fonti mediche hanno detto a Ma’an che un adolescente palestinese è stato ucciso durante scontri nel quartiere di Ras al-Amoud a Gerusalemme est, mentre testimoni affermano che il giovane è stato ammazzato da un colono israeliano.

Il giovane è stato identificato come il diciottenne Muhammad Mahmoud Sharaf, del quartiere di Silwan.

Testimoni affermano che Sharaf è stato colpito al collo da un colono israeliano ed è poi morto in seguito alle ferite.

Subito dopo la sua morte i familiari in lutto hanno fatto il funerale di Sharaf, per paura che le autorità israeliane confiscassero il suo corpo, mentre i partecipanti scandivano slogan sul giovane e su Al-Aqsa.

Nel contempo un altro palestinese, identificato da fonti mediche come Muhammad Abu Ghanam, è morto in seguito a ferite nell’ospedale al-Makassed dopo essere stato colpito dalle forze di polizia israeliane durante scontri nel quartiere di al-Tur a Gerusalemme.

Testimoni hanno affermato che venerdì sera forze israeliane hanno fatto irruzione nell’ospedale cercando di arrestare palestinesi feriti durante gli scontri.

Un giornalista di Ma’an presente sul posto ha detto che si è tenuto rapidamente anche il funerale di Abu Ghanam, in quanto palestinesi sono stati filmati mentre trasportavano il suo corpo oltre un muro che circonda l’ospedale al-Makassed, per evitare che le forze israeliane se ne impossessassero.

Testimoni affermano che le forze israeliane hanno sparato bombe assordanti nel cimitero di al-Tur durante il funerale. Persone del posto hanno detto a Ma’an che Abu Ghanam aveva vent’anni, era un abitante di al-Tur ed era al secondo anno di studi presso l’università di Birzeit.

Palestinese colpito ed ucciso durante la manifestazione ad Abu Dis.

Nel pomeriggio di venerdì il ministro palestinese della Sanità ha detto che un palestinese è deceduto in seguito a ferite in un ospedale di Ramallah dopo essere stato colpito al petto dalle forze israeliane durante una manifestazione nel villaggio di Abu Dis, nel distretto di Gerusalemme, in Cisgiordania.

Il palestinese ucciso è stato identificato da fonti locali come il diciassettenne Muhammad Mahmoud Khalaf, mentre secondo altre fonti si tratterebbe di Muhammad Lafi.

Venerdì sera il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP) ha emesso un comunicato in cui celebra Muhammad Khalaf come un “eroico martire” che è morto “per appoggiare Al-Aqsa e in rifiuto delle politiche vigliacche e razziste dell’occupazione (israeliana).”

Il FDLP aggiunge che Khalaf e la sua famiglia sono militanti del movimento di sinistra, e che il giovane aveva di recente superato i suoi esami di maturità e dirigeva il comitato studentesco nell’istituto arabo di Abu Dis.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Senza precedenti e incendiario: perché il boicottaggio di Al-Aqsa è importante

Richard Silverstein – 21 luglio 2017, Middle East Eye

Le nuove misure di sicurezza sull’Haram al-Sharif violano gli accordi tra Giordania ed Israele, non evitano la ripetizione dell’ultimo attacco di venerdì e alimentano ulteriormente l’odio.

Lo scorso venerdì tre palestinesi con cittadinanza israeliana della città settentrionale di Umm al Fahm hanno attaccato poliziotti fuori dall’Haram al-Sharif [la Spianata delle Moschee, ndt.], il terzo luogo più sacro per l’Islam (noto agli ebrei israeliani come il “Monte del Tempio”).

Negli ultimi anni Israele ha imposto una serie di misure che restringono l’accesso dei musulmani al luogo, mentre periodicamente ha anche incrementato aggressioni armate da parte di poliziotti contro la moschea di Al-Aqsa e i fedeli che vi si trovavano.

Queste violazioni della sacralità dei luoghi hanno fatto infuriare i musulmani in tutto il mondo, ma soprattutto i palestinesi, sia in Israele che in Cisgiordania. Molte delle continue violenze degli attacchi di ‘lupi solitari’ contro bersagli israeliani, che hanno lasciato circa 50 israeliani e 250 palestinesi uccisi, sono state motivate da sdegno religioso contro la condotta di Israele.

L’attacco di venerdì è stato il più audace in tempi recenti. Tre membri di un clan locale, tutti denominati Muhammad Jabareen, sono riusciti a far passare armi all’interno della città santa di Gerusalemme, poi le hanno recuperate ed hanno sparato contro la polizia. Hanno ucciso due poliziotti drusi israeliani e ne hanno leggermente ferito un altro.

Come è tipico di queste situazioni, lo Shin Bet ha imposto un ordine restrittivo delle informazioni su alcuni aspetti del caso. Ha rifiutato di dire il nome degli aggressori, benché avesse le loro carte d’identità e sapesse chi erano. Ho pubblicato i loro nomi e foto delle carte d’identità con l’aiuto di fonti riservate della sicurezza israeliana. In seguito la misura restrittiva è stata tolta.

Dopo aver attaccato la polizia, gli uomini armati sono fuggiti all’interno dell’Haram al Sharif, dove le forze di sicurezza israeliane li hanno inseguiti ed uccisi. Un video girato da palestinesi mostra uno degli aggressori a terra disarmato. Dopo essersi alzato ed aver tentato di scappare, viene abbattuto da una scarica di proiettili.

E’ normale che in simili circostanze le forze israeliane uccidano gli attaccanti indipendentemente dal fatto che siano armati o che abbiano causato danno ad altri. Il metodo di esecuzione è a volte definito il “colpo di grazia”. Una volta che un palestinese ha ucciso o ferito un israeliano in questi attacchi, la sua vita è considerata nella maggioranza dei casi persa.

Tante accuse, nessuna responsabilità

In altri Paesi, dopo una minaccia grave alla sicurezza, le autorità prenderebbero approfonditamente in esame le circostanze che hanno consentito che avvenisse l’incidente, una assunzione di responsabilità che l’opinione pubblica pretenderebbe a gran voce.

Mentre i responsabili israeliani della sicurezza potrebbero aver condotto questa analisi, pochi hanno messo in discussione come lo Shin Bet [servizio di intelligence interno, ndt.] e la polizia abbiano permesso a tre uomini armati di lanciare un attacco così sanguinoso. Invece questi due organi si sono impegnati in una guerra tra loro, additandosi per incolparsi l’un l’altro. Nel frattempo nessuno si è assunto la responsabilità concreta.

La principale discussione riguarda se i metal detector, che sono stati installati immediatamente dopo l’attacco, avrebbero dovuto essere stati usati prima, e se avrebbero evitato l’aggressione.

Tuttavia non c’è una tale sicurezza, salvo che la polizia israeliana voglia obbligare ogni palestinese che entra da ogni porta della Città Vecchia a sottomettersi a simili controlli. Ciò richiederebbe la militarizzazione totale di una delle più sacre città al mondo e il posizionamento di decine, se non centinaia, di metal detector. Ciò significherebbe lunghe file per chi desidera entrarvi, anche per i turisti che alimentano una parte importante dell’economia locale.

I poliziotti e gli aggressori

L’identità etnica sia dei poliziotti morti che dei loro assassini è di particolare importanza. I poliziotti erano drusi israeliani. La loro religione è una derivazione dell’islam, ma sono sempre stati considerati una minoranza e a volte perseguitati.

Dalla fondazione di Israele nel 1948, lo Stato ha coltivato relazioni di amicizia con i drusi ed essi in cambio hanno servito nell’esercito israeliano, a differenza del resto dei musulmani palestinesi, che rifiutano il servizio militare.

Anche se ciò sta cambiando negli ultimi anni, i drusi sono visti come ancora più aggressivi del soldato ebreo israeliano medio. I soldati drusi sono stati coinvolti in molte uccisioni controverse di civili disarmati a Gaza ed altrove.

I rapporti tra i drusi e gli ebrei israeliani sembrano seguire un tipico modello coloniale, in cui il potere dominante cerca di dividere la popolazione nativa maggioritaria favorendo una singola tribù minoritaria a danno del resto. In altre parole, divide et impera.

Gli sparatori erano, come ho detto, di una città del nord di Israele. Umm al Fahm è un focolaio a sostegno della sezione settentrionale del Movimento Islamico, guidato dal leader musulmano, l’ imam Raed Salah. E’ anche la sua città natale. E’ stato più volte arrestato per aver incitato alla resistenza contro la gestione israeliana dei luoghi santi musulmani di Gerusalemme.

Negli ultimi anni la maggior parte degli attacchi palestinesi contro israeliani sono stati perpetrati da persone che vivevano a Gerusalemme, nei dintorni o in Cisgiordania. Relativamente pochi di questi attacchi hanno coinvolto palestinesi con cittadinanza israeliana, che sono in genere considerati una popolazione più leale e “affidabile” di quella fuori da Israele (in Cisgiordania e a Gaza).

Con questa rivolta, che ora coinvolge la minoranza palestinese israeliana, Israele entra in un periodo ancora più teso ed instabile di quello che ha affrontato in passato.

Resistenza alla repressione

La risposta ufficiale israeliana all’attacco è stata pronta e pesante. Tutta la Haram al-Sharif è stata chiusa per la prima volta da quando un cristiano evangelico australiano con problemi mentali tentò di iniziare una guerra santa facendo saltare in aria la moschea di Al-Aqsa nel 1969.

Andando persino oltre, le forze di sicurezza hanno chiuso tutta la Città Santa con molteplici posti di controllo destinati ad evitare che chiunque entrasse nella parte palestinese della all’interno delle mura. Mercanti con i negozi nel suk sono stati minacciati con pesanti sanzioni se li avessero tenuti aperti. Anche questa è stata un’iniziativa senza precedenti.

Mentre Israele l’ha presentato come un tentativo di impedire ai palestinesi di mettere in atto proteste di massa che avrebbero potuto portare a una nuova “Intifada”, ciò ha colpito i palestinesi come una forma di punizione collettiva per l’attacco contro la polizia israeliana. Simili azioni sono una violazione delle Convenzioni di Ginevra, a cui in simili circostanze Israele spesso attribuisce scarso valore.

Lunedì Israele ha riaperto l’Haram al-Sharif e in parte la Città Vecchia, benché la maggior parte delle porte nella zona siano rimaste chiuse. Ma ci sono stati cambiamenti radicali nelle procedure della sicurezza. Personale della sicurezza ha installato metal detector e videosorveglianza in modo unilaterale. Questa è stata una violazione del cosiddetto status quo, a cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha falsamente detto che Israele si stava attenendo.

In base a queste regole, qualunque cambiamento dei luoghi sacri deve essere accettato sia dalle autorità giordane (che sono i custodi dei luoghi musulmani) che israeliane. Ma Israele ha messo in pratica questi cambiamenti senza alcuna consultazione.

Se i britannici reprimessero i cattolici

Il risultato è stato un prolungato boicottaggio musulmano al luogo sacro. Nei tre giorni successivi i fedeli hanno pregato appena fuori dai nuovi metal detector installati, rifiutando di sottoporsi a questo atto avvilente. I musulmani vedono questo come una dissacrazione dello status sacro del luogo e un insulto alla loro fede.

Immaginate se i britannici, che hanno quella anglicana come religione di Stato, decidessero che i fedeli cattolici rappresentano una minaccia alla sicurezza nazionale e imponessero metal detector, videocamere e una massiccia presenza della polizia fuori dalla principale cattedrale cattolica. Ci sarebbe sicuramente una rivolta di massa, non solo tra i cattolici ma probabilmente anche tra gli anglicani.

La classe politica israeliana tratta il problema palestinese in modo schizofrenico. Rifiutano di vedere gli interessi dei palestinesi come parte dei più complessivi interessi israeliani. Essi si dividono in due classi diverse: gli interessi degli ebrei israeliani che sono di primaria importanza e tutto il resto che è isolato e secondario.

E’ così che Netanyahu, di fronte a una gravissima crisi di fiducia tra la minoranza palestinese-israeliana, può ignorare la questione e iniziare un viaggio di cinque giorni nelle capitali centro-europee (tra cui Budapest e Varsavia), i cui governi appoggiano massicciamente il suo programma islamofobo e contro i rifugiati.

I media israeliani vedono il viaggio come un disperato tentativo di uscire dal peso di un crescente scandalo che coinvolge la corruzione legata all’acquisto di sottomarini nucleari tedeschi per 10 miliardi di dollari.

Nessuno suggerisce che Netanyahu dovrebbe posticipare il suo viaggio per affrontare la crisi di Gerusalemme. Non c’è neppure un ripensamento nelle sue valutazioni politiche, nonostante il primo ministro in difficoltà abbia appena annunciato che avrebbe ridotto di un giorno la sua visita.

– Richard Silverstein scrive sul blog Tikun Olam, dedicato a denunciare gli eccessi dello Stato della sicurezza nazionale israeliano. Il suo lavoro appare su “Haaretz”, su “Forward”,” sul “Seattle Times” e sul “Los Angeles Times”. Ha contribuito alla raccolta di saggi dedicata alla guerra del Libano del 2006 “Tempo di denunciare apertamente” (Verso) e ha un altro saggio nella raccolta che sta per uscire: “Israele e Palestina: prospettive di statualità alternative” (Rowman & Littlefield).

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA periodo 4 – 17 luglio ( due settimane)

Il 14 luglio, nella Città Vecchia di Gerusalemme, presso uno degli ingressi del Complesso Haram Ash Sharif / Monte del Tempio, tre palestinesi, cittadini di Israele, hanno sparato e ucciso due poliziotti israeliani; sono stati a loro volta uccisi nel successivo scontro a fuoco all’interno del Complesso.

Nell’episodio è rimasto ferito un altro poliziotto. I corpi degli attentatori sono stati trattenuti dalle autorità israeliane. Sono stati segnalati altri due speronamenti con auto contro soldati israeliani: il 9 luglio, all’entrata del villaggio di Tuqu’ (Betlemme) e il 17 luglio, nella zona H2 della città di Hebron. Il primo – che, a quanto riferito, ha comportato anche un tentativo di accoltellamento – si è concluso con il ferimento di un soldato israeliano e l’uccisione dell’aggressore, un palestinese di 23 anni; mentre il secondo si è concluso con il ferimento e l’arresto dell’attentatore.

Le misure adottate dalle autorità israeliane dopo l’attacco a Gerusalemme Est hanno provocato tensioni e scontri. Le forze israeliane hanno fatto irruzione nel Complesso Haram Ash Sharif / Monte del Tempio, secondo quanto riferito, alla ricerca di armi. Per la prima volta dal 1969, il Complesso è stato chiuso totalmente, anche per la preghiera del venerdì. Tutti gli ingressi alla Città Vecchia di Gerusalemme sono stati ugualmente bloccati, salvo che per i residenti. Il Complesso è stato riaperto il 16 luglio, a seguito dell’installazione, in alcune porte del Complesso, di metal-detector per il controllo della sicurezza. Le autorità palestinesi e il Muslim Waqf [fondazione pia che cura i luoghi religiosi musulmani] hanno protestato contro questa misura e hanno invitato la popolazione a non entrare nel Complesso fino a quando i metal-detector non verranno rimossi. Nella Città Vecchia ed in altre zone di Gerusalemme Est (in primo luogo Silwan) sono stati registrati numerosi alterchi e scontri tra palestinesi e forze israeliane che hanno portato al ferimento di 58 palestinesi e di tre poliziotti israeliani.

Quattro palestinesi, compreso un minore, sono stati uccisi con armi da fuoco dalle forze israeliane durante tre distinte operazioni di ricerca-arresto. Due dei morti, un 21enne ed un 17enne, sono stati uccisi il 12 luglio durante un’operazione di ricerca-arresto nel Campo Profughi di Jenin: secondo fonti israeliane, i due sono stati implicati in uno scontro a fuoco. Un 18enne è stato ucciso il 14 luglio nel Campo Profughi di Ad Duheisha (Betlemme), durante scontri con lancio di pietre contro le forze israeliane. L’altro morto, un uomo di 34 anni, è stato ucciso il 15 luglio nel villaggio di An Nabi Saleh (Ramallah), secondo quanto riferito, dopo essersi opposto all’arresto. Secondo le autorità israeliane, poche ore prima l’uomo era stato coinvolto in una sparatoria e, prima di essere colpito dai soldati, aveva estratto una pistola artigianale.

Il 7 luglio, un bimbo palestinese di un anno è morto per le lesioni riportate il 19 maggio 2017, a seguito di una grave inalazione di gas lacrimogeno. Durante l’episodio, verificatosi all’ingresso principale del villaggio di ‘Abud (Ramallah), le forze israeliane avevano sparato, verso i palestinesi che tiravano pietre, bombolette di gas lacrimogeno, una delle quali era caduta all’interno della casa del bambino.

Complessivamente, nei Territori palestinesi occupati, durante diversi scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane 102 palestinesi, di cui nove minori. Trenta dei ferimenti, tutti causati da armi da fuoco, sono avvenuti durante scontri scoppiati dopo operazioni di ricerca-arresto (incluse quelle sopra citate). Le lesioni restanti, in gran parte dovute a proiettili di gomma e ad inalazione di gas lacrimogeno, sono state registrate presso la recinzione perimetrale nella Striscia di Gaza durante proteste e scontri ad esse correlati, durante la manifestazione settimanale a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e nel corso dei già citati scontri verificatisi a Gerusalemme Est. Uno di questi ultimi scontri, in Silwan, ha anche causato il ferimento, per inalazione di gas lacrimogeno, di tre coloni israeliani residenti nella zona.

Il 17 luglio, la polizia israeliana è entrata nell’ospedale Al Maqased a Gerusalemme Est e vi si è fermata per una notte alla ricerca di un paziente: un 19enne palestinese ferito con arma da fuoco lo stesso giorno, durante scontri verificatisi in città, nel quartiere Silwan. La polizia ha lasciato l’ospedale il giorno successivo, dopo che il padre del ferito si era impegnato a consegnarlo alla polizia israeliana all’atto della dimissione dall’ospedale.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, in almeno dieci occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento o diretto, causando il ferimento di due pescatori palestinesi. In altri due casi, le forze israeliane hanno effettuato livellamenti del terreno e scavi all’interno di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale.

Nella Striscia di Gaza, nel contesto della precarietà delle fonti di approvvigionamento energetico, le interruzioni di elettricità continuano per 18-20 ore al giorno, con grave impatto sull’erogazione dei servizi e sui mezzi di sussistenza. A causa del malfunzionamento delle linee di alimentazione, l’approvvigionamento di energia elettrica dall’Egitto è rimasto bloccato durante la maggior parte del periodo di riferimento, mentre la Centrale Elettrica di Gaza, avendo esaurito le riserve di combustibile, è stata ferma per un giorno. Più di 108 milioni di litri di acque reflue, quasi totalmente non trattate a causa delle carenze di elettricità e di combustibile, vengono scaricate in mare ogni giorno. Secondo l’ultimo test condotto dal Dipartimento di Qualità dell’Acqua di Gaza, il 73% delle spiagge di Gaza sono contaminate, presentando alti rischi per l’ambiente e per la salute pubblica. A causa della contaminazione del mare, le autorità israeliane hanno emesso un divieto di balneazione in alcune spiagge del sud di Israele.

In Gerusalemme Est e in Area C, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito 23 strutture palestinesi, sfollando 15 persone e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 96. Sedici delle strutture colpite si trovavano a Gerusalemme Est; sale così a 94 il numero totale di strutture demolite dall’inizio del 2017, contro le 85 demolite nello stesso periodo del 2016. Le altre sette strutture demolite in Area C erano nelle comunità di Khirbet Tell Al Himma, nella Valle del Giordano, e di Wadi Abu Hindi e Al Muntar, nel governatorato di Gerusalemme.

Nello stesso contesto, le autorità israeliane hanno rilasciato almeno 13 ordini di blocco lavori e demolizione nei confronti di 13 strutture finanziate da donatori e fornite come assistenza umanitaria a comunità palestinesi dell’Area C. Esse comprendevano 12 strutture residenziali in Jinba, una comunità nella zona di Massafer Yatta di Hebron, ed una scuola primaria in ‘Arab ar Ramadin al Janubi, nell’area chiusa dietro la Barriera (Qalqiliya) [è un’area inglobata da Israele tramite la costruzione della Barriera all’interno del territorio della Cisgiordania]. Inoltre, sono stati emessi otto ordini contro una parte di rete elettrica nel villaggio di Jayyus (Qalqiliya) e contro 7 strutture in Jabal al Baba (Gerusalemme).

A quanto riferito, due palestinesi sono stati feriti e 40 alberi di proprietà palestinese sono stati incendiati in tre distinti episodi di cui sono stati protagonisti coloni israeliani. Nella zona H2 (a controllo israeliano) della città di Hebron e nei pressi del villaggio di Kifl Haris (Salfit), coloni israeliani hanno fisicamente aggredito e ferito due palestinesi. Agricoltori del villaggio di Burin (Nablus) hanno riferito che 40 alberi di proprietà palestinese sono stati incendiati da coloni israeliani di Yitzhar o di attigui insediamenti avamposti [gli insediamenti avanposti sono formalmente illegali anche per la legge israeliana]. Dall’inizio del 2017, almeno 1.400 alberi, soprattutto nella zona di Nablus, sono stati vandalizzati da coloni; nell’intero 2016 furono 361.

Media israeliani hanno riportato cinque episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani nei pressi di Betlemme, Hebron e Ramallah; in almeno uno degli episodi ci sono stati danni a veicoli.

Il Valico di Rafah, controllato dall’Egitto, durante il periodo di riferimento è rimasto eccezionalmente aperto, ma solo per l’ingresso di combustibile, soprattutto per la Centrale Elettrica, mentre è rimasto chiuso al transito delle persone. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. L’ultima volta in cui il valico venne aperto al transito di persone fu il 9 maggio. Nel 2017, fino ad ora, il valico è stato aperto per 16 giorni.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Secondo i resoconti dei media, il 18 luglio, al raccordo stradale di Beit ‘Enoun (Hebron), un palestinese ha guidato il suo veicolo contro un gruppo di soldati israeliani, ferendone due: è stato colpito ed ucciso dalle forze israeliane.

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Lieberman: neanche un solo rifugiato palestinese tornerà nella sua terra in Israele

23 giugno 2017,Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – In un discorso tenuto alla conferenza di Herzliya in Israele, in cui si discutono [periodicamente] le politiche nazionali del Paese, il ministro della Difesa di estrema destra Avigdor Lieberman ha negato la possibilità, per i palestinesi profughi dalla Palestina storica su cui è stato costruito Israele, di ritornare alle loro terre all’interno dei confini del 1967, diritto sancito dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

Non accetteremo il ritorno anche di un solo rifugiato all’interno dei confini del ‘67”, avrebbe detto Lieberman. “Non ci sarà mai più un altro primo ministro che faccia proposte ai palestinesi come ha fatto Ehud Olmert”, ha aggiunto, riferendosi ad una proposta di pace del 2008 avanzata dall’ex primo ministro.

Il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi è una delle principali richieste tra i palestinesi e i loro dirigenti. Essa rappresenta anche un potente legame simbolico con le loro terre e case da cui furono espulsi, in quanto molti palestinesi possiedono ancora le chiavi originali delle loro case occupate dallo Stato di Israele 69 anni fa.

Secondo i media israeliani, Lieberman ha anche detto che una conclusione del decennale conflitto israelo-palestinese “non risolverà i problemi – li peggiorerà”, ed ha sottolineato che Israele dovrebbe anzitutto “raggiungere un accordo regionale con gli Stati sunniti moderati e solo in seguito un accordo con i palestinesi.”

Ha poi messo in discussione anche la legittimità della presenza dei cittadini palestinesi al parlamento israeliano, la Knesset, evidenziando che il blocco politico ‘Lista Unita’ – che rappresenta nella Knesset partiti guidati da cittadini palestinesi di Israele – ha rifiutato di aderire alle ideologie sioniste.

L’unico luogo che non vogliono lasciare è Israele. Perché? Perché stanno bene qui”, ha detto, riferendosi ai palestinesi cittadini di Israele, che costituiscono circa il 20% della popolazione, le cui famiglie vivevano nelle terre della Palestina storica prima della creazione dello Stato di Israele.

Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese (PCBS), il 66% dei palestinesi che viveva nella Palestina del mandato britannico nel 1948 fu espulso dalla Palestina storica e scacciato dalle proprie case e terre durante il processo di creazione dello Stato di Israele, evento a cui i palestinesi si riferiscono come Nakba, o catastrofe.

Riguardo a Gaza, Lieberman avrebbe detto “Non credo che abbiamo bisogno di parlarne. Non finirà presto”, dopo aver definito la tremenda situazione nel territorio palestinese sotto assedio una “crisi interna ai palestinesi”, facendo eco alle dichiarazioni dell’ambasciatore USA alle Nazioni Unite Nikki Haley, che ha attribuito tutta la colpa della tragica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza assediata ad Hamas, ed assolto Israele da ogni responsabilità per la perdurante crisi.

Lieberman ha anche accusato il presidente palestinese Mahmoud Abbas di cercare di spingere Hamas alla guerra contro Israele esacerbando la crisi a Gaza con il taglio dei pagamenti da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per l’elettricità fornita a Gaza da Israele.

Abbas sta per incrementare i tagli e presto interromperà i pagamenti dei salari a Gaza ed il rifornimento di carburante alla Striscia, nell’ambito di una strategia su due fronti: colpire Hamas e spingerlo alla guerra con Israele”, avrebbe detto.

Le dichiarazioni di Lieberman sono state rilasciate nel bel mezzo di un tentativo di ripresa del processo di pace tra israeliani e palestinesi da parte del destrorso Presidente USA Donald Trump.

Recentemente, mercoledì sera, nella città di Ramallah nella Cisgiordania occupata si è tenuto un incontro tra Abbas ed il genero e principale consigliere di Trump, Jared Kushner, per discutere di una ripresa dei colloqui di pace con Israele.

In quell’occasione il membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, Wasel Abu Yousif , in una dichiarazione ha detto che rilanciare un processo politico richiede certi requisiti basati sul diritto internazionale: deve essere fissato un limite di tempo per porre fine alla cinquantennale occupazione israeliana dei territori palestinesi, per stabilire uno Stato palestinese lungo i confini del 1967 con capitale Gerusalemme est, e i rifugiati palestinesi devono avere garanzia del diritto al ritorno alle case ed ai villaggi da cui sono stati espulsi.

Tuttavia i dirigenti israeliani sono stati espliciti nel respingere le pretese dell’ANP su Gerusalemme est, che è stata ufficialmente annessa da Israele nel 1980, e hanno ripetutamente proclamato la loro opposizione al ritorno dei rifugiati palestinesi o persino alla sospensione dell’espansione delle colonie israeliane illegali nei territori palestinesi occupati.

Naftali Bennett, il ministro dell’Educazione della destra israeliana, ha anche presentato un disegno di legge al parlamento israeliano che impedirebbe ogni futura divisione di Gerusalemme, emendando la Legge Fondamentale israeliana su Gerusalemme in modo che sia necessaria l’approvazione di 80 dei 120 membri della Knesset per apportare cambiamenti alla legge, invece della maggioranza semplice.

Lo scopo di questa legge è di unificare Gerusalemme per sempre”, avrebbe detto Bennett, aggiungendo che la sua proposta di legge renderebbe “impossibile” dividere Gerusalemme.

Mentre l’ANP e la comunità internazionale non riconoscono la legittimità dell’occupazione di Gerusalemme est, di Gaza e della Cisgiordania a partire dal 1967, molti palestinesi ritengono che tutta la Palestina storica sia stata occupata fin dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948.

Un crescente numero di militanti ha criticato la soluzione dei due Stati per il conflitto israelo-palestinese come insostenibile e non atta a consentire una pace durevole, stante l’esistente contesto politico, proponendo al suo posto uno Stato binazionale con eguali diritti per israeliani e palestinesi.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




FPLP e Hamas rivendicano la responsabilità dell’attacco letale a Gerusalemme

17 giugno 2017Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – L’organizzazione di sinistra Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e il movimento Hamas hanno entrambi rivendicato la responsabilità per l’attacco omicida di venerdì nella Gerusalemme est occupata, mentre, secondo una dichiarazione rilasciata sabato dal gruppo, il FPLP ha definito gli attaccanti palestinesi uccisi “eroi” del popolo palestinese.

Tutti e tre i palestinesi, che erano armati di coltelli e di un’arma automatica, sono stati uccisi sul posto dalla polizia israeliana nei pressi della Porta di Damasco nella Città Vecchia di Gerusalemme. Un’ufficiale della polizia israeliana di 23 anni è stata uccisa nell’attacco, mentre un certo numero di persone presenti sul luogo sono rimaste ferite. Il ministero della Salute palestinese ha identificato gli attaccanti uccisi come Adel Hasan Ahmad Ankoush e Baraa Ibrahim Salih Taha, di18 anni, e Osama Ahmad Dahdouh, di 19.

Mentre i media israeliani hanno riportato che il cosiddetto Stato Islamico si è attribuito l’attacco, Hamas ha smentito la rivendicazione ed ha affermato che riconoscere l’attribuzione dell’attacco al gruppo è stato un tentativo di confondere la situazione. L’affermazione di Hamas ha confermato che uno degli attaccanti era un membro del proprio movimento, mentre gli altri due appartenevano al FPLP.

In passato lo Stato Islamico ha tentato di attribuirsi la responsabilità di attacchi palestinesi, in particolare facendovi menzione sul periodico on line di propaganda del gruppo “Dabiq”. Tuttavia i dirigenti palestinesi hanno rifiutato ogni correlazione tra quello che considerano una parte della legittima resistenza palestinese contro la colonizzazione israeliana e il “terrorismo” ispirato dallo Stato Islamico.

Il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri nella dichiarazione ha affermato che l’attacco di venerdì è parte della resistenza popolare palestinese contro l’ormai cinquantennale occupazione israeliana e una “reazione naturale ai crimini dell’occupazione”.

Nel contempo il FPLP ha lodato gli attaccanti come “eroi” in un comunicato rilasciato dal gruppo e ha affermato che Baraa Salih Taha e Osama Ahmad Dahdouh erano membri dell’organizzazione.

Secondo il FPLP i tre avevano in precedenza partecipato al lancio di bottiglie molotov e pietre per opporsi “agli attacchi delle forze di occupazione e dei coloni,” lungo le strade di collegamento israeliane che portano alla colonia illegale israeliana di Halamish, che è adiacente alla loro città natale, Deir Abu Mashal, nel distretto di Ramallah, nella zona centrale della Cisgiordania occupata.

Il FPLP ha affermato che in seguito a ciò nel 2015 Baraa ha passato parecchi mesi in prigione in Israele, mentre Osama era stato in carcere per un anno nel 2014.

Il gruppo ha definito l’attacco un’ “operazione eroica” e ha affermato che è arrivato in un “momento critico per difendere la resistenza palestinese”.

Gli attaccanti erano “eroi del popolo palestinese che hanno agito per difendere i diritti del popolo palestinese con un coraggio senza pari, eludendo il controllo sionista su Gerusalemme per dirigere il fuoco della loro rabbia contro le forze in armi ed i soldati dell’occupazione,” ha sostenuto il gruppo, e ha aggiunto che “la resistenza è continua, radicata nella patria e a Gerusalemme, l’eterna capitale della Palestina.”

Il FPLP aggiunge che l’attacco manda anche un “messaggio forte, diretto” ai “leader sconfitti dell’Autorità Nazionale Palestinese, alle loro politiche e alla loro strategia”, aggiungendo che l’attacco ha evidenziato che la resistenza sta continuando ed è l’unica via per sconfiggere l’occupante.”

Nel contempo sabato i rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea hanno entrambi condannato l’attacco.

L’inviato della Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente Nickolay Mladenov in una dichiarazione ha affermato che ” simili atti di terrorismo devono essere nettamente condannati da tutti. Sono inorridito dal fatto che ancora una volta qualcuno trovi opportuno giustificare simili attacchi in quanto ‘eroici’. Sono inaccettabili e tendono a trascinare tutti verso un nuovo ciclo di violenze.”

L’ambasciatore dell’UE in Israele Lars Faaborg-Andersen ha affermato su Twitter: “Condanno gli attacchi terroristici di ieri a Gerusalemme, in cui è stato ucciso Hadas Malka. Le mie condoglianze alla sua famiglia e ai suoi colleghi.”

Secondo quanto riferito, l’ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite Danny Danon ha anche condannato l’Autorità Nazionale Palestinese per aver incoraggiato gli attacchi attraverso il discusso programma di compensazione ai “martiri”, che fornisce sussidi finanziari alle famiglie dei palestinesi imprigionati, feriti o uccisi dalle forze israeliane.

“La dirigenza palestinese continua a dare il suo appoggio alla pace, anche se paga mensilmente i terroristi ed educa i propri bambini all’odio. La comunità internazionale deve chiedere che i palestinesi mettano fine ai loro intollerabili atti di violenza,” ha affermato.

In base alla documentazione di Ma’an, 33 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni dall’inizio del 2017, mentre durante lo stesso periodo 8 israeliani sono stati uccisi dai palestinesi.

Mentre i dirigenti israeliani spesso indicano l’ “incitamento” palestinese come causa di questi attacchi, e spesso tentano di metterli in relazione con la cosiddetta “guerra al terrorismo”, i palestinesi hanno al contrario citato come le cause principali di tali attacchi le frustrazioni quotidiane e la continua violenza militare israeliana imposta dall’occupazione israeliana del territorio palestinese.

In seguito all’attacco di venerdì le forze israeliane hanno completamente bloccato il villaggio cisgiordano di Deir Abu Mashal ed hanno fatto irruzione nelle case delle famiglie dei palestinesi uccisi, avvertendole che le loro abitazioni saranno presto demolite – una politica israeliana utilizzata contro famiglie i cui membri hanno commesso attacchi e che i gruppi per i diritti umani hanno giudicato una forma di “punizione collettiva”.

Nel contempo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato tutti i permessi concessi ai palestinesi per entrare a Gerusalemme e in Israele per il mese santo musulmano del Ramadan.

Numerosi altri palestinesi sono rimasti feriti e detenuti dalle forze israeliane in seguito all’attacco, in quanto, secondo alcuni testimoni, forze israeliane avrebbero “aggredito” palestinesi e sparato proiettili veri “a casaccio” nella zona.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Quanti coloni vivono davvero in Cisgiordania? Lo rivela un’inchiesta di Haaretz

Yotam Berger – 15 giugno 2017Haaretz

La popolazione israeliana in Cisgiordania è cresciuta di 330.000 persone ■ Le colonie dal 1967 ad oggi – un’analisi approfondita

La popolazione ebraica in Cisgiordania è aumentata di oltre 330.000 persone e negli ultimi trent’anni sono stati edificati otto insediamenti in Cisgiordania. Haaretz ha scoperto che attualmente in Cisgiordania vivono più di 380.000 coloni, oltre il 40% dei quali fuori dai blocchi di insediamenti.

Negli ultimi anni parecchi politici si sono uniti ai dirigenti dei coloni parlando dell’obiettivo di insediare un milione di israeliani in Cisgiordania come un’opzione realistica. Ritengono che, se questo accadesse, non sarebbe più possibile dividere la zona e disegnare una mappa per due Stati, uno israeliano e l’altro palestinese. Sostengono che un’evacuazione di quelle dimensioni diventerebbe impossibile anche se fosse al potere la sinistra.

Di fatto già oggi sarebbe difficile tracciare una simile mappa, perché negli ultimi 50 anni le colonie si sono sparse ovunque nei territori occupati, per cui circa 170.000 coloni vivono al di fuori dei blocchi di insediamenti.

I dati dell’Ufficio Centrale di Statistica mostrano che il 44% dei circa 380.000 coloni della Cisgiordania – esclusa Gerusalemme est – vive al di fuori dei blocchi.

Una semplice occhiata a una mappa del 1968 mostra cinque colonie scarsamente popolate oltre la Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania prima del ’67, ndt.]. La loro fondazione fu sponsorizzata dal Partito Laburista, che decise di colonizzare la Cisgiordania, secondo qualcuno per ragioni di sicurezza. Comunque Pinchas Wallerstein, l’ex-capo del consiglio regionale di Mateh Binyamin e uno dei leader del movimento dei coloni “Gush Emunim”, è convinto che negli anni precedenti al sovvertimento politico del 1977 i coloni hanno accumulato un notevole debito nei confronti del partito Laburista.

Tutte le fasi dello sviluppo di Ariel furono approvate dal partito Laburista,” afferma. “La strada che attraversa la Samaria [parte settentrionale della Cisgiordania secondo la definizione israeliana, ndt.], Givat Zeev, Ma’aleh Adumim, Beit Horon –tutto è opera dei laburisti.”

Il partito Laburista può aver iniziato la costruzione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, ma lo spettacolare incremento del numero dei coloni iniziò dopo che il Likud, guidato da Menachem Begin, prese il potere. Subito dopo le elezioni del 1977, c’erano 38 insediamenti in Cisgiordania con un totale di 1.900 residenti. Un decennio dopo la popolazione dei coloni era di quasi 50.000- [che vivevano] in più di 100 insediamenti.

Anche le dimensioni e le caratteristiche cambiarono sotto i governi della destra.

“Prima che il Likud salisse al potere c’era solo una colonia urbana – Kiryat Arba [colonia di fondamentalisti nazional-religiosi nei pressi di Hebron, ndt],” afferma il professor Hillel Cohen, direttore del “Centro Cherrick per lo Studio del Sionismo” all’Università Ebraica. Negli anni successivi, sostiene, furono costruite cittadine in tutta la Cisgiordania.

“E’ stata una politica del governo aumentare il numero di ebrei nei territori [occupati]. Fecero piani quinquennali, decennali, parlarono di come raggiungere 100.000, poi 300.000 e poi mezzo milione (di coloni),” sostiene.

Cohen dice che Ariel Sharon giocò un ruolo fondamentale nell’espansione delle colonie in Cisgiordania. “Per lui la ragione che stava dietro l’espansione delle colonie era escludere la possibilità della costituzione di uno Stato palestinese,” sostiene.

Negli anni 1977-1984 il governo fece tutto quanto in suo potere per espandere le colonie, ha scritto la professoressa Miriam Billig dell’università di Ariel in un articolo intitolato “L’ideologia e la creazione delle colonie in Giudea e Samaria” (2008).

Sostiene che lo slancio si ridusse quando venne formato il governo di unità nazionale, a metà degli anni ’80. Quando Yitzhak Rabin formò il suo governo nel 1992 lo Stato smise di costruire nuove colonie. Ma, afferma, non pochi insediamenti erano già stati costruiti e molti israeliani vi affluirono.

Nel 1997, a un anno dal primo mandato di Benjamin Netanyahu come primo ministro, c’erano circa 150.000 coloni in Cisgiordania. Due decenni dopo il numero dei coloni è vicino ai 400.000, esclusi i quartieri di Gerusalemme est oltre la Linea Verde.

Questi dati non includono i coloni che vivevano negli avamposti illegali. Secondo “Peace Now” [organizzazione pacifista israeliana, ndt.], ci sono circa 97 avamposti illegali in tutta la Cisgiordania. Hagit Ofran, capo del progetto “Settlement Watch” [Osservatorio degli insediamenti] del movimento [dei coloni], afferma che sono abitati da parecchie migliaia di coloni.

La componente di più rapido incremento demografico dei coloni: gli ultra-ortodossi

A differenza dell’impressione che i coloni e la “gioventù delle colline” [gruppi di giovani estremisti molto violenti che fondano avamposti illegali, ndt.] siano fatti della stessa pasta dei “nazional-religiosi” [gruppi fondamentalisti religiosi che sostengono la “redenzione” di tutte le terre che dio avrebbe donato agli ebrei, ndt.], la popolazione [ebraica] in Cisgiordania è diversificata. Nel 2015 solo 100.000 coloni vivevano in comunità prevalentemente nazional-religiose, mentre 164.000 vivevano in comunità laiche o miste.

Ma i coloni devono il loro rapido aumento alla popolazione ultra-ortodossa [che si dedica esclusivamente allo studio dei testi sacri e alla preghiera, ndt.], che non attraversa normalmente la Linea Verde per ragioni ideologiche.

“E’ una combinazione di necessità e della decisione dei dirigenti della comunità” afferma Cohen. “La scarsità di abitazioni, sia a Bnei Brak che a Gerusalemme [le due città in cui si concentrano gli ultra-ortodossi, ndt.], ha aperto la strada alla creazione di comunità chassidiche (in Cisgiordania).

“All’inizio pochi ultra-ortodossi si sono stabiliti a Immanuel [colonia israeliana in Cisgiordania, ndt.],” afferma Wallerstein. “Ma questa cittadina da sola non ha risolto i loro problemi abitativi. Il criterio della comunità ultra-ortodossa per decidere dove vivere è la vicinanza con la città da cui provengono.” Così nel corso degli anni sono state fondate grandi colonie di ultra-ortodossi, come Beitar Illit per i coloni provenienti da Gerusalemme e Modi’in Illit per quelli provenienti da Bnei Brak. In totale, nel 2015 circa 118.000 coloni stavano vivendo in colonie ultra-ortodosse.

Quell’anno circa il 65% dei coloni abitava in insediamenti urbani. La popolazione di quelle cittadine è aumentata principalmente negli anni ’90 e all’inizio dei 2000.

Oltre alle politiche del governo per espandere le cittadine in Cisgiordania, vi hanno contribuito anche nuovi immigrati, soprattutto dall’ex-Unione Sovietica.

Cohen afferma: “Nuovi immigrati dall’ex-Unione Sovietica si sono stabiliti ad Ariel ed a Ma’aleh Adumim, e alcuni russi anche a Kiryat Arba. Qualcuno è arrivato in Cisgiordania più tardi, dopo essersi inserito nella classe media.”

Molti coloni non si sono spostati in Cisgiordania per ragioni ideologiche, ma per migliorare le proprie condizioni di vita, dato che lì i prezzi delle case sono più bassi. La storica Idith Zertal, co-autrice con Akiva Eldar del libro “Lords of the Land” [“Signori della terra”, non tradotto in italiano, ndt.] crede che questa descrizione sia adeguata soprattutto per gli anni ’87-’97.

“E’ un periodo in cui molti si sono spostati verso le colonie per ragioni economiche, molto meno per ragioni ideologiche. Ciò spiega anche l’incremento di abitanti nelle cittadine – le persone che cercavano un appartamento sono andate nelle cittadine.”

Sostiene che le città della Cisgiordania sono state costruite su terreni vicini a centri urbani all’interno della Linea Verde [cioè di Israele]. “Per esempio Ma’aleh Adumim è un’estensione di Gerusalemme, ” afferma. “Una persona che ha un appartamento di 50-60 mq a Gerusalemme può comprarne uno quasi tre volte più grande per meno danaro di quello che pagherebbe per quello più piccolo. Penso che potrebbe essere la ragione principale per un incremento così intenso.”

D’altra parte Billig ritiene che questa spiegazione sia troppo semplice. “So che c’è una tendenza a sostenere che molti coloni vogliano migliorare le proprie condizioni abitative, ma si tratta di entrambe le cose. Alcuni che vivevano in appartamenti piccoli si sono spostati in altri più grandi, ma gran parte di loro ha fatto il contrario,” afferma.

Oggi la costruzione delle colonie è diversa, dice: “Oggi stanno costruendo appartamenti più piccoli, di cui c’è una grande domanda.”

“I coloni veterani ideologicamente estremisti sono oggi molto pochi, non penso che siano più del 5%,” sostiene Zertal.”Al contrario, è cresciuto un gruppo ideologicamente diverso, composto dai figli e dai nipoti del vecchio gruppo. Oggi è l’avanguardia e sono in molti.”

“I primi coloni non hanno mai parlato il linguaggio della “gioventù delle colline” – che spiega tutto. I veterani sapevano come giocare sul piano politico e manipolare il sistema politico. I “giovani delle colline” non hanno rapporti con quel sistema, né fanno alcun ragionamento politico. Vivono nella loro bolla messianica,” afferma.

Uno dei cambiamenti importanti in Cisgiordania negli ultimi 15 anni è stata la costruzione del muro di separazione. Billig afferma che, prima che venisse costruito, i coloni temevano che avrebbe impedito a nuovi coloni di arrivare. Ma nei fatti la barriera non sembra averne scoraggiati molti.

“La barriera ha un’influenza molto marginale,” dice. “In un certo momento ha ridotto i prezzi, ma poi sono di nuovo risaliti. A lungo termine, non vedo niente di veramente significativo.”

Ofran è d’accordo: “Il numero di coloni oltre la barriera è aumentato dopo che è stata costruita, ma questo non c’entra niente con il muro. La calma ha consentito alla gente di tornare a quei luoghi, così come la politica di Netanyahu di approvare nuove costruzioni nelle colonie.”

Nel 2015 circa 214.000 coloni vivevano nei blocchi di insediamenti, mentre 170.000 vivevano in 106 colonie al di fuori dei blocchi.

Modi’in, una cittadina totalmente all’interno della Linea Verde, è diventata una specie di “blocco centrale” per colonie come Nili e Hashmona’im in Cisgiordania.

“Negli ultimi anni Modi’in è diventata il loro centro urbano,” dice Cohen.

L’Ufficio Centrale di Statistica non ha mai fatto un elenco dettagliato del numero di coloni che vivono in ogni insediamento. Negli anni ’60 e ’70 alcune colonie sono state considerate troppo piccole per farvi un censimento, e si presumeva che avessero meno di 50 abitanti. Neppure gli insediamenti illegali o non autorizzati apparivano nei censimenti dell’ufficio finché non venivano legalizzati.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La mossa con cui Israele e USA immobilizzano la Palestina.

Rashid Khalidi

The Nation, 5 giugno 2017

L’occupazione israeliana è possibile solo grazie al sostegno incondizionato degli USA, ma il giorno del giudizio si avvicina.

In questo 50° anniversario della più lunga occupazione militare della storia moderna, c’è chi festeggia. È del tutto appropriato che questi festeggiamenti includano una sessione congiunta del Congresso americano con la Knesset israeliana, mediante una connessione video. È appropriato perché il controllo israeliano su Gerusalemme Est, sulla Cisgiordania, sulla Striscia di Gaza e sulle alture del Golan è possibile soltanto grazie al continuo sostegno ricevuto dagli USA a partire dal giugno 1967 e proseguito fino ad oggi. Questa quindi non è solo un’occupazione israeliana. In effetti, fin dall’inizio è stata un’impresa congiunta, un condominio israelo-americano, per così dire. Anche se le varie forme di violenza necessarie per mantenere un controllo straniero su quasi 5 milioni di persone sono state gestite interamente da Israele, il peso dell’operazione in termini di soldi, armi e diplomazia è stato sostenuto soprattutto dall’America.

Fino a che punto il sostegno americano sia la condizione sine qua non di questa cinquantennale occupazione si può vedere dalla differenza tra il modo in cui le conquiste di Israele del 1967 sono state trattate dall’amministrazione Johnson e successive, e il modo in cui il presidente Eisenhower reagì alle conquiste della guerra del 1956. In quest’ultimo caso, la reazione USA fu inequivocabile ed energica: pochi giorni dopo l’attacco israelo-anglo-francese all’Egitto, Washington fece approvare una risoluzione ONU che chiedeva l’incondizionato e immediato ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza e dal Sinai che aveva occupato. Sotto la forte pressione americana, Israele ubbidì a denti stretti nel giro di sei mesi.

Io stesso, quando avevo 18 anni, il 9 giugno 1967 fui testimone di un episodio che indicava quanto erano cambiate le cose dal 1956. Nel quarto giorno della guerra, ero seduto nella tribuna del pubblico al Consiglio di Sicurezza (mio padre lavorava per il Segretariato ONU e io ero a casa dopo il college). Vidi l’ambasciatore americano Arthur Goldberg fare ostruzionismo per ore, per impedire che il Consiglio obbligasse Israele a interrompere quella che sembrava un’avanzata inesorabile verso Damasco. Malgrado successive risoluzioni per una tregua del Consiglio di Sicurezza, e grazie al tacito sostegno degli USA, quell’avanzata non si fermò fino al giorno successivo.

Ma il peggio doveva ancora venire. Mentre nel 1956 passarono solo alcuni giorni prima che l’ONU intervenisse, ci vollero ben cinque mesi perché fosse approvata una risoluzione sulla guerra del 1967. E quando ciò avvenne, il 22 novembre 1967, la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza si ispirava essenzialmente ai desiderata di Israele, con l’indispensabile appoggio degli Stati Uniti. La risoluzione 242 non era affatto categorica, anzi: il ritiro di Israele dalle zone appena conquistate era subordinato al raggiungimento di confini “sicuri,” termine che si è dimostrato infinitamente flessibile nel vocabolario israeliano. Questa flessibilità ha permesso 50 anni di ritardo per quanto riguarda i territori occupati di Palestina e Siria. In aggiunta, nella sua versione inglese, la 242 non chiedeva il ritiro da tutta la terra presa nella guerra di giugno, ma solo “da territori occupati” durante il conflitto. Col largo sostegno americano, Israele è riuscita a far passare carrozza e cavalli attraverso quello che sembrava un piccolo varco.

Altre frasi della 242, come il passaggio che sottolinea “l’inammissibilità di acquisire territori con la guerra,” sembrano messe lì per bilanciare quelle importanti concessioni fatte alla posizione di Israele. Tuttavia, quali siano le parti veramente importanti della 242 è indicato da quella sessione congiunta del Congresso e della Knesset a cui accennavo, al culmine di 50 anni di accondiscendenza americana rispetto a un’occupazione che in pratica è coperta dai soldi, dalle armi e dall’appoggio diplomatico americano. Tra l’altro, questa è un’occupazione di cui il governo israeliano nega l’esistenza, e che il presidente americano non ha ritenuto degna di essere ricordata neanche una volta col suo nome durante la sua recente visita in Palestina e Israele.

Val la pena ricordare un altro punto cruciale della 242. All’inizio, il conflitto in Palestina era di tipo coloniale, tra la maggioranza palestinese indigena e il movimento sionista che cercava di ottenere la sovranità nel paese alle spese –e, alla fine, al posto– di quella maggioranza. La natura di questo conflitto era stata in parte riconosciuta dalla risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 1947, che prevedeva la spartizione della Palestina in uno stato ebraico e uno arabo. Il primo avrebbe dovuto essere più grande del secondo, anche se a quel momento la proprietà ebraica di terra era meno del 7% del totale e gli arabi costituivano il 65% della popolazione e, in via di principio, avevano pieno diritto all’autodeterminazione in tutto il territorio di quello che giustamente consideravano ancora il loro paese.

La risoluzione 242 rappresentò un regresso anche rispetto al livello di bassa marea in cui si trovavano i palestinesi. Nel testo della risoluzione del 1967 non sono nominati né i palestinesi né il loro diritto a uno stato e al ritorno nelle loro case e nelle loro terre, cose che invece erano state confermate in precedenti risoluzioni, tutte appoggiate dagli Stati Uniti. C’è solo un blando riferimento a “una giusta soluzione del problema dei rifugiati.”

Ignorare arrogantemente la popolazione indigena, i suoi diritti e i suoi interessi è in effetti una tipica mossa coloniale, ed è quella che ha aperto la strada all’impresa israeliana d’insediamento coloniale che ha prosperato per 50 anni nei territori occupati. Va da sé che questo è avvenuto col pieno appoggio degli USA, anche se accompagnato da tiepide critiche. Il ministro degli esteri britannico Lord Balfour si era cimentato nella stessa manovra un secolo fa, non menzionando mai le parole ‘palestinese’ o ‘arabo’ nella sua famosa dichiarazione del 2 novembre 1917 in cui prometteva l’appoggio britannico per una “casa nazione” in una Palestina che all’epoca aveva una maggioranza araba del 94%.

Ignorando allo stesso modo i palestinesi e concedendo a Israele quello che voleva, la risoluzione 242 rappresentava così una rivoluzione diplomatica che era totalmente favorevole alla superpotenza regionale che si era appena ingrandita. Questa risoluzione, stilata dall’ambasciatore britannico Lord Carandon –che ripeteva il copione britannico di non prendere in considerazione i palestinesi– e fatta approvare dagli Stati Uniti, è diventata il banco di prova per la pace arabo-israeliana. Vista la sua origine perversa, non sorprende che questa mal concepita risoluzione non ha prodotto pace, ma è stata invece la foglia di fico per una interminabile occupazione militare delle terre di Siria e Palestina.

La scena a cui ho assistito il 9 giugno 1967 al Consiglio di Sicurezza era solo un indizio della grande svolta promossa dal presidente Johnson e dai suoi consiglieri entusiasti di Israele, tra cui Clark Clifford (che era stato determinante nel consigliare al presidente Truman di sostenere Israele nel 1947 e 1948), Arthur Goldberg, McGeorge Bundy, Abe Fortas, e i fratelli Walt ed Eugene Rostow. Costoro, insieme ad altri, avevano fatto in modo che, prima della guerra di giugno 1967, Israele ricevesse il preliminare via libera americano per sferrare il primo colpo contro gli eserciti arabi, cosa che non era stata fatta al tempo dell’avventura israeliana di Suez messa in atto nel 1956 insieme a Francia e Gran Bretagna. Alcuni di questi consiglieri ebbero un ruolo nella trattativa di quella che divenne la risoluzione 242.

Nel 1967 Israele aveva già cominciato a ricevere alcune consegne di armi americane, anche se vinse la guerra di quell’anno soprattutto con armi francesi e britanniche, così come aveva fatto nel 1956. All’indomani della sua schiacciante vittoria del 1967, Israele divenne un importante alleato nella Guerra Fredda, iniziando un rapporto molto più stretto con gli Stati Uniti e contro gli stati arabi che erano allineati con l’Unione Sovietica. Col passare del tempo, questa alleanza con Israele è diventata più stretta di quella con qualunque altra nazione; infatti l’aiuto militare è salito a più di 1 miliardo di dollari all’anno dopo il 1973, e a più di 4 miliardi annui oggi (e questo aiuto va a un paese relativamente ricco, con un reddito annuo pro capite di quasi 35.000 dollari). Dal 1967 Israele è stato coccolato dagli Stati Uniti, sia che le sue azioni aiutassero gli interessi USA sia che li danneggiassero. Questa intimità è arrivata al punto che esponenti politici di ambedue le parti competono uno con l’altro nel proclamare che non lasceranno “nemmeno uno spiraglio” tra le posizioni dei due paesi.

Nonostante le esaltazioni di questa unità di vedute tra dirigenti americani e israeliani per quanto riguarda il sostegno all’ininterrotto processo di occupazione e colonizzazione della Palestina, il giorno del giudizio si avvicina. Ce ne sono avvisaglie da tutte le parti. Intanto, il partito democratico è spaccato tra i dirigenti della vecchia guardia che sono ciecamente pro-israeliani e una base più giovane e più aperta che è in grado di vedere cosa sta veramente accadendo in Palestina. La risoluzione approvata il 21 maggio dal partito democratico della California è un segno dei tempi. Questa risoluzione condanna l’incapacità degli ultimi governi di ”fare passi concreti per cambiare lo status quo e dar luogo a un vero processo di pace”, al di là di qualche blanda critica all’occupazione. E continua disapprovando “gli insediamenti illegali nei territori occupati” e chiedendo una “giusta pace basata sulla piena eguaglianza e sicurezza sia per gli ebrei che per i palestinesi,” oltre ad “autodeterminazione, diritti civili, e benessere economico per il popolo palestinese.”

Cinquanta anni dopo l’euforia che in Israele e a Washington accompagnò l’inizio dell’occupazione, la nascita di un nuovo stato d’animo si può avvertire nei campus universitari, tra i più giovani –tra cui molti ebrei americani– le minoranze, alcune chiese, sinagoghe, associazioni accademiche, sindacati e la base del partito democratico. C’è naturalmente una potente e ben finanziata controffensiva verso questo risveglio, che ha connessioni con l’amministrazione Trump e con la dirigenza del partito democratico ed è riecheggiata dalla gran parte dei principali media. La si riconosce al colmo dell’isteria nei suoi tentativi di soffocare in molti stati il dibattito con mozioni anti-BDS (19 delle quali già convertite in legge), così come nel bando israeliano all’ingresso nel paese di sostenitori del BDS e alle leggi contro gli israeliani che appoggiano il BDS.

Ma anche se queste misure possono avere qualche effetto, non possono alla lunga sopprimere il disgusto che le politiche di Israele hanno prodotto in tanti americani e tanti cittadini di altri paesi. Il sostegno dall’esterno è stato sempre un elemento cruciale nella contesa sulla Palestina. Nei primi decenni dopo la dichiarazione Balfour, l’impresa sionista non avrebbe potuto imporsi senza l’aiuto determinante della Gran Bretagna. Allo stesso modo, Israele non avrebbe potuto mantenere per 50 anni la sua occupazione senza il supporto americano. La reazione quasi isterica alla crescita nel mondo di critiche all’occupazione militare israeliana di terre arabe e alla sua impresa coloniale, mostra che i leader israeliani e i loro sostenitori americani sono perfettamente consapevoli di queste nuove realtà. La tragedia è che ci son voluti quasi 70 anni dalla guerra del 1948 e 50 anni dal 1967 per arrivare a questo punto, che è solo l’inizio del cammino verso la piena uguaglianza, l’autodeterminazione, i diritti civili, la sicurezza e il benessere economico sia per gli ebrei israeliani che per i palestinesi.

Rashid Khalidi, “Edward Said Professor” di Studi Arabi alla Columbia University, è autore del recente Brokers of Deceit: How the U.S. Has Undermined Peace in the Middle East.

https://www.thenation.com/article/israeli-american-hammer-lock-palestine/

www.assopacepalestina.org

Traduzione di Donato Cioli




Seguire il percorso della causa palestinese a partire dal 1967

Nadia Hijab, Mouin Rabbani, 5 giugno 2017 Al-Shabaka

Guardando al passato

Alla vigilia del 5 giugno 1967 i palestinesi erano dispersi tra Israele, la Cisgiordania (inclusa Gerusalemme est) governata dalla Giordania, la Striscia di Gaza amministrata dall’Egitto e le comunità di rifugiati in Giordania, Siria, Libano e altri Paesi più lontani.

Le loro aspirazioni di salvezza ed autodeterminazione poggiavano sugli impegni dei leader arabi a “liberare la Palestina” – che all’epoca si riferiva a quelle parti della Palestina mandataria che erano diventate Israele nel 1948 – e soprattutto sul carismatico leader egiziano Gamal Abdel-Nasser.

La Guerra dei Sei Giorni, che portò all’occupazione israeliana dei territori palestinesi di Cisgiordania, Gerusalemme est e Striscia di Gaza, delle alture del Golan siriane e della penisola del Sinai egiziana, apportò drastiche modifiche alla geografia del conflitto. Produsse anche un profondo cambiamento nella politica palestinese. Con una netta rottura rispetto ai decenni precedenti, i palestinesi divennero padroni del proprio destino invece che spettatori di decisioni regionali ed internazionali che influivano sulle loro vite e determinavano la loro sorte.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che era stata fondata nel 1964 sotto l’egida della Lega Araba nel suo primo incontro al vertice, nel 1968-69 fu surclassata dai gruppi guerriglieri palestinesi che si erano sviluppati clandestinamente dagli anni ’50, con a capo Fatah (il movimento nazionale di liberazione palestinese). La sconfitta araba del 1967 determinò un vuoto in cui i palestinesi riuscirono a ristabilire l’egemonia sulla questione della Palestina, a trasformare le componenti disperse della popolazione palestinese in un popolo unito e in un soggetto politico ed a porre la causa palestinese al centro del conflitto arabo-israeliano.

Questo, che è stato forse il più importante risultato dell’OLP, ha tenuto alto lo spirito della richiesta palestinese di autodeterminazione, nonostante la miriade di ferite inferte da Israele e da alcuni Stati arabi – e nonostante quelle autoinflitte. Le sconfitte subite dall’OLP sono state molte, anche se è riuscita a porre la questione palestinese ai primi posti dell’agenda internazionale. Vale la pena ripercorrere i successi e le sconfitte dell’OLP per comprendere in che modo il movimento nazionale palestinese è arrivato alla situazione attuale.

La prima vittoria dell’OLP ha anche gettato i semi di una sconfitta. La battaglia di Karameh del 1968 nella Valle del Giordano, in cui i guerriglieri e l’esercito giordano respinsero un corpo di spedizione israeliano molto più potente, guadagnò al movimento molti aderenti palestinesi ed arabi, sia rifugiati, sia guerriglieri, sia uomini d’affari di tutto lo spettro politico. Al tempo stesso, l’implicita minaccia alla monarchia hashemita era evidente e le relazioni palestinesi con la Giordania peggiorarono fino a che l’OLP venne espulso dalla Giordania durante il ‘settembre nero’ del 1970. Questo in pratica ha significato che l’OLP non ebbe più una potenzialità militare credibile contro Israele, ammesso che l’abbia mai avuta. Anche se i palestinesi avrebbero mantenuto un’estesa presenza militare in Libano fino al 1982, si trattava di una misera alternativa alla più lunga frontiera araba con la Palestina storica.

Durante la guerra dell’ottobre 1973, l’Egitto e la Siria ottennero parziali vittorie contro Israele, ma subirono anche gravi sconfitte, dimostrando che anche gli Stati arabi avevano solo limitate possibilità contro Israele. Al tempo stesso, il movimento nazionale palestinese raggiunse il suo culmine a livello internazionale con il discorso del defunto leader palestinese Yasser Arafat all’Assemblea Generale dell’ONU nel 1974, con il riconoscimento da quel momento dell’OLP come l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. In quello stesso anno l’OLP iniziò anche a porre le basi per una soluzione di due Stati quando il suo parlamento, il Consiglio Nazionale Palestinese, adottò un piano in 10 punti per istituire una “autorità nazionale” in ogni parte della Palestina che era stata liberata.

Il processo fu necessariamente dolorosamente lento, in quanto condusse la maggioranza dei palestinesi a riconoscere che un eventuale Stato palestinese non sarebbe stato stabilito sulla totalità dei territori del precedente mandato britannico. Dal 1974, l’accettazione del dato di fatto di Israele come Stato e la creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, e nella Striscia di Gaza sarebbe progressivamente diventato l’obiettivo del movimento nazionale palestinese.

La visita a Gerusalemme dell’allora presidente egiziano Anwar Sadat nel 1977, che condusse agli Accordi di Camp David del 1979 e al ritiro di Israele dalla penisola del Sinai, completato nell’aprile del 1982, aprì la strada all’invasione israeliana del Libano nello stesso anno. Il principale obiettivo di Israele era estromettere l’OLP dal Paese e consolidare l’occupazione permanente dei Territori Palestinesi Occupati (TPO). Con l’uscita dal conflitto del più potente degli Stati arabi, la capacità dell’OLP di ottenere una soluzione di due Stati fu gravemente compromessa ed il conflitto arabo-israeliano si trasformò gradualmente in un conflitto iasraelo-palestinese, molto più conveniente per Israele.

Mentre l’OLP cercava di riunificarsi in Tunisia ed in altri Paesi arabi, nei TPO ebbe luogo una delle più grandi sfide ad Israele, con lo scoppio della prima Intifada nel dicembre 1987, in gran parte guidata da una leadership cresciuta all’interno [della Palestina]. Ciò riportò in auge l’opzione di contrastare in modo vincente Israele sulla base di una mobilitazione di massa non violenta in dimensioni che non si vedevano più dalla fine degli anni ’30.

Tuttavia l’OLP si dimostrò incapace di capitalizzare il successo locale e globale della prima Intifada. Alla fine, la dirigenza dell’OLP in esilio mise i propri interessi, soprattutto l’ambizione di ottenere l’ appoggio dell’Occidente, ed in particolare dell’America, al di sopra dei diritti nazionali del popolo palestinese, espressi nella Dichiarazione di Indipendenza adottata nel 1988 ad Algeri.

Queste contraddizioni divennero palesi nel 1992-93, quando la dirigenza palestinese dovette scegliere se appoggiare la posizione negoziale della delegazione palestinese a Washington, che insisteva su una moratoria totale delle attività di colonizzazione israeliane [in Cisgiordania] come precondizione per accordi transitori di autogoverno, oppure condurre negoziati segreti con Israele che concessero molto meno, ma la riportarono ad una posizione di rilievo internazionale sulla scia del conflitto del Kuwait del 1990-91. In seguito agli accordi di Oslo del 1993, l’OLP riconobbe Israele e il suo “diritto ad esistere in pace e sicurezza”, nel contesto di un documento che non menzionava né l’occupazione, né l’autodeterminazione, né l’esistenza di uno Stato, o il diritto al ritorno. Prevedibilmente, i decenni seguenti hanno visto un’accelerazione esponenziale del colonialismo di insediamento israeliano e l’effettiva vanificazione delle intese per l’autonomia previste in vari accordi israelo-palestinesi.

Guardando avanti

Sotto alcuni aspetti, oggi la situazione è tornata al punto di partenza del 1967. Il movimento nazionale palestinese complessivamente unitario che è stato egemone dagli anni ’60 agli anni ’90 si è disintegrato, forse in modo definitivo. Oggi è diviso tra Fatah e Hamas, con quest’ultimo, insieme alla Jihad islamica, escluso dall’OLP, mentre dilagano le divisioni all’interno di Fatah e dell’OLP. I palestinesi a Gaza soffrono tremendamente sotto un assedio israeliano decennale, che sta peggiorando a causa delle pressioni su Hamas da parte dell’ANP e di Israele. I palestinesi nei campi profughi in Siria e in Libano stanno patendo terribilmente per la guerra civile in Siria e la precedente frammentazione dell’Iraq, ed anche per i conflitti tra differenti gruppi all’interno dei campi.

Quanto ad Israele, il 1967 lo ha trasformato da Stato della regione a potenza regionale. E’ impaziente di normalizzare i rapporti con l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo arabo, usando l’Iran come spauracchio per alimentare questa relazione. A sua volta, vuole usare tale alleanza per imporre un accordo ai palestinesi che di fatto perpetuerebbe il dominio israeliano, ottenendo un trattato di pace finale in cui manterrebbe il controllo della sicurezza nei TPO, conserverebbe le sue colonie e continuerebbe la colonizzazione.

Ma sul percorso di Israele verso la legittimazione dell’occupazione continuano a sussistere ostacoli, che mantengono aperta la porta ad un movimento e ad una strategia palestinesi per ottenere diritti e giustizia. Non è cosa da poco il fatto che, in un lasso di tempo di mezzo secolo, nessuno Stato abbia formalmente approvato l’occupazione israeliana del territorio palestinese – o siriano. Se da un lato i governi europei, ad esempio, hanno temuto che facendolo avrebbero compromesso i loro rapporti con altri Paesi della regione, dall’altro sono anche tra i più impegnati a sostenere un ordine internazionale basato sulle leggi; il ricordo della Prima e della Seconda Guerra Mondiale non è stato cancellato. Essi quindi non possono riconoscere l’occupazione israeliana, anche se non sono stati in grado di sfidare Israele negli stessi termini con cui hanno affrontato l’occupazione russa della Crimea.

Inoltre l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, poco dopo che lo scorso anno il Regno Unito ha votato per abbandonare l’Unione Europea, rafforza la determinazione dell’Unione Europea a consolidare il proprio potere economico e politico e a ridurre la dipendenza dagli USA per la difesa. Questo offre ai palestinesi un’opportunità per appoggiare le modeste misure europee, come il divieto di finanziare la ricerca delle imprese delle colonie israeliane e l’etichettatura dei prodotti delle colonie, e per promuovere la distinzione tra Israele e la sua impresa coloniale, per usare le parole della Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di dicembre 2016.

Israele sta incontrando resistenza anche in situazioni inaspettate. Mentre il movimento nazionale palestinese si è indebolito, il movimento globale di solidarietà con la Palestina, compreso il movimento a guida palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), lanciato nel 2005, è cresciuto rapidamente, soprattutto in seguito ai ripetuti attacchi israeliani alla Striscia di Gaza. Questo contrasta con la situazione negli anni ’70 e ’80, quando l’opinione pubblica occidentale tendenzialmente dava un ampio sostegno ad Israele. Israele sta reagendo ferocemente contro questo movimento, assimilando le critiche ad Israele con l’antisemitismo e istigando i legislatori negli USA ed in Europa a vietare le iniziative di boicottaggio. Tuttavia finora non è riuscito a soffocare il dibattito o a impedire alle chiese e ai gruppi studenteschi in tutti gli USA di sostenere attività di solidarietà con il popolo palestinese.

L’opposizione di Israele è anche indebolita in conseguenza di una terza tendenza che è interamente autoprodotta. Il fatto che sia riuscito a violare impunemente il diritto internazionale con la sua occupazione dei territori palestinesi, così come con i propri cittadini palestinesi, lo sta portando a strafare. Persino la determinazione di Trump a “fare un accordo” che consegnerebbe sicuramente ad Israele vaste porzioni della terra palestinese ed il controllo permanente sulla sicurezza, probabilmente si scontrerà con il sempre più potente movimento di destra [israeliano], che respinge per principio ogni concessione ai palestinesi.

Certo, la crescente ondata di quella che può solo essere definita come legislazione razzista sta palesando non solo le sue azioni attuali, ma anche quelle del periodo precedente e immediatamente successivo al 1948. Per esempio, per citarne solo alcune, la legge sulla cittadinanza e sulla famiglia, prorogata ogni anno dal 2003, nega ai cittadini palestinesi di Israele il diritto a sposare palestinesi dei territori occupati e di parecchi altri Paesi; la continua distruzione di villaggi palestinesi all’interno di Israele, come anche in Cisgiordania; la legge che legalizza retroattivamente il furto di terre private palestinesi in Cisgiordania. Tutto ciò rende impossibile immaginare che Israele accetti valori sia universali che “occidentali”, quali lo stato di diritto e l’uguaglianza.

Un utile indicatore di questo disvelamento è il rapido aumento di ebrei non israeliani che si allontanano sempre più da Israele, comprese associazioni come ‘Jewish Voice for Peace’. Quando prendono la parola, le rituali accuse di antisemitismo sono facilmente confutate ed essi legittimano altri a prendere posizioni simili.

Un altro ambito in cui Israele ha esagerato è stato fare del sostegno ad esso una questione di parte. Dal momento che il partito repubblicano [americano] assicura che non ci sono problemi tra sé ed Israele, l’opinione tra le fila del partito democratico si sposta stabilmente a favore dei diritti dei palestinesi ed i rappresentanti democratici sono lentamente sempre più incoraggiati ad alzare la voce.

Queste tendenze di lungo termine contrarie alle violazioni israeliane delle leggi internazionali non possono di per sé salvaguardare i diritti dei palestinesi. Il passaggio dall’egemonia araba sulla questione della Palestina all’egemonia palestinese alla fin fine ha prodotto il disastro di Oslo. Ciò che è necessario è una formula che unisca la mobilitazione palestinese in patria e all’estero con una strategia araba per conseguire l’autodeterminazione. E, benché gli sforzi per trasformare l’OLP in un reale rappresentante nazionale [del popolo palestinese] siano finora falliti, esistono modi per fare pressione su componenti dell’OLP che ancora funzionano – per esempio, in Paesi dove dei settori di rappresentanza diplomatica palestinese sono tuttora efficienti – allo scopo di rilanciare il programma e la strategia nazionali.

Oggi i palestinesi si trovano senza dubbio nella peggiore situazione che abbiano vissuto a partire dal 1948. Eppure, se mobilitano le risorse che hanno a disposizione – anzitutto e soprattutto il proprio popolo ed il crescente bacino di consenso mondiale nei confronti dei loro diritti e della loro libertà – possono ancora elaborare e mettere in atto con successo una strategia per garantirsi il loro posto al sole.

Nadia Hijab

Nadia Hijab è direttrice esecutiva di ‘Al-Shabaka: the Palestinian policy network’, che ha co-fondato nel 2009. E’ spesso relatrice di conferenze e commentatrice sui media ed è ricercatrice presso l’Istituto di Studi sulla Palestina. Il suo primo libro, Womanpower: the arab debate on women at work [Manodopera femminile: il dibattito arabo sul lavoro delle donne] , è stato pubblicato dalla Cambridge University Press ed è inoltre co-autrice di Citizens apart: a portrait of the palestinian citizens of Israel [Cittadini messi da parte: un ritratto dei cittadini palestinesi di Israele] (I.B. Tauris).

Mouin Rabbani

Il consulente politico di Al-Shabaka Mouni Rabbani è uno scrittore ed analista indipendente specializzato nella questione palestinese e nel conflitto arabo-israeliano. E’ ricercatore presso l’Istituto per gli Studi sulla Palestina ed è tra i redattori del Middle East Report. I suoi articoli sono usciti anche su The National ed ha scritto articoli di commento per il New York Times.

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente, neutrale e non-profit, il cui obiettivo è educare e favorire il dibattito pubblico sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel contesto del diritto internazionale.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Sullo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi

Dal Coordinamento Prigionieri

Oggi, 22 maggio, 36° giorno di sciopero in Palestina, sciopero generale di solidarietà dei palestinesi

 

Chiuse le istituzioni pubbliche e private, comprese scuole, università, esercizi commerciali, trasporti ed altre attività con l’esclusone dei servizi sanitari, della farmacie e delle panetterie.

La commissione dei prigionieri e la Associazione dei prigionieri palestinesi (PPS) hanno detto che le condizioni di salute dei prigionieri si stanno aggravando sempre di più e che molti prigionieri in sciopero sono stati traferiti nelle infermerie delle prigioni, negli ospedali da campo e in ospedali civili.

La commissione ha negato che esistano report israeliani circa negoziati tra la leadership dei prigionieri e l’amministrazione carceraria. (IPS)

Attivisti presidiano e bloccano le strade dei Territori occupati per impedire l’accesso dei pendolari a Ramallah e al Bireh, e nei dintorni di Gerusalemme. Anche i diplomatici esteri e i dipendenti delle organizzazioni internazionali che vivono nella periferia di Ramallah, compresi i Consoli, non hanno potuto raggiungere i loro posti di lavoro. Molte città appaiono deserte.

 

Il Comitato dei media per lo sciopero della fame ha detto che è “la prima volta dalla prima Intifada palestinese (1987-1993) che si fa uno sciopero generale in Cisgiordania, nei territori palestinesi occupati nel 1948 (attuale Israele) e nella diaspora”.

Il Comitato ha invitato inoltre tutti i palestinesi ad allestire sit-in e tende in tutti i territori, a svolgere dimostrazioni  e a partecipare ad uno “sciopero della fame”di 12  ore, dalle 10 dalle 22 di oggi (lunedì).

 

Lo sciopero generale coincide anche con l’arrivo di Donald Trump in Israele proprio oggi.

Per domani, giorno in cui Trump si incontrerà con il presidente palestinese Mahmoud Abbas a Betlemme in Cisgiordania, i palestinesi sono chiamati a partecipare ad una “giornata della collera”

 

Alcune fazioni palestrinesi hanno esortato la popolazione a scendere in piazza e nelle strade per esprimere il proprio dissenso sulla ripresa dei colloqui di pace tra l’autorità palestinese e Israele sotto il patrocinio di US.

 

Continuano raid e incursioni delle forze israeliane nelle città e nei villaggi della Cisgiordania.

 

Notizie anche da Gaza tramite Meri. La popolazione e tutte le fazioni partecipano compatte alle proteste e sit-in in appoggio ai prigionieri in sciopero della fame, nonostante Hamas non si sia associata pubblicamente.

Fonti: Ma’an News e Wafa

Al 35°giorno di sciopero altri 220 prigionieri palestinesi si uniscono agli oltre 1800 già in sciopero della fame

I leader palestinesi hanno di nuovo invitato i media a “restare prudenti” per quanto riguarda le notizie di presunte trattative tra funzionari israeliani e palestinesi per il raggiungimento di un accordo per porre fine a uno sciopero di massa prigione che, entrato nel suo 35 ° giorno, ha visto aderire altre centinaia di prigionieri.

Notizie su presunti negoziati tra funzionari della sicurezza palestinesi e funzionari dello Shin Bet erano emerse nell’ultima settimana http://www.maannews.com/Content.aspx?id=777072

Sulla veridicità di tali notizie, ha detto il Comitato per i media, formatosi a sostengo dello sciopero, bisogna essere cauti, soprattutto se le notizie provengono dai media israeliani.

Il comitato ha aggiunto che i palestinesi in sciopero della fame hanno sempre rifiutato di accettare negoziati senza la presenza della leadership dello sciopero, ed in particolare del leader di Fatah Marwan Barghouthi, che è in isolamento fin dall’inizio dello sciopero il 17 aprile. 

Ha inoltre riferito, citando Fadwa Barghouthi, moglie di Marwan Barghouthi, che altri 220 prigionieri palestinesi, appartenenti a diverse fazioni politiche, si sono uniti allo sciopero oggi.

Muhammad Dwikat, membro del Comitato centrale FDLP, ha detto che Samer Issawi, noto per aver condotto in precedenza uno degli scioperi della fame più lunghi nella storia, è stato trasferito nell’infermeria della prigione di Ramla, Israele, a causa del deteriorarsi della sua salute.

Anche le condizioni del più giovane prigioniero in sciopero della fame, il 19enne Saed Yihya Dwikat, si sono deteriorate secondo quanto comunicato alla sua famiglia dal Comitato Internazionale della Croce rossa (CICR), che lo ha visitato.

Nel frattempo, Issa Qaraque, responsabile OLP per i prigionieri, ha detto in una dichiarazione che il CICR deve “prendere posizione” circa lo stato della salute dei prigionieri in sciopero e “condurre ogni sforzo per proteggere i prigionieri e monitorare il trattamento degli stessi da parte degli israeliani.” 

Ciò è tanto più necessario, ha proseguito, dal momento che le autorità israeliane hanno imposto un blocco totale sull’informazione. In particolare mancano notizie sulle reali condizioni dei prigionieri, ed in particolare di quelli, come Marwan Barghouti, che hanno deciso di intraprendere anche lo sciopero della sete. Ha quindi attaccato Israele, per l’occultamento della realtà in corso e per gli abusi che continua a perpetrare nei confronti dei prigionieri per spezzarne la volontà.

Ad un giornalista che gli chiedeva se fossero in corso negoziati con la parte israeliana, ha confermato che vi erano degli incontri con la parte israeliana e che l’amministrazione carceraria aveva fatto filtrare alcune notizie su possibili negoziati; allo stesso tempo ha però espresso dubbi circa la reale volontà degli israeliani di voler trattare, e che tali voci, a suo parere, venivano fatte filtrare per impedire la crescita del sostegno popolare.

Proseguono gli arresti di leader palestinesi per il loro sostegno allo sciopero mentre la mobilitazione non si ferma.

Almeno 13 palestinesi sono stati arrestati in un raid all’alba del 21 maggio dalle forze israeliane nell’area di Gerusalemme. Tra questi, Nasser Abu Khdeir, leader di comunità a Gerusalemme e già prigioniero, Eteraf Rimawi, direttore del centro Bisan per la ricerca e lo sviluppo e Abdul Razeq Ferraj, direttore amministrativo e finanziario dell’Unione dei Comitati di lavoro per l’agricoltura

Sempre a Gerusalemme, scontri si sono verificati a Silwan ed in altre aree, tra manifestanti e forze israeliane, che hanno reagito con lancio di lacrimogeni e granate stordenti, che hanno causato numerosi casi di soffocamento

A Betlemme, nel corso di scontri, le forze israeliane hanno lanciato gas lacrimogeni, granate stordenti e usato proiettili di gomma contro studenti che tornavano da scuola, ferendo un bambino di 7 anni alla testa.

A Jericho nel corso di dimostrazioni sono state ferite almeno otto persone e altre hanno avuto problemi di soffocamento per i gas lacrimogeni.

Nelle colline a sud di Hebrron le forse israeliane hanno compiuto raid ed hanno distrutto un campo a presidio della popolazione minacciata di sgombero, che in quel momento ospitava quasi 200 tra attivisti israeliani e palestinesi.

Scontri e arresti si sono verificati anche in altre parti: Ramallah, Issawwiya, dintorni di Betlemme.

Continuazione della mobilitazione

Il Comitato dei prigionieri (OLP) ha dichiarato uno sciopero commerciale per la giornata odierna, in tutti Territori Occupati e in Israele, dalle 11 fino alle 14, con la partecipazione di tutti i settori, eccetto i settori dell’istruzione e della salute. 

A tal proposito, centinaia di commercianti hanno bloccato un checkpoint a Jenin e dichiarato uno sciopero commerciale, per le continue ispezioni umilianti e provocatorie che vengono condotte nei loro confronti

Nel frattempo, è stato programmato uno sciopero generale, nella giornata di lunedì, in concomitanza con l’arrivo in Israele del presidente USA Donald Trump, mentre la leadership palestinese ha chiamato ad  una “giornata della collera” martedì durante la sua prevista visita con Abbas a Betlemme.

A livello internazionale attivisti ed organizzazioni hanno lanciato una giornata di mobilitazione per il 25 maggio.

21 maggio 2017

Fonti: Sunday Daily Summary, Ma’an news, Wafa

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“Addameer” visita il leader politico in sciopero della fame Ahmad Sa’adat

Addameer

14 maggio 2017

Oggi, 14 maggio 2017, l’avvocato di “Addameer” Farah Bayadsi  ha visitato nella prigione di Ohli Kedar Ahmad Sa’adat, il dirigente politico e segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) in sciopero della fame. All’avvocato di “Addameer” era stata in precedenza negata la visita, ma ha ricevuto il permesso in seguito ad una richiesta all’Alta Corte [israeliana] presentata il 10 maggio 2017. Dall’inizio dello sciopero, il 17 aprile 2017, “Addameer” ha chiesto molti permessi al Servizio Penitenziario Israeliano (IPS) per visitare prigionieri e detenuti in sciopero della fame, ma l’IPS o non ha risposto o ha rifiutato le richieste.

Il 3 maggio 2017 Sa’adat si è unito allo sciopero della fame, insieme a numerosi importanti dirigenti politici palestinesi, compresi Nael Barghouthi, Hassan Salameh, Ahed Abu Ghoulmeh, Abbas al-Sayed, Ziad Bseiso, Basem al-Khandakji, Mohammed al-Malah, Tamim Salem, Mahmoud Issa e Said al-Tubasi.

Giovedì 11 maggio 2017 Sa’adat, insieme a 38 carcerati e detenuti in sciopero della fame, è stato trasferito dall’isolamento nel carcere di Ashkelon alla prigione di Ohli Kedar, sempre in isolamento. Sa’adat ha informato l’avvocato di “Addameer” che i prigionieri sono stati sottoposti a due violente perquisizioni al giorno, durante le quali i carcerati sono stati obbligati a lasciare la loro stanza, cosa che è fisicamente estenuante per i prigionieri a causa dello sciopero della fame. Ha anche aggiunto che 10 prigionieri sono tenuti in una stretta cella con un solo lavandino, un solo bagno e senza ventilatore o aria condizionata ( con un clima molto caldo), e che a ogni prigioniero sono state date tre coperte.

Bayadsi ha notato che le condizioni di salute di Sa’adat stanno peggiorando e che sembra debole, cammina e parla molto lentamente e ha perso molto peso. Inoltre il suo volto appare pallido e sta bevendo solo acqua. Sa’adat ha aggiunto che i controlli medici realizzati dall’IPS non sono sufficienti, in quanto vengono verificati solo la pressione sanguigna e il peso degli scioperanti. Secondo Bayadsi, nonostante il peggioramento delle sue condizioni di salute, Sa’adat mantiene il morale alto e intende continuare lo sciopero della fame finché le richieste dei prigionieri verranno accolte.

Sa’adat ha inoltre aggiunto che l’IPS ha imposto limitazioni ai prigionieri in sciopero della fame, tra cui un’ammenda per indisciplina di 200 shekel [circa 50 €, ndtr.]; il divieto di visite di familiari per 2 mesi; il divieto di accesso alla “mensa” (lo spaccio della prigione); sequestro del sale [il sale viene aggiunto all’acqua durante lo sciopero della fame per alleviarne le conseguenze, ndtr.] e di tutti i vestiti tranne un capo di abbigliamento per prigioniero.

Cosa più preoccupante, l’IPS ha reso ulteriormente difficile a medici indipendenti visitare i detenuti in sciopero della fame ed ha fornito loro tazze di plastica per bere dal rubinetto invece dell’acqua potabile normalmente fornita.

“Addameer”condanna fermamente un simile trattamento, che viola le “Disposizioni Standard Minime dell’ONU per il Trattamento dei Prigionieri”, che evidenziano la necessità di cure mediche adeguate in caso di detenzione. Oltre a ciò, le “Disposizioni Standard Minime dell’ONU per il Trattamento dei Prigionieri” stabiliscono che “ai prigionieri deve essere concesso, sotto il controllo necessario, di comunicare con le famiglie e con amici affidabili a intervalli regolari, sia attraverso la corrispondenza che tramite visite.”

Mentre lo sciopero della fame è arrivato al suo 28° giorno, l’ “Assistenza ai Prigionieri di Addameer” invita chi sostiene la giustizia in tutto il mondo a prendere iniziative per appoggiare i prigionieri palestinesi i cui corpi e le cui vite sono messi in pericolo per la libertà e la dignità. “Addameer” invita tutti a organizzare eventi in solidarietà con la lotta dei prigionieri e detenuti in sciopero della fame. “Addameer” chiede inoltre alla diplomazia di fare pressione su Israele perché consenta immediatamente agli scioperanti di avere accesso alle cure mediche ed alla consulenza legale necessarie.

“Addameer” inoltre sollecita tutti i partiti politici, le istituzioni, le organizzazioni e i gruppi solidali che lavorano nel campo dei diritti umani nei territori palestinesi occupati e all’estero ad appoggiare i detenuti nel loro sciopero della fame e chiede che vengano garantite le loro legittime richieste. “Addameer” continuerà a seguire da vicino lo sciopero dei prigionieri e a fornire aggiornamenti regolari sugli sviluppi della situazione.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Testo integrale della risoluzione dell’Unesco del 1 maggio 2017 sui “Territori occupati”.

testo inglese:

1 maggio 2017

Nota redazionale: il primo maggio 2017 il comitato esecutivo dell’UNESCO ha approvato una risoluzione, di cui riportiamo di seguito la traduzione, in cui si condannano le politiche israeliane riguardo al patrimonio culturale e religioso nei territori palestinesi occupati, comprese Gerusalemme est e Gaza.

In questo caso il testo acquista una particolare rilevanza perché, nonostante sia stato modificato e moderato rispetto a quello votato nel 2016, il rappresentante dell’Italia, interrompendo la tradizionale astensione su questi argomenti, ha votato contro il testo. Il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano ha motivato così questa decisione: “La nostra opinione e’ molto chiara: l’Unesco non può diventare la sede di uno scontro ideologico permanente in cui affrontare questioni per le cui soluzioni sono deputate altre sedi. Coerentemente con quanto dichiarato a ottobre noi, dunque, voteremo contro la risoluzione, sperando che questo segnale molto chiaro venga ben compreso dall’Unesco”. Ad ottobre infatti l’Italia si era astenuta. Il testo della risoluzione evidenzia quanto le affermazioni di Alfano siano pretestuose ed ignorino la funzione eminentemente politica che Israele attribuisce ai beni artistici e culturali, ed in particolare all’archeologia, nei territori palestinesi occupati. Come più volte affermato prima dal governo Renzi e poi da quello Gentiloni, il nostro Paese si dimostra sempre più prono alle posizioni politiche del governo israeliano.

Oltre all’Italia, hanno votato “no” altri nove Paesi: Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda, Lituania, Grecia, Paraguay, Ucraina, Togo e Germania.

Ventidue Paesi hanno votato a favore: Russia, Cina, Brasile, Svezia, Sud Africa, Iran, Malaysia, Mauritius, Nigeria, Senegal, Bangladesh, Pakistan, Vietnam, Nicaragua, Chad e sette Paesi arabi.

Ventitré Paesi si sono astenuti: Francia, Spagna, Slovenia, Estonia, India, Argentina, Messico, Giappone, Haiti, Repubblica Dominicana, Saint Kitts, Kenya, Trinidad, Albania, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana, Mozambico, Uganda, El Salvador, Corea del sud e Sri Lanka.

Tre Paesi non hanno partecipato al voto: Nepal, Serbia e Turkmenistan.

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Presentata da: Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan

Il comitato esecutivo

,1. Avendo esaminato il documento 201 EX/30

2. Richiamandosi alle disposizioni della Quarta Convenzione di Ginevra (1949) ed ai suoi protocolli aggiuntivi (1977), alle Convenzioni dell’Aja del 1907 su leggi ed usi della guerra terrestre e per la protezione del patrimonio culturale in caso di conflitto armato (1954) ed i suoi protocolli addizionali, alla Convenzione sui mezzi per proibire e impedire l’importazione, l’esportazione e il trasferimento illeciti di proprietà di beni del patrimonio culturale (1970) e alla Convenzione per la protezione del Patrimonio mondiale culturale e naturale (1972), all’inserimento della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura nell’elenco del Patrimonio dell’Umanità su richiesta della Giordania (1981) e nella lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo (1982) e alle raccomandazioni, risoluzioni e decisioni dell’UNESCO riguardo alla protezione del patrimonio culturale, così come a risoluzioni e decisioni dell’UNESCO riguardo a Gerusalemme, richiamando anche precedenti decisioni dell’UNESCO riguardo alla ricostruzione ed allo sviluppo di Gaza come anche a decisioni dell’UNESCO sui due siti palestinesi ad Al-Khalil/Hebron e a Betlemme,

3. Affermando che niente nella presente decisione, che intende, tra l’altro, salvaguardare il patrimonio culturale della Palestina e il carattere particolare di Gerusalemme est, può in alcun modo incidere sulle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e delle Nazioni Unite e su decisioni riguardo allo status legale della Palestina e di Gerusalemme in materia, compresa la risoluzione 2334 (2016) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite,

30.I Gerusalemme

4. Riaffermando l’importanza della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura per le tre religioni monoteiste,

5. Ricordando che ogni misura ed azione legislativa ed amministrativa presa da Israele, la potenza occupante, che abbia alterato o abbia la pretesa di alterare il carattere e lo status della Città Santa di Gerusalemme, e in particolare la “legge fondamentale” su Gerusalemme, non ha alcuna validità e deve essere immediatamente revocata,

6. Ricordando ancora una volta le 11 decisioni del comitato esecutivo: 185 EX/Decision 14, 187 EX/Decision 11, 189 EX/Decision 8, 190 EX/Decision 13, 192 EX/Decision 11, 194 EX/Decision 5.D, 195 EX/Decision 9, 196 EX/Decision 26, 197 EX/Decision 32, 199 EX/Dec.19.1, 200 EX/Decision 25 e le sette decisioni del Comitato per il Patrimonio dell’Umanità: 34 COM/7A.20, 35 COM/7A.22, 36 COM/7A.23, 37 COM/7A.26, 38 COM/7A.4, 39 COM/7A.27, 40 COM/7A.13,

7. Lamenta che le autorità israeliane occupanti non abbiano interrotto i lavori ed i progetti di scavo, anche di tunnel, a Gerusalemme est, soprattutto all’interno ed attorno alla Città Vecchia di Gerusalemme, che sono illegali dal punto di vista delle leggi internazionali, e rinnova la propria richiesta ad Israele, la potenza occupante, di proibire tutte le violazioni che non sono conformi a quanto previsto dalle convenzioni, risoluzioni e decisioni dell’UNESCO a questo proposito;

8. Lamenta inoltre il rifiuto israeliano di mettere in pratica la richiesta dell’UNESCO al Direttore generale perché nomini un rappresentante permanente che risieda stabilmente a Gerusalemme est per informare regolarmente su ogni aspetto riguardante il campo di pertinenza dell’UNESCO a Gerusalemme est, e rinnova la propria richiesta al Direttore generale perché nomini il prima possibile il summenzionato rappresentante;

9. Sottolinea di nuovo la necessità urgente di realizzare la missione di monitoraggio reattivo dell’UNESCO della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura, e invita il Direttore generale ed il Centro per il Patrimonio dell’Umanità ad esercitare ogni possibile azione, in linea con il loro mandato e in conformità con le indicazioni delle convenzioni, decisioni e risoluzioni dell’UNESCO in merito, per garantire l’immediata realizzazione della missione e, nel caso di una sua mancata attuazione, per proporre possibili misure efficaci per garantirla;

30.II Ricostruzione di Gaza

10. Deplora gli scontri militari all’interno ed attorno alla Striscia di Gaza e le vittime civili provocate, così come il costante impatto negativo nei campi di competenza dell’UNESCO, gli attacchi contro scuole ed altre strutture educative e culturali, comprese le violazioni dell’intangibilità delle scuole dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e gli interventi per i profughi palestinesi in Medio Oriente (UNRWA);

11. Deplora inoltre il continuo blocco israeliano della Striscia di Gaza, che danneggia il libero e sostenibile movimento di personale, studenti e beni per il soccorso umanitario e chiede ad Israele di attenuare immediatamente questo blocco;

12. Ringrazia il Direttore generale per le iniziative già messe in atto a Gaza nel campo dell’educazione, della cultura e della gioventù e per l’incolumità degli operatori dell’informazione, gli chiede di proseguire nel suo attivo coinvolgimento nella ricostruzione delle strutture educative e culturali di Gaza danneggiate e ripete, a questo proposito, la sua richiesta di rafforzare l’Antenna UNESCO a Gaza e di organizzare al più presto un incontro informativo sull’attuale situazione a Gaza nei settori di competenza dell’UNESCO e sui risultati dei progetti svolti dall’UNESCO;

30.III I due siti palestinesi di Al-Haram Al-Ibrahimi/Tomba dei Patriarchi ad Al-Khalil/Hebron e della moschea Bilal Ibn Rabah/Tomba di Rachele a Betlemme

13. Riafferma che i due siti in questione, che si trovano ad Al-Khalil/Hebron e a Betlemme, sono parte integrante dei Territori Palestinesi Occupati e condivide la convinzione affermata dalla comunità internazionale che i due siti sono di importanza religiosa per l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam;

14. Deplora i continui scavi, lavori e costruzione di strade private per i coloni e di un muro all’interno della città vecchia di Al-Khalil/Hebron da parte israeliana, che sono illegali in base alle leggi internazionali e danneggiano l’autenticità e l’integrità del sito, e la conseguente negazione della libertà di accesso ai luoghi di preghiera, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di porre fine a tutte le violazioni che non sono in conformità con le disposizioni delle convenzioni, risoluzioni e decisioni dell’UNESCO a questo proposito;

15. Lamenta l’impatto visivo del muro sul sito della moschea Bilal Ibn Rabah/Tomba di Rachele a Betlemme, così come il rigido divieto di accesso per i fedeli cristiani e musulmani palestinesi al sito, e chiede che le autorità israeliane ristabiliscano le caratteristiche originali del paesaggio attorno al sito e tolgano il divieto di accesso ad esso;

30. IV

16. Decide di includere questi argomenti sotto la voce denominata “Palestina Occupata” nell’ordine del giorno della sua 202esima sessione, e invita il Direttore generale a sottoporle un rapporto sui progressi compiuti in merito.

(traduzione di Amedeo Rossi)