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La striscia di Gaza: una crisi israeliana, non climatica

Dotan Halevy

28 giugno 2022 – Haaretz

L’Institute for National Security Studies [INSS- Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale, centro di studi indipendente, ma legato all’esercito e diretto dall’ex-generale Amos Yadlin, ndtr.] di Tel Aviv ha pubblicato recentemente un rapporto allarmante sulle catastrofiche conseguenze nella Striscia di Gaza in conseguenza della crisi climatica. Il documento, pubblicato anche da Ynet, [sito di notizie del quotidiano Yedioth Ahronot, ndtr.] solleva preoccupati interrogativi sulle pessime condizioni della popolazione civile palestinese a Gaza e suggerisce varie possibili misure per bloccarne il declino.

Questa è davvero una questione cruciale. Il cambiamento climatico sta rapidamente colpendo il Medio Oriente e richiede analisi e azioni urgenti. Tuttavia l’INSS sembra ritenere che la situazione umanitaria a Gaza sia un dato di fatto, causato da una “combinazione di fattori”, fra cui il conflitto con Israele. Questo è un punto di vista errato che nasconde deliberatamente il fatto che il motivo principale per cui gli abitanti di Gaza sono significativamente più esposti agli effetti della crisi climatica è il blocco israeliano.

Condurre la popolazione civile di Gaza sull’orlo del disastro umanitario è un obiettivo deliberato e quasi dichiarato delle politiche israeliane nei confronti di Gaza. Perciò, indipendentemente da qualsiasi misura fantasiosa si prenda per alleviare la crisi idrica o quella energetica nella Striscia, il governo israeliano deve prima riconoscere che isolare Gaza dalla Cisgiordania e da Israele è immorale e inefficace e deve essere fermato.

Nel mondo in cui viviamo non esistono più le economie autarchiche basate sulle risorse. Eppure con il blocco di Gaza ci si aspetta che un territorio con 2,1 milioni di abitanti sussista con acqua desalinizzata pompata principalmente nel proprio territorio. La scadente qualità dell’acqua a Gaza è presentata dagli israeliani come il risultato di “estrazione eccessiva” dalle falde acquifere locali, nonostante il fatto che non esista una sola regione in Israele, o più precisamente nel mondo, che sia costretta a fornire acqua a milioni di persone con questo metodo.

L’INSS afferma che la fornitura elettrica di Gaza è limitata per mancanza di soldi e combustibile, ma quello che non dice è che Israele usa spesso misure punitive collettive contro la popolazione locale e impedisce l’ingresso al carburante anche quando ci sarebbero i fondi. Ma anche se il carburante fosse abbondante, quasi nessuna delle infrastrutture e degli impianti disponibili per distribuire l’energia sono funzionanti a causa dei recenti bombardamenti israeliani.

Israele sta ritardando l’ingresso di migliaia di pezzi di ricambio necessari al buon funzionamento di sistemi idrici ed elettrici e questo ne compromette la continuità operativa. Secondo l’organizzazione Gisha, [ong israeliana che protegge la libera circolazione dei palestinesi, in particolare di Gaza, ndtr] gli impianti idrici ed elettrici a Gaza hanno bisogno di migliaia di pezzi di ricambio. L’INSS concorda che limitare l’ingresso di parti che Israele classifica come a “doppio uso”, cioè di materiali necessari per la costruzione e lo sviluppo, ma che possono anche avere scopi militari, mina qualsiasi tentativo di ricostruire la rete elettrica. 

In breve, Israele sta deliberatamente condannando gli abitanti di Gaza a gelare d’inverno e a morire di caldo d’estate (immaginate una notte di agosto nelle pianure costiere israeliane senza un condizionatore d’aria o un ventilatore), limitando il pompaggio di acqua e il drenaggio fognario e restringendo a poche ore al giorno tutti i servizi essenziali, inclusi quelli medici.

L’inchiesta afferma, in un certo senso favorevolmente, che a Gaza la fornitura di elettricità si affida sempre di più ai pannelli solari. L’INSS la vede come un’opportunità per incoraggiare la dipendenza da energie rinnovabili. Che cinismo! Magari seguendo il modello della fornitura idrica, la rete elettrica di Gaza sarà limitata solamente allo sfruttamento dei raggi di sole che passano fra le recinzioni lungo i confini.

Potremmo analizzare molti altri esempi: dovremmo preoccuparci dell’aumento della concentrazione di CO2 nelle acque del Mediterraneo e del declino di pesce disponibile da consumare a Gaza come risultato della crisi climatica? Israele comunque espande e limita come meglio crede le zone di pesca di Gaza e impedisce intenzionalmente ai suoi pescatori di guadagnarsi da vivere con la loro unica risorsa naturale direttamente accessibile. Persino le discussioni sul declino della quantità d’acqua piovana possono aspettare. Per prima cosa gli elicotteri israeliani per l’irrorazione di pesticidi dovrebbero smettere di usarli quando distruggono le zone erbose intorno alle aree di confine (“ripulire il terreno”) danneggiando le zone agricole di Gaza adiacenti alle recinzioni perimetrali.

La Striscia di Gaza non è particolarmente esposta ai danni del cambiamento climatico a causa della sua posizione geografica o del suo clima. Non è una regione climaticamente unica e autonoma, ma è al contrario un’enclave politica incastrata entro confini artificiali. Dal 1949, con l’accordo sul cessate il fuoco con l’Egitto, Gaza è stata isolata dalle zone di espansione agricola e dai bacini idrici che la rifornivano d’acqua. Dopo il 1967 è stata utilizzata da Israele come un serbatoio di manodopera a basso costo e un mercato monopolizzato dai prodotti israeliani e dal 2007 con il blocco militare israeliano è stata trasformata in quello che molti considerano “la più grande prigione a cielo aperto nel mondo.” Oggi la tragica situazione umanitaria a Gaza non è un errore, ma una componente delle politiche israeliane. Con o senza la crisi climatica.

Se volessimo stabilire un nesso fra la situazione a Gaza e la crisi climatica sarebbe più preciso pensarlo come una finestra affacciata sul panorama da incubo di un mondo immerso nella rivalità per le risorse e la creazione di enclave ambientali per popolazioni indesiderabili. La Striscia di Gaza è essenzialmente un aquario dimenticato in cui forze esterne onnipotenti determinano l’ammontare, i tempi e le circostanze dell’ingresso di cibo e risorse. A seconda delle intenzioni di questo potere esterno il livello di sussistenza potrebbe precipitare al punto da mettere a rischio la sopravvivenza (un disastro umanitario) o, se invece lo volesse, il benessere sarebbe a disposizione.

In un momento di peggioramento delle condizioni ambientali non è da escludere il timore che Paesi potenti adottino il modello dell’Acquario Gaza, imprigionando popolazioni nemiche, restringendo il loro accesso ad acqua ed energia e nutrendole o affamandole a loro piacimento. Tutto ciò, naturalmente, in base a considerazioni di sicurezza nazionale e alle leggi degli Stati sovrani per proteggere se stessi. La miseria, la fame e la disperazione risultanti possono essere convenientemente spiegate come il risultato del riscaldamento globale.

Molti sostengono che Israele abbia un importante ruolo da giocare nell’implementare riforme globali verso una transizione verso energie pulite ed economie sostenibili. Non perché Israele sia un grande inquinatore di diossido di carbonio, ma perché la sua capacità tecnologica e la sua rilevanza geopolitica ne possono fare un modello e una fonte di soluzioni per altri Paesi. Noi possiamo solo sperare che il modello che gli altri sceglieranno di implementare non sia quello che Israele ha adottato per la Striscia di Gaza.

È buono e giusto considerare seriamente la nostra preparazione per gli scenari da incubo che potrebbero verificarsi a causa della crisi climatica. Ma è persino più decisivo che questo dibattito non nasconda il fatto che le ragioni per cui certe popolazioni sono più esposte di altre sono chiaramente politiche. 

Le soluzioni della crisi a Gaza non saranno trovate con metodi fantasiosi per evitare questo problema, mantenendo allo stesso tempo l’isolamento di Gaza dal resto del mondo, ma riconnettendola al suo contesto geografico ed economico, aprendo prima di tutto i checkpoint al flusso regolare di merci e persone e poi connettendo la Striscia alle reti energetiche e idriche israeliane. Vale la pena di menzionare che, a causa del considerevole controllo israeliano del territorio palestinese, il diritto internazionale e l’etica impongono che si occupi della popolazione civile sotto il suo controllo. 

Che a Israele piaccia o no, 40 anni di occupazione de facto e altri 15 anni di blocco militare di Gaza implicano delle responsabilità. I danni causati durante tutto questo tempo e che stanno ancora continuando non si possono più imputare alla crisi climatica.

Dotan Halevy è un ricercatore post-dottorato della Polonsky Academy presso il Van-Leer Jerusalem Institute.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Israele blocca pezzi di ricambio indispensabili per gli impianti idrici e fognari di Gaza

Amira Hass

9 gennaio 2022 – Haaretz

Pezzi che impiegavano meno di un mese per entrare a Gaza ora impiegano fino a cinque mesi, con la conseguenza di guasti, rilascio di acque reflue in mare e peggioramento della qualità dell’acqua potabile

Israele sta bloccando l’accesso di centinaia di pezzi di ricambio indispensabili per il corretto funzionamento degli impianti idrici e fognari di Gaza. Di conseguenza, le acque reflue parzialmente trattate vengono rilasciate in mare, le perdite d’acqua dalle tubature sono perfino peggio del solito, il deflusso dell’acqua piovana determina un pericolo di inondazioni. Anche la qualità e la quantità dell’acqua potabile, depurata in appositi impianti, ne risente e gli stessi problemi continuano a riproporsi perché le riparazioni vengono effettuate con materiali di fortuna.

Funzionari palestinesi della Gaza Water Utility [la Coastal Municipalities Gaza Water Utility è il servizio responsabile dell’approvvigionamento idrico e del trattamento delle acque reflue nella Striscia di Gaza, i cui impianti sono stati severamente e ripetutamente danneggiati nel corso dei reiterati bombardamenti israeliani, ndtr.] affermano che dalla fine della guerra di maggio ci sono stati inspiegabili ed estesi ritardi e reticenze nell’acquisizione dei permessi per l’accesso dei vari articoli necessari. Un funzionario della sicurezza israeliano respinge le contestazioni sui ritardi.

Maher an-Najar, vicedirettore generale della Coastal Municipalities (Gaza) Water Utility, afferma che prima della guerra fornitori e appaltatori aspettavano da una settimana a un mese per ottenere un permesso israeliano per l’accesso degli articoli necessari con urgenza alla regolare manutenzione o a riparazioni, mentre ora il tempo di attesa va da due a cinque mesi o più. Circa 500 impianti idrici e fognari a Gaza hanno attualmente una grave carenza di valvole, filtri, pompe, tubi, apparecchiature elettromeccaniche, cavi elettrici, parti di ricambio per veicoli di servizio e parti per computer e sistemi di informatizzazione utilizzati per la supervisione delle ispezioni, la raccolta dei dati e il funzionamento.

“I nuovi progetti che abbiamo realizzato, come gli impianti di desalinizzazione, un impianto di trattamento delle acque reflue, serbatoi d’acqua e molti dei pozzi, sono tutti gestiti per mezzo di un sofisticato sistema computerizzato”, afferma An-Najar. “Che richiede per il funzionamento una fornitura continua e regolare di pezzi di ricambio elettronici.” Dice anche che sono state presentate prima della guerra di maggio delle richieste di parti di ricambio per i sistemi informatici, compreso un server necessario per la sede principale. Da allora tali richieste non hanno ancora ricevuto risposta.

Una delle strutture interessate è la stazione di pompaggio delle acque reflue a Khan Yunis [città palestinese con annesso campo profughi nel sud della Striscia di Gaza, ndtr.]. L’usura delle apparecchiature ha portato a ripetuti allagamenti. Vi sono state installate due nuove pompe, ma l’autorizzazione per un serbatoio di compensazione (che neutralizza la pressione dell’acqua nel sistema) e le relative valvole, richiesta prima della guerra, si è fatta attendere a lungo. I tubi hanno iniziato ad esplodere, quindi sono state reinstallate le vecchie pompe per evitare che quelle nuove venissero danneggiate dai frequenti malfunzionamenti. Due mesi fa è finalmente arrivato il vaso di espansione, ma senza le valvole, quindi deve ancora essere installato. “Non potendo abbassare la pressione ogni giorno esplode un altro tubo alla stazione di pompaggio e noi ci arrangiamo con una riparazione sommaria”, afferma An-Najar.

Il nuovo impianto di trattamento delle acque reflue di Khan Yunis, collegato alla suddetta stazione di pompaggio, è privo di un centinaio di pezzi di ricambio per apparecchiature elettromeccaniche e valvole. Durante la guerra gli operai hanno dovuto abbandonare lo stabilimento a causa dei bombardamenti, e quindi non è stato possibile effettuare la regolare manutenzione.

Nell’impianto di desalinizzazione dell’acqua di mare a Deir al-Balah, nel centro di Gaza, l’elemento più importante che manca, ancora in attesa dell’approvazione israeliana, è il pannello di controllo dell’ala centrale (necessario per dissalare 3.400 dei 6.000 metri cubi di acqua al giorno). Pertanto viene dissalata meno acqua e l’azienda idrica deve attingere acqua da pozzi che sono stati dismessi a causa dell’elevata salinità dell’acqua contenuta.

Oltre ai ritardi inspiegabili degli ultimi mesi, un divieto israeliano relativamente recente, dell’inizio del 2021, sta impedendo anche il corretto funzionamento dei sistemi idrici e fognari di Gaza; Israele non consente l’ingresso di tubi di acciaio di diametro superiore a 1,5 pollici [3,81 cm., ndtr.], mentre gli impianti di desalinizzazione e trattamento delle acque reflue richiedono tubi con un diametro compreso tra 2 e 10 pollici [da 5,8 a 25,4 cm.,ndtr.]. Pertanto, gli operatori dei servizi idrici di Gaza non sono in grado di riparare adeguatamente le tubazioni esistenti, alcune delle quali sono state danneggiate dai bombardamenti di maggio. Di conseguenza, aumentano le perdite di acqua potabile e fognaria. An-Najar afferma che durante l’attuale stagione delle piogge la principale preoccupazione è costituita dalle inondazioni nei quartieri residenziali e nelle case a causa della riduzione del drenaggio.

Funzionari dell’Amministrazione di coordinamento e collegamento, che fa parte del Coordinamento del ministero della difesa per le attività governative nei territori (COGAT) [unità del Ministero della Difesa israeliano che coordina le questioni civili tra il governo di Israele, l’esercito israeliano, le organizzazioni internazionali, i diplomatici e l’Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.], dicono ai coordinatori e agli ingegneri dei servizi idrici di utilizzare tubi di plastica, ma an-Najar dice che nei punti di uscita dalle stazioni di pompaggio le tubature devono essere di metallo, a causa della pressione dell’acqua. “I nostri ingegneri non avrebbero chiesto un tubo di metallo se fosse stato possibile installare un tubo di plastica”, afferma.

Anche gli impianti di depurazione e dissalazione dell’acqua potabile risentono della carenza di pezzi di ricambio. Non c’è nessuna alternativa a questi impianti perché le acque di falda di Gaza sono insufficienti per la sua popolazione in crescita. L’eccessivo pompaggio durato decenni ha causato crescenti infiltrazioni di acqua di mare nella falda acquifera. I 300 pozzi di Gaza producono ogni anno 85 milioni di metri cubi d’acqua, che richiedono dissalazione e purificazione.

Israele ha rifiutato e rifiuta tuttora di collegare Gaza alle infrastrutture idriche del Paese, pur avendo il controllo anche delle fonti d’acqua della Cisgiordania, deviandone la maggior parte in favore della popolazione israeliana. L’Autorità Nazionale Palestinese, Hamas e i paesi che finanziano l’ANP non insistono perché Israele incrementi la quantità di acqua venduta a Gaza, facendo invece affidamento su un maggiore sviluppo degli impianti di desalinizzazione.

Oggi, dopo oltre vent’anni dal momento in cui per la prima volta si è discusso della desalinizzazione dell’acqua di mare a Gaza, 8 milioni di metri cubi all’anno provengono dagli impianti di desalinizzazione costruiti in loco. La consapevolezza a livello internazionale che la crisi idrica in corso richieda anche un approvvigionamento da parte di Israele ha portato a un aumento della quantità di acqua venduta dalla compagnia idrica Mekorot a Gaza, da 5-8 milioni di metri cubi al momento del disimpegno del 2005 [il piano di disimpegno unilaterale israeliano fu adottato nel mese di agosto 2005 per rimuovere tutti gli abitanti israeliani dalla Striscia di Gaza e da quattro insediamenti in Cisgiordania settentrionale, ndtr.] a soli 15 milioni di metri cubi oggi.

In tutto a Gaza solo il 20 per cento dell’acqua non richiede dissalazione e purificazione. Quando gli impianti di depurazione e dissalazione funzionano solo a capacità ridotta sia la quantità che la qualità dell’acqua potabile disponibile diminuiscono significativamente, con tutte le conseguenti implicazioni per la salute pubblica. Circa 100 impianti sono gestiti dai comuni e dal servizio idrico, fornendo gratuitamente acqua potabile a 180.000 residenti, per lo più famiglie povere. Queste persone non possono permettersi di acquistare acqua imbottigliata importata o purificata in un impianto privato. Centinaia di altri impianti privati ​​vendono acqua purificata ai residenti locali.

L’impianto di trattamento delle acque reflue di Al-Bureij, nel centro di Gaza, che serve 800.000 persone, ha registrato recentemente dei progressi nell’ottenere l’approvazione israeliana per i pezzi di ricambio. La Germania ha investito per la sua costruzione 87 milioni di euro. Trenta paesi e organizzazioni internazionali hanno contribuito alla realizzazione del sistema idrico e fognario di Gaza, dice An-Najar, ma la maggior parte non ha dato somme così ingenti. “E a differenza dei rappresentanti del governo tedesco, non tutti possono continuare a chiedere al COGAT perché vengano bloccati i materiali necessari per il progetto che stanno finanziando”. E questa struttura è solo una delle 500, sottolinea an-Najar. In mancanza di pezzi di ricambio, l’impianto di Al-Bureij può trattare solo 35.000 metri cubi di acque reflue al giorno anziché 60.000. Il resto viene convogliato negli impianti più vecchi e le acque reflue parzialmente trattate sfociano in mare. “E’ dannoso per il nostro ambiente, per il nostro impianto di desalinizzazione dell’acqua di mare e anche per l’ambiente degli israeliani, dal momento che Ashdod e Ashkelon sono molto vicini”, dice An-Najar.

Gli appaltatori e i fornitori che hanno ottenuto dal servizio idrico palestinese l’incarico per l’acquisto dei pezzi di ricambio e delle materie prime presentano le loro richieste di approvazione per l’importazione delle apparecchiature. A causa dei lunghi tempi di movimentazione e delle tariffe aggiuntive di stoccaggio nei porti, le offerte degli appaltatori sono superiori ai costi di base di circa il 30%, afferma An-Najar. Il denaro extra potrebbe essere investito nello sviluppo e nell’espansione della rete. I lavoratori e gli amministratori dell’azienda perdono inoltre molto tempo prezioso negli infiniti tentativi di scoprire dall’Amministrazione di coordinamento e collegamento israeliana cosa ne è stato delle domande presentate.

In risposta a un’indagine di Haaretz sui ritardi il COGAT ha detto che “negli ultimi mesi l’amministrazione ha lavorato per integrare sistemi tecnologici che abbreviano il percorso burocratico e migliorano il processo di importazione di beni nella Striscia di Gaza, compresi i materiali a duplice uso.Una fonte del servizio idrico palestinese spiega che questa affermazione si riferisce alla sostituzione del metodo di registrazione delle domande con un diverso sistema online. Nel nuovo sistema (denominato Yuval), l’articolo specifico deve essere inserito nel suo database; in caso contrario, il sistema non può elaborare la richiesta. Questa condizione non esisteva nel vecchio sistema. Quindi gli ingegneri e gli appaltatori ora devono cercare l’articolo più simile presente nel sistema israeliano. Per diversi mesi le richieste sono state inviate attraverso entrambi i sistemi, ma l’amministrazione israeliana ha recentemente preteso che le vecchie richieste fossero reimpostate secondo il sistema Yuval. Quindi, per quanto l’amministrazione di coordinamento israeliana dica che starebbe migliorando il sistema, finora il cambiamento ha solo complicato la procedura.

Nella indagine presentata al COGAT è allegato un elenco di 11 richieste di articoli mancanti riguardanti l’impianto di trattamento delle acque reflue di Al-Bureij finanziato dalla Germania. Una fonte della sicurezza ha dichiarato che per alcuni articoli non sarebbe stata presentata nessuna richiesta, per altri mancherebbero vari documenti mentre per altri ancora le richieste sarebbero già state approvate. Il funzionario palestinese afferma che a ciascuna richiesta nell’elenco è stato assegnato un numero mentre veniva digitata nel (vecchio o nuovo) sistema online e che l’elenco stesso è la prova che tutte le richieste sono state inviate. Inoltre, per maggior sicurezza il servizio invia anche ogni richiesta online via e-mail al responsabile dell’amministrazione di coordinamento israeliana. Aggiunge che nel caso di un’effettiva assenza di parte della documentazione ci si aspetterebbe che gli appaltatori e l’azienda idrica vengano informati direttamente e immediatamente anziché mesi dopo.

Gisha, un’organizzazione israeliana per i diritti umani che si occupa dell’impatto della politica israeliana su Gaza e si sforza di cambiarla, è convinta che i ritardi abbiano una motivazione politica. Israele sta facendo un uso inaccettabile del suo controllo sul movimento di merci in entrata e in uscita da Gaza come strumento per esercitare pressioni politiche, a spese degli abitanti di Gaza e senza assumersi la responsabilità dei gravi effetti che questo comportamento ha sulle loro condizioni di vita, sostiene. Gisha aggiunge che il ritardo nell’importazione di pezzi di ricambio per le infrastrutture idriche “è un comportamento crudele che va contro i doveri legali di Israele di sostenere una qualità di vita normale a Gaza, e questo comportamento deve cessare”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Gaza è un biglietto di sola andata”: come la politica israeliana di ricollocazione sta separando le comunità palestinesi

Henriette Chacar

30 giugno 2020 – +972

Israele sta sistematicamente indirizzando gli spostamenti dei palestinesi in una direzione: dalla Cisgiordania a Gaza. Le famiglie e i loro legali affermano che il trasferimento silenzioso sta frammentando la società palestinese.

Il 4 marzo Samar Saoud ha ricevuto finalmente la telefonata che stava aspettando. Le è stato detto di presentarsi la domenica seguente con i suoi tre figli al valico di Erez, e la famiglia avrebbe lasciato la Striscia di Gaza e sarebbe andata nella città cisgiordana di Nablus, dove vivono i genitori di Saoud.

Ma a Erez è stato detto a Saoud di tornarsene a casa. Implorare gli ufficiali dell’esercito israeliano non è servito a niente. Il valico, che separa Israele dalla Striscia di Gaza, era chiuso per tutto il giorno, probabilmente per la festa ebraica di Purim. Sarebbero state consentite solo le uscite per “casi umanitari” eccezionali, come ad esempio urgenti cure mediche.

Saoud era distrutta. Aveva già venduto la sua casa e i suoi beni. Non sapeva dove andare. Cresciuta in Cisgiordania, era andata a Gaza nel 2005 dopo essersi sposata con un palestinese della Striscia. Ma lo scorso dicembre suo marito se n’è andato in Turchia alla ricerca di opportunità di lavoro. Senza parenti stretti che le fornissero un aiuto, Saoud improvvisamente si è trovata senza casa.

Con il valico ancora chiuso, Saoud ha chiesto a suo cognato se lei e i suoi figli potessero stare con lui finché il suo caso fosse risolto. Suo cognato è disoccupato e, mentre era ospite nella sua casa, lei ha utilizzato il denaro ricavato dalla vendita della casa per provvedere alle due famiglie. “Negli ultimi quattro giorni ho mangiato solo un pasto. Sono sull’orlo di una crisi di nervi,” ha detto per telefono.

Il 12 marzo, dopo che Gisha, un’associazione israeliana per i diritti umani che si occupa della libertà di movimento dentro e fuori Gaza, ha presentato una richiesta urgente al tribunale distrettuale di Gerusalemme, Saoud ha avuto l’autorizzazione di attraversare il valico.

Quella stessa settimana, per contrastare la diffusione del nuovo coronavirus, Israele ha ulteriormente ridotto i viaggi dei palestinesi da Gaza. Poi alla fine di maggio, in risposta all’imminente piano di annessione di parti della Cisgiordania, l’Autorità Nazionale Palestinese ha annunciato che stava ponendo fine al coordinamento con Israele, compresi i permessi di viaggio. Le linee guida per presentare queste richieste rimangono vaghe.

Ma persino quando venivano consentiti gli spostamenti dei palestinesi le restrizioni erano così rigide che, dicono le critiche, di fatto hanno ridisegnato il tessuto della società palestinese nei territori occupati. Sono state impostate in modo da indirizzarli in una direzione – verso Gaza – il che, secondo un nuovo studio di Gisha, in base alla Quarta Convenzione di Ginevra, potrebbe rappresentare un crimine di trasferimento forzato di una popolazione sotto occupazione.

Comprendere questa politica, aggiungono questi analisti, mette in luce l’impatto potenzialmente devastante dell’annessione israeliana sui palestinesi.

Le ho detto che sarei tornato presto con dei dolci”

Come Saoud, Shada Shendaghli è nata in Cisgiordania ed ha sposato un uomo originario di Gaza. Il marito di Shendaghli, Issam, è tornato nella Striscia nell’ottobre 2016 e lei lo ha seguito due mesi dopo. Ora hanno due figlie, Masa e Rithal, entrambe registrate come residenti in Cisgiordania.

Ma per Shendaghli la vita nella Striscia era insopportabile, ammette Issam per telefono. Le interruzioni di corrente erano continue e avevano l’acqua solo due o tre giorni alla settimana. “Non abbiamo neppure le comodità basilari che ha la gente in Cisgiordania. Non ci si è abituata,” dice.

Shendaghli ha deciso di tornare a Ramallah. Ha fatto richiesta di un permesso, ma l’esercito israeliano ha respinto la domanda affermando che lei aveva accettato di lasciare la sua residenza in Cisgiordania e di spostarsi a Gaza. Quando Gisha ha presentato un ricorso a suo favore, il Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori (COGAT), l’istituzione militare che amministra l’occupazione, ha sostenuto che ora lei è registrata come residente a Gaza e quindi non ha il diritto di tornare nella sua casa in Cisgiordania.

Il divieto imposto da Israele alla libertà di movimento delle persone viola le leggi internazionali, afferma la portavoce di Gisha Miriam Marmur: “Ciò significa che nei territori palestinesi occupati moltissimi palestinesi non possono scegliere dove vivere e farsi una famiglia.”

La battaglia legale di Shendaghli è finita nel giugno 2019, quando le è stato consentito di tornare in Cisgiordania con le figlie. Ma ciò è avvenuto al prezzo di doversi separare da suo marito.

Issam ricorda che il giorno in cui la sua famiglia se n’è andata si è sentito “distrutto”. Tutta la sua vita è cambiata, dice: “Ora quando torno a casa dal lavoro mi affretto a ricaricare il telefono, contando i secondi prima di poter parlare con loro.”

Mia figlia comincia a piangere, chiedendomi di andare a casa,” continua. “Le dico che sto arrivando, che sono andato a prenderle un’altra bambola, che tornerò presto con dei dolci.”

Tra il 2009 e il 2017 Israele ha esaminato e accolto solo 5 domande di trasferimento degli abitanti di Gaza, tutte in seguito all’intervento giudiziario a favore dei richiedenti. Di queste cinque, quattro riguardavano minorenni che non avevano parenti che si occupassero di loro a Gaza. Al contrario, tra il 2011 e il 2014 il COGAT ha approvato 58 richieste di trasferimento a Gaza di abitanti della Cisgiordania (51 delle quali presentate da donne).

Israele sta cercando di fare in modo che in Cisgiordania vivano quanti meno palestinesi possibile,” afferma Marmur. “Perché un abitante di Gaza si sposti in Cisgiordania, lui o lei deve rispondere a criteri eccessivamente limitanti, che sono fondamentalmente impossibili da rispettare. D’altra parte perché un residente in Cisgiordania si trasferisca a Gaza tutto quello che lui o lei deve fare è firmare la ‘procedura di insediamento’.”

Si tratta di un documento che gli abitanti palestinesi della Cisgiordania sono tenuti a sottoscrivere al loro ingresso a Gaza, in cui Israele condiziona il permesso di entrata a una dichiarazione secondo cui intendono trasferire in permanenza il loro “centro della loro vita” a Gaza. Gli verrà consentito di rientrare in Cisgiordania solo in “rari casi per ragioni umanitarie”, continua il documento. Firmando questo accordo, i palestinesi di fatto rinunciano alla loro residenza in Cisgiordania.

Questo procedimento è stato creato dall’esercito israeliano nel 2009, in seguito a un ordine della Corte Suprema, come un modo per controllare la ricollocazione di palestinesi da una parte dei territori occupati ad un’altra. Ma da quando esso è stato introdotto, gli spostamenti da Gaza alla Cisgiordania sono diventati “quasi impossibili”, afferma Dani Shenhar di HaMoked, un’organizzazione israeliana di assistenza legale. Non un solo caso a cui l’organizzazione ha lavorato nell’ultimo decennio e che abbia coinvolto un abitante di Gaza che ha fatto domanda di trasferimento ha avuto successo, aggiunge. “Gaza è un biglietto di sola andata. Se ti sposti lì, non tornerai indietro.”

In seguito a ciò, dice Shenhar, HaMoked ha smesso di accettare questi casi “perché rimaniamo bloccati. I tribunali accettano fondamentalmente la premessa israeliana ed è molto difficile mettere in discussione questa situazione.”

Il COGAT ha ignorato la richiesta di +972 Magazine di fornire dati sul numero di domande da parte di palestinesi per cambio di residenza da Gaza ricevute, approvate e rifiutate dal 1967, quando ha occupato e iniziato ad amministrare il territorio. Non ha neppure comunicato quanti palestinesi abbiano dovuto firmare la rinuncia alla residenza né ha risposto sul perché l’ingresso a Gaza richieda loro di rinunciare al loro status di residenti.

Invece il COGAT ha scritto in una mail che, da quando Hamas ha preso il potere a Gaza nel 2007, “lo Stato di Israele ha istituito una politica di differenziazione tra la Striscia di Gaza e l’area di Giudea e Samaria (la denominazione israeliana della Cisgiordania) – e, di conseguenza, si è deciso per un verso di limitare il passaggio tra la Striscia di Gaza da una parte e Giudea e Samaria, così come dall’altra in Israele, solo per quei casi umanitari ed eccezionali che rispondono alle procedure previste da Israele.”

Ma, nonostante quello che sostiene, le ragioni di Israele per separare Gaza e Cisgiordania sono politiche, non riguardano la sicurezza, afferma Tareq Baconi, un analista dell’International Crisis Group [Ong con sede in Belgio, ndtr.]. Ciò è ancora più evidente, spiega, considerando che le restrizioni israeliane contro la Striscia iniziarono nel 1989, durante la Prima Intifada, anni prima che Hamas arrivasse al potere.

La frammentazione della società palestinese, aggiunge Baconi, è stata esacerbata dalla divisione politica tra Fatah e Hamas, che ha sia reso interna questa divisione che garantito che essa continui: “La situazione è talmente diversa tra i due luoghi che è cambiata persino la consapevolezza politica,” nota, così tanto che “per chi vive in Cisgiordania la Striscia di Gaza potrebbe benissimo essere un altro pianeta.”

Anche se là il livello di sofferenza è senza precedenti, Gaza non dovrebbe essere considerata un’eccezione, sostiene Baconi: “La Striscia di Gaza è semplicemente una versione estremizzata dell’Area A (le enclave della Cisgiordania sotto totale controllo palestinese). È una versione estremizzata di Kufr ‘Aqab (a Gerusalemme est). È una versione estremizzata di Umm al-Fahm (una città palestinese in Israele), nel senso che quello che abbiamo in tutta questa terra è un processo di controllo israeliano di territori che circondano le bolle palestinesi.

Baconi dice che, mentre l’obiettivo finale di questa politica può non essere noto, la strategia di confinamento dei palestinesi in contenitori urbani e di riduzione al minimo degli spostamenti tra di essi è “il classico divide et impera, è la regola numero 1 del colonialismo”.

Due diversi territori occupati

In assenza di un meccanismo per cambiare residenza i palestinesi hanno dovuto trovare altri modi per ricongiungersi con le loro famiglie in Cisgiordania. Nel giugno 2010, in una lettera ad HaMoked del colonnello Uri Mendes, comandante per il coordinamento e le operazioni del COGAT, Israele stimava che circa 35.000 palestinesi il cui indirizzo di residenza era Gaza potevano trovarsi in Cisgiordania. Israele li definisce criminali infiltrati, fatto che li intrappola ulteriormente in una costrizione burocratica.

Uno di questi abitanti è Rawan, che nel 2018 si è spostata a Ramallah per stare con suo marito, un palestinese di Gaza che stava già vivendo in Cisgiordania. Per iniziare una vita insieme è arrivata con un permesso medico di un giorno autorizzato dall’esercito israeliano e, nonostante le conseguenze, è rimasta dopo la scadenza del termine.

Per Rawan persino il semplice compito di uscire dalla sua casa di Ramallah per comprare il pane è diventato un’impresa rischiosa. Due anni fa, un pomeriggio, l’esercito israeliano ha posto Ramallah sotto blocco militare per impedire attacchi “per emulazione”, dopo che alcuni palestinesi avevano compiuto un attacco letale sparando da un’auto nelle vicine colonie. “In un primo momento ho pensato che fosse un’allucinazione,” dice Rawan. “Dopo questo sono dovuta rimanere a letto per una settimana.”

Benché Rawan si sia spostata in una zona che dovrebbe essere sotto il controllo palestinese, se scoperta l’esercito israeliano potrebbe arrestarla, incarcerarla e deportarla di nuovo a Gaza, ed è per questo che ha chiesto di essere citata solo per nome. Per vivere in Cisgiordania rispettando le leggi militari israeliane, Rawan dovrebbe cambiare il suo indirizzo all’anagrafe palestinese. Benché abbia presentato la richiesta all’ufficio per gli affari civili dell’ANP, la modifica [della residenza] risulta valida solo dopo che Israele l’ha approvata.

Dopo aver occupato nel 1967 Gerusalemme est, Gaza e la Cisgiordania, Israele ha fatto un censimento e ha rilasciato documenti di identità ai palestinesi registrati all’anagrafe. Con la firma del secondo accordo di Oslo (“l’accordo di Taba”) nel 1995, il controllo dell’anagrafe è stato trasferito all’Autorità Nazionale Palestinese appena costituita. Tuttavia in pratica l’esercito israeliano ha continuato ad operare in base alle proprie copie del registro anagrafico.

Nel settembre 2007, pochi mesi dopo che Hamas aveva preso il controllo di Gaza e due anni dopo il “disimpegno” israeliano dalla Striscia, l’esercito impose severe restrizioni agli spostamenti di persone e beni verso e dall’enclave costiera, che da allora Israele ha posto sotto assedio. Un anno dopo, in risposta a una richiesta di HaMoked, un portavoce del COGAT affermò che l’esercito ora considerava la Cisgiordania e Gaza come due territori distinti e separati. Pertanto le richieste di cambio di domicilio possono essere approvate solo da alti funzionari in circostanze eccezionali per ragioni umanitarie.

Nel 2011, come eccezionale gesto politico nei confronti di Tony Blair, rappresentante del Quartetto [composto da USA, UE, ONU e Russia) per il Medio Oriente, Israele accettò di autorizzare le domande di 5.000 abitanti di Gaza che intendevano cambiare residenza e spostarla in Cisgiordania. Secondo Gisha alla fine di quell’anno Israele vagliò circa 2.775 richieste su un totale delle 3.700 presentate dal governo palestinese.

La reale portata della politica di separazione da parte di Israele non è chiara, perché le autorità hanno costantemente rifiutato di rilasciare informazioni riguardo al numero di persone direttamente interessate da essa. Quando +972 Magazine ha chiesto perché continui a controllare l’anagrafe dei residenti a Gaza dato che Israele sostiene di non occupare più la Striscia, il COGAT ha risposto che il registro non è “sotto l’autorità dell’Amministrazione Civile.”

Non abbiamo più tempo”

Poco dopo che Rawan è arrivata in Cisgiordania nel gennaio 2018, ha iniziato a cercare lavoro. “Devo lavorare. Sono il tipo di persona che non riesce a stare ferma,” dice in un caffé di Ramallah.

Alla fine ha trovato un impiego con un gruppo che fornisce servizi alle donne a Gerico. Ma il lavoro prevedeva che viaggiasse nell’Area C della Cisgiordania, che è sotto totale controllo israeliano e in cui i soldati pattugliano liberamente le comunità palestinesi. Lavorare fuori da Ramallah significa per Rawan rischiare quotidianamente di essere presa e deportata. “Voglio vivere la mia vita. Voglio lavorare. Quindi ho confidato in Allah. Ma dentro di me ero terrorizzata,” afferma.

Ogni volta che Rawan attraversa un posto di controllo israeliano “sento come se la mia vita stesse per finire.” Scherza riguardo a come la paura e lo stress di cercare di cambiare domicilio siano così grandi che hanno influenzato la sua possibilità di rimanere incinta: può sentire il suo corpo irrigidirsi.

Rawan dice di aver fatto domanda di residenza presso l’ufficio palestinese per gli affari civili, ma non si sa cosa ne sarà ora che l’ANP ha posto fine al coordinamento con Israele. Quando è il momento di stare davanti a un soldato israeliano, scherza, vorrebbe scambiare la sua terra di famiglia nel villaggio palestinese distrutto di Isdud (oggi Ashdod), di cui è originaria la sua famiglia, con un permesso.

I miei genitori hanno lavorato perché potessimo tutti andarcene da Gaza. Tutti ce ne vogliamo andare. La situazione lì è insopportabile,” dice Rawan. “Per Israele chiunque sia di Gaza è un terrorista. Ma io voglio vivere la mia vita. Voglio godere della vita. Non abbiamo più tempo.”

Secondo Rawan un impiegato dell’ufficio per gli affari civili a Ramallah le ha detto che l’unico modo per ottenere la residenza è concedere favori sessuali a un leader locale palestinese. Un altro funzionario del ministero degli Interni palestinese le ha detto che la sua occasione migliore sarebbe di lavorare con un collaborazionista legato ai servizi di sicurezza israeliani.

In uno studio pubblicato da Gisha e HaMoked nel 2009 le associazioni hanno avvertito che la procedura per chiedere la residenza “stabilisce un metodo di esame delle domande che si basa su rapporti personali e decisioni arbitrarie non trasparenti.”

Secondo la dottoressa Yael Berda dell’università Ebraica di Gerusalemme, ora docente ospite al dipartimento di sociologia dell’università di Harvard, questa ambivalenza e la sensazione di corruzione sono intenzionali. “La chiamo ‘inefficienza efficace,” spiega. “Quel tipo di incertezza è particolarmente efficace se vuoi frenare i movimenti delle persone, controllarle e creare timore e sospetto.”

Berda nota che tale controllo della popolazione ha precedenti in Israele. Tra il 1948 e il 1966, pochi mesi prima che iniziasse l’occupazione del 1967, Israele utilizzò un governo militare per controllare decine di migliaia di palestinesi che erano rimasti all’interno dello Stato da poco formato. Nonostante gli fosse stata concessa la cittadinanza israeliana, queste comunità vennero sottoposte a coprifuoco e potevano viaggiare solo con un permesso.

Il sistema israeliano di permessi e la politica di separazione sono quindi tutt’altro che un’invenzione unica: “È un modo veramente colonialista e imperialista di sottomettere la popolazione,” spiega Berda. Comunque, aggiunge, Israele ha portato questo repertorio coloniale “a un estremo, perché attualmente è il sistema di controllo della popolazione più sofisticato al mondo.”

Per Baconi l’annessione non può essere compresa separatamente dal blocco di Gaza, che a sua volta non può essere slegato dalle pratiche che colpiscono i rifugiati e i cittadini palestinesi di Israele. “Sono tutte politiche che intendono garantire il minor numero possibile di palestinesi sul territorio, che la maggior parte del territorio sia controllata dagli israeliani e che ci sia un contesto messo a punto per garantire uno Stato suprematista ebraico,” afferma.

Henriette Chacar è una redattrice e inviata palestinese di +972 Magazine. Produce, ospita ed edita il podcast di +972. Laureata alla scuola di giornalismo della Columbia, Henriette in precedenza ha lavorato a un settimanale del Maine, a Rain Media per PBS Frontline e The Intercept.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)