Insegnante palestinese dilaniato da un cane dell’esercito israeliano mentre i soldati stavano a guardare

Gideon Levy, Alex Levac

16 febbraio 2018, Haaretz

Dopo aver fatto irruzione nella casa di un insegnante a notte fonda, i soldati gli hanno aizzato contro il loro cane. Il cane lo ha azzannato e bloccato, mentre i suoi familiari assistevano inorriditi

Non è un bello spettacolo. Sua moglie ci mostra le foto sul suo telefonino: il suo braccio ferito, malconcio e sanguinante, morsicato e lacerato, deturpato in tutta la sua lunghezza. Lo stesso vale per la sua gamba. È il risultato della notte di orrore che ha trascorso, insieme a sua moglie e ai suoi bambini.

Immaginatevi: la porta d’ingresso viene sfondata in piena notte, i soldati irrompono con violenza in casa e gli scatenano contro un cane. Lui cade sul pavimento, terrorizzato, mentre il feroce animale addenta la sua carne per un quarto d’ora. Per tutto il tempo, sia lui che sua moglie e i bambini gridano in modo straziante. Poi, ferito e sanguinante, viene ammanettato e arrestato dai soldati, gli vengono negate per ore cure mediche, finché viene portato in ospedale, dove questa settimana lo abbiamo incontrato insieme alla moglie. Anche là è rimasto agli arresti, costretto a giacere incatenato al letto.

Quel semilinciaggio è stato perpetrato da soldati dell’esercito israeliano nei confronti di Mabruk Jarrar, un insegnante arabo trentanovenne del villaggio di Burkin, vicino a Jenin, nel corso della brutale caccia all’uomo seguita all’assassinio, il 9 gennaio, del rabbino Raziel Shevach della colonia di Havat Gilad. E, come se non bastasse, pochi giorni dopo quella notte di terrore i soldati sono tornati nel cuore della notte. Le donne della casa sono state costrette a svestirsi completamente, compresa l’anziana madre di Jarrar e sua sorella muta e disabile, a quanto pare per cercare denaro.

Reparto ortopedico dell’ospedale Haemek di Afula, lunedì: una piccola stanza con tre letti. In quello di mezzo c’è Jarrar, che è qui da circa due settimane. Domenica mattina l’insegnante era ancora legato al letto con catene di ferro ed i soldati impedivano alla moglie di avvicinarsi. Se ne sono andati a mezzogiorno dopo che il tribunale militare ha ordinato il rilascio incondizionato di Jarrar.

Non è chiaro perché sia stato arrestato né perché i soldati gli abbiano aizzato contro il cane.

Il suo braccio sinistro e la sua gamba sinistra sono bendati, il dolore acuto che ancora accompagna ogni movimento è chiaramente visibile sul suo viso. Sua moglie Innas, di 37 anni, è accanto a lui. Si sono sposati appena 45 giorni fa, il secondo matrimonio per entrambi. I suoi due bambini nati dal primo matrimonio – Suheib, di nove anni, e Mahmoud, di cinque – sono stati testimoni di ciò che i soldati ed il loro cane hanno fatto al padre. I bambini adesso stanno con la loro madre a Jenin, ma il loro sonno è disturbato, come ci dice Jarrar: si svegliano con gli incubi, chiamandolo e bagnando il letto per la paura.

Jarrar insegna arabo nella scuola elementare Hisham al-Kilani di Jenin. Venerdì 2 febbraio lui e sua moglie sono andati a dormire circa a mezzanotte. Nella stanza accanto stavano dormendo i suoi due figli, che trascorrono con lui i fine settimana. Intorno alle 4 del mattino la famiglia è stata svegliata da un’esplosione proveniente dalla porta d’ingresso. Parecchie finestre sono state distrutte dalla potenza dell’esplosione. Jarrar è balzato dal letto ed è corso dai bambini. Fuori dalla casa erano ferme delle jeep dell’esercito. Secondo la coppia, un grosso cane, probabilmente dell’“Oketz”, l’unità cinofila dell’esercito, è stato portato dentro la casa, seguito da almeno 20 soldati. È facile immaginare il terrore che ha assalito loro ed i bambini.

Il cane si è lanciato su Jarrar, affondando i denti nel suo fianco sinistro, gettandolo a terra e trascinandolo sul pavimento. All’inizio i soldati non hanno fatto niente. Sua moglie è corsa verso di lui con una coperta, cercando di coprire il cane e salvare suo marito. I bambini guardavano e piangevano mentre i genitori gridavano aiuto; adesso dicono che le loro grida erano molto forti. Innas non è riuscita a liberare il marito dalla presa del cane.

Ci sono voluti alcuni minuti, ricordano, prima che anche i soldati cercassero di trattenere il cane, ma l’animale non gli obbediva. Mabruk era certo che stesse per essere fatto a pezzi ed ucciso; anche Innas temeva il peggio.

I soldati hanno strappato via i vestiti di Jarrar, a quanto pare nel tentativo di liberarlo dalle fauci del cane, ed alla fine ci sono riusciti – dopo circa un quarto d’ora, secondo la sua impressione. Poi uno dei soldati lo ha colpito due volte in faccia. Lui era ferito e barcollava per lo spavento ed in quello stato i soldati gli hanno legato le mani dietro la schiena. Lo hanno portato di sotto e a quel punto è arrivato un ufficiale che ha chiesto a Jarrar il suo nome, lo ha liberato dalle manette ed ha fotografato le sue ferite. L’ufficiale, ci dice ora Jarrar, è sembrato anche lui sconvolto dalle ferite sanguinanti, dal braccio e dalla gamba dilaniati.

Dopo essere stato nuovamente ammanettato, l’insegnante è stato portato con un veicolo militare al centro di detenzione di Salem, vicino a Jenin, dove dice di essere rimasto per circa tre ore senza nessuna assistenza medica. Alla fine è stato portato all’ospedale Haemek, dove è arrivato circa alle 10,30 del mattino. A quel punto era in arresto, anche se non era chiaro per quale motivo.

Quella stessa notte sono stati arrestati anche i suoi due fratelli, Mustafa e Mubarak Jarrar. Mubarak è stato rilasciato, Mustafa resta detenuto. Hanno tutti lo stesso cognome della persona ricercata per l’assassinio del rabbino Shevach, Ahmed Jarrar, che è stato in seguito ucciso dall’esercito.

Sempre quella stessa notte è accaduto un evento simile, che ha coinvolto altre forze dell’esercito, nel villaggio di Al-Kfir, vicino a Jenin. Circa alle 4 del mattino i soldati hanno fatto irruzione nella casa di Samr e Nour Adin Awad, genitori di quattro bambini piccoli. Insieme ai soldati è stato fatto entrare in camera da letto un cane dell’unità “Oketz”, che ha azzannato e ferito entrambi i genitori.

Come ha spiegato Nour a Abd Al-Karim a-Saadi, ricercatore sul campo dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem: “Stringevo al petto mio figlio Karem di due anni, che piangeva. Ho aperto la porta, su cui i soldati stavano picchiando, ed un cane mi ha attaccata, saltandomi addosso. Karem è caduto dalle mie braccia. Poi ho visto che mio marito lo ha sollevato da terra. Ho cercato di cacciare via il cane dopo che mi ha morsicato il petto. Sono riuscita ad allontanarlo, ma poi ha afferrato coi denti la mia gamba sinistra. Con tutte le mie forze sono riuscita a scacciarlo. In quel momento i soldati guardavano il cane, ma non facevano niente. Per tutto quel tempo mio marito pregava i soldati di togliermi il cane di dosso. Un soldato ha parlato al cane in ebraico e allora esso mi ha afferrato per il braccio sinistro tenendomi stretta per alcuni minuti, finché è arrivato un soldato da fuori e lo ha allontanato. Io sanguinavo ed avevo molto male.”

La seconda irruzione dei soldati è avvenuta qualche giorno dopo, l’8 febbraio. C’erano solo donne e bambini in casa Jarrar: Innas, i due figli di suo marito ed anche sua madre e sua sorella, che vivono nello stesso edificio. Erano le 3,30 di notte. Secondo Innas, circa 20 soldati, maschi e femmine, hanno preso parte al raid. Le hanno detto che nella casa c’era del denaro di Hamas e che loro erano venuti per confiscarlo. Hanno calpestato i letti, ignorando le preghiere di Innas di fermarsi. Hanno chiesto dove fosse Mabruk – probabilmente non sapendo che era già detenuto dall’esercito in ospedale.

Poi ci sono state le perquisizioni corporali. Una donna soldato ha portato le tre donne – la moglie di Jarrar, sua madre di 75 anni e sua sorella cinquantenne disabile – in una stanza ed ha loro ordinato di spogliarsi completamente. La ricerca non ha portato a niente: niente soldi, niente Hamas. Di conseguenza i soldati hanno dato ad Innas un permesso di ingresso in Israele, per visitare suo marito ad Afula. Dice che le hanno detto che lui si trovava nel carcere di Megiddo. Vi si è recata il giorno dopo, solo per scoprire che lui non era là. Ha chiamato Abed Al-Karim a-Saadi di B’Tselem, che lei descrive come il suo gentile salvatore. Lui ha fatto qualche telefonata e ha scoperto che Mabruk era in realtà in ospedale ad Afula. Era ancora in arresto quando lei vi è arrivata e le è stato permesso solo di fargli visita per 45 minuti.

In risposta alla richiesta di una dichiarazione, il portavoce dell’esercito ha detto questa settimana ad Haaretz: “Il 3 febbraio 2018 le forze di sicurezza sono arrivate nel villaggio di Burkin, alla casa di Mabruk Jarrar, che è sospettato di attività dannose alla sicurezza in Giudea e Samaria (la Cisgiordania). Una volta giunti alla casa, i soldati lo hanno invitato ad uscire. Dopo ripetuti richiami e dato che non usciva, i soldati hanno agito secondo la procedura ed è stato inviato un cane a cercare la gente dentro casa. Il sospettato si era chiuso in una stanza al piano superiore dell’edificio insieme alle donne della sua famiglia.

Quando si è aperta la porta, il cane ha azzannato il sospettato, ferendolo. Egli ha ricevuto immediata assistenza dai medici dell’esercito fino a quando è stato trasferito all’ospedale. In seguito sono state svolte altre attività di ricerca di individui ricercati. Sottolineiamo che, contrariamente a quanto si sostiene nell’articolo, le donne della casa non sono state denudate dalle forze dell’esercito.”

Jarrar è seduto sul suo letto d’ospedale, parla con difficoltà, ogni movimento gli costa fatica. Innas viene ogni giorno da Burkin. “Come pensate che mi sentissi?”, risponde alla domanda su come si sentisse mentre il cane lo aggrediva. “Ho pensato che stavo per morire.”

Data la composizione etnica di medici, pazienti, infermieri e visitatori, questo è effettivamente un ospedale bi-nazionale ebreo-arabo – come molti degli ospedali nel nord del Paese. Ma un addetto alla manutenzione ebreo entra improvvisamente nella stanza, fremente di rabbia. “Perché state intervistando degli arabi? Perché non degli ebrei?”, chiede. L’uomo minaccia di chiamare l’ufficiale di sicurezza dell’ospedale, perché il ferito e straziato Mabruk Jarrar stava parlando con noi.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Lieberman ha ragione, a Gaza non c’è una crisi, c’è una catastrofe

Amira Hass

12 febbraio 2018, Haaretz

Una ‘crisi’ implica un punto di rottura, e Gaza c’è arrivata molto tempo fa. Siamo oltre ad una rottura nella quotidianità. Siamo ad una catastrofe umanitaria

Nella disputa tra il capo di stato maggiore ed il ministro della Difesa sul fatto se vi sia una crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha ragione. Non vi è crisi. Una crisi comporta un punto di rottura di un genere che interrompe la quotidianità, che colpisce come una meteora. Non è questa la situazione di Gaza, dove si verifica un costante e previsto deterioramento. Qualunque punto sulla linea di declino è un disastro umanitario.

Il paragrafo precedente ed ogni affermazione che seguirà potrebbero essere argomento di un intero articolo, ma non ne ho il tempo. Nella rubrica “Non dite che non sapevate” si affrontano questioni urgenti e nel nord (del Paese) c’è rischio di guerra. Quindi ci atterremo ai punti principali.

Ogni due o tre mesi un’organizzazione internazionale o palestinese avverte che Gaza è sull’orlo del collasso. Non mentono. Gli avvertimenti criticano i piccoli aiuti di emergenza che non affrontano le cause e semplicemente rallentano il tasso di deterioramento. Si può sicuramente ritenere che qualche carico di medicinali e di fondi per l’emergenza stiano arrivando.

I palestinesi di Gaza sono diventati una comunità di mendicanti. È una vergogna. E la vergogna non è loro.

Gli israeliani e gli americani hanno ragione, in tutta la loro scandalosa ipocrisia, quando chiedono a Hamas perché ha i soldi per le armi, ma non per pagare l’intero salario al personale medico o per gli ospedali e le terapie.

Hamas sta imitando Israele. Come Israele, sposta l’incombenza di prendersi cura dei civili di Gaza sull’Autorità Nazionale Palestinese e sui Paesi donatori. Come Israele, pretende di controllare di fatto la Striscia di Gaza, mentre si sottrae alla responsabilità per la sua popolazione, ma con una fondamentale differenza: Israele è un occupante astuto e malvagio, che mira ad usare i disastri economici ed umanitari per costringere i palestinesi alla resa e all’emigrazione di massa. Hamas è carne e sangue della peculiare comunità palestinese che vive nella Striscia. Scaricare la responsabilità su altri mentre si pavoneggia dei propri armamenti e della lotta armata, non ha fatto che indebolire il suo popolo, il 40% del quale vuole andarsene.

Quando alti dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese, in particolare Mahmoud Abbas, parlano di “Stato di Palestina”, riconosciuto dalle Nazioni Unite, esso comprende la Striscia di Gaza. Gaza è utile per la loro narrazione politica, ma nella pratica quei dirigenti si mostrano indifferenti al destino dei cittadini di Gaza.

Il taglio del 40% dei medicinali al sistema sanitario pubblico di Gaza non è un decreto divino. Hamas e gli abitanti di Gaza hanno ragione ad accusare l’Autorità Nazionale Palestinese di ritardare deliberatamente gli invii di medicinali per far pressione su Hamas. Questo non è neanche politicamente sensato. Gli abitanti di Gaza criticano apertamente l’Autorità Palestinese, non Hamas.

Il ritardo degli invii di medicinali non è economicamente saggio. I pazienti, invece di essere curati nella Striscia di Gaza, sono indirizzati in ritardo a curarsi altrove. L’Autorità Palestinese paga ed il costo risulta pari a decine di volte il prezzo dei farmaci. Che follia!

E’ ragionevole ritenere che il tasso di malattie sia alle stelle a causa dell’acqua non potabile, della riduzione delle falde acquifere sotterranee, delle acque di scolo non trattate che vanno a finire in mare, del terreno intriso di sostanze chimiche depositate dagli innumerevoli e incessanti bombardamenti da parte di Israele; della spazzatura di cui è così difficile disfarsi; del permanente stato di paura; del numero di persone ferite e rese disabili e dei tanti che soffrono di conseguenze post traumatiche dopo aver perso i loro cari negli attacchi di Israele.

Gli abitanti di Gaza hanno una resilienza ed una capacità di resistenza che ci risulta difficile immaginare. I chirurghi stranieri che lavorano da volontari a Gaza sono meravigliati di come i bambini riescano a stare sulle proprie gambe due giorni dopo l’intervento. Ai bambini di Madrid ci vuole una settimana, mi ha detto Steve Sosebee, direttore del ‘Palestine Children’s Relief Fund’, che porta nei territori occupati centinaia di medici volontari. Questo spiega, allora, la capacità dei gazawi di affrontare la lista di malattie elencate nel paragrafo precedente?

Invece di competere tra loro su chi sia il primo a far fuori il personale sanitario e a tagliare i suoi salari, le dirigenze delle due fazioni palestinesi non potrebbero magari impegnarsi nel genere opposto di competizione: su chi sia il primo ad aumentare i salari delle equipe mediche, in base al riconoscimento dell’importanza del loro lavoro e della loro diligenza ed abnegazione nel corso degli anni, per le quali non sono state ricompensate?

Sosebee ha detto che un volontario francese è andato via con l’impressione che tutti i medici nella Striscia di Gaza siano depressi; Sosebee l’ ha definita un’epidemia di depressione. I medici sanno esattamente come curare i loro pazienti, ma non ne hanno i mezzi. È una depressione indipendente dai bassi salari che ricevono e va al di là della depressione di due milioni di abitanti imprigionati, che non possono liberamente entrare ed uscire dalla Striscia.

Con la sua politica di incarcerazione di massa, che è iniziata nel 1991 e si è rafforzata negli anni 2000, Israele sperava di spingere l’Egitto ad annettere Gaza. Non ci è riuscito. È tempo che l’Europa chieda qualcosa in cambio dei suoi finanziamenti. Gli europei dovrebbero dire che per ogni 1000 dollari che donano per salvare la Striscia, Israele deve lasciare uscire altri 1000 gazawi per studiare, lavorare, proseguire la formazione come medici ed insegnanti e per viaggiare e visitare amici e parenti.

Questo dovrebbe essere ripetuto di continuo: il sistematico periodo di semicollasso potrà essere interrotto solo quando verrà reintrodotta la libertà di movimento per persone e merci. Lasciateli lavorare, anche in Israele, come prima. Si guadagneranno una vita onesta, scambieranno ed esporteranno beni, l’erario palestinese non dovrà raccogliere donazioni dal resto del mondo e la gente vorrà tornare a Gaza perché nessuno le impedirà di andarsene.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Una democrazia illiberale che funziona molto bene: la spiegazione del posto di Israele nella classifica mondiale della democrazia

Anshel Pfeffer

7 febbraio 2018, Haaretz

Nell’“Economist Intelligence Unit’s Democracy Index” [Indicatore della Democrazia dell’Unità di Intelligence dell’Economist], la positiva prestazione del Paese è danneggiata dall’egemonia del Gran Rabbinato [supremo organo religioso ebraico dello Stato di Israele, con due rabbini capo, uno sefardita e l’atro askenazita, ndt.] e dal modo in cui Israele tratta i palestinesi ed altre minoranze

Quanto è democratico Israele? Poco più del Belgio, un poco meno della Francia ed esattamente come l’Estonia.

Perché confrontare Israele con questi tre Paesi? Hanno lo stesso piazzamento nell’”Indicatore annuale della Democrazia dell’Unità di Intelligence dell’Economist”, una classifica di 167 Paesi e territori basata su una lunga lista di caratteristiche che gli estensori ritengono costitutivi di una moderna democrazia. Se lo preferite [espresso] in numeri, la democrazia israeliana è classificata trentesima a livello mondiale, con un punteggio medio di 7,79.

Potrebbe risultare rassicurante per chiunque sia preoccupato che la democrazia israeliana si stia erodendo: dopotutto essere nel quarto superiore dei Paesi in tutto il mondo sicuramente non dovrebbe essere male. Tuttavia, secondo l’indicatore, qualunque Paese con un punteggio di 8 o inferiore non è una “democrazia compiuta”.

Solo 19 Paesi, per lo più Nazioni dell’Europa occidentale insieme a Canada, Australia e Nuova Zelanda, ottengono un punteggio sufficientemente alto da essere definite democrazie “compiute”. Israele, insieme a Stati Uniti, Italia, Giappone e Francia, è tra le 57 “democrazie imperfette” del mondo. Se è di qualche consolazione, sono molto vicine al livello massimo. Imperfette, ma non così tanto.

La democrazia può essere misurata in numeri? Come possono essere messi a confronto in questo modo Paesi diversi con la loro storia, le loro tradizioni e culture? Qualunque elenco simile è per definizione arbitrario, la definizione di democrazia è controversa e il valore attribuito ad ognuno dei suoi componenti è diverso da Paese a Paese.

Gli stessi compilatori dell’Indicatore della Democrazia lo ammettono, ma continuano a pubblicarlo ormai da un decennio ed hanno affinato il modello, che attualmente include 60 diversi indicatori in cinque categorie. Come ogni altro modello statistico ha i suoi limiti, ma uno sguardo attento ai numeri ed alla metodologia racconta una storia interessante per quanto riguarda Israele.

Che cosa ne fa una democrazia? Secondo l’indicatore, Israele ha un punteggio particolarmente alto nella categoria “processo elettorale e pluralismo”. Ciò include tenere elezioni libere e corrette in cui l’opposizione ha una possibilità realistica [di vincere], il popolo gode del suffragio universale, tutti i partiti hanno pari opportunità di fare campagna elettorale e le procedure sono sufficientemente trasparenti.

In questi indicatori Israele ha un risultato medio di 9,17, il terzo punteggio più alto. Nella categoria della “partecipazione politica”, che misura l’affluenza dei votanti, il livello di partecipazione e rappresentanza delle donne e delle minoranze, l’impegno della pubblica opinione in politica, la libertà di protestare e l’alfabetizzazione degli adulti, Israele raggiunge l’8,89. È il secondo punteggio più alto della categoria, superato da un solo Paese, la Norvegia, e pari solo a Islanda e Nuova Zelanda. Nella partecipazione politica, Israele è nei primi quattro a livello mondiale.

Se la democrazia venisse misurata solo in base alla qualità del processo elettorale e al grado di partecipazione politica, Israele sarebbe al livello più alto con i Paesi scandinavi. Ma ci sono altre categorie, ovviamente. In entrambe le categorie “funzionamento del governo” – il potere dell’assemblea legislativa di influenzare le politiche, l’equilibrio dei poteri, la corruzione e la fiducia dell’opinione pubblica nel governo – e “cultura politica democratica” – che misura la coesione e il consenso sociale e la percezione e le opinioni dell’opinione pubblica nei confronti delle istituzioni democratiche – il punteggio di Israele è ad una media di 7,50.

Tuttavia, prese insieme con le due categorie in cui eccelle, Israele sarebbe abbastanza ben piazzato da vincere il distintivo di “democrazia compiuta”. Ma ora arriviamo alla quinta categoria.

In materia di libertà civili Israele raggiunge solo il 5,88. Ed è basso, persino per una democrazia imperfetta. In effetti bisogna scorrere giù fino alla Malaysia al cinquantanovesimo posto ed all’Indonesia al sessantottesimo per trovare Paesi con libertà civili più scarse. La terribile situazione è ancora più evidente se si considerano i fattori che costituiscono le libertà civili: includono la libertà di parola e di espressione e l’esistenza di mezzi di informazione liberi e forti.

In questo Israele ha punteggi molto alti – quest’anno l’Indicatore della Democrazia include un punteggio separato per la libertà di parola e dei mezzi di informazione in cui Israele ottiene 9 su 10, e solo dieci Paesi in tutto il mondo arrivano a 10. È in tutto il resto delle libertà civili in cui Israele scende al di sotto delle democrazie mondiali – uguaglianza, diritti umani, tolleranza religiosa, discriminazione razziale e libertà personali.

In altre parole, se non fosse per l’egemonia del Gran Rabbinato e per il modo in cui Israele tratta le sue minoranze non ebree, soprattutto i palestinesi, sarebbe una democrazia modello. Ma riguardo solo alle libertà civili, Israele non ha il diritto di definirsi una democrazia, neppure imperfetta.

Allarghiamo l’immagine e si può fare ogni tipo di obiezioni e invocare circostanze attenuanti. I critici di Israele sosterranno che, dato che esercita vari livelli di controllo militare sui palestinesi in Cisgiordania e a Gaza (la Palestina ha un punteggio a parte nell’Indicatore della Democrazia, al posto 108), non può essere classificata come la trentesima democrazia al mondo, imperfetta o meno.

I difensori di Israele noteranno che non viene tenuto in nessun conto il fatto che Israele è circondato da autocrazie e che nel suo gruppo regionale del Medio Oriente e del Nord Africa supera di gran lunga gli altri Paesi, persino nelle libertà civili. (Con l’eccezione della Tunisia, che è al pari di Israele per le libertà civili ma è molto al di sotto in tutte le altre categorie). Ma è questa la compagnia in cui Israele si vuole trovare quando si tratta di democrazia?

Nessun altro Paese dell’indice ha una così clamorosa disparità tra i livelli di partecipazione, di qualità del processo elettorale, dei mezzi di comunicazione forti e di libertà di espressione e il misero risultato ottenuto per le libertà civili. Essenzialmente, Israele è l’unica democrazia illiberale al mondo che funziona bene. Oppure, come ha detto il deputato [arabo-israeliano, ndt.] Ahmad Tibi, “Democratico per gli ebrei ed ebreo per gli arabi”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Mike Pence ha appena confermato l’uscita dell’America dal processo di pace in Medio Oriente

Sam Bahour

23 gennaio 2018, Haaretz

Quando Pence afferma: ‘Noi stiamo con Israele. La vostra causa è la nostra causa, la vostra lotta è la nostra lotta’, è chiaro che l’America è interessata solamente ad offrire ad Israele un cieco appoggio politico e ad abbandonare i palestinesi. Una vera pace ora non può che significare aggirare l’amministrazione USA

Il vicepresidente USA non avrebbe potuto dirlo più chiaramente.

Sono qui per trasmettervi un solo semplice messaggio. L’America sta con Israele. Noi stiamo con Israele perché la vostra causa è la nostra causa, i vostri valori sono i nostri valori e la vostra lotta è la nostra lotta,” ha detto lunedì alla Knesset (il parlamento) israeliana.

Ha rilanciato il piano dell’amministrazione Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme ed ha ripetuto come un mantra l’affermazione che la decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele era giustificata in quanto “dato di fatto”. Il termine ‘palestinese’ non è stato quasi pronunciato e ‘Palestina’ – neanche una volta.

Pence ha anche detto che gli USA avrebbero sostenuto una soluzione dei due Stati, ma solo se entrambe le parti l’avessero appoggiata – ribadendo la posizione di Trump quando ha fatto l’annuncio. Che cosa significa? Che gli USA stanno rinunciando alla soluzione dei due Stati. Uno Stato palestinese sovrano non è più un obbiettivo necessario e centrale della politica estera americana.

Donald Trump, a quanto pare, non farà niente per bloccare o disapprovare l’accelerata costruzione di colonie da parte di Israele, o l’autorizzazione retroattiva degli avamposti costruiti su terre private palestinesi, avendo ammorbidito la vecchia e stanca retorica statunitense di “le colonie sono un ostacolo alla pace” con “le colonie potrebbero non aiutare” la pace. Quindi la loro costruzione continuerà, indefinitamente.

L’impresa coloniale israeliana ha acquisito, e gli USA hanno volontariamente venduto, tempo e spazio per consolidarsi, rendendo così sempre più impossibile la realizzazione di una soluzione di due Stati.

Alla luce di questa realtà, la comunità internazionale deve ora riconoscere che l’approccio “a guida USA” alla soluzione del conflitto israelo-palestinese è destinato al fallimento. Non vi è ora alcun dubbio che l’inafferrabile pace non si verificherà mai durante la presidenza Trump. È assolutamente chiaro – dopo due decenni di negoziati falliti sotto gli auspici USA – che la leadership americana è inutile e controproducente negli sforzi per la soluzione di questo conflitto.

Se la comunità internazionale intende ottenere due Stati per due popoli dovrà perseguire una posizione politica indipendente che aggiri gli americani. L’influenza politica della comunità internazionale in questo ambito è stata a lungo irrilevante, dato il monopolio USA sul processo di pace. Adesso è il momento che si faccia sentire.

La comunità internazionale per troppo tempo si è affidata alla leadership sbagliata. Questo tragico errore storico non solo è costato miliardi ai contribuenti della comunità internazionale, ma ha anche condotto ad una realtà diametralmente opposta a ciò che intendevano i responsabili delle politiche globali.

Dopo 24 anni, la fiducia nella “leadership” americana ha portato alla creazione di tanti bantustan palestinesi, finanziati dai contribuenti europei, circondati da una potenza militare occupante che continua ad occupare impunemente: l’UE ed i suoi Stati membri sono di gran lunga i maggiori donatori nei confronti dei palestinesi.

Israele – entusiasta che una parte terza intenda sovvenzionare la sua occupazione militare – continua ad ampliare e consolidare la sua impresa coloniale, con il sostegno di ampi settori dell’opinione pubblica e del governo americani.

Storicamente USA e UE hanno condiviso il comune obbiettivo di risolvere il conflitto israelo-palestinese nella cornice di una soluzione a due Stati. Ma da quando Trump occupa la Casa Bianca ed i repubblicani ora controllano i tre poteri del governo USA, vi è stato un significativo slittamento a destra nella politica del partito repubblicano verso Israele e Palestina.

Al contrario, gli europei si sono mossi verso un riconoscimento dello Stato di Palestina. Il riconoscimento svedese è ora ufficiale, mentre i parlamenti di Regno Unito, Irlanda, Spagna, Francia, Lussemburgo, insieme al Parlamento Europeo, hanno tutti approvato il riconoscimento. In seguito alla dichiarazione di Trump su Gerusalemme, tutto indica che più Paesi andranno verso il riconoscimento della Palestina per salvaguardare la soluzione dei due Stati.

L’America sostiene l’occupazione israeliana. L’Europa senza volerlo la sovvenziona. L’amministrazione Trump farà ben poco per contrastare il suo stesso partito o rischiare la collera dell’influente lobby israeliana negli USA, favorevole alle colonie. Trump continuerà a difendere l’approccio di non intervento, “tocca alle due parti decidere”. Il risultato è che Israele, che ha tutto il potere, è poco incentivato a fare concessioni, mentre i palestinesi, che non hanno potere e dovrebbero essere “protetti” in base al diritto internazionale, sono lasciati alla loro disperazione.

L’America è parte del problema

L’intransigenza di Israele e la sua palese violazione del diritto internazionale sono alimentate dalla sicurezza che, qualunque cosa faccia, gli USA lo proteggeranno sempre da un serio biasimo. La disperazione palestinese si basa sulla convinzione che l’enorme sostegno americano ad Israele renda inutili i negoziati, in quanto Israele ha poco interesse a fare concessioni, ricevendo così tanto denaro, armi e cieco sostegno politico.

Quindi che cosa può fare la comunità internazionale, più che votare contro la dichiarazione di Trump nelle varie istanze delle Nazioni Unite? La comunità internazionale può rimboccarsi le maniche, gestire una politica forte e affrontare l’occupante senza aspettare che la leadership americana ottenga risultati.

Se le esperienze di Bosnia, Kosovo, Timor est e Sudafrica insegnano qualcosa, un occupante o un regime di apartheid cambieranno direzione solo attraverso un’articolata combinazione di sanzioni, isolamento internazionale e, come ultima risorsa, forza militare.

La comunità internazionale deve cogliere l’occasione e dimostrare ai suoi componenti che l’Europa sta sprecando il suo denaro e la sua credibilità indulgendo al gioco americano dell’imparzialità. È chiaro che l’America non ha scrupoli morali o politici a che Israele resti una forza di occupazione. Una volta che la comunità internazionale finalmente riconoscerà questa realtà e andrà avanti, troverà la forza e la legittimazione per proporre politiche proprie, conformi al diritto internazionale, alla Carta delle Nazioni Unite ed ai propri standard morali.

Sam Bahour è un analista politico per ‘Al-Shabaka: rete di informazione politica palestinese’ ed è membro del segretariato del Gruppo di Strategia per la Palestina.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Israele ha creato una nuova categoria di terrorismo

Amira Hass

|30 gennaio, 2018 | Haaretz

Sul sito della Knesset compare una nuova categoria di terrorismo, “costruzione di terrore.” Quelli condannati in anticipo comprendono l’Autorità Nazionale Palestinese, i beduini e l’Unione Europea.

Coerenza esige che durante il loro viaggio a Bruxelles questa settimana, i delegati israeliani presentino alla responsabile della politica estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, una convocazione al commissariato di polizia di Ma’aleh Adumim per essere interrogata su una sospetta attività terroristica.

Con una mano i rappresentanti israeliani, per via dei loro subappaltatori palestinesi, riceveranno un lauto assegno dall’UE per compensare l’ingente taglio di Donald Trump al finanziamento all’Autorità Nazionale Palestinese e all’UNRWA. (Vedi sotto: “Il taglio al finanziamento dell’ANP indebolisce il coordinamento della sicurezza”). Con l’altra mano consegneranno la convocazione per indagare su una sospetta attività e aiuto al terrorismo.

Per via di Auschwitz o a causa dei legami scientifici e militari con Israele, i rappresentanti europei accetteranno la convocazione con un sorriso. “Abbiamo sempre saputo che gli ebrei hanno uno sviluppato e alto senso dell’umorismo” diranno.

Ma si sbagliano. Questo non è uno scherzo. Si preparano altre espulsioni. Sul sito della Knesset è comparso una nuova categoria di terrorismo, “costruzione di terrore”. Quelli condannati in anticipo comprendono l’ANP, i beduini e l’Unione Europea. Il pubblico ministero, il giudice ed esecutore è il parlamentare Moti Yogev di Habayit Hayehudi [Casa Ebraica, il partito di estrema destra dei coloni ndt] che è anche presidente della sottocommissione del Comitato per la politica estera e la difesa della Knesset per l’espulsione dei palestinesi, anche conosciuta come sottocommissione per gli affari civili e la sicurezza nella Giudea e Samaria [cioè la Cisgiordania ndt]

Egli ha dichiarato che la costruzione palestinese nella Cisgiordania costituisce “terrorismo” quando avviene nel territorio che Israele con scaltrezza ha trasformato in un altro macigno sulla nostra esistenza – l’area C, nella quale ogni tenda, recinto per animali e condotto dell’acqua richiede un permesso israeliano di costruzione che non è mai concesso. Chiunque voglia alloggiare una giovane coppia in una stanza di sua proprietà, o ricostruirne una in pessime condizioni, [sostituire] una tenda fallata, o costruire un’aula di un asilo, è costretto a violare le leggi del padrone.

Giovedì scorso, la sottocommissione per le espulsioni era fuori di sé per la gioia: nel 2017 ci sono stati progressi nelle demolizioni di strutture palestinesi nell’area C, alcune delle quali costruite con finanziamento europeo. Nelle audizioni della commissione i parlamentari non si sono mai stancati di sottolineare la faccia tosta europea di finanziare strutture. Creando una realtà immaginaria con la loro terminologia, hanno definito le strutture “caravillas” [assente nel vocabolario inglese da assimilare a baracche ndt]. Le comunità palestinesi vengono chiamate “avamposti” e la loro presenza per decenni in questo territorio, “una sopraffazione”. Il territorio occupato [da Israele] è definito “territorio dello Stato”.

Abbiamo inventato il termine “terrorismo popolare” per descrivere le manifestazioni dei civili contro i nostri soldati armati. Abbiamo criminalizzato il BDS come terrorismo anche se il boicottaggio è lo strumento più antico nella storia della lotta nonviolenta contro i regimi oppressivi. Abbiamo chiamato “atto di guerra l’uso di istanze legali ”, quando i palestinesi hanno osato presentare il loro caso ai tribunali internazionali. Ora abbiamo anche accusato di terrorismo chiunque costruisca una scuola o una latrina. Presto li accuseremo di terrorismo per la loro tenace insistenza a respirare.

La riunione di giovedì scorso era incentrata sulla comunità [beduina] Jahalin che ha costruito una scuola con vecchi copertoni in un’area dove vivono da decenni, ma che la colonia di Kfar Adumim desidera [incamerare]. L’Amministrazione Civile [è l’istituzione israeliana che sovrintende al posto del potere militare, ndt] è determinata a deportare con la forza la comunità in un’area assegnata a loro a Abu Dis contro il parere di Abu Dis.

L’oratore più esplicito nella riunione è stato probabilmente il vice sindaco di Ma’aleh Adumim Guy Yifrah. Nell’interesse di espandere la sua colonia negli anni novanta , durante i negoziati di Oslo, i nostri soldati e burocrati hanno espulso centinaia di appartenenti alla tribù Jahalin dalle terre su cui hanno vissuto fin da quando furono espulsi dal Negev dopo il 1948.

Sono stati scaricati su una terra accanto alla discarica di Abu Dis. Ora, il vice sindaco ha detto che dare persino più terra nella stessa area a un altro clan della stessa tribù sarebbe un errore. “ Potrebbe far pensare ai Jahalin che stanno vicino a Ma’aleh Adumim , che lo Stato si è riconciliato con la loro residenza lì.”

Cosa stava dicendo esattamente? Che in effetti lo Stato non si è riconciliato con la loro presenza anche a Abu Dis. Il signor Yifrah ci sta dicendo che l’espulsione pianificata deve essere un altro passo verso l’espulsione finale in una località ignota.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Graffiti improntati all’odio sono comparsi nel villaggio in Cisgiordania della ragazzina palestinese: ‘Pena di morte per Ahed Tamimi’

Yotam Berger

2 febbraio 2018 Haaretz

Tamimi è stata incarcerata fin dal momento in cui è stata ripresa mentre schiaffeggiava due soldati israeliani nel suo villaggio lo scorso dicembre.

Fonti locali hanno riferito che giovedì notte sono stati scritti dei graffiti in ebraico all’entrata del villaggio di Nabi Saleh in Cisgiordania. Tra gli altri slogan, uno di essi diceva: “Nella Terra di Israele non c’è posto per la famiglia Tamimi.” Altri dicevano: “Saluti dall’unità di rappresaglia delle Forze di Difesa israeliane” e “Pena di morte per Ahed Tamimi.”

Tamimi, che è in carcere fino al termine dei procedimenti legali contro di lei, iniziati dopo che è stata ripresa mentre schiaffeggiava due soldati dell’esercito israeliano nel suo villaggio a dicembre, vive a Nabi Saleh con la sua famiglia. Il dipartimento di polizia di Giudea e Samaria (nomi storici della Cisgiordania, ndtr.) ha aperto un’inchiesta dopo aver ricevuto notizia dell’incidente.

Il padre di Tamimi, Bassem, venerdì mattina ha detto a Haaretz che “questa è un’ulteriore testimonianza che la società israeliana ha perso la ragione. Non ne siamo sorpresi. Per gente che ammazza i bambini, scrivere simili slogan non è eccessivo. Questa è la stessa gente che ha bruciato viva la famiglia Dawabsheh. Ovviamente si tratta di una nuova minaccia contro di noi. Chiaramente, chi invoca la pena di morte per Ahed Tamimi si considera giudice e giustiziere.”

“Noi non abbiamo sporto denuncia alla polizia, dal momento che non la riconosciamo”, ha aggiunto Bassem. “Hanno anche scritto che cacceranno la famiglia da Nabi Saleh, e noi diciamo – nessun problema, mandateci via. Noi possiamo tornare a Haifa e Jaffa e in tutti i luoghi da cui ci avete cacciati.”

Il villaggio di Nabi Saleh, con una popolazione di alcune centinaia di persone, si trova accanto alla colonia di Halamish. All’entrata c’è un checkpoint non presidiato e telecamere di sorveglianza. Gli abitanti hanno detto che gli slogan sono stati scritti a partire dall’ingresso verso il centro del villaggio, fino a poca distanza dalla casa della famiglia, che è in un vicolo.

L’arresto di Tamimi il mese scorso è stato prorogato fino al termine dei procedimenti legali contro di lei, come anche la detenzione di sua madre Nariman. Il giudice militare, Maggiore Haim Baliti, ha respinto le obiezioni della difesa contro la proroga, scrivendo che “l’entità delle sue azioni e della sua iniziativa, il livello di violenza contro militari che svolgevano il loro lavoro per fermare i disordini pubblici nel villaggio, tutto questo indica un livello di rischio che non lascia alternative al prolungamento della detenzione.”

Tamimi è accusata di aver aggredito un soldato in circostanze aggravate, di aver minacciato un soldato, di aver impedito le attività di un soldato, di istigazione e di lancio di oggetti contro una persona o una proprietà. Oltre all’incidente documentato in cui ha preso a pugni un soldato, è stata anche accusata di diversi episodi di lanci di pietre. Secondo l’accusa, Tamimi ha aggredito un maggiore ed un sergente maggiore vicino alla sua casa. Sua madre ha filmato l’aggressione e l’ha postata su Facebook. L’accusa sostiene che Tamimi ha spinto i soldati e li ha minacciati dicendo che li avrebbe presi a pugni se non se ne fossero andati, prendendoli a calci e colpendoli in faccia.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Lieberman sulla possibilità di una guerra in Libano: se gli israeliani saranno costretti ad andare nei rifugi antiaerei, lo saranno anche tutti gli abitanti di Beirut

Yaniv Kubovich

1 febbraio 2018, Haaretz

Il ministro della Difesa israeliano afferma che le tensioni crescenti lungo il confine nord potrebbero portare ad un conflitto, nel quale Israele potrebbe prendere in considerazione un attacco di terra.

Mercoledì il ministro della Difesa Avigdor Lieberman si è espresso riguardo alla possibilità di un conflitto con il Libano, dicendo che i soldati israeliani potrebbero dover intervenire in profondità nel territorio libanese e operare sul campo di battaglia, se scoppiasse la guerra.

Le affermazioni di Lieberman sono le ultime di una serie di avvertimenti da parte di alti ufficiali israeliani riguardo ai tentativi di Hezbollah di armarsi di missili di precisione prodotti in Libano.

“Operare sul terreno non è di per sé un obbiettivo. L’obbiettivo è porre fine alla guerra”, ha detto Lieberman durante una conferenza dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale all’università di Tel Aviv.

“Nessuno cerca un’avventura, ma se non abbiamo scelta l’obbiettivo è porre termine (agli scontri) il più presto ed il più inequivocabilmente possibile”, ha aggiunto. “Purtroppo ciò che vediamo in tutti i conflitti nel Medio Oriente è che senza i soldati sul terreno non si arriva ad una conclusione.”

“Questo tipo di operazioni richiede un grande sforzo ed anche, disgraziatamente, delle vittime. Tutte le opzioni sono aperte ed io non sono vincolato a nessuna posizione”, ha aggiunto. “Dobbiamo prepararci anche ad un intervento sul terreno, anche nel caso in cui non venga attuato.”

“Lo faremo con pieno dispiego della forza. Non dobbiamo avere esitazioni. Procederemo il più velocemente possibile”, ha detto Lieberman.

“Non assisteremo a scene come quelle della seconda guerra del Libano, in cui gli abitanti di Beirut erano al mare e a Tel Aviv la gente era nei rifugi antiaerei. Se in Israele si andrà nei rifugi, allora nella prossima guerra vi andranno anche tutti gli abitanti di Beirut.”

Parlando ai giornalisti dopo il suo incontro con il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto che le fabbriche di missili di precisione iraniane in Libano erano già in “fase avanzata” e che lui aveva segnalato alla sua controparte russa che si tratta di una minaccia che Israele non è disposto ad accettare.

Secondo Netanyahu i russi “comprendono pienamente la nostra posizione e l’importanza che noi attribuiamo a queste minacce.” Ha aggiunto che i rapporti di Israele con il Cremlino sono importanti per il coordinamento sulla sicurezza tra i Paesi: “L’esercito russo è sul nostro confine e noi siamo riusciti a salvaguardare i nostri interessi e la nostra libertà di agire coordinando le aspettative.”

“L’organizzazione terroristica Hezbollah viola le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU mantenendo una presenza militare nella regione, dotandosi di sistemi di armamento ed incrementando le proprie capacità militari”, ha detto giovedì Gadi Eisenkot [capo di stato maggiore di Israele, ndtr.].

Il portavoce dell’esercito israeliano Ronen Manelis ha scritto in un articolo, pubblicato domenica, che gli ufficiali della difesa israeliani ritengono che l’Iran abbia ripreso a costruire una fabbrica di armi di precisione in Libano.

La produzione dei missili in Libano costituisce per l’esercito israeliano un problema diverso dalle sue preoccupazioni riguardo alla Siria. Secondo informazioni sui media esteri, l’esercito israeliano ha compiuto sforzi in Siria negli ultimi anni per impedire il contrabbando, lo stoccaggio in depositi e la produzione di armi destinate a Hezbollah.

Perciò dirigenti politici e militari israeliani hanno inviato avvertimenti, sia attraverso articoli di alti ufficiali dell’esercito, sia attraverso affermazioni di importanti ministri, compresi il ministro della Difesa Avigdor Lieberman e dell’Educazione Naftali Bennett, il capo del partito di destra Habayit Hayehudi [La casa ebraica, il partito di estrema destra dei coloni, ndtr.].

Per l’esercito un attacco agli impianti è l’ extrema ratio e verrà data priorità ad attività clandestine, al rilevamento dei siti e ad uno sforzo diplomatico per fermare la produzione negli stabilimenti. L’esercito ritiene che un attacco agli impianti potrebbe peggiorare la situazione fino a portare ad un conflitto di alta intensità, come accaduto nella seconda guerra del Libano del 2006.

Questa settimana fonti dell’esercito hanno detto che qualunque operazione nell’area potrebbe condurre ad una guerra, come è successo con il rapimento dei soldati Eldad Regev e Ehud Goldwasser nel 2006, un atto che ha portato alla seconda guerra del Libano. Un evento analogo è stato il rapimento di tre studenti della yeshiva [scuola rabbinica, ndtr.] in Cisgiordania nel 2014, che ha scatenato l’operazione israeliana ‘Margine Protettivo’ a Gaza.

Oltre che per la produzione di missili, l’esercito israeliano è preoccupato anche per le azioni di Hezbollah lungo il confine. Vi sono circa 240 villaggi nel sud del Libano che Hezbollah ha trasformato in zone di combattimento in caso di guerra.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Mi rifiutavo di credere che Tel Aviv praticasse la segregazione nelle scuole materne – fino a quando ne ho visitata una

Orly Vilnay

21 gennaio 2018, Haaretz

Con il beneplacito del Comune, i bambini dei richiedenti asilo africani e i bambini del raffinato quartiere di Tzahala non giocano insieme.

Non volevamo credere alla donna del nord di Tel Aviv che ci ha parlato della segregazione. Pensavamo si stesse immaginando delle cose quando disse che ci sono scuole materne separate per bambini bianchi e neri nel quartiere Tzahala di Tel Aviv. Ma lei insisteva. Così siamo andati nel complesso della scuola materna di Tzahala e continuavamo ad andare avanti e indietro tra le aule assimilando l’incredibile vista: una scuola materna era piena di bambini bianchi; l’altra di bambini neri. In Israele, 2018.

Quando effettivamente si vede la segregazione in atto a nord di Tel Aviv, improvvisamente si capisce la lotta di Sheffi Paz – una delle leader più esplicite del movimento di protesta contro i richiedenti asilo che vivono a sud di Tel Aviv. Per anni ha urlato che nessuno sarebbe stato d’accordo nel far “invadere” il proprio quartiere dagli stranieri – e qui a nord di Tel Aviv gli abitanti stanno facendo esattamente ciò che lei rivendica.

All’inizio le intenzioni erano buone. Il Comune di Tel Aviv era nel giusto quando ha preso la decisione di “disperdere” i bambini dei richiedenti asilo e non concentrarli nel sud della città. Nell’attuale anno scolastico, il numero di bambini stranieri in età prescolare è raddoppiato e l’idea è stata che, se c’erano madri richiedenti asilo che lavoravano a nord di Tel Aviv, sarebbe stato opportuno che i loro figli andassero lì all’asilo. Il Comune fornisce anche il trasporto per i bambini da e per la scuola materna.

Bene, la sede sarà anche cambiata ma la segregazione è stata perfettamente mantenuta. Non vi è alcun contatto tra i figli degli stranieri e i bambini di questo quartiere di lusso. Non giocano insieme e non fanno attività insieme. Niente di niente. Bianco e nero.

La nostra coordinatrice di programma, Ayelet Arbel, ha contattato la scuola materna e il Comune, fornita di domande da porre come madre di un bambino in età da asilo.

Arbel: “I bambini del sud di Tel Aviv sono lì con loro?”

Insegnante dell’asilo: “No, hanno il loro personale apposta; sono in scuole secondarie separate. “

Arbel: “Non c’è mescolanza tra i bambini?”

Insegnante dell’asilo: “No, nessuna mescolanza. Ma stanno bene anche loro. Non c’è nulla di cui aver paura, sono bravi bambini. “

Arbel: “Non lo metto in dubbio, sto solo chiedendo”.

Insegnante dell’asilo: “No, no, no, loro sono nel loro cortile, hanno il loro personale. Non siamo insieme.”

L’Assessorato all’Istruzione del Comune ha fornito risposte più dettagliate, includendo anche una “analisi antropologica”.

Il rappresentante del servizio municipale di Tel Aviv: “È perché nel sud della città c’è una carenza di spazio e ci sono molti bambini e qui abbiamo spazio, quindi vengono trasportati ogni giorno, e queste sono le scuole dell’infanzia destinate agli stranieri”.

Arbel: “Perché non sono insieme agli altri bambini?”

Impiegato municipale: “Perché in linea di principio sono ospiti. Il Comune assegna i bambini in base alla loro zona di residenza, il che significa che i bambini che vivono in questo quartiere sono assegnati a una scuola in questo quartiere insieme a bambini che sono i loro vicini, che vivono vicino, così si faranno la loro cerchia di amici nella zona.”

Arbel: “È triste.”

Impiegato municipale: “Non è affatto triste, non si preoccupi. Ottengono la migliore istruzione possibile. Considerando quanto sia diversa la loro cultura e i loro standard e livelli di vita – sa, con quello a cui sono abituati – non c’è paragone “.

Arbel: “Sì, certo”.

Impiegato municipale: “Sono stato in Africa, posso dirlo per esperienza.”

Arbel: “L’hanno chiesto i genitori che non stiano insieme?”

Lavoratore municipale: “Non saprei dirlo. Sono dei politici da qualche parte che hanno deciso. Il dieci per cento dei bambini in città sono stranieri e si deve trovare un modo che vada bene. Se avessero detto ‘Dai, viviamo tutti insieme in armonia e mettiamo i bambini di Tzahala insieme ai figli degli stranieri’ penso che la maggior parte dei genitori sarebbe fuggita”.

Quindi, per il bene di quell’impiegato municipale, diciamo che qui non siamo in Africa. Che i richiedenti asilo vivono uno stile di vita completamente israeliano – o almeno ci provano. Che i loro figli sono altrettanto intelligenti, curiosi e innocenti come i nostri figli. E che se i pregiudizi fossero messi da parte e ai bambini fosse permesso “mescolarsi”, anche i bambini di Tzahala ne profitterebbero, forse anche di più.

Che vantaggio c’è per i bambini nel crescere in un ambiente totalmente omogeneo? Che l’unica persona di colore che vedono mai sia lo spazzino? E fino a quando questi bambini continueranno a essere allevati all’esclusione, all’odio e al razzismo?

Il Comune di Tel Aviv ha risposto: “Questi sono gli asili per i bambini della comunità straniera. Il loro rapido aumento numerico ha creato una penuria di spazio per le scuole vicino al loro luogo di residenza. Pertanto, i bambini vengono trasportati in scuole materne distanti e nel pomeriggio vengono trasportati nei doposcuola a sud della città”.

Per dirla tutta: chi ha scritto questo articolo è madre adottiva di un bambino eritreo. È l’unico bambino nero nella sua scuola materna, ma se chiedi ai suoi amici non vedono alcuna differenza tra lui e chiunque altro.

( Traduzione di Luciana Gagliano)




In Israele cresce il fascismo e un razzismo simile al nazismo dei primi anni

Zeev Sternhell*

19 gennaio 2018, Haaretz

Non desiderano danneggiare fisicamente i palestinesi. Vogliono solo privarli dei loro diritti umani fondamentali, come l’autogoverno nel loro stesso Stato e la libertà dall’oppressione

Mi chiedo spesso come tra 50 o 100 anni uno storico interpreterà la nostra epoca. Quando, si chiederà, il popolo di Israele ha iniziato a capire che lo Stato fondato durante la guerra d’Indipendenza [definizione israeliana della guerra del ’48 contro i Paesi arabi, che portò all’espulsione dei palestinesi ed alla nascita di Israele, ndt.], sulle rovine dell’ebraismo europeo e a costo del sangue dei combattenti, alcuni dei quali erano sopravvissuti all’Olocausto, è degenerato in un vero mostro per i suoi abitanti non ebrei? Quando alcuni israeliani hanno compreso che la loro crudeltà e capacità di angariare gli altri, palestinesi ed africani, ha iniziato ad erodere la legittimazione morale della loro esistenza come entità sovrana?

La risposta, potrebbe dire questo storico, era insita nelle azioni di membri della Knesset  come Miki Zohar [parlamentare del Likud, ndt.] e Bezalel Smotrich [parlamentare di estrema destra] e nelle leggi proposte dalla ministra della Giustizia Ayelet Shaked [del partito di estrema destra “Casa ebraica”, ndt.]. La legge sullo Stato-Nazione, che assomiglia a ciò che venne formulato dai peggiori ultra-nazionalisti europei, è stata solo l’inizio. Dato che nelle sue manifestazioni su viale Rothschild [una delle principali vie di Tel Aviv, ndt.] la sinistra non ha protestato contro di essa, ciò ha funzionato come un primo chiodo sulla bara del vecchio Israele, quello la cui Dichiarazione di Indipendenza rimarrà come un pezzo da museo. Questo reperto archeologico insegnerà alla gente quello che Israele avrebbe potuto diventare se la sua società non fosse stata disintegrata dalla devastazione morale provocata dall’occupazione e dall’apartheid nei territori [palestinesi occupati, ndt.].

La sinistra non è più in grado di controllare l’ultranazionalismo tossico che vi si è sviluppato, del genere il cui ceppo europeo ha quasi spazzato via la maggior parte del popolo ebraico. Le interviste che il giornalista di Haaretz Ravit Hecht ha fatto a Smotrich e Zohar (3 dicembre 2016 e 28 ottobre 2017) dovrebbero essere diffuse ampiamente su tutti i mezzi di comunicazione in Israele e in tutto il mondo ebraico. In entrambe si nota non solo il crescente fascismo israeliano, ma un razzismo simile al nazismo nelle sue prime fasi.

Come ogni ideologia, la teoria nazista della razza si sviluppò nel corso degli anni. All’inizio si limitò a privare gli ebrei dei loro diritti civili ed umani. È possibile che, senza la Seconda Guerra Mondiale, il “problema ebraico” sarebbe finito solo con l’espulsione “volontaria” degli ebrei dal territorio del Reich. Dopotutto, la maggior parte degli ebrei austriaci e tedeschi lo fece per tempo. È possibile che questo sia il futuro che attende i palestinesi.

Di fatto, Smotrich e Zohar non vogliono danneggiare fisicamente i palestinesi, a patto che non si ribellino ai loro padroni ebrei. Desiderano solo privarli dei loro diritti umani fondamentali, come l’autogoverno nel loro stesso Stato e la libertà dall’oppressione, o di pari diritti nel caso in cui i territori vengano ufficialmente annessi ad Israele. Per questi due rappresentanti della maggioranza alla Knesset, i palestinesi sono destinati a rimanere per sempre sotto occupazione. È probabile che il comitato centrale del Likud la pensi allo stesso modo. Il ragionamento è semplice: gli arabi non sono ebrei, per cui non possono rivendicare il possesso di nessuna parte della terra che è stata promessa al popolo ebraico.

Secondo la concezione di Smotrich, Zohar e Shaked, un ebreo di Brooklyn che non ha mai messo piede in questo Paese è il legittimo proprietario di questa terra, mentre un palestinese la cui famiglia ha vissuto qui per generazioni è uno straniero, che ci vive solo per gentile concessione degli ebrei. “Un palestinese”, ha detto Zohar a Hecht, “non ha diritto all’autodeterminazione in quanto non possiede la terra di questo Paese. Per correttezza accetto che stia qui come residente, sempre che sia nato qui e viva qui – non voglio chiedergli di andarsene. Mi spiace dirlo, ma essi hanno uno handicap fondamentale – non sono nati ebrei.”

Da ciò si può desumere che, anche se tutti loro si convertissero, si facessero crescere i riccioli dalle tempie [tipici degli ebrei ortodossi, ndt.] e studiassero la Torah, non basterebbe. Questa è la situazione riguardo ai richiedenti asilo sudanesi, agli eritrei ed ai loro figli, che sono israeliani a tutti gli effetti Era così anche per i nazisti. Poi arriverà l’apartheid, che potrebbe essere applicato in base a certe circostanze agli arabi che sono cittadini di Israele. La maggior parte degli israeliani non ne sembra turbata.

(traduzione di Amedeo Rossi)

* Nota del traduttore: Zeev Sternhell è un importante storico della politica israeliano di orientamento liberale, esperto nello studio dei fascismi ed apprezzato dallo storico Renzo De Felice e dal filosofo Augusto del Noce, entrambi di destra. È stato insignito del premio “Israel”, uno dei più importanti riconoscimenti accademici israeliani. Membro del gruppo pacifista “Peace now” e critico con la colonizzazione in Cisgiordania, nel 2008 ha subito un attentato dinamitardo ad opera di estremisti di destra israeliani.

 




La “soluzione dei due Stati” ha sempre e solo voluto dire un grande Israele che governa su un bantustan palestinese. Lasciamola perdere

Jeff Halper

18 gennaio 2018, Haaretz

Quando gli ebrei della sinistra “estrema” conducono una battaglia per uno Stato unico, sostenendo il solo orizzonte politico che non sia l’apartheid, gli ebrei USA ci attaccano – perché lottiamo per gli stessi valori democratici che essi apprezzano così tanto a casa loro

Nel suo editoriale su Haaretz (“Ciò che una ‘soluzione dello Stato unico’ significa realmente: l’apartheid sancito da Israele o un’eterna, sanguinosa guerra civile”) Eric Yoffie chiede: “Non ci sono là israeliani sensati – di sinistra, di destra e soprattutto di centro – che comprendano i pericoli (di una soluzione dello Stato unico)?”

Questa domanda potrebbe essere posta esattamente al contrario: cos’altro deve succedere prima che gli israeliani, di sinistra, di destra e di centro, finalmente capiscano che il loro governo ha già deliberatamente, sistematicamente e concretamente eliminato la soluzione dei due Stati?

Yoffie propone una falsa simmetria: una sinistra e una destra “estremiste” che sostengono entrambe, nei fatti o esplicitamente, un unico Stato bi-nazionale, mentre un presunto futuro governo israeliano incarnerebbe ancora una volta un’“orgogliosa, liberale e democratica patria ebraica”, che viva in pace accanto ai suoi vicini palestinesi in una soluzione dei due Stati.

Questa è un’opinione, a dir poco, distorta. Di fatto ogni governo israeliano dal 1967 non è mai stato all’altezza di quegli orgogliosi valori liberali, perseguendo un Israele allargato che dominasse su un bantustan palestinese monco, anche se lo hanno fatto spacciandolo per una “soluzione dei due Stati”.

A poche settimane dall’inizio dell’occupazione nel 1967, il piano Allon (sotto il governo del primo ministro laburista Levi Eshkol) aveva già proposto che Israele annettesse il territorio circondando ed isolando i centri abitati palestinesi.

Questo piano ha guidato la politica di colonizzazione israeliana negli ultimi 50 anni ed è oggi un fatto compiuto irreversibile. Quando il “processo di pace” di Oslo iniziò, c’erano 200.000 coloni (e, sì, io includo Gerusalemme est, che è occupata, indipendentemente da quello che sostengono Israele e l’amministrazione Trump).

Nel 2000, alla fine di Oslo, c’erano 400.000 coloni in popolosi “blocchi di colonie” che hanno frammentato il territorio palestinese in circa 70 piccole enclave delle Aree A e B, oltre alla prigione che è Gaza. Oggi la popolazione di coloni si avvicina agli 800.000.

Se la soluzione dei due Stati è finita, ciò è dovuto ai successivi israeliani “sensati” al governo, in particolare Golda Meir e Ehud Barak [entrambi laburisti, ndt.], così come quelli del Likud [partito di destra, ndt.], di Kadima [partito di centro, ndt.] e della destra religiosa, e della sinistra sionista, della destra “estremista” e del sempre disponibile centro che li ha portati al governo.

Netanyahu e la destra religiosa hanno proclamato ai quattro venti la fine della soluzione dei due Stati, mentre entrambi i partiti della sinistra sionista, il Laburista ed il Meretz, hanno di fatto abbandonato la lotta per la pace, dichiarandosi partiti “socialdemocratici” preoccupati principalmente di questioni interne israeliane. I dirigenti laburisti, in particolare, per parecchi anni sono stati esplicitamente d’accordo con il Likud che “i tempi non sono maturi per una soluzione dei due Stati”.

Se un qualche settore della società israeliana ha mai sostenuto sinceramente la soluzione dei due Stati è stata la sinistra “estremista” – alla sinistra del Meretz – che ha lottato instancabilmente per questo al di fuori di qualunque governo (e, siamo onesti, anche l’Autorità Nazionale Palestinese sotto Arafat e Abbas l’ha appoggiata, persino quando i governi israeliani la stavano logorando).

Chi, se non la sinistra extraparlamentare, ha costantemente manifestato contro la costruzione di colonie, un’impresa perseguita con altrettanto vigore dai laburisti come dal Likud?

Quando, nel 1999, l’allora primo ministro Ehud Barak dichiarò, dopo il fallimento dei negoziati di Camp David, che “non c’erano controparti (palestinesi) per la pace,” l’opinione pubblica ebrea israeliana, compresi il Meretz, Peace Now [organizzazione pacifista, ndt.] e il resto della “sinistra sionista”, abbandonarono la ricerca di una pace giusta – ma non la sinistra “estremista”, che ha continuato ad impegnarsi persino quando la soluzione dei due Stati è scomparsa dalla nostra vista.

Ma Yoffie si sbaglia anche quando descrive quello che lui chiama la posizione per lo Stato unico della “sinistra estrema”. I gruppi di sinistra che riconoscono la fine della soluzione dei due Stati non si sono spostati verso un’alternativa dello Stato unico – almeno non ancora. Jewish Voice for Peace [gruppo di ebrei americani contrario all’occupazione ed alla colonizzazione della Cisgiordania, ndt.], che Yoffie demonizza perché appoggia il BDS, non sostiene attivamente una simile soluzione. Ed il resto della sinistra “estremista” sta ancora dibattendo su dove andare.

Benché molti di noi sostengano ancora la soluzione dei due Stati come una soluzione percorribile, se non giusta, ciò non può significare apartheid. Se l’“estrema” sinistra si è in effetti spostata su una posizione dello Stato unico è semplicemente perché abbiamo avuto il coraggio di riconoscere la realtà politica e i “fatti sul terreno”: la soluzione dei due Stati è morta quando l’impresa di colonizzazione ha raggiunto una massa critica, quando la frammentazione del territorio palestinese ha reso impossibile uno Stato palestinese sostenibile e sovrano.

Siamo rimasti con una sola via d’uscita. Dobbiamo trasformare lo Stato unico dell’ apartheid, che Israele ha creato, in uno Stato democratico di uguali diritti per tutti i suoi cittadini. Una democrazia – che non dovrebbe essere un concetto assolutamente estraneo a un americano come Yoffie, o agli israeliani che sostengono che il loro Paese è l’unica democrazia del Medio Oriente.

La sinistra “estremista” deve ora condurre una lotta per un unico Stato democratico binazionale in Israele/Palestina, non perché lo vogliamo, ma perché sono stati i sionisti “sensati” di Yoffie che ci hanno lasciato questa come unica opzione possibile rispetto all’apartheid. È l’unico modo per evitare che gli ebrei diventino gli afrikaaner [popolazione di origine olandese che ha colonizzato il Sudafrica ed ha imposto l’apartheid alla popolazione nativa, ndt.] , o peggio, del Medio Oriente.

Vogliamo una via d’uscita dal vicolo cieco del sionismo politico, e un ritorno al sionismo culturale di Ben-Yehuda, Henrietta Szold, Ahad Ha-am, Judah Magnes e Martin Buber, che immaginavano un popolo ebraico che vivesse insieme ai propri vicini palestinesi.

Questa è una sfida che libererà realmente entrambi i popoli, un progetto positivo di una nuova generazione di sionisti culturali. Abbiamo bisogno di uno Stato che offra uguali diritti a tutti i propri cittadini – un’unica cittadinanza, un unico voto, un unico parlamento – ma che garantisca il diritto costituzionale sia degli ebrei israeliani che degli arabi palestinesi alla propria identità, alla propria narrazione e alle proprie istituzioni.

Non c’è motivo di credere che ciò porterebbe ad una “guerra civile senza fine e sanguinosa”, come sostiene Yoffie. Gli ebrei israeliani avrebbero il diritto di vivere ovunque, comprese le colonie; i rifugiati palestinesi potrebbero tornare a casa; si svilupperebbe una società civile comune; economicamente il Paese fiorirebbe, sostenuto da due ricche e colte diaspore parallele, ebraica e palestinese.

Questa è la sfida che l’“estrema” sinistra deve cercare di realizzare. Che piaccia o meno, questo è tutto ciò che ci hanno lasciato i sionisti “sensati” sbandierati da Yoffie, insieme con la destra “estrema” che ci governa.

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Jeff Halper è il capo del Israeli Committee Against House Demolitions   [ICAHD, Comitato Israeliano contro la Demolizione delle Case, ndt.].

(traduzione di Amedeo Rossi)