Benny Morris e Daniel Blatman riprendono la discussione sulla scia dell’uscita del libro di Adel Manna “Nakba e sopravvivenza”

NOTA REDAZIONALE: riteniamo interessante per il lettore seguire il dibattito storiografico sulla guerra del ’47-’48 da cui è nato lo Stato di Israele che viene proposto ai lettori israeliani dal quotidiano “Haaretz”.

Come in altri articoli[vedi http://zeitun.info/?s=pulizia+etnica ]che abbiamo già tradotto, il principale protagonista è lo storico ebreo- israeliano Benny Morris, autore negli anni ’90 di importanti studi che hanno messo in serio dubbio la narrazione israeliana sugli avvenimenti che portarono all’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi, e che in seguito è passato ad un attivo sostegno delle politiche dei governi israeliani, ed in particolare del Likud. In questo caso se la prende con un suo collega israeliano-palestinese che ha scritto un libro su quelle tragiche vicende. Come in precedenti circostanze, sullo stesso giornale gli risponde un altro storico ebreo- israeliano Daniel Blatman, che si è occupato di studiare l’Olocausto e i movimenti ebraici europei non sionisti, come il Bund, partito socialista ebraico .

Israele non ha messo in atto una “politica di espulsione” contro i palestinesi nel 1948

Il problema dei rifugiati palestinesi fu il risultato di un piano strategico sionista e della “pulizia etnica”, sostiene erroneamente lo storico Adel Manna nel suo libro “Nakba e sopravvivenza”, in cui “strage” ed “espulsione” compaiono in quasi tutte le pagine.

Haaretz

di Benny Morris – 29 luglio 2017

Ho affrontato la lettura del nuovo libro del prof. Adel Manna, “Nakba e sopravvivenza: lo storia dei palestinesi che sono rimasti con qualche speranza ad Haifa e in Galilea, 1948-1956”. Conosco bene la narrazione dei palestinesi – una narrazione di spossessamento e discriminazione, di sventura storica e di infinita ingiustizia senza averne alcuna colpa.

In questa narrazione c’è solo una parte che è nel giusto ed una quantità di cattivi, tra i quali i sionisti sono i più importanti. La narrazione è stata diffusa ormai da decenni dalla dirigenza palestinese e dagli opinionisti arabi, così come dagli storici e studiosi arabi e dai loro sostenitori, tra cui Walid Khalidi e Rashid Khalidi, Edward Said ed Ilan Pappe. I loro libri riempiono gli scaffali delle biblioteche e delle librerie dell’Occidente. In Israele, i loro scritti sono in buona parte introvabili in quanto la maggior parte di essi non è stata tradotta in ebraico.

Questo vuoto non sarà riempito dalla pubblicazione, in ebraico, da parte dell’istituto Van Leer e dalla casa editrice Hakibbutz Hameuchad, di “Nakba e sopravvivenza”, (Nakba significa “catastrofe”, come è nota ai palestinesi la guerra del 1948), ma questo non è il libro che speravo. Manna, un musulmano di Majdal Krum in Galilea, ha studiato all’Università Ebraica di Gerusalemme e per anni ha insegnato in varie università e college. Il suo campo di studi comprende la storia della Palestina, i palestinesi e Gerusalemme nel periodo ottomano e in quello contemporaneo e il conflitto arabo-israeliano.

Da una conoscenza superficiale di Manna, credevo che egli conoscesse la storia della Palestina e dello Stato di Israele. Ho sperato che sarebbe riuscito ad evitare la narrazione palestinese e a costruire una storia basata sulla documentazione e sui fatti, dimostrando un’apertura intellettuale e una visione dei due lati della medaglia. Sono rimasto deluso. A dire la verità, Manna non nasconde il suo punto di partenza. Nella sua introduzione c’è un impegno o una avvertenza che il libro è scritto “dalla prospettiva dei sopravvissuti…Nel mio libro ho scelto di non adottare la posizione dello storico imparziale che nei suoi scritti lascia da parte le proprie posizioni personali ed ideologiche”, (forse tutte o in gran parte già implicite nell’uso della parola “sopravvissuti”- come se gli arabi che rimasero in Israele dopo il 1948 cercassero di sopravvivere ad una continua politica e ad una campagna intese alla loro eliminazione).

Devo avvertire i lettori che le 377 pagine dense e fitte di “Nakba e sopravvivenza” sono affette da innumerevoli ripetizioni, sia di racconti (per esempio, quello dell’esecuzione di cinque giovani arabi a Majdal Krum il 5 novembre del 1948, che è raccontata almeno tre volte) e di varie recriminazioni. La descrizione complessiva di quello che è successo qui nel 1948 come “massacro ed espulsione” o “espulsione e massacro” compare in quasi tutte le pagine almeno una volta, se non varie. Quindi oserei dire che il numero di volte in cui nel libro compare questa frase è superiore al numero di arabi che sono stati uccisi in casi in cui hanno avuto luogo stragi.

Vale la pena notare, peraltro, che massacri di arabi contro ebrei, e ce ne sono stati, sono appena citati nel libro – e quando Manna fa riferimento al massacro nella raffineria di petrolio ad Haifa il 30 dicembre 1947 lo definisce come un “attacco” o un “grave attacco”, non come un massacro. Questo è il modo in cui le cose compaiono in una narrazione rispetto ad un vero saggio storiografico.

Il libro è diviso in due parti. Il primo affronta quello che successe nel 1948 e il secondo si concentra su quello che avvenne tra il 1949 e il 1957 agli arabi che rimasero in Israele, che si definiscono come “abitanti palestinesi dello Stato di Israele” o come “arabi del 1948”. In entrambe le parti l’enfasi è posta sul corso degli eventi nel nord – la Galilea ed Haifa – con pochissimo spazio dedicato a quello che successe nel centro e nel sud del Paese.

Nel suo lavoro Manna fa ampio uso della stampa araba (cosa che approvo), della stampa di sinistra ebraica e dei verbali di processi, soprattutto sentenze dell’Alta Corte di Giustizia, relative alla minoranza araba ed ai partiti politici arabi dal 1948 al 1957.

Buona parte del libro si basa su interviste che lui o altre persone hanno fatto ad arabi che hanno vissuto il 1948 e il primo decennio di vita dello Stato di Israele. Manna difende appassionatamente il valore della “storia orale” come una fonte attendibile per la ricostruzione degli avvenimenti e di sentimenti del passato. Attraverso “Nakba e sopravvivenza” egli “mostra” che quello che la gente ricorda 40 o 50 anni dopo i fatti è coerente con quello che viene raccontato nella documentazione che è arrivata fino a noi da quegli anni (ciò contrariamente alla mia non molto vasta esperienza, che ammetto, secondo cui non c’è una tale coerenza, oppure gli intervistati semplicemente non ricordano niente). Non fornisce dettagli su come le interviste sono state condotte. A volte non dice neppure quando si sono svolte o chi ha fatto l’intervista.

E’ ovvio che Manna ha fatto una ricerca di archivio molto povera (praticamente tutte le sue note sono annotazioni archivistiche approssimative e/o non corrette; per esempio la maggior parte dei riferimenti all’Archivio dell’esercito israeliano). Quasi tutte le citazioni da fonti primarie sono riferite di seconda mano da ricerche di altre persone, compresi libri che ho scritto io (a proposito dei quali Manna fa sia apprezzamenti positivi che riserve, alcune delle quali giustificate). Ha accuratamente scelto cosa inserire nel suo libro e cosa escludere.

Progetto strategico sionista

Per lo più gli storici distorcono la storia non attraverso grossolane falsificazioni ma piuttosto ignorando documenti e fatti importanti. Riguardo alla guerra del 1947-49, la storia di Manna è semplice: gli ebrei espulsero gli arabi dai luoghi in cui vivevano e lo fecero anche negli anni successivi alla guerra; non ci fu un conflitto tra due movimenti nazionali, ognuno dei quali con richieste legittime; di fatto non ci fu neppure una guerra: ci fu solo un’espulsione e nient’altro.

A merito di Manna, egli nota che i dirigenti degli arabi di Palestina e quelli arabi della regione rifiutarono effettivamente il piano di spartizione [della Palestina tra ebrei sionisti e palestinesi, ndt.] (adottato dall’assemblea generale delle Nazioni Unite il 29 novembre 1947, che secondo Manna era immorale), ma dimentica di citare che il giorno seguente alcuni palestinesi aprirono il fuoco e iniziarono attacchi che in alcune settimane si ingigantirono fino a diventare una guerra civile generalizzata – la prima fase della guerra che andò dal novembre 1947 al maggio 1948. Per come la vede Manna, la guerra semplicemente scoppiò; nessuno le diede inizio.

Il suo argomento centrale, di fatto il tema del libro, è che il problema dei rifugiati palestinesi sia nato come conseguenza di un progetto sionista che venne coscientemente adottato fin dall’inizio e in conseguenza di una messa in pratica sistematica di questo progetto: “Il trasferimento degli arabi dalle zone del Paese verso i vicini Stati arabi era diventato un obiettivo dichiarato fin dal rapporto della commissione Peel [commissione del potere mandatario inglese in seguito alla più importante rivolta palestinese contro inglesi e sionisti, ndt.] del 1937. Il piano dell’offensiva ebraica (Piano D), messo in atto nell’aprile 1948, era un importante anello nella pianificazione dell’espulsione dei palestinesi, (ma) la politica di pulizia etnica fu molto più estesa e complessa di qualunque piano scritto… In Galilea una politica di pulizia etnica venne messa in pratica nelle prime fasi della guerra, in zone che erano state destinate allo Stato ebraico in base al piano di spartizione [della Palestina deciso dall’ONU, ndt.].

Manna indica due azioni iniziali dell’Haganah [principale milizia armata sionista, da cui è nato l’esercito israeliano, ndt.] subito nel dicembre 1947 (le azioni a Khisas e a Balad al-Sheikh) come manifestazioni del “desiderio da parte dei dirigenti dell’Yishuv (la popolazione ebraica del Paese prima della fondazione dello Stato di Israele) che nessun palestinese rimanesse nella Galilea orientale e nella pianura costiera.” In seguito menziona come risultato di questa politica l’ “espulsione” degli abitanti di Tiberiade, Safed, Beit She’an, Giaffa, Haifa e Acri nell’aprile e maggio del 1948. Manna continua a dire che durante la seconda metà della guerra, dal maggio 1948 al gennaio 1949 – durante la guerra convenzionale che fece seguito all’invasione della Palestina da parte degli Stati arabi vicini – la politica di Israele fu e rimase l’espulsione della popolazione araba locale. Infine Manna sostiene che questa politica fu ancora perseguita dal 1949 al 1956. Secondo lui il divieto di ritorno dei rifugiati e le espulsioni di massa di “infiltrati” nei primi anni dopo il 1948 furono manifestazioni di questa politica, e nota che la sua stessa famiglia fu era tra le persone espulse da Majdal Krum in Libano nel 1949.

Manna afferma che Israele usò leggi contro l’infiltrazione per espellere quanti più arabi possibile dal nascente Paese, comprese persone che non erano infiltrate ma risultavano non possedere un certificato del registro dell’anagrafe o una carta d’identità israeliana. Indica persino il massacro di Kafr Qasem [in cui, in concomitanza con la guerra contro l’Egitto per il controllo del canale di Suez, 48 ignari contadini palestinesi con cittadinanza israeliana di ritorno dai campi vennero uccisi dall’esercito israeliano che, senza informarli, aveva anticipato il coprifuoco in vigore nelle zone arabe del Paese, ndt.] nella cosiddetta “Zona del Triangolo” del 29 ottobre 1956 come una manifestazione di questa politica.

Le argomentazioni di Manna non sono convincenti. Ha ragione quando dice che c’era una politica di espropriazione delle terre e di discriminazione contro gli arabi che rimasero in Israele (benché il governo militare e l’imposizione di restrizioni alla libertà di movimento fossero misure logiche alla luce dei tentativi di distruggere l’Yishuv e della continua ostilità, compresa la violenza da parte degli arabi nei Paesi limitrofi, tra cui rifugiati dalla Palestina, contro lo Stato di Israele ed i suoi abitanti ebrei). Ma, una politica di espulsione dal 1949 al 1956? Se ci fosse stata una simile politica, perché non venne messa in pratica? Perché il numero di arabi in Israele è aumentato costantemente, in parte per le infiltrazioni di rifugiati all’interno di Israele che, nel corso degli anni, ottenero la carta d’identità?

L’autore sostiene anche che l’intenzione di Israele era di approfittare della campagna del Sinai per espellere la minoranza araba dal Paese, ma il piano è fallito a causa della mancata partecipazione della Giordania alla guerra. Anche questo non ha fondamento. In Israele c’erano sicuramente figure di spicco, tra cui il capo di stato maggiore dell’esercito Moshe Dayan, che negli anni ’50 speravano che scoppiasse un’altra guerra e permettesse a Israele di occupare la Cisgiordania o forse persino di espellere in Giordania gli arabi israeliani. Tuttavia non si trattava di una “politica” statale.

Nessun ordine di espulsione

Torniamo al 1948. Se Manna avesse letto i documenti dell’archivio dell’Haganah, dell’archivio dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] o degli archivi di Stato di Israele (o la versione aggiornata del 2003 del mio libro sul problema dei rifugiati “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi rivisto”), avrebbe scoperto che non ci fu una politica di espulsione dei “palestinesi” e che l’Haganah non espulse arabi prima dell’aprile 1948 (con l’eccezione degli abitanti arabi di Cesarea, in cui le motivazioni non avevano niente a che fare con la lotta contro gli arabi). Avrebbe anche trovato che l’Haganah e i dirigenti dell’Agenzia Ebraica (il governo dell’Yishuv) si attennero alla politica di accettazione del piano di spartizione (benché certamente non ne fossero contenti), che includeva una numerosa minoranza araba nello Stato ebraico che si stava formando. Il 24 marzo 1948 Yisrael Galili, capo del comando nazionale dell’Haganah (e di fatto il vice del ministro della Difesa David Ben-Gurion) emise un ordine generale alle brigate e ai settori dell’Haganah perché si attenessero alla politica del momento di lasciare al loro posto e di garantire la pace e la sicurezza delle comunità arabe nella zona destinata al nascente Stato (salvo che in casi eccezionali per ragioni militari).

Persino nel passaggio dell’Yishuv a una strategia di attacco nell’aprile e maggio 1948 dopo quattro mesi di strategia difensiva, i suoi dirigenti e membri dello Stato Maggiore dell’Haganah non adottarono una politica di “espulsione degli arabi” e le varie unità operarono in modo diverso a seconda della zona. Il “piano D”, dal 10 marzo 1948, non obbligava ad “espellere gli arabi” – anche se ai comandanti di brigata era stato dato il permesso di espellere le popolazioni arabe o di consentire loro di restare. Molto dipendeva dalle caratteristiche degli arabi del posto, dal comportamento degli abitanti e dalla personalità dei comandanti ebrei, oltre che dalle circostanze in ogni singola zona.

Ad Haifa fu la dirigenza araba che chiese ai suoi abitanti di andarsene (il sindaco ebreo, Shabtai Levy, e gli attivisti del sindacato dei lavoratori Histadrut [sindacato sionista, ndt.] chiesero loro di rimanere); a Tiberiade non ci furono espulsioni (benché forse le autorità del mandato britannico incoraggiarono l’esodo degli arabi); a Giaffa la popolazione se ne andò a causa della pressione militare ebraica e della previsione di un’occupazione ebraica dopo il ritiro delle truppe britanniche; a Safed scapparono a causa della conquista della città da parte del Palmach [milizia armata sionista inserita nell’Haganah, ndt.], non in conseguenza di ordini per espellerli; ad Acri non ci fu un ordine di espulsione e la maggioranza degli abitanti rimase in città dopo che venne occupata il 18 maggio.

Manna ha ragione quando dice che durante l’operazione “Hiram” alla fine dell’ ottobre 1948 e nelle settimane successive i soldati dell’IDF misero in atto una serie di massacri (a Saliha, Hula, Jish, Safsaf, Eilabun, Majdal Krum, Arab al-Mawasi e altrove) e qui e là espulsero villaggi (Jish, Eilabun, Birim e altri). Ed è anche vero che il trattamento dei drusi [minoranza religiosa considerata eretica dai musulmani, ndt.](che avevano in effetti stretto un’alleanza con l’Yishuv) e dei cristiani fu diversa da quello dei musulmani, che nei mesi precedenti avevano attaccato l’Yishuv. Tuttavia non ci fu una politica e non ci fu uniformità di comportamento tra le unità e gli ufficiali.

Il 12 novembre Ya’akov Shimoni, un funzionario del ministero degli Esteri (che in precedenza era stato un importante membro del servizio di intelligence dell’Haganàh (lo Sha’i)), visitò la Galilea con altri funzionari del ministero e parlò con i soldati e con altri ufficiali e funzionari sul campo. Scrisse: “Il trattamento (a Hiram) degli abitanti arabi della Galilea come nei confronti dei rifugiati arabi che stavano vivendo nei villaggi della Galilea o nelle loro vicinanze ha riflettuto un comportamento casuale ed è stato diverso da luogo a luogo in base alle iniziative di un comandante o dell’altro o di un ufficiale e dell’altro dei vari dipartimenti del governo: in un luogo hanno espulso e in un altro hanno lasciato la popolazione sul posto; in un posto hanno accettato la resa di un villaggio e in un altro invece no; in un posto hanno favorito i cristiani e in un altro hanno trattato cristiani e musulmani allo stesso modo senza distinzione; in un posto hanno persino consentito ai rifugiati che erano scappati in un primo momento dopo la conquista di tornare alle proprie case, e in un altro non l’hanno permesso.”

E il 18 novembre Shimoni aggiunse: “Troppe mani stanno mescolando la polenta…Loro (i comandanti dell’IDF) non hanno nessun ordine chiaro in mano o una prassi chiara riguardo al modo di comportarsi con gli arabi.”

E’ vero che dopo la visita di Ben-Gurion ai comandi del fronte settentrionale alla fine dell’operazione “Hiram” venne emanato alle brigate dell’esercito un ordine (generico) a nome di Moshe Carmel, comandante del fronte, per “aiutare” gli abitanti ad andarsene, ma la direttiva arrivò troppo tardi e non venne messa in pratica alla lettera. In un posto espulsero [la popolazione araba], in un altro non lo fecero.

L’argomentazione di Manna è che i massacri dell’operazione “Hiram” vennero organizzati “dall’alto” e intendevano far scappare gli arabi. Tuttavia: 1) Manna non ha nessuna documentazione che dimostri un simile rapporto e 2) in molti dei villaggi in questione fughe o espulsioni di massa non avvennero in seguito a massacri, né a Dir al-Assad né a Majdal Krum (qui Manna si sbaglia riguardo al suo villaggio: non ci fu un’espulsione da Majdal Krum), né a Arab al-Mawasi, né a Jish né a Hule. E’ possibile che comandanti sul campo abbiano pensato che un massacro avrebbe portato a una fuga di massa; forse un’ansia di vendetta, o solo semplice crudeltà erano la causa di queste uccisioni. Non ci sono prove in un senso o nell’altro, salvo sul fatto che unità di tre diverse brigare (la Golani, la Settima e la Carmeli) misero in atto una serie di massacri durante quelle settimane.

C’è in effetti il sospetto – ma sulla base del materiale che è a disposizione dell’analisi pubblica è impossibile arrivare alle conclusioni certe nel modo in cui lo fa Manna. Ma è vero che gli esecutori di questi crimini non furono puniti (in apparenza grazie all’intervento del ministro della Difesa).

In più bisogna notare che dal giugno 1948 la politica del governo di Israele fu di proibire ai rifugiati di tornare nel Paese, e che questa politica venne messa in pratica durante tutta la guerra e nel dopoguerra in modo sistematico (benché decine di migliaia di rifugiati riuscirono ad infiltrarsi nel Paese o venne loro consentito di tornare nel quadro di un “ricongiungimento familiare” o con accordi speciali. Per esempio, il vescovo George Hakim e centinaia di altri cristiani, come gli abitanti di Eilabun, tornarono grazie a detti accordi e alla fine ottennero la cittadinanza israeliana, come gli stessi genitori di Manna, che si infiltrarono nel Paese dopo un lungo periodo nel campo di rifugiati di Ain al-Hilweh in Libano).

“Successo parziale”

Per cui è stato così che alla fine della guerra 125.000 arabi rimasero nello Stato di Israele e 160.000 alla fine del 1949, la maggioranza dei quali nel nord. Manna non spiega per niente come ciò accadde, citando solo quelli, tra i 20.000 e i 30.000, che vennero cooptati all’interno della popolazione del Paese nel maggio 1949 con l’annessione allo Stato del “Triangolo”, che va da Umm al-Fahm fino a Kafr Qasem. Egli sostiene che questi individui utilizzarono vari metodi per “sopravvivere” (collaborando con le autorità, nascondendosi in grotte nei pressi dei loro villaggi, e così di seguito). Non spiega perché, se c’era davvero una politica complessiva di espulsione, non sia stata messa in pratica, perché l’esercito e la polizia non espulsero semplicemente gli arabi rimasti, villaggio dopo villaggio, e lasciarono anche un gran numero di arabi ad Haifa, Acri e Giaffa, molti dei quali musulmani.

Riguardo a Nazareth, in cui la maggior parte della popolazione araba rimase, Manna giustamente nota la sensibilità israeliana verso l’opinione pubblica del mondo cristiano. Ma riguardo a Majdal Krum? A chi all’estero sarebbe importato che gli abitanti del villaggio di Manna o di quelli vicini – Sakhnin, Dir Hana, Arrabeh, oggi tutti grandi villaggi o cittadine – venissero espulsi alla fine dell’ottobre 1948? Nell’estate del 1948 l’IDF consigliò al governo che Acri venisse svuotata dei suoi abitanti. Perché, se l’espulsione era la prassi, non vennero espulsi fuori dal Paese, a Giaffa o altrove? Ben-Gurion temeva il suo ministro per le Minoranze, Bechor Sheetrit (che si oppose all’espulsione degli abitanti di Acri)?

Non ci sono spiegazioni per tutto ciò, tranne l’assenza di una qualunque politica di espulsione, anche se Ben-Gurion e molti altri volevano che nello Stato ebraico rimanessero quanti meno arabi possibile, e certamente non ci fu un’ espulsione sistematica come sostiene Manna. Non fu la “tenacia” degli abitanti dei villaggi che impedì la loro espulsione – se ci fosse stato un ordine di espulsione, se ne sarebbero andati (come successe a Caesarea, Eilabun, Lod, Ramle e in altri luoghi in cui agli abitanti venne ordinato di andarsene).

“Nonostante i molti tentativi da parte dell’esercito e di altri elementi di espellere gli arabi dalla zona, il successo fu solo parziale,” scrive Manna. Un’assurdità. Quando qualcuno punta contro di te e contro la tua famiglia un fucile e ti dice di andartene, soprattutto dopo che ha già ucciso alcuni dei tuoi vicini, tu te ne vai. Le spiegazioni di Manna sono semplicemente poco serie.

L’autore ha apportato un significativo contributo al discorso sugli arabi in Israele, sottolineando l’influenza della Nakba sulle loro vite e mentalità negli anni successivi al 1948. Queste cose non sono state interiorizzate da molti ebrei israeliani. Ci sono molti passi del libro in cui Manna critica il suo stesso popolo. Descrivendo le azioni degli arabi nella rivolta del 1936-1939, ad esempio, li accusa di aver commesso “gravi atti di terrorismo contro soldati e civili, incendiando campi e distruggendo proprietà…Il terrorismo venne impiegato anche all’interno della stessa comunità araba, soprattutto contro gli oppositori della rivolta.”

Scrive anche che i dirigenti della rivolta, compreso Haj Amin al-Husseini [Gran Muftì di Gerusalemme e leader politico palestinese, ndt.] assunsero “posizioni estremiste e intransigenti, che causarono gravi danni” ai palestinesi. Tuttavia questi lampi di lucidità critica sono davvero rari. A un certo punto Manna critica i palestinesi (ed i loro storici?) e afferma che non hanno ancora condotto “un dibattito critico e serio sulla storia della Nakba e sulle sue implicazioni.” Si direbbe che ha ragione.

Per la Nakba non c’era bisogno di una “politica di espulsione”

A differenza di quanto sostiene Benny Morris, il saggio di Adel Manna “Nakba e sopravvivenza” è un libro stimolante, degno di nota per il suo approccio metodologico nel presentare una storia credibile e sfaccettata della tragedia palestinese del 1948

Haaretz

Di Daniel Blatman – 4 agosto 2017

Le critiche di Benny Morris all’importante libro “Nakba e sopravvivenza: la storia dei palestinesi che sono rimasti ad Haifa e in Galilea, 1948-1956” di Adel Manna (vedi articolo “Israele non aveva una “politica di espulsione” contro i palestinesi nel 1948,” 29 luglio) sono parte dei tentativi dello storico – durati in modo continuativo per 15 anni – di negare quello che egli sosteneva in passato: che Israele mise in atto una pulizia etnica a tutti gli effetti durante la guerra di indipendenza di Israele del 1948. (“Nakba”, che significa catastrofe, è il termine utilizzato dagli arabi per descrivere la guerra, quando più di 700.000 arabi fuggirono o furono espulsi dalle loro case durante un periodo di circa due anni).

In passato Morris lo ha affermato con encomiabile coraggio. In un dibattito con lo scrittore israeliano Aharon Megged sulle pagine di Haaretz nel 1994 dichiarò: “Il nuovo materiale fattuale che è stato reso pubblico nei documenti (per esempio: dettagli che sono stati celati riguardo a massacri, espulsioni ed espropri condotti dalle forze di difesa ebraiche nel 1948 e negli anni seguenti) hanno dato luogo a una diversa interpretazione dell’impresa sionista. La principale aspirazione del sionismo era di risolvere i problemi del popolo ebraico nella Diaspora con la costruzione di un’entità statale che sarebbe stata un rifugio per gli ebrei e un Paese modello.”

“Ma,” continuava Morris, “i sionisti avevano anche altri obiettivi: prendere il controllo della Terra di Israele dal mare al fiume [Giordano] per sostituire i palestinesi che vi vivevano: per cacciarli fuori dal Paese nel momento decisivo le forze di difesa del movimento sionista diedero espressione al bisogno bellicoso ed espansionista che è sempre stato alla base dell’ideologia sionista, e fecero in modo – sia con mezzi per farli fuggire e espellerli, o impedendo il ritorno dei rifugiati – di spingere fuori dai confini dello Stato in formazione la grande maggioranza degli arabi che vivevano nelle zone che divennero lo Stato di Israele, ed anche di allargare lo Stato oltre le linee disegnate dalla risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU nel 1947 [che diede il beneplacito alla partizione della Palestina, ndt.].”

Il Benny Morris del 1994 ha fatto un lavoro migliore per spiegare quello che il dott. Manna afferma nel suo libro. Ma negli ultimi anni Morris ha cercato di “correggere un errore” e di dimostrare che le conclusioni a cui è arrivato con le sue ricerche sull’espulsione dei palestinesi erano in realtà sbagliate. Non so cosa gli abbia fatto cambiare le conclusioni riguardo alla catastrofe che Israele inflisse al popolo palestinese nel 1948. Quello che è peggio è il fatto che Morris critichi maliziosamente una ricerca che sta cercando, in modo equilibrato e critico, di affrontare la Nakba e le sue conseguenze da un punto di vista che non corrisponde alla narrazione sionista – una narrazione che anche Morris aveva duramente contestato in passato per i suoi preconcetti ideologici.

Morris nella sua recensione afferma: “Riguardo alla guerra del 1947-49, la storia di Manna è semplice: gli ebrei espulsero gli arabi dai luoghi in cui vivevano e lo hanno fatto anche negli anni successivi alla guerra; non è avvenuto un conflitto tra due movimenti nazionali, ognuno dei quali con richieste legittime; di fatto non c’è neppure stata una guerra: c’è stato solo un’espulsione e nient’altro.” Ma questa non è un’affermazione simile a quelle che egli stesso aveva fatto 23 anni fa?

Nel suo libro Manna fa uno stimolante tentativo di scrivere una storia sfaccettata della tragedia palestinese, e il suo approccio metodologico è degno di nota. Ha ragione quando sostiene che la ricerca israeliana riguardante gli avvenimenti che hanno riguardato il 1948 soffre del problema di una separazione innaturale tra la “ricerca ebraica” e la “ricerca araba”. In altre parole, tra la storia scritta dagli storici ebrei e quella scritta dagli storici arabi. Ci sono molte ragioni di questa divisione, dal fatto di comprendere le lingue pertinenti all’influenza delle narrazioni nazionali sullo storico.

A differenza di molti dei suoi critici, Manna parla correntemente l’arabo, l’ebraico e l’inglese, ed è questa la ragione per cui, per esempio, può leggere ed esaminare non solo documenti ufficiali dell’Haganah (la milizia armata ebraica pre-statale), ma può anche analizzare la stampa araba e altre fonti arabe. In altre parole, a differenza di Morris, le cui ricerche si basano principalmente sui documenti ufficiali degli archivi israeliani ed inglesi, Manna presenta un quadro complesso e più credibile della tragedia palestinese.

La tendenziosità di Morris è chiara, per esempio, anche nelle sue critiche a Banna riguardo alle interviste che ha raccolto dai sopravvissuti della Nakba, che sono ora uomini e donne anziani. Com’è possibile, contesta Morris, che dopo così tanti anni la gente ricordi quello che accadde realmente? Secondo Morris ” Attraverso ‘Nakba e sopravvivenza’ egli «mostra» che quello che la gente ricorda 40 o 50 anni dopo i fatti è coerente con quello che viene raccontato nella documentazione che è arrivata fino a noi da quegli anni (ciò contrariamente alla mia non molto vasta esperienza, che ammetto, secondo cui non c’è una tale coerenza, oppure gli intervistati semplicemente non ricordano niente).”

In altre parole secondo Morris quello che importa realmente per comprendere “quello che accadde realmente” è quello che ha trovato lui negli archivi israeliani o britannici. Strano, dato che in una recensione che scrisse nell’edizione ebraica di Haaretz (“Quei rifugiati non hanno nessun posto in cui tornare, 24 novembre 1992) in una raccolta enciclopedica pubblicata dall’Instituto per gli Studi Palestinesi sui villaggi palestinesi che furono cancellati dalle mappe nel 1948, pensava in modo diverso: “Gli autori non hanno intervistato rifugiati (e tra pochi anni non ne rimarrà nessuno”), affermò.

Benny Morris crede ancora che il ruolo dello storico non sia altro che quello di raccontare ai suoi lettori quello che ha trovato in un archivio e in documenti resi pubblici da qualche organizzazione governativa o meno. Se gli studi sull’Olocausto, per esempio, avessero continuato ad essere basati su un approccio simile – come è stato in realtà il caso della storiografia tedesca negli anni ’70 – non avremmo saputo praticamente niente sulle vite degli ebrei e sui loro tentativi di sopravvivere durante gli anni della loro grande tragedia, come oggi sappiamo grazie alle molte testimonianze degli stessi sopravvissuti.

Ed è proprio quello che fa Manna: propone la storia della tragedia nazionale del suo popolo dal punto di vista della vittima, del sopravvissuto. La politica di Israele sul problema palestinese e la politica di espulsione non sono il cuore del libro: quello che vi si trova è la storia dell’espulsione e della sopravvivenza.

Anche sulla questione dell’espulsione Morris si agita nel tentativo di allontanare se stesso da quello che era una volta. Ma qui cammina su un terreno minato: ricercatori seri del fenomeno della violenza di massa non devono trovare una prova inequivocabile dell’esistenza di una “politica di espulsione” per arrivare alla conclusione che sono stati commessi crimini contro l’umanità. Egli asserisce che non ci fu una politica di questo tipo, e se ci furono direttive emesse per perpetrare massacri nei villaggi palestinesi esse furono comunicate, egli afferma, “attraverso un ordine (generico).”

Si potrebbe pensare che quando gli Ottomani decisero di espellere gli armeni nel 1915 lo abbiano pubblicato sulla stampa ufficiale, o quando Ratko Mladic decise di massacrare oltre 7.000 musulmani bosniaci, uomini e ragazzi, a Srebrenica nel 1995 abbia reso pubblico il suo ordine. Ordini e istruzioni di attuare tali crimini sono dati oralmente, in discussioni riservate e in modo implicito, in un linguaggio ambiguo. Ciò non significa che quelli che li mettono in atto non sappiano esattamente quello che intende la persona che dà questi ordini ambigui.

Morris scopre la prova definitiva della debolezza delle affermazioni di Manna riguardo alle espulsioni nel fatto che alla fine della guerra 160.000 arabi rimasero all’interno di Israele. Questa è un’espulsione? Se ci fosse stata una politica di espulsione, chiede, come è possibile che siano rimasti così tanti palestinesi? Ciò mi ricorda quello che hanno scritto i negazionisti dell’Olocausto nei primi anni dopo la II guerra mondiale. Una soluzione finale? Di cosa state parlando? Com’è possibile che centinaia di migliaia di ebrei siano rimasti in ogni Paese europeo, e milioni in Unione Sovietica? Forse, sostengono questi antisemiti, molte centinaia di migliaia morirono per le dure condizioni in vari posti – ma…camere a gas e uccisioni di massa?

Ovviamente nessuna ricerca è priva di errori e di affermazioni imprecise. Questo è vero anche per la ricerca di Manna, e Morris cita alcune di queste. Ma il libro di Manna è un importante contributo allo studio della tragedia palestinese e soprattutto una rara opportunità per il lettore ebreo di comprendere gli aspetti umani della grande catastrofe che l’indipendenza nazionale del suo popolo ha inflitto a membri di una nazione che ha vissuto in questo Paese per molti anni prima di essa.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Ancora in attesa di un Gandhi palestinese? Lei/lui c’è già

Zaha Hassan – 30 luglio 2017, Haaretz

Ogni ragazzina della Cisgiordania che attraversa un checkpoint per andare a scuola è una Rosa Parks. Ogni prigioniero che fa lo sciopero della fame è un Mandela, e ogni gazawi che sopravvive nonostante le condizioni disumane è un Gandhi palestinese.

La seconda domanda (dopo “Dov’è la Palestina?”) più frequentemente posta a un palestinese-americano è: “Dov’è il Gandhi palestinese?”

Gli americani vogliono sapere perché i palestinesi non utilizzano tattiche non-violente per porre fine ai loro decenni di oppressione e di colonizzazione della loro terra.

Ovviamente in questa domanda è implicita la premessa, coltivata dalla rappresentazione mediatica dell’ “arabo infuriato” e del musulmano nichilista, così come da campagne lautamente finanziate di sensibilizzazione dell’opinione pubblica che coinvolgono gruppi di lobbysti ed i centri di studio ad essi associati che dipingono tutto il Medio oriente come un covo ribollente di odio contro l’Occidente cristiano, che i palestinesi siano geneticamente predisposti alla violenza.

La verità è che, se un premio Nobel fosse assegnato a un intero popolo per la moderazione che ha dimostrato e per l’ostinata caparbietà a sopravvivere, a perseverare e a costruire un domani migliore nonostante i sistematici tentativi di eliminarlo – persino tentativi di negare addirittura la sua esistenza, come fece Golda Meir [nel 1969 in un’intervista l’allora primo ministro di Israele affermò che i palestinesi non esistevano, ndt.] – esso dovrebbe andare al popolo palestinese.

Perché, dove esiste un precedente dell’imprigionamento di 2.2 milioni di persone che sono stati resi deliberatamente dipendenti per il cibo, l’acqua e l’energia durante un intero decennio, mentre la narrazione continua a dire che è tutto giustificato dalla “sicurezza” di Israele, come nel caso delle attuali sofferenze di Gaza?

Dove c’è un precedente di sette milioni di persone a cui viene negato il diritto di tornare alle proprie case e proprietà confiscate settant’anni fa, solo perché sono della religione sbagliata, mentre nuovi insediamenti illegali si espandono freneticamente nel pezzo di terra della Cisgiordania che dovrebbe essere parte del loro Stato ancora da creare?

Dove c’è un precedente di Stati e istituzioni incaricati di difendere le leggi e la legalità internazionali che chiedono a un popolo occupato sempre più concessioni e di negoziare per legittimare crimini di guerra e per normalizzare l’esistenza dell’occupante?

La verità è che ogni ragazzina della Cisgiordania che attraversa un checkpoint per andare a scuola è una Rosa Parks [la donna di colore che nel 1955 in Alabama si rifiutò di cedere il posto in autobus a un bianco e diede inizio alla lotta per i diritti civili dei neri negli USA, ndt.]. Ogni prigioniero che mette in pericolo la propria vita per settimane intere facendo lo sciopero della fame per lottare contro la propria incarcerazione e le condizioni di detenzione è un Mandela, e ogni persona che oggi vive a Gaza e che sopravvive nonostante le privazioni disumane, è un Gandhi palestinese.

Quante altre migliaia di tappetini da preghiera devono essere srotolati nelle strade di Gerusalemme prima che la resistenza non violenta palestinese sia non solamente riconosciuta ma anche appoggiata e incoraggiata? Quante altre proteste del venerdì devono aver luogo a Bi’lin e in altri villaggi in Cisgiordania? Quante tende della pace devono essere erette e demolite a Gerusalemme e nel Naqab [Negev in arabo, ndt.]?

La vera questione, tuttavia, non è quantificare le proteste, ma garantire che altri le conoscano.

Gandhi lo sapeva. Martin Luther King, Jr lo sapeva. E il governo israeliano, l’AIPAC [l’associazione ebraica filo-israeliana più potente negli USA, ndt.] e quanti sono interessati a mantenere il dominio di Israele sulla terra palestinese lo sanno. E questa è la ragione per cui vergognosi esempi di legislazione come la legge 720 del Senato contro il BDS [movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele, ndt.] stanno circolando nelle aule del Congresso. La legge, stilata con la collaborazione dell’AIPAC, lo farebbe diventare un reato punibile fino ad un massimo di 20 anni di carcere e una multa fino a 1 milione di dollari per il fatto di sostenere l’uso di metodi economici non violenti contro Israele.

Potete immaginare Rosa Parks che sconta 20 anni di prigione per aver organizzato il boicottaggio degli autobus segregati? O Martin Luther King Jr. obbligato a pagare un milione di dollari per aver boicottato ristoranti razzisti con posti separati?

Dovrebbe essere chiaro a tutti noi che punire il diritto di espressione che ha lo scopo di porre fine a un’ingiustizia è sbagliato. Quando si vedono i fatti, gli americani lo capiscono. E lentamente ma inesorabilmente alcuni membri del Congresso che inizialmente erano stati co-promotori della legge con un tipico riflesso condizionato, una deferenza cieca verso l’AIPAC, stanno vedendo chiaro, come la senatrice Gillibrand, che, quando è stata messa in guardia dall’ACLU [American Civil Liberties Union, Unione Americana per le Libertà Civili, organizzazione non governativa che difende i diritti civili e le libertà individuali negli USA, ndt.] sulle preoccupazioni relative al diritto di parola e a problemi di incostituzionalità della legge e sfidata da elettori durante un’assemblea comunale, ha espresso la sua volontà di riconsiderare il suo appoggio [alla legge].

Così, mentre CNN e Fox News [due importanti reti televisive statunitensi, ndt.] possono non informare sulle centinaia di migliaia di palestinesi che hanno pregato nelle strade di Gerusalemme la scorsa settimana, protestando contro il tentativo mascherato di Israele di esercitare la propria sovranità sulla Spianata delle Moschee, questi accaniti tentativi legislativi da parte dei difensori di Israele per porre fine all’appoggio alla resistenza non violenta nei territori occupati o all’estero stanno accendendo riflettori da stadio di football sui problemi.

Attivisti del movimento progressista si rendono drammaticamente conto di come le loro libertà civili vengano minacciate in nome della protezione dell’occupazione di Israele sui palestinesi. Allo stesso modo, quando le linee aeree USA hanno messo in atto la legislazione israeliana che impedisce ai difensori dei diritti umani di viaggiare in Israele (compresi ebrei-americani, uno dei quali è un rabbino), gli americani hanno visto il rapporto tra questo fatto e gli abominevoli divieti di viaggio [si riferisce alla proibizione di ingresso negli USA dei passeggeri provenienti da alcuni Paesi musulmani, ndt.] perseguiti dall’amministrazione Trump

I palestinesi ed i loro sostenitori dovrebbero sperare (e pregare nelle strade) che Israele continui a rivelare la natura della sua oppressione contro di loro, e al contempo continuare a perseguire metodi collaudati e non violenti per riportare la giustizia e lo stato di diritto, perché si giunga ad una vera comprensione delle cause e delle soluzioni del conflitto israelo-palestinese.

Non c’è un modo più efficace per mettere in luce un’ingiustizia e per modificare la percezione sbagliata ad essa associata che attraverso lo stesso oppressore. Rosa Parks, Dr. King e Gandhi lo sapevano e lo sanno anche i palestinesi e quelli che solidarizzano con loro.

Zaha Hassan è una giurista per i diritti umani e studiosa del Medio Oriente al New America [prestigioso centro studi indipendente di politica ed economia, ndt.], con sede a Washington. In precedenza è stata coordinatrice e consulente esperta del gruppo negoziatore palestinese.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Alcuni Stati arabi temono che una rivolta palestinese possa far scoppiare un’altra primavera araba

Zvi Bar’el – 30 luglio 2017, Haaretz

Non tutti gli Stati musulmani sono uguali quando si tratta del “diritto” di proteggere quello che i musulmani chiamano il “Nobile Santuario”

In uno sconcertante comunicato rilasciato giovedì la famiglia reale saudita ha accreditato voci secondo cui re Salman si è riunito con alcuni leader mondiali per determinare un “punto di svolta” che ha portato al fatto che il Monte del Tempio [definizione ebraica della Spianata delle Moschee, ndt.] venisse riaperto ai fedeli musulmani.

La dichiarazione non rivela chi abbiano contattato il re o suo figlio Mohammed. Tuttavia è probabile che ci sia stata un colloquio con alti funzionari israeliani – se non direttamente, quanto meno attraverso consiglieri del principe ereditario che hanno noti legami con i dirigenti israeliani.

Il Monte del Tempio, o Haram al-Sharif (come è noto ai musulmani), può anche essere un luogo santo, ma la soluzione alla tempesta che si è scatenata in merito per due settimane è politica – ed ognuno dei “padri” della crisi sta cercando di attribuirsi una parte dell’onore di averla risolta.

Allo stesso modo c’è stata una lotta di potere sulla sovranità e sul controllo tra il WAQF (l’ente fiduciario religioso musulmano del luogo) e il governo israeliano, una lotta concentrata sul mantenere lo status quo – una cosa che è emersa da decisioni politiche, non religiose.

Il contenimento della crisi era pertanto focalizzato su due piani: prevenire che la crisi diventasse internazionale e che coinvolgesse le Nazioni Unite; evitare che straripasse nelle città musulmane nei Paesi arabi e musulmani. Ciò avrebbe provocato il fatto che i regimi arabi perdessero il controllo dello sviluppo della crisi e mettessero a rischio le delicate relazioni tra loro e l’opinione pubblica.

Proteste di massa – persino quelle derivanti da sentimenti religiosi – possono rapidamente trasformarsi in proteste contro la politica interna, la mancanza di libertà di espressione, le difficoltà economiche e la mancanza di democrazia.

La novità nell’attuale questione è che Israele non era l’unico a temere un’intifada palestinese. Molti dirigenti arabi condividevano la preoccupazione perché – come dimostrato durante le “Primavere arabe” all’inizio di questo decennio – le rivolte sono un male pericoloso e contagioso e un’intifada palestinese non è più solamente un riflesso di una lotta nazionalista contro l’occupazione israeliana. Potrebbe mobilitare una tale solidarietà di massa che potrebbe mettere i regimi arabi in violento contrasto con i loro popoli.

Il movimento di protesta egiziano Kefaya è nato nel 2004, per combattere le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi, l’occupazione USA dell’Iraq e per la richiesta di riforme in Egitto. La potenzialità del Monte del Tempio di mobilitare le masse e la minaccia che ciò pone sono molto maggiori, e non solo perché riguarda tutti gli Stati islamici. Questo potenziale impedisce ai regimi musulmani di bloccare qualunque manifestazione generi, a causa dell’aureola sacra che la circonda, imponendo loro di apparire come se appoggiassero le richieste dell’opinione pubblica contro chi viola la sacralità del luogo.

Ma non c’è santità senza politica, e quello che appare come un sito universale dei musulmani – che richiede ad ogni musulmano che lo protegga con ogni suo mezzo – ha alla sua base anche dispute interne tra Stati arabi e musulmani. Fa tornare alla mente la controversia ebraica sul controllo del Muro del Pianto e delle relative preghiere.

Non tutti gli Stati musulmani sono uguali quando si tratta del “diritto” di proteggere il Monte del Tempio. Da una parte c’è l’Iran, uno Stato musulmano sciita che santifica il Monte del Tempio e rilascia dichiarazioni militanti contro il fatto che Israele lo stia trasformando in un sito ebraico. Ma gli Stati arabo-sunniti non accordano all’Iran il diritto di esprimere un parere sulla questione. Ma persino tra gli Stati islamici sunniti l’Afganistan o la Malaysia non hanno lo status dell’Egitto o della Giordania, e quello della Turchia e del Qatar non è lo stesso dell’Arabia saudita quando si tratta del Monte del Tempio. Ciò non perché siano meno musulmani o arabi, ma perché la controversia è politica e solo i noti “membri di un circolo ristretto” hanno il permesso di avere un ruolo in questa particolare contesa.

Il circolo ristretto ha anche una rigida gerarchia. Per esempio, l’unico rappresentante dei luoghi santi islamici in Palestina, secondo la decisione della Lega araba, è l’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che riunisce la maggior parte delle fazioni palestinesi, ndt.]. Ma lo stesso Yasser Arafat, che forzò la mano della Lega per ottenere la rappresentanza esclusiva, condivise la responsabilità con altri Stati arabi quando venne messo in discussione il futuro del Monte del Tempio.

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas sta seguendo le orme di Arafat a questo proposito. Potrebbe respingere una richiesta del presidente USA Donald Trump, ma non dell’Arabia saudita.

Il diritto degli Stati arabi di intervenire sulla questione palestinese in generale, e del Monte del Tempio in particolare, dipende principalmente dalla loro presenza nell’arena mediorientale. Per esempio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan può maledire Israele quanto vuole, chiedere al mondo musulmano di andare al Monte del Tempio a manifestare la propria adesione all’islam, accusare Israele di volersi impossessare del luogo sacro e impegnarsi a non demordere finché non venga ristabilito lo status quo sul Monte del Tempio. Ma in pratica il suo peso e la sua autorità nell’influenzare l’ANP o i capi religiosi della Cisgiordania, per non parlare di Israele, sono quasi nulli.

I contatti della Turchia con Hamas, il suo schierarsi con il Qatar nella crisi con l’Arabia Saudita, il suo prendere le distanze dall’Egitto e le sue relazioni con l’Iran lasciano Erdogan con un microfono in mano ma senza una voce politica reale. Questa settimana Erdogan si è recato in Arabia saudita per conservare le proprie relazioni con re Salman e offrirsi di mediare tra l’Arabia saudita e il Qatar, ma senza molto successo.

Membro della coalizione sunnita istituita da re Salman, la Turchia sta già cominciando ad apparire in Arabia saudita come uno Stato non così amichevole. Recentemente Erdogan ha inasprito i toni contro l’Europa, soprattutto la Germania, e un quotidiano filo-governativo questa settimana ha affermato che la Germania di Angela Merkel è peggiore di quella di Hitler per odio e oppressione.

Inoltre Erdogan sta continuando a scontrarsi con Trump, mentre i suoi legami con la Russia sono sempre più stretti, con un accordo previsto per l’acquisto di missili S-400, che ha provocato una tempesta nella NATO.

La Turchia ha uno status strategicamente importante, con cui Erdogan si diverte a giocare, ma, in questo particolare gioco dello squash, sta andando incontro a un solido muro arabo.

L’Egitto sta prendendo una posizione a parte, riflessa non solo dalla presa di distanza dall’incidente del Monte del Tempio, ma anche nei tentativi del presidente Abdel-Fattah al-Sissi di stabilizzare i confini con Gaza a spese dell’ANP; nel suo preponderante sostegno all’acerrimo nemico di Abbas, Mohammed Dahlan; negli accordi che i capi dell’intelligence egiziana hanno ottenuto con Hamas per aprire il valico di confine di Rafah e piazzare un impianto energetico finanziato dagli Emirati Arabi Uniti – tutto ciò non ha permesso al presidente egiziano di fare pressione o influenzare Abbas. Ora Sissi è più interessato al processo di riconciliazione in Libia per proteggere i confini occidentali dell’Egitto da una infiltrazione terroristica.

Non c’è da sorprendersi, quindi, che le piazze egiziane siano rimaste in silenzio durante il clamore del Monte del Tempio e i media egiziani si siano occupati di altri problemi scottanti.

Sissi si sta coordinando e mantiene colloqui soprattutto con il re di Giordania Abdullah, con il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman e con Israele. Ciò è in contrasto con l’ex-presidente Hosni Mubarak, che in situazioni simili era solito convocare le parti al Cairo per definire una soluzione egiziana (non sempre con successo).

Il re di Giordania Abdullah II ha ricevuto un affronto da Netanyahu, che ha festeggiato il “rilascio” da Amman della guardia di sicurezza israeliana, mentre il re si agitava nel tentativo di spiegare gli avvenimenti. La Giordania è vista come la polveriera più sensibile riguardo al Monte del Tempio – tra l’altro perché la “Fratellanza Musulmana” in Giordania gode non solo di un riconoscimento legale rispetto all’Egitto e all’Arabia saudita, ma anche perché ha 16 dei 130 seggi in parlamento. Ma la sua rappresentanza simbolica non riflette il reale potere nelle strade, dimostrato dalla sua capacità di mobilitare manifestanti e di infiammare gli animi quando le questioni riguardano i rapporti con Israele in generale e i luoghi santi in particolare.

La Giordania, attraverso il Waqf, è la titolare riconosciuta del complesso della moschea di Al-Aqsa, e in base agli accordi di pace con Israele deve essere consultata su ogni questione riguardante lo status quo del luogo. La sua responsabilità, pertanto, non si limita a preservare la libertà di culto ad Al-Aqsa. La Giordania è vista come responsabile di fronte al mondo musulmano, anche se l’ANP ha preso il ruolo di unico rappresentante dei luoghi santi. Così, ogni episodio fuori dalle regole nel luogo santo potrebbe far vacillare lo status del re sia nel suo regno che rispetto agli altri Stati musulmani.

I dettagli dell’accordo raggiunto con Israele questa settimana non sono del tutto chiari. La Giordania ha annunciato che non è stato siglato nessun accordo e che il rilascio della guardia di sicurezza Ziv, che ha sparato ed ucciso due cittadini giordani [all’interno dell’ambasciata israeliana ad Amman, ndt.] è dovuto al suo rispetto dei protocolli internazionali riguardanti il personale diplomatico. Ma fonti giordane hanno detto ad Haaretz che “la rapidità con cui ha avuto luogo la liberazione, insieme alla rimozione dei metal detector (alle entrate del Monte del Tempio), indica che è stato fatto un accordo ed è probabile che consista in ulteriori impegni israeliani che non sono stati resi noti.”

Se Israele si è preso tali impegni, questi non riguardano necessariamente il Monte del Tempio, ma piuttosto la cooperazione militare e di intelligence tra i due Stati – o piuttosto l’intercessione israeliana presso Trump per incrementare l’aiuto USA alla Giordania.

Una delle domande ancora senza risposta è perché, contrariamente alle stime e alle previsioni di funzionari della Difesa israeliana, non sia scoppiata un’intifada su larga scala. A prima vista negli attuali avvenimenti del Monte del Tempio sono presenti tutti gli ingredienti che nel 2000 hanno fatto scoppiare la Seconda Intifada. Un oltraggio al luogo santo; misure per la presa di possesso ebraica dell’ingresso al sito; l’assenza di un processo di pace; l’indifferenza araba ed internazionale; una lotta interna tra palestinesi. Ma l’errore di fondo nell’affidarsi ad un’analogia come strumento per analizzare e valutare il comportamento dei dirigenti e dell’opinione pubblica sta nel dare molta importanza alle similitudini e ignorare o eliminare le differenze.

E’ possibile fare un elenco di innumerevoli differenze tra il contesto, le circostanze e il comportamento politico e militare di israeliani e palestinesi nel 2000 e nel luglio 2017. Ma sembra che la differenza fondamentale sia che la Seconda Intifada scaturì dal successo della Prima Intifada, che portò alla firma degli accordi di Oslo.

I tragici risultati della Seconda Intifada – sia dal punto di vista umanitario che strategico – sono rimasti profondamente impressi nella memoria collettiva palestinese. E’ difficile immaginare quale sia la data di scadenza di un trauma simile. La guerra civile in Libano rappresenta ancora un’efficace protezione contro un suo nuovo scoppio. Forse anche in Palestina il trauma funziona ancora – ma è meglio non metterlo alla prova.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Quando Israele minaccia i palestinesi di una nuova Nakba, minaccia sé stesso di estinzione

Bradley Burston, 25 luglio 2017 ,Haaretz

C’è una vera e propria operazione di istigazione che le autorità israeliane non hanno affrontato o neanche riconosciuto per decenni. E’ il violento discorso di odio che inizia dall’interno.

Che cosa ci dice riguardo ad Israele il fatto che un importante ministro del governo, che è anche una pappamolla, ritiene necessario, in un momento di tensioni al limite della guerra con i palestinesi, andare alla televisione israeliana e su Facebook a diffondere un messaggio di puro incitamento all’uso delle armi?

Il ministro della Cooperazione Regionale Tzachi Hanegbi, un alleato chiave di Netanyahu che spesso proclama e difende le politiche del primo ministro, è stato per lungo tempo considerato un elemento relativamente moderato nel governo più ferocemente oltranzista nella storia della Nazione.

Eppure, questa settimana, quando Israele si è trovato di fronte ad esplosioni di violenza al suo interno e con i suoi vicini, Hanegbi ha usato uno dei termini più incendiari per avvertire i palestinesi delle possibili conseguenze dei brutali omicidi di tre israeliani, un settantenne e due dei suoi figli adulti, avvenuti sabato sera:

Ecco come inizia una ‘Nakba’”, ha minacciato Hanegbi il giorno dopo sulla sua pagina Facebook.

Esattamente così”, ha scritto, citando il termine arabo per “catastrofe”, che è diventato sinonimo dell’esperienza palestinese della guerra del 1948, in cui centinaia di migliaia di palestinesi fuggirono o furono cacciati dalle forze israeliane dalle loro case nella Terra Santa.

Ricordatevi il ‘48”, ha poi scritto. La guerra, che ha portato alla nascita dello Stato di Israele, ha creato anche circa settecento mila rifugiati palestinesi. La Nakba è un evento profondamente traumatico per i palestinesi. Il dolore e la rabbia che si accompagnano alla Nakba sono stati indirettamente riconosciuti dal governo Netanyahu nei suoi sforzi di impedire che la narrazione palestinese fosse oggetto di insegnamento nelle scuole arabe in Israele.

Ricordatevi il ‘67”, ha continuato. Centinaia di migliaia di palestinesi, alcuni dei quali profughi della guerra del 1948, furono sfollati dalla guerra dei Sei Giorni, in cui le forze israeliane occuparono Gerusalemme est, la Cisgiordania e Gaza.

Hanegbi, che in una precedente intervista nello stesso giorno ha detto che la violenza non stava conducendo ad una terza intifada, ma ad una terza Nakba, ha ribadito il concetto nel post su Facebook: “Quando vorrete fermarla, sarà già stata persa. Sarà già avvenuta la terza ‘Nakba’.”

L’attento uso delle virgolette da parte di Hanegbi per modificare – più precisamente, per attenuare – il termine Nakba non è certamente sfuggito ai lettori palestinesi. Né lo è stato il senso della sua conclusione:

Per due volte avete pagato il prezzo della follia dei vostri dirigenti. Non provocateci nuovamente, perché il risultato non sarà diverso. Siete stati avvertiti!”

Il post di Hanegbi è arrivato in un momento in cui la rabbia covata sotto la cenere dei social media, scaturita da quel vulcano sacro nel cuore di Gerusalemme, stava infiammando gli animi di mezzo mondo.

Arriva anche nel periodo in cui i dirigenti israeliani, da Benjamin Netanyahu in giù, stanno dedicando un’enorme quantità del loro prezioso tempo per parlare di istigazione [all’odio].

Parlano di come l’istigazione può diventare armata, trasformarsi in atti di assassinio, di terrore, di escalation, di intransigenza, di vendetta e di guerra. E non mancano loro gli esempi, dal momento che i social media arabi diffondono innumerevoli esempi di minacce terroristiche e ignobili caricature antisemite.

Ma c’è una vera e propria operazione di istigazione che le autorità israeliane non hanno affrontato e neppure riconosciuto per decenni. E’ il violento discorso di odio che inizia dall’interno. Attacchi verbali vergognosamente fanatici contro i palestinesi. Dichiarazioni di dirigenti israeliani e di rabbini compiacenti che descrivono tutti gli arabi come bestie feroci, esseri subumani, una razza di terroristi sanguinari.

Incoraggiate e appoggiate da mezzi di informazione condiscendenti e scandalistici, le deboli e fragili coalizioni delle politiche israeliane non hanno fatto che accelerare l’istigazione israeliana, mentre i politici fanno a gara su tutti i social media per mostrare quanto può essere distruttiva la loro volontà di rendere le cose sempre più insopportabili.

E così è accaduto che, invece di operare per disinnescare l’atmosfera esplosiva dell’ultima settimana, i politici di estrema destra si sono avvicendati nelle trasmissioni televisive per promuovere misure di ulteriore privazione del diritto dei palestinesi di pregare alla moschea di Al-Aqsa, premendo al tempo stesso per dare via libera agli ebrei per pregare sul Monte del Tempio [la Spianata delle Moschee per i musulmani, ndt.], che è parte dello stesso complesso. In toni che potevano essere seri ma anche non esserlo, il deputato di estrema destra Bezalel Smotrick ha suggerito in un tweet che dovrebbe essere immediatamente costruita una sinagoga sul Monte.

Quando gli attivisti musulmani hanno accusato Israele di pianificare di impadronirsi del sito a proprio uso esclusivo, gli attivisti ebrei sono apparsi fin troppo felici di confermare le accuse.

Al tempo stesso, quando alcuni ministri del governo hanno chiesto l’introduzione della pena di morte, un deputato del partito di Netanyahu, il Likud, li ha superati.

Voglio dire la verità senza sembrare, dio non voglia, troppo estremista”, ha detto il deputato Oren Hazan in un video postato nel weekend.

Ma se fosse dipeso da me, ieri notte sarei andato dalla famiglia dell’assassino, avrei preso lui e i suoi familiari e li avrei ammazzati tutti. Sì, proprio così. Senza alcun rimorso. Li avrei ammazzati.”  

Cosa ci dice questo su Israele? Che se vuoi che la tua voce sia ascoltata, puoi dire – impunemente – “Vedrò la demolizione delle vostre case e la pena di morte per voi, ed aggiungerò l’esecuzione di massa di civili.”

Che cosa ci dice questo sui leaders israeliani? Che per mantenere l’illusione di essere più duri di chiunque altro, possono fare minacce che arrivano fino all’ espulsione di massa e alla pulizia etnica – una nuova Nakba. Proprio il genere di minacce che in un mondo come il nostro possono alla fine offrire il pretesto per minacciare lo stesso Israele di estinzione.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Ecco perché gli Stati arabi sono palesemente silenziosi sulla crisi del Monte del Tempio

Zvi Bar’el – 23 luglio 2017, Haaretz

Le tensioni sul luogo sacro potrebbero spingere gli Stati arabi in rotta di collisione con i movimenti islamici, ma la calma dipende dalla rimozione dei metal detector israeliani dal Monte.

Quando il primo ministro Benjamin Netanyahu si è impegnato in discorsi vanagloriosi in merito agli incontri con leader arabi – compresa la recente indiscrezione su un incontro segreto di cinque anni fa con il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti – sembrava ignorasse le forze islamiche che stavano attente a queste iniziative diplomatiche. Le recenti tensioni sul Monte del Tempio [denominazione israeliana della Spianata delle Moschee, ndt.] di Gerusalemme ha messo in chiaro che ogni mossa diplomatica o per la sicurezza è anche immediatamente misurata su una prospettiva che trascende l’importanza religiosa dei luoghi santi.

La moschea di Al-Aqsa sul Monte del Tempio, come la Kaaba alla Mecca e la Tomba dei Patriarchi [denominazione israeliana della moschea di Ibrahim, ndt.] a Hebron, è un luogo islamico inseparabile dai problemi nodali del conflitto israelo-palestinese. Sono luoghi che, se danneggiati, provocano nell’opinione pubblica sdegno che può spingere i regimi negli Stati arabi ed in altri Stati musulmani in rotta di collisione con i movimenti islamici dei rispettivi Paesi.

Ciò li spinge anche in conflitto con un’opinione pubblica musulmana sensibile, che può delegittimare rapporti più stretti tra Israele e Paesi arabi e con un’opinione pubblica araba laica, che vede gli avvenimenti come un tentativo deliberato da parte di Israele di appropriarsi dei siti palestinesi.

Il riconoscimento del potere del popolo e la minaccia che l’opinione pubblica araba rappresenta sono uno dei più importanti prodotti emersi dalle Primavere arabe, soprattutto quando ciò riguarda Israele ed i luoghi santi. Queste questioni costituiscono un ampio, anche se forse l’unico, comun denominatore che questi settori dell’opinione pubblica condividono.

Finora in questi Paesi la rabbia araba e musulmana non si è tradotta in dimostrazioni pubbliche nella forma di manifestazioni di massa o in articoli aspramente critici. Gli avvenimenti sul Monte del Tempio della scorsa settimana o simili hanno già meritato titoli in prima pagina nella maggior parte del mondo arabo, ma finora – forse per la prima volta – non si sono viste le consuete proteste anti-israeliane nelle strade del Cairo, di Amman e del Marocco.

Come previsto, il sito web della Fratellanza Musulmana ha accusato il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi di aver capitolato davanti ad Israele. Un sito web ha parlato del presidente egiziano e dei “sionisti” come forze alleate. In un’ intervista con un sito egiziano, un membro del Comitato Popolare per la Difesa del Sinai, Ahmed Samah al-Idarusi, ha lamentato che, rispetto al passato, “ora riscontriamo un silenzio diplomatico e culturale egiziano tale che neppure le elite sono capaci di rilasciare un solo comunicato congiunto di condanna.”

Lo stesso Sisi ha chiesto ad Israele di agire immediatamente per calmare le tensioni riguardo al Monte del Tempio. Ma la sua retorica è stata molto più tenue che nel settembre 2015, quando ha accusato Israele di dissacrare sfacciatamente la santità del luogo.

Secondo informazioni dall’Egitto, il ministro delle Dotazioni Religiose del Paese, Mukhtar Gumaa, ha chiesto ai predicatori delle moschee di evitare di fare commenti sulla moschea di Al-Aqsa nei loro sermoni del venerdì e di parlare invece solo di come trattare bene i turisti stranieri in Egitto.

L’Arabia saudita, il cui re, Salman, ha fatto pressione sugli Stati uniti perché spingano Israele a riaprire il complesso del Monte del Tempio ai fedeli musulmani, si è astenuta dal fare dichiarazioni in materia – e il silenzio non è stato solo da parte di importanti dirigenti sauditi. E’ stato anche impossibile trovare notizie dettagliate nella stampa saudita di venerdì sulla sequenza di avvenimenti sul Monte del Tempio.

Solo un evento mediatico è diventato virale, ed è stato quando uno spettatore di un programma trasmesso dalla televisione in lingua araba con sede a Londra Al-Hiwar ha chiamato la stazione ed ha dichiarato: “Sono contrario ad una vittoria di Al-Aqsa, perché una vittoria di Al-Aqsa sarebbe una vittoria di Hamas e del Qatar!”

Può darsi che questo spettatore rappresenti una nuova opinione, considerando che l’attuale conflitto tra l’Arabia saudita e il Qatar e Hamas è ciò che determinerà la natura della risposta araba. Da questo punto di vista, finché il Qatar verrà considerato un sostenitore della Fratellanza musulmana e di Hamas, e finché gli eventi sul Monte del Tempio saranno attribuiti ad Hamas, i disaccordi tra arabi giocheranno un ruolo importante nella politica araba.

Ma anche se questa opinione non può essere ignorata, ciò non significa che sarà possibile per questi Stati mettere un freno alle rivolte dell’opinione pubblica musulmana, che obbligherà i regimi arabi ad unirsi nella battaglia per il loro luogo sacro se vi continueranno violenti scontri.

Israele, che si sta scambiando segnali con l’Arabia saudita e sta portando avanti precipitose consultazioni con il re giordano Abdullah e il presidente egiziano Sisi, sta ora cercando una soluzione a doppio taglio: affrontare la sicurezza sul Monte del Tempio e gestire la sua perdita di prestigio. Può prevedere di ottenere una simile soluzione se decide di togliere i metal detector che sono stati piazzati dopo l’attacco del 14 luglio sul Monte del Tempio, che ha ucciso due poliziotti israeliani.

Secondo fonti giordane, le soluzioni che sono state discusse finora non hanno prodotto un accordo. Una proposta è stata che i metal detector siano utilizzati da poliziotti giordani in borghese; un’altra che gli attuali metal detector che si dovrebbero attraversare siano sostituititi da dispositivi manuali, oppure che l’operazione di controllo con i metal detector sia gestita da una forza di polizia congiunta israeliana-palestinese-giordana.

Il problema è che ognuna di queste proposte danneggia la reputazione di Israele, che sta pretendendo la sovranità totale quando si tratta degli ingressi al Monte, o la richiesta dei palestinesi, che per il momento stanno rifiutando ogni coinvolgimento israeliano sul Monte del Tempio e sugli ingressi ad esso.

La dichiarazione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmud Abbas, secondo cui l’ANP sta interrompendo i contatti con Israele, potrebbe non aiutare, ma ciò non impedisce uno scambio di segnali con i funzionari della sicurezza palestinese nel contesto della cooperazione per la sicurezza o uno scambio di idee tra Israele, i palestinesi e i giordani.

Sabato un dirigente giordano ha detto ad Haaretz che il re Abdullah comprende la necessità di controlli per la sicurezza, ma ha aggiunto: “Quando la questione viene percepita come una lotta per il prestigio tra Israele ed i palestinesi, e, cosa non meno [importante], come una lotta politica interna nel governo israeliano, il re non può chiedere ai palestinesi di cedere in nome della stabilità del governo israeliano.”

Questi commenti contengono un indizio dell’attesa dei giordani di un gesto da parte di Israele che dia argomenti al monarca giordano per convincere Abbas ad accettare nuovi accordi per la sicurezza sul Monte del Tempio. E’ possibile che Netanyahu riceva messaggi simili dal presidente egiziano.

Ora la questione decisiva è in quale misura il primo ministro israeliano possa accettare di spogliare i metal detector del simbolismo che hanno assunto ed acconsentire a proposte che siano accettabili anche per i dirigenti arabi. In questo processo, potrebbe anche rafforzare le fondamenta delle relazioni con loro.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Gerusalemme unifica i musulmani attraverso la lotta

Amira Hass – 23 luglio 2017, Haaretz

Benché alla maggioranza dei palestinesi non sia consentito visitare Al-Aqsa, questo luogo sacro sta facendo quello che l’assedio di Gaza e l’espansione delle colonie non riescono a fare: unirli.

Un giovane laico della zona di Ramallah ha espresso il suo stupore per come Gerusalemme ha unificato l’intero popolo palestinese ed ha paragonato l’assalitore di venerdì notte ad Halamish [colonia israeliana in cui un palestinese ha ucciso a coltellate tre coloni, ndt.], Omar al Abed, al Saladino. Un paragone stupido, siamo tutti d’accordo. Eppure il bisogno di tirare in ballo il Saladino racchiude tutta la difficoltà tra i palestinesi in merito a quelli che percepiscono come i nuovi crociati.

Questo giovane non può andare a Gerusalemme est e nella Città Vecchia, che si trova a meno di 30 km (circa 18 miglia) da casa sua, perché anche in periodi normali Israele non concede permessi di ingresso “come quello” a persone della sua età. E forse è tra coloro che considerano umiliante dover chiedere un permesso di ingresso per andare in una città palestinese. L’ultima volta che ha visitato [Gerusalemme] aveva 13 anni – cioè circa 13 anni fa.

Quindi questo giovane palestinese venerdì non ha sentito alcuni dei predicatori parlare a Gerusalemme della loro discendenza da Saladino. Poiché i palestinesi sono stati bloccati dal loro [dei religiosi musulmani, ndt.] divieto di entrare ad Al-Aqsa attraverso i metal detector israeliani, sedicenti predicatori hanno parlato a gruppi di fedeli che si sono radunati nelle strade di Gerusalemme est e della Città Vecchia, circondati dal personale della polizia di frontiera che puntava contro di loro i lunghi fucili.

Uno di questi predicatori ha detto che se non fosse stato per le posizioni e le azioni di vari regimi stranieri nel passato e nel presente, gli ebrei non avrebbero sconfitto i palestinesi. Poi ha fatto una pausa ed ha aggiunto: “Se non fosse per l’Autorità Nazionale Palestinese, collaborazionista, gli ebrei non avrebbero il sopravvento.” Ed ha anche chiesto: “E’ possibile che oggi, in tutti gli eserciti musulmani del mondo, nessuno possa generare un Saladino?” E allora ha promesso che verrà il giorno in cui eserciti da Giacarta, da Istanbul e dal Cairo arriveranno per liberare la Palestina, Gerusalemme e Al-Aqsa.

Un altro predicatore ha fatto affermazioni simili a un turista turco prima del sermone. Il contenuto e lo stile ricordavano il partito islamista salafita Hizb El Tahrir: non c’è da sostenere una lotta armata contro gli occupanti israeliani, ma una fede incrollabile nel giorno in cui il mondo musulmano si mobiliterà e sconfiggerà i “crociati ebrei”.

Quando il predicatore se n’è andato, solo in pochi si sono uniti all’appello che metteva in guardia gli ebrei che “l’esercito di Maometto ritornerà” – ma nessuno ha protestato contro la definizione dell’ANP come “collaborazionista”. In ogni caso, le sue attività sono vietate a Gerusalemme. Israele ha estromesso l’OLP (a cui l’ANP è in teoria subordinata) da ogni ruolo di unificazione, culturale, sociale o economico, che ha avuto fino al 2000. Un vuoto di potere come questo può essere riempito solo da enti religiosi e da portavoce che possano dar senso ad una vita piena di sofferenze. La coerente posizione dell’OLP e dell’ANP, secondo cui questo non è un conflitto religioso e che ad Israele non dovrebbe essere consentito di trasformarlo in tale, a Gerusalemme non risulta molto convincente.

Dato che la maggioranza dei palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania non può andare a Gerusalemme, la città – e soprattutto la moschea di Al-Aqsa – è per loro un luogo astratto, un “concetto” o una foto sul muro; non una realtà che conoscono concretamente. Ma questo luogo astratto, Al-Aqsa, sta facendo quello che non riesce a fare l’assedio di Gaza con i suoi 2 milioni di prigionieri, l’espansione delle colonie e la confisca dei serbatoi di acqua e dei pannelli solari alle comunità dell’Area C [in base agli accordi di Oslo, la parte della Cisgiordania temporaneamente sotto totale controllo israeliano, ndt.]: li sta unificando. Il discorso anti-colonialista, che è essenzialmente nazionalista, politico e laico, è canalizzato dai post di Facebook, dagli articoli eruditi che non raggiungono il grande pubblico e da vuoti slogan pronunciati da leader, il cui periodo di leadership e di governo è ormai da tempo scaduto.

In altre parole, il discorso e la vecchia dirigenza nazionalisti oggi non sono più considerati importanti. Al contrario, Al-Aqsa riesce a creare un’opposizione popolare di massa al dominio straniero da parte di Israele – e ciò scatena l’immaginazione e l’ispirazione delle masse di altri che non possono andare a Gerusalemme. Non solo persone non credenti si sono recate ai luoghi di preghiera a Gerusalemme il venerdì per stare con il proprio popolo. Anche numerosi palestinesi cristiani si sono uniti ai fedeli musulmani ed hanno pregato, a modo loro, verso Al-Aqsa e la Mecca.

Ovviamente, si tratta in primo luogo della forza del credo religioso. Più profonda è la fede, maggiore è lo sfregio alle sue componenti sacre. Il fatto che Al-Aqsa sia un luogo per tutti i musulmani è un elemento che le attribuisce maggiore importanza. Ma non si tratta solo di quello: Gerusalemme ha la maggior concentrazione di palestinesi che si trovano a diretto contatto con il potere straniero di Israele, con tutto quello che ciò rappresenta in termini di negazione dei loro diritti e di umiliazione per loro. Non hanno bisogno di “luoghi simbolici” dell’occupazione, come i posti di controllo militari, per ricordarsi dell’occupazione o esprimere la loro rabbia. E la spianata di Al-Aqsa, da parte sua, è il luogo in cui la maggior parte dei gerosolimitani si possono riunire in un unico posto per sentirsi parte di una collettività. E dal momento in cui questo diritto di riunirsi gli viene tolto, protestano come un sol uomo – il che ricorda anche agli altri palestinesi che sono tutti uno solo, e stanno soffrendo per lo stesso dominio straniero.

Ma questa stessa opinione pubblica unificata non può più esprimere la propria unità in azioni collettive. E’ chiusa e tagliata fuori all’interno di enclave sovrane, e divisa in classi sociali con differenze sociali, economiche ed emotive sempre più grandi. La via verso il luoghi simbolici dell’occupazione, che circondano ogni enclave, è bloccata dalle forze di sicurezza palestinesi come dall’adattamento alla vita all’interno dell’enclave.

Questa è la base politica e reale della continua presenza di assalitori solitari, che non fanno riferimento all’origine delle loro azioni: prima di tutto, l’intollerabile prosecuzione dell’occupazione; poi la suggestione di Al-Aqsa come un luogo che unifica, religiosamente e socialmente; la dirigenza deludente, indebolita e debole; la volontà di morire che è una miscela di fede nel paradiso e di disperazione nei confronti della vita.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




L’UNESCO riconosce Hebron e la Tomba dei Patriarchi come luoghi del patrimonio culturale palestinese

Barak Ravid – 7 luglio 2017,Haaretz

 

Israele e gli USA hanno intrapreso intensi tentativi diplomatici per bloccare la risoluzione palestinese; i ministri israeliani accusano l’UNESCO di negare la storia e di essere antisemita

Venerdì l’UNESCO ha votato per il riconoscimento della Città Vecchia di Hebron e della Tomba dei Patriarchi [la moschea di Ibrahim per i palestinesi, ndt.] come siti del patrimonio culturale palestinese.

Nonostante intensi tentativi diplomatici intrapresi nelle scorse settimane, Israele e gli Stati Uniti non sono riusciti a riunire l’appoggio di un numero sufficiente di Stati membri per bocciare l’iniziativa.

Dodici Stati della commissione per il patrimonio culturale dell’umanità hanno votato a favore della risoluzione e tre hanno votato contro.

La risoluzione, proposta dai palestinesi, include due punti importanti. Il primo afferma che la Città Vecchia di Hebron e la Tomba dei Patriarchi sono luoghi del patrimonio culturale palestinese e verranno registrati come tali nell’elenco del patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO. Il secondo asserisce che i due siti devono essere riconosciuti come luoghi in pericolo, il che significa che ogni anno la commissione per il patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO si riunirà per discutere del loro caso.

Naftali Bennet, ministro dell’Educazione israeliano e presidente del comitato nazionale dell’UNESCO, ha condannato la decisione, affermando che il legame ebraico con Hebron risale a migliaia di anni fa e non verrà reciso.

“E’ spiacevole ed imbarazzante vedere l’UNESCO negare ogni volta la storia e distorcere la realtà per mettersi al servizio di quelli che cercano di spazzare via lo Stato ebraico dalla mappa geografica,” ha affermato. “Israele non intende rinnovare la cooperazione con l’UNESCO finché continuerà a servire come mezzo per attacchi politici invece di essere un organismo tecnico.”

Il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha definito l’UNESCO una “organizzazione politicamente schierata, ignobile e antisemita, le cui decisioni sono scandalose.”

“Nessuna decisione di questo organismo irrilevante comprometterà il nostro diritto storico sulla “Tomba dei Patriarchi” o il nostro diritto sul Paese. Spero che con l’aiuto del nostro grande amico, gli Stati Uniti, questa organizzazione non venga più finanziata.”

“Questa decisione dimostra ancora una volta che l’Autorità Nazionale Palestinese non cerca la pace ma intende piuttosto incitare contro Israele e calunniarlo,” ha aggiunto.

Un portavoce dei coloni di Hebron ha definito la decisione “ridicola”, “antisemita” e “tipica  del branco di ignoranti dell’UNESCO consumati dall’odio.”

I palestinesi hanno acclamato il voto dell’UNESCO, con il ministro degli Esteri palestinese che l’ha definito “l’unica decisione logica e corretta.”

“Hebron è una città che si trova nel cuore dello Stato di Palestina e ospita un sito inestimabile per il patrimonio culturale dell’umanità e sacro per miliardi di persone delle tre religioni monoteiste in tutto il mondo. La Città Vecchia di Hebron e il luogo sacro è minacciato a causa delle azioni irresponsabili, illegali e altamente dannose di Israele,la potenza occupante, che mantiene in città un regime di separazione e discriminazione in base all’etnia e alla religione.

“Lo Stato di Palestina continuerà a difendere e a celebrare molti importanti siti storici della Palestina come parte del patrimonio culturale dell’umanità, e resisterà ad ogni tentativo di mantenere la Palestina o la sua storia in ostaggio dei progetti e delle azioni di intolleranza ed esclusione.”

Per essere approvata la risoluzione aveva bisogno dell’appoggio di due terzi dei membri della commissione con diritto di voto. La decisione è stata presa con voto segreto dopo che tre Stati lo hanno chiesto durante l’incontro di venerdì.

Israele e gli Stati uniti hanno fatto pressioni su parecchi membri della commissione per il patrimonio culturale dell’umanità e sulla segreteria dell’UNESCO perché il voto fosse segreto, cosa che avrebbe consentito a un maggior numero di Paesi, compreso uno Stato arabo, di votare contro la risoluzione o astenersi dal voto senza pagare un prezzo politico per questo.

Durante l’incontro di venerdì sulla questione è scoppiato uno scontro verbale molto acceso tra l’ambasciatore israeliano all’UNESCO Carmel Shama Hacohen e i delegati palestinese e libanese. La discussione è avvenuta quando Shama Hacohen ha appreso che il voto sarebbe stato solo parzialmente segreto, nel senso che mentre agli Stati non sarebbe stato chiesto di rivelare la propria scelta, il voto non si sarebbe svolto dietro un paravento.

Shama Hacohen ha accusato il delegato polacco che presiedeva l’incontro di aver violato l’impegno riguardo alla segretezza del voto. Ad un certo momento il delegato libanese ha chiesto che Shama Hacohen fosse espulso dall’incontro dagli addetti alla sicurezza.

Alla fine il voto parzialmente segreto è andato avanti come previsto, in quanto i 21 delegati hanno inserito il loro voto in un’urna al centro della sala dell’incontro.

Venerdì un importante diplomatico israeliano ha detto che il delegato polacco che presiedeva l’incontro non ha rispettato la sua promessa di garantire un voto segreto. Ha aggiunto che la mancanza di segretezza e la presenza di telecamere hanno impedito a molti Stati, compreso un Paese arabo, di votare contro la risoluzione.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Una nuova direttiva consente a Israele di negare l’ingresso ad attivisti del BDS in visita

Ilan Lior – 6 luglio 2017,Haaretz

La normativa segue l’approvazione nello scorso marzo di una legge che vieta il rilascio di un visto o di altri permessi di ingresso a cittadini stranieri che abbiano sostenuto un boicottaggio di Israele o delle colonie

Il mese scorso l’autorità per la popolazione, l’immigrazione e le frontiere ha emanato una direttiva per mettere in pratica la legge recentemente approvata che blocca l’entrata in Israele per i visitatori a causa di “attività del BDS.”

La norma, denominata “Trattamento degli ingressi ai posti di confine internazionali di Israele”, elenca 28 ragioni per rifiutare a qualcuno l’ingresso in Israele e rappresenta la prima volta che una simile politica viene redatta per iscritto. “Attività del BDS” vengono specificamente dettagliate. Il regolamento segue l’approvazione di una legge dello scorso marzo che vieta la concessione di un visto o di altri permessi di ingresso a cittadini stranieri che abbiano sostenuto una forma di boicottaggio di Israele o delle colonie.

Altre ragioni che la norma prevede per negare l’ingresso includono rischi per la sicurezza o attività criminali; aver mentito alla frontiera; sospetta intenzione di rimanere illegalmente in Israele; mancata collaborazione con i funzionari della frontiera; un visto improprio; ingresso con l’intenzione di lavorare illegalmente; disturbo dell’ordine pubblico; sostituzione di persona; comportamento violento; sospetto tentativo di portare avanti attività di proselitismo e precedenti rifiuti di ingresso o di presenza illegale. Un’altra ragione per negare l’ingresso è “il sospetto di poter diventare un peso per lo Stato,” il che presumibilmente significa qualcuno sospettato di non avere i mezzi finanziari per pagare il proprio soggiorno in Israele.

La norma chiarisce che non si tratta di un elenco definitivo e che le guardie di frontiera hanno il permesso di negare l’ingresso anche per altre ragioni.

Lo scorso anno, in seguito ad istruzioni dei ministri degli Interni Arye Dery e degli Affari strategici Gilad Erdan, Israele ha impedito l’ingresso a poche persone note per sostenere il movimento BDS, che chiede il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele per esercitare pressione perché ponga almeno fine all’occupazione. A dicembre è stato negato l’ingresso alla dott.ssa Isabel Phiri, cittadina del Malawi che vive in Svizzera ed è un’importante funzionaria del Consiglio Mondiale delle Chiese. All’epoca l’autorità per la Popolazione ha affermato: “In realtà questa è la prima volta che lo Stato di Israele rifiuta l’ingresso di un turista per le sue attività anti-israeliane e per la promozione del boicottaggio economico, culturale e accademico contro Israele.”

Tuttavia all’epoca Phiri ha detto ad Haaretz che la spiegazione scritta che le è stata consegnata per il rifiuto affermava che il suo ingresso era stato bloccato per “prevenire un’immigrazione illegale.”

Il nuovo regolamento stabilisce che la persona a cui è stato negato l’ingresso deve ricevere una dichiarazione scritta che è stato bloccato, che deve specificare se il rifiuto è stato per ragioni di immigrazione, di sicurezza o penali, ma non necessita di ulteriori spiegazioni. Tuttavia i funzionari pubblici devono stendere rapporti sull’interrogatorio della persona a cui è stato negato l’ingresso o al suo avvocato, se richiesto.

Il regolamento prevede che la persona che non può entrare sia rispedita al più presto possibile” al luogo da cui ha iniziato il suo viaggio,” o “in qualunque altro luogo che gli consenta l’ingresso.” La norma riconosce il principio di non respingimento della Convenzione ONU sullo status di rifugiato, affermando: “Una persona respinta non sarà rimandata in un Paese in cui ci sia pericolo per la sua vita a causa della razza, religione, nazionalità, appartenenza ad uno specifico gruppo sociale o delle sue opinioni politiche.”

In una sezione denominata “Trattamento di una persona che desideri entrare nella regione,” ci sono istruzioni relative a persone che intendano visitare le zone controllate dall’Autorità Nazionale Palestinese, che afferma che, se una guardia di frontiera è convinta che questa sia l’intenzione del visitatore, non gli debba essere consentito l’ingresso ma si debba far rifermiento all’ufficiale dell’esercito israeliano competente. “Se l’ufficiale competente dell’esercito decide di negare l’ingresso alla persona, la ragione del rifiuto non deve essere specificata nel rapporto sull’interrogatorio, solo che l’ingresso è stato negato da quell’ufficiale.” Se l’ispettore di frontiera crede che la persona progetti di visitare sia Israele che la Cisgiordania o Gaza, deve essere richiesta l’opinione dell’esercito sul suo ingresso.

Il regolamento stabilisce che la responsabilità di negare l’ingresso a diplomatici non ricade sull’autorità per la popolazione, ma sul ministero degli Esteri. “Nel caso in cui il ministero degli Esteri decida di negare l’ingresso ad una persona, la ragione del rifiuto non deve essere citata nel rapporto sul suo interrogatorio, ma solo che il suo ingresso è stato negato su decisione del ministero degli Esteri,” decreta il regolamento.

In febbraio Haaretz ha riportato che il numero di persone a cui è stato negato l’ingresso in Israele è salito quasi di nove volte rispetto agli scorsi cinque anni. Nel 2016 Israele ha negato l’ingresso a 16.534 persone, rispetto alle 1.870 del 2011. La ragione principale di questo incremento è stato il forte e costante aumento del numero di ucraini, georgiani ed egiziani a cui è stato negato l’ingresso. Nel 2016 i cittadini di questi tre Paesi hanno rappresentato il 68% dei respinti. Negli scorsi anni Israele ha anche negato l’ingresso a migliaia di persone dai Paesi occidentali, compresi gli Stati uniti, la Germania, la Gran Bretagna, la Francia e l’Italia.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Un’ avvocatessa olandese determinata ad ottenere giustizia per la gente di Gaza

Amira Hass, 27 giugno 2017 Haaretz

Liesbeth Zegveld è convinta che un tribunale olandese possa istruire una causa contro pezzi grossi dell’esercito israeliano per l’uccisione di sei palestinesi

Che cosa hanno in comune l’isola di Giava in Indonesia, la FIFA, una falsa accusa in Libia ed il campo profughi di Bureij nella Striscia di Gaza? Condividono tutti una stessa avvocatessa olandese, Liesbeth Zegveld, che sfida i termini di prescrizione e i limiti nazionali di giurisdizione quando si tratta di crimini nei confronti della vita umana commessi da potenti.

Martedì scorso ha inviato una notifica di chiamata in correità all’ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Benny Gantz ed al comandante delle forze aeree israeliane Amir Eshel, chiedendo loro di comunicarle entro sei settimane se si assumono la responsabilità dell’uccisione di sei membri della famiglia di Ismail Ziada, un cittadino olandese, nel corso dell’operazione ‘Margine Protettivo’ a Gaza nel 2014, e se intendono risarcirlo per i danni.

La notifica informa che, se non intendono farlo, lei ed il suo cliente intenteranno una causa civile accusandoli di crimini di guerra presso un tribunale olandese. Il giudice esaminerà in primo luogo la questione se un tribunale olandese abbia giurisdizione sul caso.

Zegveld riferirà alla corte il caso di un medico palestinese, Ashraf al-Hajuj: nel 2000 lui e cinque infermiere bulgare che lavoravano in un ospedale libico furono ingiustamente accusati di aver infettato dei bambini con il virus HIV. Solo la pressione internazionale li salvò dalla pena di morte. Dopo che Hajuj tornò in Olanda si rivolse alla Zegveld, che citò in giudizio 12 alti ufficiali libici per tortura e trattamento inumano.

Fece riferimento al principio di giurisdizione universale – in altri termini, per la gravità del crimine, la corte ha il diritto di giudicare a prescindere dal luogo in cui sia avvenuto il crimine. Sostenne inoltre che Hajuj non avrebbe avuto possibilità di un equo processo se avesse fatto causa in Libia. La sua opinione venne accettata. Nel marzo 2012 la corte gli riconobbe 1 milione di euro di risarcimento.

Nel caso di Ziada, la Zegveld intende dimostrare al giudice olandese che i palestinesi non hanno possibilità di un equo processo in Israele e che in quel Paese non si procede realmente ad indagini sulle denunce di crimini di guerra.

Zegveld, dello studio legale sui diritti umani Prakken d’Oliveira di Amsterdam, è specializzata in responsabilità per violazioni di diritti umani e rappresenta le vittime di guerra. L’obbiettivo non è il risarcimento economico, ma molto di più, afferma. Il caso dell’Indonesia lo conferma: nel 2008 Zegveld ha chiesto risarcimento al governo olandese un risarcimento per diverse vedove e bambini di circa 400 indonesiani uccisi dall’esercito olandese il 9 dicembre 1947 nel villaggio di Rawagede, sull’isola di Giava. All’epoca, le uccisioni erano considerate una legittima attività di repressione contro gli oppositori del governo coloniale olandese, la loro guerriglia e le attività terroristiche.

Anzitutto Zegveld riuscì a superare i termini di prescrizione. Lei ed i suoi colleghi allora scoprirono che quanto accaduto a Rawagede non era un incidente isolato. Infatti nel 1968 un’indagine promossa dal governo rivelò alcuni massacri di civili indonesiani commessi dall’esercito olandese, presentati come casi sporadici.

Così, per decenni l’Olanda ha mantenuto la sua limpida immagine. L’azione legale per conto delle vittime 60 anni dopo il crimine ha contribuito ad aprire crepe nell’amnesia della pubblica opinione. Ha anche incoraggiato la tendenza a condurre studi accademici su quegli anni, in cui l’Olanda ha rifiutato con spietata ostinazione di dire addio alla sua redditizia colonia. Nella sua tesi di dottorato, lo storico Rémy Limpach è giunto alla conclusione che vi fu violenza strutturale e sistematica.

Ciò ha spianato la strada perché l’Olanda risarcisse le vittime e si scusasse per i suoi crimini a Rawagede. A fine 2016 il governo olandese ha annunciato il finanziamento di uno studio sulla condotta dell’esercito in quegli anni.

Ma ci sono anche le sconfitte: a gennaio, un tribunale svizzero ha respinto l’istanza di Zegveld per conto di due sindacati – uno in Bangladesh e l’altro in Olanda – contro la FIFA per aver scelto il Qatar come Paese ospite della Coppa del Mondo del 2022. Lei ha sostenuto che, poiché l’organo internazionale di governo del calcio non ha richiesto una riforma delle leggi sul lavoro del Qatar, si rendeva responsabile del danno sistematico ai lavoratori dell’edilizia.

La corte sentenziò che il riferimento a cambiamenti nella legislazione del lavoro era vago e senza effetti giuridici. Ma Zegveld non si arrende: “Limiteremo il caso all’assegnazione della Coppa del Mondo al Qatar e tralasceremo il dovere della FIFA da quel momento in poi di monitorare da quel momento in poi la situazione dei diritti umani in Qatar”, ha detto. “Agli occhi del tribunale svizzero, la FIFA non è nella posizione di controllare la situazione in Qatar (il che purtroppo è lontano dalla realtà, ma la corte non era chiaramente disponibile ad approfondire i fatti.) Perciò la nostra argomentazione sarà: poiché la situazione dei diritti umani in Qatar è pessima, cosa nota alla FIFA, esso fin dall’inizio non avrebbe dovuto essere ammesso.”

Basandosi sugli stessi principi, con la stessa determinazione e ostinazione Zegveld sta programmando di gestire la causa della famiglia Ziada. Il 20 luglio 2014 una bomba colpì la loro casa a Bureij uccidendo sette persone: la madre settantenne di Ismail Ziada, Muftiah, i suoi figli Jamil, Yousef e Omar, la moglie di Jamil, Bayan ed il loro figlio dodicenne Shaban. Venne anche ucciso un altro uomo in visita alla casa: Muhammed Maqadma, un membro di Iz al-Din al-Qassam, l’ala militare di Hamas. Un altro ospite fu gravemente ferito.

Un obbiettivo legittimo?

Durante la guerra di Gaza del 2014 Israele ha adottato una politica di bombardamento delle case insieme ai loro abitanti. In 70 casi indagati dall’associazione per i diritti umani B’Tselem, la grande maggioranza delle 606 persone uccise non erano membri di organizzazioni armate palestinesi. Oltre il 70% erano minori di 18 anni, maggiori di 60 o donne.

Il 20 luglio l’aviazione israeliana bombardò otto case abitate in diversi luoghi della Striscia. I morti in questi bombardamenti furono 76. Lo stesso giorno l’esercito israeliano uccise in totale 214 persone in tutta Gaza. Secondo le indagini di B’Tselem, 73 di loro appartenevano a formazioni armate (coloro che partecipavano al conflitto, secondo la definizione di B’Tselem) e 140 no. La posizione di un uomo risultava non chiara. 27 vittime erano bambini sotto i 5 anni, 35 avevano dai 6 ai 17 anni, 29 erano donne e 12, compresa Muftiah Ziada, avevano oltre 60 anni.

Se Zegveld supererà l’ostacolo della competenza giurisdizionale, la corte affronterà il punto sostanziale: la casa degli Ziada era un obbiettivo legittimo? Se Gantz e Eshel decideranno di non rispondere, il processo avrà luogo in loro assenza ed i fatti esposti dalla denuncia verranno accettati così: danno a persone innocenti, sproporzionato, in contraddizione col diritto umanitario internazionale, un crimine di guerra. Se i due decideranno di difendersi in qualche modo, il dibattimento inizierà dai fatti.

Alcune settimane dopo l’uccisione della famiglia, Iz al-Din al-Qassam ha diffuso le ultime volontà, registrate precedentemente, del fratello di Ismail, Omar. A Gaza dicono che questa era la procedura che i membri dell’organizzazione seguivano quando ritenevano che la guerra stesse per scoppiare. “Sono il martire vivente”, afferma davanti alla telecamera, dicendo addio alla sua famiglia, a sua moglie e ai suoi figli ed agli amici di Iz al-Din al-Qassam, incoraggiandoli a continuare nella preghiera e nella resistenza.

Per circa sette minuti legge le proprie volontà con volto inespressivo e occhi asciutti. Versa lacrime solo quando cita i nomi degli amici che presto incontrerà in paradiso. Il suo corpo, in pantaloni corti, è stato trovato sotto le macerie della casa. La notizia sul sito web della Procura militare relativa alla decisione dell’Avvocatura Generale militare di chiudere l’inchiesta sull’uccisione della famiglia Ziada affermava che nella casa si trovava un comando operativo ed un centro di controllo e che tra i morti, oltre a Maqadma, vi erano tre “miliziani armati delle organizzazioni terroristiche Hamas e Jihad Islamica” membri della famiglia Ziada.

“Si uccide un’intera famiglia e poi si mette su internet qualcosa di simile a molte altre dichiarazioni”, ha detto Zegveld. “E’ come un comunicato stampa. Qual è il merito della questione? Quali le prove? E la trasparenza? Una telefonata da una casa privata, anche se si tratta di un membro di Hamas, non trasforma la casa in un centro di comando e di controllo. La legge dice: in caso di dubbio, chiunque è un civile.

Se ci sono prove che vi fossero membri militari attivi di Hamas, allora si entra nella vera questione del diritto umanitario, che implica proporzionalità e distinzione e misure precauzionali. E’ tempo che un tribunale discuta di questo.”

E’ ottimista sulle chance della denuncia?

“Il non funzionamento del diritto internazionale è dimostrato in modo esemplare in Israele e Palestina”, dice Zegveld. “Israele ha un sistema discriminatorio molto subdolo, che dall’esterno sembra un sistema funzionante. C’è una quantità di norme e tu pensi che DEVE essere un ottimo sistema, ma è finalizzato a confondere e ingannare. Tanto per dire che per la corte sarà un grosso problema. Io non vedo l’ora di porre quella questione. Anche se perdiamo, occorre chiarirla.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Come Israele imprigiona palestinesi perché corrispondono al ‘profilo del terrorista’

Orr Hirschauge e Hagar Shezaf – 31 maggio 2017Haaretz

Israele ha arrestato centinaia di palestinesi dall’inizio dell’intifada “dei lupi solitari” nel settembre 2015, in parte sulla base dell’analisi dei post sui social media. Le autorità affermano che questi arresti sono legittimi, ma altri vi scorgono una grave violazione dei diritti umani.

Il marito di Su’ad Zariqat è stato investito ed ucciso in un incidente in Israele nel 2010. Da allora, la ventinovenne palestinese dice di aver postato regolarmente sue fotografie sulla propria pagina Facebook. Ma nelle prime ore del 2 dicembre 2015 le forze israeliane sono entrate in casa sua e l’hanno arrestata. Questo è successo nel momento più critico delle violenze che erano iniziate due mesi prima in Cisgiordania e Israele. Era la seconda volta che veniva arrestata, dopo essere stata in prigione nel 2008 con l’accusa di contatti con organizzazioni ostili ad Israele. Questa volta, dice, le è stata mostrata una schermata di un post su Facebook con la fotografia di suo marito accompagnata dalla scritta “Che Dio ci riunisca in paradiso.”

Zariqat dice che la parola shahda (affine a shahid, ‘martire’ in arabo) nel suo post Facebook sembrava allarmare chi la stava interrogando. “Gli ho detto che si tratta di una parola che usiamo regolarmente. Il fatto che l’ho scritta su Facebook non significa che io farò alcunché, anche quando qualcuno muore in un incidente automobilistico lo chiamiamo shahid.”

In seguito all’interrogatorio, nei confronti di Zariqat è stato emesso un ordine di detenzione amministrativa di quattro mesi – detenzione senza processo che viene utilizzata come detenzione cautelare da Israele, soprattutto contro palestinesi della Cisgiordania. Essa è stata successivamente prorogata di altri quattro mesi. La maggior parte del materiale nei casi di detenzione amministrativa è riservata e al difensore non vengono mostrate né la documentazione né l’imputazione.

Quando le si chiede come la sua vita abbia risentito della detenzione, Zarikat dipinge un quadro fosco. Prima del suo arresto, dice, la sua vita ruotava intorno al desiderio di finire gli studi universitari, lavorare e aiutare economicamente la sua famiglia. Tuttavia dopo il suo rilascio non è stata in grado di riprendere gli studi e raramente esce di casa. La detenzione l’ha cambiata, dice, ed è stata traumatica.

Il caso di Zariqat non è un’eccezione. Nei primi mesi dell’ondata di violenze iniziata nel settembre 2015, molti palestinesi sono stati arrestati e interrogati in relazione alla loro attività sui social network. A partire dall’ottobre 2015, Israele ha arrestato più di 200 palestinesi con l’accusa di istigazione [alla violenza] sui social media. I loro avvocati descrivono circostanze e sequenze di eventi analoghi a quelli che hanno caratterizzato l’esperienza della giovane vedova. Il suo profilo – una congiunta di uno shahid che vive nella zona di Hebron – corrisponde perfettamente al profilo creato dalle forze di sicurezza israeliane per valutare il livello di minaccia di individui palestinesi che potrebbero compiere attacchi con coltelli o con automobili.

In base ai dati del Ministero degli Esteri, 43 israeliani sono stati uccisi e 682 feriti negli attacchi terroristici in Israele e Cisgiordania da settembre 2015.

L’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie (OCHA) afferma che nello stesso periodo sono stati uccisi 237 palestinesi, 167 dei quali mentre cercavano di compiere attacchi contro israeliani. Altri sono stati uccisi nel corso di incursioni dell’esercito israeliano e durante manifestazioni, comprese quelle svoltesi lungo il confine della Striscia di Gaza. Secondo i dati dell’OCHA, la stima dei palestinesi feriti in quel periodo è di 15.000.

Il tenente colonnello (in pensione) Maurice Hirsch è stato il procuratore capo militare per la Giudea e la Samaria (la Cisgiordania) fino all’anno scorso. Afferma che da settembre 2015 decine di post sui social media, che presumibilmente indicavano l’intenzione dell’autore di compiere un attacco terroristico, hanno portato a detenzioni amministrative. In altri casi, persone identificate come possibili esecutori di un attacco terroristico sono state accusate di istigazione sui social media.

Hirsch spiega che la procura militare è obbligata a seguire una procedura penale esaustiva prima di poter ricorrere all’opzione della detenzione amministrativa. Perciò, se vi sono prove sufficienti per un’accusa di istigazione, vi si farà ricorso – anche se vi è il dubbio che il sospettato sia un potenziale terrorista, aggiunge Hirsch. Sottolinea che questa disposizione di legge è stata utilizzata nella maggior parte dei casi in cui sono state presentate accuse penali relative ad individui sospettati di essere potenziali aggressori.

Sami Janazreh, di 43 anni, è stato posto in detenzione amministrativa nel novembre 2015. E’ stato arrestato a casa sua nel campo profughi di Al-Fawwar, vicino a Hebron. Dice che all’inizio non ha capito perché lo arrestavano. Come in tutti i casi di detenzione amministrativa, la maggior parte dei materiali del fascicolo era riservata e non gli è stato mostrato né la documentazione né l’imputazione. Poco dopo l’arresto, ha deciso di entrare in sciopero della fame, chiedendo di poter conoscere quali fossero le accuse contro di lui.

Dopo 71 giorni di sciopero della fame, la lotta di Janazreh ha avuto successo, almeno in parte. Parlando con Haaretz dalla sua casa di Al-Fawwar, dice che gli è stato comunicato che, invece della detenzione amministrativa, avrebbe subito un processo per istigazione sui social media.

La mia imputazione è stata costruita sulla base delle schermate dei miei post su Facebook”, dice. “Allora mi sono reso conto che la lotta contro gli arresti per Facebook è esattamente come la lotta contro la detenzione amministrativa – ogni palestinese oggi potrebbe essere colpevole. Per ogni palestinese che sia stato scoperto dal servizio di sicurezza dello Shin Bet ad aver condiviso una fotografia di uno shahid o di un prigioniero, o ad aver scritto un post su Facebook su di sé in quanto palestinese – loro potrebbero dire che si tratta di istigazione.”

Il dottor Itamar Mann, un professore di diritto internazionale e teoria politica all’università di Haifa, afferma che non è un caso che queste prassi – processi per istigazione e imputazioni sulla base di un’attività sui social media – esistano nei tribunali militari in Cisgiordania (gli organismi attraverso i quali Israele processa i palestinesi in Cisgiordania).

Dal punto di vista del sistema giuridico”, dice, “sussiste una differenza tra il modo in cui Israele attribuisce diritti all’interno di Israele e nei territori palestinesi. E più precisamente esiste una differenza nei limiti posti al diritto di libertà di espressione. Le leggi sui diritti umani non vengono applicate nei territori palestinesi e perciò la libertà di espressione non gode delle stesse tutele nei tribunali militari.”

Secondo l’organizzazione palestinese ‘Addameer – Associazione per il sostegno ai prigionieri e per i diritti umani’ (un’organizzazione no profit palestinese di patrocinio legale), dal 1967 sono stati arrestati in base alla legge marziale israeliana più di 800.000 palestinesi – cioè il 20% della popolazione palestinese totale e il 40% dei maschi adulti.

Profilo generico dei potenziali aggressori

Da quando, a settembre 2015, è iniziata l’ondata di violenze (nota anche come ‘intifada dei lupi solitari’) le autorità israeliane hanno messo a punto un sistema di allarme preventivo che valuta la probabilità di coinvolgimento di singoli palestinesi in attacchi terroristici. Nel luglio 2016 l’ufficio del portavoce dell’esercito israeliano ha tenuto diverse conferenze stampa in cui il sistema veniva descritto da un ufficiale dell’intelligence israeliana competente in materia. In seguito a recenti richieste, l’esercito israeliano ha negato agli autori di questo articolo la disponibilità a interviste in merito, adducendo cambiamenti di politica.

In aprile Amos Harel di Haaretz ha riferito che in poco più di un anno questo sistema ha identificato circa 2.200 palestinesi in varie fasi della decisione di condurre attacchi terroristici o nella pianificazione di tali attacchi. Circa 400 sono stati successivamente arrestati dall’esercito israeliano e dallo Shin Bet. I nomi di altre 400 persone sono stati consegnati all’Autorità Nazionale Palestinese ed essi sono stati arrestati dagli organismi di sicurezza in Cisgiordania e sono stati ammoniti.

Un ufficiale ha affermato in una conferenza tenuta in una base dell’esercito israeliano nel luglio 2016: “A differenza dei terroristi appartenenti ad Hamas o alla Jihad islamica, se ci si reca a casa sua una settimana prima dell’attacco, il ragazzo non sa ancora di essere un terrorista”. Haaretz è in possesso di una registrazione di questa dichiarazione pubblica.

Secondo l’ufficiale, subito dopo l’inizio dell’ondata di attacchi le autorità israeliane hanno incaricato decine di ufficiali dell’intelligence di delineare dei profili generici di “potenziali aggressori”. All’inizio sono stati elaborati tre o quattro profili generici dei primi aggressori, assemblando dati che includevano età, ubicazione della residenza e una valutazione della struttura psicologica e delle intenzioni degli aggressori, basati sulle informazioni a disposizione delle autorità. Queste comprendevano post sui social media e informazioni da altre fonti. Secondo l’ufficiale, durante questo processo sono stati anche interrogati alcuni degli aggressori.

In base ai profili elaborati, si è stimato che i potenziali aggressori fossero in maggioranza minori di 25 anni, che circa il 40% di loro attraversasse difficoltà personali e che presumibilmente avessero il desiderio di diventare martiri come mezzo onorevole per suicidarsi. Secondo la dichiarazione rilasciata, altri dati includono la schedatura, se esiste, ed una mappa delle attività collegate al terrorismo di soggetti in relazione con la persona, compresi i familiari. I problemi personali, comprese le tensioni in ambito familiare ed i matrimoni forzati, venivano descritti dall’ufficiale nella conferenza di luglio come forti motivazioni, soprattutto nei casi di attacchi compiuti da donne. Le autorità israeliane hanno identificato parecchi villaggi della Cisgiordania e quartieri di Gerusalemme est come basi di partenza di circa la metà degli attacchi.

Sempre secondo l’ufficiale, vengono svolte quasi quotidianamente “riunioni di gestione dei rischi” da parte degli ufficiali dell’intelligence israeliana per prendere decisioni in merito alla scelta del miglior modo di procedere nei confronti degli individui segnalati dal sistema. “Non puoi dire ‘ok, semplicemente arresterò chiunque abbia 16 anni ed abbia tendenze suicide e sia del villaggio da cui sono provenuti gli attacchi. Non puoi arrestare chiunque abbia solo qualche problema in testa tale che possa desiderare di accoltellare un soldato”, ha detto.

Come ha evidenziato il giornalista israeliano Ehud Yaari a gennaio su ‘The American Interest’, sono stati dedicati particolari sforzi per entrare nelle applicazioni per inviare messaggi in modo da ampliare la raccolta dei dati. “La gente oggi cambia il proprio modo di comunicare ogni settimana, per cui bisogna agire a raggio molto, molto ampio nei modi di raccogliere dati e sulle informazioni specifiche che si stanno cercando”, ha detto l’ufficiale nella conferenza di luglio.

Come ha sottolineato Yaari nel suo articolo, oltre a monitorare i post sui social media le autorità israeliane hanno anche fatto in modo di rimuovere i contenuti di istigazione alla violenza in rete. Ha anche aggiunto che l’insieme di queste attività ha costituito un importante spostamento nell’allocazione delle risorse dello Shin Bet, che ha portato ad assegnare fino ad un terzo del personale dell’agenzia al dipartimento tecnologico. Questa riforma è stata descritta in dettaglio da Amos Harel in un reportage di aprile su Haaretz (edizione in ebraico).

Nel corso dei primi mesi delle violenze nel 2015, il numero dei palestinesi non appartenenti ad organizzazioni terroristiche detenuti nelle prigioni israeliane è salito del 66% – da 648 arresti a 1038, secondo i dati del Servizio Penitenziario israeliano. Le cifre forniscono un indicatore dei cambiamenti che hanno avuto luogo nella popolazione dei prigionieri detenuti nelle carceri israeliane per motivi di sicurezza da settembre 2015.

E’ ragionevole ipotizzare che, con i dovuti adeguamenti, sarebbe anche possibile utilizzare lo stesso sistema per identificare potenziali aggressori ebrei. Ma secondo la conferenza stampa di luglio, esso non è stato utilizzato in tal modo né in Israele né in Cisgiordania.

I prigionieri di Facebook

Sia gli avvocati che gli ex detenuti intervistati per questo articolo descrivono i “prigionieri di Facebook” come persone che corrispondono ai criteri descritti dall’ufficiale nella conferenza di luglio – la maggior parte di loro sono giovani provenienti dalla zona di Hebron o dai campi profughi o da Gerusalemme, senza precedenti arresti alle spalle. Yousef al-Jaabri, un ventenne che ha scontato sei mesi di prigione per accuse di istigazione su Facebook, racconta a Haaretz: “Durante la mia detenzione ho incontrato altri prigionieri di Facebook, ma la maggior parte di loro era in detenzione amministrativa. Prendono di mira soprattutto la gente di Hebron.”

Secondo la documentazione dei tribunali e il personale della procura militare, tra ottobre 2015 e la fine del 2016, dai 160 ai 170 casi di istigazione relativi ai social media sono stati portati di fronte ai tribunali militari in Cisgiordania. La maggior parte dei palestinesi arrestati per sospetta istigazione è rimasta in carcere dai 6 ai 18 mesi e, nei casi in cui vi è stata incriminazione, sono stati rilasciati in seguito a patteggiamento.

In base ai dati del Ministero della Giustizia israeliano, altri 60 casi di istigazione, per la maggior parte connessi ai social media, sono comparsi di fronte ai tribunali civili in Israele in quel periodo di tempo – a fronte di soli 30 casi tra il 2011 e il 2014.

Siamo arrivati al punto che la prima cosa che viene chiesta negli interrogatori dei palestinesi arrestati in Cisgiordania è ‘qual è il nome del tuo profilo Facebook?’”, dice Fadi Qawasmi, un avvocato che rappresenta molti palestinesi nei tribunali militari in Cisgiordania. “Allora vediamo che questo elemento (l’istigazione su Facebook) è un’ ulteriore accusa che si aggiunge a quella di lancio di pietre, per esempio, oppure è un’accusa a sé stante.”

Uno dei fondamentali tasselli che hanno reso possibile l’arresto e l’incriminazione di molti palestinesi in questo periodo si può riscontrare in un caso comparso presso il tribunale militare di Ofer nel febbraio 2016, al quale era acclusa una perizia giudiziaria di un ufficiale dello Shin Bet. La perizia asserisce che il 70% degli aggressori che avevano degli account sui social media si esprimevano “in modo estremista ed illegale” su Facebook.

L’ex procuratore militare Hirsch dice di aver spiegato ai procuratori e alle autorità investigative che lui paragona i social media “ad una persona che parla da una pedana a Hide Park. Il fatto che stiamo parlando di social media fa una così grande differenza?” Secondo Hirsch, dal punto di vista della procura, una persona che mette un ‘mi piace’ su Facebook è paragonabile a qualcuno che in pubblico annuisce con la testa. Comunque, un individuo che condivide il contenuto “si pone al livello dello stesso istigatore, poiché propaga l’intero contenuto istigatorio.”

I post presentati in tribunale come prova di istigazione su Facebook spesso riportano versetti del Corano o espongono fotografie di martiri. Alcuni post possono essere visti come dichiarazioni che testimoniano tendenze suicide, o l’intenzione dell’autore di sacrificare la propria vita. “Il mio desiderio, se non tornerò, è di incontrarti in paradiso”, ha scritto un diciassettenne di Hebron in uno dei post incluso in un’incriminazione per istigazione.

Altri post presentati in tribunale avevano carattere chiaramente politico – alcuni facevano riferimento alla moschea Al-Aqsa, altri alla resistenza contro l’occupazione israeliana. Alcuni includevano un appello esplicito alla violenza contro gli israeliani. Mentre alcuni dei palestinesi incriminati di istigazione su Facebook hanno un considerevole seguito – a volte migliaia di amicizie –, in altri casi gli accusati avevano meno di 50 amici ed i loro post ricevevano non più di un paio di “mi piace”.

Il dott. Yonatan Mendel, uno studioso di lingua araba ed autore dell’articolo “La politica della non traduzione: sulle traduzioni israeliane di intifada, shahid, hudna e movimenti islamici” (pubblicato nel 2010 sulla Cambridge Literary Review), afferma che la percezione da parte israeliana dell’istigazione è favorita in parte da una comprensione unidimensionale dei termini politici e religiosi usati dai palestinesi – in riferimento al fatto che i post su Facebook e tutte le prove sono tradotti dall’arabo all’ebraico dal tribunale militare.

Molto spesso vi è una traduzione criminalizzante che non è rispettosa del contesto politico e linguistico in cui è stata scritta”, dice. “Per esempio, nell’idea degli israeliani, un appello all’intifada equivale ad un appello alla violenza. Tuttavia, se in arabo si dice ‘faccio appello all’intifada’, significa che ci si oppone alla violenza diretta contro di noi e perciò è una cosa molto più profonda. Persino riuscendo a dimostrare che si tratta di intifada, anche la resistenza non violenta è intifada. Analogamente, quando i palestinesi usano il termine ‘shahid’, si riferiscono anzitutto e soprattutto al concetto di ‘vittima’. Anche una persona che muore per un attacco cardiaco ad un checkpoint è uno shahid ed i bambini morti sotto i bombardamenti sono shahids.”

Anche gli ebrei istigano [alla violenza]

Nel maggio 2016 Arif Jaradat, un palestinese di 23 anni affetto da sindrome di Down, è stato colpito ed ucciso da soldati dell’esercito israeliano nel suo villaggio di Sa’ir, nei pressi di Hebron. La sua famiglia afferma che è stato colpito dopo che si è messo a gridare e a camminare verso un gruppo di soldati che erano entrati nel villaggio.

Due mesi dopo l’esercito ha arrestato suo fratello, Hiran, durante un’incursione notturna in casa sua. Hiran ha detto ad Haaretz che quelli che lo hanno interrogato gli hanno mostrato schermate dei post che ha pubblicato su Facebook che includevano foto che ricordavano suo fratello.

Ti è stato chiesto esplicitamente se tu avessi intenzione di compiere un attacco terroristico?

Quando mi hanno mostrato la foto di mio fratello Arif mi hanno detto: ‘Vuoi forse vendicare la morte di tuo fratello e compiere un attacco terroristico?’ Ho detto ‘No, amo la vita e non voglio vendetta per mio fratello né per chiunque altro.’”

E com’è la tua vita dopo l’arresto?

Riguardo all’uso di Facebook tornerò a postare cose lì – ma starò più attento a cosa postare. Non puoi proprio sapere se una certa immagine è considerata un’istigazione [alla violenza] o no.”

Le imputazioni contro Hiran Jaradat comprendono 33 post dalla sua pagina Facebook. La maggior parte di questi riguardano shahid e due di questi approvano violenze contro israeliani. Non includono le foto di suo fratello Arif.

Secondo un rapporto pubblicato dalla Fondazione “Berl Katznelson” (un istituto accademico israeliano legato al partito Laburista israeliano), tra il giugno 2015 e il maggio 2016 175.000 appelli alla violenza in ebraico sono stati postati in rete, il 50% dei quali diretti contro arabi. Comunque arabi sospetti sono stati coinvolti in più di metà delle 594 inchieste riguardanti l’istigazione condotte dalla polizia israeliana tra il settembre 2015 e la fine del 2016. Secondo i dati della polizia israeliana, il numero di incriminazioni presentate contro arabi è stato di quasi tre volte maggiore di quelle contro ebrei sospetti.

Casi limite’

Una delle maggiori critiche sollevate contro l’uso del sistema predittivo per scopi polizieschi riguarda la possibilità di sospettare di persone che non avrebbero commesso nessun crimine in assenza dell’intervento della polizia. Nel gergo del processamento dei dati tali casi sono chiamati “falsi positivi”. Guy Caspi è l’amministratore delegato della “Fifth Dimension Holdings Ltd.” [Aziende Quinta Dimensione, ndt.], con sede in Israele, un’impresa che sviluppa sistemi di analisi predittiva utilizzata dalle agenzie di sicurezza in Israele e all’estero. Egli afferma che i falsi positivi sono una parte integrante dell’operazione dei sistemi di previsione computerizzata, aggiungendo che attualmente ci sono solo due imprese che producono tecnologie che forniscono sistemi predittivi utilizzati per l’intelligence dagli organismi della sicurezza israeliani – “Fifth Dimension” e l’industria leader “Palantir Technologies Inc.”, con sede a Palo-Alto [in California, ndt.]. “Palantir” ha un gruppo di vendita e diffusione con uffici situati a Tel Aviv. “Palantir” non ha rilasciato dichiarazioni.

Nel 2015, dopo essersi ritirato dal servizio attivo, l’ex- capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Benny Gantz è stato nominato direttore generale di “Fifth Dimension”. Nel 2016 l’impresa ha nominato presidente Ram Ben-Barak, ex-vice capo del Mossad [servizio segreto israeliano per l’estero, ndt.]. Secondo Caspi i clienti dell’impresa possono stabilire loro stessi la proporzione di falsi positivi confrontando casi identificati come indesiderabili benché segnalati come desiderabili con casi che sono segnalati come desiderabili mentre sono indesiderabili. Nel caso di transazioni finanziarie, per esempio, un simile scambio sarebbe tra transazioni illecite considerate lecite e transazioni lecite considerate illecite.

Gli organismi di intelligence dicono: ‘Non mi importa del 2 o 3 % di falsi positivi,’” dice Caspi. Aggiunge che “Fitfth Dimension” sviluppa strumenti di supporto decisionale, e che operazioni di polizia adottate in seguito ai risultati del sistema sono decise dal personale umano delle agenzie di sicurezza.

Riferendosi al film di fantascienza di Steven Spielberg “Minority Report” del 2002, su un’unità di polizia che utilizza la premonizione per bloccare futuri crimini, afferma: “Non ci siamo ancora arrivati. Chi viene esaminato dal sistema non è automaticamente giudicato e portato davanti a un tribunale.” Aggiunge che, rispetto agli organismi di intelligence, l’incidenza di falsi positivi nel settore finanziario è molto più alta.

Il ministro per le Questioni di Intelligence Yisrael Katz – che fa anche parte della commissione per la sicurezza – nel suo ufficio di Tel Aviv ha confermato ad Haaretz che c’è una possibilità che qualcuno dei palestinesi che sono stati arrestati dopo essere stati indicati dal sistema predittivo non stesse attivamente e pienamente pianificando un attacco, e forse non avesse deciso di portare un attacco nel momento in cui è stato arrestato. Katz afferma che ciò può accadere in “casi limite”.

Come effetto dell’unico sistema che è stato sviluppato e messo in funzione qui, centinaia di casi di attacchi di questo tipo sono stati impediti. Nel dubbio se agire oppure no – può darsi che si possano includere anche casi limite,” ha aggiunto Katz.

Nel marzo 2016 una ragazza diciassettenne palestinese di un villaggio nei pressi di Jenin è stata arrestata mentre viaggiava in taxi verso l’incrocio di Tapuah, scena di molti tentativi di aggressione. Ufficiali della polizia di frontiera l’hanno bloccata dopo aver ricevuto un’allerta specifica dell’intelligence su di lei. E’ stata perquisita e si è scoperto che portava con lei un coltello, in apparenza con lo scopo di compiere un’aggressione. Secondo un rapporto del luglio 2016, un’allerta riguardante lei era stata inviata dopo che era stata segnalata dal sistema computerizzato. L’ufficiale che ha dato l’informazione ha notato che era stata segnalata sul radar del sistema in base a indicazioni secondo cui aveva dei problemi con i suoi genitori e poteva essere affetta da depressione.

Dopo un picco di 80 tentativi di aggressione nell’ottobre 2015, il numero di attacchi è costantemente diminuito. Secondo i dati del Ministero degli Esteri, fin dall’aprile 2016 il numero di tentativi è sceso a meno di 20 al mese. Katz vede questa diminuzione come una chiara prova che i metodi utilizzati da Israele per combattere le aggressioni hanno avuto effetto, compreso l’utilizzo del sistema di allerta preventiva.

Sono stati fatti arresti, gli attacchi terroristici sono diminuiti, ciò significa che erano quelle le persone, non c’è niente da dire. Statisticamente quelle erano (le persone giuste). In qualche caso abbiamo sbagliato in un modo o nell’altro? Il motivo lo giustifica – prevenire attacchi terroristici. Non è come se qualcuno avesse inventato un modo per perseguitare qualcun altro su Facebook.”

I costi e i benefici

La combinazione di un sistema di predizione computerizzata e il meccanismo di incriminazione come un modo per combattere gli attacchi di lupi solitari è unico dello Stato di Israele, ma l’utilizzo di simili tecnologie sta aumentando rapidamente tra le forze di polizia e le agenzie di sicurezza in tutto il mondo. Le imprese di tecnologia che vendono strumenti di controllo predittivo includono “Palantir”, come già rilevato, e multinazionali come IBM e Motorola.

Due studi condotti da “Rand Corporation” (un gruppo di studio no-profit fondato dal governo USA) hanno scoperto che i sistemi di predizione computerizzata utilizzati dalla polizia non hanno effetti reali sulla sicurezza pubblica. In uno degli studi di “Rand” i ricercatori hanno concluso che una prima versione del sistema utilizzato dalla polizia di Chicago non ha ridotto il numero di sparatorie in città. In un altro studio i ricercatori non hanno scoperto prove statistiche di una riduzione dei crimini nella città di Shreveport, Louisiana – in cui è stato utilizzato per la prima volta un sistema informatizzato di predizione dei delitti.

I ricercatori hanno scoperto che senza un orientamento sull’uso corretto dei dati di predizione, i funzionari di polizia di Shreveport “hanno bloccato individui che stavano commettendo infrazioni all’ordine pubblico [per esempio camminare in mezzo alla strada]” in zone previste come ad alta criminalità.

Gruppi per i diritti umani e studiosi di diritto segnalano il rischio dell’uso di strumenti di polizia predittiva. Oltre alla violazione della privacy, chi lo critica teme che sistemi di polizia predittiva possano intensificare un’inutile aumento dell’attenzione della polizia su specifici gruppi razziali ed etnici, affermando che, data la mancanza di trasparenza, risultati preconcetti possano passare inosservati.

In operazioni realizzate dalla polizia di Chicago nel 2016, la maggior parte delle persone arrestate erano comparse in liste di potenziali provatori di disordini create dal sistema di predizione computerizzata. Sono state arrestate per possesso di armi e spaccio di droga.

Riguardo alla prassi di polizia predittiva c’è un grande timore, nel mondo e negli USA, che questi mezzi portino a una privazione preventiva della libertà,” dice David Robinson, un dirigente dell’impresa di consulenza politica “Upturn”: “Il punto di vista tradizionale su come questo sistema si suppone che funzioni è che la privazione della libertà è conseguenza di un’infrazione della legge. L’idea di privare qualcuno della propria libertà prima che abbia fatto qualcosa di sbagliato è un allontanamento fondamentale dal modello su cui le politiche sono tradizionalmente basate. In ogni società vale la pena fermarsi a pensare molto seriamente se attraversare questo limite o no.”

Il portavoce dell’esercito israeliano ha risposto a questo articolo: “Negli ultimi due anni lo Stato di Israele ha affrontato un’ondata di terrorismo, accompagnata da gravi istigazioni a colpire cittadini e soldati israeliani. Allo stesso tempo, assistiamo al fenomeno di attacchi terroristici realizzati da individui o gruppi in seguito all’esposizione a contenuti che incitano [alla violenza], e che sono ispirati da simili contenuti.

Le forze di sicurezza stanno conducendo un’estesa campagna contro il terrorismo, per garantire la sicurezza dello Stato e dei suoi abitanti,” ha continuato il portavoce. “In questo contesto, si stanno prendendo varie misure per evitare attacchi terroristici e combattere il fenomeno dell’incitamento alla violenza. Il trattamento da parte degli autori dei dati, che in passato sono stati presentati in una conferenza stampa a cui essi non erano presenti, non è corretto e estrapola alcuni aspetti al di fuori del contesto. Vorremmo sottolineare che le forze di sicurezza stanno agendo per raccogliere ed esaminare approfonditamente le informazioni che arrivano nelle loro mani.

Aggiungeremo che gli ordini di detenzione amministrativa sono emanati quando ci sono informazioni di sicurezza accertate e che rendono necessario l’arresto. Questi ordini sono emessi dopo un esame accurato di informazioni rilevanti e sono soggetti a revisione da parte dei giudici. Imputazioni per crimini di istigazione sono avviate quando si sono raccolte prove che indicano l’uso di un linguaggio pesante che incita al terrorismo e a gravi violenze.”

Il portavoce dell’esercito israeliano non ha rivolto una richiesta per indicare alcuna inesattezza nell’articolo o per chiarire le parti in cui le cose dette nella conferenza stampa sono state prese fuori di contesto.

Su richiesta della censura militare, alcune parti di questo articolo su come funziona il sistema di allerta preventiva sono state eliminate.

La ricerca per quest’articolo è stata possibile grazie al sostegno di Journalismfund.eu.

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All’Unione Europea “piace” quello che Israele sta facendo?

Il controllo predittivo è stato conosciuto e praticato in vari Paesi membri dell’Unione Europea per anni. Secondo un rapporto dell’organizzazione europea per i diritti civili “Statewatch”, dipartimenti di polizia della Gran Bretagna hanno sperimentato strumenti di mantenimento predittivo dell’ordine. Tuttavia la messa in opera di sistemi predittivi a livello nazionale su base individuale sembra essere fuori dalla portata per i membri dell’UE e contraddire gli articoli relativi alla privacy ed alla non discriminazione presenti nella Carta Fondamentale dei Diritti Dell’Unione Europea.

Per esigenze di antiterrorismo – per poter dire che questa o quella persona sta per fare questo e quello – è necessario un sistema di formazione che abbia libertà normativa e che possa integrare vari flussi di informazioni”, dice Caspi, di “Fifth Dimension”.

Ciò non ha impedito a funzionari dell’UE di esprimere interesse nell’adottare metodologie israeliane. Durante conferenze in Israele e in incontri con funzionari israeliani nel 2016, il coordinatore antiterrorismo dell’UE, Gilles de Kerchove, ha manifestato interesse nell’adottare le tecnologie israeliane per combattere contro gli attacchi di lupi solitari. De Kerchove ha discusso a lungo il piano UE per lottare contro l’istigazione in rete e le difficoltà nel trovare abbastanza persone che parlino le lingue mediorientali per controllare manualmente i contenuti.

Lo scorso ottobre il giornale danese “Information” ha riportato che la polizia danese ha comprato da “Palantir Technologies” una piattaforma per il controllo predittivo. Facendo seguito a questo acquisto, a febbraio il ministro della Giustizia danese Soren Pape ha presentato un progetto di legge per una consultazione pubblica con lo scopo di ampliare l’uso dei dati da raccogliere per prevenire i delitti.

Criminalizzare la diffusione di messaggi via internet è ora una pratica di tutta l’UE sulla base di una “Decisione Quadro per Combattere il Razzismo e la Xenofobia” adottata nel 2008. Una direttiva dell’UE sulla lotta al terrorismo firmata in marzo rende obbligatorio per gli Stati membri punire la distribuzione di messaggi “che esaltino atti di terrorismo”. Gli Stati membri saranno anche obbligati a eliminare o bloccare istigazioni a commettere aggressioni terroristiche dal web.

La Spagna è al primo posto nelle condanne per “esaltazione del terrorismo”. Ci sono state 19 condanne nel 2015 e altre 27 lo scorso anno. All’inizio di quest’anno una corte spagnola ha incarcerato César Strawberry (nome vero César Montaña Lehman) per una serie di tweet del 2013. I tweet, che César ha descritto come “ironici”, includevano un commento secondo cui voleva inviare al re di Spagna “una torta esplosiva” per il suo compleanno. Nel caso di César, ha detto di non aver intenzione di commettere veramente atti di terrorismo. Ma il codice penale spagnolo non fa distinzione di intenzioni. La Corte Suprema ha stabilito che l’intenzione era “irrilevante”.

(Staffan Dahllöf e Jennifer Baker)

(traduzione di Cristiana Cavagna e Amedeo Rossi)