Cresce la resistenza in Cisgiordania, aumentano i timori di Israele

Dr Adnan Abu Amer

4 ottobre 2021 Middle East Monitor

Con la progressiva ripresa delle operazioni della resistenza palestinese in Cisgiordania, i servizi di sicurezza e l’esercito di Israele sono sempre più preoccupati per quello che considerano un allarmante risveglio delle cellule della resistenza.

Di fronte ai recenti attacchi armati in Cisgiordania i servizi di sicurezza israeliani si interrogano sulla possibilità di mantenere la ferrea stretta imposta sulla Cisgiordania. Al momento all’interno del sistema di sicurezza israeliano prevale la convinzione che sono ormai finiti i tempi di relativa calma in Cisgiordania, almeno per l’imminente futuro.

Israele si rende conto che l’infrastruttura della resistenza non è stata completamente scoperta e che essa molto probabilmente consiste di piccoli nuclei che sono cresciuti e disseminati in un’area relativamente estesa nelle città, campi e paesi della Cisgiordania.

La nuova infrastruttura militare di Hamas in Cisgiordania è completamente diversa dalla tradizionale infrastruttura organizzativa basata su relazioni strette modellate su famiglia, clan, amicizia, luoghi di residenza e di lavoro, conoscenze di lunga data. I membri delle cellule non hanno più bisogno di incontrarsi, perché gli attivisti del movimento nel nord della Cisgiordania ricevono armi o istruzioni dai dintorni di Gerusalemme, e viceversa. Pertanto al momento Israele si concentra più sul lavoro di intelligence che su quello operativo, in quanto gli ambiti dell’attuale infrastruttura di Hamas non sono ancora del tutto chiari per la sicurezza israeliana.

Israele sostiene che le direttive dei capi di Hamas vengono trasmesse ai livelli successivi in Cisgiordania vuoi indirettamente, tramite il movimento di Gaza, o direttamente, e che talvolta ciò avviene in incontri mediante messaggi criptati. Questa è una grave minaccia per la sicurezza che l’esercito israeliano si trova ad affrontare.

Questo significa che la campagna israeliana a Gerusalemme e Jenin che mirava a colpire la pluriennale infrastruttura delle forze di resistenza non è completamente riuscita, perché oltre alle attività militari a Gaza, Hamas ha stabilito non da ieri un’infrastruttura organizzativa in Cisgiordania sotto la guida dei suoi alti dirigenti. L’obiettivo è di avere una forza di combattimento radicata nella zona.

Ciò dimostra che la serie di blitz portati avanti da esercito e apparati di sicurezza a Jenin e Ramallah nelle ultime settimane non erano di routine, non solo per le dimensioni e il numero di vittime, ma per le ripercussioni sul futuro della sicurezza sul terreno. Questi blitz sono una risposta alle esistenti tensioni a Gaza, agli attacchi offensivi in Cisgiordania e all’evasione di prigionieri dalla prigione di Gilboa.

La sicurezza israeliana ha fatto trapelare che si sarebbe già iniziato ad addestrare elementi armati, nonchè a tentare di produrre materiale esplosivo all’interno delle case. I membri delle cellule sono abitanti delle zone di Ramallah e Jenin, dove Hamas possiede già una solida infrastruttura, e dove l’Autorità Nazionale Palestinese e le sue forze di sicurezza stanno incontrando difficoltà operative.

E’ ormai evidente che Hamas sta cercando di creare un’infrastruttura armata attiva in Cisgiordania con l’obiettivo di attirare l’esercito in grosse operazioni nel cuore delle principali località dei Territori, mettendo così in cattiva luce l’Autorità Nazionale Palestinese ed il suo apparato di sicurezza per la loro collaborazione con Israele.

A dispetto di tutto ciò, non è ancora chiaro se l’esercito israeliano sia completamente riuscito a neutralizzare l’infrastruttura della resistenza a seguito delle sue recenti operazioni delle ultime settimane, specialmente nella recente serie di raid. Comunque sia, nell’esercito resta il timore che la capacità di penetrazione di Hamas in Cisgiordania possa crescere ulteriormente, non solo sul piano militare, ma anche politico ed educativo, e che la Striscia di Gaza e la Cisgiordania possano trasformarsi in due arene per un unico fronte, con il movimento di Hamas che le controlla e guida in base ai propri interessi e alla propria ideologia.

La preoccupazione israeliana per l’escalation delle operazioni di resistenza in Cisgiordania coincide con il 16^ anniversario del ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza, il che contribuisce alla diffusione dell’ipotesi israeliana che se, in seguito a qualche accordo con l’Autorità Nazionale Palestinese, ci sarà un analogo ritiro da alcune parti della Cisgiordania, si verificheranno allora in Cisgiordania dei cambiamenti simili a quelli avvenuti a Gaza, e in quel caso Israele si troverà presto esposta alla minaccia di lanci di razzi dalla Cisgiordania verso le città di Kfar Saba, Petah Tikva e i dintorni di Tel Aviv.

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero




Azienda israeliana presenta droni armati da combattimento per pattugliare i confini

Al Jazeera

13 settembre 2021 – Al Jazeera

Israel Aerospace Industries, azienda statale israeliana e principale contractor nel settore della difesa, ha presentato un robot armato controllato da remoto in grado di pattugliare le zone di combattimento, inseguire infiltrati e far fuoco.

Il veicolo senza pilota che si è visto lunedì è l’ultima novità nel mondo della tecnologia dei droni che sta rapidamente cambiando i moderni campi di battaglia.

I fautori sostengono che tali mezzi semi-autonomi permettono agli eserciti di proteggere i propri soldati mentre i critici temono che queste siano un altro pericoloso passo verso le decisioni di vita o morte prese da robot.

Il robot a quattro ruote motrici è stato sviluppato dall’azienda statale israeliana Israel Aerospace Industries’ “REX MKII”.

È manovrato da un tablet elettronico e può essere equipaggiato da due mitragliatrici, telecamere e sensori, ha comunicato Rani Avni, vicepresidente divisione sistemi autonomi dell’azienda. Il robot può raccogliere informazioni per le truppe di terra, trasportare soldati feriti e rifornimenti dal e sul luogo degli scontri e colpire bersagli nei dintorni.

È il più avanzato tra una decina di veicoli senza equipaggio sviluppati negli ultimi 15 anni da ELTA Systems, una sussidiaria di Aerospace Industries.

Per pattugliare il confine con la Striscia di Gaza e contribuire a rafforzare il blocco che Israele ha imposto nel 2007 quando Hamas ha preso il potere, l’esercito israeliano ora usa il “Jaguar”, un veicolo simile, ma più piccolo.

A Gaza abitano 2 milioni di palestinesi, quasi tutti imprigionati dal blocco che è sostenuto in parte anche dall’Egitto. La zona del confine è luogo di frequenti proteste e occasionali tentativi di entrare in Israele da parte di combattenti palestinesi o lavoratori disperati.

Stando al sito web dell’esercito israeliano il semi-autonomo Jaguar, equipaggiato con una mitragliatrice, è stato progettato per ridurre l’esposizione dei soldati ai pericoli del pattugliamento lungo l’instabile confine Gaza-Israele. È uno dei molti strumenti, come i droni armati con missili guidati, che hanno dato all’esercito israeliano un’enorme superiorità tecnologica su Hamas.

I veicoli senza equipaggio sono sempre più in uso in altri eserciti, tra cui quelli di Stati Uniti, Regno Unito e Russia. I loro compiti includono il supporto logistico, la rimozione di mine e l’azionamento di armi.

Il tablet può controllare manualmente il veicolo, ma molte delle sue funzioni, come il movimento e il sistema di sorveglianza, possono anche operare autonomamente.

A ogni missione il dispositivo raccoglie nuovi dati che può memorizzare per quelle future,” ha detto Yonni Gedj, un esperto della divisione di robotica della compagnia.

I critici hanno sollevato preoccupazioni concernenti le armi robotiche che potrebbero decidere da sole, magari sbagliando, di colpire bersagli. L’azienda ha affermato che tali funzioni esistono, ma non sono offerte ai clienti.

È possibile rendere l’arma in sé anche indipendente, tuttavia oggi si tratta di una decisione dell’utilizzatore,” ha precisato Avni. “Non si è ancora raggiunta la maturità del sistema o dell’utilizzatore.”

Bonnie Docherty, ricercatrice di alto livello presso la divisione bellica di Human Rights Watch, sostiene che tali armi sono preoccupanti perché non si può confidare che distinguano tra combattenti e civili o lancino i dovuti avvertimenti riguardo ai danni che gli attacchi potrebbero arrecare ai civili che si trovano nelle vicinanze.

Le macchine non possono comprendere il valore della vita, cosa che, in sostanza, minaccia la dignità umana e viola le leggi sui diritti umani,” ha affermato. In un rapporto del 2012, Docherty, docente presso la Scuola di Diritto di Harvard, ha invocato la messa al bando di armamenti totalmente automi da parte del diritto internazionale.

Jane’s, la rivista che si occupa di tecnologie militari, ha affermato che lo sviluppo di veicoli di terra autonomi è arretrato rispetto a quello di velivoli e navi perché spostarsi sul terreno è molto più complesso che navigare in acqua o in aria. Diversamente dall’oceano, i veicoli devono affrontare “buche” e sapere esattamente quanta forza applicare per superare un ostacolo fisico, afferma l’articolo.

Anche la tecnologia dei veicoli senza conducenti solleva preoccupazioni. Il produttore dell’auto elettrica Tesla, tra le altre imprese, è stato collegato con una serie di incidenti mortali, incluso uno in Arizona nel 2018 quando una donna è stata investita da una macchina con pilota automatico.

Il drone israeliano è stato presentato alla fiera internazionale delle tecnologie per la difesa e sicurezza che si svolge a Londra questa settimana.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Proteste a Gaza contro l’assedio

 

25 Agosto 2021 – Al Jazeera

Le forze israeliane sparano proiettili veri e lacrimogeni mentre centinaia di palestinesi chiedono a Israele di allentare il blocco soffocante di Gaza.

Centinaia di palestinesi hanno manifestato a ridosso della recinzione israeliana nella Striscia di Gaza assediata chiedendo a Israele di allentare il blocco soffocante dopo pochi giorni che un’analoga manifestazione tenuta il fine settimana ha dato seguito a degli scontri letali con l’esercito israeliano.

I militari israeliani, che prima della manifestazione di mercoledì avevano potenziato le loro forze, hanno dichiarato di aver fatto uso di lacrimogeni e proiettili veri per disperdere la folla nella parte meridionale di Gaza. I medici palestinesi hanno riferito che sono rimaste ferite almeno nove persone.

La rete televisiva Al Aqsa TV, gestita da Hamas, il gruppo palestinese che governa Gaza, ha mostrato una massa di persone avvicinarsi alla recinzione per poi fuggire all’arrivo di un veicolo militare israeliano. Si poteva vedere il gas lacrimogeno fluttuare nel vento.

L’esercito ha affermato di aver utilizzato proiettili calibro 22, un tipo di arma che dovrebbe essere meno letale delle armi da fuoco più potenti, ma che può essere mortale.

Youmna El Sayed di Al Jazeera, nel riferire sulle proteste a Gaza, ha affermato che nella città meridionale di Khan Younis, nella Striscia di Gaza, sono state sparate decine di lacrimogeni contro i manifestanti.

“Oggi già tre palestinesi sono stati feriti da proiettili veri e decine sono rimasti soffocati dai lacrimogeni sparati contro di loro”, dice El Sayed.

Sabato hanno manifestato centinaia di palestinesi dando origine a violenti scontri.

Il ministero della Salute ha comunicato che durante le manifestazioni di sabato sono stati feriti dal fuoco israeliano più di 40 palestinesi, tra cui un ragazzo di 13 anni colpito alla testa.

Uno dei feriti, Osama Dueji, 32 anni, è morto mercoledì in seguito ad una ferita da proiettile a una gamba.

Hamas lo ha identificato come un componente del suo gruppo armato e lo ha pianto come un “eroico martire”.

Mercoledì un soldato israeliano, rimasto gravemente ferito quando un palestinese gli ha sparato alla testa a distanza ravvicinata attraverso un buco nel muro, è stato trasportato in ospedale.

Dopo la sparatoria, nelle prime ore di domenica, l’esercito israeliano ha bombardato i depositi di armi di Hamas nella Striscia di Gaza.

Hamas ha organizzato le proteste nel tentativo di fare pressione su Israele perché allenti il blocco di Gaza.

Israele ed Egitto hanno mantenuto il blocco da quando Hamas ha preso il controllo di Gaza nel 2007, un anno dopo aver vinto le elezioni palestinesi.

Il blocco ha devastato l’economia di Gaza e ha alimentato un tasso di disoccupazione che si aggira intorno al 50%. Israele ha affermato che il blocco, che limita fortemente il movimento di merci e persone dentro e fuori Gaza, ha lo scopo di impedire ad Hamas di rafforzare le sue capacità militari.

Dal 2007 Israele e Hamas hanno combattuto quattro guerre e numerose schermaglie e, più recentemente, a maggio, un’escalation di violenza di 11 giorni che ha ucciso 260 palestinesi e 13 persone in Israele.

Hamas ha accusato Israele di aver violato, inasprendo il blocco, il cessate il fuoco che ha posto fine ai combattimenti. In particolare ha limitato l’ingresso dei materiali necessari per la ricostruzione.

Israele ha chiesto la restituzione delle spoglie di due soldati uccisi nella guerra del 2014, così come la riconsegna di due civili israeliani che si ritiene siano prigionieri di Hamas.

La scorsa settimana Israele ha raggiunto un accordo con il Qatar che consente al Paese del Golfo di riprendere il versamento degli aiuti a migliaia di famiglie povere di Gaza.

Con il nuovo metodo, i pagamenti saranno consegnati dalle Nazioni Unite direttamente alle famiglie, dopo che queste siano state passate al vaglio da Israele. In passato, gli aiuti venivano consegnati in contanti direttamente ad Hamas.

I pagamenti dovrebbero iniziare nelle prossime settimane, fornendo un po’ di sollievo a Gaza.

Ma la tensione resta alta. Oltre alle manifestazioni, Hamas ha lasciato che i suoi sostenitori lanciassero palloni incendiari oltre il confine, provocando diversi incendi nel sud di Israele. Israele ha lanciato una serie di raid aerei sugli obiettivi di Hamas a Gaza.

L’Egitto, che fa da mediatore tra Israele e Hamas, si è impegnato per a negoziare una tregua a lungo termine tra gli acerrimi nemici.

Questa settimana l’Egitto, in segno di insofferenza nei confronti di Hamas, ha chiuso il suo valico di frontiera con Gaza, il principale punto di uscita a disposizione delle persone del territorio per viaggiare all’estero.

 

 

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele confisca barrette di cioccolata palestinese, sostenendo che finanzierebbero Hamas.

Rayhan Uddin

17 agosto 2021 Middle East Eye

Le autorità israeliane collegano le vendite di dolciumi al terrorismo, e sui social media si prendono in giro “i cattivi dei cartoni che rubano dolcetti”

La decisione israeliana di confiscare 23 tonnellate di tavolette di cioccolato destinate a Gaza con la motivazione che sarebbero state usate per finanziare le operazioni militari di Hamas ha scatenato un’ondata di scherno online.

Secondo quanto segnalato da Times of Israel lunedì, le forze di sicurezza hanno intercettato un carico di dolciumi in transito dall’Egitto verso Israele al valico di confine di Nitzana.

Dopo un’indagine congiunta dell’intelligence militare israeliana, l’ufficio nazionale per il finanziamento dell’antiterrorismo e il centro nazionale dell’autorità fiscale per il controllo merci, la conclusione è stata che i prodotti erano destinati a Gaza e Hamas li avrebbe presumibilmente venduti per trarne profitto.

L’indagine ha collegato le tavolette di cioccolato a due ditte di Gaza, la al-Mutahidun Currency Exchange e Arab al-Sin, che Israele ha classificato come organizzazioni terroristiche sulla base di presunti finanziamenti ad Hamas.

I funzionari israeliani hanno dichiarato alla stampa che il sequestro delle tavolette di cioccolato faceva seguito ad un ordine di confisca firmato dal ministro della difesa Benny Gantz.

Israele continuerà ad agire per impedire il rafforzamento di Hamas, che pensa solo ad aumentare la propria capacità militare anziché occuparsi della popolazione della Striscia [di Gaza] che sta crollando sotto il peso delle difficoltà economiche,” dice Gantz.

Continueremo a dare la caccia alle reti che finanziano il terrorismo, qualsiasi siano i metodi da loro impiegati.”

Cattivi dei cartoni che rubano i dolcetti”

Sui social media molti hanno schernito l’accusa che Hamas si finanziasse con la vendita di cioccolatini.

Ah già, la famigerata fonte di finanziamento di Hamas, la stessa dei gruppi scolastici e delle squadrette di baseball di periferia,” ha scherzato un utente in rete.

Un altro si è limitato a postare la bandiera bianca e verde di Hamas accanto al logo ufficiale delle ragazze scout USA, che utilizza gli stessi colori.

James Zogby, fondatore dell’Arab American Institute [associazione con sede a Washington DC che si concentra sulle questioni e sugli interessi degli arabi-americani, ndtr], ha dichiarato che la confisca è la prova che Israele controlla Gaza “come la polizia penitenziaria controlla una prigione”, per quanto Israele neghi di occupare l’enclave.

Israele ha sequestrato la cioccolata dicendo che serviva a finanziare Hamas e che, poiché Hamas è un gruppo terroristico, ha tutto il diritto di tagliarne i finanziamenti,” scrive [Zogby].

Ma anche Israele è colpevole di crimini di guerra contro i civili palestinesi – ne ha uccisi impunemente a migliaia nel corso degli anni.”

Israele fa il diavolo a quattro accusando di antisemitismo chiunque lo boicotti e gli USA hanno leggi che penalizzano chiunque lo faccia. Contemporaneamente Israele impone ogni tipo di sanzione e di boicottaggio sui palestinesi e per questo viene premiato dal Congresso a suon di miliardi. Dove sta la giustizia in tutto questo?”

Negli ultimi mesi i due milioni di palestinesi che vivono a Gaza sono stati sottoposti ad un inasprimento delle restrizioni israeliane sulle merci in ingresso nell’enclave assediata, il che ha causato una grave recessione economica.

Si pensa che le restrizioni abbiano a che vedere con le pressioni esercitate da Israele su Hamas perché restituisca quattro cittadini israeliani, due dei quali morti, che sembra siano detenuti a Gaza.

La scorsa settimana alcuni imprenditori palestinesi hanno dichiarato a Middle East Eye che si trovavano costretti a licenziare dei lavoratori per potere rimanere a galla, dopo le distruzioni causate dagli ultimi attacchi israeliani di maggio.

Si stima che circa 1.500 imprese economiche di Gaza siano state distrutte o danneggiate durante la campagna di bombardamenti israeliani, e alcuni funzionari dichiarano che le perdite ammonterebbero a 479 milioni di dollari.

Questo articolo è disponibile in francese sull’edizione francese di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)




Gaza: due mesi dopo la guerra l’enclave palestinese resta paralizzata

Adam Khalil – Gaza, Striscia di Gaza sotto assedio

31 luglio 2021- Middle East Eye

A Gaza le restrizioni israeliane alle importazioni hanno ostacolato gli sforzi di ricostruzione e aumentato la disoccupazione, ma ciò porterà a nuove ostilità?

Due mesi dopo il raggiungimento da parte di Israele e Hamas di un accordo di cessate il fuoco che ha segnato la fine di un conflitto durato 11 giorni che ha ucciso 248 palestinesi nella Striscia di Gaza e 13 persone in Israele, nell’enclave palestinese sotto assedio per molti la vita è rimasta sospesa.

I due milioni di palestinesi che vivono a Gaza continuano ad affrontare le rigide restrizioni israeliane all’ingresso delle merci nel piccolo territorio, che provocano una grave recessione economica e rendono impossibile la ricostruzione.

Mentre la mediazione dell’Egitto ha avuto successo nel porre fine alle uccisioni e alla distruzione, gli sforzi del Cairo devono ancora riuscire a riportare la situazione a Gaza ai livelli prebellici – uno status quo che era già precario e difficile per i suoi abitanti, che vivono da 14 anni sotto l’assedio israeliano.

Data l’ostinazione da parte di Israele nel voler collegare la questione delle importazioni e della ricostruzione al rilascio di quattro israeliani che si ritiene siano detenuti da Hamas, gli analisti sono divisi sul fatto che la paralisi in corso a Gaza possa innescare ulteriori scontri lungo la linea di confine.

Tentativi di ricostruzione in sospeso

A Gaza fonti ufficiali hanno reso noto che le rigide restrizioni israeliane hanno avuto effetti negativi su tutti gli aspetti della vita nel territorio palestinese sotto assedio, portando a un aumento senza precedenti della povertà e dei tassi di disoccupazione.

Rami Abu al-Rish, direttore generale del commercio e valichi del ministero dell’Economia di Gaza, ha riferito a Middle East Eye: “Israele non consente l’accesso di più del 30% della quantità di articoli e merci che entrava a Gaza prima dello scoppio della guerra, il che ha causato un aumento pazzesco dei prezzi”.

Israele ha impedito l’importazione a Gaza di materie prime, materiali da costruzione, elettrodomestici ed apparecchiature, nonché attrezzature in legno, metallo e plastica, imponendo rigide restrizioni alle esportazioni e consentendo l’uscita dal territorio palestinese solo di piccole quantità di prodotti e pesce.

Abu al-Rish aggiunge che le restrizioni hanno portato Gaza a uno stato di “paralisi” in vari settori industriali, commerciali e agricoli, determinando conseguenze negative sulla popolazione in generale, con un tasso di disoccupazione salito al 75%.

Secondo il ministero dell’Economia di Gaza negli ultimi mesi migliaia di lavoratori hanno perso il proprio sostentamento, sia a causa della distruzione di strutture commerciali e industriali, sia della sospensione della produzione a causa del blocco e delle limitazioni, oltre che per l’impatto delle restrizioni marittime [la marina israeliana mantiene un blocco a tre miglia dalla costa, con periodici inasprimenti fino alla chiusura totale della zona di pesca, ndtr.] sulla vita di migliaia di persone il cui sostentamento dipende dalla pesca.

Con le merci ordinate bloccate sul versante israeliano dei valichi, le imprese palestinesi si trovano in sofferenza. Adel Hussein, direttore di un’azienda che lavora nel settore dell’energia solare, ha dichiarato a MEE: “Ci sono grosse spedizioni di merci per la nostra e per altre aziende che non possono entrare, nonostante la sofferenza della Striscia di Gaza a causa delle interruzioni di corrente e la necessità di impianti per la produzione di energia solare.”

Secondo le stime dell’Alto Comitato governativo per la ricostruzione di Gaza, le perdite e i danni dovuti agli 11 giorni di guerra ammontano a circa 479 milioni di dollari [404 milioni di euro, ndtr.]. Tuttavia Hussein sostiene che il costo a lungo termine del conflitto è difficile da quantificare.

“Le perdite dirette a causa della guerra sono ormai evidenti, ma ci sono anche quelle legate alla chiusura, e nessuno ne parla, non se ne discute”, dice. “C’è una grave recessione economica dovuta alla mancanza di molti beni e allo scarso potere d’acquisto dei cittadini».

Nel frattempo, dalla Grande Marcia del Ritorno del 2018 Israele ha bloccato l’accesso degli aiuti del Qatar, pari a circa 30 milioni di dollari [25 milioni di euro, ndtr.] al mese, – impedendo a Mohammed al-Emadi, un funzionario del Comitato per la ricostruzione del Qatar, di portare i soldi in una valigia attraverso il valico di Erez.

Israele ha sostenuto che le procedure per la concessione degli aiuti a Gaza devono essere modificate per garantire che non giungano nelle mani di Hamas – modifiche finora respinte dall’organizzazione palestinese, che dal conflitto armato nel 2007 con il rivale politico Fatah è di fatto il partito di governo nella Striscia di Gaza.

La municipalità di Gaza City, che è la più grande della Striscia di Gaza, è stata colpita in modo particolarmente pesante dalle restrizioni sulle importazioni. Secondo il ministero dei Lavori pubblici e degli alloggi a Gaza, sono state distrutte circa 1.800 unità abitative, mentre circa 16.800 abitazioni sono state parzialmente danneggiate. Tra gli edifici distrutti risultano cinque torri, 74 strutture pubbliche e governative, 66 scuole e tre moschee.

Il consigliere comunale Hisham Skaik ha riferito a MEE che in seguito allo scoppio della guerra sono stati interrotti 13 progetti infrastrutturali in corso.

“L’inasprimento delle restrizioni a Kerem Shalom, l’unico valico commerciale verso Gaza, ha anche causato il mancato avvio di circa 16 progetti infrastrutturali, che erano stati finanziati due anni fa e i cui contratti erano già stati firmati”, dice Skaik.

Aggiunge inoltre che il Comune deve ancora ricevere molti aiuti internazionali per far fronte ai danni causati a maggio alle infrastrutture dagli attacchi aerei israeliani, stimati in 20 milioni di dollari [17 milioni di euro, ndtr.].

Per al-Rish, “l’orizzonte è bloccato”. Con la situazione di Gaza che peggiora di giorno in giorno, l’imprenditore palestinese non vede alcun indizio di una svolta a breve termine.

Pressioni per il rilascio dei prigionieri

Si ritiene che, attraverso le sue rigide restrizioni sulle importazioni, Israele stia deliberatamente facendo pressioni su Hamas per ottenere il rilascio di quattro israeliani, due dei quali morti, che si pensa siano trattenuti dal movimento palestinese a Gaza.

Secondo quanto riferito, i corpi dei soldati israeliani Oron Shaul e Hadar Goldin sarebbero nelle mani di Hamas dalla guerra del 2014. Due civili israeliani, Avera Mengistu e Hisham al-Sayed, sono finiti accidentalmente a Gaza rispettivamente nel 2014 e nel 2015 e si ritiene che siano tenuti prigionieri da Hamas.

Hamas ha insistito affinché il rilascio avvenga nel quadro di un accordo di scambio di prigionieri simile all’accordo Shalit del 2011, in seguito al quale un soldato israeliano, Gilad Shalit, è stato consegnato in cambio di 1.027 palestinesi imprigionati da Israele.

In seguito ai tentativi di mediazione condotti dall’Egitto fonti ufficiali palestinesi hanno affermato che finora non sono stati compiuti progressi tangibili.

In risposta, Hamas e le sue fazioni alleate a Gaza hanno cercato negli ultimi giorni di esercitare pressioni su Israele attraverso il parziale rilancio dei cosiddetti interventi di “confusione notturna”, già attuati durante la Grande Marcia del Ritorno lungo la barriera di separazione tra Gaza e Israele – dall’incendio notturno di pneumatici al lancio di palloni incendiari ed esplosivi verso il territorio israeliano al di là di Gaza.

Secondo i rapporti dei media israeliani i funzionari militari e della sicurezza del Paese temono la possibilità di un rinnovato confronto con Hamas nel caso persistesse lo stallo sull’ingresso a Gaza degli aiuti del Qatar e sui colloqui per l’accordo sui prigionieri, e non fossero allentate le continue difficoltà economiche e umanitarie nell’enclave e le persistenti tensioni nella Gerusalemme est occupata, inclusa la moschea di al-Aqsa.

Il portavoce di Hamas Abdul-Latif al-Qanu ha avvertito che “ulteriori restrizioni nei confronti di Gaza genereranno solo una violenta reazione contro l’occupazione”.

Ma l’analista politico palestinese Hassan Abdo esclude una ripresa del confronto militare su larga scala con Israele nel breve termine.

La realtà sul campo a Gaza dopo l’ultima guerra non ha i requisiti idonei per una nuova fase di scontri armati, mentre d’altra parte il nuovo governo israeliano guidato da Naftali Bennett è un governo ‘fragile’ che teme che qualsiasi scontro con Gaza porti alla sua caduta».

Tuttavia Abdo non scarta la prospettiva che le continue restrizioni israeliane nei confronti di Gaza potrebbero portare al riemergere di movimenti della Grande Marcia del Ritorno e alla nascita di nuove forme di resistenza all’occupazione”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il cessate il fuoco a Gaza è instabile e un’altra guerra potrebbe arrivare presto

Adnan Abu Amer

25 luglio 2021 – Al Jazeera

Il persistere della violenza contro i palestinesi a Gerusalemme e il desiderio israeliano di rivincita potrebbero riaccendere le ostilità.

A maggio, non appena sono terminati gli 11 giorni della guerra israeliana contro Gaza, in Israele e nella Striscia sono iniziati i preparativi per un nuovo scontro. Era chiaro fin dall’inizio che il cessate il fuoco mediato dall’Egitto era fragile e sarebbe potuto non durare a lungo. La tregua temporanea è stata conclusa sotto la pressione degli Stati Uniti, ma non ha risolto le principali questioni che hanno scatenato lo scontro tra le due parti. Di conseguenza, il conflitto tra Israele e Hamas potrebbe facilmente riaccendersi nel prossimo futuro.

Dal punto di vista palestinese, gli sponsor del cessate il fuoco non hanno fatto nulla per fermare l’aggressione israeliana a Gerusalemme e nella moschea di Al-Aqsa che ha provocato la rabbia dei palestinesi e alla fine ha portato Hamas a lanciare razzi il 10 maggio. Sono continuate le espulsioni forzate e le demolizioni di case palestinesi nella Gerusalemme occupata, così come le irruzioni dei coloni israeliani sotto la protezione della sicurezza israeliana nel complesso della moschea di Al-Aqsa.

Nonostante le pressioni internazionali sul governo israeliano per fermare questi raid nel terzo luogo più sacro dell’Islam, quest’ultimo ha continuato a consentirli. Una delle ragioni principali di ciò è la sua stessa fragilità. Il nuovo governo israeliano è una coalizione instabile di forze politiche molto diverse tra loro che è ora soggetta a feroci attacchi politici da parte dell’ex primo ministro Benjamin Netanyahu dopo la sua cacciata dal potere. Di fronte alle accuse di essere “di sinistra”, il primo ministro Naftali Bennett è intenzionato a dimostrare le sue credenziali di destra e non rischierebbe di far arrabbiare la comunità dei coloni o l’estrema destra israeliana interrompendo i raid contro Al-Aqsa

Lo stesso vale per le espulsioni forzate dei palestinesi dalle loro case nella Gerusalemme occupata. La pulizia etnica della città dalla sua popolazione palestinese per renderla esclusivamente ebraica è stata per decenni una priorità assoluta per l’estrema destra israeliana. Bennett probabilmente teme che porre fine a questi crimini destabilizzerebbe la sua coalizione. Se non affrontate, questa continua violenza contro i palestinesi e la violazione della sacralità di Al-Aqsa potrebbero benissimo innescare un altro conflitto.

Dal punto di vista israeliano, l’emergere di Hamas come parte vittoriosa della guerra degli 11 giorni è stato difficile da digerire. I razzi di Hamas lanciati contro Israele sono stati accolti con favore dai palestinesi in tutta la Palestina storica, non solo a Gaza, e hanno aumentato il sostegno al movimento. Ciò ha causato molta frustrazione nei ranghi dell’esercito israeliano ed è probabile che la sua leadership spingerà per avere l’opportunità di pareggiare i conti e ripulire la sua immagine offuscata.

Nel frattempo, per contrastare la crescente popolarità di Hamas, Israele ha intensificato l’assedio di Gaza, chiudendo i valichi per la Striscia, limitando l’ingresso di aiuti e l’esportazione e importazione di generi alimentari e riducendo la fornitura di elettricità.

Di conseguenza, la situazione umanitaria a Gaza si è notevolmente deteriorata. I palestinesi nella Striscia affrontano condizioni sempre peggiori e quindi stanno facendo sempre più pressione su Hamas affinché provveda ai loro bisogni. Hamas, tuttavia, non ha la possibilità di dare risposte a queste legittime richieste umanitarie. Trovandosi in questa difficile posizione, Hamas potrebbe tentare di esportare la sua crisi interna con un nuovo conflitto generalizzato con Israele.

Una delle più importanti questioni economiche su cui è improbabile che Hamas scenda a compromessi è il finanziamento fornito dal Qatar dall’ottobre 2018, quando il movimento e Israele raggiunsero un’intesa con il patrocinio di Qatar, Egitto e Nazioni Unite.

Come parte di questo accordo, Doha invia 30 milioni di dollari al mese distribuiti a molti settori economici di Gaza, incluso il trasferimento di 100 dollari all’inizio di ogni mese a decine di migliaia di famiglie palestinesi. Il denaro dato agli abitanti di Gaza aiuta a rivitalizzare l’economia della striscia e a mitigare gli effetti dell’assedio israeliano.

Israele e gli Stati Uniti hanno spinto per la fine della sovvenzione in denaro del Qatar e hanno suggerito di sostituirla con buoni di acquisto dello stesso valore. Questa proposta è stata categoricamente respinta da Hamas, poiché si rende conto che molti degli abitanti di Gaza sopravvivono con queste elargizioni in contanti e che perderle porterebbe probabilmente a una situazione esplosiva nella striscia.

Sembra esserci un’impasse anche su un’altra questione: lo scambio di prigionieri. Sebbene per un certo tempo si sia parlato di un accordo imminente, ci sono gravi disaccordi che hanno portato al fallimento delle trattative indirette. Questo è un altro problema che potrebbe potenzialmente riaccendere le ostilità tra le due parti.

Da parte sua Hamas ha espresso il desiderio di sfruttare qualsiasi scontro militare con Israele per aumentare il numero di soldati israeliani catturati al fine di ottenere più strumenti di pressione ed essere in grado di scambiarli con prigionieri palestinesi detenuti da Israele.

Sebbene le forze che spingono per un nuovo conflitto siano forti, ci sono alcune fattori che finora hanno impedito lo scoppio di un’altra guerra a Gaza.

In primo luogo, lo stesso motivo che tiene le mani legate al nuovo governo israeliano sui raid contro Al-Aqsa e sulle espulsioni forzate dei gerosolimitani palestinesi dalle loro case – la sua fragilità – gli impedisce anche di lanciare un altro attacco contro Gaza. Se lo facesse, uno dei suoi partner di coalizione, il partito palestinese Raam, probabilmente ritirerebbe il suo sostegno. Altri potrebbero anche abbandonare la nave se la rappresaglia di Hamas avesse successo, specialmente se riuscisse a colpire in profondità il territorio israeliano.

Per questo – almeno per ora – il nuovo governo preferirebbe impegnarsi in colloqui indiretti con Hamas, alzare le sue richieste negoziali e dedicarsi a gestire la situazione senza necessariamente cadere in uno scontro diretto.

In secondo luogo, Hamas è consapevole che sia i suoi combattenti che i civili di Gaza potrebbero non essere in grado di superare un’altra campagna israeliana di distruzione indiscriminata. Non appena finita l’ultima guerra, il suo braccio armato ha iniziato a ripristinare le proprie capacità militari, ma era evidente che i suoi combattenti avevano bisogno di “una pausa”. Data la difficile situazione umanitaria nella Striscia, anche gli abitanti sono gravemente provati dalla guerra.

La consapevolezza dello “sfinimento a causa del conflitto” tra i palestinesi di Gaza è stata evidente nella risposta di Hamas alla marcia organizzata dai coloni attraverso la Gerusalemme occupata dopo che il nuovo governo israeliano aveva preso il potere.

Piuttosto che lanciare una risposta militare alla marcia come è successo lo scorso Ramadan, Hamas si è accontentata di denunciarla.

Terzo, gli Stati Uniti non vogliono alcun conflitto armato nei territori palestinesi. A maggio hanno spedito i loro inviati nella regione per fare pressione su tutte le parti affinché si impegnassero per il cessate il fuoco, in modo che non vi siano nuove ostilità mentre cercano di portare a termine un accordo nucleare con l’Iran. Gli Stati Uniti vogliono la calma nella regione anche perché devono dedicarsi al confronto con Cina e Russia.

Sebbene finora questi fattori stiano impedendo un altro conflitto tra Israele e Hamas, la situazione è abbastanza instabile e imprevedibile. In qualsiasi momento il calcolo di ciascun attore può cambiare, e i benefici di un’altra guerra potrebbero essere percepiti come maggiori rispetto all’ impegno a mantenere l’attuale cessate il fuoco. Non vi sarà una tregua più stabile fino a quando non saranno risolte le principali questioni in sospeso tra Israele e Hamas.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele-Gaza: come la resistenza palestinese sta sfidando la supremazia tecnologica della guerra

Ahmed D Dardir

23 luglio 2021 Middle East Eye

L’ideologia che vede le superpotenze occidentali sole detentrici di tecnologie avanzate e potenza di fuoco è messa in discussione da attori non occidentali che rivendicano il possesso di quelle tecnologie

La resistenza palestinese a Gaza, nel suo ultimo confronto con le forze di occupazione israeliane e in risposta alla continua aggressione israeliana contro la moschea di al-Aqsa e i residenti di Gerusalemme, ha lanciato una flotta di palloni incendiari contro gli insediamenti coloniali vicini ai confini con la Striscia di Gaza.

Le azioni aggressive di Israele a Gerusalemme non hanno tecnicamente violato il cessate il fuoco firmato a maggio, dunque la risposta palestinese ha dovuto evitare la forza militare; ha invece creativamente fatto un’arma di un’oggetto comune. Pur incarnando lo spirito della resistenza, la risposta palestinese doveva mantenere un profilo basso, per non costituire il pretesto ad una nuova ondata di attacchi israeliani.

Ma Israele ha risposto con attacchi aerei contro quelli che sosteneva essere obiettivi di Hamas a Gaza, violando di fatto il cessate il fuoco. Eppure una parte significativa dei principali media occidentali e dell’opinione pubblica considera questa violazione israeliana come legittima autodifesa, mentre i palloni da Gaza sono visti come inutili, sbagliati e provocatori.

Gli scontri di maggio sono stati considerati con lo stesso atteggiamento. Sebbene la resistenza di Gaza sia riuscita a usare i suoi missili e droni – relativamente primitivi rispetto alle capacità militari di Israele – ottenendo il massimo effetto politico e riducendo al minimo le vittime e la distruzione nelle aree israeliane, i suoi missili sono stati ancora descritti dalle principali testate come mal diretti, caotici o addirittura disperati. D’altro canto i missili israeliani sono stati descritti come legittimi, e il potere militare di questo stato come mirato e sofisticato.

La cosa rappresenta un paradosso per cui i missili senza guida della resistenza palestinese sono colpevoli di prendere di mira i civili, mentre i missili precisi e mirati delle forze di occupazione israeliana sono innocenti della morte delle vittime che prendono “erroneamente” di mira. Questo paradosso è sostenuto da gerarchie interpretative del conflitto profondamente razziste che operano al di fuori del contesto palestinese.

La macchina da guerra americana

In un mondo affascinato dalle tecnologie innovative, avanzate e all’avanguardia – di pulsanti, schermi e processi computerizzati – il progresso della tecnologia da un lato nasconde la carneficina dall’altro lato. Dall’inizio di questo secolo l’informatizzazione della macchina da guerra degli Stati Uniti ha tristemente trasformato le guerre americane in videogiochi reali.

Gli attacchi aerei statunitensi contro obiettivi civili e sospetti militanti sono diventati una faccenda sterilizata e informatizzata – un processo automatizzato in cui la scelta degli obiettivi, la valutazione della minaccia e il processo di lancio di un attacco di droni sono determinati in gran parte da disumani circuiti di mega-computer che in qualche modo mascherano e legittimano gli omicidi.

Nelle sue memorie, Una terra promessa, Obama si vanta: “La National Security Agency, o NSA, già la più sofisticata organizzazione di raccolta di informazioni elettroniche al mondo, ha impiegato nuovi supercomputer e tecnologie di decrittazione del valore di miliardi di dollari per setacciare il cyberspazio alla ricerca di comunicazioni terroristiche e potenziali minacce”, dando il via a “incursioni notturne [che] hanno dato la caccia a sospetti terroristi principalmente all’interno – ma a volte anche all’esterno – delle zone di guerra in Afghanistan e Iraq”. In altre parole, si è trattato della tipica tattica di Obama di assassinii mirati ed extragiudiziali.

Qui il dispiegamento retorico della tecnologia sterilizza le uccisioni – di “sospetti” terroristi, va sottolineato – e fornisce un supporto tecnologico all’ideologia della supremazia occidentale, consentendo ai popoli “civili” e tecnologicamente avanzati di esercitare violenza fisica, a volte letale, contro forme “inferiori” di vita umana.

Si tratta della stessa ideologia suprematista che giustifica i crimini di Israele con il pretesto che è “l’unica democrazia” in Medio Oriente – come se le persone che non vivono sotto il paradigma della democrazia liberale occidentale non meritassero di vivere. I crimini di Israele sono ulteriormente giustificati dal fatto che la sua macchina da guerra è precisa e tecnologicamente avanzata, come se questo in qualche modo legittimasse l’uccisione di vittime quando siano prese di mira con precisione.

Causa di allarme

Il contrario, invece, non vale. I progressi tecnologici raggiunti al di fuori del club esclusivo delle potenze occidentali non meritano la tessera della società “tecnologicamente civilizzata”, ma rappresentano piuttosto un motivo di allarme, che una certa tecnologia si stia pericolosamente diffondendo oltre la cerchia consentita.

Questa è la stessa gerarchia in base alla quale i progressi in campo nucleare di Iran e Corea del Nord, che subiscono entrambi le opprimenti sanzioni statunitensi, non sono visti come progressi tecnologici ma come motivo di allarme, che tale tecnologia si trovi in mani indegne e inaffidabili destinate ad abusarne. Evidentemente non suscita lo stesso allarme il programma nucleare militare dell’unico paese che abbia usato armi atomiche contro i civili: gli Stati Uniti.

La narrativa dominante riserva la potenza di fuoco tecnologicamente avanzata – comprese armi sofisticate, computerizzate e intelligenti – alle potenze occidentali. Gli Stati e gli attori non occidentali devono rimanere con armi incendiarie destinate a fallire. Questo spiega in parte l’ossessione occidentale per gli attentati suicidi, immaginati come unico e dominante modus operandi dei rivoltosi non bianchi.

L’ideologia che riserva tecnologie avanzate e potenza di fuoco alle superpotenze occidentali è, tuttavia, continuamente turbata da attori non occidentali che rivendicano quelle tecnologie, siano essi altre superpotenze (Cina), “Stati canaglia” (Iran e Corea del Nord) o gruppi di insorti che conducono guerre di liberazione contro le potenze coloniali e i loro manutengoli.

Una serie di preoccupazioni tattiche e strategiche ha spinto alla fine la resistenza palestinese verso tecnologie missilistiche e droni. Anche se non suggerisco che l’abbiano fatto intenzionalmente, questo disturba i presupposti e le gerarchie razziste dominanti, minando il monopolio bianco sul fuoco mirato, sofisticato e tecnologico. La cosiddetta comunità internazionale può scegliere di riconoscere questo traguardo, o di continuare a compiere acrobazie mentali per tranquillizzarsi sulla natura primitiva e mal guidata del fuoco della resistenza.

Ciò che più importa è che questo progresso “libera i colonizzati dal loro complesso di inferiorità, dal loro atteggiamento passivo e disperato”, per usare le parole scritte in un contesto simile dal grande pensatore anticoloniale Frantz Fanon. “Li incoraggia e ripristina la loro fiducia in se stessi.”

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica della redazione di Middle East Eye.

Ahmed D Dardir ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Mediorientali presso la Columbia University. Il suo prossimo libro è provvisoriamente intitolato Licentious Topographies: Global Counterrevolution and Bad Subjectivity in Modern Egypt [Topografie licenziose: controrivoluzione globale e soggettività malate nell’Egitto moderno]. Collabora regolarmente con diverse testate giornalistiche. Il suo blog si trova su https://textrimmings.blogspot.com.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Opporsi alla frammentazione per valorizzare l’unità: la nuova rivolta palestinese

Yara Hawari 

29 giugno 2021 – Al Shabaka

La rivolta palestinese in corso nella Palestina colonizzata contro il regime colonialista israeliano non è cominciata a Sheikh Jarrah, il quartiere palestinese di Gerusalemme dove gli abitanti rischiano un’imminente pulizia etnica. Senz’altro la minaccia di sfratto delle otto famiglie ha catalizzato questa mobilitazione popolare di massa, ma, in ultima analisi, questa rivolta è un capitolo della lotta condivisa dai palestinesi contro il colonialismo sionista durata oltre 70 anni.

Questi decenni sono stati caratterizzati da continui sfratti, furti di terre, incarcerazioni, oppressione economica e la brutalizzazione dei corpi dei palestinesi. I palestinesi sono anche stati sottoposti a un processo intenzionale di frammentazione non solo geografico, in ghetti, bantustan e campi profughi, ma anche sociale e politico. Infatti l’unità che abbiamo visto negli ultimi due mesi, durante i quali i palestinesi in tutta la Palestina colonizzata, ma non solo, si sono mobilitati in una lotta a sostegno di Sheikh Jarrah, ha sfidato questa frammentazione, sorprendendo allo stesso modo il regime israeliano e la leadership politica palestinese. Una mobilitazione popolare di queste dimensioni non si era vista in decenni, neppure durante l’amministrazione Trump, sotto la cui egida ci sono stati il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, gli accordi di normalizzazione fra Israele e vari Stati arabi e un’ulteriore accelerazione delle pratiche colonialiste del sionismo.

Oltre alla mobilitazione nelle piazze, i palestinesi hanno usato forme creative di resistenza contro il loro assoggettamento. Queste includono la rivitalizzazione delle campagne della società civile per salvare dalla distruzione e dalla pulizia etnica i quartieri palestinesi di Gerusalemme, danni inferti all’economia del regime israeliano e il continuo coinvolgimento di un mondo globalizzato con chiari messaggi che invocano libertà e giustizia per i palestinesi. 

Gerusalemme: un catalizzatore dell’unità

Per decenni gli abitanti di Sheikh Jarrah, come quelli di moltissime comunità, hanno rischiato l’espulsione e la pulizia etnica. Infatti a Sheikh Jarrah i palestinesi sono impegnati da tempo in battaglie legali contro il regime di Israele nel tentativo di bloccare gli sfratti che servono all’obiettivo finale di Israele di ‘giudaizzare’ completamente Gerusalemme

Verso al fine di aprile 2021, il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha respinto i ricorsi di abitanti di Sheikh Jarrah contro quello che i giudici definiscono lo “sfratto” di otto famiglie, ordinando loro di sgombrare le case entro il 2 maggio 2021. Per opporsi a questo ordine e per salvare il quartiere dalla pulizia etnica, le famiglie si sono affidate alla campagna del movimento di base “Salvate Sheikh Jarrah”. La campagna, che ha di recente guadagnato in popolarità grazie ai social, ha attratto una massiccia partecipazione locale e anche l’attenzione internazionale, non ultimo perché riassume in sé l’esperienza palestinese della spoliazione. Ha quindi dato slancio ad altre campagne per “salvare” dalla pulizia etnica e dalla colonizzazione altre zone in Palestina, come Silwan [altro quartiere di Gerusalemme est, ndtr.], Beita [nei pressi di Nablus, ndtr.] e Lifta [periferia est di Gerusalemme, ndtr.].

Durante gli ultimi due mesi i palestinesi della Palestina colonizzata, inclusi gli abitanti di Haifa, Giaffa e Lydda [Lod in ebraico, ndtr.] con cittadinanza israeliana, hanno protestato per sostenere la lotta condivisa di Sheikh Jarrah. Queste rivolte e dimostrazioni hanno attirato una repressione violenta da parte del regime israeliano, una reazione che non è né senza precedenti né inaspettata. Infatti durante le proteste della Seconda Intifada le forze del regime israeliano avevano ucciso 13 cittadini palestinesi nel corso della repressione più micidiale dalla Giornata della Terra del 1976. In tutta questa continua rivolta, la violenza delle forze del regime è stata accompagnata da quella dei coloni israeliani armati che hanno attaccato e linciato cittadini palestinesi, effettuato incursioni e distrutto case, veicoli e attività economiche dei palestinesi. 

Tuttavia sono stati i vari giorni di proteste presso il complesso della moschea di al-Aqsa a dominare i media internazionali, specialmente perché nel 2017 questo era stato il luogo di manifestazioni di massa vittoriose contro le barriere elettroniche collocate all’ingresso del complesso. Anche queste ultime proteste a metà maggio hanno dovuto affrontare una repressione violenta da parte delle forze di sicurezza israeliane che hanno fatto irruzione nel complesso, ferendo centinaia di fedeli palestinesi con proiettili di ferro ricoperti di gomma, lacrimogeni e granate stordenti.

Dopo l’assalto e i costanti tentativi di pulizia etnica del regime israeliano nella Gerusalemme palestinese, il governo di Hamas a Gaza ha contrattaccato lanciando razzi. Israele ha risposto con più di dieci giorni di pesanti bombardamenti contro Gaza, con un totale di 248 vittime, inclusi 66 minori. Nonostante le affermazioni del regime israeliano che sostiene di aver preso di mira solo le infrastrutture militari di Hamas, sono stati distrutti vitali infrastrutture civili, interi edifici residenziali e persino la torre che ospitava i media. Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha dichiarato che questi bombardamenti su Gaza potrebbero essere classificati come crimini di guerra. 

Danneggiare l’economia del regime israeliano

Mentre Gaza era sotto attacco nel resto della Palestina colonizzata continuava la mobilitazione dei movimenti di base. Il 18 maggio i palestinesi hanno indetto uno sciopero generale, probabilmente una delle più grandi manifestazioni di unità da anni. Hanno subito aderito l’High Follow-up Committee for Arab Citizens of Israel [Alto Comitato di Controllo per i Cittadini Arabi di Israele, organismo extraparlamentare che rappresenta i cittadini arabi di Israele a livello nazionale, ndtr.] e successivamente l’Autorità Palestinese (ANP) in Cisgiordania. Ma sono stati i movimenti di base ad assumere il controllo della comunicazione, attraverso varie dichiarazioni in arabo e inglese, invitando a un’ampia partecipazione e sollecitando il sostegno internazionale: “Chiediamo il vostro appoggio per continuare questo momento di resistenza popolare senza precedenti, partito da Gerusalemme ed esteso in tutto il mondo,” si leggeva in una dichiarazione. 

Lo sciopero è stato organizzato in risposta agli attacchi contro Gaza e alla rivolta per le strade di Gerusalemme. Ha raccolto una vasta partecipazione ed è stato particolarmente importante per i palestinesi con cittadinanza israeliana che ancora una volta hanno ribadito il loro legame e la condivisione della lotta con i palestinesi di Gaza e Gerusalemme. Comunque è stata anche una tattica per danneggiare in modo efficace l’economia israeliana. I palestinesi con cittadinanza israeliana, il 20% della popolazione di Israele, costituiscono una larga fetta della forza lavoro; per esempio, il 24% degli infermieri e il 50% dei farmacisti sono palestinesi. 

Anche il settore dell’edilizia israeliana è composto per la maggior parte da palestinesi, prevalentemente provenienti dalla Cisgiordania, ma anche da cittadini palestinesi di Israele. Il giorno dello sciopero hanno partecipato quasi tutti i lavoratori manuali, causando una completa sospensione delle industrie per l’intera giornata. Anche i sindacati si sono uniti in previsione dello sciopero esortando i sindacati internazionali a mostrare solidarietà con loro e a intervenire contro l’oppressione israeliana. Questo tipo di sostegno si è visto, alcuni giorni prima dello sciopero, fra i portuali di Livorno che hanno rifiutato di caricare sulle navi armi ed esplosivi israeliani, dichiarando: “Il porto di Livorno non sarà complice nel massacro del popolo palestinese.” 

Le proteste sono continuate nei giorni successivi allo sciopero, anche se su scala minore e con meno attenzione da parte dei media. Ciononostante lo sciopero ha acceso una scintilla e l’attenzione sull’oppressione economica è diventata un tema della mobilitazione. Varie settimane dopo, e sulla base del successo dello sciopero, è stata annunciata una campagna per promuovere il potere d’acquisto dei palestinesi. Denominato “Settimana dell’economia palestinese”, l’evento sottolineava che, nonostante la morsa economica con cui il regime israeliano soffoca i palestinesi, essi hanno un potere di acquisto collettivo. Tutto ciò ricorda molto la Prima Intifada, quando misure popolari, come il movimento cooperativo e la richiesta di boicottare i prodotti israeliani, sfidarono l’assoggettamento economico e la dipendenza dal regime israeliano. 

Il progetto colonialista sionista ha intenzionalmente soggiogato l’economia palestinese distrutta dalla fondazione dello Stato di Israele nel 1948 e dalla successiva occupazione di terra palestinese. Mentre il regime sionista conquistava la maggior parte dei settori produttivi e agricoli, escludeva i palestinesi da quasi tutte le aree della nuova economia. Dopo la guerra del 1967, che ha portato questi territori sotto occupazione militare israeliana, questa situazione si è estesa alla Cisgiordania e a Gaza.

 Agli inizi degli anni ’90 una serie di accordi di “pace” durante gli Accordi di Oslo hanno portato ai palestinesi un ulteriore assoggettamento economico, passando di fatto il controllo diretto ed indiretto della loro economia al regime israeliano. Gli accordi hanno anche accentuato la loro frammentazione sociale in Cisgiordania e a Gaza. Mentre alcuni sostenevano che i protocolli economici avrebbero portato prosperità a tutti, in realtà, hanno alimentato il clientelismo capitalista palestinese, espandendo il divario economico e le divisioni fra classi sociali. 

La Settimana dell’Economia Palestinese ha incoraggiato varie attività nella Palestina colonizzata, da Haifa a Ramallah e altrove, promuovendo la produzione e i prodotti palestinesi locali al posto di quelli israeliani che hanno monopolizzato il mercato con la loro abbondanza e la competitività dei prezzi. La Settimana ha così proposto, in alternativa alla dominazione coloniale capitalista, una concetto più olistico, dato che la liberazione economica è un aspetto chiave nel quadro di una più ampia lotta di liberazione nazionale.

Comprendere l’unità nell’Intifada dell’Unità

Il 21 maggio, dopo il “cessate il fuoco” fra Israele e Hamas, è venuta meno l’attenzione dei media internazionale per la rivolta e da allora le inevitabili discussioni sulla ricostruzione di Gaza dominano i notiziari. Nonostante le enormi distruzioni e le vittime a Gaza, molti palestinesi considerano il risultato una vittoria di Hamas. 

È comunque importante sottolineare che la rivolta, cominciata prima del bombardamento di Gaza, va oltre Hamas e la sua narrazione della vittoria. Come mi ha fatto notare un collega palestinese di Gaza: “Questa volta, a Gaza, è sembrato diverso. Questa volta ci è sembrato di non essere soli”. Infatti, data la mobilitazione di massa in tutta la Palestina colonizzata e la ripresa dei legami con i movimenti di base, seppure in presenza di una frammentazione forzata, questa nuova rivolta è stata soprannominata: “Intifada dell’Unità.”

Nel periodo dello sciopero è stato pubblicato online un documento, intitolato “Manifesto della dignità e speranza dell’Intifada dell’Unità”, che respinge questa frammentazione forzata:

Noi siamo un unico popolo e un’unica società in tutta la Palestina. Le bande sioniste hanno cacciato con la forza la maggior parte del nostro popolo, rubato le nostre case e demolito i nostri villaggi. Il sionismo era determinato a creare una divisione tra chi restava in Palestina, a isolarci in frammenti geografici e trasformarci in società differenziate e disperse, affinché ogni gruppo vivesse in una grande prigione separata. Ecco come il sionismo ci controlla, disperde la nostra volontà politica e ci impedisce una lotta unitaria contro il sistema razzista colonialista in Palestina.”

Il manifesto dettaglia i vari frammenti geografici del popolo palestinese: la “prigione Oslo” (Cisgiordania), la “prigione della cittadinanza” (terre occupate nel 19481), il brutale assedio di Gaza, il sistema di ‘giudaizzazione’ a Gerusalemme e quelli che vivono un esilio permanente. L’imposizione sulla Palestina di questa geografia colonizzata, caratterizzata da muri di cemento, checkpoint, comunità chiuse di coloni e recinzioni di filo spinato ha costretto i palestinesi a vivere in frammenti separati e isolati l’uno dall’altro. 

 Come fa notare il manifesto, ciò non è successo inevitabilmente o per caso. Al contrario, questa politica intenzionale di ‘divide et impera’ è stata implementata dal regime sionista per minare la lotta anticolonialista di una Palestina unita. Ma i palestinesi non sono rimasti passivi. Nel corso degli anni molti movimenti di base hanno cercato di interrompere la frammentazione, inclusi i vari movimenti giovanili di protesta, come la richiesta del 2011 di unità politica fra la Cisgiordania e Gaza, le dimostrazioni contro Prawer [progetto per deportare i beduini del sud di Israele in campi chiusi, ndtr.] nel 2013 contro la politica israeliana di pulizia etnica dei beduini nel Naqab e la campagna per togliere le sanzioni contro Gaza imposte dall’ANP. 

Più recentemente gruppi di donne palestinesi hanno fondato Tal’at, un movimento femminista radicale che mira, fra altre cose, a trascendere questa divisione geografica affermando che la liberazione della Palestina è una lotta femminista. Quest’ultima componente dell’unità palestinese è una conseguenza di questi continui sforzi per rivitalizzare una lotta palestinese condivisa.

Eppure, internazionalmente, molti non sono riusciti a capirlo. Anzi, la violenza che si stava consumando nei territori del 1948 è stata spesso erroneamente definita come violenza comunitaria, quasi una guerra civile fra ebrei e arabi, una definizione che separa nettamente i cittadini palestinesi in Israele dai palestinesi a Gaza e Gerusalemme. Questa valutazione non descrive la realità dell’apartheid, in cui gli ebrei israeliani e i cittadini palestinesi in Israele vivono vite totalmente separate e ineguali. 

Infatti, questa è l’eredità di una tendenza vecchia di decenni di fare riferimento ai palestinesi con cittadinanza israeliana come “arabi israeliani” tentando di separarli dalla loro identità palestinese. Nei casi migliori la loro situazione è descritta nell’informazione mainstream come il caso non eccezionale di un gruppo minoritario che subisce la discriminazione della maggioranza ebrea, invece di sopravvissuti autoctoni della pulizia etnica del 1948 che continuano a resistere all’annientamento da parte dei coloni. L’incapacità di riconoscere le recenti proteste nei territori del 1948 come una parte specifica di una rivolta di palestinesi uniti è particolarmente notevole se si prende in considerazione l’aspetto estetico: la maggior parte delle dimostrazioni era caratterizzata da una marea di bandiere palestinesi e gli slogan di protesta chiaramente palestinesi.

Anche Gaza è stata lentamente separata dalla lotta palestinese nelle descrizioni mainstream, discussa come un problema completamente separato da quello del resto della Palestina colonizzata. I continui bombardamenti del regime israeliano sono quasi sempre spiegati come una guerra fra Israele e Hamas, un’interpretazione distorta che deliberatamente ignora il fatto che anzi Gaza è il fulcro della lotta palestinese, come sostiene Tareq Baconi [politologo e membro della direzione di Al Shabaka, ndtr.].

Unità contro tutte le aspettative

Se le dimensioni della mobilitazione e la portata della partecipazione popolare a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane sono state imponenti, il costo di questa rivolta è stato e continua ad essere alto. Oltre alla brutalità a Gaza, i palestinesi altrove nella Palestina colonizzata sono stati vittime di violenza efferata e arresti. Nelle ultime settimane, in seguito a operazioni di “legge e ordine” condotte dal regime israeliano i cittadini palestinesi di Israele, quasi tutti giovani operai, sono stati arrestati. Il regime israeliano usa questi arresti di massa come forma di punizione collettiva per intimidire e terrorizzare le comunità.  

In Cisgiordania l’ANP collabora ancora con il regime israeliano nel coordinamento per la sicurezza e ha arrestato vari attivisti coinvolti nelle proteste. Tali arresti, specialmente di coloro che criticano l’’ANP, non sono cosa nuova e seguono uno schema di repressione politica sia in Cisgiordania che a Gaza. Infatti il 24 giugno 2021 le forze di sicurezza dell’’ANP hanno arrestato e picchiato a morte Nizar Banat, un attivista molto conosciuto e critico del regime. Da allora in Cisgiordania sono scoppiate dimostrazioni per chiedere la fine del governo di Mahmoud Abbas, presidente dell’’ANP. Le proteste sono state accolte con violenza bruta e repressione, ma questo comportamento non sorprende. L’’ANP è tristemente nota per i suoi abusi di potere tramite questo tipo di violente intimidazioni.

Durante la rivolta in Cisgiordania, dominata da Fatah, l’’ANP è stata totalmente messa da parte in particolare di fronte alla narrazione della vittoria di Hamas. Ma oltre alla crescente irrilevanza dell’’ANP e la lotta per legittimità e potere fra i due partiti palestinesi dominanti, questa rivolta rivela qualcosa d’altro. Mostra che i movimenti di base e una leadership decentralizzata possono svilupparsi organicamente e al di fuori di istituzioni politiche corrotte. Ha anche fatto vedere che i palestinesi desiderano fortemente una mobilitazione unificata.

Lo slancio della rivolta continua e la sensazione di unità cresce nonostante la diminuzione dell’attenzione dei media e a livello internazionale. Qualcosa è infatti cambiato: i palestinesi invocano una narrazione condivisa e lottano dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. Riconoscono così di trovarsi a fronteggiare un unico regime di oppressione anche se si manifesta in modi differenti nelle comunità palestinesi frammentate. Sostanzialmente, questa rivolta, come quelle che l’hanno preceduta, ha ribadito che nel popolo risiede il potere tramite il quale la liberazione palestinese deve essere ottenuta e lo sarà.

  1. Questo è spesso descritto dai politici internazionali come “Israele vero e proprio” e ritenuto differente dalla colonizzazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza.

Yara Hawari è analista senior di Al-Shabaka, la Rete Politica Palestinese. Ha conseguito un dottorato in Politiche del Medio Oriente presso l’università di Exeter, dove ha insegnato ed è tuttora ricercatrice onoraria. Oltre al suo lavoro accademico focalizzato su studi indigeni e storia orale, è anche un’assidua commentatrice politica per varie testate, tra cui The Guardian, Foreign Policy e Al Jazeera in inglese.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




In migliaia manifestano in Cisgiordania dopo la morte di un dissidente in custodia dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Amira Hass, Jack Khoury

24 giugno 2021 – Haaretz

Un palestinese, critico implacabile dell’Autorità Nazionale Palestinese e dei suoi leader, è morto giovedì mattina dopo essere stato arrestato nella sua casa prima dell’alba dalle forze di sicurezza palestinesi. Migliaia di persone sono scese in strada per protestare nelle aree di Hebron e Ramallah.

La famiglia di Nizar Banat, originario della città di Dura, nel sud della Cisgiordania, sostiene che egli è stato picchiato duramente dalle forze di sicurezza palestinesi durante il suo arresto. Nella prima mattinata di giovedì sono emerse voci secondo cui sarebbe stato trasferito in un ospedale e poco dopo l’ufficio distrettuale di Hebron ha annunciato la morte di Banat. Sui social media palestinesi viene dichiarato uno “shahid”, o martire.

I manifestanti a Hebron e Ramallah accusano l’Autorità Nazionale Palestinese di aver commesso un omicidio politico, mentre alcuni gruppi si sono scontrati con la polizia palestinese a Ramallah. I manifestanti hanno anche chiesto che il presidente Abbas e l’Autorità Nazionale Palestinese siano deposti.

Banat, un ex membro del movimento Fatah, è stato più volte arrestato dall’Autorità Nazionale Palestinese per le sue aspre critiche alla leadership nei post e nei video di Facebook. Ha accusato i leader dell’ANP di corruzione e anche di aver tratto vantaggi dall’abbandono degli interessi nazionali palestinesi in cambio di benefici personali e ricchezza.

I gruppi per i diritti umani e la famiglia di Banat hanno dichiarato che l’autopsia ha mostrato che egli è deceduto soffocato dal sangue nei polmoni dopo essere stato picchiato dalle forze di sicurezza. Uno dei medici che hanno preso parte all’autopsia ha anche rivelato che Banat ha subito lesioni a tutte le parti del corpo, comprese testa, braccia e gambe. Il medico ha detto che le circostanze sollevano il forte sospetto di comportamenti criminali

Il primo ministro Mohammad Shtayyeh ha annunciato che l’Autorità Nazionale Palestinese avvierà una commissione d’inchiesta sulle circostanze della morte di Banat, ma a Hebron e nell’area di Ramallah si continua a manifestare. I commenti che circolano sui social media paragonano Banat al dissidente saudita Jamal Khashoggi, ucciso nel 2018 in Turchia nel consolato dell’Arabia saudita.

Da parte sua, Hamas ha risposto all’incidente incoraggiando la partecipazione di massa ai funerali di Banat e invitando i palestinesi a “cambiare le condizioni pericolose volute dall’Autorità Nazionale Palestinese e dal coordinamento della sicurezza in Cisgiordania”.

Secondo gli attivisti palestinesi, la casa di Banat si trova nell’area della città di Hebron che è sotto il controllo di sicurezza israeliano, quindi le forze palestinesi devono ricevere il permesso da Israele per entrare nell’area ed eseguire gli arresti.

Banat aveva anche contestato ferocemente Mohammed Dahlan – un rivale del presidente palestinese Mahmoud Abbas – e i suoi sostenitori, molti dei quali sono ex membri dell’establishment della sicurezza palestinese.

Uno degli ultimi video che ha pubblicato su Facebook riguardava l’accordo sui vaccini Israele-ANP, secondo il quale Israele avrebbe dovuto fornire ai palestinesi vaccini Pfizer contro il coronavirus vicini alla scadenza in cambio di nuove dosi che Pfizer invierà a Israele il prossimo anno. Molti cittadini palestinesi, che sono già fortemente scettici nei confronti dei vaccini, erano convinti che l’ANP stesse intenzionalmente nascondendo i dettagli dell’accordo.

Banat ha affermato nel suo video che se dei palestinesi fossero morti per aver ricevuto dosi di vaccino scadute, Israele sarebbe stato accusato di sterminio di massa – “un’accusa che non avrebbe potuto tollerare”, motivo per cui l’accordo è stato fatto trapelare.

Banat era un membro del partito Liberazione e Dignità e prevedeva di candidarsi alle elezioni parlamentari palestinesi, originariamente previste per il 22 maggio, ma annullate da Abbas.

Gli attivisti palestinesi che criticano l’ANP riferiscono che i suoi apparati di sicurezza stanno esercitando pressioni crescenti contro di loro nel tentativo di metterli a tacere e che nelle scorse settimane molti sono stati arrestati o convocati per essere diffidati. All’inizio di questa settimana anche Issa Amro, un attivista residente a Hebron, è stato arrestato dall’Autorità Nazionale Palestinese dopo aver scritto un post critico sui social media; è stato rilasciato il giorno successivo.

La commissione d’inchiesta annunciata dall’Autorità Nazionale Palestinese sarà guidata dal ministro della Giustizia Mohammed al-Shalaldeh, insieme a una personalità indipendente che si occupa a livello professionale di diritti umani, a un medico in rappresentanza della famiglia e a un membro dell’intelligence palestinese. Il primo ministro Shtayyeh ha affermato che la commmissione d’inchiesta avrà accesso ai reperti autoptici, alle testimonianze della famiglia e di altre parti interessate e a tutte le informazioni rilevanti.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




“Aprire Gaza immediatamente,” dice il gestore del valico fra Israele e Gaza

Meron Rapoport

21 giugno 2021 – +972 Magazine

Il responsabile del valico di Erez dimostra l’inconsistenza del mito che le restrizioni su Gaza tutelino la sicurezza ed è convinto che Israele dovrebbe trattare direttamente con Hamas.

Aprire Gaza “è chiaramente nell’interesse di Israele,” ha affermato Shlomo Tzaban, gestore del valico di Erez fra Israele e Gaza, durante un discorso tenuto agli studenti dell’Università Ben-Gurion la settimana scorsa.

“Gaza deve essere riaperta immediatamente, senza contropartite su prigionieri, persone scomparse e Hamas,” ha detto. “Se apriamo [Gaza] oggi, non ci saranno attacchi suicidi e Hamas verrà fortemente indebolito”.

Tzaban, che gestisce il punto di ingresso e uscita dei civili fra Israele e Gaza da quando esso è stato privatizzato nel 2006, è stato invitato ad intervenire ad una lezione di storia su Gaza curata da Yonatan Mendel e Dotan Halevi. Nel discorso registrato recensito da Local Call [sito in ebraico di +972, ndtr] Tzaban, che si è presentato come “il gestore dell’intera Gaza,” ha confutato la posizione di molti politici israeliani sulla Striscia e ha dimostrato l’inconsistenza dei miti sulla sicurezza che vengono comunemente utilizzati per giustificare l’assedio imposto da Israele a partire dal 2007. Il valico meridionale di Rafah che Gaza condivide con l’Egitto è l’unico valico di cui Israele non abbia il controllo.

Nel corso della lezione Tzaban ha insistito sulla necessità dello sviluppo e della prosperità di Gaza – riecheggiando la posizione di molti ex ufficiali militari israeliani che hanno criticato la politica di mantenimento del blocco. “Se le cose andranno male a Gaza, andranno male in Israele,” ha sostenuto.

Nel suo discorso Tzaban ha illustrato la storia della Striscia dal 1948 “così come viene raccontata dai gazawi,” ha detto. I palestinesi di Gaza ricordano il dominio dell’Egitto dal 1948 al 1967 “come un olocausto,” mentre gli anni fra l’occupazione israeliana di Gaza dal 1967 fino all’inizio della prima Intifada del 1987 sono considerati un periodo prospero. “Essi [i palestinesi] ricordano questi anni con le lacrime agli occhi,” ha sostenuto.

In seguito alla prima Intifada, però, quando Israele impose restrizioni di movimento ai palestinesi di Gaza, si è presa una “brutta china” che ha fatto diventare la Striscia un territorio da “quinto mondo”, ha spiegato Tzaban.

Dallo scorso maggio, dall’ultima operazione militare israeliana, nel corso della quale Israele ha ucciso più di 250 persone a Gaza e Hamas ne ha uccise 13 in Israele, la situazione nella Striscia si è estremamente deteriorata, ha affermato Tzaban. Prima degli undici giorni di guerra, circa 700 camion consegnavano quotidianamente merci a Gaza attraverso il valico di Kerem Shalom, ha detto. Tuttavia, secondo dati raccolti nei territori occupati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) [creato nel 1991 per dare un efficace pronto intervento durante le crisi umanitarie e coordinare le agenzie ONU durante le catastrofi, ndtr], nel 2019 erano circa 300 i camion che entravano a Gaza, e Israele continua a limitare fortemente, arrivando spesso a proibirlo del tutto, l’ingresso di merci essenziali per l’industria, il settore edilizio e altre esigenze della popolazione civile. E tuttavia, alla data della conferenza, soltanto 130 camion al giorno vengono autorizzati ad entrare, ha affermato Tzaban, dato in linea con quello di 4.300 carichi rilevato dall’OCHA lo scorso mese.

“Gaza è un problema di Israele”

Ad una domanda sulla “politica di separazione” di Israele fra Gaza e la Cisgiordania, Tzaban ha risposto che, mentre giova alla Cisgiordania, questa politica “è pessima per Gaza.” L’apertura di Gaza, ha aggiunto, sarebbe molto vantaggiosa per Israele. “E’ nell’interesse di Israele che 200.000 gazawi entrino oggi [in Israele] per costruire case e dare sostegno economico ai 2,2 milioni di palestinesi [che vivono nella Striscia] che non hanno nulla a che vedere col conflitto,” ha affermato.

Tzaban si è mostrato assolutamente convinto che l’apertura di Gaza non comporti rischi per la sicurezza: “Dal 2006 ad oggi ho autorizzato nove milioni di palestinesi ad entrare da Gaza in Israele. Ci sono state zero vittime e zero terroristi,” ha dichiarato. “Se si aprono i valichi, non ci sarà neppure un attacco suicida.”

Lo Shin Bet, l’agenzia israeliana di sicurezza interna, “sa distinguere fra buoni e cattivi,” ha detto Tzaban, e Israele “dispone delle migliori tecnologie al mondo” per controllare chi entra in Israele. “Dobbiamo fargli [ai palestinesi] provare ciò che hanno conosciuto fra il 1967 e il 1987, i benefici dell’economia, dell’occupazione, del livello di vita, e restituirgli la dignità,” ha aggiunto.

Tzaban ha pure espresso fermo sostegno per un coordinamento diretto con Hamas. “Non lo dico da oggi: dobbiamo portare Hamas al valico di Erez, dobbiamo portare qui i loro funzionari,” ha affermato.

“Sapevate che prima del 1987 il leader [e cofondatore] di Hamas Ahmad Yassin ed altri, visitavano liberamente la Kirya? – ha osservato Tzaban, facendo riferimento al complesso militare a Tel Aviv. “Dovete rendervi conto: gli accordi si fanno coi nemici, non c’è bisogno di accordi con gli amici. Sono favorevole all’uso di mediatori, ma bisogna anche comunicare direttamente [con Hamas], come abbiamo fatto per gli Accordi di Oslo [firmati nel 1993 fra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese, ndtr].”

A proposito di Hamas, se Tzaban ha dichiarato da un lato che “le organizzazioni terroristiche vanno distrutte e i capi terroristici spazzati via”, ha contestualmente sostenuto che l’apertura dei valichi fra Israele e Gaza è nell’interesse comune. “Hamas non impedirà agli abitanti di Gaza di entrare in Israele,” ha ipotizzato.

“Fra cinque anni ci saranno tre milioni di palestinesi residenti a Gaza nello spazio di 365 chilometri quadrati [141 miglia quadrate].” ha dichiarato Tzaban. “Gaza è un problema israeliano, non palestinese.”

Ha quindi aggiunto: “Se non troviamo una soluzione, grazie ad un immenso coraggio, e creatività, nonché l’impegno di tutti i Paesi del mondo – USA, Unione Europea, il Quartetto [gruppo creato nel 2002 per favorire una soluzione alla questione israelo-palestinese che comprende ONU, USA, UE e Russia, ndtr] ed altri – continueremo a passare da uno scontro all’altro, da un conflitto all’altro, da una guerra all’altra, che coinvolgeranno anche i nostri nipoti e pronipoti,” ha detto Tzaban. “[Non farlo] non aiuterà – sinistra, destra, falco, colomba. Dobbiamo attivarci qui, aprire le porte di Gaza e nell’arco di un decennio non ci sarà più un’organizzazione terroristica.”

I docenti del corso Mendel and Halevi hanno dichiarato di non avere diffuso loro il discorso di Tzaban alla stampa. Hanno spiegato che questo è il secondo anno che propongono il corso sulla storia di Gaza, in cui hanno invitato oltre venti esperti su Gaza. Gli studenti hanno ascoltato studiosi israeliani, palestinesi e internazionali; esperti sul campo; membri dell’ex colonia ebraica di Gush Katif, evacuata da Israele nel 2005; giornalisti; artisti; rappresentanti dell’ONU e persino funzionari governativi. “Neppure uno dei relatori ha ritenuto sostenibile l’assedio di Gaza,” si sostiene nella dichiarazione.

Alla richiesta di commentare le osservazioni di Tzabar, un portavoce del Ministero della Difesa israeliano ha dichiarato che “Tzaban ha esposto le proprie opinioni personali, che non rappresentano le posizioni del Ministero della Difesa.”

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)