L’inizio della fine della dottrina israeliana della “sicurezza permanente”

Meron Rapoport e Ameer Fakhoury

24 aprile 2026 – +972 Magazine

La costante ricerca della “vittoria totale” da parte di Israele lo ha invischiato un una guerra contro l’Iran che non può vincere, erodendone la legittimità all’estero e approfondendone il degrado morale all’interno.

Il nome attribuito alla letale ondata di bombardamenti israeliani in Libano l’8 aprile, lanciata mentre entrava in vigore il cessate il fuoco tra USA e Iran, è estremamente rivelatrice riguardo all’attuale posizione regionale di Israele. Fino a poco tempo fa Israele sceglieva nomi delle guerre che edulcorassero le enormi distruzioni o mobilitassero il fronte interno. L’operazione “Margine Protettivo” del 2014 a Gaza, per esempio, cercava di trasmettere resilienza, mentre la campagna “Spade di ferro” nella Striscia dopo il 7 ottobre e “Ruggito del Leone” di quest’anno contro l’Iran ha inteso evidenziarne la potenza militare.

Non più: con 100 attacchi aerei in Libano che hanno lasciato 300 morti e oltre 1.100 feriti “Oscurità eterna” suggerisce che l’unico obiettivo di Israele in Libano sia morte e annientamento. Se nel 1996 l’uccisione di 100 civili libanesi da parte di Israele nel villaggio di Qana nel sud del Libano provocó la fine dell’operazione “Grappoli d’ira”, oggi il massacro di centinaia di persone è percepito praticamente come un fine in sè, senza neppure una traccia di critiche da parte dell’esercito o dell’opinione pubblica.

Nonostante l’attuale cessate il fuoco di 10 giorni in Libano, Israele continua a distruggere villaggi e infrastrutture civili in zone del sud sotto il suo controllo, un tentativo di creare una zona cuscinetto permanente e, come a Gaza, impedire agli abitanti di tornarvi. A fine marzo il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che alla fine della guerra ai 600.000 libanesi che vivevano a sud del fiume Litani non sarà permesso tornare e le loro case presso il confine saranno state distrutte.

Sia in Libano che in Iran, guerre non iniziate come risposta a un attacco né per impedire una minaccia inminente, Israele è sembrato adottare in pieno la dottrina della “sicurezza permanente”. Come ha sostenuto recentemenre il sociologo politico Yagil Levy adottando il termine coniato dallo storico Dirk Moses, questo approccio intende non solo eliminare minacce inmediate ma anche quelle future attraverso distruzioni su vasta scala della vita dei civili ed espellere o controllare la popolazione. In sintesi, non c’è una soluzione política, ma solo militare, e quello che non si può ottenere con la forza lo si potrà ottenere con ancora più forza.

Questo approccio della “sicurezza permanente” è stato evidente in primo luogo nella guerra di Israele contro Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre. Quando solo qualche giorno dopo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha iniziato a parlare di “vittoria totale”, inizialmente, e a ragion veduta, la frase è stata percepita dall’opinione publica israeliana come un tentativo di sfuggire alle sue responsabilità per gli errori [del sistema di sicurezza]. Ma ciò ha rappresentato molto più di un esercizio retorico: il genocidio, la pulizia etnica e la riduzione di intere città in polvere e cenere sono stati la manifestazione della “vittoria totale” sostenuta da tutto il sistema politico e militare israeliano.

Non è un caso che lo spostamento sia avvenuto specificamente a Gaza. Fino al 7 ottobre la Striscia era il principale esempio della messa in pratica della dottrina della “gestione del conflitto” firmata Netanyahu, una combinazione di blocco quasi totale, recinzione sopra e sotto terra, controllo completo in cielo e in mare e una rigida sorveglianza elettronica della vita quotidiana dei palestinesi insieme a periodici episodi di bombardamenti ogni anno o due che venivano reputati “tollerabili” dal punto di vista israeliano.

La gestione del conflitto ha fornito anche una formula per frammentare e contenere la politica palestinese, parte di una strategia per rinviare la questione dell’autodeterminazione. Hamas è stato “tenuto sotto controllo” attraverso un meccanismo di deterrenza, contenimento e convogliando fondi approvati dallo stesso Netanyahu in modo da mantenere le tensioni a bassa intensità. E in Cisgiordania l’Autorità Palestinese è servita come subappaltante dell’occupazione israeliana, conservando l’illusione dell’autonomia palestinese. Persino Naftali Bennett [exprimo ministro e dirigente di un partito di estrema destra dei coloni, ndt.], che ora si presenta come un’alternativa a Netanyahu, l’ ha brutalmente definita come “una scheggia nel culo”, una seccatura da gestire piuttosto che una minaccia esistenziale.

Quando la barriera attorno a Gaza è crollata il 7 ottobre, altrettanto ha fatto la dottrina del contenimento del conflitto. Ma ciò non ha portato Israele a cercare il modo per risolvere lo scontro con i palestinesi. Al contrario ha deciso di vincerlo definitivamente. E non solo con i palestinesi. Israele ha esteso il concetto di sicurezza assoluta a buona parte del Medio Oriente: Libano, Siria, Yemen, Qatar e Iran. In base a questa dottrina le leggi internazionali non esistono più, il compromesso politico è sparito e i cessate il fuoco non vincolano Israele nè a Gaza nè in Libano. Questa è la guerra permanente, in cui Israele sfrutta la sua superiorità militare per eliminare ogni minaccia, grande o piccola, e a ogni distanza.

L’ultima campagna contro l’Iran ha elevato il concetto di “sicurezza permanente” a un ulteriore livello. Non è stato piu sufficiente colpire duramente i dirigenti, gli impianti nucleari e gli obiettivi militari, come Israele ha fatto nel giugno 2025. Questa volta l’obiettivo era il cambiamento di regime in un Paese di circa 90 milioni di abitanti con una civiltà di migliaia di anni, non semplicemente per neutralizzare una minaccia percepita, ma ridefinendo lo stesso contesto politico.

Eppure Israele da solo non ha la forza militare né la legittimità politica sufficienti per una mossa talmente ambiziosa, e di conseguenza era necessario il coinvolgimento americano. Quindi, contrariamente alle posizioni più caute espresse nel gabinetto di Trump, Netanyahu è riuscito a convincere il presidente USA Donald Trump che questo obiettivo poteva essere raggiunto e così è iniziata una guerra israelo-americana che per il momento è parsa essere un altro passo verso il raggiungimento della “sicurezza permanente” in tutta la regione.

E qui, di fatto, è dove questa logica si è rivelata un’illusione. Anche se una minaccia viene affrontata, immediatamente se ne produce un’altra, evidenziando così il paradosso dell’intero progetto: non raggiungere la “sicurezza permamente” ponendo fine al conflitto ma piuttosto il suo perpetuarsi attraverso un orizzonte di minacce in continua espansione.

“Dopo l’Iran Israele non può vivere senza un nemico,” ha notato all’inizio del mese il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. “Non solo l’amministrazione Netanyahu ma anche alcune figure dell’opposizione, anche se non tutte, stanno cercando di dichiarare la Turchia come il nuovo nemico.” Il vicino capisce come ragiona la Super Sparta [come Netanyahu ha definito Israele, ndt.].

Un nuovo Medio Oriente

E’ troppo presto per sintetizzare i risultati della guerra, ma sembra già che Israele abbia sbattuto contro un muro: invece di avvicinarsi alla “sicurezza permanente” si è ritrovato in una situazione di sicurezza piú precaria di prima. Non solo l’obiettivo generale di rovesciare il regime iraniano non è stato raggiunto, ma Israele non può neppure cercare di raggiungere un’amara situazione di stallo.

Di fatto l’Iran ha resistito alla pressione militare congiunta di Stati Uniti e Israele e, come molti commentatori ed esperti hanno sostenuto, è riuscito a spostare la discussione da un contesto di coercizione militare a uno di negoziati politici, cambiando di conseguenza le stesse regole del gioco.

Sta iniziando a prendere forma un nuovo Medio Oriente, in cui lo status sia di Israele che degli Stati del Golfo viene eroso. Israele ha dovuto interrompere i suoi attacchi in Libano e Washington ha riconosciuto la necessità di un cessate il fuoco con Hezbollah per porre fine alla guerra con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz. La Repubblica Islamica, libera da sanzioni e con ampie dimensioni geografiche, demografiche e ideologiche, non è più soltanto un attore regionale ma sta raggiungendo uno status di potenza globale.

È il suo potere sullo stretto che probabilmente ha obbligato Trump a prendere in considerazione come base legittima per i negoziati la proposta iraniana in 10 punti per porre fine alla guerra, dal togliere le sanzioni e un ritiro statunitense dal Medio oriente fino a garanzie per i suoi alleati regionali. Persino ora, mentre il presidente USA cerca di imporre un contro blocco al blocco iraniano di Hormuz, le condizioni dell’Iran hanno già iniziato a definire i confini dei colloqui.

Il punto più drammatico qui non è l’uranio arricchito che rimane nelle mani dell’Iran né la sua insistenza nel continuare il programma nucleare civile, e neppure i missili balistici che l’Iran ha lanciato per 40 giorni contro Israele e gli Stati del Golfo arabico.

È piuttosto il ruolo dell’Iran nella regione. L’Iran non ha rispettato la richiesta americana di sconfessare i suoi alleati in Libano, Iraq e Yemen, ma ha fatto il contrario. In particolare gli Stati Uniti e Israele sono obbligati a fare i conti con la profondità dei legami strategici tra l’Iran ed Hezbollah: Hormuz non verrà riaperto se Israele continua a bombardare il Libano.

A questo si aggiunge un altrettanto significativo cambiamento nei rapporti tra USA e Israele, e la decisione israeliana di trascinare gli Stati Uniti in guerra potrebbe dimostrarsi il colpo di grazia. Nel giugno 2025 Israele ha agito da solo fino all’ultimo dei 12 giorni del conflitto, colpendo obiettivi militari e uccidendo importanti politici del regime, e l’Iran ha risposto lanciando missili solo contro Israele. Questa volta l’ingresso di Washington nell’attacco fin dal primo giorno ha cambiato le regole del gioco, garantendo all’Iran la legittimità per ampliare il campo colpendo le basi americane nel Golfo, coinvolgendo gli Stati della regione e soprattutto chiudendo lo Stretto di Hormuz. Ciò ha dunque trasformato uno scontro bilaterale in una crisi globale costruita da Israele con le sue stesse mani.

Un sondaggio dell’opinione pubblica rivela un drastico declino nell’appoggio a Israele tra gli americani, sospendere la vendita di armi a Israele è rapidamente diventata una posizione maggioritaria nel partito Democratico, con una maggioranza di senatori democratici che ora votano per tali misure. Come ha rilevato una recente inchiesta del New York Times, è diventato impossibile ignorare che Netanyahu ha trascinato Trump nella guerra e la crescente reazione è un segnale sempre più chiaro del desiderio di Washington di allontanarsi dall’Israele di Netanyahu.

Un vuoto di paradigma

Se due anni e mezzo fa il paradigma della “gestione del conflitto” di Netanyahu è fallito, ora potremmo stare assistendo all’inizio della fine anche della dottrina della “sicurezza permanente”. Entrambi si basavano sullo stesso presupposto, cioè che la realtà può essere controllata attraverso la forza, ed entrambi hanno fallito.

Il vuoto che accompagna il fallimento di entrambi i paradigmi rivela anche il decadimento morale all’interno della società israeliana. Il discorso pubblico è per lo più pervaso dal linguaggio dell’annientamento. Quando Trump ha minacciato di cancellare l’intera civiltà iraniana molti americani e persone in tutto il mondo hanno condannato come genocide le sue affermazioni. In Israele c’è stato silenzio, lo stesso che ha prevalso mentre le forze israeliane distruggevano Gaza o perpetravano la pulizia etnica in Cisgiordania e in Libano.

Nonostante la marea di commentatori e politici che hanno vantato giorno e notte gli “enormi” risultati della guerra e nonostante le assicurazioni di Netanyahu che Iran ed Hezbollah sono stati indeboliti come non mai, l’opinione pubblica israeliana sta già iniziando a vedere le crepe. In un sondaggio condotto da Canale 13 dopo il cessate il fuoco con l’Iran solo il 33% di chi ha risposto credeva che Israele e gli Stati Uniti avessero vinto la guerra e il 28% che avesse vinto l’Iran. Un sondaggio simile del giornale israeliano Maariv ha scoperto dati altrettanto sorprendenti, che si sono raramente visti alla fine delle guerre o delle operazioni militari israeliane.

Ma per comprendere la profondità del fenomeno si deve essere precisi: è il paradigma della “vittoria totale” in sè che si è spezzato. Prima a Gaza, quando i palestinesi sono rimasti lì e Hamas non è stato sconfitto, e persino ancor di più nelle ultime settimane, quando è diventato chiaro che Hezbollah, che si presumeva sconfitto, ha continuato ad operare e a lanciare decine e persino centinaia di missili al giorno. E alla fine, poichè gli israeliani vedono i rappresentanti iraniani che negoziano con gli americani da una posizione di maggior forza rispetto a quella che avevano prima della guerra conservando il controllo di una delle arterie di trasporto più importanti al mondo.

Eppure questa frattura nella consapevolezza dell’opinione pubblica non garantisce un ravvedimento politico. Senza un progetto politico che fornisca agli israeliani un linguaggio, una direzione e un’alternativa, la crescente sensazione di fallimento politico e militare potrebbe trasformarsi in disperazione piuttosto che in critica. Tale disperazione ha la paradossale tendenza a stabilizzare lo status quo e potrebbe in ultima istanza favorire Netanyahu.

Infatti il collasso nella gestione del conflitto e dei paradigmi della “sicurezza permanente” non indica una transizione ordinata tra quadri di riferimento. Israele sta invece cadendo profondamente in un vuoto strategico, politico e morale in cui la violenza militare continua per conto suo, persino quando smette di generare un senso o uno scopo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nel reparto propaganda dell’esercito israeliano

Illy Pe’ery 

April 8, 2026 +972 Magazine

Campagne di guerra psicologica, fughe di notizie selettive, accesso riservato a inviati selezionati: soldati e giornalisti rivelano come l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane controlli il discorso pubblico e promuova la narrativa di Israele all’estero

Nell’ottobre del 2023 la riserva Gili fu richiamata in servizio nell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e assegnata al Comando Nord. Nei giorni successivi agli attacchi di Hamas, mentre l’attenzione pubblica in Israele era concentrata sulla devastazione nel sud, Hezbollah iniziò a lanciare razzi e missili anticarro verso il nord di Israele.

“Lavoravamo con turni di 12 ore in una sala operativa sotterranea, mentre i soldati negli avamposti erano terrorizzati, ma non potevamo raccontare che il nord era in fiamme”, ha ricordato. “Nonostante i lanci incessanti minimizzavamo la situazione sul fronte settentrionale per evitare di scatenare il panico tra la popolazione. Le persone non morivano come al sud, ma ricordo di aver avuto la sensazione che stessimo dando un’immagine distorta: mostravamo molta più forza che vulnerabilità”.

L’esperienza portò Gili, che ha chiesto di usare uno pseudonimo, a mettere in discussione lo stesso sistema per cui aveva prestato servizio per anni. “Era facile ripetere di continuo che ‘Le IDF sono preparate a qualsiasi scenario'”, ha continuato. «Chi eravamo noi per metterlo in dubbio? Ma in realtà erano tutte cazzate.»

«Lo si vede anche con l’Iran: l’attenzione è quasi interamente concentrata sulla schiacciante potenza dell’esercito e non c’è quasi altro», spiega. «Non mi rassicura sentirmi dire quanto duramente stiano colpendo le Forze di Difesa Israeliane o della superiorità aerea rispetto a Teheran. In fin dei conti i missili balistici continuano a colpirci, e niente è normale. Ci sono i sistemi di difesa aerea, ma per ogni 10 intercettazioni riuscite ci sono anche colpi che vanno a segno».

Alla domanda su chi oggi ritenga credibile Gili ha risposto senza esitazione: «Nessuno. Né quello che dice il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane, né i corrispondenti militari. Sono solo dei portavoce».

Parlando con il sito investigativo israeliano The Hottest Place in Hell [Il posto più caldo all’inferno], soldati dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane e corrispondenti militari di pubblicazioni israeliane hanno delineato un modello sistematico: una spinta ossessiva al controllo del discorso pubblico, un trattamento di favore per i giornalisti “comodi” mentre quelli critici vengono emarginati e puniti e, soprattutto, una cultura che si organizza sull’inganno.

Durante i primi 14 mesi della guerra di Israele a Gaza l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha condotto addirittura una campagna segreta di interventi psicologici volta a plasmare l’opinione pubblica in Israele e all’estero, come ha recentemente rivelato The Hottest Place in Hell. Parallelamente a queste attività di manipolazione l’Unità aveva il compito di elaborare e distribuire filmati relativi all’attacco di Hamas del 7 ottobre contro le comunità israeliane vicino a Gaza.

Secondo le testimonianze i soldati hanno raccolto grandi quantità di materiale visivo, inclusi filmati girati dai militanti di Hamas, e lo hanno rielaborato per una rapida diffusione sulle piattaforme dei social media.

Questo processo è culminato in Testimonianza del massacro del 7 ottobre, quello che in Israele è noto come il “video delle atrocità”: una raccolta di 47 minuti di filmati grezzi prodotti sotto la supervisione del maggiore (riserva) Yuval Horowitz, capo del reparto per le campagne informative.

“Era come il Far West: non c’era alcuna restrizione”, ha affermato un soldato che ha prestato servizio nell’Unità e ha lavorato al film. «Siamo stati sommersi dai materiali e abbiamo visto di tutto. Ero sotto shock, ma allo stesso tempo c’era la pressione a diffondere tutto il possibile… era come in una campagna pubblicitaria sui social media: cosa funziona? Cosa non funziona? Cosa attira l’attenzione?»

«Il Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane mente», ha dichiarato un alto corrispondente militare a The Hottest Place in Hell. «Qualche volta si tratta di manipolare i dati, ma alla fine è il pubblico a essere colto alla sprovvista.”

«All’inizio dell’Operazione Leone Ruggente», ha continuato, riferendosi all’attuale guerra con l’Iran, «le Forze di Difesa Israeliane avevano affermato di aver distrutto il 70% dei lanciamissili iraniani. Abbiamo verificato e ci siamo subito resi conto che non era vero: a volte venivano colpiti gli ingressi dei tunnel dei lanciamissili, non i lanciamissili stessi, e questi continuavano a sparare nonostante fossero stati “distrutti”. Sui principali organi di stampa nessuno l’ha messo in discussione. Ma quando la guerra finirà e i missili continueranno a cadere, la gente non capirà come la cosa sia possibile».

Dopo quasi due anni e mezzo di guerra continua sembra che la fiducia del pubblico israeliano nella narrativa dell’esercito stia venendo meno. Tra una sirena e l’altra, sempre più israeliani si chiedono: stiamo davvero raggiungendo gli obiettivi come ci viene detto? E se sì, perché continuiamo a correre nei rifugi?

Costruire un’operazione di influenza occulta

Il 29 ottobre 2023 su WhatsApp è apparso un gruppo che si chiama “Fact Check – Daily Content” [Verifica dei fatti – Argomenti quotidiani]. La descrizione in inglese presentava l’iniziativa come un progetto educativo neutrale: “un’organizzazione senza scopo di lucro che si impegna a fornire agli studenti informazioni e dati concreti sulla guerra in corso tra Israele e l’organizzazione terroristica Hamas”.

Due settimane dopo, il 12 novembre, è stato creato un canale YouTube chiamato “Fact Check” che utilizza un account statunitense e si presenta di nuovo come “organizzazione giornalistica senza scopo di lucro”. Il giorno successivo è stato aperto un account Instagram con lo stesso nome.

In realtà, come recentemente rivelato da Hottest Place in Hell, è stata l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a lanciare e gestire questi canali. Questa campagna di propaganda si è svolta da ottobre 2023 a dicembre 2024 sotto le spoglie di un’iniziativa mediatica indipendente e senza scopo di lucro, presentata come un organo di “fact-checking”. Durante questo periodo ha prodotto e diffuso decine di video che promuovevano la narrativa militare israeliana senza rivelarne la provenienza.

Nessuno dei canali è riuscito ad attrarre un gran numero di iscritti. Tuttavia per l’operazione sono stati reclutati decine di influencer israeliani e internazionali filo-israeliani per amplificare i messaggi orchestrati dai militari, tra cui Noa Tishby e Sarai Givaty insieme ad altre figure delle comunità ebraiche all’estero. I contenuti venivano diffusi tramite WhatsApp, YouTube e Instagram, raggiungendo milioni di spettatori.

I video promuovevano una serie di argomentazioni strettamente allineate con la propaganda ufficiale israeliana. Tra queste l’affermazione che gli ebrei non possono essere considerati colonizzatori in Palestina a causa dei loro legami storici con il biblico Regno di Giuda, mentre sono gli “arabi” i veri “colonizzatori della terra”, l’asserzione che le azioni di Israele a Gaza non costituiscono genocidio e la difesa dalle accuse di crimini di guerra mosse contro Israele dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia.

«I canali [su YouTube, WhatsApp e Instagram] si rivolgevano ad un pubblico straniero e si presentavano come neutrali e non affiliati a Israele», ha dichiarato a The Hottest Place in Hell un soldato coinvolto nella produzione dei video. «Ma tutto era creato all’interno della nostra Unità e chiaramente promuoveva la narrativa israeliana. La Divisione Campagne è l’area moralmente più ambigua all’interno dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane», ha continuato il soldato. «All’inizio sentivamo l’urgenza di mostrare al mondo ciò che avevamo vissuto. Ma molto rapidamente la situazione è cambiata. Gaza veniva rasa al suolo e la narrativa che poteva aver retto nelle prime settimane ha iniziato a sgretolarsi. Quando sono stato congedato provavo un profondo senso di repulsione per averne fatto parte».

L’indagine suggerisce che non si trattasse di un’iniziativa isolata, ma parte di un più ampio schema di operazioni psicologiche condotte dall’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane.

Nel maggio 2021, durante quella che l’esercito israeliano ha soprannominato “Operazione Guardiano delle Mura”, la Divisione Campagne dell’Unità ha lanciato un’iniziativa sui social media con l’hashtag #GazaRegrets, volta a incrementare il sostegno alle azioni militari a Gaza tra l’opinione pubblica israeliana. Nell’ambito del progetto i soldati gestivano account falsi che condividevano immagini di raid aerei israeliani a Gaza con quell’hashtag, interagendo con gli account social dei sostenitori del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e di altri politici di destra, il tutto senza rivelare la loro affiliazione all’esercito.

A seguito di un’inchiesta di Haaretz che ha smascherato la campagna, l’esercito ha riconosciuto il proprio coinvolgimento e l’ha definita un “errore”. Tuttavia, le scoperte di The Hottest Place in Hell indicano che metodi simili hanno continuato a essere impiegati negli anni successivi.

L’approccio “bastone e carota” dell’esercito

L’Ufficio Stampa delle Forze di Difesa Israeliane funge in primo luogo da punto di contatto tra il pubblico e le forze armate attraverso la stampa. Per ottenere informazioni, verificare i dettagli o intervistare ufficiali delle forze armate i giornalisti devono passare attraverso questo Ufficio, conferendogli un potere che, secondo i giornalisti e i soldati intervistati da The Hottest Place in Hell, viene spesso forzato per distorcere la copertura mediatica e di conseguenza la percezione che il pubblico israeliano ha dell’esercito.

Roni si è arruolata nell’esercito israeliano nel 2019 e ha prestato servizio in questo Ufficio. Come molti altri è stata richiamata come riservista dopo il 7 ottobre e ha svolto a rotazione diversi ruoli tra cui rispondere alle richieste dei giornalisti e distribuire comunicati stampa. “Era quasi come una droga”, ha ricordato. “La misura della responsabilità affidatami mi aveva profondamente coinvolta. Ero reperibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, ricevevo telefonate continuamente. Mi sentivo come se stessi facendo qualcosa di enorme”.

L’ufficio stampa è suddiviso in diverse sezioni all’interno delle divisioni e dei dipartimenti dell’esercito. I portavoce sul campo, in genere ufficiali con il grado di capitano o maggiore, sono integrati nei comandi e nelle brigate e sono responsabili delle risposte alle richieste dei media.

Ad esempio, se un giornalista chiede informazioni su un incidente in Cisgiordania, il quartier generale inoltra la richiesta al team portavoce del Comando Centrale che raccoglie i dettagli dalle unità competenti e formula una risposta ufficiale. I portavoce sul campo hanno anche il compito di individuare “notizie” all’interno delle sezioni che possano essere proposte ai media, fungendo essenzialmente da ufficio stampa.

Il ruolo più comune dell’Unità tuttavia è quello di interfacciarsi con i media, con dipartimenti specializzati che si occupano rispettivamente di televisione, stampa, digitale e radio. Quando i giornalisti desiderano una risposta in merito al loro articolo in genere contattano il dipartimento corrispondente alla loro testata, ad eccezione di un gruppo selezionato di 16 reporter israeliani che appartengono alla cosiddetta “cellula dei corrispondenti”.

«I membri della cellula ricevono briefing esclusivi, partecipano a conferenze, hanno linee dirette e sono invitati a eventi speciali», ha spiegato Roni. «C’erano giornalisti e testate che non venivano ammessi per anni e altri venivano riassegnati a dipartimenti meno prestigiosi, ad esempio dalla redazione nazionale di InterRadio a quella di testate locali, poiché erano critici nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane. Io non ero al livello in cui venivano prese queste decisioni, ma spesso tutto dipendeva dall’atteggiamento del giornalista nei nostri confronti: è un sistema di dare e avere.»

Un giornalista ha raccontato a The Hottest Place in Hell che a volte il suo lavoro giornalistico gli è costato caro a livello professionale. «Ero molto critico nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane e la cosa non piaceva. Delle persone all’interno dell’esercito mi dicevano che le mie critiche erano eccessive, anche alcuni membri dell’Ufficio del Portavoce», ha affermato. Per anni è stato boicottato dall’Ufficio, finché la sua testata non ha esercitato pressioni e costretto l’esercito ad ammetterlo nella cellula.

«Quando sono entrato a far parte della cellula dei corrispondenti ho capito che non era finita lì: ci sono delle “caste” all’interno del gruppo, con una chiara priorità per i giornalisti meno critici», ha continuato. «I corrispondenti televisivi sono favoriti, soprattutto quelli considerati allineati alla narrativa delle IDF. La gerarchia è evidente: ad esempio, durante i briefing su Zoom, alcuni giornalisti di spicco non partecipano nemmeno, ma pubblicano comunque le informazioni, il che significa che le hanno ricevute in anticipo.»

«L’Ufficio del Portavoce delle IDF opera con un approccio basato su premi e punizioni», ha dichiarato un altro corrispondente militare di alto livello, parlando in anonimato. «Se li critichi, vieni punito».

Yaniv Kubovich, corrispondente militare di Haaretz, è stato autore di diverse importanti inchieste in tempo di guerra. Parlando con The Hottest Place in Hell ha affermato che quando chiedeva chiarimenti al portavoce delle Forze di Difesa Israeliane l’obiettivo principale dell’Unità era quello di bloccare la pubblicazione, non di fornire informazioni accurate.

«Mi rivolgevo a loro con tutto quello che avevo, ma erano concentrati solo sul farmi abbandonare la storia ed evitare una risposta», ha detto. «Dal 7 ottobre, con tutto il trauma subito, le Forze di Difesa Israeliane stanno facendo di tutto per sopprimere le notizie che denunciano fallimenti, problemi etici o carenze di comando, invece di esaminare cosa sia realmente accaduto. In questo senso sono tornate alla stessa arroganza di prima: la convinzione che nessuno possa criticarle attraverso la stampa».

Kubovich, membro di lunga data della cellula dei corrispondenti, l’ha descritta sostanzialmente come uno strumento di controllo. «Il rapporto tra il Portavoce delle IDF e la cellula dei corrispondenti è assurdo. La dipendenza è assoluta», ha affermato. «Gli consente di decidere quando parliamo e con chi.

Siamo in guerra da così tanto tempo e abbiamo incontrato il Capo di Stato Maggiore forse due volte. Da quando [il Capo di Stato Maggiore Eyal] Zamir si è insediato non abbiamo incontrato il comandante del Comando Meridionale nemmeno una volta, nonostante sia il fronte più critico. Non incontra i giornalisti critici perché potrebbero minare il morale.»

Fughe selettive di notizie e accesso esclusivo

Durante il suo servizio Roni ha contribuito a decidere se e come rispondere ai giornalisti. “Quando sceglievamo di non rispondere, spesso si trattava di reportage molto problematici, ma anche di giornalisti con cui preferivamo non avere a che fare”, ha affermato. Un’altra pratica consisteva in fughe selettive di notizie o, come ha detto Roni, assicurarsi che «alcuni materiali venissero pubblicati da una testata e non da un’altra».

Questo è quanto è successo nel dicembre 2024 quando, per due settimane, l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane si è rifiutato di spiegare come gli attivisti di Uri Tsafon, un gruppo israeliano che promuove la colonizzazione del Libano meridionale, fossero riusciti ad attraversare il confine indisturbati. Dopo aver inizialmente negato che dei civili avessero oltrepassato il confine, l’ufficio ha cambiato idea e ha fatto trapelare l’informazione a Doron Kadosh, corrispondente militare della Radio dell’Esercito Israeliano. Kadosh ha poi promosso la versione dell’esercito sull’incidente, definendolo un «grave incidente oggetto di indagine», aggiungendo che «erano state intraprese diverse operazioni per bloccare i varchi nella recinzione».

«I giornalisti di guerra che non pendono dalle labbra del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane muoiono di fame», ha detto Roni. «Ci vuole molto impegno per trovare fonti al di fuori del sistema, e questo ci dava un grande vantaggio». Questa dinamica va oltre l’accesso ai briefing o alle risposte ufficiali. Come ha osservato Roni, questi rapporti di “dare e avere” si traducono in potere, prestigio e incentivi finanziari.

«Alla fine lavoriamo per gli ascolti», ha detto un giornalista, parlando in forma anonima a The Hottest Place in Hell. «Quando succede qualcosa, la cellula dei corrispondenti viene informata per prima: sono i primi a pubblicare. Se non fai parte di quel gruppo e non sei abbastanza preparato come giornalista pubblichi con 10 minuti di ritardo rispetto agli altri e sei irrilevante».

Di fatto l’Unità del Portavoce usa la fiducia del pubblico non solo per gestire le informazioni, ma anche per influenzare la concorrenza commerciale tra le testate giornalistiche. «L’Unità fornisce una certa notizia a Canale 12 perché ha ascolti elevati, ma poiché aveva già fornito loro notizie precedenti, crea interferenze nella concorrenza», ha osservato il giornalista.

«Questo crea un circolo vizioso nell’intero sistema», ha affermato un altro giornalista. «Abbiamo discusso tra di noi se valesse la pena contrastare l’Unità. Ma in definitiva i proprietari vedono che i concorrenti ottengono le notizie e vogliono lo stesso. Tutto si riduce al controllo dei giornalisti e alla repressione delle critiche».

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha rifiutato di commentare.

Illy Pe’ery è una giornalista investigativa e redattrice associata della rivista online israeliana indipendente The Hottest Place in Hell.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Hamas avverte del ‘pericoloso precedente’ mentre la chiusura della moschea di Al-Aqsa entra nell’undicesimo giorno

Redazione di MEMO

11 marzo 2026 – Middle East Monitor

Martedì il movimento di resistenza islamica Hamas, ha avvertito delle conseguenze della chiusura continuata del complesso della moschea di Al-Aqsa per l’undicesimo giorno consecutivo e dell’impedimento ai fedeli di recitare le preghiere Taraweeh ed effettuare il ritiro spirituale durante il mese sacro del Ramadan.

In una dichiarazione il movimento afferma che la chiusura rappresenta un “pericoloso precedente storico” dal 1967 e la descrive come una “flagrante violazione” della libertà di preghiera e una provocatoria spirale contro i siti sacri islamici.

Hamas sostiene che la chiusura continuativa della moschea di Al-Aqsa da parte di quello che definisce il “governo di occupazione fascista” e l’impedimento dell’accesso al sito ai fedeli e a chi si prende cura del luogo per effettuare le preghiere Taraweeh e osservare l’itikaf [ritiro spirituale, ndr] durante il Ramadan, sta accadendo per la prima volta dal 1967.

Afferma che l’azione costituisce un serio precedente, una chiara violazione della santità della moschea e del diritto di preghiera e una pericolosa intensificazione contro ciò che definisce la prima direzione verso cui pregare dell’Islam e un sito di profondo significato religioso per i musulmani.

Il movimento aggiunge che la chiusura viene portata avanti in base a quelli che chiama “deboli pretesti” e nel quadro di politiche di occupazione accompagnate a un incremento di ciò che descrive come incitamento e retorica provocatoria condotte dalle cosiddette organizzazioni estremiste sioniste del Tempio [in riferimento alla volontà di costruire il Terzo Tempio ebraico sulla Spianata delle moschee, ndt.] che hanno come obiettivo la moschea di Al-Aqsa.

Secondo la dichiarazione la chiusura continuativa rivela ciò che Hamas descrive come la serietà dei piani israeliani che hanno l’obiettivo di cambiare lo status religioso, storico e legale esistente della moschea di Al-Aqsa. Mette anche in guardia dai tentativi di cancellare la sua identità e di imporre una divisione temporale e spaziale del sito, insieme agli sforzi di quelli che chiama gruppi estremisti sionisti di effettuare riti talmudici dentro l’area della spianata.

Hamas avverte dei pericoli di continuare a chiudere la moschea e di impedire ai fedeli il relativo accesso e l’osservanza del ritiro spirituale in quel luogo, sottolineando che “l’occupazione non ha sovranità o legittimazione su nessuna parte della moschea sacra di Al-Aqsa, dal momento che è un diritto esclusivo dei musulmani.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un dirigente dell’OLP afferma che Hamas non è un’organizzazione terroristica e respinge le richieste di disarmo

Redazione di MEMO

24 febbraio 2026 – Middle East Monitor

Azzam al-Ahmad, segretario generale del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha affermato che Hamas non è un’organizzazione terroristica e ha respinto le richieste per il suo disarmo, rivelando progetti di dialogo sulla possibile inclusione del movimento nell’OLP.

In una intervista al quotidiano egiziano Al-Shorouk, al-Ahmad ha affrontato questioni politiche importanti riguardo alla leadership palestinese, incluse il futuro governo di Gaza, le relazioni tra l’OLP e Hamas e la pressione internazionale per riformare l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

L’importante politico palestinese, eletto in questo ruolo lo scorso maggio in seguito alla nomina di Hussein al-Sheikh come vicepresidente dell’ANP, ha detto che il confronto relativo alla potenziale inclusione di Hamas nella struttura dell’OLP comincerà presto.

Al-Ahmad ha criticato fortemente le proposte statunitensi legate alla riforma dell’ANP definendole “impossibili” e pericolose per l’identità nazionale palestinese. Ha affermato che tra le condizioni incluse vi è la richiesta di modificare i curricula scolastici rimuovendo simboli come mappa e bandiera palestinesi, che ha liquidato come inaccettabile.

Commentando gli eventi del 7 ottobre, al-Ahmad ha descritto l’attacco come un “errore strategico” sostenendo che i palestinesi hanno pagato un prezzo alto in termini di vittime e distruzione.

Egli ha anche criticato l’ampia la complessiva risposta araba alla guerra, dichiarando che, a parte Egitto e Giordania, gli Stati arabi hanno ampiamente fallito nell’agire effettivamente per impedire la deportazione dei palestinesi dalla loro terra.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’IDF ammette di aver ucciso 70.000 palestinesi a Gaza. Quali altre accuse potrebbero rivelarsi fondate?

Nir Hasson

29 gennaio 2026 – Haaretz

La disputa sul numero delle vittime potrebbe essere prossima alla conclusione, ma si prevede che il dibattito sulle loro identità continuerà ad andare avanti. L’opinione pubblica israeliana deve chiedersi cosa voglia dire questo tardivo riconoscimento per la credibilità dell’esercito e del governo in merito alla condotta di Israele a Gaza.

Il tardivo riconoscimento da parte di Israele del bilancio delle vittime riportato dal Ministero della Salute di Gaza non dovrebbe sorprendere. Sebbene i funzionari israeliani abbiano attentamente esaminato i dati dall’inizio della guerra, nessun importante portavoce israeliano li ha contestati per diversi mesi.

Il dibattito sulla credibilità del Ministero si svolge quasi esclusivamente sui social media e sui principali media israeliani. Ogni singolo governo, organizzazione no-profit e studioso che si occupa di Gaza accetta i dati del Ministero e li considera molto affidabili.

Per capire perché i rapporti del Ministero della Salute siano affidabili dobbiamo prima chiederci quali informazioni contrarie esistano. Ma non ci sono rapporti in contrasto. L’ultima guerra a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, è la prima guerra nella storia israeliana in cui le IDF non hanno pubblicato dati ufficiali sulle vittime della parte avversa.

Invece il Ministero della Salute di Gaza ha pubblicato non solo il bilancio complessivo delle vittime, ma ha anche compilato un elenco dettagliato della maggior parte dei decessi, compresi i loro nomi completi, i nomi dei loro padri e nonni, le date di nascita e i numeri di identificazione.

L’elenco ottenuto da Haaretz, che comprende i palestinesi uccisi a Gaza da ottobre 2023 a ottobre 2025, include i dettagli di 68.844 vittime, pari al 96% del bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Salute.

Complessivamente l’elenco contiene circa mezzo milione di informazioni verificabili. Le vittime conteggiate nel bilancio, ma di cui non vengono riportati i dettagli, sono corpi non identificati o di cui il Ministero della Salute non dispone di dati completi.

Il Ministero afferma che 80% dei dati utilizzati per compilare l’elenco sono stati forniti dagli obitori degli ospedali della Striscia. Il resto dei decessi è stato inserito nel bilancio in seguito alle segnalazioni dei familiari. Tuttavia il Ministero ha spiegato che questi decessi sono stati inseriti solo a seguito di un’indagine legale che ha esaminato le prove dei decessi.

Nei mesi immediatamente successivi all’inizio della guerra gli elenchi del Ministero risultavano meno affidabili e i ricercatori avevano riscontrato errori e duplicazioni. Tuttavia nel corso dell’ultimo anno gli errori sono stati corretti. Alcuni nomi registrati sono stati rimossi per essere riesaminati e non tutti sono stati nuovamente inseriti nell’elenco.

A seguito di queste modifiche la credibilità delle liste è notevolmente cresciuta e i ricercatori che hanno tentato di contestarle non hanno trovato errori di rilievo. Alcuni studiosi ritengono che il bilancio complessivo delle vittime della guerra – compresi coloro che sono morti a causa delle sue conseguenze e coloro che sono rimasti uccisi e sepolti sotto le macerie – sia significativamente superiore a 70.000. In effetti studi accademici degli ultimi mesi stimano che la guerra abbia causato la morte di oltre centomila palestinesi.

L’opinione pubblica israeliana deve chiedersi cosa indichi il tardivo riconoscimento da parte dell’IDF del numero di vittime palestinesi rispetto alla credibilità delle affermazioni dell’esercito e del governo riguardo ad altri aspetti dei combattimenti a Gaza: dalle norme di ingaggio agli abusi sui detenuti palestinesi, ai saccheggi, alla posizione degli ospedali rispetto alle strutture di Hamas, e all’enormità delle distruzioni.

La disputa sul numero delle vittime potrebbe essere prossima alla conclusione, ma si prevede che continueranno a trascinarsi le polemiche sulla loro identità. Tuttavia il riconoscimento da parte delle IDF del conteggio del Ministero della Salute non fa che convalidare l’affermazione secondo cui i dati israeliani sul tasso di vittime civili non corrispondono alla realtà.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che il rapporto tra combattenti e civili è di 1:1 o 1:1,5. L’organizzazione no-profit britannica Action on Armed Violence [Azione contro la violenza armata, n.d.t.] ha pubblicato questa settimana uno studio che lo smentisce secondo cui per ogni combattente ucciso dal fuoco israeliano cinque civili sono stati uccisi, il che significa che l’83% di tutte le vittime sono state civili.

Lo studio di Action on Armed Violence è uno dei tanti che stimano che il tasso di vittime civili sia significativamente più alto di quello dichiarato da Israele. Proprio come i funzionari israeliani stanno iniziando ad accettare il bilancio delle vittime palestinesi inizialmente respinto, potrebbero anche ammettere la validità dell’elevato tasso di vittime civili. Accettare il conteggio del ministero significa anche accettare l’autenticità del suo elenco di nomi. Molti dei nomi inseriti sono di donne, minori e neonati.

Molti degli uomini uccisi probabilmente non erano combattenti. In qualsiasi guerra gli uomini rappresentano una parte significativa dei civili uccisi e anche a Gaza corrono rischi maggiori per portare cibo e raccogliere legna da ardere. Inoltre le IDF hanno trovato molto più facile definirli come militanti.

Riconoscere la credibilità della lista palestinese è il primo passo per ammettere ciò che abbiamo fatto a Gaza negli ultimi due anni: uccidere decine di migliaia di palestinesi, distruggere intere città, sfollare quasi due milioni di persone e farne morire di fame centinaia.

Uno sguardo più attento all’elenco rivela la gravità delle atrocità: 17 bambini sono morti il ​​giorno stesso della nascita, 115 entro un mese e 1.054 prima di aver compiuto un anno.

Le atrocità sono aggravate dal fatto che, per molti israeliani, non sono affatto atroci. Decine di israeliani hanno sfacciatamente pubblicato commenti di gioia e giubilo per la morte per ipotermia di Ayesha, una neonata di appena poche settimane.

Ofek Azulay ha scritto che si tratta di una notizia meravigliosa. Arella Schreiber ha scritto: “Bellissimo”. Avshalom Weinberg ha scritto: “Che ce ne siano molte altre”. Tzipi David ha scritto: “Fantastico”. Barak Levinger ha aggiunto: “La morte a sangue freddo è giusta per chi ha ucciso a sangue freddo”. E questi commenti sono solo la punta dell’iceberg.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il nuovo consenso nazionale di Israele: ritorno al 6 ottobre

Meron Rapoport

23 gennaio 2026 – +972MAGAZINE

Nonostante il crollo spettacolare della dottrina “gestione del conflitto” di Netanyahu, sia lui che i suoi più accaniti critici stanno facendo campagna per la sua rinascita.

Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche israeliane e delle elezioni di medio termine statunitensi, il 2026 si preannuncia un anno difficile per i pronostici in politica. Il voto israeliano potrebbe ridisegnare la mappa politica interna, con l’eventuale destituzione del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, mentre le elezioni statunitensi potrebbero indebolire significativamente la posizione del Presidente Donald Trump e limitarne la libertà d’azione.

Eppure c’è una previsione che può essere fatta con sicurezza: qualunque sia il risultato elettorale, l’intero establishment politico e militare israeliano rimarrà unito nel desiderio di riportare l’orologio al 6 ottobre 2023.

Questa aspirazione non segnala un ritorno alla normalità o alla calma; al contrario, è probabile che il prossimo anno le tensioni interne di Israele si aggravino. Questo non solo perché il periodo precedente la guerra è stato già tra i più turbolenti nella storia del Paese, né perché gli anni in cui ci sono le elezioni tendono ad intensificare le tensioni politiche. Questa volta la polarizzazione è molto più profonda.

Da un lato abbiamo un governo che si dedica quotidianamente a delegittimare la magistratura, i media e qualsiasi voce dissenziente. Dall’altro abbiamo un’opposizione che considera Netanyahu e i suoi partner l’incarnazione del male assoluto e il loro prolungato governo una minaccia sia alla sopravvivenza dello Stato che al loro stesso futuro. Cosa significa, quindi, l’aspirazione a riportare il Paese al 6 ottobre?

Prima della guerra all’opinione pubblica israeliana era stata propinata da politici di ogni schieramento la stessa tesi, cioè che Israele non potesse o non dovesse risolvere le sue relazioni con i palestinesi che vivevano sotto il suo dominio e che la potenza economica, sociale e diplomatica di Israele potesse crescere indipendentemente da questa risoluzione. Su questa base l’esercito ha adottato una dottrina che ha abbandonato ogni pretesa di ricercare una soluzione politica, concentrandosi invece sulla “gestione” del conflitto attraverso la deterrenza e quella che definisce la “campagna tra una guerra e l’altra “.

Il 7 ottobre ha mandato in frantumi questi presupposti. L’esercito è crollato di fronte a un attacco condotto dai palestinesi “con infradito, kalashnikov e pick-up”, come ha detto in seguito Netanyahu difendendo la sua politica di agevolazione dei trasferimenti di denaro dal Qatar ad Hamas. Per la prima volta dal 1948, Israele ha perso il controllo su parti del suo territorio sovrano. Più di 1.100 civili e soldati sono stati uccisi uccisi in quello che è diventato il giorno più buio della storia del Paese.

Centinaia di migliaia di israeliani sono stati mobilitati per combattere a Gaza e in Libano. Centinaia sono stati uccisi e molte migliaia sono rimasti feriti. Le risorse economiche del Paese sono state convogliate nello sforzo bellico e i crimini di guerra commessi da Israele a Gaza lo hanno trasformato in un paria internazionale agli occhi del mondo.

Tra i successi rivendicati da Hamas nel suo recente documento che riassume la guerra di Gaza c’è il ritorno della questione palestinese al centro del dibattito globale, regionale e israeliano. Mentre Hamas ignora opportunamente i propri fallimenti – in particolare la devastazione che le sue azioni ha inflitto ai palestinesi di Gaza e della Cisgiordania – è difficile ignorare questo unico successo. In sostanza, quindi, il ritorno al 6 ottobre riflette il desiderio collettivo di Israele di rimuovere ancora una volta “la questione palestinese” dall’agenda politica.

Rimettere il genio nella bottiglia

Negli ultimi due anni la questione delle relazioni tra Israele e i palestinesi ha permeato quasi ogni aspetto della vita israeliana: dalle manifestazioni di massa che chiedevano il rilascio degli ostaggi, alla lotta politica per la coscrizione degli ultra-ortodossi, al crescente deficit di bilancio e alla trasformazione delle relazioni estere di Israele. Il cessate il fuoco ha permesso a vari attori all’interno del sistema israeliano di immaginare che questo genio potesse essere nuovamente costretto a rientrare nella bottiglia.

Primo tra tutti, Netanyahu stesso. L’idea che i palestinesi possano essere semplicemente ignorati è in gran parte una sua creazione e, negli anni precedenti all’ottobre 2023, sembrava persino funzionare. La posizione diplomatica ed economica di Israele è migliorata nonostante – Netanyahu probabilmente direbbe proprio grazie a – la sua continua occupazione, l’espansione delle colonie e la negazione dell’autodeterminazione palestinese. Nel frattempo, il cosiddetto “campo della pace” israeliano si è ristretto fino a diventare irrilevante.

Come sosteneva Netanyahu in un editoriale del 2022 su Haaretz, gli Accordi di Abramo erano, a suo avviso, la prova definitiva che “la strada per la pace non passa per Ramallah, la ignora”. Da questa stessa logica sono derivate l’idea di Hamas come “risorsa” e la politica di lunga data di agevolazione dei finanziamenti al gruppo. L’apparato di sicurezza, pur essendo scettico nei confronti della tesi più complessiva di Netanyahu, la metteva in pratica, mantenendo l’occupazione e l’assedio di Gaza, affidandosi alla deterrenza e a periodiche “fasi” di scontro diretto con Hamas.

In un editoriale del Wall Street Journal pubblicato nello stesso anno, Netanyahu si vantava di aver creato un “triangolo ferreo di pace”, basato sul potere economico, diplomatico e militare. Il 7 ottobre e nei due anni successivi, tutti e tre i lati di quel triangolo si sono incrinati.

Anche se non si accetta in toto l’argomento secondo cui Israele è diventata un'”economia zombie” in marcia verso il collasso, lo stesso Netanyahu ha ammesso che l’economia israeliana è sottoposta a gravi pressioni. L’isolamento diplomatico di Israele è ancora più difficile da contestare, con il Paese che ora sembra quasi interamente dipendente dai capricci di Donald Trump – un giorno esortando pubblicamente il Presidente israeliano a “perdonare” Netanyahu prosciogliendolo dal processo per corruzione, il giorno dopo umiliandolo spiegando come lo abbia costretto ad accettare il cessate il fuoco con Hamas.

Il primo ministro può sostenere che il lato militare del triangolo rimane intatto, e forse è persino più forte di quanto non fosse il 6 ottobre. Israele ora controlla più della metà della Striscia di Gaza, Hamas è stato significativamente indebolito, Hezbollah è stato colpito duramente dai bombardamenti israeliani sul Libano, le forze israeliane hanno conquistato territorio in Siria senza reazioni significative e l’Iran ha subito gravi colpi.

Eppure, come giustamente notano i critici di Netanyahu, tutti questi fronti sono “rimasti aperti”. Hamas, sebbene indebolito, governa ancora quasi metà di Gaza. La “vittoria totale” promessa all’opinione pubblica israeliana non si è mai materializzata. I sondaggi mostrano che sono più gli israeliani che credono che la guerra a Gaza si sia conclusa con un pareggio rispetto a quelli che pensano che Israele o Hamas abbiano vinto in modo decisivo.

Per Netanyahu, tuttavia, questa situazione di stallo sembra essere l’esito preferito, perché rappresenta di fatto un ritorno al paradigma pre-7 ottobre di “gestione del conflitto”. La lunga storia del primo ministro nel rafforzare il governo di Hamas a Gaza esemplifica questa logica politica: frammentare il movimento nazionale palestinese geograficamente e istituzionalmente, impedendo così l’emergere di uno Stato palestinese.

Nascondere il fallimento di una strategia

Almeno in teoria, il piano in 20 punti di Trump per Gaza include il ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese nella Striscia, la fine dell’assedio e riferimenti all'”autodeterminazione e allo Stato palestinese” – tutti sviluppi che Netanyahu considera minacce esistenziali. Eppure, al di là di questi elementi, Netanyahu sta facendo tutto il possibile per impedire che l’accordo passi alla sua seconda fase, non nonostante il fatto che comprende il disarmo di Hamas, ma proprio perché lo include. Finché Hamas manterrà il controllo di Gaza, non vi sarà alcun rischio di alcun processo politico significativo.

Prima del 7 ottobre, Netanyahu e le forze di sicurezza non consideravano Hamas una seria minaccia militare. Ora, dopo che Gaza è stata devastata e gran parte della leadership di Hamas è stata eliminata, Netanyahu probabilmente ritiene che l’organizzazione rappresenti un pericolo ancora minore di prima.

In questo senso gli interessi di Netanyahu e quelli dell’esercito sono strettamente allineati. Entrambi cercano di oscurare la portata del fallimento del 7 ottobre e il crollo dell’intera dottrina della “deterrenza” che lo ha preceduto. Attraverso i continui attacchi in Libano e a Gaza, così come con l’incombente minaccia di un’altra guerra con l’Iran, entrambi vogliono distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal fatto che Israele è di fatto tornato al 6 ottobre.

Netanyahu e l’esercito – che, a seguito dei recenti cambi di leadership, sono diventati anche più stretti alleati ideologici – non pretendono più nemmeno di offrire all’opinione pubblica israeliana la prospettiva della pace. Ciò che promettono invece è una rinascita della dottrina della deterrenza, che significa conflitto permanente e una “campagna tra una guerra e l’altra” sempre più violenta.

Anche i partner della coalizione di Netanyahu, appartenenti alla destra nazionalista-religiosa-fascista, sono favorevoli a un ritorno al 6 ottobre. Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir avrebbero preferito che Israele perseguisse una “soluzione finale” a Gaza, rimuovendo in un modo o nell’altro i palestinesi dal territorio e ricostruendo le colonie ebraiche. Ma, una volta diventato chiaro che tale percorso era insostenibile, si sono dimostrati pronti ad accettare la narrazione di Netanyahu e a sostenere il congelamento della situazione a Gaza così com’è per impedire qualsiasi negoziato politico – un’eco della strategia israeliana del “disimpegno” dalla Striscia nel 2005.

Finché Israele non procederà concretamente alla seconda fase del cessate il fuoco – sotto forma di ritiro delle truppe e autorizzazione all’ingresso delle forze internazionali, con i “pericoli” politici associati al fatto di offrire ai palestinesi anche solo un barlume di speranza futura – Smotrich potrà sfruttare il suo controllo sull’Amministrazione Civile per accelerare l’annessione de facto della Cisgiordania, mentre Ben Gvir potrà far leva sulla sua autorità sulla polizia per intensificare la repressione dei cittadini palestinesi di Israele e reprimere qualsiasi opposizione politica al governo.

Opposizione solo di nome

Anche se non invocherà mai esplicitamente l’espressione “6 ottobre”, la strategia elettorale di Netanyahu si baserà probabilmente su un ritorno al paradigma familiare della “gestione del conflitto”.

Affermerà di aver migliorato l'”equilibrio della deterrenza” nei confronti dell’intero Medio Oriente bloccando allo stesso tempo qualsiasi progresso verso uno Stato palestinese. Sottolineerà che, nonostante l’erosione della reputazione di Israele nell’opinione pubblica mondiale, Donald Trump rimane saldamente al suo fianco – e che questo, in definitiva, è ciò che conta (la decisione di assegnare a Trump un “Premio Israele per la Pace” in occasione dell’imminente Giorno dell’Indipendenza si inserisce perfettamente in questa narrazione). E, salvo una grave crisi economica prima delle elezioni, è probabile che Netanyahu torni a parlare del “triangolo di ferro” del potere militare, diplomatico ed economico.

Ma ciò che colpisce è che l’opposizione al primo ministro, sia politica che giornalistica, accetti in gran parte la stessa premessa, cioè che l’unica lingua che Israele può parlare con i palestinesi – e con la regione in senso più ampio – è il linguaggio della forza.

Questo nonostante il fatto che questa stessa politica sia crollata il 7 ottobre, che il sostegno di Netanyahu ad Hamas rappresenti uno dei suoi principali punti deboli nell’opinione pubblica israeliana e nonostante la crescente pressione per una commissione d’inchiesta statale indipendente sui fallimenti politici e di sicurezza che hanno reso gli attacchi di Hamas così letali. Invece di sfidare Netanyahu sul terreno della “gestione del conflitto”, l’opposizione abbandona in gran parte questo campo e si concentra su questioni come la riforma giudiziaria, il “Qatargate” e la corruzione.

Questo fallimento è evidente nella gestione della vicenda Qatargate. Il fatto che individui a stretto contatto con Netanyahu, operanti all’interno del suo ufficio, siano stati pagati dal Qatar e ne abbiano promosso gli interessi durante la guerra è uno scandalo politico di prim’ordine che ha creato spaccature persino tra i suoi sostenitori. A Netanyahu si è iniziato ad attribuire l’etichetta di “finanziatore di Hamas”.

Eppure l’opposizione e gran parte dei media progressisti non riescono a trarre la conclusione principale. La storia non è che il Qatar abbia corrotto l’ufficio di Netanyahu per aiutare Hamas, ma piuttosto il contrario: che Netanyahu ha corteggiato il Qatar per finanziare Hamas, soprattutto per bloccare la nascita di uno Stato palestinese. Se fossero disposti a sostenere esplicitamente questa argomentazione potrebbero affermare che impedire il prossimo 7 ottobre richiederebbe di fare esattamente l’opposto di ciò che ha fatto Netanyahu: porre fine all’occupazione e consentire la nascita di uno Stato palestinese.

Non ci si aspetta che Naftali Bennett [rappresentante dell’estrema destra dei coloni ma ostile a Netanyahu, ndt.], che i sondaggi indicano come la figura più probabile a guidare un governo di opposizione, offra un’alternativa significativa a Netanyahu. Lo stesso vale per gli altri parlamentari che hanno composto il cosiddetto “governo del cambiamento” che Bennett ha brevemente guidato nel 2021-22. Al contrario il successo di Bennett si basa proprio sulla promessa di tornare al 6 ottobre e alla logica della “gestione del conflitto”.

Bennett offre alla società israeliana un ritorno alla “normalità” e al rispetto per le istituzioni statali, nonché una “correzione” nei rapporti tra i diversi segmenti della società israeliana – e questo, come suggerisce il suo messaggio non troppo sottile, può essere ottenuto solo mettendo da parte i palestinesi. Vale la pena notare che durante il suo mandato di primo ministro lo stesso Bennett ha continuato la politica di consentire il trasferimento di denaro dal Qatar ad Hamas, sebbene attraverso un meccanismo più indiretto.

Quasi tutti i leader dei partiti sionisti del blocco di opposizione sono ugualmente desiderosi di tornare a “gestire il conflitto”. Ciò si riflette chiaramente nel loro dichiarato rifiuto di formare un governo appoggiato dai partiti arabi – siano essi Hadash, Balad, Ta’al o persino Ra’am di Mansour Abbas – in parte perché esigerebbero un cambio di rotta verso una soluzione politica e uno Stato palestinese.

In altre parole, i partiti di opposizione che inquadrano le prossime elezioni come una lotta per la vita o la morte contro il “regime malvagio” di Netanyahu sono comunque disposti a fargli mantenere il potere, a patto che ciò significhi nessun processo di pace con i palestinesi.

Non si torna indietro

Secondo un sondaggio del settembre 2025 condotto dall’Israel Democracy Institute circa tre quarti degli ebrei israeliani negano il diritto dei palestinesi a uno Stato, con un aumento dell’11% rispetto a prima della guerra. Ma ciò può essere confrontato con un altro dato: una risicata maggioranza degli elettori dell’opposizione sostiene la ricerca del sostegno dei partiti arabi per la formazione di un governo, sebbene i leader dell’opposizione respingano categoricamente questa opzione. L’opinione pubblica, in altre parole, è più malleabile di quanto appaia a prima vista.

Eppure, anche se l’intero sistema politico israeliano – sia la coalizione che l’opposizione – volesse tornare al 6 ottobre, è tutt’altro che chiaro che un tale ritorno sia possibile. Congelare la situazione a Gaza sarà estremamente difficile: è impossibile mantenere 2 milioni di persone nelle attuali condizioni a tempo indeterminato, Hamas rimane al suo posto e il prestigio di Trump – così come quello degli Stati che hanno mediato l’accordo e che esercitano influenza a Washington, come Turchia e Qatar – dipende da progressi tangibili a Gaza.

L’opinione pubblica globale si è drasticamente spostata a favore dei palestinesi e, anche se il senso di urgenza si è attenuato con il rallentamento del ritmo della distruzione a Gaza, è improbabile che si inverta. Il percorso verso un’ulteriore normalizzazione con il mondo arabo appare bloccato e, anche in assenza di combattimenti attivi a Gaza, l’ombra della guerra continua ad aleggiare.

Le proteste che chiedono una commissione d’inchiesta non politicizzata e la resistenza alla coscrizione degli ultra-ortodossi sono inseparabili dalla guerra, così come il diffuso rifiuto dell’attuale governo di destra riflesso in quasi tutti i sondaggi. Il pervasivo senso di stallo politico contribuisce indubbiamente al fatto che da quando il governo Netanyahu è entrato in carica oltre 200.000 israeliani abbiano lasciato il Paese.

Il fatto che non si tornerà al 6 ottobre non significa necessariamente che Israele si diriga verso una soluzione migliore. Il tentativo di ricacciare nella bottiglia il genio scatenato il 7 ottobre potrebbe rivelarsi estremamente violento, come sembra indicare l’escalation delle operazioni militari in Cisgiordania, la repressione della polizia contro i cittadini palestinesi di Israele e persino l’intensificarsi della repressione degli attivisti antigovernativi ebrei.

Ma anche un altro esito rimane possibile. Molto dipenderà dal fatto che l’opposizione israeliana riconosca che “gestire il conflitto” è il territorio di Netanyahu e che rimuoverlo dal potere richiederà il rifiuto di giocare sul suo terreno.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Cos’è il “Consiglio per la Pace” di Trump e chi governerà Gaza?

Faisal Edroos

19 gennaio 2026 – Middle East Eye

Una potenziale alternativa alle Nazioni Unite guidata dagli Stati Uniti, il Consiglio e gli organismi che operano sotto di esso emarginano i palestinesi e rafforzano gli esponenti filo-israeliani.

In base ad una copia del suo Statuto visionata da Middle East Eye l’iniziativa “Consiglio per la Pace” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe competere con le Nazioni Unite e mediare in altri conflitti globali.

L’organismo è stato originariamente concepito come parte dell’iniziativa di Trump volta alla creazione di un nuovo quadro di governance per la Striscia di Gaza devastata dalla guerra sulla scia del genocidio israeliano in corso da due anni.

Ma il testo del suo Statuto, che non menziona l’enclave palestinese, evoca un “organismo internazionale per la costruzione di una pace più agile ed efficace”, suggerendo che il suo ambito di azione potrebbe essere molto più ampio.

“Il Consiglio per la Pace è un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”, afferma lo Statuto.

“Una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”, aggiunge.

Lo Statuto conferisce a Trump ampi poteri in qualità di presidente del Consiglio per la Pace, consentendogli di nominare e rimuovere gli Stati membri, una decisione che può essere annullata solo da una maggioranza di due terzi dei membri.

Vi si legge che i paesi che aderiscono al consiglio ricopriranno un mandato limitato di tre anni, a meno che non contribuiscano con oltre un miliardo di dollari entro il primo anno di attività.

Da quando è stato presentato sono stati invitati ad aderire diversi capi di Stato e di governo e, secondo fonti di MEE, il primo tra questi è stato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Il 18 gennaio Egitto, India, Pakistan e Arabia Saudita sono stati tra le decine di paesi che hanno dichiarato di essere stati invitati e di stare valutando la questione.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro se fosse stato invitato anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu [in realtà il 21 gennaio è stato comunicato il sì di Netanyahu all’adesione, ndt.].

Cos’è il comitato esecutivo costituente per Gaza?

Alla base della struttura gerarchica del Consiglio per la Pace si trova il comitato esecutivo costituente” per Gaza.

Il 16 gennaio la Casa Bianca ha presentato il comitato esecutivo costituente, un organismo che, a suo dire, guiderà la prossima fase di governance e ricostruzione nel territorio devastato dalla guerra.

La Casa Bianca ha affermato che il comitato esecutivo costituente, composto da sette membri, è formato da persone con “esperienza in diplomazia, sviluppo, infrastrutture e strategia economica”.

Ha specificato che ciascun membro del consiglio sarebbe stato responsabile di una serie di compiti fondamentali per la stabilizzazione di Gaza”, tra cui lo sviluppo delle capacità di governance, le relazioni regionali, la ricostruzione, l’attrazione di investimenti, i finanziamenti su larga scala e la mobilitazione di capitali”.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro chi sarebbe stato responsabile di quali priorità.

Nella sua dichiarazione la Casa Bianca ha anche annunciato la nomina di due controversi consiglieri senior che riferiranno al comitato e supervisioneranno “la strategia e le operazioni quotidiane”.

Ha inoltre nominato un Alto Rappresentante per Gaza, annunciato i membri di un Consiglio Esecutivo separato per Gaza e indicato il comandante della Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), un organismo la cui composizione resta avvolta nell’incertezza da mesi.

Gli annunci hanno immediatamente attirato critiche da parte di analisti e organizzazioni per i diritti umani palestinesi, che hanno sottolineato come nessuno dei suoi membri più importanti sia palestinese e come quasi tutti i componenti siano strettamente legati a Israele.

Non c’è stata alcuna risposta immediata da parte di Hamas, che in precedenza aveva dichiarato di essere pronta ad abbandonare i suoi compiti di governo nell’enclave, come delineato nel piano di Trump di ottobre.

Tuttavia la Jihad Islamica, la seconda organizzazione più rappresentativa a Gaza, ha criticato la composizione del consiglio, affermando che le nomine “sono in linea con le direttive israeliane” e servono gli interessi di Israele.

Chi sono i sette membri del consiglio esecutivo fondatore?

Marco Rubio

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio è stato indicato come primo membro del comitato esecutivo fondatore.

Da sempre sostenitore di Israele, Rubio si è ripetutamente opposto all’imposizione di vincoli agli aiuti militari statunitensi al Paese.

Come senatore, Rubio ha sponsorizzato il Combating BDS Act per contrastare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni che prendeva di mira Israele, sostenendo che boicottaggi e sanzioni discriminassero ingiustamente Israele e ne minassero la sicurezza e la posizione diplomatica.

All’indomani degli attacchi del 7 ottobre ha ripetutamente sostenuto gli attacchi israeliani a Gaza, definendo la guerra cruciale per la sicurezza di Israele.

Ha ripetutamente sostenuto che Hamas deve essere “sradicata” e ha respinto le indagini internazionali sulla condotta dell’esercito israeliano.

Dal momento della sua nomina a Segretario di Stato Rubio ha ribadito questa posizione, ma ha elogiato la prima fase dell’accordo di cessate il fuoco come il piano “migliore” e “unico”.

Jared Kushner

Jared Kushner, genero del presidente degli Stati Uniti, ha acquisito notorietà internazionale nel 2020 come uno degli artefici dell’ampiamente deriso “Accordo del Secolo” [piano di pace presentato da Donald Trump nel 2020 per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Proponeva uno Stato palestinese limitato, Gerusalemme come capitale indivisa di Israele e il mantenimento delle colonie israeliane in Cisgiordania, ndt.].

Nonostante non avesse alcuna esperienza pregressa in politiche di governo o relazioni internazionali il suo controverso piano prevedeva l’annessione di ampie zone della Cisgiordania occupata e della Valle del Giordano in cambio del riconoscimento di uno Stato palestinese disarticolato, senza alcun controllo sui propri confini o spazio aereo.

Kushner si è scagliato contro i palestinesi quando hanno respinto il piano, definendoli “stupidi” e persino consigliando loro di “farsi una doccia fredda” e di valutarlo più attentamente.

L’anno scorso il piano ampiamente screditato di Trump di espellere con la forza i palestinesi e trasformare Gaza in una “riviera” di proprietà degli Stati Uniti riecheggiava quasi parola per parola i progetti precedentemente prospettati da Kushner per l’enclave.

Kushner ha lanciato per primo l’idea nel 2024 durante un discorso all’Università di Harvard, affermando che avrebbe “fatto del suo meglio per far evacuare la popolazione e poi ripulire la zona”.

“La proprietà costiera di Gaza potrebbe essere molto preziosa… se le persone si concentrassero sulla creazione di mezzi di sostentamento”, affermò all’epoca.

Secondo il piano ai palestinesi sarebbero stati pagati 5.000 dollari per lasciare la loro terra e Gaza sarebbe stata trasformata con la creazione di resort di lusso e isole artificiali.

Steve Witkoff

Steve Witkoff, un miliardario imprenditore immobiliare ebreo-americano, non aveva alcuna formazione diplomatica ufficiale prima di essere nominato inviato di Trump in Medio Oriente. Ma il 68enne ha ricevuto ampi elogi per aver portato a termine l’accordo di cessate il fuoco di ottobre.

Durante un incontro con i leader di Hamas a Sharm el-Sheikh, Witkoff ha condiviso nel corso dei negoziati con Khalil al-Hayya, alto dirigente dell’organizzazione palestinese, il dolore per la perdita del figlio a causa di un’overdose [Witkoff ha ricordato l’episodio, avvenuto nel 2011, nel formulare le condoglianze a Khalil al-Hayya per la morte del figlio, rimasto ucciso da un raid delle forze armate israeliane a Doha, ndt.].

All’inizio di questo mese Witkoff ha annunciato l’inizio della seconda fase del piano di Trump per porre fine alla guerra a Gaza, aggiungendo di aspettarsi che Hamas “rispettassei pienamente i suoi obblighi” previsti dall’accordo, altrimenti avrebbe dovuto affrontare “gravi conseguenze”.

Tony Blair

L’ex Primo Ministro britannico Tony Blair era stato a lungo indicato come potenziale membro del comitato che avrebbe supervisionato la situazione di Gaza nel dopoguerra, nonostante avesse trascinato il suo Paese nella disastrosa invasione e occupazione dell’Iraq del 2003.

A parte il suo ruolo nella guerra in Iraq, il suo mandato come inviato di pace in Medio Oriente non è riuscito a raggiungere una soluzione di pace duratura per Israele-Palestina ed è stato ampiamente criticato da entrambe le parti.

Dopo aver lasciato la carica, l’organizzazione di consulenza di Blair, il Tony Blair Institute (TBI), è stata oggetto di ampie critiche per aver fornito assistenza a una serie di governi autocratici, tra cui Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

L’istituto ha smentito le notizie secondo cui Blair avrebbe fornito consulenza al Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi nel 2014, dopo che il generale aveva deposto il primo leader democraticamente eletto del Paese, Mohamed Morsi.

Il TBI ha anche ricevuto denaro da un truffatore finanziario legato agli insediamenti illegali israeliani e a una rete islamofoba americana.

Da quando ha lasciato l’incarico Blair è stato anche sponsor onorario della filiale britannica del Jewish National Fund (JNF) di Israele, che ha dovuto affrontare pesanti critiche per le sue attività, tra cui la donazione di 1 milione di sterline (1,15 milioni di euro) a quella che è descritta come “la più grande milizia di Israele”, e la cancellazione della Palestina dalle sue mappe ufficiali.

Il TBI è stato più recentemente associato a un piano postbellico per Gaza, ampiamente disapprovato, che prevedeva la trasformazione della Striscia in un centro commerciale e lo sfollamento forzato dei palestinesi dall’enclave devastata dalla guerra.

Ajay Banga

Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, è uno dei due esperti finanziari che entrano a far parte del comitato esecutivo costituente.

Dopo aver iniziato la sua carriera presso Nestlé India, ha poi svolto un ruolo decisivo nel lancio dei franchising di fast food di PepsiCo, Pizza Hut e KFC in India, durante la liberalizzazione dell’economia del paese.

In seguito ha svolto il ruolo di consulente per diversi politici statunitensi, tra cui l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, per essere poi nominato nel 2023 alla guida della Banca Mondiale dall’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Nel 2024 Banga ha elogiato il Primo Ministro indiano Narendra Modi per quella che ha definito la costruzione di un solido rapporto con gli Stati Uniti.

Anni prima Banga aveva ricevuto il Padma Shri, una delle più alte onorificenze indiane, precedentemente conferita dal governo indiano a Jawaharlal Nehru.

Marc Rowan

L’imprenditore miliardario Marc Rowan è l’altro esperto finanziario che entrerà a far parte del consiglio direttivo

In qualità di amministratore delegato di Apollo Global Management, la sua società di investimento privato, è fortemente impegnato in attività commerciali in Israele.

La sua società ha precedentemente collaborato con aziende come Phoenix Holdings, ora nota come Phoenix Financial, che, secondo i dati consultati da Middle East Eye, nel marzo 2025 deteneva azioni di società accusate dalle Nazioni Unite di operare in insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati.

In diverse interviste Rowan, 63 anni, si è definito un “orgoglioso sostenitore dello Stato di Israele” e ha definito Israele un “rifugio” per gli ebrei.

Attualmente è presidente del consiglio di amministrazione della UJA-Federation di New York, una delle più grandi organizzazioni filantropiche locali al mondo, che avrebbe inviato fondi a organizzazioni che sostengono le colonie israeliane.

Nell’ottobre 2023, diverse settimane dopo che la sua alma mater, l’Università della Pennsylvania, aveva organizzato un festival pro-palestinese, Rowan chiese le dimissioni del preside e del presidente del consiglio di amministrazione dell’università.

Nonostante l’evento si sia tenuto settimane prima degli attentati del 7 ottobre, entrambi i funzionari si sono poi dimessi.

Nel dicembre 2025, durante una raccolta fondi che raccolse circa 57 milioni di dollari per cause pro-Israele, Rowan ha accusato Zohran Mamdani, che si stava candidando a sindaco di New York, di essere un “nemico” degli ebrei .

Mamdani ha poi vinto la competizione con una vittoria schiacciante diventando sindaco di New York.

Robert Gabriel

Anche Robert Gabriel, relativamente sconosciuto, è stato nominato nel comitato esecutivo.

Gabriel è stato consulente politico nella prima campagna presidenziale di Trump e durante le rivolte del 6 gennaio scrisse un messaggio a una persona anonima, dicendo: “Sono sicuro che il POTUS [il Presidente degli Stati Uniti] sia entusiasta di questo“.

Secondo Politico Gabriel ha lavorato a stretto contatto con la responsabile dello staff Susie Wiles in qualità di “consigliere principale” e durante la campagna presidenziale del 2024 è stato il suo assistente.

Chi sono i consulenti senior nominati nel “Consiglio per la Pace“?

La Casa Bianca ha annunciato che sono stati nominati anche due consulenti senior per gestire la strategia e le operazioni quotidiane del Consiglio per la Pace: Aryeh Lightstone e Josh Gruenbaum.

Lightstone è stato consulente senior di David Friedman, un convinto difensore del movimento israeliano delle colonie illegali, quando questi era ambasciatore degli Stati Uniti in Israele tra il 2017 e il 2021.

È stato anche un ex direttore esecutivo di Shining Light, un’organizzazione statunitense per la raccolta fondi legata alla destra israeliana.

Secondo Haaretz Lightstone è stato anche profondamente coinvolto nella creazione della controversa Gaza Humanitarian Foundation.

Meno noto al grande pubblico è Gruenbaum, descritto dalla Casa Bianca come consulente senior responsabile del coordinamento operativo.

Tuttavia Gruenbaum è noto per aver collaborato con Kushner al piano “riviera” di Trump per Gaza.

Chi è l’Alto Rappresentante per Gaza?

La Casa Bianca ha anche annunciato che l’ex inviato delle Nazioni Unite Nikolay Mladenov è stato nominato Alto Rappresentante per Gaza e fungerà da collegamento chiave tra il Consiglio Esecutivo Costituente per Gaza e il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), un comitato tecnico composto da funzionari palestinesi che dovrebbe gestire l’enclave.

Mladenov, che risiede negli Emirati Arabi Uniti, ha stretto buoni rapporti con Kushner quando quest’ultimo stava negoziando gli Accordi di Abramo del 2020, che hanno visto Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan normalizzare i rapporti con Israele, come precedentemente riferito a MEE da funzionari arabi e occidentali.

Kushner ha dichiarato al New York Times che l’amministrazione Trump ha dato fiducia al diplomatico bulgaro durante i negoziati e ha tenuto conto dei suoi commenti costruttivi”.

Cos’è il Consiglio Esecutivo per Gaza?

La Casa Bianca ha anche nominato un “Consiglio Esecutivo per Gaza” composto da 11 membri, incaricato di garantire il coordinamento regionale e internazionale.

Non è chiaro quali responsabilità avrebbero il consiglio o i suoi membri.

Secondo l’elenco pubblicato dalla Casa Bianca il consiglio include Blair, Kushner, Rowan e Witkoff, molte delle stesse figure presenti nel consiglio esecutivo.

Il Consiglio Esecutivo per Gaza comprenderebbe anche alti funzionari degli Stati della regione, tra cui il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico del Qatar Ali Al-Thawadi, il funzionario dell’intelligence egiziana Hassan Rashad e il ministro degli Emirati Arabi Uniti Reem al-Hashimy.

Anche Sigrid Kaag, politica olandese e coordinatrice delle Nazioni Unite a Gaza, è stata nominata per un ruolo.

Il canale israeliano Channel 12 ha riferito che anche l’imprenditore israelo-cipriota Yakir Gabay, che ha avuto stretti legami con Blair e Kushner, avrebbe fatto parte del consiglio.

Cos’è il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza?

Istituito a ottobre nell’ambito del piano di pace in 20 punti di Trump per Gaza.

Annunciato formalmente il 15 gennaio, i suoi membri devono ancora essere confermati ufficialmente, ma, secondo un elenco visionato da MEE, il comitato sarà guidato da Ali Shaath, ex viceministro palestinese per la pianificazione.

Parlando ai giornalisti il ​​18 gennaio Shaath ha affermato che l’organismo cercherà di ripristinare i servizi essenziali a Gaza e di coltivare una società “radicata nella pace”.

“Sotto la guida del Consiglio per la Pace, presieduto dal Presidente Donald J. Trump, e con il supporto e l’assistenza dell’Alto Rappresentante per Gaza, la nostra missione è quella di ricostruire la Striscia di Gaza non solo nelle infrastrutture, ma anche nello spirito”, ha affermato Shaath.

Ha aggiunto che il NCAG si concentrerà sul rafforzamento della sicurezza nell’enclave, di cui poco meno della metà è controllata da Hamas.

In seguito all’accordo di cessate il fuoco di ottobre Israele controlla almeno il 53% di Gaza occupando il territorio a est di un confine invisibile e in continua espansione noto come “Linea Gialla”.

Secondo l’elenco visionato da MEE gli altri membri dell’NCAG includono Omar Shamali, che supervisionerà le comunicazioni, Abdul Karim Ashour, incaricato dell’agricoltura, Aed Yaghi, responsabile del malandato sistema sanitario dell’enclave, e Aed Abu Ramadan, che guiderà l’industria e l’economia.

L’elenco indica inoltre che Jabr al-Daour si occuperà delle questioni relative all’istruzione, Bashir al-Rayes delle finanze, Ali Barhoum dell’acqua e dei comuni, Hanaa Tarzi dei soccorsi e della solidarietà e Adnan Salem Abu Warda della magistratura.

Precisa inoltre che Rami Tawfiq Helles si occuperà delle dotazioni e degli affari religiosi, Osama Hassan al-Saadawi supervisionerà l’edilizia abitativa e i lavori pubblici, mentre Samira Helles si occuperà dell’energia e dei trasporti.

Infine Sami Nasman, alto funzionario della sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese in pensione e critico di lunga data di Hamas, diventerà ministro della sicurezza.

Nel 2015 un tribunale di Gaza aveva condannato Nasman in contumacia a 15 anni di carcere per aver istigato al “caos” e presumibilmente orchestrato tentativi di assassinio contro i leader di Hamas.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Tre mesi dopo il cessate il fuoco a Gaza: Israele espande il proprio controllo e rade al suolo interi quartieri

Yarden Michaeli

15 gennaio 2026 – Haaretz

Mentre l’inviato USA Steve Witkoff annuncia la prossima fase del piano di Trump per Gaza, immagini satellitari rivelano che l’esercito israeliano sta estendendo la linea gialla sotto il suo controllo più profondamente entro le aree controllate da Hamas, mentre Hamas costruisce tendopoli

A tre mesi dall’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas immagini satellitari rivelano sviluppi significativi sul terreno in tutta la Striscia di Gaza.

Ciò include il consolidamento delle Forze di Difesa di Israele (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.] lungo il confine della sua area di controllo nella Striscia. Questo confine, noto come Linea Gialla, in alcuni casi si estende per centinaia di metri entro il territorio che è ufficialmente considerato essere sotto il controllo di Hamas. Le immagini mostrano anche zone di distruzione che si sono ampliate dopo l’inizio del cessate il fuoco, compresa l’area di Jabalya e il quartiere di Shujaiyeh, entrambi all’interno e oltre la zona sotto il controllo dell’IDF. Nel territorio controllato da Hamas sono state costruite nuove tendopoli per ospitare decine di migliaia di sfollati gazawi.

Tutti questi sviluppi avvengono mentre la Striscia, in seguito all’attuazione solo parziale del piano del presidente USA Donald Trump per porre fine alla guerra di Gaza, resta in una situazione di limbo, mentre continuano regolarmente a verificarsi spari, attacchi aerei e scontri. La cessazione ufficiale delle ostilità in ottobre e il rilascio degli ostaggi dalla detenzione di Hamas sono stati considerati una fase transitoria in vista della piena attuazione dell’accordo di Trump che prometteva, tra le altre cose, di gestire il ritiro dell’IDF dalla maggior parte di Gaza, la ricostruzione dell’enclave, il rifornimento di soccorsi per le masse di gazawi sfollati e il disarmo di Hamas.

Alcuni di questi passi in effetti sono stati compiuti: gli ostaggi in vita e tutti i cadaveri tranne uno sono stati restituiti a Israele, l’IDF ha ritirato in parte le sue forze e la Striscia adesso è divisa lungo una linea di controllo, la Linea Gialla. Tuttavia le parti devono ancora procedere alla fase successiva dell’accordo e la situazione ad interim si sta trascinando. Mercoledì l’inviato USA Steve Witkoff ha annunciato l’inizio della fase successiva del piano, mentre il primo ministro [israeliano] Benjamin Netanyahu ha affermato che si tratta solo di un passo simbolico.

L’esercito israeliano controlla circa il 54% del territorio di Gaza. Qui si possono vedere la divisione del controllo nella Striscia e alcune delle aree di attività documentate dal satellite:

Modifiche avvenute durante il cessate il fuoco

Le ultime immagini satellitari sono state riprese da Planet Labs [società statunitense che monitora quotidianamente la situazione del pianeta tramite immagini satellitari, ndt.]. Un esame delle immagini mostra che dopo l’entrata in vigore dell’accordo l’IDF ha riorganizzato e dispiegato le sue forze, tra gli altri luoghi, lungo la Linea Gialla, che il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha recentemente definito come “il nuovo confine di Israele.” Nel quadro di questi sviluppi l’IDF ha creato nuovi avamposti nelle zone sotto il suo controllo.

Secondo l’organizzazione britannica Forensic Architecture [guidata dal noto architetto israeliano Eyal Weizman, ndt.] dall’inizio del cessate il fuoco fino alla metà di dicembre l’IDF ha creato 13 nuovi avamposti all’interno della Striscia. Tra questi due grandi avamposti nell’area di Jabalya. Gli avamposti sono alti, sovrastano il territorio e consentono un’ampia visuale. La loro costruzione ha implicato la demolizione di edifici e lo sgombero di terreni, nonché l’utilizzo di pesante tecnologia ingegneristica per costruire alti terrapieni dai quali è possibile osservare tutto il nord di Gaza. I palestinesi hanno postato dei video online che li mostrano.

Le immagini satellitari mostrano anche che dopo il cessate il fuoco l’IDF ha continuato a demolire centinaia di ulteriori edifici a Jabalya intorno all’ospedale indonesiano. La gran parte delle distruzioni si trova sul lato israeliano della Linea Gialla, come compare sulle pubblicazioni ufficiali dell’IDF, ma è chiaro che molti altri edifici sono stati distrutti anche ad ovest della Linea. Un video a livello del suolo mostra la considerevole altezza dei nuovi avamposti a Jabalya. Uno di questi video è stato diffuso da Canale 11.

Secondo dichiarazioni ufficiali dell’IDF e testimoni palestinesi la zona della Linea Gialla è un costante punto caldo per incidenti, compresi colpi di arma da fuoco e vittime. Secondo il Ministero della Sanità palestinese, che nei suoi rapporti non fa distinzione tra civili e combattenti, dall’annuncio del cessate il fuoco in varie località della Striscia sono stati uccisi 449 palestinesi e altri 1.246 sono stati feriti. Secondo l’UNICEF 100 delle vittime sono minorenni. In un incidente due bambini di 10 e 12 anni, che secondo le loro famiglie stavano cercando legna per il fuoco, sono stati uccisi in un attacco aereo. In seguito l’IDF ha detto di aver preso di mira due sospetti che attraversavano la Linea Gialla e di aver agito per “neutralizzare la minaccia.” Dopo il cessate il fuoco tre soldati dell’IDF sono stati uccisi nel sud della Striscia da spari anticarro e da cecchini di Hamas.

. La linea non è segnata in modo continuo sul terreno: l’IDF ha posizionato grossi blocchi gialli di cemento, a volte distanti tra loro centinaia di metri, per indicare il tracciato. I palestinesi hanno testimoniato che ogni tanto l’IDF sposta i blocchi verso ovest, dentro al territorio controllato da Hamas. L’analisi delle immagini satellitari mostra che in varie zone lungo la Linea Gialla c’è sicuramente una differenza tra la posizione dei blocchi gialli sul terreno e quella della Linea Gialla così come segnalata nelle pubblicazioni ufficiali dell’esercito, compresa la mappa pubblicata dall’Unità portavoce dell’IDF in arabo per la popolazione di Gaza. Per esempio nel quartiere di Shujaiyeh, nella parte orientale di Gaza City, nelle immagini satellitari si possono identificare i blocchi di cemento gialli posti a circa 300 metri ad ovest della Linea Gialla ufficiale segnalata nella mappa dell’IDF.

Organi di informazione internazionali hanno identificato altri luoghi in cui le pubblicazioni ufficiali non coincidono con la realtà sul terreno. Come rivelato da Haaretz un mese fa, dopo il cessate il fuoco l’IDF ha continuato a demolire altre centinaia di edifici a Shujaiyeh, ad ovest della linea ufficiale, oltre la linea dei blocchi gialli.

In risposta, l’IDF ha affermato: “All’interno del quadro del cessate il fuoco, le operazioni dell’IDF sono condotte per contrastare le minacce delle organizzazioni terroriste a Gaza, guidate da Hamas, che hanno ripetutamente violato il cessate il fuoco. L’IDF lavora per marcare in modo visibile la Linea Gialla, conformemente alle condizioni del terreno e alle valutazioni operative aggiornate e svolge le necessarie attività operative nell’area sforzandosi di minimizzare il più possibile i danni ai civili, nel rispetto del diritto internazionale.”

L’esercito non ha risposto a specifiche domande, quali: perché la posizione dei blocchi sul terreno non è aggiornata sulla mappa ufficiale, perché la linea non è segnata in modo continuo sul terreno in modo da ridurre i danni ai civili e perché la distruzione di edifici si sta espandendo anche al di là della Linea Gialla, in aree sotto il controllo di Hamas.

La distruzione avvenuta negli ultimi mesi si aggiunge alla cancellazione di intere città nella Striscia durante la guerra. Secondo l’ultimo rapporto del Centro Satelliti delle Nazioni Unite, che misura la portata della distruzione nella Striscia fino a metà ottobre, durante la guerra più dell’80% delle strutture sono state distrutte o danneggiate.

Il risultato diretto dell’estesa distruzione è uno sfollamento di massa che provoca durissime sofferenze ai gazawi. Secondo l’ONU centinaia di migliaia di persone lottano per sopravvivere in tende danneggiate dalla pioggia, dal vento e dalle mareggiate o in edifici a rischio di crollo. In totale 1,3 milioni di persone necessitano di assistenza. Solo negli ultimi giorni migliaia di tende e rifugi di fortuna che ospitavano decine di migliaia di persone sono state distrutte o danneggiate dalla pioggia e dai forti venti.

Recentemente Haaretz ha riferito che i medici nella Striscia hanno rilevato un aumento delle malattie e delle ospedalizzazioni, attribuibili in parte al fatto di aver vissuto a lungo in tende umide. Il Ministero della Sanità palestinese ha riferito che sette persone sono morte di freddo dall’inizio dell’inverno e che altri 25 gazawi sono stati uccisi dal crollo di edifici.

A fronte di questo scenario le immagini satellitari ottenute da Haaretz mostrano che nel territorio controllato da Hamas nelle scorse settimane sono state allestite almeno quattro grandi tendopoli, due nel centro della Striscia e altre due nel nord di Gaza City.

Secondo il Comitato egiziano, un ente impegnato a fornire aiuti nella Striscia, la tendopoli vicina al Corridoio Netzarim [strada costruita da Israele che taglia a metà la Striscia di Gaza, ndt.] dovrebbe ospitare 15.000 famiglie. Nell’ambito degli sforzi per assistere gli sfollati le agenzie dell’ONU hanno anche bonificato e livellato il terreno nel quartiere Hamad di Khan Younis, allestendovi una tendopoli per spostare una parte degli sfollati lontano dalle durissime condizioni sulla costa. Nonostante questi sforzi ci vorranno enormi risorse per assistere la massa di sfollati che sono vissuti nelle tende per due anni.

All’interno della transizione alla fase due dell’accordo di Gaza si prevede che sia creata un’area residenziale per gazawi non affiliati ad Hamas nel territorio sotto controllo israeliano. Immagini satellitari pubblicate da Haaretz la scorsa settimana mostrano scavi, sgombero di macerie e livellamenti vicino a Rafah in un’area che secondo l’esercito sarebbe destinata a questo scopo. I lavori di sterro, iniziati circa un mese fa, coprono un km2. Fonti militari hanno affermato che nella fase iniziale l’area ospiterà 20.000 gazawi.

Tuttavia per ora non è chiaro se e quando le parti avvieranno realmente la fase successiva.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna, Amedeo Rossi)




Antisionismo, antisemitismo: le falsità di Eva Illouz

Gilbert Achcar

29 dicembre 2025 – Orient XXI

Nel suo editoriale pubblicato da Le Monde il 18 dicembre 2025 la sociologa [Eva Illouz] pretende di dimostrare che l’antisionismo, presentato come il volto dell’antisemitismo contemporaneo, condivide le due basi fondamentali della “cultura dell’antisemitismo”: la “negazione” e “l’inversione accusatoria”. Tuttavia, come dimostra il ricercatore e scrittore Gilbert Achcar, nella sua argomentazione l’autrice riproduce lei stessa questi meccanismi.

L’editoriale di Eva Illouz comincia con un commento sulla nascita dell’antisemitismo nel corso dell’ultimo quarto del XIX° secolo, quando il tradizionale odio cristiano verso gli ebrei venne trasformato in “teoria quasi sociologica” per adeguarlo allo spirito del tempo. Questo preambolo serve da preludio all’argomento centrale dell’articolo, secondo il quale l’antisionismo a sua volta non è che un’incarnazione dell’antisemitismo più rispondente allo spirito della nostra epoca.

Come “esempio probatorio” della “negazione” del crimine commesso contro un gruppo e dell’“inversione accusatoria” che trasforma le vittime, membri di un gruppo, in colpevoli del crimine che esse subiscono, Eva Illouz cita la dichiarazione redatta sotto l’impatto del 7 ottobre 2023 dal Comitato di Solidarietà con la Palestina dei laureandi di Harvard e co-firmata da molte organizzazioni studentesche. Questa dichiarazione, afferma Eva Illouz, “considera il regime israeliano ‘interamente responsabile’ della violenza perpetrata durante l’attacco di Hamas, cancellando totalmente le responsabilità dell’organizzazione terroristica nella situazione di paralisi politica nella quale si trovano i palestinesi.

L’autrice non cita che un brano della dichiarazione studentesca. Ma questa afferma: “Noi, le associazioni studentesche firmatarie, riteniamo il regime israeliano totalmente responsabile di ogni violenza in corso.” In altri termini, nella frase incriminata non è “della violenza perpetrata durante l’attacco di Hamas” che la potenza israeliana è considerata “interamente responsabile”, ma della spaventosa guerra genocida e devastante che quel potere ha scatenato contro Gaza subito dopo l’attacco omicida del 7 ottobre.

La dichiarazione studentesca prosegue:

Gli avvenimenti di oggi non sono sopravvenuti fuori contesto. Per 20 anni milioni di palestinesi di Gaza sono stati obbligati a vivere in una prigione a cielo aperto. I responsabili israeliani promettono di ‘aprire le porte dell’inferno’ e i massacri a Gaza sono già iniziati. I palestinesi di Gaza non hanno nessun luogo in cui rifugiarsi o scappare. Nei prossimi giorni dovranno inevitabilmente subire l’impatto della violenza israeliana. Il regime di apartheid è l’unico responsabile. La violenza israeliana ha strutturato tutti gli aspetti dell’esistenza palestinese durante 75 anni.

Segue una sintesi di quello che il popolo palestinese ha subito, che si conclude con un invito ad opporsi allo “sterminio dei palestinesi in corso”. È un breve appello a un’azione urgente di assistenza a un popolo in pericolo. Sostenere che questo stesso appello avrebbe dovuto sottolineare “la responsabilità” di Hamas “nella situazione di paralisi politica nella quale si trovano i palestinesi” vuol dire confondere le cose e ignorare l’urgenza di fronte a un genocidio annunciato.

Per fare bella figura Eva Illouz menziona una volta nel suo editoriale “i veri palestinesi, quelli che soffrono amaramente gli abusi [sic] da parte del governo israeliano e che hanno bisogno dell’aiuto del mondo intero”, ma è unicamente per deplorare che “la causa palestinese (sia) giunta a incarnare e a sintetizzare tutte le lotte femministe, trans, climatiche, omosessuali, nere.” L’autrice prosegue mettendo in modo assolutamente improprio sullo stesso piano uno slogan antisemita molto volgare (“Fuck the Jews” [Fanculo gli ebrei]) e gli slogan che chiedono di “globalizzare l’Intifada” o una “Palestina libera dal fiume al mare”. Seguono tre ragioni che spiegano perché l’antisionismo costituisce, secondo lei, “una nuova forma di antisemitismo”.

Lo Stato d’Israele contro gli ebrei

La prima ragione, la più importante, è che “l’antisionismo rimette in discussione la stessa legittimità del nazionalismo e del focolare nazionale ebraico. Non esiste nessun altro caso in cui un popolo si veda negato il diritto di continuare a vivere nel suo Stato con una tale insistenza ossessiva da parte di un’ideologia politica.” L’idea secondo la quale lo Stato di Israele sarebbe il “focolare nazionale ebraico” è al cuore della dichiarazione Balfour con la quale il governo britannico aveva dato il via libera alla colonizzazione sionista della Palestina nel 1917. Questa idea all’epoca era stata denunciata da Edwin Samuel Montagu, unico membro ebraico del governo al quale apparteneva Arthur Balfour e il solo ad essersi opposto alla sua dichiarazione in termini premonitori: “Per me è importante che sia resa nota la mia opinione che la politica del governo di Sua Maestà è antisemita per il risultato che ne consegue e si dimostrerà essere un punto di riferimento degli antisemiti in tutto il mondo.”

Montagu riteneva “inconcepibile che il governo britannico riconosca ufficialmente il sionismo e che il signor Balfour sia autorizzato a dire che la Palestina debba essere trasformata in ‘focolare nazionale del popolo ebraico’. Ignoro ciò che questo implichi, ma suppongo che ciò significa che i maomettani e i cristiani dovranno far posto agli ebrei e che questi ultimi saranno favoriti e associati in modo esclusivo con la Palestina come l’Inghilterra lo è con gli inglesi o la Francia con i francesi, che i turchi e altri maomettani in Palestina saranno considerati stranieri, così come gli ebrei lo saranno ormai in tutti i Paesi meno che in Palestina.”

L’effetto dell’antisemitismo,” spiega Eva Illouz, “è privare gli ebrei del focolare, negando loro la cittadinanza o espellendoli. Quello era lo scopo del tradizionale antisemitismo europeo.” È vero, ed è precisamente quello che Montagu deplorava: invitando il movimento sionista a creare un “focolare nazionale del popolo ebraico” in Palestina la dichiarazione Balfour privava gli ebrei dei loro focolari ebraici legittimi nei vari Paesi ai quali appartenevano per assegnare loro un focolare unico in Palestina.

Montagu si trovava nella posizione giusta per capire quello che il padre fondatore del sionismo statale, Theodor Herzl, intendeva scrivendo nel suo diario il 12 giugno 1895: “Gli antisemiti diventeranno i nostri più affidabili amici.” Questa profezia si trova oggi realizzata nel modo più clamoroso nell’alacre adesione alla causa dello Stato sionista da parte dei depositari dell’antisemitismo tradizionale europeo, così come Eva Illouz finge di ignorare che l’antisemitismo non consiste nel contestare al popolo ebraico-israeliano “il diritto di continuare a vivere nel suo Stato,” ma piuttosto il suo diritto a vivere in uno Stato etnocratico fondato su un territorio conquistato nel 1948 da coloni europei a detrimento della popolazione nativa che vi viveva da secoli.

La grandissima maggioranza di questa popolazione fu allora vittima di una “epurazione etnica”; un’altra parte dopo il 1967 si è trovata ridotta allo status di popolazione sotto un regime d’occupazione, dovendo affrontare una colonizzazione graduale e brutale del suo territorio. Quello che gli antisionisti rifiutano è il diritto degli ebrei israeliani a considerare la terra della Palestina come loro “focolare nazionale” esclusivo, diritto ora consacrato dalla legge “Israele Stato Nazione del popolo ebraico” adottata nel 2018 dal parlamento israeliano. Contrario a questo esclusivismo etno-nazionalista è il principio della coesistenza egualitaria dei popoli israeliano e palestinese in una Palestina “libera dal fiume al mare” che sostengono gli antisionisti, molti dei quali, come è ben noto, sono di origine ebraica.

Analogie grossolane

La seconda ragione che secondo Eva Illouz fa dell’antisionismo “una nuova forma di antisemitismo” sarebbe che l’antisionismo “ripropone tutti i pregiudizi, i luoghi comuni e le fantasie dell’antisemitismo.” Così “invece di uccidere i bambini per utilizzare il loro sangue per farne del pane azzimo, un’altra diceria ossessiva vorrebbe che Israele prelevi gli organi dei palestinesi morti.” Con analogie così grossolane sarebbe sufficiente citare le numerose parole sioniste estremiste antipalestinesi, molto meno marginali perché pronunciate da responsabili di alto livello dello Stato israeliano per sostenere che il sionismo, in tutte le sue tendenze, è uguale al nazismo nel suo intento genocida. Ci sono affermazioni esagerate, e persino oltraggiose, in ognuno dei campi politici: ridurre l’insieme del campo a tali affermazioni è un metodo polemico deprecabile.

Quanto alla terza ragione, essa sarebbe che “l’antisionismo contiene un programma di negazione dell’antisemitismo, in quanto la sua denuncia è sospetta di strumentalizzazione. Ciò a sua volta rende meno scandaloso e più legittimo uccidere ebrei.” Per sostenere il suo argomento Eva Illouz spinge la distorsione fino all’estremo: “Slogan come ‘Globalize the Intifada’ (Globalizzare l’Intifada) sono in realtà appelli all’uccisione indiscriminata di civili ebrei ovunque nel mondo, perché la Seconda Intifada [2000-2005] fu una serie di attentati terroristi contro più di 1.000 civili israeliani per 5 anni.

L’autrice decide così, arbitrariamente e perentoriamente, che il termine Intifada (‘rivolta’ in arabo) rinvia alla “Seconda Intifada” piuttosto che alla prima, la rivolta di massa non violenta che raggiunse il suo apice nel 1988 e fece entrare il termine Intifada nel vocabolario internazionale. Inoltre riduce a “una serie di attentati terroristici” la “Seconda Intifada”, ribellione che fu il risultato dell’esasperazione della popolazione palestinese nei territori occupati del 1967 di fronte all’accelerazione della colonizzazione che fece seguito agli accordi di Oslo del 1993. Eva Illouz omette infine di dire che durante la “Seconda Intifada” ci furono da 3 a 4 volte più vittime palestinesi che israeliane e sembra ignorare che circa un terzo dei “più di 1.000 civili israeliani” che menziona erano in realtà militari.

Sarebbe noioso continuare a smascherare le falsità incluse nell’articolo di Eva Illouz. Arriviamo quindi alla conclusione:

“È tutta la terra che ormai ci è divenuta inospitale. Per la prima volta gli ebrei non hanno più il sogno di un altrove accogliente, trasformando in realtà l’antica maledizione antisemita dell’ebreo errante.

Il pathos eccessivo di questa conclusione è una constatazione del tragico fallimento del sionismo. Lungi dal risolvere la “questione ebraica” e di assicurare agli ebrei un rifugio in cui possano vivere sicuri, il sionismo ha creato uno Stato in cui l’insicurezza degli ebrei è più grande che nel resto del mondo. Attraverso la sua violenza omicida e distruttrice, portata al suo apice sotto il governo dell’estrema destra, ha anche attizzato un antisemitismo che si sperava fosse in via di estinzione in Occidente.

Gilbert Achcar

Accademico franco-libanese, docente emerito all’École des études orientales et africaines [scuola di studi orientali e africani] (SOAS) dell’università di Londra e autore di Gaza, génocide annoncé. Un tournant dans l’histoire mondiale [Gaza, un genocidio annunciato. Un punto di svolta nella storia mondiale] (La Dispute, 2025).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Israele blocca decine di organizzazioni umanitarie che lavorano a Gaza, martoriata dalla guerra

Redazione di Al Jazeera

30 dicembre 2025 – Al Jazeera

Tra le organizzazioni di aiuto che devono affrontare il divieto ci sono MSF e Oxfam, mentre i Paesi europei suonano l’allarme per la terribile situazione umanitaria

Israele afferma che sospenderà più di trenta organizzazioni umanitarie, compresi Medici Senza Frontiere, perché non hanno rispettato le nuove regole per le associazioni umanitarie che lavorano nella Striscia di Gaza devastata dalla guerra.

Secondo le autorità israeliane le organizzazioni soggette al bando, che inizia giovedì [1 gennaio 2026, ndt.], non soddisfano i nuovi requisiti relativi alla condivisione delle informazioni sui propri dipendenti, fondi e attività.

Altre importanti organizzazioni colpite includono il Norwegian Refugee Council [Consiglio Norvegese per i Rifugiati], CARE International, l’International Rescue Committee [Comitato di Soccorso Internazionale] e sezioni di importanti organizzazioni benefiche come Oxfam e Caritas.

Israele accusa Medici Senza Frontiere, nota con l’acronimo francese MSF, di non aver chiarito il ruolo di alcuni membri del suo personale, sostenendo che hanno collaborato con Hamas.

“Il messaggio è chiaro: l’assistenza umanitaria è benvenuta. Approfittare delle strutture umanitarie per il terrorismo non lo è,” ha detto il ministro per le Questioni della Diaspora Amichai Chikli [del Likud, il partito di Netanyahu, ndt.].

MSF, una delle maggiori organizzazioni mediche che operano a Gaza, dove il settore sanitario è stato preso di mira e in buona misura distrutto, afferma che la decisione israeliana avrà un impatto catastrofico sul suo lavoro nell’enclave, in cui si occupa di circa il 20% dei posti letto in ospedale e di 1/3 delle nascite. L’organizzazione nega anche le accuse israeliane riguardo al suo personale.

“MSF non avrebbe mai assunto consapevolmente persone impegnate in attività militari,” sostiene. Le organizzazioni internazionali dicono che le regole israeliane sono arbitrarie. Israele sostiene che 37 organizzazioni che lavorano a Gaza non avranno il rinnovo dei permessi.

Condizioni spaventose”

Le organizzazioni umanitarie forniscono aiuto per una molteplicità di servizi sociali, compresa la distribuzione di cibo, le cure mediche, la salute mentale e interventi per i disabili e servizi educativi.

Amjad Shawa, della Rete di ONG per la Palestina, afferma che la decisione di Israele fa parte dei suoi costanti tentatici “di aggravare la catastrofe umanitaria” a Gaza.

“I limiti imposti alle attività umanitarie a Gaza sono intesi a continuare nel progetto di cacciare fuori i palestinesi, deportare Gaza. È una delle cose che Israele continua a fare,” dice Shawa ad Al Jazeera.

Il dottor James Smith, medico britannico volontario a Gaza a cui in seguito le autorità israeliane hanno negato il permesso di ritornarvi, ha condannato le restrizioni sulle organizzazioni umanitarie: “Una situazione che è già orripilante sarà resa ancora peggiore. I cambiamenti saranno immediati e feroci,” ha detto Smith ad Al Jazeera.

L’iniziativa di Israele giunge quando almeno 10 Paesi hanno manifestato “serie preoccupazioni” per un “ulteriore deterioramento della situazione umanitaria” a Gaza, descrivendola come “catastrofica”.

“Con il sopraggiungere dell’inverno i civili a Gaza devono affrontare condizioni spaventose con forti precipitazioni e un crollo delle temperature,” hanno affermato in un comunicato congiunto Gran Bretagna, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svezia e Svizzera.

“Un milione e trecentomila persone hanno ancora bisogno di un’urgente assistenza abitativa. Più di metà delle strutture sanitarie sono solo parzialmente funzionanti e devono far fronte alla carenza di attrezzature e forniture mediche essenziali. Il collasso totale delle infrastrutture sanitarie ha reso 740.000 persone vulnerabili a inondazioni infette.” Questi Paesi sollecitano Israele a garantire che le ONG internazionali possano operare a Gaza in modo “sostenibile e pianificabile” e chiedono l’apertura di valichi via terra per incrementare il flusso di aiuti umanitari.

Il ministero degli Affari Esteri israeliano ha definito il comunicato congiunto “falso ma non imprevisto” e “parte di uno schema ricorrente di critiche avulse dalla realtà e di richieste solo a Israele ignorando nel contempo deliberatamente la fondamentale richiesta ad Hamas di cedere le armi.”

A Gaza le necessità sono enormi”

Quattro mesi fa più di 100 organizzazioni umanitarie hanno accusato Israele di impedire l’ingresso a Gaza di aiuti salvavita e gli hanno chiesto di porre fine al suo “uso bellico degli aiuti” in seguito al rifiuto di consentire l’ingresso nella Striscia di Gaza devastata ai camion carichi di aiuti.

Da quando Israele ha lanciato la sua guerra genocida contro Gaza nell’ottobre 2023 più di 71.000 palestinesi sono stati uccisi. Centinaia sono morti a causa della gravissima mancanza di cibo e altre migliaia per malattie curabili a causa della mancanza di forniture sanitarie.

Israele sostiene di rispettare gli impegni umanitari disposti dall’ultimo cessate il fuoco, che è entrato in vigore il 10 ottobre, ma le organizzazioni umanitarie mettono in discussione le cifre fornite da Israele ed affermano che nella devastata enclave per più di due milioni di palestinesi sono disperatamente necessari molti più aiuti.

Israele ha modificato a marzo il suo processo di registrazione per le organizzazioni umanitarie, che include la richiesta di presentare una lista del personale, inclusi i palestinesi a Gaza.

Alcune organizzazioni umanitarie hanno affermato che non avrebbero fornito una lista del personale palestinese nel timore che questi dipendenti verrebbero presi di mira da Israele.

“Ciò deriva da un punto di vista giuridico e per la sicurezza. A Gaza abbiamo visto uccidere centinaia di operatori umanitari,” ha affermato Shaina Low, consulente per la comunicazione del Norwegian Refugee Council.

Ancore di salvezza disperatamente necessarie

La decisione di non rinnovare i permessi delle organizzazioni umanitarie implica il fatto che i loro uffici in Israele e nella Gerusalemme est occupata saranno chiusi e le organizzazioni non saranno in grado di inviare personale internazionale o aiuti a Gaza.

“Nonostante il cessate il fuoco le necessità a Gaza sono enormi, eppure a noi e a decine di altre organizzazioni viene e continuerà a venir impedito di portarvi l’assistenza umanitaria indispensabile,” ha detto Low. “Non essere in grado di inviare personale a Gaza significa che tutto il carico di lavoro ricadrà sui nostri collaboratori locali, che sono stremati.”

Secondo il ministero la decisione di Israele implica il fatto che giovedì le organizzazioni umanitarie vedranno i loro permessi revocati e, se si trovano in Israele, se ne dovranno andare entro il primo marzo. Non è la prima volta che Israele cerca di reprimere le organizzazioni umanitarie internazionali. Durante la guerra ha accusato l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’UNRWA, di essere stata infiltrata da Hamas e Hamas di utilizzare strutture dell’UNRWA e di impossessarsi dei suoi aiuti. L’ONU lo ha negato.

A ottobre la Corte Internazionale di Giustizia ha emanato un parere consultivo in cui ha affermato che Israele deve appoggiare le attività di soccorso dell’ONU a Gaza, comprese quelle effettuate dall’UNRWA.

La Corte ha rilevato che le accuse israeliane contro l’UNRWA, compreso il fatto che sarebbe stata complice dell’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas, sono senza fondamento.

La Corte ha anche affermato che, in quanto potenza occupante, Israele deve garantire che le “necessità fondamentali” della popolazione palestinese di Gaza siano soddisfatte, “compresi i rifornimenti indispensabili per la sopravvivenza,” come cibo, acqua, un riparo, carburante e medicine.

Dopo le accuse israeliane alcuni Paesi hanno smesso di finanziare l’UNRWA, compromettendo una delle ancore di salvezza di cui a Gaza c’è disperatamente bisogno.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)