La proposta saudita a Israele potrebbe essere l’essenza dell’accordo che sogna Trump in Medio oriente

Zvi Bar’el – 19 maggio 2017,Haaretz

Il silenzio dei media arabi in seguito alle informazioni sui piani degli Stati del Golfo per la normalizzazione con Israele suggerisce che abbiano solide basi. La sua tempistica deriva dagli interessi comuni dei dirigenti arabi e della destra israeliana.

Il silenzio è sceso sui media arabi dopo la pubblicazione di un reportage sul piano degli Stati del Golfo per una parziale normalizzazione con Israele. Non si è sentita nessuna risposta ufficiale da parte dell’Arabia Saudita, degli Stati del Golfo o del Qatar. I soliti opinionisti hanno preferito dedicarsi ad altri argomenti, come se non avessero né sentito né visto lo scoop sul ” Wall Street Journal”. I soliti portavoce del governo in Israele sembrano essere stati colti da una malattia alle corde vocali.

Quando sono stati pubblicati reportage simili nel passato, portavoce ufficiali, sia arabi che israeliani, hanno subito diffuso una smentita. Ma questa volta non c’è ancora stata. Ciò suggerisce che ci siano solide basi sui criteri della proposta – quanto meno tra l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati uniti.

A quanto pare, dopo il primo incontro di Trump con Mohammed bin Salman, il trentunenne figlio del re saudita e sovrano di fatto del regno, nella loro riunione a Washington di martedì sono stati definiti gli ultimi dettagli tra il principe ereditario degli E.A.U., Mohammed bin Zayed Al Nahyan, e il presidente USA Donald Trump.

I tre punti principali dell’accordo si fondano sulla concessione di permessi alle imprese israeliane di aprire succursali negli Stati del Golfo, agli aerei israeliani di volare nello spazio aereo degli E.A.U. e sull’installazione di linee telefoniche dirette tra i due Paesi. Non è ancora la totale normalizzazione che era stata promessa con l’iniziativa araba di pace del 2002 o nella sua ratifica dettagliata al summit arabo di aprile in Giordania.

Ma se arrivasse una dichiarazione ufficiale da parte di Riyadh su questa iniziativa, meriterebbe il titolo di “storica”, perché per la prima volta per una completa normalizzazione non verrebbero più richiesti il totale ritiro da tutti i territori occupati e la fine del conflitto. Al contrario, questa proposta è un percorso, consistente in varie fasi, in cui la prima si accontenta della promessa di Israele di congelare la costruzione [di colonie] nei territori.

L’altra novità è che gli Stati del Golfo tradurranno il proprio impegno concreto in un linguaggio che l’opinione pubblica israeliana può capire. Potrebbero essere in grado di esercitare pressioni locali ed internazionali sul governo israeliano se questo decidesse di rifiutare l’iniziativa.

E’ questo il modo il cui Trump pensa di avverare l’accordo che sogna per la pace tra Israele ed i palestinesi, e, se così fosse, perché gli Stati del Golfo sarebbero disposti a collaborare proprio ora?

I dirigenti della maggior parte dei Paesi arabi hanno molte cose in comune con la destra israeliana. Entrambi vedono Trump come una boccata d’aria fresca dopo la fine della presidenza di Barack Obama. Entrambi hanno interesse a contenere l’influenza dell’Iran in Medio oriente e né Israele né gli Stati del Golfo dispongono di una superpotenza alternativa agli Stati uniti. La preoccupazione riguardo alla rottura del rapporto unico creato nel corso dei decenni tra gli Stati del Golfo, soprattutto l’Arabia saudita, e le amministrazioni USA, ha portato alla conclusione che non ci sono alternative al rafforzamento dei rapporti con un presidente americano, che può anche detestare i musulmani, ma capisce il linguaggio degli affari.

Quindi Trump è stato invitato non a un solo incontro, ma a tre: il primo con il re saudita, il secondo con i dirigenti degli Stati del Golfo e il terzo con i dirigenti dei Paesi musulmani sunniti, in cui rilascerà una dichiarazione “al mondo musulmano”.

Sarà interessante fare un confronto tra il discorso di Trump ai leader del mondo musulmano con quello di Obama al Cairo nel 2009, in cui si era impegnato a costituire un’alleanza con i Paesi musulmani dopo un periodo di gelo sotto la presidenza di George W. Bush.

Trump e il re saudita Salman firmeranno due accordi per un valore di centinaia di miliardi di dollari. Uno riguarda un vasto accordo sugli armamenti di circa 100 miliardi di dollari iniziali, con un’opzione fino a 300 miliardi in un decennio. Il secondo è un accordo di investimenti sauditi in infrastrutture negli Stati uniti per circa 40 miliardi di dollari. Tutto questo si aggiunge a un nuovo accordo di difesa che sarà firmato tra Washington e gli E.A.U.

Nel passato gli Stati del Golfo, guidati dall’Arabia saudita, si sarebbero uniti alle iniziative arabe, che provenivano principalmente dall’Egitto. Nel 2002 l’iniziativa saudita fu anomala a questo riguardo, ma dopo che è naufragata in un mare di obiezioni israeliane, l’Arabia saudita si è prestata ad iniziative locali, come la riconciliazione tra Hamas e Fatah, o si è occupata della politica interna in Libano. Salman, e soprattutto suo figlio, si sono trasformati in attivi propugnatori di politiche, anche se non sempre con molto successo. La fallimentare guerra in Yemen è un esempio, la debolezza nel fare i conti con la crisi in Siria un altro. Ora cercheranno di guidare un’iniziativa politica tra Israele e i palestinesi. Il vantaggio dell’Arabia saudita e dei suoi alleati del Golfo è che non hanno la necessità, né l’intenzione, di chiedere l’accordo degli arabi radicali per queste iniziative.

La partecipazione della Siria alla Lega Araba è stata sospesa, l’Iraq è considerato un alleato dell’Iran, la Libia si sta sgretolando, lo Yemen è in guerra, la Giordania e l’Egitto sono sostenute dall’Arabia saudita, come lo sono alcuni Stati del Maghreb. Quindi una parziale o totale normalizzazione tra gli Stati del Golfo ed Israele non impegnerà altri Paesi arabi. Ma ciò deciderà la questione di chi è da biasimare per lo stallo del processo di pace se l’iniziativa non prendesse il via. E se Israele e i palestinesi avanzassero verso la ripresa di negoziati sulle principali questioni, ciò potrebbe essere utile come essenziale effetto leva.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Una nuova realtà sotterranea sta prendendo forma lungo il confine tra Gaza e Israele

Amos Harel, 15 maggio 2017, Haaretz

L’aumentata pressione da parte di Abbas potrebbe spingere Hamas a cercare di compiere un’incursione oltre frontiera. La massiccia barriera israeliana anti-tunnel provoca il fatto che Hamas abbia aumentato i posti di vedetta – cosa non necessariamente negativa.

Nelle ultime settimane il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas ha progressivamente incrementato la pressione sul governo di Hamas nella Striscia di Gaza. Le misure punitive si sono susseguite: interruzione del pagamento della tassa sul combustibile importato, taglio di un terzo dei salari di 45.000 impiegati statali a Gaza che sono ancora pagati dall’ANP, interruzione dei pagamenti per l’elettricità di Gaza proveniente da Israele.

I funzionari israeliani della Difesa hanno ancora difficoltà a spiegare il cambiamento di approccio da parte di Abbas, visto che nell’ultimo decennio, fin da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia, non ha mai affrontato direttamente l’organizzazione. L’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon nel 2003 disse di Abbas: “Il pulcino non ha ancora messo le piume”. Ma adesso che il pulcino ha compiuto 82 anni, qualcosa evidentemente è cambiato.

Una possibile spiegazione è che Abbas pensi che Hamas alla fine si troverà di fronte a una rivolta interna – una speranza condivisa da alcuni israeliani. L’ipotesi è che i gazawi scenderanno in piazza, proprio come gli egiziani che hanno riempito piazza Tahrir al Cairo sei anni fa, e deporranno il governo islamico di Gaza.

A tutt’oggi comunque non vi sono segnali di un tale evento. Lo scorso inverno, quando si sono verificati problemi simili con la fornitura di energia, è scoppiata una breve ondata di proteste, ma Hamas è stata in grado di reprimerle.

L’aggravamento dei problemi degli abitanti di Gaza

Questa primavera il panorama è un po’ diverso. Le gravi riduzioni di energia colpiscono principalmente le istituzioni pubbliche, come ospedali e scuole. Molti gazawi, abituati alle interruzioni della fornitura di energia, hanno comprato dei generatori in proprio. Far funzionare un generatore costa molti soldi, ma potrebbe non essere ancora sufficiente perché i gazawi giungano al punto di rottura.

Anche se la popolazione perdesse la pazienza, è difficile che i capi di Hamas rinuncino al loro progetto più importante, il governo islamista che hanno imposto a Gaza dal maggio del 2007. Piuttosto, se la pressione aumentasse, probabilmente cercheranno un’altra via per uscire dalla trappola.

Un’opzione potrebbe essere quella di incoraggiare la popolazione a fare manifestazioni “spontanee” lungo il confine con Israele, nel tentativo di dirottare la rabbia verso Israele (ogni dura reazione da parte dei soldati israeliani inasprirebbe ulteriormente la situazione). Un’altra alternativa è l’azione militare – un raid oltre frontiera attraverso un tunnel o in altro modo, che svierebbe l’attenzione della gente dalla responsabilità di Hamas per le sofferenze del suo popolo.

Le sofferenze si stanno aggravando in quanto Hamas, che raccoglie le tasse su ogni minimo prodotto che entra nella Striscia, sta ancora destinando la maggior parte del denaro disponibile per rafforzare le proprie potenzialità militari. Questa settimana, il numero di camion che trasportano merci da Israele e Cisgiordania a Gaza è stato in media di 1000 al giorno – cinque volte la media giornaliera prima dell’ultimo conflitto tra Hamas e Israele nell’estate del 2014.

Dichiarazioni di Hamas

Una nuova realtà sta prendendo forma lungo il confine tra Gaza ed Israele. Con discrezione, Israele ha iniziato a costruire una nuova barriera contro i tunnel che attraversano il confine. La barriera comprende un muro sotterraneo, una recinzione sul terreno ed un complesso sistema di sensori e dispositivi di monitoraggio. I lavori sono iniziati in alcuni brevi tratti vicino alla zona nord di Gaza e si prevede che nei prossimi mesi verranno notevolmente incrementati.

Hamas sorveglia da vicino. All’interno di Gaza, a circa 300 metri dal confine, l’organizzazione ha aumentato in modo significativo il numero dei suoi posti di vedetta. Quasi sempre, quando dal lato israeliano compaiono gru ed escavatori, spuntano le vedette dal lato palestinese.

Questo non è necessariamente negativo dal punto di vista israeliano. La “pattuglia di confine” di Hamas si adopera per impedire agli infiltrati di entrare in Israele. Arresta la maggior parte di loro ed in un caso recente ha persino aperto il fuoco contro un palestinese che cercava di entrare in Israele. Alti ufficiali israeliani dicono che Hamas si sta anche impegnando ad impedire il lancio di razzi.

Gli avamposti di Hamas aiutano anche l’esercito [israeliano] a reagire immediatamente se un razzo o un’arma fa fuoco comunque su Israele. Cioè gli avamposti diventano obbiettivi che Israele attacca sulla base del fatto che Hamas è responsabile per qualunque cosa avvenga nel territorio sotto il suo controllo.

Evidentemente anche Hamas comprende le regole del gioco. Altrimenti è difficile spiegare perché quasi nessuno è stato ferito in questi attacchi punitivi israeliani.

E’ chiaro che lungo il confine di Gaza è stato intrapreso un impegnativo progetto costruttivo. La barriera sarà lunga solo circa 65 chilometri, più o meno un quarto della lunghezza della barriera lungo il confine israelo-egiziano, ma il lavoro sul confine di Gaza è incomparabilmente più complesso.

Quando gli storici e i geografi studieranno i confini israeliani nel corso degli ultimi due decenni, scopriranno che un personaggio poco conosciuto ha influenzato la topografia più di tutti i leader e i generali messi insieme. Quest’uomo è il generale di brigata Eran Ophir, capo dell’amministrazione militare per la costruzione della barriera. Dopo la barriera di separazione in Cisgiordania, quella lungo il confine egiziano e quella sulle alture del Golan, adesso Ophir si sta occupando della barriera lungo il confine di Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Perché il nuovo statuto di Hamas è rivolto ai palestinesi e non agli israeliani

Amira Hass – 3 maggio 2017 Haaretz

Il documento radicale è basato su una nozione fondamentale: le concessioni fatte dall’OLP e da “Fatah”, la fazione predominante di Abbas, non hanno fatto cambiare Israele.

Il nuovo “Documento dei principi generali e delle politiche” di Hamas non è stato stilato per piacere ad Israele o agli israeliani. La sua negazione del fatto che gli ebrei abbiano una qualche affinità religiosa, emotiva o storica con questa terra è inequivocabile. Afferma che il progetto sionista non prende di mira solo i palestinesi, ma è anche un nemico del popolo arabo e musulmano e mette in pericolo la pace e la sicurezza di tutto il mondo. E pertanto, secondo il documento, mette in pericolo tutta l’umanità. Alla fine, l’unica frase su uno Stato nei confini del 1967 è molto meno clamorosa di come è stata dipinta.

La novità si trova in altri aspetti del documento, che è rivolto in primo luogo e soprattutto al popolo palestinese, e contiene articoli ed affermazioni formulati durante anni di negoziati con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina sulla riconciliazione nazionale. Il documento è rivolto anche al mondo esterno, ma non ai governi occidentali. Piuttosto si rivolge agli Stati arabi e musulmani e ai movimenti popolari nei Paesi occidentali che appoggiano la lotta dei palestinesi contro l’occupazione.

Questo documento molto radicale è stato scritto con la coscienza del fatto che la conclusione che ne segue è molto diffusa tra i palestinesi: le concessioni su principi fondamentali fatte dall’OLP e dalla sua fazione predominante, Fatah, non hanno fatto cambiare Israele; al contrario, gli hanno permesso di intensificare il processo di appropriazione di terre e la sua dominazione sul popolo palestinese.

In tutto ciò che non riguarda Israele, il documento dimostra che Hamas è un’organizzazione sensibile alle critiche. O, come l’ha definita lunedì il capo politico Khaled Meshal, sa come cambiare e rinnovarsi, e riconosce il pericolo della fossilizzazione. La principale critica interna palestinese (a parte la politicizzazione della religione) è stata che Hamas non è un movimento nazionale palestinese, ma piuttosto è al servizio di un progetto straniero.

Questa critica si fonda sullo statuto di Hamas del 1988, in cui si definisce in primo luogo come un movimento di resistenza religioso islamico (piuttosto che come palestinese) e come una branca della Fratellanza Musulmana. Il sito web “Il Nuovo Arabo” [media arabo progressista in lingua inglese con sede a Londra, ndt.] ha scoperto che nelle circa 12.000 parole dello statuto la parola “Allah” compare 73 volte, “Islamico” 64 volte “jihad” 36 volte e “Palestina” solo 27 volte. Quindi lo statuto originale ha creato l’impressione che la Palestina ed il suo popolo fossero semplici strumenti nella lotta per diffondere la religione islamica.

Il nuovo documento è stato adeguato all’auto definizione di Hamas: “un movimento palestinese islamico nazionale di liberazione e di resistenza” (in quest’ordine), il cui obiettivo è di liberare tutta la Palestina e di combattere “il progetto sionista” (piuttosto che gli ebrei). Il punto di partenza dello statuto – che la radice del conflitto è religiosa – è scomparso dal nuovo documento. Ma anche nel nuovo documento l’Islam rimane una fonte di autorità; la Palestina è una terra araba e musulmana, e l’Islam è ciò che attribuisce a questa terra il suo particolare ruolo.

I cristiani, le donne e l’OLP

Ci sono altri tre punti salienti su cui il documento è attento alle critiche interne. Primo, si rivolge ai cristiani palestinesi facendo riferimento alla Palestina come al luogo in cui è nato Gesù. Secondo, l’affermazione dello statuto del 1988 sul ruolo delle donne in casa e in famiglia e come “le generatrici di uomini” che lottano per la liberazione è stato sostituito da un’affermazione generica sul ruolo fondamentale delle donne nella società. Terzo, il nuovo documento accetta l’OLP come “la cornice nazionale per il popolo palestinese,” in contrasto con lo sprezzante atteggiamento verso l’OLP dello statuto [precedente].

Il nuovo documento non contiene nessuno degli articoli e delle affermazioni anti-semiti che caratterizzavano lo statuto. Sostenitori del movimento, soprattutto in Occidente, avevano consigliato da molto tempo di cambiare quelle disposizioni.

Un membro di Hamas ha detto ad Haaretz che quasi subito dopo che lo statuto è stato pubblicato nel 1988, persone del movimento invitarono a cambiare queste parti. Lo statuto non era stato scritto in modo collettivo, ha spiegato, e non è “né scientificamente né giuridicamente” accurato.

Ha affermato che i membri di Hamas deportati nel 1992-93 a Marj El Zhour [dopo l’uccisione di 6 soldati in Cisgiordania, Israele deportò 415 membri di Hamas e della Jihad islamica su una collina sul confine con il Libano, dove rimasero per 4 mesi, finché vennero riportati a Gaza e in Cisgiordania, ndt.], in Libano, furono i primi a discutere seriamente la necessità di modifiche. Ma queste non sono mai state fatte perché ciò richiedeva un lungo e complesso processo di riflessione e dibattito durante i difficili periodi di escalation militare.

Lo statuto in sé non è stato abrogato. E’ un documento storico che si riferisce ad un particolare momento nella storia dell’organizzazione, e Hamas non vi sta rinunciando; né il nuovo documento è chiamato “statuto”. Cancellarlo vorrebbe dire ripetere l’umiliazione subita dall’OLP, quando dovette annunciare l’abolizione di alcuni articoli del suo statuto del 1968 perché contraddicevano gli accordi di Oslo. Ma lo statuto di Hamas non è più la piattaforma ideologica ufficiale dell’organizzazione.

Non come il Comintern

Hamas ha reciso ogni rapporto con la Fratellanza Musulmana solo perché il movimento non è citato nel nuovo documento? Contrariamente alle affermazioni di Fatah, ha detto il membro di Hamas, il rapporto di Hamas con la Fratellanza Musulmana è sempre stato puramente emotivo, non istituzionalizzato, organizzato, gerarchico, in cui ogni organizzazione gregaria dovesse obbedire a ordini dall’alto, una specie di Comintern sovietico. Il fatto è che, in Paesi differenti, i partiti affiliati alla Fratellanza Musulmana hanno adottato politiche differenti.

Il membro di Hamas ha anche notato che il lavoro sul documento è iniziato nel 2013, quando Mohammed Morsi, della Fratellanza Musulmana, era ancora presidente dell’Egitto. In altre parole, non era guidato dalla necessità di realpolitik per ingraziarsi l’Egitto dopo che il governo dei Fratelli Musulmani è stato rovesciato.

Ma è chiaro che nel nuovo documento Hamas cerca di liberarsi da ogni rapporto con l’estremismo religioso islamico. Il documento sottolinea che “si oppone all’intervento nelle questioni interne di ogni Paese.” E Meshal ha detto esplicitamente che il contesto adeguato per la lotta armata è solo l’opposizione all’occupazione in Palestina, e non all’estero.

Si potrebbe vedere questo come realismo politico, data la dipendenza dell’organizzazione dall’Egitto, che è l’unica porta d’uscita di Gaza, governata da Hamas, verso il mondo. Ma ciò riflette anche una reale preoccupazione per l’immagine dell’Islam e la consapevolezza del fatto che Hamas ed i suoi sostenitori devono prendere le distanze dall’essere identificati con lo Stato Islamico.

La versione finale del documento contiene un’affermazione contraria alla cooperazione (che definisce come “collaborazionismo”) con Israele in materia di sicurezza, che non era presente nelle bozze diffuse in precedenza. Il documento inoltre non riconosce la legalità degli accordi di Oslo, ma si riferisce al suo prodotto, l’Autorità Nazionale Palestinese, affermando che l’obiettivo dell’ANP è di essere utile a tutto il popolo palestinese. O, come ha spiegato Meshal, la coerenza con i principi non nega il riconoscimento dei fatti determinati dalla realtà.

Lo stesso vale per l’affermazione in merito alla creazione di uno Stato “lungo i confini del 4 giugno 1967.” Per anni i principali dirigenti di Hamas hanno detto, esplicitamente o implicitamente, che il movimento vuole accettare un compromesso a condizione che non includa un riconoscimento di Israele. Ma il documento afferma semplicemente che Hamas riconosce che un simile Stato – compreso il “ritorno dei rifugiati”- è “una formula di consenso nazionale”. Bisogna ancora vedere se i rigidi principi del documento intendano effettivamente rendere più facile ad Hamas dimostrare flessibilità politica nel “gestire il conflitto”, per usare le parole del documento.

Il documento non fa riferimento ad Hamas come un partito di governo, ma solo come un movimento di resistenza. Ciò è un utile compromesso caratteristico delle doti acrobatiche di Hamas. Ciò permette all’organizzazione di crogiolarsi nella gloria di un movimento di resistenza, che a sua volta contribuisce a conservare la Striscia di Gaza come un bastione del governo nazionale.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Fonti palestinesi dicono che Abbas sta cercando di ingraziarsi Trump punendo Hamas

Zvi Bar’el, 29 aprile 2017, Haaretz

Mantenere al buio gli abitanti di Gaza potrebbe essere un espediente politico da parte del presidente palestinese per convincere Trump di essere un partner per la pace.

I due milioni di abitanti della Striscia di Gaza sono al buio – non come metafora della mancanza di un orizzonte diplomatico, ma realmente. Il blackout è il vertice dell’assedio economico cui è sottoposto il territorio.

Decine di migliaia di dipendenti dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza hanno subito un taglio di almeno il 30% ai loro salari e molti lavoratori stanno per essere costretti ad andare in pensione anticipata. L’assistenza fornita dall’ANP ai sistemi sanitario e di welfare a Gaza diminuirà probabilmente in modo drastico. E se non sarà trovata a breve termine una soluzione alla frattura tra Hamas e Fatah, il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas potrebbe dichiarare Gaza sotto la guida di Hamas “Stato ribelle” e forse addirittura definire Hamas un’organizzazione terroristica.

Tutto questo avviene mentre Khaled Meshal, tuttora a capo dell’ufficio politico di Hamas, si accinge a rendere pubblico il nuovo statuto dell’organizzazione, lunedì prossimo in Qatar. Due giorni dopo Abbas incontrerà il presidente USA Donald Trump.

La pressione su Gaza non è casuale, né è slegata dagli sviluppi regionali ed internazionali. Durante un incontro degli ambasciatori palestinesi di tutto il mondo, l’11 aprile in Bahrein, Abbas ha affermato che intende intraprendere un’azione risoluta nei confronti della “pericolosa situazione” creata da Hamas a Gaza. Due giorni dopo ha ordinato i tagli ai salari, in seguito all’annuncio di inizio anno dell’Unione Europea che non avrebbe più finanziato i salari dei dipendenti dell’ANP a Gaza.

Inoltre, a gennaio, il Qatar ha reso noto che l’intervento di emergenza concesso per finanziare l’acquisto di elettricità da Israele per Gaza si sarebbe concluso entro tre mesi. Tale decisione non era inattesa, anche se la dirigenza di Hamas a Gaza era ancora convinta che il Qatar avrebbe continuato a finanziare i pagamenti per l’elettricità.

Allora Abbas ha annunciato che avrebbe finanziato l’acquisto di elettricità se Hamas avesse pagato le relative tasse – una condizione che Hamas non poteva accettare, perché avrebbe triplicato il prezzo dell’elettricità. Giovedì l’ANP ha detto ad Israele che non avrebbe più pagato per l’elettricità e ha chiesto che Israele smettesse di detrarre i pagamenti [per l’energia elettrica destinata a Gaza, ndt.] dalle tasse che raccoglie a nome dell’ANP.

L’ANP ha giustificato tutti questi passi con la cronica carenza di liquidità, ma gli analisti ritengono che Abbas stia cercando di ottenere uno dei due scopi, o forse entrambi: abbattere il governo di Hamas aggiungendo il proprio blocco a quelli imposti da Israele ed Egitto, oppure costringere Hamas ad accettare le richieste dell’ANP guidata da Fatah.

Il pretesto politico ufficiale per la punizione è stata la decisione di Hamas di creare un consiglio amministrativo per gestire i servizi pubblici a Gaza – in sostanza, una sorta di governo. Questo eluderebbe la decisione presa a giugno 2014 di stabilire un governo di unità palestinese finché non fosse possibile svolgere nuove elezioni parlamentari e presidenziali.

Salah Al Bardawil, un alto dirigente di Hamas a Gaza, ha replicato che Hamas avrebbe di buon grado sciolto il consiglio e consentito che il governo di unità governasse Gaza, compresi i valichi di frontiera, se l’ANP avesse trattato Gaza al pari della Cisgiordania. Benché Fatah sostenga che Hamas non le consente di governare correttamente Gaza, Hamas a0fferma che l’ANP compie sistematiche discriminazioni nei confronti di Gaza, il che rende necessario il consiglio am0ministrativo.

Ma questo dissidio non spiega l’improvviso cambio di politica dell’ANP, tre anni dopo la formazione del governo di unità.

Una spiegazione fornita da fonti palestinesi fa riferimento al “clima generale” contrario ad Hamas, sia a livello regionale che internazionale, soprattutto a Washington. Abbas, dicono, vuole portare una “dote” all’incontro con Trump la prossima settimana, dato che il presidente USA ha fatto della guerra al terrore un principio cardine della sua politica estera. Inoltre Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Stati del Golfo condividono questo principio e tutti vedono in Abbas l’unico partner per qualunque eventuale processo diplomatico.

Se davvero Abbas sta punendo Hamas come parte di un‘iniziativa diplomatica, e non solo per ragioni interne, questo potrebbe aiutarlo a convincere Trump che lui sta veramente combattendo il terrorismo come chiede il primo ministro Benjamin Netanyahu e che Netanyahu sbaglia a sostenere di non avere un interlocutore palestinese per la pace. Dimostrare che Abbas sta sinceramente cercando di costringere Hamas ad accettare il governo di unità ed a riconoscerlo come il rappresentante di tutti i palestinesi, scardinerebbe l’ulteriore argomentazione di Netanyahu che Abbas non può essere un interlocutore perché non rappresenta Gaza.

Se Hamas rifiuta di cedere nonostante queste pesanti pressioni, Abbas potrebbe rafforzarle, forse arrivando a dichiarare Hamas una organizzazione terroristica. Ma questo sembra improbabile, dato che significherebbe un totale boicottaggio internazionale di Gaza, a cui ci si aspetta si uniscano anche Paesi come la Turchia e il Qatar.

A quanto pare Meshal ha deciso di rendere pubblico il nuovo statuto di Hamas lunedì, nella speranza che provocare una risonanza mediatica sul “cambiamento” nelle posizioni dell’organizzazione impedirebbe un accordo tra America, Palestina ed Israele per distruggere l’organizzazione. Il nuovo documento rifletterà in apparenza due cambiamenti principali: una rottura con la Fratellanza Musulmana e la disponibilità ad un compromesso diplomatico.

A differenza del vecchio statuto del 1988, il nuovo non fa menzione della Fratellanza Musulmana. Questa omissione è intesa a presentare Hamas come un’organizzazione esclusivamente palestinese piuttosto che basata su un’ideologia esterna panislamica. Ma soprattutto la mossa ha lo scopo di rabbonire l’Egitto, che sta ingaggiando una guerra a tutto campo contro la Fratellanza.

Il secondo fondamentale cambiamento è una clausola che recita: “Non vi sarà alcuna concessione di nessuna porzione della terra palestinese, indipendentemente dalla durata o dalle pressioni, nemmeno se l’occupazione continua. Hamas rifiuta ogni alternativa alla liberazione della Palestina nella sua interezza, dal fiume fino al mare”, intendendo il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Così prosegue: “La creazione di uno Stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme, sulla base dei confini del 4 giugno 1967, ed il ritorno dei rifugiati palestinesi alle case da cui sono stati cacciati è il programma nazionale condiviso e consensuale, che non significa assolutamente riconoscere l’entità sionista, come non significa rinunciare ad alcun diritto dei palestinesi.”

Né Israele né gli Stati Uniti possono vedere in queste parole una concessione politica significativa, anche se riconosce i confini del 1967. Al massimo, la clausola indica che viene adottata la strategia che Fatah ha propugnato prima degli Accordi di Oslo del 1993: liberare tutta la Palestina, ma in diverse fasi.

Perciò neanche la creazione di uno Stato palestinese sulla base dei confini del 1967 metterebbe fine al conflitto con Hamas o al suo desiderio di liberare la Palestina “da Rosh Hanikra a nord a Umm al- Rashrash a sud, dal Fiume Giordano ad est al Mar Mediterraneo ad ovest”, come recita l’articolo 2 del nuovo statuto. Lo statuto inoltre sottolinea che la lotta e la resistenza armate sono la via per conseguire questo obbiettivo.

Tuttavia, Hamas può sperare che il riferimento ai confini del 1967 innescherà un dibattito pubblico sia nei territori palestinesi che in Israele. Potrebbe anche scalfire i tentativi di presentare l’organizzazione come contraria ad ogni iniziativa diplomatica, portare l’America a cancellarla dall’elenco delle organizzazioni terroriste e indebolire gli sforzi di Abbas di presentarsi come l’unico possibile partner per i negoziati. In questo contesto, vale la pena ricordare che nel 2008 Meshal espresse l’intenzione di accettare uno Stato palestinese entro i confini del 1967 senza riconoscere Israele.

La grande domanda è come reagirà a tutto questo il presidente americano. Abbas riuscirà a cancellare la sua immagine di “non partner” e quindi indurre Trump ad addossare a Netanyahu parte delle colpe per lo stallo diplomatico? Trump riuscirà a formulare una nuova politica degli Stati Uniti per raggiungere una soluzione diplomatica dopo l’incontro con Abbas, avendo già ascoltato i punti di vista del presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sissi, del re di Giordania Abdullah e del re dell’Arabia Saudita Salman? E metterà Hamas nella stessa lista di Hezbollah, dello Stato Islamico e dell’Iran, oppure lo considererà parte imprescindibile di ogni soluzione?

Finché Trump non deciderà, la politica punitiva di Abbas verso Gaza lascerà Israele sull’orlo di un’esplosione. Nessuna delle opzioni israeliane per disinnescare la bomba di Gaza è gradevole.

Potrebbe pagare lui stesso per l’elettricità di Gaza, chiedere alla Turchia di aumentare i suoi aiuti o convincere il Qatar a rinviare il taglio dei suoi finanziamenti. Ma ciascuna di queste opzioni apparirebbe come un aiuto di Israele ad Hamas, non come un tentativo di salvare i residenti di Gaza dalla crisi economica ed umanitaria. D’altro lato, non fare niente potrebbe accelerare l’esplosione di Gaza, da cui alti ufficiali dell’esercito hanno di recente messo in guardia, e porre Israele di fronte ad un altro ciclo di violenze.

In entrambi i casi, ancora una volta risulta chiaro che l’indifferenza di Israele per le crisi politiche ed economiche della Palestina è una minaccia strategica alla sua stessa sicurezza e al suo prestigio internazionale.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Essere gay a Gaza: quattro testimonianze dalla Striscia

24 aprile 2017

In questi ultimi giorni di tensione politicamente satura di notizie sconvolgenti sulle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali) in paesi di maggioranza musulmana, e tra le mille preoccupazioni per i civili che si trovano tra l’incudine e il martello di potenze distruttive, uno dei pensieri sfugge verso chi nella sua diversità sessuale subisce tanto quanto il resto dei popoli più oppressi da anni a questa parte: i gay di Gaza.

Questa è la prima parte della traduzione di un articolo pubblicato a settembre dell’anno scorso su Dkhlak che racconta la quotidianità di molte persone, non soltanto a Gaza, attraverso testimonianze di uomini che non trovano modi per vivere liberamente il proprio orientamento sessuale. La seconda parte sarà pubblicata lunedì 1 maggio. L’autore dell’articolo ha deciso di non rivelarsi per paura delle conseguenze che possono minacciare la sua libertà, se non addirittura la sua vita.

L’omosessualità nella striscia di Gaza

L’obiettivo di questo articolo è fare luce sugli omosessuali palestinesi, una parte emarginata della comunità che vive nella Striscia di Gaza, raccontando le loro sofferenze, le loro esperienze e la loro battaglia in rapporto all’omofobia radicata in una società devota ipocritamente alla religione.

Sono centinaia quelli che vivono sotto un velo segreto che a malapena li protegge dalle minacce di morte, che li costringe a reprimere la loro vera identità e li obbliga a vivere nelle menzogne per garantirsi il diritto di sopravvivenza. Questo e tanto altro fa sì che chiunque, come me, voglia incontrarli e raccontarli, trovi la missione quasi impossibile da compiere. D’altronde, chi cerca di dar voce ai più deboli e supportarli non riconosce limiti al possibile e quindi raggiungerà i propri obiettivi.

Incontrarli e conoscerli

Un giorno, mentre sfogliavo alcuni siti arabi di cronaca e notizie internazionali, ho trovato un articolo che parlava di un forum online specializzato in incontri tra uomini omosessuali, creato da un ragazzo gay libanese. Questo nuovo social mi ha parecchio incuriosito, perché includeva utenti da tutto il mondo. Ho deciso di aprire un account per capire al meglio i suoi meccanismi.

Una delle opzioni era la ricerca degli utenti più vicini usando il GPS: mi ha sorpreso quante persone della mia città fossero iscritte, tutte da Gaza e di tutte le età. Ho chattato con molti cercando di capire come facevano a incontrarsi e dove, soprattutto perché se tu fossi eterosessuale e incontrassi una ragazza in segreto e venissi scoperto anche una sola volta basterebbe per rinchiuderti in prigione per anni.

Purtroppo per mancanza di testimonianze di sesso femminile non ho potuto scrivere l’articolo includendo anche le ragazze lesbiche di Gaza, anche perché su quel social ho trovato solo maschi.

L’incontro nel mondo virtuale

In questa parte dell’articolo vi riporterò alcune storie che mi sono state raccontate nelle chat private avute con dei ragazzi, vi illustrerò le loro vite, i loro rapporti familiari e le sfide che affrontano.

M.T. 29 anni

“Sono sposato e vivo con mia moglie e i miei 3 figlioli. Sono stato costretto a sposarmi a 20 anni perché fa parte delle nostre tradizioni e costumi in questa parte della Striscia. Non mi sono rifiutato semplicemente perché non volevo dichiararmi omosessuale in una famiglia molto religiosa… Penso che se avessi detto la verità sarei stato lapidato in una fossa di fronte alla moschea dai miei stessi fratelli.

“Ti racconto un episodio che non potrò mai dimenticare, uno tra i tanti dipinti di paure e minacce: quattro anni fa avevo una relazione con un uomo di cinquant’anni, di Gaza. Lo incontrai in Egitto durante un viaggio. Quando tornai nella Striscia, era difficile incontrarci e quindi passavamo molto tempo al telefono, ma dopo qualche tempo le spie di Hamas lo avevano scoperto e indotto a svelare il nostro rapporto.

“Mi convocarono per un interrogatorio, non mi chiamavano mai con il mio nome: ‘Vieni, pervertito!’, ‘Siediti, frocio!’, ‘Dio ti maledica, adultero, fai schifo’… Ammetto di aver subito violenze anche fisiche da parte delle forze dell’ordine, però l’unica mia preoccupazione era che non volevo che la mia famiglia e i miei amici sapessero di me: se mia moglie fosse venuta a saperlo? Avrei perso i miei figli, mi avrebbero allontanato da tutti i miei cari.

“Allora li pregai e mi inginocchiai chiedendo loro di non dire nulla a nessuno. L’interrogatorio finì con una multa di 1300 sicli [circa 330 euro; ndr] pagati alle autorità in cambio del silenzio. La somma era enorme rispetto a quello che guadagnavo, ma ero pronto a vendere parti del mio corpo pur di pagarli e pur di garantirmi il loro silenzio.

“Dopo quella volta e da quel giorno mi accontento delle amicizie virtuali tramite i social, principalmente per non sentirmi solo. Spero che un giorno le cose cambieranno, pur sapendo già che sono a metà della mia vita, ma non so se resisterò ancora nell’attesa di quel futuro”.

M.Q., 18 anni

La sua storia è stata per me la più difficile da digerire.

“Mio padre è un ingegnere informatico, mi controllava il computer attraverso programmi che installava di nascosto sul portatile. Due anni fa stavo scrivendo a un mio amico giordano non sapendo che mio padre leggesse tutti i messaggi, quando all’improvviso e senza dire una parola mio babbo mi ha picchiato, gridandomi ‘Mio figlio è gay? Non ti ho saputo educare!’. Ma non bastava. Mi portò da imam che praticavano l’esorcismo, sedute settimanali durante le quali venivo picchiato, frustato e torturato.

“Durò un anno e mezzo questa situazione. Credevo sempre di più che sarei morto presto, magari suicidandomi. Presi una manciata di pillole, le ingoiai, ma fui salvato da mia madre che mi sentì tossire mentre lottavo contro la morte.

“Il cuore di mio padre si addolcì e smise di portarmi alle sedute di esorcismo, però mi fece seguire da uno psichiatra per curarmi dall’omosessualità. Il medico mi dava varie medicine da assumere giornalmente, ma non fidandomi di lui ho cercato gli effetti dei medicinali prescritti: era un misto tra antidepressivi e alcune pillole per placare la libido fino a togliermela del tutto, o almeno questo è quello che credono i medici a Gaza.

“Mi viene da piangere. Non ho ancora raggiunto i vent’anni e già le mie sofferenze mi consumano la vita.

“Mi sono cancellato dai siti per un lungo periodo, fino a quando non ho comprato segretamente un tablet che ora mi permette di condividere i miei sentimenti con il mio amico giordano e di trovarmi nuovi amici come me senza rischiare di essere spiato da mio padre. Il mio sogno è di finire il liceo qui e continuare gli studi all’estero, dove potrò vivere la mia vera natura liberamente e senza paura”.

Aymen, 36 anni

“Cerco di proteggere la mia identità sessuale il più possibile, anche se quotidianamente i miei genitori cercano di convincermi a sposarmi con una donna qualsiasi per costruire un mio nucleo familiare, così loro potranno godersi i miei figli come già fanno con i nipoti dei miei parenti e fratelli. Non li biasimo, perché un nativo di Gaza non può rimanere single fino a quest’età: o è malato di mente o lo è fisicamente, e chi più ne ha più ne metta.

“Ma non posso… Non posso mentire a una ragazza e sposarla senza amarla. Il matrimonio non è un semplice contratto da firmare o una saltuaria relazione sessuale, come mi insegna la società e la religione: il matrimonio è serenità e scambio emotivo d’amore tra due persone e non riesco a trovare ciò se non con un uomo. Ogni giorno spero di poter abbandonare questo paese intellettualmente sterile, però non riesco a lasciare i miei genitori anziani e bisognosi di assistenza. A volte penso al suicidio, ma so che non è la soluzione.

“Sono musulmano e molto credente, tuttavia sprofondo nella depressione quando sento parlare gli imam di omosessualità e di come gli omosessuali dovrebbero essere lapidati e massacrati. Non credo che Allah sia come dicono: Egli è misericordioso, non giudica qualcuno per una caratteristica innata come l’orientamento sessuale. Sono stato creato così e continuo a sperare nella misericordia di Allah che ci ha fatti come siamo”.

S.H. 20 anni

Ho deciso di concludere questa prima serie di interviste con quest’ultima storia, raccontatami da un ragazzo che successivamente è diventato un caro amico.

“Ho scoperto la mia omosessualità da molto piccolo. Il mio modo effeminato di essere mi faceva riconoscere. Ho subito un forte bullismo dalla più tenera età, nonostante abbia cercato di cambiare.

“La mia vita a Gaza era letteralmente infernale, non potevo vestirmi come desideravo né incontrare persone gay come me. A scuola ero perseguitato dai bulli, che non erano soltanto studenti, ma anche alcuni insegnanti che facevano parte dell’organizzazione di Hamas: avevano la barba come segno di estremismo religioso ed erano duri nei loro trattamenti.

“Dopo che Hamas ha preso il controllo sulla Striscia, la maggior parte degli insegnanti ha lasciato il lavoro nelle scuole statali ed è stata sostituita da persone appartenenti all’organizzazione di stampo religioso. Infatti tra i primi cambiamenti adottati nelle scuole statali c’erano le lezioni di educazione fisica trasformate in addestramento militare. Mi ricordo ancora tutti i nomignoli dispregiativi che usava un poliziotto per chiamarmi al mio arrivo a scuola e durante l’addestramento…

“Ho resistito fino a che ho potuto e poi ho chiesto a mia madre di trasferirmi in una scuola privata, sapendo che il problema non sarebbe mai cessato di esistere, però almeno mi sarei allontanato dall’eccessivo bullismo.

“Finii il liceo con il massimo dei voti, guadagnandomi una borsa di studio negli Stati Uniti. Fin dal primo giorno che ho messo piede negli USA mi sento libero, mi vesto come voglio e non subisco più aggressioni e violenze. Sono fiero di essere omosessuale, sono out and proud. La cosa più importante che ho fatto qui finora è stata quella di dire la verità ai miei genitori: mio padre fa ancora molta fatica ad accettarmi, mentre mia madre mi ha espresso il suo supporto dicendomi che mi amerà comunque io sia”.

* * *

Concludendo, penso che la sofferenza dei gay palestinesi di Gaza sia la regola del giorno di tutti gli omosessuali nei paesi arabi, ma spero che l’alba della libertà sia vicina. Spero che cadano i nostri dittatori, così potremo finalmente vivere senza paura le nostre libertà. Se ciò non accadrà, continueremo ad abbandonare i nostri paesi, lasciandoli nelle mani sporche di questi governi che scelgono solamente guerre e isolamento, per dirigerci verso il mondo occidentale che sarà sicuramente più misericordioso di noi.

 

autore anonimo per Dkhlak
introduzione e traduzione di Lyas
©2017 Il Grande Colibrì




In migliaia manifestano a Gaza mentre continuano le proteste contro i tagli ai salari da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese

9 aprile 2017 Middle East Monitor

I lavoratori del pubblico impiego di Gaza [pagati] dall’ANP hanno ricevuto il loro stipendio di marzo decurtato del 30%, fatto che ha provocato proteste

Migliaia di dipendenti dell’Autorità Nazionale Palestinese hanno manifestato sabato a Gaza City sull’onda di continue proteste contro la decisione dell’ANP di imporre drastici tagli agli stipendi dei suoi lavoratori di Gaza. I manifestanti si sono radunati nella piazza al-Saraya, hanno urlato slogan contro il provvedimento e hanno chiesto le dimissioni dei dirigenti del governo palestinese, in particolare del primo ministro Rami Hamdallah e di quello delle finanze Shukri Bushara

Dimettiti, dimettiti, Hamdallah! Dimettiti, dimettiti, Bishara!

Alcuni manifestanti hanno giudicato la decisione di ridurre i loro stipendi come “una discriminazione contro Gaza” e hanno respinto “le scuse e le giustificazioni false e futili” addotte dal governo riguardo al provvedimento.

L’ANP ha affermato che i tagli sono un tentativo di affrontare una profonda crisi finanziaria, che secondo loro è stata aggravata da Hamas – l’autorità de facto della Striscia di Gaza – che avrebbe continuato a riscuotere le entrate governative senza inviarle lle casse dell’ANP.

Tuttavia quanti criticano il provvedimento hanno ribattuto che se la decisione fosse stata semplicemente una risposta alla crisi finanziaria, allora i tagli avrebbero dovuto riguardare tutti i dipendenti del pubblico impiego dell’ANP – compresi quelli nella Cisgiordania occupata – e hanno inoltre espresso la preoccupazione che i tagli avrebbero solo isolato ulteriormente i gazawi dal resto del territorio palestinese.

I dipendenti presenti alla manifestazione hanno chiesto al presidente Mahmoud Abbas di formare un governo di unità nazionale e di considerare Gaza e i suoi abitanti come sua assoluta priorità.

Nel frattempo Abu Eita, e vice-segretario generale del consiglio rivoluzionario di Fatah a Gaza , ha affermato in un comunicato che migliaia di dipendenti e sostenitori di Fatah si sono radunati nella piazza e hanno chiesto che Abbas “intervenga immediatamente e assicuri giustizia ai dipendenti di Gaza, esattamente come al resto dei dipendenti del governo dell’ANP”.

Abu Eita also added that the people blamed Hamdallah for the salary cuts, which he said would “take food from their children.”

“Questa folla a Gaza è venuta per confermare il proprio totale sostegno al presidente Abbas e a chiedergli di cancellare l’ingiusta decisione”

Abu Eita ha anche aggiunto che il popolo ha criticato Hamdallah per avere tagliato i salari, che, ha detto, avrebbe “ tolto il cibo di bocca ai loro bambini”

Il capo del sindacato dei giornalisti della Striscia di Gaza Tahson al Astal ha dichiarato all’agenzia Ma’an News che indignazione della gente evidenzia la natura “dittatoriale” della decisione di decurtare i salari, che, a suo parere, colpirà decine di famiglie nella poverissima enclave,dove si riscontra il più alto tasso di disoccupazione, aggiungendo quanto segue:

“Questo è un altro assedio che si aggiunge a quello già imposto dall’occupazione israeliana”.

Mercoledì i dipendenti pubblici dell’ANP hanno ricevuto il salario con una decurtazione di almeno il 30%, provocando proteste tra i dipendenti già in agitazione. Il primo ministro Hamdallah ha evidenziato che i tagli sono stati fatti solamente sulle indennità mensili senza alcuna decurtazione del salario base. Chi è critico ha fatto notare che dopo la presa del potere da parte di Hamas nella Striscia di Gaza, l’ANP diretta da Fatah ha incoraggiato i suoi dipendenti residenti a Gaza a non continuare a lavorare per protesta contro il nuovo governo guidato da Hamas.

Di conseguenza circa 50 mila dipendenti che hanno deciso di continuare a lavorare sotto Hamas hanno affrontato pagamenti irregolari e parziali da parte dell’ANP e qualche volta non hanno ricevuto niente. Nel frattempo, decine di migliaia di lavoratori che hanno rifiutato di lavorare con Hamas, hanno continuato a percepire il pagamento di un regolare salario dall’ANP. Secondo quanto riferito, i nuovi tagli salariali hanno colpito tutti i dipendenti pubblici dell’ANP a Gaza.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA 21 marzo – 3 aprile 2017 ( due settimane)

Tre aggressioni con coltello hanno provocato l’uccisione di due palestinesi e il ferimento di quattro israeliani.

Il 29 marzo, nella Città Vecchia di Gerusalemme è stata colpita con arma da fuoco ed uccisa una donna palestinese di 49 anni che avrebbe tentato di accoltellare un poliziotto israeliano di frontiera: non sono stati segnalati feriti israeliani e sull’episodio le autorità israeliane hanno avviato un’indagine. Sempre nella Città Vecchia, il 1° aprile, un 17enne palestinese ha accoltellato e ferito un poliziotto israeliano e due giovani israeliani ed è stato successivamente colpito ed ucciso. Secondo fonti israeliane, il 27 marzo, nella città israeliana di Lod, un giovane palestinese della città di Halhul (Hebron) ha accoltellato e ferito una donna israeliana ed è stato successivamente arrestato. Questi episodi portano a 12, dall’inizio del 2017, il numero di palestinesi uccisi dalle forze israeliane nel corso di attacchi e presunti attacchi.

Altri due ragazzi palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane in due distinti episodi verificatisi vicino a Ramallah e ad est di Rafah (Gaza). Il primo si è verificato il 17 marzo, nei pressi di una torre di guardia militare vicina al Campo profughi di Al Jalazun; le forze israeliane hanno colpito con arma da fuoco ed ucciso un 17enne palestinese e ferito altri tre ragazzi: secondo fonti militari israeliane, la sparatoria ha avuto luogo in risposta al lancio di bottiglie incendiarie contro l’insediamento colonico di Beit El, nel quale non erano stati segnalati danni né feriti. Nel secondo caso, il 21 marzo, le forze israeliane hanno sparato proiettili di carro armato in direzione di uno spazio aperto ad est della città di Rafah, a circa 300 metri dalla recinzione perimetrale: un civile palestinese di 16 anni è stato ucciso ed un secondo è stato ferito; le circostanze dell’episodio non sono ancora chiare.

In Cisgiordania, in numerosi scontri le forze israeliane hanno ferito complessivamente 124 palestinesi, 14 dei quali minori, con un incremento significativo rispetto ai dati registrati dall’inizio del 2017. La maggior parte dei ferimenti si sono avuti durante scontri contestuali alle manifestazioni che commemoravano il 41° anniversario della “Giornata della Terra” che, per i cittadini palestinesi di Israele, rievoca un esproprio di massa di terra palestinese. Altri scontri sono stati segnalati nel corso di molteplici operazioni di ricerca-arresto; al funerale del ragazzo ucciso nel Campo profughi di Al Jalazun [vedi sopra] e durante scontri in varie località dei governatorati di Gerusalemme e Ramallah. A quanto riferito, quattro soldati israeliani sono stati feriti da pietre.

Dopo l’uccisione di un membro di Hamas avvenuta ad opera di ignoti il 24 marzo a Gaza City, le autorità palestinesi de facto di Gaza hanno imposto severe restrizioni di accesso, adducendo motivi di sicurezza. Le uscite attraverso il checkpoint ‘Arba-‘Arba – che controlla l’accesso al valico di Erez tra Gaza e Israele – è stato particolarmente colpito; in tal modo si è ridotto ulteriormente il numero di persone, già esiguo a causa di preesistenti restrizioni imposte da Israele, alle quali è consentita l’uscita. A partire dal 4 aprile, più di 100 pazienti che avevano prenotazioni per cure mediche da effettuare fuori Gaza hanno perso i loro appuntamenti e le relative prestazioni sanitarie e dovranno richiedere nuovamente un permesso di uscita, senza alcuna garanzia di accoglimento e con il possibile rischio di un peggioramento delle loro condizioni di salute. Alla maggior parte del personale delle Organizzazioni umanitarie è stata vietata l’uscita da Gaza attraverso Erez; tuttavia, dal 1° aprile, è stato consentito l’attraversamento al personale internazionale impiegato presso le Nazioni Unite e l’ICRC [Comitato Internazionale della Croce Rossa].

Nello stesso contesto, dal 26 marzo, le autorità de facto impediscono l’accesso dei pescatori palestinesi al mare lungo la costa di Gaza. Il Sindacato dei Pescatori di Gaza ha stimato perdite di due o tre tonnellate di pesce al giorno, con conseguenti aumenti di prezzo del pesce importato. Queste restrizioni, giunte all’inizio della stagione della pesca delle sardine, compromettono ulteriormente i proventi della pesca, già precari per le restrizioni di accesso imposte da lunga data da Israele.

Prima dell’imposizione delle restrizioni da parte delle Autorità de facto, il valico di Erez sotto controllo israeliano era normalmente operativo, mentre il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, era chiuso. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, circa 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.

Sempre nella Striscia di Gaza, oltre all’episodio avvenuto ad est di Rafah [vedi sopra], nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, in almeno 28 occasioni le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento o diretto, interrompendo il lavoro di agricoltori e pescatori. In due occasioni, le forze israeliane sono penetrate all’interno della Striscia ed hanno svolto operazioni di spianatura e scavo nei pressi della recinzione perimetrale ed hanno arrestato un civile palestinese che, presumibilmente, aveva tentato di entrare illegalmente in Israele.

In Cisgiordania, a causa della mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 17 strutture di proprietà palestinese, sfollando 22 palestinesi e colpendo i mezzi di sostentamento di oltre 90 persone. Cinque di queste strutture si trovavano a Gerusalemme Est e le restanti in cinque comunità dell’Area C. Inoltre, nella zona di Jabal al Mukabber di Gerusalemme Est, è stata sigillata punitivamente la casa di famiglia dell’aggressore che, nel mese di gennaio 2017, uccise quattro soldati israeliani: una donna ed i suoi quattro figli sono stati sfollati.

Nel governatorato di Nablus, per la creazione di un nuovo insediamento israeliano e la “legalizzazione” retroattiva di tre avamposti già esistenti, le autorità israeliane hanno dichiarato “terra di stato” vari appezzamenti di terreno non contigui, per un totale di quasi 100 ettari. Questa decisione può avere un impatto sull’accesso alla terra da parte degli agricoltori di quattro villaggi adiacenti (Sinjil, Qaryut, As Sawiya e Al Lubban Ash Sharqiya), compromettendo ulteriormente la loro capacità di sostentamento con il lavoro agricolo. Secondo la decisione del Governo israeliano, il nuovo insediamento servirà alla rilocalizzazione dei coloni recentemente evacuati dall’insediamento avamposto di Amona; la decisione prevede anche limitazioni alla futura espansione dell’insediamento.

In quattro distinti episodi, coloni israeliani armati hanno attaccato o minacciato contadini palestinesi, costringendoli ad uscire dai loro terreni posti in prossimità di insediamenti colonici. In uno di questi episodi, verificatosi vicino al villaggio di Beit Furik (Nablus), un contadino palestinese è stato aggredito fisicamente e ferito. Gli altri tre episodi comprendono minacce e intimidazioni nei confronti di agricoltori palestinesi che, a Nablus e Qalqiliya, possono accedere alla propria terra previo coordinamento ed autorizzazione delle autorità israeliane. Questo meccanismo ha lo scopo di garantire agli agricoltori, due volte l’anno, durante la stagione dell’aratura e durante il raccolto, l’accesso sicuro a zone soggette alla violenza dei coloni. Inoltre, tre veicoli palestinesi sono stati danneggiati da lanci di pietre da parte di coloni.

Secondo i media israeliani, quattro coloni israeliani, tra cui una donna, sono stati feriti e diversi veicoli sono stati danneggiati in almeno 13 episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli israeliani: vicino a Gerusalemme, Ramallah, Hebron e Betlemme.

¡

Ultimi sviluppi (dal 6 aprile)

Mezzi di informazione riferiscono che le autorità de facto della Striscia di Gaza hanno giustiziato tre uomini palestinesi accusati di “collaborazione con Israele”.

Il Ministero degli Interni della Striscia di Gaza ha annunciato la revoca di tutte le restrizioni di accesso in vigore dal 26 marzo.

Mezzi di informazione riferiscono che un uomo palestinese ha guidato il suo veicolo contro una fermata del bus nei pressi dell’insediamento di Ofra (Ramallah), casando la morte di un soldato israeliano ed il ferimento di un altro; l’uomo è stato arrestato.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

þ




Come Israele utilizza il gas per rafforzare la dipendenza palestinese e promuovere la normalizzazione

Di Tareq Baconi – 12 marzo 2017, Al-Shabaka

Sintesi

L’occupazione israeliana dei territori palestinesi non esiste solo sul territorio. Dal 1967 Israele ha sistematicamente colonizzato le risorse naturali dei palestinesi e, nel campo degli idrocarburi, ha impedito ai palestinesi l’accesso alle loro riserve di petrolio e di gas.

Queste restrizioni hanno garantito la continua dipendenza dei palestinesi da Israele per le loro esigenze energetiche. I tentativi degli stessi palestinesi di sviluppare un proprio settore energetico non riescono a far fronte alla complessiva egemonia di Israele sulle risorse palestinesi. Al contrario, perseguono la crescita e la costruzione dello Stato all’interno della situazione dell’occupazione, rafforzando ulteriormente – anche se in modo involontario – l’equilibrio asimmetrico tra occupato ed occupante.

Il commentatore politico di Al-Shabaka Tareq Baconi inizia prendendo in considerazione il contesto dei recenti accordi sul gas. Continua discutendo come i tentativi di sviluppare il settore dell’energia palestinese non riesca a far fronte a questa situazione e si basi principalmente su pratiche che cercano di eludere l’occupazione e che intendono migliorare la qualità della vita nel contesto dell’occupazione. Come sostiene Baconi, in ultima istanza questi tentativi rafforzano il ruolo dei territori palestinesi come mercato vincolato a favore delle esportazioni di energia israeliane e getta le basi per una normalizzazione a livello regionale sotto la definizione di “pace economica”. Egli sottolinea che una pace durevole e la stabilità si otterranno solo se i fattori fondamentali che tengono i palestinesi soggetti al dominio di Israele vengono affrontati e propone una serie di raccomandazioni politiche su come farlo.

L’impatto politico dell’abbondanza di gas israeliana

Fino a pochi anni fa sia Israele che la Giordania facevano notevole affidamento sulle importazioni di gas egiziano. Nel 2011-2012 e soprattutto dopo la caduta del regime del presidente Hosni Mubarak, le esportazioni di gas dall’Egitto sono diventate intermittenti. Ciò era dovuto sia a problemi interni nel settore energetico egiziano che alla crescente instabilità nella penisola del Sinai, che ospita il principale percorso del gasdotto che rifornisce Israele e Giordania. Con la caduta delle importazioni dall’Egitto, Israele e Giordania hanno iniziato a cercare fonti alternative di rifornimento. Nel 2009 un consorzio israelo-americano di imprese dell’energia ha scoperto “Tamar”, un giacimento a circa 80 km al largo della costa di Haifa, che contiene circa 300 miliardi di m3 di gas. Con la sicurezza energetica israeliana a rischio, il consorzio si è mosso rapidamente verso la produzione ed il gas ha iniziato a scorrere nel 2013. Un anno dopo la scoperta di “Tamar” lo stesso consorzio ha identificato il giacimento di gas “Leviatano”, molto più grande, stimato per circa 450 miliardi di m3 di gas.

Nel giro di qualche anno Israele è passato dall’essere un importatore di gas dalla regione ad aver acquisito le potenzialità per diventare un esportatore. Ha guardato sia ai mercati locali che a Paesi confinanti e ad altri più lontani per identificare potenziali destinatari delle esportazioni. Nelle sue immediate vicinanze le implicazioni per procedere verso la normalizzazione economica sono state evidenti: come ha recentemente dichiarato il primo ministro Benjamin Netanyahu, produrre gas da “Leviatano” “fornirà gas a Israele e promuoverà la cooperazione con Paesi della regione.”

La Giordania è diventato il primo Paese che si è impegnato a comprare gas israeliano. Poco dopo la scoperta di “Leviatano” sono iniziati negoziati tra Giordania e Israele, e nel 2014 è stato firmato un Memorandum l’Intesa (MdI). Quello stesso anno accordi per la vendita di gas sono stati conclusi anche tra i gestori di “Tamar” e due operatori industriali giordani, la “Jordan Bromine” e le compagnie “Arab Potash”. Il MdI firmato con il governo giordano ha comportato l’impegno per la Giordania a comprare gas israeliano per un periodo di 15 anni. Questo è stato accolto con violente proteste in Giordania: molti militanti hanno rifiutato l’accordo con Israele, sopratutto a causa del massacro a Gaza di quell’anno, ed i parlamentari giordani hanno votato contro l’accordo. All’inizio del 2017 il gas ha iniziato a scorrere da Israele alla “Jordan Bromine” e alle “Arab Potash”, benché gli operatori abbiano mantenuto un basso profilo per evitare di riaccendere proteste.

La rabbia perché la Giordania stava finanziando il settore del gas israeliano è stata aggravata dal fatto che aveva altre prospettive per procurarsi il gas. In seguito alla riduzione del gas egiziano, la Giordania ha costruito un terminal per l’importazione di gas liquido ad Aqaba, sulle coste del Mar Rosso, che ha iniziato a funzionare nel 2015. Oltretutto la scoperta da parte dell’Egitto dell’enorme giacimento di gas “Zohr” nel 2016 ha ridato vita alla prospettiva del ritorno dell’Egitto al ruolo di fornitore regionale di gas. Ciononostante, ed indubbiamente in seguito a influenze esterne, la Giordania ha formalizzato il suo MdI con Israele nel settembre 2016, ignorando le obiezioni del parlamento e le proteste popolari.

Da quando Israele è diventato ricco di gas, la penosa situazione della Striscia di Gaza è divenuta più che mai dura. La Striscia di Gaza è stata sottoposta a blocco dal 2007. La “Gaza Power Generation Company” (GPGC), l’unica compagnia del suo genere in territorio palestinese, attualmente funziona con combustibile liquido comprato e trasportato nella Striscia di Gaza dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), in Cisgiordania. Per integrare l’energia fornita dalla GPGC, Gaza acquista elettricità dalla compagnia elettrica israeliana, così come dalla rete elettrica egiziana (1). Anche così il combustibile acquistato per generatori di energia a Gaza è insufficiente per soddisfare la domanda locale e, da quando Israele ha imposto il blocco, la Striscia ha sofferto di una cronica carenza di elettricità.

All’inizio del 2017 sono scoppiate proteste a Gaza, in quanto i suoi abitanti sulla costa si sono lamentati di avere elettricità solo per tre o quattro ore al giorno. Oltre alle terribili restrizioni che queste carenze comportano per aspetti della vita quotidiana, le interruzioni di elettricità hanno un impatto devastante sulle attività economiche del settore privato, dei servizi sanitari, dell’educazione e su servizi vitali come gli impianti di depurazione delle acque. Attività intermittenti in questi settori hanno conseguenze che sono sia immediate che durature, colpendo le nuove generazioni.

Le lamentele per la crisi energetica a Gaza sono dirette in ogni direzione. I manifestanti che si sono riversati nelle strade quest’inverno hanno incolpato il governo di Hamas, l’ANP e Israele. La rabbia era rivolta contro il governo di Hamas perché si sostiene che sposta fondi dall’acquisto del combustibile necessario per far funzionare l’unico impianto di energia di Gaza verso altre attività, compresa la costruzione di tunnel. I manifestanti esasperati hanno accusato l’ANP di appoggiare il blocco, controllando le forniture di combustibile e i trasferimenti a Gaza. La stessa compagnia dell’energia, un operatore di proprietà di un privato, è ripetutamente criticata perché trarrebbe profitti a spese dei normali cittadini di Gaza che soffrono per queste carenze. Per mitigare i mesi invernali particolarmente duri di fine 2016 e inizio 2017, interventi nel settore dell’energia di Gaza sono arrivati dalla Turchia e dal Qatar nella forma di forniture di combustibile che hanno consentito la ripresa della produzione di energia da parte della GPGC. Queste misure rappresentano al massimo un palliativo a breve termine, che porterà i gazawi verso un altro capitolo di una crisi cronica.

In quest’ondata di rabbia e di recriminazioni della popolazione, l’impatto del blocco israeliano sulla Striscia di Gaza e della più complessiva colonizzazione e del controllo delle risorse palestinesi da parte di Israele è poco presente, se non spinto in secondo piano.

Eppure i palestinesi hanno scoperto le riserve di gas circa un decennio prima dell’abbondanza di gas di Israele. Nel 1999 al largo delle coste di Gaza fu scoperto il giacimento “Gaza Marine” e la licenza di sfruttamento e produzione venne concessa al “BG Group”, la maggiore impresa britannica di petrolio e gas, finché non è stata acquisita dalla Shell. Nei primi giorni dalla scoperta questa ricchezza nazionale è stata salutata come un passo avanti che avrebbe potuto offrire ai palestinesi una ricchezza inaspettata. Quando gli accordi di Oslo, firmati nel 1993, sembravano ancora credibili, la scoperta di questa risorsa fu vista come qualcosa che avrebbe potuto fornire ai palestinesi una fondamentale risorsa verso l’autodeterminazione.

Con una stima di 30 miliardi di m3 di gas, il “Gaza Marine” non è sufficientemente grande per permettere l’esportazione. Ma i volumi di gas che contiene sono sufficienti per rendere il settore palestinese dell’energia interamente autosufficiente. Non solo i palestinesi non avrebbero dovuto importare il gas o l’elettricità israeliani o egiziani, ma la Striscia di Gaza non avrebbe sofferto di nessuna carenza di elettricità. Oltretutto l’economia palestinese avrebbe goduto di una significativa fonte di entrate.

Questo passo verso la piena sovranità non doveva avvenire. Nonostante continui tentativi dei possessori del giacimento e degli investitori di sviluppare il “Gaza Marine”, Israele pose rigide restrizioni che impedirono la messa in pratica di qualunque intervento. Ciò nonostante il fatto che l’esplorazione e la produzione dal “Gaza Marine” sarebbero state relativamente semplici grazie alla scarsa profondità del giacimento e alla sua collocazione nei pressi delle coste palestinesi (2). Secondo documenti scoperti da Al-Shabaka, Israele all’inizio impedì lo sviluppo di questo giacimento in quanto cercava di ottenere condizioni commercialmente favorevoli per il gas prodotto. Dopo che Israele scoprì risorse energetiche proprie iniziò a far riferimento a “questioni di sicurezza” che furono accentuate quando Hamas prese il controllo della Striscia di Gaza. Benché Netanyahu abbia preso in considerazione la concessione ai palestinesi per lo sviluppo del “Gaza Marine” nel 2012 come parte di una più complessiva strategia per stabilizzare la Striscia di Gaza, questi tentativi devono ancora concretizzarsi. In seguito alla recente acquisizione del BG Group da parte di Shell e al programma di cessione di investimenti globale di quest’ultima, è probabile che il “Gaza Marine” sarà svenduto.

Finché Israele non porrà fine al proprio dominio sull’economia palestinese, questa risorsa palestinese probabilmente rimarrà bloccata. In effetti, il modo in cui le scoperte di gas israeliano e palestinese hanno plasmato lo sviluppo economico in Israele e nei territori palestinesi illustra la disparità di potere tra le due parti. A differenza di Israele, che rapidamente si è garantito l’indipendenza energetica dopo la scoperta dei suoi giacimenti di gas, i palestinesi sono stati incapaci di accedere ad una risorsa che hanno scoperto quasi due decenni prima. Invece di affrontare le cause profonde del blocco e del regime di occupazione che ha impedito il loro controllo su risorse come il “Gaza Marine”, i palestinesi sono obbligati a cercare soluzioni immediate per ridurre la pressante penuria che devono affrontare. Benché ciò sia comprensibile nel contesto di una brutale occupazione, i tentativi di migliorare la qualità della vita sotto occupazione trascurano l’obiettivo strategico a lungo termine di garantire l’indipendenza energetica all’interno del più complessivo obiettivo di liberazione dall’occupazione e del raggiungimento dei diritti dei palestinesi.

Pace economica e normalizzazione

Le scoperte di gas di Israele sono spesso sbandierate come potenziali catalizzatori di una trasformazione regionale. Il posizionamento dello Stato di Israele come fornitore di energia ai vicini con scarse risorse è considerato un mezzo sicuro per facilitare l’integrazione economica tra Paesi come Giordania ed Egitto, così come con i palestinesi. I benefici economici che gasdotti a buon mercato possono offrire a questi Paesi sono visti come soluzione per ogni preoccupazione sociale e politica tra i loro cittadini riguardo alle relazioni con Israele. Questo modo di pensare parte dal presupposto che attraverso l’integrazione economica la stabilità che ne deriva diminuirebbe le prospettive di instabilità in una regione esplosiva, in quanto Israele ed i suoi vicini incominciano ad integrarsi in una interdipendenza.

La nozione di “pace economica” ha una lunga storia nella regione e si è manifestata in varie forme, comprese le recenti proposte di sviluppo economico del segretario di Stato John Kerry. Questa visione sembra favorita anche dall’ambasciatore dell’amministrazione Trump in Israele, David Friedman. Invece di affrontare direttamente l’impasse politico provocato dalla prolungata occupazione e da altre violazioni israeliane, queste proposte affrontano questioni relative alla qualità della vita, al commercio o alla crescita economica, presumibilmente come un passo avanti verso la pace. Con un punto di vista di questo genere, dopo le scoperte di gas israeliane, l’amministrazione Obama ha iniziato a verificare modi per posizionare Israele come fulcro energetico regionale.

Sostenitori di questo approccio, che separa i diritti nazionali e politici dagli incentivi economici, affermeranno che c’è un ovvio vantaggio economico perché il gas israeliano sia usato all’interno del territorio palestinese e in Giordania. Ora Israele ha un’eccedenza di gas e queste regioni sono ancora dipendenti dalle importazioni di energia. Nel caso dei territori palestinesi, esiste già una dipendenza da Israele, e non solo a Gaza: quasi l’80% del consumo dei palestinesi è fornito da Israele, con la Cisgiordania che importa quasi tutta la sua energia elettrica da Israele. Chi propugna la pace economica crede che le prospettive di instabilità si riducano quando si rafforza questa dipendenza reciproca.

Il dipartimento di Stato USA, guidato da una tale convinzione, ha facilitato molti negoziati per il gas tra Israele, Giordania e i palestinesi. L’inviato e coordinatore speciale per le Questioni Energetiche Internazionali, recentemente nominato, un incarico attraverso il quale gli USA hanno rafforzato il proprio settore della diplomazia energetica in tutto il mondo sotto l’amministrazione Obama, ha incoraggiato discussioni per permettere l’esportazione di gas israeliano alla Giordania ed ai palestinesi, con evidente successo.

In prospettiva la Giordania non è l’unico destinatario del gas israeliano. Nel 2010, l’ANP ha approvato piani per la creazione della “Compagnia Palestinese per la Generazione di Energia” (PPGC), la prima impresa di questo genere in Cisgiordania e la seconda nei territori palestinesi dopo la GPGC a Gaza. Situato a Jenin, questo impianto della potenza di 200 megawatt è gestito da investitori privati (compresi PADICO e CCC [società palestinesi. Ndtr.]), che stanno lavorando per rafforzare il settore palestinese dell’energia, garantendo la produzione di energia elettrica in Cisgiordania e riducendo l’alto costo delle importazioni di elettricità da Israele. PPGC ha iniziato negoziati con Israele per comprare gas dal giacimento “Leviatano” per produrre elettricità. I palestinesi hanno protestato contro questa decisione, invocando sforzi per sviluppare il “Gaza Marine” invece di basarsi sul gas israeliano. I colloqui sono falliti nel 2015, ma non è chiaro se si sia trattato di una sospensione solo temporanea.

I pericoli di una sovranità monca

C’è una serie di pericoli nazionali e regionali derivanti dalla spinta a una più stretta integrazione attraverso accordi sul gas in mancanza di azioni concomitanti sul piano politico.

Il primo pericolo è che la sicurezza energetica palestinese sia legata alla buona volontà di Israele. Israele può, ed in passato l’ha fatto, utilizzare il proprio potere per interrompere di fatto le forniture ai consumatori palestinesi. La più evidente (e violenta) manifestazione della volontà israeliana di negare l’energia ai palestinesi è stata la sua decisione di distruggere senza esitazione l’unica impresa di produzione di energia nella Striscia di Gaza durante i bombardamenti dell’enclave costiera nel 2006 e di nuovo nel 2014.

In secondo luogo questo approccio legittima l’occupazione israeliana, che presto entrerà nel suo cinquantesimo anno. Non solo non ci sono costi per il fatto che Israele impedisce la costruzione di uno Stato palestinese, ma c’è piuttosto un profitto diretto sotto forma di ricavi dalla vendita di gas a territori mantenuti per un tempo indefinito sotto il controllo territoriale israeliano.

Terzo punto, e forse il più importante, questo scambio e commercio di energia nel perseguimento della pace economica in assenza di ogni prospettiva politica rafforza semplicemente lo squilibrio di potere tra le due parti – l’occupante e l’occupato. Una simile integrazione trasmette una finzione di relazioni giuridiche sovrane tra una potenza occupante e un’economia imprigionata in Cisgiordania e a Gaza.

Si deve ripensare a simili iniziative per il miglioramento delle condizioni di vita che sono state attuate negli anni ’80, con il diretto incoraggiamento della Casa Bianca di Reagan, come a un’alternativa mancata all’impegno politico con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Gli sforzi costanti per eludere le richieste politiche dei palestinesi attraverso queste misure hanno consentito ad Israele di gestire, piuttosto che risolvere, il conflitto.

Il caso del gas dimostra nel modo più evidente come i tentativi di costruire lo Stato palestinese attraverso lo sviluppo di risorse nazionali siano stati tolti di mezzo in favore della riduzione delle crisi energetiche all’interno del quadro di una sovranità monca. Invece di affrontare l’incapacità palestinese di sfruttare le proprie risorse naturali, i diplomatici americani stanno attivamente lavorando con Israele per facilitare negoziati che migliorino la “qualità della vita” dei palestinesi, che alla fine li lasciano per sempre nelle mani di Israele.

Questo approccio porta con sé anche pericoli su scala regionale. La Giordania è attualmente dipendente da Israele per circa il 40% delle sue importazioni di energia. La volontà della Giordania di entrare in questo tipo di dipendenza, nonostante notevoli svantaggi geo-strategici, fa progredire la normalizzazione dei rapporti di Israele nella regione anche se mantiene la sua occupazione dei territori palestinesi. Questa disponibilità preannuncia parecchie minacce in un momento in cui l’amministrazione Trump sta proponendo il perseguimento di misure diplomatiche “dall’esterno all’interno” che potrebbero ignorare completamente i palestinesi.

Strategie di rifiuto

In condizioni normali la dipendenza mutua e lo sviluppo economico sono effettivamente garanzie contro l’instabilità e portano il vantaggio di migliorare la qualità della vita degli abitanti della regione. Tuttavia non devono essere visti come un fine in sé, e sicuramente non come un sostituto della realizzazione dei diritti dei palestinesi. Una simile de-politicizzazione può solo arrivare fino a un certo punto. Concentrarsi esclusivamente sulla pace economica ha conseguenze disastrose proprio perché ciò ignora il contesto storico più complessivo che ha portato alla dipendenza dei palestinesi, e forse della regione.

La crescita economica non eliminerà mai le richieste dei palestinesi per la sovranità e i diritti o la domanda di autodeterminazione. Questa è una lezione che è stata pienamente articolata con lo scoppio della prima Intifada quasi 30 anni fa, dopo decenni di relazioni economiche normalizzate tra Israele ed i territori sottoposti alla sua occupazione militare. Mentre la “pace economica” può fornire un diversivo a breve termine, ciò preparerà il terreno verso una maggiore stabilità solo se costruito sulle fondamenta dell’uguaglianza e della giustizia.

Il diritto dei palestinesi alle loro risorse è soggetto ai negoziati per lo status finale con gli israeliani. Gli attuali accordi condotti sul gas creeranno una infrastruttura di dipendenza che sarà difficile da districare nel caso di un accordo negoziato. Cosa più importante, dato che sono svanite le speranze di una soluzione negoziata per due Stati, questi accordi concretizzano semplicemente lo status quo.

Perciò, mentre le relazioni economiche devono essere perseguite per alleviare le sofferenze umane, come nel caso dell’incremento di forniture di combustibile e di elettricità a Gaza, l’OLP e l’ANP, come anche la società civile palestinese ed il movimento di solidarietà con la Palestina, devono continuare ad utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione per operare a favore della giustizia e dei diritti per i palestinesi.

Nell’immediato futuro, se gli accordi per il gas continuano nonostante l’opposizione popolare, i negoziatori palestinesi coinvolti in una prospettiva di accordi per il gas con Israele devono quanto meno insistere su clausole che non escludano le prospettive di un futuro gas proveniente dal “Gaza Marine”. Ciò può essere fatto creando meccanismi legali che permettano l’introduzione dell’accesso di parti terze negli accordi di fornitura. Benché sia difficile negoziare simili condizioni, ciò è di vitale importanza, in quanto lascia spazio alla flessibilità riguardo a future forniture dal “Gaza Marine” e a una limitata dipendenza da Israele. I contratti per la fornitura di gas dovrebbero anche includere norme per la revisione dei termini dell’accordo nel caso di importanti sviluppi sul piano politico.

I negoziatori palestinesi dovrebbero anche guardare alla resistenza della società civile per rafforzare i suoi tentativi piuttosto che tentare di rifiutarli o schiacciarli. Ci sono modelli che possono essere emulati secondo cui negoziatori sono in grado di sfruttare il potere dei movimenti popolari contro alcuni di questi accordi. Quando si tratta di diritti all’acqua, per esempio, c’è un’unità operativa dedicata (EWASH [l’impresa palestinese delle acque. Ndtr.]) che coordina il lavoro di gruppi locali ed internazionali. EWASH ha portato avanti una campagna che ha messo in luce il furto di acqua da parte dei coloni israeliani a danno dei palestinesi ed ha sollevato la questione al Parlamento Europeo. Forse una coalizione simile potrebbe essere formata per mobilitarsi a favore della sovranità energetica.

Al contempo l’OLP/ANP deve usare questi negoziati economici come un mezzo per garantire che Israele sia chiamato a risponderne piuttosto che come un modo di accettare una dipendenza ancora maggiore. In particolare, lo status di Stato osservatore non membro che la Palestina si è garantito all’ONU deve essere utilizzato per fare pressione nelle sedi legali internazionali, come la Corte Penale Internazionale, per spingere Israele a rispettare le sue responsabilità come potenza occupante in base alle leggi internazionali. Ciò significa che gli compete la responsabilità di garantire il livello di vita degli abitanti sotto il suo controllo, compresa la fornitura di elettricità e combustibile, e che deve rendere conto delle decisioni di “chiudere i rubinetti”che potrebbe prendere.

Alcuni elementi di pace economica posso essere utili ai palestinesi nel breve termine a sostegno della crescita e dello sviluppo economico. Ma questi non possono arrivare al prezzo di uno stato di dipendenza indefinito e di sovranità monca. I palestinesi devono lavorare su due fronti: spingere per rendere l’occupazione israeliana responsabile nei consessi internazionali; devono assicurarsi che le prospettive di integrazione economica obbligata ed ogni tentativo da parte di Israele di imporre una realtà di Stato unico dell’apartheid siano accompagnati da un appello ai diritti ed all’uguaglianza. Qualunque sia la visione politica perseguita per Israele e per i palestinesi, la dirigenza palestinese deve formulare una strategia riguardo a questi accordi per il gas e contestualizzare la nozione di sviluppo economico all’interno della più complessiva lotta per la liberazione della Palestina.

Note

(1) Queste misure per la fornitura ed il trasporto di combustibile sono in linea con il Protocollo delle Relazioni Economiche, noto anche come “Protocollo di Parigi”, sancito tra Israele e l’OLP come parte degli accordi di Oslo.

(2) “Gaza Marine” non è l’unico giacimento che i palestinesi non sono stati in grado di sfruttare. Anche i campi di petrolio in Cisgiordania hanno affrontato problemi di accesso a causa di restrizioni da parte di Israele.

Tareq G. Baconi è esperto di politica di Al-Shabaka con sede negli USA. Il suo ultimo libro “Hamas: le politiche della resistenza, consolidamento a Gaza” è stato pubblicato dalla Stanford University Press. Tareq ha conseguito un dottorato di ricerca in Relazioni Internazionali presso il King College di Londra, che ha completato durante una carriera come consulente per l’energia. Ha anche titoli di studio dell’università di Cambridge (Relazioni Internazionali) e dell’Imperial College di Londra (ingegneria chimica). Tareq è un ricercatore associato presso il Progetto USA per il Medio Oriente. Suoi scritti sono stati pubblicati su “Foreing Affairs”, “Sada: Carnegie Endowment for International Peace”, sul “Guardian”, l’”Huffington Post”, il “Daily Star”, Al Ghad e “Open Democracy”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’errore della guerra israeliana contro Gaza è stato in primo luogo diplomatico

Barak Ravid – 28 febbraio 2017 Haaretz

Il governo israeliano non fece praticamente niente per affrontare la crisi umanitaria a Gaza, che si era aggravata allora e si sta aggravando adesso. La prossima guerra è solo una questione di tempo.

Molti errori sono stati rivelati dal rapporto esauriente e professionale del Revisore dello Stato [incaricato del controllo delle finanze, della gestione finanziaria, del patrimonio e della gestione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici. Ndtr.] sulla guerra a Gaza del 2014, reso pubblico martedì. La lista è lunga: mancanza di preparazione operativa contro i tunnel di Hamas, gravi e persino fondamentali informazioni dello spionaggio nascoste al consiglio di sicurezza, piani operativi dell’esercito deficitari e carenze dell’allora capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Benny Gantz e del capo del servizio di spionaggio militare Aviv Kochavi. Tutto questo è importante ed interessante, ma non è il problema principale.

La notizia più importante del rapporto del Revisore generale dello Stato Joseph Shapira riguarda quello che è stato o non è stato fatto dal primo ministro Benjamin Netanyahu, dai suoi ministri della Difesa e degli Esteri dell’epoca – Moshe Ya’alon e Avigdor Lieberman – e dal resto del governo per evitare la guerra. Con tatto ed intelligenza, Shapira e i suoi collaboratori disegnano un grande punto interrogativo sull’impegno dei politici nell’anno che ha portato alla guerra in un’area di loro esclusiva competenza – la politica e la strategia.

Secondo il rapporto, il maggior errore è stato di carattere politico. Queste parti del rapporto sono una lettura estremamente interessante. E’ qui dove la discussione pubblica nei prossimi giorni e settimane si dovrebbe concentrare.

La storia della guerra scoppiata nel luglio 2014 inizia un anno e tre mesi prima – in una riunione del governo dell’aprile 2013. L’allora Coordinatore delle Attività Governative nei Territori [COGAT, l’istituzione che governa nei territori palestinesi occupati. Ndtr.] Eitan Dangot mise in guarda i ministri sulle difficili condizioni umanitarie ed economiche di Gaza, che avrebbero potuto portare a un’esplosione entro i successivi due anni. La profezia di sventura di Dangot non è stata del tutto esatta – si è avverata in meno di un anno e mezzo.

Tra quella riunione di gabinetto e lo scoppio della guerra il governo non fece praticamente niente riguardo alla crisi umanitaria a Gaza, che non fece che peggiorare. Netanyahu, Ya’alon, Lieberman e gli altri ministri non tennero neanche una riunione approfondita sulla questione. Quando i ministri si riunirono per quella che venne erroneamente chiamata una “discussione strategica” sulla politica israeliana verso Gaza, la questione venne esclusivamente presentata come un problema la cui soluzione era esclusivamente militare.

Il ministro degli Esteri non prese parte a quella discussione, il Consiglio Nazionale di Sicurezza fece cattivo uso del suo ruolo e non presentò alternative politiche, Netanyahu e Ya’alon si opposero nettamente ad alternative diplomatiche che avrebbero potuto stabilizzare o migliorare la situazione a Gaza e i membri del governo, tranne Tzipi Livni, rimasero in silenzio, assentirono ed approvarono le indicazioni dell’esercito.

Se l’avvertimento di Dangot era un lato dell’incapacità politica descritta nel rapporto del Revisore dello Stato, l’altro è stata la dichiarazione di Ya’alon durante una discussione nel suo ufficio due giorni dopo che la guerra era scoppiata. Come disse Ya’alon: “Se le difficoltà di Hamas fossero state affrontate qualche mese fa, Hamas avrebbe evitato l’attuale escalation.” Il controllore generale dello Stato ha ripetuto tre volte questa citazione in cui Ya’alon ammise in tempo reale che la guerra avrebbe potuto essere evitata.

Eppure in tutti i mesi che precedettero la guerra non solo il governo non fece praticamente niente per affrontare la crisi umanitaria ed economica di Gaza, ma contribuì a peggiorarla. Fu così quando Netanyahu impose sanzioni contro il governo di unità tra Fatah e Hamas all’inizio del giugno 2014, e tre mesi dopo quando Lieberman decise di dichiarare persona non grata il coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente, Robert Serry, solo perché aveva tentato di contribuire a risolvere la crisi del pagamento degli stipendi ai dipendenti pubblici di Gaza. Quel problema era un vulcano pronto ad eruttare.

Nel recente libro di Serry “L’interminabile ricerca della pace israelo-palestinese”, egli descrive come nell’ottobre 2014, due mesi dopo la fine della guerra, quello stesso governo israeliano accettò e persino incoraggiò le Nazioni Unite ad aiutare a risolvere la crisi salariale.

“Del resto quattro mesi dopo che Lieberman mi aveva voluto espellere da Israele, l’ONU agevolò un pagamento umanitario eccezionale a Gaza con acquiescenza e incoraggiamento taciti di Israele,” scrive Serry. “Tra questi due eventi straordinari quell’estate era scoppiata una terribile guerra di 50 giorni senza vincitori e con un costo umano inaccettabile… Ci volle una guerra nella quale Gaza è stata ridotta in rovine perché Israele comprendesse che doveva cambiare rotta.”

Ma Israele non aveva realmente cambiato rotta. Cinquanta giorni di guerra non hanno prodotto il minimo cambiamento nella situazione di Gaza. Dopo 73 morti dal lato israeliano e più di 2.200 tra i palestinesi e gravi danni diplomatici ed economici, siamo tornati al punto di partenza. Nessuna autocelebrazione da parte di Netanyahu in merito ai successi dell’operazione cambierà questo fatto. Tutti i problemi di sicurezza, umanitari e politici a Gaza alla vigilia della guerra sono solo peggiorati nei due anni e mezzo trascorsi da allora.

Dalla fine della guerra Netanyahu, Ya’alon e Lieberman hanno parlato molto ma non hanno fatto praticamente niente per cambiare la politica riguardo a Gaza ed affrontarvi la crisi umanitaria. Il primo ministro ha mandato il viceministro degli Affari Diplomatici Michael Oren nelle capitali europee con una presentazione su possibili progetti per Gaza, ma non ci sono state decisioni strategiche. Nello scorso anno e mezzo il ministro dei Trasporti Yisrael Katz ha tentato di fare una discussione seria nel governo sul suo piano di costruire un’isola al largo di Gaza che possa essere utilizzata come porto marittimo ed aeroporto e aprire Gaza al mondo.

Il capo dell’esercito Gadi Eisenkot , come molti ministri, è favorevole a questo progetto, ma Netanyahu lo sta affossando. Nel frattempo la situazione a Gaza sta peggiorando, la ricostruzione non procede, Hamas si sta armando e il blocco si sta rafforzando. Il disinteresse e la mancanza di decisioni mettono semplicemente le basi della prossima guerra.

Esattamente un anno fa il capo dell’intelligence militare Herzl Halevi si è presentato davanti alla commissione Affari esteri e Difesa della Knesset e ha fatto affermazioni che hanno evocato sensazioni negative già note, come “il peggioramento della situazione economica nella Striscia di Gaza potrebbe portare a un’esplosione rivolta contro Israele.”

Nella situazione attuale, la prossima guerra a Gaza è solo una questione di tempo; i principali ministri del governo hanno già definito una data: la prossima primavera. Se Netanyahu, Lieberman e Naftali Bennett non vogliono che le parole di Halevi diventino un capitolo del prossimo rapporto del Revisore dello Stato, si dovrebbero riunire urgentemente e prendere decisioni politiche che evitino la prossima guerra.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Guerra di Gaza: undici punti chiave dal rapporto molto critico che fa tremare i politici e l’esercito israeliani

Barak Ravid e Gili Cohen – 28 febbraio 2017,Haaretz

L’esercito ha mancato il principale obiettivo . Ministri tenuti all’oscuro . Gravi lacune dell’intelligence su Hamas . Il preoccupante rapporto sulla campagna militare di Israele contro la Striscia di Gaza del 2014.

Nel rapporto sulla guerra reso pubblico martedì il Revisore dello Stato [incaricato del controllo delle finanze, della gestione finanziaria, del patrimonio e della gestione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici. Ndtr.] Joseph Shapira ha scritto che nell’anno precedente lo scoppio della guerra del 2014 con Hamas ed i suoi alleati nella Striscia di Gaza il primo ministro Benjamin Netanyahu, l’allora ministro della Difesa Moshe Ya’alon ed i membri del consiglio per la sicurezza interna non presero in considerazione iniziative diplomatiche riguardo a Gaza per cercare di interrompere l’escalation. In tre diverse occasioni nel rapporto Shapira cita affermazioni, fatte da Ya’alon due giorni dopo lo scoppio della guerra, in cui si afferma che probabilmente si sarebbe potuto evitare la guerra se Israele avesse affrontato per tempo la disperazione nella Striscia.

Il rapporto di 200 pagine è stato reso pubblico circa un anno e mezzo dopo la fine della guerra nell’agosto 2014. Il rapporto si occupa sia del processo decisionale nel consiglio di sicurezza riguardo a Gaza prima dell’operazione “Margine protettivo”, come la guerra è ufficialmente nota in Israele, e il suo inizio, sia anche del problema riguardante il modo di affrontare i tunnel offensivi a Gaza durante l’operazione “Margine protettivo”, così come della preparazione della reazione di intelligence, tecnologica e operativa a questa minaccia negli anni precedenti le operazioni. Il rapporto di Shapira non si occupa direttamente della condotta della guerra in sé o dei suoi risultati.

Questi sono i punti salienti del rapporto:

 Netanyahu e Ya’alon hanno tenuto all’oscuro i ministri in merito all’attacco strategico di Hamas

Secondo il rapporto speciale sulla guerra del Revisore dello Stato Joseph Shapira reso noto martedì, per mesi prima dell’operazione dell’esercito israeliano del 2014 nella Striscia di Gaza i dirigenti al vertice della politica, dell’esercito e dell’intelligence nascosero informazioni al consiglio di sicurezza in merito a un possibile attacco strategico da parte di Hamas. Se l’attacco fosse stato messo in atto, afferma Shapira, avrebbe costituito un casus belli.

In particolare, sostiene il Revisore nel suo rapporto critico sull’operazione “Margine protettivo”, il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Moshe Ya’alon, il capo di stato maggiore dell’IDF [l’esercito israeliano. Ndtr.] Benny Gantz e i capi dei servizi di sicurezza dello Shin Bet e del Mossad [rispettivamente servizio di intelligence interna ed esterna. Ndtr.]- omisero tutti informazioni su un attacco pianificato dal movimento islamico con base a Gaza. In realtà queste informazioni vennero fornite alla commissione solo all’inizio del luglio 2014, poche ore prima che venisse messa sul tavolo per l’approvazione un’operazione intesa a sventare l’attacco.

Shapira nota che, secondo documenti dello Shin Bet, c’erano già molte prove di un serio attacco di Hamas contro Israele nei mesi prima che l’operazione militare venisse lanciata – informazione che venne fornita al servizio di intelligence militare dell’esercito israeliano.

Netanyahu e Ya’alon non presero in considerazione iniziative diplomatiche per evitare la guerra

Il Revisore ha stabilito che il primo ministro Benjamin Netanyahu, l’allora ministro della Difesa Moshe Ya’alon e i membri del consiglio di sicurezza, negli anni che hanno preceduto lo scoppio della guerra, il 7 luglio, non verificarono la possibilità di fare passi diplomatici per porre fine all’escalation delle ostilità nella Striscia.

Il rapporto di Shapira cita tre affermazioni fatte da Ya’alon due giorni dopo lo scoppio delle ostilità, in cui egli disse che la guerra avrebbe potuto essere scongiurata se Israele avesse fornito una risposta tempestiva alla disperazione della popolazione di Gaza. In una riunione del consiglio dell’8 luglio, l’allora ministro dell’Intelligence e degli Affari Strategici Yuval Steinitz affermò che “ci siamo concentrati sulla tattica, ma ripetutamente – anno dopo anno per nove anni – abbiamo evitato di fare i conti con la situazione strategica che si delineava davanti ai nostri occhi.”

Non furono fissate chiare politiche e strategie del governo su Gaza

Persino quando ci furono discussioni intese a formulare una strategia riguardo alla Striscia, queste furono incomplete e non portarono a nessun risultato concreto. Il 10 ottobre 2013 ci fu un incontro con il capo del servizio di sicurezza dello Shin Bet dell’epoca, Yoram Cohen, che sottolineò che Hamas era in crisi strategica, e allora il primo ministro diede istruzioni al Consiglio Nazionale di Sicurezza di riunirsi per dare un indirizzo alla politica israeliana riguardo a Gaza. Passarono sei mesi prima che si tenesse una simile discussione. Il 13 marzo 2014 questo argomento venne di nuovo affrontato in un incontro del consiglio che si occupò dell’escalation di tensione. L’allora ministro dell’Economia Naftali Bennett affermò che Israele non aveva una strategia riguardo a Gaza; Gilad Erdan, ministro della Pubblica Sicurezza, era d’accordo. Solo il 23 marzo 2014, un anno dopo che il governo era stato formato, ci fu una riunione del consiglio che si occupò di definire obiettivi strategici riguardo alla Striscia. Tuttavia il Revisore ha scoperto che la riunione si occupò solo dell’intensificazione delle azioni dell’esercito israeliano contro Hamas – non di altre possibili forme di condotta, ad esempio in campo diplomatico.

Il consiglio non discusse della crisi umanitaria a Gaza

Nei sedici mesi tra la formazione del governo nel marzo 2013 e lo scoppio delle ostilità nel luglio 2014 il consiglio di sicurezza non tenne neppure un dibattito significativo sulla Striscia di Gaza. La grande maggioranza delle discussioni – anche quelle considerate di carattere “strategico” – riguardarono solo argomenti militari. Il rapporto del revisore sottolinea che l’assenza di un dibattito sui vari aspetti politici della situazione a Gaza fu particolarmente significativa nel contesto dei sempre più numerosi rapporti in merito al deterioramento delle condizioni umanitarie lì, alla crisi economica e al collasso di infrastrutture vitali, compresa la riduzione delle forniture idriche.

Nel dicembre 2013 il segretario militare del primo ministro, Eyal Zamir, scrisse all’allora consigliere per la sicurezza nazionale Yossi Cohen che Netanyahu voleva che organizzasse una discussione del consiglio riguardante la situazione dei civili a Gaza e le sue implicazioni per Israele. Una simile discussione non ebbe mai luogo e fino allo scoppio delle ostilità, sette mesi dopo, il consiglio non dedicò neppure una sessione alla crisi umanitaria nella Striscia. Il Revisore nota che Cohen avrebbe dovuto seguire l’indicazione del primo ministro e critica a questo proposito anche Ya’alon, dato che quest’ultimo era conscio della situazione civile ed umanitaria a Gaza e avrebbe dovuto comprendere il rischio di una escalation della tensione. Ciononostante neppure il ministro della Difesa avviò una discussione a questo proposito nel consiglio. Il rapporto evidenzia tuttavia che Ya’alon dopo lo scoppio della guerra espresse rammarico per non averlo fatto.

L’esercito israeliano fallì nel raggiungimento dell’obiettivo principale: solo metà dei tunnel di Hamas venne distrutta

Il Revisore afferma che la guerra del 2014 non ha messo in luce solo difetti e carenze nella preparazione dell’esercito israeliano per lottare contro i tunnel di attacco scavati da Hamas dalla Striscia di Gaza verso Israele. Sostiene che l’esercito non ha neppure ottenuto gli obiettivi che gli erano stati dati durante l’operazione “Margine protettivo”: distruggere o neutralizzare i cunicoli sotterranei. Infatti, nonostante questa fosse la sua principale missione, l’IDF ne distrusse solo la metà. L’esercito in seguito informò che aveva reso inutilizzabili 32 tunnel.

L’esercito era carente di metodi di combattimento adeguati per affrontare i tunnel

Il Revisore ha stabilito che nessuna dottrina militare, tecnica di combattimento né ordine specifico furono messi in campo per affrontare i tunnel di Hamas. Solo nel luglio 2014, mentre i combattimenti erano in corso, il corpo dei genieri dell’esercito israeliano emise linee guida per localizzare e distruggere le strutture.

Fino ad allora le forze militari improvvisarono o basarono il proprio modo di operare su metodi che erano stati utilizzati in precedenza per far fronte ai tunnel per il contrabbando sulla frontiera tra Gaza ed Egitto. Solo nel dicembre 2014, quattro mesi dopo che la guerra era finita, il quartier generale del comando della fanteria e dei paracadutisti emise ordini di combattimento che stabilivano i principi di azione in zone in cui si trovano molteplici tunnel.

L’esercitò non predispose piani con largo anticipo per una situazione in cui i combattenti avrebbero dovuto affrontare questi tunnel al momento dell’ingresso nella Striscia, come parte di un’operazione di terra – benché ci fosse un’alta probabilità di una simile battaglia. Oltretutto, secondo il Revisore, anche dopo che un simile piano fu predisposto, venne formulato poco prima dell’operazione “Margine protettivo”, per cui alcune delle brigate coinvolte nella battaglia ricevettero le linee guida dopo che la guerra era iniziata.

L’aviazione non era preparata a eliminare i tunnel di Hamas

L’IAF [l’aviazione militare israeliana. Ndtr.] aveva mezzi limitati e mancava delle competenze, delle informazioni e di linee guida operative adeguate – così come delle relative capacità e formazione – per affrontare la minaccia dei tunnel di Hamas. Il generale Amikam Norkin, che all’epoca dell’operazione a Gaza era il capo di stato maggiore dell’IAF (e che alla fine di quell’anno doveva diventare il nuovo comandante dell’aviazione israeliana), all’epoca della campagna militare disse che le forze aeree non avevano sufficienti informazioni che permettessero di formulare tattiche operative per affrontare i tunnel.

Ciononostante, durante una sessione tenuta durante la guerra, il consiglio raccomandò che fossero attaccati dall’aria, benché i comandi della difesa sapessero che ciò non avrebbe distrutto tutti i percorsi dei cunicoli sotterranei e avrebbe di fatto ostacolato future operazioni di terra contro di loro – che fu ciò che effettivamente successe. Tuttavia, secondo il Revisore, questa informazione non venne fornita ai membri del consiglio prima che raccomandassero attacchi aerei.

L’intelligence israeliana diede priorità alla minaccia dei tunnel solo dopo la guerra

La minaccia rappresentata dai tunnel di Hamas non fu considerata una priorità assoluta dall’intelligence di Israele fino all’inizio del 2015, mesi dopo la fine dell’operazione “Margine protettivo”.

Benché il primo ministro Netanyahu ed i responsabili del sistema di difesa avessero definito i tunnel una minaccia strategica contro il Paese, non vennero considerati come parte di importanti attività di intelligence. Ciò ebbe effetti sull’assegnazione di risorse alle agenzie di spionaggio con lo scopo di affrontare la minaccia.

Il Revisore nota che il capo dell’intelligence militare dell’IDF, generale Aviv Kochavi, e il capo dello Shin Bet Cohen avrebbero dovuto fare di questo problema una priorità assoluta per i servizi di intelligence, e aggiunge che i livelli politici – il primo ministro e il ministro della Difesa – avrebbero dovuto sovrintendere a questo processo.

Lo Shin Bet e l’intelligence militare iniziarono a incrementare le loro attività di raccolta di informazioni riguardo alle strutture sotterranee alla fine del 2013, dopo che in un anno furono scoperti tre tunnel scavati da Hamas che si estendevano all’interno del territorio israeliano. Il Revisore commenta che nonostante ciò l’informazione generale passata all’interno delle unità di combattimento dell’IDF durante la guerra del 2014, compresa quella sui tunnel, era un “importante risultato di intelligence”.

 Significative lacune dell’intelligence su Hamas a Gaza

Da metà 2013 fino allo scoppio delle ostilità nel luglio 2014 e durante la campagna stessa, lo Shin Bet e l’intelligence militare presentarono gravi e significative lacune riguardo alla raccolta di informazioni a Gaza. Queste lacune, secondo il rapporto del Revisore, riguardarono sia i tunnel sotterranei che l’identificazione dei bersagli per l’aviazione, come anche “un’altra area” – presumibilmente riguardante piani e attività dei capi dell’ala miliare di Hamas a Gaza.

Specificamente, ci furono carenze nei tentativi di raccogliere informazioni da parte dell’intelligence militare e dello Shin Bet concernenti i tunnel dal 2008 fino all’operazione “Margine protettivo”. In particolare, il Revisore ha identificato significative lacune nelle informazioni passate alle unità di combattimento riguardo ai tunnel difensivi a Gaza (per esempio, tunnel nella Striscia che non passavano sotto il confine fin dentro Israele). Ciò ebbe un effetto sul modo in cui ci si occupò dei tunnel prima e durante l’operazione. Oltretutto le informazioni riguardanti queste lacune non furono trasmesse ai membri del consiglio fino allo scoppio delle ostilità.

Lo sviluppo della tecnologia per trovare i tunnel fu ritardato; il ritardo continua tuttora

La ricerca di una soluzione tecnologica che potesse essere utilizzata per individuare i tunnel sotterranei continuò per anni e l’apparato della difesa era fiero di aver preso in considerazione praticamente tutte le possibilità. Anche quando venne trovato un simile sistema – e l’esercito ed il ministero della Difesa definirono la sua messa in pratica una questione urgente – l’esercito israeliano fu lento nell’impiegarlo.

Fin dalla fine del 2012 il ministero della Difesa commissionò ad un’impresa di impegnarsi in questo sforzo, stabilendo che la prima fase dovesse essere completata entro il febbraio 2014. Tuttavia, nel momento in cui scoppiò la guerra a Gaza questa fase non era ancora stata ultimata; oltretutto l’attrezzatura in questione venne utilizzata solo in zone limitate.

Persino dopo la conclusione dell’operazione ci furono ritardi nell’installazione del sistema. Solo alla fine del marzo 2015, un anno dopo la data stabilita, iniziò l’attività di installazione lungo il confine di Israele con Gaza – ma il ritardo continuò. A metà 2016 il sistema era ancora operativo solo in parte e il lavoro ora è in via di completamento.

Il consigliere per la sicurezza nazionale (oggi capo del Mossad) viene duramente criticato: non svolse la sua funzione

Uno dei principali destinatari delle frecciate del Revisore dello Stato è Yossi Cohen, consigliere per la sicurezza nazionale durante l’operazione “Margine protettivo” ed attuale capo del “Mossad”, il servizio di spionaggio. Almeno in cinque passaggi del suo rapporto il Revisore cita Cohen per problemi nel funzionamento del consiglio di sicurezza, dei quali fu personalmente responsabile, durante il corso della guerra.

In questo contesto, in tre diverse parti del suo rapporto il Revisore menziona i tunnel. Benché Cohen fosse al corrente della gravità della minaccia rappresentata dai cunicoli sotterranei, non avviò una discussione né suggerì che il primo ministro Netanyahu sollevasse questo argomento perché venisse seriamente preso in considerazione nelle riunioni del consiglio. Il rapporto aggiunge che, mentre preparava le discussioni del consiglio, Cohen non ritenne che l’esercito presentasse ai membri piani operativi per affrontare i tunnel.

Inoltre, ignorando una direttiva del primo ministro, Cohen non stabilì una data per una discussione sul deterioramento della situazione umanitaria a Gaza. Il Revisore ha scoperto che durante le riunioni del consiglio, soprattutto quelle dedicate a stabilire una politica nei confronti della Striscia di Gaza, il consiglio di sicurezza nazionale non propose alternative diplomatiche o di altro genere ai piani presentati dai militari. Nonostante il consiglio, sotto la direzione di Cohen, avesse aumentato il proprio potere, il Revisore ha individuato varie carenze che gli impedirono di funzionare in base al suo mandato.

Nel suo rapporto il Revisore afferma che le sessioni del consiglio relative all’operazione del 2014 furono quasi totalmente dominate da proposte presentate dall’esercito, e il consiglio per la sicurezza nazionale non svolse il suo ruolo come stabilito dalla legge: proporre alternative come contrappeso rispetto al sistema della difesa – proposte che avrebbero consentito ai membri del consiglio una comprensione più complessiva dei problemi e delle lacune in modo che fossero sufficientemente informati quando avessero disegnato e approvato un qualunque piano d’azione.

Martedì notte il deputato della Knesset Avi Dichter (del Likud), presidente della commissione della Knesset per gli Affari Esteri e la Difesa, ha affermato che la commissione controllerà questioni che sono già state affrontate o stanno per essere affrontate per migliorare le capacità operative nei sistemi politici, della sicurezza e militari citati nel rapporto.

Ha affermato che il monitoraggio della commissione si estenderà anche a problemi che non vengono citati nel rapporto, ma di cui il sistema di sicurezza si sta occupando.

Dichter ha detto che ciò verrà fatto per garantire che l’esercito, il sistema di sicurezza ed il governo siano preparati per future minacce che sono state sottoposte alla commissione. (Jonathan Lis)

L’opposizione israeliana convoca Netanyahu alla Knesset sul rapporto di Gaza

L’opposizione ha ottenuto le 40 firme di deputati necessarie secondo le regole della Knesset per convocare il primo ministro Benjamin Netanyahu ad una sessione della Knesset per discutere dei risultati del rapporto. La sessione è prevista entro circa tre settimane.

Chiedendo al presidente del parlamento, il deputato Yuli Edelstein (del Likud), di mettere in calendario la sessione, la deputata Merav Michaeli, capogruppo dell’Unione Sionista [coalizione tra il partito Laburista e Kadima. Ndtr.], ha affermato: “In base a quanto riferito finora, i gravi riscontri del rapporto attestano un fallimento del primo ministro e del governo da lui guidato, così come una mancanza di politiche riguardo a Gaza e carenze nella strategia relativa alla sicurezza ed alla diplomazia, che portarono all’errata gestione dell’operazione.

“Il primo ministro deve comparire in parlamento e rendere conto a tutta l’opinione pubblica israeliana dei risultati del rapporto e del fallimento nel garantire la sicurezza dei cittadini israeliani,” ha aggiunto. (Jonathan Lis)

 Il capo dell’IDF: l’esercito sta traendo insegnamento dal rapporto e agendo per migliorare la capacità operativa a Gaza

Il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, generale Gadi Eisenkot, durante una cerimonia per onorare i migliori impiegati civili dell’esercito, ha affermato che l’esercito “sta imparando dal rapporto del Revisore dello Stato, che ha ricevuto qualche tempo fa, sta formulando un piano di lavoro e agendo per migliorare costantemente le proprie capacità operative sul fronte della Striscia di Gaza.”

Eisenkot ha anche detto: “In quanto vicecapo dello stato maggiore e corresponsabile degli esiti della battaglia, ho visto di persona che i soldati dell’esercito israeliano e i loro comandanti, in terra, mare e cielo, in primo luogo e soprattutto il comandante di stato maggiore Benny Gantz, lavoravano giorno e notte per raggiungere gli obiettivi del combattimento e garantire la sicurezza del nostro Paese.”

Eisenkot ha detto che l’esercito non era immune da critiche sull’operazione. “Ma dobbiamo ricordare che questa è gente eccellente che ha dedicato la propria vita alla sicurezza di Israele e ha contribuito a un futuro migliore per il popolo di questo Paese.” (Jonathan Lis)

Ya’alon: il consiglio di sicurezza durante la guerra di Gaza fu il peggiore che io abbia visto

Martedì l’ex ministro della Difesa Moshe Ya’alon, in risposta al rapporto del Revisore dello Stato sull’operazione “Margine protettivo” a Gaza, ha affermato che la condotta del consiglio di sicurezza durante la guerra a Gaza nell’estate del 2014 fu scadente e irresponsabile.

Secondo Ya’alon lo stesso rapporto è “politicizzato” e durante la guerra le sue azioni come ministro della Difesa, come quelle del primo ministro Benjamin Netanyahu e del capo di stato maggiore dell’esercito Benny Gantz, evitarono un disastro.

“Questo è un rapporto che analizza aspetti parziali della complessa campagna. Ignora più ampie considerazioni perché è stato preso in ostaggio da politici con interessi (esterni), che hanno fornito all’ufficio del Revisore dello Stato informazioni di parte e inquinato il processo di analisi,” ha aggiunto.

Ya’alon ha definito il consiglio di sicurezza durante “Margine protettivo” il peggiore ed il più irresponsabile che abbia mai visto. “Lo dico in quanto ho partecipato al consiglio fin dal 1995. Era un consiglio superficiale, politicizzato e populista. Un consiglio di fuga di notizie, di gente che parlava con un doppio discorso – uno all’interno e l’altro per l’opinione pubblica. Questa situazione trasformò le discussioni in una grande farsa, che, se non fosse stato per il primo ministro, per il capo di stato maggiore e per me, avrebbe potuto benissimo terminare in un disastro,” ha affermato.

Ya’alon ha definito il consiglio di sicurezza un “asilo infantile” e ha detto che sarebbe stato possibile trovare una soluzione allora, “in tempo reale”.

“Oggi sono orgoglioso di essere stato insieme al primo ministro ed al capo di stato maggiore di fronte alle dure critiche dell’opinione pubblica e all’eversione politica e personale, mentre i nostri soldati erano sotto il fuoco nemico,” ha detto Ya’alon.

“Oggi stiamo ricevendo critiche per questo, all’epoca questo ha salvato la campagna. I campioni di giravolte non riuscirono a trascinarci in un’ (operazione) “Scudo di difesa 2″ [sanguinosa offensiva dell’esercito israeliano in Cisgiordania del 2002. Ndtr.] in Giudea e Samaria [denominazione israeliana della Cisgiordania. ndtr.], in una terza Intifada e neanche in un’occupazione della Striscia,” ha aggiunto. (Amos Harel)

 Netanyahu: il rapporto omette le vere lezioni che devono essere tratte dalla guerra

In risposta al rapporto, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto: “La quiete senza precedenti che ha prevalso (sul lato israeliano della frontiera con Gaza) a partire dall’operazione “Margine protettivo” è una prova dei risultati.” Secondo Netanyahu le vere e significative lezioni che devono essere tratte dalla guerra non compaiono nel rapporto di Shapira.

“Le vere lezioni sono già state attentamente messe in pratica -in modo responsabile e in silenzio,” ha aggiunto il primo ministro. Egli ha sostenuto che la minaccia dei tunnel a Gaza fu esposta nel dettaglio ai membri del consiglio di sicurezza in 13 diversi incontri. “Se ne discusse in tutta la loro gravità, prendendo in considerazione tutta la gamma degli scenari strategici ed operativi.”

Il leader dell’opposizione chiede a Netanyahu di dimettersi

Il leader dell’opposizione Isaac Herzog (dell’ Unione Sionista) ha detto che il quadro presentato dal rapporto “dovrebbe provocare paura e preoccupazione nel cuore di ogni cittadino di Israele.” Ha chiesto a Netanyahu di trarne le conclusioni e di dimettersi.

Herzog ha descritto il rapporto come professionale, dettagliato e privo di tendenziosità politica. “Il rapporto rivela chiaramente come il primo ministro Netanyahu e il consiglio (di sicurezza) che guidava fallirono nel loro compito di comprendere le minacce, definire una strategia, comprendere la realtà (e) preparare in modo corretto soldati e civili, sopratutto i residenti del Sud. La dirigenza del Paese condusse una disputa politica sulle spalle di ognuno di loro per scopi personali, non sono stati all’altezza delle responsabilità a loro affidate,” ha detto il leader dell’Unione Sionista. “Il Revisore ha irrevocabilmente rilevato che quello non fu un incidente, un errore o un passo falso sporadico, ma piuttosto un modo di comportarsi e un errore durato anni.”

Herzog ha definito il rapporto “strategico” e “importante” ed ha affermato che dovrebbe essere letto come una critica e “non trasformare il Revisore in un nemico del popolo.” Ed ha aggiunto: “Diranno presto che Shapira dovrebbe essere stroncato invece di ascoltare le critiche e studiarle. Evidenzia errori sostanziali.”

Riguardo a Tzipi Livni, il suo numero due nell’Unione Sionista, che era membro del consiglio di sicurezza all’epoca della guerra, Herzog ha detto: “Appoggio le azioni di Tzipi Livni, che lavorò nel consiglio di sicurezza come ci si potrebbe aspettare da un dirigente della diplomazia e della difesa, e se ci fossero state altre due o tre persone come Tzipi, dovrebbe essere ragionevole (ammettere) che quel consiglio avrebbe funzionato in modo diverso, raggiungendo risultati molto migliori.”

Tzipi Livni: “E’ necessario un totale cambiamento nel modo di pensare”

Tzipi Livni, numero due dell’Unione Sionista, ha detto che, invece di attaccare il Revisore dello Stato Joseph Shapira, in risposta al suo rapporto il governo dovrebbe agire per metterlo in pratica: “Israele ora ha bisogno di una strategia riguardo a quali risultati militari e diplomatici sono necessari e quale sia il punto di uscita nelle future operazioni riguardo a Gaza ed in generale,” ha affermato.

“E’ così che mi sono comportata durante la (guerra) – in silenzio, senza far filtrare notizie e senza critiche dei media. E’ necessario un totale cambiamento nel modo di pensare. Invece di slogan che danneggiano solo l’esercito israeliano e le capacità di deterrenza, occorre definire obiettivi strategici e passi diplomatici.”

Il presidente Rivlin: correggere le lacune esposte dal rapporto

Il presidente [della repubblica israeliana] Reuven Rivlin ha chiesto che siano corrette le lacune esposte dal rapporto. Il presidente ha detto martedì in una conferenza dell’Istituto delle Politiche del Popolo Ebraico: “Non è tempo di scambiarsi accuse. E’ tempo di imparare le lezioni e rafforzare l’esercito israeliano in modo che possa continuare ad essere il nostro muro di difesa.”

Rivlin ha aggiunto che il rapporto del Revisore dello Stato dovrebbe essere studiato piuttosto che cercare di attaccarne i contenuti. “Siamo tutti bravi col senno di poi e sarebbe necessario investire le nostre energie per trarne conclusioni e metterle in pratica.”

(traduzione di Amedeo Rossi)