La copertura dei media: difendere Israele è una questione di politica

Ramzy Baroud

18 aprile 2018, Palestine Chronicle

Il termine “parzialità dei media” non rende giustizia del rapporto

che i mezzi di comunicazione occidentali hanno con Israele e la Palestina. Che è, infatti, molto peggio della semplice tendenziosità. Non è neppure una questione di ignoranza. È una campagna premeditata e di lunga durata, intesa a proteggere Israele e a demonizzare i palestinesi.

L’attuale scandalosa informazione sulle proteste popolari mostra come la posizione dei media tenda a cancellare la verità sulla Palestina, ad ogni costo e con ogni mezzo. La simbiosi politica, l’affinità culturale, Hollywood, la capillare influenza dei gruppi filoisraeliani e sionisti nei circoli politici e mediatici occidentali sono alcune delle ragioni che molti di noi hanno dato sul perché Israele sia spesso visto con occhi comprensivi e i palestinesi e gli arabi condannati.

Ma queste spiegazioni non sono ancora sufficienti, Attualmente ci sono vari canali di informazione che cercano di compensare lo sbilanciamento, molti dei quali mediorientali, ma anche di altre parti del mondo. Giornalisti, intellettuali e personalità della cultura palestinesi ed arabi sono presenti come mai prima sulla scena mondiale perfettamente in grado di fronteggiare, se non sconfiggere, il discorso filoisraeliano dei media.

Tuttavia sono in gran parte invisibili ai mezzi di comunicazione occidentali: è il portavoce israeliano che continua ad occupare il centro della scena, parlando, urlando, teorizzando e demonizzando a suo piacere.

Non è dunque una questione di ignoranza dei media, ma una politica.

Anche prima del 30 marzo, quando parecchi palestinesi di Gaza sono stati uccisi e migliaia feriti, i mezzi di comunicazione USA e britannici, per esempio, avrebbero dovuto quanto meno chiedere perché a centinaia di cecchini israeliani e carri armati dell’esercito sia stato ordinato di schierarsi sul confine di Gaza per affrontare manifestanti palestinesi.

Invece hanno parlato di scontri tra giovani di Gaza e cecchini, come se fossero forze equivalenti in una battaglia ad armi pari.

I media occidentali non sono ciechi. Se la gente comune è sempre più in grado di vedere la realtà riguardo alla situazione in Palestina, esperti giornalisti occidentali non possono ragionevolmente non vederla. Sanno, ma scelgono di rimanere in silenzio.

Il principio secondo cui la propaganda ufficiale israeliana, o “hasbara”, è troppo scaltra non basta più. Nei fatti non è neanche tanto vero.

Dov’è la scaltrezza nel modo in cui l’esercito israeliano ha spiegato l’uccisione di palestinesi disarmati a Gaza?

Ieri abbiamo visto 30.000 persone,” ha tweettato l’esercito israeliano il 31 marzo. ”Siamo arrivati preparati e con i rinforzi necessari. Niente è stato fatto per caso; tutto è stato accurato e misurato, e sappiamo dove è finito ogni proiettile.”

Se non bastasse, il ministro della Difesa di Israele, l’ultranazionalista Avigdor Lieberman, ha fatto seguito a questa auto-accusa dichiarando che “non ci sono persone innocenti a Gaza”, legittimando quindi il fatto di aver preso di mira ogni gazawi all’interno della Striscia assediata.

La scorretta informazione dei media non è alimentata dalla semplicistica nozione ”astuto Israele, arabi imprudenti.” I media occidentali sono attivamente coinvolti nella difesa di Israele e nella promozione della sua immagine in crisi, demolendo al contempo in modo accurato quella dei nemici di Israele.

Prendete per esempio l’infondata propaganda di Israele secondo cui Yasser Murtaja, il giornalista di Gaza che è stato ucciso a sangue freddo da un cecchino israeliano mentre informava sulle proteste della “Grande Marcia del Ritorno” sul confine di Gaza, sarebbe stato un membro di Hamas.

All’inizio, “fonti ufficiali anonime” in Israele hanno affermato che Yasser era “un membro dell’apparato di sicurezza di Hamas.” Poi Lieberman ha offerto ulteriori dettagli (artefatti) secondo cui Yasser era sul libro paga di Hamas dal 2011 e “ricopriva un ruolo pari a quello di capitano”. Molti giornalisti hanno ripreso queste affermazioni e le hanno ripetute, associando continuamente ad Hamas ogni informazione sulla morte di Yasser.

Si è poi saputo che, secondo il Dipartimento di Stato USA, la nuova agenzia giornalistica di Yasser a Gaza aveva in realtà ricevuto un piccolo finanziamento da USAID [ente federale USA di cooperazione allo sviluppo, legata alla politica estera USA, ndt.], che ha sottoposto l’impresa di Yasser a un rigoroso processo di valutazione.

Ancora, un rapporto della Federazione Internazionale dei Giornalisti ha affermato che Yasser era stato in realtà arrestato e picchiato dalla polizia di Gaza nel 2015 e che il ministero della Difesa israeliano stia costruendo una montatura.

A giudicare da ciò, l’apparato mediatico israeliano è inaffidabile e contraddittorio tanto quanto quello della Corea del Nord; ma non è questa l’immagine trasmessa dai media occidentali, che continuano a collocare Israele su un piedestallo mettendo al contempo in cattiva luce i palestinesi, indipendentemente dalle circostanze.

Ma nell’approccio dei mezzi di comunicazione occidentali alla Palestina e a Israele c’è di più della protezione ed esaltazione di Israele, con la demonizzazione dei palestinesi. Spesso i media lavorano per distrarre del tutto l’attenzione dai problemi, come oggi in Gran Bretagna, dove l’immagine di Israele sta rapidamente peggiorando.

Per impedire che si parli della Palestina, dell’occupazione israeliana e dell’incondizionato appoggio del governo britannico ad Israele, i principali media britannici hanno concentrato l’attenzione su Jeremy Corbyn, il popolare leader del partito Laburista.

Accuse di antisemitismo hanno perseguitato il partito fin dall’elezione di Corbyn nel 2015. Eppure Corbyn non è razzista, al contrario si è opposto al razzismo, a favore della classe operaia e di altri gruppi svantaggiati. La sua posizione fortemente favorevole ai palestinesi, in particolare, minaccia di imporre un cambiamento epocale su Palestina e Israele all’interno del rilanciato e rivitalizzato partito Laburista.

Purtroppo la contro-strategia di Corbyn è praticamente inesistente. Invece di rilasciare una dichiarazione di condanna di ogni forma di razzismo e di passare ad affrontare gli urgenti problemi in questione, compreso quello della Palestina, egli permette ai suoi detrattori di determinare la natura della discussione, se non di tutto il discorso. Ora è intrappolato in un dibattito senza fine, mentre il partito Laburista sta sistematicamente espellendo suoi membri per presunto antisemitismo.

Considerando che Israele e i suoi alleati nei media ed altrove confondono le critiche a Israele e alla sua ideologia sionista con quelle contro gli ebrei e l’Ebraismo, Corbyn non può vincere la sua battaglia.

Neppure gli amici di Israele sono interessati a vincere. Vogliono semplicemente prolungare un dibattito futile in modo che la società britannica rimanga invischiata in un diversivo e risparmi ad Israele ogni obbligo di rendere conto delle sue azioni.

Se i media britannici sono effettivamente ansiosi di denunciare il razzismo e di isolare i razzisti, perché allora si discute così poco sulle politiche razziste di Israele che prendono di mira i palestinesi?

Le acrobazie dei media continuano a fornire ad Israele i margini necessari per proseguire con le sue politiche violente contro il popolo palestinese, senza nessun costo morale. Rimarranno leali ad Israele, creando una barriera tra la verità e il pubblico.

Tocca a noi mettere in evidenza questo squallido rapporto e chiedere ragione ai media del fatto di nascondere i crimini di Israele, così come in primo luogo a Israele del perché li sta commettendo.

Ramzi Baroud è un giornalista, autore ed editorialista di Palestine Chronicle. Il suo libro di prossima pubblicazione è “The Last Earth: A Palestinian Story” [“L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra). Baroud ha un dottorato in Studi Palestinesi all’università di Exeter ed è docente non residente presso l’“Orfalea Center for Global and International Studies” dell’università della California a Santa Barbara.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




40 morti, 5.511 feriti: l’ONU pubblica i dati sulle vittime palestinesi delle manifestazioni di massa a Gaza nei pressi del confine con Israele

Jack Khoury

25 aprile 2018, Haaretz

Hamas afferma che le dimostrazioni continueranno persino dopo il 15 maggio il giorno della Nakba.

Martedì l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha pubblicato un rapporto secondo cui fin dal 30 marzo quaranta palestinesi sono stati uccisi e 5.511 feriti nella dimostrazioni di massa lungo la barriera di confine tra la Striscia di Gaza e Israele. Da allora le manifestazioni sono avvenute ogni venerdì.

Le informazioni sulle vittime sono suddivise per data, tipologia della ferita, sesso ed età, nonché in base a dove la persona è stata curata.

2.596 feriti sono stati ricoverati in ospedali pubblici, 773 in quelli privati e i rimanenti sono stati curati sul posto. Di quelli portati in ospedali pubblici , 1.499 sono stati colpiti da pallottole vere, 107 da pallottole rivestite di gomma, 408 hanno sofferto per avere inalato gas lacrimogeni e 582 hanno subito altri tipi di ferite; 2.142 sono adulti e 454 minori.

Il rapporto afferma che “il settore della sanità a Gaza sta lottando per far fronte al grande flusso di feriti, dovuto ad anni di blocco, a divisioni interne e a una cronica crisi dell’energia che che a malapena consente di far funzionare i servizi essenziali.

Le informazioni si basano su dati provenienti dal ministero palestinese della Sanità di Gaza e l’OCHA afferma che essi sono solamente una fotografia preliminare e che si attendono ulteriori informazioni.

Mercoledì il ministero palestinese della sanità di Gaza ha annunciato la morte di Ahmed Abu Hassin, un fotoreporter colpito due settimane fa durante le proteste.

Le manifestazioni continueranno anche dopo il 15 maggio, giorno che i palestinesi ricordano come la Nakba (la Catastrofe), la nascita di Israele, ha detto mercoledì Ismail Haniyeh, capo dell’ ufficio politico di Hamas. “Il popolo palestinese manifesterà durante tutto il Ramadan per affrontare le molte sfide che si trovano di fronte a noi, prima fra tutte il piano di pace promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, chiamato ‘l’Accordo del Secolo’” ha detto Haniyeh.

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




È così che si fa, signorina Portman, ma è solo l’inizio

Gideon Levy

22 aprile 2018, Haaretz

Il rifiuto di Natalie Portman di prendere parte alla cerimonia del Premio Genesis è stato un grande colpo. Il suo chiarimento ha attenuato la portata del passo compiuto.

L’annuncio della decisione di Natalie Portman di boicottare la cerimonia del Premio Genesis è stato un colpo formidabile. Eccolo qui, che arriva dalla vetta del glamour, da un’innamorata di Israele quale lei è, ebrea, che parla ebraico, nata in Israele, cittadina di Israele e una fonte di orgoglio per Israele, e che ha molto da perdere. Non un’antisemita o una fondamentalista, non di estrema destra o della sinistra radicale, non Roger Waters, neppure una del BDS [movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele, ndt.]. Proprio un colpo al centro, dal cuore del centro ebraico: una critica a Israele, le bibliche “ferite di un amico” [“Fedeli sono le ferite di un amico, ma ingannevoli sono i baci di un nemico” da Proverbi, 27:6, ndt.], persino una specie di boicottaggio.

Mentre artisti israeliani “di sinistra” hanno paura del rapper “The Shadow” [“L’ombra”, rapper israeliano di estrema destra, ndt.] e soprattutto della loro stessa ombra, un’artista del suo calibro arriva e fa una chiara dichiarazione su Israele. Insieme ad una coscienza, è necessaria una grande quantità di coraggio per un simile passo, soprattutto di fronte a una Hollywood ebraica, sionista, spietata, che non perdonerà Portman né se ne dimenticherà.

Né la perdonerà per questo la Destra israeliana: il ministro della guerra (contro il movimento BDS), cioè quello della Sicurezza Pubblica, Gilad Erdan, ha subito pubblicato una lettera in cui spiega a Portman la situazione. Quello che sta succedendo a Gaza non è a causa nostra, è tutta colpa di Hamas. La solita propaganda insensata e menzognera, proprio nel giorno in cui i tiratori scelti dell’esercito israeliano hanno ucciso a sangue freddo un altro quindicenne e la foto di Mohammed Ayoub sanguinante sulla sabbia di Gaza è stata pubblicata in tutto il mondo. Si è subito scoperto che Erdan, come molti altri, era sicuro che il massacro di manifestanti a Gaza sia stato ciò che ha appiccato l’incendio nello stomaco di Portman. Ma non è stato così.

Il chiarimento di Portman ha attenuato la portata del passo compiuto: “Ho scelto di non partecipare perché non voglio apparire come una sostenitrice di Benjamin Netanyahu,” ha scritto. Un grande passo avanti e un piccolo passo indietro. Netanyahu è certamente un problema, ma non il problema su cui Portman, come persona di coscienza e sionista, deve far sentire la propria voce. Netanyahu è Israele.

Portman ha fatto molta strada, non solo dal suo primo film al suo Oscar, ma anche dalla lettera che pubblicò sull’ “Harvard Crimson” [“Harvard Cremisi”, giornale dell’università di Harvard, ndt.] 16 anni fa in difesa di Israele e negando la sua situazione di apartheid, al passo fatto venerdì.

Il cambiamento in lei, che a quanto pare è avvenuto in molti ebrei, è una buona notizia, come lo è il suo coraggio. Ma la strada è ancora lunga. Portman ha scritto che non sarebbe venuta a causa della “violenza, corruzione, disuguaglianza e abuso di potere.” Neppure una sola parola esplicita sul peccato originale, l’occupazione.

Né la protesta di Portman è diretta all’indirizzo giusto. È un’autodifesa incolpare Netanyahu di tutto. Come molti ebrei (e israeliani) progressisti, Portman considera Netanyahu la radice di ogni male. E cosa dire dei suoi predecessori, quelli che hanno seminato la distruzione e le uccisioni a Gaza e in Libano, che hanno imposto a Gaza un blocco crudele, che hanno rafforzato l’occupazione in Cisgiordania e triplicato il numero di coloni (lei ha stretto le loro mani, meno quella di Netanyahu)?

Il potere mediatico di Portman è enorme. Venerdì mattina la sua dichiarazione su Instagram aveva già riscosso 100.000 “mi piace”. Gli ebrei, come molti israeliani, hanno tirato un sospiro di sollievo. Portman è contro il BDS e contro Netanyahu, ma continua a onorare “il cibo, i libri, l’arte, il cinema e la danza israeliani”.

Con tutto il rispetto, signorina Portman, il cibo, la danza e il cinema israeliani sono anch’essi macchiati, in misura più o meno grande, dall’occupazione. Siamo tutti da condannare per questo. Il modo per porvi fine, che è la prima e fondamentale condizione per rendere Israele un Paese più giusto, passa da iniziative coraggiose come quella che lei ha preso, ma devono rivolgersi al cuore dell’inferno e non solo ai suoi margini; all’origine del tumore e non solo alle sue metastasi. Devono diventare iniziative concrete, come quelle che chiede il movimento BDS. È l’unico modo per scuotere Israele dall’autocompiacimento.

Mi tolgo umilmente il cappello di fronte a lei ed al suo coraggio, signorina Portman. La sua direzione è quella giusta; senza il vento in poppa da persone come lei, qui non cambierà niente. Ma è solo l’inizio.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Rapporto OCHA del periodo 27 marzo- 9 aprile 2018 (due settimane)

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, durante il periodo di riferimento, nella Striscia di Gaza sono stati uccisi dalle forze israeliane 32 palestinesi e 3.078 sono stati feriti.

La maggior parte delle vittime [vedi paragrafo successivo] si sono avute nel contesto della “Grande Marcia del Ritorno”: una serie di proteste iniziate il 30 marzo e che è previsto continuino fino al 15 maggio, data del 70° anniversario di ciò che i palestinesi chiamano “Nakba” [la Catastrofe: cioè la proclamazione dello stato di Israele, avvenuta nel maggio 1948]. Le dimostrazioni si sono svolte sul lato di Gaza della recinzione di confine con Israele, dove l’esercito israeliano, tuttavia, adducendo problemi di sicurezza, impone una “No Go Zone”. Non sono state registrate vittime israeliane.

Ventisei [dei 32] morti (3 dei quali minori) e praticamente la totalità dei ferimenti [3.078] (445 dei quali di minori) si sono avuti nel contesto delle dimostrazioni di cui sopra. La grande maggioranza delle vittime sono state contate venerdì 30 marzo e venerdì 6 aprile, presso diversi attendamenti posizionati a circa 700 metri dalla recinzione con Israele. Alcune centinaia di manifestanti, su decine di migliaia, si sono avvicinati ed hanno tentato di aprire la recinzione, hanno bruciato pneumatici, lanciato pietre e, secondo fonti israeliane, bombe incendiarie contro le forze israeliane. Queste ultime (tra esse un centinaio di cecchini schierati lungo il recinto) hanno risposto sparando con armi da fuoco, con proiettili gommati e con gas lacrimogeno. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, circa il 40% di tutti i feriti (1.236 persone) sono stati colpiti con armi da fuoco. Le autorità israeliane hanno dichiarato che alcune delle vittime erano membri di gruppi armati palestinesi ed hanno accusato il Ministero della Salute di esagerare il numero dei feriti da arma da fuoco.

Questi fatti hanno suscitato preoccupazione per l’uso eccessivo della forza da parte delle forze israeliane. Il portavoce dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha affermato che “constatato il gran numero di feriti e morti e le minacciose dichiarazioni rilasciate dalle autorità israeliane nei giorni precedenti la protesta; considerato che le persone uccise o ferite erano disarmate o non rappresentavano una seria minaccia per le ben protette forze di sicurezza (in alcuni casi i palestinesi stavano addirittura scappando dalla recinzione), sussistono fondate indicazioni che le forze di sicurezza abbiano usato una forza eccessiva”. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha espresso la sua profonda preoccupazione per gli scontri e le vittime ed ha chiesto un’indagine indipendente e trasparente sull’accaduto. L’esercito israeliano ha annunciato che svolgerà una propria indagine interna.

In tre diversi episodi, verificatisi vicino alla recinzione perimetrale, sono stati uccisi dalle forze israeliane cinque palestinesi, di cui almeno due membri dell’ala armata di Hamas. I due sono stati uccisi il 30 marzo da colpi di cannone sparati da carri armati contro un sito militare di Hamas. Secondo fonti israeliane, sono stati colpiti dopo che essi avevano aperto il fuoco contro le forze israeliane. Lo stesso giorno, altri due palestinesi sono stati colpiti con armi da fuoco e uccisi dopo aver aperto un varco nella recinzione ed essere entrati in Israele. I loro corpi sono stati trattenuti dalle autorità israeliane. Il 5 aprile, ad est di Gaza City, le forze israeliane hanno colpito ed ucciso un uomo di 22 anni armato che, a quanto riferito, si avvicinava alla recinzione. Il 9 aprile, l’aviazione israeliana ha lanciato un numero di missili contro siti di addestramento militare a Gaza, senza provocare vittime. Secondo fonti israeliane, il raid aereo è stato compiuto in risposta all’infiltrazione in Israele di tre palestinesi [vedere il Rapporto precedente] che avevano posizionato un ordigno esplosivo ed erano rientrati a Gaza illesi. Altri cinque palestinesi sono stati arrestati nella parte settentrionale di Gaza mentre cercavano di entrare in Israele attraverso la recinzione perimetrale.

In Gaza, il 30 marzo, prima dell’inizio delle manifestazioni, in prossimità della recinzione che circonda la Striscia, un contadino palestinese 31enne che stava lavorando sul proprio terreno, ad est di Khan Younis, è stato colpito ed ucciso dalle forze israeliane. In almeno altre 34 occasioni, nelle zone lungo la recinzione ed in mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso contadini e pescatori, provocando il ferimento di tre pescatori. In cinque occasioni, le forze israeliane [sono entrate] all’interno della Striscia e, in vicinanza della recinzione, hanno effettuato operazioni di spianatura e di scavo.

In Cisgiordania, durante proteste e scontri, 715 palestinesi, tra cui 165 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Circa il 76% di queste lesioni si è verificato durante scontri seguiti alle manifestazioni di solidarietà con la “Grande Marcia del Ritorno” svolta nella Striscia di Gaza ed in commemorazione del “Giorno della Terra”. Il maggior numero di feriti si è avuto durante gli scontri nella città di Qalqiliya; a seguire, nei villaggi di Kafr Qalil e di Lubban ash Sharqiya (entrambi a Nablus) e durante scontri avvenuti nei pressi del checkpoint DCO (Ramallah) e di Huwwara (Nablus). A causa di scontri connessi a sette operazioni di ricerca-arresto, sono stati segnalati altri feriti (16%); la maggior parte di essi (90) sono stati registrati durante un’operazione in Abu Dis (Gerusalemme). La maggior parte delle lesioni (80%) sono state causate da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche, seguite da ferite da proiettili gommati (13%) e da proiettili di armi da fuoco (3%). Le lesioni dovute ad inalazione di gas lacrimogeno includono quelle occorse a 25 studenti: il 3 aprile, nella zona H2 della città di Hebron, sono stati colpiti da bombolette sparate da forze israeliane nei cortili di due complessi scolastici.

Due palestinesi sono morti per le ferite riportate in due separati episodi, a quanto riferito, di aggressioni con coltello. L’8 aprile, un colono israeliano aveva sparato e ferito un palestinese di 30 anni che, secondo quanto riferito, aveva tentato di accoltellarlo all’ingresso dell’area industriale dell’insediamento colonico di Mishor Adumim (Gerusalemme). L’uomo era stato trasferito in un ospedale israeliano, dove è morto il giorno seguente. Il 2 aprile, un palestinese 46enne era stato colpito e ferito dalle forze israeliane al posto di blocco di Jubara (Tulkarm), dopo che, stando a quanto riferito, aveva tentato di pugnalare un soldato israeliano; è morto sei giorni dopo per le ferite riportate. In nessuno di tali episodi è stato segnalato il ferimento di israeliani. Sale a quattro, dall’inizio del 2018, il numero di palestinesi uccisi da forze israeliane o da coloni israeliani nel corso di attacchi e presunti attacchi.

In Area C e Gerusalemme Est, a causa della mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito, sequestrato o sigillato 15 strutture, sfollando 11 palestinesi e colpendone, in diverso modo, più di 80. Cinque delle strutture prese di mira erano a Gerusalemme Est; una di queste è stata demolita dagli stessi proprietari in seguito al ricevimento dell’ordine di demolizione. Le altre dieci strutture si trovavano in Comunità dell’Area C. Una delle comunità interessate è quella di Khirbet Zanuta, nel sud di Hebron, dove sono state sequestrate due strutture adibite a scuola elementare per 24 studenti. Una recente valutazione ha indicato che 44 scuole primarie (36 nella zona C e 8 a Gerusalemme Est), che attualmente servono circa 5.000 bambini, sono a rischio di demolizione o sequestro per mancanza di permessi di costruzione.

Il 10 aprile, in occasione della stagione delle sardine, le autorità israeliane hanno annunciato un’estensione temporanea, da 6 a 9 miglia nautiche, della zona di pesca consentita lungo la costa meridionale di Gaza. Nel 2016 e nel 2017, estensioni simili della zona di pesca hanno portato a un incremento significativo del pescato totale. Tuttavia tale incremento rimane limitato principalmente alle sardine di basso valore, e ne minimizza l’importanza economica; pertanto, i pescatori continuano a incontrare difficoltà ad avere un reddito sufficiente.

Sono stati segnalati almeno sei attacchi da parte di coloni israeliani che hanno provocato ferimenti di palestinesi o danni alle proprietà. Nel villaggio di At Tuwani, nel sud di Hebron, un 20enne palestinese è stato ferito da un gruppo di coloni israeliani che lo hanno aggredito fisicamente ed investito con una moto. In tre distinti episodi, a Beit Hanina (Gerusalemme Est), Far’ata (Qalqiliya) e Beita (Nablus), coloni israeliani hanno dato fuoco a undici veicoli di proprietà palestinese ed hanno spruzzato sui muri di due case palestinesi scritte razziste e di tipo: “questo è il prezzo che dovete pagare”. Lungo strade vicino a Dura (Hebron) e all’ingresso nord della città di Hebron, uno scuolabus e due veicoli palestinesi hanno subito danni in due distinti episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie da parte di coloni israeliani. In altri due casi, in seguito all’ingresso di coloni israeliani in vari siti religiosi della Cisgiordania e conseguenti alterchi e scontri con i palestinesi, 19 palestinesi sono rimasti feriti durante scontri con le forze israeliane.

Secondo rapporti di media israeliani, lungo strade vicine a Yabrud (Ramallah), Tuqu ‘(Betlemme) ed al Campo Profughi di Al ‘Arrub (Hebron), un colono israeliano è stato ferito e due veicoli sono stati danneggiati dal lancio di pietre da parte di palestinesi.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah è rimasto chiuso in entrambe le direzioni sul lato egiziano. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 23.000 persone, compresi casi umanitari prioritari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Parlamentari USA esortano i soldati israeliani a sfidare l’ordine di sparare ai manifestanti palestinesi

Ali Abunimah

13 Aprile 2018, Electronic Intifada


Giovedì alcuni attivisti hanno contestato Nikki Haley, ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, perché il suo governo ha bloccato ogni inchiesta internazionale sulle uccisioni israeliane a Gaza.

Haley non ha trovato modo di rispondere, mentre i membri del gruppo contro la Guerra “CODEPINK” hanno affermato che “Israele merita di essere considerato responsabile esattamente come qualunque altro Paese” per “l’uccisione di manifestanti pacifici.”

Nel contempo cinque membri del Congresso USA hanno rotto quello che è stato un silenzio quasi totale.

Appoggiano l’appello di B’Tselem [organizzazione israeliana per i diritti umani, ndt.] ai soldati israeliani perché sfidino l’ordine illegale di aprire il fuoco contro palestinesi disarmati che partecipano alle proteste nella Striscia di Gaza occupata.

Elogiamo i gruppi israeliani per i diritti umani che stanno chiedendo ai soldati israeliani di resistere a questi ordini illegali dei loro superiori e stanno chiedendo alle forze dell’esercito israeliano di rispettare integralmente le leggi internazionali e di esercitare la massima moderazione nell’uso di una forza letale,” dicono i parlamentari alla vigilia del terzo venerdì dei raduni per la “Grande Marcia del Ritorno”.

Questi mezzi devono essere utilizzati solo come ultima risorsa per impedire un’imminente minaccia mortale.”

Profondamente turbati”

Durante gli ultimi due venerdì – 30 marzo e 6 aprile – le forze israeliane hanno perpetrato un massacro premeditato e calcolato di decine di manifestanti palestinesi che non rappresentavano nessuna minaccia di alcun genere, provocando un avvertimento senza precedenti da parte del pubblico ministero della Corte Penale Internazionale (CPI), secondo cui i dirigenti israeliani potrebbero essere incriminati.

Fino al pomeriggio di questo venerdì un palestinese è stato ucciso e centinaia sono stati feriti quando le forze israeliane hanno di nuovo aperto il fuoco oltre la frontiera contro migliaia di dimostranti riuniti per chiedere la fine del blocco israeliano di Gaza e il diritto dei rifugiati a tornare alle terre da cui Israele li ha espulsi e da cui li esclude in quanto non ebrei.

I cinque democratici del Congresso – Mark Pocan del Wisconsin, Pramila Jayapal di Washington, Keith Ellison del Minnesota, Barbara Lee della California e Henry “Hank” Johnson della Georgia – dichiarano: “Siamo profondamente turbati dalle tragiche morti delle ultime due settimane di proteste portate avanti all’interno del territorio di Gaza, con più di dieci palestinesi uccisi da cecchini – compreso un adolescente disarmato e uno stimato fotogiornalista – e molte altre centinaia feriti da proiettili letali.”

Infatti tre minori palestinesi – di 13, 15 e 17 anni – sono stati tra le decine di persone ferite dalle forze israeliane a Gaza nelle ultime due settimane.

I deputati affermano anche di “respingere fermamente la pericolosa affermazione” del ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman “secondo cui ‘non ci sono persone innocenti nella Striscia di Gaza’,” così come gli ordini dati dai comandanti israeliani “in violazione delle leggi internazionali” di impiegare “il fuoco di cecchini contro abitanti di Gaza che siano arrivati a 300 metri dalla barriera di confine o siano coinvolti in altre azioni che non mettono a rischio la vita [dei soldati].”

Difendere i minori

Betty McCollum, una democratica del Minnesota che ha presentato una storica legge per proteggere i bambini palestinesi dall’arresto e dai maltrattamenti da parte dell’esercito israeliano, non ha firmato la dichiarazione.

Ma McCollum è stata una dei pochissimi deputati che hanno condannato il massacro di civili palestinesi dopo la prima manifestazione della “Grande Marcia del Ritorno”, il 30 marzo.

Ha dimostrato la propria volontà di continuare a pronunciarsi a favore dei diritti dei palestinesi tweettando la foto di un incontro che ha tenuto giovedì con il direttore di “B’Tselem” Hagai El-Ad.

Stiamo lavorando insieme per porre fine agli arresti, ai maltrattamenti e alle torture dei minori palestinesi da parte dell’esercito israeliano,” ha scritto McCollum.

Chi usa “scudi umani”?

E’ molto raro che membri del Congresso critichino apertamente Israele ed appoggino i diritti dei palestinesi.

Ma ciò che è altrettanto significativo è la quasi totale mancanza di parlamentari, repubblicani o democratici, che intendano difendere le uccisioni israeliane a Gaza.

L’AIPAC, il potente gruppo della lobby israeliana, è tuttavia riuscito a trovarne una manciata e li ha ritweettati sul suo tweetter ufficiale.

Il repubblicano dell’Indiana Jim Banks ha ripetuto l’argomento del governo israeliano secondo cui le manifestazioni a Gaza sono uno stratagemma di Hamas “che utilizza civili innocenti come scudi umani.”

Anche il repubblicano della Carolina del Sud Joe Wilson ha affermato che “Hamas ha usato deliberatamente una protesta di civili per fomentare la violenza e mettere a rischio vite innocenti.”

Entrambi i parlamentari sollecitano il Senato ad approvare la “Legge per la Prevenzione degli Scudi Umani di Hamas”, una legge promossa da Wilson.

La legge, approvata dalla Camera in febbraio, in apparenza chiede sanzioni contro i dirigenti di Hamas che avrebbero utilizzato questa prassi.

Da molto tempo Hamas è definita come organizzazione “terroristica” dagli Stati Uniti ed è già soggetta a dure sanzioni. La legge pertanto sembra essere poco più di un modo di mettersi in mostra per promuovere una sconclusionata narrazione israeliana che intende incolpare i palestinesi per i loro morti e feriti.

Un’inchiesta di Human Rights Watch sulle uccisioni del 30 marzo da parte di Israele non ha trovato “prove che i manifestanti abbiano usato armi da fuoco o che qualche soldato dell’IDF (l’esercito israeliano) affermi che ci sia stato l’uso di colpi di avvertimento con armi da fuoco nei confronti dei manifestanti.”

Benché, come ha riconosciuto Human Rights Watch, alcuni dimostranti – delle decine di migliaia che hanno partecipato alle manifestazioni – abbiano bruciato copertoni e lanciato pietre contro postazioni israeliane pesantemente protette, neppure un israeliano risulta essere stato ferito durante settimane di proteste in cui migliaia di palestinesi sono stati uccisi o feriti da proiettili mortali e gas lacrimogeni.

Mentre membri del Congresso come Banks e Wilson promuovono le false accuse israeliane secondo cui i palestinesi utilizzano “scudi umani”, essi ignorano le prove inconfutabili che le forze israeliane hanno fatto esattamente questo per anni, sia a Gaza che nella Cisgiordania occupata.

Gente di speranza”

Anche in Canada gli attivisti stanno denunciando il silenzio del loro governo sui massacri israeliani a Gaza.

Durante la lotta contro l’apartheid in Sud Africa è stata la società civile, compresi chiese, sindacati, iniziative di amministrazioni locali e attivisti studenteschi che hanno fatto pressione sugli USA e su altri governi perché ponessero fine alla loro complicità con il regime razzista bianco.

La lotta per la giustizia in Palestina sta seguendo un cammino simile: questa settimana il consiglio comunale di Dublino ne ha fatto la prima capitale europea che appoggia il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

E in seguito all’ultimo bagno di sangue a Gaza, 15 confessioni cristiane e gruppi religiosi degli USA hanno emesso quello che per molti di loro è forse il più duro comunicato in appoggio ai diritti dei palestinesi.

Le organizzazioni religiose sostengono l’avvertimento del pubblico ministero della CPI ai dirigenti israeliani, inoltre invitano i soldati israeliani a sfidare gli ordini illegali, esprimono pieno appoggio ai diritti dei rifugiati palestinesi, chiedono che gli USA considerino Israele responsabile per come utilizza i miliardi di dollari in aiuto militare e fanno appello perché venga tolto il blocco di Gaza.

Con le manifestazioni i palestinesi hanno cercato di portare l’attenzione del mondo sui propri diritti e di rivendicarli– in quanto rifugiati, di manifestare e di vivere in modo dignitoso,” affermano i gruppi cristiani. “Hanno incontrato un rifiuto immediato e terribile di questi diritti, ma, come persone di speranza e nel periodo di Pasqua, crediamo che questi diritti alla fine prevarranno.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




“Non ci sono innocenti a Gaza” dice il ministro della Difesa israeliano

MEE e agenzie 

domenica 8 aprile 2018, Middle East Eye

In totale 30 palestinesi sono stati uccisi dai soldati israeliani durante 10 giorni di proteste sul confine di Gaza con Israele.

Domenica, dopo che i soldati israeliani hanno sparato e ucciso 30 palestinesi in 10 giorni di proteste, il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha detto che non ci sono “persone innocenti” nella Striscia di Gaza governata da Hamas.

Non ci sono innocenti nella Striscia di Gaza,” ha detto Lieberman alla radio pubblica israeliana.

Chiunque sia legato ad Hamas, chiunque abbia uno stipendio di Hamas e tutti gli attivisti che cercano di sfidarci e di violare il confine sono attivisti dell’ala militare di Hamas.”

Israele ha avuto a che fare con contestazioni sempre più accese sul suo uso di proiettili letali a seguito dei 10 giorni di proteste lungo il confine della Striscia di Gaza durante i quali, secondo il ministero della Sanità di Gaza, i suoi militari hanno ucciso 30 palestinesi.

La violenza è divampata di nuovo venerdì, quando migliaia di manifestanti sono tornati al confine. Secondo il ministero della Sanità di Gaza nove palestinesi sono stati colpiti ed uccisi dalle forze israeliane e almeno 1.060 sono stati feriti.

Tra i morti è incluso anche il video-giornalista palestinese Yasser Murtaja. Questo padre trentenne è stato colpito all’addome da un cecchino israeliano mentre filmava le proteste, nonostante indossasse un giubbotto antiproiettile con la scritta “Stampa”.

Tra i morti c’è anche il quindicenne Hussein Mohammed Madi di Gaza City. Il ministero ha affermato che Madi è stato ucciso ad est di Gaza City da un proiettile dum-dum a espansione.

Non si hanno notizie di vittime israeliane.

Israele sostiene di aver aperto il fuoco solo quando si è reso necessario per evitare danni alla barriera di confine, infiltrazioni e tentativi di attacchi.

Ma i gruppi per i diritti umani hanno duramente criticato le azioni dei soldati israeliani, e i palestinesi dicono che i manifestanti colpiti non stavano rappresentando alcuna minaccia per i soldati.

Siamo sempre bersaglio delle forze israeliane”

I soldati israeliani hanno incolpato i “circa 10.000 palestinesi” che hanno partecipato a “disordini in cinque località lungo il confine con la Striscia di Gaza.”

Aggiungono che “sono stati fatti vari tentativi di danneggiare e attraversare la barriera di sicurezza sotto la protezione della cortina fumogena.”

I palestinesi hanno bruciato centinaia di copertoni nel tentativo di oscurare la visuale dei cecchini israeliani schierati sul confine tra Israele e Gaza.

Abbiamo sentito molti avvertimenti sull’uso di copertoni bruciati, ma non abbiamo altre possibilità per esprimere la nostra rabbia e il nostro diritto al ritorno,” ha detto venerdì a MEE il dimostrante Said Ayman Hamadn.

Qualunque cosa facciamo, siamo comunque presi di mira dalle forze israeliane. Perciò usiamo i copertoni per evitare i colpi di fucile degli israeliani, perché siamo manifestanti pacifici. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci protegga dalla brutalità di Israele.”

Le immagini sui social media hanno fatto vedere le forze di sicurezza israeliane che piazzavano ventilatori nel tentativo di allontanare il fumo ed avere una visione chiara del confine.

Il 30 marzo le forze israeliane hanno ucciso 19 palestinesi mentre centinaia di migliaia di manifestanti si riunivano nei pressi del confine israeliano.

Il giorno seguente l’esercito israeliano ha affermato in un tweet che “niente è stato fatto in modo incontrollato; tutto è stato accurato e misurato, e sappiamo dove è andato a finire ogni proiettile.”

In seguito il tweet è stato cancellato.

Israele ha sostenuto che Hamas, il movimento islamista che governa la Striscia di Gaza e con cui ha combattuto tre guerre dal 2008, sta cercando di utilizzare le proteste come copertura per proseguire le violenze.

Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres e l’Unione Europea hanno chiesto un’inchiesta indipendente sull’uso della forza da parte di Israele, che Israele ha ripetutamente rifiutato.

Sabato l’Unione Europea ha sollevato dei dubbi sul fatto che le truppe israeliane abbiano fatto un “uso proporzionato della forza”.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Una fucilazione di massa sponsorizzata dallo Stato

Michael Schaeffer Omer-Man

7 aprile 2018, +972

Nel giorno in cui cecchini dell’esercito sparano a centinaia di manifestanti disarmati, l’esercito dichiara che “le circostanze in cui dei giornalisti sono stati feriti sono ignote.” Le circostanze non potrebbero essere più chiare.

La scorsa settimana tiratori scelti e cecchini dell’esercito israeliano hanno sparato a oltre 1.000 dimostranti palestinesi disarmati all’interno della Striscia di Gaza, uccidendo più di 30 persone. Lo scorso venerdì almeno sei giornalisti palestinesi sarebbero stati tra le persone colpite durante la “Grande Marcia del Ritorno”. Uno di loro, Yasser Murtaja, un fotografo di “Ain Media”[una televisione locale, ndt.], che a quanto si dice aveva un elmetto e un giubbotto che indicava chiaramente “Stampa” quando è stato colpito, è morto in seguito per le ferite riportate.

L’esercito israeliano non prende di mira i giornalisti,” ha affermato sabato un portavoce israeliano, citato da numerose pubblicazioni, aggiungendo che “le circostanze in cui giornalisti sono stati feriti, apparentemente da fuoco dell’esercito israeliano, sono sconosciute e sono in via di accertamento.”

Fermiamoci proprio su questo punto.

Le circostanze in cui i giornalisti palestinesi sono stati colpiti dal fuoco dell’esercito israeliano non potrebbero essere più chiare. Le circostanze sono che l’esercito israeliano ha sparato contro 1.000 manifestanti disarmati nell’arco di una settimana.

Le circostanze sono che l’esercito israeliano, che insiste nel dire di non prendere di mira giornalisti, ha un record veramente scoraggiante nel non rendere responsabili i suoi soldati, piloti e generali del fatto di aver colpito ed ucciso giornalisti a Gaza. Ciò include l’assassinio nel 2012 di due giornalisti che stavano viaggiando in un’auto su cui c’era chiaramente scritto “TV”, numerosi attacchi aerei contro media e sedi informative, ed altro.

Le circostanze sono che, una settimana dopo l’altra, le forze di sicurezza israeliane in modo sistematico non hanno fatto nessuna differenza tra i giornalisti palestinesi e le proteste e gli avvenimenti su cui stavano informando, utilizzando indistintamente la violenza contro entrambi. In innumerevoli casi, sia documentati che no, dei giornalisti sono stati chiaramente presi di mira dalle truppe – e l’esercito spesso difende sfacciatamente questa violenza.

In genere esito a fare qualunque tipo di previsione, ma ecco come vedo quello che succederà. L’esercito israeliano alla fine se ne uscirà con un comunicato in merito a come non possa arrivare a alcuna conclusione definitiva su chi abbia sparato a Yasser Murtaja, o sul perché sia stato colpito, ma sarà in grado di concludere in modo definitivo che l’esercito israeliano non prende di mira giornalisti – per cui è stato sicuramente colpito per errore. Una tragedia che può essere interamente attribuita ad Hamas (la colpa è sempre di Hamas).

Ma Murtaja non è stato l’unico giornalista a cui quel giorno i cecchini israeliani hanno sparato. Sparare alla persona sbagliata potrebbe ragionevolmente essere un caso. Sei giornalisti colpiti lo stesso giorno suggeriscono qualcosa di più sinistro.

Sappiamo già che nelle precedenti proteste a Gaza ai soldati non sono state praticamente fornite linee guida riguardo a chi colpire – solo di sparare alla gente. Sappiamo anche che nel passato importanti fonti ufficiali israeliane hanno giustificato il fatto di prendere di mira giornalisti palestinesi (puntualmente, sabato notte il ministro della Difesa israeliano ha pubblicamente giustificato l’uccisione di Murtaja). Sappiamo anche che raramente i soldati sono chiamati a rispondere per aver ferito giornalisti, soprattutto se palestinesi. E poi ci sono casi come le uccisioni del “Giorno della Nakba” nel 2014, quando uno scellerato cecchino in divisa semplicemente decise di iniziare ad uccidere persone.

Probabilmente non sapremo mai chi ha ucciso Yasser Murtaja.

La verità in merito è che, mentre è particolarmente vergognoso quando le forze di sicurezza colpiscono giornalisti, soprattutto se si è giornalisti, l’uso arbitrario di proiettili letali contro persone disarmate che manifestano dall’altro lato di un confine fortificato, indipendentemente da quello che stanno facendo in quel momento e da quale sia la loro professione o affiliazione politica, è semplicemente indifendibile.

È tempo di iniziare a chiamare tutto ciò per quello che è: una serie di fucilazioni di massa sponsorizzate dallo Stato, che ci possiamo aspettare si ripeteranno nelle prossime cinque settimane. Chiedere che l’esercito faccia un’indagine per l’uccisione di un giornalista non è abbastanza.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




A Gaza Israele va oltre la sua consueta ferocia

Amira Hass

3 aprile 2018, Haaretz

Gli israeliani si sono assuefatti ai riferimenti storici; non c’è da meravigliarsi che possano giustificare il fuoco omicida contro dimostranti disarmati.

Nella Striscia di Gaza Israele mostra il peggio di sé. Questa affermazione non intende in nessun modo sminuire la ferocia, sia deliberata che accidentale, che caratterizza la sua politica verso gli altri palestinesi – in Israele e in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est. Né ridimensiona gli orrori dei suoi attacchi di rappresaglia (alias operazioni militari) in Cisgiordania prima del 1967 o le sue aggressioni a civili in Libano.

Tuttavia a Gaza Israele va oltre la sua abituale crudeltà. In particolare là spinge i soldati, i comandanti, i funzionari pubblici ed i civili a mostrare comportamenti e tratti del loro carattere che in ogni altro contesto verrebbero considerati sadici e criminali, o quanto meno non degni di una società avanzata.

C’è spazio solo per quattro riferimenti. I due massacri perpetrati dai soldati israeliani contro la popolazione di Gaza durante la guerra del Sinai del 1956 [l’aggressione di Fancia, Gran Bretagna ed Israele contro l’Egitto in seguito alla nazionalizzazione del Canale di Suez, ndt.] sono sfuggiti alle nostre coscienze come se non fossero mai accaduti, nonostante i fatti documentati.

Secondo un rapporto del capo dell’UNRWA [agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.] consegnato alle Nazioni Unite nel gennaio 1957, il 3 novembre [1956], durante la conquista di Khan Yunis (e nel corso di un’operazione volta a requisire armi e a radunare centinaia di uomini per scoprire soldati egiziani e combattenti palestinesi) i soldati israeliani uccisero 275 palestinesi – 140 rifugiati e 135 abitanti del luogo. Il 12 novembre (dopo la fine degli scontri) i soldati israeliani a Rafah uccisero 103 rifugiati, sette abitanti del luogo ed un egiziano.

I ricordi dei sopravvissuti sono stati documentati in una grafic novel dal giornalista e ricercatore Joe Sacco: corpi disseminati nelle strade, gente messa contro un muro ed uccisa, persone in fuga con le mani alzate mentre i soldati dietro di loro puntavano li tenevano sotto tiro con i fucili, teste che esplodevano. Nel 1982 il giornalista Mark Gefen, del quotidiano in ebraico ormai chiuso “Al Hamishmar”, ricordò il suo servizio militare nel 1956, comprese quelle teste colpite e quei corpi disseminati a Khan Yunis (Haaretz edizione in ebraico, 5 febbraio 2010).

Pochi mesi dopo l’occupazione della Striscia di Gaza nel 1967, il ricercatore indipendente Yizhar Be’er scrisse: “Abbiamo fatto passi concreti per sfoltire la popolazione di Gaza. Nel febbraio 1968 il primo ministro [israeliano] Levi Eshkol ha deciso di nominare Ada Sereni a capo del progetto di emigrazione. Il suo compito consiste nel reperire Paesi di destinazione ed incoraggiare la gente ad andarvi, senza che fosse evidente il coinvolgimento del governo israeliano.”

“Sereni è stata scelta per l’incarico per i suoi rapporti con l’Italia e la sua esperienza nell’organizzare la ha’ apala dei sopravvissuti all’Olocausto dopo la seconda guerra mondiale”, ha aggiunto, usando il termine che si riferiva all’immigrazione clandestina verso il futuro Stato di Israele durante il mandato britannico.

“In uno dei loro incontri, Eshkol ha chiesto preoccupato a Sereni: ‘Quanti arabi hai già mandato via?’“, scrisse Be’er. Sereni disse ad Eshkol che vi erano 40.000 famiglie di rifugiati a Gaza. “‘Se voi stanziate 1.000 sterline per ogni famiglia sarà possibile risolvere il problema. Siete d’accordo a risolvere il problema di Gaza con quattro milioni di sterline?’ chiese lei, e si rispose da sola: ‘Secondo me è un prezzo molto ragionevole’” (sito web “Parot Kedoshot”, 26 giugno 2017).

Nel 1991 Israele iniziò ad imprigionare di fatto tutti gli abitanti di Gaza. Nel settembre 2007 il governo di Ehud Olmert decise un blocco totale, che includeva limitazioni all’importazione di alimenti e materie prime e il divieto di esportazione.

I funzionari dell’ufficio del Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori [ente israeliano che governa nei territori occupati, ndt.], coadiuvati dal ministero della Sanità, calcolarono la quantità di calorie quotidiane necessarie perché i prigionieri del più grande carcere al mondo non raggiungessero la linea rossa della malnutrizione. I carcerieri – cioè i funzionari pubblici e gli ufficiali dell’esercito – consideravano le proprie azioni come un gesto umanitario.

Negli attacchi a Gaza a partire dal 2008, i criteri israeliani per uccidere in modo lecito e proporzionato in base ai principi etici ebraici divennero più chiari. Un combattente della Jihad islamica che stesse dormendo è un obiettivo ammissibile. Le famiglie dei militanti di Hamas, compresi i bambini, meritavano anch’esse di essere uccise. Lo stesso valeva per i loro vicini. E anche per chiunque facesse bollire l’acqua su un fuoco all’aperto. E per chiunque suonasse nell’orchestra della polizia.

In altri termini, gli israeliani hanno gradualmente intrapreso un processo di immunizzazione dai riferimenti storici. Perciò non meraviglia il fatto che possano sinceramente giustificare il fuoco omicida su dimostranti disarmati e che i genitori siano orgogliosi dei loro figli soldati che hanno sparato alla schiena su manifestanti in fuga.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Gaza: il sogno di un giovane scultore fermato da un cecchino israeliano

Patrizia Cecconi

1 aprile 2018, Pressenza

L’hanno ucciso così, con un colpo in fronte. Esecuzione senza processo detta pure assassinio. Era un artista. Aveva 28 anni, si chiamava Mohammed Abu Amr. Era scultore e gli piaceva realizzare alcune opere sulla spiaggia di Gaza. Come per tanti altri artisti palestinesi i temi delle sue creazioni  nascevano dalle particolari condizioni imposte dall’illegalità e dalla profonda ingiustizia subite da questo popolo da troppi decenni.
Usava la grafia araba in forma artistica Mohammed, e l’ultima delle sue opere, realizzata il giorno prima di essere assassinato, rappresentava il suo sogno, che poi è il sogno collettivo rivendicato nella “grande marcia del ritorno”che un popolo festoso ma determinato ha iniziato il 30 marzo, giornata della terra, e concluderà il 15 maggio, giornata della naqba, cioè la cacciata dei palestinesi dalle loro case nel 1948. Era il sogno del ritorno.
Manifestava a Shujaya a est di Gaza city, insieme a decine di migliaia di altre persone di ogni età, sesso e colore e di diverso credo religioso perchè – cosa che molti ignorano – in tutta la Palestina, Gaza compresa, i palestinesi sono sia cristiani, benchè in minoranza, che musulmani, e subiscono la stessa sorte.
La “grande marcia”, organizzata  da giovani palestinesi al di fuori dei partiti politici e quindi trasversale alle diverse fazioni,  aveva tutta l’aria di una grande festa di popolo, di questo popolo che viene spesso descritto in modo assolutamente opposto a quel che realmente è: un popolo che nelle avversità più incredibili riesce a trovare la capacità di vivere senza rinunciare, per quanto possibile,  alla gioia.
Non c’erano che tre o quattro internazionali nella Striscia a testimoniare l’evento, e le loro testimonianze coincidono tutte: una grande manifestazione pacifica, con bambini, vecchi, addirittura persone invalide, uomini e donne di ogni ceto sociale. La loro unica arma era la determinazione a marciare verso il border per dire agli assedianti che Gaza non ne può più, per ricordare al mondo le continue violazioni subite e, in particolare, per rivendicare il diritto al ritorno nelle loro case sancito dalla Risoluzione Onu 194, inapplicata da Israele come tante altre decine di Risoluzioni senza avere per questo alcuna sanzione.
Al solito, i media principali italiani hanno fatto a gara nel raccontare con grande sicurezza versioni lontane dalla realtà, pur non avendo i loro inviati nella Striscia. Tv e giornali hanno parlato per due giorni, quelli che ne hanno parlato, di scontri e battaglie  ed hanno aggiunto, come da velina israeliana pubblicamente diffusa, il tutto voluto dai vertici di  Hamas. Invece non si è trattato di battaglia, ma di un vero e proprio tirassegno a uomini, donne e bambini che manifestavano pacificamente e a mani nude.
Mohammed è stato uno dei primi martiri ad essere colpito. Potremmo dire vittima, e infatti lo è, ma le vittime degli oppressori sono testimoni del diritto a resistere e pertanto, anche etimologicamente, divengono martiri. I tiratori scelti che Israele aveva appostato lungo il border l’hanno colpito a distanza, e con mira perfetta lo hanno centrato sulla fronte. Le parole di Mohammed, consegnate alla memoria in seguito a un’intervista rilasciata pochi giorni prima di essere ucciso, ora sembrano un monumento alla speranza. Il giovane scultore non avrà il futuro che sognava, i cecchini israeliani hanno fermato la sua vita e la sua carriera a soli 28 anni e Mohammed non sarà più un artista, perché da ieri è diventato un martire e un eroe. Aveva detto nell’ultima intervista “sii umano, sii ottimista, fissa un obiettivo nella tua vita e apriti agli altri…. possiamo realizzare nei sogni quello che non siamo riusciti a realizzare nella realtà…immaginiamo che i nostri sogni diventino noi stessi come una realtà incarnata e superiamo così alcune delle nostre difficoltà e dei nostri conflitti psicologici”. Questa era la sua filosofia, ora è il suo testamento ideale.
Adesso lo scultore Mohammed, insieme ad altri 16 ragazzi, alcuni quasi bambini, arricchirà la lista degli eroi. Gaza ha perso un artista ed ha guadagnato un testimone e questo Israele, sempre pronto a convincere il mondo del suo bisogno di sicurezza dovrebbe capirlo.
Soprattutto dovrebbero capirlo i Governi e le Istituzioni che sostengono questo Paese sempre più ricco di manifesta illegalità. Dovrebbero capirlo non solo per quel principio di giustizia che i palestinesi rivendicano e che la comunità umana avrebbe diritto a veder rispettato, ma anche per la stessa sicurezza del Paese loro amico il quale,  macchiandosi di crimini sempre impuniti, incrementa l’odio e non certo la sicurezza.  E il sogno di Mohammed Abu Amr e degli altri sognatori uccisi con lui, seguiterà  ad essere  il sogno dei palestinesi  l’incubo di Israele.




Il massacro di Gaza è una vittoria mediatica per Hamas e un incubo mediatico per Israele

Chemi Shalev

31 marzo 2018, Haaretz

L’appoggio incondizionato di Trump rafforza Netanyahu, ma potrebbe anche innestare ripercussioni internazionali di critica per entrambi.

Per la prima volta da molto tempo durante il fine settimana il conflitto israelo-palestinese ha avuto un posto di rilievo negli articoli dei media internazionali. I portavoce israeliani hanno fornito prove che militanti di Hamas hanno cercato di aprire una breccia nella barriera di confine a Gaza spacciando la cosa come una presunta protesta popolare, ma gli opinionisti dell’Occidente preferiscono il video, divenuto virale, di un adolescente palestinese colpito alla schiena e una narrazione complessiva di gazawi senza speranza che protestano contro l’oppressione e contro il blocco. Quindici palestinesi sono stati uccisi, centinaia feriti e la barriera è rimasta intatta, ma sul campo di battaglia della propaganda Hamas ha riportato una vittoria.

Anche gli sviluppi futuri sono nelle mani dell’organizzazione islamista. Più Hamas continua con la “Marcia del Milione”, come è stata denominata, più riuscirà a separare le proteste dagli atti di violenza e terrorismo, e più avrà successo nello sfidare e nel mettere in difficoltà sia Israele che Mahmoud Abbas [il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, ndt.] e l’Autorità Nazionale Palestinese. Se i comandanti dell’esercito israeliano non troveranno un modo per respingere i tentativi di far breccia nella barriera senza provocare così tante vittime, le difficoltà di Israele cresceranno in modo esponenziale.

Il venerdì di sangue potrebbe essere presto dimenticato se rimarrà un evento isolato, ma se il bagno di sangue si ripeterà più volte durante la campagna di sei settimane che si prevede terminerà a metà maggio con il giorno della Nakba palestinese, la comunità internazionale sarà obbligata a riorientare la propria attenzione sul conflitto. Le critiche al primo ministro Benjamin Netanyahu, e le pressioni su di lui, praticamente scomparse negli ultimi mesi, potrebbero ridestarsi con un sentimento di rivalsa.

L’ipotesi di lavoro da parte israeliana è che il terrorismo e la violenza siano parti insite nell’identità di Hamas; il gruppo islamista sarebbe incapace di interrompere la “lotta armata”, anche solo provvisoriamente. Se così fosse le difficoltà di Israele si risolverebbero presto e Hamas dilapiderà il vantaggio acquisito con gli scontri di massa nei pressi della barriera. Se la concezione israeliana risulterà sbagliata, tuttavia, e Hamas dimostrerà di essere in grado di disciplina strategica e di controllo, potrebbe crearsi quello che è sempre stato l’incubo dell’hasbarà [propaganda, ndt.] israeliana: proteste palestinesi di massa e non violente che obblighino l’esercito israeliano ad uccidere e mutilare civili disarmati. Per quanto superficiali e insensate, le analogie con il Mahatma Gandhi, con [la lotta contro] l’apartheid del Sud Africa e persino con la lotta per i diritti civili in America offriranno il quadro della prossima fase della lotta palestinese.

L’immediato appoggio dell’amministrazione Trump, espresso in un tweet pasquale dell’inviato speciale Jason Greenblatt, che ha biasimato la provocazione di Hamas e la sua “marcia ostile”, è apparentemente un positivo sviluppo dal punto di vista israeliano. A differenza di Trump, Barack Obama avrebbe subito criticato quello che è stato universalmente descritto come un eccessivo uso della forza da parte di Israele, e si sarebbe consultato con i Paesi dell’Europa occidentale per un’adeguata risposta diplomatica. Israele ha invece festeggiato e Netanyahu ha come al solito esaltato la collaborazione senza precedenti con l’amministrazione Trump, ma potrebbe anche rivelarsi un’arma a doppio taglio, che potrebbe solo peggiorerà solo le cose.

Dopotutto Trump è uno dei presidenti USA più detestati della storia contemporanea, nell’opinione pubblica occidentale in generale e tra i progressisti americani in particolare. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Trump e la sua decisione di spostarvi l’ambasciata USA sono generalmente considerati un contributo alla frustrazione e al senso di isolamento dei palestinesi. Finché Israele manterrà un basso profilo e non diventerà protagonista di notizie negative, i suoi stretti rapporti con Trump provocheranno solo danni marginali; in tempi di crisi, tuttavia, il danno potrebbe essere notevole. Le critiche contro Israele che sarebbero state tacitate in seguito al “Venerdì di sangue”, in ogni caso sono alimentate dall’ostilità diffusa verso Trump e le sue politiche – e da un desiderio di punire i suoi beniamini. Più l’amministrazione USA difende le azioni impopolari di Israele, più i suoi critici, compresi i progressisti americani, considereranno Trump e Netanyahu come uno sgradevole tutto unico.

L’incondizionato appoggio USA rafforza la determinazione di Netanyahu e dei suoi ministri nel continuare la politica di inattività sia rispetto a Gaza che nei confronti del processo di pace. Molti israeliani vedono Hamas semplicemente come un’organizzazione terroristica e la loro reazione istintiva è che Israele non possa e non debba essere percepito come arrendevole nei confronti del terrorismo e della violenza. In un momento in cui sembrano all’orizzonte elezioni anticipate [in Israele], l’ultima cosa che la coalizione di destra di Netanyahu vuol fare è allontanarsi dalle sue politiche consolidate, che significherebbe ammettere che le sue decisioni sono sbagliate. Le richieste da parte della sinistra di rivedere il comportamento dell’esercito israeliano a Gaza e riesaminare totalmente le politiche di Netanyahu nei confronti dei palestinesi potrebbero riportare il conflitto israelo-palestinese al centro del discorso pubblico dopo una lunga assenza, ma fornirebbero anche al primo ministro una scusa – se ne avesse bisogno – per spostare l’attenzione dalla crisi di Gaza ai nemici interni pronti a pugnalarlo alle spalle.

Tuttavia il Libro di Osea ci ha insegnato: “Chi semina vento raccoglie tempesta.” La continua paralisi diplomatica israeliana sulla questione palestinese e la sua errata convinzione che lo status quo possa essere conservato indefinitamente hanno dato l’avvio al colpo mediatico di Hamas: il gruppo islamista può improvvisamente vedere la luce alla fine dei tunnel che l’esercito israeliano sta sistematicamente distruggendo. Hamas può versare lacrime di coccodrillo sui morti e feriti, ma anche se il loro numero dovesse raddoppiare o triplicare nei prossimi giorni, sarebbe un prezzo irrisorio da pagare per risuscitare la propria importanza e spingere in un angolo sia Netanyahu che Abbas. Il fatto che Gerusalemme si sia messa nella posizione in cui un gruppo notoriamente terroristico che sogna ancora di distruggere l’”entità sionista” possa battere Israele nel giudizio dell’opinione pubblica ed assegnargli la parte del malvagio occupante con il grilletto facile è un errore madornale, che può solo peggiorare finché Netanyahu e il suo governo preferiranno trincerarsi dietro la loro ottusa arroganza.

(traduzione di Amedeo Rossi)