A Gaza non è una “Marcia di Hamas”. Sono decine di migliaia di persone disposte a morire

Amira Hass

15 maggio 2018, Haaretz

La definizione delle manifestazioni da parte dell’esercito israeliano ne riduce la gravità, ma involontariamente assegna anche ad Hamas la parte di un’organizzazione politica responsabile e articolata

Di recente in una serie di occasioni rappresentanti di Fatah hanno detto, riguardo alla “Marcia per il Ritorno” di Gaza: “Siamo lieti che i nostri confratelli di Hamas abbiano compreso che il modo corretto sia una lotta popolare disarmata.” La scorsa settimana il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha affermato qualcosa del genere durante il suo discorso al Consiglio Nazionale Palestinese.

Ciò ha indicato sia cinismo che invidia. Cinismo perché la posizione ufficiale di Fatah è che la lotta armata guidata da Hamas ha danneggiato la causa palestinese in generale e la Striscia di Gaza in particolare. E invidia perché ciò implica che, come ha ribadito la dichiarazione dell’esercito israeliano, un appello di Hamas è sufficiente a portare decine di migliaia di manifestanti disarmati ad affrontare i cecchini israeliani sul confine.

Invece appelli di Fatah e dell’OLP in Cisgiordania, compresa Gerusalemme, non portano più di poche migliaia di persone nelle strade e scaramucce con la polizia e l’esercito. È successo di nuovo lunedì, quando l’ambasciata degli USA è stata spostata a Gerusalemme. Il numero di manifestanti palestinesi a Gaza è stato molto maggiore di quello in Cisgiordania.

La decisione delle manifestazioni della “Marcia per il Ritorno” è stata presa insieme da tutti i gruppi politici di Gaza, compreso Fatah. Ma il gruppo più organizzato – quello che ha fornito la logistica necessaria, equipaggiato i “campi del ritorno” (punti di incontro e di attività che sono stati sistemati a poche centinaia di metri dal confine con Gaza), controllato le informazioni, mantenuto i contatti con i manifestanti e dichiarato uno sciopero generale per protestare contro lo spostamento dell’ambasciata – è Hamas. Persino un membro di Fatah lo ha tristemente ammesso ad Haaretz.

Ciò non vuol dire che tutti i manifestanti siano dei sostenitori di Hamas o simpatizzanti del movimento che hanno obbedito ai suoi ordini. Per niente. I dimostranti vengono da ogni settore della popolazione, gente che ha un’affiliazione politica e quelli che non ce l’hanno.

Chiunque ha paura rimane a casa, perché l’esercito [israeliano] spara a tutti. I pazzi sono quelli che si avvicinano al confine, e sono di tutte le organizzazioni o di nessuna di loro,” ha detto un partecipante alla manifestazione.

Le affermazioni dell’esercito ai giornalisti secondo cui è una “marcia di Hamas” stanno riducendo il peso di questi avvenimenti e l’importanza di decine di migliaia di gazawi che sono disposti ad essere feriti, rafforzando al contempo ironicamente lo status di Hamas come organizzazione politica responsabile che sa come cambiare la tattica della sua lotta, che inoltre sa giocare il proprio ruolo.

Lunedì, con l’uccisione alle 19 di non meno di 53 abitanti di Gaza, non c’era posto per il cinismo o l’invidia. Abbas ha dichiarato un periodo di lutto ed ha ordinato le bandiere a mezz’asta per tre giorni, insieme ad uno sciopero generale martedì. È lo stesso Abbas che stava pianificando una serie di sanzioni economiche contro la Striscia nell’ennesimo tentativo di reprimere Hamas.

Che ne siano consapevoli o meno, volontariamente o meno, gli abitanti della Striscia di Gaza, con i loro morti e feriti, stanno influendo sulla politica interna palestinese. Nessuno oserebbe ora imporre queste sanzioni. Il tempo dirà se qualcuno arriverà alla conclusione che, se Israele sta uccidendo così tante persone durante manifestazioni disarmate, essi possano tornare ad attacchi armati da parte di singoli – come vendetta o come una strategia che porterà a minori vittime palestinesi.

Secondo gli operatori sul campo del centro per i diritti umani “Al Mezan” nelle prime ore di lunedì mattina bulldozer dell’esercito sono entrati nella Striscia di Gaza ed hanno spianato i banchi di sabbia costruiti dai palestinesi per proteggersi dai cecchini.

Circa alle 6,30 del mattino l’esercito ha sparato anche contro le tende dei “campi del ritorno”, e molte di queste sono andate in fiamme. Secondo “Al Mezan”, alcune delle tende bruciato erano utilizzate per il pronto soccorso.

Il sito web “Samaa” ha informato che cani della polizia sono stati mandati nei “campi del ritorno” e che l’esercito ha spruzzato acqua puzzolente nelle zone di confine. Le frenetiche convocazioni di importanti personaggi di Hamas nella Striscia di Gaza perché si incontrassero con l’intelligence egiziana al Cairo sono stati comprese anche prima che si sapesse che gli egiziani hanno trasmesso minacciosi messaggi israeliani a Ismail Haniyeh e Khalil al-Hayya, vice del leader di Hamas nella Striscia di Gaza, Yahya Sinwar.

Tutti nella Striscia di Gaza sanno che gli ospedali sono oltre il limite della capienza e che le equipe mediche sono impossibilitate a curare tutti i feriti. “Al Mezan” ha fatto sapere di una delegazione di medici che avrebbe dovuto arrivare dalla Cisgiordania ma a cui è stato impedito di entrare da parte di Israele.

Tutti sanno che le persone ferite che sono state operate sono state dimesse troppo presto e che c’è carenza di medicine indispensabili per i feriti, compresi gli antibiotici. Anche quando ci sono medicine, molti dei feriti non possono pagare neppure il minimo richiesto per ottenerle, e quindi tornano pochi giorni dopo dal dottore con un’infezione. Tutto ciò si basa su informazioni di fonti mediche internazionali.

Tutti i segnali, gli avvertimenti, le molte vittime nelle ultime settimane e le informazioni inquietanti dagli ospedali non hanno tenuto lontano le decine di migliaia di manifestanti di lunedì. Il diritto al ritorno e l’opposizione allo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme sono obiettivi e ragioni validi, accettabili da tutti.

Ma non fino al punto che masse di abitanti della Cisgiordania e Gerusalemme est si unissero ai loro fratelli della Striscia di Gaza. Là l’obiettivo più auspicabile per cui manifestare è l’ovvia richiesta e quella più facile da mettere subito in atto – restituire ai gazawi la loro libertà di movimento e il loro diritto di mettersi in contatto con il mondo esterno, soprattutto con i membri del loro stesso popolo al di là del filo spinato che li circonda. Questa è la richiesta della gente qualunque e non una questione privata di Hamas, dato che i suoi dirigenti e militanti sanno molto bene che una volta entrati nel valico di Erez tra Israele e la Striscia verrebbero arrestati.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




L’obbedienza è la massima forma di patriottismo

Amira Hass

1 maggio 2018, Haaretz

Migliaia di richieste di permessi di uscita da Gaza rimangono ad ammuffire negli uffici israeliani, poiché la norma è che la Striscia di Gaza sia un campo di prigionia a vita.

I testi sono scritti con inchiostro invisibile e al prezzo di uno ne ricevi due: credi che si tratti di una certa cosa e poi – guardando in trasparenza il giornale, l’articolo nascosto appare tra le righe: riguarda la “full immersion” di Israele negli ordini militari.

Il reportage in chiaro racconta la storia di una farmacista laureata che lavora in ospedale dal 2000. Ha 41 anni e quattro figli. Dal 2015 ha studiato per l’esame in farmacologia clinica dell’Associazione Farmacisti Americani. Questo certificato ufficiale le consentirà di impegnarsi molto di più nel fornire il corretto trattamento ai pazienti, e di essere in grado di suggerire soluzioni alternative in caso di mancanza di medicinali. L’esame si terrà mercoledì a Ramat Gan [città nella periferia di Tel Aviv, ndtr.]. Lo scorso ottobre per cause di forza maggiore non ha potuto sostenere l’esame.

Avete indovinato: la farmacista è palestinese e proprio di Gaza: Samaher Amira. La causa di forza maggiore è il soldato impiegato nell’ufficio di Coordinamento Distrettuale israeliano al posto di controllo di Erez. Non hanno neppure risposto alla sua prima richiesta di un permesso di uscita per andare in Israele a sostenere l’esame. È un fenomeno ben noto: migliaia di richieste di permessi di uscita rimangono ad ammuffire negli uffici israeliani.

Amira non si è arresa. Ha inoltrato la sua seconda richiesta il 12 febbraio di quest’anno, per l’esame di mercoledì. Quando il soldato impiegato non ha risposto nemmeno a questa richiesta, il 22 aprile la Ong Gisha ha scritto al comandante del DCO [Ufficio di Coordinamento Distrettuale, che in base agli accordi di Oslo coordina i rapporti tra Israele e l’Autorità nazionale Palestinese per alcune questioni comuni, ndtr.], colonnello Iyad Sarhan. La lettera di Gisha fa presente che ogni iscrizione all’esame di farmacologia costa 700 dollari e non è rimborsabile. Questa volta in realtà una risposta è arrivata, due giorni dopo, firmata dal primo luogotenente Roni Vaknin, un funzionario delle indagini pubbliche del DCO. “Gli organi competenti hanno deciso di respingere la richiesta in quanto non corrisponde ai criteri”, così ha risposto.

La stessa risposta è stata inoltrata da un soldato impiegato del DCO ad un’altra donna, di Gerusalemme, la sessantacinquenne Sa’ada Hasuna, che è malata di tumore e desidera incontrare la sua anziana madre e le sue sorelle a Gaza. “La richiesta non è approvata alla luce del fatto che non corrisponde ai criteri per l’ingresso di israeliani nella Striscia di Gaza. E questo in base al fatto che la richiesta non soddisfa nessuno dei criteri stabiliti.” Questa risposta tautologica non è firmata; solo una enorme bandiera israeliana campeggia sotto il verdetto, inviato per email.

Il testo nascosto ci dice qualcosa riguardo a chi scrive le risposte e ai decisori politici: tua figlia, tuo figlio o magari proprio tu o i tuoi genitori. Roni Vaknin è un sottoposto di Iyad Sarhan. A sua volta Sarhan è consulente legale del DCO a Gaza, avvocato Nadav Glass. Ma sopra di essi spunta il general maggiore Yoav Mordechai, il coordinatore delle attività nei territori dell’esercito israeliano. Israeliani in carne ed ossa. Il testo nascosto ci parla del tipo di caffè e di musica che gli piace, sulla conversazione telefonica molto preoccupata per un’anziana madre, del libro che leggono prima di andare a dormire.

L’articolo in codice parla della loro gioia nell’obbedire ai dieci comandamenti – pardon, al “Documento di Autorizzazione”. È un documento militare che riporta in dettaglio chi sono le eccezioni a cui è permesso di uscire o entrare a Gaza. Perché la regola è che la Striscia di Gaza è un campo di prigionia a vita. Quindi la forza dominante ci mette otto mesi di tempo per rispondere che non vi è un criterio che consenta alla farmacista di uscire per un importantissimo esame. Quindi vieta ad una donna malata di visitare la sua famiglia. L’obbedienza è la più alta forma di patriottismo.

Tornando al testo in chiaro: la Corte distrettuale di Be’er Sheva ha preso in considerazione il caso di Amira due giorni fa. I rappresentanti del governo, gli avvocati Zohar Barel e Orit Kartz, hanno difeso la posizione del DCO che afferma che dover sostenere un esame non soddisfa i criteri. Il giudice Yael Raz-Levi ha ingiunto a Gisha di fornire documentazione a sostegno dell’ affermazione riguardo all’importanza dell’esame per la farmacista, a cui verrà consentito di presentare una terza richiesta per un permesso di uscita ad ottobre. E mercoledì l’Alta Corte di giustizia vaglierà la questione se ad una donna malata si possa consentire di ricevere l’ultimo saluto dalla sua famiglia.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Come se Israele non avesse fatto niente di cui vergognarsi prima dell’avvento degli smartphone

Amira Hass

16 aprile 2018, Haaretz

I soldati israeliani che hanno ucciso palestinesi disarmati non sono spuntati dal nulla per la prima volta tre settimane fa. Né le giustificazioni dell’esercito sono iniziate solo allora. Siete voi che non leggete, ricordate o credete.

La vergogna è importante, è un peccato che arrivi così tardi. La vergogna è necessaria, è triste che così poche persone la provino. Quello che rende possibile questa tardiva apparenza di vergogna è la tecnologia che ha trasformato ogni persona con uno smartphone in un fotografo e ogni applicazione delle reti sociali in uno schermo gigante, portando in ogni casa prove fotografiche imbarazzanti. In rari casi filtrano attraverso il muro dell’insabbiamento e della menzogna innalzato dall’esercito israeliano e attraverso la corazza del “sono comunque tutti terroristi” che gli israeliani indossano volontariamente.

Dalla vergogna a lungo rimandata possiamo intuire che ci sono israeliani che credono che i soldati dell’esercito abbiano iniziato solo poche settimane fa a sterminare palestinesi disarmati. Cioè credono che solo da quando sono comparsi gli smartphone, con la loro possibilità di smascherare pubblicamente in tutta la loro nuda vergogna i soldati e i loro superiori, i comandanti abbiano iniziato a ordinare ai loro soldati di uccidere anche in assenza di un pericolo mortale. In altre parole, che fino a poco tempo fa, finché non sono arrivati gli smartphone, la purezza delle armi venisse scrupolosamente rispettata e non ci fosse spazio per la vergogna. E quindi che sia così anche oggi, in tutti i casi in cui soldati e poliziotti uccidono e feriscono palestinesi quando non ci sono telefonini a riprenderli. Gli israeliani che si vergognano credono che l’esercito menta solo quando c’è una prova fotografica della bugia. In sua assenza l’esercito israeliano e la polizia dicono la verità, i palestinesi e un pugno di persone di sinistra sono quelli che mentono.

La vergogna è demoralizzante per un’altra ragione: ci ricorda della debolezza della parola scritta quando non si basa sulla versione degli avvenimenti del regime, ma piuttosto sulla testimonianza delle vittime del regime. Prima che ci fossero cellulari con videocamera e telecamere di sicurezza ad ogni angolo, raccoglievamo le testimonianze di decine di testimoni oculari. Incrociavamo le loro versioni, verificavamo, esaminavamo, facevamo domande – spesso eravamo sul posto quando avvenivano gli incidenti – e scrivevamo e pubblicavamo. Ma era sempre la nostra parola contro quella dell’essere assolutamente puro: l’ufficio del portavoce dell’esercito.

L’immagine che si voleva trasmettere dell’esercito e del governo era fabbricata sulle scrivanie delle redazioni e nelle strade di Tel Aviv e di Kfar Sava. Ogni giorno e in ogni operazione, il superpotere palestinese risorge per distruggerci e per attaccare la piccola Israele e i suoi teneri figli diciottenni che sono apparsi nel territorio della superpotenza. Non è così: i soldati israeliani che uccidono palestinesi disarmati non sono spuntati fuori per la prima volta tre settimane fa. Né le giustificazioni dell’esercito sono iniziate solo allora. Siete voi che non leggete o non ricordate o non credete.

Alla vostra attenzione

Ma ditemi, voi che vi vergognate, e a ragione, non vi vergognate del fatto che Israele rubi l’acqua ai palestinesi e imponga loro limitate quote di consumo? Non vi vergognate del rifiuto di Israele di collegare migliaia di palestinesi della Cisgiordania e del Negev israeliano al servizio idrico?

E quando Israele espelle gli abitanti di Umm al-Hiran dalla loro baraccopoli del Negev, non morite di vergogna per lo Stato e per la bella comunità modello, basata su valori ebraici, che sarà costruita sulla terra degli espulsi? Non vi vergognate dello Stato che in tutti questi anni ha impedito il collegamento di Umm al-Hiran alla rete idrica ed elettrica, o dei giudici della Corte Suprema che hanno permesso le espulsioni? Non provate vergogna quando un pugno di israeliani scende dalle proprie colonie e dagli avamposti per attaccare ripetutamente i villaggi palestinesi dei dintorni? Non arrossite, né sbiancate, alla vista dei soldati che stanno a guardare e lasciano che essi aggrediscano, distruggano, sradichino e taglino? E quando la polizia non fa nessuna ricerca dei responsabili, persino quando sono stati filmati e il loro luogo di residenza è noto, non vi vergognate ancora di più? Non provate vergogna per il solo fatto di sapere che questo metodo di violenza dei coloni – incoraggiato dal silenzio delle autorità – è vecchio tanto quanto la stessa occupazione?

Il seguente fatto – 2,5% della terra dello Stato è destinata al 20% della popolazione (i cittadini palestinesi di Israele) – non fa sì che voi, per la vergogna, vogliate che la terra si apra e vi inghiotta?

E cosa ne dite dei pochi abitanti di Gaza a cui è permesso di viaggiare all’estero attraverso il ponte di Allenby [posto di confine tra la Cisgiordania occupata e la Giordania, ndt.] che sono obbligati a promettere per iscritto di non tornare per un anno? E dei palestinesi della Cisgiordania a cui non è consentito incontrarsi con amici e parenti che vivono nella Striscia di Gaza? E del divieto di vendita dei prodotti di Gaza in Cisgiordania e di esportarli, tranne pochi camion che trasportano una ridotta quantità di beni? E cosa dite del fatto di tener imprigionate 2 milioni di persone dietro il filo spinato e il controllo militare e le torri da cui sparare? Secondo voi tutto questo non meriterebbe di essere incluso nell’elenco delle disgrazie collettive degli ebrei?

Israele non si è mai spaventato e non si spaventa ora ad uccidere civili palestinesi – individualmente, separatamente e in massa. Ma uccidere palestinesi non è un fine in sé. Al contrario i 70 anni di esistenza di Israele dimostrano che l’appropriazione della terra palestinese è un obiettivo supremo del nostro Stato, e che l’appropriazione si unisce alla riduzione del numero di palestinesi su quella terra.

Espellere palestinesi dalle loro case, dalla loro patria e dal loro Paese in tempo di guerra è un mezzo collaudato per ridurre il numero di una popolazione. Quando questo non è fattibile, concentrare i palestinesi in affollate riserve (su entrambi i lati della Linea Verde [il confine tra lo Stato di Israele e la Giordania prima dell’occupazione della Cisgiordania, ndt.]) è un altro metodo, di routine e continuo. Chiunque abbia trovato ciò difficile da credere prima del 1993 ha ottenuto la prova definitiva negli accordi di Oslo: sotto l’ombrello del processo di pace il principale obiettivo dei governi (laburisti e del Likud) e delle loro burocrazie è stato di dimostrare la giustezza delle accuse secondo cui nel profondo siamo davvero un’entità coloniale. Ciò vi fa sentire orgogliosi?

(traduzione di Amedeo Rossi)




Perché l’esercito israeliano ha confiscato i soldi della figlia di un palestinese cieca e in lutto?

Amira Hass

3 aprile 2018, Haaretz

L’esercito israeliano ha confiscato il denaro di Yasmin Eshtayyeh a un valico di frontiera, definendolo “denaro terrorista” – senza prove, interrogatori o processi. Lei non ha permesso che le avversità le impedissero di lottare per riaverlo.

Circa 5.000 shekel (1.425 dollari) mi hanno portato a Yasmin Eshtayyeh; più precisamente, una combinazione di 357 dollari, 500 shekel e 668 dinari giordani. Sono le valute e gli importi che le autorità israeliane al valico di confine con la Giordania hanno tolto, sequestrato e confiscato dalle borse di Eshtayyeh e di sua sorella Suhad nel 2013. Lo scorso 14 febbraio, un anonimo soldato dell’ufficio del difensore civico della direzione del Comando Centrale delle Forze di Difesa Israeliane ha stabilito che Eshtayyeh non ha il diritto di appello o obiezione. Fine della discussione.

E immediatamente, dietro un’esile storia di israeliani che confiscano denaro, è apparsa l’intera vita di una giovane donna di 31 anni cieca dalla nascita. La memoria le dice che si è accorta di essere diversa solo a 5 anni. I suoi genitori, e in particolare suo padre, Sael, l’hanno circondata e coccolata protettivamente. Sua madre, Muna, l’ha sempre lavata e vestita (ancor oggi sua madre le sceglie i vestiti).

Una volta, una cuginetta andò a trovarla e fecero il bagno insieme. All’improvviso la cugina scomparve. Dov’era? Era andata a vestirsi. E fu allora che Yasmin, 5 anni, capì che i bambini della sua età si vestivano da soli. Poi, o prima, notò anche che per strada gli altri bambini correvano, saltavano, andavano al supermercato da soli, mentre lei – qualcuno la teneva sempre per mano. Gli indizi erano sempre più numerosi. Il concetto di vista non le era ancora del tutto chiaro, ma lo era la sua differenza dagli altri.

La coscienza dell’esistenza di un’entità suprema che tutto governa ha preceduto la sua consapevolezza della cecità e del senso della vista. Almeno questo è quello che le dice la memoria. All’età di 4 anni o giù di lì – nel 1991 – la famiglia era seduta nel cortile di casa nel villaggio di Salem, a est di Nablus.

“All’improvviso qualcuno ha gridato: ‘Vieni qui, altrimenti sparo'”, racconta. Il “vieni qui” era in ebraico, il resto in arabo. Sapeva già cosa fosse sparare. A quanto pare aveva anche sentito la parola “esercito”. I colpi sull’asfalto che aveva sentito, lo sapeva, erano pietre lanciate dai bambini. Le parole non si erano ancora trasformate in un concetto completo. Quello fu il suo primo incontro cosciente con la voce di un soldato, rappresentante del dominio in terra.

“Pensavo che un soldato fosse un essere gigantesco”, ricorda. “Più grande delle persone normali. Non capivo come potesse comportarsi in questo modo, contro gli esseri umani.” Come per molti altri, “ebreo” e “soldato” divennero sinonimi nel suo lessico. Fu la più grande tragedia della sua vita, a 17 anni, a permetterle di distinguere tra i due.

Richiesta respinta”

Non dimenticherà mai il soldato di nome Uri. “Uno dei peggiori che ho visto nella mia vita”, dice. Usando proprio questa parola: “visto”. Nel dicembre 2013 partecipava con altre donne palestinesi ad un incontro ad Amman sul progresso dei diritti delle donne disabili in Medio Oriente. La ragazza che aveva scoperto solo a 5 anni che le bambine si vestono da sole era ora titolare di un master in inglese e in traduzione, e abile rappresentante delle donne disabili che vogliono integrarsi nella società e nel lavoro.

Eshtayyeh lavorava per l’organizzazione palestinese ‘Stars of Hope’, fondata per promuovere l’integrazione delle donne con disabilità, e ha rappresentato l’organizzazione ad una conferenza sotto l’egida delle Nazioni Unite in dicembre. Sua sorella si è unita a lei come accompagnatrice. Quando sono tornate, il 22 dicembre, le altre donne hanno attraversato il valico al-Karameh (“dignità” in arabo) (noto anche come il valico di Allenby) senza incidenti ma, con loro grande stupore, lei e sua sorella sono state trattenute.

Furono fermate al controllo dei passaporti, fu loro chiesto di rimuovere i copricapo e i cappotti e di togliersi le scarpe. Furono perquisite corporalmente e furono presi loro i soldi trovati nelle borse. Eshtayyeh racconta della stanza angusta in cui furono portate, dell’acqua potabile che non venne loro offerta e del bagno a cui non fu loro permesso di andare, e del soldato Uri, che non le lasciava muovere, e gli urlava contro. C’era anche un poliziotto israeliano che si presentò come Ahmed. “Mi disse: ‘Siamo preoccupati che qualcuno di Hamas possa usarti.’ Risposi che avevo studiato all’università, viaggiato all’estero e lavorato, e che non avevo mai permesso a nessuno di approfittarsi di me.”

Furono interrogate sulla provenienza del denaro. La risposta era facile: 500 shekel (attualmente $ 142) e altri 98 dinari ($ 138) provenivano dal suo stipendio alla Birzeit University, dove lavorava come consulente presso il Center for Development Studies. Era molto orgogliosa di potersi mantenere e aiutare la famiglia. Aveva ricevuto altri dollari da ‘Stars of Hope’ per coprire le spese del viaggio, e avrebbe dovuto restituire quanto rimasto. Il denaro preso a sua sorella veniva da alcune ragazze e donne della famiglia che volevano gli comprassero dei cosmetici nella capitale giordana. Ma le giornate alla conferenza erano state più lunghe e intense di quanto ci si aspettasse, avevano avuto poco tempo per fare compere e, soprattutto, avevano scoperto che Amman non era meno cara.

Nonostante le spiegazioni, prima che se ne andassero fu consegnata loro una notifica della polizia israeliana in cui si dichiarava che i loro soldi erano stati sequestrati “per via del sospetto trasferimento di fondi collegati a un’associazione illegale, e il comandante delle forze israeliane in Giudea e Samaria [ la Cisgiordania] intende confiscare il denaro sequestrato”. Verso le 01:30, di quel giorno di dicembre di quattro anni fa, dopo un ritardo di otto ore, fu loro permesso di lasciare il terminal vuoto. Pregarono che gli fossero lasciati un po’ di soldi per poter prendere un taxi per tornare a casa. Quelli che avevano preso i loro soldi rifiutarono. Allora aspettarono qualche ora in più che uno zio arrivasse in macchina nel mezzo della notte dall’area di Nablus per venirle a prendere.

Quello fu l’inizio di una saga burocratica e legale che continua fino ad oggi, che ha introdotto nella vita di Yasmin Eshtayyeh non solo soldati e agenti di polizia ma anche i giudici della Corte Suprema Elyakim Rubinstein (ora in pensione), Noam Sohlberg e Menachem Mazuz.

Due amici israeliani hanno scritto al consulente legale militare in Giudea e Samaria, chiedendo che i soldi fossero restituiti. La risposta del consulente legale è arrivata l’8 aprile 2014. Dichiarava che solo un giorno prima, cioè il 7 aprile, era stato emesso un ordine di confisca del denaro, “alla luce della presentazione di informazioni di intelligence affidabili e comprovate.” Senza prove, senza evidenze, senza spiegazioni né dettagli, senza ascoltare ciò che le donne avevano da dire. Non sono state arrestate, non sono state convocate per un interrogatorio sul reato che avrebbero presumibilmente commesso, non sono state processate.

Fino al 25 dicembre 2013, i palestinesi le cui proprietà fossero state confiscate per ordine del comandante militare potevano almeno ricorrere a un tribunale militare. Ma quel giorno il maggiore Gen. Nitzan Alon, all’epoca capo del Comando centrale e sovrano in Cisgiordania, firmò un ordine che privava i tribunali militari di tale autorità ed esonerava quindi i confiscatori dal dover fornire una parvenza di prova e trasparenza.

In una società in cui famiglie anche numerose dipendono da un solo stipendio, dove il salario minimo mensile è di 1.400 shekel ($ 405), e molte donne guadagnano anche meno di questo, 5.000 shekel ($ 1.425) sono una grande quantità di denaro. Le sorelle si sono rivolte a Yesh Din: Volunteers for Human Rights, un’organizzazione che opera in Israele e in Cisgiordania. Gli avvocati di Yesh Din Michael Sfard, Emily Schaeffer Omer-Man e Noa Amrami hanno presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia a loro nome. La petizione sosteneva che l’ordine di confisca era illegale, così come la negazione del diritto di ricorso. L’Alta Corte ha unito la loro petizione a due casi simili. I giudici non hanno nemmeno considerato i casi di confisca nelle petizioni e hanno stabilito che non vi fosse alcun impedimento legale nell’ordine del capo del Comando centrale che negava il diritto di appello. Allo stesso tempo, hanno suggerito che l’esercito rendesse possibile “un forum di opposizione o appello sulle decisioni di confisca”, per ridurre il numero di petizioni all’Alta Corte. Pensavano che i casi specifici che erano stati loro sottoposti avrebbero potuto essere risolti nel quadro di un simile “forum”.

L’esercito ha accettato la proposta, con una differenza sostanziale: è stata debitamente istituita una commissione composta da rappresentanti dell’ufficio dell’avvocato militare, del Corpo di intelligence e dell’Amministrazione civile, ma la sua autorità è stata limitata a discutere di “sequestro di oggetti”, una fase precedente alla confisca. Chiunque la cui proprietà fosse già stata dichiarata confiscata avrebbe dovuto dirle addio. Lo scorso maggio, i giudici hanno espresso soddisfazione, hanno dichiarato che la petizione aveva “raggiunto un obiettivo importante” e ordinato allo stato di pagare ai rappresentanti dei tre ricorrenti le spese legali di 10.000 shekel ($ 2.850).

Per Yasmin e Suhad Eshtayyeh questo era un risultato kafkiano. Grazie alla loro e ad altre petizioni, i giudici avevano suggerito che l’ordine fosse emendato ed è stata istituita una commissione militare per ascoltare le obiezioni, ma esse stesse non potevano comparire dinanzi alla commissione perché i loro soldi erano già stati dichiarati “confiscati”. Sfard e un altro avvocato di Yesh Din, Sophia Brodsky, hanno chiesto a un rappresentante del pubblico ministero, l’avvocato Roy Shweika, di trovare una via d’uscita. Questi ha rifiutato. Hanno chiesto un chiarimento al tribunale, che aveva erroneamente pensato che il verdetto avesse suggerito una soluzione anche per i ricorrenti. Lo scorso novembre, il giudice Sohlberg ha stabilito che, per quanto lo riguardava, le sorelle potevano presentare una nuova petizione. In altre parole, altre spese legali da pagare, e altro impegno. Più tempo e risorse mentali e materiali sprecate.

Gli avvocati quindi hanno scritto all’attuale capo del Comando Centrale, il generale maggiore Roni Numa, e al consigliere legale, tenente generale Eyal Toledano, nella speranza che forse avrebbero accettato di essere più flessibili, revocare l’ordine di confisca e consentire alle sorelle di presentare la loro obiezione alla commissione che era stata istituita grazie alla loro petizione. Ma il soldato anonimo dell’ufficio del difensore civico nell’ufficio del consulente legale, che ha risposto il mese scorso, si è attenuto ad una spiegazione che si morde la coda: le informazioni che hanno portato alla confisca (senza il diritto di appello) erano solide e affidabili, la commissione discute solo ricorsi sui sequestri prima della confisca. “Il caso del vostro cliente non è compatibile con l’autorità della commissione.” Richiesta negata.

L’Unità Portavoce dell’esercito israeliano, rispondendo a una richiesta di chiarificazioni, ha detto ad Haaretz: “Nel 2014, i soldi confiscati ai palestinesi citati nell’articolo, secondo informazioni attendibili, erano denaro del terrorismo proveniente dall’organizzazione di Hamas”. Tra l’altro, Hamas non è mai stato menzionato nelle notifiche ufficiali che le due hanno ricevuto.

Vedere il mare

“Sappiamo che il cambiamento è possibile”, afferma la “Guida per la sensibilizzazione (pubblica) e la difesa dei soggetti disabili: concetti e relativa applicazione”, pubblicata dal Centro di studi sullo sviluppo della Birzeit University. Yasmin Eshtayyeh è uno degli autori della guida. Il centro unisce lo sviluppo del pensiero teorico all’attività pubblica e sociale. Yasmin vi ha lavorato come consulente in un progetto che è durato circa un anno e mezzo, sull’atteggiamento della società nei confronti delle persone con disabilità. La guida menziona, come prova della possibilità di cambiare, le attività delle associazioni palestinesi di persone disabili e una legge palestinese del 1999 che chiarisce i loro diritti. Nell’aprile 2015, ha preso parte a un evento pubblico in cui ha parlato di come le persone possano aiutare il cambiamento col loro crederci. L’occasione era l’annuale cerimonia del Memorial Day tenuta dall’organizzazione israelo-palestinese Combatants for Peace (Combattenti per la Pace), a cui era stata invitata come figlia in lutto: un colono di Itamar, Yehoshua Elitzur, aveva assassinato suo padre Sael il 27 settembre 2004.

Nel suo discorso ha dichiarato: “La rabbia e l’odio che mi accompagnavano avrebbero probabilmente continuato a perseguitarmi se non avessi incontrato altri ebrei”. Pochi giorni dopo l’omicidio di suo padre, gli attivisti del ‘Villages Group’ (associazione di israeliani e palestinesi finalizzata a sviluppare reciproci rapporti umani, ndtr.) in Israele si sono recati nel suo villaggio per esprimere le loro condoglianze e la loro rabbia. Eshtayyeh ha detto al pubblico alla cerimonia che in un primo momento si era rifiutata di stringere la mano a una delle attiviste, “perché era ebrea.” Gradualmente, ha ceduto e ha conosciuto altri membri del gruppo di attivisti. Loro e altri ebrei israeliani l’hanno portata a credere nei cambiamenti che possono promuovere le persone. Al villaggio uno degli attivisti ha dato lezioni di musica. Eshtayyeh è stata invitata come interprete. Si è innamorata dell’arpa, che le ha permesso di “vedere il mare, dove non sono mai andata”, e ha cominciato a imparare a suonare lo strumento.

Dopo la cerimonia si è unita al Parents Circle-Families Forum (il forum delle famiglie in lutto) e da allora ne è membro attivo.

Suo padre ha lavorato per 18 anni in una società con sede a Rishon Letzion che distribuisce bombole di gas da cucina. Fu licenziato da quel lavoro durante la seconda intifada. All’età di 46 anni, ha iniziato a lavorare come conducente di un taxi collettivo. Ai tempi dei blocchi stradali e delle strade chiuse ai palestinesi, ciò significava viaggiare su strade sterrate e superare le lunghe code ai posti di blocco per portare la gente al lavoro, a scuola, al mercato e alle cliniche mediche.

Alla cerimonia commemorativa ha detto: “Mio padre era l’unico a provvedere per noi. E il peggior incubo della nostra vita accadde il 27 settembre 2004. Mio padre andò a lavorare come faceva ogni giorno, e quando imboccò una tangenziale costruita dai coloni, in modo che potessero viaggiare senza sfiorare i palestinesi, un colono lo attaccò e gli sparò al cuore. L’assassino è un tedesco che si è convertito al giudaismo e vive in un avamposto di coloni vicino a Itamar.

L’assassino, che fu condannato per omicidio colposo, fu per qualche ragione messo agli arresti domiciliari dopo l’omicidio e di nuovo dopo la condanna. Prima che la sentenza fosse pronunciata, scomparve. Il corrispondente di Haaretz Shay Fogelman lo ha cercato, in un viaggio labirintico che combinava il lavoro investigativo con la storia, a cui ha dedicato cinque anni della sua vita e che si è trasformata in un film che sarebbe stato proiettato pochi mesi dopo. Nel frattempo, Yehoshua Elitzur è stato rintracciato in Brasile, da cui è stato estradato in Israele a metà gennaio di quest’anno. Ora è in prigione, in attesa della condanna.

La caccia a Elitzur ha portato Fogelman vicino alla famiglia Eshtayyeh. Yasmin lo ricorda con particolare affetto. È stato testimone dell’assurda situazione in cui si trovano molte famiglie palestinesi i cui cari siano stati uccisi da soldati o civili israeliani: il servizio di sicurezza Shin Bet e l’esercito li considerano “pericolosi”. La conseguenza è che quasi ogni anno i soldati vengono mandati a irrompere nella casa della famiglia di Yasmin nel cuore della notte a fare perquisizioni. “Va bene che perquisiscano, ma lasciano sempre dietro di sé cose rotte e un gran casino”, dice.

Due anni fa, Eshtayyeh e suo fratello minore, Mohammed, anche lui cieco dalla nascita, sono andati allo Sheba Medical Center di Tel Hashomer per una visita oculistica speciale. I due potrebbero essere idonei all’impianto di un dispositivo che consenta loro di vedere. La madre, che ha 57 anni, li ha accompagnati. Al checkpoint le è stato detto: “Accesso negato”. I due hanno aspettato che degli amici del forum delle famiglie delle vittime venissero a accompagnarli. Da quando ha intensificato la sua attività nel forum, anche Yasmin è stata aggiunta alla lista dei palestinesi cui viene negato l’ingresso in Israele, dopo molti anni in cui ha sempre ottenuto i permessi.

Nonostante i suoi titoli accademici e il successo in progetti a tempo definito, Eshtayyeh non riesce a trovare un lavoro fisso – il suo più grande desiderio. L’implementazione della legge palestinese per l’integrazione dei disabili nella società è in ritardo, afferma, e le persone con disabilità continuano a sentirsi discriminate. Anche quelli che ci vedono e non hanno bisogno di usare una sedia a rotelle spesso hanno bisogno di appoggi per trovare un lavoro. La discriminazione contro le donne con disabilità è ancora più acuta e le diffidenze della società sono ancora più forti: una donna cieca ha poche possibilità di crescere una famiglia.

Eppure, raccontami dei giorni felici della tua vita, le ho chiesto qualche settimana fa mentre eravamo sedute sulla veranda della loro casa. Un grande sorriso ha illuminato la sua faccia: “I due giorni più felici della mia vita sono state le feste che la mamma ha organizzato per me in onore della mia prima laurea, in lingua e letteratura inglese, e poi per la mia seconda laurea, in traduzione”, ha detto. C’erano tutti e di tutto. Le danze popolari di Debka, i fuochi d’artificio, i vestiti delle feste, una pettinatura speciale sotto il fazzoletto e decine di persone della famiglia e del villaggio venute a condividere la sua gioia e il suo orgoglio.

(Traduzione di Luciana Galliano)

 




A Gaza Israele va oltre la sua consueta ferocia

Amira Hass

3 aprile 2018, Haaretz

Gli israeliani si sono assuefatti ai riferimenti storici; non c’è da meravigliarsi che possano giustificare il fuoco omicida contro dimostranti disarmati.

Nella Striscia di Gaza Israele mostra il peggio di sé. Questa affermazione non intende in nessun modo sminuire la ferocia, sia deliberata che accidentale, che caratterizza la sua politica verso gli altri palestinesi – in Israele e in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est. Né ridimensiona gli orrori dei suoi attacchi di rappresaglia (alias operazioni militari) in Cisgiordania prima del 1967 o le sue aggressioni a civili in Libano.

Tuttavia a Gaza Israele va oltre la sua abituale crudeltà. In particolare là spinge i soldati, i comandanti, i funzionari pubblici ed i civili a mostrare comportamenti e tratti del loro carattere che in ogni altro contesto verrebbero considerati sadici e criminali, o quanto meno non degni di una società avanzata.

C’è spazio solo per quattro riferimenti. I due massacri perpetrati dai soldati israeliani contro la popolazione di Gaza durante la guerra del Sinai del 1956 [l’aggressione di Fancia, Gran Bretagna ed Israele contro l’Egitto in seguito alla nazionalizzazione del Canale di Suez, ndt.] sono sfuggiti alle nostre coscienze come se non fossero mai accaduti, nonostante i fatti documentati.

Secondo un rapporto del capo dell’UNRWA [agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.] consegnato alle Nazioni Unite nel gennaio 1957, il 3 novembre [1956], durante la conquista di Khan Yunis (e nel corso di un’operazione volta a requisire armi e a radunare centinaia di uomini per scoprire soldati egiziani e combattenti palestinesi) i soldati israeliani uccisero 275 palestinesi – 140 rifugiati e 135 abitanti del luogo. Il 12 novembre (dopo la fine degli scontri) i soldati israeliani a Rafah uccisero 103 rifugiati, sette abitanti del luogo ed un egiziano.

I ricordi dei sopravvissuti sono stati documentati in una grafic novel dal giornalista e ricercatore Joe Sacco: corpi disseminati nelle strade, gente messa contro un muro ed uccisa, persone in fuga con le mani alzate mentre i soldati dietro di loro puntavano li tenevano sotto tiro con i fucili, teste che esplodevano. Nel 1982 il giornalista Mark Gefen, del quotidiano in ebraico ormai chiuso “Al Hamishmar”, ricordò il suo servizio militare nel 1956, comprese quelle teste colpite e quei corpi disseminati a Khan Yunis (Haaretz edizione in ebraico, 5 febbraio 2010).

Pochi mesi dopo l’occupazione della Striscia di Gaza nel 1967, il ricercatore indipendente Yizhar Be’er scrisse: “Abbiamo fatto passi concreti per sfoltire la popolazione di Gaza. Nel febbraio 1968 il primo ministro [israeliano] Levi Eshkol ha deciso di nominare Ada Sereni a capo del progetto di emigrazione. Il suo compito consiste nel reperire Paesi di destinazione ed incoraggiare la gente ad andarvi, senza che fosse evidente il coinvolgimento del governo israeliano.”

“Sereni è stata scelta per l’incarico per i suoi rapporti con l’Italia e la sua esperienza nell’organizzare la ha’ apala dei sopravvissuti all’Olocausto dopo la seconda guerra mondiale”, ha aggiunto, usando il termine che si riferiva all’immigrazione clandestina verso il futuro Stato di Israele durante il mandato britannico.

“In uno dei loro incontri, Eshkol ha chiesto preoccupato a Sereni: ‘Quanti arabi hai già mandato via?’“, scrisse Be’er. Sereni disse ad Eshkol che vi erano 40.000 famiglie di rifugiati a Gaza. “‘Se voi stanziate 1.000 sterline per ogni famiglia sarà possibile risolvere il problema. Siete d’accordo a risolvere il problema di Gaza con quattro milioni di sterline?’ chiese lei, e si rispose da sola: ‘Secondo me è un prezzo molto ragionevole’” (sito web “Parot Kedoshot”, 26 giugno 2017).

Nel 1991 Israele iniziò ad imprigionare di fatto tutti gli abitanti di Gaza. Nel settembre 2007 il governo di Ehud Olmert decise un blocco totale, che includeva limitazioni all’importazione di alimenti e materie prime e il divieto di esportazione.

I funzionari dell’ufficio del Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori [ente israeliano che governa nei territori occupati, ndt.], coadiuvati dal ministero della Sanità, calcolarono la quantità di calorie quotidiane necessarie perché i prigionieri del più grande carcere al mondo non raggiungessero la linea rossa della malnutrizione. I carcerieri – cioè i funzionari pubblici e gli ufficiali dell’esercito – consideravano le proprie azioni come un gesto umanitario.

Negli attacchi a Gaza a partire dal 2008, i criteri israeliani per uccidere in modo lecito e proporzionato in base ai principi etici ebraici divennero più chiari. Un combattente della Jihad islamica che stesse dormendo è un obiettivo ammissibile. Le famiglie dei militanti di Hamas, compresi i bambini, meritavano anch’esse di essere uccise. Lo stesso valeva per i loro vicini. E anche per chiunque facesse bollire l’acqua su un fuoco all’aperto. E per chiunque suonasse nell’orchestra della polizia.

In altri termini, gli israeliani hanno gradualmente intrapreso un processo di immunizzazione dai riferimenti storici. Perciò non meraviglia il fatto che possano sinceramente giustificare il fuoco omicida su dimostranti disarmati e che i genitori siano orgogliosi dei loro figli soldati che hanno sparato alla schiena su manifestanti in fuga.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Chi c’è dietro il tentativo di assassinare il primo ministro palestinese?

Amira Hass

14 marzo 2018, Haaretz

È facile incolpare Hamas dell’attacco avvenuto a Gaza, ma ci sono sospetti molto più probabili.

Hamas non ha e non potrebbe avere alcun interesse nell’attaccare importanti funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese mentre andavano ad inaugurare un impianto di trattamento delle acque reflue che gli abitanti della Striscia di Gaza attendevano da molto tempo.

Hamas non ha neppure interesse a far finta di niente e a lasciare che qualcun altro attacchi i visitatori [arrivati] da Ramallah. Hamas si vuole dipingere come una potenza forte che governa e che desidera cedere la propria parte di potere perché preoccupata per il popolo, e non a causa dei propri fallimenti. Il fatto che non sia riuscita a impedire questo attacco indebolirà la sua posizione nei colloqui con Egitto e Fatah, la fazione dominante nell’ANP.

Data la continua e prevedibile situazione di stallo del dialogo per la riconciliazione tra Hamas e Fatah, questo è un compromesso che conviene ad Hamas: controlla di fatto Gaza, ma gli Stati donatori che lo boicottano continuano a costruire, attraverso l’ANP, le infrastrutture vitali ed urgentemente necessarie. Il successo di questi progetti infrastrutturali mitiga il disastro ambientale ed umanitario provocato dall’assedio israeliano. Probabilmente ridurranno le enormi sofferenze della popolazione, anche se solo un poco, e di conseguenza neutralizzeranno anche una delle principali ragioni della rivolta sociale contro Hamas.

Nel 2007 cinque persone annegarono nelle acque reflue che fuoriuscirono dalla vasca del vecchio ed inadeguato impianto di trattamento di Beit Lahia. Per anni acque fognarie non trattate si sono riversate in mare e sono penetrate nell’acquifero, con tutte le implicazioni note ed ignote che ciò comporta.

L’attuale impianto, il cui costo di 75 milioni di dollari è stato coperto da Svezia, Belgio, Francia, Commissione Europea e Banca Mondiale, dovrebbe servire circa 400.000 persone. Il Quartetto per il Medio Oriente (Stati Uniti, Nazioni Unite, Unione Europea e Russia) e il dipartimento di Stato USA hanno tenuto i contatti con le autorità israeliane in modo che consentissero l’ingresso a Gaza dei materiali da costruzione e degli esperti necessari. Senza la loro assistenza probabilmente la costruzione sarebbe durata molti più anni.

Secondo il comunicato stampa della Banca Mondiale, Israele e l’ANP hanno raggiunto un accordo temporaneo per la fornitura dell’energia elettrica necessaria per far funzionare l’impianto, senza la quale sarebbe stato una cattedrale nel deserto. Israele ha già accettato di attivare un’altra linea elettrica. Ma l’ANP ed Hamas devono ancora raggiungere un accordo su come pagare questa elettricità aggiuntiva.

La disputa sul finanziamento di servizi come l’elettricità per gli abitanti di Gaza è descritta come il principale ostacolo al progresso dei tentativi di riconciliazione tra Fatah ed Hamas. Ma queste discussioni di natura finanziaria – che avvengono nel momento in cui la popolazione di Gaza è sprofondata in una povertà e in una disperazione senza precedenti – sono semplicemente una copertura dell’inimicizia e della mancanza di fiducia tra i due principali movimenti palestinesi.

L’ANP sostiene di spendere una parte significativa del suo bilancio a Gaza, mentre Hamas non condivide le proprie entrate con L’ANP. Ma i gazawi affermano che una parte significativa di queste spese è coperta dai diritti di dogana che l’ANP riscuote sulle merci importate a Gaza via Israele.

Hamas chiede che l’ANP paghi i salari di circa 20.000 dipendenti pubblici che Hamas ha assunto durante i suoi anni al potere. Ramallah chiede che prima gli venga dato il controllo totale di ogni attività governativa a Gaza, compresa la riscossione delle tasse e dei versamenti.

Hamas continua a riscuotere imposte al consumo non ufficiali per finanziare la propria amministrazione nel territorio (le sue attività militari sono finanziate soprattutto con denaro dall’estero).

Hamas sta cercando di incrementare la quantità e varietà di beni importati attraverso l’Egitto, da cui ricava tasse. Gli abitanti di Gaza dicono che l’ANP ha fatto tutto quanto in suo potere per evitare che i prodotti arrivassero attraverso l’Egitto, proprio perché questi forniscono entrate ad Hamas. I gazawi sostengono anche che il governo del presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha preparato ulteriori “misure punitive” contro Gaza – come il taglio del bilancio municipale e ulteriori tagli ai salari che Abbas eroga ai “suoi” lavoratori del pubblico impiego, che sono stati pagati per non lavorare fin da quando nel 2007 Hamas ha preso il potere a Gaza.

Che sia vero o no, quello che importa è che i gazawi accusano Abbas e Fatah di cercare di sottometterli economicamente in modo che Hamas rinunci alle proprie richieste di condivisione nell’assunzione di decisioni politiche e nelle istituzioni dell’OLP.

La richiesta di Abbas di “un solo governo, una sola forza armata” è logica e naturale, e tale è anche il suo timore che Hamas voglia rinunciare alle responsabilità sulle questioni civili e poi raccogliere un vantaggio politico, soprattutto tra i palestinesi della diaspora, dalla sua reputazione come “movimento di resistenza”. Ma al contempo Abbas non consente [che si tengano] nuove elezioni (in Cisgiordania e a Gaza), ha bloccato da 12 anni il Consiglio Legislativo Palestinese e controlla il sistema giudiziario.

A fine aprile il Consiglio Nazionale Palestinese, il parlamento dell’OLP, si dovrebbe riunire a Ramallah. I suoi parlamentari includono tutti i membri di Hamas eletti al consiglio legislativo nel 2006. Il solo fatto che si riunisca a Ramallah piuttosto che in un posto come Il Cairo o Amman è una chiara prova che Abbas e Fatah non sono interessati alla partecipazione di delegati di Hamas e di altri gruppi di opposizione, a cui Israele non vuol concedere di uscire da Gaza o di entrare in Cisgiordania.

In questa situazione persino le ragionevoli richieste politiche di Abbas ad Hamas sono viste come passi per consolidare il suo potere autoritario e conservare il controllo di Fatah sull’OLP e sull’ANP.

Prima di arrivare alla conclusione che Mohammed Dahlan, il rivale di Abbas, o gruppi salafiti siano dietro l’attacco di martedì contro il convoglio del primo ministro palestinese Rami Hamdallah, è altrettanto possibile immaginare un altro scenario, in cui i responsabili siano stati alcuni giovani, senza un progetto politico ma con accesso ad esplosivi, influenzati dalla descrizione di Fatah e dell’ANP come collaborazionisti che hanno abbandonato Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Un’uccisione pianificata e calcolata di pecore in Cisgiordania

Amira Hass

5 marzo 2018,Haaretz

Lo scorso mese l’aggressione, come centinaia di altre prima di questa, è stata chiaramente finalizzata ad un obiettivo.

La storia di “Haaretz” su ebrei mascherati che hanno aggredito un pastore palestinese e ucciso le sue pecore – nel villaggio di Einabus, a sud di Nablus – ha ottenuto 96 condivisioni su Facebook. Cosa esprimono queste condivisioni, stupore o sostegno all’attacco?

In ogni modo il ricordo del crimine commesso circa due settimane fa, il 21 febbraio, sicuramente è stato completamente cancellato dagli sguaiati titoli di giornale sulle inchieste per corruzione contro il primo ministro Benjamin Netanyahu ed i suoi amici, e messi da parte nel deposito nazionale dell’amnesia ebraica.

Una settimana dopo l’attacco il ventisettenne Zafar Ryan è ancora sotto shock. Suo padre, Mahmoud e i suoi fratelli dicono che non è più lo stesso. Anche lui annuisce quando gli viene chiesto se è ancora sconvolto per quanto successo.

Ma per mettere le cose in chiaro: l’aggressione non gli ha impedito di tornare quasi subito a pascolare il gregge della sua famiglia con qualcuno dei suoi fratelli. Di solito i fratelli vanno al pascolo insieme. Il recinto delle pecore è a poche decine di metri sopra la loro casa, sulla montagna.

Ma quel giorno Zafar è uscito da solo con le pecore. Era mezzogiorno. Le persone dell’avamposto [ebraico] non autorizzato ed illegale in cima alla montagna ne hanno approfittato, afferma suo padre. Sono scese di corsa verso di lui. Cinque di loro, con il volto mascherato, lo hanno colpito con dei randelli sulla testa e sulle mani.

Aveva un bastone da pastore; ha cercato di difendersi e di restituire i colpi, ma loro erano troppi. Altri sconosciuti hanno attaccato il gregge, hanno letteralmente sgozzato qualche pecora, ne hanno colpite e disperse altre.

Un cugino che stava facendo dei lavori di edilizia lì vicino ha visto quello che stava succedendo e ha chiamato immediatamente aiuto. Giovani del villaggio sono corsi per risalire la montagna, da cui stavano scendendo soldati e poliziotti israeliani. Zafar era preoccupato delle pecore che erano scappate. Non era ancora chiaro quante fossero morte, quante ferite e quante scomparse e dove fossero andate.

Zafar è stato portato all’ospedale a Nablus e vi è rimasto fino a sera. La tumefazione sulla sua testa si è ridotta. Aveva lividi sulle mani. La maggior parte delle pecore del gregge era incinta, comprese alcune di quelle che gli aggressor hanno ucciso e alcune di quelle scomparse. Una delle pecore ferite ha partorito un agnellino morto. Non sappiamo se la polizia israeliana ha arrestato i sospetti.

L’attacco non è stato perpetrato da teste calde, né si è trattato di uno sbaglio momentaneo di giovani ebrei altrimenti virtuosi, assolutamente anonimi, che sono stati improvvisamente travolti dal ricordo dei pogrom commessi dai cristiani contro gli ebrei. Questa aggressione contro palestinesi e i loro mezzi di sussistenza, come centinaia di altri che l’hanno preceduta, è stata molto ragionata e calcolata, diretta ad ottenere un obiettivo.

Ogni attacco è caratterizzato da una chiara divisione del lavoro tra tutti quelli che entrano in scena: gli aggressori, l’esercito, il cui compito è di proteggere ogni ebreo, chiunque sia, coloni o visitatori della colonia, compresi quelli che commettono pogrom, ispettori dell’Amministrazione Civile [il governo militare israeliano nei territori palestinesi occupati, ndt.] in Cisgiordania, in cui lavoro consiste nell’emettere ordini di blocco dei lavori per strutture ebraiche non autorizzate in Cisgiordania, ma il cui dovere è, nella maggior parte dei casi, di non mettere in pratica questi ordini.

Poi c’è la “Suprema Commissione per la Pianificazione” dell’Amministrazione Civile, la cui responsabilità è di mettere attentamente in atto la politica in base alla quale ai palestinesi è proibito costruire, fare un’escursione, piantare e arare sulla loro terra; allora la commissione si impossessa della terra e ne fa omaggio agli ebrei, che costruiranno e prolificheranno su di essa. In seguito ci sono i coloni che non attaccano nessuno ma chiedono una maggiore protezione, anche per gli avamposti. E c’è la polizia, il cui dovere è di ignorare gli attacchi precedenti, e gli ebrei israeliani, la cui responsabilità è di non mettere in relazione un attacco con l’altro o di considerare e quindi difendere la sacralità delle colonie e dei blocchi di colonie. (Secondo la legge internazionale tutti sono illegali).

L’avamposto non autorizzato ed illegale da cui sono scesi gli aggressori è uno dei nove che sono nati nel corso degli anni dalla colonia illegale e autorizzata di Yitzhar. Ogni avamposto è un ulteriore mattone di un altro blocco di colonie. Porta gli ebrei più vicino ai villaggi, agli orti e ai pascoli dei palestinesi.

Un importante livello nella strategia difensiva dell’esercito è l’ordine del comando generale che impedisce ai palestinesi di entrare nelle loro terre, per evitare frizioni con quelli che commettono i pogrom. È così che [si forma] il cerchio territoriale che i nostri ebrei, a testa alta, possono ottenere e quindi seminare o arare o costruire o espandersi ancora un po’ di più. E ancora un po’. E un po’ di più.

Nella fase successiva arriveranno anche vicino alle case dei palestinesi. E allora l’esercito e la polizia di frontiera sono obbligati ad arrivare e ad attaccare con granate lacrimogene e assordanti, e persino con proiettili ricoperti di gomma, i palestinesi che stanno difendendo se stessi, le proprie famiglie e i propri averi.

Tutto è calcolato. La divisione del lavoro ha già dato risultati in tutta la Cisgiordania. Un centimetro qui, un quarto di dunam [unità di misura dei terreni in Palestina, ndt.] o una zona militare di tiro là – ed i palestinesi sono spinti sempre più nelle loro zone urbane.

A proposito, le origini della famiglia Ryan sono nel villaggio palestinese distrutto di Majdal Yaba o Majdal al-Sadiq (a sud dell’attuale Rosh Ha’ayin). Possedeva circa 26.000 dunam (2.600 ettari). Nel XIX° secolo Sheikh Sadiq Ryan costruì un palazzo sulle rovine di una fortezza crociata del luogo. Il palazzo abbandonato tuttora sovrasta la strada.

Il nonno di Zafar aveva un fratello che viveva a Einabus all’inizio della guerra del 1948 [contro gli arabi e da cui nacque lo Stato di Israele, ndt.]. Alcuni dei suoi fratelli si unirono a lui invece di andare in un campo di rifugiati. Ma il nonno morì di crepacuore e di pena per la sua casa.

Il padre, Mahmoud, aprì una tipografia. I suoi figli si formarono come ingegneri meccanici e grafici. Ma la tipografia non è sufficiente per mantenere la famiglia. Circa un anno fa hanno comprato le pecore.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Bisognava uccidere qualche palestinese

Amira Hass

20 febbraio 2018 Haaretz

L’imbarazzo provocato dalla negligenza dei soldati israeliani sabato non poteva essere cancellato bombardando le postazioni di Hamas. Era necessario qualcos’altro.

Nell’attacco terroristico al confine di Gaza alle 21,30 di sabato due ragazzi di 15 e 17 anni sono stati uccisi ed altri due, di 16 e 17 anni, feriti. Dei soldati israeliani hanno sparato circa 10 granate in territorio palestinese contro i quattro, che si trovavano a circa 50 metri ad ovest del confine.

I corpi di Abdullah Armilat e di Salem Sabah sono stati trovati da una squadra della Mezzaluna Rossa palestinese, che è riuscita a raggiungerli solo domenica mattina. Sia il quindicenne Armilat che il diciassettenne Sabah sono probabilmente morti dissanguati dopo essere stati feriti da proiettili delle granate israeliane.

Il luogo, ad est di Shokka nel sud della Striscia di Gaza, è conosciuto come un posto attraverso il quale i giovani, che sperano o di trovare lavoro o di essere arrestati, fuggendo così dalla vita di povertà senza speranza a cui sono condannati, cercano di passare in Israele. Secondo i dati più recenti, circa il 60% dei giovani di Gaza sono disoccupati. In televisione, o dalle poche alture di Gaza, i giovani palestinesi possono vedere le ampie comunità ebraiche, immerse nel verde, che alimentano la delusione dei gazawi rispetto al lavoro, alle opportunità e agli spazi aperti.

Un altro punto di passaggio, o di tentativo di passaggio, ben noto all’esercito israeliano, si trova nel centro di Gaza. Proprio in questo mese cinque giovani usciti di là per cercare lavoro sono stati catturati ed arrestati. Molti di coloro che cercano di passare in Israele lo fanno di notte, come Armilat e Sabah. La grande maggioranza, come Armilat, Sabah e i loro due amici, provengono da famiglie beduine della zona.

I due ragazzi che si sono salvati sono ora curati all’ospedale europeo di Gaza, nel sud della città. Uno, con ferite più leggere, ha detto ad un ricercatore del Centro palestinese per i diritti umani che lui e i suoi amici, le cui vite sono state spezzate in così giovane età, effettivamente speravano di passare il confine e cercare lavoro in Israele. Quando il medico ha detto al suo angosciato padre che suo figlio sarebbe stato dimesso il giorno successivo, lui è scoppiato in lacrime ed ha baciato la mano del medico.

Recentemente c’è stato un ulteriore incremento nel numero di persone che tentano di entrare in Israele senza permesso. Di fronte all’opprimente povertà ed alla crescente disperazione, i giovani si sono fatti più audaci.

“L’esercito israeliano è strano: a volte è difficile capirlo”, ha detto un abitante di Rafah che è per me come un fratello minore. Non ci siamo visti per 10 anni, ma abbiamo mantenuto confidenza e strette relazioni per telefono.

“A volte vedi che l’esercito si pone dei limiti, dimostrando di saper fare distinzioni”, ha continuato. “Normalmente, se chi viene fermato dai soldati ha meno di 18 anni, lo rilasciano immediatamente e lo rimandano a Gaza. I soldati conoscono bene questo posto e sanno che le persone che passano di lì sperano di trovare lavoro. Sono attrezzati per vedere di notte e avrebbero potuto vedere che i quattro ragazzini erano disarmati. Quindi perché colpirli direttamente ed ucciderli?”.

Hai torto, mio giovane amico, non è assolutamente così. Già da sabato mattina, quando dei soldati israeliani sono stati gravemente feriti da una bomba nel territorio di Gaza, i portavoce sia delle fonti ufficiali che dei media hanno preparato il terreno per una rapida vendetta. Hanno detto che dal 2014, durante l’operazione ‘Margine Protettivo’ (l’attacco israeliano a Gaza, ndtr.), non vi era stato un incidente così grave. L’esplosione di un ordigno destinato a soldati ben addestrati e ben armati è stato riportato dai media come un attacco terroristico. Il capo del Comando sud dell’esercito, Eyal Zamir, domenica ha dichiarato che “L’attacco a soldati dell’esercito israeliano è un grave atto terroristico”, come se l’obbiettivo fossero stati dei bambini in un asilo o delle donne sull’autobus che tornavano con le loro borse dal mercato. La rabbia è esplosa nei programmi televisivi del sabato e ha continuato a crescere.

L’imbarazzo causato dalla penosa negligenza dei soldati non poteva essere cancellato semplicemente bombardando le vuote postazioni di Hamas. Ci voleva qualcosa di più. In altri termini, alcuni palestinesi disponibili per essere uccisi, che potessero essere sepolti in una generica frase negli articoli dei media, con l’aiuto del monopolio che noi deteniamo sul diritto di definire che cosa costituisca terrorismo.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Per poter lasciare Gaza, Israele chiede ai minorenni palestinesi di impegnarsi a non ritornare per un anno

Amira Hass

24 febbraio 2018, Haaretz

Israele impone drastiche restrizioni ai ragazzi di Gaza che lasciano la Striscia per andare all’estero, chiedendo loro di firmare un impegno a rimanere lontani.

Il 24 gennaio la diciassettenne Hadil ed i suoi tre fratelli sono arrivati al checkpoint di Erez al confine tra Israele e la Striscia di Gaza. Il giorno prima avevano ricevuto un permesso israeliano per lasciare Gaza, passando da Israele alla Giordania attraverso il ponte Allenby (ponte sul fiume Giordano, passaggio tra Cisgiordania e Giordania, ndtr). Poiché Israele non ha permesso al loro fratello maggiore di accompagnarli nel viaggio per incontrare il loro padre, che vive in Svezia, Hadil ha assunto il ruolo di adulta responsabile.

A Erez un rappresentante dell’Ufficio israeliano di Coordinamento e Contatto ha chiesto ai quattro di firmare un impegno a non rientrare a Gaza per un intero anno, aggiungendo che, se non avessero firmato, non avrebbero potuto partire. Non avendo scelta, Hadil ha firmato per tutti loro.

Hadil non avrebbe mai immaginato che la sua firma su quell’accordo avrebbe fatto sì che l’Ufficio di Contatto emettesse disposizioni ancora più restrittive alla sua controparte palestinese, la Commissione palestinese per gli Affari Civili, e che quest’ultima sfidasse le nuove regole.

Questo caso getta luce su un problema generale relativo allo status della Commissione per gli Affari Civili, il cui compito è ricevere le richieste palestinesi di uscita da Gaza e trasmetterle ad Israele per l’approvazione o il respingimento. Il problema che sorge qui, e non per la prima volta, è dove stia il confine tra una necessaria cooperazione su questioni civili che riguardano la vita dei palestinesi e una collaborazione da parte dei responsabili dell’Autorità Nazionale Palestinese con i burocrati israeliani che sabotano i diritti fondamentali dei palestinesi.

Far firmare a dei minori un accordo così impegnativo è illegale, secondo Gisha – Centro Legale per la Libertà di Movimento, il cui intervento ha garantito i permessi di uscita a Hadil e ai suoi fratelli. L’avvocata di Gisha, Osnat Cohen-Lifshitz, lo ha scritto al capitano Nadav Glass, consulente legale del dipartimento di Gaza dell’Ufficio di Contatto.

“Non è la prima volta che i rappresentanti dell’Ufficio di Contatto fanno firmare a dei minori accordi la cui legittimità è dubbia persino quando siano degli adulti costretti a firmarli”, ha scritto. “Questo è ancor più vero quando dei minori non accompagnati sono costretti a firmare un documento senza il consenso e la firma dei loro genitori.”

Il 7 febbraio Glass ha risposto che le firme dei minori non erano valide. D’ora in poi, ha scritto, l’ufficio avrebbe controllato che gli impegni a non ritornare a Gaza per un anno sarebbero stati firmati da un genitore o da un tutore del minore.

“Per assicurare un comportamento corretto su questa questione in particolare, e sulla firma di accordi in generale, abbiamo deciso di ribadire che le richieste da parte di residenti della Striscia di Gaza, sia adulti che minori, di entrare in Israele per viaggiare all’estero per lunghi periodi siano trasmesse dalla Commissione Affari Civili con già allegato un impegno legalmente sottoscritto”, ha aggiunto. “Se le richieste vengono inoltrate senza il richiesto documento firmato, verranno respinte. E’ stata inviata una dichiarazione in tal senso alla Commissione Affari Civili.”

A partire dal 1997 Israele ha vietato agli abitanti di Gaza di andare all’estero attraverso il ponte Allenby senza un permesso speciale, che viene rilasciato col contagocce. Questa nuova disposizione era una delle tante restrizioni israeliane alla libertà di movimento, divenute più severe dopo la firma degli Accordi di Oslo del 1993, che hanno progressivamente isolato Gaza dalla Cisgiordania.

Finché il valico di confine di Rafah tra Gaza e l’Egitto restava aperto più o meno regolarmente, come nel 1997, questa restrizione era tollerabile. Ma attualmente Rafah è aperto solo alcuni giorni all’anno.

Inoltre nel 2007 Israele ha istituito un divieto indiscriminato per i palestinesi ad uscire da Gaza attraverso il checkpoint di Erez, tranne in alcuni casi umanitari rigorosamente stabiliti (malattia, morte, matrimonio o parentele di primo grado). Nel tempo questa restrizione si è un poco allentata, ma anche oggi solo poche migliaia dei due milioni di abitanti di Gaza hanno il permesso di uscire attraverso Erez.

Nel febbraio 2016 Israele ha deciso di permettere ai gazawi di andare all’estero attraverso Allenby, ma solo se promettevano di non ritornare per un anno. Questa condizione non costituiva un problema per le persone alle quali era destinata la modifica – i palestinesi residenti all’estero rimasti “bloccati” a Gaza durante una visita, o che avessero programmato lunghi soggiorni all’estero per studio o lavoro.

Una fonte palestinese ha detto che la Commissione Affari Civili e le autorità israeliane avevano stabilito questo accordo tra di loro. Le persone che viaggiavano a causa di malattie o eventi familiari e gli accademici che uscivano per brevi viaggi dovevano essere esonerati dall’impegno a non tornare per un anno.

Tuttavia, la Commissione non ha mai preteso che le persone che richiedevano permessi di uscita firmassero l’impegno a non tornare per un anno. Perciò veniva loro richiesto di firmare a Erez o ad Allenby. Chiunque rifiutasse doveva ritornare a casa.

In seguito al caso di Hadil e i suoi fratelli, la Commissione ha detto a Gisha che l’Ufficio di Contatto israeliano aveva iniziato a chiedere che fosse accluso ad ogni richiesta di uscita un impegno firmato. L’ufficio rifiuta di esaminare richieste che arrivano prive del documento firmato, ma la Commissione Affari Civili (palestinese) continua a rifiutarsi di chiedere alle persone di firmarlo.

L’Ufficio di Contatto recentemente ha anche chiesto alla Commissione di classificare più richieste di uscita come “per lungo soggiorno” all’estero, anche in casi umanitari come la partecipazione ad un matrimonio o la visita ad un ammalato. Effettivamente, in base alle ultime indicazioni ricevute dalla Commissione, chiunque si rechi all’estero deve firmare un impegno a non rientrare a Gaza per un anno.

Un mese fa, per esempio, Gisha ha inviato una petizione all’Alta Corte di Giustizia a nome di una giovane donna, suo padre e una zia, che volevano andare in Giordania per il suo matrimonio. L’Ufficio di Contatto ha detto a Gisha che tutte le tre richieste sarebbero state classificate come “lungo soggiorno”, chiedendo loro di firmare l’impegno a non tornare per un anno.

La Corte ha ordinato all’ufficio di riconsiderare il caso e i legali del governo hanno detto che non avrebbero insistito per la firma della sposa. Ma quando i tre sono arrivati a Erez, alla sposa è stato chiesto di firmare l’impegno. Solo l’intervento di Gisha ha fatto in modo che venisse annullato.

I dati ottenuti da Gisha, in base alla Legge sulla libertà di informazione, dal Coordinatore israeliano per le Attività di Governo nei Territori (COGAT) rivelano un largo scarto tra il numero di gazawi che richiedono permessi di uscita attraverso Allenby ed il numero di concessioni, ed anche tra questo ed il numero effettivamente utilizzato. Per esempio, nell’agosto 2017, sono state sottoposte 475 richieste, ne sono state approvate 169 e 39 respinte. Ma solo 96 persone sono realmente uscite, compresi 28 minori.

Il COGAT non ha detto se questa discrepanza fosse dovuta ad un rifiuto di firmare l’impegno a Erez. Ha anche rifiutato di dire quanti gazawi abbiano cercato di tornare a Gaza prima della scadenza dell’impegno annuale, o di specificare i “motivi umanitari” che consentono a chi ha firmato di chiedere di tornare a casa prima.

Un portavoce del COGAT, alla richiesta di spiegare la logica retrostante all’impegno a non tornare, ha risposto: “ Nel 2016 è stata presa la decisione di aiutare i residenti della Striscia di Gaza che non possedevano i requisiti vigenti per andare all’estero (essere pazienti, studenti ed accademici). All’interno di quella decisione, è stato aggiunto un criterio per i residenti di Gaza che andavano all’estero attraverso Israele. Per ottemperare a questa decisione, devono firmare che si tratta di un lungo soggiorno all’estero, di oltre un anno. Da quando è stato aggiunto il suddetto criterio le procedure per la firma di questo documento non sono cambiate. Tuttavia, per regolare e semplificare il procedimento, è stato recentemente deciso che i documenti firmati devono essere inoltrati con largo anticipo.”

Gisha ha detto che i criteri, “che Israele ha inventato e che cambia quando vuole”, sono rigidi e che chiedere alle persone di promettere di non ritornare per un anno è immorale, illegale e inumano.

La Commissione Affari Civili, come rappresentante dell’ANP, mantiene finora il rifiuto di inviare le richieste per permessi di uscita all’Ufficio di Contatto con un impegno firmato di non tornare a casa per un anno. Questa posizione di principio significa che le richieste di permesso di uscita non vengono esaminate, per cui le persone non possono andare all’estero. Ma è molto probabile che l’impellente bisogno delle persone di spostarsi avrà la meglio su questa istanza di principio nazionale, come è successo più di una volta nei rapporti tra l’ANP e Israele.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Lieberman ha ragione, a Gaza non c’è una crisi, c’è una catastrofe

Amira Hass

12 febbraio 2018, Haaretz

Una ‘crisi’ implica un punto di rottura, e Gaza c’è arrivata molto tempo fa. Siamo oltre ad una rottura nella quotidianità. Siamo ad una catastrofe umanitaria

Nella disputa tra il capo di stato maggiore ed il ministro della Difesa sul fatto se vi sia una crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha ragione. Non vi è crisi. Una crisi comporta un punto di rottura di un genere che interrompe la quotidianità, che colpisce come una meteora. Non è questa la situazione di Gaza, dove si verifica un costante e previsto deterioramento. Qualunque punto sulla linea di declino è un disastro umanitario.

Il paragrafo precedente ed ogni affermazione che seguirà potrebbero essere argomento di un intero articolo, ma non ne ho il tempo. Nella rubrica “Non dite che non sapevate” si affrontano questioni urgenti e nel nord (del Paese) c’è rischio di guerra. Quindi ci atterremo ai punti principali.

Ogni due o tre mesi un’organizzazione internazionale o palestinese avverte che Gaza è sull’orlo del collasso. Non mentono. Gli avvertimenti criticano i piccoli aiuti di emergenza che non affrontano le cause e semplicemente rallentano il tasso di deterioramento. Si può sicuramente ritenere che qualche carico di medicinali e di fondi per l’emergenza stiano arrivando.

I palestinesi di Gaza sono diventati una comunità di mendicanti. È una vergogna. E la vergogna non è loro.

Gli israeliani e gli americani hanno ragione, in tutta la loro scandalosa ipocrisia, quando chiedono a Hamas perché ha i soldi per le armi, ma non per pagare l’intero salario al personale medico o per gli ospedali e le terapie.

Hamas sta imitando Israele. Come Israele, sposta l’incombenza di prendersi cura dei civili di Gaza sull’Autorità Nazionale Palestinese e sui Paesi donatori. Come Israele, pretende di controllare di fatto la Striscia di Gaza, mentre si sottrae alla responsabilità per la sua popolazione, ma con una fondamentale differenza: Israele è un occupante astuto e malvagio, che mira ad usare i disastri economici ed umanitari per costringere i palestinesi alla resa e all’emigrazione di massa. Hamas è carne e sangue della peculiare comunità palestinese che vive nella Striscia. Scaricare la responsabilità su altri mentre si pavoneggia dei propri armamenti e della lotta armata, non ha fatto che indebolire il suo popolo, il 40% del quale vuole andarsene.

Quando alti dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese, in particolare Mahmoud Abbas, parlano di “Stato di Palestina”, riconosciuto dalle Nazioni Unite, esso comprende la Striscia di Gaza. Gaza è utile per la loro narrazione politica, ma nella pratica quei dirigenti si mostrano indifferenti al destino dei cittadini di Gaza.

Il taglio del 40% dei medicinali al sistema sanitario pubblico di Gaza non è un decreto divino. Hamas e gli abitanti di Gaza hanno ragione ad accusare l’Autorità Nazionale Palestinese di ritardare deliberatamente gli invii di medicinali per far pressione su Hamas. Questo non è neanche politicamente sensato. Gli abitanti di Gaza criticano apertamente l’Autorità Palestinese, non Hamas.

Il ritardo degli invii di medicinali non è economicamente saggio. I pazienti, invece di essere curati nella Striscia di Gaza, sono indirizzati in ritardo a curarsi altrove. L’Autorità Palestinese paga ed il costo risulta pari a decine di volte il prezzo dei farmaci. Che follia!

E’ ragionevole ritenere che il tasso di malattie sia alle stelle a causa dell’acqua non potabile, della riduzione delle falde acquifere sotterranee, delle acque di scolo non trattate che vanno a finire in mare, del terreno intriso di sostanze chimiche depositate dagli innumerevoli e incessanti bombardamenti da parte di Israele; della spazzatura di cui è così difficile disfarsi; del permanente stato di paura; del numero di persone ferite e rese disabili e dei tanti che soffrono di conseguenze post traumatiche dopo aver perso i loro cari negli attacchi di Israele.

Gli abitanti di Gaza hanno una resilienza ed una capacità di resistenza che ci risulta difficile immaginare. I chirurghi stranieri che lavorano da volontari a Gaza sono meravigliati di come i bambini riescano a stare sulle proprie gambe due giorni dopo l’intervento. Ai bambini di Madrid ci vuole una settimana, mi ha detto Steve Sosebee, direttore del ‘Palestine Children’s Relief Fund’, che porta nei territori occupati centinaia di medici volontari. Questo spiega, allora, la capacità dei gazawi di affrontare la lista di malattie elencate nel paragrafo precedente?

Invece di competere tra loro su chi sia il primo a far fuori il personale sanitario e a tagliare i suoi salari, le dirigenze delle due fazioni palestinesi non potrebbero magari impegnarsi nel genere opposto di competizione: su chi sia il primo ad aumentare i salari delle equipe mediche, in base al riconoscimento dell’importanza del loro lavoro e della loro diligenza ed abnegazione nel corso degli anni, per le quali non sono state ricompensate?

Sosebee ha detto che un volontario francese è andato via con l’impressione che tutti i medici nella Striscia di Gaza siano depressi; Sosebee l’ ha definita un’epidemia di depressione. I medici sanno esattamente come curare i loro pazienti, ma non ne hanno i mezzi. È una depressione indipendente dai bassi salari che ricevono e va al di là della depressione di due milioni di abitanti imprigionati, che non possono liberamente entrare ed uscire dalla Striscia.

Con la sua politica di incarcerazione di massa, che è iniziata nel 1991 e si è rafforzata negli anni 2000, Israele sperava di spingere l’Egitto ad annettere Gaza. Non ci è riuscito. È tempo che l’Europa chieda qualcosa in cambio dei suoi finanziamenti. Gli europei dovrebbero dire che per ogni 1000 dollari che donano per salvare la Striscia, Israele deve lasciare uscire altri 1000 gazawi per studiare, lavorare, proseguire la formazione come medici ed insegnanti e per viaggiare e visitare amici e parenti.

Questo dovrebbe essere ripetuto di continuo: il sistematico periodo di semicollasso potrà essere interrotto solo quando verrà reintrodotta la libertà di movimento per persone e merci. Lasciateli lavorare, anche in Israele, come prima. Si guadagneranno una vita onesta, scambieranno ed esporteranno beni, l’erario palestinese non dovrà raccogliere donazioni dal resto del mondo e la gente vorrà tornare a Gaza perché nessuno le impedirà di andarsene.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)