Cosa è successo quando una colona ebrea ha schiaffeggiato un soldato israeliano.

Noa Osterreicher

Haaretz, 4 gennaio 2018

Sia Ahed Tamimi che Yifat Alkobi sono state sottoposte a interrogatorio per aver schiaffeggiato un soldato in Cisgiordania, ma non ci sono altre somiglianze tra i due casi, semplicemente perché una è ebrea e l’altra palestinese.

Questo schiaffo non ha aperto i notiziari della sera. Questo schiaffo, che è finito sulla faccia di un soldato delle unità Nahal a Hebron, non ha portato ad una condanna. Il soldato schiaffeggiato stava cercando di impedire il lancio di sassi da parte dell’assalitrice, che è stata fermata e interrogata, ma è stata rilasciata su cauzione il giorno stesso ed è potuta tornare a casa.

Prima di questo incidente, la ragazza era stata condannata cinque volte –per lancio di sassi, per aggressione a un poliziotto e per disturbo della quiete pubblica– ma non è stata in prigione nemmeno una volta.

In un caso era stata condannata a un periodo di prova, e negli altri casi a un mese di servizi socialmente utili oltre a una simbolica multa di risarcimento per le parti offese. L’accusata aveva sistematicamente ignorato gli ordini di comparizione per interrogatori o per altre procedure legali, ma i soldati non erano andati a tirarla giù dal letto nel mezzo della notte e nessuno dei suoi familiari era stato arrestato. A parte un breve reportage del 2 luglio 2010 di Chaim Levinson sull’incidente, non c’erano state altre conseguenze allo schiaffo e ai graffi inflitti da Yifat Alkobi sulla faccia del soldato che l’aveva colta nell’atto di tirare pietre ai Palestinesi.

Il portavoce delle Forze Armate israeliane disse all’epoca che l’esercito “valuta con severità ogni atto di violenza contro le forze di sicurezza,” ma la schiaffeggiatrice era tornata a vivere in pace a casa sua. Il ministro dell’istruzione non aveva chiesto che fosse messa in prigione, i social media non si erano riempiti di appelli affinché fosse violentata o uccisa, e l’editorialista Ben Caspit non aveva raccomandato che fosse punita con le maggiori pene previste “in un posto buio, lontano dalle telecamere.”

Come Ahed Tamimi, anche Alkobi era nota da anni alle forze dell’esercito e della polizia del suo quartiere; tutt’e due sono considerate un fastidio o addirittura un pericolo. Ma la differenza tra di loro sta nel fatto che Tamimi ha aggredito un soldato che era stato mandato da un governo ostile che non riconosce la sua esistenza, ruba la sua terra, uccide e ferisce i suoi familiari, mentre Alkobi, una criminale abituale, ha aggredito un soldato del suo popolo e della sua religione, che era stato mandato dal suo Stato per proteggerla, uno Stato di cui lei è una cittadina che gode di speciali privilegi.

La violenza degli Ebrei contro i soldati è ormai da anni una cosa di routine nei territori occupati. Ma anche se sembra inutile chiedere ai soldati dei territori di proteggere i Palestinesi dalle violenze fisiche e dagli atti di vandalismo fatti dai coloni sulle loro proprietà, è difficile capire perché le autorità continuino a chiudere gli occhi, a coprire o chiudere il caso (o magari nemmeno ad aprirlo) quando le violenze vengono dagli Ebrei. Ci sono innumerevoli prove, alcune documentate fotograficamente. Eppure i responsabili dormono tranquilli nei loro letti, imbaldanziti dalla volontà divina e largamente finanziati da organizzazioni che ricevono contributi dallo Stato.

È piacevole, d’inverno, sentirsi comodi e al caldo sotto questi doppi standard, ma c’è una domanda che ogni Israeliano dovrebbe farsi: Tamimi e Alkobi hanno commesso lo stesso reato. La punizione (o la mancanza di punizione) dovrebbe essere la stessa. Se la scelta fosse tra liberare Tamimi o imprigionare Alkobi, cosa scegliereste? Tamimi deve restare in carcere per tutta la durata del procedimento –processo in una corte militare ostile– ed è probabile che riceva una pena detentiva. Alkobi, che non è stata processata per questo reato ma ha avuto processi in tribunali civili per reati molto più gravi, è stata a casa sua per tutta la durata dei procedimenti. È stata assistita da un avvocato che non doveva far la fila a un checkpoint per assistere la sua cliente, e la sua unica punizione sono stati lavori socialmente utili.

I ministri del Likud e della Casa Ebraica non hanno alcun motivo per accelerare l’approvazione di una legge che imponga l’applicazione della legge israeliana nei territori occupati. Anche senza la legge, l’unica cosa che conta è se sei nato ebreo. Tutto il resto è irrilevante.

Traduzione di Donato Cioli




Rapporto OCHA del periodo 7 – 20 novembre 2017 (due settimane)

Il 17 novembre, in due episodi distinti ma consecutivi, prima all’incrocio Efrata e poi al raccordo stradale di Gush Etzion (Betlemme), un 17enne palestinese ha guidato il suo veicolo contro coloni israeliani, ferendone due; successivamente è stato colpito e gravemente ferito dai soldati israeliani.

In quest’ultima circostanza, prima di essere colpito, il giovane era uscito dall’auto e aveva tentato di accoltellare un soldato. Da ottobre 2015, presso il raccordo di Gush Etzion, si sono verificati 20 aggressioni e presunte aggressioni palestinesi che hanno causato l’uccisione di 4 israeliani e 12 palestinesi (questi ultimi, eccetto uno, tutti aggressori o presunti aggressori).

In Cisgiordania, durante scontri, 21 palestinesi, dieci dei quali minori, sono stati feriti dalle forze israeliane; in sei casi si è trattato di ferite da arma da fuoco. Gli scontri più ampi sono scoppiati durante operazioni di ricerca-arresto svolte nei villaggi di Tuqu’ (Betlemme), Deir Nidham (Ramallah), Fahma (Jenin) e Azzun (Qalqiliya); durante scontri avvenuti per gli stessi motivi nel Campo Profughi di Al Jalazun (Ramallah); durante la dimostrazione settimanale a Kafr Qaddum (Qalqiliya) ed, infine, vicino ad uno degli ingressi all’area H2 (Bab az Zawiya) della città di Hebron, a controllo israeliano.

Nella zona H2 della città di Hebron, il 9 novembre, le forze israeliane hanno lanciato lacrimogeni nel cortile di un complesso scolastico, provocando lesioni a cinque minori. Secondo fonti israeliane, il lancio di lacrimogeni è stato conseguente al lancio di pietre, effettuato dall’interno del complesso, contro veicoli di coloni israeliani. Sono stati arrestati anche due insegnanti e, per il resto della giornata, le lezioni sono state sospese per oltre 1.200 studenti. Inoltre, un 13enne palestinese, mentre tornava a casa nella zona H2, è stato aggredito fisicamente e ferito da coloni israeliani. Infine, in tre casi, presso checkpoint della zona H2, tre palestinesi, tra cui un 17enne e una donna, sono stati arrestati perché in possesso di coltelli. Negli ultimi due anni, nella città di Hebron, migliaia di palestinesi che risiedono vicino agli insediamenti colonici israeliani sono stati soggetti ad intensificate restrizioni della mobilità e ad un contesto sempre più coercitivo che prefigura il rischio di trasferimenti forzati.

Per far osservare le restrizioni di accesso alle aree [interne della Striscia di Gaza] adiacenti la recinzione perimetrale ed alle zone di pesca della costa [della Striscia di Gaza], in almeno 27 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori; un pescatore è rimasto ferito. In due occasioni, le forze israeliane sono entrate in Gaza, vicino a Beit Lahiya e Jabalia (nella parte nord di Gaza), ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e scavi nei pressi della recinzione perimetrale.

A scopo punitivo, le autorità israeliane hanno demolito un appartamento (danneggiandone altri due) in un edificio a Beit Surik (Ramallah) ed hanno sigillato l’ampliamento di una casa a Yatta (Hebron); 11 palestinesi, tra cui sette minori, sono stati sfollati. L’appartamento apparteneva al responsabile di un attentato (settembre 2017) nel quale furono uccisi tre membri delle forze di sicurezza israeliane e lo stesso aggressore. L’ampliamento sigillato apparteneva all’autore di un attacco in cui furono uccisi quattro israeliani (giugno 2016). Dall’inizio del 2017, otto abitazioni sono state demolite o sigillate a scopo “punitivo”, provocando lo sfollamento di 44 palestinesi.

Per mancanza di permessi di costruzione, altre 17 strutture sono state demolite o sequestrate nell’Area C e a Gerusalemme Est, sfollando 49 palestinesi, tra cui 25 minori, e colpendone altri 81. Undici delle strutture prese di mira (tutte non abitative, tranne una) erano in Gerusalemme Est. Tre di queste sono state demolite dai proprietari per evitare multe. Le restanti sei strutture si trovavano in tre comunità parzialmente o totalmente situate in Area C, tra cui i villaggi Ni’lin (Ramallah), Al Jiftlik ash Shuneh e Frush Beit Dajan: questi due ultimi si trovano nella Valle del Giordano.

L’esercito israeliano ha emesso ordinanze militari che circoscrivono le aree in cui vivono tre comunità pastorali palestinesi; su tali aree ha imposto la “rimozione di tutte le proprietà”. Le comunità colpite sono: Ein al Hilwe e Um al Jmal, nel nord della Valle del Giordano, e Jabal al Baba, nel governatorato di Gerusalemme. Quest’ultima si trova nella zona inclusa nel piano di insediamento E1, progettato per collegare [l’insediamento colonico di] Ma’ale Adumim a Gerusalemme. Come conseguenza degli ordini di cui sopra, un totale di 520 strutture, tra cui 130 precedentemente fornite come aiuto umanitario, sono a rischio di distruzione o di sequestro e 419 persone, metà circa delle quali minori, sono ad elevato rischio di trasferimento forzato.

Il 10 novembre, e fino alla fine del periodo di riferimento di questo Rapporto, l’esercito israeliano ha bloccato tre delle quattro strade sterrate che collegano 12 comunità della parte meridionale di Hebron (Massafer Yatta) al resto della Cisgiordania. Di conseguenza è stato sconvolto l’accesso ai servizi e ai mezzi di sostentamento di circa 1.400 palestinesi, costretti a lunghe deviazioni. Questa zona è stata destinata [da Israele] all’addestramento militare e designata come “zona per esercitazioni a fuoco”, mettendo i residenti a rischio di trasferimento forzato.

Nel contesto della raccolta delle olive (ancora in corso), sono stati registrati tre episodi che hanno avuto coloni come protagonisti. In uno di questi, un gruppo di coloni israeliani ha attaccato contadini del villaggio di Urif (Nablus), ferendone due, colpiti alla testa con pietre. Gli agricoltori, che avevano ricevuto dalle autorità israeliane un’autorizzazione speciale, stavano raccogliendo le loro olive vicino all’insediamento di Yitzhar; dopo questo episodio, altre 40 famiglie che lavoravano nella zona hanno ricevuto l’ordine di andarsene. Negli altri due episodi, è stato riferito che coloni hanno raccolto le olive di alberi appartenenti ad agricoltori di Burin, anch’essi vicino a Yitzhar, ed hanno rubato un asino appartenente a contadini del villaggio di Jit (Qalqiliya). Sono stati segnalati ulteriori episodi di lancio di pietre da parte di coloni contro agricoltori palestinesi.

Gruppi di coloni israeliani sono entrati, sotto la protezione delle forze israeliane, in siti religiosi che si trovano in aree palestinesi, scatenando scontri che si sono conclusi senza feriti. I siti interessati includevano il complesso Haram ash Sharif / Monte del Tempio a Gerusalemme Est ed altri due siti: nell’area H1 della città di Hebron e nel villaggio di Halhul (Hebron).

Secondo resoconti di media israeliani, nella Città Vecchia di Gerusalemme e su strade vicino a Sinjil e Deir Nidham (entrambi in Ramallah), Tuqu’ (Betlemme) e il Campo Profughi di Al ‘Arrub (Hebron) tre coloni israeliani, tra cui una donna, sono rimasti feriti e diversi veicoli sono stati danneggiati, a causa del lancio di pietre da parte di palestinesi.

Nella Striscia di Gaza, il valico di Rafah, sul lato controllato dall’Egitto, è stato eccezionalmente aperto per tre giorni (18-20 novembre) per casi umanitari urgenti, consentendo a 3.837 persone di attraversare in entrambe le direzioni. Questa è la prima volta, dal giugno 2007, che il lato del valico di pertinenza della Striscia di Gaza viene gestito da personale dell’Autorità Palestinese; il 1° novembre ne ha infatti assunto il controllo in base all’accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas. Il valico è stato ufficialmente chiuso dal 24 ottobre 2014; per specifiche categorie di persone sono state consentite aperture sporadiche. Dall’inizio del 2017 i giorni di apertura sono stati 31.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

þ




Rilasciato dal carcere dell’ANP, Issa Amro avverte che la legge di censura sul web minaccia l’ultima linea di difesa contro Israele

Sheren Khalel,

20 settembre 2017, Mondoweiss

Rilasciato dal carcere una settimana fa, Issa Amro è immediatamente tornato al lavoro. In una casetta sulla collina nel quartiere di Tel Rumeida a Hebron, che funge da quartier generale per ‘Youth Against Settlements’ (YAS) (‘Giovani contro le colonie’, ndt.), un’organizzazione fondata e guidata da Amro, sedeva circondato da un gruppo di militanti, operatori di ONG, un avvocato e amici che bevevano il caffè all’ombra degli alberi nel cortile davanti alla casa.

L’argomento, come sempre, era l’occupazione israeliana – comunque la scorsa settimana Amro non è stato rilasciato da un carcere israeliano, ma da quello dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e non è stato arrestato a causa del suo attivismo a Hebron, ma per un post su Facebook in difesa di un uomo con cui è politicamente in disaccordo.

Amro è stato arrestato il 4 settembre, un giorno dopo aver utilizzato i social media per criticare l’ANP in merito all’arresto di Ayman al-Qawasmeh, un giornalista palestinese direttore di Radio al-Hurriyeh (Radio Libertà) ad Hebron, ed è stato rilasciato dopo una settimana.

“Ad essere sincero, non ho un buon rapporto con Ayman”, ha detto francamente Amro. “Non sono affatto d’accordo con lui, in realtà quando Radio Hurriyeh mi ha chiamato non ho mai accettato di fare un’intervista con loro, ma per me si tratta di una questione di principio – i giornalisti devono essere rispettati – il governo non dovrebbe arrestare i giornalisti. Non dovrebbe arrestare nessun palestinese che abbia semplicemente espresso la propria opinione, ognuno ha la libertà di parola per dire che Abu Mazen (il presidente palestinese Mahmoud Abbas) non lo rappresenta, è una nostra libertà, abbiamo questo diritto. Quando hanno arrestato Ayman (al-Qawasmeh) hanno lanciato il messaggio che avrebbero arrestato altri giornalisti, ed è ciò che stanno facendo – è ciò che hanno fatto.”

Inizialmente Radio al-Hurriyeh è stata chiusa dalle forze israeliane con l’accusa di istigazione. Frustrato dall’incapacità dell’ANP di proteggere la popolazione palestinese da simili azioni da parte delle forze israeliane, al-Qawasmeh ha messo su Facebook un caustico post in cui chiedeva le dimissioni del presidente Mahmoud Abbas, del primo ministro Rami Hamdallah e del governatore di Hebron Kamel Hmeid. Tre giorni dopo è stato arrestato dalle forze dell’ANP.

“Quando ho visto che era stato arrestato ed ho scritto il post contro l’arresto, l’ANP ha pensato che avrei iniziato a mobilitare la gente contro l’arresto di Ayman. Sanno che sono in grado di mobilitare i media e lo temevano – ma alla fine il lavoro l’hanno fatto loro, arrestandomi hanno mobilitato loro stessi i media. Quando mi hanno arrestato li ho avvertiti che era una cattiva idea. Ho detto: ‘Non arrestatemi, interrogatemi e portatemi in tribunale, ma non arrestatemi, perché questo danneggerà l’ANP.’”

Amro ha detto che era preoccupato che il suo arresto potesse portare l’attenzione sul suo lavoro al di fuori di Israele, puntando i riflettori sull’ANP, un obiettivo più facile, ma che lui considera secondario rispetto all’occupazione.

“Ho cercato di spiegare che non avevo mai avuto intenzione di spostare tutta la solidarietà nei miei confronti che è contro Israele dirigendola contro l’ANP, perché so che la solidarietà collegata a me contro Israele non sarebbe nulla in confronto alla solidarietà che potrei sollevare contro l’ANP, ma ciò non è mai stato quello che volevo. Ho spiegato loro che la solidarietà contro di loro sarebbe stata dieci volte più forte perché molti hanno paura di Israele”, ha detto, spiegando che molte istituzioni, organizzazioni e figure diplomatiche americane ed europee non vogliono criticare pubblicamente Israele a causa della loro politica interna, mentre è facile per loro prendere di mira l’ANP.

“Ero anche preoccupato che l’opposizione palestinese potesse usarmi come veicolo contro altri palestinesi – ecco perché ho mantenuto un basso profilo quando sono stato rilasciato – il mio nemico principale è l’occupazione e il mio principale impegno è contro Israele, non contro l’ANP, anche se sono molto in disaccordo con la sua politica. Non intendo attaccare l’ANP mentre Israele è qui ad occupare la mia terra ed a far pressione sull’ANP perché faccia ciò che sta facendo. Voglio contrastare la causa principale, non l’effetto collaterale.”

Durante la settimana di detenzione, Amro è stato interrogato quotidianamente, con l’ANP che insinuava che l’attivista fosse una spia straniera, una tattica utilizzata dai governi totalitari in tutto il mondo.

Ha detto: “Sono stato a lungo interrogato sul fatto se io do informazioni a organizzazioni europee o delle Nazioni Unite o ad altre organizzazioni internazionali. Volevano sapere se io do giudizi sul lavoro dell’ANP, o delle sue forze di sicurezza. Mi hanno chiesto tante volte se sono una spia delle agenzie internazionali o dei servizi segreti internazionali che lavoravano contro l’ANP, passando informazioni su di essa. Hanno cercato di impostare le cose in modo da farmi ammettere che forse sono una vittima di questo genere di gruppi, insinuando che magari erano venuti a farmi delle domande e io non avevo capito che cosa stesse accadendo.”

La legge sui reati informatici

Amro è stato incarcerato in base alla nuova legge dell’ANP sui reati informatici, che prevede pesanti sanzioni pecuniarie e l’arresto per chiunque critichi sul web l’ANP – compresi giornalisti e informatori.

In ultima analisi, Amro è convinto che l’ANP l’abbia arrestato per due motivi: primo, lui pensa che il governo gli stia alle costole da tempo perché si è sempre rifiutato di inserire il suo movimento, “YAS”, rispettato a livello internazionale, all’interno del partito Fatah; secondo, pensa che, arrestando una persona politicamente rilevante come lui, l’ANP abbia voluto mandare il messaggio che “nessuno è al sicuro” dall’essere perseguito in base alla nuova legge dell’ANP sulla censura.

“Pensano che noi siamo contro l’ANP, ma non è vero. Noi siamo contro la corruzione e contro la legge sull’informatica – come tutti i palestinesi – e contro l’arresto e l’intimidazione dei giornalisti,” ha detto. “Sosteniamo la libertà di parola, la libertà di stampa, la libertà di espressione, questo è ciò che dichiariamo. Nello YAS non abbiamo reali posizioni politiche perché siamo per l’unità, non siamo per o contro Fatah, siamo per la Palestina e contro l’occupazione, questo è il nostro unico obbiettivo.”

Abbas ha promulgato la “Legge sui reati informatici” a luglio con un decreto presidenziale. La legge è stata criticata da ONG e organizzazioni umanitarie di tutto il mondo, compresa Amnesty International, che ha documentato che essa è sufficientemente estensiva da poter essere usata contro normali cittadini che mettono post sui social media, che potrebbero ricadere sotto di essa per aver semplicemente ritwittato notizie o i post di altre persone.

Secondo Amnesty International, in base alla nuova legge chiunque sia accusato di violare la norma postando qualcosa che potrebbe costituire turbativa dell’“ordine pubblico”, dell’ “unità nazionale” o della “pace sociale”, potrebbe essere condannato al carcere e fino a 15 anni di lavori forzati.

Amro ha detto che la legge è un perfetto esempio di come l’ANP si aggrappi a varie alternative nel contesto di un’amministrazione sempre più impopolare.

“Durante il mio interrogatorio, mi hanno detto di considerare quanti attacchi ricevesse l’ANP dalla gente e mi hanno chiesto in quale altro modo avrebbero potuto fermarli se non con una legge come questa,” ha detto. “Ho detto loro che non avrebbero dovuto fermarli, ma lasciare che le persone esprimano la propria opinione e che dovrebbero cercare di comportarsi meglio, e ancora che quello che le persone dicono è affar loro, dovrebbero dare spazio alla gente perché condivida le proprie idee ed imparare da essa.”

A luglio almeno dieci giornalisti sono stati convocati dall’ANP per essere interrogati, mentre in agosto almeno sei giornalisti sono stati arrestati. Inoltre l’ANP ha chiuso o bloccato l’accesso ad almeno 29 siti web, la maggior parte dei quali sono siti di informazione collegati a rivali di Fatah.

Al-Qawasmeh è stato rilasciato il 6 settembre, dopo aver trascorso tre giorni nel carcere dell’ANP. La sua stazione radio rimarrà chiusa per almeno sei mesi. Anche se Amro raramente concorda con il punto di vista di al-Qawasmeh, ha detto che i palestinesi devono agire insieme per difendere il diritto alla libertà di parola per tutti.

“Con questa legge sulla censura ci stanno distruggendo. Noi usiamo i diritti umani e la libertà di espressione come strumenti per attaccare l’occupazione, per distruggere la falsa immagine che Israele ha costruito – stiamo usando le nostre voci per mostrare che Israele è un Paese occupante e che eseguendo questo tipo di arresti contro attivisti, giornalisti ed altri gruppi ci stanno togliendo questo strumento, perché il popolo si ritroverà perseguitato da entrambi i governi,” ha detto. “Come può il popolo sostenere l’ANP, se arrestano le persone che lo difendono? Stanno attaccando uno dei pochi strumenti che ancora possiamo usare contro Israele – la nostra voce.”

Mentre è stato rilasciato su cauzione, l’attivista ha ancora delle imputazioni da parte dell’ANP, compresi il disturbo dell’“ordine pubblico”, l’“aver provocato conflitti” e l’“oltraggio alle massime autorità”.

L’ANP non ha ancora fissato un processo. Inoltre Amro ha a suo carico 18 imputazioni da parte di Israele per il suo attivismo, comprese, fra le altre, quelle di “manifestazione non autorizzata”, “ingresso in zona militare chiusa”, “istigazione” e “intralcio a pubblico ufficiale”.

Amro ha affermato di non aver intenzione di lasciare che il suo arresto impedisca il suo lavoro o influenzi il suo normale comportamento.

“ Niente di tutto ciò mi fermerà, perché questo è il mio compito ed ho i miei principi – sono un difensore dei diritti umani – non posso essere tale ed al tempo stesso avere paura di Israele e dell’ANP”, ha detto Amro. “Sono certo che ci sarà un prezzo, c’è sempre, per ottenere un cambiamento bisogna pagare un prezzo, e se non lo si vuole pagare non si può essere un leader del cambiamento.”

Sheren Khalel è una giornalista multimediale freelance, che si occupa di Israele, Palestina e Giordania. Il suo interesse si incentra sui diritti umani, le questioni femminili ed il conflitto israelo-palestinese. Khalel ha lavorato per l’agenzia Ma’an News a Betlemme ed attualmente vive a Ramallah e Gerusalemme. La si può seguire su Twitter all’indirizzo @Sherenk

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




L’arresto del militante della Cisgiordania Issa Amro rivela il comune interesse dell’ANP e di Israele nel dissuadere azioni di disobbedienza civile

Amira Hass, 11 settembre 2017,Haaretz

Si dice che il coordinamento della sicurezza palestinese con Israele sia stato drasticamente ridotto su ordine del Presidente Mahmoud Abbas. Allora perché l’Autorità Nazionale Palestinese ha arrestato Issa Amro, una delle costanti spine nel fianco del potere occupante israeliano ad Hebron?

Attraverso il suo arresto l’ANP ha palesato i suoi interessi comuni con Israele ed ha dimostrato ancora una volta che la sua stessa esistenza è diventata la sua ragion d’essere. Ha inoltre rivelato stupidità politica e disprezzo per la lotta popolare palestinese contro chi ruba la terra ed espelle la popolazione.

La scorsa settimana un tribunale palestinese a Hebron ha prorogato la sua detenzione di quattro giorni, prima di rilasciarlo domenica su cauzione. Amro è accusato di turbare la quiete pubblica, in in base alla controversa nuova ‘legge elettronica’ approvata recentemente dal governo di Ramallah. E’ accusato anche di aver provocato disordini interni e di aver offeso i più alti vertici dell’ANP.

Amro è co-fondatore di ‘Giovani contro le colonie’. Il gruppo documenta il folle comportamento dei coloni di Hebron e dei soldati che li difendono. Ha anche dato vita ad iniziative sociali per rafforzare la presenza palestinese nella Città Vecchia [di Hebron].

‘Giovani contro le colonie’ costituisce un modello di disubbidienza civile e mette un bastone tra le ruote ai piani israeliani di espulsione [dei palestinesi]. E’ un piccolo gruppo con grandi idee, divisioni, fallimenti e successi. Ha anche fatto crescere la consapevolezza tra gli ebrei della diaspora riguardo alla folle forma di apartheid che l’esercito, l’Amministrazione Civile [il governo militare israeliano nei territori palestinesi occupati, ndt.] ed i coloni di Hebron hanno creato.

Non per niente Israele arresta gli oppositori contro l’occupazione a Hebron e disperde con la forza le loro marce di protesta (che a volte coinvolgono attivisti israeliani). Non per niente un anno fa il procuratore militare israeliano ha costruito accuse contro Amro sulla base di vecchi reati (risalenti a prima del 2013), come manifestazioni, contestazioni ai soldati, spintoni al coordinatore della sicurezza militare della colonia di Kiryat Arba e incidenti simili, che solo una giunta militare potrebbe trasformare in un’incriminazione.

Poiché i presunti crimini sono stati commessi tanto tempo fa, il tribunale non ha potuto disporre l’arresto di Amro fino al termine delle procedure. A volte l’imbarazzo lega le mani anche alla giunta.

L’incriminazione israeliana nei confronti di Amro è finalizzata soprattutto a dissuadere altri giovani palestinesi dall’ unirsi alla disobbedienza civile a Hebron, dall’ osare resistere ai coloni ed alla loro costante violenza razzista e dall’ incrementare la loro presenza nella vecchia e tormentata Hebron.

L’esercito israeliano, i coloni e la polizia preferiscono i giovani palestinesi disperati ed isolati che, senza un piano, una strategia o una prospettiva, vanno ai checkpoint a suicidarsi per mano di un soldato o di un colono.

Il vero pericolo per l’esercito a difesa dei coloni sono i militanti che possono aprire un varco alla speranza, che possono pianificare diversi passi avanti e mirare ad una partecipazione di massa.

Il lavoro sporco, a quanto sembra, viene fatto anche da altri. I servizi di sicurezza palestinesi hanno arrestato Amro lo scorso lunedì mattina. Il giorno prima aveva pubblicato due moderati post su Facebook, invocando il rispetto dei principi di libertà di espressione e opinione. L’espressione più forte nel suo post affermava che i servizi di sicurezza palestinesi arrestano la gente sulla base di ordini dall’alto. Si riferiva all’arresto di uno dei dirigenti della stazione radio Minbar Al Hurriya [una delle radio più seguite a Gaza, ndt.], alcuni giorni dopo che l’esercito israeliano l’aveva chiusa.

Il direttore, Ayman al-Qawasmi aveva invitato Abbas ed il primo ministro palestinese Rami Hamdallah a dimettersi in quanto incapaci di difendere le istituzioni palestinesi. Qawasmi è stato rilasciato mercoledì scorso. Come già detto, domenica il tribunale palestinese ha rilasciato Amro su cauzione di 5.000 shekels (1.190 €).

Giovedì, diplomatici, rappresentanti di Amnesty International e giornalisti esteri si sono presentati alla prima udienza della causa di Amro – lo stesso gruppo che assiste alle udienze contro di lui nei tribunali militari israeliani. Tuttavia la causa presso il tribunale di Hebron si è tenuta a porte chiuse, per cui hanno dovuto restare fuori.

Nonostante il tribunale palestinese sia tornato sulle sue decisioni, il danno è stato fatto. L’ANP ha già fatto un regalo ai sostenitori israeliani delle espulsioni. Dal punto di vista dell’ANP, l’arresto di Amro è stato una follia perché, più di ogni altro atto antidemocratico, era chiaro che avrebbe attirato l’attenzione generale e gettato su di esso una luce negativa. Fosse anche solo per ragioni di convenienza, l’ANP avrebbe dovuto ricordarsi che stava arrestando un militante molto noto, la cui attività gode di grande rispetto all’estero.

Se l’ANP avesse tenuto in qualche conto la lotta popolare, avrebbe capito sin dall’inizio che un simile arresto l’avrebbe danneggiata. Ma alla fin fine l’ANP rifiuta le lotte popolari come strumento di cambiamento. Se ne serve solo come un ornamento per recuperare la reputazione di Fatah e dell’ANP come soggetti esclusivi della lotta per l’indipendenza.

Le autorità che lo hanno arrestato, dal vertice alla base, hanno pensato solo a sé stesse; alla loro sopravvivenza come apparato di comando; ai loro stipendi; alle loro promozioni. Le critiche esplicite deturpano la parvenza dell’apparato come rappresentante patriottico del popolo. Le critiche sono a volte indirizzate alla mancanza di libertà di espressione, a volte alla sospensione o ai brogli delle elezioni e a volte ai vantaggi economici di una ristretta classe al potere.

Quelle voci devono essere messe a tacere per il bene del sistema, che dipende direttamente dal mantenimento degli accordi eternamente temporanei con Israele. Perciò la lotta popolare ed i suoi militanti devono essere controllati e contenuti, in modo che non creino situazioni che minaccino accordi scaduti da molto tempo e che servono solo alla perpetuazione dell’occupazione.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Coloni israeliani tentano di prendere il controllo di una casa palestinese ad Hebron

25 luglio 2017 Ma’an News

Hebron (Ma’an) – Secondo quanto raccontato a Ma’an da alcuni residenti, martedì sera decine di coloni israeliani hanno fatto irruzione in una casa palestinese nei pressi della moschea di Ibrahim [“Tomba dei Patriarchi” nella denominazione israeliana, ndt.] nella città di Hebron, nella zona meridionale della Cisgiordania, nel tentativo di prendere il controllo dell’edificio.

Gli abitanti della casa della famiglia Abu Rajab sono stati coinvolti per anni in una disputa giuridica con coloni israeliani, dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato la propria intenzione di incoraggiarvi la fondazione di una nuova colonia israeliana illegale, con il nome di “Beit Hamachpela.”

Tuttavia le autorità israeliane non hanno concesso l’autorizzazione di costruire la colonia sulla base del fatto che i coloni non sono stati in grado di dimostrare il presunto acquisto della casa palestinese, in quanto i palestinesi li hanno accusati di aver falsificato i documenti.

Hazem Abu Rajab al-Tamimi, un abitante della casa, ha affermato che più di 50 coloni hanno fatto irruzione nella casa e che i soldati israeliani li hanno aiutati durante l’incursione.

Al-Tamimi ha detto a Ma’an che i soldati israeliani e le guardie di frontiera sono state schierate davanti alla casa durante le scorse 48 ore prima di consentire alla fine ai coloni di farvi irruzione martedì.

In risposta ad una richiesta di fare un commento, una portavoce dell’esercito israeliano ha detto a Ma’an che decine di israeliani sono entrati “in un piccolo edificio” adiacente alla moschea, ma ha negato che i soldati fossero presenti durante l’incursione dei coloni.

Ha detto che le forze israeliane sono arrivate sul luogo dopo che ciò era avvenuto ed erano attualmente presenti nella zona alle 21,30 circa.

“Al momento non c’è la decisione di farli sloggiare,” ha detto la portavoce, ed ha sottolineato che la situazione era in evoluzione.

Mercoledì mattina l’esercito israeliano ha detto a Ma’an che la casa era stata dichiarata zona militare chiusa, ma non ha potuto confermare se i coloni erano stati espulsi dall’edificio oppure no.

I coloni israeliani hanno sostenuto di aver comprato la casa dai proprietari, tuttavia i proprietari palestinesi hanno citato in giudizio i coloni israeliani e li hanno accusati di aver falsificato i documenti nel tentativo di impossessarsi della casa.

La casa della famiglia Abu Rajab è costituita da tre piani. Al-Tamimi ha detto che, in seguito al caso in corso relativo alla casa, il tribunale israeliano ha deciso che nessuno possa entrare al secondo e al terzo piano dell’edificio finché non verrà stabilita una decisione del tribunale.

Ha affermato che il tribunale ha anche deciso di mettere la casa sotto la “protezione” dell’esercito israeliano e dell’Amministrazione Civile [il governo militare nei territori palestinesi occupati, ndt.] israeliana.

L’Ong e osservatorio sulle colonie israeliano “Peace Now” ha rilasciato una dichiarazione in cui conferma che circa 15 famiglie di coloni sono entrate nella casa senza autorizzazione.

“La lunga controversia legale su chi sia il proprietario non è ancora arrivata alla fine, ma ciò non ha impedito ai coloni di invaderla oggi,” afferma il comunicato.

“Peace Now” ha spiegato che la commissione del registro dell’Amministrazione Civile israeliana ha rigettato le affermazioni dei coloni di averla acquistata, e i coloni che hanno impugnato la decisione stavano aspettando di comparire di nuovo davanti alla commissione.

“Finora i coloni non sono stati in grado di dimostrare la proprietà e i palestinesi sostengono che non è stata acquistata. Oltretutto i coloni rivendicano solo una proprietà parziale dell’immobile. Inoltre, anche se alla fine i coloni provassero di avere la proprietà, ciò non rappresenterebbe una ragione sufficiente per fondare un nuovo insediamento nel cuore della città palestinese di Hebron” afferma “Peace Now”.

La dichiarazione continua: “La fondazione di un nuovo insediamento a Beit HaMachpela ostacolerebbe seriamente la libertà di movimento dei palestinesi e si aggiungerebbe alla crescente tensione nella zona.”

“Chiediamo che il governo ordini l’immediata evacuazione dei coloni che hanno invaso Beit HaMachpela. Dopo che le loro pretese di proprietà sono state rigettate, i coloni hanno deciso di farsi giustizia da soli e di costituire una colonia illegale che potrebbe incendiare la regione. Chiediamo al Primo Ministro e al Ministro della Difesa di rispettare la legge e gli interessi israeliani e di evacuare senza indugio gli intrusi.”

Situata nel centro di Hebron – una delle maggiori città della Cisgiordania occupata – la Città Vecchia è stata divisa tra zone sotto controllo palestinese e sotto il controllo israeliano, note come H1 e H2, in seguito al massacro della moschea di Ibrahim [nel 1994 un colono israeliano entrò nella moschea vestito da soldato ed uccise 29 palestinesi in preghiera prima di essere linciato dalla folla, ndt.].

Circa 800 coloni israeliani notoriamente molto aggressivi vivono ora sotto la protezione dell’esercito israeliano nella Città Vecchia, circondati da più di 30.000 palestinesi.

I residenti palestinesi della Città Vecchia devono fare i conti quotidianamente con una massiccia presenza di militari israeliani, con almeno 20 check point situati alle entrate di molte strade, così come della stessa moschea di Ibrahim.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA periodo 4 – 17 luglio ( due settimane)

Il 14 luglio, nella Città Vecchia di Gerusalemme, presso uno degli ingressi del Complesso Haram Ash Sharif / Monte del Tempio, tre palestinesi, cittadini di Israele, hanno sparato e ucciso due poliziotti israeliani; sono stati a loro volta uccisi nel successivo scontro a fuoco all’interno del Complesso.

Nell’episodio è rimasto ferito un altro poliziotto. I corpi degli attentatori sono stati trattenuti dalle autorità israeliane. Sono stati segnalati altri due speronamenti con auto contro soldati israeliani: il 9 luglio, all’entrata del villaggio di Tuqu’ (Betlemme) e il 17 luglio, nella zona H2 della città di Hebron. Il primo – che, a quanto riferito, ha comportato anche un tentativo di accoltellamento – si è concluso con il ferimento di un soldato israeliano e l’uccisione dell’aggressore, un palestinese di 23 anni; mentre il secondo si è concluso con il ferimento e l’arresto dell’attentatore.

Le misure adottate dalle autorità israeliane dopo l’attacco a Gerusalemme Est hanno provocato tensioni e scontri. Le forze israeliane hanno fatto irruzione nel Complesso Haram Ash Sharif / Monte del Tempio, secondo quanto riferito, alla ricerca di armi. Per la prima volta dal 1969, il Complesso è stato chiuso totalmente, anche per la preghiera del venerdì. Tutti gli ingressi alla Città Vecchia di Gerusalemme sono stati ugualmente bloccati, salvo che per i residenti. Il Complesso è stato riaperto il 16 luglio, a seguito dell’installazione, in alcune porte del Complesso, di metal-detector per il controllo della sicurezza. Le autorità palestinesi e il Muslim Waqf [fondazione pia che cura i luoghi religiosi musulmani] hanno protestato contro questa misura e hanno invitato la popolazione a non entrare nel Complesso fino a quando i metal-detector non verranno rimossi. Nella Città Vecchia ed in altre zone di Gerusalemme Est (in primo luogo Silwan) sono stati registrati numerosi alterchi e scontri tra palestinesi e forze israeliane che hanno portato al ferimento di 58 palestinesi e di tre poliziotti israeliani.

Quattro palestinesi, compreso un minore, sono stati uccisi con armi da fuoco dalle forze israeliane durante tre distinte operazioni di ricerca-arresto. Due dei morti, un 21enne ed un 17enne, sono stati uccisi il 12 luglio durante un’operazione di ricerca-arresto nel Campo Profughi di Jenin: secondo fonti israeliane, i due sono stati implicati in uno scontro a fuoco. Un 18enne è stato ucciso il 14 luglio nel Campo Profughi di Ad Duheisha (Betlemme), durante scontri con lancio di pietre contro le forze israeliane. L’altro morto, un uomo di 34 anni, è stato ucciso il 15 luglio nel villaggio di An Nabi Saleh (Ramallah), secondo quanto riferito, dopo essersi opposto all’arresto. Secondo le autorità israeliane, poche ore prima l’uomo era stato coinvolto in una sparatoria e, prima di essere colpito dai soldati, aveva estratto una pistola artigianale.

Il 7 luglio, un bimbo palestinese di un anno è morto per le lesioni riportate il 19 maggio 2017, a seguito di una grave inalazione di gas lacrimogeno. Durante l’episodio, verificatosi all’ingresso principale del villaggio di ‘Abud (Ramallah), le forze israeliane avevano sparato, verso i palestinesi che tiravano pietre, bombolette di gas lacrimogeno, una delle quali era caduta all’interno della casa del bambino.

Complessivamente, nei Territori palestinesi occupati, durante diversi scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane 102 palestinesi, di cui nove minori. Trenta dei ferimenti, tutti causati da armi da fuoco, sono avvenuti durante scontri scoppiati dopo operazioni di ricerca-arresto (incluse quelle sopra citate). Le lesioni restanti, in gran parte dovute a proiettili di gomma e ad inalazione di gas lacrimogeno, sono state registrate presso la recinzione perimetrale nella Striscia di Gaza durante proteste e scontri ad esse correlati, durante la manifestazione settimanale a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e nel corso dei già citati scontri verificatisi a Gerusalemme Est. Uno di questi ultimi scontri, in Silwan, ha anche causato il ferimento, per inalazione di gas lacrimogeno, di tre coloni israeliani residenti nella zona.

Il 17 luglio, la polizia israeliana è entrata nell’ospedale Al Maqased a Gerusalemme Est e vi si è fermata per una notte alla ricerca di un paziente: un 19enne palestinese ferito con arma da fuoco lo stesso giorno, durante scontri verificatisi in città, nel quartiere Silwan. La polizia ha lasciato l’ospedale il giorno successivo, dopo che il padre del ferito si era impegnato a consegnarlo alla polizia israeliana all’atto della dimissione dall’ospedale.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, in almeno dieci occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento o diretto, causando il ferimento di due pescatori palestinesi. In altri due casi, le forze israeliane hanno effettuato livellamenti del terreno e scavi all’interno di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale.

Nella Striscia di Gaza, nel contesto della precarietà delle fonti di approvvigionamento energetico, le interruzioni di elettricità continuano per 18-20 ore al giorno, con grave impatto sull’erogazione dei servizi e sui mezzi di sussistenza. A causa del malfunzionamento delle linee di alimentazione, l’approvvigionamento di energia elettrica dall’Egitto è rimasto bloccato durante la maggior parte del periodo di riferimento, mentre la Centrale Elettrica di Gaza, avendo esaurito le riserve di combustibile, è stata ferma per un giorno. Più di 108 milioni di litri di acque reflue, quasi totalmente non trattate a causa delle carenze di elettricità e di combustibile, vengono scaricate in mare ogni giorno. Secondo l’ultimo test condotto dal Dipartimento di Qualità dell’Acqua di Gaza, il 73% delle spiagge di Gaza sono contaminate, presentando alti rischi per l’ambiente e per la salute pubblica. A causa della contaminazione del mare, le autorità israeliane hanno emesso un divieto di balneazione in alcune spiagge del sud di Israele.

In Gerusalemme Est e in Area C, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito 23 strutture palestinesi, sfollando 15 persone e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 96. Sedici delle strutture colpite si trovavano a Gerusalemme Est; sale così a 94 il numero totale di strutture demolite dall’inizio del 2017, contro le 85 demolite nello stesso periodo del 2016. Le altre sette strutture demolite in Area C erano nelle comunità di Khirbet Tell Al Himma, nella Valle del Giordano, e di Wadi Abu Hindi e Al Muntar, nel governatorato di Gerusalemme.

Nello stesso contesto, le autorità israeliane hanno rilasciato almeno 13 ordini di blocco lavori e demolizione nei confronti di 13 strutture finanziate da donatori e fornite come assistenza umanitaria a comunità palestinesi dell’Area C. Esse comprendevano 12 strutture residenziali in Jinba, una comunità nella zona di Massafer Yatta di Hebron, ed una scuola primaria in ‘Arab ar Ramadin al Janubi, nell’area chiusa dietro la Barriera (Qalqiliya) [è un’area inglobata da Israele tramite la costruzione della Barriera all’interno del territorio della Cisgiordania]. Inoltre, sono stati emessi otto ordini contro una parte di rete elettrica nel villaggio di Jayyus (Qalqiliya) e contro 7 strutture in Jabal al Baba (Gerusalemme).

A quanto riferito, due palestinesi sono stati feriti e 40 alberi di proprietà palestinese sono stati incendiati in tre distinti episodi di cui sono stati protagonisti coloni israeliani. Nella zona H2 (a controllo israeliano) della città di Hebron e nei pressi del villaggio di Kifl Haris (Salfit), coloni israeliani hanno fisicamente aggredito e ferito due palestinesi. Agricoltori del villaggio di Burin (Nablus) hanno riferito che 40 alberi di proprietà palestinese sono stati incendiati da coloni israeliani di Yitzhar o di attigui insediamenti avamposti [gli insediamenti avanposti sono formalmente illegali anche per la legge israeliana]. Dall’inizio del 2017, almeno 1.400 alberi, soprattutto nella zona di Nablus, sono stati vandalizzati da coloni; nell’intero 2016 furono 361.

Media israeliani hanno riportato cinque episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani nei pressi di Betlemme, Hebron e Ramallah; in almeno uno degli episodi ci sono stati danni a veicoli.

Il Valico di Rafah, controllato dall’Egitto, durante il periodo di riferimento è rimasto eccezionalmente aperto, ma solo per l’ingresso di combustibile, soprattutto per la Centrale Elettrica, mentre è rimasto chiuso al transito delle persone. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. L’ultima volta in cui il valico venne aperto al transito di persone fu il 9 maggio. Nel 2017, fino ad ora, il valico è stato aperto per 16 giorni.

¡

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Secondo i resoconti dei media, il 18 luglio, al raccordo stradale di Beit ‘Enoun (Hebron), un palestinese ha guidato il suo veicolo contro un gruppo di soldati israeliani, ferendone due: è stato colpito ed ucciso dalle forze israeliane.

þ




L’UNESCO riconosce Hebron e la Tomba dei Patriarchi come luoghi del patrimonio culturale palestinese

Barak Ravid – 7 luglio 2017,Haaretz

 

Israele e gli USA hanno intrapreso intensi tentativi diplomatici per bloccare la risoluzione palestinese; i ministri israeliani accusano l’UNESCO di negare la storia e di essere antisemita

Venerdì l’UNESCO ha votato per il riconoscimento della Città Vecchia di Hebron e della Tomba dei Patriarchi [la moschea di Ibrahim per i palestinesi, ndt.] come siti del patrimonio culturale palestinese.

Nonostante intensi tentativi diplomatici intrapresi nelle scorse settimane, Israele e gli Stati Uniti non sono riusciti a riunire l’appoggio di un numero sufficiente di Stati membri per bocciare l’iniziativa.

Dodici Stati della commissione per il patrimonio culturale dell’umanità hanno votato a favore della risoluzione e tre hanno votato contro.

La risoluzione, proposta dai palestinesi, include due punti importanti. Il primo afferma che la Città Vecchia di Hebron e la Tomba dei Patriarchi sono luoghi del patrimonio culturale palestinese e verranno registrati come tali nell’elenco del patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO. Il secondo asserisce che i due siti devono essere riconosciuti come luoghi in pericolo, il che significa che ogni anno la commissione per il patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO si riunirà per discutere del loro caso.

Naftali Bennet, ministro dell’Educazione israeliano e presidente del comitato nazionale dell’UNESCO, ha condannato la decisione, affermando che il legame ebraico con Hebron risale a migliaia di anni fa e non verrà reciso.

“E’ spiacevole ed imbarazzante vedere l’UNESCO negare ogni volta la storia e distorcere la realtà per mettersi al servizio di quelli che cercano di spazzare via lo Stato ebraico dalla mappa geografica,” ha affermato. “Israele non intende rinnovare la cooperazione con l’UNESCO finché continuerà a servire come mezzo per attacchi politici invece di essere un organismo tecnico.”

Il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha definito l’UNESCO una “organizzazione politicamente schierata, ignobile e antisemita, le cui decisioni sono scandalose.”

“Nessuna decisione di questo organismo irrilevante comprometterà il nostro diritto storico sulla “Tomba dei Patriarchi” o il nostro diritto sul Paese. Spero che con l’aiuto del nostro grande amico, gli Stati Uniti, questa organizzazione non venga più finanziata.”

“Questa decisione dimostra ancora una volta che l’Autorità Nazionale Palestinese non cerca la pace ma intende piuttosto incitare contro Israele e calunniarlo,” ha aggiunto.

Un portavoce dei coloni di Hebron ha definito la decisione “ridicola”, “antisemita” e “tipica  del branco di ignoranti dell’UNESCO consumati dall’odio.”

I palestinesi hanno acclamato il voto dell’UNESCO, con il ministro degli Esteri palestinese che l’ha definito “l’unica decisione logica e corretta.”

“Hebron è una città che si trova nel cuore dello Stato di Palestina e ospita un sito inestimabile per il patrimonio culturale dell’umanità e sacro per miliardi di persone delle tre religioni monoteiste in tutto il mondo. La Città Vecchia di Hebron e il luogo sacro è minacciato a causa delle azioni irresponsabili, illegali e altamente dannose di Israele,la potenza occupante, che mantiene in città un regime di separazione e discriminazione in base all’etnia e alla religione.

“Lo Stato di Palestina continuerà a difendere e a celebrare molti importanti siti storici della Palestina come parte del patrimonio culturale dell’umanità, e resisterà ad ogni tentativo di mantenere la Palestina o la sua storia in ostaggio dei progetti e delle azioni di intolleranza ed esclusione.”

Per essere approvata la risoluzione aveva bisogno dell’appoggio di due terzi dei membri della commissione con diritto di voto. La decisione è stata presa con voto segreto dopo che tre Stati lo hanno chiesto durante l’incontro di venerdì.

Israele e gli Stati uniti hanno fatto pressioni su parecchi membri della commissione per il patrimonio culturale dell’umanità e sulla segreteria dell’UNESCO perché il voto fosse segreto, cosa che avrebbe consentito a un maggior numero di Paesi, compreso uno Stato arabo, di votare contro la risoluzione o astenersi dal voto senza pagare un prezzo politico per questo.

Durante l’incontro di venerdì sulla questione è scoppiato uno scontro verbale molto acceso tra l’ambasciatore israeliano all’UNESCO Carmel Shama Hacohen e i delegati palestinese e libanese. La discussione è avvenuta quando Shama Hacohen ha appreso che il voto sarebbe stato solo parzialmente segreto, nel senso che mentre agli Stati non sarebbe stato chiesto di rivelare la propria scelta, il voto non si sarebbe svolto dietro un paravento.

Shama Hacohen ha accusato il delegato polacco che presiedeva l’incontro di aver violato l’impegno riguardo alla segretezza del voto. Ad un certo momento il delegato libanese ha chiesto che Shama Hacohen fosse espulso dall’incontro dagli addetti alla sicurezza.

Alla fine il voto parzialmente segreto è andato avanti come previsto, in quanto i 21 delegati hanno inserito il loro voto in un’urna al centro della sala dell’incontro.

Venerdì un importante diplomatico israeliano ha detto che il delegato polacco che presiedeva l’incontro non ha rispettato la sua promessa di garantire un voto segreto. Ha aggiunto che la mancanza di segretezza e la presenza di telecamere hanno impedito a molti Stati, compreso un Paese arabo, di votare contro la risoluzione.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Testo integrale della risoluzione dell’Unesco del 1 maggio 2017 sui “Territori occupati”.

testo inglese:

1 maggio 2017

Nota redazionale: il primo maggio 2017 il comitato esecutivo dell’UNESCO ha approvato una risoluzione, di cui riportiamo di seguito la traduzione, in cui si condannano le politiche israeliane riguardo al patrimonio culturale e religioso nei territori palestinesi occupati, comprese Gerusalemme est e Gaza.

In questo caso il testo acquista una particolare rilevanza perché, nonostante sia stato modificato e moderato rispetto a quello votato nel 2016, il rappresentante dell’Italia, interrompendo la tradizionale astensione su questi argomenti, ha votato contro il testo. Il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano ha motivato così questa decisione: “La nostra opinione e’ molto chiara: l’Unesco non può diventare la sede di uno scontro ideologico permanente in cui affrontare questioni per le cui soluzioni sono deputate altre sedi. Coerentemente con quanto dichiarato a ottobre noi, dunque, voteremo contro la risoluzione, sperando che questo segnale molto chiaro venga ben compreso dall’Unesco”. Ad ottobre infatti l’Italia si era astenuta. Il testo della risoluzione evidenzia quanto le affermazioni di Alfano siano pretestuose ed ignorino la funzione eminentemente politica che Israele attribuisce ai beni artistici e culturali, ed in particolare all’archeologia, nei territori palestinesi occupati. Come più volte affermato prima dal governo Renzi e poi da quello Gentiloni, il nostro Paese si dimostra sempre più prono alle posizioni politiche del governo israeliano.

Oltre all’Italia, hanno votato “no” altri nove Paesi: Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda, Lituania, Grecia, Paraguay, Ucraina, Togo e Germania.

Ventidue Paesi hanno votato a favore: Russia, Cina, Brasile, Svezia, Sud Africa, Iran, Malaysia, Mauritius, Nigeria, Senegal, Bangladesh, Pakistan, Vietnam, Nicaragua, Chad e sette Paesi arabi.

Ventitré Paesi si sono astenuti: Francia, Spagna, Slovenia, Estonia, India, Argentina, Messico, Giappone, Haiti, Repubblica Dominicana, Saint Kitts, Kenya, Trinidad, Albania, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana, Mozambico, Uganda, El Salvador, Corea del sud e Sri Lanka.

Tre Paesi non hanno partecipato al voto: Nepal, Serbia e Turkmenistan.

***********

Presentata da: Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan

Il comitato esecutivo

,1. Avendo esaminato il documento 201 EX/30

2. Richiamandosi alle disposizioni della Quarta Convenzione di Ginevra (1949) ed ai suoi protocolli aggiuntivi (1977), alle Convenzioni dell’Aja del 1907 su leggi ed usi della guerra terrestre e per la protezione del patrimonio culturale in caso di conflitto armato (1954) ed i suoi protocolli addizionali, alla Convenzione sui mezzi per proibire e impedire l’importazione, l’esportazione e il trasferimento illeciti di proprietà di beni del patrimonio culturale (1970) e alla Convenzione per la protezione del Patrimonio mondiale culturale e naturale (1972), all’inserimento della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura nell’elenco del Patrimonio dell’Umanità su richiesta della Giordania (1981) e nella lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo (1982) e alle raccomandazioni, risoluzioni e decisioni dell’UNESCO riguardo alla protezione del patrimonio culturale, così come a risoluzioni e decisioni dell’UNESCO riguardo a Gerusalemme, richiamando anche precedenti decisioni dell’UNESCO riguardo alla ricostruzione ed allo sviluppo di Gaza come anche a decisioni dell’UNESCO sui due siti palestinesi ad Al-Khalil/Hebron e a Betlemme,

3. Affermando che niente nella presente decisione, che intende, tra l’altro, salvaguardare il patrimonio culturale della Palestina e il carattere particolare di Gerusalemme est, può in alcun modo incidere sulle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e delle Nazioni Unite e su decisioni riguardo allo status legale della Palestina e di Gerusalemme in materia, compresa la risoluzione 2334 (2016) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite,

30.I Gerusalemme

4. Riaffermando l’importanza della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura per le tre religioni monoteiste,

5. Ricordando che ogni misura ed azione legislativa ed amministrativa presa da Israele, la potenza occupante, che abbia alterato o abbia la pretesa di alterare il carattere e lo status della Città Santa di Gerusalemme, e in particolare la “legge fondamentale” su Gerusalemme, non ha alcuna validità e deve essere immediatamente revocata,

6. Ricordando ancora una volta le 11 decisioni del comitato esecutivo: 185 EX/Decision 14, 187 EX/Decision 11, 189 EX/Decision 8, 190 EX/Decision 13, 192 EX/Decision 11, 194 EX/Decision 5.D, 195 EX/Decision 9, 196 EX/Decision 26, 197 EX/Decision 32, 199 EX/Dec.19.1, 200 EX/Decision 25 e le sette decisioni del Comitato per il Patrimonio dell’Umanità: 34 COM/7A.20, 35 COM/7A.22, 36 COM/7A.23, 37 COM/7A.26, 38 COM/7A.4, 39 COM/7A.27, 40 COM/7A.13,

7. Lamenta che le autorità israeliane occupanti non abbiano interrotto i lavori ed i progetti di scavo, anche di tunnel, a Gerusalemme est, soprattutto all’interno ed attorno alla Città Vecchia di Gerusalemme, che sono illegali dal punto di vista delle leggi internazionali, e rinnova la propria richiesta ad Israele, la potenza occupante, di proibire tutte le violazioni che non sono conformi a quanto previsto dalle convenzioni, risoluzioni e decisioni dell’UNESCO a questo proposito;

8. Lamenta inoltre il rifiuto israeliano di mettere in pratica la richiesta dell’UNESCO al Direttore generale perché nomini un rappresentante permanente che risieda stabilmente a Gerusalemme est per informare regolarmente su ogni aspetto riguardante il campo di pertinenza dell’UNESCO a Gerusalemme est, e rinnova la propria richiesta al Direttore generale perché nomini il prima possibile il summenzionato rappresentante;

9. Sottolinea di nuovo la necessità urgente di realizzare la missione di monitoraggio reattivo dell’UNESCO della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura, e invita il Direttore generale ed il Centro per il Patrimonio dell’Umanità ad esercitare ogni possibile azione, in linea con il loro mandato e in conformità con le indicazioni delle convenzioni, decisioni e risoluzioni dell’UNESCO in merito, per garantire l’immediata realizzazione della missione e, nel caso di una sua mancata attuazione, per proporre possibili misure efficaci per garantirla;

30.II Ricostruzione di Gaza

10. Deplora gli scontri militari all’interno ed attorno alla Striscia di Gaza e le vittime civili provocate, così come il costante impatto negativo nei campi di competenza dell’UNESCO, gli attacchi contro scuole ed altre strutture educative e culturali, comprese le violazioni dell’intangibilità delle scuole dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e gli interventi per i profughi palestinesi in Medio Oriente (UNRWA);

11. Deplora inoltre il continuo blocco israeliano della Striscia di Gaza, che danneggia il libero e sostenibile movimento di personale, studenti e beni per il soccorso umanitario e chiede ad Israele di attenuare immediatamente questo blocco;

12. Ringrazia il Direttore generale per le iniziative già messe in atto a Gaza nel campo dell’educazione, della cultura e della gioventù e per l’incolumità degli operatori dell’informazione, gli chiede di proseguire nel suo attivo coinvolgimento nella ricostruzione delle strutture educative e culturali di Gaza danneggiate e ripete, a questo proposito, la sua richiesta di rafforzare l’Antenna UNESCO a Gaza e di organizzare al più presto un incontro informativo sull’attuale situazione a Gaza nei settori di competenza dell’UNESCO e sui risultati dei progetti svolti dall’UNESCO;

30.III I due siti palestinesi di Al-Haram Al-Ibrahimi/Tomba dei Patriarchi ad Al-Khalil/Hebron e della moschea Bilal Ibn Rabah/Tomba di Rachele a Betlemme

13. Riafferma che i due siti in questione, che si trovano ad Al-Khalil/Hebron e a Betlemme, sono parte integrante dei Territori Palestinesi Occupati e condivide la convinzione affermata dalla comunità internazionale che i due siti sono di importanza religiosa per l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam;

14. Deplora i continui scavi, lavori e costruzione di strade private per i coloni e di un muro all’interno della città vecchia di Al-Khalil/Hebron da parte israeliana, che sono illegali in base alle leggi internazionali e danneggiano l’autenticità e l’integrità del sito, e la conseguente negazione della libertà di accesso ai luoghi di preghiera, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di porre fine a tutte le violazioni che non sono in conformità con le disposizioni delle convenzioni, risoluzioni e decisioni dell’UNESCO a questo proposito;

15. Lamenta l’impatto visivo del muro sul sito della moschea Bilal Ibn Rabah/Tomba di Rachele a Betlemme, così come il rigido divieto di accesso per i fedeli cristiani e musulmani palestinesi al sito, e chiede che le autorità israeliane ristabiliscano le caratteristiche originali del paesaggio attorno al sito e tolgano il divieto di accesso ad esso;

30. IV

16. Decide di includere questi argomenti sotto la voce denominata “Palestina Occupata” nell’ordine del giorno della sua 202esima sessione, e invita il Direttore generale a sottoporle un rapporto sui progressi compiuti in merito.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La tormenta gialla in Israele

Nota redazionale: Nel giugno 2016 lo scrittore peruviano e premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa ha scritto una serie di reportage dalla Palestina per il quotidiano spagnolo “El País”. Dal suo viaggio è stato tratto anche il documentario “Cinco días con Mario” (“Cinque giorni con Mario”).

I redattori di Zeitun non condividono alcune affermazioni contenute in questi testi per quanto riguarda i giudizi su Israele (tra cui ad esempio le notazioni finali sulle virtù del Paese, che ignorano il fatto che il 20% dei cittadini israeliani, soprattutto non ebrei, si trova sotto il livello di povertà ed il razzismo che colpisce tuttora gli ebrei sefarditi e quelli etiopi: vedi http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4753118,00.html; https:// en. wikipedia. org/wiki/Racism_in_Israel) e su alcuni degli scrittori che vengono qui definiti “pacifisti” (Grossman e Oz, che in varie occasioni hanno appoggiato le iniziative militari di Israele). Ritengono tuttavia importante tradurre e diffondere questi reportage, sia per l’autorevolezza dell’autore, sia perché contengono una esplicita denuncia dell’occupazione israeliana.

Le traduzioni che seguono includono due articoli di presentazione scritti dal giornalista de “El País” Juan Cruz e i reportage di Vargas Llosa.

Mario Vargas Llosa visita la Cisgiordania e scrive del dramma dei territori occupati

El País – Gerusalemme, 19 giugno 2016

Juan Cruz

L’agenda degli impegni di Mario Vargas Llosa, che ha 80 anni, è stata quasi quella di un inviato di guerra, e lui stesso la presenterà divisa in vari episodi su “El País” attraverso la pubblicazione di vari reportage a partire dal 30 giugno. Inoltre l’esperienza è stata raccolta da “El País TV” in un documentario che sarà trasmesso anche dalla rete del giornale.

Infatti l’esperienza è stata molto intensa. Sia la sua che la nostra, che l’abbiamo potuto accompagnare. Abbiamo visto come si alzava alle 4 del mattino per assistere alle code dei lavoratori palestinesi che devono attendere ore davanti al cancello implacabile in un checkpoint per entrare a lavorare in Israele, o come saliva e scendeva dalle strade o dai sentieri o dalle grotte impraticabili dei villaggi in cui i palestinesi resistono, o come si andava a cercare le informazioni di cui aveva bisogno per poi redigere il suo racconto. Avendo assistito al suo modo di fare non solo si capisce come ha fatto a scrivere alcuni dei suoi libri più famosi, ma anche come mantiene in forma la sua idea dell’impegno dello scrittore con la realtà. Non è affatto frequente che un premio Nobel della letteratura, autore di romanzi come “Conversazione nella ‘cattedrale'” o “La festa del caprone”, si dedichi a un esercizio di questo tipo.

David Grossman è uno dei grandi scrittori israeliani. Era un giovane giornalista della radio ufficiale nel 1987 quando decise di abbandonare la routine delle notizie per addentrarsi nel dramma provocato dagli insediamenti dei coloni nei territori occupati della Palestina fin dalla guerra del 1967.

In 20 anni nessuno scrittore vi si era avvicinato. Ora un’alta percentuale di israeliani non sa cosa succede in quella zona, dove si sviluppa quella che allora Grossman (Gerusalemme, 1954) vide come un’aggressione ai diritti umani. La situazione è peggiorata. Il risultato di quella visita fu un libro, “Il vento giallo”, che commosse milioni di lettori e provocò la sua espulsione dalla radio e l’ostilità di alcuni dei suoi colleghi. Quest’opera di Grossman è servita a far in modo che ora un gruppo di scrittori diano seguito con i propri testi all’esperienza drammatica dello scrittore israeliano. Tra questi c’è il premio Nobel Mario Vargas Llosa, che ha appena finito di rivisitare i territori occupati della Cisgiordania.

Ci furono comandanti dell’esercito, principale responsabile di quell’aggressione ai diritti umani dei palestinesi, che consigliarono ai propri ufficiali di leggere anche “Il vento giallo”. Yehuda Shaul, che ora ha 33 anni, non ha avuto bisogno che glielo consigliassero i suoi superiori: lo lesse quando era ancora sergente operativo a Hebron, una delle metafore della politica di colonizzazione israeliana, e trovò che quello che raccontava Grossman sulla discriminazione razziale, politica e civile dei palestinesi doveva essere denunciato.

Egli, con Miki Kratsman, ebreo argentino, che arrivò in Israele a 12 anni e qui è diventato fotografo e professore, ha creato “Breaking the silence” (Rompere il silenzio) il 12 marzo 2004. Formata da soldati di leva, l’organizzazione decise di raccogliere testimonianze anonime di militari la cui identità mantengono segreta. Lo scandalo è stato tanto grande quanto le minacce che ora si sono intensificate contro di loro. Con la tranquillità di un veterano (ha 57 anni), Miki Kratsman dice che il livello di questa repressione aumenterà. E le prove che ne hanno a “Breaking the silence” sono schiaccianti. “Però non ci arrendiamo. Vinceremo,” dice Shaul.

“La lotta è contro le colonie. Non è contro Israele”, continua: “Sono un patriota, un sionista, la mia è una famiglia conservatrice, ho 10 fratelli, alcuni sono coloni; non andrei dove ci sono coloni, ma non voglio che i miei nipoti crescano senza di me né io voglio vivere senza di loro. Per cui vado a trovarli.” La sua è una lotta etica: né lui né Miki né le circa 50 persone che costituiscono il loro gruppo, né i mille collaboratori che in un modo o nell’altro partecipano alla loro lotta (molti dei quali militari che hanno testimoniato il lato oscuro del loro lavoro), sono contro lo Stato di Israele. Vogliono che finisca la discriminazione contro i palestinesi.

 Rappresaglie

I documenti che denunciano le forze armate sono stati controllati dalla censura militare. Non hanno niente da temere in merito alla legittimità della loro lotta, però questo non basta per essere sicuri che non patiranno rappresaglie.

Questa lotta ha molto a che vedere con quel libro di Grossman. Per dargli continuità, questo lettore che è stato militare e ora confessa di non essere pacifista (“darei la mia vita per Israele”) ha concepito un progetto a cui lui e i suoi dedicano una passione irrefrenabile: convocare scrittori da tutto il mondo perché testimonino quello che Grossman ha già scritto tempo addietro. Il libro uscirà nel maggio 2017 in tutto il mondo e non ha ancora un titolo. Allora sarà passato mezzo secolo di occupazione.

Mario Vargas Llosa è uno di loro. Collaboratore de “El País”, reporter in Iraq, in Israele e in altre parti del mondo, ha attraversato in quest’ultima settimana quei territori occupati per condividere le informazioni che hanno sia i palestinesi espulsi dalla loro terra, che vivono una vita stentata in alcuni villaggi o città (come Hebron) che ora sono luoghi tanto fantasmatici come il “Pedro Páramo” di Juan Rulfo [scrittore messicano. Il romanzo si svolge in un villaggio fantasma. Ndtr.], sia quelli che sono coloni di quegli stessi territori.

Il libro di Grossman si intitolava “Il vento giallo” perché in Israele il giallo è il colore dell’odio. Quello che adesso vuole “Breaking the silence” è sradicare questo colore dalle relazioni difficili, politicamente impossibili, umanamente degradanti tra israeliani e palestinesi, questi ultimi condannati a vivere all’ultimo posto della storia.

 Il colore dell’odio

Alcuni dei rappresentanti di BTS (come lo stesso Shaul, come Morial Rothman-Zecher, un giovane di 26 anni che ha studiato Scienze Politiche, ha rinunciato al servizio militare ed ha pagato per questo) parlano arabo e cercano di smentire quel colore di odio che segna lo stupore con cui quasi 40 anni fa Grossman ha disegnato il corpo e l’anima di questo conflitto.

Loro hanno invitato Vargas Llosa (e Colm Tóibín, Colum McCann [scrittori irlandesi. Ndtr] e fino a 26 autori tra poeti, narratori o saggisti di tutto il mondo, compresi Israele e Palestina) perché vedano questa lotta etica e ottengano le testimonianze degli abitanti dei territori occupati. Questi scrittori stanno arrivando.

L’autore de “La zia Giulia e lo scribacchino” ha raccontato a “El País TV” che la prima volta che è venuto in Israele è stato nel 1974, ” e allora ero ancora di sinistra”. Quell’Israele lo affascinò, perché esprimeva ideali di giustizia sociale che facevano parte dell’ideologia della sinistra di cui egli faceva parte. Il fenomeno delle colonie ha smentito in seguito quell’immagine.

Né lui né quelli che lo hanno invitato mettono in dubbio lo Stato di Israele; egli dirà, nelle puntate del suo reportage (che iniziano a pubblicarsi ne “El País” dal prossimo giovedì 30 giugno [2016]), come ha visto questo problema ed altri sollevati dalla questione cruciale delle colonie.

Quello che “Breaking the Silence” mette in discussione, e per questo l’organizzazione lavora perché finisca l’odio tra palestinesi ed israeliani, è che ci siano cittadini condannati a vivere come esseri senza diritti elementari nel territorio comune, in Cisgiordania, a Gerusalemme, in tutte le zone in cui i coloni ricevono una protezione negata ai palestinesi espulsi dalle loro terre.

Il libro che ha ispirato questa lotta è “Il vento giallo”. Il nuovo libro, al quale lavora “Breaking the Silence” e per questo hanno invitato Vargas Llosa e gli altri, deve ancora essere definito. Abbiamo prospettato allo stesso Grossman, che tanto ha segnato Shaul e i suoi compagni, se quel vento potrebbe essere adesso una tempesta: “Sì, probabilmente”, ha affermato.

Qui il giallo è il colore dell’odio. Persino i più ottimisti credono che Israele viva la continuazione pericolosa di una lunga tormenta gialla. “Breaking the Silence” è nato per rompere il silenzio che ha stimolato questo odio. E insiste nel voler rompere l’origine di questa tormenta.

Vargas Llosa racconta “i disastri dell’occupazione”.

El País-30 giugno 2016

di Juan Cruz

Il Nobel racconta l’esperienza del suo incontro con la realtà dei territori occupati in Cisgiordania.

Gideon Levy, uno dei maggiori giornalisti israeliani, ha apostrofato Mario Vargas Llosa, quando lo ha visto con il notes in mano, mentre entrava a Hebron, questo luogo che l’occupazione israeliana ha trasformato in una luce spenta.

Cosa ci fai tu qui?

Poi i due si sono messi a camminare per Hebron fino ad arrivare ad un promontorio sul quale un circolo culturale palestinese ha ricevuto il premio Nobel e i suoi accompagnatori intorno a un vecchio ulivo a cui era avvolto uno striscione di tela: “Free Palestine”. Il Nobel ha preso il suo libretto degli appunti, con in testa il cappello che lo proteggeva dal sole, e ha preso nota di quello che stava ascoltando. Non si è mai separato del suo block notes. Prendeva appunti con l’impegno e la costanza di un reporter perso in un buco del mondo. Voleva sapere quello che succede per poterlo raccontare a una società che, come gli hanno detto, sa di Israele e Palestina solo quando ci sono attentati, intifada e scontri che iniziano con lanci di pietre o coltelli e finiscono con tumulti che poi diventano le prime pagine dei giornali o dei servizi televisivi in tutto il mondo.

Lì gli hanno raccontato questa parte del problema. Quando la conversazione è diventata più informale ed erano le sette di sera ad Hebron, i palestinesi, gli israeliani che accompagnavano Vargas Llosa e noi giornalisti de “El País” che lo abbiamo seguito in questo viaggio abbiamo visto, sul computer di uno dei palestinesi, il finale della partita Repubblica Ceca -Spagna, quello del gol di Piqué.

Tutti, compreso Gideon, anche se all’inizio era convinto che la Repubblica Ceca fosse la Spagna (“Come gioca male la Spagna” ha detto), hanno applaudito il gol del catalano. Quando stavano tornando a Gerusalemme, per continuare il viaggio, il Nobel Vargas Llosa, , ha ricevuto un altro saluto da Gideon Levy, che si congedava:

– Grazie, Mario, per essere venuto a raccontarlo.

Glielo hanno detto altre volte. Però questa volta glielo diceva un giornalista che conosce molto da vicino sia quello che il governo israeliano ha fatto nei territori occupati (ha lavorato in stretto contatto con Simon Peres, ex-presidente di Israele) sia quello che pensa la società civile (intellettuali, scrittori) di entrambi i lati (israeliani, palestinesi) su questo dualismo di odio da una parte e di odio dall’altra che si è andato costruendo durante più di mezzo secolo in questa parte difficile del Medio Oriente, come un muro che qualcuno vuole rompere. Tra costoro, quelli che hanno invitato Vargas Llosa a fare questo viaggio, che vogliono mitigare un odio che ormai sembra eterno.

“Buchi neri”

Il premio Nobel peruviano è stato varie volte in Israele e in Palestina, come in Iraq o in Afghanistan o in Congo, cercando “in quei buchi neri del mondo”, come dice Carlos Granés, uno dei suoi esegeti, “le radici dei conflitti, per cercare di aiutare a capirli, al di fuori di quei difficili abissi.”

Dieci anni fa il Nobel peruviano ha conosciuto Yehuda Shaul, che all’epoca era un giovane ex-sergente israeliano di ventitre anni che aveva contribuito a fondare ” Breaking the silence” (Rompere il silenzio), un’organizzazione inconsueta in questo Paese in guerra: sergente proprio a Hebron, Yehuda aveva annotato nella sua mente le atrocità a cui le autorità civili israeliane obbligavano i militari in servizio nei territori occupati e volle mettere insieme commilitoni che avevano provato lo stesso orrore di fronte alle nefandezze che avevano visto.

Nel suo “Pietra di paragone” di quest’ultima domenica, Vargas Llosa ne “El País” ha raccontato questo incontro e quello che ne è seguito fino a culminare nella visita che da domani racconterà qui.

Le sue cronache si intitolano “I disastri dell’occupazione” e si pubblicheranno il 1, il 2 e il 3 luglio, su due pagine in cui i lettori seguiranno i suoi incontri nei territori occupati e anche nei confini interni (i checkpoint) di questo territorio tanto complicato… Inoltre www.elpais.com offrirà da questa sera un documentario realizzato dall’equipe de “El País Video” in cui si raccolgono le esperienze del Nobel. Egli ha detto che uno scrittore non ha altro potere che la sua parola, e se questa gli serve per far conoscere quello che succede nei posti che ha visitato, onora il suo impegno morale.

Il giornalista e scrittore peruviano Alonso Cueto (a cui Vargas ha dedicato il suo ultimo romanzo, “Cinque angoli”) diceva ieri a proposito del giornalismo del Nobel: “Fa giornalismo in modo appassionato, come i suoi romanzi: continua a pensare che le parole sono azioni, e scrivere per lui è un’attestazione etica. E va in luoghi pericolosi, come l’Iraq, come l’Afghanistan, come questi territori in cui ha viaggiato ora, perché le persone che vivono vicino al pericolo rappresentano l’umanità in senso morale.” Granés aggiunge: “Va in luoghi di conflitti dalla cui soluzione dipende in buona misura il futuro del mondo.”

Questo era ciò di cui lo ringraziava Gideon Levy, che fosse lì a raccontarlo.

I giusti di Israele

Molti israeliani dedicano i propri sforzi a denunciare le ingiustizie sofferte dai palestinesi, senza preoccuparsi delle minacce, degli insulti o delle accuse di tradimento

El País

Mario Vargas Llosa – 26 giugno 2016

Yehuda Shaul ha 33 anni ma ne dimostra 50. Ha vissuto e vive con tale intensità che divora gli anni, come fanno i maratoneti con i kilometri. E’ nato a Gerusalemme, in una famiglia molto religiosa ed è uno di 10 fratelli. Quando l’ho conosciuto, 11 anni fa, portava ancora la kippah [il copricapo tipico degli ebrei osservanti. Ndtr.]. Era un giovane patriota, che deve essere stato molto bravo nell’esercito quando faceva il servizio militare perché, dopo i tre anni obbligatori, Tsahal [l’esercito israeliano. Ndtr] gli ha proposto di continuare un corso per reparti speciali ed è rimasto un anno in più a fare il militare, come sergente. Al ritorno alla vita civile, come molti altri giovani israeliani, ha viaggiato in India, per schiarirsi le idee. Lì ha riflettuto e ha pensato che i suoi compatrioti ignorassero le cose orribili che l’esercito commetteva nei territori occupati e di avere l’obbligo morale di farglielo sapere.

Per questo Yehuda e un fotografo, Miki Kratsman, il 1 marzo 2004 hanno fondato Breaking the Silence (Rompendo il silenzio), un’organizzazione che si dedica a raccogliere testimonianze di soldati congedati e in servizio (la cui identità rimane segreta). In incontri e pubblicazioni destinate a informare il pubblico, in Israele e all’estero, presentano la verità su quanto avviene in tutti i territori palestinesi che sono stati occupati dopo la guerra del 1967. (L’anno prossimo saranno passati 50 anni di occupazione). Prima di essere resi pubblici, i testi ed i video vengono controllati dalla censura militare, perché Yehuda e i suoi circa 50 collaboratori non vogliono violare la legge. Le testimonianze raccolte superano il migliaio.

Fino a relativamente poco tempo fa, grazie alla democrazia che regnava nel Paese per i cittadini israeliani, Breaking the Silence poteva operare senza problemi, anche se molto criticata dai settori nazionalisti e religiosi. Però da quando è entrato in carica l’attuale governo – il più reazionario ed estremista della storia di Israele – si è scatenata una durissima campagna contro i dirigenti dell’associazione, accusandoli di essere dei traditori e chiedendo che siano messi fuorilegge, in Parlamento, da parte di ministri e leader politici e sui giornali. Sulle reti sociali abbondano gli insulti e le minacce contro i suoi fondatori. Yehuda Shaul non si lascia intimidire e non pensa di fare alcuna concessione. Dice di essere un patriota e un sionista e di essersi impegnato in quello che fa non per ragioni politiche ma morali.

Nella millenaria storia ebraica c’è una tradizione che non si è mai interrotta: quella dei giusti. Quegli uomini e quelle donne che, di tanto in tanto, emergono nei momenti di transizione o di crisi e fanno sentire la propria voce, controcorrente, indifferenti all’impopolarità e ai pericoli che corrono agendo in quel modo, per esporre una verità o difendere una causa che la maggioranza, accecata dalla propaganda, la passione o l’ignoranza, si rifiuta di accettare. Yehuda Shaul è uno di loro, ai giorni nostri. E, per fortuna, non è l’unico.

C’è ancora, imperterrita, la giornalista Amira Hass, che se n’è andata a vivere a Gaza per soffrire sulla sua carne le miserie dei palestinesi e documentarle giorno dopo giorno nelle sue cronache su “Haaretz” [attualmente Amira Hass vive a Ramallah, in Cisgiordania. Ndtr.] . Devo a lei aver passato, qualche anno fa, nell’asfissiante e sovraffollata trappola per topi che è la Striscia, una notte indimenticabile in casa di una coppia di palestinesi che si dedica al lavoro sociale. E il suo collega Gideon Levy, instancabile scrittore, che incontro, dopo parecchio tempo, sempre a lottare per la giustizia con la penna in mano, anche se con l’animo meno forte di una volta perché attorno a lui si riduce ogni giorno di più il numero dei difensori della razionalità, della convivenza e della pace e crescono senza tregua i fanatici delle verità uniche e del Grande Israele che avrebbe niente meno che l’appoggio di Dio.

Però in questo viaggio ne ho conosciuti altri, non meno limpidi e coraggiosi. Come Hanna Barag che, alle cinque del mattino, all’incrocio di Qalandia, pieno di cancellate, videocamere e soldati, mi ha mostrato l’agonia dei lavoratori palestinesi che, pur avendo il permesso ed il lavoro a Gerusalemme, devono aspettare ore ed ore prima di poter andare a guadagnarsi da vivere. Hanna e un gruppo di donne israeliane si piazzano tutte le mattine all’alba di fronte a queste recinzioni, per denunciare i ritardi ingiustificati e protestare contro gli abusi che vi si commettono. “Cerchiamo di arrivare fino agli alti gradi,” mi dice, indicando i soldati, “perché questi non ci stanno neanche a sentire.” E’ un’anziana minuta e piena di rughe, ma nei suoi occhi chiari brillano una luce e una dignità accecanti.

Ed è un giusto, benché neppure lo sospetti, anche il giovane Max Schindler, che ho conosciuto a Susiya, un villaggio miserabile nelle montagne a sud di Hebron; è molto timido e devo tirargli fuori a forza cosa ci fa lì, circondato da bambini affamati, in questo luogo fuori dal mondo a cui i coloni delle vicinanze vengono a tagliare gli alberi e a distruggere i raccolti, e a volte a picchiare gli abitanti, e sulle cui misere case pesa un ordine di demolizione. E’ un volontario che è venuto a vivere – o meglio a sopravvivere – a Susiya per qualche mese e dedica il proprio tempo a insegnare l’inglese agli abitanti del paese. “Vorrei che sapessero che c’è un altro Israele,” mi dice, indicando gli abitanti.

Sì, ci sono i giusti, molti, anche se non sono tanti da vincere le elezioni. La verità è che, da anni, le perdono, una dietro l’altra. Ma non si lasciano abbattere da queste sconfitte. Sono medici ed avvocati che vanno a lavorare nei villaggi semi-abbandonati e a difendere le vittime dei soprusi nei tribunali, o giornalisti, o attivisti dei diritti umani che registrano le violenze ed i crimini e li espongono all’opinione pubblica.

Per esempio c’è un’associazione di fotografi, formata da ragazze e ragazzi molto giovani, che fissano in immagini tutti gli orrori dell’occupazione. Mi seguono ovunque vado e non gli importa di camminare in mezzo alla spazzatura puzzolente e di scottarsi per il calore nel deserto, se possono documentare con immagini tutto quello che l’Israele ufficiale nasconde e i benpensanti non vogliono sapere. Ma, benché i giornali ufficiali non pubblichino le loro foto, loro le espongono in piccole gallerie, in pannelli nelle strade, in pubblicazioni semiclandestine. Quanti sono? Migliaia, ma non abbastanza da cambiare questo movimento dell’opinione pubblica che sta spingendo sempre più Israele verso l’intransigenza, come se essere la prima potenza del Medio Oriente – e, a quanto pare, la sesta del mondo – fosse la miglior garanzia per la sua sicurezza.

Sanno che non è così, che, al contrario, trasformarsi in un Paese coloniale, che non ascolta, che non vuole negoziare né fare concessioni, che crede solo alla forza, ha fatto sì che Israele perda l’ aura prestigiosa e onorevole che aveva e che il numero dei suoi avversari e dei suoi critici, invece di diminuire, aumenti ogni giorno.

Due giorni prima di partire, ho cenato con altri due giusti: Amos Oz e David Grossman. Sono scrittori magnifici, vecchi amici ed entrambi infaticabili difensori del dialogo e della pace con i palestinesi. I tempi che affrontano sono difficili, ma non si lasciano abbattere. Scherzano, discutono, raccontano aneddoti. Dicono che, tirando le somme, nessuno potrebbe vivere fuori da Israele. Gideon Levy e Yehuda Shaul, che sono anche loro lì, si dichiarano d’accordo. Finalmente, per fortuna, è la prima volta, in tutti i giorni in cui sono stato qui, che un gruppo di israeliani concorda totalmente su qualcosa.

I villaggi condannati

Il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa in una serie di reportage riflette sull’occupazione israeliana. In questo primo articolo si concentra su alcuni villaggi del sud della Cisgiordania

El País

Mario Vargas Llosa – 1 luglio 2016

“Il principale problema di Israele è uno solo, le colonie in Cisgiordania, cioè l’occupazione dei territori palestinesi”, mi dice Yehuda Shaul. “L’anno prossimo sarà passato mezzo secolo. Però c’è una soluzione e la vedrò messa in pratica prima di morire.”

Rispondo al mio amico israeliano che bisogna essere molto ottimisti per credere che un giorno più o meno vicino i 370.000 coloni che si trovano nella terra invasa della Cisgiordania – veri bantustan che circondano i 2.700.000 abitanti delle città palestinesi e le separano le une dalle altre – possano andarsene da lì in nome della pace e della coesistenza pacifica. Però Yehuda, che lavora instancabilmente per far conoscere quello che la grande maggioranza dei suoi concittadini si rifiuta di vedere, la tragica situazione in cui vivono i palestinesi della sponda occidentale del Giordano, mi dice che forse sarò meno scettico dopo il viaggio che faremo insieme, domani, verso i villaggi palestinesi delle montagne a sud di Hebron.

Ci siamo già stati sei anni fa, noi due, tra queste montagne sul confine della Cisgiordania. Ed è vero, il villaggio di Susiya, che allora aveva 300 abitanti e sembrava destinato a scomparire come altri della zona, ora ne ha 450, perché, nonostante le calamità di cui continua ad essere vittima, un buon numero di famiglie che erano fuggite sono tornate; anche loro, come Yehuda, godono di un ottimismo a prova di atrocità.

Perché le persecuzioni di cui sono vittime Susiya e i villaggi vicini da molti anni non sono terminate, al contrario. Mi mostrano la recente demolizione delle case, i pozzi di acqua riempiti di pietre e spazzatura, gli alberi tagliati dai coloni e persino i video delle aggressioni di costoro – con armi e bastoni – contro gli abitanti che hanno potuto riprendere, così come gli arresti ed i maltrattamenti che ricevono dall’IDF (Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano. Ndtr.]). Nella casa comunale, una delle poche abitazioni ancora in piedi, chi fa le veci del sindaco, Nasser Nawaja, mi mostra gli ordini di demolizione che, come spade di Damocle, pendono sulle costruzioni ancora non distrutte dai bulldozer dell’occupante. Le formalità vanno rispettate: questa zona è stata scelta per esercitazioni militari dell’IDF ed i villaggi dovrebbero sparire (ma non le colonie né gli avamposti dei coloni che sorgono dappertutto nei dintorni). A volte il pretesto è che le fragili abitazioni sono illegali, perché non hanno il permesso di costruzione. “E’ una cosa da pazzi – mi dice Nasser -; quando chiediamo permessi edilizi per costruire o ripristinare i pozzi d’acqua ce li rifiutano, e poi ci demoliscono le case perché sono state costruite senza autorizzazione.” In questo villaggio, come negli altri dei dintorni, i contadini e i pastori non vivono in case ma in fragili tende costruite con teloni e lamiere o nelle grotte – ce ne sono molte nella zona – che i soldati non hanno ancora reso inutilizzabili riempiendole di pietre e spazzatura.

Nonostante tutto, gli abitanti di Susiya e di Yimba, i due villaggi che ho visitato, continuano a stare lì, resistendo alle persecuzioni, appoggiati da alcune ONG e da organizzazioni israeliane di solidarietà, come “Breaking the Silence” (“Rompere il silenzio”), di cui Yehuda è membro e che mi ha invitato qui. A Susiya ho conosciuto un giovane molto simpatico, Max Schindler, ebreo statunitense; è venuto come volontario a vivere qualche mese in questo luogo ed insegna inglese ai bambini del villaggio. Perché lo fa? “Perché vedano che non tutti gli ebrei sono uguali.” In effetti, ce ne sono molti come lui – i giusti di Israele – che li aiutano a presentare ricorsi ai tribunali, che vengono a vaccinare i bambini, che protestano contro le sopraffazioni, e tra questi, scrittori come David Grossman e Amos Oz, che firmano manifesti e si mobilitano chiedendo di porre fine agli abusi e che si lascino vivere in pace questi villaggi.

“850 coloni israeliani nel cuore di una città palestinese di 200.000 abitanti! Per proteggerli, 650 soldati israeliani fanno la guardia nella Città Vecchia blindata.”

Una dichiarazione di questo tipo, promossa da loro, qualche mese fa ha salvato- per il momento – dalla distruzione Yimba, un villaggio antichissimo, anche se sono state demolite 15 case. Ora sta aspettando un’ultima decisione della Corte Suprema sulla sua esistenza. Ha un’enorme grotta, ancora indenne, che, mi garantiscono, è dell’epoca romana. Allora il villaggio si trovava ai bordi del sentiero – si può ancora seguire il suo tracciato nell’aspro deserto di pietre, polvere e stoppie che ci circonda – che portava i pellegrini alla Mecca; allora Yimba era prospero grazie ai suoi negozi per i rifornimenti e i ristoranti. Ora la sua antichità nasconde un rischio: che, siccome si tratta di un luogo archeologico, le autorità israeliane decidano che debba essere spopolato perché gli archeologi possano recuperare i tesori storici del suo sottosuolo. Le lamentele sono le stesse che ho sentito a Susiya: “Appena riescono a cacciarci con questo pretesto, arriveranno i coloni; loro sì che possono convivere con i resti archeologici senza alcun problema.”

Come a Susiya, ho visitato Yimba circondato da bambini scalzi e scheletrici, che tuttavia non hanno perso l’allegria. Una bambina, soprattutto, con occhi birichini ride a crepapelle quando vede che non sono capace di pronunciare il suo nome arabo come si deve.

Basta esaminare una mappa dei territori occupati per capire la ragione delle colonie: circondano tutte le grandi città palestinesi e bloccano i contatti e gli scambi, allo stesso tempo stanno espandendo la presenza israeliana e scomponendo e frazionando il territorio che si suppone dovrebbe occupare il futuro Stato palestinese fino a renderlo impossibile. C’è una chiara intenzione in questa strategia: con la proliferazione delle colonie rendere irrealizzabile quella soluzione dei due Stati che, tuttavia, i dirigenti di Israele dicono di accettare. Sennò non si capisce perché tutti i governi, di centro, di sinistra e di destra, con l’unica eccezione dell’ultimo governo di Ariel Sharon, che nel 2005 ritirò le colonie israeliane da Gaza, abbiano permesso, e continuino a farlo, l’esistenza e l’espansione sistematica di colonie illegali – laiche, socialiste e molte di religiosi ultrà – che sono un motivo permanente di frizione e danno la sensazione ai palestinesi di vedere ridursi progressivamente il già ridotto spazio della Cisgiordania che hanno a disposizione.

Non ho la pretesa di leggere nella mente nascosta dell’elite politica israeliana. Ma basta seguire nella mappa il modo in cui negli ultimi decenni le occupazioni illegali ed il famoso “muro di Sharon” stanno mutilando i territori palestinesi, per avvertire in questo una politica tacita o esplicita che non ha mai cercato di affrontare queste occupazioni e, semmai, le stimola e le protegge. Non è solo un motivo costante di scontri con i palestinesi, è una realtà che fa pensare a molti che ormai sia impossibile mettere in pratica la formazione di due Stati sovrani, una cosa che, tuttavia, come una giaculatoria priva di verità, nient’altro che chiasso, l’ONU e i governi occidentali ancora promuovono.

Probabilmente, tra le spoliazioni che queste colonie comunque comportano, nessun caso è tanto drammatico come i cinque insediamenti eretti nel cuore di Hebron: 850 coloni israeliani nel cuore di una città palestinese di 200.000 abitanti! Per proteggerli, 650 soldati israeliani montano la guardia nella Città Vecchia, che è stata blindata, le sue strade “sterilizzate” (secondo la definizione ufficiale) – chiusi tutti i suoi negozi, le porte d’ingresso delle case, tutte le attività commerciali – in modo che camminare da quelle parti è percorrere una città fantasma, senza gente e senz’anima. Undici anni fa sono andato a zonzo per queste strade morte; l’unica cosa che è cambiata è che sono scomparsi gli insulti razzisti contro gli arabi che ne decoravano i muri. Però dappertutto compaiono sempre le barriere con i soldati e continua la proibizione agli arabi di circolare in macchina nelle strade del centro, il che li obbliga a fare lunghissimi giri attraverso i campi per passare da un quartiere all’altro. Gli israeliani che mi accompagnano – sono quattro – mi dicono che il peggio di tutto è che ora ormai nessuno parla più dell’orrore rappresentato da Hebron e delle terribili ingiustizie che lì si commettono contro 200.000 abitanti in apparenza per proteggere 850 invasori.

I bambini terribili

Il premio Nobel per la Letteratura Mario Vargas Llosa in una serie di reportage riflette sull’occupazione israeliana. In un secondo reportage il Nobel descrive, attraverso quello che ha ascoltato in un tribunale militare israeliano che giudica palestinesi dai 12 ai 17 anni di età che attentano contro la sicurezza, come funziona un sistema per “prevenire il terrorismo seminando il panico.”

El País

Mario Vargas Llosa – 1 luglio 2016

Salwa Duaibis e Gerard Horton sono due giuristi – lei palestinese, lui anglo-australiano -, membri di un’istituzione umanitaria che controlla il modo di agire dei tribunali militari incaricati di giudicare in Israele giovani dai 12 ai 17 anni che attentano contro la sicurezza del Paese. La mattinata che ho passato con loro a Gerusalemme è stata una delle più istruttive tra quelle che ho trascorso.

Lo sapevate che nel 2012 non è stato assassinato neanche un colono delle colonie della Cisgiordania? E che la media dei crimini contro i membri delle colonie negli ultimi cinque anni è solo di 4,8 all’anno, il che significa che i territori occupati sono più sicuri per loro di quanto lo siano New York, Città del Messico e Bogotà per i loro abitanti? Se si tiene conto che in Cisgiordania i coloni sono circa 370.000 (se si aggiungono quelli di Gerusalemme est sarebbero mezzo milione) e i palestinesi 2.700.000, non c’è nessun dubbio: si tratta di uno dei posti meno violenti del mondo, nonostante le sparatorie, le demolizioni, le azioni terroristiche e gli scontri di cui parlano i giornali.

“Senza dubbio un grande successo delle Forze di Difesa di Israele (IDF [l’esercito israeliano. Ndtr.])” dice Gerard Horton. “Bisogna far loro i complimenti per questo?” Una cosa del genere si ottiene solo con un piano intelligente, freddo e messo in pratica in modo metodico. In cosa consiste questo piano per quanto riguarda i bambini e gli adolescenti? In un programma di intimidazione sistematica, astutamente concepito e messo in atto in modo impeccabile. Si tratta di mantenere questa popolazione giovane, dai 12 ai 17 anni, psicologicamente instabile. Per lei ci sono tribunali speciali che i giuristi dell’organizzazione tengono sotto controllo. Il metodo consiste nel “dimostrare la presenza” dell’IDF in modo massiccio, la “cauterizzazione della coscienza” e “operazioni simulate di disturbo della normalità.” Questo gergo esoterico si può riassumere in una frase semplice: prevenire il terrorismo seminando il panico. (Questo metodo è diverso da quello applicato agli adulti e, soprattutto, ai sospetti terroristi: in questo caso si includono assassinii selettivi, torture, lunghissime pene detentive e demolizioni e confisca delle case).

L’esercito ha un ufficiale dell’intelligence per ogni zona della Cisgiordania e un’efficiente catena di informatori comprati con corruzione o ricatti, grazie ai quali compila liste dei giovani che partecipano alle manifestazioni contro l’occupazione e tirano pietre alle pattuglie israeliane. Le operazioni si svolgono in genere di notte, con soldati mascherati che si fanno precedere da un rumore assordante, lanciando a volte granate stordenti durante le irruzioni nelle case, rompendo oggetti, dando ordini e gridando, con l’obiettivo di spaventare la famiglia, soprattutto i bambini. Le perquisizioni sono imprevedibili, minuziose e complesse. Tappano gli occhi e mettono le manette al giovane o al bambino denunciato; se lo portano via steso sul pavimento del veicolo, mettendogli sopra i piedi o dandogli qualche calcio per spaventarlo. Nel centro per gli interrogatori lo lasciano per terra per cinque o dieci ore, per demoralizzarlo e spaventarlo con l’incerta attesa al buio. L’interrogatorio segue regole precise: consigliargli che si dichiari colpevole di tirare pietre, in modo che passerà solo due o tre mesi in carcere; in caso contrario, il processo può essere lungo, sette o otto mesi, e, se dichiarato colpevole, potrebbe anche essere condannato ad una pena peggiore. Reso debole in questo modo, gli si può proporre che faccia l’informatore. Se non è abbastanza disponibile, lo si avverte che potrebbe essere violentato o torturato, qualcosa a cui non è necessario arrivare, tranne in casi eccezionali. Per qualcuno, basta avvertirlo che il suo comportamento potrebbe obbligare l’esercito ad arrestare le persone a lui più care, la madre o una sorella, per esempio. In qualche caso il giovane o il bambino accetta la proposta; e quasi sempre esce da quell’esperienza piegato, confuso, sgomento e vergognandosi di se stesso. Secondo quelli che hanno ideato il metodo, questo stato d’animo riduce la sua pericolosità potenziale e lo fa diventare vulnerabile. E non è impossibile che questo penoso stato d’animo si trasmetta al resto della famiglia.

Per questo non è tanto importante identificare i colpevoli del lancio di pietre: l’obiettivo è introdurre nelle case e in tutti i villaggi, attraverso i bambini e gli adolescenti, insicurezza e preoccupazioni costanti. Oppresse dal timore di essere vittime di queste perquisizioni, in piena notte, con distruzioni di stoviglie, letti e utensili, che si portino via figli, fratelli o nipoti, le angosciate famiglie diventano meno pericolose. I divieti insensati, i continui coprifuoco, le improvvise ordinanze, che alterano la routine e aumentano lo spavento quotidiano, perseguono questo stesso scopo. La confusione ed il disordine impediscono, o per lo meno scoraggiano, le congiure. Grazie alle modalità improvvise e scenografiche delle perquisizioni e a tutta la messa in scena che le accompagna, la popolazione in genere rimane psicologicamente priva di mezzi per organizzarsi ed agire; in questo modo si riduce il rischio che rappresentino un serio pericolo per quelle colonie tanto ben armate, e, soprattutto, strategicamente tanto ben posizionate.

Gli abitanti dei villaggi e delle città aggrediti e frammentati dagli insediamenti ricevono divieti tassativi di mettere piede nel territorio delle colonie, il che li obbliga a fare lunghi percorsi per comunicare tra loro. I coloni, invece, sono collegati da moderne strade che in genere possono utilizzare solo i cittadini israeliani. L’isolamento dei villaggi e delle città palestinesi e la possibilità di comunicare rapidamente delle colonie è un’altra garanzia di sicurezza. E’ vero che, a volte, vengono commessi crimini orribili contro i coloni, però, se si va a verificare una statistica inumana, le vittime sono meno numerose di quelle che nel resto del mondo sono causate dagli incidenti stradali. Israele dimostra così che nel XXI° secolo si può essere un Paese colonialista ed al contempo molto sicuro.

Cosa succede quando questi bambini e giovani sono infine consegnati ai giudici? Per saperlo, accompagnato da Gerard Horton e Salwa Duaibis, ho passato qualche ora in un carcere nei dintorni di Gerusalemme, dove sono in attività i tribunali minorili presieduti da giudici militari. Entrare nell’aula del tribunale è un impegno lungo: bisogna sottomettersi a perquisizioni e percorrere corridoi recintati e con telecamere che mi hanno ricordato quello che ha rappresentato entrare, ed uscire, dalla Striscia di Gaza.

Ancora più interessante dei processi è stato chiacchierare con le madri ed i padri, o fratelli e sorelle, dei giovani palestinesi che erano processati. Una signora del villaggio di Beit Fajjar mi racconta che suo figlio, di 15 anni, ha passato sette mesi in carcere e che, la notte che i soldati lo hanno arrestato, hanno rotto tutto quello che c’era in casa. Ciononostante, i suoi occhi luccicano di allegria e sorride tutto il tempo: suo figlio ha terminato la condanna e spera che tra un minuto o un’ora (o due o tre) il giudice la chiami e le dica che se lo può riportare a casa.

Nessun’altra tra le persone che sono nell’aula dimostra la stessa gioia. Un uomo alto e malaticcio mi racconta che ha due figli in prigione – uno di 15 e l’altro di 17 anni – e che non è ancora riuscito a vederli. Ci mette tre giorni ad arrivare dal suo villaggio e non è neanche sicuro che oggi potrà parlare con loro. Lo accompagna una figlia, molto giovane e timida, che è stata picchiata dai soldati la notte che sono entrati rompendo a pedate la porta di casa sua, perché si era dimenticata di fargli vedere il cellulare che aveva in tasca e con cui forse li stava registrando.

I processi sono rapidi. Il o la giudice, in uniforme militare, parlano in ebraico e un ufficiale li traduce in arabo. Gli avvocati utilizzano l’arabo e sono tradotti in ebraico. Gli accusati, giovani semirapati e vestiti di nero, ascoltano in silenzio come si decide il loro destino. Improvvisamente, una ragazza, sorella di uno dei detenuti, si mette a piangere. Dal banco degli accusati, lui la implora con gli occhi e le mani di tranquillizzarsi, il suo pianto potrebbe peggiorare le cose.

La morte lenta di Silwan

In questo articolo descrive come avanzano le colonie in un quartiere di Gerusalemme est

El País

Mario Vargas Llosa – 2 luglio 2016

A differenza di altri quartieri di Gerusalemme, assolutamente puliti come quelli di una città svizzera o scandinava, gli abitanti palestinesi di Silwan, situato a est e limitrofo alla Città Vecchia e alla moschea di Al-Aqsa, rigurgita di spazzatura, pozzanghere puzzolenti e rifiuti. Temo che tanta sporcizia non sia casuale, ma piuttosto parte di un piano a lungo termine per cacciare progressivamente i 30.000 palestinesi che vivono ancora qui e rimpiazzarli con israeliani.

I coloni hanno iniziato ad infiltrarsi nel quartiere 11 anni fa dalla zona di Batan Al-Hawa. Quello che fino ad allora sembrava poco meno che casuale – gruppi di famiglie ultrareligiose che riuscivano a sistemarsi in una casa scelta a caso – ha preso le caratteristiche di un’operazione pianificata e con un chiaro obiettivo. I coloni che si sono installati nel quartiere di Silwan appartengono a due movimenti religiosi: Elad e Ateret Cohanim. Sono distribuiti in circa 75 case e non sono molti: circa 550. Ma si tratta di una testa di ponte, che, senza ombra di dubbio, continuerà a crescere. Il giorno successivo la mia visita al quartiere, è stato annunciato che le autorità di Israele avevano autorizzato la costruzione di un edificio nel quartiere per ospitare nuovi coloni di Ateret Cohanim.

Per sapere dove si trovano gli insediamenti basta guardare in alto: le bandiere israeliane, sventolando nella lieve brezza mattutina, indicano che hanno costituito un cerchio, come nel sud delle montagne di Hebron, all’interno del quale tutto il quartiere sta rimanendo incarcerato.

I modi con cui queste famiglie si impossessano di una casa sono diversi: sostenendo di possedere documenti antichi secondo i quali i proprietari erano ebrei; comprando un edificio attraverso un prestanome arabo; con atti ostili e minacce contro chi lo occupa fino a farlo scappare; presentando una denuncia nei tribunali perché decidano la demolizione di una casa in quanto non costruita con i necessari permessi, o, in casi estremi, approfittando di un viaggio o del fatto che i proprietari o gli inquilini sono usciti di casa per installarvisi a forza. Una volta che i coloni sono entrati, il governo israeliano manda la polizia o l’esercito a proteggerli, perché, chi potrebbe metterlo in dubbio, quelle gocce d’acqua degli invasori in mezzo a quel pelago di palestinesi sono in pericolo. Le gocce si trasformeranno in ruscelli, laghi, mari. I coloni religiosi che hanno messo radici qui non hanno fretta: l’eternità sta dalla loro parte. Così si sono progressivamente estese le enclave israeliane in Cisgiordania trasformandola in una groviera; così stanno crescendo anche nella Gerusalemme araba.

Si rispettano le forme, come nel resto della nazione: Israele è un Paese molto civile. A Batan Al-Hawa ci sono 55 famiglie palestinesi minacciate di espulsione, perché vivono in case che non hanno i documenti che ne garantiscano la proprietà e 85 immobili con ordine di demolizione, poiché, come al solito, sono state costruite senza ottenere i permessi adeguati.

Quando chiedo a Zuheir Rajabi, abitante e avvocato difensore palestinese del quartiere, che mi guida in questo percorso, se ha fiducia nell’onorabilità e nella neutralità dei giudici che devono pronunciarsi in merito, mi guarda come se fossi ancora più imbecille della mia domanda. “Abbiamo forse un’alternativa?”, mi risponde. E’ un uomo sobrio, che è stato varie volte in carcere. Ha tre figli di sette, nove e tredici anni che sono stati tutti e tre arrestati qualche volta. E una figlia, Darìn, di sei anni, che cammina attaccata a una delle sue gambe. La sua casa è circondata da due insediamenti ed ha ricevuto molte proposte di acquisto, per somme superiori al suo prezzo reale. Ma lui dice che non la venderà mai e che morirà nel quartiere; le minacce dei suoi vicini non lo spaventano.

Gli chiedo se i coloni installati a Silwan hanno figli. Sì, molti, ma escono molto di rado e generalmente scortati da poliziotti, soldati o dalla guardia privata che protegge gli insediamenti. Penso alla vita reclusa e terribile di quelle creature, chiuse in quelle case rubate, e a quella dei loro genitori e nonni, convinti che, perpetrando le ingiustizie che commettono, mettano in pratica un progetto divino e si guadagnino il paradiso. Naturalmente il fanatismo religioso non è patrimonio esclusivo di una minoranza di ebrei. Sono fanatici anche quei palestinesi di Hamas e della Jihad Islamica che si fanno a pezzi facendo scoppiare bombe in autobus o ristoranti, lanciano colpi di artiglieria sui kibbutz o cercano di accoltellare i soldati o pacifici passanti, senza capire che quei crimini servono solo ad allargare il solco, già molto grande, che separa e rende ostili le due comunità.

Improvvisamente, nel nostro girovagare per Silwan, Zuheir Rajabi mi indica un edificio di vari piani. E’ stato occupato tutto dai coloni, meno uno degli appartamenti, in cui rimane contro ogni avversità una famiglia palestinese di sette persone. Finora hanno resistito, nonostante il fatto che gli interrompano l’acqua, l’elettricità, che debbano suonare il campanello ai coloni per poter entrare ogni volta che escono in strada e, persino, che, quando aprono la finestra, li bombardino di spazzatura.

Mentre chiacchieriamo, senza che me ne sia reso conto, siamo stati circondati da ragazzini. Chiedo se qualcuno di loro è stato arrestato qualche volta. Quello che alza la mano ha una faccia birichina e sfrontata: “Io, quattro volte”. Ogni volta è stato solo un giorno e una notte; lo hanno accusato di tirare pietre ai soldati ed egli ha negato e negato e alla fine gli hanno creduto, per cui non lo hanno processato. Si chiama Samer Sirhan e suo padre ha avuto uno scontro con un colono, che gli ha sparato con la pistola e lo ha lasciato per la strada gravemente ferito. Nessuno lo ha soccorso per tutto il resto della notte e al mattino è morto, dissanguato.

Racconto queste storie tristi perché credo diano un’idea del problema più scottante che Israele deve affrontare: quello delle colonie, la crescente occupazione dei territori palestinesi che lo ha trasformato in un Paese coloniale, prepotente, e che ha fatto tanti danni all’immagine positiva e persino esemplare che ha avuto per molto tempo nel mondo.

Rimangono ancora molte cose di Israele da ammirare. Essersi trasformato, grazie al lavoro faticoso dei suoi abitanti, in un paese del primo mondo, con un livello di vita molto alto ed aver praticamente eliminato la povertà nella società israeliana grazie a politiche intelligenti, progressiste e moderne. E la maggior impresa che può vantare a proprio favore: aver integrato decine e decine di migliaia di ebrei provenienti da culture e costumi molti diversi, di lingue differenti, in una società in cui, nonostante l’unità della lingua ebraica che ne è il comune denominatore, coesistono fraternamente tutte, preservando la propria diversità (ditelo, sennò, al milione di russi che sono arrivati negli ultimi anni nel Paese).

Dalla prima volta che sono venuto in Israele, a metà degli anni ’70 del secolo scorso, ho sviluppato un grande affetto per questo Paese. Credo però che sia l’unico posto nel mondo in cui mi sento un uomo di sinistra, perché nella sinistra israeliana sopravvive l’idealismo e l’amore alla libertà che sono scomparsi in essa in buona parte del mondo. Con dolore ho visto come, negli ultimi anni, l’opinione pubblica locale stesse diventando ogni volta più intollerante e reazionaria, il che spiega che Israele abbia ora il governo più ultra nazionalista e religioso della sua storia e che le sue politiche siano ogni giorno sempre meno democratiche. Denunciarle e criticarle non è per me solo un dovere morale; è, allo stesso tempo, un atto di amore.

Gerusalemme, giugno 2016.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




Gli eroi palestinesi di Hebron

Haaretz, Amira Hass, 20 febbraio 2017

L’esercito israeliano non ammette che gli agricoltori palestinesi hanno bisogno di una scorta militare per coltivare le loro terre, in modo da impedire ai coloni di creare scompiglio.

Quando si parla di estrema violenza perpetrata dai coloni con l’incoraggiamento ufficiale, si pensa a Hebron (scusandoci per escludere dalla discussione tutte le altre colonie che beneficiano di provvedimenti di totale trasferimento – adducendo come motivo la violenza. E le colonie “moderate” di Efrat, Ariel, Givat Ze’ev e altre della stessa risma, la cui ingordigia di terra è appoggiata dalla violenza ufficiale e burocratica, che ha destinato terreni pubblici e privati alla costruzione di quartieri di classe media per ebrei – israeliani e di recente immigrazione – mentre distrugge il territorio palestinese).

Quando si dice Hebron, si pensa alla città vecchia, ma si dimenticano i quartieri sparsi lungo la strada sulla quale viaggiano i signori della terra, da Kiryat Arba alla città fantasma che hanno creato insieme all’esercito. Tutti i palestinesi che sono rimasti – alcuni solo perché non possono permettersi di andarsene, altri per la determinazione a non abbandonare il luogo – non sono nientemeno che eroi. Ognuno di loro merita il riconoscimento internazionale per il fatto di restare umani all’ombra di una delle più rozze mutazioni del popolo ebreo.

Kiryat Arba è costruito “a macchia di leopardo” con quartieri ben ordinati, su tutto ciò che le menti ebree hanno dichiarato “terra dello Stato” o espropriata per “necessità militari”. In mezzo e intorno alle ‘macchie’ ci sono case palestinesi, frutteti, vigneti e campi, su un territorio che Israele non è riuscito a trasformare in proprietà immobiliare di origine divina.

Per questo motivo, le persone che vivono lungo la strada, vicino alla zona di traffico palestinese, tra Kiryat Arba verso il centro di Hebron, sono anch’esse degli eroi, come ho scoperto la settimana scorsa conoscendo la famiglia di Abdul Karim Jabari (Haaretz, 19 febbraio). Per questo eroismo vale la pena di riportare la loro storia.

C’è qualcosa che la famiglia Jabari non ha subito? Il divieto per circa sei anni di accedere alla propria terra e di lavorarla. La costruzione da parte dei coloni di una struttura illegale che occupa una rilevante parte dell’area – che le autorità israeliane continuano a demolire, solo perché sia ricostruita più volte. Aggressioni fisiche, danneggiamento dei loro alberi, interruzione del loro lavoro e imposte astronomiche sulla proprietà.

Il 19 gennaio, tre settimane dopo che il governo aveva detto che Kiryat Arba non aveva autorità per esigere dai Jabari l’imposta sulla proprietà locale, l’esercito ha fatto irruzione nella loro casa col pretesto di cercare armi. Davvero? Secondo i servizi di sicurezza, mi è stato detto.

Cioé informazioni false, poiché nessuno è stato arrestato e l’ufficio del portavoce dell’esercito non ha riferito di nessun sequestro. Quel che possiamo fare è chiederci chi ha fornito la falsa informazione. In più, l’8 febbraio il coordinatore della sicurezza di Kiryat Arba ha scoperto che Jabari stava arando il suo terreno, ha deciso che questo non era stato concordato ed ha ordinato ai soldati di interrompere l’aratura.

Ho chiesto all’ufficio del portavoce dell’esercito di rispondere alla mia ipotesi che l’esercito avesse effettuato l’incursione su ordine dei coloni, per via della loro esplicita e nota volontà di rendere dura la vita dei Jabari in modo che la famiglia abbandoni la sua terra e la sua casa (facilitando l’espansione del quartiere di Givat Ha’avot). Non ho ricevuto risposta. Ho chiesto anche il nome del comandante che ha stabilito che i Jabari dovessero concordare con l’esercito i loro lavori agricoli e il motivo della decisione.

Il coordinatore dell’esercito per le Attività del Governo nei Territori di fatto ha detto che tale coordinamento non era richiesto, ma che un accompagnamento militare era “raccomandato”. Il COGAT ovviamente non ammetterà che la scorta è consigliata per ottenere l’ ‘approvazione’ dei coloni ed evitare i loro attacchi.

Nella sua risposta l’ufficio del portavoce dell’esercito ha detto: “Occorre sottolineare che l’esercito opera in Giudea e Samaria (Cisgiordania, ndtr.) in un contesto di civili, in cui enti civili hanno un ruolo prestabilito durante le operazioni nell’area. Questo collegamento avviene secondo regole e procedure. I coordinatori della sicurezza sono l’ente di sicurezza autorizzato e il collegamento con loro avviene in base alle regole e alle procedure, ma loro non hanno autorità di comando sui soldati.”

Per capire questa risposta enigmatica ed il fatto che il caso del coordinatore della sicurezza di Kiryat Arba non è stato un incidente isolato, dobbiamo ritornare all’ultimo rapporto di Breaking the Silence (Ong israeliana di ex soldati che denunciano gli abusi dell’esercito in Cisgiordania, ndtr.): “ L’Alto Comando – l’influenza dei coloni sulla condotta dell’esercito in Cisgiordania”, basato su testimonianze di soldati. Ecco qualche esempio.

Un sergente in servizio nell’area di Hebron nel 2007 ha detto: “Il coordinatore della sicurezza civile è come l’intelligence militare nei territori: ti danno comunicazione di un grave incidente e poi senti il tuo ufficiale che riceve una telefonata dal coordinatore della sicurezza civile. In tal modo il coordinatore della sicurezza civile non è altro che un’estensione dell’esercito.”

Un sergente maggiore in servizio a Ma’on (colonia a sud di Hebron, ndtr.) nel 2013 ha detto: “Il coordinatore della sicurezza civile ha affermato ‘Io sono il comandante sul campo, io do gli ordini, quando arriva l’esercito lo dirigo io.’ ”

Un altro sergente maggiore in servizio nella valle del Giordano nel 2013 ha detto: “I coordinatori della sicurezza vanno al sodo: ognuno è padrone nella sua zona.”

Un altro sergente, in servizio a Ofra (colonia nel nord della Cisgiordania, ndtr.) nel 2010, ha raccontato di una scorta per i palestinesi durante la raccolta delle olive in un boschetto che è rimasta intrappolata nella colonia.

Alla domanda su chi stabilisse quanto tempo fosse concesso ai palestinesi per raccogliere le loro olive, ha risposto: “Il coordinatore della sicurezza civile. E’ l’unico che conosce il problema. Solo dopo gli eventi capisci chi è il coordinatore della sicurezza civile e che cosa significa ricoprire quel ruolo. Fa parte della colonia, la protegge; è contro i palestinesi. Il Ministero della Difesa lo paga, ma lui non è un loro dipendente. Tu non hai autorità su di lui, ma lui ha una sorta di autorità su di te. In generale, ti dicono ‘Fai ciò che ti dice il coordinatore della sicurezza civile.’ ”

Chi te l’ha detto?”

I comandanti della compagnia. Ed è il coordinatore della sicurezza civile che stabilisce dove i palestinesi dovrebbero stare e dove non dovrebbero.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)