Israele sta combattendo un’altra guerra, una guerra che non fa notizia

Mariam Barghouti

20 gennaio 2026 Al Jazeera

Nella Cisgiordania occupata Israele ha mobilitato tutte le sue risorse militari e coloniali per rendere impossibile la vita ai palestinesi

Mentre gli Stati Uniti concentrano gli sforzi sul mantenimento dell’aggressione israeliana a Gaza attraverso la messa in scena di un cessate il fuoco, un’altra guerra è in corso in Cisgiordania.

Negli ultimi due anni Israele ha intensificato le sue “operazioni di controinsurrezione” in Cisgiordania per “contrastare il terrorismo palestinese”. L’uso di termini come “operazioni di controinsurrezione” non è casuale. Israele sfrutta termini militari per nascondere le intenzioni e manipolare la realtà. Dall’Operazione Muro di Ferro all’Operazione Campi Estivi e all’Operazione Cinque Pietre fino alla più recente operazione “antiterrorismo” ad al-Khalil (Hebron), le azioni vengono presentate e riportate come temporanee, mirate e di risposta.

Ma non lo sono. L’intensificazione dell’aggressione militare – insieme alla violenza delle milizie dei coloni, alla distruzione delle infrastrutture, alle demolizioni di case e al crescente numero di posti di blocco e checkpoint – mira a creare dati di fatto sul campo che rendano la vita impossibile ai palestinesi, proprio come a Gaza.

Le zone di guerra in Cisgiordania

Nel 2025 l’assalto militare israeliano in Cisgiordania ha provocato la più grande campagna di sfollamento di massa che i palestinesi abbiano mai affrontato dal 1967, con quasi 50.000 palestinesi cacciati con la violenza dalle loro case.

L’esercito israeliano ha distrutto i campi profughi di Jenin e Tulkarem e ha negato ai loro residenti il ​​diritto al ritorno. Ora ha di fatto trasformato i due campi nel suo quartier generale militare al nord.

Le truppe israeliane hanno anche intrapreso la quasi totale distruzione delle infrastrutture, tra cui strade, sistemi fognari e la rete elettrica. Almeno il 70% delle strade della città di Jenin è stato spianato con i bulldozer e la maggior parte delle condutture idriche e delle reti fognarie a Jenin e Tulkarem sono state distrutte nel giro di poche settimane, con perdite economiche per milioni di dollari.

In tutto il distretto migliaia di famiglie sono state private sia dell’acqua che dell’elettricità. E ancora oggi le famiglie sfollate vivono in aree difficili da raggiungere, con pochissime infrastrutture civili.

Parallelamente l’esercito israeliano ha ampliato la geografia della sua violenza. Le truppe israeliane ora effettuano incursioni regolari nelle città centrali della Cisgiordania, tra cui Ramallah e Ariha (Gerico), e nel sud di al-Khalil (Hebron) e a Betlemme. In questi attacchi i palestinesi vengono assediati, terrorizzati e talvolta giustiziati dai soldati israeliani che operano impunemente.

Questa settimana l’esercito israeliano ha lanciato un’operazione su larga scala ad al-Khalil (Hebron) con il pretesto di riportare la legge e l’ordine. L’intera città è stata messa sotto assedio con carri armati israeliani a pattugliare le strade, mentre uomini e ragazzi vengono arrestati, sottoposti a interrogatori sul campo e trattenuti in condizioni brutali.

Ma la violenza israeliana non si limita alle incursioni e alle operazioni dell’esercito. Dove va l’esercito, seguono i coloni. Con vero spirito coloniale, l’esercito funge da apripista e accompagna gli attacchi delle milizie dei coloni israeliani contro la popolazione e le proprietà palestinesi e dà il via all’annessione delle terre dei pastori. Negli ultimi due anni gli israeliani che vivono illegalmente in Cisgiordania sono stati dotati di armi di livello militare che vanno dagli M16 di fabbricazione statunitense alle pistole e ai droni, e le usano a loro piacimento.

È ormai chiaro che le operazioni di “controinsurrezione” di Israele non mirano a ottenere la vittoria “sul campo di battaglia”. Sono uno sforzo coordinato con i coloni per riprogettare l’ambiente territoriale e sociale in Cisgiordania in modo che non possano esserci dissenso o resistenza.

Quando una logica di controinsurrezione viene applicata a una popolazione civile occupata è un modo di trasformare case, strade e pratiche quotidiane in strumenti di controllo.

L’infrastruttura della paura

Lo scorso gennaio i coloni israeliani hanno affisso manifesti sulle strade principali della Cisgiordania. Recavano scritto a caratteri cubitali: “Non c’è futuro in Palestina”. I palestinesi hanno capito quello che era: una dichiarazione di guerra. Siamo ora nel pieno svolgimento.

Ogni settimana, in media, nove palestinesi vengono uccisi, altri 88 feriti, 180 arrestati, una dozzina torturati in interrogatori sul campo, a cui si aggiungono una media di 100 attacchi di coloni israeliani, 300 raid e assalti militari e 10 demolizioni di case e proprietà palestinesi. Tutto questo è fatto in una sola settimana.

Questi dati non riflettono solo l’aumento del livello di violenza, ma anche la sua frequenza. L’obiettivo di questa intensificazione è erodere qualsiasi senso di normalità per i palestinesi.

Migliaia di raid nel corso di un anno, uniti all’espansione delle colonie, alle nuove tangenziali, a centinaia di nuovi posti di blocco militari e alla sorveglianza sistemica, non sono episodici; hanno trasformato la violenza da eccezione a routine, normalizzando la disgregazione in condizione dell’amministrazione.

La violenza coloniale dei coloni detta legge nella vita dei palestinesi; determina quando le persone dormono, dove giocano i bambini, quando possono andare a scuola, se le attività commerciali aprono e come viene immaginato il futuro. Impone la necessità di una costante ricalibrazione. Prosciuga ed esaurisce.

In tutta la Cisgiordania la vita quotidiana palestinese è strutturata attorno a violente interruzioni. Israele non solo sta ridisegnando la mappa attraverso l’annessione di fatto, ma sta usando la paura come infrastruttura per ridisegnare i confini di dove i palestinesi possano vivere in sicurezza.

Questo influenza ogni aspetto della vita. Come giornalista palestinese, ogni volta che mi metto in viaggio mi ritrovo ad affrontare una familiare e paralizzante ansia per ciò che potrebbe accadere. Raramente percorro la stessa strada due volte. Un giorno è chiuso un villaggio; il giorno dopo un’intera città. Un viaggio di un’ora si trasforma in un viaggio di tre ore, a volte quattro. Devio continuamente attraverso le montagne, mentre cancelli e posti di blocco israeliani compaiono a ogni entrata e uscita di ogni villaggio e città palestinese.

La nostra vita in Cisgiordania si misura in deviazioni. Che non solo evidenziano il furto sistematico e accelerato di territorio e risorse vitali da parte di Israele, ma servono anche a rubare tempo e a impoverire le capacità socioeconomiche. Israele non solo ha interrotto la continuità territoriale in Cisgiordania, ha distrutto anche la vita sociale, il radicamento psicologico e le possibilità politiche.

E così, mentre alcuni palestinesi vengono cacciati sotto la minaccia delle armi, gli altri vengono cacciati attraverso l’infrastruttura della paura.

Israele è riuscito a creare un ambiente ostile in cui persino le case possono trasformarsi in campi di battaglia in pochi minuti. Allo stesso tempo, la violenza delle milizie armate israeliane e la proliferazione di avamposti soffocano aree urbane come Nablus, Ramallah, Betlemme e al-Khalil (Hebron).

L’esercito israeliano ha persino iniziato a saccheggiare sistematicamente i negozi di cambiavalute e a rubare oggetti di valore, come oro e argento, dalle case. Questo è importante quanto il terrore quotidiano, perché Israele non solo sta distruggendo le infrastrutture fisiche, ma sta anche rendendo impossibile la ripresa e la ricostruzione.

Frammentare un popolo

Una terra disconnessa è un popolo disconnesso. Le città palestinesi in Cisgiordania si stanno riducendo e vengono inglobate in uno Stato coloniale israeliano in continua espansione.

L’anno scorso Israele ha formalizzato i piani per sviluppare il progetto della colonia illegale E1 e quest’anno si prevede che porterà avanti il ​​piano di espansione delle colonie vicino a Gerusalemme, nella Valle del Giordano e attorno a Ramallah. Questi sviluppi separerebbero di fatto Gerusalemme Est occupata dalla Cisgiordania e il nord dal sud. I coloni israeliani stanno ora issando bandiere israeliane su strade e case palestinesi come simbolo di conquista.

La Cisgiordania è fondamentale per comprendere che la guerra non arriva solo con le bombe; a volte arriva con posti di blocco, permessi, restrizioni urbanistiche, violenza sponsorizzata dallo Stato e il dirottamento di risorse vitali dai palestinesi alle colonie. Non si tratta semplicemente della frammentazione del territorio in preparazione della colonizzazione, ma del lento degrado della capacità della popolazione nativa di esistere come collettività. La Cisgiordania è il luogo in cui la guerra si scatena sotto la soglia delle notizie, senza alcuna linea del fronte.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese-americana residente a Ramallah.

I commenti politici di Barghouti sono apparsi, tra gli altri, sull’International Business Times, sul New York Times e su TRT-World.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Moschea di Al-Aqsa: i palestinesi hanno ancora una volta ragione mentre Israele intensifica le violazioni

Abed Abou Shhadeh

5 agosto 2025 – Middle East Eye

Il governo di Netanyahu sta sfruttando l’impunità globale per riformulare demografia e geografia dal fiume al mare, inclusa la Moschea di Al-Aqsa.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui i diplomatici arabi e occidentali continuano a liquidare le dichiarazioni politiche israeliane come mera retorica.

Altrettanto sconcertante è la misura in cui i politici israeliani si sono dimostrati onesti ed espliciti riguardo alle loro intenzioni.

Ora, a 21 mesi dall’inizio del genocidio israeliano a Gaza, possiamo guardare indietro e vedere come Israele abbia, passo dopo passo, attuato quasi tutte le promesse fatte l’8 ottobre 2023, e il mondo è rimasto a guardare mentre intere città venivano cancellate dalla faccia della terra.

Con il passare del tempo il consenso globale si è spostato verso il riconoscimento che ciò che sta accadendo a Gaza è una campagna di sterminio anche per mezzo della fame, ma solo dopo che la catastrofe si è verificata.

Eppure mentre il mondo guarda questo orrore in corso Israele continua a insistere.

Azioni unilaterali

Per limitarci all’ultimo mese la Knesset israeliana ha approvato un disegno di legge simbolico ma politicamente significativo che approva di fatto l’annessione della Cisgiordania. In seguito a fine luglio il Ministero della Difesa ha trasferito il controllo amministrativo della Moschea Ibrahimi di Hebron, la seconda moschea più grande della Palestina, dal Waqf palestinese e dalle autorità locali al Consiglio religioso di Kiryat Arba.

A partire dal Protocollo di Hebron del 1997, parte degli Accordi di Oslo II, le autorità palestinesi, in particolare il Waqf islamico e il Comune di Hebron, erano responsabili delle questioni civili relative alla sezione musulmana della moschea, comprese le infrastrutture di sicurezza, l’elettricità, i servizi igienici e i sistemi di sorveglianza, mentre le forze israeliane controllavano la sicurezza e l’accesso degli ebrei.

Tuttavia, questi vincoli amministrativi e legali, che in precedenza avevano impedito alle autorità israeliane di modificare le strutture di gestione o apportare modifiche fisiche senza il consenso palestinese, sono stati aggirati o rimossi dall’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano. Questo cambiamento apre la strada a cambiamenti unilaterali, tra cui progetti di costruzione e controllo da parte dei coloni, ed è ampiamente condannato come una violazione del diritto internazionale e del consolidato accordo sullo status quo del sito.

Nel fine settimana coloni ebrei, sotto la stretta sorveglianza della polizia, hanno preso d’assalto il complesso della Moschea di Al-Aqsa in numero senza precedenti. Guidati dal Ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir che ha poi guidato riti di preghiera all’interno del complesso stesso.

Si è trattato dell’ottava incursione di questo tipo dall’inizio del genocidio e dell’undicesima dalla sua nomina, laddove in passato la polizia aveva limitato l’accesso dei visitatori ebrei alla piazza orientale e li aveva trattenuti dall’effettuare riti religiosi.

Sebbene secondo le autorità religiose ebraiche ufficiali vi sia il divieto di ingresso degli ebrei nel complesso della Moschea di Al-Aqsa e nonostante l’accordo di status quo instaurato dopo l’occupazione di Gerusalemme nel 1967 – che proibisce agli ebrei di pregare in quel luogo e ne lascia l’amministrazione nelle mani del Waqf islamico, consentendo solo ai musulmani di pregarvi – questa volta ai coloni ebrei è stato consentito l’accesso all’intero complesso e di pregare liberamente.

Ciò che ha reso questa visita ancora più significativa è stata la dichiarazione di Ben Gvir durante la sua marcia verso la moschea in occasione di Tisha B’Av, il giorno di lutto ebraico per la distruzione del Primo e del Secondo Tempio. Infatti ha dichiarato che quel giorno non avrebbe dovuto essere solo un giorno di dolore, ma di “costruzione” – la costruzione del Terzo Tempio.

Questa dichiarazione è arrivata solo pochi mesi dopo che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva pubblicato un video dai tunnel scavati sotto la Moschea di Al-Aqsa, un progetto decennale che i palestinesi hanno ripetutamente avvertito minacciare le fondamenta strutturali della moschea: hanno collegato l’erosione e i danni visibili agli scavi israeliani in corso.

Avvertimenti palestinesi inascoltati

Ciò che è ancora più frustrante è la noncuranza internazionale e araba per ciò che i palestinesi dicono e paventano.

Più volte i palestinesi hanno messo in guardia dalle intenzioni israeliane, soprattutto riguardo alla Moschea di Al-Aqsa, e più volte i loro avvertimenti sono stati respinti come infondati.

E ora, come si evince dal comunicato stampa del Governatorato di Gerusalemme che afferma: “Oggi la divisione spaziale della Moschea di Al-Aqsa è apertamente e pericolosamente iniziata; mettiamo in guardia contro una guerra di religione nella regione”, i palestinesi avevano tragicamente ragione .

Per decenni i palestinesi hanno avvertito che Israele intendeva modificare lo status della moschea di Al-Aqsa. Oggi questo si sta verificando sotto i nostri occhi e siamo testimoni di questi cambiamenti.

Nonostante tutti questi sviluppi, negli ambienti diplomatici internazionali persiste un atteggiamento noncurante basato sul falso presupposto che le azioni di Israele siano esagerate o poco serie. Eppure ogni anno porta con sé un nuovo livello di trasgressione. Mentre un tempo la polizia proibiva la preghiera ebraica all’interno del complesso della moschea, oggi è il ministro responsabile della polizia a guidarla personalmente.

Il genocidio a Gaza ha dimostrato che Israele non solo è capace di atrocità di massa, ma è anche incoraggiato dall’impunità globale. Negli ultimi 21 mesi, Israele ha violato centinaia, se non migliaia, di leggi e convenzioni internazionali.

A parte gli Stati Uniti, a nessun altro Paese sarebbe permesso comportarsi come Israele. Persino la Russia, a causa dell’invasione dell’Ucraina, rimane sottoposta a pesanti sanzioni nonostante la sua importanza economica ed energetica per l’Europa.

Eppure Israele, nonostante le proteste globali e l’enorme indignazione pubblica, continua a godere del sostegno occidentale e arabo mentre prosegue il genocidio.

La brutalità ricompensata

I paesi occidentali continuano a fornire armi a Israele. I regimi arabi stanno sempre più esplorando la normalizzazione [dei rapporti con Israele, n.d.t.] in quella che può essere interpretata solo come una ricompensa per la brutalità di Israele.

Questa realtà richiede una ridefinizione della strategia dei palestinesi: che aspetto ha il potere nel XXI secolo e come possiamo affrontare un mondo in cui il genocidio non è punito ma incentivato?

Israele sta ora perseguendo un piano concepito da lungo tempo: il trasferimento di massa dei palestinesi da Gaza. L’unico elemento mancante è uno o più paesi ospitanti disponibili.

Dall’inizio della guerra Israele ha apertamente proposto questo piano e, dopo l’approvazione dell’idea da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la sua presidenza, ha investito risorse per realizzarlo.

La convinzione che Israele fallirà senza incontrare resistenza non è altro che un’illusione. L’inviato speciale di Trump in Medio Oriente, Steve Witkoff, ha visitato di recente Israele e Gaza e ha dichiarato che “non c’è carestia a Gaza”, nonostante soldati e operatori umanitari americani segnalino fallimenti catastrofici sul campo.

Lo stesso inviato continua a sostenere la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione controllata da Israele che gestisce i flussi umanitari, nonostante le prove schiaccianti della sua complicità.

Gli sviluppi sul campo non fanno che riaffermare che il popolo palestinese è solo in questa lotta: costretto a confrontarsi con uno Stato a cui non si applica il diritto internazionale, uno Stato capace di commettere genocidio anche mediante la fame con il sostegno dei governi occidentali

Israele sta ora sfruttando la situazione per modificare la demografia e la geografia del territorio dal fiume al mare e verosimilmente anche all’interno della moschea di Al-Aqsa.

È vero che Israele non è riuscito a raggiungere tutti i suoi obiettivi e continua a pagare un prezzo sotto forma di vite umane e instabilità sociale. Sono convinto che l’opinione pubblica internazionale finirà in futuro per tradurre la sua indignazione in azioni politiche. Ancora più importante, lo scopo di questo articolo non è dire “ve l’avevamo detto”, ma di avvertirvi: se il mondo continuerà a ignorare le dichiarazioni dei politici israeliani, questi non si fermeranno al genocidio di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti) 




Aumentano irruzioni nelle case e violenze: a Hebron è in corso il trasferimento “volontario” dei palestinesi

Gideon Levy e Alex Levac

11 luglio 2025 https://archive.is/yzTdM

Mentre la guerra infuria, le incursioni di coloni e soldati israeliani nelle case palestinesi della Città Vecchia di Hebron diventano sempre più frequenti e violente

La piazza del mercato è vuota, come recita la famosa canzone su un’altra Città Vecchia, quella di Gerusalemme. Il mercato principale di Hebron è quasi completamente deserto da anni. Per capirne il motivo, basta alzare lo sguardo: appesi alle grate metalliche installate dai palestinesi per proteggere le bancarelle dai coloni, pendono sacchetti di spazzatura ed escrementi che questi ultimi lanciano ai passanti.

Le case dei coloni nel Quartiere Ebraico di Hebron incombono sul mercato morto e vi si affacciano. Oltre il checkpoint, in quel quartiere, non è rimasto un solo negozio o bancarella palestinese. Più avanti, anche la parte ancora aperta del mercato questa settimana era semideserta. Non mancano prodotti e bancarelle colorate, ma i clienti sono pochi.

I palestinesi non hanno soldi, in una città che un tempo, prima dello scoppio della guerra nella Striscia di Gaza, era il centro economico della Cisgiordania. Volete sapere perché? Guardate il cancello d’ingresso principale. Questa settimana era sprangato. Una città di un quarto di milione di abitanti è chiusa a chiave. Esiste qualcosa di simile in un altro luogo del pianeta?

I soldati israeliani controllano l’ingresso principale a Hebron. A volte aprono il cancello, a volte no. Non si può mai sapere quando sarà sbloccato. Lunedì scorso, durante la nostra visita, non l’hanno aperto. Ci sono percorsi alternativi, alcuni tortuosi e collinari, ma è impossibile vivere così. Proprio per questo il cancello viene chiuso: perché è impossibile vivere così. Non c’è altra ragione se non il bisogno dell’esercito israeliano di vessare gli abitanti, cosa che fanno ancora più violentemente dopo il 7 ottobre, per spingerli alla disperazione, e forse oltre. In modo permanente.

Forse alcuni sceglieranno finalmente di andarsene, realizzando così il sogno di alcuni dei loro vicini ebrei. Da parte sua, l’esercito israeliano collabora con entusiasmo a questi piani satanici, lavorando a braccetto con i coloni al tanto agognato trasferimento di popolazione. Sotto la copertura della guerra nella Striscia, anche qui le vessazioni hanno avuto un’accelerazione e sono quasi senza freni.

Nessun luogo lo dimostra meglio dell’Area H2, sotto controllo israeliano, che include l’insediamento ebraico nella città e gli antichi quartieri che lo circondano. Qui il trasferimento non striscia, galoppa. Gli unici palestinesi ancora visibili sono quelli che non hanno i mezzi per abbandonare questa vita infernale, sotto il terrore dei coloni e dell’esercito, in uno dei centri dell’apartheid in Cisgiordania. Qui si trovano antichi edifici in pietra, adornati di archi, in un quartiere che potrebbe essere un tesoro culturale, un sito patrimonio dell’umanità, ma che giace abbandonato e semidistrutto, tra la spazzatura dei coloni e i loro graffiti d’odio ultranazionalista.

Dopo aver parcheggiato (ora c’è abbondanza di spazio nel mercato desolato) imbocchiamo una scala stretta e buia. Attraverso la finestra con le sbarre si vedono cumuli di rifiuti; dietro di essi, le istituzioni dei coloni: Beit Hadassah, il centro religioso di studi Yona Menachem Rennart e l’edificio del Fondo Joseph Safra. Le case dei coloni sono a portata di mano. Basta allungare un braccio.

Questa è Shalalah Street, in parte sotto controllo palestinese. L’antico edificio in pietra che abbiamo visitato è stato ristrutturato negli ultimi anni dal palestinese Comitato per la Riabilitazione di Hebron, e non si può non ammirarne la bellezza, nonostante le deprimenti condizioni dei dintorni. A poche decine di metri dal checkpoint che conduce al Quartiere Ebraico, questa struttura stretta su tre piani ospita cinque famiglie. La famiglia allargata Abu Haya, genitori, figli e nipoti, inclusi 15 tra bambini e neonati, rimane qui per l’affitto basso.

Attraversando una ressa di bambini saliamo al terzo piano, nell’appartamento di Mahmoud Abu Haya e sua moglie Naramin al-Hadad. Mahmoud ha 46 anni, Naramin 42, hanno cinque figli, alcuni dei quali già con famiglia propria. Naramin aveva 15 anni quando si è sposata, racconta con un sorriso.

Il padre di famiglia, un tempo muratore ad Ashkelon, è disoccupato da quando è scoppiata la guerra, il 7 ottobre 2023. Naramin cucina a casa e vende il cibo agli abitanti del luogo. Questa è l’unica fonte di reddito della famiglia al momento. Prima della guerra, era anche volontaria nell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Con una videocamera fornita dell’ONG nell’ambito del suo Camera Project, documentava ciò che accadeva nella zona. Ma ora Naramin non osa più partecipare al progetto. È troppo pericoloso possedere una videocamera qui. L’ultima volta che l’ha usata, l’unica durante la guerra, è stato circa cinque mesi fa, quando ha documentato un incendio appiccato dai coloni sulla tettoia sovrastante il mercato. Circa un mese e mezzo fa, i soldati sono venuti nell’appartamento, hanno mostrato a Naramin una foto di suo figlio Nasim di 7 anni, e poi sono andati via portandolo con sé – se lo sono portato via. L’hanno rilasciato, terrorizzato, circa mezz’ora dopo.

Le incursioni notturne nelle case palestinesi sono diventate molto più frequenti negli ultimi 21 mesi. Da una volta al mese, in media, l’esercito ora irrompe nelle loro case almeno una volta a settimana, dice Naramin, quasi sempre nel cuore della notte.

Nessun israeliano conosce una realtà in cui, per anni, in qualsiasi momento, ti svegli di soprassalto al rumore e alla vista di decine di soldati armati e mascherati che invadono la tua casa, a volte con i cani, per poi spingere tutti gli occupanti storditi, inclusi i bambini terrorizzati, in una sola stanza. In alcuni casi gli invasori picchiano e perquisiscono violentemente i locali, lasciando una scia di distruzione dietro di sé; in tutti i casi insultano e umiliano.

In passato, queste incursioni sembravano avere uno scopo: l’arresto di un sospettato, la ricerca di materiale bellico. Ma dall’inizio della guerra si ha l’impressione che l’unica ragione dei raid sia seminare paura e panico, e inasprire la vita dei palestinesi. Chiaramente non hanno altro scopo.

L’ultimo episodio che ha coinvolto la famiglia Abu Haya è avvenuto una settimana fa. Nelle prime ore di giovedì scorso, Maher, figlio di Naramin, 24 anni, sposato con Aisha di 18 e padre di due bambini piccoli, è uscito di casa ma è tornato indietro dopo aver visto i soldati avvicinarsi alla porta d’ingresso.

Le telecamere di sicurezza installate dalla famiglia mostrano Maher innocentemente in piedi in strada e i soldati che appaiono all’improvviso. Gli hanno ordinato di farli entrare e guidarli nell’edificio. Maher li ha portati all’altro ingresso, che conduce all’appartamento di suo fratello Maharan, 23 anni, sposato e padre di una bimba di 6 settimane, per evitare di svegliare tutti gli altri numerosi bambini nell’edificio.

Ma a Maher è stato ordinato di svegliare tutti e radunare gli occupanti di ogni piano in una stanza. I soldati non hanno detto nulla sul motivo dell’operazione. Maharan aveva appena cercato di mettere a dormire la figlia quando i soldati hanno fatto irruzione. Maher ha bussato alla porta dell’appartamento dei genitori e li ha svegliati. Suo zio Hamed, 35 anni, è stato tirato giù dal letto; nonostante fosse stato spiegato ai soldati che era in convalescenza dopo un intervento alla schiena è stato afferrato per la gola e trascinato fuori.

Le tre famiglie del terzo piano sono state concentrate nel piccolo soggiorno in cui siamo stati ospitati questa settimana. Naramin ricorda che era preoccupata per ciò che accadeva ai piani inferiori. Hanno sentito Maher urlare, come se venisse picchiato.

Un soldato ha strappato la tenda all’ingresso del soggiorno di Naramin, poi i suoi compagni hanno fracassato gli oggetti di vetro nella credenza. Senza motivo. I bambini hanno cominciato a piangere. Naramin voleva aprire una finestra, perché dentro si soffocava, ma un soldato, più giovane della maggior parte dei suoi figli, glielo ha impedito.

Il giorno dopo, la ricercatrice sul campo di B’Tselem Manal al-Ja’bri ha raccolto la testimonianza della moglie di Maharan. Ha raccontato che la bimba piangeva e che voleva allattarla, ma i soldati non glielo permettevano. Anche le richieste di acqua sono state rifiutate.

Dopo circa un’ora, le truppe hanno ordinato a Naramin e agli altri della sua famiglia di spostarsi in un altro appartamento dell’edificio. Il pavimento era cosparso di vetri rotti e lei aveva paura per i suoi bambini scalzi. Poi ha sentito il rumore di stoviglie che si rompevano nella sua casa. I soldati hanno anche gettato a terra il ventilatore, rompendolo.

Ja’bri dice di aver già documentato circa 10 casi simili di distruzione fine a se stessa nella stessa zona, popolata da palestinesi economicamente svantaggiati.

Qual era lo scopo dell’incursione della scorsa settimana? Ecco la risposta dell’Unità Portavoce dell’esercito israeliano questa settimana: “Il 2 luglio 2025, l’IDF ha operato nella città di Hebron, che è sotto la supervisione della Brigata Ebraica, in seguito a informazioni di intelligence. L’attività si è svolta senza eventi eccezionali, e le accuse di distruzione di proprietà non sono note.”

Verso le 2 di notte è scesa la quiete sull’edificio. Naramin ha osato guardare fuori per vedere se i soldati se ne fossero andati; avevano lasciato la casa senza avvisare gli occupanti. A chi importava? I palestinesi potevano rimanere dove erano fino al mattino. Maher era ferito ma non ha voluto dire a sua madre cosa gli avessero fatto. Le tre auto della famiglia erano state vandalizzate; le chiavi sono state trovate nel cassonetto.

Mentre ci servivano il caffè, la famiglia ha scoperto che anche il vetro del tavolo era incrinato. Stanno pensando di andarsene? Naramin sobbalza come morsa da un serpente, e risponde con un secco “No”.

La scorsa settimana quattro famiglie hanno lasciato il vicino quartiere di Tel Rumeida. Non ce la facevano più. In totale, Ja’bri stima che almeno 10 famiglie abbiano abbandonato il quartiere dall’inizio della guerra. La scorsa settimana a quanto pare non c’erano problemi di sicurezza da investigare e a Tel Rumeida, dove ai palestinesi non è permesso introdurre alcun tipo di veicolo, nemmeno un’ambulanza, è stato concesso l’ingresso a un veicolo commerciale per rimuovere le proprietà delle famiglie in partenza. Alcuni fini, a quanto pare, giustificano tutti i mezzi.

Siamo poi saliti sul tetto, per vedere il panorama. Antichi edifici in pietra piantati sul pendio. Ma il tetto era soffocato su tutti i lati dagli edifici dei coloni.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Come il Wall Street Journal è caduto nella trappola dell'”emirato” di Hebron

Qassam Muaddi

8 luglio 2025-Mondoweiss

Il Wall Street Journal voleva far credere che il suo articolo su uno “sceicco” che vuole formare un “emirato” a Hebron sotto il controllo israeliano sia una rivelazione politica eccezionale. Ma chiunque abbia una conoscenza di base della Palestina può raccontare una storia diversa

In un raro caso la scorsa settimana il Wall Street Journal si è finalmente interessato a una voce palestinese, arrivando persino a dedicargli un intero articolo. Il fulcro dell’articolo “di rottura” del WSJ è un uomo di Hebron, di nome Wadea Jaabari, che si propone di guidare una nuova potenziale entità: l'”emirato” di Hebron che, a suo dire, si separerebbe dall’Autorità Nazionale Palestinese e riconoscerebbe Israele come Stato ebraico.

Il WSJ presenta Jaabari e il suo “emirato” come se si trattasse di un importante sviluppo nella politica palestinese, soprattutto perché l’uomo che lo sostiene viene presentato come il “leader del clan più influente di Hebron”. Il WSJ sottolinea che Jaabari ha dichiarato che avrebbe riconosciuto Israele come Stato ebraico in cambio dell’adesione agli Accordi di Abramo, presumibilmente interrompendo “decenni di rifiuto” da parte palestinese. Raffigura inoltre il cosiddetto emirato come un’idea creativa e “fuori dagli schemi”, al posto del quadro della soluzione a due Stati che l’articolo inizia liquidando come futile. Tuttavia, l'”emirato” di Jaabari era una notizia di scarso rilievo in Palestina, non riuscendo nemmeno a comparire sui titoli locali e venendo per lo più ridicolizzato sui social media. È scomparso dalla scena pubblica nel giro di 24 ore, dopodiché gli altri leader del clan Jaabari hanno rilasciato una dichiarazione in cui sconfessavano l’autoproclamato “leader”, affermando che non aveva alcuno status all’interno della famiglia e che non parlava a nome di nessuno se non di sé stesso.

Nella dichiarazione si affermava che Wadea Jaabari è “sconosciuto alla famiglia e non vive a Hebron”. Un residente palestinese di Hebron che ha chiesto di rimanere anonimo ha dichiarato a Mondoweiss che “l’uomo in questione vive a Gerusalemme e non ha alcuna influenza a Hebron, né all’interno del clan Jaabari né in città”.

“Suo padre era una persona influente ma, alla sua morte, suo figlio non aveva lo stesso status ed è stato completamente assente dagli affari della famiglia e della città”, ha affermato la fonte. “A Hebron la gente non ha nemmeno preso sul serio la notizia, perché tutti sanno che il cosiddetto emirato non ha alcuna base in città o in alcun clan”. La fonte ha aggiunto che gli anziani Jaabari hanno tenuto la conferenza stampa per porre fine alla accesa controversia mediatica.

Una vecchia storia fallita

Non è la prima volta che un individuo o un gruppo palestinese cerca di dare vita a una leadership locale in completa conformità con i dettami israeliani, spesso come alternativa al movimento nazionale palestinese. Infatti, poco dopo l’occupazione del 1967, un gruppo di élite locali a Hebron e a Nablus si rivolse alle autorità militari israeliane chiedendo il riconoscimento come rappresentanti delle proprie regioni in cambio di collaborazione.

In seguito, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, Israele organizzò una serie di consigli locali composti da collaborazionisti ed élite rurali tradizionali che accettarono di partecipare a creare un’alternativa all’influenza politica dell’OLP. Questi consigli erano chiamati Leghe di Villaggio e ricevettero ampi poteri municipali per avviare progetti di sviluppo locale e controllare le esigenze amministrative dei palestinesi, come la concessione di permessi di costruzione e di viaggio e persino la patente di guida.

Le Leghe di Villaggio durarono meno di cinque anni e fallirono miseramente. Il fatto che ogni espressione politica palestinese in Cisgiordania e a Gaza fosse severamente punita all’epoca dalle autorità israeliane alimentò la falsa impressione che le Leghe non avrebbero trovato concorrenza. Ma gli eventi dimostrarono che non si trattava di competizione politica: il motivo per cui Israele cercò di creare un’alternativa all’OLP nei villaggi era che in precedenza non era riuscito a farlo nelle città.

Negli anni ’70 Israele permise elezioni municipali nelle città palestinesi, aspettandosi che candidati “moderati” favorevoli alle autorità israeliane avrebbero vinto facilmente. Molti di loro vinsero alle elezioni municipali del 1972, ma, con un inaspettato colpo di scena, quattro anni dopo, alle elezioni del 1976, i candidati indipendenti noti per essere vicini all’OLP conquistarono le municipalità con una schiacciante vittoria.

Fu allora che Israele decise di riprovare nelle campagne, aspettandosi che la struttura sociale più “tradizionale” e i legami sociali basati sui clan li avrebbero resi disponibili a collaborare con Israele. Nel 1978 fu proclamata la prima Lega dei rappresentanti dei villaggi di Hebron, seguita da altre due per i villaggi intorno a Nablus e Ramallah. Israele contava così tanto su queste Leghe che nel 1981 l’allora Ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon decise di consegnare ai loro leader 100 armi da fuoco.

Ma Israele aveva fatto di nuovo male i suoi calcoli. Non aveva compreso la storia anticoloniale delle campagne palestinesi, che era incisa nel sentimento pubblico rurale palestinese fin dagli anni ’30 e dai tempi della rivolta contro il dominio britannico. Già da decenni i clan si vantavano di aver partecipato alla lotta anticoloniale, poiché questa era una fonte di rispetto sociale e di influenza, ove le piccole famiglie potevano competere con i clan più grandi. Nell’arco di cinque anni, tra il 1978 e il 1983, le figure più note delle Leghe di Villaggio furono assassinate da militanti palestinesi o rinnegate dalle loro stesse famiglie.

Contemporaneamente un intero movimento di gruppi giovanili di volontariato si era sviluppato in Cisgiordania e a Gaza, offrendo alternative supportate dalla comunità ai progetti di sviluppo proposti dalle Leghe. Uno dopo l’altro i villaggi iniziarono ad accogliere volontari per costruire muri agricoli, tinteggiare scuole o pavimentare strade al posto delle Leghe di Villaggio e poi formarono i propri comitati di volontariato locali. Nel 1981 i delegati di 40 comitati di volontariato di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est si incontrarono in una conferenza fondativa del movimento, dove annunciarono esplicitamente il loro rifiuto delle Leghe. Alla fine, Israele abbandonò completamente il progetto.

La lotta contro le Leghe di Villaggio gettò le basi, nelle sue diverse forme, per un movimento di massa che continuò a fermentare fino a esplodere nella Prima Intifada del 1987, durata sei anni. La rivolta fu interamente guidata dalla base palestinese e vide la partecipazione di tutti i settori della società palestinese, inclusi sindacati, comitati di volontariato e di quartiere e gruppi femminili. Fu un raro esempio di azione civica, politica e comunitaria combinata a dimostrazione del fatto che la società palestinese si era da tempo evoluta oltre le lealtà di clan e i legami tribali per abbracciare la lotta nazionale.

Questa parte della storia e dello sviluppo sociale della Palestina è rimasta estranea alla maggior parte dei più importanti media occidentali. Nella maggior parte dei casi non c’era alcun interesse. Ma questo è prevedibile per i principali media, che non hanno mai mostrato alcun genuino interesse per la composizione culturale, sociale e politica dei palestinesi come popolo. Una figura di clan o uno “sceicco” tribale – anche uno finto – disposto a recitare senza riserve il copione politico USA-Israele è di gran lunga preferibile.

Chiunque abbia una conoscenza minima della Palestina e dei palestinesi avrebbe saputo che la storia dell'”emirato” è una classica “sola” palestinese per turisti, del tipo per cui Hebron è famosa tra le città palestinesi. Oltre alla loro ospitalità, gentilezza e al senso di comunità incentrato sulla famiglia, gli abitanti di Hebron sono noti anche per la loro ingegnosità nel commercio e negli affari, soprattutto con i turisti. In Palestina si dice che un abitante di Hebron possa vendere qualsiasi cosa a chiunque e che riesca a capire immediatamente cosa sta cercando un turista e a offrirglielo. A quanto pare, non c’è bisogno di essere turisti a Hebron per cadere in una simile trappola. A migliaia di chilometri di distanza, tutto ciò che serve è una mentalità ingenua e orientalista che si rifiuta di riconoscere i palestinesi come un popolo con aspirazioni nazionali di libertà e autodeterminazione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




Un rapporto rivela che i soldati israeliani commettono sistematicamente violenze sui palestinesi a Hebron

Oren Ziv

9 dicembre 2024 – +972magazine

Frustati con una cintura, colpiti all’inguine, minacciati di stupro: i palestinesi riferiscono uno schema ricorrente di attacchi arbitrari nella città della Cisgiordania quest’anno.

Arresti casuali, violenza e umiliazione da parte di soldati israeliani senza motivo: questa negli ultimi mesi è la vita quotidiana dei palestinesi nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, secondo le testimonianze raccolte dall’organizzazione per i diritti umani B’Tselem e pubblicate la scorsa settimana in un nuovo rapporto.

Mentre la maggior parte della resistenza armata in Cisgiordania è concentrata nelle città settentrionali di Jenin, Tulkarem e Nablus, i soldati israeliani sembrano aver deciso che, dopo il 7 ottobre, tutti i palestinesi siano sostenitori di Hamas, e nessuno innocente.

“Sembra che i palestinesi residenti a Hebron possano in ogni momento essere fatti vittime di violenze brutali, inflitte loro mentre sbrigano le loro faccende quotidiane”, spiega il rapporto. “Queste vittime sono state scelte casualmente, senza alcun rapporto con le loro azioni”.

Nessuno dei 25 palestinesi che hanno rilasciato la propria testimonianza a B’Tselem aveva preso parte ad azioni violente, né si era unito a proteste non-violente. Soltanto due tra di loro erano stati effettivamente arrestati e portati via, in strutture militari, ed entrambi sono stati in seguito rilasciati senza che alcuna accusa venisse formulata. Gli altri 23 sono stati liberati dopo che le violenze sono terminate.

In diversi casi i soldati hanno ispezionato i cellulari dei palestinesi alla ricerca di “prove” del loro sostegno ad Hamas: “Un’immagine ‘sospetta’ o segni di aver seguito aggiornamenti su Gaza … sono stati sufficienti a giustificare il trasferimento a una delle postazioni militari disseminate in tutta Hebron e ore di violenze fisiche e mentali, sotto la minaccia delle armi, ammanettati e bendati” osserva il rapporto.

Con più di 200.000 residenti, Hebron è la città palestinese più popolosa in Cisgiordania nonché l’unica che ospita al suo interno coloni israeliani: circa 900 coloni vivono sotto la protezione di circa 1.000 soldati israeliani.

L’incremento nelle vessazioni e violenze contro i palestinesi a Hebron non è un fenomeno isolato. Dal 7 ottobre in Cisgiordania l’esercito israeliano ha ucciso più di 730 palestinesi, in parte a causa del significativo ricorso alle forze aeree nella zona per la prima volta dalla fine della Seconda Intifada, circa 20 anni fa. Contemporaneamente i coloni israeliani con l’aiuto dell’esercito hanno sottoposto a pulizia etnica più di 50 comunità rurali palestinesi.

I fatti oggetto dell’indagine dei ricercatori di B’Tselem hanno avuto luogo nella zona centrale di Hebron tra maggio e agosto di quest’anno. Quasi tutte le vittime sono giovani uomini. Il gran numero di testimonianze, la presenza di diversi soldati nella maggior parte degli episodi e il fatto che essi abbiano a volte avuto luogo all’interno di strutture militari sono tutti fattori che suggeriscono che gli arresti casuali e la violenza possano essere la politica non ufficiale dell’esercito nella città.

Il soldato ha chiesto se mi piacesse Hamas e poi mi ha colpito ai testicoli’

Hisham Abu Is’ifan, 54 anni, sei figli, residente nel quartiere Wadi Al-Hassin di Hebron, stava andando a svolgere il suo lavoro di impiegato presso il Ministero dell’Istruzione quando è stato fermato e attaccato dai soldati il 12 giugno.

“[Un soldato] si è avvicinato e mi ha spinto, poi mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità e il telefono”, testimonia Abu Is’ifan a B’Tselem. “Prima che potessi dargli il telefono, mi ha afferrato per la nuca e mi ha spinto a terra. La schiena mi faceva molto male e ho urlato… Poiché continuavo a urlare per il dolore, il soldato si è seduto su di me schiacciandomi il petto con le ginocchia fino a quando ho sentito di non poter più respirare per il dolore”.

Yasser Abu Markhiyeh, 52 anni, 4 figli, residente nel quartiere di Tel Rumeida, è stato sottoposto a violenze a un posto di blocco a Hebron il 14 di luglio a causa di ciò che i soldati hanno trovato sul suo cellulare. “Quando l’ho raggiunto, [il soldato] mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità”, racconta. “L’ho fatto, e lui mi ha detto di sbloccare il telefono e darglielo. L’ho sentito parlare con qualcuno via radio e fare il mio nome.

Dopo circa cinque minuti, quattro soldati sono arrivati al posto di blocco”, continua Abu Markhiyeh. “Uno di loro mi ha parlato in arabo e mi ha accusato di aver contattato Al Jazeera e calunniato l’esercito israeliano. Gli ho risposto che tre settimane prima io avevo in effetti riferito ad Al Jazeera di essere stato attaccato dai soldati il 22 di giugno… Allora mi ha legato le mani dietro la schiena con fascette serracavi, stringendole molto. Due soldati mi hanno assalito e hanno cominciato a picchiarmi, anche ai testicoli, per diversi minuti”.

Mahmoud ‘Alaa Ghanem, un diciottenne che vive nella città di Dura, nel distretto di Hebron è stato attaccato dai soldati a Hebron l’8 luglio. Come per Abu Markhiyeh, anche il suo cellulare è stato ispezionato dai soldati. Quando hanno aperto l’account Instagram di Ghanem hanno trovato un meme raffigurante un soldato israeliano intento a salvare bambini il 7 ottobre con la scritta “Photoshop”, una derisione dell’evidente incapacità dell’esercito di contrastare l’attacco di Hamas quel giorno.

“Mi ha chiesto di quell’immagine, e io ho detto che era solo un’immagine”, riferisce Ghanem a B’Tselem. “Ha detto ‘Te lo diamo noi Photoshop’”.

Dopo alcuni minuti, Ghanem è stato messo sul pavimento di una jeep e portato via. “Uno dei soldati mi ha preso per i capelli e mi ha sbattuto la faccia contro il portellone posteriore, tre volte di fila”, dice. “Ho sentito che la mia bocca e il mio naso sanguinavano. Il soldato mi ha chiesto, ‘Ti piace Hamas?’ Ho detto di no e lui mi ha afferrato per il braccio, me l’ha girato attorno al collo e mi ha strangolato… Due soldati hanno cominciato a schiaffeggiarmi e chiedermi di nuovo ‘Ti piace Hamas?’ Ho di nuovo detto di no, e poi uno di loro mi ha colpito con forza ai testicoli. Ho urlato per il dolore, e poi lui mi ha colpito di nuovo nello stesso punto, più forte. Li ho supplicati in nome di Dio di smettere di colpirmi”.

Ci hanno frustati con una cintura su tutto il corpo’

Alcune delle testimonianze descrivono violenze fisiche che vanno al di là dei pestaggi. “Uno dei soldati è venuto da me e ha messo la sua sigaretta sulla mia gamba destra”, riferisce a B’Tselem Muhammad A-Natsheh, ventiduenne di Tel Rumeida che è stato fermato il 14 luglio. “L’ha spenta lentamente, in modo che facesse più male. Uno di loro ha chiesto: ‘Fa male?’ Quando ho detto di sì, mi ha dato un pugno alla nuca, è salito in piedi sulle mie gambe e le ha schiacciate con forza”.

Continua A-Natsheh: “Uno di loro ha preso una sedia da ufficio e l’ha messa sulle mie gambe. Di quando in quando ci si sedeva, cosa molto dolorosa. Hanno continuato a insultarmi per tutto il tempo, uno di loro mi ha anche sputato addosso. É continuato per circa un’ora, poi uno dei soldati mi ha detto in arabo: ‘Ti stupreremo’. Uno di loro mi ha afferrato la testa e un altro soldato cercava di farmi aprire la bocca e spingervi dentro un oggetto di gomma, ce l’ho messa tutta per non aprire la bocca. Ho sentito uno di loro che diceva in ebraico: ‘Filmalo, filmalo’”.

“Poi è arrivato un soldato che parlava arabo”, ricorda. “È venuto da me e mi ha ordinato di alzarmi in piedi, ma non ci riuscivo. Mi ha preso per il collo, mi ha sollevato e mi ha fatto stare in piedi faccia al muro, e poi con le mani ha cominciato a spingermi la testa a destra e a sinistra con violenza, dicendo ‘Se ti vedo di nuovo in questo posto ti violento e ti uccido. Farò lo stesso a chiunque io veda qui’.

Il fenomeno dei soldati che registrano le violenze con i propri telefoni per poi condividerli è stato riferito da diverse testimonianze. “I soldati hanno portato del ghiaccio e me l’hanno messo nelle mutande”, racconta a B’Tselem Qutaybah Abu Ramileh, venticinquenne del quartiere di Al-Salayma, fermato l’8 luglio insieme al fratello Yazan, 22 anni. “Dopo, mio fratello Yazan mi ha detto che hanno fatto lo stesso a lui. Hanno anche versato qualche alcolico sui nostri vestiti. Ho sentito un soldato parlare a una ragazza al telefono. Credo fosse una videochiamata. Ridevano e si prendevano gioco di noi”.

“Uno dei soldati ci ha presi a calci in testa e in faccia mentre malediceva noi e le nostre madri”, ha continuato. “Poi all’improvviso ho sentito provenire dall’alto il suono di una cintura in cuoio, e uno di loro ha cominciato a frustarci con la cintura sulle nostre teste e su tutto il corpo… I soldati hanno calpestato i nostri piedi (nudi). Le frustate con la cintura sono continuate per almeno tre minuti, poi i soldati hanno portato un secchio e me lo hanno messo in testa. Più tardi ho capito che ne avevano messo uno anche a Yazan. Hanno cominciato a giocare con una palla o qualcosa di simile, e la tiravano contro il secchio sulla mia testa. Quando la palla colpiva il secchio faceva male. Era difficile respirare e mi sembrava di soffocare”.

Come in diversi video usciti da Gaza negli ultimi mesi, la violenza sui palestinesi da parte dei soldati a Hebron è spesso accompagnata dall’ingiunzione ai trattenuti di condannare Hamas. Mu’tasem Da’an, giornalista, 46 anni, 8 figli, del quartiere di Wadi A-Nasara, è stato fermato il 28 luglio e gli è stato ordinato di sbloccare il telefono.

“Hanno cercato un po’ e hanno trovato contenuti relativi alla guerra a Gaza”, ha raccontato. “I soldati mi hanno bendato e mi hanno portato a piedi per circa 250 metri alla base militare vicino al cancello meridionale della colonia di Kiryat Arba… Hanno cantato canzoni in ebraico che parlano di vendetta contro Hamas, elogiano Israele e inneggiano all’uccisione di donne e bambini. Ci hanno fatto ripetere le parole e maledire i palestinesi. Capisco l’ebraico molto bene”.

Anche se la maggior parte delle vittime sono uomini, tra coloro che hanno rilasciato a B’Tselem la propria testimonianza ci sono anche alcune donne. ‘Abir Id’es-Jaber, 33 anni, 4 figli, del quartiere di Al-Manshar, è stata attaccata insieme a suo marito il 21 agosto, mentre erano nella loro auto.

“I soldati ci hanno ordinato di andarcene”, ha detto. “Mio marito ha fatto manovra, e i soldati ci stavano ancora circondando. Uno di loro mi ha guardata e mi ha fatto l’occhiolino. Mi ha fatto un sorriso beffardo e poi l’ho visto togliere la sicura a una granata stordente e gettarla tra le mie gambe. Ho spinto via la granata ed è caduta sotto il sedile. Ho gridato ‘Granata! Granata!’ e mi sono riparata dall’altra parte. (Mio marito) si era voltato verso di me quando ho gridato, quindi la granata gli è scoppiata sotto al viso. È svenuto. Grazie a Dio, l’auto si è fermata da sola”.

In risposta alla richiesta di commento da parte di +972, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato di non essere a conoscenza di nessuno dei casi riportati eccetto quello riguardante Abu Markhiyeh. “L’esercito tratta i trattenuti in conformità con il diritto internazionale e agisce per investigare e gestire episodi eccezionali che esulano dagli ordini”, recita la dichiarazione. “Nei casi in cui ci sia il sospetto di un reato penale che giustifica l’apertura di un’inchiesta, viene lanciata un’indagine penale militare e alla sua conclusione le risultanze sono sottoposte all’esame della Procura Generale militare”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Palestinesi e israeliani: vite che si incrociano e si scontrano.

Mannocchi Francesca. Sulla mia terra. Storie di israeliani e palestinesi, De Agostini, Milano, 2024, pp. 288.

Recensione di Amedeo Rossi

Francesca Mannocchi si è distinta in questi mesi per essere tra i pochissimi giornalisti italiani ad aver denunciato il genocidio in corso a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania e a Gerusalemme est, cercando di contestualizzare i fatti di cronaca nel loro contesto storico.

Questo libro che, nonostante l’argomento e le drammatiche testimonianze che riporta, la De Agostini propone come rivolto a bambini e ragazzi. Infatti l’autrice esordisce nell’introduzione con “Care ragazze, cari ragazzi”. Anche l’impostazione grafica richiama riferimenti scolastici: alcune pagine sembrano fogli di un quaderno a spirale a righe, alcune parole del testo sono cerchiate a matita, altre su fondo grigio approfondiscono alcuni concetti citati nel testo.

Un breve capitolo introduttivo ricostruisce l’attacco dei miliziani palestinesi contro il sud di Israele del 7 ottobre 2023. Vi si trovano alcune omissioni, come il fatto ormai noto che alcuni civili israeliani, almeno nel kibbutz Be’eri e al Nova Festival, sono stati uccisi dallo stesso esercito israeliano. Il testo ignora anche le domande relative a come sia stato possibile superare con assoluta facilità uno dei confini più controllati al mondo. Infine non si ricorda che fin da un anno prima, e poi nel luglio 2023, l’intelligence israeliana aveva informato i comandi dell’esercito, e probabilmente anche il governo, dei preparativi di Hamas per un’operazione su larga scala.

La prima parte, intitolata “Cronologia”, presenta un inquadramento storico che inizia dalla nascita del sionismo. Anche in questo caso si notano alcune lacune, solo in parte colmate nei riferimenti che si trovano a corredo delle testimonianze che seguono. A proposito di Gaza non viene spiegato che la sovrappopolazione della Striscia è dovuta al fatto che il 70% della popolazione è composta da profughi del ’47-’49 e del ’67. Ancor prima, riguardo all’ostilità palestinese nei confronti della colonizzazione sionista, non ne vengono menzionate le ragioni economiche, così come non viene ricordato che quasi metà della popolazione del territorio destinato dalla risoluzione ONU era palestinese, che le truppe sioniste ne occuparono ben di più e solo la pulizia etnica consentì la nascita di uno Stato “ebraico”.

Gli altri capitoli del libro sono dedicati alle testimonianze di palestinesi e israeliani. Riguardo ai primi Mannocchi inizia dalle colline a sud di Hebron che definisce “un luogo importante e simbolico”, in quanto teatro di una pluridecennale resistenza non violenta ai coloni e all’esercito. Vi sono riportate le testimonianze di attivisti ma soprattutto di persone comuni, cui vengono negati diritti fondamentali: all’istruzione, ad avere una casa, a vivere in condizioni dignitose. Questa violenza non ha risparmiato neppure i bambini. Il padre di uno di loro spiega: “Noi facciamo di tutto, qui, nelle nostre comunità, per educarli alla convivenza e alla pace. Per educarli alla non violenza. Ma i nostri sono bambini traumatizzati.”

Il racconto passa alla dura resistenza del campo profughi di Jenin, uno dei luoghi della Cisgiordania più martoriati ma anche più indomabili. La scritta che campeggiava all’ingresso del campo prima che venisse demolita nel marzo 2024 dall’esercito israeliano ne riassume lo spirito indomito: “Stazione di attesa prima del ritorno”, ovviamente dei luoghi di origine dei profughi, cioè nell’attuale Israele. Questa resistenza è alimentata dalla repressione, come racconta uno degli intervistati. A Jenin, spiega Mannocchi, le incursioni notturne dell’esercito nelle case dei palestinesi sono talmente frequenti che una madre le racconta: “I bambini ora dormono inconsciamente con le mani alzate.” E non stupisce che quando la giornalista ha chiesto a un bambino di 7 anni cosa voglia fare da grande lui risponda: “Combattere”. Come Abu, che voleva fare l’educatore nel campo, ma è stato ingiustamente incarcerato per 2 anni . “Mi hanno arrestato perché sono nato qui e loro considerano chiunque sia nato qui se non un terrorista, qualcuno che lo diventerà in futuro. Sentivo di non avere scelta,” racconta Abu, che è entrato in un gruppo armato. O come il giovane Amjad, che a 13 anni aveva scavalcato il muro di separazione per andare a vedere il mare a Giaffa. Per conquistarsi quel diritto è diventato un combattente e poi un martire della causa palestinese. Eppure Jenin è nota anche per la formidabile esperienza del Freedom Theatre, fondato dal figlio di un’attivista israeliana e di un palestinese. La sua sede è stata devastata nel dicembre 2023 durante un’incursione dell’esercito israeliano.

Altrettanto drammatica è la situazione di Hebron. Da decenni alcune centinaia di coloni estremisti religiosi si sono installati nel cuore della città vecchia e nei pressi è stata costruita Kiryat Arba, una delle colonie più violente. Mannocchi ripercorre la storia recente della città, raccontando sia le azioni dei gruppi armati palestinesi che quelle dei fanatici israeliani, seguaci del rabbino razzista e suprematista Meir Kahane e di Baruch Goldstein, autore di una strage di fedeli palestinesi nella moschea di Ibrahim/Tomba dei Patriarchi, definito un santo “che diede la sua vita per il popolo ebraico, la Torah e la nazione di Israele”. Lì la giornalista incontra Yahya, che a causa delle imposizioni dell’esercito non è in grado di accudire adeguatamente il figlio affetto da distrofia muscolare. E Raed, liberato dopo mesi di detenzione amministrativa, senza accuse né processo, che racconta delle violenze subite ad opera delle guardie carcerarie, soprattutto dopo il 7 ottobre. Il padre lamenta di non poter offrire altro che acqua e datteri a parenti e vicini accorsi a riabbracciare Raed, perché il governo israeliano vieta ogni festeggiamento per la liberazione dei prigionieri.

Mannocchi intervista anche i familiari di Rashid, ucciso con una fucilata mentre cercava di difendere Jit il suo villaggio, da un attacco dei coloni.

Tra gli israeliani troviamo Iddo, un 17enne israeliano che si rifiuta di fare il servizio militare e quindi dovrà andare in carcere, militante pacifista che solidarizza attivamente con i palestinesi delle colline a sud di Hebron. Racconta della sua solitudine tra i coetanei che lo considerano un traditore, ma afferma: “La mia più grande paura è andarmene da qui, ho paura di non poter avere un futuro in Israele […] Non me ne vado perché questo è l’unico posto che conosco, l’unico che chiamo casa.” Erella, settantasettenne, aiuta i bambini palestinesi e israeliani a conoscersi, mentre Gili, dopo l’uccisione di un suo amico il 7 ottobre ha superato il desiderio di vendetta ed ha deciso di conoscere i palestinesi. Dice di aver capito che “noi israeliani non vediamo i palestinesi come esseri umani e non diamo loro i diritti che appartengono agli esseri umani”. Per questo aiuta le comunità beduine della Cisgiordania.

Ma la giornalista incontra anche i coloni, come il direttore delle pubbliche relazioni del movimento Im Irtzu, che intende “rivitalizzare” la colonizzazione sionista. Costui afferma: “E’ importante colonizzare questa terra […] perché fa parte del nostro rapporto con Dio.” Nei pressi di Hebron Mannocchi visita la colonia di Otniel, teatro negli anni di alcuni attentati. Uno dei responsabili giustifica i massacri di minori in corso a Gaza in quanto “i loro adulti hanno costruito la loro educazione mettendo odio nei loro cuori, è molto triste ma […] è quello che dobbiamo fare.” E, aggiunge la giornalista, costui “pensa che dopo la guerra, a Gaza, non ci sia altra alternativa se non l’espulsione dei palestinesi dalla striscia e anche dei palestinesi dalla Cisgiordania.” Concetto ribadito da un’altra intervistata, nota come la “regina di Otniel”, che non parla mai di palestinesi perché, ricorda Mannocchi, “come tutti, pensa che la Palestina non esista. Né sia mai esistita. Né mai esisterà.” Infine compare Daniella Weiss, la “madrina dei coloni”, che sta pianificando la costruzione di nuove colonie a Gaza e sostiene che “chi mi definisce estremista […] non capisce che i miei atti e le mie parole sono guidati dalla Torah”.

Se il libro non può pretendere di rappresentare una situazione differenziata ed estremamente frammentata e le interviste non costituiscono certo un campione statisticamente significativo, la forza delle testimonianze dirette di alcuni protagonisti di queste tragiche vicende è sicuramente molto efficace restituisce umanità soprattutto ai palestinesi, che nella nostra informazione vengono usualmente rappresentati come semplici numeri.




In attacchi separati alcuni coloni hanno aggredito attivisti palestinesi e israeliani di sinistra in Cisgiordania

Hagar Shezaf

11 settembre 2023 – Haaretz

Nel primo incidente i coloni hanno colpito un pastore palestinese con una mazza, rompendogli una mano. Nel secondo i coloni hanno aggredito attivisti di sinistra arrestati dalla polizia. “È stato il peggio incidente in cui sia mai stato coinvolto,” afferma uno degli attivisti.

Sabato in Cisgiordania coloni israeliani hanno aggredito e ferito un palestinese e attivisti di sinistra in due incidenti separati

La prima aggressione è avvenuta nel nord della Valle del Giordano, dove coloni mascherati si sono avvicinati e hanno colpito con una mazza un pastore palestinese, rompendogli una mano.

Il secondo incidente si è svolto sulle Colline Meridionali di Hebron, nei pressi della colonia di Otniel, dove i coloni hanno attaccato militanti di sinistra mentre venivano arrestati dalla polizia. Secondo gli attivisti i coloni hanno colpito anche il poliziotto che si trovava sul luogo.

Due coloni sono stati arrestati in quanto sospettati di essere coinvolti nel secondo incidente, ma sono stati rilasciati dopo essere stati interrogati.

Nella Valle del Giordano, Ahmad e suo figlio sono usciti dalla loro casa nei pressi di Ein al-Sakut nel pomeriggio per portare le loro pecore a pascolare con tre militanti di sinistra che li accompagnavano per proteggerli.

Mentre stavano camminando hanno visto un gruppo di circa 10 uomini mascherati diretto verso di loro dalla colonia di Shadmot Mehola. Ahmad “ha visto un gruppo comparso improvvisamente, come in un film dell’orrore, con magliette bianche, tzitzit (frange rituali ebraiche tradizionalmente portate dagli uomini) e con in mano delle mazze,” dice Gali Hendin, una degli attivisti che facevano da scorta e testimone oculare dell’incidente.

Mentre gli attivisti cercavano di contattare l’esercito e la polizia, “Ahmad è corso avanti, perché stavano cercato di prendere alcune delle sue pecore. È stato colpito con una sbarra di ferro, e poi siamo corsi avanti e li abbiamo fronteggiati.” Ahmad racconta ad Haaretz che uno degli uomini lo ha colpito con una mazza. “In passato ci avevano spaventati, ma non era mai successo niente del genere,” aggiunge Hendin.

Gli attivisti hanno registrato lo scontro con gli uomini mascherati. Nella registrazione uno degli uomini dice: “Questa è casa mia. Andatevene dalla mia casa. Via. Io l’ho comprata.”

Ahmad è stato portato all’ospedale nella città palestinese di Tubas, dove gli è stata diagnosticata una frattura alla mano. Due degli attivisti hanno detto che un’ambulanza israeliana è arrivata sul posto e lo ha portato via, ma, poiché è palestinese e di conseguenza non gli è consentito entrare nella colonia, dichiarata area militare chiusa, l’ambulanza ha dovuto viaggiare su strade sterrate sconnesse per portarlo all’ospedale.

Hanno aggiunto che anche il responsabile della sicurezza della colonia ha assistito all’incidente, ma non ha fatto niente.

C’è una guardia che li lascia andare e venire,” dice Ahmad, commentando altri incidenti. “Ora sono a casa. All’ospedale mi hanno detto che non posso uscire al pascolo per 40 giorni, e i miei figli non possono andare a scuola perché sono io che li accompagno.”

Questo è stato il peggior incidente da sempre in cui siamo stati coinvolti,” afferma Herdin. “Ciò che mi dà più fastidio è come il loro contesto lo accetta. Ci sono persone di Shadmot Mehola che dicono che forse era successo qualcosa prima. È arrivata una soldatessa e ha detto lo stesso. Quella che è inquietante è la normalizzazione della situazione.”

La polizia ha affermato che “appena ricevuta l’informazione sull’incidente agenti e forze militari sono arrivati sul posto ed è stata aperta un’inchiesta, che è ancora in corso.”

Nel secondo incidente, nelle Colline Meridionali di Hebron, un militante che ha chiesto di rimanere anonimo ha affermato di essere arrivato sul posto, nei pressi di Otniel, insieme ad altri attivisti e a palestinesi dopo aver ricevuto l’informazione che coloni avevano piazzato tende su terra palestinese proprietà di un privato.

Poi si sono presentati dei soldati che hanno mostrato agli attivisti un ordine in cui si dichiarava la terra zona militare chiusa, e hanno sparato granate stordenti e lacrimogeni, che hanno appiccato un incendio. Ma secondo gli attivisti i soldati non hanno cacciato i coloni che si trovavano sul posto. Hanno invece arrestato due militanti e li hanno consegnati a un poliziotto arrivato dopo.

L’agente “ci ha detto di andare con lui alla sua macchina per portarci alla stazione di polizia,” afferma l’attivista. “Lungo il percorso, mentre stavamo camminando con lui, sono arrivati quattro o cinque coloni e chissà perché hanno iniziato a martellarci di colpi micidiali. Tutto ciò è avvenuto dopo che eravamo stati arrestati, ci trovavamo sotto la protezione della polizia e l’agente era a circa mezzo metro da noi.” E continua: “Il poliziotto ha afferrato il giovane che guidava l’aggressione,” aggiungendo che il colono ha colpito anche l’agente. L’attivista ha subito una ferita alla testa.

Successivamente i militanti arrestati sono stati portati alla stazione di polizia e interrogati in quanto sospettati di aver violato l’ordine che dichiarava il luogo zona militare chiusa. Uno è stato rilasciato a condizione che si tenga lontano dalla zona, mentre il ferito è stato rilasciato senza condizioni e portato allo Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme, dove è stato visitato e poi dimesso.

La polizia afferma che durante l’incidente quattro israeliani, due coloni e due militanti di sinistra, sono stati arrestati. Secondo il comunicato tutti e quattro sono stati rilasciati dopo essere stati interrogati.

Il portavoce dell’Israeli Defence Forces [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndt.] afferma che “vari israeliani e palestinesi si sono scontrati con alcuni abitanti dell’insediamento di Otniel, sottoposto alla giurisdizione della brigata della Giudea. I militari delle IDF che sono arrivati sul posto hanno chiesto ai presenti di andarsene, e quando questi non hanno acconsentito è stato usato equipaggiamento per il controllo dell’ordine pubblico. A causa di ciò sul luogo è scoppiato un incendio, ma è stato spento subito dopo.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Soldatesse israeliane costringono delle donne palestinesi a spogliarsi utilizzando un cane da combattimento

Amira Hass

5 settembre 2023 – Haaretz

Durante un raid a Hebron cinque donne della stessa famiglia sono state costrette a spogliarsi sotto la minaccia di un cane dell’unità cinofila e dei fucili dei soldati

A luglio nella città di Hebron in Cisgiordania due soldatesse israeliane mascherate, armate di fucili e con un cane da attacco, hanno costretto cinque donne facenti parte di una famiglia palestinese a spogliarsi, ognuna separatamente. Le soldatesse hanno minacciato di liberare il cane se le donne non avessero obbedito, dichiara la famiglia.

Durante lirruzione nella casa i soldati hanno perquisito i maschi della famiglia ma non hanno chiesto loro di togliersi i vestiti.

I militari erano in possesso di informazioni secondo cui in quella casa sarebbero state presenti delle armi e il portavoce dellunità delle forze di difesa israeliane ha detto ad Haaretz che sono stati trovati un fucile M16 e munizioni, il che ha richiesto una ulteriore perquisizione degli occupanti.

Un totale di 26 persone, tra cui 15 minori dai 4 mesi ai 17 anni, vivono in tre appartamenti adiacenti nella casa della famiglia Ajluni, nella zona sud di Hebron. La famiglia dice che il 10 luglio all’1:30 di notte circa 50 soldati con almeno due cani hanno circondato la casa.

Secondo la famiglia circa 25 – 30 soldati hanno preso posizione all’interno degli appartamenti passando da una stanza all’altra dopo aver svegliato gli occupanti con torce elettriche, forti colpi alle porte e minacce di sfondarle.

La maggior parte dei soldati erano mascherati e si vedevano solo gli occhi. Uno, che sembrava essere l’ufficiale in comando ed era senza maschera, indossava pantaloni militari ma una normale camicia a maniche corte. Le donne non sapevano chi fosse.

Alle 5:30 del mattino, i soldati hanno lasciato la casa, portando con sé il primogenito della famiglia, Harbi, che hanno arrestato. La famiglia ha subito scoperto che i gioielli d’oro che il fratello più giovane, Mohammed, aveva acquistato in vista del suo matrimonio, erano scomparsi. Valevano 40.000 shekel [9.800 euro, ndt.]. Gli uomini si sono precipitati alla stazione di polizia israeliana nel vicino insediamento di Kiryat Arba per sporgere denuncia.

La polizia ha detto che non era stato rubato nulla, ma il giorno successivo un agente ha telefonato a Mohammed e gli ha detto di venire a ritirare il suo oro. Gli è stato detto che i soldati avevano pensato che si trattasse di proiettili. Lunità del portavoce delle IDF [esercito israeliano, ndt.] afferma che i gioielli si trovavano in una borsa nera chiusa con del nastro adesivo, aperta successivamente in una stanza investigativa.

La moglie di Harbi, Diala, ha scoperto che mancavano anche 2.000 shekel che si trovavano in un cassetto, ma il denaro non è stato restituito. I portavoce dell’esercito affermano di non essere a conoscenza di tale accusa.

Costretta a spogliarsi davanti ai suoi figli

Le donne costrette a denudarsi sono Ifaf, 53 anni, sua figlia Zeinab, 17 anni, e le tre nuore di Ifaf: Amal, Diala e Rawan, che hanno circa 20 anni. Una dopo laltra sono state portati nella cameretta rosa e viola dei figli di Amal; ,un orsacchiotto rosa faceva la guardia.

La prima a essere chiamata nella stanza è stata Amal, 25 anni, costretta a spogliarsi in presenza di tre dei suoi quattro figli, che si erano appena svegliati. Piangendo, urlando e terrorizzati dal cane e dai fucili, hanno visto delle soldatesse mascherate ordinare a gesti e in un arabo stentato ad Amal di togliersi l’abito da preghiera.

Amal se lo è sfilato. Quindi le è stato chiesto di togliersi il resto dei vestiti. Lei ha protestato, facendo presente che non poteva avere nulla nascosto sotto i pantaloncini e la canottiera. Racconta che allora hanno liberato il grosso cane, che le si è avvicinato ma senza toccarla.

I bambini atterriti urlavano per tutto il tempo. Amal ha detto alle soldatesse di tirare indietro il cane perché i bambini ne avevano paura; poi si è tolta il resto dei vestiti. I bambini hanno anche dovuto assistere all’ordine dato alla madre, una volta denudata, di voltarsi, mentre singhiozzava per l’umiliazione. Circa 10 minuti dopo lei e i bambini sono stati portati fuori dalla stanza pallidi e tremanti.

La seconda ad essere chiamata è stata Ifaf, la più anziana della famiglia. Non ha voluto parlare molto del suo calvario, anche se ha raccontato che le soldatesse le hanno ordinato con gesti e in un arabo stentato di togliersi i vestiti. Basta, voltati, rivestiti.

Nel frattempo gli altri membri della famiglia venivano trattenuti in altre due stanze dello stesso appartamento. Le donne e i bambini erano in una stanza e gli uomini nell’altra. Due o tre soldati armati erano appostati davanti alla porta di ogni stanza e ordinavano agli Ajluni di non parlare.

Di tanto in tanto compariva un altro soldato e riferiva qualcosa ai colleghi. Mentre erano tenuti prigionieri nelle stanze i membri della famiglia hanno sentito le urla di Amal e dei figli, seguite da quelle delle altre donne.

Sentivano anche i soldati frugare negli appartamenti adiacenti, dare colpi, aprire i cassetti e lasciarli cadere sul pavimento, oltre alle loro risate.

Silenzio sul trauma

Non sono molte le segnalazioni riguardanti donne palestinesi costrette a denudarsi durante un raid dellesercito nella loro casa. Manal al-Jabari nei suoi 15 anni nel ruolo di ricercatrice sul campo a Hebron per l’organizzazione israeliana per i diritti BTselem ha registrato circa 20 casi simili. Ma ritiene che tali episodi svoltisi sotto la minaccia del fucile siano aumentati negli ultimi mesi. La maggior parte delle donne rifiuta di essere intervistata dai giornalisti sul trauma subito, dice Jabari.

Ma le donne della famiglia Ajluni hanno accettato di essere identificate per nome a patto di non essere fotografate. Alla stessa Jabari è stato intimato di togliersi tutti i vestiti durante una massiccia perquisizione notturna delle case a Hebron dopo l’uccisione il 21 agosto di una donna nel vicino insediamento coloniale di Beit Hagai. Jabari ha notato una telecamera sulla fronte di una soldatessa e si è rifiutata di spogliarsi.

In seguito alle mie insistenze la soldatessa ha rimosso la telecamera. Comunque mi sono rifiutata di spogliarmi. Hanno ceduto, forse perché faccio parte di BTselem”, afferma. Ma i soldati hanno saccheggiato la sua casa, rotto diversi oggetti e lasciato un tale disordine che Jabari non sapeva da dove cominciare a rimettere tutto a posto. Questo è quello che fanno spesso i soldati ed è quello che hanno fatto a casa degli Ajluni.

Parlando ad Haaretz il 27 agosto, le donne della famiglia Ajluni hanno sentito da Jabari, anche lei presente, il racconto della sua personale disavventura. A quel punto hanno ricordato di aver visto anche loro qualcosa sulla fronte delle soldatesse, ma di non sapere cosa fosse. Ora, oltre al trauma della perquisizione, erano tormentate dal dubbio che le soldatesse le avessero filmate mentre erano nude.

L’esercito ha sostenuto con una dichiarazione che le soldatesse non indossavano telecamere, al contrario del cane, ma [hanno aggiunto che] quella era spenta.

In un primo momento le donne hanno detto di non essere sicure se le soldatesse fossero mascherate, ma poi hanno concluso che dovevano esserlo. “Quando ciascuna di noi entrava nella stanza, le soldatesse spostavano un po’ i loro berretti… così abbiamo potuto notare che avevano i capelli lunghi, il che significava che erano donne”, ricordano Diala e Zeinab, completando a vicenda il racconto.

Delle cinque donne costrette a spogliarsi solo Amal non era a casa quando le altre hanno parlato con Haaretz. Era andata a comprare degli oggetti per il matrimonio. La vita riprendeva, l’anno scolastico era iniziato e poco a poco il sorriso tornava sui volti delle donne e dei loro bambini.

Jabari, la ricercatrice sul campo di BTselem, ha registrato i resoconti delle donne un giorno dopo il raid, descrivendo il terrore e lo shock che le Ajluni avrebbero ancora provato settimane dopo. Per circa quattro settimane i bambini si svegliavano spaventati nel cuore della notte e bagnavano il letto. Spesso le donne avevano la sensazione che i soldati fossero ancora in casa e sussultavano ogni volta che sentivano un rumore provenire da fuori.

Soldati davanti alla casa

La notte del raid Diala, 24 anni, si è svegliata sentendo suo marito, Harbi, litigare con qualcuno e chiedere che non entrassero in camera da letto perché lì c’era sua moglie. “Mi sono resa conto che erano soldati e mi sono alzata velocemente per coprirmi e mi sono vestita in fretta con un abito da preghiera”, ha detto.

Continua dicendo che in quel momento hanno fatto irruzione nella stanza i soldati e due grossi cani con la museruola. Le tre ragazze che dormivano nella camera dei genitori si sono svegliate e hanno visto i fucili, i cani e gli occhi che scrutavano da sopra le maschere.

Mio marito ha urlato ai soldati, in ebraico e arabo, di allontanarsi e di portare via i cani. Le mie figlie strillavano, piangevano e tremavano di paura. Lujin, che ha 4 anni, se l’è fatta addosso. I soldati hanno ordinato a mio marito di non parlare con me, gli hanno puntato i fucili alla testa e lo hanno trascinato in cucina”, racconta Diala.

Lo avrebbe rivisto solo diversi giorni dopo, al tribunale militare di Ofer, dove la sua detenzione è stata prolungata più volte. È sospettato di possedere un’arma, dice.

La notte del raid lei e le figlie sono state lasciate in camera da letto per 10 – 15 minuti; poi i soldati le hanno ordinato di attraversare il cortile per recarsi dove era stata obbligata a raccogliersi tutta la famiglia. Era l’appartamento di suo cognato Abdullah e di sua moglie Amal. Diala ha chiesto di poter prendere i soldi dal cassetto, ma lufficiale in maniche corte non lo ha permesso, dice.

Il cortile è solo parzialmente asfaltato ed è pieno di sassi, spine e pezzi di vetro. Lufficiale non le ha permesso di mettere le scarpe alle figlie e ha fatto segno che dovevo portarle in braccio”, dice Diala. Ma lei ha preso in braccio solo Ayla, di 17 mesi e mentre uscivano Lujin e Lida, che ha 5 anni, rimanevano aggrappate alla loro mamma.

“Stavo morendo di paura quando sono passata accanto al cane”, ha detto. Le sue figlie le saltellavano accanto, scalze e piangenti. Ha pensato che nel cortile ci fossero anche altri cani.

A quel punto Abdullah ha chiesto il permesso di recarsi nell’appartamento in cui suo fratello Mohammed si sarebbe trasferito dopo il matrimonio. Abdullah voleva prendere i gioielli d’oro, ma i soldati hanno rifiutato. Lui si è ribellato, quindi lo hanno ammanettato da dietro, bendato e portato nella cucina di Diala e Harbi.

Hanno fatto lo stesso con suo cugino di 17 anni, Yamen. Le donne li hanno trovati in cucina dopo che i soldati sono andati via con Harbi. Hanno tagliato le manette di plastica con un coltello.

Dopo la perquisizione intima di Ifaf, è stata la volta di Diala. Un soldato è entrato nel soggiorno e le ha detto di andare con lui. “Sono entrata in una stanza e, avendo tanta paura del grosso cane, sono rimasta vicino alla porta e ho cercato di uscire”, racconta. Le soldatesse mi hanno urlato contro e mi hanno ordinato di restare nella stanza”.

Quando si è rifiutata di togliersi gli indumenti sotto l’abito da preghiera la soldatessa con il cane ha minacciato di liberare l’animale. Anche Diala una volta nuda ha dovuto girare intorno a se stessa in presenza delle soldatesse, e anche lei ha pianto.

La diciassettenne Zeinab si è ribellata. Quando i soldati hanno chiesto a tutti di consegnare i propri telefoni lei è riuscita a nascondere il suo sotto un cuscino. Ha raccontato che, mentre i membri della famiglia erano ancora seduti in soggiorno con i bambini, un soldato mi ha indicato e mi ha detto [in arabo] Tu, vieni e mi ha condotto nella stanza dei bambini.

Le soldatesse mi hanno mostrato i capelli per farmi capire che erano donne e mi hanno ordinato di mettermi in un angolo della stanza. Poi il soldato ha aperto con rabbia la porta, ha sbirciato dentro, ha agitato il mio telefono, ha sollevato il fucile e lo ha puntato contro di me. Era arrabbiato perché non lo avevo consegnato quando me lo ha detto. Ho urlato. Per fortuna non mi ero ancora tolto lhijab”.

(A quel punto Diala interviene dicendo che le altre donne l’hanno sentita urlare e non sapendo cosa stesse succedendo erano molto preoccupate.)

“Pensavo che ci avrebbero esaminato con apparecchiature elettromagnetiche”, dice Zeinab. Quando la soldatessa mi ha ordinato in un arabo stentato di spogliarmi sono rimasta sorpresa. Ho detto: “Cosa?”. Lei ha risposto: “I vestiti”. Ho detto: “Non voglio”. E lei mi ha intimato: “Togliti tutto”.

Ho deciso di urlare mostrando che non avevo niente addosso e lei ha insistito perché mi togliessi tutto. Quando mi sono opposta si sono avvicinate a me in modo minaccioso con il cane. Ho sentito Diala urlarmi dall’esterno della stanza di fare quello che diceva la soldatessa.

Dopodiché mi sono spogliata. La soldatessa mi ha detto di voltarmi. Mi sono voltata solo a metà e allora lei ha avvicinato di nuovo il cane. Tremavo e piangevo”.

Ad un certo punto i bambini sono stati lasciati soli in soggiorno, senza le loro madri e in presenza dei soldati armati. Dopo essere state perquisite, le madri sono state condotte in un corridoio adiacente. I bambini erano spaventati e piangevano.

I soldati hanno in parte accolto le richieste delle madri e hanno permesso loro di prendere i due bambini più piccoli. Ifaf e uno dei suoi nipoti raccontano che i soldati hanno cercato di calmare i bambini rimasti soli in soggiorno. Hanno fatto il batti pugno con i pugnetti di alcuni di loro.

Il portavoce dell’unità delle IDF ha dichiarato: Secondo lintelligence è stato trovato un lungo M16, oltre a munizioni e un caricatore. Dopo il ritrovamento dell’arma è stato necessario controllare le altre persone presenti nell’abitazione per escludere la possibilità di trovare altre armi. Secondo le istruzioni degli investigatori della polizia di Hebron le soldatesse [dell’unità cinofila] hanno perquisito le donne presenti nella casa in una stanza chiusa, ognuna individualmente. Le soldatesse non indossavano telecamere.

Il cane, che non era presente nella stanza durante l’ispezione, aveva una telecamera montata sulla schiena per scopi operativi e in quel momento non era accesa. Nel corso delle perquisizioni è stata rinvenuta e portata via insieme all’arma una borsa nera nascosta, chiusa con del nastro adesivo. La borsa è stata aperta nella stanza delle indagini e si è capito che si trattava di gioielleria.

Il giorno dopo la perquisizione è venuto il fratello dellarrestato, ha firmato [una dichiarazione secondo cui] si trattava di gioielli di famiglia e se li è ripresi. Non siamo a conoscenza dell’affermazione relativa ai 2.000 shekel. Non ci risulta alcuna lamentela riguardo al caso. Qualora pervenga verrà presa, come di consueto, in considerazione”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La continua sorveglianza israeliana dei palestinesi ha un ‘effetto dissuasivo’

Usaid Siddiqui

7 maggio 2023Al Jazeera

Attivisti palestinesi dicono che il nuovo programma israeliano di riconoscimento facciale, denunciato da Amnesty International, contribuisce a rafforzare ulteriormente l’occupazione

L’ultima rivelazione dell’organizzazione per i diritti umani Amnesty International sull’utilizzo sempre crescente della tecnologia di riconoscimento facciale da parte di Israele contro i palestinesi non è stata una sorpresa per l’attivista Issa Amro.

Lo vivo, lo sento, ne soffro, il mio popolo ne soffre,” dice ad Al Jazeera da Hebron.

Il 2 maggio Amnesty ha pubblicato un rapporto intitolato Automated Apartheid [Apartheid automatizzato], in cui si descrive nei dettagli il funzionamento del programma israeliano Red Wolf [Lupo Rosso], una tecnologia di riconoscimento facciale usata dall’anno scorso per tracciare i palestinesi e che sembrerebbe collegata a simili programmi precedenti, noti come Blue Wolf e Wolf Pack [Lupo blu, Branco di lupi].

La tecnologia è stata utilizzata ai posti di blocco nella città di Hebron e in altre parti della Cisgiordania occupata scansionando i volti dei palestinesi e confrontandoli con i database esistenti.

Amnesty ha rivelato che, se nei database esistenti non si trovano informazioni sull’individuo, lo si registra nel Red Wolf automaticamente e senza consenso e potrebbe persino essere negato il passaggio attraverso il checkpoint.

In una dichiarazione a The New York Times l’esercito israeliano ha detto che si eseguono “necessarie operazioni di sicurezza e intelligence, con sforzi notevoli per minimizzare i danni alle normali attività quotidiane della popolazione palestinese’’.

Lo scrittore palestinese Jalal Abukhater ha affermato che i sistemi di sorveglianza sono utilizzati per far capire ai palestinesi di non avere diritti.

La gente sente questo effetto dissuasivo, non socializza o non si sposta così liberamente come vorrebbe, non vive normalmente come vorrebbe,” ci ha detto Abukhater dalla Gerusalemme Est occupata.

Questa forma di sistema di sorveglianza è utilizzata proprio per rafforzare l’occupazione… vogliono preservare l’apartheid.”

Secondo Amnesty la rete di sorveglianza con riconoscimento facciale è stata rafforzata anche a Gerusalemme Est, anche nelle vicinanze di luoghi di interesse culturale come la Porta di Damasco, il più ampio ingresso alla Città Vecchia e luogo di frequenti proteste contro le forze di occupazione.

L’anno scorso a febbraio Amnesty ha detto che Israele sta imponendo l’apartheid contro i palestinesi, trattandoli come “un gruppo razziale inferiore”. Altre organizzazioni, fra cui Human Rights Watch, con sede negli USA, e l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, sono arrivate a conclusioni simili.

Hebron, occupata da Israele nel 1967, è divisa in due parti: H1, amministrata dall’Autorità Palestinese, e H2, amministrata da Israele in base all’accordo su Hebron del 1997.

Ci sono circa 200.000 palestinesi che vivono in entrambe le parti e parecchie centinaia di coloni israeliani che sono fortemente protetti dall’esercito israeliano.

I palestinesi sono regolarmente costretti a passare tramite i checkpoint e a loro viene impedito di servirsi di parecchie strade importanti e autostrade.

Un laboratorio’

L’attivista Amro dice che i palestinesi che vivono a Hebron sono diventati meri “oggetti” di quelli che lui chiama “esperimenti israeliani”.

Per le loro aziende per soluzioni di sicurezza Hebron è diventato un laboratorio per fare simulazioni, per identificare e risolvere problemi usandoci e commercializzare le loro tecnologie,” dice. “Noi non abbiamo voce in capitolo.”

Israele è annoverato fra i maggiori esportatori di tecnologie cibernetiche di monitoraggio di civili in vari Paesi, tra cui Colombia, India e Messico.

L’azienda di cibersicurezza israeliana NSO Group è stata molto criticata per Pegasus, il suo software di punta, un sistema di spionaggio usato da decine di Paesi per hackerare i telefonini.

Sono stati presi di mira centinaia di giornalisti, attivisti e persino capi di Stato.

Inoltre, aggiunge lo scrittore Abukhater, Israele ha bisogno dei programmi di cibersicurezza come Red Wolf per mantenere i suoi progetti di colonie illegali che si stanno espandendo nei territori occupati.

Tecnologie di sorveglianza come questa [riconoscimento facciale] sono importanti, specialmente dove Israele sta introducendo coloni nel cuore delle cittadine palestinesi. Il fatto che [le colonie] si addentrino profondamente nei quartieri palestinesi in posti come Gerusalemme Est e Hebron crea un sacco di problemi,” dice.

È [la tecnologia di sorveglianza] un modo per controllare i palestinesi e far sì che l’espansione delle colonie continui senza essere ostacolata dalla resistenza palestinese.”

Secondo le Nazioni Unite le colonie israeliane in Cisgiordania sono illegali e in “flagrante violazione” del diritto internazionale.

Sempre osservati’

Secondo Amro gli apparati di sorveglianza hanno avuto un effetto significativo sui movimenti quotidiani dei palestinesi, lui incluso.

Mi sento sempre osservato. Mi sento sempre monitorato … inclusi i miei social media, quando entro e esco da casa mia,” dice.

Delle donne mi hanno chiesto se loro possono vederle nelle camere da letto… è straziante sentire che le donne sono preoccupate per la loro intimità con i mariti, per i loro cari,” aggiunge.

Secondo l’ingegnere elettronico, 43enne, le famiglie sono state costrette ad andarsene da Hebron, massicciamente sorvegliata, in quartieri meno controllati.

Non ti sfrattano direttamente da casa tua. Ma ti rendono impossibile restarci… e molto dipende da queste tecnologie [di sorveglianza] e telecamere ovunque,” dice Amro.

Ori Givati, direttore di advocacy di Breaking The Silence [Rompere il Silenzio] un’organizzazione per i diritti umani di ex soldati israeliani e lui stesso un ex soldato israeliano, dice che i palestinesi “non hanno più spazio privato”.

Se nel passato alcuni pensavano che almeno le loro informazioni private erano sotto il loro controllo, noi abbiamo tolto loro anche quello.”

Per parecchi anni Amnesty ha invocato la proibizione dell’uso della tecnologia di riconoscimento facciale per la sorveglianza di massa, dicendo che era usata per “soffocare le proteste” e “tormentare le minoranze”.

Negli Stati Uniti il riconoscimento facciale ha finito per prendere ingiustamente di mira persone di razza mista. Molte città come Portland e San Francisco hanno proibito il suo utilizzo da parte delle forze di polizia locali, mentre altre stanno discutendo misure simili.

L’utilizzo del riconoscimento facciale ha accelerato il passo in India, dove le autorità l’hanno usato per monitorare raduni politici e proteste contro il partito di governo di estrema destra, il Bharatiya Janata Party, sollevando i timori di un giro di vite contro il dissenso e la libertà di espressione.

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Zona militare chiusa agli attivisti di sinistra

Editoriale di Haaretz

4 dicembre 2022 – Haaretz

Venerdì circa 300 persone si sono recate a Hebron per un tour organizzato da 30 organizzazioni per i diritti umani, tra cui Breaking the Silence [organizzazione di ex-soldati israeliani contrari all’occupazione, ndt.], l’Associazione per i diritti civili in Israele, Peace Now [organizzazione sionista di sinistra contraria all’occupazione, ndt.] e B’Tselem [principale ong israeliana per i diritti umani, ndt.], sulla scia di diversi recenti episodi di violenza contro palestinesi e attivisti di sinistra in città. Ma le persone che hanno cercato di protestare contro la violenza sia nei loro confronti e dei palestinesi hanno scoperto che l’esercito aveva dichiarato Hebron zona militare chiusa.

“Sulla base della nostra valutazione della situazione, abbiamo deciso di dichiarare una zona militare chiusa in diverse parti della città di Hebron per evitare attriti in quelle aree”, hanno detto le Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano, ndt.] “In linea con questo ordine, è stato vietato l’ingresso ai civili che non vivono in questa zona “.

La decisione dell’IDF di dichiarare Hebron zona militare chiusa al fine di impedire un tour delle organizzazioni per i diritti umani invia un messaggio politico inequivocabile: gli attivisti di sinistra sono da condannare per la violenza dei soldati contro di loro. Nel mondo capovolto dei territori occupati la fonte della violenza sono le persone che protestano contro di essa. La linea di fondo è che le IDF hanno soddisfatto la richiesta espressa sui cartelli tenuti dai contromanifestanti di Im Tirtzu [organizzazione israeliana di estrema destra, ndt.]: “Il popolo di Israele chiede che gli anarchici siano tenuti fuori da Hebron”. Hanno chiesto e ottenuto soddisfazione.

Le IDF hanno ricordato solo tardivamente che conviene prevenire “attriti” e “disturbi della quiete pubblica” limitando l’ingresso in città di non residenti. Dov’era questa idea responsabile due settimane fa, quando l’esercito ha fatto entrare a Hebron decine di migliaia di israeliani per la celebrazione annuale della porzione [parashah] di Hayei Sarah Torah [La parashah racconta le storie delle trattative di Abramo per assicurare un luogo di sepoltura alla moglie Sarah e la missione del suo servo per garantire una moglie a Isacco, figlio di Abramo e Sarah Isacco, ndt], israeliani che hanno provocato disordini, distrutto proprietà, lanciato pietre contro le case, picchiato e insultato sia abitanti palestinesi che membri delle forze di sicurezza e hanno persino ferito una soldatessa? Non solo l’esercito non ha impedito loro di entrare in città, ma ha ordinato agli abitanti palestinesi di Hebron di entrare nelle loro case e ha proibito le attività commerciali.

La scorsa settimana un soldato della Brigata Givati ha picchiato un partecipante a un tour dell’organizzazione Bnei Avraham, e un altro è stato filmato mentre diceva a un secondo membro del gruppo che “Ben-Gvir [politico di estrema destra e futuro ministro della Sicurezza Interna, ndt.] imporrà l’ordine qui” e a un terzo attivista, “ti spaccherò ala faccia”. Certo, il soldato che ha minacciato è stato mandato in cella per 10 giorni, ma poi la sua pena è stata ridotta a quattro giorni.

E a chi l’esercito ha vietato l’ingresso a Hebron? A un attivista palestinese che vive in città, Issa Amro, che ha filmato i soldati della Brigata Givati. Il giudice militare lo ha escluso dal suo stesso quartiere, Tel Rumeida, per sei giorni, dopo che un rappresentante della polizia lo ha definito un “istigatore” perché accompagna i tour degli attivisti israeliani a Hebron e ha affermato che questi “creano tensione”.

La decisione dell’IDF di escludere dalla città gli attivisti di sinistra è stata una decisione politica che mette soldati e coloni da una parte e persone di sinistra e palestinesi dall’altra. Dà slancio alla violenza contro i palestinesi e la sinistra. Se è così che si comporta l’esercito ancor prima che Benjamin Netanyahu abbia formato un governo con Itamar Ben-Gvir, l’indicazione è chiara: il peggio deve ancora venire.

L’articolo di cui sopra è l’editoriale principale di Haaretz, pubblicato sul giornale in Israele sia in ebraico che in inglese.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)