I palestinesi affermano che, contrariamente alle affermazioni della propaganda israeliana, l’ospedale Al-Shifa di Gaza è “ben lungi dall’essere pienamente operativo”

Nagham Zbeedat

5 dicembre 2025 – Haaretz

Sui social media alcuni influencer filoisraeliani hanno diffuso video del reparto maternità restaurato dell’ospedale Al-Shifa per mettere in dubbio la distruzione del complesso da parte di attacchi aerei e raid dell’IDF. Le immagini satellitari e le testimonianze di palestinesi di Gaza dimostrano il contrario.

All’ingresso di quello che un tempo era il più grande e importante complesso medico di Gaza, su un muro di cemento è stato scritto un messaggio in arabo e in inglese: “Giuriamo di ricostruirlo

Il graffito è stato dipinto nell’ambito di un impegno congiunto, durato oltre un anno, di organizzazioni umanitarie, governi stranieri e cittadini comuni per ristrutturare l’ospedale Al-Shifa di Gaza City.

Eppure, quando la scorsa settimana sono circolati online dei video che mostravano muri appena ridipinti e corridoi riparati ad Al-Shifa, è scoppiata una polemica. In post che hanno ricevuto milioni di visualizzazioni degli influencer filoisraeliani hanno falsamente affermato che le immagini costituissero la “prova” che gli ospedali di Gaza non fossero mai stati bombardati da attacchi aerei israeliani.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i media in lingua araba hanno riferito che, come appare in alcuni filmati che mostrano delle impalcature su alcune delle strutture sopravvissute, la ristrutturazione dell’ospedale Al-Shifa sarebbe iniziata all’inizio del 2024, nonostante le operazioni militari israeliane in corso in quel periodo.

L’edificio che appare nei video virali è il reparto maternità, una struttura situata all’estremità sud-occidentale del complesso di Al-Shifa. È stato costruito di recente, alla fine del 2020, e rispetto ad altri edifici ospedalieri ha subito danni minimi durante le diverse settimane di attacchi da parte delle IDF dell’anno scorso. Grazie a una rete elettrica funzionante nelle vicinanze e all’accesso a delle materie prime come la vernice, è stata una delle poche strutture che gli operai rimasti a Gaza hanno potuto riparare.

“Quello che si vede in quei video è solo un po’ di vernice e piccole riparazioni”, spiega Hajar, 32 anni, di Gaza City. “Quell’edificio ha subito danni minimi perché è separato dal complesso principale. Si trova a sud-est dell’ospedale e non è stato colpito direttamente dai raid, solo da alcuni colpi di artiglieria. Il resto dell’ospedale è stato spazzato via.”

Queste strutture, che un tempo costituivano la spina dorsale del sistema sanitario di Gaza, sono state ridotte a lamiere contorte, soffitti crollati e sale operatorie bruciate. La loro ricostruzione richiede risorse ben oltre l’attuale capacità di Gaza: equipaggiamento specializzato, materiali importati, macchinari pesanti e manodopera qualificata sono stati tutti dissipati dalla guerra.

“Condividere queste immagini senza spiegazioni serve all’occupazione e alla sua narrazione”, afferma Kamel, un infermiere di 28 anni del quartiere Shujaiyeh di Gaza City, che si è offerto volontario in ospedale all’inizio della guerra nel 2023 e da allora vi è tornato più volte. Questa opinione è ampiamente diffusa tra abitanti e operatori sanitari di Gaza.

In ogni modo “gli edifici principali – il reparto di chirurgia, il pronto soccorso, l’unità di dialisi, la medicina interna, le sale operatorie, la terapia intensiva e altro ancora – sono completamente distrutti e del tutto irreparabili”, afferma Kamel.

Più di un ospedale

Prima della guerra l’ospedale Al-Shifa (in arabo “l’ospedale della guarigione”) era la principale istituzione medica di Gaza, la più grande, la più attrezzata e fondamentale. Ma i palestinesi della Striscia raccontano ad Haaretz che l’ospedale costituisce un simbolo della resistenza di Gaza, un luogo in cui le vite sono state consegnate, salvate e perse durante decenni di blocco e attacchi ripetuti.

La sua distruzione durante i due anni di guerra ha rappresentato un punto di rottura per molti palestinesi, non solo per il suo ruolo cruciale nell’assistenza sanitaria, ma anche per ciò che rappresentava per una popolazione già stremata dalla devastazione.

Dopo mesi di bombardamenti e due incursioni su larga scala da parte delle IDF, l’ospedale è ormai in gran parte irriconoscibile. Gli edifici principali – tra cui chirurgia, pronto soccorso, terapia intensiva, dialisi e medicina interna – sono distrutti o incendiati. I corridoi che un tempo ospitavano famiglie sfollate a causa della guerra sono ridotti in macerie. Le sale operatorie sono carbonizzate. Gli impianti elettrici, le condutture dell’ossigeno e le reti idriche sono state recise. Solo un paio di strutture periferiche ha subito danni minimi, consentendo ai volontari di ridipingere ed eseguire riparazioni di base.

A marzo Hajar, madre di tre figli, stava andando a prendere l’acqua per la sua famiglia quando un inaspettato attacco aereo israeliano ha fatto tremare il terreno sotto i suoi piedi. Spaventata, è caduta rovinosamente, fratturandosi un braccio. Poiché Al-Shifa si trovava a corto di forniture mediche e prestava assistenza solo ai casi più gravi causati dalla guerra ha dovuto recarsi all’ospedale Al-Quds, situato a 2,6 km di distanza. “Nemmeno lì hanno potuto operarmi, anche se avevo davvero bisogno di un intervento chirurgico. Tutto quello che hanno potuto fare è stato mettermi una fasciatura e dirmi di aspettare che il braccio guarisse da solo”, spiega. “Al-Shifa era tutto per noi quando c’era bisogno di cure mediche.”

L’ospedale e il suo vasto complesso hanno subito alcuni dei colpi più duri della guerra, tra cui due massicce incursioni che hanno lasciato profonde ferite fisiche e psicologiche alla popolazione di Gaza: nel corso della prima, ampie parti del complesso sono state bombardate, le sue aree mediche sono state invase dai corpi e l’elettricità e l’ossigeno sono venuti a mancare; la seconda incursione, la scorsa primavera durante gli ultimi giorni del Ramadan, è stata ancora più distruttiva. “Hanno bruciato tutto. Hanno spianato i cortili dell’ospedale con i bulldozer”, ricorda Hajar. “Quando l’esercito si è ritirato e finalmente ci è stato permesso di rientrare, abbiamo trovato una fossa comune. Corpi ammucchiati uno sopra l’altro. Alcuni erano stati sepolti dalle ruspe. Non posso dimenticare quella scena.”

Secondo Human Rights Watch, la distruzione degli ospedali Al-Shifa, Nasser e Kamal Adwan ha seguito uno schema costante – incursioni, evacuazioni forzate, negazione di forniture salvavita e demolizione di edifici – che, sempre secondo HRW, indica un attacco deliberato alle infrastrutture mediche di Gaza. Le Nazioni Unite hanno descritto la condotta delle IDF come “medicidio”.

Ancora “lungi dall’essere pienamente operativo”

Nonostante la distruzione, sul campo è proseguito un intervento umanitario silenzioso, spontaneo e spesso pericoloso. Volontari, ingegneri, personale medico locale e ONG hanno svolto compiti un tempo riservati a istituzioni pienamente funzionanti: rimuovere manualmente i detriti, riallacciare le linee elettriche interrotte, recuperare attrezzature dalle macerie dell’ospedale, costruire in modo creativo letti ospedalieri e tentare di ripristinare la funzionalità di base in alcune parti del complesso.

L’edificio della maternità, ora parzialmente restaurato, è diventato un esempio non di ripresa, ma di determinazione – un piccolo segno di ciò che i palestinesi sperano di ricostruire se ne avranno i mezzi.

Dopo il primo cessate il fuoco nel gennaio 2024 sono iniziati immediatamente gli sforzi per riparare i danni infrastrutturali e riavviare le attività dell’ospedale Al-Shifa. Tra le istituzioni che hanno facilitato la riabilitazione figurano il governo malese, l’organizzazione no-profit britannica SKT Welfare, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Gift of the Givers, un’organizzazione umanitaria fondata in Sudafrica nel 1992.

Tutti i medici e gli operatori sanitari con cui abbiamo parlato, sia come membri di una delegazione medica sia come persone che hanno lavorato a Gaza, hanno confermato che gli edifici dell’ospedale sono stati gravemente danneggiati. La distruzione è stata pesante e ingiustificabile”, ha dichiarato Abou Rageila ad Haaretz. Ci siamo concentrati su un unico edificio perché le nostre precedenti strutture mediche erano insufficienti per i casi gravi che richiedevano interventi chirurgici o trattamenti complessi. Il collasso delle infrastrutture nel settore sanitario di Gaza ha reso questo progetto unico nel suo genere”.

Il fine dell’organizzazione non era solo quello di ripristinare i servizi medici, ma anche di sostenere l’economia locale. Attraverso i propri programmi, ha fornito opportunità di lavoro agli abitanti colpiti dalla guerra. Gift of the Givers ha collaborato con alcune organizzazioni per ripristinare un piano dell’ospedale. Il costo totale del progetto è stato di 1,5 milioni di dollari, di cui 300.000 sono stati donati da Gift of the Givers.

Abou Rageila sottolinea che il termine “recupero” deve essere usato con cautela. “L’edificio è ora utilizzabile per ricevere pazienti, ma richiede ancora importanti lavori. Mancano pannelli solari, attrezzature mediche essenziali e materiali di consumo. La maggior parte dei dispositivi attualmente in uso è stata recuperata da ospedali distrutti durante la guerra. Abbiamo pulito e riparato muri, chiuso le fessure danneggiate dalle bombe e coordinato gli interventi al fine di rendere lo spazio funzionale, ma Al-Shifa è ben lungi dall’essere pienamente operativo.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele avvia una nuova operazione militare nella Cisgiordania settentrionale

Mohamad Torokman, Alexander Cornwell e Nidal Al-Mughrabi

26 novembre 2025 – Reuters

TUBA, Cisgiordania/GERUSALEMME – Mercoledì le forze di sicurezza israeliane hanno occupato delle postazioni dentro la città di Tuba, in Cisgiordania, e hanno intimato ad alcuni palestinesi di lasciare le proprie case, l’ultimo attacco di una campagna durata un mese nelle città della Cisgiordania settentrionale.

Il governatore di Tuba Ahmed Al-Asaad ha raccontato all’agenzia Reuters che le forze israeliane, supportate da un elicottero che ha aperto il fuoco, hanno circondato la città e si sono schierati in vari quartieri.

L’incursione sembra essere lunga; le forze di occupazione (israeliane) hanno fatto sfollare le persone dalle loro case, occupato i tetti degli edifici e stanno effettuando arresti,” ha affermato.

L’esercito israeliano ha detto che l’operazione portata avanti con la polizia e le forze dell’intelligence è cominciata mercoledì mattina in seguito a “una identificazione di intelligence preliminare dei tentativi di creare” roccaforti e infrastrutture di miliziani.

L’esercito ha affermato di aver localizzato “una sala operativa d’osservazione” durante le sue ricerche in decine di case nella Cisgiordania occupata.

Veicoli israeliani sono stati visti attraversare la città, con le truppe armate di fucili e lanciarazzi che pattugliavano le strade. Soldati sono stati visti anche nella vicina città di Tammun.

PALESTINESI ARRESTATI, LE TRUPPE HANNO PREDISPOSTO POSTI DI BLOCCO

Al-Asaad ha detto che le forze israeliane hanno ordinato a coloro che hanno cacciato dalle loro case di non ritornarvi fino alla fine dell’operazione che, ha anticipato, potrebbe durare molti giorni.

Stanno continuando a completare il controllo della città,” ha raccontato alla Reuter, con le forze israeliane che stanno predisponendo posti di blocco e che hanno arrestato finora almeno 22 palestinesi.

La Cisgiordania è la patria per 2,7 milioni di palestinesi che hanno un autogoverno limitato sotto l’occupazione militare israeliana. Centinaia di migliaia di israeliani vi si sono insediati.

L’attacco di mercoledì estende ulteriormente le operazioni militari avviate quest’anno dalle forze israeliane in parti della Cisgiordania settentrionale, iniziate dalla città di Jenin a gennaio dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.

Migliaia di palestinesi sono stati espulsi dalle proprie case con le forze israeliane che sgomberavano i campi profughi e mantenevano la loro più lunga presenza da decenni in alcune città della Cisgiordania. Questo mese Human Rights Watch ha accusato Israele di crimini di guerra e crimini contro l’umanità riguardo alle espulsioni forzate. Israele nega di aver commesso tali crimini.

Negli ultimi mesi anche la violenza dei coloni sui palestinesi è cresciuta in Cisgiordania. I coloni sono raramente arrestati o perseguiti, sebbene l’ondata di attacchi abbia provocato le critiche del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Hamas, che il mese scorso ha accettato il cessate il fuoco con Israele a Gaza, ha condannato l’ultima operazione in Cisgiordania e ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire per fermarla.

Da quando Hamas ha effettuato l’attacco del 7 ottobre contro Israele da Gaza due anni fa, Israele ha drasticamente ridotto la possibilità di circolazione in Cisgiordania con nuovi posti di controllo eretti e alcune comunità palestinesi sono state concretamente rinchiuse da cancelli e posti di blocco.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Rapporto Human Right Watch – un picco del 300% di aborti spontanei: non ci sono gravidanze sicure a Gaza finché l’assalto israeliano continua

Redazione di MEMO

29 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Un rapporto accusatorio pubblicato ieri dalla ong Human Rights Watch (HRW) rivela il catastrofico impatto dell’offensiva militare israeliana sulle donne incinte e sui neonati a Gaza, documentando gravi carenze di cure mediche, allarmanti incrementi di aborti spontanei e condizioni devastanti per i parti.

Il rapporto di 50 pagine, intitolato “Cinque neonati in una incubatrice: violazioni dei diritti delle donne incinte durante l’assalto israeliano a Gaza”, evidenzia come l’assedio israeliano e gli attacchi alle strutture sanitarie abbiano creato delle condizioni potenzialmente letali per le donne durante la gravidanza e il parto.

Dall’inizio delle ostilità a Gaza le donne e le ragazze stanno affrontando la gravidanza in mancanza di assistenza sanitaria di base, misure igieniche, acqua e cibo” ha affermato Belkis Wille, il direttore associato per le crisi, i conflitti e le armi di Human Right Watch. “Esse e i loro neonati sono a rischio costante di una morte evitabile.”

Il rapporto dipinge un quadro fosco dell’assistenza sanitaria alla maternità al collasso. Solo 7 sui 18 ospedali parzialmente funzionanti possono adesso fornire cure ostetriche di emergenza, contro le 20 strutture presenti prima del 7 ottobre 2023. In alcuni casi i dottori sono obbligati a mettere fino a cinque neonati prematuri in una sola incubatrice a causa della grave carenza di apparecchiature mediche.

La situazione ha portato ad un drammatico aumento di complicanze durante la gravidanza. Secondo gli esperti di salute delle donne in gravidanza citati nel rapporto dal 7 ottobre 2023 il tasso degli aborti spontanei è cresciuto del 300%. Un sondaggio ONU fra le donne ha evidenziato che il 68% delle donne incinte ha sperimentato complicanze, con il 92% che ha riportato infezioni del tratto urinario e il 76% che ha sofferto di anemia.

Le terribili condizioni hanno obbligato gli ospedali a dimettere le donne poche ore dopo il parto. “Io ero esausta e non potevo camminare,” ha detto una madre ad HRW dopo essere stata dimessa solo quattro ore dopo il parto. “Tenevo in braccio il neonato e con mio marito e altri tre figli abbiamo dovuto cercare qualcuno che ci portasse [in macchina].”

Il rapporto evidenzia anche il devastante impatto della malnutrizione, con oltre 48.000 donne incinte che hanno sperimentato emergenze e una catastrofica mancanza di cibo sino a dicembre 2024. Il Fondo per la Popolazione dell’ONU (UNICEF) ha riportato che da dicembre inoltrato 8 bambini e neonati sono morti per ipotermia a causa della mancanza di un semplice riparo.

HRW ha osservato che a ottobre la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato due leggi entrate in vigore nel gennaio 2025 che minacciano di aggravare ulteriormente le condizioni di salute delle mamme e dei neonati. Queste nuove leggi vietano all’Agenzia ONU per il Soccorso e il Lavoro per i Rifugiati Palestinesi nel Medio Oriente [United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA)] di operare in Israele e a Gerusalemme Est occupata e vietano al governo dello Stato occupante di mantenere rapporti con l’UNRWA, cosa che renderebbe impossibile all’agenzia ONU di fornire aiuto nella Cisgiordania occupata o a Gaza o di ottenere permessi o visti per il proprio personale.

Israele ha inoltre ordinato all’UNRWA di lasciare tutte le sedi a Gerusalemme Est occupata e di interrompere le sue attività entro domani. L’UNRWA fornisce acqua, cibo, rifugio e altri servizi vitali a centinaia di migliaia di palestinesi a Gaza, incluse donne incinte, madri che allattano e neonati.

HRW ha chiesto agli alleati di Israele, inclusi gli USA, di effettuare azioni immediate per porre fine a queste violazioni. L’ONG ha sollecitato i governi a interrompere l’assistenza militare e a fare pressione su Israele per garantire che siano soddisfatti i bisogni delle donne incinte, dei neonati e di quanti hanno bisogno di cure mediche.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Cinque neonati in una incubatrice”: HRW sul pericolo per le donne incinte e i neonati a Gaza

Redazione di Al Jazeera

28 gennaio 2025- Al Jazeera

Human Rights Watch denuncia che Israele viola i diritti delle ragazze e delle donne incinte, senza che si intraveda la fine di questi crimini.

In un nuovo rapporto pubblicato martedì Human Rights Watch (HRW) afferma che i 15 mesi di guerra di Israele contro Gaza, così come le severe restrizioni imposte al flusso di aiuti umanitari, gli attacchi delle forze israeliane alle strutture sanitarie e gli attacchi contro gli operatori sanitari hanno portato a un “pericolo mortale” per le donne incinte e i neonati. Nonostante il cessate il fuoco in corso, è improbabile che le condizioni precarie in cui le donne a Gaza partoriscono migliorino, poiché si prevede che la legislazione israeliana che entrerà in vigore questa settimana e che prende di mira l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) limiterà gravemente la consegna di aiuti umanitari al territorio devastato.

L’organizzazione denuncia che le donne di Gaza sono state portate via in tutta fretta dagli ospedali sovraffollati, a volte a poche ore dal parto, per fare spazio alle vittime di guerra. Anche l’assistenza neonatale è stata gravemente colpita: un medico della clinica ostetrica al-Helal al-Emirati di Rafah afferma che la struttura ha così poche incubatrici e così tanti neonati prematuri che i dottori sono stati costretti a mettere “quattro o cinque neonati in un’unica incubatrice”.

“La maggior parte di loro non sopravvive”, ha aggiunto il medico. Diversi neonati sono morti per la mancanza di riparo a causa delle temperature gelide.

Nel rapporto di 56 pagine HRW conclude che Israele, in quanto potenza occupante a Gaza, ha violato i diritti delle ragazze e delle donne incinte, tra cui il diritto a cure dignitose durante la gravidanza, il parto e il periodo post-parto, nonché il diritto all’assistenza neonatale.

L’organizzazione ha anche sottolineato che due leggi approvate dalla Knesset israeliana l’anno scorso e in vigore da martedì minacciano di “aggravare ulteriormente il danno alla salute materna e neonatale”. Le leggi, che vietano all’UNRWA di operare in Israele e nella Gerusalemme Est occupata e al governo israeliano di avere rapporti con l’agenzia, rendono di fatto impossibile all’UNRWA ottenere permessi per il suo personale e consegnare gli aiuti tanto necessari a Gaza.

Belkis Wille, direttore associato di HRW per le crisi, i conflitti e l’uso delle armi, ha detto ad Al Jazeera che “anche se il cessate il fuoco potrebbe fornire un’opportunità per iniziare a ripristinare il sistema sanitario di Gaza, a causa delle leggi che vietano le operazioni dell’UNRWA appena entrate in vigore la realtà è che le prossime settimane potrebbero portare le donne incinte e i neonati a soffrire ancora di più di quanto sia già avvenuto.” Wille ha aggiunto: “Le disposizioni del cessate il fuoco non affrontano realmente nessuna delle necessità significative delineate nel rapporto.”

Secondo il rapporto a partire da questo mese l’assistenza ostetrica e neonatale di emergenza è disponibile solo in sette dei 18 ospedali parzialmente funzionanti di Gaza, in quattro degli 11 ospedali da campo e in un centro sanitario di comunità. Tutte le strutture mediche che operano a Gaza affrontano “condizioni antigieniche e sovraffollate” e gravi carenze di forniture sanitarie essenziali, tra cui medicinali e vaccini. Gli operatori sanitari, “affamati, oberati di lavoro e talvolta sotto attacco militare”, si stanno prodigando allo stremo per prendersi cura delle vittime degli attacchi e affrontano allo stesso tempo innumerevoli casi di malattie dovute all’acqua e infettive, aggiunge il rapporto.

HRW ha condotto a Gaza durante la guerra interviste con donne incinte, operatori sanitari gazawi e personale medico internazionale che lavora con organizzazioni umanitarie internazionali e agenzie che gestiscono equipe mediche a Gaza. Le interviste dipingono un quadro orribile dell’impatto della guerra sull’accesso alle cure di base durante la gravidanza e il parto.

Sono disponibili poche informazioni sul tasso di sopravvivenza dei neonati o sul numero di donne che hanno avuto gravi complicanze o sono morte durante la gravidanza, il parto o il post-parto, nota HRW. Ma l’organizzazione fa riferimento alla testimonianza di esperti di salute riproduttiva che hanno riferito che il tasso di aborto spontaneo a Gaza è aumentato fino al 300% dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023. Ha anche fatto riferimento ai rapporti delle Nazioni Unite secondo cui almeno otto neonati e bambini sono morti per ipotermia a causa della mancanza di un riparo sufficiente.

La guerra di Israele ha portato a uno sfollamento senza precedenti di circa il 90% degli abitanti di Gaza, molti dei quali sono stati costretti a fuggire più volte. Ciò ha reso impossibile per le donne incinte accedere in sicurezza ai servizi sanitari, ha rilevato il rapporto, notando che madri e neonati non hanno avuto quasi nessun accesso alle cure postnatali. Verso la fine dell’anno scorso Human Rights Watch ha concluso in un altro rapporto che Israele stava commettendo “atti di genocidio” negando acqua pulita ai palestinesi di Gaza. Ha anche denunciato che l’uso da parte di Israele della “fame come metodo di guerra” ha portato a una grave insicurezza alimentare.

Le donne incinte sono state particolarmente colpite dalla mancanza di accesso a cibo e acqua, con conseguenze critiche per la loro salute e per lo sviluppo fetale. Molte donne incinte hanno segnalato disidratazione o impossibilità di lavarsi, afferma il rapporto. “Le palesi e ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani da parte delle autorità israeliane a Gaza hanno avuto un impatto particolarmente acuto sulle ragazze e donne incinte e sui neonati”, afferma Wille. “Il cessate il fuoco da solo non porrà fine a queste condizioni orribili. I governi dovrebbero fare pressione su Israele affinché garantisca urgentemente che le esigenze delle ragazze e delle donne incinte, dei neonati e di altri che necessitano di assistenza sanitaria siano soddisfatte”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Perché ci sono così tanti minori palestinesi nelle carceri israeliane?

Redazione di Al Jazeera

26 gennaio 2025 Al Jazeera

Sono stati rilasciati ventitré minori detenuti, ma più di 300 minorenni restano nelle carceri israeliane, molti dei quali senza accuse

Perlomeno 23 minori palestinesi sono stati rilasciati dalle prigioni di Israele come parte dell’accordo di cessate il fuoco, portando alla ribalta la sistematica persecuzione dei minori palestinesi da parte dei tribunali militari di Israele.

Almeno 290 prigionieri palestinesi sono stati rilasciati in due lotti da quando il 19 gennaio è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Hamas e Israele, ponendo fine a 15 mesi di incessanti bombardamenti israeliani su Gaza.

Secondo Adameer Prisoner Support and Human Rights Association, un’organizzazione per i diritti umani con sede nella Cisgiordania occupata, prima degli ultimi scambi di prigionieri nelle prigioni israeliane erano detenuti 320 minori.

Quindi, cosa sappiamo dei minori palestinesi in prigione e perché vengono processati nei tribunali militari?

Cosa sappiamo dei minori palestinesi imprigionati in Israele?

Nel 2016 Israele ha introdotto una nuova legge che consente che i minori di età compresa tra 12 e 14 anni possano essere ritenuti penalmente responsabili, il che significa che potrebbero essere processati in tribunale come adulti e ricevere pene detentive. In precedenza, solo i minori di età pari o superiore ai 14 anni potevano essere condannati al carcere. Le pene detentive non possono tuttavia iniziare fino a quando il minore non abbia raggiunto l’età di 14 anni [vedi la legge qui: PDF].

Questa nuova legge, approvata il 2 agosto 2016 dalla Knesset israeliana, consente alle autorità israeliane di “imprigionare un minore condannato per reati gravi come omicidio, tentato omicidio o omicidio colposo anche se ha meno di 14 anni”, secondo la dichiarazione della Knesset al momento dell’approvazione della legge.

Questa modifica è stata apportata nel 2015 dopo che nella Gerusalemme Est occupata è stato arrestato il tredicenne Ahmed Manasra. Era accusato di tentato omicidio e condannato a 12 anni di prigione dopo l’entrata in vigore della nuova legge, per l’appunto dopo il suo quattordicesimo compleanno. Poi in appello la sua condanna è stata commutata a nove anni.

Secondo la ONG Save the Children, negli ultimi 20 anni circa 10.000 minori palestinesi sono stati tenuti da Israele in detenzione militare.

Le ragioni dell’arresto dei minori vanno dal lancio di pietre alla partecipazione a un raduno di sole 10 persone senza permesso, per qualsiasi istanza “che potrebbe essere interpretata come politica”.

In base a quale legge Israele detiene i minori?

Con una pratica controversa, i prigionieri palestinesi sono processati e condannati in tribunali militari e non civili. Il diritto internazionale consente a Israele di utilizzare tribunali militari nei territori che occupa.

In Palestina esiste un duplice sistema legale, in base al quale i coloni israeliani che vivono nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est sono soggetti al diritto civile israeliano, mentre i palestinesi sono soggetti al diritto militare israeliano in tribunali gestiti da soldati e ufficiali israeliani.

Questo significa che un gran numero di palestinesi viene imprigionato senza un dovuto processo che rispetti regole basilari.

In ogni caso le autorità israeliane arrestano regolarmente i minori palestinesi durante incursioni notturne, li interrogano senza un tutore presente, li trattengono per periodi molto lunghi prima di portarli davanti a un giudice e trattengono quelli di appena 12 anni in lunghe detenzioni preventive”, ha scritto nel novembre 2023 Omar Shakir, direttore di Human Rights Watch per Israele e Palestina.

Quasi tre quarti dei minori palestinesi nella Cisgiordania occupata sono stati tenuti in custodia fino alla fine del procedimento, rispetto a meno del 20 % dei minori israeliani – secondo il rapporto del 2017 dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele.

HaMoked, una ONG per i diritti umani che assiste i palestinesi sottoposti a violazioni dei diritti umani sotto l’occupazione israeliana, ha affermato che nel 2020 ai minori detenuti in prigione era concessa una telefonata di 10 minuti alla famiglia una volta ogni due settimane.

Quanti fra i prigionieri palestinesi finora rilasciati nell’ambito dell’accordo tra Israele e Hamas sono minori?

Come parte dell’accordo di cessate il fuoco sabato Israele ha rilasciato dalle sue prigioni 200 detenuti palestinesi, 120 dei quali stavano scontando l’ergastolo.

Due di loro sono minori, entrambi di 15 anni. Il prigioniero più anziano, Muhammad al-Tous, ha 69 anni. Aveva trascorso 39 anni in prigione, essendo stato arrestato per la prima volta nel 1985 mentre combatteva contro le forze israeliane.

Lo scambio di sabato è stato il secondo da quando il 19 gennaio è entrato in vigore il cessate il fuoco. Nel primo scambio sono stati rilasciati tre prigionieri israeliani e 90 prigionieri palestinesi (69 donne e 21 minori).

Solo otto dei 90 prigionieri erano stati arrestati prima del 7 ottobre 2023, quando i gruppi palestinesi guidati da Hamas hanno effettuato attacchi nel sud di Israele. Gli attacchi hanno ucciso più di 1.100 persone, ne hanno fatte prigioniere circa 250 e hanno innescato la devastante guerra di Israele a Gaza.

Alcuni prigionieri palestinesi erano tenuti nelle prigioni israeliane da più di trent’anni.

Il noto leader palestinese Marwan Barghouti, co-fondatore del Movimento di Liberazione Nazionale Palestinese noto anche come Fatah, il partito che governa la Cisgiordania, è in prigione da 22 anni.

Tamer Qarmout, professore associato al Doha Institute for Graduate Studies, ha detto ad Al Jazeera che il rilascio dei prigionieri palestinesi è un “enorme sollievo” per le famiglie, sebbene stia avvenendo sotto le “terribili condizioni dell’occupazione [israeliana]”.

“Questi prigionieri avrebbero dovuto essere rilasciati grazie ad un accordo più ampio che ponga fine al conflitto, che porti la pace tramite negoziati e la fine dell’occupazione, ma la dura realtà in Palestina è che mentre parliamo l’occupazione continua”, ha detto Qarmout ad Al Jazeera.

Quanti palestinesi ci sono nelle prigioni israeliane? Hanno subito torture durante la detenzione?

Secondo le stime di Addameer domenica erano prigionieri di Israele circa 10.400 palestinesi di Gaza e della Cisgiordania,.

Nei territori palestinesi occupati un palestinese su cinque è stato a un certo punto arrestato e accusato. Questo tasso è il doppio per gli uomini palestinesi rispetto alle donne: due uomini su cinque sono stati arrestati e accusati.

Ci sono 19 prigioni in Israele e una all’interno della Cisgiordania occupata che detengono prigionieri palestinesi. Da ottobre Israele non consente alle organizzazioni umanitarie indipendenti di visitare le prigioni israeliane, quindi è difficile conoscere il numero e le condizioni delle persone che vi sono detenute.

I prigionieri palestinesi che sono stati rilasciati hanno riferito di essere stati picchiati, torturati e umiliati prima e dopo l’inizio della guerra a Gaza il 7 ottobre.

Quanti prigionieri palestinesi sono trattenuti senza accuse?

Secondo Addameer circa 3.376 palestinesi detenuti in Israele sono in detenzione amministrativa. Un detenuto amministrativo è una persona tenuta in prigione senza accusa o processo.

Né ai detenuti amministrativi, che includono donne e bambini, né ai loro avvocati è consentito vedere le “prove segrete” che le forze israeliane affermano costituiscano la ragione degli arresti. Questa pratica è esercitata contro i detenuti palestinesi sin dalla fondazione di Israele nel 1948.

Queste persone sono arrestate dall’esercito per periodi di tempo rinnovabili, il che significa che la durata dell’arresto è indefinita e potrebbe durare molti anni.

Secondo Addameer i detenuti amministrativi includono 41 minori e 12 donne.

Cosa succederà adesso?

Nella prima fase di sei settimane del cessate il fuoco dovrebbero essere rilasciati altri ventisei prigionieri [israeliani, n.d.t.] insieme a centinaia di altri prigionieri palestinesi. Il prossimo scambio è previsto per sabato prossimo[1 febbraio ndt]. Molti sperano che la fase successiva porrà fine alla guerra che ha costretto la stragrande maggioranza dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza a spostarsi e ha lasciato centinaia di migliaia di persone a rischio carestia. I colloqui inizieranno il 3 febbraio.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Perché Israele pensa di aver vinto in Siria

Asa Winstanley e Ali Abunimah 

9 dicembre 2024 The Electronic Intifada 

All’alba di martedì mattina i carri armati israeliani erano alla periferia di Damasco, e Israele lanciava attacchi aerei in tutto il Paese definiti come “i più pesanti nella storia siriana”.

L’escalation degli attacchi israeliani sul Paese arriva dopo che il presidente Bashar al-Assad è fuggito in Russia nelle prime ore di domenica mentre gli insorti sostenuti dagli Stati Uniti e dalla Turchia hanno preso la capitale Damasco.

Benjamin Netanyahu ha immediatamente rivendicato il merito della caduta di Assad, la cui famiglia aveva governato la Siria per cinquant’anni.

I commenti del primo ministro israeliano risalgono a​ domenica mattina, quando ha visitato il territorio occupato da Israele sulle alture del Golan in Siria.

“Questo è un giorno storico”, ha detto Netanyahu, “un risultato diretto dei colpi che abbiamo inflitto all’Iran e a Hezbollah, principali sostenitori del regime di Assad”.

Le forze di occupazione israeliane hanno approfittato della caduta del governo per bombardare la Siria, occupare ulteriori territori siriani e distruggere infrastrutture pubbliche vitali, impianti di difesa e basi aeree.

Nuovi attacchi aerei israeliani hanno colpito Damasco e la Siria meridionale, distruggendo “sistemi d’arma avanzati e strutture di produzione di armi” e lasciando la Siria più vulnerabile che mai.

Gli attacchi aerei sulla capitale sembrano aver preso di mira l’ufficio immigrazione e passaporti. È stato segnalato un enorme incendio che stava distruggendo l’edificio.

Lunedì la Reuters, citando funzionari della sicurezza siriana, ha riferito che i massicci raid aerei israeliani “hanno bombardato almeno tre importanti basi aeree dell’esercito siriano che ospitavano decine di elicotteri e jet”.

I territori siriani recentemente occupati da Israele includono Jabal al-Sheikh, noto anche come Monte Hermon, che si trova al confine siriano con il Libano. L’ufficio stampa del governo israeliano ha sottolineato che era “la prima volta dal 1973” che occupavano l’area. Il primo ministro israeliano ha anche annunciato che avrebbe posto fine unilateralmente all’accordo del 1974 sul disimpegno tra Siria e Israele, sostenendo che quell’accordo sostenuto dall’ONU era “finito”.

Guerra lampo dei ribelli

La caduta del governo siriano è avvenuta dopo una guerra lampo di 11 giorni, partita dall’enclave settentrionale di Idlib dove gli insorti armati avevano mantenuto una roccaforte al confine con la Turchia dopo la tregua del 2016 mediata da Russia e Turchia.

A fine novembre gli insorti sono partiti armati da Idlib verso sud, occupando una dopo l’altra le città siriane di Aleppo, Hama, Homs e infine Damasco.

Sebbene fosse sostenuto da alleati regionali e internazionali, l’esercito siriano ha ceduto la maggior parte delle sue posizioni senza combattere, indicazione dell’esistenza di un accordo a garanzia dell’uscita di Assad.

Il presidente uscente degli Stati Uniti Joe Biden ha affermato domenica che il fallimento di Russia, Iran ed Hezbollah nel difendere il governo siriano è stato “il risultato diretto dei colpi sferrati da Ucraina [e] Israele” con il “continuo sostegno degli Stati Uniti”. Alcune analisi suggeriscono che l’Iran e la Russia, principali sostenitori del governo siriano, abbiano concluso che il governo di Assad fosse ormai un guscio vuoto e non potesse essere salvato.

Dopo anni di guerra che hanno causato orribili morti, sfollamenti e distruzione, la partenza di Assad senza combattere ha risparmiato un ulteriore massiccio spargimento di sangue, almeno per ora. La sua partenza è stata seguita da scene di giubilo quando i siriani si sono riuniti con i propri cari provenienti da parti del paese precedentemente tagliate fuori o appena rilasciati dalle prigioni.

Ma in una società profondamente divisa, molti continueranno a temere ciò che i nuovi governanti, con il loro noto passato di atrocità, potrebbero fare.

In episodi che ricordano l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, ci sono stati saccheggi e uccisioni per vendetta di soldati siriani in fuga.

La Libia, il cui leader è stato rovesciato e ucciso nell’insurrezione del 2011 sostenuta dagli Stati Uniti, è un avvertimento: la speranza e il giubilo iniziali sono stati rapidamente infranti. Tredici anni dopo il paese versa in condizioni disperate e molte persone temono una guerra civile.

Gli Stati Uniti preferirebbero di gran lunga una Siria nel caos ampiamente sotto il loro controllo a un paese unito che si oppone a Israele.

Mantenere la Siria in macerie

Dal 2014 gli Stati Uniti hanno mantenuto un’esplicita occupazione militare su ampie zone della Siria, principalmente nella regione nord-orientale ricca di petrolio, dove sono aiutati da milizie locali.

Quando Donald Trump è stato eletto presidente la prima volta ha ritirato alcune delle truppe statunitensi, ma sarebbero rimasti circa 900 soldati.

Dana Stroul, allora ricercatrice presso il Washington Institute for Near East Policy affiliato all’AIPAC [gruppo di pressione statunitense noto per l’incondizionato sostegno a Israele, ndt.], ha co-presieduto il bipartisan “Syria Study Group” che ha definito gli obiettivi della politica statunitense. Nel 2019 ha illustrato le sue raccomandazioni su come gli Stati Uniti dovrebbero mirare a indebolire lo Stato siriano e impoverire il suo popolo.

Il primo obiettivo, ha affermato Stroul, è quello di mantenere l’occupazione militare statunitense sul terzo del territorio siriano più “ricco di risorse”, comprendente i giacimenti petroliferi e la “produzione agricola”.

Oltre all’ “isolamento diplomatico e politico del regime di Assad”, Stroul ha sottolineato l’importanza delle sanzioni economiche statunitensi e dell’impedire al paese dilaniato dalla guerra di ricostruirsi.

La maggior parte della Siria, ha detto Stroul, “è un cumulo di macerie”.

La commissione da lei co-presieduta ha raccomandato, nelle sue parole, che gli Stati Uniti usino la loro enorme influenza internazionale per “mantenere la politica di impedire gli aiuti alla ricostruzione e che le competenze tecniche tornino in Siria”.

Dal 2021 al 2023 Stroul ha avuto un ruolo diretto nell’implementazione di queste politiche come vice assistente segretario alla difesa per il Medio Oriente, la massima carica civile del Pentagono nella regione. Stroul è ora tornata come direttrice della ricerca al Washington Institute, il think tank più influente della lobby israeliana.

Gli Stati Uniti sono impegnati da anni ad aggiudicarsi il controllo della ricchezza materiale della Siria.

Nuovo brand per al-Qaida

L’offensiva lampo da Idlib è stata guidata dal gruppo Hayat Tahrir al-Sham, emerso da al-Qaida.

Leader del gruppo è Abu Muhammad al-Julani, ex leader di Jabhat al-Nusra, affiliato di al-Qaida in Siria e un tempo agente dello Stato islamico dell’Iraq (che in seguito è diventato ISIS).

Secondo i gruppi per i diritti umani, sotto al-Julani Jabhat al-Nusra ha compiuto numerose atrocità contro i civili siriani.

Human Rights Watch ha indagato sulle atrocità dei ribelli nella regione costiera attorno alla città di Latakia e in un rapporto del 2013 ha affermato che al-Nusra e i gruppi ad esso alleati hanno compiuto crimini di guerra “premeditati e organizzati”, tra cui “l’uccisione sistematica di intere famiglie”.

E con il rebranding in Hayat Tahrir al-Sham tali abusi non si sono fermati. Human Rights Watch afferma di aver documentato gravi abusi da parte di Hayat Tahrir al-Sham nell’enclave di Idlib da esso controllata negli ultimi anni.

“La repressione di Hayat Tahrir al-Sham nei confronti di coloro che si percepiscono come oppositori al loro governo rispecchia proprio alcune delle tattiche oppressive utilizzate dal governo siriano”, diceva nel 2019 Lama Fakih, vicedirettore per il Medio Oriente del gruppo per i diritti umani. “Non esiste una ragione legittima per rastrellare gli oppositori, detenerli e torturarli arbitrariamente”. A marzo, Voice of America ha riferito che le proteste sono scoppiate per diversi giorni in circa 20 località nell’enclave di Idlib. “I manifestanti intonano slogan contro il leader di HTS Abu Muhammad al-Julani, chiedendo il rilascio dei prigionieri detenuti dal gruppo estremista e la fine del suo stretto controllo sull’enclave”, ha affermato la rete radiotelevisiva finanziata dal governo degli Stati Uniti. Un’altra rivolta è scoppiata a maggio contro il governo “sempre più dittatoriale” di Hayat Tahrir al-Sham, che prevedeva anche la tortura a morte dei prigionieri. In una dichiarazione rilasciata domenica dopo la caduta del governo di Damasco, Human Rights Watch ha accusato Assad di “innumerevoli atrocità, crimini contro l’umanità e altri abusi durante i suoi 24 anni di presidenza”. Ha anche affermato che Hayat Tahrir al-Sham e altri “gruppi armati non statali” che “hanno lanciato l’offensiva” da Idlib il 27 novembre sono responsabili “di violazioni dei diritti umani e crimini di guerra”.

Al-Julani non è mai stato chiamato a risponderne.

Al contrario, funzionari statunitensi e britannici stanno discutendo la possibilità di cancellare lui e il suo gruppo dalle loro liste dei terroristi.

Sembra persino probabile che al-Julani sia stato addestrato per guidare la Siria, poiché i media occidentali stanno lavorando sodo a ripulire la sua immagine con interviste e reportage favorevoli.

Questi sforzi di rebranding si basano sull’affermazione secondo cui al-Julani e Hayat Tahrir al-Sham si sarebbero lasciati il ​​passato alle spalle.

Ma non è sempre stato così. Lo stesso governo degli Stati Uniti ha affermato nel 2017 che “HTS è un accorpamento e qualsiasi gruppo che vi si unisca diventa parte della rete siriana di al-Qaida”.

È in base a queste ragioni che gli Stati Uniti hanno messo una taglia di 10 milioni di dollari su al-Julani, il cui vero nome è Ahmed al-Shara, una ricompensa che rimane ufficialmente disponibile per chiunque possa aiutare l’FBI a localizzarlo.

Biden ammette di aver finanziato gruppi legati ad al-Qaeda

Negli ultimi 13 anni i vari gruppi armati che hanno collaborato per rovesciare il governo siriano sono stati sostenuti dagli Stati Uniti, dagli Stati del Golfo, dalla Turchia e dallo stesso Israele.

In un raro momento di onestà, per il quale in seguito ha dovuto scusarsi, l’allora vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ammesso nel 2014 che un’ondata di finanziamenti aveva aiutato gruppi che gli Stati Uniti considerano estremisti.

Biden ha affermato che Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e altri “erano così determinati ad abbattere Assad e a promuovere essenzialmente una guerra per procura fra sunniti e sciiti… [che] hanno riversato centinaia di milioni di dollari, decine, migliaia di tonnellate di armi a chiunque volesse combattere contro Assad”.

“Se non fosse che le persone che venivano rifornite erano al-Nusra e al-Qaida e gli elementi estremisti dei jihadisti provenienti da altre parti del mondo”, ha aggiunto Biden.

Ciò che Biden non ha menzionato è l’Operazione Timber Sycamore, l’enorme quantità di finanziamenti e addestramento con cui anche la CIA, sotto il presidente Barack Obama, ha partecipato dagli Stati Uniti alla multimiliardaria guerra per procura in Siria.

Nel 2017 il New York Times l’ha definita “uno dei programmi di azione segreta più costoso nella storia della CIA”.

La logica è stata ben riassunta da Jake Sullivan, attualmente consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, in un’e-mail del 2012 all’allora Segretario di Stato Hillary Clinton.

“AQ [Al-Qaida] è dalla nostra parte in Siria”, ha scritto Sullivan.

Battuta d’arresto per l’asse di resistenza

L’ultima volta che al-Qaeda e altri gruppi di insorti sono arrivati alle alture del Golan, Israele ha stabilito relazioni cordiali con loro, curando i loro combattenti in un ospedale da campo appositamente costruito e persino armandoli.

Domenica Netanyahu ha segnalato la ripresa di quella politica. Ha detto che Israele avrebbe perseguito “lo stesso approccio che abbiamo mantenuto quando abbiamo allestito qui un ospedale da campo che ha curato migliaia di siriani feriti durante la guerra civile. Centinaia di bambini siriani sono nati qui in Israele”.

Poiché la Siria è stata per decenni la spina dorsale dell’asse di resistenza all’egemonia statunitense e al colonialismo di insediamento israeliano, molti nella regione vedono la caduta di Assad come una grande vittoria strategica di Israele e Stati Uniti.

La Siria è stata un anello vitale nella catena di fornitura militare, un ponte di terra tra l’Iran e il suo alleato regionale Hezbollah. Questa fazione libanese di resistenza ha cacciato le forze di occupazione israeliane dal Libano meridionale nel 2000 e ha respinto il tentativo di invasione terrestre israeliana partito all’inizio di ottobre di quest’anno. L’offensiva terrestre israeliana si è conclusa alla fine di novembre con una tregua impari che secondo l’ONU Israele ha già violato più di 100 volte. Israele aveva disperatamente bisogno di un cessate il fuoco con Hezbollah poiché non era riuscito a procedere più di qualche chilometro dal confine e il suo esercito non era in grado di mantenere il territorio.

Le sue truppe sono state semplicemente sconfitte dalle forze superiori dei combattenti libanesi.

Solo poche ore dopo che Damasco è caduta nelle mani degli insorti, Israele ha lanciato una nuova incursione in Siria, come hanno riferito i media israeliani domenica. Carri armati e soldati israeliani hanno occupato nuova terra siriana sulle alture del Golan, definendola “zona cuscinetto”.

Dall’invasione del 1967 Israele ha occupato gran parte della regione sud-occidentale del Golan in Siria, espellendo la maggior parte della popolazione siriana. Israele ha annesso unilateralmente il territorio siriano occupato nel 1981 e ha colonizzato la terra con circa 20.000 coloni.

Insorti filo-israeliani?

Gli oppositori di Assad stanno celebrando quella che sperano sarà una nuova alba per la Siria. Ma molte persone nella regione vedono l’offensiva degli insorti come deliberatamente programmata per aiutare Israele.

La rivendicazione di Netanyahu domenica mattina della responsabilità per la caduta di Damasco nelle mani degli insorti non fa che rafforzare questa visione.

L’ex leader di al-Qaida al-Julani, da parte sua, sembra quasi un lobbista filo-israeliano. In un video recente ha fatto riferimento a ciò che ha definito “le guerre dell’Iran contro la regione”, riecheggiando il linguaggio spesso usato da Netanyahu dall’ottobre 2023.

Al-Qaida e altri gruppi simili tendono a vedere la regione attraverso una settaria lente estremista musulmana sunnita, considerando l’Iran a maggioranza musulmana sciita e il gruppo musulmano sciita Hezbollah come nemici mortali. Sia tacitamente che apertamente ciò consente a tali gruppi di fare causa comune con Israele e gli Stati Uniti, come ha riconosciuto il funzionario statunitense Jake Sullivan nella sua famigerata e-mail del 2012.

“Eravamo molto contenti quando avete attaccato Hezbollah”, ha detto di recente un “attivista dell’opposizione” a un giornalista israeliano che ha riferito i suoi commenti in TV. “Siamo felici di aiutarvi”, ha aggiunto l’attivista. “Amiamo lo Stato di Israele e non siamo mai stati suoi nemici, perché non nuoce a nessuno se nessuno nuoce a lui”. In un’altra intervista con The Times of Israel, un “comandante dei ribelli” ha detto che il suo Esercito Siriano Libero sostenuto dagli Stati Uniti era pronto a normalizzare le relazioni con Israele, nonostante il genocidio israeliano in corso contro i palestinesi e la decennale occupazione illegale israeliana del territorio siriano. “Sottoscriveremo una pace completa con Israele”, ha detto il comandante. “Dallo scoppio della guerra civile siriana non abbiamo mai fatto commenti critici contro Israele, a differenza di Hezbollah, che ha dichiarato di voler liberare Gerusalemme e le alture del Golan.”

Il comandante degli insorti, parlando al sito di notizie israeliano, ha anche lasciato intendere che potrebbe essere già in contatto con funzionari israeliani.

Anche se questi personaggi anonimi non parlano ufficialmente, tale riabilitazione del regime genocida israeliano non dà speranza ai palestinesi, specialmente quelli di Gaza.

Parlando a un canale televisivo israeliano, l’ufficiale dell’intelligence militare israeliana Mordechai Kedar ha detto di essere “in costante contatto con i leader delle fazioni dell’opposizione siriana… Sono pronti per un accordo di pace con Israele, se solo riescono a controllare Siria e Libano”.

Tali dichiarazioni mettono in allarme le persone in Libano, un avvertimento che il loro paese potrebbe essere il prossimo obiettivo e parte di un tentativo di trascinare Hezbollah in una guerra civile.

“I leader delle fazioni di opposizione siriane hanno comunicato a Tel Aviv che stanno pianificando di aprire un’ambasciata israeliana a Damasco e Beirut”, ha affermato Kedar.

Riferendo i commenti di un altro “comandante dei ribelli” all’emittente governativa israeliana Channel 12, la scorsa settimana The Times of Israel ha sottolineato che “l’offensiva è stata lanciata proprio mentre entrava in vigore un cessate il fuoco” tra Israele e Hezbollah.

Secondo questo comandante, la tempistica non è stata una coincidenza.

“Abbiamo esaminato l’accordo [di cessate il fuoco] con Hezbollah e abbiamo capito che era il momento giusto… Non lasceremo che Hezbollah combatta nelle nostre aree e non lasceremo che gli iraniani vi mettano radici”, ha detto.

Secondo la testata il comandante ha affermato che il suo obiettivo era sostituire il governo siriano con uno che avesse buoni rapporti con Israele

Parte di ciò potrebbe essere propaganda, pio desiderio o pura e semplice montatura. Ma dato che gli Stati Uniti sostengono questi gruppi da più di un decennio, i loro sostenitori li considerano chiaramente molto preferibili ai gruppi il cui obiettivo dichiarato è la resistenza a Israele.

Trame settarie

I nuovi insorti ora emergenti hanno rancori di vecchia data contro la resistenza.

Hezbollah è intervenuto in Siria nel 2013 dopo che la guerra per procura degli Stati Uniti contro il Paese, iniziata due anni prima, era quasi riuscita a rovesciare il governo di Damasco.

Il gruppo e il suo alleato dell’asse della resistenza, l’Iran, insieme alla Russia che ha basi militari nel paese, hanno impedito che il governo venisse rovesciato.

Con le milizie che hanno preso il controllo della Siria ora in grado di dominare il paese, il futuro dell’asse della resistenza è incerto.

Alcuni pianificatori israeliani stanno progettando di dividere la Siria in cantoni etnici e settari tra loro in guerra, una classica strategia coloniale di dividi et impera.

In un’intervista pubblicata lunedì da The Times of Israel, il colonnello dell’intelligence militare israeliana Wahabi Anan Wahabi ha esposto il suo piano per quella che la testata ha descritto come “una libera confederazione di quattro sottostati etnici”.

Wahabi ha affermato che “il paese è già diviso in quattro cantoni. Il passo successivo è rendere ufficiale questa divisione”. “Lo Stato nazionale moderno ha fallito in Medio Oriente”, ha affermato.

Piano di emergenza americano-israeliano”

Gli Stati Uniti hanno coordinato l’offensiva di Idlib in stretto accordo con Israele.

Una fonte informata ha detto a Said Arikat, stimato corrispondente a Washington del quotidiano palestinese Al-Quds, che l’offensiva di Hayat Tahrir al-Sham è stata pianificata in coordinamento fra Stati Uniti, Israele e Turchia.

È “giunta come risultato di un ‘piano di emergenza’ americano-israeliano coordinato dall’amministrazione del presidente Joe Biden con la Turchia” ed “è stata implementata secondo una visione americana per il giorno dopo l’accordo di cessate il fuoco tra Libano e Israele”.

Arikat ha scritto che la sua fonte precedentemente aveva addestrato gli insorti, tra cui l’affiliata di al-Qaida Jabhat al-Nusra e il succedaneo Hayat Tahrir al-Sham in basi in Giordania e Turchia, fino al 2021.

L’invasione israeliana di domenica sembra essere stata in preparazione da un po’ di tempo. Solo una settimana prima che venisse lanciata l’offensiva di Hayat Tahrir al-Sham, i media israeliani hanno riferito che il capo dello Shin Bet, la polizia segreta israeliana, era stato in Turchia per un incontro con il capo di un’agenzia di intelligence turca. Sempre una settimana prima dell’offensiva, Israele ha iniziato nuove costruzioni illegali nella zona demilitarizzata tra le aree delle alture del Golan controllate dalla Siria e quelle occupate da Israele, in violazione dell’accordo di disimpegno del 1974.

Secondo l’UNDOF, la forza di pace delle Nazioni Unite che monitora il cessate il fuoco, si è trattato di “gravi violazioni”.

I siriani, indipendentemente dalle loro posizioni politiche, vorrebbero vedere il loro paese rimettersi in piedi, unito e indipendente il prima possibile. Nessun sostenitore della liberazione palestinese ha nulla da temere da una Siria veramente sovrana.

Questo è esattamente il motivo per cui ci sono molte potenti forze esterne, principalmente Israele e Stati Uniti, che vogliono che la Siria rimanga debole e subordinata alla loro agenda. Se divisione, dipendenza e caos sono gli unici modi per raggiungere questo obiettivo, allora è ciò che favoriranno e fomenteranno.

Israele, da parte sua, non sta perdendo tempo a capitalizzare i tumultuosi eventi storici per impadronirsi di più terra e consolidare la sua presa genocida sulla regione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Morire all'”Inferno”: il destino dei medici palestinesi incarcerati da Israele

Simon Speakman Cordall

24 novembre 2024 – Aljazeera

Secondo recenti rivelazioni uno dei medici più importanti di Gaza potrebbe essere stato violentato a morte. Non è l’unico.

Attenzione: questo articolo include descrizioni o riferimenti a violenze sessuali che alcuni lettori potrebbero trovare inquietanti.

La vita del dottor Adnan Al-Bursh è in netto contrasto con il modo in cui il carismatico 49enne è morto.

A dicembre il primario di ortopedia dell’ospedale al-Shifa di Gaza stava lavorando all’ospedale al-Awda nel nord di Gaza quando lui e altri medici sono stati arrestati dall’esercito israeliano per riferite “ragioni di sicurezza nazionale”.

Secondo quanto dichiarato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked, quattro mesi dopo le guardie della prigione di Ofer hanno trascinato Al-Bursh e lo hanno scaricato nel cortile della prigione, nudo dalla vita in giù, sanguinante e incapace di stare in piedi.

Avendolo riconosciuto alcuni prigionieri hanno portato Al-Bursh in una stanza vicina, dove è morto pochi istanti dopo.

Entrare in un “Inferno”

Il dott. Al-Bursh era diventato una presenza costante nella vita di molti attraverso i video-diari che postava prima del suo arresto.

I suoi video lo mostravano con i suoi colleghi mentre scavavano fosse comuni nel cortile di al-Shifa per seppellire le persone perché Israele non permetteva che i loro corpi venissero portati in un cimitero, o mentre intervenivano su feriti e moribondi con poca o nessuna attrezzatura e aspettavano insieme l’assalto israeliano contro un ospedale dove migliaia di persone avevano cercato sicurezza.

L’assalto è avvenuto a metà novembre quando, in scene catturate dal dott. Al-Bursh, l’esercito israeliano ha ordinato ai pazienti, al personale e a circa 50.000 sfollati rifugiati ad al Shifa di andarsene.

Il dott. Al-Bursh ha raggiunto l’ospedale indonesiano nel nord di Gaza dove ha lavorato fino a quando anche quello non è stato preso di mira, a novembre, e si è trasferito all’ospedale Al-Awda.

Lì è stato arrestato e condotto in un sistema carcerario che l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem descrive come “Inferno”.

Israele spesso imprigiona operatori sanitari come il dottor Al-Bursh per “indagini” e li mantiene in condizioni orribili.

“La maggior parte dei medici e infermieri [detenuti da Israele e che hanno parlato con PHRI] ha riferito di essere stati sottoposti ad interrogatori al fine di ottenere informazioni ma senza che gli venisse rivolta alcuna accusa”, ha affermato Naji Abbas, direttore del dipartimento dei prigionieri di Physicians for Human Rights Israel [Medici per i diritti umani – Israele].

“Il nostro avvocato ha visitato decine di operatori sanitari che [sono] ancora in detenzione israeliana da lunghi mesi senza accuse o senza un giusto processo e la maggior parte di loro non ha mai visto un avvocato”, ha aggiunto.

Il Ministero della Salute palestinese a Gaza riferisce che dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023 Israele ha arrestato almeno 310 operatori sanitari palestinesi.

Molti di loro hanno denunciato abusi e trattamenti crudeli, tra cui l’imposizione di posizioni forzate, la privazione di cibo e acqua e la violenza sessuale, compreso lo stupro.

“Gli operatori sanitari con cui abbiamo parlato sono stati trattenuti per un periodo compreso tra sette giorni e cinque mesi”, ha affermato Milena Ansari di Human Rights Watch (HRW), il cui rapporto di agosto sulla detenzione arbitraria e la tortura degli operatori sanitari ha documentato la situazione.

“Molti non vengono nemmeno accusati, vengono solo poste loro domande generiche, come: ‘Chi è il tuo imam?’, ‘In quale moschea vai?’ o anche ‘Sei un membro di Hamas?’, ma senza fornire alcuna prova”, ha detto.

Di male in peggio e poi diventa un “Inferno”

I resoconti diffusi delle torture e dei maltrattamenti sui prigionieri palestinesi nelle prigioni israeliane sono di lunga data.

Tuttavia tutti gli analisti con cui ha parlato Al Jazeera hanno notato due fasi distinte nel drammatico deterioramento delle condizioni e nell’aumento degli abusi: la prima dopo la nomina di Itamar Ben-Gvir a ministro della sicurezza nazionale nel 2022, seguita dall’esplosione di maltrattamenti dei detenuti dopo l’inizio della guerra israeliana a Gaza nell’ottobre 2023.

“Non gli importa se sei di Gaza o di Gerusalemme, se sei un medico o un lavoratore: se sei un palestinese, sei il nemico”, ha affermato Shai Parness dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem.

“È brutale e sistematico”, ha detto di un sistema che il rapporto di agosto di B’Tselem, Welcome To Hell, ha descritto come “una rete di campi di tortura”.

“Non è solo violenza, umiliazione e abuso sessuale, è tutto”, ha detto Ansari.

“I resoconti di violenza fisica e sessuale sono abituali. Tra le persone abusate fisicamente le ferite alla testa, alle spalle e, nel caso degli uomini, tra le gambe e il sedere sono abbastanza comuni”, ha aggiunto Ansari.

Ha descritto nei dettagli il caso di un paramedico che ha riferito a HRW di aver incontrato un altro detenuto che sanguinava dall’ano, il quale ha raccontato come tre guardie israeliane si fossero alternate a violentarlo con i loro fucili M16.

“Ridurre i loro diritti”

A luglio, nel rispondere alle accuse di sovraffollamento da parte dello Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna di Israele, Ben-Gvir si è vantato delle condizioni abominevoli nei suoi sistemi carcerari, scrivendo su X: “Da quando ho assunto la carica di ministro della sicurezza nazionale, uno degli obiettivi più importanti che mi sono prefissato è quello di peggiorare le condizioni dei terroristi nelle prigioni e di ridurre i loro diritti al minimo richiesto dalla legge”.

All’inizio della stessa settimana ha pubblicato un video in cui affermava: “Si dovrebbe sparare ai prigionieri invece di dar loro da mangiare”.

“Era terribile, è sempre stato terribile”, ha detto Abbas ad Al Jazeera, “Ma le cose sono diventate molto pesanti dopo la nomina di Ben-Gvir. Da ottobre è come un altro mondo. È diventato orripilante.

“Prima della guerra c’erano centinaia di prigionieri palestinesi con malattie croniche. Ora in prigione ci sono migliaia di persone in più, il che significa molte più persone con condizioni croniche che non vengono curate”.

A luglio, in seguito all’arresto di soldati israeliani accusati di torture sistematiche e stupri presso il centro di detenzione di Sde Teiman, manifestanti israeliani, tra cui politici eletti, hanno preso d’assalto Sde Teiman e la vicina base di Beit Lid chiedendo il rilascio dei soldati arrestati.

In seguito Ben Gvir ha scritto al primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu condannando l’arresto dei soldati per stupro e tortura in quanto “vergognoso” e dicendo delle condizioni nel suo sistema carcerario: “I campi estivi e la pazienza per i terroristi sono finiti”.

Secondo una dichiarazione rilasciata dall’esercito israeliano alla Sky News del Regno Unito, il dottor Al-Bursh è stato portato da Al-Awda a Sde Teiman.

Un altro detenuto, il dottor Khalid Hamouda, ha valutato che più o meno un quarto dei circa 100 prigionieri di Sde Teiman erano operatori sanitari.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Libano: Israele usa fosforo bianco rischiando di causare danni ai civili

Report di Human Rights Watch

5 giugno 2024, Human Rights Watch

Munizioni a esplosione aerea usati illegalmente in zone popolate

(Beirut) – Human Rights Watch ha dichiarato oggi (mercoledì 5 giugno) che l’uso diffuso nel Libano meridionale del fosforo bianco da parte di Israele sta mettendo a grave rischio i civili e contribuendo alla fuga dei residenti. Human Rights Watch ha verificato l’uso di munizioni al fosforo bianco da parte delle forze israeliane dall’ottobre 2023 in almeno 17 comuni nel Libano meridionale, tra cui 5 dove i proiettili esplosivi sono stati usati illegalmente in zone residenziali densamente popolate.

Il fosforo bianco è una sostanza chimica dispersa da proiettili di artiglieria, bombe e razzi che si infiamma quando esposta all’ossigeno. I suoi effetti incendiari provocano morte o atroci ferite che causano sofferenze per tutta la vita. Può dar fuoco a case, zone agricole e altri obiettivi civili. Ai sensi del diritto umanitario internazionale l’uso indiscriminato di fosforo bianco in armi incendiarie è illegale in zone abitate e comunque non soddisfa i requisiti di legge per prendere tutte le precauzioni possibili per evitare danni ai civili.

Ramzi Kaiss, ricercatore di Human Rights Watch per il Libano ha detto: “L’uso fatto da Israele di munizioni esplosive al fosforo bianco in zone abitate danneggia indiscriminatamente i civili e ha costretto molti di loro a lasciare le proprie case. Le forze israeliane dovrebbero cessarne immediatamente l’uso in aree popolate, specialmente quando sono facilmente disponibili alternative meno dannose.

Human Rights Watch ha intervistato otto abitanti e verificato e geolocalizzato 47 foto e video provenienti dal Libano meridionale postate sui social media o condivise direttamente con i ricercatori che indicano l’uso di munizioni al fosforo bianco. In cinque villaggi le immagini mostrano munizioni esplosive contenenti fosforo bianco che atterrano sul tetto di edifici residenziali di Kafr Kila, Mays al-Jabal, Boustane, Markaba e Aita al-Chaab, villaggi lungo il confine meridionale libanese.

Il sindaco di Boustane ha detto che due abitanti del villaggio sono stati ricoverati in ospedale a causa dell’asfissia causata dall’inalazione di gas di fosforo bianco dopo l’attacco del 15 ottobre. “Entrambi i civili erano nelle proprie case,” conclude il sindaco. “Uno era un consigliere comunale, l’altro un contadino.”

Le persone hanno detto a Human Rights Watch che l’uso di fosforo bianco nelle aree popolate nel Libano meridionale ha contribuito allo sfollamento degli abitanti di parecchi villaggi lungo il confine Libano-Israele.

Il ministero della salute pubblica libanese ha detto che dal 28 maggio l’esposizione al fosforo bianco ha procurato lesioni ad almeno 173 persone. Human Rights Watch non ha ottenuto prove di ustioni risultanti da munizioni al fosforo bianco ma ha sentito racconti che indicano possibili danni respiratori.

Gli effetti più gravi del fosforo bianco sono dermici o cutanei, fra cui ustioni di secondo e terzo grado che possono causare una grave necrosi profonda e ustioni a tutto spessore,” ha detto il dottor Tharwat Zahran, tossicologo e ricercatore di medicina di emergenza presso l’American University di Beirut. “L’esposizione al fosforo bianco potrebbe [anche] causare danni acuti all’apparato respiratorio superiore, come respiro affannoso o rapido [e] tosse, ma potrebbe anche avere effetti ritardati, [incluse] polmoniti chimiche che potrebbero richiedere ricoveri ospedalieri e supporto respiratorio meccanico.”

Human Rights Watch ha detto che l’uso diffuso da parte di Israele di fosforo bianco nel Libano meridionale evidenzia la necessità di una legge internazionale più rigorosa sulle armi incendiarie. Il protocollo III della Convenzione sulle armi convenzionali è l’unico strumento giuridicamente vincolante dedicato specificamente alle armi incendiarie. Il Libano fa parte del Protocollo III, Israele no.

Il Protocollo III si applica ad armi che sono “progettate principalmente” per dar fuoco o causare ustioni e perciò esclude certe munizioni multiuso con effetti incendiari, soprattutto quelle contenenti fosforo bianco. Inoltre ha regolamenti meno rigidi per l’uso su “concentrazioni di civili” di armi incendiarie lanciate da terra, come quelle usate in Libano, rispetto alle bombe aviolanciate anche se producono le stesse orrende ferite.

Il termine “Concentrazioni di civili” è definito genericamente e include zone abitate che vanno dai villaggi, ai campi profughi alle città. Human Rights Watch e molti Paesi hanno da tempo invocato l’eliminazione di queste scappatoie nel Protocollo III per creare norme internazionali che proteggano meglio i civili dai danni causati da armi incendiarie.

A livello nazionale Israele dovrebbe proibire completamente l’uso di munizioni ad esplosione aerea al fosforo bianco in aree popolate poiché pone i civili a rischio di attacchi indiscriminati. Come alternative al fosforo bianco sono disponibili le granate fumogene, fra cui alcune prodotte da aziende israeliane, come i proiettili fumogeni M150 che l’esercito israeliano ha usato nel passato come oscuranti, un modo per ostacolare la visibilità dei suoi soldati. Queste alternative possono avere lo stesso effetto e ridurre drammaticamente i danni ai civili.

Il Libano dovrebbe immediatamente sottoporre una dichiarazione alla Corte Penale Internazionale (CPI) avviando le indagini e l’azione penale per gravi crimini internazionali entro la giurisdizione della Corte sul territorio libanese dall’ottobre 2023.

Sono necessari limiti internazionali più stringenti contro l’uso di fosforo bianco per far sì che queste armi non continuino a mettere in pericolo i civili,” ha detto Kaiss. “L’uso recente da parte di Israele di fosforo bianco in Libano dovrebbe motivare altri Paesi a intraprendere un’azione immediata per raggiungere questo obiettivo.”

Uso di fosforo bianco in conflitti armati

Il fosforo bianco può essere usato come mezzo militare per oscurare, marcare o segnalare, o come arma per stanare con il fumo le forze nemiche. Le preoccupazioni per il suo uso in aree popolate sono ampliate data la tecnica indiscriminata, vista nei video, di proiettili al fosforo bianco esplosi in aria che sparpagliano 116 pezzi di feltro incendiari impregnati con la sostanza su un’area fra i 125 e i 250 metri di diametro a seconda dell’altitudine e dell’angolazione dell’esplosione, esponendo più civili e strutture civili a danni potenziali rispetto al caso in cui l’esplosione fosse partita da terra.

Quando esposto all’ossigeno atmosferico il fosforo bianco prende fuoco e continua a bruciare fino a quando è privato di ossigeno o esso si esaurisce. La sua reazione chimica può creare un calore intenso (circa 1.500 gradi), bagliori e fumo.

Il fosforo bianco che entra in contatto con una persona può provocare ustioni fino all’osso. Frammenti di fosforo bianco possono aggravare le ferite persino dopo il trattamento e possono entrare nel sangue e causare insufficienze multiorgano. Ferite già bendate possono riprendere fuoco quando si rimuove il bendaggio e sono esposte nuovamente all’ossigeno. Anche ustioni minori sono spesso fatali. Fra i sopravvissuti le cicatrici estese stringono il tessuto muscolare e creano disabilità fisiche. Il trauma dell’attacco, il trattamento doloroso che ne segue e le cicatrici che cambiano aspetto causano danni psicologici e isolamento sociale.

Attacchi di razzi e missili e scontri armati fra l’esercito israeliano e vari gruppi armati libanesi fra cui Hezbollah sono continuati dall’otto ottobre, il giorno dopo l’attacco guidato da Hamas di gruppi armati palestinesi nel sud di Israele che, secondo il governo israeliano, ha ucciso circa 1200 persone, quasi tutte civili. Dal 7 ottobre al 29 maggio almeno 36171 palestinesi sono stati uccisi da pesanti bombardamenti e operazioni militari a Gaza delle forze israeliane.

Human Rights Watch ha documentato l’uso fatto dall’esercito israeliano di fosforo bianco lanciato dall’artiglieria nel Libano meridionale e a Gaza nell’ottobre 2023 oltre alle precedenti ostilità a Gaza, fra cui quelle del 2009.

Human Rights Watch aveva precedentemente verificato l’uso di munizioni al fosforo bianco lanciate dall’artiglieria nel Libano meridionale il 10 ottobre in due località vicino al confine Israele-Libano e a Gaza City. Il 12 ottobre, nel corso di un’intervista alla CNN, il portavoce dell’esercito israeliano ha smentito l’uso di munizioni al fosforo bianco nel Libano meridionale e a Gaza.

Il 30 ottobre Amnesty International ha scoperto che un attacco del 16 ottobre contro il villaggio sul confine libanese di Dhayra con l’uso di munizioni al fosforo bianco era stato un “attacco indiscriminato che aveva ferito almeno nove civili e danneggiato attrezzature civili.” Secondo il Washington Post che aveva condotto una sua indagine l’attacco aveva incluso l’uso di munizioni al fosforo bianco fornite dagli USA.

L’esercito israeliano ha detto che la maggioranza delle sue granate fumogene non contengono fosforo bianco, ma ha confermato che “come molti eserciti occidentali le FDI [Forze di Difesa Israeliane] hanno anche granate fumogene che contengono fosforo bianco … e che la scelta di usarle è influenzata da considerazioni operative e disponibilità in mancanza di alternative.” Il militare ha detto anche che tali munizioni “sono intese per creare una cortina fumogena e non per attaccare o incendiare.”

La dispersione di frammenti di feltro di munizioni al fosforo bianco osservate in foto e video analizzate da Human Rights Watch è in linea con l’uso di proiettili che sarebbero stati esplosi dall’artiglieria dell’esercito israeliano sia a Gaza che nel Libano meridionale.

È stato riferito dai reportage dei media che fino al 29 maggio gli attacchi israeliani in Libano dall’ottobre 2023 avrebbero ucciso almeno 88 civili, oltre a più di 300 combattenti. Attacchi in Israele da parte di Hezbollah e milizie armate palestinesi in Libano dall’ottobre 2023 avrebbero ucciso almeno 11 civili e 14 soldati. Oltre 93.000 persone sono fuggite dalle loro case nel Libano meridionale e almeno 80.000 sono scappate nel nord di Israele.

Metolodogia

Ricercatori di Human Rights Watch hanno analizzato oltre 100 foto e video postati sui social media e condivisi da giornalisti, agenzie di stampa e abitanti del Libano meridionale oltre a riprese condivise direttamente con i ricercatori. Essi hanno identificato l’uso di munizioni al fosforo bianco in 47 di tali immagini e poi le hanno geolocalizzate per confermare le loro posizioni e, quando possibile, identificare con precisione la zona dove erano caduti i frammenti di feltro impregnati di fosforo bianco.

Human Rights Watch ha anche parlato con otto abitanti del Libano meridionale fra cui il capo di un sindacato di lavoratori agricoli, un insegnante, due fotografi che lavorano nella regione, un soccorritore della Difesa civile libanese e i sindaci di Kafr Kila, Mays al-Jabal e Boustane. Human Rights Watch ha anche parlato con un tossicologo di Beirut.

il 22 maggio Human Rights Watch ha mandato una lettera all’esercito israeliano con i risultati e delle domande concernenti l’uso di fosforo bianco ma non ha ricevuto risposta.

Uso documentato in aree popolate

Tramite la sua analisi di video e foto verificati dall’ottobre 2023 Human Rights Watch ha identificato l’uso di munizioni in 17 comuni nel Libano meridionale. Tra questi cinque villaggi dove le munizioni esplosive sono state usate su zone popolate. In video e foto postate sui social o pubblicate da agenzie di stampa dei villaggi di Boustane il 15 ottobre, di Kafr Kila il 12 novembre, 14 e 31 gennaio, di Mays al-Jabal il 12 novembre, di Markaba il 4 marzo e Aita al-Chaab il 3 aprile frammenti di feltro incendiati atterrano visibilmente sul tetto di edifici residenziali.

Human Rights Watch non è stata in grado di determinare se c’erano obiettivi militari nelle zone dove l’esercito israeliano ha usato munizioni al fosforo bianco nel Libano meridionale.

Il sindaco di Boustane ha detto che quasi tutti gli abitanti vivevano ancora nel villaggio quando è stato attaccato. “Durante la prima settimana di guerra quasi tutti i 900 abitanti di Boustane erano ancora nel villaggio,” ha detto. “Dopo due settimane ne sono rimasti quasi 700. […] E in seguito c’erano circa 14 famiglie. […] Gradualmente hanno continuato a ridursi e ora sono rimaste solo in 4.”

Dati raccolti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) per il periodo tra il 10 e il 15 ottobre indicano che gli spostamenti dai villaggi erano minimi fino alla data dell’attacco. Quando Boustane è stata assaltata il 15 praticamente tutta la popolazione era nel villaggio.

A Mays al-Jabal il sindaco Abdelmonem Choucair ha detto che “durante i primi mesi di guerra circa 25 persone, tutte civili, sono state portate in ospedale a causa del fosforo bianco.” Human Rights Watch ha verificato foto e video che mostrano munizioni al fosforo bianco a Mays al-Jabal in immagini postate sui social il 12 novembre e il 5 dicembre.

L’uso di munizioni al fosforo bianco a Mays al-Jabal ha spinto la gente a fuggire dal villaggio che è diventato una zona militare,” ha detto Choucair.

Il sindaco di Kafr Kila ha detto che stima che al momento dell’attacco al fosforo bianco a novembre circa il 50-70% degli abitanti viveva ancora là. “La gente stava nelle proprie case, anche se ogni tanto andava via, ma poi ritornava,” ha detto. “Ma dal gennaio in poi il villaggio ha cominciato a svuotarsi. Sono stati l’uso del fosforo bianco e anche i colpi diretti alle case che hanno spinto la gente ad andarsene.”

Human Rights Watch ha verificato foto e video condivisi da agenzie stampa o postati sui social il 17 ottobre, 12 novembre, 14 e 31 gennaio e 2 marzo che mostrano l’uso di munizioni al fosforo bianco a Kafr Kila.

Un fotografo ha detto che dopo aver inalato fumo delle munizioni usate in un attacco a Kafr Kila si è messo a letto e ha dormito per due giorni. “Ancora oggi mia moglie mi dice che ho sempre la tosse.”

A un certo punto ho dovuto avvicinarmi al fumo del fosforo bianco per scappare dal villaggio perché il fosforo era alla periferia,” ha detto l’uomo. “Avevo i finestrini aperti mentre guidavo e il fumo è entrato nell’abitacolo. Non sono sicuro di cosa sia successo ma sono certo di averlo inalato […] Avevo il voltastomaco. Gola, polmoni e stomaco mi facevano male, quella notte ho avuto la diarrea e dopo non sono più riuscito a mangiare per un po’, più o meno cinque giorni.”

Ramiz Dallah, un fotografo del Libano meridionale, ha condiviso le sue immagini degli attacchi al fosforo bianco contro il villaggio di Shebaa, che Human Rights Watch ha verificato, e ha detto che dopo un attacco a dicembre il fumo dei proiettili copriva parte della valle di Shebaa e dello stesso villaggio.

Molte persone hanno cominciato ad aver paura di comprare qualsiasi cosa dal villaggio o dal sud perché temono possa essere stato colpito dal fosforo [bianco],” ha detto. “La gente non vuole comprare prodotti del nostro villaggio. Ho sentito l’odore e inalato fosforo bianco quando hanno colpito Shebaa. Non so quali saranno gli effetti a lungo termine di tutto questo fumo dentro il mio corpo.”

Il dottor Zahran, tossicologo, ha detto che i medici hanno riferito di alcuni casi in cui “la gente che andava a controllare le proprie case aveva subito un’esposizione secondaria, con sintomi respiratori dovuti all’inalazione di fosforo bianco che stava ancora bruciando ed era presente nelle zone colpite.”

Politica israeliana sull’uso di fosforo bianco

Nel 2013 le forze armate israeliane annunciarono che stavano sviluppando nuove granate fumogene senza fosforo bianco. L’esercito disse che avrebbe ciononostante usato e immagazzinato le munizioni fino a quando non avesse alternative sufficienti, ma disse che “a seconda del risultato di questo processo di sviluppo le nuove granate sono destinate a rimpiazzare gradualmente quelle attuali come mezzo primario impiegato dalle FDI per le cortine fumogene.”

La decisione di sviluppare alternative è arrivata dopo l’israeliana Operazione Piombo Fuso a Gaza dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, quando l’esercito israeliano lanciò da terra circa 200 munizioni al fosforo bianco verso zone abitate di Gaza. L’esercito fece particolarmente affidamento sui proiettili di artiglieria M825E1 da 155mm che lanciano frammenti di fosforo in fiamme a 125 metri in tutte le direzioni, dando loro un effetto a largo raggio. Il ministero degli affari esteri israeliano ha dichiarato che l’esercito israeliano ha usato i proiettili solo per creare una cortina fumogena. Tuttavia nel marzo 2009 Human Rights Watch documentò decine di vittime civili nei sei incidenti su cui aveva indagato. Le munizioni al fosforo bianco danneggiarono anche strutture civili, fra cui una scuola, un mercato, un deposito di aiuti umanitari e un ospedale.

Tale uso di fosforo bianco causò indignazione e richieste di indagini in ambito internazionale e domestico. Nel 2013 in risposta a una petizione presentata alla Corte Suprema di Giustizia israeliana sugli attacchi a Gaza l’esercito israeliano affermò che non avrebbe più usato fosforo bianco in zone abitate eccetto in due limitate situazioni che rivelò solo al sistema giudiziario. Nella sentenza della corte la giudice Edna Arbel spiegò che le condizioni avrebbero “reso l’uso del fosforo bianco un’eccezione estrema in circostanze veramente particolari.” Nonostante questo impegno presso la Corte non costituisse un cambio ufficiale di politiche la giudice Arbel chiese all’esercito israeliano di condurre “un esame approfondito e esaustivo” e di adottare una direttiva militare permanente.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Gaza: la fame imposta da Israele è mortale per i bambini

Human Rights Watch

9 aprile 2024 – Human Rights Watch

Devastanti racconti di medici e genitori; denunce di una carestia imminente

(Beirut, 9 aprile 2024) – Da quando il governo israeliano ha iniziato a usare la fame come arma di guerra, un crimine di guerra, i bambini di Gaza stanno morendo per complicazioni legate alla fame, ha affermato oggi Human Rights Watch. A Gaza medici e famiglie hanno descritto bambini, così come donne incinte e madri in allattamento, affetti da grave malnutrizione e disidratazione, e ospedali mal attrezzati per poterli curare.

I governi interessati dovrebbero imporre sanzioni mirate e sospendere l’invio di armi per fare pressione sul governo israeliano affinché garantisca laccesso a Gaza degli aiuti umanitari e dei servizi di base, in conformità con gli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale e della recente ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia in base alla denuncia di genocidio presentata dal Sudafrica.

Luso della fame come arma di guerra da parte del governo israeliano si è rivelato mortale per i bambini di Gaza”, ha affermato Omar Shakir, direttore per Israele e Palestina di Human Rights Watch. Israele deve porre fine a questo crimine di guerra e a questa sofferenza e consentire agli aiuti umanitari di raggiungere senza ostacoli tutta Gaza”.

Il 18 marzo 2024 una partnership coordinata dalle Nazioni Unite di 15 organizzazioni internazionali e agenzie dell’ONU che indagano sulla crisi della fame a Gaza ha riferito che tutte le prove indicano un forte incremento delle morti e della malnutrizione”. L’organizzazione afferma che nel nord di Gaza, dove si stima che il 70% della popolazione soffra di una fame di dimensioni catastrofiche, la carestia potrebbe verificarsi in qualsiasi momento tra metà marzo e maggio.

Il 1° aprile il Ministero della Sanità di Gaza ha riferito che 32 persone, tra cui 28 bambini, erano morte di malnutrizione e disidratazione negli ospedali del nord di Gaza. Il 2 aprile Save the Children ha confermato la morte per fame e malattie di 27 bambini. Allinizio di marzo, funzionari dellOrganizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno trovato bambini che morivano di fame” negli ospedali Kamal Adwan e al-Awda, nel nord di Gaza. Nel sud della Striscia, dove gli aiuti sono più accessibili ma comunque decisamente inadeguati, a metà febbraio le agenzie delle Nazioni Unite hanno affermato che il 5% dei bambini sotto i 2 anni risultava gravemente malnutrito.

A marzo Human Rights Watch ha intervistato un medico nel nord di Gaza, un volontario che nel frattempo ha lasciato Gaza, i genitori di due bambini che i medici hanno dichiarato morti per complicazioni legate alla fame che ha colpito sia la madre che il bambino, e i genitori di altri quattro bambini affetti da malnutrizione e disidratazione.

Human Rights Watch ha esaminato il certificato di morte di uno dei bambini e le foto di altri due in condizioni critiche che mostravano segni di deperimento. Tutti erano stati curati all’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahia, nel nord di Gaza.

I consulenti sanitari di Human Rights Watch hanno anche esaminato immagini e video verificati online di altri tre bambini chiaramente emaciati che sono morti e di altri quattro in condizioni critiche che mostravano anch’essi segni di deperimento.

Il 4 aprile il dottor Hussam Abu Safiya, che dirige lunità pediatrica dellospedale Kamal Adwan, ha dichiarato a Human Rights Watch che solo nel suo ospedale 26 bambini erano morti dopo essere stati colpiti da complicazioni legate alla fame. Ha detto che almeno 16 dei bambini deceduti avevano meno di 5 mesi, almeno 10 avevano tra 1 e 8 anni e che era morto anche un uomo di 73 anni affetto da malnutrizione.

Il dottor Safiya ha detto che uno dei bambini è morto dopo soli due giorni di vita in seguito a grave disidratazione alla nascita, chiaramente aggravata dalla cattiva salute della madre: [Lei] non aveva latte da dargli”.

Nour al-Huda, una ragazzina di 11 anni affetta da fibrosi cistica, è stata ricoverata all’ospedale Kamal Adwan il 15 marzo. I medici hanno detto a sua madre che Nour soffriva di malnutrizione, disidratazione e un’infezione ai polmoni, e le hanno somministrato ossigeno e una soluzione salina. Nour al-Huda ora pesa 18 chilogrammi”, ha detto sua madre a Human Rights Watch. “Posso vedere sporgere le ossa del suo petto.”

Il diritto internazionale umanitario vieta la riduzione alla fame dei civili come metodo di guerra. Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale prevede che affamare intenzionalmente i civili privandoli di quanto sia indispensabile alla loro sopravvivenza, compreso limpedimento doloso delle forniture di soccorso”, è un crimine di guerra.

Dopo gli attacchi di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023 il governo israeliano ha deliberatamente bloccato la consegna di aiuti, cibo e carburante a Gaza, impedendo al contempo lassistenza umanitaria e privando i civili dei mezzi per sopravvivere. I funzionari israeliani che ordinano o eseguono queste azioni stanno commettendo il reato di punizione collettiva contro la popolazione civile e di riduzione dei civili alla fame come metodo di guerra, entrambi crimini di guerra.

Le azioni del governo israeliano che compromettono le capacità dellAgenzia dell’ONU per il soccorso e loccupazione dei rifugiati palestinesi nel Medio Oriente (UNRWA) di svolgere il suo ruolo riconosciuto nella distribuzione degli aiuti a Gaza hanno esacerbato gli effetti delle restrizioni.

Un medico volontario presso lospedale europeo di Khan Younis, nel sud di Gaza, per due settimane alla fine di gennaio ha affermato che il personale è stato costretto a curare pazienti con scorte mediche limitate. Ha descritto la difficoltà di trattare la malnutrizione e la disidratazione a causa della mancanza di elementi essenziali come glucosio, elettroliti e sonde per l’alimentazione. Ha detto che la madre di un paziente, alla disperata ricerca di soluzioni, ha fatto ricorso a patate schiacciate per creare un liquido improvvisato per lalimentazione tramite sonda. Nonostante l’inadeguatezza sul piano nutrizionale, il medico ha riferito: Ho finito per dire agli altri miei pazienti di procurarsi delle patate e di fare lo stesso”.

Il 26 gennaio la Corte Internazionale di Giustizia, in una causa intentata dal Sud Africa, ha ordinato misure provvisorie, tra cui la richiesta a Israele di adottare interventi immediati ed efficaci per consentire la fornitura di servizi essenziali e aiuti umanitari di urgente necessità” e altre azioni per conformarsi con la Convenzione sul Genocidio del 1948. Il 28 marzo la Corte ha evidenziato che Israele non aveva rispettato questordine e ha imposto una misura provvisoria più dettagliata che richiedeva al governo di garantire la fornitura senza ostacoli di servizi di base e di aiuti in piena collaborazione con l’ONU, rilevando che la carestia è alle porte.”

I governi dovrebbero imporre sanzioni mirate, compresi divieti di viaggio e congelamento dei beni, contro funzionari e individui responsabili della continua messa in atto di crimini di guerra rappresentati da punizione collettiva, ostruzione deliberata degli aiuti umanitari e riduzione di civili alla fame come arma di guerra.

Diversi Paesi hanno risposto alle restrizioni illegali del governo israeliano sullassistenza inviando aiuti aerei. Gli Stati Uniti si sono anche impegnati a costruire un porto marittimo temporaneo a Gaza. Tuttavia, organizzazioni umanitarie e funzionari dell’ONU hanno affermato che tali sforzi sono inadeguati per prevenire una carestia. Un altro tentativo di consegnare aiuti via mare è stato interrotto dopo un attacco israeliano contro gli operatori umanitari il 1° aprile.

Il 4 aprile, evidentemente in seguito alle pressioni del governo degli Stati Uniti, il governo israeliano ha approvato diverse misure per consentire l’ingresso a Gaza di una maggiore quantità di aiuti.

I governi indignati dal fatto che il governo israeliano affami i civili a Gaza non dovrebbero cercare soluzioni provvisorie a questa crisi umanitaria”, afferma Shakir. Lannuncio di Israele sull’incremento degli aiuti dimostra che la pressione esterna funziona. Gli alleati di Israele come Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania devono premere per una consegna di aiuti a pieno regime e sospendere immediatamente l’invio di armi”.

Fame a Gaza

Si stima che prima delle attuali ostilità 1,2 milioni degli allora 2,2 milioni di abitanti di Gaza si trovassero ad affrontare una grave insicurezza alimentare e oltre l80% dipendesse dagli aiuti umanitari. Israele mantiene il controllo generale su Gaza, compreso il movimento di persone e merci, le acque territoriali, lo spazio aereo, le infrastrutture su cui Gaza fa affidamento e il registro anagrafico. Ciò lascia la popolazione di Gaza, che Israele ha sottoposto a un blocco illegale per più di 16 anni, quasi interamente dipendente da Israele per laccesso a carburante, elettricità, medicine, cibo e altri beni essenziali.

Tuttavia, prima del 7 ottobre giungevano alla popolazione elevate quantità di aiuti umanitari. Prima di questa crisi a Gaza cera abbastanza cibo per nutrire la popolazione”, ha affermato il direttore generale dellOMS Tedros Adhanom Ghebreyesus. La malnutrizione era un evento raro. Ora le persone stanno morendo e molte altre sono malate”.

LOMS ha riferito che il numero di bambini sotto i 5 anni gravemente malnutriti è aumentato dallo 0,8% prima delle ostilità a Gaza al 12,4 e al 16,5% nel nord di Striscia. Il 3 aprile Oxfam ha affermato che da gennaio le persone nel nord di Gaza sono costrette a sopravvivere con una media di 245 calorie al giorno, meno di un barattolo di fave”.

Secondo unanalisi sulla vulnerabilità nutrizionale condotta a marzo dal Global Nutrition Cluster, una rete di organizzazioni umanitarie presieduta dallUNICEF, il 90% dei bambini di età compresa tra 6 e 23 mesi e delle donne incinte e che allattano in tutta Gaza hanno dovuto affrontare una grave insufficienza alimentare”, mangiando due o anche meno varietà di alimenti ogni giorno.

I bambini con patologie preesistenti sono particolarmente vulnerabili agli effetti devastanti della malnutrizione che indebolisce significativamente il sistema immunitario. E la fame, anche per i sopravvissuti, porta a danni persistenti, soprattutto nei bambini, causando arresto della crescita, problemi cognitivi e ritardi nello sviluppo.

L’8 marzo il Ministero della Sanità di Gaza ha annunciato che a Gaza circa 60.000 donne incinte soffrivano di malnutrizione, disidratazione e assistenza sanitaria inadeguata. Una cattiva alimentazione durante la gravidanza danneggia sia il bambino che la madre, aumentando il rischio di aborti spontanei, morte del feto, compromissione dello sviluppo del sistema immunitario, impatti sulla crescita e mortalità materna.

Anche gli anziani sono particolarmente a rischio di malnutrizione che aumenta la mortalità tra coloro che soffrono di malattie acute o croniche. HelpAge International ha riferito che anche prima di ottobre il 45% degli anziani di Gaza andava a letto affamato almeno una volta alla settimana e il 6% ogni notte.

Limpatto sulla popolazione di Gaza delluso della fame come arma di guerra da parte del governo israeliano è aggravato dal collasso quasi totale del sistema sanitario. Secondo l’Ufficio dell’ONU per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) dei 36 ospedali di Gaza solo 10 sono operativi, nessuno di essi pienamente, sia a causa dei ripetuti, chiaramente illegali, attacchi dell’esercito israeliano contro strutture, personale e trasporti sanitari, nonché delle severe restrizioni allingresso di carburante e altre scorte.

Notizie da Gaza

Il 19 marzo Andrea De Domenico, capo dell’OCHA nei territori palestinesi occupati, ha visitato l’ospedale Kamal Adwan, dove ha riferito che ogni giorno arrivano circa 15 bambini malnutriti a causa della carenza di cibo, acqua e servizi igienici adeguati. Ha descritto le terribili condizioni dell’ospedale, sottolineando i danni in alcune aree e la dipendenza da un unico generatore.

Alcuni dei casi su cui Human Rights Watch ha indagato:

    • Un uomo di Beit Lahia ha detto che il figlio neonato, Abdelaziz, è morto poche ore dopo che sua madre, gravemente denutrita, lo aveva partorito nellospedale Kamal Adwan il 24 febbraio. Ha mostrato a Human Rights Watch il certificato di morte, in cui si afferma che Abdelaziz è nato prematuro. Suo padre ha detto che il personale dell’ospedale ha collegato Abdelaziz a un respiratore perché aveva difficoltà a respirare, ma che dopo poche ore il respiratore ha smesso di funzionare, avendo l’ospedale esaurito il carburante necessario. “Abdelaziz è morto immediatamente”, ha detto. Ha espresso preoccupazione per sua moglie, che sopravviveva con legumi e cibo in scatola, ponendo l’accento sul loro continuo lottare per avere un’alimentazione adeguata.

    • Il padre di due gemelle appena nate ha detto che una delle sue bambine, Joud, è morta all’ospedale Kamal Adwan il 2 marzo, otto giorni dopo la sua nascita, in seguito a malnutrizione. Ha affermato che prima della nascita delle bambine ha fatto di tutto per sfamare la sua famiglia, ma che avevano da mangiare solo pane, senza carne o proteine. Ha detto che, dopo la nascita delle gemelle, sua moglie non aveva latte per allattare le bambine e che quello in vendita nei negozi scarseggiava. Ha descritto il peggioramento delle condizioni di Joud, dicendo che “i suoi arti sono diventati molto freddi e respirava molto lentamente”. Sua suocera ha accompagnato Joud all’ospedale, dove poi è morta. Il padre ha espresso preoccupazione per la salute della gemella sopravvissuta.

    • Fadi, un bambino di 6 anni del quartiere al-Nasser di Gaza City, è affetto da fibrosi cistica, una malattia genetica che provoca danni ai polmoni. La madre di Fadi ha detto che a causa del blocco israeliano ha avuto difficoltà a procurarsi le medicine necessarie e a fornirgli unalimentazione adeguata. A metà gennaio la salute di Fadi era peggiorata al punto che non poteva più camminare, costringendolo al ricovero in ospedale. Prima della guerra Fadi pesava 30 chili, ora ne pesa 12”, afferma. Fadi è stato dimesso dall’ospedale Kamal Adwan il 23 marzo ed è in cura presso un ospedale del Cairo, ha detto un parente il 28 marzo.

    • Wissam Hammad, lo zio di Muhammad, 5 anni, che soffre di paralisi cerebrale, è intollerante al lattosio e al glutine e può mangiare solo cibi frullati, ha avuto grandi difficoltà a procurargli il cibo:

La maggior parte del suo cibo dovrebbe essere frutta e verdura, che è ciò che cerco di comprare. Ma tutto quello che riesco a trovare e permettermi sono le arance. Il problema è che non può masticare, quindi dobbiamo spappolargli il cibo. È tutto molto costoso.

    • Il dottor Ahmed Shahin, un pediatra, ha detto che prima di poter lasciare Gaza il 16 novembre, Osman, suo figlio di 14 anni affetto da paralisi cerebrale, che ha una gastrostomia e utilizza una sonda per l’alimentazione, aveva perso dall’inizio delle ostilità sette chili perché non avevano accesso né al cibo specifico di cui aveva bisogno, come le verdure, né all’elettricità per frullare gli alimenti.

Ostacoli alla fornitura degli aiuti

I continui bombardamenti e le operazioni di terra israeliane, la mancanza di garanzie di sicurezza da parte di Israele, i diffusi danni alle infrastrutture e le interruzioni delle comunicazioni rendono difficile la distribuzione dei pochi aiuti che arrivano a Gaza. Le organizzazioni umanitarie hanno riferito che le forze israeliane hanno attaccato i loro convogli umanitari e i loro operatori. Le forze israeliane hanno anche sparato e bombardato persone che si radunavano per la raccolta degli aiuti, uccidendone e ferendone centinaia.

Il 18 marzo un portavoce del governo israeliano ha dichiarato che gli aiuti che entrano a Gaza non incontrano nessun ostacolo a parte le preoccupazioni per la sicurezza. Altri funzionari hanno incolpato l’ONU per i ritardi nella distribuzione e hanno accusato Hamas di dirottare gli aiuti o la polizia di Gaza di non aver messo in sicurezza i convogli. Il 29 marzo lorganismo del Ministero della Difesa israeliano che governa gli affari civili nei territori palestinesi, il COGAT, ha contestato il rapporto umanitario del 18 marzo emesso dalle Nazioni Unite, che metteva in guardia sull’imminenza di una carestia, e ha affermato che non riflette la situazione nel suo insieme”. Il COGAT ha negato che il governo israeliano stesse intenzionalmente affamando la popolazione civile di Gaza. Il 2 aprile Human Rights Watch ha scritto al COGAT chiedendo commenti sui nostri riscontri, ma al momento della pubblicazione non ha ancora ricevuto risposta.

Tuttavia, l8 aprile lOCHA ha riferito che a marzo solo una delle quattro spedizioni di aiuti alimentari a Gaza che richiedevano un coordinamento è stata appoggiata dalle autorità israeliane. Dal primo gennaio sono arrivate al nord solo nove spedizioni di aiuti del Programma Alimentare Mondiale, l’ultima delle quali, composta da 18 camion, il 17 marzo. Il Programma Alimentare Mondiale ha affermato che sono necessari almeno 300 camion ogni giorno solo per il nord.

Gli Stati Uniti sono ricorsi al lancio di cibo a Gaza e progettano di costruire un molo galleggiante in mare per fornire aiuti, una proposta criticata da 26 organizzazioni non governative, tra cui Human Rights Watch, in quanto rischiosa, costosa e inefficace”. Il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite Jamie McGoldrick ha sottolineato che il trasporto su strada è lunica soluzione praticabile per aumentare il flusso di aiuti.

Le restrizioni sulla distribuzione degli aiuti rendono particolarmente difficile laccesso al cibo per le persone che necessitano di una dieta specifica. Diversi rappresentanti di organizzazioni umanitarie hanno affermato di non essere stati in grado di fornire alimentazione ai bambini che seguono diete speciali o di raggiungerli. Un membro dello staff del Palestine Childrens Relief Fund ha affermato che erano in grado di fornire solo latte artificiale e non potevano rispondere ai bisogni dei bambini con esigenze dietetiche specifiche. Medical Aid for Palestine ha affermato che gli alimenti speciali che avevano in deposito si sono esauriti rapidamente e da allora non sono stati in grado di trovare e fornire a coloro che ne avevano bisogno alimenti speciali.

Gli aiuti stentano ad arrivare: un quarto della popolazione è a rischio carestia. In queste circostanze le persone con disabilità e quelle vulnerabili soffrono di più. Nell’ambito nutrizionale è difficile sostenere le persone che necessitano di una dieta specifica e di assistenza medica.

Il 1° aprile 2024, a seguito di un attacco aereo israeliano nel centro di Gaza che ha colpito tre veicoli con il contrassegno dellorganizzazione alimentare internazionale World Central Kitchen e ha ucciso sette operatori umanitari provenienti da diversi Paesi, Cipro ha annunciato che le navi che trasportavano circa 240 tonnellate di aiuti per Gaza sarebbero tornate indietro. Alla luce dell’attacco World Central Kitchen, Project Hope e ANERA, tutti fornitori di aiuti alimentari, hanno sospeso le loro operazioni a Gaza, e gli Emirati Arabi Uniti hanno sospeso il loro coinvolgimento nel fornire aiuti attraverso un corridoio marittimo.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

 




Meta accusata di ‘censura sistematica’ di contenuti filo-palestinesi

Redazione di Middle East Monitor

21 dicembre 2023 – Middle East Monitor

Martedì l’organismo di vigilanza di Meta ha dichiarato che il gigante dei social media, precedentemente noto come Facebook, ha commesso un errore nel rimuovere due video raffiguranti ostaggi e vittime provocati dal massacro militare israeliano contro i palestinesi di Gaza. La decisione è conseguente al fatto che Meta è accusata da Human Right Watch di “censura sistematica di contenuti palestinesi.”

Uno dei casi vede coinvolto un video Instagram che raffigura le conseguenze di un attacco aereo vicino all’ospedale Al-Shifa di Gaza, mostrando minori feriti e uccisi. Un altro video che si dice sia circolato è un filmato Facebook dell’attacco del 7 ottobre, che rappresenta una donna israeliana che implora i suoi rapitori di non farle del male mentre viene presa come ostaggio. L’organismo di vigilanza ha ritenuto che questi video fossero cruciali per “informare il mondo riguardo la sofferenza umana da entrambe le parti.” Tuttavia i sistemi di moderazione automatica di Meta inizialmente hanno rimosso i contenuti.

Sulla base della selezione della revisione dell’organismo di vigilanza, Meta è tornata sui suoi passi in entrambi i casi, ripristinando i video con un avviso prima della visualizzazione. Mentre l’organismo di controllo ha approvato il ripristino dei contenuti, ha espresso disaccordo sulla decisione di Meta di evitare che i video siano raccomandati agli utenti. In una dichiarazione l’organismo di controllo ha sollecitato Meta a rispondere più tempestivamente al cambiamento di circostanze sul terreno, sottolineando il delicato equilibrio tra l’importanza di dare voce alle persone e della sicurezza.

Mentre i due casi sono relativi ad entrambe le parti, le misure restrittive di Meta sui contenuti filo-palestinesi sono su su un livello diverso, dato che sono assoggettati ad una “censura sistematica”, secondo un nuovo rapporto rilasciato oggi da Human Right Watch.

L’organizzazione per i diritti umani documenta come il gigante dei social media Meta ha progressivamente ristretto il discorso in rete relativo alla Palestina sulle piattaforme come Facebook e Instagram. Nell’analisi si trovano più di 1.050 casi in cui il contenuto è stato rimosso, gli account sospesi, ha avuto luogo l’oscuramento e hanno avuto luogo altre forme di censura, tutte contro voci filo-palestinesi.

Secondo Debora Brown, la direttrice associata per la tecnologia e i diritti umani di Human Right Watch, queste restrizioni significano aggiungere “danno alla beffa in un periodo di indicibili atrocità e di una repressione che sta già soffocando l’espressione dei palestinesi.” Il rapporto sostiene che in mezzo ad attacchi devastanti a Gaza, in cui gli israeliani hanno ucciso oltre 20.000 civili, molti dei quali minori e donne, le misure restrittive di Meta servono ad “appoggiare la cancellazione della sofferenza dei palestinesi.”

Human Right Watch ha documentato quello che chiama un modello di cancellazione indebita e soppressione di un discorso protetto, che include espressioni di pace a supporto della Palestina e un dibattito pubblico riguardo ai diritti umani dei palestinesi. Il rapporto indica che il problema deriva da erronee politiche di Meta e dalla loro contraddittoria e sbagliata implementazione, da dipendenza eccessiva da strumenti automatici per moderare i contenuti e da una indebita influenza governativa sulla rimozione di contenuti.

Meta dovrebbe consentire di esprimere sulle sue piattaforme discorsi protetti, anche sulle violazioni dei diritti umani e dei movimenti politici, ha affermato Human Right Watch. L’azienda dovrebbe cominciare a rivedere le sue politiche riguardo a “organizzazioni e individui pericolosi” per adeguarle agli standard internazionali per i diritti umani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)