Israele vuole il “completo controllo ” della terra palestinese: il rapporto delle Nazioni Unite

Redazione Al Jazeera

7 giugno 2022-Al Jazeera

La commissione indipendente istituita dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite afferma che Israele deve porre fine all’occupazione e cessare di violare i diritti umani dei palestinesi.

Una commissione d’inchiesta indipendente istituita dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite dopo l’assalto israeliano del 2021 alla Striscia di Gaza assediata ha affermato che Israele deve fare di più oltre che porre fine all’occupazione della terra che i leader palestinesi vogliono per un futuro Stato.

Secondo il rapporto pubblicato martedì, in cui si sollecita l’adozione di ulteriori azioni per garantire l’uguale godimento dei diritti umani per i palestinesi, “La fine dell’occupazione da sola non sarà sufficiente”

Il rapporto produce prove di come Israele “non ha intenzione di porre fine all’occupazione”.

Israele sta perseguendo il “completo controllo” su quello che il rapporto chiama Territorio Palestinese Occupato, inclusa Gerusalemme Est, conquistata da Israele nella guerra del 1967 e successivamente annessa con una mossa mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

Il governo israeliano, ha affermato la commissione, ha “agito per alterare la demografia attraverso il mantenimento di un contesto repressivo per i palestinesi e un contesto favorevole per i coloni israeliani”.

Citando una legge israeliana che nega la cittadinanza ai palestinesi sposati con cittadini israeliani, il rapporto accusa Israele di offrire “stato civile, diritti e protezione legale diversi” ai cittadini palestinesi di Israele.

Più di 700.000 coloni israeliani ora vivono in insediamenti e avamposti in Cisgiordania e Gerusalemme est, dove risiedono più di tre milioni di palestinesi. Gli insediamenti israeliani sono complessi residenziali fortificati per soli ebrei e sono considerati illegali dal diritto internazionale.

Le principali organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch e Amnesty International, hanno equiparato le politiche israeliane contro i palestinesi all’apartheid.

Alle radici del conflitto.

L’inchiesta e il rapporto delle Nazioni Unite hanno preso avvio dall’offensiva militare israeliana di 11 giorni nel maggio 2021 durante la quale più di 260 palestinesi a Gaza sono stati uccisi e 13 persone sono morte in Israele.

Nel maggio 2021 Hamas ha lanciato razzi contro Israele dopo che le forze israeliane avevano attaccato i fedeli palestinesi nel complesso della Moschea di Al-Aqsa, il terzo luogo sacro dell’Islam, con decine di feriti e arresti. La cosa ha fatto seguito anche alla decisione del tribunale israeliano di espellere con la forza delle famiglie palestinesi da Sheikh Jarrah, un quartiere a Gerusalemme est.

L’ambito dell’inchiesta includeva indagini su presunte violazioni dei diritti umani prima e dopo l’assalto di Israele contro Gaza e cercava anche di indagare sulle “cause profonde” del conflitto.

Hamas ha accolto favorevolmente il rapporto e ha esortato a perseguire penalmente i leader israeliani per quelli che ha definito “crimini” contro il popolo palestinese.

Anche l’Autorità Nazionale Palestinese ha elogiato il rapporto e ha richiesto anche di chiamare Israele a rendere conto dei suoi atti, “in modo da mettere fine all’impunità di Israele”.

Il Ministero degli Affari Esteri israeliano ha definito il rapporto “uno spreco di denaro e fatica”, niente più che una caccia alle streghe.

Israele ha boicottato l’indagine, accusandola di parzialità e vietando agli investigatori l’ingresso in Israele e nei territori palestinesi, costringendoli a raccogliere testimonianze a Ginevra e in Giordania.

Il rapporto sarà discusso al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite con sede a Ginevra la prossima settimana. Gli Stati Uniti hanno lasciato il Consiglio nel 2018 per quello che hanno descritto come un “cronico pregiudizio” contro Israele e sono rientrati completamente solo quest’anno.

La commissione, guidata dall’ex capo delle Nazioni Unite per i diritti umani Navi Pillay, è la prima ad avere un mandato “permanente” dall’agenzia per i diritti umani delle Nazioni Unite.

I suoi sostenitori affermano che la commissione è necessaria per tenere sotto controllo le continue ingiustizie affrontate dai palestinesi durante decenni di occupazione israeliana.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




A Gaza le restrizioni ai viaggi delle donne causano dissidi in famiglia

Rakan Abed e Khuloud Rabah Sulaiman 

9 maggio 2022 – The Electronic Intifada

Wafa, 28 anni, laureata in amministrazione aziendale, ha recentemente perso un’occasione di lavoro in Turchia perché non può lasciare Gaza.

L’ostacolo? Suo padre, contrario al suo viaggio all’estero da sola.

Il suo ragionamento? Una donna non può e non deve affrontare le sfide della vita senza un uomo che la protegga che sia un marito, un padre o un fratello.

Il contesto?

Nel febbraio 2021 il Consiglio Giudiziario Supremo di Gaza ha adottato una normativa che permette a un tutore maschio di ottenere un’ingiunzione del tribunale che vieta a una donna o a una ragazza di viaggiare se farlo le metterebbe a rischio.

Ciò che costituisce esattamente tale rischio – o “pericolo assoluto” secondo il linguaggio della legge – è, forse intenzionalmente, non ben definito. Il risultato è che se un tutore di una ragazza, padre, nonno, fratello, zio, ottiene un divieto imposto dal tribunale, lei non potrà lasciare Gaza fin da prima che un giudice prenda una decisione.

È quello che è successo a Wafa, che non vuole che il suo nome compaia in questo articolo.

Wafa aveva ottenuto un’offerta di lavoro da un’azienda turca come autrice di contenuti. Ma quando ha detto al padre che stava progettando di andarsene, lui le ha negato il permesso. E anche il fratello è irremovibile.

Ogni volta che cercavo di convincere mio padre o mio fratello ad accettare l’idea del mio viaggio c’era un barlume di speranza, ma poi mi hanno sempre delusa,” dice a The Electronic Intifada.

Subito dopo aver ricevuto la comunicazione da parte del datore di lavoro che avrei perso il posto se non ci fossi andata al più presto, ho cercato per l’ultima volta un accordo con la mia famiglia. Ma niente è cambiato.”

Condanna

Human Rights Watch ha condannato la decisione giudiziaria che secondo l’organizzazione per i diritti umani con sede a New York “viola il diritto delle donne di lasciare il proprio paese senza discriminazioni ai sensi del diritto internazionale per la protezione dei diritti umani.”

L’organizzazione ha citato il caso di Afaf al-Najar, diciannovenne, a cui è stata negata l’opportunità di conseguire la laurea in Turchia lo scorso settembre dopo che il padre ha emesso un ordine di sospensione del viaggio.

Wafa, come al-Najar, è intenzionata a mantenere vivo il suo sogno.

Ammette però che la famiglia ha quasi distrutto le sue ambizioni. Con un picco di disoccupazione oltre il 50%, molti giovani non vedono altra alternativa che abbandonare Gaza per migliorare il livello di studi e la carriera.

Al fratello di Wafa è stato permesso di andare a cercar fortuna lontano da Gaza, cosa che l’ha fatta ancor più arrabbiare quando in seguito ha perso il lavoro in Turchia.

Mi sono isolata nella mia camera da letto per settimane, lontana da famiglia e amici,” dice. “Dopo che hanno distrutto le mie ambizioni di lavorare all’estero mi sembrava che la mia vita non avesse più senso.”

A Gaza con il suo lavoro come autrice di contenuti per l’ottimizzazione dei motori di ricerca guadagna un po’ di più che in molti degli altri lavori disponibili, ma tutti sono preoccupati per la disperata situazione economica dell’enclave. Wafa sogna ancora di andarsene.

Mi sento come una prigioniera ansiosa di rivedere il sole e respirare aria fresca il giorno del mio rilascio,” continua. “La liberazione arriverà quando mio padre mi permetterà di viaggiare e realizzare le mie ambizioni che per ora ho sepolto.”

Violazione del diritto internazionale

Zainab al-Ghanimi, direttrice del Centro per la ricerca e la consulenza legale per le donne, dice a The Electronic Intifada che non è solo la società civile che obietta alla nuova normativa. La restrizione dei diritti di viaggiare delle donne viola la Costituzione palestinese, la Basic Law. [la Legge fondamentale].

La nuova norma contiene frasi generiche e imprecise che potrebbero essere usate contro le donne per limitare la loro libertà di movimento, dice al-Ghanimi, contraddicendo gli articoli 11 e 20 della Basic Law che vietano la limitazione degli spostamenti, come pure l’articolo 12 della Convenzione Internazionale relativa ai Diritti Civili e Politici.

Non vedo perché, sposate o no, dovremmo avere bisogno del permesso di un uomo per viaggiare,” dice.

Al-Ghanimi afferma che il Concilio Giudiziario [una sorta di Consiglio Superiore della Magistratura e di Corte Costituzionale, ndt.] di Gaza ha raggiunto la decisione dopo che si erano verificati alcuni casi in cui delle donne erano andate all’estero senza avvertire i genitori e dopo dissapori in famiglia. Ma ciò, sostiene, non dovrebbe in alcun modo giustificare una legge “irrazionale” che contravviene i trattati internazionali, “svilendo le donne nella cultura di Gaza.”

Questo è assurdo e offensivo per tutte quelle donne che ricoprono posizioni professionali apicali in settori in cui i loro mariti non potrebbero competere,” continua, sottolineando che le donne a Gaza spesso ottengono risultati scolastici migliori degli uomini.

Gaza, secondo Yaseen Abu Odeh della Società per lo sviluppo delle donne lavoratrici palestinesi, è ancora una società patriarcale con tradizioni che limitano i diritti delle donne e vengono trasmessi di generazione in generazione.

Se con il tempo alcune tradizioni, come quelle riguardo ai viaggi, sono cambiate, la libertà delle donne di prendere le proprie decisioni sul viaggiare è rimasta limitata.

Gli atteggiamenti sono influenzati culturalmente dalla sensazione che le donne siano più vulnerabili e perciò più a rischio. Inoltre, aggiunge Abu Odeh, agli uomini viene insegnato di preoccuparsi dell’“onore” di figlie o sorelle, onore che verrebbe infangato da molestie sessuali da parte di estranei.

La società valuta questo “onore” femminile sopra ogni altra cosa, continua Abu Odeh, anche se ciò significa limitare la libertà delle donne di far parte della società. In seguito a ciò, poiché viaggiare forgia la capacità di gestire le sfide della vita e plasma personalità indipendenti, limitare la possibilità di farlo ha creato generazioni di donne psicologicamente dipendenti dai loro parenti maschi.

Seppellire le ambizioni

Amira, 28 anni, è disoccupata da quando l’anno scorso è stata costretta dal padre a ritornare a Gaza dopo aver completato il master in Giordania. Nonostante un’offerta di lavoro da un’organizzazione giordana, il padre le ha proibito di restare.

Stando ad Amira lui le ha detto che “non abbiamo figlie che vivono lontane da noi.”

Non riesco a capire come mio padre possa negarmi il desiderio di lavorare, specialmente dopo che sono stata assunta,” dice Amira a The Electronic Intifada; neppure lei vuole che il suo vero nome appaia in questo articolo. “Ho conseguito un master per cercar lavoro in Giordania.”

Stava pensando di restarci contro la volontà del padre, ma temeva che lui “arrivasse in Giordania dove stavo vivendo e con la forza” mi riportasse a Gaza.

Ho anche avuto paura di essere maltrattata, fisicamente e psicologicamente.”

Amira ne aveva già passate tante. Aveva impiegato due mesi per convincere il padre che la lasciasse andare in Giordania per frequentare il master biennale in chimica, anche se aveva ricevuto una borsa di studio dal governo giordano perché lui era preoccupato per la sua sicurezza mentre era lontana dalla famiglia.

Mi sono sentita in paradiso quando ho saputo che la mamma era finalmente riuscita a persuaderlo,” dice Amira.

Un momento fugace. “Sfortunatamente ho ceduto alle richieste di mio padre e sono tornata a Gaza. Qui ho seppellito le mie ambizioni.”

Israa, 26 anni, è una sviluppatrice web freelance in Giordania, neanche lei vuole rivelare il suo nome in questo articolo. Ha insistito con la richiesta di andarsene da Gaza fino a quando finalmente i genitori hanno ceduto.

Ottenere il permesso della mia famiglia è stata una lotta, nonostante non sia una ragazzina,” dice. “Ma ho continuato a provarci per più di cinque mesi e alla fine ci sono riuscita.”

Israa se ne è andata da Gaza l’anno scorso in parte per sfuggire ai costumi antiquati della Striscia.

La mia sorella maggiore e i miei genitori hanno litigato per almeno sei anni sul suo rifiuto del matrimonio tradizionale. I miei genitori non hanno fatto nessuno sforzo per capire il suo punto di vista,” dice Israa a The Electronic Intifada.

I suoi genitori erano preoccupati che la sorella, ora ventinovenne, sarebbe rimasta zitella dopo i 25 anni. Non si è ancora sposata.

Tradizionalmente ci si aspetta che le donne si sposino fra i 18 e i 25 anni. Un’età maggiore, secondo il modo di pensare tradizionale, potrebbe causare problemi con la maternità o il parto.

Non voglio affrontare la stessa esperienza perché né io né mia sorella abbiamo mai creduto nel matrimonio tradizionale o che l’amore arrivi dopo il matrimonio,” dice.

Israa vuole anche vestirsi senza intromissioni, ma non può perché i genitori sono contrari. Il suo stile è diverso dalle norme tradizionali di Gaza. I vicini e i parenti hanno cominciato a spettegolare, cosa che a sua volta ha provocato uno stress emotivo per la famiglia.

Non ho voluto entrare in conflitto con loro per qualcosa di così insignificante. Ma soffro al pensiero di non poter ottenere quello che voglio e di non essere autosufficiente,” commenta.

In Giordania è diverso. Si sente più libera e a suo agio. Indossa quello che vuole e sta fuori la sera se ne ha voglia.

Sono contenta di non essere vincolata dalle norme superate di Gaza,” conclude.

Rakan Abedvè un reporter freelance e produttore di video che vive nella Striscia di Gaza.

Khuloud Rabah Sulaiman è una giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




L’interdizione di Israele verso i coniugi palestinesi diventa legge definitiva: un trionfo per lo “Stato ebraico”

Jonathan Ofir

11 marzo 2022 – Mondoweiss

Come riportato da Reuters, ieri il parlamento israeliano ha approvato una legge che nega la cittadinanza per naturalizzazione ai palestinesi della Cisgiordania occupata o di Gaza sposati con cittadini israeliani, costringendo migliaia di famiglie palestinesi a emigrare o vivere separate.

La legge definitiva, che vieta l’acquisizione della nazionalità, è stata approvata con 45 voti a favore e 15 contrari, una maggioranza di tre quarti dei voti, trasversale alle componenti della coalizione (solo la metà dell’intero parlamento ha votato sulla legge). Due partiti che fanno parte della coalizione di governo hanno votato contro la legge: il partito sionista di sinistra Meretz e il partito islamista di destra Ra’am. Il resto della coalizione di governo, compresi i laburisti, ha votato a favore della legge razzista, unendo le forze con i politici di estrema destra del parlamento israeliano.

Il parlamentare del partito sionista religioso di destra Simcha Rothman, che ha contribuito a portare il partito kahanista Jewish Power [partito estremista di destra, fondato su un fondamentalismo religioso, ndtr.] in parlamento (con Itamar Ben Gvir, l’ammiratore del terrorista ebreo Baruch Goldstein, in qualità di membro della Knesset), è stato uno dei principali apripista per tale approvazione. Rothman ha esultato già prima del voto di ieri, quando è risultato chiaro che la legge sarebbe stata approvata:

Lo Stato di Israele è ebraico e tale rimarrà… Oggi, se Dio vuole, lo scudo difensivo di Israele risulterà notevolmente rafforzato,

L’altra principale portabandiera di questo provvedimento è un membro di spicco del governo, la ministra dell’Interno Ayelet Shaked, del partito Yamina (di destra) di Naftali Bennett. Con le sue parole di ieri al plenum è stata molto chiara sul suo successo:

Simcha Rothman ha subito compreso il danno che sarebbe derivato in seguito allo scadere della legge e ha lavorato con me per redigere una versione accettabile per entrambe le parti. Dimostrando grande responsabilità, l’opposizione ha contribuito a far approvare la legge.

Lo scorso luglio era scaduta una legge temporanea che vietava l’acquisizione della nazionalità da parte dei coniugi palestinesi, ma da allora Shaked ha incaricato l’amministrazione di continuare ad agire come se fosse in vigore. Poi, a gennaio, in seguito ad una petizione di organizzazioni per i diritti civili, l’Alta Corte le ha ordinato di porre fine al divieto:

Le regole di base del diritto amministrativo non consentono l’applicazione di una legge che non è più in vigore”, ha scritto la giudice Dafna Barak-Erez. Tuttavia, è stata solo questione di poco tempo perché questo problema” legale potesse essere ancora una volta risolto. Come un funzionario vicino a Shaked, citato da The Times of Israel, ha dichiarato:

La ministra intende riesaminare la legge nelle prossime settimane. Si spera che l’opposizione che in precedenza ha fatto decadere la legge non agisca contro lo Stato”.

Ecco cosa è successo ieri. E cosa ne pensano i centristi del governo, parlamentari che per i sionisti progressisti degli Stati Uniti sono degli eroi? Il parlamentare Ram Ben Barak, del partito Yesh Atid (C’è un futuro) [partito centrista e laico, ndtr.] di Yair Lapid, che guida la commissione per gli affari esteri e la difesa, ha approvato la legge “a malincuore”:

Approvo la legge a malincuore e senza gioia. Vorrei che arrivasse un momento in cui non avremo bisogno di questa legge… ma nell’attuale realtà riguardo la sicurezza non possiamo fare altro che difenderci.

Questa legge non è affatto nuova. La novità è che è stata consolidata come legge definitiva. Ha seguito un iter storico di ordinamento temporaneo, di emergenza, che doveva essere rinnovato ogni anno.

Ed è una legge di apartheid. Human Rights Watch [organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, ndtr.], nel suo rapporto di 213 pagine dello scorso anno su apartheid e oppressione israeliane, ha dedicato una sezione a questo problema:

«La legge sulla cittadinanza del 1952 autorizza anche la concessione della cittadinanza per naturalizzazione. Tuttavia, nel 2003 la Knesset ha approvato la legge sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele (ordinamento temporaneo), che vieta la concessione della cittadinanza israeliana o dello status legale a lungo termine ai palestinesi della Cisgiordania e di Gaza che sposino cittadini o residenti israeliani. Con poche eccezioni questa legge, rinnovata da allora ogni anno e confermata dalla Corte Suprema israeliana, nega ai cittadini ebrei e palestinesi e agli abitanti di Israele che scelgono di sposare palestinesi il diritto di vivere con il loro partner in Israele. Questa restrizione, basata esclusivamente sull’identità del coniuge come palestinese della Cisgiordania o di Gaza, evidentemente non si applica quando gli israeliani sposano coniugi non ebrei della maggior parte delle altre nazionalità straniere. Questi possono ricevere lo status immediato e, dopo diversi anni, richiedere la cittadinanza.

Nel 2005, nel commentare un rinnovo della legge, il primo ministro dell’epoca, Ariel Sharon, disse: Non c’è bisogno di nascondersi dietro argomenti sulla sicurezza. C’è la necessità dell’esistenza di uno Stato ebraico”. Benjamin Netanyahu, che era allora il ministro delle finanze, disse in quella circostanza nel corso delle discussioni: “Invece di rendere le cose più facili per i palestinesi che vogliono ottenere la cittadinanza, dovremmo rendere le procedure molto più difficili, al fine di garantire la sicurezza di Israele e la presenza in esso di una maggioranza ebraica. “Nel marzo 2019, questa volta come primo ministro, Netanyahu ha dichiarato: “Israele non è uno Stato di tutti i suoi cittadini”, ma piuttosto “lo Stato-nazione del popolo ebraico e solo il loro”.

La legge è simile al famigerato Muslim ban” di Trump [Il bando sui viaggi da paesi a maggioranza musulmana emesso da Donald Trump nel 2017 con il presunto pretesto di prevenire il terrorismo, ndtr.]

E che dire della situazione di sicurezza” che ha spinto Ben Barak a votare tanto a malincuore a favore della legge?

Il Times of Israel [quotidiano online principalmente in lingua inglese, con sede in Israele, ndtr.] riferisce che lunedì lo Shin Bet, il servizio di sicurezza israeliano, ha consegnato un rapporto al parlamento in cui si afferma che tra il 1993 e il 2003 130.000 palestinesi hanno ricevuto la cittadinanza o la residenza attraverso il ricongiungimento familiare e che tra il 2001 e il 2021 48 di questi sono stati coinvolti in attività terroristiche”.

Il Times of Israel non analizza né si interroga su queste cifre, ma penso che ci siano buone ragioni per esaminarle. 48 su 130.000 costituisce uno su 2.708, ovvero lo 0,03%. Consideriamo ora ciò che Israele definisce terrorismo”. L’anno scorso abbiamo appreso che queste persone potrebbero essere membri di importanti organizzazioni per i diritti umani, come Al Haq [organizzazione palestinese indipendente per i diritti umani con sede nella città di Ramallah, ndtr.], o chissà, forse loro segreti sostenitori o simpatizzanti (come me).

Possono essere persone che hanno condiviso qualche generico messaggio sui social media che “si adatta al profilo” di un possibile “sostenitore del terrorismo”, o qualcuno che condivide poesie sulla resistenza, come Dareen Tatour [poetessa, fotografa e attivista palestinese,ndtr.] o la componente del Consiglio legislativo palestinese Khalida Jarrar, ripetutamente incarcerate senza accusa (detenzione amministrativa).

Attenzione, non sto nemmeno parlando di persone che lanciano bottiglie molotov, qualcosa per cui al giorno d’oggi l'”Occidente” sembra avere una grande comprensione quando si tratta della resistenza ucraina all’occupazione russa. Quindi il punto è che la definizione israeliana di “attività terroristiche” è una definizione molto, molto ampia. Lo Shin Bet comunque controlla chiunque entri o si muova attraverso Israele e tra i territori che occupa ecc. Non c’è bisogno di emanare punizioni collettive anche a livello di unificazione familiare solo per rendere le cose più difficili per i palestinesi e più facili per lo Shin Bet, a discapito di un diritto umano fondamentale come il diritto alla vita familiare.

E così il centrista Ram Ben Barak dice che semplicemente non ha altra scelta che difendersi” da questi terroristi. Siede in parlamento con Itamar Ben Gvir [del partito sionista religioso di estrema destra Otzma Yehudit, ndtr.] che idolatra l’autore del massacro di Hebron, Baruch Goldstein, che nel 1994 uccise 29 fedeli musulmani nella moschea di Al-Ibrahimi, e deve difendersi dai terroristi con questa legge. Se il parlamentare israelo-palestinese Ahmad Tibi, o Ayman Odeh [ambedue membri della Lista Comune arabo israeliana, ndtr.] possedessero dei poster di palestinesi che avessero perpetrato massacri simili di ebrei (come Ben Gvir aveva un poster di Goldstein), non sappiamo come andrebbe a finire.

il quadro inverso è impossibile da immaginare. Possiamo pensare che qualcuno suggerisca di vietare agli ebrei il ricongiungimento familiare in quanto sembrerebbe che molti di loro compiano azioni terroristiche contro i palestinesi? Magari di limitare l’unificazione familiare dei coloni della Cisgiordania, dal momento che sembrano avere un ruolo più prominente in quello che può solo essere descritto come terrorismo ebraico, cresciuto negli ultimi anni? E Ayelet Shaked, ministra dell’Interno e porta bandiera di questa legge che mette al bando i coniugi palestinesi, è mai stata incarcerata per il post del 2014 con cui sosteneva un vero e proprio genocidio dei palestinesi, comprese donne e bambini? Le ha forse ciò precluso l’investitura di parlamentare e addirittura di ministra della giustizia (2015-19)?

Dopo l’approvazione della legge, Shaked si è vantata in un tweet:

Uno Stato democratico ebraico – 1

Uno Stato di tutti i suoi cittadini – 0

E quest’ultimo tweet rappresenta l’intera faccenda in poche parole. Quello che Shaked chiama uno “Stato democratico ebraico” non è democratico, è uno Stato di supremazia ebraica dal fiume al mare, proprio come lo chiama l’israeliana B’Tselem [ONG israeliana per i diritti umani nei territori occupati, ndtr.] nel suo rapporto sull’Apartheid dello scorso anno.

Quello che Shaked chiama “uno Stato di tutti i suoi cittadini” è in realtà quello che normalmente chiameremmo uno Stato democratico, in cui sono assicurati i diritti fondamentali come il ricongiungimento familiare. Chiunque sia ingannato dalle argomentazioni da parte di Israele sulla sicurezza e sul “terrore”, dovrebbe leggere di nuovo il testo dell’ultimo tweet di Shaked. Se si vuole riassumerlo ulteriormente, in realtà dice proprio “Uno Stato democratico – 0”.

H/t Ofer Neiman

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Diritto Internazionale: Amnesty International analizza a fondo l’apartheid di Israele

Jean Stern

1 febbraio 2022 – Orient XXI

L’organizzazione per la difesa dei diritti umani Amnesty International attacca il crudele sistema di dominazione sulla popolazione palestinese che sia in Israele, nei territori occupati, a Gaza o rifugiata. Questo importante punto di svolta di Amnesty, che invoca il deferimento alla Corte Penale Internazionale, è un duro colpo per il governo israeliano. Orient XXI ha letto il rapporto in anteprima.

Il primo scossone è avvenuto nel 2020, quando l’organizzazione israeliana di giuristi Yesh Din ha utilizzato il termine “apartheid” per definire un sistema che si auto-proclama democratico e che, fino ad ora, è riuscito ad evitare un’analisi politica oggettiva. Dato che la vicinanza rende lucidi, un’altra ong israeliana, B’Tselem, nel 2021 è andata oltre, sostenendo che è tempo di dire “no all’apartheid dalle rive del Giordano al Mediterraneo”. Le due Ong sono state seguite dall’aprile 2021 da Human Rights Watch (HRW). Tuttavia l’organizzazione parla di apartheid solo per i territori occupati e Gaza, facendo un distinguo riguardo alle discriminazioni specifiche dei palestinesi israeliani. Il rapporto pubblicato da Amnesty International martedì 1 febbraio 2022, e di cui Orient XXI ha avuto l’anteprima, va molto oltre e utilizza il termine “apartheid” per tutti i palestinesi qualunque sia il loro luogo di residenza e il loro status.

Per la prima volta Amnesty International (AI), una delle più importanti organizzazioni mondiali in difesa dei diritti umani e anche una delle più caute nella scelta delle parole per definire le situazioni, in un rapporto pubblicato martedì primo febbraio 2022 e che dovrebbe provocare accese discussioni ritiene che “l’apartheid israeliano contro la popolazione palestinese è un sistema crudele di dominazione e un crimine contro l’umanità.” Il documento inoltre farà epoca, poiché tratta senza distinzione la situazione delle e dei palestinesi “che vivono in Israele e nei territori palestinesi occupati (TPO) così come rifugiate/i e profughe/i in altri Paesi.

Questo rifiuto di dividere i palestinesi in frammenti, di ritenere che i loro interessi avrebbero finito con il differenziarsi in base al loro luogo di residenza, è una rivoluzione notevole nel linguaggio della comunità umanitario-diplomatica internazionale. Si ispira agli argomenti di lunga data dei numerosi palestinesi (e di molti altri) sull’unità di un popolo frammentato dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948.

Riportare indietro l’orologio

Questo corposo materiale descrive l’oppressione israeliana e i meccanismi di dominazione dei palestinesi. Decine di interviste, centinaia di documenti analizzati soprattutto relativamente al periodo 2017-2021, mesi di elaborazione in totale segreto: il rapporto di Amnesty porta con sé un importante cambiamento politico. Offre anche una quantità considerevole di informazioni sulla situazione che vivono i palestinesi, che siano a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme, ad Haifa… e risale spesso alle origini dello Stato di Israele per comprendere meglio le radici di una politica la cui continuità era già stata messa in luce negli ultimi anni da molti storici di ogni origine. Anche lì Amnesty riporta indietro l’orologio. “Sta succedendo l’esatto contrario di quello che immaginavano,” mi disse in modo premonitore nella primavera del 2016 Yuli Novak, direttrice generale di Breaking The Silence, un’organizzazione israeliana di veterani dell’esercito israeliano che raccoglie le testimonianze sulle vessazioni commesse nei territori occupati dai soldati.

I rapporti di Breaking The Silence, così come quelli di altre Ong israeliane e palestinesi, hanno d‘altra parte alimentato il lavoro dei ricercatori di Amnesty International, ottenendo finalmente l’eco che meritavano.

Ciò che sta succedendo è semplicemente che il potere di persuasione di Israele (e dei suoi numerosi alleati di ogni latitudine e di ogni continente, da Los Angeles a Dubai) non è riuscito a soffocare le voci dissidenti, in primo luogo in Palestina, ma anche in Israele, tra gli ebrei come tra gli arabi. Al contrario, riprendono la parola. Con questo nuovo impegno molto convinto di AI l’uso del termine apartheid a proposito di Israele non sarà più soggetto a un fuoco di bombardamento, anche se forse è meglio non farsi illusioni, soprattutto in Francia. In ogni caso Amnesty propone un notevole salto in avanti sulla scena mondiale.

Un crimine contro l’umanità

Il suo rapporto di 211 pagine fitte analizza le detenzioni amministrative, l’esproprio di proprietà fondiarie e immobiliari, gli omicidi illegali, i trasferimenti forzati, le restrizioni agli spostamenti, gli ostacoli all’educazione. Si fonda su numerosi esempi documentati, in varie parti del Paese, nella Valle del Giordano, a Gaza. Raccoglie molte informazioni, il che ha permesso all’organizzazione di dedicarsi a un minuzioso inventario del sistema messo in atto da Israele. Si tratta di identificare altrettanti “fattori costitutivi” di un sistema di apartheid ai sensi del diritto internazionale. Per Amnesty “questo sistema viene perpetuato dalle violazioni che costituiscono il crimine contro l’umanità di apartheid come definito nello Statuto di Roma e nella Convenzione sull’apartheid.” Agnès Callamard, dal 2021 nuova segretaria generale dell’organizzazione di difesa dei diritti umani, chiarisce la questione:

“Il nostro rapporto svela la vera dimensione del regime di apartheid di Israele. Che sia nella Striscia di Gaza, a Gerusalemme est, a Hebron o in Israele, la popolazione palestinese è trattata come un gruppo razziale inferiore ed è sistematicamente privata dei suoi diritti.”

Amnesty International “invita la Corte Penale Internazionale (CPI) a prendere in considerazione la definizione di crimine di apartheid nel quadro della sua attuale inchiesta nei TPO e chiede a tutti gli Stati di esercitare la competenza universale per portare davanti alla giustizia i responsabili dei crimini di apartheid.

Un sistema in vigore dal 1948

Il rapporto specifica ciò che Amnesty intende per “sistema di apartheid” e su questo punto specifico vale la pena citarlo per esteso:

“Il sistema di apartheid è nato con la creazione di Israele nel maggio 1948 ed è stato costruito e mantenuto per decenni dai governi israeliani che si sono succeduti su tutto il territorio da loro controllato, indipendentemente dal partito politico al potere all’epoca. Israele ha sottoposto diversi gruppi di palestinesi a differenti insiemi di leggi, di politiche e di pratiche discriminatorie e di esclusione in momenti diversi, in seguito alle conquiste territoriali realizzate prima nel 1948, poi nel 1967, quando annetté Gerusalemme est e occupato il resto della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Nel corso dei decenni le preoccupazioni demografiche e geopolitiche israeliane hanno plasmato le politiche nei confronti dei palestinesi in ognuno di questi contesti territoriali.

Anche se il sistema di apartheid di Israele si manifesta in modi diversi nelle differenti zone sotto il suo controllo effettivo, esso ha sempre lo stesso obiettivo di opprimere e dominare i palestinesi a favore degli ebrei israeliani, che sono privilegiati dal diritto civile israeliano qualunque sia il loro luogo di residenza. È concepito per conservare una schiacciante maggioranza ebraica che abbia accesso e abbia a disposizione il massimo di territorio e di terre acquisite o controllate, limitando nel contempo il diritto dei palestinesi a contestare la spoliazione delle proprie terre e dei propri beni. Questo sistema è stato applicato ovunque Israele abbia esercitato un controllo effettivo su territori e terre o sull’esercizio dei diritti dei palestinesi. Si concretizza nel diritto, in politica e nella prassi e si riflette nei discorsi dello Stato dalla sua creazione fino ad oggi.”

Discriminazione razziale e cittadinanza di serie B

Il rapporto insiste ovviamente sulle discriminazioni globali di un sistema la cui geometria variabile non è in fondo che un fattore di adeguamento.

Le guerre del 1947-49 e del 1967, l’attuale regime militare di Israele nei TPO e la creazione dei regimi giuridici e amministrativi differenti sul territorio hanno isolato le comunità palestinesi e le hanno separate dalla popolazione ebraica israeliana. Il popolo palestinese è stato frammentato geograficamente e politicamente e vive diversi livelli di discriminazione in base al suo status e al suo luogo di residenza.

Attualmente i cittadini palestinesi di Israele hanno più diritti e libertà dei loro omologhi dei TPO, e del resto la vita quotidiana dei palestinesi non si è dimostrata molto diversa che vivano nella Striscia di Gaza o in Cisgiordania. Le ricerche di Amnesty International mostrano tuttavia che l’insieme della popolazione palestinese è soggetta a un solo e identico sistema. Il trattamento dei palestinesi da parte di Israele in tutti i territori risponde allo stesso obiettivo: privilegiare gli ebrei israeliani nella distribuzione delle terre e delle risorse e ridurre al minimo la presenza della popolazione palestinese e il suo accesso alle terre.

Un solo e unico sistema, fondato secondo AI sulla discriminazione razziale e su status di cittadini di serie B. Questa svalutazione si accompagna ovviamente alla spoliazione, e il rapporto torna sulla “messa in atto di crudeli espropriazioni fondiarie su vasta scala contro la popolazione palestinese,” e sulla demolizione “dal 1948” di centinaia di case ed edifici palestinesi. Evoca anche le famiglie dei quartieri palestinesi di Gerusalemme est vessate dai coloni che si appropriano delle loro abitazioni “con il totale sostegno del governo israeliano.

Amnesty chiede a tutti i Paesi che intrattengono buoni rapporti con Israele “tra cui alcuni Paesi arabi e africani” di non sostenere più un sistema di apartheid. Per uscire da questo “sistema”, ormai documentato da Amnesty, “la reazione internazionale di fronte all’apartheid non deve più limitarsi a condanne generiche e a scappatoie. È necessario aggredire le radici del sistema, altrimenti le popolazioni palestinesi e israeliane resteranno imprigionate nel ciclo senza fine di violenze che ha annientato tante vite,” conclude Agnès Callamard.

La mia identificazione con questa storia è finita”

Con un’altra storia e attraverso altre vie Yuli Novak è arrivata alla stessa conclusione di Agnès Callamard. Oggi quarantenne, nel 2017 ha lasciato il suo incarico a Breaking The Silence per fare un viaggio con varie destinazioni, dall’Islanda al Sudafrica. Lì ha incontrato gente che aveva lottato contro l’apartheid, cercato di comprendere “le paure” degli uni e degli altri. Ma ha capito soprattutto l’apartheid nel suo stesso Paese. “La sua struttura politica era destinata fin dall’inizio a preservare una maggioranza ebraica, e in questo senso è stata antidemocratica. La mia identificazione con questa storia è finita,” continua Yuli Novak in un lungo ritratto pubblicato il 28 gennaio 2022 dal quotidiano progressista [israeliano] Haaretz.

In un libro che ha da poco pubblicato, Yuli Novak descrive parecchi anni infernali, di vessazioni quotidiane, la delusione di scoprire che un impiegato di Breaking The Silence era un agente dello Shin Bet, il servizio di spionaggio interno [israeliano, ndtr.]. Prima ha pensato che “quel tipo un po’ strano, un po’ solitario, commovente” sapeva tutto di lei, dei suoi piccoli “pettegolezzi”, prima di capire che la democrazia si dissolveva davanti ai suoi occhi. Allora ha compreso che il contratto con il suo Paese era per così dire “condizionato: finché obbedivo. Nel momento in cui qualcosa non gli andava bene, il sistema si rivoltava contro di me. Mi dicevano: ‘Se tu sei contro l’occupazione e pensi che si debba manifestare riguardo alla situazione a Gaza, allora non sei una di noi.

Prende atto del fatto che parlare di apartheid riguardo a Israele non è che un dato di fatto. E se ciò diventa psicologicamente e politicamente doloroso da sopportare per molti israeliani, lo è ancora di più e da molto più tempo per milioni di palestinesi. Per gli uni come per gli altri il sostegno internazionale, se fa il suo ritorno in forze senza insensatezze, sarà il benvenuto.

Jean Stern

Ex-giornalista di Libération, La Tribune e La Chronique d’Amnesty International. Nel 2012 ha pubblicato Les Patrons de la presse nationale, tous mauvais [I proprietari della stampa nazionale, tutti cattivi], La Fabrique; per le edizioni Libertalia nel 2017 Mirage gay à Tel Aviv [Miraggio gay a Tel Aviv] e nel 2020 Canicule [Canicola].

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Cosa rende diverso il rapporto di Amnesty?

Maureen Clare Murphy

3 febbraio 2022 – Electronic Intifada

Cosa rende diverso da quelli che l’hanno preceduto il nuovo rapporto di Amnesty International secondo cui Israele pratica il crimine di apartheid contro i palestinesi?

Sicuramente la reazione di Israele, “isterica” nelle parole di un titolo di Haaretz [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.], all’analisi di Amnesty è notevolmente diversa dalla sua risposta, relativamente di basso profilo, a rapporti simili recentemente resi pubblici da B’Tselem, un’associazione israeliana per i diritti umani, e da Human Rights Watch, con sede a New York.

Organizzazioni palestinesi per i diritti umani come Al-Haq e Al Mezan hanno da molto prima presentato un quadro generale di apartheid, e i rapporti delle summenzionate associazioni israeliane e internazionali prendono spunto dal loro lavoro.

Amnesty, Human Rights Watch e B’Tselem hanno esaminato il sistema di controllo di Israele che privilegia gli ebrei israeliani in tutta la Palestina storica, emargina i palestinesi e viola i loro diritti in vario modo, in larga misura a seconda di dove essi vivano.

E, a differenza delle analisi pubblicate dalle associazioni palestinesi, questi tre rapporti, accolti come rivoluzionari e innovativi, sono inadeguati nel collocare il sistema dell’apartheid di Israele nel contesto del colonialismo di insediamento. (Una ricerca delle parole chiave nel rapporto di Amnesty dà tre risultati per i termini “colonialismo” e “coloniale”, che si trovano nei titoli di lavori citati nelle note.)

Amnesty sottolinea ripetutamente “il tentativo di Israele di conservare il suo sistema di oppressione e dominazione” senza mettere esplicitamente in chiaro che l’apartheid è un mezzo il cui fine è la colonizzazione di insediamento: cacciare i palestinesi dalla terra in modo che siano sostituiti da coloni provenienti dall’estero.

L’organizzazione per i diritti afferma che “dalla sua fondazione nel 1948 Israele ha perseguito una politica esplicita di creazione e conservazione di un’egemonia demografica ebraica e massimizzazione del suo controllo sulla terra a favore degli ebrei israeliani, riducendo nel contempo al minimo il numero di palestinesi, limitandone i diritti e ostacolandone la possibilità di resistere a questa spoliazione.”

Onore al merito: Amnesty fa piazza pulita del mito fondativo di Israele, riconoscendo che è stato razzista fin dall’inizio, una presa di distanza dal tipico atteggiamento progressista secondo cui nel corso del tempo Israele in qualche momento si è allontanato dai suoi ideali.

Amnesty evidenzia persino che “molti elementi del sistema militare repressivo di Israele nei TPO [territori palestinesi occupati, ndtr.] (Cisgiordania e Gaza) hanno origine nel regime militare israeliano sui palestinesi cittadini di Israele durato 18 anni,” iniziato nel 1948, “e che la spoliazione dei palestinesi di Israele continua fino a oggi.”

Amnesty riconosce anche che “nel 1948 singoli individui e istituzioni ebraiche detenevano circa il 6,5% della Palestina mandataria, mentre i palestinesi erano in possesso del 90% della terra di proprietà privata,” in riferimento a tutta la Palestina storica prima della fondazione dello Stato di Israele. “In soli 70 anni la situazione è stata ribaltata,” aggiunge l’organizzazione.

E questo è l’obiettivo di Israele – il “sistema di oppressione e dominazione” sottolineato da Amnesty è il mezzo attraverso cui esso ha usurpato la terra palestinese a favore di coloni provenienti dall’estero.

Dopotutto i coloni sionisti non sono andati in Palestina dall’Europa con l’intenzione di dominare e opprimere i palestinesi: essi sono arrivati con l’intenzione di colonizzarne la terra.

Come afferma il Jerusalem Legal Aid and Human Rights Center [Centro Palestinese di Assistenza Legale e Diritti Umani di Gerusalemme, ndtr.], un’organizzazione palestinese, “ogni riconoscimento di Israele come Stato di apartheid dovrebbe essere collocato all’interno del contesto del suo regime di colonialismo d’insediamento.”

Amnesty evita anche di esaminare e mettere in discussione il sionismo, l’ideologia razzista dello Stato di Israele attorno alla quale si è organizzato il suo progetto di colonialismo d’insediamento.

Come ha chiesto mercoledì Adalah-NY, un’associazione di sostegno con sede negli USA: “È possibile porre fine all’apartheid senza fare altrettanto con il progetto colonialista d’insediamento sionista?”

Un lavoro preliminare per obbligare a pagare le conseguenze

Nonostante questi limiti problematici, l’analisi di Amnesty pone una solida base per considerare Israele responsabile all’interno del carente contesto delle leggi internazionali e fa energiche raccomandazioni per porvi fine.

Amnesty si unisce alle associazioni palestinesi che sollecitano la Corte Penale Internazionale a “indagare sulla messa in atto del crimine di apartheid” e la sua procura generale a “prendere in considerazione l’applicabilità del crimine contro l’umanità di apartheid all’interno della sua attuale indagine formale” in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Dato che la CPI non ha giurisdizione territoriale in Israele, Amnesty chiede al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di sottoporre “tutta la situazione alla CPI” oppure di creare “un tribunale internazionale per processare i presunti responsabili” del crimine contro l’umanità di apartheid.

Amnesty aggiunge che il Consiglio di Sicurezza “deve anche imporre sanzioni mirate, come il congelamento dei beni, contro i politici israeliani più coinvolti … e un complessivo embargo militare contro Israele.”

Ripetendo il suo “appello di lunga data” agli Stati perché sospendano ogni forma di assistenza militare e vendita di armamenti a Israele, Amnesty chiede anche alle autorità palestinesi di “garantire che ogni tipo di accordo con Israele, principalmente attraverso il coordinamento per la sicurezza, non contribuisca a mantenere il sistema di apartheid contro i palestinesi” in Cisgiordania e a Gaza.

Amnesty afferma inoltre che Israele deve riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi e fornire alle vittime palestinesi “risarcimenti completi”, compresa la “restituzione di tutte le proprietà acquisite su base razziale.”

Queste richieste di Amnesty, che afferma di essere la principale organizzazione mondiale per i diritti umani, vanno molto oltre quelle fatte da Human Rights Watch e da B’Tselem.

Ciò spiega in certa misura perché Israele e i suoi alleati e apologeti abbiano tentato di fare pressione su Amnesty perché ritirasse il suo rapporto prima della pubblicazione e, non essendovi riusciti, ora stanno ricorrendo alle solite accuse senza fondamento di antisemitismo.

Yair Lapid, ministro degli Esteri di Israele, ha cercato di screditare il rapporto di Amnesty affermando che esso “riecheggia la propaganda” e “le stesse menzogne condivise da organizzazioni terroristiche,” in riferimento a importanti associazioni palestinesi recentemente dichiarate illegali da Israele.

Se Israele non fosse uno Stato ebraico, nessuno ad Amnesty avrebbe osato fare simili affermazioni contro di esso,” ha aggiunto Lapid.

Nel suo rapporto Amnesty osserva che “le organizzazioni palestinesi e i difensori dei diritti umani che hanno guidato la sensibilizzazione contro l’apartheid e si sono impegnati in campagne hanno subito per anni la repressione israeliana come punizione per il loro lavoro.”

Mentre definisce “organizzazioni terroristiche” le associazioni palestinesi per i diritti umani, Israele sottopone “le organizzazioni israeliane che denunciano l’apartheid a campagne di calunnie e delegittimazione,” aggiunge Amnesty.

Israele potrebbe scoprire che tali tattiche, quando utilizzate contro la principale organizzazione mondiale per i diritti umani, potrebbero non convincere nessuno al di fuori della sua cerchia.

Il suo tentativo di “anticipare la faccenda”, che sarebbe stato guidato dal primo ministro israeliano Naftali Bennett insieme a Lapid attaccando preventivamente il rapporto di Amnesty, è solo servito a rafforzare la correlazione tra Israele e l’apartheid.

Ha anche garantito che “il rapporto avesse una pubblicità molto maggiore di quella di cui avrebbe beneficiato,” come ha osservato un editorialista di Haaretz.

Rendere noto al grande pubblico il contesto di apartheid

C’è un’altra differenza fondamentale tra il rapporto di Amnesty sull’apartheid e quelli che lo hanno preceduto.

Amnesty International è un’organizzazione che fa campagne con milioni di membri e sostenitori che, afferma l’organizzazione, “rafforzano la nostra richiesta di giustizia.”

Amnesty ha accompagnato il suo rapporto con un corso in rete di 90 minuti intitolato “Decostruire l’apartheid israeliano contro i palestinesi.”

Ha anche prodotto un documentario di 15 minuti per un vasto pubblico disponibile su YouTube che analizza la domanda se Israele pratica l’apartheid.

Finora la lista di attività di Amnesty include solo il fatto di inviare una cortese lettera a Naftali Bennett, primo ministro israeliano, contro le demolizioni di case e le espulsioni, cose per niente entusiasmanti.

Invece la sezione statunitense di Amnesty ha fatto bizzarre smentite per distinguersi dal movimento per il boicottaggio, disinvestimento e le sanzioni guidato dai palestinesi ed ha persino affermato che l’organizzazione non prende posizione sull’occupazione in sé, concentrandosi invece sugli obblighi di Israele “come potenza occupante, in base alle leggi internazionali”.

Sia Amnesty International che Human Rights Watch hanno sede in Paesi imperialisti e sono state create nel contesto della guerra fredda perché si concentrassero principalmente sulla rivendicazione dei diritti di persone nei Paesi comunisti dell’Europa orientale.

Il loro quadro ristretto e l’ideologia costitutiva le hanno portate ad opporsi alle lotte di liberazione anticolonialiste e alla violenza che esse implicavano perché, come ha detto Nelson Mandela, “è l’oppressore che definisce la natura della lotta e spesso l’oppresso è lasciato senza altri mezzi se non ricorrere a metodi che rispecchiano quelli dell’oppressore.”

Queste contraddizioni fondamentali significano che le associazioni occidentali per i diritti umani prenderanno sempre posizioni di compromesso, se non dannose, contrarie alla liberazione dei palestinesi, e Human Rights Watch recentemente ha suggerito un’equivalenza etica tra la violenza utilizzata da Israele contro i palestinesi assediati a Gaza e quella della resistenza palestinese contro di esso.

Ma i materiali didattici di Amnesty, comprendenti un lungo documento con domande e risposte, contribuiranno a preparare i militanti di base per rispondere ai sostenitori di Israele che intendano sviare le critiche alle prassi dello Stato attaccando chi le divulga.

Dopotutto, come ha detto su Twitter un acuto osservatore, questa è l’unica freccia a disposizione dell’arco di quanti sono impegnati a mantenere il governo di apartheid di Israele e la situazione di impunità.

Il rapporto di Amnesty è un potente indicatore che un’analisi al di là dell’occupazione del 1967 in Cisgiordania e a Gaza sta diventando di dominio pubblico.

Nel contempo Israele e i suoi alleati e sostenitori nel Congresso USA e nel Dipartimento di Stato hanno tirato in ballo triti argomenti, ignorando nel contempo la sostanza dei risultati di Amnesty.

(Al contrario, pochi parlamentari del partito Democratico hanno pubblicamente sostenuto le conclusioni di Amnesty, e Cory Bush [afroamericana eletta nel Missouri, ndtr.] ha chiesto di porre fine al “sostegno USA, con i soldi dei contribuenti, a questa violenza”).

Ma, come politici dell’ONU e dell’UE che blaterano noiosamente all’infinito sul loro impegno per un’inesistente processo di pace verso la soluzione a due Stati, quanti ripetono a pappagallo questi argomenti della lobby israeliana così slegati dalla realtà appaiono sempre più ridicoli.

Israele teme un rapporto ONU

Mentre respingono il termine “apartheid” e attacca Amnesty, Israele e i suoi alleati e sostenitori hanno gli occhi puntati su una minaccia ancora maggiore per l’impunità di Israele.

Secondo un dispaccio del ministero degli Esteri israeliano visionato dal periodico Axios [sito statunitense di notizie, ndtr.], Israele ha pianificato una campagna che cerca di screditare una commissione d’inchiesta permanente dell’ONU sulle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele in tutto il territorio sotto il suo controllo.

Lo scorso maggio la Commissione ONU per i Diritti Umani ha approvato di stretta misura una risoluzione che crea questa commissione d’inchiesta in seguito all’attacco israeliano di 11 giorni contro Gaza durante il quale i palestinesi si sono ribellati in tutta la loro patria.

Associazioni palestinesi hanno a lungo chiesto agli Stati di “affrontare le cause che sono alla radice del colonialismo d’insediamento e dell’apartheid imposto sul popolo palestinese nel suo complesso,” come ha affermato Al-Haq prima del voto.

La commissione d’inchiesta condotta da tre esperti di diritti umani indipendenti scelti dalla Commissione per i Diritti Umani dovrebbe presentare i suoi risultati a giugno.

La scorsa settimana Axios ha informato che i politici israeliani sono “molto preoccupati che il rapporto della commissione faccia riferimento a Israele come uno ‘Stato di apartheid’.”

La rivista aggiunge che “l’amministrazione Biden non appoggia l’inchiesta e ha giocato un ruolo centrale nel tagliarle i fondi del 25% nei negoziati sul bilancio ONU.”

Nel contempo un gruppo bi-partisan di 42 membri del Congresso ha chiesto al Segretario di Stato USA di “guidare un tentativo di porre fine alla vergognosa e ingiusta commissione permanente d’inchiesta.”

Ma evidentemente Israele teme che questo intervento non sia sufficiente.

Questa settimana Haaretz ha informato che “importanti politici israeliani” non meglio identificati sono preoccupati che l’ONU “possa presto accettare una narrazione secondo cui Israele è uno ‘Stato di apartheid’, infliggendo un duro colpo allo status di Israele a livello internazionale.”

Il consenso dell’ONU riguardo all’apartheid israeliano “potrebbe portare all’esclusione di Israele da varie manifestazioni internazionali, comprese competizioni sportive o eventi culturali,” aggiunge la rivista.

In altre parole, i politici israeliani temono che lo Stato venga trattato come un paria a livello globale nello stesso modo in cui lo fu il Sudafrica prima del crollo dell’apartheid in quel Paese.

Il comitato direttivo del movimento guidato dai palestinesi per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, che si ispira alla campagna di boicottaggio globale che contribuì alla fine dell’apartheid in Sudafrica, sostiene che “indagini sull’apartheid israeliano da parte dell’ONU e dei suoi membri sono passi necessari per raggiungere la libertà, la giustizia e l’uguaglianza per il popolo palestinese.”

Questo comitato esorta le Nazioni che sono state colonizzate a riprendere “il ruolo di guida che hanno assunto all’ONU per l’eliminazione dell’apartheid nell’Africa meridionale.”

Human Rights Watch ha invitato a nominare un incaricato internazionale ONU per i crimini di persecuzione e apartheid.

Amnesty afferma che l’Assemblea Generale dell’ONU “dovrebbe ripristinare la Commissione Speciale contro l’Apartheid, creata in origine nel novembre 1962 per concentrarsi su ogni situazione… in cui sia stata commessa la grave violazione dei diritti umani e crimine contro l’umanità di apartheid.”

Secondo il comitato direttivo del movimento BDS queste iniziative avrebbero conseguenze al di là della causa palestinese all’interno del sistema dell’ONU, dove “le intimidazioni e la pressione politica hanno impedito l’analisi e la discussione, per non parlare delle sanzioni, sull’apartheid israeliano.”

In definitiva, la ricerca di Amnesty non sarebbe fondamentalmente diversa da quelle che l’hanno preceduta. Ma il contesto in cui compare – mentre si consolida il consenso internazionale riguardo al riconoscimento dell’apartheid israeliano, è in corso un’indagine della Corte Penale Internazionale e con le ripercussioni del programma di spionaggio israeliano – suggerisce che potrebbe essere iniziato un nuovo capitolo nella lotta globale per la libertà dei palestinesi.

Maureen Clare Murphy è caporedattrice di The Electronic Intifada.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




HRW: a maggio poliziotti israeliani si sono accordati con ultranazionalisti ebrei per reprimere manifestanti palestinesi

Redazione di PC

14 dicembre 2021 – Palestine Chronicle

Un rapporto di Human Rights Watch (HRW) sulle politiche brutali e discriminatorie ha rilevato che durante la rivolta civile di maggio nella città di Lydda funzionari israeliani si sono accordati con ultra-nazionalisti ebrei di estrema destra.

Il rapporto, rilasciato martedì, evidenzia che a Lydda le forze dell’ordine israeliane hanno fatto uso di una forza eccessiva per disperdere proteste pacifiche da parte di palestinesi e invita la commissione d‘inchiesta dell’ONU a indagare sulle pratiche discriminatorie dello Stato occupante.

Queste prassi includono il modo opposto di trattare manifestanti ebrei e palestinesi; l’evidente appoggio e la collaborazione con gli ultranazionalisti ebrei di estrema destra; la diffusione di disinformazione da parte di funzionari governativi per fomentare la rivolta civile e un trattamento discriminatorio dei cittadini palestinesi di Israele nei tribunali dopo il loro arresto.

In maggio Lydda e altre città in Israele e nella Cisgiordania occupata hanno assistito a rivolte sullo sfondo dei tentativi discriminatori di cacciare palestinesi dalle proprie case nella Gerusalemme est occupata, dell’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza israeliane contro i manifestanti e i fedeli nella moschea di Al-Aqsa e dello scatenamento di un’aggressione israeliana contro Gaza il 10 maggio.

Nel corso di circa due settimane di rivolta le forze di sicurezza hanno arrestato 2.142 persone in Israele e a Gerusalemme est in operazioni di “deterrenza” che le autorità hanno definito “Legge e Ordine”. Secondo Amnesty International circa il 90% degli arrestati sono cittadini palestinesi di Israele e abitanti di Gerusalemme est occupata.

In giugno un rapporto di Amnesty International sulle azioni repressive ha rilevato che suprematisti israeliani di estrema destra hanno condiviso selfie in cui si sono messi in posa con armi da fuoco e messaggi come “Stanotte non siamo ebrei, siamo nazisti.”

Tra i molti esempi di discriminazione citati da HRW nel rapporto c’è l’evidente collaborazione tra poliziotti israeliani e ultranazionalisti ebrei. Il 12 maggio parecchi ultranazionalisti ebrei che non vivono a Lydda, alcuni dei quali armati, sono entrati in città violando la dichiarazione dello stato di emergenza del governo, emanato ore prima, che vietava l’ingresso a non-residenti.

Nel rapporto viene citato un giornalista israeliano che, nel suo servizio da Lydda, ha affermato che le autorità municipali avevano ospitato durante la notte ultranazionalisti ebrei arrivati da fuori in un edificio di proprietà del Comune nei pressi di un cimitero palestinese. Benché la città abbia negato di essere stata informata di questa iniziativa o di averla approvata, questi gruppi sono andati a prendere di mira palestinesi. Durante la notte hanno lanciato pietre contro case e negozi palestinesi e contro la moschea di Al-Omari. Video di alcuni incidenti mostrano, schierati vicino a facinorosi ebrei, poliziotti che non intervengono mentre questi lanciano pietre.

Durante gli scontri sono stati attaccati proprietà e luoghi di culto palestinesi. Molti sono stati feriti, un cimitero musulmano è stato vandalizzato e decine di auto sono state date alle fiamme. HRW afferma che le forze dell’ordine schierate per garantire la sicurezza a Lydda sono rimaste a guardare o non hanno agito in tempo per proteggere abitanti palestinesi di Lydda dalle violenze da parte di ultra-nazionalisti ebrei che si trovavano vicino a loro o nel loro campo visivo.

Evidenziando la prassi discriminatoria dei tribunali israeliani, HRW mette in luce il netto contrasto del modo diverso in cui sono stati trattati l’assassinio di un palestinese e quello di un ebreo israeliano. Per l’assassinio di Musa Hassuna, un palestinese, le autorità israeliane hanno rilasciato su cauzione in meno di 48 ore dall’omicidio tutti gli ebrei sospettati, dopo che essi avevano invocato la legittima difesa, ed ha chiuso le indagini meno di sei mesi dopo.

Per l’assassinio di Yigal Yehoshua, un ebreo, otto palestinesi sospettati sono stati in carcere per mesi, in attesa di essere processati per vari reati, compreso l’“omicidio come atto di terrorismo”.

Sembra che a Lydda la polizia e le autorità israeliane abbiano trattato i cittadini in modo diverso a seconda che si trattasse di ebrei o di palestinesi,” afferma Omar Shakir, direttore per Israele e Palestina di Human Rights Watch.

La commissione d’inchiesta ONU dovrebbe cogliere l’opportunità senza precedenti di contrastare la discriminazione ed altre violazioni che i palestinesi affrontano in Israele esclusivamente a causa della loro identità.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Dichiarazioni HRW e Ong israeliane

Israele/Palestina: dichiarate terroriste alcune ONG palestinesi

Un attacco contro il movimento per i diritti umani

 22 ottobre 2021     Human Rights Watch

(New York) – Il 19 ottobre 2021 il Ministero della Difesa israeliano ha emanato un’ordinanza militare per dichiarare “organizzazioni terroriste” sei associazioni della società civile palestinese nei Territori palestinesi occupati. Tali gruppi sono: Addameer, al-Haq, Difesa dei Bambini Palestinesi, Comitati del Sindacato per il Lavoro Agricolo, Centro “Bisan” per la Ricerca e lo Sviluppo e Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi. La designazione, ai sensi di uno statuto israeliano del 2016, mette di fatto fuorilegge l’attività di queste associazioni della società civile. Autorizza le autorità israeliane a chiuderne le sedi, a sequestrarne i beni e ad arrestarne e porre in detenzione il personale, e non solo ne vieta il finanziamento, ma proibisce persino di esprimere pubblicamente sostegno in loro favore.

Human Rights Watch e Amnesty International, che lavorano a stretto contatto con la maggior parte di queste associazioni, hanno emesso questa dichiarazione congiunta:

“Questa sorprendente e ingiusta decisione è un attacco del governo israeliano al movimento internazionale per i diritti umani. Da decenni, Israele cerca costantemente di impedire il monitoraggio sulle violazioni dei diritti umani e punisce chi critica le sue leggi repressive contro i palestinesi. Il nostro personale e le nostre organizzazioni hanno subito espulsioni e divieti di viaggio, ma sono i difensori dei diritti umani palestinesi a sopportare il peso maggiore della repressione. Questa decisione rappresenta un’allarmante escalation che minaccia di mettere il bavaglio alle più importanti organizzazioni della società civile palestinese. Poiché da decenni la comunità internazionale non prende posizione contro le gravi violazioni dei diritti umani commesse da Israele e gli consente di non pagare alcuno scotto, le autorità israeliane si sono sentite incoraggiate ad agire in questo modo arrogante”.

“Da come reagirà a questo decreto, si capirà se e come la comunità internazionale vorrà proteggere i difensori dei diritti umani. Siamo orgogliosi di lavorare da decenni con i nostri partner palestinesi che rappresentano il meglio della società civile globale. Siamo al loro fianco nella lotta contro questa oltraggiosa decisione”.

 

Comunicato congiunto: azione estrema contro i diritti umani

25 ottobre 2021                   B’TSELEM

La designazione da parte del Ministero della Difesa di insigni organizzazioni della società civile palestinese – alcune delle quali collaborano con noi all’interno della comunità palestinese in difesa dei diritti umani- come organizzazioni terroristiche, è un’azione devastante che criminalizza le fondamentali attività in difesa dei diritti umani. In tutto il mondo le attività di documentazione, promozione e sostegno legale sono fondamentali per la protezione dei diritti umani. Criminalizzare tali attività è un atto di viltà, caratteristico dei regimi repressivi autoritari.  I difensori della società civile e dei diritti umani vanno protetti. Esprimiamo la nostra solidarietà verso i colleghi palestinesi e chiediamo ai membri del governo israeliano e alla comunità internazionale di opporsi senza riserve a questa decisione.

Adalah [fornisce protezione legale alla minoranza araba, ndtr]| Istituto Akevot per la ricerca sul Conflitto Israelo-Palestinese | B’Tselem | Bimkom – Planners for Planning rights [organizzazione israeliana per i diritti umani costituita da pianificatori e architetti professionisti, ndtr] | Breaking the Silence Combatants for Peace [soldati veterani israeliani contrari all’Occupazione, ndtr]| Emek Shaveh [in difesa dei siti archeologici come beni comuni alle varie comunità, ndtr] | Gisha [protegge la libera circolazione dei palestinesi, in particolare di Gaza, ndtr]| Hamoked: Center for the Defence of the Individual [assiste i palestinesi che vivono sotto ocuupazione, ndtr] | Haqel – In Defense of Human Rights [protegge i diritti alla proprietà dei palestinesi, ndtr]| Human Rights Defenders Fund [fornisce protezione legale ai difensori dei diritti umani, ndtr] | Ir Amim [promuove l’idea di Gerusalemme come città condivisa da arabi ed ebrei, ndtr] | Kav Laoved – Worker’s Hotline [tutela i diritti dei lavoratori più svantaggiati, ndtr] | Kerem Navot [centrata sulla ricerca e monitoraggio delle politiche di espropriazione subite dai palestinesi sotto Occupazione, ndtr]| Machsom Watch [donne israeliane in difesa delle comunità palestinesi, ndtr] |Mothers Against Violence [Madri contro la Violenza, ndtr]|Parents Against Child Detention [Genitori contro la Detenzione dei Minori, ndtr]| Peace Now [arrivare alla “pace in cambio di territori”, ndtr]| Physicians for Human Rights Israel [Medici per i Diritti Umani, ndtr]|Rabbis for Human Rights [Rabbini per i Diritti Umani, ndtr] | Standing together [per una mobilitazione da sinistra di arabi ed israeliani, ndtr]| The Association for Civil Rights in Israel [la più antica associazione in difesa dei diritti umani in Israele, ndtr | The Public Committee Against Torture in Israel [contro i reati di tortura, ndtr]| Yesh Din [fornisce protezione legale alle vittime di abusi, ndtr] | Zazim – Community Action [arabi ed ebrei insieme per promuovere democrazia e diritti, ndtr]

 

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)

 

 




Traumi e salute mentale a Gaza

Kamran Ahmed

 14 giugno 2021, Al Jazeera

L’occupazione israeliana, le bombe e l’oppressione infliggono non solo danni fisici ma anche psicologici ai palestinesi.

Il cessate il fuoco del 20 maggio tra il governo israeliano e Hamas ha posto fine all’ultima esplosione del conflitto nella regione e ha portato a un senso di sollievo collettivo fra i palestinesi assediati della Striscia di Gaza.

Ma le profonde ferite che la violenza ha inflitto rimangono aperte.

Undici giorni di bombardamenti israeliani sull’enclave assediata hanno causato la morte di 256 palestinesi, tra cui 66 bambini. Quasi 2.000 sono stati feriti. Case, uffici e ospedali sono stati distrutti.

Mentre il fragile cessate il fuoco sembra reggere, coloro che sono sopravvissuti al conflitto stanno ancora una volta cercando di ricostruire le proprie vite. Ma i danni inflitti durante gli 11 giorni non sono stati solo fisici e materiali. Anche la salute mentale dei palestinesi di Gaza è stata bombardata durante quei giorni terribili.

Difficile immaginare quanto sia stata fonte di traumi psichici la situazione di queste persone: sono vissute nella paura del successivo attacco aereo, con lo spettro incombente della morte, di perdere i propri cari e le proprie case.

I residenti di Gaza hanno sopportato per decenni situazioni traumatizzanti una dopo l’altra. Le micidiali offensive israeliane – quattro negli ultimi 14 anni – hanno provocato i danni maggiori, ma si sono verificate sullo sfondo del continuo trauma imposto dall’occupazione.

Atrocità come il sequestro e la demolizione di case, il devastante regime poliziesco, le uccisioni illegali, la detenzione senza processo e la tortura infliggono tutte profondi danni psicologici. Una continua oppressione di questo tipo può distruggere l’autostima e lasciare le vittime in uno stato di “impotenza acquisita” -[assenza di controllo sull’esito di una situazione, ndtr.], rassegnate al loro destino e vulnerabili alla depressione.

Il blocco illegale israeliano di Gaza consiste anche in una sorta di strangolamento psicologico. La deprivazione economica che ne è derivata ha causato una diffusa disoccupazione e povertà – fattori di rischio ben noti per le malattie mentali – e ha lasciato i servizi sanitari senza finanziamenti e incapaci di soddisfare la domanda. Ogni guerra a Gaza li distrugge ulteriormente: questa volta almeno sei ospedali, due cliniche, un centro sanitario e una struttura della Mezzaluna Rossa Palestinese hanno subito danni.

Per la maggior parte degli altri Paesi, il COVID-19 è attualmente il principale problema di salute pubblica e mentale. In Palestina è quasi un pensiero di fondo soverchiato dalla paura di pericoli più immediati: attacchi aerei e oppressione. Ma bisogna ricordare che finora più di 110.000 persone a Gaza sono state infettate dal virus, con oltre 1.000 morti. Sono disponibili solo dosi sufficienti per vaccinare 60.200 persone su una popolazione di oltre 2 milioni. Quindi l’ansia da pandemia dilaga anche a Gaza, aggiungendosi al già insopportabile carico di paure.

Tutto questa insicurezza si traduce in vere e proprie malattie mentali. A Gaza i tassi di disturbi da stress post-traumatico (PTSD) – disturbi del sonno, tensione permanente, irritabilità , paure improvvise, flashback e incubi in cui si rivive il trauma subito e intorpidimento emotivo – sono incredibilmente alti. Uno studio del 2017 ha rilevato che il 37% degli adulti che vivono nella Striscia rientra in questa diagnosi.

Nel mio lavoro di psichiatra ho trattato rifugiati dalle guerre in Iraq e Afghanistan con PTSD: si tratta di una sindrome che può essere grave, complessa e durevole. Iniziare un percorso di guarigione mentre le cause di fondo del trauma persistono è quasi impossibile. Il capo dei servizi di salute mentale in Palestina una volta ha detto che la sua gente non soffre di disturbi da stress post-traumatico perché il trauma non è affatto passato. Disturbo da stress traumatico in corso può essere una descrizione più adeguata della loro situazione.

Come spesso accade in queste situazioni i bambini sono quelli che soffrono di più. Uno studio condotto nel 2020, prima dell’ultimo conflitto, ha rilevato che il 53,5% dei bambini a Gaza soffriva di PTSD. Quasi il 90% aveva subito un trauma personale. Il Consiglio Norvegese per i Rifugiati ha riportato la terribile notizia che 11 dei bambini uccisi dai recenti attacchi aerei israeliani stavano partecipando al suo programma di recupero dai traumi. Non c’è da stupirsi che il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres abbia descritto Gaza come “l’inferno in terra” per i bambini.

Naturalmente anche gli israeliani hanno sofferto. Dodici sono stati uccisi dai razzi di Hamas a maggio, due dei quali bambini: una tragica perdita di vite umane. Ma per gli israeliani il sistema di difesa Iron Dome e i rifugi antiaerei forniscono una rete e un senso di sicurezza di cui i palestinesi sono privi. I servizi sanitari israeliani sono molto sviluppati e adeguatamente attrezzati per affrontare sia le lesioni fisiche che l’impatto psicologico del lancio di razzi. Inoltre non stanno vivendo l’angoscia mentale dell’occupazione. Tutto ciò si riflette in tassi di disturbo da stress post-traumatico più bassi che vanno dallo 0,5 al 9% della popolazione.

Nel 2008 ho fatto un viaggio nel Somaliland [Stato non riconosciuto che comprende le province settentrionali della Somalia, ndtr.] postbellico per insegnare psichiatria agli studenti di medicina. La guerra civile che ha colpito l’area è terminata nel 1991 ma i suoi effetti sulla salute mentale della popolazione e sulle infrastrutture sanitarie erano ancora evidenti 17 anni dopo. Continuano ancora oggi. Ci vorrà tempo per ricostruire le menti disturbate e i servizi sanitari a Gaza, ma ci sono poche speranze per loro finché Israele non porrà fine alla sua occupazione illegale, all’espansione degli insediamenti e al blocco di Gaza.

L’oppressione dei palestinesi ha portato Human Rights Watch alla conclusione che Israele è colpevole del crimine di apartheid. Forse considerare questa situazione attraverso il prisma delle violazioni dei diritti umani e del loro grave impatto sulla salute mentale potrebbe spingere la comunità internazionale a fare pressione su Israele affinché agisca. Sia i palestinesi che gli israeliani meritano sicurezza e protezione dai traumi. Il modo migliore per raggiungere questo obiettivo è concedere ai palestinesi i loro diritti umani fondamentali.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(traduzione di Giuseppe Ponsetti)




‘Questo non è un conflitto: questo è apartheid’: più di 16.000 artisti firmano una lettera di solidarietà con la Palestina

Michael Arria

14 giugno 2021 – Mondoweiss

Più di 16.000 artisti, centinaia dei quali palestinesi, sei vincitori dell’Academy Award e otto scrittori vincitori del Premio Pulitzer, hanno firmato una lettera in cui si denuncia il sistema di apartheid israeliano e si sollecitano i Paesi a “interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali.”

Più di 16.000 artisti hanno firmato una lettera che condanna il recente attacco israeliano contro Gaza e denuncia il sistema di apartheid del Paese. La lettera inoltre invita altri Paesi a “interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali” con Israele.

Con il titolo “Una lettera contro l’apartheid”, il testo è stato scritto da sei artisti palestinesi che hanno chiesto di restare anonimi. Inizialmente è stata firmata da centinaia di artisti palestinesi, compresi i registi Annemarie Jacir, Elia Suleiman, e Farah Nabulsi; gli artisti figurativi Emily Jacir e Larissa Sansour; l’attrice Hiam Abbas; le musiciste Kamilya Jubran e Sama’ Abdulhadi; gli scrittori Elias Sanbar, Mohammed El-Kurd, Naomi Shihab Nye, Raja Shehadeh, Randa Jarrar, Suad Amiry e Susan Abulhawa.

In seguito artisti di tutto il mondo hanno firmato in sostegno al documento. Tra i sostenitori vi sono sei registi e attori vincitori dell’ Oscar: Alejandro Iñárritu, Asif Kapadia, Holly Hunter, Mike Leigh, Jeremy Irons, Julie Christie, Thandiwe Newton, Viggo Mortensen, Brian Cox, Michael Moore, Alia Shawkat, e Susan Sarandon; otto scrittori, poeti e drammaturghi vincitori del Premio Pulitzer: Benjamin Moser, Hisham Matar, Richard Ford, Viet Thanh Nguyen, Tyehimba Jess, Annie Baker, Lynn Nottage e Tony Kushner; molti altri, compresi Brian Eno, Angela Davis, Roger Waters, Cypress Hill, Ta-Nehisi Coates e Robert Wyatt.

Gli autori [della lettera] hanno anche detto a Mondoweiss che la decisione di restare anonimi era nata dal desiderio di parlare con una voce collettiva e che la lettera non venisse associata a specifiche persone o organizzazioni.

Uno degli organizzatori, in un comunicato stampa in cui si annunciava la dichiarazione, ha detto: “Una dimostrazione senza precedenti di unità, ispirata dai protagonisti più significativi di ciò che abbiamo visto svilupparsi in Palestina. I palestinesi di Gaza, Gerusalemme, Ramallah e di tutto il mondo hanno dimostrato che 70 anni di politiche israeliane non hanno spezzato la loro percezione di se stessi come palestinesi. Questa lettera riflette tutto questo.”

Nella lettera si legge: “Dipingere questo come una guerra tra due parti eguali è falso e mistificante. Israele è la potenza coloniale. La Palestina è colonizzata. Questo non è un conflitto: questo è apartheid.”

Dopo la più recente escalation di violenza da parte degli israeliani c’era la seguente domanda”, ha detto a Mondoweiss uno degli autori. “Tutti abbiamo avuto questa discussione riguardo a cosa potremmo fare e come potremmo usare le nostre reti. Come possiamo usare il nostro ruolo per organizzarci attorno a questo?”

Un altro obbiettivo era portare ad un pubblico più vasto questa terminologia che i palestinesi hanno elaborato per decenni”, hanno spiegato. “Abbiamo scritto questa lettera con un sincero senso di urgenza ed essa ha acquistato vita propria. Cerchiamo di equilibrare questa urgenza con una risposta a lungo termine che non sia legata solo agli eventi specifici che sono accaduti nelle ultime settimane. La lettera è stata innescata da essi, ma questi fatti sono solo una continuazione di tutto ciò che è accaduto per decenni, la lettera è un appello a lungo termine.”

Gli autori hanno detto che la quantità di persone che hanno voluto firmarla segnala il fatto che l’opinione pubblica sulla Palestina sta cambiando.

Ovviamente la gente ha ancora paura e c’è ancora la censura”, ha detto uno degli autori, “ma la confusione tra antisemitismo e sostegno alla liberazione della Palestina è qualcosa che volevamo contestare e smascherare direttamente nella lettera. E vedrete che c’è un folto numero di firmatari ebrei e anche di firmatari israeliani antisionisti. Penso che ci sia stato un cambiamento negli ultimi cinque anni nel grado di timore nell’esprimersi.”

Si può leggere la lettera integrale qui di seguito:

I palestinesi vengono attaccati ed uccisi impunemente dai soldati e da civili armati israeliani che sono dilagati per le strade di Gerusalemme, Lod, Haifa, Giaffa ed altre città al grido di “Morte agli arabi”. Nelle due ultime settimane si sono verificati anche diversi linciaggi di palestinesi disarmati e indifesi. Le famiglie del quartiere di Sheikh Jarrah continuano a subire la pulizia etnica e l’espulsione dalle loro case. Questi atti di assassinio, intimidazione e violento spossessamento sono protetti, se non attivamente incoraggiati, dal governo e dalla polizia israeliani.

In maggio il governo israeliano ha commesso un altro massacro a Gaza, bombardando indiscriminatamente e incessantemente i palestinesi nelle loro case, uffici, ospedali e nelle strade. Il bombardamento di Gaza fa parte di un intenzionale e ricorrente schema in cui intere famiglie vengono uccise e le infrastrutture locali distrutte. Questo contribuisce ad esacerbare condizioni che già sono invivibili in uno dei luoghi più densamente popolati al mondo, che, nonostante il temporaneo cessate il fuoco, rimane sotto assedio militare. Gaza non è un Paese separato: noi siamo un unico popolo, separato con la forza dalla struttura dello Stato israeliano.

Dipingere ciò come una guerra tra due parti uguali è falso e fuorviante. Israele è la potenza coloniale. La Palestina è colonizzata. Questo non è un conflitto: questo è apartheid.

Di fronte al crescente pericolo mortale delle due ultime settimane, i palestinesi si stanno unendo nuovamente. In Palestina e in tutto il mondo molte persone stanno scendendo in piazza, si organizzano sui social media, difendono le proprie case, si proteggono a vicenda e chiedono la fine della pulizia etnica, dell’apartheid, della discriminazione e dello spossessamento. Alle nostre comunità è stato sistematicamente negato il diritto al ritorno e sono state frammentate con la forza e cancellate fin dalla Nakba, la nascita del governo coloniale israeliano nel 1948, e questa recente riunificazione ci ha dato un po’ di indispensabile fiducia in mezzo alla rabbia e ai lutti delle ultime due settimane. Nonostante tutto ciò che sta accadendo, nonostante anni di disumanizzazione, stiamo incominciando ad avere qualche speranza.

Finalmente il mondo ha incominciato a chiamare il sistema israeliano col suo nome. All’inizio di quest’anno l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha seguito l’esempio offerto da decenni di lavoro di intellettuali palestinesi e di difesa legale per dimostrare che non c’è discontinuità tra lo Stato israeliano e la sua occupazione militare: entrambi costituiscono un unico sistema di apartheid. A sua volta, Human Rights Watch ha pubblicato un minuzioso rapporto che accusa Israele di “crimini contro l’umanità di apartheid e persecuzione.”

Noi sottoscritti artisti e scrittori palestinesi ed i nostri compagni d’arte qui elencati vi chiediamo di unirvi a noi. Per favore non lasciate passare questo momento. Se le voci palestinesi saranno nuovamente messe a tacere, ci potrebbero volere generazioni per avere un’altra opportunità di libertà e giustizia. Vi chiediamo di unirvi a noi adesso, in questa critica congiuntura, e dimostrare il vostro sostegno alla liberazione palestinese.

Chiediamo la cessazione immediata e incondizionata della violenza israeliana contro i palestinesi. Chiediamo la fine del sostegno fornito dalle potenze globali ad Israele e al suo esercito, in particolare dagli Stati Uniti, che attualmente forniscono a Israele ogni anno 3,8 miliardi di dollari in modo incondizionato. Chiediamo a tutte le persone di coscienza di mettere in campo le proprie risorse per aiutare ad eliminare il regime di apartheid dei nostri tempi. Chiediamo ai governi che permettono questo crimine contro l’umanità di applicare sanzioni, di far leva sul senso di responsabilità internazionale e di interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali. Invitiamo gli attivisti, specialmente i nostri colleghi artisti, a esercitare quanto meglio possono la loro influenza all’interno delle loro istituzioni e ambienti per sostenere la lotta palestinese per la decolonizzazione. L’apartheid israeliano è sostenuto dalla complicità internazionale, è nostra responsabilità collettiva rimediare a questo danno.

Abbiamo visto che i governi in Europa e altrove hanno recentemente adottato politiche di palese censura e promosso una cultura di autocensura nei confronti della solidarietà con i palestinesi. Confondere la critica legittima allo Stato di Israele e alle sue politiche verso i palestinesi con l’antisemitismo è una cosa cinica. Il razzismo, compreso l’antisemitismo ed ogni altra forma di odio sono esecrabili e non sono ben accetti nella lotta palestinese. È ora di affrontare queste tattiche per farci tacere e superarle. Milioni di persone in tutto il mondo vedono nei palestinesi un microcosmo della loro stessa oppressione e delle loro stesse speranze, ed alleati come ‘Black Lives Matter’ e ‘Jewish Voice for Peace’, insieme tra gli altri agli attivisti per i diritti degli indigeni, alle femministe e queer, stanno sempre più alzando la voce in loro sostegno.

Vi chiediamo di avere coraggio. Vi chiediamo di farvi avanti, di alzare la voce e prendere una chiara posizione pubblica contro questa incessante ingiustizia in Palestina.

L’apartheid deve essere abolito. Nessuno è libero finché non saremo tutti liberi.

Michael Arria è il corrispondente dagli USA di Mondoweiss. I suoi lavori sono comparsi su ‘In These Times’, ‘The Appeal’ e ‘Truthout. È autore di Medium Blue: The politics of MSNBC [Media blu: la politica di MSNBC, canale di notizie via cavo USA legato al partito Democratico, ndtr.].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Questa volta potrebbe andare diversamente: sulla commissione d’inchiesta ONU che deve indagare le violazioni nei territori palestinesi occupati

Lori Allen

1 giugno 2021 – Mondoweiss

Grazie a un contesto politico in rapido cambiamento la nuova commissione ONU per i diritti umani annunciata il 27 maggio potrebbe essere diversa da tutte le altre del passato – questa potrebbe effettivamente chiamare Israele a rispondere delle sue azioni.

Il voto della Commissione ONU per i Diritti Umani del 27 maggio per la creazione di una commissione d’inchiesta permanente che riferisca sulle violazioni dei diritti in Israele, nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza è molto simile alle molte commissioni che sono state create in precedenza. Formata con un voto a maggioranza in favore della risoluzione A/HRC/S-30/L.1, questa commissione riafferma le responsabilità dello Stato nella protezione dei diritti umani e delle leggi internazionali umanitarie come base per la pace.

L’ONU e altre organizzazioni internazionali hanno già varato decine di commissioni simili in precedenza. Molte sono state motivate da un aumento straordinario della violenza nella Striscia di Gaza. Quest’ultima commissione giunge come risposta a 11 giorni di attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza, iniziati il 10 maggio, che hanno ucciso almeno 253 palestinesi, tra cui 66 minori, e ferito più di 1.900 persone, con 13 vittime in Israele. Tra le altre recenti inchieste dell’ONU ve ne fu una nel 2014 e un’altra, nota come la Missione Goldstone, nel 2009, che svolse un’inchiesta sui combattimenti del 2008-09 nella Striscia di Gaza che avevano ucciso 1.400 palestinesi.

Tuttavia di questa più recente commissione è unico il contesto in cui è nata, segnato da un risorgente tentativo legale e degli attivisti a livello internazionale, anche tra gli ebrei, per sfidare la sistematica violenza e spoliazione dei palestinesi nei territori palestinesi occupati, in Israele e nella diaspora. Sebbene una commissione ONU di per sé possa fare poco per cambiare le azioni di Israele, all’interno delle attuali dinamiche sociali e politiche in movimento essa può giocare un ruolo nel concentrare l’attenzione e una significativa azione di mobilitazione per fermare e contrastare il progetto colonialista d’insediamento di Israele.

Specificando che questa inchiesta dovrebbe raccogliere prove delle violazioni “per ottimizzare le possibilità della loro ammissibilità in procedimenti legali”, il testo di quest’ultima risoluzione ONU evidenzia un nuovo importante fatto di contesto, ossia che il 5 febbraio 2021 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha deciso di avere la giurisdizione sui territori palestinesi occupati, consentendo alla procura di indagare su crimini di guerra e contro l’umanità avvenuti nei territori palestinesi occupati.

Aprendo la sessione speciale a Ginevra la scorsa settimana Michelle Bachelet, alta commissaria ONU per i Diritti Umani, si è riferita agli attacchi israeliani contro Gaza di questo mese come possibili crimini di guerra.

Anche nei risultati della missione Goldstone l’attenzione nei confronti di possibili crimini di guerra era centrale e il rapporto di quella missione si concentrava sulla fine dell’impunità. Tuttavia, come ho evidenziato nel mio libro A History of False Hope: Investigative Commissions in Palestine [Una storia di vane speranze: commissioni d’inchiesta in Palestina], ciò ha segnato un punto di svolta nel linguaggio giuridico internazionale utilizzato per analizzare il conflitto israelo-palestinese, ma non ha portato ad azioni concrete per porre fine all’impunità israeliana. Gli abitanti della Striscia di Gaza continuano a soffrire, soggetti a restrizioni e a un assedio imposto dagli anni ’90 e intensificatosi nel 2007, e questo lembo di terra è gestito [da Israele] come una prigione a cielo aperto per il milione 800mila palestinesi che vi vivono. Se quest’ultima commissione d’inchiesta “identificherà, ove possibile, i responsabili con l’obiettivo di garantire che gli autori delle violazioni vengano chiamati a risponderne,” la CPI potrebbe essere in grado di utilizzare queste prove.

Un secondo elemento distintivo del contesto in cui questa commissione è nata è il coro di analisi che individuano Israele come uno Stato di apartheid. Diffuso nell’aprile 2021, il rapporto dell’ong internazionale Human Rights Watch (HRW) condanna Israele in quanto responsabile dei crimini di apartheid e persecuzione. È solo l’ultimo di una serie di rapporti simili. Nel 2017 l’ESCWA, un’agenzia dell’ONU, ha reso pubblico un rapporto sulle pratiche di apartheid contro i palestinesi da parte di Israele. Anche molte organizzazioni palestinesi hanno partecipato a questo coro. Nel 2019 otto associazioni palestinesi, regionali e internazionali, tra cui Al-Haq, BADIL e Addameer, hanno presentato un rapporto alla Commissione ONU per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali in cui dettagliano le pratiche israeliane che in base alle leggi internazionali costituiscono il crimine di apartheid. Come quello di Human Rights Watch il rapporto del gennaio 2021 dell’ong israeliana B’Tselem suggerisce che il riconoscimento internazionale di Israele come Stato dell’apartheid sta diventando molto diffuso. Dato che la nuova commissione permanente d’inchiesta intende indagare “ogni problema fondamentale sotteso alle continue tensioni, instabilità e prosecuzione del conflitto”, comprese “discriminazione e repressione in base all’identità nazionale, etnica, razziale o religiosa,” potremmo vedere altre prove autorevoli dei crimini di apartheid da parte di Israele che portino a far pressione sugli Stati perché vi pongano fine.

Come ciò che avvenne in risposta al regime di apartheid sudafricano, un movimento di boicottaggio internazionale ha spinto accademici, attivisti e artisti a sostenere libertà, giustizia e uguaglianza per i palestinesi. Il BDS, movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni, è la terza caratteristica dell’attuale contesto. Il BDS promuove formazione pubblica sulla condizione dei palestinesi, facendo nel contempo pressione sulle istituzioni israeliane perché pongano fine alla loro complicità con l’oppressione dei palestinesi da parte dello Stato e chiedendo che il governo israeliano rispetti le leggi internazionali.

Oltre al BDS, sono da rilevare nuove attività di solidarietà, soprattutto in risposta alla violenza di maggio, compreso l’appoggio del Consiglio Internazionale dei Lavoratori Portuali- IDC allo sciopero generale palestinese, azioni da parte di lavoratori israeliani e palestinesi che hanno rifiutato di considerarsi nemici e cortei di protesta in tutto il mondo.

Dinamiche più persistenti che suggeriscono l’aumento di un appoggio diverso a favore dei palestinesi includono una rinascita dell’internazionalismo dei neri, [il movimento] Black Lives Matter e di altri gruppi progressisti neri che hanno rivitalizzato la solidarietà tra neri e palestinesi, dichiarazioni in appoggio ai diritti dei palestinesi da parte di importanti figure ebraiche e l’allontanamento dei giovani ebrei progressisti dal sionismo e la loro simpatia per la causa palestinese.

Ciò che non cambia sono il continuo rifiuto da parte di Israele di confrontarsi con i procedimenti giudiziari internazionali, come la commissione di inchiesta e la CPI, e i tentativi USA di difendere Israele dall’essere giudicato. Spesso gli USA giustificano il loro rifiuto di inchieste giudiziarie internazionali su Israele con l’affermazione secondo cui esse minerebbero i progressi per la risoluzione del conflitto. Non ci sono stati progressi su questo fronte da moltissimo tempo. Se le persone di coscienza coglieranno l’opportunità offerta dall’ultimo tentativo dell’ONU di far crescere la consapevolezza dell’opinione pubblica riguardo al modo in cui Israele tratta i palestinesi, questa potrebbe essere una delle rarissime commissioni che contribuirà a smuovere Israele e Palestina dalla palude in cui sono rimasti bloccati per così tanto tempo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)