Dopo Corbyn, la lobby israeliana prende di mira il mondo accademico britannico

Jonathan Cook

19 ottobre 2021- Palestine Chronicle

Sembra che la lobby israeliana si stia preparando a una campagna per sradicare gli accademici di sinistra che nel Regno Unito sono critici verso la continua oppressione israeliana del popolo palestinese, impegnandosi in sforzi simili a quelli messi in atto contro l’ex leader laburista Jeremy Corbyn.

Come per gli attacchi contro Corbyn, quello contro gli accademici è guidato dal Jewish Chronicle, settimanale inglese che si rivolge ai più ardenti sostenitori di Israele fra la comunità ebraica britannica.

La mossa segue il successo che la lobby ha ottenuto questo mese con le sue pressioni sull’università di Bristol affinché licenziasse uno dei suoi docenti, David Miller, anche dopo le indagini dalla stessa università, condotte da un giurista, che avevano concluso che le accuse di antisemitismo contro Miller erano infondate.

Miller è stato formalmente licenziato con la generica motivazione secondo cui egli “non risponde ai criteri di comportamento che ci si aspetta dai nostri dipendenti e dall’Università”.

La lobby ha mascherato a stento la propria soddisfazione dopo che, apparentemente per paura di pubblicità negativa, l’università di Bristol ha capitolato davanti a una campagna di affermazioni infondate in base alle quali Miller “ha vessato” gli studenti ebrei.

Miller, sociologo, è all’avanguardia per le sue ricerche sulle fonti dell’islamofobia nel Regno Unito. Il suo lavoro presenta un esame dettagliato del ruolo della lobby israeliana nel fomentare il razzismo contro musulmani, arabi e palestinesi.

Israele ha promosso da tempo l’idea di essere un baluardo contro la presunta barbarie islamica e il terrorismo, in quello che lo Stato e i suoi sostenitori presentano come uno “scontro di civiltà”.

Più di un secolo fa, Theodor Herzl, il padre del sionismo politico, sosteneva nel linguaggio colonialista dell’epoca che uno Stato ebraico in Medio Oriente sarebbe servito come “un muro di difesa per l’Europa in Asia, un avamposto di civiltà contro la barbarie”.

Questo è il concetto chiave a cui il movimento sionista fece ricorso per far pressione sulle principali potenze del tempo, principalmente l’Inghilterra, perché contribuisse a cacciare il popolo palestinese autoctono dalla maggior parte della sua patria in modo che potesse invece insediarsi l’auto-dichiarato Stato ebraico di Israele.

A tutt’oggi Israele incoraggia sia l’idea di essere vittima di una minaccia esistenziale permanente da parte di un odio apparentemente irrazionale e dal fanatismo dei musulmani, sia di giocare un ruolo cruciale di prima linea nella difesa dei valori occidentali. Di conseguenza i palestinesi si sono trovati isolatati a livello diplomatico.

Punta dell’iceberg’

A indicare la direzione che probabilmente la lobby intende seguire d’ora in poi, questo mese il Jewish Chronicle ha pubblicato un editoriale intitolato “Il licenziamento di Miller dovrebbe essere l’inizio, non la fine”. In esso si conclude: “Miller non è una voce isolata, ma è rappresentativo di una scuola di pensiero radicata quasi ovunque nel mondo accademico.”

Allo stesso tempo, sotto il titolo “Miller se ne è andato, ma lui è solo la punta dell’iceberg”, si riporta che, all’inizio dell’anno, studiosi in “74 diverse istituzioni britanniche di istruzione superiore” hanno firmato una lettera di sostegno a Miller rivelando “la vastità della rete che lo sostiene nelle università in tutto il Regno Unito”.

Si fa notare che fra i firmatari è incluso “un numero significativo di rappresentanti dell’establishment del Russell Group, costituito da 24 delle più prestigiose università britanniche”.

Il Chronicle sottolinea il fatto che 13 dei firmatari appartenevano all’università di Bristol e faceva il nome di parecchi docenti.

L’insinuazione appena velata è che ci sia un problema di antisemitismo nelle università britanniche e che sia tollerata dai piani alti.

La lobby ha usato la stessa tesi con Corbyn, sostenendo, nonostante la scarsità delle prove, che lui e la sua cerchia più ristretta fossero indulgenti verso una ipotetica esplosione di antisemitismo all’interno del partito, insinuando in modo pesante che la stessero incoraggiando.

Le affermazioni della lobby sono state entusiasticamente amplificate dai media in mano ai miliardari e dalla burocrazia di destra del partito laburista, profondamente ostili al socialismo di Corbyn.

Riesumare la strategia

Negli ultimi tre anni il Chronicle è stato oggetto di un numero stupefacente di condanne da parte dell’Independent Press Standards Organisation (IPSO), la debole l’autorità garante della stampa nominata dall’industria stessa della carta stampata.

La maggior parte di queste distorsioni risale alla precedente campagna contro Corbyn, in cui il Jewish Chronicle ha giocato un ruolo centrale. Affermava sistematicamente che c’era una epidemia di antisemitismo fra i politici di sinistra in Inghilterra.

Sembra quindi che il Chronicle, con il resto della lobby filoisraeliana, stia riesumando la strategia che aveva usato contro Corbyn, sostenitore agguerrito dei diritti dei palestinesi, che, insieme a un gran numero di membri del partito laburista, si è visto calunniato con l’accusa di antisemitismo.

È memorabile come, nell’estate del 2018, il Chronicle e due altri giornali della comunità ebraica abbiano condiviso l’editoriale di prima pagina affermando che Corbyn costituiva una “minaccia esistenziale” per la vita degli ebrei nel Regno Unito.

L’editoriale era stato pubblicato alla vigilia delle elezioni generali di un anno prima, in cui Corbyn non era riuscito a conquistare la maggioranza dei seggi nel parlamento inglese solo per qualche migliaio di voti. Con il partito conservatore impantanato in una crisi permanente, a quel punto sembrava che fossero imminenti nuove elezioni.

La posta in gioco per la lobby era alta. Se Corbyn avesse vinto sarebbe probabilmente stato il primo leader di uno dei maggiori Stati europei a riconoscere lo Stato palestinese e a imporre sanzioni contro Israele, incluso il bando contro la vendita di armamenti, come era stato fatto per l’apartheid in Sudafrica.

Keir Starmer, successore di Corbyn, ha condotto una guerra, osannata dal Chronicle e da altri, contro la sinistra del partito usando di nuovo l’antisemitismo come pretesto.

Le rappresentazioni fuorvianti del giornale riguardo al partito laburista, che l’hanno ripetutamente messo nei guai con l’IPSO, l’autorità garante della stampa, sono ora messe al servizio contro gli accademici.

La manovra in due mosse del Jewish Chronicle nel caso Miller è abituale.

Primo, ha insinuato che il professore aveva perso il suo posto perché l’università aveva concluso che le sue azioni erano antisemite, quando invece tutto indicava che l’inchiesta era stata favorevole a Miller.

Secondo, il giornale ha insinuato con forza che più di 200 studiosi che avevano firmato una lettera all’università di Bristol esprimendo preoccupazione per l’indagine su Miller, condividevano le sue cosiddette idee antisemite. 

Placare la lobby

Così come il Chronicle, nonostante la mancanza di prove, ha cercato di dare l’impressione di una epidemia di antisemitismo nel Labour sotto Corbyn ora spera di insinuare che l’antisemitismo stia dilagando nelle università inglesi.

Infatti persino quelli che hanno firmato la lettera non condividono necessariamente le opinioni di Miller su Israele o sul suo ruolo nel fomentare l’islamofobia. La lettera difendeva soprattutto il principio della libertà accademica e il diritto di Miller di continuare la propria ricerca ovunque essa lo conducesse, senza timore di perdere il lavoro. Nessuno dei firmatari era d’accordo con tutte le conclusioni [delle sue ricerche] o con tutto quello che ha detto.

Ciò che è veramente scioccante è che non ci sia stato un numero maggiore di accademici ad accorrere in sua difesa, soprattutto alla luce del fatto che le accuse mosse dalla lobby israeliana contro di lui sono state smentite dall’inchiesta interna dell’università di Bristol.

Corbyn e la sua cerchia hanno scelto una linea di condotta simile a quella della Bristol, cercando di placare la lobby. Ma l’ufficio di Corbyn ha scoperto che ogni concessione da loro fatta alle calunnie di antisemitismo serviva solo ad alimentare la convinzione della lobby che la sua campagna intimidatoria stava funzionando e che la rete poteva essere ulteriormente ampliata.

Poco dopo la lobby ha sostenuto che non solo un diffuso sostegno della sinistra laburista in favore della lotta dei palestinesi contro decenni di occupazione israeliana fosse antisemita, ma che chiunque negasse che ciò fosse una prova di antisemitismo era a sua volta antisemita.

Come con i suoi attacchi contro Corbyn, le affermazioni del Chronicle contro Miller sono esagerate, dato che il giornale riporta in modo acritico che i membri del sindacato degli studenti ebrei a Bristol ha accusato il professore di “vessazioni, di prenderli di mira e di polemiche malevole”.

In realtà questa ipotetica “persecuzione” si riferisce o a una lezione di Miller sulla propaganda, basata sulla sua ricerca che cita la promozione dell’islamofobia da parte della lobby israeliana, o a considerazioni critiche da lui fatte sul sionismo e la lobby israeliana in in contesti diversi dalle lezioni.

Miller non ha perseguitato nessuno. Piuttosto quelli che si identificano come sionisti e per i quali Israele è una costante priorità politica hanno scelto di ritenersi offesi dalle sue scoperte. Non sono stati bullizzati, intimiditi o minacciati, come suggerisce il Chronicle. Le loro convinzioni politiche su Israele sono state contestate dal lavoro accademico di Miller.

Significativamente la ricerca di Miller mostra anche che i movimenti conservatori, come il partito di governo nel Regno Unito, hanno giocato un ruolo centrale nel promuovere l’islamofobia, in quanto parecchie figure chiave del partito conservatore britannico, come ad esempio la baronessa Sayeeda Warsi hanno ripetutamente messo in guardia.

Ma Bristol avrebbe seriamente indagato, per esempio, le affermazioni di studenti del partito Conservatore se fossero stati loro a essere “perseguitati” da Miller perché ha presentato la sua ricerca durante le lezioni o in suoi interventi a eventi politici fuori dall’aula? L’università avrebbe preso in considerazione il suo licenziamento basandosi su quelle affermazioni?

Non c’è neanche da porsi la domanda. La natura politica delle proteste e la loro minaccia alla libertà accademica sarebbe immediatamente ovvia a chiunque.

E in ciò risiede la speciale utilità per l’establishment della lobby israeliana. La sua campagna estremamente faziosa e politicizzata contro la sinistra, in modo iniquo ma troppo spesso efficace, può essere mascherata da antirazzismo o dalla promozione dei diritti umani.

Cresce l’analisi critica

Ma come il Chronicle implicitamente ammette nella sua chiamata a prendere di mira una cerchia molto più ampia di accademici inglesi, i sionisti più ardenti devono affrontare una sfida molto più grande di un singolo leader politico o un singolo docente.

Si sentono personalmente offesi se l’oggetto della loro passione politica, Israele, diventa oggetto di un’analisi critica crescente. Come il Chronicle, la speranza sionista di ribaltare i vari sviluppi politici degli ultimi dieci o vent’anni ha reso molto più difficile per loro difendere pubblicamente Israele.

Questi sviluppi includono:

* Il successo dal 2005 degli appelli della società civile palestinese per un boicottaggio internazionale di Israele per porre fine alla sua oppressione sui palestinesi;

* Le immagini orrende dei ripetuti assalti dell’esercito israeliano contro la popolazione palestinese che vive in quella che in effetti è diventata un’affollata prigione a cielo aperto nella Gaza assediata da Israele da 15 anni;

* il sabotaggio da parte di Israele della soluzione dei due Stati offerta dalla leadership palestinese con la costruzione illegale di sempre più colonie su terreni palestinesi, respingendo allo stesso tempo l’alternativa di un solo Stato che garantisca uguali diritti a ebrei e palestinesi nella regione;

* i recenti rapporti da parte di gruppi israeliani e internazionali per i diritti umani che chiaramente sostengono la tesi che Israele si possa considerare uno Stato d’apartheid.

Il Chronicle e gli ardenti sionisti nel Regno Unito a cui dà voce temevano che Corbyn rappresentasse il momento in cui questa visione di Israele irrompesse nel mainstream politico.

E ora essi temono che, a meno che si prendano drastiche iniziative, studiosi come Miller avviino un dibattito più puntuale nel mondo accademico su Israele, denunciando la lobby per il suo razzismo anti-palestinese.

Sanzioni pecuniarie

Minacciate da sanzioni pecuniarie dal governo di destra di Johnson, decine di università inglesi sono state costrette ad adottare una nuova definizione di antisemitismo.

Questo era il prezzo che la lobby ha cercato di far pagare a Corbyn. Egli è stato costretto ad accettare non solo l’imprecisa definizione di odio contro gli ebrei dell’Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, [IHRA, organizzazione intergovernativa fondata nel 1998 che unisce governi ed esperti allo scopo di rafforzare, promuovere e divulgare l’educazione sull’Olocausto, ndtr.] ma anche gli 11 esempi in appendice che, nella maggioranza dei casi, confondono apertamente critiche dure contro Israele con l’antisemitismo. La lobby sostiene che confutare questi esempi costituiscano antisemitismo è anch’essa una forma di antisemitismo.

Descrivendo in recenti rapporti Israele uno Stato d’apartheid, sia Human Rights Watch, con sede a New York, che B’Tselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani più rispettata, sarebbero stati vittime dell’affermazione dell’IHRA’ secondo cui è antisemita descrivere Israele come “un’iniziativa razzista”.

Similmente, molti studiosi israeliani e quasi tutti quelli palestinesi e i loro sostenitori violerebbero l’esempio che si oppone al fatto che a Israele venga richiesto un “comportamento che non ci si aspetta o si richieda a nessun’altra Nazione democratica”.

Essi mettono in dubbio il concetto stesso che Israele sia una Nazione democratica. I ricercatori israeliani l’hanno invece definita “etnocrazia”, perché imita uno Stato democratico mentre concede diritti e privilegi a un gruppo etnico, gli ebrei, e li nega a un altro, i palestinesi.

Corbyn si è ritrovato rapidamente intrappolato dalla definizione dell’IHRA e dagli esempi connessi. Ogni supporto significativo per i palestinesi contro l’oppressione israeliana, incluse le sue azioni passate prima che diventasse leader laburista, potrebbe essere distorto e diventare prova di antisemitismo.

E ogni argomentazione in base alla quale l’antisemitismo è stato in tal modo utilizzato dalla lobby come arma potrebbe a sua volta essere usato come prova di antisemitismo. Si sono create le condizioni perfette per una caccia alle streghe contro la sinistra laburista.

Ora la lobby spera che le stesse condizioni possano bandire le critiche contro Israele a livello accademico.

Uno dei primi bersagli della nuova campagna della lobby sarà probabilmente il sindacato delle Università e dei College (UCU), un sindacato dei docenti universitari che rappresenta oltre 120.000 accademici e personale di supporto. Fino ad ora ha resistito alla campagna di pressione.

La sua resistenza sembra aver spronato anche alcune istituzioni accademiche a non cedere. In particolare, a febbraio il senato accademico dell’University College of London si è ribellato contro l’adozione della definizione dell’IHRA da parte del consiglio di amministrazione dell’università, definendo la formulazione “politicizzata e divisiva”.

In dicembre un rapporto del consiglio dell’UCL ha avvertito che la definizione dell’IHRA confonde i pregiudizi contro gli ebrei con il dibattito politico su Israele e Palestina. Ciò, afferma, potrebbe avere “effetti potenzialmente deleteri sulla libertà di parola, come istigare una cultura di paura o autocensura nell’insegnamento o nella ricerca o in discussioni in aula su argomenti controversi”.

Ciò è esattamente quello che sperano la lobby israeliana e i suoi attivisti nel sindacato degli studenti ebrei che hanno preso di mira Miller. Con la loro nuova guerra contro il mondo accademico, aiutati da un governo di destra, potrebbero essere in grado di infliggere al sostegno degli accademici per i palestinesi tanti danni quanti ne hanno fatto ai politici che li appoggiano.

Jonathan Cook ha vinto il Martha Gellhorn Special Prize for Journalism. Fra i suoi libri ci sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [“Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per ricostruire il Medio Oriente”] (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [Palestina che sta scomparendo: gli esperimenti di Israele sulla disperazione umana] (Zed Books).

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Human Rights Watch critica la censura di Facebook contro i palestinesi e chiede indagini

Redazione di Palestine Chronicle

8 ottobre 2021 –  Palestine Chronicle

In un rapporto (consultabile qui) pubblicato venerdì, Human Rights Watch ha dichiarato che Facebook ha “rimosso indebitamente” post di palestinesi e di attivisti pro-palestinesi.

Secondo l’ONG internazionale con sede a New York, Facebook ha rimosso ingiustamente i post che descrivevano le violazioni dei diritti umani commesse durante l’aggressione israeliana del maggio 2021.

“Facebook ha cancellato i contenuti pubblicati dai palestinesi e dai loro sostenitori che parlavano di questioni relative ai diritti umani in Israele e Palestina”, ha affermato Deborah Brown, ricercatrice senior per i diritti digitali e legale di HRW. “Con gli spazi dedicati a un tale sostegno a rischio in molte parti del mondo, la censura di Facebook minaccia di restringere una tribuna fondamentale per la conoscenza e l’impegno su quei problemi”.

Secondo il rapporto di HRW, diversi post sono stati rimossi anche da Instagram, il social network americano di condivisione di foto e video recentemente acquisito da Facebook. 

“In un caso, Instagram ha rimosso una schermata di titoli e foto da tre articoli di opinione del New York Times ai quali l’utente di Instagram ha aggiunto i suoi commenti che esortavano i palestinesi a ‘non cedere mai’ i loro diritti”, si legge nel rapporto.

HRW ha anche condannato la politica di Facebook di definire “pericolose” alcune organizzazioni limitando così la libertà di espressione.

“Facebook si basa, tra altre liste, sull’elenco delle organizzazioni che gli Stati Uniti hanno definito ‘organizzazione terroristica straniera’” afferma il rapporto di HRW. “Quell’elenco include movimenti politici che hanno anche un braccio armato, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e Hamas”.

Rimandando alle vaghe e generiche definizioni statunitensi, Facebook proibisce a leader, fondatori e membri di spicco dei principali movimenti politici palestinesi di utilizzare la sua piattaforma. Lo fa anche se, per quanto è reso pubblicamente noto, la legge statunitense non vieta ai gruppi nella lista di utilizzare piattaforme gratuite e liberamente disponibili come Facebook.

Nel suo rapporto, HRW ha chiesto un “controllo indipendente … (per) valutare la relazione di Facebook con la Cyber Unit del governo israeliano, che crea per il governo un sistema parallelo di procedure esecutive al fine di censurare contenuti senza ordini legali formali”.

Secondo HRW il gigante dei social media con sede in California non ha fornito spiegazioni esaurienti per giustificare il suo comportamento.

Facebook ha ammesso diversi problemi che interessano i palestinesi e i loro post, alcuni dei quali attribuiti a ‘problemi tecnici’ ed errori umani. Tuttavia, queste spiegazioni non giustificano lampiezza di restrizioni e rimozioni di contenuti che si è osservata”.

L’ONG ha infine chiesto un’indagine indipendente e ha esortato Facebook a garantire “che all’inizio dell’indagine gli inquirenti si confrontino attentamente con la società civile, in modo da riflettere le preoccupazioni più urgenti sui diritti umani di coloro che sono colpiti dalle sue politiche”.

Lo scorso aprile, HRW ha pubblicato un rapporto intitolato “Oltre la soglia: le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione”, concludendo che Israele sta commettendo il crimine di “apartheid” cercando di mantenere il “controllo” ebraico sui palestinesi e sulla propria popolazione araba.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano




Dopo che i cecchini israeliani hanno ucciso 40 palestinesi in 3 mesi, il capo dell’esercito ha detto: ‘così non va, rilassatevi’

Dopo che i cecchini israeliani hanno ucciso 40 palestinesi in 3 mesi, il capo dell’esercito ha detto: ‘così non va, rilassatevi’

Dopo che i soldati israeliani hanno ucciso “come se nulla fosse” più di 40 palestinesi in 2 mesi, il capo di stato maggiore dell’esercito ha detto: “Così non va bene” ed ha ordinato ai cecchini di “rilassarsi”. Ma quando il giornalista Ohad Hemo ha riportato l’accaduto al Forum della Politica Israeliana, la presidentessa Susie Gelman ha subito espresso le sue preoccupazioni riguardo all’evasione dei prigionieri palestinesi da un carcere israeliano.

 Philip Weiss

17 settembre 2021 – Mondoweiss

 

Tre giorni fa un’associazione filoisraeliana ha tenuto un dibattito che ha rivelato la sua totale indifferenza nei confronti delle vite dei palestinesi. Il giornalista israeliano Ohad Hemo ha detto al Forum della Politica Israeliana, un’organizzazione lobbistica israelo-americana, che, dopo che i soldati israeliani hanno ucciso “come se nulla fosse” più di 40 palestinesi in Cisgiordania in due mesi, il capo dell’esercito ha detto: “Questo non va bene” ed ha ordinato ai cecchini di “rilassarsi”.

Susie Gelman, la presidentessa del Forum della Politica Israeliana, non ha risposto alla scioccante notizia, ma ha riportato la discussione sui suoi “motivi di preoccupazione” – l’evasione dei prigionieri palestinesi da un carcere israeliano.

Ecco la descrizione secondo Hemo di questa furia omicida:

Nelle ultime settimane è successo qualcosa in Cisgiordania. Posso dirvi che negli ultimi due mesi ci sono stati più di 40 palestinesi uccisi con armi da fuoco da Israele. E siamo arrivati al punto che il capo dell’esercito ha convocato tutti i comandanti impegnati in Cisgiordania e ha detto loro: ‘Aspettate un momento, così non va bene. Voglio dire che vengono uccise facilmente persone in incursioni, manifestazioni o altro. Perciò per favore parlate ai vostri cecchini. Parlate alla vostra gente nell’esercito. Solo questo, perché si rilassino’.

Hemo, il giornalista che si occupa della questione palestinese per il Canale 12 israeliano, ha preso spunto da un notiziario del 10 agosto. Dopo che i soldati israeliani avevano ucciso più di 40 palestinesi in tre mesi, compresi “civili…uccisi per errore”, Aviv Kochavi, capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, ha richiesto dei cambiamenti.

Il Forum della Politica Israeliana palesemente non si preoccupa di queste uccisioni. Si stava svolgendo una discussione sull’evasione del 6 settembre in cui sei palestinesi sono fuggiti attraverso un tunnel dal carcere di Gilboa, e Gelman, che stava intervistando Hemo, ha ripetutamente espresso preoccupazione riguardo alle “conseguenze” di questa grave violazione della sicurezza”.

“Parlaci di questi sei prigionieri”, ha detto Gelman. “Voglio dire, questo genere di cose non dovrebbero proprio accadere. Vi sono ovviamente moltissime domande e sicuramente ci sarà un’indagine su che cosa sia andato storto…Come è mai possibile? …. Probabilmente alcune persone a causa di questo fatto perderanno il lavoro.”

Hemo ha detto: “Quattro di loro sono condannati all’ergastolo per aver ucciso degli israeliani o aver preso parte ad attacchi terroristici …. Mahmoud al-Arda è un killer, credetemi, è un vero terrorista della Jihad islamica.”

Hemo ha ripetutamente definito i palestinesi dei terroristi. Nessuno dei 4.500 palestinesi prigionieri di Israele sono prigionieri politici, ha detto Hemo, sono tutti “terroristi.”

“Stiamo parlando di circa 4.500 prigionieri attualmente detenuti nelle carceri israeliane. Non parlo di prigionieri politici, parlo di terroristi.”

Gelman e Hemo non si sono mai posti l’ovvia domanda: ci sono state delle conseguenze per gli assassini israeliani degli oltre 40 palestinesi? La risposta è sicuramente ‘no’. L’associazione (israeliana) per i diritti umani B’Tselem ha documentato che solo “in casi molto rari” i soldati israeliani sono accusati di reato per aver ucciso o ferito dei palestinesi. E quando lo sono, raramente vengono condannati. Al contrario i palestinesi in Cisgiordania vengono condannati ad un tasso di quasi il 100% nei tribunali militari – che è uno dei motivi per cui Human Rights Watch lo scorso aprile ha affermato che Israele pratica l’apartheid.

Hemo si presenterà il mese prossimo ad un’altra associazione filoisraeliana.

Philip Weiss

Philip Weiss è caporedattore di Mondoweiss.net ed ha fondato il sito nel 2005-06.

 

      (Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Vaccinare i palestinesi solo se è funzionale a Israele

Maureen Clare Murphy

12 marzo 2021 – The Electronic Intifada

Come direbbero i ragazzini, Il COGAT [Coordinatore delle attività governative nei territori: unità del ministero della difesa israeliano che coordina le questioni civili tra il governo di Israele, le forze di difesa israeliane, le organizzazioni internazionali, i diplomatici e l’Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.] ricomincia con le sue stronzate.

All’inizio di questa settimana l’ente militare israeliano ha twittato foto di lavoratori palestinesi mentre vengono vaccinati contro il COVID-19 ai posti di blocco in Cisgiordania.

Il COGAT, famigerato per la sua propaganda mediocre e strumentale, ha affermato che l’iniziativa sui vaccini “è un passo importante per assicurare la salute pubblica e la stabilità economica”.

“Fatevi vaccinare!” ha implorato il COGAT, il quale troppo spesso ritarda o nega ai palestinesi i permessi di viaggio per accedere alle cure mediche.

Tuttavia la stragrande maggioranza dei palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare israeliana, anche se lo volesse, non potrebbe essere vaccinata.

Mentre Israele si vanta della sua campagna di vaccinazione di tutti i suoi cittadini, ha rifiutato di fornire il vaccino ai palestinesi che vivono sotto occupazione, in base a quanto previsto dalla Quarta Convenzione di Ginevra.

Vaccinare i palestinesi a vantaggio di Israele

Israele ha recentemente iniziato a fornire vaccini a circa 130.000 palestinesi che lavorano nelle sue fabbriche, nei suoi cantieri e nelle sue colonie, il lavoro sottopagato e sfruttato da cui dipende l’economia israeliana.

Ma Israele non fornirà vaccini ai restanti oltre 5 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Come ha detto un palestinese alla Reuters “ Anche i lavoratori palestinesi che [gli israeliani] hanno vaccinato, lo hanno fatto a vantaggio della comunità israeliana, non in funzione del benessere dei lavoratori”.

 

Omar Shakir, direttore del programma di Human Rights Watch [organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, ndtr.] ha osservato che “vaccinare solo quei palestinesi che entrano in contatto con israeliani rafforza [l’idea] che per le autorità israeliane la vita palestinese conti solo nella misura in cui influisca sulla vita ebraica”.

Nel frattempo le unità di terapia intensiva degli ospedali di alcune aree della Cisgiordania stanno attualmente operando al 100% della capacità, poiché nelle comunità palestinesi del territorio i casi di COVID-19 sono in aumento.

Nelle ultime due settimane le città palestinesi hanno introdotto blocchi totali per controllare la crescita del numero delle infezioni da COVID-19, proprio mentre il vicino Israele ha iniziato a revocare le restrizioni procede con una delle campagne di vaccinazione più veloci al mondo”, ha riferito la Reuters.

Apartheid sanitario

La disparità nell’accesso ai vaccini COVID-19 è un chiaro esempio del regime israeliano di apartheid imposto dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo.

“Il regime israeliano mette in campo leggi, pratiche e violenze di Stato progettate per cementare la supremazia di un gruppo – gli ebrei – su un altro – i palestinesi”, ha affermato l’associazione per i diritti umani B’Tselem [organizzazione israeliana non governativa che documenta le violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, ndtr.] in un recente studio.

La distribuzione del vaccino è una dimostrazione scioccante di come gli strateghi israeliani si muovano in modo di volta in volta differente riguardo ai gruppi sottoposti alle sue norme inique.

Mentre i palestinesi con cittadinanza o residenza israeliana hanno diritto a ricevere i vaccini da Israele, i palestinesi in possesso di documenti di identità della Cisgiordania sono stati cacciati dai siti di vaccinazione gestiti da Israele.

L’apartheid sanitario nei territori sotto il controllo di Israele non è una novità.

Physicians for Human Rights-Israel [Medici per i diritti umani: ONG no profit con sede negli Stati Uniti che utilizza medicina e scienza per documentare le gravi violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, ndtr.] ha affermato che le disparità nelle condizioni della salute tra israeliani e palestinesi derivano direttamente dall’occupazione.

Uno studio del 2015 dell’organizzazione ha rilevato che l’aspettativa di vita dei palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza è di circa 10 anni inferiore a quella in Israele.

Lo stesso studio ha rilevato che la mortalità infantile e la mortalità materna erano quattro volte superiori in Cisgiordania e Gaza rispetto a Israele.

Nello stesso anno, uno studio dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ha individuato nell’assedio da parte di Israele una delle ragioni dell’aumento a Gaza, per la prima volta in 50 anni, del tasso di mortalità infantile.

Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani affermano che il regime dell’apartheid israeliano “ha portato per decenni alla frammentazione e al deterioramento del sistema sanitario” della Cisgiordania e di Gaza.

Ciò ha “negato ai palestinesi il diritto al soddisfacimento di standard ottimali di salute fisica e mentale”.

Vaccini al posto di blocco

La salute dei palestinesi è profondamente intrecciata con l’occupazione israeliana. Il COGAT lo dimostra inconsapevolmente nei suoi tweet sui lavoratori palestinesi che ricevono le vaccinazioni ai posti di blocco militari, che chiama eufemisticamente “punti di passaggio“.

Qualsiasi vaccino che i palestinesi ricevano, sia da Israele che da qualunque altro organismo, dovrebbe passare attraverso i posti di blocco israeliani.

Israele ha rallentato il primo trasferimento di dosi di vaccino agli operatori sanitari a Gaza poiché alcuni parlamentari hanno cercato di condizionare la spedizione a concessioni politiche da parte di Hamas.

Lo ha fatto mentre trasferiva vaccini in altri Paesi in cambio del loro sostegno politico:

giovedì i palestinesi di Gaza hanno ricevuto 40.000 dosi del vaccino russo Sputnik V.

Secondo quanto riferito, le dosi costituivano una donazione da parte degli Emirati Arabi Uniti, assicurata da Muhammad Dahlan, l’ex capo dell’intelligence dell’Autorità Nazionale Palestinese diventato signore della guerra e rivale del leader dell’ANP Mahmoud Abbas all’interno della fazione di Fatah.

Dahlan ha condotto una breve e sanguinosa guerra civile a Gaza dopo la vittoria di Hamas nelle elezioni legislative palestinesi del 2006. Le sue forze sono state sconfitte e Dahlan ora vive in esilio nello Stato del Golfo ricco di petrolio.

Secondo la Reuters, Dahlan ha dichiarato che metà della spedizione di vaccini a Gaza sarebbe stata assegnata ai palestinesi in Cisgiordania.

I pochissimi vaccini che sono arrivati ​​in Cisgiordania non sono stati distribuiti equamente dall’Autorità Nazionale Palestinese che, secondo quanto riferito, li ha assegnati alle élite del partito di Fatah, agli organi di informazione allineati e ai loro familiari.

Resta da vedere se Israele consentirà il trasferimento delle dosi da Gaza alla Cisgiordania, o se il COGAT scoprirà in esso una utilità propagandistica.

E così i palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare continueranno ad aspettare mentre la loro salute viene gestita da Israele, da Dahlan e dall’Autorità Nazionale Palestinese in termini di battaglia politica e mentre i Paesi terzi stanno a guardare senza far nulla.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele, che ha distrutto il Libano, si atteggia a suo salvatore

Tamara Nassar  

6 agosto 2020 – Electronic Intifada

Anche nel pieno della catastrofe, l’ipocrisia di Israele non conosce limiti.

Martedì un’enorme esplosione ha scosso Beirut, uccidendo almeno 135 persone, ferendone più di 5.000 e costringendo centinaia di migliaia a sfollare.

È probabile che il bilancio delle vittime salga, con i soccorritori che perlustrano la devastata capitale libanese.

L’esplosione ha lasciato poco di intatto: i cittadini stanno pubblicando foto e video di case distrutte, auto danneggiate ed edifici crollati in tutta la città.

Si indaga ancora sulla causa dell’esplosione. I funzionari libanesi la imputano alle 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio depositato da sei anni nei magazzini del porto senza misure di sicurezza.

Ora Israele sta sfruttando la tragedia per cancellare i propri crimini contro il Libano, distogliere l’attenzione dall’occupazione militare e ripulire la propria immagine – una strategia di propaganda chiamata bluewashing.

Il bluewashing

Attraverso i suoi canali diplomatici, Israele ha annunciato che offrirà aiuti umanitari al Libano.

“Questo è il momento di trascendere il conflitto”, ha twittato l’account ufficiale dell’esercito israeliano.

Mercoledì sera il municipio di Tel Aviv si è persino illuminato e issava la bandiera libanese.

L’incredibile ipocrisia non è passata inosservata fra gli utenti di Twitter, che hanno pubblicato foto famose scattate durante l’invasione israeliana del 2006. Le immagini mostrano bambini israeliani che scrivono messaggi sulle granate di artiglieria prima che l’esercito le spari sul Libano.

Un utente del social media ha scritto: “I vostri cesti regalo avranno la stessa firma dei missili?”.

L’offerta di aiuti “umanitari” proviene dallo stesso paese che ha ucciso e ferito decine di migliaia di civili palestinesi e libanesi e minaccia regolarmente di distruggere le infrastrutture civili del Libano, come ha già ripetutamente fatto.

Durante l’invasione del 2006, Israele ha scaricato sul Paese più di un milione di munizioni a grappolo.

“Abbiamo fatto una cosa folle e mostruosa, abbiamo sganciato bombe a grappolo su intere città “, ha detto ad Haaretz, quotidiano di Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito israeliano.

Nel corso di quella guerra, Israele sganciò qualcosa come 7.000 bombe e missili e inoltre bombardò l’intero Libano con artiglieria terrestre e navale.

Più di 1.100 persone furono uccise e circa 4.400 ferite, di cui la stragrande maggioranza civili.

Un’indagine di Human Rights Watch ha totalmente smentito le affermazioni di Israele secondo cui l’orribile bilancio fosse il risultato di “danni collaterali” perché i combattenti di Hezbollah si sarebbero nascosti tra i civili o li avrebbero usati come “scudi umani”.

Human Rights Watch ha concluso che Israele ha indiscriminatamente preso di mira le aree civili – una strategia nota col nome di “Dottrina Dahiya”, dal nome del sobborgo meridionale di Beirut che Israele ha deliberatamente raso al suolo.

E i leader israeliani spesso minacciano di farlo di nuovo.

Ad esempio, nel 2018 Yisrael Katz, importante membro del governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha minacciato di bombardare il Libano fino a ridurlo all’ “età della pietra” e “all’epoca degli uomini delle caverne”.

E solo pochi giorni fa, dopo aver affermato che i combattenti di Hezbollah avevano tentato di attaccare l’esercito israeliano oltre la frontiera, Netanyahu ha fatto allusione alla guerra del 2006.

Il 27 luglio il leader israeliano ha dichiarato che nel 2006 il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah “ha commesso un grosso errore nel mettere alla prova la determinazione di Israele a difendersi, e lo Stato libanese ha pagato un prezzo pesante per questo”.

“Gli suggerisco di non ripetere l’errore”, ha soggiunto Netanyahu – minaccia appena velata di ripetere la stessa distruzione di massa.

Netanyahu ha ribadito le sue minacce poche ore prima dell’esplosione a Beirut.

Diffondere voci

Secondo quanto viene riportato, per la massima resa in termini di propaganda Israele insisterebbe nel mantenere il marchio ebraico su tutte le spedizioni di aiuti che potrebbe inviare in Libano, sebbene il Libano quasi certamente li rifiuterà.

Nel frattempo, Israele si è affrettato a diffondere voci infondate per accusare Hezbollah dell’esplosione.

“Dopo la tragedia di Beirut, Israele ha ufficialmente offerto assistenza umanitaria al Libano”, ha twittato 4IL [Defending Israel Online, sito “che combatte le bugie e l’ipocrisia della campagna BDS”, ndtr.], un organo di propaganda del Ministero degli Affari Strategici di Israele.

“Questo nonostante le prove che l’esplosione sia scoppiata in un magazzino di munizioni di Hezbollah”, aggiunge il resoconto.

Nessuna prova del genere è mai emersa.

 

L’ONU piazza Israele

 

Israele vìola regolarmente lo spazio aereo e la sovranità libanese, facendo volare aerei senza pilota e jet da combattimento sul sud del paese e persino sulla capitale.

Invece di condannare tali violazioni e chiedere giustizia per le vittime dei crimini di guerra israeliani in Libano, Nickolay Mladenov, l’inviato di pace delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, ha lodato Israele per la sua offerta d’aiuto.

Mladenov è sembrato usare cinicamente la tragedia come opportunità per portare avanti un’agenda politica di normalizzazione dei legami regionali con Israele.

L’account Twitter della propaganda in lingua araba di Israele ha continuato a lanciare spudorate affermazioni di “solidarietà” con il popolo libanese; tuttavia, non tutti erano compresi.

Moshe Feiglin, ex vice presidente del parlamento israeliano, ha celebrato l’esplosione a Beirut come un “grandioso spettacolo pirotecnico ” e una “celebrazione meravigliosa” in coincidenza con la data designata dagli ebrei per la festa dell’amore [festività minore israeliana simile al giorno di S. Valentino, ndtr.].

È lo stesso Feiglin che durante l’attacco israeliano a Gaza nel 2014 propose un piano per “concentrare” i palestinesi nei campi di confine e “sterminare” chiunque resistesse, distruggendo tutte le abitazioni e le infrastrutture civili.

Ma la maggior parte dei politici israeliani ha evidentemente ricevuto un promemoria che questo genere di dichiarazioni non è l’immagine che Israele vuole inviare.

Anche se Israele illumina il municipio di Tel Aviv in una cinica dimostrazione di sostegno, pochi libanesi dimenticheranno che quasi 14 anni fa Israele stava illuminando i cieli del Libano con missili e bombe.

 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




È ora di sciogliere l’Autorità Nazionale Palestinese

Asa Winstanley

27 giugno 2020 – Middle East Monitor

L’Autorità  Nazionale Palestinese (ANP) tiene sotto controllo i palestinesi in Cisgiordania dal 1993 e, nella Striscia di Gaza, fino al 2007. Sotto il regime israeliano dell’apartheid, l’ANP non ha l’autorità di fare altrettanto con i coloni israeliani che occupano illegalmente la Cisgiordania, tutto al contrario. Anzi, l’ANP li protegge.

Molti, persino nel movimento di solidarietà palestinese, ne fraintendono totalmente la natura.

L’ANP non ha una reale autorità e il nome è fondamentalmente sbagliato. Le forze di occupazione israeliane hanno un potere di veto totale su tutto quello che essa fa. Né appartiene veramente ai palestinesi, né agisce nell’interesse della loro liberazione.

Volendo essere sinceri, l’ANP agisce da sempre come un subappaltatore per l’occupazione israeliana. Non avrebbe potuto essere nient’altro.

Essa è strutturalmente concepita per servire gli interessi di Israele e della sua occupazione della Cisgiordania e di Gaza. Per quasi 30 anni è stata leale senza riserve nel ricoprire questo ruolo.

Hamas, il movimento islamico di liberazione palestinese, dopo la vittoria nelle elezioni libere ed eque del 2006, aveva tentato per un breve periodo di cambiare l’ANP dall’interno. Questo tentativo è subito fallito a causa di un colpo di stato. La CIA, Israele, la Giordania e altre potenze agirono insieme per eliminare Hamas, confinandolo con successo a Gaza.

Fin dall’inizio tutta la principale funzione dell’ANP è stata quella di reprimere i palestinesi e di sostenere l’occupazione israeliana. In questo modo svolge un utile servizio coloniale per Israele.

L’ANP è il subappaltatore autoctono per l’occupazione israeliana.

La condizione fondamentale delle forze armate dell’ANP, e che spesso non si vuole ammettere, risiede in quello che è eufemisticamente chiamato “coordinamento per la sicurezza”, cioè collaborare con Israele.

Secondo questo accordo, le forze armate dell’ANP arrestano i combattenti della resistenza palestinese e impediscono alla popolazione di fare dimostrazioni contro l’occupazione israeliana, distruggendo la libertà di espressione e altre forme di dissenso contro Israele e il suo subappaltatore, l’ANP.

Anni fa, Mahmoud Abbas, “presidente” a fine mandato dell’ANP, dichiarò in modo scellerato che per lui questa politica di collaborazione [con Israele] era “sacra”. Nessun segnale sarebbe potuto essere più chiaro: questa è l’unica vera funzione dell’ANP.

L’ANP è anche afflitta da corruzione, brutalità e gretta oppressione.

All’inizio del mese c’è stato un esempio particolarmente scioccante. Le forze dell’ANP hanno arrestato il giornalista palestinese Sami Al-Sai per un post su Facebook.

Qual era il suo reato? Forse aveva invocato il rovesciamento armato dell’ANP? Aveva forse incoraggiato le proteste contro di essa? Ne aveva forse svelato la corruzione? No: aveva postato un video totalmente apolitico in cui si vedono dei palestinesi che vendono delle angurie.

Ma, secondo Human Rights Watch, anche una community palestinese di una pagina locale di Facebook di Tulkarem, la città cisgiordana dove il video era stato girato, aveva postato lo stesso video. Gli abitanti del posto avevano pubblicato su quella stessa pagina Facebook delle lamentele relative a presunta corruzione e altri scandali in città, alcune critiche nei confronti di funzionari dell’ANP.

Secondo Human Rights Watch, Al-Sai è in carcere da giovedì.

L’intera faccenda sembra solo un pretesto per arrestare un giornalista e impedirgli di fare il proprio lavoro. Al-Sai è stato arrestato e perseguitato varie volte nel corso degli anni sia dall’ANP che dalle forze di occupazione israeliana.

L’ANP ha una lunga storia di detenzioni e soprusi nei confronti di giornalisti palestinesi i cui articoli non le sono piaciuti.

Nel 2012 ho scritto di parecchi giornalisti palestinesi incarcerati e interrogati dall’ANP in Cisgiordania semplicemente perché stavano svolgendo il proprio compito.

Yousef Al-Shayab ha denunciato un presunto scandalo relativo a un tentativo dell’ANP di controllare dei gruppi di studenti palestinesi in Francia. Anche Tariq Khamis è stato arrestato dopo aver scritto un pezzo su un gruppo di giovani palestinesi che avevano richiesto la fine dei negoziati con Israele.

Se l’ANP avesse fiducia in se stessa permetterebbe ai giornalisti di fare il proprio lavoro,” mi ha detto Khamis. “Ma a causa dei suoi errori e della sua corruzione ha paura di noi.”

A prescindere dalla protezione dei suoi piccoli feudi, la funzione primaria dell’ANP è la protezione di Israele.

È stata strutturata così. È scritto negli accordi di Oslo e nella serie di intese che ne sono seguite.

Intellettuali palestinesi di spicco come Joseph Massad e il compianto Edward Said l’avevano capito immediatamente. Said aveva definito Oslo in modo indimenticabile: “Uno strumento della resa palestinese, una Versailles palestinese.” L’opinione di Said, allora controversa, era però obiettivamente corretta e ha resistito alla prova del tempo.

Come spiega Massad: “L’ANP aveva promesso di porre fine alla resistenza anti-coloniale e alla solidarietà internazionale a sostegno del popolo palestinese come parte della sua capitolazione al colonialismo degli occupanti israeliani, in cambio non di una diminuzione, ma di un aumento della colonizzazione israeliana, sommata a privilegi economici per i funzionari dell’ANP e per gli imprenditori palestinesi che sostengono che i loro profitti sono una specie di ‘vittoria’ sugli israeliani, invece che il prezzo per aver rinunciato ai diritti per il proprio popolo.”

L’ANP non può essere “riformata”, perché la sua sottomissione a Israele non è la conseguenza della sua corruzione, ma piuttosto il contrario. Fin dall’inizio è stata creata per servire Israele e ha svolto bene questa sua funzione.

È ora che l’ANP venga sciolta.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La tortura sistematica dei palestinesi nelle carceri israeliane

Yara Hawari

28 novembre 2019 – al Shabaka

Sintesi

Il recente caso di Samer Arbeed ha evidenziato ancora una volta l’uso sistematico della tortura nei confronti dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. I soldati israeliani hanno arrestato Arbeed nella sua casa di Ramallah il 25 settembre 2019. Lo hanno picchiato duramente prima di portarlo per un interrogatorio al centro di detenzione di Al Moscobiyye a Gerusalemme. Due giorni dopo, secondo il suo avvocato, è stato ricoverato in ospedale a causa delle pesanti torture ed è rimasto in condizioni critiche per diverse settimane. L’autorità giudiziaria aveva autorizzato in questo caso il servizio segreto israeliano, lo Shin Bet, a utilizzare “metodi fuori dall’ordinario” per ottenere informazioni senza passare per un procedimento giudiziario. Ciò ha indotto Amnesty International a condannare ciò che è accaduto ad Arbeed in quanto “tortura autorizzata con strumenti legali”. (1)

Nell’agosto del 2019, poco prima dell’arresto di Arbeed, le forze di occupazione israeliane hanno iniziato una campagna mirata contro i giovani palestinesi e hanno arrestato oltre 40 studenti dell’Università di Birzeit. Gli arresti sono aumentati dopo la carcerazione di Arbeed e, poiché a molti studenti è stato negato il diritto di incontrare i loro avvocati, si suppone anche che molti siano stati sottoposti a tortura.

I fatti sopra riportati non rappresentano una novità. Dall’istituzione dello Stato di Israele nel 1948, la Israeli Security Agency (ISA) ha sistematicamente torturato i palestinesi usando una varietà di tecniche. E sebbene molti Paesi abbiano inserito il divieto di tortura nella loro legislazione nazionale (nonostante rimanga una pratica diffusa con il pretesto della sicurezza dello Stato), Israele ha intrapreso una strada diversa: non ha adottato una normativa nazionale che vieti l’uso della tortura e i suoi tribunali hanno permesso di utilizzare la tortura nei casi di “necessità”. Ciò ha dato all’ISA via libera nel fare ampio uso della tortura contro i prigionieri politici palestinesi.

Questo breve resoconto si concentra sull’uso della tortura nel processo detentivo israeliano (sia al momento dell’arresto che nelle carceri), tracciandone i momenti storici e i più recenti sviluppi. Basandosi sul lavoro di varie organizzazioni palestinesi, il documento sostiene che la pratica della tortura, incorporata nel sistema carcerario israeliano, è sistematica e legittimata attraverso l’ordinamento giuridico interno. [Il documento] indica chiaramente alla comunità internazionale la strada per inchiodare Israele alle sue responsabilità e porre fine a queste violazioni.

La tortura e la legge

La questione della tortura occupa un posto importante nelle discussioni su etica e moralità. Molti hanno sostenuto che la pratica della tortura riflette una società malata e corrotta. In effetti, la tortura prevede la totale disumanizzazione di una persona e, una volta che ciò si verifica, i confini dell’abbruttimento sono senza limite. Inoltre, mentre il pretesto comune degli apparati di sicurezza per l’utilizzo della tortura è che possa fornire informazioni vitali, ciò si è dimostrato del tutto infondato. Molti esperti prestigiosi, e persino funzionari della CIA, sostengono che le informazioni ottenute sotto tortura sono generalmente false. I prigionieri possono essere costretti a confessare qualsiasi cosa per fermare la sofferenza a cui vengono sottoposti.

Il sistema giuridico internazionale proibisce la tortura sulla base del diritto internazionale consuetudinario nonché di una serie di trattati internazionali e regionali. L’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma: “Nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti”. Il diritto internazionale umanitario, che regola il comportamento delle parti durante il conflitto, include anche il divieto di tortura. Ad esempio, la terza Convenzione di Ginevra vieta la “violenza sulla vita e sulla persona, in particolare omicidi di ogni tipo, mutilazioni, trattamenti crudeli e torture”, nonché “oltraggi alla dignità personale, in particolare trattamenti umilianti e degradanti”. Inoltre, la Quarta Convenzione afferma: “Nessuna coercizione fisica o morale deve essere esercitata contro le persone sotto tutela, in particolare per ottenere informazioni da loro o da terzi”.

Il divieto di tortura è così assoluto che è considerato jus cogens [norme di carattere imperativo, ndtr.] nel diritto internazionale, il che significa che non è derogabile e che nessun’altra legge può soppiantarlo. Eppure la tortura continua ad essere utilizzata da molti Paesi in tutto il mondo. Amnesty International la definisce una crisi globale, affermando di aver denunciato negli ultimi cinque anni violazioni del divieto di tortura da parte della grande maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite.

La “guerra al terrore”, guidata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre, ha portato in particolare a terribili casi di torture sistematiche, inflitte soprattutto a prigionieri arabi e musulmani. Il campo di detenzione di Guantanamo Bay, istituito dagli Stati Uniti nel 2002 per detenere “terroristi”, è stato e continua ad essere un luogo di tortura. Immagini di prigionieri bendati, incatenati e inginocchiati a terra con tute arancione sono state diffuse in tutto il mondo. 

Tuttavia forse le immagini più esplicite di questa condizione storica sono giunte dal carcere militare americano di Abu Ghraib in Iraq. Foto trapelate e testimonianze di militari hanno rivelato che la prigione era un luogo di torture su larga scala, incluso lo stupro di uomini, donne e bambini. All’epoca, l’amministrazione americana condannò questi atti e cercò di far credere che si trattasse di incidenti isolati. Le organizzazioni per i diritti umani, inclusa Human Rights Watch [ong statunitense per i diritti umani, ndtr.], hanno riferito il contrario.

Inoltre, recenti testimonianze da Abu Ghraib rivelano legami sinistri tra gli interrogatori statunitensi e quelli israeliani. In un libro di memorie, un ex addetto americano agli interrogatori in Iraq ha affermato che l’esercito israeliano ha addestrato il personale americano in varie tecniche di interrogatori e torture, inclusa quella che è diventata nota come “seggiola palestinese”, in cui il prigioniero è costretto a sporgersi su una sedia in posizione accovacciata e con le mani legate ai piedi. La pratica, che provoca un dolore lancinante, è stata perfezionata sui palestinesi – da qui il suo nome – e adottata dagli americani in Iraq.

Nonostante questi scandali, sono state intraprese pochissime azioni per proteggere i prigionieri di guerra e la tortura continua ad essere giustificata in nome della sicurezza. Nella prima intervista di Donald Trump dopo che aveva prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti, egli ha dichiarato che, nel contesto della “guerra al terrore”, “la tortura funziona”. Anche prodotti di cultura di massa, quali programmi televisivi come “24” e “Homeland” [Patria, in italiano “Caccia alla spia”, serie televisiva statunitense, ndtr.] ” normalizzano l’utilizzo della tortura, in particolare contro arabi e musulmani, e promuovono l’idea che essa sia giustificata in funzione del bene superiore. Vi è stato anche un recente incremento di serie televisive e film che mettono in scena le attività del Mossad e dello Shin Bet, come “Fauda”, “The Spy” [La Spia, ndtr.] e “Dead Sea Diving Resort” [Paradiso delle immersioni nel Mar Morto, ndtr.], ognuno dei quali rende eroiche le attività dell’ISA mentre demonizza i palestinesi come terroristi. Queste serie e film presentano al mondo un’immagine di Israele che gli consente di giustificare le sue violazioni del diritto internazionale, compresa la tortura.

Mentre Israele ha ratificato la Convenzione contro la tortura (CAT) nel 1991, non l’ha integrata nella sua legislazione nazionale. Inoltre, nonostante la commissione delle Nazioni Unite sostenga il contrario, Israele sostiene che la CAT non si applica al territorio palestinese occupato. (2) Ciò consente a Israele di affermare che non esiste alcun crimine di tortura in Israele, tortura che è effettivamente consentita in caso di “necessità”, come è stato affermato a proposito del caso Arbeed. Questa “necessità” è anche conosciuta come la “bomba pronta ad esplodere”, una dottrina sulla sicurezza utilizzata da molti governi per giustificare la tortura e la violenza in situazioni considerate come strettamente dipendenti da contingenze temporali.

Israele ha anche approvato diverse sentenze sulla questione della tortura che hanno rafforzato e giustificato le attività dei suoi servizi di sicurezza. Ad esempio, nel 1987 due palestinesi dirottarono un autobus israeliano e vennero in seguito catturati, picchiati e giustiziati dallo Shin Bet. Sebbene ci fosse un divieto di pubblicazione sui media israeliani, i dettagli della tortura e dell’esecuzione trapelarono e portarono all’istituzione di una commissione governativa. Mentre la commissione concluse che “la pressione [sui detenuti] non deve mai raggiungere il livello di tortura fisica … un grado moderato di pressione fisica non può essere evitato”. Le raccomandazioni della commissione erano incompatibili con il diritto internazionale a causa della loro vaga definizione di “un grado moderato di pressione fisica “, e in sostanza diedero allo Shin Bet carta bianca al fine di torturare i palestinesi.

Oltre un decennio più tardi, e in seguito alla richiesta da parte delle organizzazioni per i diritti umani, nel 1999 la Corte di Giustizia israeliana ha emesso una sentenza secondo cui durante gli interrogatori dell’ISA non sarebbe stato più permesso usare mezzi fisici nel corso degli interrogatori, mettendo così al bando l’uso della tortura. La corte ha stabilito che quattro metodi comuni di “pressione fisica” (scuotimento violento, incatenamento a una sedia in una posizione di tensione, essere costretto a lungo in una posizione accovacciata e la privazione del sonno) erano illegali. Eppure la corte ha aggiunto una clausola che ha fornito una scappatoia per chi conduce gli interrogatori, vale a dire che coloro che utilizzino la pressione fisica non dovranno affrontare una responsabilità penale se si evince che lo abbiano fatto in una situazione di pericolo imminente o per la necessità di difendere lo Stato – in altre parole, se il detenuto risulti essere una minaccia immediata per la sicurezza pubblica.

La necessità della tortura in nome della sicurezza è stata riaffermata nel 2017, quando l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha emanato una sentenza a favore dello Shin Bet, con cui ha ammesso quelle che ha denominato “forme estreme di pressione” sul detenuto palestinese Assad Abu Ghosh. La giustificazione è stata che Abu Ghosh fosse in possesso di informazioni su un imminente attacco terroristico. La corte lo ha ritenuto “un interrogatorio con tecniche avanzate” piuttosto che una tortura e ha dichiarato che fosse giustificato dalla dottrina della “bomba pronta ad esplodere”. Analoghe sentenze sono state costantemente ripetute.

Sebbene le organizzazioni palestinesi per i diritti umani presentino regolarmente denunce alle autorità israeliane, raramente ricevono una risposta e, quando succede, è spesso per informare che il caso è stato chiuso a causa della mancanza di prove. In effetti, dal 2001 sono stati presentati 1.200 reclami contro i servizi di sicurezza per tortura, ma nessun agente è mai stato perseguito.

Il sistema carcerario israeliano: luoghi di tortura sistematica

Ogni anno il sistema carcerario militare israeliano detiene e incarcera migliaia di prigionieri politici palestinesi, principalmente dai territori del 1967 [territori occupati da Israele dopo la “Guerra dei Sei Giorni” del 1967, conquiste mai riconosciute dall’ONU, ndtr.]. Dall’inizio dell’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza e dell’istituzione della legge marziale in quelle aree Israele ha arrestato oltre 800.000 palestinesi, pari al 40% della popolazione maschile e un quinto della popolazione totale.

La legge israeliana consente inoltre ai militari di trattenere un prigioniero per un massimo di sei mesi senza accusa, secondo una procedura nota come detenzione amministrativa. Questo periodo può essere prolungato indefinitamente, mediante “imputazioni” tenute segrete. I prigionieri e i loro avvocati, quindi, non sanno di cosa sono accusati o quali prove vengono usate contro di loro. L’ultimo giorno del periodo di sei mesi chi è detenuto con tale modalità viene informato se sarà rilasciato o se la sua detenzione sarà ulteriormente prolungata. Addameer-the Prisoner Support and Human Rights Association [Sostegno ai prigionieri e associazione per i diritti umani, Ong palestinese costituita nel 1992, ndtr.] ha definito questa pratica come una forma di tortura psicologica.

È durante il periodo iniziale della detenzione, sia amministrativa che di altro tipo, quando i detenuti sono spesso privati del contatto con avvocati o familiari, che sono sottoposti alle forme più severe di interrogatori e torture. Se vengono sottoposti a processo, affrontano un giudizio da parte del personale militare israeliano e spesso si vedono negata un’ adeguata assistenza legale. Questo sistema è illegale ai sensi delle leggi internazionali e organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno documentato una vasta gamma di violazioni dei diritti umani.

Ai bambini non viene risparmiata l’esperienza della prigionia e della tortura all’interno del sistema militare israeliano e quasi sempre viene loro negata la presenza della tutela dei genitori durante gli interrogatori. Uno di questi esempi è del 2010, quando la polizia di frontiera israeliana ha arrestato il sedicenne Mohammed Halabiyeh nella sua città natale di Abu Dis. Al momento dell’arresto la polizia gli ha rotto una gamba e lo ha picchiato, prendendo intenzionalmente a calci la gamba ferita. È stato interrogato per cinque giorni consecutivi e ha dovuto affrontare minacce di morte e violenza sessuale. È stato quindi ricoverato in ospedale, dove gli agenti israeliani hanno continuato ad abusare di lui facendo penetrare siringhe all’interno del suo corpo e dandogli pugni in faccia. Halabiyeh è stato denunciato e sottoposto a processo come un adulto, come nel caso di tutti i minori palestinesi detenuti di età superiore ai 16 anni, in diretta violazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia. (3) Israele arresta, detiene e processa ogni anno da 500 a 700 minori palestinesi.

Attualmente ci sono 5.000 prigionieri politici palestinesi; tra questi 190 minorenni, 43 donne e 425 prigioniere in stato di detenzione amministrativa, di cui la maggior parte è stata sottoposta a qualche forma di tortura. Secondo Addameer, i metodi più comuni utilizzati dallo Shin Bet e dagli agenti addetti all’interrogatorio includono:

  • Tortura di posizione: i detenuti vengono obbligati a stare in posizioni forzate, spesso con le mani legate dietro la schiena e i piedi incatenati mentre sono costretti a sporgersi in avanti. Vengono lasciati in tali posizioni per periodi di tempo prolungati durante l’interrogatorio.
  • Pestaggi: i detenuti spesso subiscono pestaggi, sia a mani nude che con oggetti, e talvolta vengono tramortiti.
  • Isolamento: i detenuti vengono posti in isolamento o in confino solitario per lunghi periodi.
  • Privazione del sonno: ai detenuti viene impedito di riposare o dormire e sono sottoposti a lunghe sessioni di interrogatorio.
  • Tortura sessuale: uomini, donne e bambini palestinesi sono soggetti a stupri, molestie fisiche e minacce di violenza sessuale. Le molestie sessuali verbali sono una pratica particolarmente comune in cui i detenuti sono esposti a commenti su loro stessi o sui loro familiari. Questo tipo di tortura è spesso considerato efficace perché la vergogna per l’oltraggio sessuale impedisce ai detenuti di rivelarla.
  • Minacce per i familiari: i detenuti [devono] ascoltare minacce di violenza contro i familiari per essere spinti a fornire delle informazioni. Ci sono stati casi in cui membri della famiglia sono stati arrestati e interrogati in una stanza vicina in modo che il detenuto potesse sentire mentre erano sottoposti a tortura.  

I suddetti metodi di tortura lasciano danni permanenti. Mentre la tortura fisica può lasciare gravi danni fisici, tra cui ossa rotte e dolori muscolari e articolari cronici, soprattutto a causa di posizioni forzate o dell’essere costretti in un piccolo spazio, il danno psicologico può essere ancora peggiore, con condizioni come depressione profonda e duratura , allucinazioni, ansia, insonnia e pensieri suicidi.

Molti meccanismi di tortura richiedono la complicità degli attori all’interno del sistema giudiziario militare israeliano, incluso il personale medico. Ciò si verifica nonostante il codice deontologico, come definito dalla Dichiarazione di Tokyo e dal Protocollo di Istanbul, includa la clausola secondo cui i medici non devono collaborare con gli agenti che conducano interrogatori che comportino torture, non devono condividere informazioni mediche con i torturatori e devono opporsi attivamente alla tortura. In realtà i medici israeliani sono stati a lungo complici della tortura di detenuti e prigionieri palestinesi. Nel corso degli anni i giornalisti hanno scoperto documenti che rivelano che i medici approvano la tortura e riportano il falso per giustificare le lesioni inflitte durante gli interrogatori.

I medici sono anche complici dell’alimentazione forzata, un altro meccanismo di tortura, sebbene meno comune, usato dal regime israeliano. L’alimentazione forzata richiede che un detenuto sia legato mentre un tubo sottile viene inserito attraverso una narice e spinto fino allo stomaco. Il liquido viene quindi iniettato attraverso il tubo nel tentativo di alimentare il corpo. Il personale medico deve posizionare il tubo, che può finire per passare attraverso la bocca o la trachea invece che per l’esofago, nel qual caso deve essere retratto e sostituito. Questo non solo provoca grande dolore, ma può anche portare a gravi complicazioni mediche e persino alla morte.

Negli anni ’70 e ’80 diversi prigionieri palestinesi morirono per essere stati nutriti con la forza, provocando un ordine di cessazione da parte della Corte Suprema israeliana. Tuttavia, una legge della Knesset del 2012 ha ripristinato la legalità dell’alimentazione forzata nel tentativo di interrompere gli scioperi della fame dei palestinesi. In un documento inviato al primo ministro israeliano nel giugno 2015, l’Associazione Medica Mondiale [organizzazione internazionale che rappresenta i medici di tutto il mondo, ndtr.] ha affermato che “l’alimentazione forzata è violenta, spesso dolorosa e contraria al principio di autonomia individuale. È un trattamento degradante, disumano e può equivalere a tortura.”

Fermare la tortura israeliana

Per i palestinesi, la tortura è solo uno degli aspetti della violenza strutturale che affrontano nelle mani del regime israeliano, che li rinchiude in una prigione a cielo aperto e li priva dei loro diritti fondamentali. Ed è anche un aspetto che riceve scarsa attenzione dalla comunità internazionale, di solito perché le autorità israeliane usano argomenti relativi alla sicurezza dello Stato, rafforzati dalla narrativa della “guerra al terrore”. Questo è stato il caso di Samer Arbeed, che i media israeliani hanno definito un terrorista, facendo sì che la maggior parte degli Stati mantenga il silenzio sul suo trattamento nonostante sia stato presentata una petizione e siano state fatte pressioni da molte organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani. Come per tutte le violazioni contro il popolo palestinese, la tortura israeliana sollecita una messa in discussione sull’utilità dell’ordinamento giuridico internazionale.

Il 13 maggio 2016, il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha raccomandato a Israele più di 50 misure a seguito di una revisione della sua conformità alla Convenzione contro la tortura, tra cui il fatto che tutti gli interrogatori dovrebbero avere una documentazione audio e visiva, che ai detenuti dovrebbero essere concessi esami medici indipendenti e che la detenzione amministrativa dovrebbe essere eliminata. Queste sono, naturalmente, raccomandazioni importanti e si dovrebbe fare in modo che Israele le rispetti. Tuttavia, in un momento in cui gli attori di Paesi terzi non sono generalmente disposti a ritenere Israele responsabile della violazione del diritto internazionale e dei diritti dei palestinesi, non sono sufficienti.

Di seguito vengono riportati alcuni passaggi che coloro che si impegnano per i diritti dei palestinesi nei contesti internazionali e nazionali possono adottare allo scopo di interrompere il carattere sistematico della tortura israeliana:

  • Le organizzazioni e i gruppi dovrebbero raccogliere prove sulla responsabilità penale individuale, al di fuori di Israele e Palestina, di coloro che sono coinvolti nella tortura dei palestinesi. La responsabilità può essere estesa non solo a coloro che commettono la tortura, ma anche a coloro che aiutano, favoriscono e omettono informazioni al riguardo. Ciò include il personale che interroga, i giudici militari, le guardie carcerarie e i medici. Poiché la tortura è un crimine di guerra dello jus cogens, è soggetta alla giurisdizione universale, il che significa che terze parti possono presentare denunce penali contro singoli individui. 4) Sebbene la responsabilità penale individuale non affronti necessariamente la struttura sistematica della tortura contro i palestinesi, essa mette sotto pressione le persone israeliane coinvolte limitando i loro movimenti e i viaggi all’estero.
  • In quanto unico organo giudiziario indipendente a cui è possibile accedere in grado di porre fine all’impunità per le violazioni dei diritti dei palestinesi, la Corte Penale Internazionale ha il compito di ritenere Israele responsabile. L’ufficio del procuratore, con tutte le informazioni e le relazioni dettagliate che gli sono state presentate, dovrebbe avviare un’indagine formale sulle violazioni all’interno del sistema carcerario israeliano.
  • Gli Stati firmatari delle Convenzioni di Ginevra e le organizzazioni internazionali per i diritti umani devono fare pressione sul Comitato Internazionale della Croce Rossa affinché ottemperi al proprio mandato al fine di proteggere i detenuti palestinesi e aprire un’indagine su tutte le accuse di tortura. (5)
  • La società civile e le istituzioni palestinesi dovrebbero continuare a sostenere coloro che lavorano per aiutare le vittime della tortura. Tale sostegno può essere potenziato da uno sforzo mirato e specifico per espandere tali risorse e renderle accessibili in tutte le aree della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Ciò dovrebbe includere anche l’impegno rivolto a rompere il tabù della ricerca di interventi terapeutici e l’eliminazione dello stigma riguardante la violenza sessuale. Le aggressioni sessuali di solito non vengono trattate interamente perché le vittime si vergognano troppo di raccontare il loro calvario e il fatto di non parlarne rende la guarigione più difficile. Creare spazi più sicuri per le testimonianze individuali e collettive è la chiave per aiutare i sopravvissuti a riprendersi.

Con tali azioni concertate, i palestinesi e i loro alleati possono lavorare per limitare la pratica della tortura così profondamente radicata nel sistema carcerario israeliano e coperta dalla legge israeliana, impegnandosi anche per aiutare a guarire coloro che ne hanno subito le conseguenze dolorose.

L’autrice desidera ringraziare Basil Farraj, Suhail Taha e Randa Wahbe per il loro supporto e competenza nella stesura di questo articolo.

Note:

  1. Questo documento è stato prodotto con il supporto di Heinrich-Böll-Stiftung [fondazione politica, con sede a Berlino, nata nel 1997 col nome del noto scrittore, e facente parte del partito dei Verdi tedeschi, ndtr.]. Le opinioni espresse nel presente documento sono quelle dell’autrice e pertanto non riflettono necessariamente l’opinione dell’Heinrich-Böll-Stiftung.
  2. Secondo B’tselem [associazione israeliana per i diritti umani, ndtr-], “Israele sostiene di non essere vincolato dalle leggi internazionali sui diritti umani nei territori occupati, poiché essi non costituiscono un territorio israeliano ufficialmente sovrano. Mentre è vero che Israele non ha sovranità sui territori occupati, questo fatto non basta a sminuire il suo dovere di ottemperare alle disposizioni internazionali in materia di diritti umani. I giuristi internazionali non sono d’accordo con la posizione di Israele sulla questione, e questa è stata ripetutamente respinta dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e da tutte le commissioni delle Nazioni Unite che sovrintendono all’attuazione delle varie convenzioni sui diritti umani. Questi organismi internazionali hanno ripetutamente affermato che gli Stati devono rispettare le disposizioni sui diritti umani ovunque esercitino un controllo effettivo.”
  3. Nel 2009 Israele ha istituito un tribunale militare minorile per perseguire i minori di 16 anni – l’unico Paese al mondo a farlo. Secondo l’UNICEF, esso utilizza le stesse strutture e lo stesso personale giudiziario del tribunale militare per adulti.
  4. Lo dimostra il caso di Tzipi Livni; Livni è stata il ministro degli Esteri israeliano durante l’attacco a Gaza del 2009 che ha visto l’uccisione di oltre 1.400 palestinesi. Nello stesso anno, un gruppo di avvocati con sede nel Regno Unito è riuscito a ottenere che un tribunale britannico emettesse un mandato di arresto nei suoi confronti. Di conseguenza [Livni] ha dovuto annullare il suo viaggio nel Regno Unito ed è stata costretta ugualmente ad annullare il viaggio in Belgio nel 2017, quando la procura belga ha annunciato l’intenzione di arrestarla e di interrogarla sul suo ruolo nell’attacco.
  5. Di recente, in seguito all’arresto e alla tortura di Samer Arbeed, il Comitato internazionale della Croce Rossa ha rilasciato una dichiarazione, ma invece di condannare le violazioni israeliane ha condannato gli attivisti che hanno manifestato e occupato l’ufficio della CICR a Ramallah per protestare contro il silenzio dell’organizzazione su Arbeed.

Yara Hawari

Yara Hawari è il Membro Anziano per la politica palestinese di Al-Shabaka: The Palestinian Policy Network [Al Shabaka significa “La Rete”, è un’agenzia indipendente palestinese di informazioni politiche, ndtr.]. Ha completato il suo dottorato di ricerca in politica mediorientale presso l’Università di Exeter. La sua ricerca si è concentrata su progetti di storia orale e politiche della memoria, inquadrati più ampiamente all’interno degli studi autoctoni. Yara ha tenuto vari corsi universitari presso l’Università di Exeter e continua a lavorare come giornalista indipendente, pubblicando per vari media, tra cui Al Jazeera in inglese, Middle East Eye e The Indipendent.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Bollando gli arabi come una ‘minaccia esistenziale’ Bibi evoca una spaventosa storia di violenza etnica

Dahlia Scheindlin

18 novembre 2019 – +972

Domenica notte Netanyahu ha convocato un incontro di emergenza del Likud, in cui ha accusato i cittadini palestinesi in Israele di sostenere il terrorismo. Noi sappiamo fin troppo bene come questo tipo di cose può andare a finire.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, nella sua accanita battaglia per impedire al suo avversario di formare un governo con l’appoggio della Lista Unita, coalizione a prevalenza araba, ha nuovamente accusato i leader del partito arabo di rappresentare una minaccia esistenziale per Israele. Domenica notte il presidente [della Lista Unita]Ayman Odeh ha risposto facendo circolare sui social una sua foto in pigiama mentre legge delle favole ai suoi tre affettuosissimi bambini. “Alla fine di una lunga giornata devo far addormentare queste minacce esistenziali!” ha scritto, contribuendo al divertimento virale dei lettori.

Anche se può essere una soddisfazione vedere come Odeh abbia fatto a pezzi Netanyahu con l’umorismo, le parole del primo ministro costituiscono in se stesse un grande pericolo.

Le deliranti diatribe anti-arabe di Netanyahu stanno accelerando in velocità e gravità. Nel 2015 aveva messo in guardia che i cittadini arabi stavano andando a votare “a frotte.” In vista delle elezioni di settembre la sua pagina Facebook dichiarava che “i politici arabi ci vogliono distruggere tutti.” (Netanyahu ha detto che si è trattato di un errore di un impiegato della campagna elettorale.)

Domenica Netanyahu ha tenuto un incontro di “emergenza” dei membri del Likud (l’emergenza non era una pioggia di razzi, ma l’eventualità di una coalizione di minoranza sostenuta dalla Lista Unita). In quell’occasione aveva tuonato che Blu e Bianco, il partito rivale, stava negoziando con i parlamentari arabi e che, ha continuato, “sostiene le organizzazioni terroristiche e vuole distruggere lo Stato.”

Non potendo trovare delle prove che la leadership della Lista Comune, formata da politici di lungo corso e attivisti della società civile, abbia il desiderio o le possibilità di distruggere Israele, ha citato invece Khamenei, l’ayatollah iraniano, che recentemente ha invocato la distruzione di Israele. Queste sono parole esecrabili, ma non riescono a trasformare l’ayatollah in un politico arabo in Israele.

Ancora più preoccupante è che fare della “minaccia esistenziale” dell’Iran una cosa sola con i cittadini arabo-palestinesi imita la retorica ideologica che sta dietro alle peggiori violenze etniche del mondo.

Un’analisi attenta delle origini di queste atrocità mostra che i responsabili avevano un’immagine distorta di una imminente distruzione che li aveva portati a commettere violenze estreme contro una collettività “altra” , giustificandole con la difesa nazionale. I leader e le élite spesso mettono insieme un reale trauma storico collettivo con una sfida politica del momento, o un’offesa, come prova di distruzione incombente.

Nei primi anni ’90, i miliziani serbi non si sono svegliati un mattino e hanno deciso di terrorizzare, stuprare e commettere un genocidio contro i loro vicini non-serbi. Secondo Stuart Kaufman, uno studioso di conflitti etnici, sebbene il collasso della Jugoslavia avesse naturalmente comportato violenze da parecchie parti, per molti anni i leader e gli intellettuali hanno sottolineato l’idea che le minoranze serbe delle ex-repubbliche della Jugoslavia si trovassero ad affrontare una “estinzione etnica”. Accademici di fama pubblicarono un memorandum, affermando che in Kosovo gli abitanti stavano cospirando per commettere un genocidio della popolazione serba locale. Il nazionalismo albanese in Kosovo stava infatti crescendo e molti, come nelle altre repubbliche, rivendicavano l’indipendenza.

L’influente documento sottolineava che i serbi non erano mai stati in un tale immediato pericolo dagli anni degli ustascia, quando il regime croato fantoccio dei nazisti aveva terrorizzato e massacrato circa mezzo milione di serbi. I serbi avevano fatto circolare voci di stupri commessi da albanesi e di un traffico croato di organi di combattenti serbi morti. Slobodan Milosevic aveva anche lui denunciato che i kosovari albanesi stavano progettando un “genocidio demografico.” Alla fine furono i serbi bosniaci ad essere condannati per il genocidio.

In Ruanda nel 1994 il regime dominato dagli hutu mobilitò la partecipazione di massa a un genocidio contro la minoranza dei tutsi che uccise circa 800.000 persone in circa 100 giorni. Il ruolo della propaganda e l’incitamento attraverso i media sono ben documentati. Ma in realtà che cosa affermava l’incitamento allo sterminio? Un rapporto di Human Rights Watch [associazione statunitense per la difesa dei diritti umani, ndtr.] ha riscontrato il seguente messaggio:

I tutsi costituivano una minaccia per gli hutu che erano sempre le vittime, sia che si trattasse del potere militare dei tutsi o della loro furbizia (usare le donne per sedurre gli hutu, usare i loro soldi per comprare gli hutu) e così gli hutu avevano il diritto di difendersi.”

Il rapporto di Human Rights Watch continua: “In particolare fu l’ultima idea, cioè che gli hutu fossero in pericolo e che dovessero difendersi, ad aver avuto il successo maggiore nel mobilitare gli attacchi contro i tutsi dal 1990 fino al genocidio del 1994.”

Anche qui il pericolo imminente era attribuito alle sofferenze storiche e recenti degli hutu per mano dei tutsi. Nel vicino Burundi, gli hutu erano vissuti sotto il dominio tutsi per decenni. Quando il primo governo a guida hutu salì al potere nel 1993, il leader fu assassinato in un colpo di stato tutsi e le violenze reciproche uccisero centinaia di migliaia di persone. La distruzione si potrebbe considerare come la continuazione della storica dominazione di una monarchia a guida tutsi in Ruanda durante il colonialismo, prima di un colpo di stato nel 1959.

Mescolare dei torti veri con la ripetizione ossessiva di minacce esistenziali imminenti dovrebbe far paura a chiunque.

A suo modo le fantasie di Netanyahu sono persino più vergognose. Mancano di ogni base di un danno causato dai cittadini arabo-palestinesi in Israele, nel passato o nel presente. Questi gruppi non sono mai stati coinvolti in terrorismo organizzato e anche gli incidenti singoli sono estremamente rari. La comunità non ha tendenze secessioniste, ha partecipato al processo politico in Israele per decenni e dichiara ripetutamente il suo desiderio di una maggiore integrazione politica, civile ed economica. L’unica richiesta che sfida gli ebrei israeliani è simbolica: la conservazione della loro bistrattata identità palestinese. La principale richiesta politica, associata a quella dell’identità, è di porre fine all’occupazione militare dei territori palestinesi durata 50 anni e di riconoscere loro l’indipendenza.

Trasformare i cittadini arabo-palestinesi in una minaccia esistenziale di reale distruzione è un falso a livello di quello di una calunnia che provoca spargimento di sangue e questo è qualcosa che gli ebrei dovrebbero capire.

Dahlia Scheindlin è un’analista di fama internazionale degli orientamenti dell’opinione pubblica e una consulente strategica, specializzata in cause progressiste, in campagne politiche e sociali in oltre una dozzina di Paesi, incluse democrazie nuove/in transizione e nella ricerca su pace/conflitto in Israele, con esperienze nell’Europa orientale e nei Balcani. Lavora per un grande numero di organizzazioni locali e internazionali che si occupano dei temi del conflitto israelo-palestinese, diritti umani, processi di pace, democrazia, identità religiosa e problemi sociali interni. Ha conseguito un dottorato di ricerca in scienze politiche alla TAU, l’università di Tel Aviv e co-presenta il podcast The Tel Aviv Review.

(Traduzione di Mirella Alessio)




La Corte Suprema sentenzia che Israele può espellere il direttore di Human Rights Watch

Henriette Chacar

5 novembre 2019 – +972

 

Il massimo tribunale di Israele sancisce che Omar Shakir può essere espulso, ratificando gli sforzi del governo per mettere a tacere chi critica le sue politiche. Il suo caso è stato descritto come uno spartiacque per la difesa dei diritti umani e per la libertà di espressione in Israele.

Martedì, dopo una lunga battaglia legale per consentirgli di rimanere nel Paese, la Corte Suprema di Israele ha approvato l’espulsione del direttore di Human Rights Watch di Israele e Palestina, Omar Shakir.

I giudici Neal Hendel, Noam Sohlberg e Yael Willner hanno accolto l’accusa dello Stato in base alla quale Shakir, cittadino statunitense, appoggia il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), ed hanno respinto l’appello di Shakir e di Human Rights Watch contro la sua espulsione.

Shakir dice che ora ha 20 giorni di tempo per andarsene o subire l’espulsione.

Il caso di Shakir è stato descritto come uno spartiacque per la difesa della libertà di espressione e dei diritti umani in Israele. Ordinando la sua espulsione, Israele si affianca a Paesi come la Corea del Nord, l’Iran, Cuba e il Venezuela, che hanno anch’essi vietato l’ingresso ai membri dello staff dell’organizzazione.

La sentenza si basa sull’emendamento del 2017 alla Legge di divieto di ingresso in Israele, che autorizza il Ministro dell’Interno a rifiutare i visti temporanei o la residenza a qualunque cittadino non israeliano che abbia pubblicamente invitato o si sia impegnato a partecipare al boicottaggio di Israele. In agosto Israele ha fatto ricorso a questa legge per impedire alle deputate del Congresso [USA] Ilhan Omar e Rashida Tlaib di entrare nel Paese.

L’anno scorso il Ministero dell’Interno israeliano ha revocato il permesso di lavoro di Shakir ed ha ordinato la sua espulsione entro due settimane. È stata la prima volta che il governo israeliano ha utilizzato l’emendamento del 2017 alla Legge sull’ingresso per espellere qualcuno che era già presente nel Paese.

La decisione di Israele si è basata in larga parte su un dossier dell’ intelligence che il Ministero degli Affari Strategici ha elaborato riguardo all’attivismo di Shakir in favore dei diritti dei palestinesi prima di entrare a far parte di HRW. In quanto co-presidente degli ‘Studenti per equi diritti per i palestinesi’ a Stanford, Shakir aveva richiesto all’università di disinvestire dalle aziende che traggono profitti dall’occupazione.

HRW, rappresentata dagli avvocati israeliani per i diritti umani Michael Sfard, Sophia Brodsky e Emily Schaeffer Omer-Man, ha quindi presentato ricorso contro l’ordine di espulsione del governo.

Israele sostiene di avere il diritto di difendersi e di proteggere i propri cittadini da “un boicottaggio politico-diplomatico da parte di soggetti non statali che intendono minare le fondamenta dell’esistenza dello Stato in questione.” Tuttavia la legge anti-boicottaggio non fa distinzione tra gli inviti al boicottaggio della colonizzazione da parte di Israele, che viola il diritto internazionale, e le dichiarazioni e le azioni dirette contro lo Stato.

Lo Stato ha inoltre dichiarato che la questione non si pone rispetto a HRW come organizzazione, bensì rispetto a Shakir come singolo individuo. Nella sentenza di martedì il giudice Hendel ha detto che “Human Rights Watch non è classificata come organizzazione che boicotta – e può richiedere di incaricare un altro rappresentante che non sia coinvolto fino al collo nelle attività del BDS.” Tuttavia, secondo HRW, Shakir ha seguito e messo in atto le politiche dell’organizzazione.

HRW, organizzazione statunitense non profit indipendente fondata nel 1978 ed oggi presente in 90 Paesi, “non prende posizione sul boicottaggio di Israele. Non si tratta di una politica specifica riguardo a Israele, fa parte del nostro modo di lavorare dovunque nel mondo”, ha detto Shakir nel Podcast di +972 a maggio.

Oggi la cartina di tornasole politica per entrare in Israele sembra essere l’appoggio al boicottaggio. Potrebbe domani essere la richiesta alla Corte Penale Internazionale di aprire un’inchiesta, oppure l’invito a eliminare le colonie, o affermare che la Cisgiordania è occupata? Oggi queste limitazioni vengono usate per impedire a qualcuno di entrare nel Paese. Potrebbe domani essere questa la base per limitare le attività dei difensori dei diritti israeliani e palestinesi?” ha aggiunto.

Secondo Shakir, il suo caso non riguarda il BDS, come sostiene Israele, ma “costringere al silenzio la difesa dei diritti umani”. Decine di associazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani hanno criticato l’ordine di espulsione, come anche il Segretario Generale dell’ONU, 27 Stati europei e 17 deputati del Congresso (USA), descrivendo l’impatto agghiacciante che questo avrà su coloro che sfidano le politiche di Israele.

Alla fine di ottobre Israele ha vietato all’attivista palestinese di Amnesty International Laith Abu Zeyad di recarsi in Giordania per il funerale di sua zia, a causa di ciò che le autorità israeliane hanno definito “considerazioni di sicurezza”. Amnesty, da parte sua, ha scritto che questa è stata “una sinistra iniziativa imposta come punizione per il suo lavoro in difesa dei diritti umani in Palestina”. Nel 2017 Israele ha vietato l’ingresso al direttore per la sensibilizzazione dell’organizzazione per il Medio Oriente e Nordafrica, Raed Jarrar, in occasione di una sua visita personale nei territori occupati in seguito alla morte di suo padre.

L’anno scorso Israele ha vietato l’ingresso a quattro dirigenti statunitensi di associazioni per i diritti umani che stavano visitando Israele e la Cisgiordania per comprendere meglio la situazione sul terreno. I membri che sono stati espulsi includono Vincent Warren, direttore esecutivo del Centro per i Diritti Costituzionali (CCR) e Katherine Franke, presidente del Consiglio del CCR e docente di diritto, gender e studi sulla sessualità alla Columbia University. I due sono stati interrogati relativamente alla loro affiliazione politica a gruppi critici verso Israele e Franke è stata accusata di essere membro del movimento BDS.

Henriette Chacar è redattrice della rivista +972 che si occupa delle notizie arabo-palestinesi. È cittadina palestinese di Israele, nata e cresciuta a Jaffa. Si è laureata alla Scuola di Giornalismo della Columbia ed ha lavorato per ‘Mount Desert Islander’, ‘PBS Frontline’ e ‘The Intercept’.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Alcuni rapporti svelano che negli attacchi contro Gaza sono stati deliberatamente presi di mira civili

Oren Ziv

14 giugno 2019 – +972

Due diverse inchieste di B’Tselem e Human Rights Watch hanno stabilito che l’esercito israeliano e gruppi armati palestinesi hanno illegalmente colpito la popolazione civile durante la più recente escalation a Gaza.

Secondo un nuovo rapporto di B’Tselem [organizzazione israeliana per i diritti umani, ndtr.] reso noto mercoledì, nella sua ultima campagna a Gaza Israele ha ucciso 13 civili palestinesi che non erano coinvolti nelle ostilità né affiliati a gruppi di miliziani. Due delle vittime erano bambini e tre erano donne, una delle quali a fine gravidanza. “Queste morti sono il prevedibile risultato dell’illegale e immorale politica israeliana di bombardare case a Gaza,” ha stabilito B’Tselem.

In base all’inchiesta di B’Tselem, dal 3 al 6 maggio Israele ha lanciato attacchi aerei ed ha bombardato più di 350 obiettivi a Gaza, ferendo 153 persone. L’associazione per i diritti umani ha anche scoperto che nessuno degli attacchi “è stato preceduto dal alcun adeguato avvertimento che potesse dare agli abitanti l’opportunità di cercare rifugio o di salvare i propri beni.”

Durante questo periodo i gruppi di miliziani legati ad Hamas e alla Jihad Islamica hanno lanciato circa 700 razzi contro Israele, uccidendo tre persone e ferendone 123. Un razzo lanciato da uomini della Jihad Islamica ha colpito una casa a Gaza ed ha ucciso una donna incinta e la sua nipotina di un anno, e un missile anticarro sparato da quei gruppi ha ucciso un civile israeliano. Secondo il rapporto “il fatto di prendere di mira la popolazione civile in Israele è illegale e immorale,”.

Come negli attacchi precedenti, il rapporto ha rilevato che Israele ha di nuovo preso di mira edifici residenziali e uffici. Secondo le Nazioni Unite, è stato distrutto un totale di 33 unità abitative e altre 19 sono state gravemente danneggiate, lasciando senza casa 52 famiglie – 327 palestinesi, tra cui 65 bambini. Altre centinaia di abitazioni sono state parzialmente danneggiate.

B’Tselem ha sottolineato che sparare contro strutture residenziali in aree densamente popolate come la Striscia di Gaza “comporta inevitabilmente il rischio di danneggiare civili. Il pericolo non è ipotetico: negli scorsi anni Israele ha già ucciso migliaia di civili, comprese centinaia di minori, in attacchi aerei contro le loro case.” Nella sola operazione ‘Margine protettivo’ del 2014 Israele ha ucciso almeno 1.055 palestinesi – tra cui 405 minori e 229 donne – che non avevano preso parte alle ostilità.

Il rapporto evidenzia anche come questi attacchi non siano stati provocati da combattenti criminali che hanno trasgredito gli ordini militari, ma di fatto “parte di una politica formulata da personalità del governo e da importanti comandi militari.” Gli attacchi “hanno avuto l’appoggio dei corpi MAG [Military Advocate General, ufficio legale che fornisce la consulenza legale per giustificare le prassi dell’esercito israeliano, ndtr.], che emanano pareri giuridici che sostengono questa politica.”

Israele, continua il rapporto, ha giustificato questi attacchi affermando che sono conformi alla legge umanitaria internazionale, ma “quest’interpretazione è irragionevole, legalmente errata e basata su una visione del mondo moralmente distorta. Dovrebbe essere categoricamente rifiutata.”

In un altro rapporto reso pubblico anch’esso mercoledì, una ricerca di Human Rights Watch sull’escalation di maggio ha confermato i risultati di B’Tselem: “Quattro attacchi israeliani hanno colpito bersagli che non sembravano contenere alcun obiettivo militare o potrebbero aver provocato sproporzionate perdite civili in violazione delle leggi di guerra.” HRW ha anche affermato che, dato che i razzi sparati dai gruppi armati palestinesi non potevano prendere di mira un particolare obiettivo militare, il loro uso in zone civili è “intrinsecamente indiscriminato in violazione delle leggi di guerra.”

Entrambi i rapporti includono testimonianze di sopravvissuti agli o testimoni degli attacchi. Un missile sparato contro la casa della famiglia al-Madhun nel quartiere di al-‘Atatrah della città occidentale di Gaza Beit Lahiya ha ucciso quattro persone: ‘Abd a-Rahim al-Madhun, 60 anni, suo figlio ‘Abdallah al-Madhun, 21 anni, membro del braccio militare della Jihad islamica; sua nuora, Amani al-Madhun, 36 anni, madre di quattro figli che era incinta di nove mesi, e il loro vicino, Fadi Badran, di 33 anni. L’attacco ha anche ferito sei bambini.

Muhammad al-Madhun, figlio di ‘Abd a-Rahim, che era in casa al momento del bombardamento, ha detto a B’Tselem: “Sono arrivato a casa alle 14,30. Mia moglie e i bambini erano andati a dormire, perché pensavamo che non avremmo potuto chiudere occhio di notte, data l’escalation e i bombardamenti. Sono andato a dormire accanto a loro.”

“Mi sono alzato alle 17 e mi sono seduto in soggiorno a prendere un caffè con mio cugino e un vicino. Sono andato in cucina per fare il caffè per il mio vicino e quando sono tornato improvvisamente ho sentito una pesante esplosione in casa. Era fortissima, ma in un primo momento ho pensato che provenisse da qualcosa che era successo fuori. Mi ci è voluto un momento prima di capire che era avvenuta in casa. L’ho compreso quando ho visto schegge di vetro, di metallo, pietre, sabbia, polvere e fumo intorno a me. Sono rimasto lì scioccato e non mi potevo muovere. Sono semplicemente rimasto lì ed ho sentito i detriti e le macerie che cadevano giù attorno a me.

Ho chiamato i vicini e ho chiesto loro di tirare fuori da sotto i detriti i feriti – mia moglie e due dei miei bambini. Il mio vicino Muhammad al-Far è uscito dalle macerie e si è messo a camminare verso la strada portando mia figlia Fatimah di due anni e mezzo. L’ho sentita gridare e lamentarsi per il dolore.

Sono stato portato in ambulanza all’ospedale Indonesiano. Sono stato visitato ed hanno constatato che stavo bene. Sono andato ad identificare i corpi. Ho identificato quello di mia moglie Amani ed ho anche visto il corpo del feto. Poi ho identificato i corpi di Fadi Badran e di mio fratello Abdallah.”

Il padre di Mohammad è morto alla fine della giornata all’ospedale al-Shifa per le ferite riportate.

In un altro attacco due missili hanno colpito il tetto di un edificio di cinque piani, sempre a Beit Lahiya. L’esplosione ha ucciso sei persone di due famiglie, compreso un bambino di 3 mesi.

In quell’attacco Mohammad Abu al-Jidyan, 26 anni, ha perso entrambi i genitori. Stava tornando a casa quando suo padre l’ha chiamato per dirgli di affrettarsi a causa degli attacchi lanciati contro Gaza. “Circa 5 minuti dopo che mio padre aveva chiamato, sono arrivato al portone e sono entrato nell’edificio. In quello stesso momento l’appartamento in cui vivo con i miei genitori è stato bombardato,” ha detto al-Jidyan a B’Tselem.

“Sono corso su per le scale per vedere cosa fosse successo. Ho visto tutti i vicini correre giù e ho temuto che la mia famiglia fosse stata uccisa. Nessuno mi ha sentito. C’è un appartamento vuoto al quarto piano. Quando sono arrivato lì ho visto che il quinto piano, dove vivevamo i miei genitori, mio fratello ‘Abd a-Rahman ed io, era crollato e caduto sul quarto. Date le condizioni in cui era tutto quanto, ero sicuro che i miei genitori e mio fratello fossero caduti come martiri.

Le mie due sorelle ed io abbiamo perso tutta la famiglia – nostro padre, nostra madre e nostro fratello – senza un avvertimento e senza la possibilità di dirci addio. L’attacco è stato così brutale che non abbiamo neppure trovato i loro corpi tutti interi. Quando abbiamo sepolto i miei genitori, il corpo del mio fratellino era disteso nella stessa tomba con mia madre. Era nato dopo dieci anni di tentativi di rimanere incinta…Mi sento solo al mondo, senza i miei genitori e senza la nostra casa, che è rimasta completamente distrutta. Spero di riuscire a trovare la forza per superare quello che ci è successo.”

L’alleggerimento del blocco contro Gaza che Israele aveva accettato di mettere in atto nell’ultima serie di negoziati deve ancora essere realizzato pienamente e, dato che è previsto che le proteste presso la barriera di confine ricomincino venerdì, probabilmente è solo questione di tempo prima che ci sia un’altra ‘escalation’ nelle ostilità. Di conseguenza sarebbe saggio per Israele riconoscere il pesante prezzo che i palestinesi della Striscia di Gaza pagano persino durante periodi di ‘calma’ mentre resistono a condizioni di vita insopportabili a causa del blocco.

Una versione in ebraico di questo articolo è già stata pubblicata su Local Call.

(traduzione di Amedeo Rossi)