A Qusra si infrangono le menzogne di Israele riguardo alla violenza dei coloni

Oren Ziv

18 agosto 2026 – +972 Magazine

I coloni hanno assediato una famiglia palestinese per 10 giorni nel tentativo di occupare la loro casa. La mancanza di volontà dell’esercito di fermarli racconta come stanno le cose

Negli ultimi 10 giorni Qusai Abu Ridi ha visto dal suo balcone come i coloni israeliani e i soldati che li accompagnano assediano la sua casa.

I coloni sono arrivati a Qusra, situata a circa 30 chilometri a sudest di Nablus nella Cisgiordania occupata, il 9 agosto, montando una tenda direttamente fuori dalla casa di Abu Ridi. Nei giorni seguenti hanno tagliato le tubature dell’acqua e la linea elettrica e hanno bloccato le strade circostanti, intrappolando Abu Ridi e suo figlio diciottenne all’interno con scorte in diminuzione. Hanno assediato anche altre due case del villaggio, tutte situate nell’Area B [in base agli accordi Oslo sotto amministrazione civile dell’ANP e militare di Israele, ndt.] della Cisgiordania, dove i coloni stanno rapidamente espandendo il suo controllo territoriale nonostante apparentemente l’Autorità Palestinese mantenga la giurisdizione civile.

Questo metodo di pulizia etnica, per cui i coloni creano un avamposto direttamente fuori dalle case palestinesi per cercare di espellere le famiglie e occupare le loro proprietà, ha avuto successo innumerevoli volte in tutta la Cisgiordania, anche a Qusra e nei villaggi vicini. Quello che è inusuale in questo caso è che ha attirato notevole attenzione, anche dai mezzi di comunicazione israeliani che raramente si occupano dell’occupazione dalla prospettiva dei palestinesi, prima che il processo fosse completato.

Anche i video di Abu Ridi hanno portato a una significativa diffusione internazionale creando un livello di pressione sul governo e sull’esercito israeliani raro negli ultimi anni. Il fratello di Abu Ridi, Loui, che è proprietario della casa, è cittadino americano e l’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee ha condannato i coloni che assediano Qusra come “terroristi israeliani.”

Parte della ragione dell’attenzione, soprattutto all’interno di Israele, è l’evidenza di quello che si sta consumando. Non ci sono accuse dell’esercito riguardo a un sospetto palestinese armato, né la solita descrizione di “frizioni” reciproche. Anche le imminenti elezioni israeliane e le crescenti critiche internazionali sulla violenza dei coloni possono aiutare a spiegare l’attenzione.

Ma l’episodio è diventato particolarmente rivelatore a causa della differenza tra quello che l’esercito israeliano dice di cercare di fare e quello che effettivamente sta succedendo sul terreno.

L’esercito afferma di voler cacciare i coloni e ha riversato soldati nella zona, che ha anche dichiarato zona militare chiusa. Il capo del comando centrale Avi Bluth, responsabile per la Cisgiordania, ha visitato personalmente il luogo per due volte.

Eppure, mentre faceva irruzione nelle case degli abitanti palestinesi trasformandone alcune in postazioni militari, l’esercito ha fatto ben poco contro i coloni. Alcuni soldati sono stati filmati mentre pregavano, bevevano il caffè con i coloni e gli stringevano la mano quando stavano di pattuglia nella zona con i fuoristrada, evidenziando la totale impunità con cui [i coloni] stanno operando. Nel momento in cui scriviamo la tenda è stata smantellata e la famiglia è riuscita a riottenere l’accesso all’acqua e all’elettricità, ma i coloni circolano liberamente nella zona fuori dalla casa di Abu Ridi sotto il controllo dell’esercito.

Il gruppo è composto da varie decine di giovani coloni sostenuti da un numero più piccolo di coloni più vecchi armati e soldati della Difesa Regionale [in prevalenza coloni armati, ndt.]. Non è certo una forza che l’esercito israeliano non sia in grado di controllare.

Con tutta l’attenzione internazionale su quello che si sta consumando a Qusra ci si aspetterebbe che l’esercito spostasse almeno temporaneamente i coloni, se non altro per dimostrare un simulacro di applicazione della legge e di “autorità”. Invece questo episodio sta evidenziando le politiche formali e informali da lungo tempo in vigore in tutta la Cisgiordania.

Ai coloni è concessa un’estrema libertà di entrare nelle terre e comunità palestinesi, sia durante “escursioni”, mentre pascolano le pecore o per stabilire avamposti e compiere aggressioni. Questo sistema sembra così profondamente radicato sia nell’esercito che nella polizia che persino gli ordini impartiti da comandanti di alto grado non sono necessariamente eseguiti sul terreno.

L’esercito potrebbe allontanarli in 10 minuti”

Questa situazione è stata chiaramente visibile durante il fine settimana. Venerdì mattina +972 Magazine ha documentato che giovani coloni stavano accanto a una tenda eretta da poco nei pressi di una delle case palestinesi mentre i soldati parlavano tranquillamente con loro. Solo quando forze della polizia di frontiera sono arrivate i coloni sono scappati in un vicino uliveto, anche se nessuno ha cercato di arrestarli.

Quel giorno circa 100 attivisti di sinistra, per lo più israeliani, accompagnati da troupe televisive di tutto il mondo hanno cercato per la prima volta di avvicinarsi alla casa. Avevano portato cibo, bottiglie di acqua e medicine per circa un chilometro a piedi lasciando i rifornimenti nei pressi del cancello. Ma i soldati e poliziotti di frontiera hanno impedito loro di avvicinarsi alla casa e il gruppo si è ritirato dopo che la polizia ha minacciato di disperderli con la forza Solo il membro della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] Ofer Cassif è riuscito ad attraversare il blocco servendosi della sua immunità parlamentare).

Da allora i coloni hanno continuato ad aggirarsi nella zona, hanno eretto una tenda camminando avanti e indietro fuori dal muro di una delle case e terrorizzando una squadra di operai municipali arrivata per aggiustare la conduttura idrica che [i coloni] avevano danneggiato. “I coloni hanno attaccato i lavoratori proprio sotto gli occhi dell’esercito,” ha detto Abu Ridi a +972. “Nel contempo agli attivisti arrivati (venerdì) non è stato consentito di avvicinarsi.”

Domenica, parlando al telefono con +972 dalla sua casa, Abu Ridi ha affermato che un nuovo contingente di soldati dell’unità di comando di Egoz è arrivato per sostituire quelli della Golani, suggerendo che la dirigenza dell’esercito fosse scontenta del modo di operare di questi ultimi: “Spero che aiuteranno a mettere fine a questo spettacolo,” ha detto. “Ma finora niente è cambiato. Siamo ancora sotto assedio.

Se lo volessero potrebbero mandarli via in 10 minuti,” ha continuato Abu Ridi. Invece egli è convinto che le autorità stiano tentando di aspettare la fine della crescente attenzione: “Sperano che la gente si stanchi, che il mondo dimentichi e che i media smettano di informare su questo. Allora saranno in grado di occupare le case e gli avamposti torneranno. Questo è ciò che temo.”

Lunedì suo fratello Loui è arrivato in volo dagli Stati Uniti ed è andato direttamente a Qusra. Appena arrivato alla sua casa assediata ha srotolato sul tetto una grande bandiera americana, una chiara indicazione della protezione che ritiene questo simbolo gli garantisca agli occhi dell’esercito e del governo israeliani, anche se non dei coloni.

Ero terrorizzato per mio fratello e suo figlio, temevo per la loro incolumità. Ora sto avendo paura per la mia stessa sicurezza,” ha detto Loui a +972 appena atterrato all’aeroporto Ben Gurion. Ha lasciato la sua casa a gennaio e suo fratello ha iniziato a viverci a marzo per timore che i coloni cercassero di impossessarsene anche prima che iniziasse l’attuale assedio. Ha aggiunto di essere stato in contatto con l’ambasciata USA e con un membro del Congresso, ma di dover ancora vedere una qualunque azione concreta per proteggere la sua famiglia e la sua proprietà.

Non siamo gli unici ad avere a che fare con questo, ci sono centinaia di palestinesi in Cisgiordania che affrontano la stessa situazione, è uno schema,” ha aggiunto martedì. “I miei vicini di Jalud (il villaggio adiacente) sono già stati obbligati ad andarsene e i coloni hanno occupato le loro case. Se riescono a farlo qui probabilmente scenderanno fino alla strada e prenderanno la casa del mio vicino, avvicinandosi sempre più al (centro del) villaggio.

Potrebbe succedere a chiunque,” ha continuato. “Ognuno dovrebbe poter vivere in pace. I bambini dovrebbero poter vivere una vita normale, non con la paura che qualcuno li aggredisca di notte.”

Ruqaya Hassan, 28 anni, viveva in una delle altre case sotto assedio a Qusra, vicino alla proprietà di Abu Ridi. I coloni hanno circondato il suo edificio per giorni e persino “sparato contro (la casa) e ci hanno attaccati (con delle pietre) mentre eravamo rinchiusi,” ha detto a +972

Vari giorni fa una delle figlie di Hassan ha avuto bisogno di cure mediche urgenti. Con i coloni che circondavano la casa della famiglia da ogni lato era impossibile andarsene con la propria auto. Solo quando è arrivata un’ambulanza Hassan e le sue due figlie sono riuscite ad uscire. “Eravamo intrappolate dentro,” ha raccontato. “Era pericoloso persino per l’ambulanza arrivare là.”

Suo marito è rimasto a casa, temendo che i coloni la occupassero se se ne fosse andato. Ma in seguito l’esercito ha ordinato al marito di Hassan di lasciarla e ne ha preso il controllo. Ora sta da Abu Ridi.

Dopo che la figlia ha ricevuto le cure Hassan ha cercato di tornare a casa, solo per scoprirla “piena di soldati che l’hanno trasformata in una postazione militare.” In seguito a ciò Hassan e le figlie soggiornano in un’altra casa del villaggio. “I soldati sono venuti per liberare la zona dai coloni, ma stanno a guardare e non fanno niente,” ha aggiunto.

Una strategia sistematica

La maggior parte delle informazioni giornalistiche su Qusra, sia in Israele che all’estero, ha trattato l’assedio come un incidente isolato. Ma esso fa parte di una trasformazione più generale in corso in questa parte della Cisgiordania: una rete di avamposti dei coloni che prendono il controllo di decine di migliaia di dunam [unità di misura della terra in Palestina: 10 dunam= 1 ettaro, ndt.] di terreni agricoli palestinesi e espropriano case ai margini di villaggi, tra cui Jalud, Oaryut, Jurish e Qabalan, spesso con risultati letali.

Solo a marzo a Qaryut sono stati uccisi da un colono che prestava servizio militare i fratelli Muhammad e Fahim Muammar e a Qusra Amir Odeh è stato ucciso da un colono armato sulla strada che porta alle case ora sotto assedio.

Come ha mostrato in una mappa che ha pubblicato sulle reti sociali Dror Etkes, dell’associazione di monitoraggio delle colonie Kerem Navot, Jabal Ein Eina, dove a gennaio è stato creato il principale avamposto della zona, Tel Talpiot, si trova in un punto strategico tra sei villaggi palestinesi dell’Area B. Da lì i coloni possono controllare una vasta area delle terre dei villaggi, confinando le comunità palestinesi nelle loro zone edificate e creando nel contempo contiguità territoriale con altre colonie e avamposti dell’area.

Dalla fondazione di Tel Talpiot i coloni che operano dall’avamposto hanno ripetutamente preso di mira gli abitanti ora sotto assedio a Qusra, cacciando le famiglie dalle proprie abitazioni e danneggiando case e altre proprietà.

La casa di Mahmoud Tubasi è stata teatro di un incidente simile lo scorso mese nella vicina Jalud. Ad aprile i coloni di Tel Talpiot hanno creato un avamposto nei pressi della sua casa, che in seguito hanno tentato di incendiare. A luglio hanno occupato un’altra casa tra la sua proprietà e il villaggio e messo sotto assedio Tubasi e la sua famiglia per più di due settimane.

Mi hanno circondato in modo che non potessi andare a prendere cibo e acqua,” ha detto a +972 venerdì a Qusra, dove è andato a sostenere le famiglie intrappolate nelle proprie case. “Tagliano le tubature e i cavi della luce.”

Ha detto che il 22 luglio coloni armati sono arrivati alla sua casa e hanno consegnato alla famiglia un ultimatum: “Avete un’ora per andarvene sani e salvi o morirete nella casa.” Tubasi, sua moglie e i loro due figli hanno deciso di non avere scelta se non andarsene. Ora i coloni hanno occupato la casa.

Per lui la somiglianza con quello che ora sta avvenendo a Qusra è inconfutabile. “Hanno fatto la stessa cosa con me: assedio, distruzione di rete elettrica e idrica ed espulsione,” ha spiegato. “Il problema è che l’esercito li protegge. Prendono la terra e le case, occupano tutto e ci espellono.”

Tuttavia questa volta l’attenzione che circonda Qusra gli ha dato un certo ottimismo: “Spero che non ci riescano.”

Non ci viene concesso di difenderci”

Il pericolo nel cercare di raggiungere la zona assediata a Qusra era già evidente mesi fa. Alla fine di febbraio i coloni sono scesi da Tel Talpiot su un fuoristrada e hanno aggredito brutalmente tre attivisti dell’associazione israeliana Looking the Occupation in the Eye [Guardare l’occupazione negli occhi], che stavano riaccompagnando alcuni abitanti alle proprie case.

Una delle persone ferite, Yael Levkovitz, è tornata venerdì a Qusra per unirsi alla marcia verso le case assediate. “Per tre giorni sono stata seduta a leggere i messaggi e mi sono detta che dovevo essere qui,” ha detto a +972.

E’ la prima volta che torno a Qusra dopo l’aggressione,” ha aggiunto. “Sono venuta qui con una spinta molto forte. Ma questa volta c’è un sacco di gente e di soldati, cosa che non è successa allora.”

Anche Ibrahim Luzi, un altro abitante della zona, era presente alla marcia di venerdì, tornato per controllare la casa che era stato obbligato a lasciare a marzo in seguito a mesi di intensi attacchi dei coloni. Ha detto a +972 che senza la presenza di attivisti non sarebbe stato in grado neppure di arrivarci.

I coloni hanno vandalizzato la proprietà, distruggendo una parte del muro, spaccando le finestre e devastandone l’interno. “Ho costruito la casa in 20 anni e ci ho vissuto per un anno,” ha spiegato Luzi. Ma la violenza dei coloni ha reso sempre più difficile alla sua famiglia rimanere.

Una notte, mentre stavo dormendo, sono entrati dalla finestra e hanno spruzzato contro di me e la mia famiglia del gas,” ha raccontato. “Non c’era nessuno a proteggerci.” 

Il figlio di Luzi ha passato quattro mesi in prigione dopo essere stato arrestato per aver cercato di proteggere la casa dai coloni. “(I coloni) hanno libertà d’azione e l’esercito sta con loro, mentre noi non possiamo difenderci,” ha lamentato.

Secondo Luzi un ufficiale dell’esercito ha chiarito quali sono le sue priorità. “L’ufficiale mi ha detto di essere qui solo per proteggere (i coloni). Gli ho detto che stavano entrando in casa e lui ha risposto di non potermi aiutare.”

Durante il fine settimana di fronte allo scenario degli eventi a Qusra il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato di aver dato istruzioni all’esercito di stendere un piano per trasferire la responsabilità per l’applicazione delle leggi civili in Cisgiordania alla polizia israeliana. E’ un’iniziativa che, come ha ammesso con gioia il ministro della Sicurezza Nazionali Itamar Ben Gvir, è un “passo significativo verso (l’applicazione della) sovranità israeliana,” e l’annessione della Cisgiordania.

L’esercito interviene già ora raramente in modo concreto contro i pogrom e le aggressioni dei coloni: normalmente i soldati arrivano solo dopo che gli attacchi sono iniziati e consente agli aggressori di andarsene liberamente. In ogni caso è improbabile che affidare maggiori poteri di intervento alla polizia protegga maggiormente i palestinesi: la stessa polizia israeliana in Cisgiordania ha apertamente evitato di agire contro i responsabili.

Nonostante la recente attenzione internazionale su Qusra Luzi non vede una ragione per credere che la situazione cambi in modo significativo. “Finora niente è cambiato,” ha affermato. “Non c’è speranza con il governo di Smotrich.”

+972 e Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.] hanno contattato l’esercito israeliano per un commento. La risposta verrà aggiunta se e quando arriverà.

Una versione di questo articolo è stata in precedenza pubblicata in ebraico su Local Call.

Oren Ziv è fotogiornalista e reporter di Local Call e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cerco di non fare confronti fra periodi storici. E poi Israele marchia i palestinesi con un numero

Hanin Majadli

19 agosto 2026 • Haaretz

Forse siamo fermi nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi

Questa settimana le Forze di Difesa Israeliane hanno operato a Qabatiyah, vicino a Jenin. Durante l’operazione alcuni detenuti palestinesi sono stati contrassegnati con dei numeri scritti sulla fronte e sul corpo.

Questo richiama alla mente certi periodi storici. Poco dopo è arrivata anche la replica. Secondo quanto riportato, i comandanti hanno chiarito alle Forze la gravità dell’atto e si è imparata la lezione.

Si è imparata la lezione. È difficile pensare a una frase israeliana più tipica. Per decenni qui si sono imparate delle lezioni. Quando i palestinesi vengono uccisi si impara la lezione. Quando i detenuti vengono maltrattati si impara la lezione. Dopo ogni atto che avrebbe dovuto essere un’eccezione si impara la lezione. Eppure chissà come le lezioni non vengono mai apprese in tempo per prevenire il prossimo incidente. Un brevetto israeliano.

Certo, non è la prima volta che qualcosa viene impresso sulla pelle dei palestinesi. In questo contesto si sono già imparate delle lezioni, poi dimenticate. C’è stato il palestinese sul cui volto era stata impressa “involontariamente” una stella di David con la “suola dello stivale di un poliziotto”. Case palestinesi in Cisgiordania su cui sono state dipinte con la vernice spray delle stelle di David come se fossero svastiche. E guardate con quanta facilità arriviamo alle richieste pubbliche di non permettere ai medici arabi di curare gli ebrei.

Per non parlare della ben nota paura dei palestinesi a mostrare apertamente la propria identità nei momenti in cui le strade ebraiche si fanno più violente, più nazionaliste, più vendicative. Ricordo delle parenti che nei momenti di tensione si toglievano l’hijab durante i tragitti notturni in auto. E anche se non voglio violare il divieto di “fare paragoni” con altri periodi, arriva Israele e imprime dei numeri sulla pelle dei palestinesi. E allora cosa volete che pensiamo?

Ancor prima che le Forze di Difesa Israeliane annunciassero che avrebbero imparato la lezione mi chiedevo se fosse stato un soldato ad agire di propria iniziativa, se l’ordine fosse stato impartito da un comandante, o se si trattasse di un clima generale che lasciava intendere fosse lecito numerare i detenuti palestinesi sulla fronte. Sono consapevoli delle associazioni che questo evoca? Vogliono che vediamo le immagini e le confrontiamo? O forse sono talmente immersi nel loro senso di potere che nessuno si ferma a pensare a come appare la cosa? E cosa è peggio: fare una cosa del genere consapevolmente, o farla senza minimamente comprenderne il significato?

A volte penso che diamo troppa importanza al dibattito sull’opportunità di fare paragoni. Forse non c’è bisogno di fare paragoni. “Loro”, di cui non pronunceremo i nomi, non si sono mostrati mentre facevano saltare in aria le case e scherzavano sulla distruzione su TikTok, che all’epoca non esisteva. Non hanno trasformato le uccisioni di massa in uno spettacolo di intrattenimento in prima serata. Forse siamo fermi nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi.

Forse Israele non trae ispirazione da nessuno. Forse è già nella fase in cui fornisce ispirazione. Ecco i reel degli spettacoli del genocidio. Per un vasto pubblico che non solo non si scandalizza né si imbarazza o vergogna, ma esulta. Media che trasformano la fame in barzellette raccontate su un panel. Politici che competono tra loro sulle ipotesi di vendetta. Soldati che documentano il tutto con orgoglio. Un’intera nazione che sta progressivamente perdendo la capacità di tracciare dei fondamentali confini morali non per paura o obbedienza, ma in un’atmosfera di hafla, di celebrazione festosa.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Le uccisioni di Tell: il diritto all’autodifesa si applica solo agli ebrei?

Ahmad Tibi

26 luglio 2026 – Middle East Eye

Coloni armati hanno attaccato un villaggio della Cisgiordania, eppure la società israeliana ha accusato dell’atto violento i palestinesi. Quando l’autodifesa dipende dalla nazionalità l’uguaglianza di fronte alla legge smette di esistere.

C’è qualcosa di sorprendentemente prevedibile nel modo in cui la società israeliana si racconta delle storie. Avviene un incidente e nel giro di qualche minuto i ruoli vengono assegnati: ci sono una vittima e un aggressore, il giusto e il colpevole. Solo più tardi, semmai, vengono esaminati con attenzione i fatti. Nel frattempo l’opinione pubblica ha già emesso il suo verdetto.

È quello che è successo venerdì a Tell, un villaggio palestinese a sud di Nablus nella Cisgiordania occupata, dove coloni e soldati israeliani hanno ucciso quattro palestinesi dopo che la mattina presto decine di coloni armati avevano fatto irruzione in case e terreni agricoli alla periferia del villaggio.

Anche due israeliani, una guardia di sicurezza di una colonia e un ufficiale dell’esercito, sono stati colpiti a morte.

All’inizio le prime pagine dei media israeliani hanno parlato di un “escursionista israeliano” ucciso in uno scontro a fuoco; in poche ore sono seguite le parole “attacco terroristico” e “terroristi”. Di fatto tutto il villaggio è stato accusato prima che avesse inizio una qualunque indagine seria.

Ma la vicenda non è iniziata con la morte dei due israeliani.

Secondo testimoni e riprese video condivise in rete i coloni armati sono entrati nel villaggio arrivando da Havat Gilad, un avamposto coloniale israeliano illegale con una lunga storia di scontri e attacchi contro le vicine comunità palestinesi. Un video che è ampiamente circolato sembra mostrare un colono che estrae un’arma da fuoco e minaccia di sparare.

Ne sarebbe seguita una colluttazione terminata con un colpo letale di arma da fuoco. Le autorità israeliane hanno presentato una versione diversa degli eventi. Le discrepanze tra i racconti sottolineano la necessità di un’indagine accurata e indipendente invece di accogliere immediatamente una sola narrazione. Eppure non è stata quasi per nulla posta una domanda ovvia: in primo luogo, cosa stavano facendo coloni armati all’interno di un villaggio palestinese?

Questa domanda mette in discussione uno dei presupposti più radicati nel discorso pubblico israeliano: i coloni ebrei godono di un diritto pressoché illimitato a spostarsi attraverso le comunità palestinesi mentre si pretende che i palestinesi giustifichino persino il loro diritto basilare di vivere in sicurezza nei loro villaggi.

Gli abitanti di Tell non si sono svegliati cercando lo scontro. Si sono svegliati in una situazione ormai consolidata nella Cisgiordania occupata, documentata ripetutamente dalle organizzazioni israeliane per i diritti umani e da osservatori internazionali: gruppi di coloni armati che invadono terreni coltivati, zone di pascolo e, a volte, villaggi palestinesi.

Eppure ogni volta che questa violenza finisce in tragedia il contesto generale scompare e ogni cosa è ridotta a una sola parola: terrorismo.

Ma il terrorismo non è una categoria etnica.

Se civili armati terrorizzano un’altra popolazione civile con pesanti intimidazioni, cercando di cacciare le famiglie dalla propria terra, questo come dovrebbe essere chiamato? La definizione cambia semplicemente perché i responsabili sono ebrei?

Due sistemi

La Cisgiordania occupata è governata da due sistemi di diritti e la divisione è più profonda della legge. Separa due criteri riguardo al valore degli esseri umani.

I coloni ebrei godono di una maggiore libertà di movimento, una maggiore protezione dall’applicazione delle leggi e, troppo spesso, in pratica dell’impunità. Nel contempo i palestinesi spesso vengono trattati come sospetti persino prima che si sia stabilito quali siano stati i fatti.

Il suprematismo ebraico è spesso liquidato come uno slogan. In pratica è un sistema di dominio in cui l’identità nazionale determina la protezione che si riceve, i diritti di cui si gode e le supposizioni della società riguardo alla colpevolezza e all’innocenza.

La violenza dei coloni è diventata un metodo per operare la pulizia etnica. La campagna quotidiana di intimidazioni è ben documentata: intrusioni in terreni privati, invasioni di zone di pascolo, blocchi delle strade, sradicamento di ulivi, incendi di case e campi e aggressioni di agricoltori e pastori.

L’obiettivo è rendere impossibile la vita quotidiana finché i palestinesi abbandonano le proprie case e terre. Quando la gente se ne va perché giunge alla conclusione che nessuna autorità la proteggerà si tratta di espulsione forzata.

Nel linguaggio ufficiale tutto questo è ripulito con una parola innocua: “frizione”. È lo stesso eufemismo utilizzato dall’esercito israeliano riguardo alla violenza che circonda gli avamposti dei coloni e anche gli osservatori dell’ONU elencano come le “crescenti frizioni” tra le forme di pressione per cacciare i palestinesi dalle loro terre.

Le conseguenze sono già visibili. Secondo i dati dell’ONU dall’inizio del 2023 nella Cisgiordania occupata 117 comunità di pastori palestinesi e beduini sono state totalmente o parzialmente espulse da attacchi dei coloni e relative restrizioni e circa 6.000 persone sono state obbligate a lasciare le proprie case.

Chiamiamola per quello che è: la sistematica espulsione di una popolazione civile dalla propria terra.

Questi incidenti non possono più essere sminuiti come le azioni di “qualche estremista”. Quando lo stesso modello si ripete in tutta la Cisgiordania mentre importanti dirigenti politici invocano apertamente l’espansione delle colonie, la fondazione di nuovi avamposti e la riduzione della presenza palestinese sulla terra, non è più credibile spiegare tutto ciò come una coincidenza.

Il test di Dromi

Immaginiamo per un momento lo scenario contrario: 20 palestinesi armati entrano a Havat Gilad. Non sparano neanche un colpo, camminano semplicemente nella comunità e si scontrano con i suoi abitanti. Quanto ci vorrebbe prima che ogni studio televisivo dichiarasse che si tratta di un attacco terroristico? Quanti politici chiederebbero una rappresaglia militare? Quanti commentatori metterebbero in discussione il diritto dei coloni a difendersi?

Tutti sappiamo la risposta.

Il che ci porta ad un’altra domanda. Per anni i politici israeliani hanno difeso orgogliosamente quella che è nota come la Legge Dromi, una norma che estende la protezione legale concessa ad individui che difendono le proprie case, fattorie e proprietà contro gli intrusi.

Ma questo principio è universale o si applica solo agli ebrei? Quando coloni armati entrano in un villaggio palestinese gli abitanti palestinesi hanno lo stesso diritto legale e morale di difendersi? O il principio che sta dietro la Legge Dromi si applica solo quando l’intruso è arabo e il proprietario è ebreo?

Questa è una domanda etica quanto giuridica. Se il diritto all’autodifesa dipende dall’identità nazionale l’uguaglianza di fronte alla legge cessa di esistere.

C’è una legge per gli ebrei e un’altra per i palestinesi. Molti nel mondo danno un nome a questo sistema: apartheid sotto occupazione.

Nessuna democrazia può resistere se la legge smette di essere cieca rispetto all’identità e distingue invece tra le persone in base alla nazionalità.

Lo stesso valore

Il rifiuto della violenza poggia su una semplice premessa: ogni vita umana ha lo stesso valore. Venerdì due israeliani hanno perso la vita; anche quattro palestinesi hanno perso la loro. Ognuna di queste morti avrebbe dovuto essere evitata. Una società morale non decide quali vittime meritano empatia e quali spariscono dalla consapevolezza pubblica.

Anche qui quelli che sostengono di rappresentare il campo democratico in Israele hanno fallito. Mi aspettavo che Yair Golan, il leader del Partito dei Democratici, all’opposizione, e i suoi colleghi chiedessero un’inchiesta complessiva e riconoscessero che la violenza dei coloni fa parte del quadro. Invece hanno rapidamente adottato la narrazione che proviene da Havat Gilad.

Quando persino i partiti politici israeliani di centro e della sinistra adottano il quadro concettuale dell’estrema destra il disaccordo politico diventa una questione di gradazione e non di principio. Nel contempo il governo più estremista nella storia di Israele continua a legittimare un discorso di incitamento all’odio, suprematismo e disumanizzazione.

A poche ore dalle uccisioni di venerdì il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha detto che Tell e due villaggi vicini “devono diventare come i campi profughi di Nablus e Tulkarem,” in riferimento a quelli distrutti dalle forze israeliane lo scorso anno.

Quando ministri e parlamentari parlano di cancellare villaggi, espellere popolazione o imporre punizioni collettive le loro parole danno forma alla realtà. Legittimano la violenza ed erodono lo stato di diritto.

Spesso Israele si descrive come “l’unica democrazia” del Medio Oriente. Ma la vera misura di una democrazia è se ogni vita umana ha lo stesso valore, comprese le vite palestinesi.

Il filosofo ebreo Abraham Joshua Heschel ha scritto che in una società libera “alcuni sono colpevoli, ma tutti sono responsabili.”

Oggi in Israele i diritti sono ineguali. La protezione giuridica è ineguale. A volte persino il riconoscimento fondamentale dell’umanità condivisa sembra ineguale.

Il villaggio di Tell è diventato un test per verificare se la società israeliana vuole affrontare la realtà così com’è invece che come la vuole vedere.

Se Israele continua a descrivere la violenza dei coloni come “frizione”, il suprematismo ebraico come un diritto naturale e l’autodifesa palestinese come terrorismo potrebbe scoprire un giorno che l’occupazione non ha rovinato solo l’occupato, ma anche l’occupante.

La storia non ricorderà chi ha vinto il diverbio su Tell, ma se Israele sceglie l’uguaglianza davanti alla legge o una legge che protegge solo alcuni.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Il dottor Ahmad Tibi è il presidente del partito Ta’al [partito della sinistra arabo-israeliana, ndt.] e membro della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele minaccia di impadronirsi dell’antico bacino idrico vicino a Betlemme

Julian Borger e Quique Kierszenbaum 

Artas, Cisgiordania

domenica 19 luglio 2026 The Guardian

Le Piscine di Salomone risalgono al II secolo a.C. e sono diventate un luogo di svago per la vicina Betlemme

La minaccia di Israele di impadronirsi degli antichi bacini idrici vicino a Betlemme rappresenterebbe una significativa escalation nell’intensificarsi della campagna per il controllo della terra in Cisgiordania e della narrazione storica del Medio Oriente.

Da quando a maggio il ministro Finanze di Israele, l’estremista Bezalel Smotrich, ha minacciato esplicitamente di “cancellare” l’accordo che, oltre 30 anni fa, ha confermato la proprietà palestinese delle Piscine di Salomone, coloni e esercito israeliano hanno incrementato la loro presenza intorno allo spettacolare sito.

Le piscine risalgono al II secolo a.C. anche se la costruzione principale fu attuata dai romani un secolo dopo, parte di un imponente progetto ingegneristico composto da due bacini, acquedotti e canali per rifornire d’acqua Gerusalemme che dista 13 km.

Un terzo bacino monumentale fu aggiunto sotto il dominio ottomano quando fu costruito anche un forte per proteggere la fornitura d’acqua. Durante il periodo mandatario dal 1923 al 1948 le autorità britanniche modernizzarono il sistema usando condutture metalliche e pompe.

Ora la stazione di pompaggio in pietra chiara sulle colline boscose della zona dell’era mandataria è abbandonata e le piscine, in alcuni punti profonde oltre 10 metri, non convogliano più l’acqua a Gerusalemme, ma sono diventate la fonte principale di intrattenimento nell’area.

Un pomeriggio, di recente, dei bambini dei vicini villaggi di Artas e al-Khader hanno cominciato a buttarsi dai muri di pietra nell’acqua verde della piscina di mezzo, mentre dall’altro lato un gruppetto di pescatori pescava tra le canne dei bastioni.

Di venerdì e durante le vacanze le famiglie vengono da Betlemme, quasi quattro chilometri a nord-est, per passare la serata, nuotare e fare un picnic. Poiché la città è accerchiata da tutti i lati da nuove colonie le piscine sono diventate sempre più un rifugio per gli abitanti.

In tutta Betlemme è l’unico posto dove si può trovare un posto per sedersi e godersi l’acqua, l’ombra, gli spazi verdi – e ora stanno cercando di portarcelo via,” dice Mahmoud Jaber, un attivista del posto e orticultore ad Artas, che usa l’acqua delle sorgenti locali per coltivare verdure.

Anche se un distretto della colonia di Efrat incombe sopra le piscine, a maggio esse sono state direttamente minacciate quando Smotrich e Zvi Sukkot, un altro politico estremista israeliano, hanno fatto sgombrare i palestinesi dalla polizia per farsi filmare mentre nuotavano nella piscina di mezzo.

Questa è la nostra terra,” ha dichiarato Smotrich e Sukkot ha ripetuto il suo appello affinché Israele occupi il sito. Da allora le incursioni da parte dei coloni sono diventate più frequenti e il 10 luglio i soldati israeliani hanno compiuto un raid senza precedenti, lanciando gas lacrimogeni mentre i bambini nuotavano nelle piscine.

La campagna di pressione ha scatenato sdegno in Palestina, non solo per l’importanza archeologica delle tre piscine rettangolari che, con una capacità totale di 250.000 metri cubi, costituiscono uno dei sistemi idrici più vasti sopravvissuti dal mondo antico. Rappresenta anche un nuovo assalto frontale contro l’Autorità Palestinese (AP).

In base al secondo Accordo di Oslo del 1995, le Piscine di Salomone sono incluse nell’area di Betlemme classificata come Area A, sotto il controllo civile e militare palestinese. La divisione della Cisgiordania in aree A e B (controllo civile palestinese e controllo militare israeliano), e C (totalmente sotto controllo amministrativo israeliano) era intesa come fase intermedia in vista del ritiro israeliano dal territorio occupato per creare uno Stato palestinese.

Un obiettivo da molto tempo abbandonato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dalla sua coalizione di estrema destra, che hanno anzi accelerato l’ampliamento delle colonie israeliane su tutta la Cisgiordania tentando di strangolare alla nascita una Palestina indipendente.

L’Area A nel corso di questa annosa campagna è stata quasi sempre considerata inviolabile, fino a che un editto del gabinetto di sicurezza a febbraio di quest’anno ha stabilito il controllo israeliano sul sito storico della Tomba di Rachele a Betlemme. L’occupazione delle Piscine di Salomone costituirebbe un altro precedente a suggerire che parti dell’Area A possono essere confiscate a piacimento e con decisioni ad hoc da parte dei ministri.

A maggio, nel corso della sua visita alle piscine, Smotrich ha detto che lasciare tale “magnifico e antico bacino idrico” al controllo palestinese è stato “uno dei terribili errori” degli Accordi di Oslo.

Stiamo lavorando duro per porre rimedio ai tremendi danni causati dal disastro degli Accordi di Oslo,” ha detto.

Si sta usando questo sito come arma per erodere e praticamente cancellare gli Accordi di Oslo,” ha detto Alon Arad, un archeologo israeliano direttore esecutivo di Emek Shaveh, un’organizzazione fondata per proteggere i siti antichi. E ha aggiunto: “Ci sono 6.000 siti antichi in Cisgiordania e solo una minima parte ha un legame con il retaggio ebraico.”

Non è chiaro se e quando la coalizione israeliana cercherà di impadronirsi delle Piscine di Salomone, ma gli archeologi e i palestinesi del posto si preparano ad altre incursioni con l’avvicinarsi della data delle elezioni di ottobre in Israele. Nel frattempo la giustificazione per l’occupazione è stata fornita dai propagandisti estremisti israeliani che sostengono che l’AP ha permesso che le Piscine di Salomone cadessero in rovina. Il sito si sta sgretolando e in alcuni punti, in un angolo della piscina di mezzo, si vedono montagnole di bottiglie d’acqua buttate via e altra immondizia.

Il Waqf dell’AP, l’istituzione religiosa che ha la proprietà del sito, ambiva a svilupparlo quale meta turistica, ma queste aspirazioni sono andate in frantumi quando Smotrich ha trattenuto i proventi di tasse e accise dell’AP prosciugandone i fondi.

L’altra motivazione avanzata per un’occupazione israeliana è che le Piscine di Salomone sono esclusivamente ebraiche. Il tenente colonello riservista Maurice Hirsch, scrivendo all’inizio di questo mese sul sito del Centro di Gerusalemme per la Sicurezza e gli Affari Esteri, ha detto del sito che “il significato e l’importanza storica sono ebraici già solo per suo nome”.

Tuttavia ‘Piscine di Salomone’ è una denominazione storica fuorviante. Il re Salomone, qualora fosse esistito (tema dibattuto), si pensa abbia regnato su Israele e Giudea circa 800 anni prima che si iniziassero i lavori dei bacini.

La prima delle due piscine fu costruita sotto un altro re ebraico, Erode il Grande, un governatore sotto il protettorato di Roma, ma come molti siti antichi in Israele e Palestina, le piscine di Salomone mostrano tracce sovrapposte di ere e imperi successivi.

I palestinesi del posto mantennero il nome per secoli, ma Eman al-Titi, il direttore del dipartimento del turismo e delle antichità di Betlemme, ha detto che si riferisce al sultano ottomano Solimano il Magnifico che nel sedicesimo secolo restaurò le mura di Gerusalemme e la fornitura idrica.

I siti archeologici non dovrebbero mai diventare strumenti di conflitti politici,” ha detto al-Titi. “Questo problema va oltre il controllo della terra stessa. Comporta anche il tentativo di rimodellare la storia e promuove un unico modello della narrazione storica che non riflette le evidenze archeologiche o le molte civiltà che hanno contribuito per migliaia di anni alla ricca eredità culturale palestinese.”

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Un bambino palestinese di 10 anni è stato arrestato, violando persino le prassi dell’IDF

Amira Hass

8 giugno 2026 – Haaretz

Guarda, sta proprio lì vicino alla porta del negozio, piangendo.” L’ufficiale decide di arrestare sia il padre che il figlio.

Cos’hai fatto nell’esercito oggi, mio caro?”

Ho arrestato un bambino di 10 anni, mamma.”

Dove?”

A Hizma, a nordest di Gerusalemme.”

Nella serata di giovedì scorso una coppia e il loro figlio di 10 anni hanno fatto visita al nonno del bambino, che vive da qualche altra parte nel villaggio. Il bambino è sceso a comprare qualcosa nel negozio di alimentari. Erano circa le 23: tardi, è vero, ma tra giovedì e venerdì la gente passa il tempo in famiglia fino a tardi. Dopotutto il giorno dopo è vacanza.

Poi, mentre il bambino era ancora giù, sono arrivati dei vicini ed hanno detto al padre che un ufficiale lo stava cercando. E’ risultato che una forza militare armata su due jeep stava facendo irruzione nel villaggio, come succede quotidianamente.

Tuo figlio mi ha tirato una pietra,” ha sostenuto l’ufficiale. “Come?” ha protestato il padre, 46 anni. “Ha 10 anni. E’ semplicemente andato a comprare qualcosa al negozietto. E guarda, sta proprio lì vicino alla porta del negozio, piangendo.”

L’ufficiale ha deciso di arrestarli entrambi. I soldati hanno messo il bambino nella jeep. Hanno ammanettato il padre con le mani dietro la schiena e lo hanno bendato. Il video di una telecamera vicina lo mostra quando viene messo nella jeep dell’esercito mentre passano le auto.

Dopo che per ore i due non sono tornati, la famiglia terrorizzata ha cercato di trovarli. La polizia israeliana ha detto di non averli presi. Nella mente di ogni membro della famiglia sono balenate ipotesi orribili. Ognuno di loro ha sentito testimonianze in prima persona che descrivono soldati, sia di leva che commando del fronte interno (cioè coloni), che picchiano palestinesi per divertimento.

Venerdì, poco prima delle 7 e dopo una notte insonne, uno dei familiari, che è anche mio amico, mi ha chiamata: “Vogliamo sapere dove sono e stiamo anche cercando un avvocato per far rilasciare il bambino,” ha detto. Ho fatto una rapida ricerca e un ufficiale della sicurezza mi ha detto che i due erano stati arrestati dall’esercito e che l’esercito stava ancora cercando di capire dove fossero.

In quanto giornalista ho ricordato all’ufficiale della sicurezza che il bambino ha 10 anni e che questo arresto era illegale. Come descritto nel 2015 da una pubblicazione dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele “l’età della responsabilità penale nei territori (in Cisgiordania) è 12 anni. Ciò significa che è vietato arrestare o incarcerare bambini con meno di 12 anni.”

Tuttavia l’esercito insiste che gli è consentito arrestare questi bambini per un tempo massimo di 3 ore e fino a 6 con l’approvazione di un tenente colonnello. Questa è stata la risposta dell’unità del portavoce dell’esercito israeliano a una richiesta di informazioni inviata alla fine del 2014 dall’associazione per i diritti civili.

Tuttavia alle 8 del mattino di venerdì le 3 ore di arresto di un bambino sotto i 12 anni consentite dalla stessa prassi dell’esercito erano passate da molto, anche con l’estensione speciale di altre 3 ore. Persino secondo le pratiche permissive dichiarate dall’esercito il tempo massimo per l’arresto era finito, l’istituzione che deteneva ancora il bambino lo stava facendo senza alcuna autorità.

L’esercito li sta cercando,” ho detto al mio amico. Ha risposto: “Se sono stati arrestati dall’esercito devono essere in una delle due basi militari della zona, quella di Anata o quella di Al-Ram.” L’ho detto all’ufficiale della sicurezza, che ha promesso di verificare. Alle 9,57 il mio amico mi ha telefonato dicendo che il padre aveva appena chiamato per far sapere che erano stati rilasciati dalla base di Anata e stavano tornando ad Hizma. E, come se rispondesse a una domanda che avevo paura di fare, il mio amico mi ha informata: non sono stati picchiati.

Non erano stati picchiati ma, secondo la testimonianza del padre ad Haaretz, ecco come sono stati trattati: quando sono arrivati alla base e sono stati fatti scendere dalla jeep, secondo quanto ha capito il padre una soldatessa ha chiesto a qualcuno in ebraico se fosse consentito ammanettare e bendare un bambino di 10 anni. Ha ricevuto una risposta positiva e ciò è quello che hanno fatto i soldati: hanno ammanettato il bambino di 10 anni e gli hanno messo sugli occhi una borsa di plastica.

Entrambi sono stati fatti sedere all’aperto, sull’asfalto. Hanno avuto freddo. Il bambino piangeva e ha chiesto a suo padre: “Quando ci lasceranno andare?” Il tempo passava lentamente. Ovviamente non riuscivano ad addormentarsi. Il padre ha chiesto che gli venisse consentito di andare in bagno. Il bambino non è più riuscito a trattenersi ed ha bagnato i pantaloni. Il padre ha continuato a gridare che aveva bisogno di andare in bagno. Una soldatessa che li sorvegliava ha gridato in arabo “Stai zitto! Stai zitto!” Alla fine è arrivato un soldato e ha portato il padre dietro a un rimorchio nella base, gli ha tolto le manette e l’ha avvertito di non muoversi da lì o gli avrebbe sparato. In seguito il padre è stato di nuovo ammanettato, e le manette sono state messe più strette. Ha detto che gli facevano male, e il soldato ha risposto in arabo di stare zitto.

Il tempo continuava a passare lentamente. Qualcuno è arrivato e ha puntato su di loro una torcia elettrica e poi li ha fotografati. E’ stata data loro dell’acqua. Il tempo continuava a passare mentre rimanevano svegli. Al sorgere del sole le manette facevano sempre più male. Il calore del sole ha iniziato a dare fastidio. Alla fine sono stati rilasciati alle 9,30 senza essere stati interrogati, indagati o citati in giudizio.

L’unità del portavoce dell’IDF mi ha risposto come segue: “Giovedì, durante un’attività operativa nel villaggio di Hizma forze dell’IDF hanno identificato un sospetto e un minore palestinesi che avrebbero tentato di lanciare pietre su una strada. Il sospetto e il minore sono stati in arresto durante alcune ore per essere interrogati e sono stati rilasciati immediatamente dopo l’interrogatorio.”

Un sacco di bugie in una sola breve risposta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Arrestato un medico di Gaza, che ha perso moglie e quattro figli, mentre si recava in Italia

Redazione di Palestine Chronicle

Giovedì 2 giugno 2026 – Palestine Chronicle

Un medico di Gaza che ha perso tutta la sua famiglia è stato arrestato mentre si recava in Italia, e gli attacchi israeliani continuano

Unico superstite della famiglia arrestato

Secondo fonti palestinesi locali, le forze di occupazione israeliane hanno arrestato un medico e studente di medicina di Gaza mentre si recava in Italia per proseguire gli studi.

Martedì Quds News Network ha riferito che il dottor Mahmoud Talal al-Najjar era stato fermato lunedì dopo aver lasciato Gaza attraverso il valico di Kerem Abu Salem e portato in un luogo sconosciuto.

La sua famiglia afferma di non aver ricevuto alcuna informazione sul suo destino o sul luogo di detenzione.

Secondo Attia al-Najjar, fratello del medico, Mahmoud era finalmente riuscito a ottenere i permessi necessari per lasciare Gaza dopo mesi di sforzi ed era atteso all’Università di Tor Vergata a Roma, dove avrebbe dovuto continuare gli studi di medicina e la specializzazione.

L’arresto ha suscitato particolare attenzione perché al-Najjar è l’unico superstite della sua famiglia.

Il 25 ottobre 2024, un attacco israeliano aveva colpito la casa di famiglia a Jabalia, nel nord di Gaza, uccidendo la moglie, Alaa Salem, e i loro quattro figli: Reenat, Yazan, Muhammad e Amr.

L’attacco aveva ucciso anche un fratello e alcuni membri della famiglia del fratello, nonché lo zio e alcuni membri della famiglia dello zio.

Secondo i parenti, al-Najjar aveva pubblicato tre articoli di ricerca accademica e sperava di completare la sua specializzazione all’estero prima di tornare a servire i palestinesi a Gaza.

Le uccisioni israeliane continuano

L’arresto è avvenuto mentre gli attacchi israeliani continuano in tutta la Striscia di Gaza, nonostante l’accordo di cessate il fuoco.

Fonti locali hanno confermato l’uccisione di Ali Yasser al-Adini, colpito a morte dalle forze israeliane vicino a Hamad City, a nord-ovest di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza.

In precedenza, un palestinese era stato ucciso e altri due feriti quando un drone israeliano aveva colpito il posto di blocco di Al-Farouq nel quartiere di Al-Zawaida, nella Striscia di Gaza centrale.

Fonti hanno identificato la vittima come Khamis Juwaifel. I feriti sono stati trasportati in ospedale per le cure.

Le forze di occupazione israeliane hanno inoltre condotto operazioni di demolizione a est di Khan Younis e a est di Gaza City, mentre bombardamenti di artiglieria e sparatorie hanno preso di mira diverse aree nella parte orientale della Striscia.

Le forze israeliane continuano a violare il cessate il fuoco con attacchi di droni, bombardamenti, demolizioni e attacchi contro aree civili.

Rimangono in vigore anche le restrizioni alla circolazione di aiuti umanitari, merci e spostamenti.

Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute palestinese, 935 palestinesi sono stati uccisi e 2.860 feriti dall’entrata in vigore del cessate il fuoco il 10 ottobre. Il ministero ha inoltre segnalato 781 dimissioni nello stesso periodo.

Il ministero ha affermato che il bilancio complessivo della campagna militare israeliana a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, ha raggiunto i 72.797 morti e 172.967 feriti, sottolineando il devastante impatto umano della guerra nonostante gli accordi di cessate il fuoco rimangano formalmente in vigore.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite accusa le forze israeliane di stupro e abuso sessuale su detenuti palestinesi

Liza Rozovsky

29 maggio 2026 – Haaretz

Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha aggiunto le forze di sicurezza israeliane alla lista delle Nazioni Unite di soggetti accusati di violenza sessuale nei conflitti. Il rapporto cita diversi casi di stupro e altre violenze sessuali commesse dalle forze israeliane contro detenuti palestinesi in custodia e durante gli interrogatori.

Secondo una relazione annuale presentata al Consiglio di Sicurezza di cui Haaretz ha preso visione il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha aggiunto le forze di sicurezza israeliane a una lista ONU di soggetti accusati di violenza sessuale nei conflitti.

Il rapporto afferma che le Forze di Difesa, il Servizio Carcerario e l’Unità Antiterrorismo della Polizia di Frontiera di Israele sono responsabili di abusi denunciati contro i palestinesi, principalmente nei centri di detenzione, e invita Israele a prevenire tali violazioni e a perseguire i responsabili.

In base al rapporto del Segretario Generale sulla violenza sessuale in situazioni di conflitto, nel 2025 le Nazioni Unite hanno verificato numerosi casi di violenza sessuale connessi al conflitto israelo-palestinese, inclusi casi di tortura. Il rapporto afferma che le Nazioni Unite hanno identificato 31 vittime provenienti dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania: quattordici uomini, sette donne, nove minorenni e una ragazza. Tredici di questi casi si sono verificati nel 2025, mentre diciotto nel 2023 e nel 2024.

“Le violazioni citate consistono in stupri, anche con oggetti, stupri di gruppo, tentati stupri, violenze fisiche ai genitali, sparatorie mirate ai genitali, toccamenti al seno e ai genitali, perquisizioni corporali e ispezioni delle cavità corporee condotte senza apparente giustificazione per ragioni di sicurezza, nudità forzata e minacce di stupro”, si legge nel rapporto.

Secondo il rapporto nove vittime, la maggior parte delle quali abitanti di Gaza, sono state sottoposte a stupri e stupri di gruppo, in alcuni casi ripetutamente.

Il rapporto afferma che la maggior parte dei reati è stata commessa durante la detenzione e l’interrogatorio di palestinesi in diverse strutture, tra cui campi militari come la base di Sde Teiman e il centro di detenzione di Etzion, nonché nelle prigioni israeliane di Megiddo, Ofer, Ramla, HaSharon, Shatta, Nafha e Damon e nella stazione di polizia di Gush Etzion.

Riferisce inoltre che le forze di sicurezza hanno aggredito palestinesi ai posti di blocco e durante le operazioni militari in Cisgiordania, aggiungendo che tra le vittime figurano giornalisti e difensori dei diritti umani.

Il rapporto indica che molti dei casi denunciati riguardano molteplici forme di violenza sessuale avvenute simultaneamente e in alcuni casi documentate tramite filmati o fotografie, tra cui almeno uno stupro. Descrive gli abusi subiti dalle detenute come minacce di stupro, nudità forzata, contatti fisici indesiderati e umilianti perquisizioni corporali effettuate senza evidente giustificazione per motivi di sicurezza.

Uomini e ragazzi sarebbero stati vittime di stupro o tentato stupro e di violenze dirette ai genitali, «con la conseguenza che cinque vittime di sesso maschile hanno sofferto di gravi emorragie rettali o gonfiori per diversi giorni o settimane e in alcuni casi non hanno ricevuto cure mediche».

Il documento afferma inoltre che gli effetti a lungo termine della violenza sessuale sui detenuti rilasciati e rimpatriati a Gaza sono stati aggravati dalle pessime condizioni di vita e aggiunge che la crisi umanitaria e i ripetuti spostamenti di massa nell’enclave hanno esposto donne e ragazze a un rischio maggiore di violenza sessuale.

La relazione cita inoltre le conclusioni della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’ONU sui Territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est, e su Israele, che, vi si legge, ha ripetutamente documentato quella che definisce una “sistematica mancanza di assunzione di responsabilità” per le violazioni contro i palestinesi, contribuendo così a creare “un clima di impunità“.

Si fa riferimento a un caso in cui cinque riservisti israeliani sono stati incriminati nel febbraio 2025 per una grave aggressione avvenuta nel campo militare di Sde Teiman, ma si afferma che l’atto d’accusa non includeva accuse di violenza sessuale o stupro, nonostante le prove presentate, tra cui materiale video e referti medici. Il rapporto aggiunge che tutte le accuse sono state ritirate nel marzo 2026, ammonendo che tali esiti rischiano di “rafforzare un clima di impunità che potrebbe favorire il ripetersi di reati di violenza sessuale nel corso del conflitto”.

Le forze di sicurezza israeliane sono state menzionate insieme ad Hamas, che è stato inserito nella lista nera delle Nazioni Unite lo scorso anno per le violenze sessuali commesse dai suoi membri il 7 ottobre e nei confronti degli ostaggi.

L’elenco comprende anche una serie di attori statali e non statali, tra cui Hayat Tahrir al-Sham [organizzazione politica-paramilitare sunnita coinvolta nella guerra civile in Siria, ndt.], lo Stato Islamico, le forze governative siriane guidate da Bashar al-Assad, l’esercito sudanese e le milizie alleate, l’esercito nazionale somalo e al-Shabaab, nonché le forze armate russe.

Sulla base del documento il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha scritto di aver avvertito l’ anno scorso sia la Russia che Israele di porre fine agli atti di violenza sessuale e di adottare misure per prevenire gli abusi istituzionali e assicurare i responsabili alla giustizia. Ha affermato che i due Paesi non hanno adottato misure preventive adeguate e hanno continuato a bloccare l’accesso agli organismi di monitoraggio delle Nazioni Unite competenti.

Il rapporto rileva che i casi verificati riflettono probabilmente solo una parte di un modello più ampio. Le Nazioni Unite affermano che le loro conclusioni dovrebbero essere considerate indicative piuttosto che esaustive, citando quello che descrivono come un continuo diniego di accesso da parte di Israele alle strutture di detenzione e a Gaza. Dicono inoltre che le segnalazioni di violenze sessuali rimangono difficili a causa di quelle che definiscono minacce esplicite da parte delle forze armate e di sicurezza israeliane volte a costringere i detenuti a non denunciare gli abusi.

Il rapporto rileva inoltre che la rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, è rimasta in contatto con il governo israeliano e la società civile in seguito all’avvertimento lanciato ad Israele lo scorso anno, secondo il quale il Paese avrebbe potuto essere inserito nella lista nera. Tuttavia, Israele non ha fornito informazioni che indicassero l’adozione delle misure previste dalle Nazioni Unite.

Nel gennaio 2025 Haaretz ha riportato che Patten aveva cercato di approfondire la sua indagine sulla violenza sessuale contro gli israeliani durante il massacro del 7 ottobre perpetrato da Hamas, ma non aveva potuto effettuare una seconda visita in Israele dal momento che le autorità le avevano negato l’accesso alle strutture in cui sono detenuti i palestinesi. Patten è anche autrice del rapporto delle Nazioni Unite più completo fino ad oggi sulla violenza sessuale nel corso dell’attacco del 7 ottobre perpetrato da Hamas.

Guterres ha esortato il governo israeliano a “cessare immediatamente ogni atto di violenza sessuale” e ad attuare rapidamente gli impegni volti ad affrontare e prevenire tali abusi. Ha inoltre chiesto che i responsabili delle violenze sessuali nel massacro del 7 ottobre siano chiamati a risponderne, sottolineando al contempo l’importanza del giusto processo. Il rapporto afferma che le Nazioni Unite non hanno ricevuto informazioni da Israele in merito a eventuali incriminazioni per violenza sessuale contro palestinesi detenuti per il loro presunto ruolo nell’attacco del 7 ottobre.

Nella relazione il Segretario generale delle Nazioni Unite ha ribadito il suo appello a Israele affinché “cessi immediatamente ogni atto di violenza sessuale” e attui “impegni con scadenza definita” per prevenire tali abusi. Ha inoltre esortato Israele a garantire “accesso illimitato” agli organi delle Nazioni Unite per indagare sulle presunte violazioni, comprese le violenze sessuali legate al conflitto, e ha chiesto che i responsabili dei crimini commessi durante gli attentati del 7 ottobre e successivamente siano chiamati a risponderne “nel rispetto del giusto processo”, esortando al contempo Hamas ad adottare misure per contrastare la violenza sessuale.

Secondo il rapporto le Nazioni Unite non hanno ancora ricevuto da Israele informazioni relative alle incriminazioni per violenza sessuale mosse contro i palestinesi detenuti in Israele con l’accusa di aver partecipato al massacro del 7 ottobre. Il rapporto sottolinea inoltre che Israele dovrebbe garantire che i prigionieri palestinesi siano trattati «in modo dignitoso» e indagare e perseguire tutte le accuse di violenza sessuale nei confronti dei detenuti.

I crimini sessuali di Hamas sono stati descritti in dettaglio anche negli ultimi due rapporti annuali, pubblicati nel 2024 e nel 2025. Questa volta il rapporto si è concentrato sulla violenza sessuale contro gli ostaggi israeliani tenuti prigionieri dal gruppo combattente a Gaza.

In base a quanto riportato, dopo il rilascio di oltre 50 ostaggi sulla base di due accordi nel 2025 sei ostaggi hanno testimoniato pubblicamente di aver subito violenza sessuale. Una donna, rilasciata a gennaio, ha testimoniato in merito di numerosi episodi di violenza sessuale. Nel marzo 2025 altre due donne, rilasciate nel 2023, hanno testimoniato su atti violenza sessuale. Anche tre uomini, rilasciati nell’ottobre 2025, hanno riferito di aver subito violenza sessuale.

Il rapporto sottolinea che le Nazioni Unite non sono state in grado di verificare queste testimonianze perché Israele non ha permesso agli organi competenti dell’organizzazione di condurre le indagini.

Intervenendo venerdì in una conferenza stampa sui risultati del rapporto, Patten ha detto che Israele era stato informato in anticipo della sua inclusione nella lista nera e aveva risposto al rapporto a marzo negando la presenza di «qualsiasi forma di violenza sessuale» nei confronti dei palestinesi e inviando un documento contenente le proprie prassi giuridiche e le direttive destinate alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e alle forze dell’ordine.

Tuttavia il documento “non conteneva informazioni su alcuna indagine, processo o condanna completa per casi di violenza sessuale”, ha dichiarato Patten, aggiungendo che il caso di Sde Teiman, in cui filmati trapelati mostrano abusi su una detenuta palestinese nella struttura, è emblematico.

“Non solo nell’atto d’accusa non c’era menzione di violenza sessuale, ma le incriminazioni sono state addirittura ritirate del tutto dal procuratore generale militare”, ha concluso.

L’anno scorso i riservisti sono stati accusati di maltrattamenti aggravati e lesioni personali gravi nei confronti del detenuto. Secondo l’atto d’accusa lo avrebbero picchiato, trascinato sul pavimento, calpestato e colpito con un taser. Il detenuto ha riportato fratture alle costole, un polmone perforato e una perforazione del colon.

Sempre l’anno scorso l’uomo è stato rilasciato dalla custodia delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e rimandato a Gaza senza che le autorità israeliane avessero raccolto la sua testimonianza sui presunti maltrattamenti subiti dalle guardie israeliane.

“Questo è il caso, come forse ricorderete, che ha scatenato manifestazioni da parte di alcuni membri della Knesset per protestare contro l’arresto dei soldati, tra cui attacchi al campo di Sde Teiman, e a coloro che indagavano sul caso”, ha dichiarato Patten venerdì.

Nel luglio 2024 centinaia di persone hanno protestato davanti alla struttura contro l’arresto dei soldati in una manifestazione culminata con l’irruzione nella base da parte di un gruppo di manifestanti guidati dal deputato di estrema destra Zvi Succot.

L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite Danny Danon e il Ministero degli Esteri israeliano hanno criticato il Segretario Generale dell’ONU per la decisione. Il Ministero degli Esteri, sul sito X, ha definito la decisione un “tentativo di creare una falsa simmetria tra Israele e le reali atrocità sessuali commesse da Hamas”.

Danon e il Ministero degli Esteri hanno dichiarato che avrebbero “interrotto i rapporti” con il Segretario Generale fino alla nomina di un nuovo Segretario Generale dell’ONU.

Nel frattempo il Ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha annunciato di aver chiesto al Procuratore Generale del Paese di aprire un’indagine penale sul trattamento riservato dalle forze israeliane agli attivisti francesi che hanno partecipato all’ultima flottiglia diretta nella Striscia di Gaza.

Barrot ha dichiarato in un’intervista a France Inter che la decisione è stata presa in seguito a una relazione del Console Generale in Turchia, secondo la quale gli attivisti sarebbero stati vittime di violenze sessuali, umiliazioni e percosse.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Oltre il confine era lecito dare di matto”: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane raccontano il declino morale dell’esercito in Libano

Tom Levinson

20 maggio 2026 – Haaretz

«La sensazione è che le Forze di Difesa Israeliane siano diventate come un esercito di barbari: lasciano che i soldati saccheggino così sono contenti e continuano a combattere», dice un soldato. Cinque di loro hanno raccontato ad Haaretz gli orrori e la disillusione

Nadav ha visto i soldati entrare nelle case e saccheggiare tutto ciò che trovavano. Itai è rimasto paralizzato dalla paura durante uno scontro. Elad disgustato dalla distruzione dei villaggi ha giurato che non sarebbe mai più tornato. Tomer ha chiesto ai suoi amici di accertarsi che nessun ufficiale parlasse al suo funerale. E ha smesso di portare con sé una pistola perché teme di farsi del male.

Sono cinque soldati di diversa estrazione sociale, alcuni dei quali riservisti. Servono nella fanteria e nel Corpo Corazzato. Alcuni sono padri; altri hanno appena finito le superiori. Alcuni si trovavano a Bint Jbeil appena oltre il confine, altri hanno raggiunto il fiume Litani, a circa 30 chilometri all’interno del territorio libanese.

Ma tutti sentono che il cessate il fuoco dichiarato il mese scorso è una finzione e che la zona di sicurezza israeliana che si sta creando nel Libano meridionale è una cicatrice incisa sui loro corpi. Qui a seguire i soldati raccontano la loro esperienza nell’ultima ondata di combattimenti tra Israele e Hezbollah.

Tutti i nomi sono pseudonimi e i soldati nel Libano meridionale ritratti nelle foto, fornite dall’ufficio stampa delle Forze di Difesa Israeliane, non sono menzionati in questo articolo.

I soldati saccheggiavano anche durante le visite dei comandanti di brigata”

Nadav, 32 anni, fante riservista, del centro del Paese.

“Il metodo era stabilito. Ogni sera, dopo il tramonto, arrivava il convoglio dell’unità logistica. La loro missione era quella di portarci rifornimenti: cibo, carburante, munizioni; tutto ciò che serviva. Ma c’era anche la missione non ufficiale: saccheggiare e scaricare il bottino al posto di comando in modo che i soldati lo trovassero pronto al loro ritorno a casa.

I soldati del convoglio, ovviamente, non erano degli sprovveduti; si prendevano gli oggetti di valore. ‘Scegliete quello che volete’, gli veniva detto. E di cose da saccheggiare non c’era certo penuria. Il villaggio in cui operavamo apparteneva a persone ricche, pieno di ville con piscine, auto di lusso, gioielli. Quasi ogni casa conteneva oggetti di valore. Entravamo nelle case sparando a raffica, ovvero sparando ovunque. … Una volta accertato che la zona fosse sgombra, iniziava la vera missione: trovare gli oggetti di valore.

È iniziato con piccole cose ed è gradualmente degenerato. Sugli Humvee [camion americani di supporto multiuso, ndt.] la gente caricava tappeti, motociclette, poltrone, stufe. Interi magazzini. Si sentivano soldati di oltre 30 anni litigare: ‘L’ho visto prima io’, ‘Avete già preso un sacco di cose dall’altra casa’. Però il piatto forte non erano le case, ma i negozi. I soldati entravano e portavano via tutta la merce: intere scatole di caramelle, sigarette, detersivi, persino articoli di cancelleria. Qualcuno ha preso uno zaino per il figlio. Un altro un tornio. Persino il sapone per le mani dell’avamposto proveniva dal Libano. Si vedevano in continuazione soldati che giravano per il villaggio con la roba dei civili; sembrava la missione principale. Alla maggior parte dei comandanti di alto grado non importava. I soldati saccheggiavano anche quando un comandante di brigata faceva visita; lui chiudeva un occhio. Faceva finta di non vedere.

Una volta il comandante del battaglione si è messo in contatto via radio e ha detto: ‘Vi ricordo che siamo in territorio nemico, dobbiamo esssere pronti ad agire. Se qualcuno entra in un negozio per prendere qualcosa deve aprire un fuoco di sbarramento: ci potrebbero essere dei ‘maledetti’ [Hezbollah] nascosti’.

Questo era l’approccio: nessun problema con il saccheggio, basta non farsi male. L’esercito non ha fatto praticamente alcun tentativo di fermarci; non c’era alcuna presenza della Polizia Militare ai valichi di frontiera.

Devo ammettere che all’inizio non mi dava fastidio, ma col passare dei giorni ha cominciato a disgustarmi. Ero andato lì per garantire la sicurezza della popolazione a nord, non per rubare. Ho provato a parlarne con la gente, a discutere, ma non c’era nessuno che volesse parlarne.

Alcuni dicevano che era una mitzvah [precetto, dovere religioso, nel linguaggio colloquiale buona azione], con una giustificazione religiosa. Altri dicevano che tanto tutto veniva distrutto comunque, quindi non c’era motivo di lasciarvi oggetti di valore.

Quando ne ho parlato con uno degli ufficiali ha sospirato e ha detto che anche a lui dava fastidio: ‘Ma c’è carenza di soldati, ed è difficile avanzare pretese o lamentarsi con persone che fanno 400 giorni di servizio di riserva’. La sensazione è che le Forze di Difesa Israeliane siano diventate un esercito di barbari: lasciano che i soldati saccheggino per farli contenti e spingerli a continuare a combattere. Dopo che la notizia è esplosa sui media abbiamo avuto una discussione. Il comandante di compagnia ha preteso che ‘tutto ciò che è successo qui rimanga qui’. Poche ore dopo è entrato nei negozi e ha distrutto tutto, così che i soldati non avessero nulla da saccheggiare.

Tutti si sono finti innocenti, comportandosi come se nulla fosse accaduto, come se non tornassero a casa ogni volta con il bagagliaio pieno di roba rubata. Nell’avamposto c’erano persino dei divani che avevamo preso dal Libano. Le prove erano ovunque, ma tutti l’hanno fatta franca.”

“Sentivo di dovermi fare del male perché qualcuno mi prendesse sul serio”

Itai, 20 anni, membro della Brigata Paracadutisti, del centro del Paese.

“Mi ricordo il momento in cui ho capito che non ce la facevo più. È successo nella casa in cui dormivamo a Bint Jbeil, alla fine di marzo. Pioveva incessantemente e non c’era riscaldamento. Il freddo penetrava nelle ossa, mescolandosi al sudore sulle nostre uniformi.

Non riuscivo a smettere di tremare. Ho provato a coprirmi il viso con la sciarpa, ma non è servito a molto. Ricordo di aver iniziato a piangere, ma in silenzio; ho cercato di non farmi sentire da nessuno. Ero esausto, non riuscivo a muovermi. Non riuscivo ad addormentarmi. C’erano topi ovunque, che ci si arrampicavano addosso. Non c’era molto che potessimo fare.

La mattina dopo ho chiesto al comandante di plotone di poter rimanere nella casa e di non uscire per le operazioni, ma si è rifiutato. Mi ha detto: ‘Sei scemo? Non puoi restare qui, tutti stanno andando avanti, smettila di fare il piagnucolone’. Gli altri hanno riso… Non volevo fare il difficile né tornare a casa. Ero in crisi.

Qualche giorno dopo ci siamo trovati coinvolti in uno scontro a fuoco; diversi terroristi ci hanno sparato addosso. I miei amici si sono lanciati all’attacco sparando senza sosta, ma io sono rimasto paralizzato. Mi sentivo un fallito, un perdente. Ogni secondo sembrava un’eternità. Mentre cercavo riparo dietro un muro mi è caduto un auricolare. C’era un gran frastuono di spari e hanno iniziato a fischiarmi le orecchie. Mi sentivo come se mi stessi disconnettendo, come se non capissi cosa stesse succedendo intorno.

Uno dei miei amici ha cercato di parlarmi, ma non capivo cosa dicesse. Mi ha afferrato per la maglietta e mi ha spinto in un posto più riparato, dietro un edificio. Alla fine dell’incidente, mi sono reso conto che avevamo molti feriti. Tre ragazzi erano gravemente feriti. Mi sentivo in colpa.

Non c’era il tempo di elaborare l’accaduto. Continuavano a spararci addosso: colpi di mortaio, razzi, esplosioni di continuo. Poi sono arrivati ​​i droni, e questo ci ha spaventati ancora di più. Non riuscivo a smettere di guardare il cielo.

Quando sono tornato a casa tutto mi sembrava strano. Dopo qualche ora mi sono reso conto di non capire più cosa significasse andare in giro per il mondo senza il rumore delle esplosioni, senza paura. I miei genitori sentivano che qualcosa non andava. Continuavano a chiedermi se avessi bisogno di qualcosa, ma non avevo la forza di aprirmi con loro. Avevano paura che mi succedesse qualcosa. Stavano cercando di convincermi a lasciare il servizio in prima linea, a trasferirmi al quartier generale.

‘Non so cosa farò se ti succede qualcosa’, mi ha detto mia madre. Mia sorella minore mi ha detto che non riesce a smettere di piangere quando non ci sono. Mi ha colpito, mi ha spezzato il cuore. Quando siamo tornati ho chiesto di parlare con un funzionario responsabile per la salute mentale ma continuavano a prendermi in giro. Dicevano che al momento c’era un problema, che dovevo aspettare. Mi sentivo come se tutto mi stesse crollando addosso, come se non potessi resistere. Ho iniziato a odiare tutti, mi sentivo solo.

Alla fine mi hanno mandato a un incontro. Il tipo mi ha chiesto se volevo farmi del male e ha detto che dovevo imparare a respirare profondamente. Mi è sembrata una cosa molto superficiale, come se il suo unico obiettivo fosse farmi tornare a combattere, non curarmi o aiutarmi. Alla fine dell’incontro mi ha raccomandato di stare via ancora qualche giorno e poi tornare.

‘È importante mantenere la continuità funzionale’, diceva. Ho cercato di spiegargli che non ero in grado di operare, che non potevo. Ha risposto che ci saremmo rivisti dopo due settimane per vedere se c’erano stati dei miglioramenti. Non sapevo cosa fare. Ho pensato di dovermi fare del male perché qualcuno mi prendesse sul serio.”

Solo dopo che Haaretz ha contattato le Forze di Difesa Israeliane a Itai è stato prescritto un trattamento intensivo per la salute mentale.

“Questeo è l’Eercito Israeliano degli ultimi due anni: le Forze di Difesa Israeliane che distruggono case».”

Elad, 28 anni, fante riservista, del nord.

“Poche ore prima di entrare in Libano il comandante di brigata è venuto a parlarci.: ‘Questo è un momento storico; distruggeremo Hezbollah. Ci saranno combattimenti feroci, i terroristi ci aspettano, forse alcuni di voi non torneranno. Ma alla fine gli abitanti del nord potranno vivere in sicurezza, tutto grazie a voi.’ Tutti esultavano; sembrava un rito pagano. … Avevo già vissuto questa situazione: prima di entrare a Gaza, prima della precedente operazione in Libano, sempre le stesse promesse, sempre le stesse delusioni.

Anche stavolta è stato lo stesso. Nel villaggio in cui siamo entrati non c’erano terroristi; le case erano vuote. Non c’erano combattimenti, solo operazioni per radere al suolo e case.

Queste sono le IDF degli ultimi due anni: le Forze di Difesa Israeliane che distruggono case. I notiziari parleranno di battaglie feroci e della distruzione delle infrastrutture terroristiche, ma la nostra missione era una sola: non lasciare in piedi nessuna struttura, distruggere tutto.

Una volta era necessario ‘incriminare’ una struttura per distruggerla, trovarvi armi, dimostrare la presenza di terroristi. Ma oggi distruggono e basta, persino scuole, cliniche; l’unica cosa che non abbiamo toccato è stato il cimitero. Hanno quasi smesso di usare gli esplosivi. Gli ufficiali hanno spiegato che erano troppo costosi e meno efficienti. Invece si avvalgono di appaltatori con escavatori militari. Alcuni vengono pagati a giornata, altri a numero di case che demoliscono. Nessuno di loro è un soldato; sono tutti civili. A quanto pare nessuno di loro ha mai fatto parte dell’esercito. Erano tutti coloni estremisti, beduini o drusi. Quando ho chiesto a uno degli appaltatori come fosse possibile mi ha risposto che erano gli unici disposti a farlo. E noi? Il nostro ruolo era quello di proteggerli.

Ogni giorno a ciascuna compagnia veniva assegnato un nuovo complesso di edifici del villaggio. Sembrava una corsa contro il tempo, cercare di demolire il più possibile. Ogni sera gli ufficiali dovevano riferire quante case ogni compagnia aveva demolito. Lo chiamavano ‘valutazione dei risultati’.

Una volta abbiamo ricevuto l’ordine di interrompere le demolizioni alle due del pomeriggio ma l’appaltatore si è rifiutato. Ha detto: ‘Mi hanno promesso che avremmo lavorato fino a sera. Non me ne vado da qui senza aver demolito altre case’. I comandanti hanno dovuto rivolgersi al comandante di divisione perché lo convincesse a fermarsi.

Per molti dei miei commilitoni più religiosi questa era una missione suprema. Il comandante di battaglione era il più estremista. Si rifiutava di tornare a casa, aveva sempre un sorriso in faccia. Era euforico, come un tifoso sfegatato la cui squadra vince il campionato dopo vent’anni di attesa.

Diceva: ‘Niente sarà più come prima. Ciò che distruggiamo non sarà mai più’ ricostruito.’ Quando qualcuno parlava di tornare in Israele lui lo correggeva: ‘Anche questo è Israele’.

La cosa mi disgustava parecchio. Entravamo nelle case delle persone e alcune erano ancora piene di oggetti personali, resti di vite passate, come se fossero fuggite senza aver avuto il tempo di fare i bagagli. C’erano quadri alle pareti, vestiti nelle stanze, mobili. Mi si stringeva il cuore. Mi sentivo a disagio, come se stessi entrando con la forza nelle case altrui, nelle loro vite. La maggior parte delle persone che erano con me non se ne curava. Entravano e cercavano cose da rubare, da saccheggiare. A volte non prendevano nemmeno oggetti di valore, solo souvenir: piccole tazze, caffettiere. Altri si divertivano a distruggere, puro vandalismo. Prendevano un martello e spaccavano le cose, oppure aprivano armadi e rompevano tazze e piatti. L’unica motivazione era la vendetta.

Dopo qualche settimana ho deciso che ne avevo abbastanza. Ho detto ai comandanti che al lavoro mi stavano pressando per farmi tornare con la minaccia di licenziarmi, ma era una bugia. Sentivo solo di dovermene andare da lì.

Quando sono salito a bordo dell’autocolonna per l’ultima volta, in partenza, ho guardato il Libano e ho giurato che non ci sarei mai più tornato. Quella è stata l’ultima volta.”

“La sensazione che domina là è di impotenza, che a nessuno importi davvero di noi.”

Tomer, 19 anni, fante proveniente dal nord di Tel Aviv.
“È terrificante, e chiunque dica il contrario mente. Quando c’è uno scontro con i terroristi puoi attaccare o metterti al riparo. C’è anche la copertura dell’aviazione e dei mezzi corazzati. Puoi farcela. Ma con i droni la sensazione è che sia solo questione di fortuna. Due droni sono esplosi vicino al mio plotone, anche se non ci sono state vittime.

Il comandante di compagnia ci ha fatto un discorso dicendo che era merito della nostra buona disciplina operativa, ma era una totale assurdità. Pochi metri più indietro e saremmo morti o finiti all’ospedale Ichilov [di Tel Aviv] senza una gamba. Dopo una delle esplosioni avevo un fischio nelle orecchie e non mi hanno nemmeno permesso di andare da un medico.

Siamo sinceri: la sensazione dominante è di impotenza. Ci dicono di seguire le istruzioni, di indossare l’equipaggiamento protettivo, di tenere i caschi, ma gli ufficiali non hanno soluzioni concrete. Ci dicono di piazzare gli ‘osservatori del cielo’, soldati che se ne stanno in piedi come degli idioti su una collina a guardare in alto per vedere se sta arrivando qualcosa. Questa sarebbe la soluzione di un esercito con centinaia di aerei da combattimento e un budget enorme? Come si fa a stare lì per ore mantenendo la massima concentrazione? Non è umano. La sensazione è che a nessuno importi davvero di noi.

Dopo qualche settimana ci hanno portato un sistema che in realtà non funziona bene, e persino con il puntatore [un mirino elettro-ottico intelligente] non sempre si colpisce qualcosa. Ci dicono che stanno facendo esperimenti di ogni tipo e ci chiedono di stendere le reti, ma non si possono coprire tutte le aree. Uno dei tizi religiosi ogni giorno ci legge un capitolo dei Salmi. Questo è ciò che ci resta: pregare.

Siamo bersagli immobili là fuori, e Hezbollah lo sa. Approfittano della situazione.

Poi al telegiornale dicono “cessate il fuoco, cessate il fuoco” – ma di cosa state parlando? Sapete quanti droni ci mandano contro? Questa storia non finisce mai. È così che si fa un cessate il fuoco?

I politici parlano e prendono tempo, mentre noi siamo là fuori con le mani legate. Se, Dio non voglia, mi succedesse qualcosa, qualcuno si scuserebbe con i miei genitori? No. Si limiterebbero a trasmettere una canzone triste alla radio e a leggere il mio nome al telegiornale.

Quando ne abbiamo parlato con gli ufficiali ci hanno detto che è meglio che veniamo feriti noi piuttosto che i civili al nord. Immagino abbiano ragione, ma comunque è spaventoso e soprattutto frustrante, perché non sembra che si stia facendo abbastanza per proteggerci.

Almeno tre amici del mio plotone hanno fatto testamento. Io ho scritto una lettera d’addio ai miei genitori e l’ho lasciata nella mia borsa al posto di guardia. Una sera abbiamo parlato di cosa avremmo detto ai funerali l’uno dell’altro, se uno di noi fosse morto. Era un po’ uno scherzo, ma anche un po’ serio.

Il soldato più disilluso tra noi, uno che si lamenta ogni volta che deve fare qualcosa, mi ha chiesto: ‘Dì che amavo il mio Paese. Dì che ero un vero duro, che mi offrivo sempre volontario così mio padre sarà orgoglioso’.

Io ho detto che avrei preferito un funerale tranquillo, che parlassero solo i miei genitori, forse mio fratello. Ma basta. Niente discorsi di merda degli ufficiali. Li detesto.”

“Faccio fatica a mangiare. Sento odore di sangue; mi sembra quasi di sentirne il gusto.”

Or, 36 anni, riservista di una brigata corazzata, del centro del paese.

“Il messaggio è arrivato molto più velocemente di quanto mi aspettassi: mezz’ora, forse anche meno, dopo il suono delle sirene che annunciavano la guerra. ‘Ragazzi, ci stanno chiamando, andate al deposito di emergenza.’

[La mia compagna] ha subito chiesto: ‘Cosa? Cos’è successo?’. L’ha capito subito. Me lo leggeva in faccia. Era la quinta volta. Si è fermata sulla soglia del nostro appartamento, ha allargato le braccia e si è aggrappata allo stipite della porta. ‘Non andarci’, ha detto. ‘Quel che è successo l’ultima volta succederà di nuovo. Non è giusto. Non stai pensando a me.’

Da due anni stiamo cercando di avere un figlio. Dice che è per lo stress, per la guerra, per colpa mia. È difficile darle torto. Da più di un anno ormai non sono più quello di prima.

Il momento peggiore è stato durante il precedente ciclo di combattimenti in Libano. … Molti eventi mi hanno segnato, ma uno in particolare mi ha cambiato completamente, lasciandomi emotivamente mutilato, come se qualcuno mi avesse strappato l’anima. Cinque persone, riservisti come me, sono state uccise

Ci ​​hanno chiamato per aiutare a evacuarli. La morte aleggiava nell’aria. Parti di corpi, sangue, organi esposti. Dopo che tutto fu finito, sentii che qualcosa dentro di me era cambiato. Mi ha sconvolto la mente. Sono entrato in una casa libanese e ho distrutto tutto. Ho devastato l’intero appartamento.

Da allora faccio fatica a mangiare. Sento odore di sangue; mi sembra quasi di sentirne il gusto, come se qualcuno me lo facesse gocciolare sulla lingua. Ho quasi smesso di mangiare, ho chiuso la mia attività. Tutto è crollato.

Eppure ho deciso di andare – forse perché è proprio lì che mi sento normale, con le sirene, con le esplosioni. Ogni volta che attraverso il confine mi sento di nuovo vivo.

Mi sono offerto volontario per rimanerci. Anche quando piove, anche quando tutti gli altri stanno male. Preferisco dormire sul pavimento in case semidistrutte piuttosto che tornare al nostro appartamento. Avevo la sensazione che lì, oltre il confine, fosse in qualche modo lecito dare di matto.

Tante volte siamo stati vicini alla morte. Vicino a noi cadevano colpi di mortaio, esplodevano razzi. Ma non c’erano vittime. Per quasi due mesi ho prestato servizio senza incontrare la morte. Ma un drone esplosivo ha cambiato tutto. Ha colpito un bulldozer e ha bruciato vivo il civile beduino che era venuto a ripararlo. Siamo accorsi sul posto, ma non c’era più niente da fare. È morto sul colpo. Suo figlio era accanto a lui. Era sotto shock. Continuava a gridare senza sosta in arabo ‘Padre, padre, padre’, come fosse posseduto, con lo sguardo vuoto.

Due settimane dopo siamo stati congedati, ma le sue parole mi sono rimaste impresse. Sono passati più di 10 anni dalla morte di mio padre e non mi sono ancora ripreso. Da allora non riesco a smettere di vederlo che chiama suo padre, con quello sguardo vuoto. Ho pensato di andare a trovarlo a Shefa-Amr [una città nel nord], ma mi vergogno.

Cosa potrei dirgli? Non sono nemmeno in grado di prendermi cura di me stesso; mi rifiuto di chiedere aiuto. È sempre stato così: mi è difficile ammettere che le cose vadano male; stupido orgoglio maschile, ego. Una settimana fa ho deciso di smettere di portare con me una pistola e l’ho chiusa in una cassaforte. Ho avuto paura che in un momento di debolezza avrei potuto combinare qualcosa.

Ma non è questo che mi spaventa davvero. La mia vera paura è che [la mia compagna] se ne vada, che decida di averne abbastanza. È difficile biasimarla. È così bella, così intelligente… perché mai dovrebbe sobbarcarsi il peso di vivere con una persona traumatizzata come me?

Non posso nemmeno prometterle che se mi richiamassero non andrei. Non voglio mentire. Lei non può capire. Dice: ‘Ti fa così male, perché sei così masochista? Ti stanno sfruttando. Lo Stato ti sta sfruttando’.

So che ha ragione, ma mi rifiuto di ascoltarla. Mi sento come un pesce fuor d’acqua. Penso solo a trovare un modo per tornare, per essere di nuovo là in Libano.

A volte entro nei gruppi online di unità che cercano volontari e penso di andare a combattere come volontario. Vado su siti web e guardo foto del Libano meridionale, video. Probabilmente la gente che leggerà questo penserà che sono pazzo, uno psicopatico. Probabilmente hanno ragione.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Attivisti pro-Palestina compaiono in tribunale per l’attacco a una fabbrica di armi israeliana in Germania. Le famiglie affermano che dal loro arresto, avvenuto lo scorso settembre, i “Cinque di Ulm” sono detenuti in condizioni carcerarie estreme.

Kate Connolly

Lunedì 27 aprile 2026 – The Guardian

Cinque attivisti pro-Palestina sono comparsi in tribunale per l’attacco a una fabbrica di armi israeliana in Germania, accusati di aver causato danni per circa 1 milione di euro.

I pubblici ministeri affermano che gli imputati, di età compresa tra i 25 e i 40 anni, si sono introdotti illegalmente nella proprietà e hanno gridato slogan pro-Palestina mentre distruggevano attrezzature per ufficio, delicati strumenti di misurazione e rompevano finestre in un sito collegato alla Elbit Systems nella città meridionale di Ulm.

Gli attivisti hanno pubblicato online dei video in cui rivendicavano la responsabilità dell’attacco, che a loro direintendeva attirare l’attenzione sul sostegno della Germania a Israele e sulle azioni militari di quest’ultimo a Gaza.

L’apertura del processo, lunedì, è stata descritta dai presenti come caotica. Gli avvocati della difesa hanno lasciato l’aula dopo che era stato negato loro il permesso di sedersi con gli imputati che erano separati dalle tribune del pubblico da uno spesso vetro blindato.

Dopo una sospensione di due ore presso il tribunale regionale di Stoccarda, gli avvocati hanno preso posto sulle sedie degli imputati e si sono rifiutati di obbedire all’ordine del giudice di spostarsi ai propri posti.

L’udienza è stata quindi aggiornata e dovrebbe riprendere tra una settimana.

In una dichiarazione rilasciata dopo la sospensione del processo gli avvocati degli imputati hanno affermato di aver presentato un’istanza di ricusazione contro il presidente della corte, accusando il tribunale di “un’inaccettabile violazione del diritto degli imputati a un giusto processo”.

Gli attivisti berlinesi, cittadini britannici, irlandesi, tedeschi e spagnoli, sono detenuti in custodia cautelare in carceri separate dall’8 settembre, giorno in cui sono accusati di aver compiuto l’attacco e chiamato la polizia.

Il gruppo, noto come i Cinque di Ulm, è stato accusato di violazione di proprietà privata, danneggiamenti e appartenenza a un’organizzazione criminale – Palestine Action Germany – ai sensi dell’articolo 129 del codice penale tedesco.

L’accusa ai sensi dell’articolo 129 implica che le autorità considerino gli imputati una minaccia per la società, che permette di negare la libertà su cauzione. Le famiglie degli imputati affermano che i loro cari sono stati rinchiusi fino a 23 ore al giorno in cella e che l’accesso a visite, libri, telefonate e posta è stato limitato. Se riconosciuti colpevoli, rischiano fino a cinque anni di carcere.

Parlando a nome di tutti gli imputati in vista del processo, Benjamin Düsberg, avvocato di Daniel Tatlow-Devally, 32 anni, di Dublino, ha affermato di ritenere che lo Stato tedesco stia cercando di fare dei cinque, nessuno dei quali ha precedenti penali, un esempio nel tentativo di ostacolare il movimento contro il commercio di armi verso Israele.

Düsberg, uno degli otto avvocati della difesa, ha dichiarato: “Intendiamo usare il procedimento per ribaltare la situazione. Vogliamo dimostrare che non sono i nostri clienti a dover essere incolpati bensì i vertici di Elbit che hanno continuato a fornire armi anche durante il genocidio”.

Elbit Systems è il principale fornitore di armi terrestri per le Forze di Difesa Israeliane (IDF). L’azienda è stata contattata per un commento sul processo.

Facendo riferimento all’articolo 32 del codice penale tedesco, Düsberg ha affermato: “La nostra argomentazione principale sarà che le azioni dei nostri clienti in Germania – ovvero la distruzione di attrezzature di laboratorio e di uffici – erano giustificate in base al principio di assistenza d’emergenza”.

Secondo questa clausola un atto altrimenti illecito può essere giustificato se non vi è altro modo per scongiurare un danno o un attacco imminente, ha spiegato.

La Germania è il secondo maggiore fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti. La difesa sosterrà che, dal momento in cui la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito nel 2024 che l’accusa di genocidio contro i palestinesi di Gaza era “plausibile”, Berlino avrebbe dovuto interrompere tutte le consegne. Israele ha respinto l’accusa della CIG definendola “oltraggiosa e falsa”.

Mimi Tatlow-Golden, madre di Tatlow-Devally, laureata in filosofia, ha affermato di temere che il caso abbia una dimensione politica e che i cinque saranno “sottoposti a un processo farsa” poiché lo Stato tedesco intende lanciare un messaggio sulle potenziali sanzioni per tali azioni.

Ha dichiarato: “I cinque amici hanno provocato solo danni materiali, in un luogo specifico e con l’obiettivo di porre fine a un genocidio. Non hanno nascosto la loro identità e si sono consegnati spontaneamente per essere arrestati. Non rappresentano alcun pericolo per la collettività. Utilizzare l’articolo 129 per tenerli in detenzione… prima del processo può, a mio avviso, essere visto solo come al servizio di fini politici”.

Matthias Schuster, un altro degli avvocati della difesa, ha dichiarato: “I nostri clienti non sono pericolosi, ma [le autorità] credono che debbano essere considerati tali per giustificare le rigide condizioni di custodia a cui sono stati sottoposti”.

Nicky Robertson, la madre di Zo Hailu, 25 anni, detenuta in una prigione di Bühl nel Baden-Württemberg, ha affermato che il “trattamento estremo” ricevuto dal gruppo è sembrato “una risposta sproporzionata per danni alla proprietà”.

Hailu, cittadina britannica, è stata denudata al momento dell’arresto e le è stato dato un pannolino per adulti da indossare per sei ore, ha detto Robertson. “Queste sono persone che amano l’ambiente e i bambini. Sono ragazzi premurosi, creativi, sportivi e bravi a lavorare in squadra. Non rappresentano un pericolo per la società. Anzi, tutt’altro”, ha aggiunto.

Rosie Tricks, il cui fratello venticinquenne, Crow Tricks, anch’egli cittadino britannico, è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Stoccarda-Stammheim, ha dichiarato che le visite sono state limitate a due ore al mese. “È bello vederli, ma conoscendo Crow come una persona socievole, vivace e divertente, la luce della nostra famiglia, è davvero penoso vederli in questa situazione”, ha detto Rosie a proposito di Crow. “La loro salute ne ha sicuramente risentito. Sembrano stare bene, ma dentro c’è molta ansia e preoccupazione.”

Gli altri imputati sono Vi Kovarbasic, un tedesco di 29 anni, e Leandra Rollo, una cittadina spagnola di 40 anni originaria dell’Argentina. A tutti e cinque è stata negata la libertà su cauzione, anche dopo la scadenza del termine di sei mesi per la detenzione preventiva.

Un portavoce del tribunale di Stoccarda-Stammheim ha dichiarato: “Il codice di procedura penale consente, a determinate condizioni, la proroga della detenzione preventiva”. In un’udienza speciale sulla detenzione tenutasi il mese scorso la Corte d’appello regionale di Stoccarda “ha esaminato tali condizioni… e ha disposto la proroga della detenzione preventiva per tutti gli imputati” basando la sua decisione “sull’esistenza di un rischio di fuga che non sarebbe sufficientemente mitigato nemmeno dal versamento di una cauzione”.

Il processo dovrebbe concludersi alla fine di luglio.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Nel reparto propaganda dell’esercito israeliano

Illy Pe’ery 

April 8, 2026 +972 Magazine

Campagne di guerra psicologica, fughe di notizie selettive, accesso riservato a inviati selezionati: soldati e giornalisti rivelano come l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane controlli il discorso pubblico e promuova la narrativa di Israele all’estero

Nell’ottobre del 2023 la riserva Gili fu richiamata in servizio nell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e assegnata al Comando Nord. Nei giorni successivi agli attacchi di Hamas, mentre l’attenzione pubblica in Israele era concentrata sulla devastazione nel sud, Hezbollah iniziò a lanciare razzi e missili anticarro verso il nord di Israele.

“Lavoravamo con turni di 12 ore in una sala operativa sotterranea, mentre i soldati negli avamposti erano terrorizzati, ma non potevamo raccontare che il nord era in fiamme”, ha ricordato. “Nonostante i lanci incessanti minimizzavamo la situazione sul fronte settentrionale per evitare di scatenare il panico tra la popolazione. Le persone non morivano come al sud, ma ricordo di aver avuto la sensazione che stessimo dando un’immagine distorta: mostravamo molta più forza che vulnerabilità”.

L’esperienza portò Gili, che ha chiesto di usare uno pseudonimo, a mettere in discussione lo stesso sistema per cui aveva prestato servizio per anni. “Era facile ripetere di continuo che ‘Le IDF sono preparate a qualsiasi scenario'”, ha continuato. «Chi eravamo noi per metterlo in dubbio? Ma in realtà erano tutte cazzate.»

«Lo si vede anche con l’Iran: l’attenzione è quasi interamente concentrata sulla schiacciante potenza dell’esercito e non c’è quasi altro», spiega. «Non mi rassicura sentirmi dire quanto duramente stiano colpendo le Forze di Difesa Israeliane o della superiorità aerea rispetto a Teheran. In fin dei conti i missili balistici continuano a colpirci, e niente è normale. Ci sono i sistemi di difesa aerea, ma per ogni 10 intercettazioni riuscite ci sono anche colpi che vanno a segno».

Alla domanda su chi oggi ritenga credibile Gili ha risposto senza esitazione: «Nessuno. Né quello che dice il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane, né i corrispondenti militari. Sono solo dei portavoce».

Parlando con il sito investigativo israeliano The Hottest Place in Hell [Il posto più caldo all’inferno], soldati dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane e corrispondenti militari di pubblicazioni israeliane hanno delineato un modello sistematico: una spinta ossessiva al controllo del discorso pubblico, un trattamento di favore per i giornalisti “comodi” mentre quelli critici vengono emarginati e puniti e, soprattutto, una cultura che si organizza sull’inganno.

Durante i primi 14 mesi della guerra di Israele a Gaza l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha condotto addirittura una campagna segreta di interventi psicologici volta a plasmare l’opinione pubblica in Israele e all’estero, come ha recentemente rivelato The Hottest Place in Hell. Parallelamente a queste attività di manipolazione l’Unità aveva il compito di elaborare e distribuire filmati relativi all’attacco di Hamas del 7 ottobre contro le comunità israeliane vicino a Gaza.

Secondo le testimonianze i soldati hanno raccolto grandi quantità di materiale visivo, inclusi filmati girati dai militanti di Hamas, e lo hanno rielaborato per una rapida diffusione sulle piattaforme dei social media.

Questo processo è culminato in Testimonianza del massacro del 7 ottobre, quello che in Israele è noto come il “video delle atrocità”: una raccolta di 47 minuti di filmati grezzi prodotti sotto la supervisione del maggiore (riserva) Yuval Horowitz, capo del reparto per le campagne informative.

“Era come il Far West: non c’era alcuna restrizione”, ha affermato un soldato che ha prestato servizio nell’Unità e ha lavorato al film. «Siamo stati sommersi dai materiali e abbiamo visto di tutto. Ero sotto shock, ma allo stesso tempo c’era la pressione a diffondere tutto il possibile… era come in una campagna pubblicitaria sui social media: cosa funziona? Cosa non funziona? Cosa attira l’attenzione?»

«Il Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane mente», ha dichiarato un alto corrispondente militare a The Hottest Place in Hell. «Qualche volta si tratta di manipolare i dati, ma alla fine è il pubblico a essere colto alla sprovvista.”

«All’inizio dell’Operazione Leone Ruggente», ha continuato, riferendosi all’attuale guerra con l’Iran, «le Forze di Difesa Israeliane avevano affermato di aver distrutto il 70% dei lanciamissili iraniani. Abbiamo verificato e ci siamo subito resi conto che non era vero: a volte venivano colpiti gli ingressi dei tunnel dei lanciamissili, non i lanciamissili stessi, e questi continuavano a sparare nonostante fossero stati “distrutti”. Sui principali organi di stampa nessuno l’ha messo in discussione. Ma quando la guerra finirà e i missili continueranno a cadere, la gente non capirà come la cosa sia possibile».

Dopo quasi due anni e mezzo di guerra continua sembra che la fiducia del pubblico israeliano nella narrativa dell’esercito stia venendo meno. Tra una sirena e l’altra, sempre più israeliani si chiedono: stiamo davvero raggiungendo gli obiettivi come ci viene detto? E se sì, perché continuiamo a correre nei rifugi?

Costruire un’operazione di influenza occulta

Il 29 ottobre 2023 su WhatsApp è apparso un gruppo che si chiama “Fact Check – Daily Content” [Verifica dei fatti – Argomenti quotidiani]. La descrizione in inglese presentava l’iniziativa come un progetto educativo neutrale: “un’organizzazione senza scopo di lucro che si impegna a fornire agli studenti informazioni e dati concreti sulla guerra in corso tra Israele e l’organizzazione terroristica Hamas”.

Due settimane dopo, il 12 novembre, è stato creato un canale YouTube chiamato “Fact Check” che utilizza un account statunitense e si presenta di nuovo come “organizzazione giornalistica senza scopo di lucro”. Il giorno successivo è stato aperto un account Instagram con lo stesso nome.

In realtà, come recentemente rivelato da Hottest Place in Hell, è stata l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a lanciare e gestire questi canali. Questa campagna di propaganda si è svolta da ottobre 2023 a dicembre 2024 sotto le spoglie di un’iniziativa mediatica indipendente e senza scopo di lucro, presentata come un organo di “fact-checking”. Durante questo periodo ha prodotto e diffuso decine di video che promuovevano la narrativa militare israeliana senza rivelarne la provenienza.

Nessuno dei canali è riuscito ad attrarre un gran numero di iscritti. Tuttavia per l’operazione sono stati reclutati decine di influencer israeliani e internazionali filo-israeliani per amplificare i messaggi orchestrati dai militari, tra cui Noa Tishby e Sarai Givaty insieme ad altre figure delle comunità ebraiche all’estero. I contenuti venivano diffusi tramite WhatsApp, YouTube e Instagram, raggiungendo milioni di spettatori.

I video promuovevano una serie di argomentazioni strettamente allineate con la propaganda ufficiale israeliana. Tra queste l’affermazione che gli ebrei non possono essere considerati colonizzatori in Palestina a causa dei loro legami storici con il biblico Regno di Giuda, mentre sono gli “arabi” i veri “colonizzatori della terra”, l’asserzione che le azioni di Israele a Gaza non costituiscono genocidio e la difesa dalle accuse di crimini di guerra mosse contro Israele dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia.

«I canali [su YouTube, WhatsApp e Instagram] si rivolgevano ad un pubblico straniero e si presentavano come neutrali e non affiliati a Israele», ha dichiarato a The Hottest Place in Hell un soldato coinvolto nella produzione dei video. «Ma tutto era creato all’interno della nostra Unità e chiaramente promuoveva la narrativa israeliana. La Divisione Campagne è l’area moralmente più ambigua all’interno dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane», ha continuato il soldato. «All’inizio sentivamo l’urgenza di mostrare al mondo ciò che avevamo vissuto. Ma molto rapidamente la situazione è cambiata. Gaza veniva rasa al suolo e la narrativa che poteva aver retto nelle prime settimane ha iniziato a sgretolarsi. Quando sono stato congedato provavo un profondo senso di repulsione per averne fatto parte».

L’indagine suggerisce che non si trattasse di un’iniziativa isolata, ma parte di un più ampio schema di operazioni psicologiche condotte dall’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane.

Nel maggio 2021, durante quella che l’esercito israeliano ha soprannominato “Operazione Guardiano delle Mura”, la Divisione Campagne dell’Unità ha lanciato un’iniziativa sui social media con l’hashtag #GazaRegrets, volta a incrementare il sostegno alle azioni militari a Gaza tra l’opinione pubblica israeliana. Nell’ambito del progetto i soldati gestivano account falsi che condividevano immagini di raid aerei israeliani a Gaza con quell’hashtag, interagendo con gli account social dei sostenitori del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e di altri politici di destra, il tutto senza rivelare la loro affiliazione all’esercito.

A seguito di un’inchiesta di Haaretz che ha smascherato la campagna, l’esercito ha riconosciuto il proprio coinvolgimento e l’ha definita un “errore”. Tuttavia, le scoperte di The Hottest Place in Hell indicano che metodi simili hanno continuato a essere impiegati negli anni successivi.

L’approccio “bastone e carota” dell’esercito

L’Ufficio Stampa delle Forze di Difesa Israeliane funge in primo luogo da punto di contatto tra il pubblico e le forze armate attraverso la stampa. Per ottenere informazioni, verificare i dettagli o intervistare ufficiali delle forze armate i giornalisti devono passare attraverso questo Ufficio, conferendogli un potere che, secondo i giornalisti e i soldati intervistati da The Hottest Place in Hell, viene spesso forzato per distorcere la copertura mediatica e di conseguenza la percezione che il pubblico israeliano ha dell’esercito.

Roni si è arruolata nell’esercito israeliano nel 2019 e ha prestato servizio in questo Ufficio. Come molti altri è stata richiamata come riservista dopo il 7 ottobre e ha svolto a rotazione diversi ruoli tra cui rispondere alle richieste dei giornalisti e distribuire comunicati stampa. “Era quasi come una droga”, ha ricordato. “La misura della responsabilità affidatami mi aveva profondamente coinvolta. Ero reperibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, ricevevo telefonate continuamente. Mi sentivo come se stessi facendo qualcosa di enorme”.

L’ufficio stampa è suddiviso in diverse sezioni all’interno delle divisioni e dei dipartimenti dell’esercito. I portavoce sul campo, in genere ufficiali con il grado di capitano o maggiore, sono integrati nei comandi e nelle brigate e sono responsabili delle risposte alle richieste dei media.

Ad esempio, se un giornalista chiede informazioni su un incidente in Cisgiordania, il quartier generale inoltra la richiesta al team portavoce del Comando Centrale che raccoglie i dettagli dalle unità competenti e formula una risposta ufficiale. I portavoce sul campo hanno anche il compito di individuare “notizie” all’interno delle sezioni che possano essere proposte ai media, fungendo essenzialmente da ufficio stampa.

Il ruolo più comune dell’Unità tuttavia è quello di interfacciarsi con i media, con dipartimenti specializzati che si occupano rispettivamente di televisione, stampa, digitale e radio. Quando i giornalisti desiderano una risposta in merito al loro articolo in genere contattano il dipartimento corrispondente alla loro testata, ad eccezione di un gruppo selezionato di 16 reporter israeliani che appartengono alla cosiddetta “cellula dei corrispondenti”.

«I membri della cellula ricevono briefing esclusivi, partecipano a conferenze, hanno linee dirette e sono invitati a eventi speciali», ha spiegato Roni. «C’erano giornalisti e testate che non venivano ammessi per anni e altri venivano riassegnati a dipartimenti meno prestigiosi, ad esempio dalla redazione nazionale di InterRadio a quella di testate locali, poiché erano critici nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane. Io non ero al livello in cui venivano prese queste decisioni, ma spesso tutto dipendeva dall’atteggiamento del giornalista nei nostri confronti: è un sistema di dare e avere.»

Un giornalista ha raccontato a The Hottest Place in Hell che a volte il suo lavoro giornalistico gli è costato caro a livello professionale. «Ero molto critico nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane e la cosa non piaceva. Delle persone all’interno dell’esercito mi dicevano che le mie critiche erano eccessive, anche alcuni membri dell’Ufficio del Portavoce», ha affermato. Per anni è stato boicottato dall’Ufficio, finché la sua testata non ha esercitato pressioni e costretto l’esercito ad ammetterlo nella cellula.

«Quando sono entrato a far parte della cellula dei corrispondenti ho capito che non era finita lì: ci sono delle “caste” all’interno del gruppo, con una chiara priorità per i giornalisti meno critici», ha continuato. «I corrispondenti televisivi sono favoriti, soprattutto quelli considerati allineati alla narrativa delle IDF. La gerarchia è evidente: ad esempio, durante i briefing su Zoom, alcuni giornalisti di spicco non partecipano nemmeno, ma pubblicano comunque le informazioni, il che significa che le hanno ricevute in anticipo.»

«L’Ufficio del Portavoce delle IDF opera con un approccio basato su premi e punizioni», ha dichiarato un altro corrispondente militare di alto livello, parlando in anonimato. «Se li critichi, vieni punito».

Yaniv Kubovich, corrispondente militare di Haaretz, è stato autore di diverse importanti inchieste in tempo di guerra. Parlando con The Hottest Place in Hell ha affermato che quando chiedeva chiarimenti al portavoce delle Forze di Difesa Israeliane l’obiettivo principale dell’Unità era quello di bloccare la pubblicazione, non di fornire informazioni accurate.

«Mi rivolgevo a loro con tutto quello che avevo, ma erano concentrati solo sul farmi abbandonare la storia ed evitare una risposta», ha detto. «Dal 7 ottobre, con tutto il trauma subito, le Forze di Difesa Israeliane stanno facendo di tutto per sopprimere le notizie che denunciano fallimenti, problemi etici o carenze di comando, invece di esaminare cosa sia realmente accaduto. In questo senso sono tornate alla stessa arroganza di prima: la convinzione che nessuno possa criticarle attraverso la stampa».

Kubovich, membro di lunga data della cellula dei corrispondenti, l’ha descritta sostanzialmente come uno strumento di controllo. «Il rapporto tra il Portavoce delle IDF e la cellula dei corrispondenti è assurdo. La dipendenza è assoluta», ha affermato. «Gli consente di decidere quando parliamo e con chi.

Siamo in guerra da così tanto tempo e abbiamo incontrato il Capo di Stato Maggiore forse due volte. Da quando [il Capo di Stato Maggiore Eyal] Zamir si è insediato non abbiamo incontrato il comandante del Comando Meridionale nemmeno una volta, nonostante sia il fronte più critico. Non incontra i giornalisti critici perché potrebbero minare il morale.»

Fughe selettive di notizie e accesso esclusivo

Durante il suo servizio Roni ha contribuito a decidere se e come rispondere ai giornalisti. “Quando sceglievamo di non rispondere, spesso si trattava di reportage molto problematici, ma anche di giornalisti con cui preferivamo non avere a che fare”, ha affermato. Un’altra pratica consisteva in fughe selettive di notizie o, come ha detto Roni, assicurarsi che «alcuni materiali venissero pubblicati da una testata e non da un’altra».

Questo è quanto è successo nel dicembre 2024 quando, per due settimane, l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane si è rifiutato di spiegare come gli attivisti di Uri Tsafon, un gruppo israeliano che promuove la colonizzazione del Libano meridionale, fossero riusciti ad attraversare il confine indisturbati. Dopo aver inizialmente negato che dei civili avessero oltrepassato il confine, l’ufficio ha cambiato idea e ha fatto trapelare l’informazione a Doron Kadosh, corrispondente militare della Radio dell’Esercito Israeliano. Kadosh ha poi promosso la versione dell’esercito sull’incidente, definendolo un «grave incidente oggetto di indagine», aggiungendo che «erano state intraprese diverse operazioni per bloccare i varchi nella recinzione».

«I giornalisti di guerra che non pendono dalle labbra del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane muoiono di fame», ha detto Roni. «Ci vuole molto impegno per trovare fonti al di fuori del sistema, e questo ci dava un grande vantaggio». Questa dinamica va oltre l’accesso ai briefing o alle risposte ufficiali. Come ha osservato Roni, questi rapporti di “dare e avere” si traducono in potere, prestigio e incentivi finanziari.

«Alla fine lavoriamo per gli ascolti», ha detto un giornalista, parlando in forma anonima a The Hottest Place in Hell. «Quando succede qualcosa, la cellula dei corrispondenti viene informata per prima: sono i primi a pubblicare. Se non fai parte di quel gruppo e non sei abbastanza preparato come giornalista pubblichi con 10 minuti di ritardo rispetto agli altri e sei irrilevante».

Di fatto l’Unità del Portavoce usa la fiducia del pubblico non solo per gestire le informazioni, ma anche per influenzare la concorrenza commerciale tra le testate giornalistiche. «L’Unità fornisce una certa notizia a Canale 12 perché ha ascolti elevati, ma poiché aveva già fornito loro notizie precedenti, crea interferenze nella concorrenza», ha osservato il giornalista.

«Questo crea un circolo vizioso nell’intero sistema», ha affermato un altro giornalista. «Abbiamo discusso tra di noi se valesse la pena contrastare l’Unità. Ma in definitiva i proprietari vedono che i concorrenti ottengono le notizie e vogliono lo stesso. Tutto si riduce al controllo dei giornalisti e alla repressione delle critiche».

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha rifiutato di commentare.

Illy Pe’ery è una giornalista investigativa e redattrice associata della rivista online israeliana indipendente The Hottest Place in Hell.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)