Israele colpisce Gaza dopo che due soldati sono stati feriti, due palestinesi morti

MEE e agenzie

Domenica 18 febbraio 2018,Middle East Eye

L’esercito israeliano afferma che le sue forze hanno sparato “colpi di avvertimento” verso palestinesi che si stavano avvicinando alla barriera di confine tra Israele e Gaza

Fonti ospedaliere hanno affermato che domenica le forze israeliane hanno ucciso due adolescenti palestinesi nella Striscia di Gaza, mentre cresce la tensione dopo un presunto attacco con bombe che ha ferito alcuni soldati israeliani sul confine dell’enclave.

L’esplosione di sabato e i successivi attacchi aerei israeliani hanno segnato una delle più gravi escalation nel territorio governato da Hamas da quando il movimento islamico e Israele hanno combattuto un conflitto nel 2014 [l’attacco denominato “Margine protettivo”, ndt.].

Domenica medici di Gaza hanno affermato di aver recuperato i corpi di due palestinesi di 17 anni uccisi dal fuoco di un carro armato israeliano. L’esercito israeliano ha sostenuto che le sue forze hanno sparato” colpi di avvertimento” verso un certo numero di palestinesi che si stavano avvicinando alla recinzione di confine “in modo sospetto”.

Sono stati identificati dal ministero della Salute di Gaza come Salam Sabah e Abdullah Abu Sheikha, entrambi di 17 anni, che sono stati uccisi a est di Rafah nel sud dell’enclave. Dovevano essere sepolti più tardi domenica.

Sabato quattro soldati israeliani sono rimasti feriti, due in modo grave, quando un ordigno esplosivo artigianale è scoppiato lungo la barriera di confine di Gaza, ma secondo l’esercito nessuno di loro è in pericolo di vita.

Israele ha risposto con quelli che l’esercito ha definito attacchi aerei e fuoco dei carri armati contro 18 obiettivi di Hamas e della Jihad Islamica, compresi impianti per la fabbricazione di armi, campi di addestramento e postazioni di osservazione.

L’ala militare di Hamas, Izz ad Din al Qassam, ha sostenuto sabato notte di aver utilizzato missili antiaerei contro i jet israeliani sul territorio costiero.

Ciò è avvenuto nel quadro della resistenza contro la continua aggressione sionista contro il nostro popolo nella Striscia di Gaza,” ha detto il gruppo senza ulteriori spiegazioni.

Escalation”

Nessun gruppo armato a Gaza ha rivendicato la responsabilità dell’esplosione di sabato. Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha detto che i “Comitati di Resistenza Popolare”, uno dei gruppi armati minori di Gaza, ha fatto esplodere la bomba che ha ferito i soldati.

Scoveremo i responsabili dell’incidente di ieri,” ha detto Lieberman a Radio Israele domenica, aggiungendo che Hamas é in ultima istanza responsabile di quanto avviene a Gaza.

Il portavoce di Hamas Fawzi Barhoum ha accusato Israele delle violenze.

Hamas ritiene l’occupazione israeliana totalmente responsabile delle conseguenze per la sua continua escalation contro il nostro popolo,” ha affermato Barhoum in una dichiarazione.

Hamas e Israele hanno combattuto tre conflitti dal 2008. Il conflitto più recente, nel 2014, è stato in parte combattuto a causa di tunnel da Gaza che venivano utilizzati per lanciare attacchi.

Israele ha ripetutamente colpito obiettivi di Hamas nel sud della Striscia di Gaza all’inizio di febbraio, sostenendo che i palestinesi là avevano sparato un missile nel suo territorio.

La tensione tra i palestinesi e Israele è stata alta da quando il presidente USA Donald Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico in dicembre.

Venerdì una fonte ufficiale dell’amministrazione USA ha detto all’agenzia AFP che Netanyahu visiterà la Casa Bianca il prossimo mese.

La visita del 5 marzo arriva mentre Netanyahu deve affrontare uno scandalo che ha visto la polizia raccomandare che sia imputato per corruzione.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Insegnante palestinese dilaniato da un cane dell’esercito israeliano mentre i soldati stavano a guardare

Gideon Levy, Alex Levac

16 febbraio 2018, Haaretz

Dopo aver fatto irruzione nella casa di un insegnante a notte fonda, i soldati gli hanno aizzato contro il loro cane. Il cane lo ha azzannato e bloccato, mentre i suoi familiari assistevano inorriditi

Non è un bello spettacolo. Sua moglie ci mostra le foto sul suo telefonino: il suo braccio ferito, malconcio e sanguinante, morsicato e lacerato, deturpato in tutta la sua lunghezza. Lo stesso vale per la sua gamba. È il risultato della notte di orrore che ha trascorso, insieme a sua moglie e ai suoi bambini.

Immaginatevi: la porta d’ingresso viene sfondata in piena notte, i soldati irrompono con violenza in casa e gli scatenano contro un cane. Lui cade sul pavimento, terrorizzato, mentre il feroce animale addenta la sua carne per un quarto d’ora. Per tutto il tempo, sia lui che sua moglie e i bambini gridano in modo straziante. Poi, ferito e sanguinante, viene ammanettato e arrestato dai soldati, gli vengono negate per ore cure mediche, finché viene portato in ospedale, dove questa settimana lo abbiamo incontrato insieme alla moglie. Anche là è rimasto agli arresti, costretto a giacere incatenato al letto.

Quel semilinciaggio è stato perpetrato da soldati dell’esercito israeliano nei confronti di Mabruk Jarrar, un insegnante arabo trentanovenne del villaggio di Burkin, vicino a Jenin, nel corso della brutale caccia all’uomo seguita all’assassinio, il 9 gennaio, del rabbino Raziel Shevach della colonia di Havat Gilad. E, come se non bastasse, pochi giorni dopo quella notte di terrore i soldati sono tornati nel cuore della notte. Le donne della casa sono state costrette a svestirsi completamente, compresa l’anziana madre di Jarrar e sua sorella muta e disabile, a quanto pare per cercare denaro.

Reparto ortopedico dell’ospedale Haemek di Afula, lunedì: una piccola stanza con tre letti. In quello di mezzo c’è Jarrar, che è qui da circa due settimane. Domenica mattina l’insegnante era ancora legato al letto con catene di ferro ed i soldati impedivano alla moglie di avvicinarsi. Se ne sono andati a mezzogiorno dopo che il tribunale militare ha ordinato il rilascio incondizionato di Jarrar.

Non è chiaro perché sia stato arrestato né perché i soldati gli abbiano aizzato contro il cane.

Il suo braccio sinistro e la sua gamba sinistra sono bendati, il dolore acuto che ancora accompagna ogni movimento è chiaramente visibile sul suo viso. Sua moglie Innas, di 37 anni, è accanto a lui. Si sono sposati appena 45 giorni fa, il secondo matrimonio per entrambi. I suoi due bambini nati dal primo matrimonio – Suheib, di nove anni, e Mahmoud, di cinque – sono stati testimoni di ciò che i soldati ed il loro cane hanno fatto al padre. I bambini adesso stanno con la loro madre a Jenin, ma il loro sonno è disturbato, come ci dice Jarrar: si svegliano con gli incubi, chiamandolo e bagnando il letto per la paura.

Jarrar insegna arabo nella scuola elementare Hisham al-Kilani di Jenin. Venerdì 2 febbraio lui e sua moglie sono andati a dormire circa a mezzanotte. Nella stanza accanto stavano dormendo i suoi due figli, che trascorrono con lui i fine settimana. Intorno alle 4 del mattino la famiglia è stata svegliata da un’esplosione proveniente dalla porta d’ingresso. Parecchie finestre sono state distrutte dalla potenza dell’esplosione. Jarrar è balzato dal letto ed è corso dai bambini. Fuori dalla casa erano ferme delle jeep dell’esercito. Secondo la coppia, un grosso cane, probabilmente dell’“Oketz”, l’unità cinofila dell’esercito, è stato portato dentro la casa, seguito da almeno 20 soldati. È facile immaginare il terrore che ha assalito loro ed i bambini.

Il cane si è lanciato su Jarrar, affondando i denti nel suo fianco sinistro, gettandolo a terra e trascinandolo sul pavimento. All’inizio i soldati non hanno fatto niente. Sua moglie è corsa verso di lui con una coperta, cercando di coprire il cane e salvare suo marito. I bambini guardavano e piangevano mentre i genitori gridavano aiuto; adesso dicono che le loro grida erano molto forti. Innas non è riuscita a liberare il marito dalla presa del cane.

Ci sono voluti alcuni minuti, ricordano, prima che anche i soldati cercassero di trattenere il cane, ma l’animale non gli obbediva. Mabruk era certo che stesse per essere fatto a pezzi ed ucciso; anche Innas temeva il peggio.

I soldati hanno strappato via i vestiti di Jarrar, a quanto pare nel tentativo di liberarlo dalle fauci del cane, ed alla fine ci sono riusciti – dopo circa un quarto d’ora, secondo la sua impressione. Poi uno dei soldati lo ha colpito due volte in faccia. Lui era ferito e barcollava per lo spavento ed in quello stato i soldati gli hanno legato le mani dietro la schiena. Lo hanno portato di sotto e a quel punto è arrivato un ufficiale che ha chiesto a Jarrar il suo nome, lo ha liberato dalle manette ed ha fotografato le sue ferite. L’ufficiale, ci dice ora Jarrar, è sembrato anche lui sconvolto dalle ferite sanguinanti, dal braccio e dalla gamba dilaniati.

Dopo essere stato nuovamente ammanettato, l’insegnante è stato portato con un veicolo militare al centro di detenzione di Salem, vicino a Jenin, dove dice di essere rimasto per circa tre ore senza nessuna assistenza medica. Alla fine è stato portato all’ospedale Haemek, dove è arrivato circa alle 10,30 del mattino. A quel punto era in arresto, anche se non era chiaro per quale motivo.

Quella stessa notte sono stati arrestati anche i suoi due fratelli, Mustafa e Mubarak Jarrar. Mubarak è stato rilasciato, Mustafa resta detenuto. Hanno tutti lo stesso cognome della persona ricercata per l’assassinio del rabbino Shevach, Ahmed Jarrar, che è stato in seguito ucciso dall’esercito.

Sempre quella stessa notte è accaduto un evento simile, che ha coinvolto altre forze dell’esercito, nel villaggio di Al-Kfir, vicino a Jenin. Circa alle 4 del mattino i soldati hanno fatto irruzione nella casa di Samr e Nour Adin Awad, genitori di quattro bambini piccoli. Insieme ai soldati è stato fatto entrare in camera da letto un cane dell’unità “Oketz”, che ha azzannato e ferito entrambi i genitori.

Come ha spiegato Nour a Abd Al-Karim a-Saadi, ricercatore sul campo dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem: “Stringevo al petto mio figlio Karem di due anni, che piangeva. Ho aperto la porta, su cui i soldati stavano picchiando, ed un cane mi ha attaccata, saltandomi addosso. Karem è caduto dalle mie braccia. Poi ho visto che mio marito lo ha sollevato da terra. Ho cercato di cacciare via il cane dopo che mi ha morsicato il petto. Sono riuscita ad allontanarlo, ma poi ha afferrato coi denti la mia gamba sinistra. Con tutte le mie forze sono riuscita a scacciarlo. In quel momento i soldati guardavano il cane, ma non facevano niente. Per tutto quel tempo mio marito pregava i soldati di togliermi il cane di dosso. Un soldato ha parlato al cane in ebraico e allora esso mi ha afferrato per il braccio sinistro tenendomi stretta per alcuni minuti, finché è arrivato un soldato da fuori e lo ha allontanato. Io sanguinavo ed avevo molto male.”

La seconda irruzione dei soldati è avvenuta qualche giorno dopo, l’8 febbraio. C’erano solo donne e bambini in casa Jarrar: Innas, i due figli di suo marito ed anche sua madre e sua sorella, che vivono nello stesso edificio. Erano le 3,30 di notte. Secondo Innas, circa 20 soldati, maschi e femmine, hanno preso parte al raid. Le hanno detto che nella casa c’era del denaro di Hamas e che loro erano venuti per confiscarlo. Hanno calpestato i letti, ignorando le preghiere di Innas di fermarsi. Hanno chiesto dove fosse Mabruk – probabilmente non sapendo che era già detenuto dall’esercito in ospedale.

Poi ci sono state le perquisizioni corporali. Una donna soldato ha portato le tre donne – la moglie di Jarrar, sua madre di 75 anni e sua sorella cinquantenne disabile – in una stanza ed ha loro ordinato di spogliarsi completamente. La ricerca non ha portato a niente: niente soldi, niente Hamas. Di conseguenza i soldati hanno dato ad Innas un permesso di ingresso in Israele, per visitare suo marito ad Afula. Dice che le hanno detto che lui si trovava nel carcere di Megiddo. Vi si è recata il giorno dopo, solo per scoprire che lui non era là. Ha chiamato Abed Al-Karim a-Saadi di B’Tselem, che lei descrive come il suo gentile salvatore. Lui ha fatto qualche telefonata e ha scoperto che Mabruk era in realtà in ospedale ad Afula. Era ancora in arresto quando lei vi è arrivata e le è stato permesso solo di fargli visita per 45 minuti.

In risposta alla richiesta di una dichiarazione, il portavoce dell’esercito ha detto questa settimana ad Haaretz: “Il 3 febbraio 2018 le forze di sicurezza sono arrivate nel villaggio di Burkin, alla casa di Mabruk Jarrar, che è sospettato di attività dannose alla sicurezza in Giudea e Samaria (la Cisgiordania). Una volta giunti alla casa, i soldati lo hanno invitato ad uscire. Dopo ripetuti richiami e dato che non usciva, i soldati hanno agito secondo la procedura ed è stato inviato un cane a cercare la gente dentro casa. Il sospettato si era chiuso in una stanza al piano superiore dell’edificio insieme alle donne della sua famiglia.

Quando si è aperta la porta, il cane ha azzannato il sospettato, ferendolo. Egli ha ricevuto immediata assistenza dai medici dell’esercito fino a quando è stato trasferito all’ospedale. In seguito sono state svolte altre attività di ricerca di individui ricercati. Sottolineiamo che, contrariamente a quanto si sostiene nell’articolo, le donne della casa non sono state denudate dalle forze dell’esercito.”

Jarrar è seduto sul suo letto d’ospedale, parla con difficoltà, ogni movimento gli costa fatica. Innas viene ogni giorno da Burkin. “Come pensate che mi sentissi?”, risponde alla domanda su come si sentisse mentre il cane lo aggrediva. “Ho pensato che stavo per morire.”

Data la composizione etnica di medici, pazienti, infermieri e visitatori, questo è effettivamente un ospedale bi-nazionale ebreo-arabo – come molti degli ospedali nel nord del Paese. Ma un addetto alla manutenzione ebreo entra improvvisamente nella stanza, fremente di rabbia. “Perché state intervistando degli arabi? Perché non degli ebrei?”, chiede. L’uomo minaccia di chiamare l’ufficiale di sicurezza dell’ospedale, perché il ferito e straziato Mabruk Jarrar stava parlando con noi.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Graffiti improntati all’odio sono comparsi nel villaggio in Cisgiordania della ragazzina palestinese: ‘Pena di morte per Ahed Tamimi’

Yotam Berger

2 febbraio 2018 Haaretz

Tamimi è stata incarcerata fin dal momento in cui è stata ripresa mentre schiaffeggiava due soldati israeliani nel suo villaggio lo scorso dicembre.

Fonti locali hanno riferito che giovedì notte sono stati scritti dei graffiti in ebraico all’entrata del villaggio di Nabi Saleh in Cisgiordania. Tra gli altri slogan, uno di essi diceva: “Nella Terra di Israele non c’è posto per la famiglia Tamimi.” Altri dicevano: “Saluti dall’unità di rappresaglia delle Forze di Difesa israeliane” e “Pena di morte per Ahed Tamimi.”

Tamimi, che è in carcere fino al termine dei procedimenti legali contro di lei, iniziati dopo che è stata ripresa mentre schiaffeggiava due soldati dell’esercito israeliano nel suo villaggio a dicembre, vive a Nabi Saleh con la sua famiglia. Il dipartimento di polizia di Giudea e Samaria (nomi storici della Cisgiordania, ndtr.) ha aperto un’inchiesta dopo aver ricevuto notizia dell’incidente.

Il padre di Tamimi, Bassem, venerdì mattina ha detto a Haaretz che “questa è un’ulteriore testimonianza che la società israeliana ha perso la ragione. Non ne siamo sorpresi. Per gente che ammazza i bambini, scrivere simili slogan non è eccessivo. Questa è la stessa gente che ha bruciato viva la famiglia Dawabsheh. Ovviamente si tratta di una nuova minaccia contro di noi. Chiaramente, chi invoca la pena di morte per Ahed Tamimi si considera giudice e giustiziere.”

“Noi non abbiamo sporto denuncia alla polizia, dal momento che non la riconosciamo”, ha aggiunto Bassem. “Hanno anche scritto che cacceranno la famiglia da Nabi Saleh, e noi diciamo – nessun problema, mandateci via. Noi possiamo tornare a Haifa e Jaffa e in tutti i luoghi da cui ci avete cacciati.”

Il villaggio di Nabi Saleh, con una popolazione di alcune centinaia di persone, si trova accanto alla colonia di Halamish. All’entrata c’è un checkpoint non presidiato e telecamere di sorveglianza. Gli abitanti hanno detto che gli slogan sono stati scritti a partire dall’ingresso verso il centro del villaggio, fino a poca distanza dalla casa della famiglia, che è in un vicolo.

L’arresto di Tamimi il mese scorso è stato prorogato fino al termine dei procedimenti legali contro di lei, come anche la detenzione di sua madre Nariman. Il giudice militare, Maggiore Haim Baliti, ha respinto le obiezioni della difesa contro la proroga, scrivendo che “l’entità delle sue azioni e della sua iniziativa, il livello di violenza contro militari che svolgevano il loro lavoro per fermare i disordini pubblici nel villaggio, tutto questo indica un livello di rischio che non lascia alternative al prolungamento della detenzione.”

Tamimi è accusata di aver aggredito un soldato in circostanze aggravate, di aver minacciato un soldato, di aver impedito le attività di un soldato, di istigazione e di lancio di oggetti contro una persona o una proprietà. Oltre all’incidente documentato in cui ha preso a pugni un soldato, è stata anche accusata di diversi episodi di lanci di pietre. Secondo l’accusa, Tamimi ha aggredito un maggiore ed un sergente maggiore vicino alla sua casa. Sua madre ha filmato l’aggressione e l’ha postata su Facebook. L’accusa sostiene che Tamimi ha spinto i soldati e li ha minacciati dicendo che li avrebbe presi a pugni se non se ne fossero andati, prendendoli a calci e colpendoli in faccia.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Israele sta testando nuovi tipi di gas lacrimogeni a Betlemme?

Ryan Rodrick Beiler

3 Gennaio 2018, The Electronic Intifada

Secondo un nuovo studio, ogni residente del campo profughi di Aida – nei pressi della città di Betlemme nella Cisgiordania occupata – potrebbe essere stato esposto a gas lacrimogeni lanciati dalle forze israeliane.

Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università di California – fa notare l’uso “ampio, frequente ed indiscriminato” del gas lacrimogeno contro i palestinesi.

Il rapporto evidenzia episodi di [uso del] gas lacrimogeno della frequenza di due a tre volte alla settimana per più di un anno, e in alcuni mesi quasi ogni giorno.

In un discorso pronunciato a Novembre, Pierre Krähenbühl, massimo dirigente dell’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ha detto che tale ricerca dimostra che i residenti di Aida “sono esposti a più gas lacrimogeno di qualsiasi altra popolazione al mondo.”

Lanciano [il gas] ovunque nel campo” ha detto Salah Ajarma, direttore di Lajee, il centro culturale di Aida, a The Electronic Intifada. “Non importa loro dove sparano.”

Il nuovo rapporto ha utilizzato un questionario sviluppato dal ‘US Centers for Disease Control’ (Centro USA per il controllo delle malattie, ndtr.) per sondare un campione di 236 palestinesi che vivono a Aida, che ospita 6400 residenti.

Aida – di una superficie di soli 0.071 chilometri quadrati – ha una densità di popolazione più alta di alcune delle città più grandi del mondo.

Pericoloso uscire

I membri del gruppo che ha condotto lo studio, pubblicato dal Centro Diritti Umani dell’Università di California, Berkeley, hanno assistito a diversi episodi di lancio di gas lacrimogeni mentre conducevano la loro ricerca. Hanno concluso dalle loro interviste che l’utilizzo dei gas lacrimogeni da parte delle forze israeliane “non è limitato alle proteste o a coloro che minacciano di provocare violenze.”

A volte è pericoloso lasciare il centro quando ci sono gas lacrimogeni fuori”, ha detto Ajarma. Ha ricordato un giorno in cui ha affrontato dei soldati che sparavano gas lacrimogeni, chiedendo perché stessero sparando dato che nessun bambino stava lanciando pietre.

Hanno detto ‘Ieri [i bambini] hanno lanciato pietre e oggi vogliamo cominciare [a sparare] i gas lacrimogeni prima che comincino.’ Perciò per loro è una specie di esercitazione.” ha aggiunto.

Il rapporto dell’Università di California definisce il gas lacrimogeno come un termine generale per [indicare] irritanti chimici pensati per il controllo delle folle. Il rapporto nota anche che nuove tipologie di gas lacrimogeni, più potenti, che durano più a lungo e causano dolori e ferite più gravi– oltre ad essere più resistenti all’acqua – sono state sviluppate recentemente.

Un bambino intervistato per il rapporto ha descritto gli effetti del gas lacrimogeno: “Mi brucia la faccia, e mi sento girare la testa.”

Il bambino ha aggiunto: “è difficile respirare. Starnutisco. Mi brucia la gola. Non riesco ad aprire gli occhi. A volte svengo.”

Il preciso tipo di gas utilizzato dalle forze israeliane a Aida è sconosciuto. Tuttavia, le concordanti testimonianze fornite dai residenti del campo fanno pensare che essi siano esposti a tipi di arma più potenti.

Un lavoratore sanitario ha citato il rapporto sostenendo: “[l’effetto de] il vecchio gas lacrimogeno migliorava con un po’ d’acqua, ma [ora] quest’ultima peggiora solo le cose. Ovviamente, è una sostanza chimica diversa.”

Mohammad al-Azza, un giornalista e un residente del campo, ha detto a The Electronic Intifada di essere d’accordo sul fatto che ora il gas è più forte di prima.

Al-Azza, che insegna anche fotografia al Centro Lajee, ha fatto esperienza in prima persona dell’uso di armi per il “controllo delle folle” da parte delle forze israeliane.

In Aprile 2013, mentre fotografava le forze israeliane che invadevano il campo, un soldato gli ha sparato in faccia da una breve distanza con una pallottola d’acciaio rivestita di gomma che gli ha spaccato le ossa del volto, richiedendo diverse operazioni chirurgiche ricostruttive.

In aggiunta ai gas lacrimogeni, il nuovo rapporto rivela che la maggior parte dei residenti di Aida è stata esposta a bombe sonore, acqua sporca – una miscela maleodorante di sostanze chimiche sconosciute gettata da cannoni d’acqua ad alta pressione – e spray al peperoncino. Più del 50% dei residenti intervistati hanno assistito all’uso di pallottole d’acciaio rivestite di gomma, mentre il 6% è stato “testimone diretto” dello sparo di pallottole vere.

Più del 22% della popolazione sondata ha detto di essere stata colpita direttamente da una bomboletta di gas lacrimogeno in qualche momento della propria vita.

Queste scoperte coincidono con le mie stesse osservazioni. Ho assistito a molte occasioni in cui le forze israeliane hanno sparato proiettili di gas lacrimogeni direttamente contro i manifestanti palestinesi a Aida e altrove.

Letale

Il nuovo rapporto fa notare che secondo la Convenzione sulle Armi Chimiche del 1992, il gas lacrimogeno e altri irritanti chimici non possono essere utilizzati come armi, ma non ne è vietato l’uso per il mantenimento dell’ordine civile “purché le tipologie e le quantità siano conformi a tali obiettivi.”

Il rapporto conclude, tuttavia, che l’utilizzo del gas lacrimogeno da parte delle forze israeliane è “in discordanza con tutte le linee guida internazionali disponibili su come dovrebbe essere utilizzato.”

I residenti di Aida che hanno partecipato al sondaggio hanno raccontato di molti effetti fisici dovuti all’essere esposti ai gas lacrimogeni, inclusi asma, pruriti e mal di testa. [Il rapporto] mette anche in evidenza come una donna di 25 anni che ha partecipato al sondaggio abbia avuto un aborto alla fine del terzo trimestre di gravidanza. Una bomboletta di gas lacrimogeno era atterrata nel cortile della [casa della] donna alcuni giorni prima che avesse l’aborto; ha avuto gravi problemi respiratori nel periodo in cui era stata esposta al gas.

I gas lacrimogeni si sono dimostrati essere delle armi letali in diverse occasioni. Nell’aprile del 2014, per esempio, ho assistito al funerale di Noha Katamish – una residente di Aida di 45 anni – morta per gli effetti del gas che le forze israeliane avevano sparato attraverso la finestra del suo salotto. Salah Ajarma, del Centro Lajee, ha descritto come le case nel campo non possano dare rifugio dal gas. “A volte [la gente] va dai suoi vicini perché si sente più sicura, ma non è così.” ha aggiunto.

Molti degli impatti psicologici dell’uso del gas lacrimogeno da parte delle forze israeliane derivano dalla frequenza dell’utilizzo, dalla sua imprevedibilità e dall’impossibilità di scampare ai suoi effetti.

Un adolescente ha riferito, nel rapporto: “Non ci sentiamo sicuri nelle nostre case. Non ci sentiamo sicuri da nessuna parte.”

Il rapporto sostiene che l’imprevedibilità, in particolare, provoca stress perché gli attacchi che coinvolgono i gas lacrimogeni non sono sempre legati ad uno specifico tipo di incidenti, e questo crea “uno stato di ipertensione, paura e preoccupazione.”

Prodotto negli USA

I residenti hanno testimoniato che eventi pacifici come le feste di compleanno dei bambini o i picnic di famiglia sono stati interrotti da attacchi con i gas lacrimogeni, [episodi] spesso registrati per video. Un intervistato ha detto che i soldati israeliani usano i gas lacrimogeni “quando si annoiano, quando vogliono provocare incidenti o quando vogliono entrare nel campo.”

A volte sembra che lo facciano solo per divertimento”, ha detto un anziano abitante.

Di conseguenza i residenti di Aida raccontano di alti livelli di ansia, depressione, paura, disturbi del sonno e disfunzioni cognitive. Secondo gli autori del rapporto, questi sintomi sono coerenti con situazioni di acuto stress e di disordine da stress post-traumatico.

Secondo un adolescente che ha partecipato al sondaggio, “Ci siamo adattati, ma questo non è normale. Non è così che dovrebbero vivere dei bambini.”

Il rapporto sottolinea da un lato la responsabilità secondo il diritto internazionale delle forze militari israeliane per la sicurezza dei civili palestinesi sotto il loro controllo, ma dall’altra incita anche l’UNRWA a svolgere il suo mandato di provvedere praticamente alla protezione e all’assistenza dei profughi a Aida.

Le Nazioni Unite devono fare qualcosa di più utile per la popolazione qui”, ha detto Al-Azza del Centro Lajee.

Gli insegnanti e le guardie impiegate da UNRWA hanno fatto richiesta di specifici protocolli su come rispondere agli attacchi con gas lacrimogeni, così come di strutture, strumenti e attrezzature di protezione migliori. “Il muro [israeliano] è dall’altra parte della strada dalla scuola,” ha detto un insegnante citato nel rapporto. “Noi siamo in prima linea.”

Ajarma ha sottolineato che molte famiglie hanno ritirato i loro figli dalla scuola UNRWA a Aida e che li hanno mandati altrove – o si sono trasferiti completamente fuori dal campo – a causa delle continue incursioni delle forze israeliane.

Anche gli Stati Uniti sono responsabili dell’impatto del gas lacrimogeno su Aida. Al-Azza ha fatto notare che, come molte armi usate dall’esercito israeliano, il gas lacrimogeno a Aida è prodotto in USA. I bossoli delle bombe utilizzate dalle forze israeliane riportano spesso complete informazioni di contatto del produttore, Combined Systems, di Jamestown, Pennsylvania.

Negli scorsi anni, degli attivisti hanno appeso delle granate di gas lacrimogeni e dei bossoli di bombe “Made in the USA” dagli alberi di piazza Manger a Betlemme, affiancandoli appositamente a tabelloni che promuovono la sponsorizzazione USA delle disposizioni delle luci per le festività locali.

Gli attivisti hanno spesso usato le vacanze di Natale e la prossimità del campo alla Chiesa della Natività, ritenuta da molti cristiani il luogo di nascita di Gesù, per gettare luce sulla realtà presente che affrontano i residenti della zona di Betlemme.

Accanto alle granate e ai bossoli delle bombe, gli attivisti hanno anche esposto dei cartelli che dicono: “Questi sono gli aiuti USA ai palestinesi”, e “Complesso militare industriale USA, smettila di rendere il nostro Natale un inferno mandandoci i tuoi aiuti e fornendo le tue armi a Israele.”

Ryan Rodrick Beiler è un foto-reporter e membro del collettivo ActiveStills. Twitter: @RRodrickBeiler

(Traduzione di Tamara Taher)




Cosa è successo quando una colona ebrea ha schiaffeggiato un soldato israeliano.

Noa Osterreicher

Haaretz, 4 gennaio 2018

Sia Ahed Tamimi che Yifat Alkobi sono state sottoposte a interrogatorio per aver schiaffeggiato un soldato in Cisgiordania, ma non ci sono altre somiglianze tra i due casi, semplicemente perché una è ebrea e l’altra palestinese.

Questo schiaffo non ha aperto i notiziari della sera. Questo schiaffo, che è finito sulla faccia di un soldato delle unità Nahal a Hebron, non ha portato ad una condanna. Il soldato schiaffeggiato stava cercando di impedire il lancio di sassi da parte dell’assalitrice, che è stata fermata e interrogata, ma è stata rilasciata su cauzione il giorno stesso ed è potuta tornare a casa.

Prima di questo incidente, la ragazza era stata condannata cinque volte –per lancio di sassi, per aggressione a un poliziotto e per disturbo della quiete pubblica– ma non è stata in prigione nemmeno una volta.

In un caso era stata condannata a un periodo di prova, e negli altri casi a un mese di servizi socialmente utili oltre a una simbolica multa di risarcimento per le parti offese. L’accusata aveva sistematicamente ignorato gli ordini di comparizione per interrogatori o per altre procedure legali, ma i soldati non erano andati a tirarla giù dal letto nel mezzo della notte e nessuno dei suoi familiari era stato arrestato. A parte un breve reportage del 2 luglio 2010 di Chaim Levinson sull’incidente, non c’erano state altre conseguenze allo schiaffo e ai graffi inflitti da Yifat Alkobi sulla faccia del soldato che l’aveva colta nell’atto di tirare pietre ai Palestinesi.

Il portavoce delle Forze Armate israeliane disse all’epoca che l’esercito “valuta con severità ogni atto di violenza contro le forze di sicurezza,” ma la schiaffeggiatrice era tornata a vivere in pace a casa sua. Il ministro dell’istruzione non aveva chiesto che fosse messa in prigione, i social media non si erano riempiti di appelli affinché fosse violentata o uccisa, e l’editorialista Ben Caspit non aveva raccomandato che fosse punita con le maggiori pene previste “in un posto buio, lontano dalle telecamere.”

Come Ahed Tamimi, anche Alkobi era nota da anni alle forze dell’esercito e della polizia del suo quartiere; tutt’e due sono considerate un fastidio o addirittura un pericolo. Ma la differenza tra di loro sta nel fatto che Tamimi ha aggredito un soldato che era stato mandato da un governo ostile che non riconosce la sua esistenza, ruba la sua terra, uccide e ferisce i suoi familiari, mentre Alkobi, una criminale abituale, ha aggredito un soldato del suo popolo e della sua religione, che era stato mandato dal suo Stato per proteggerla, uno Stato di cui lei è una cittadina che gode di speciali privilegi.

La violenza degli Ebrei contro i soldati è ormai da anni una cosa di routine nei territori occupati. Ma anche se sembra inutile chiedere ai soldati dei territori di proteggere i Palestinesi dalle violenze fisiche e dagli atti di vandalismo fatti dai coloni sulle loro proprietà, è difficile capire perché le autorità continuino a chiudere gli occhi, a coprire o chiudere il caso (o magari nemmeno ad aprirlo) quando le violenze vengono dagli Ebrei. Ci sono innumerevoli prove, alcune documentate fotograficamente. Eppure i responsabili dormono tranquilli nei loro letti, imbaldanziti dalla volontà divina e largamente finanziati da organizzazioni che ricevono contributi dallo Stato.

È piacevole, d’inverno, sentirsi comodi e al caldo sotto questi doppi standard, ma c’è una domanda che ogni Israeliano dovrebbe farsi: Tamimi e Alkobi hanno commesso lo stesso reato. La punizione (o la mancanza di punizione) dovrebbe essere la stessa. Se la scelta fosse tra liberare Tamimi o imprigionare Alkobi, cosa scegliereste? Tamimi deve restare in carcere per tutta la durata del procedimento –processo in una corte militare ostile– ed è probabile che riceva una pena detentiva. Alkobi, che non è stata processata per questo reato ma ha avuto processi in tribunali civili per reati molto più gravi, è stata a casa sua per tutta la durata dei procedimenti. È stata assistita da un avvocato che non doveva far la fila a un checkpoint per assistere la sua cliente, e la sua unica punizione sono stati lavori socialmente utili.

I ministri del Likud e della Casa Ebraica non hanno alcun motivo per accelerare l’approvazione di una legge che imponga l’applicazione della legge israeliana nei territori occupati. Anche senza la legge, l’unica cosa che conta è se sei nato ebreo. Tutto il resto è irrilevante.

Traduzione di Donato Cioli




Figlia mia, queste sono lacrime di lotta

Bassem Tamimi

29 dicembre 2017 Haaretz

Il padre di Ahed Tamimi: “Sono fiero di mia figlia. Lei è una combattente per la libertà e guiderà la resistenza al dominio di Israele nei prossimi anni”

Anche questa notte, come sempre da quando dozzine di soldati hanno fatto irruzione a casa nostra nel mezzo della notte, mia moglie Nariman, mia figlia sedicenne Ahed e Nur, la cugina di Ahed, la passeranno dietro le sbarre. Anche se è al suo primo arresto, Ahed conosce bene le vostre prigioni. Mia figlia ha vissuto tutta la sua vita alla tetra ombra delle prigioni israeliane – dalla mia lunga detenzione durante la sua infanzia ai ripetuti arresti di sua madre, suo fratello e degli amici, alla nascosta ed evidente minaccia implicita nella continua presenza dei vostri soldati nelle nostre vite. Dunque il suo arresto era solo una questione di tempo. Una tragedia inevitabile pronta ad accadere.

Diversi mesi fa, durante un viaggio in Sud Africa, abbiamo proiettato al pubblico in sala un video sulla lotta del nostro villaggio, Nabi Saleh, contro il controllo forzato di Israele. Quando si sono riaccese le luci, Ahed si è alzata per ringraziare le persone del loro sostegno.

Notando che qualcuno fra il pubblico aveva gli occhi pieni di lacrime, Ahed disse: “ Anche se siamo vittime del regime israeliano, siamo molto fieri di aver scelto di combattere per la nostra causa, nonostante i costi che sappiamo. Sapevamo dove ci avrebbe condotto questa strada, ma la nostra identità, come popolo e come individui, è radicata in questa lotta, e ne trae ispirazione. Al di là della sofferenza e della quotidiana oppressione dei prigionieri, dei feriti e assassinati, conosciamo anche l’enorme forza che ci deriva dall’appartenere a un movimento di resistenza; la dedizione, l’amore, i piccoli momenti sublimi che ci dà la scelta di mandare in frantumi l’invisibile muro della passività.

Non voglio che mi si veda come vittima, non voglio dare alle loro azioni il potere di definire chi sono e cosa sarò. Scelgo di decidere da me come mi vedrete. Non vogliamo il vostro sostegno a causa di qualche lacrima fotogenica, ma perché abbiamo scelto la lotta e la nostra lotta è giusta. Questo è l’unico modo per cui un giorno potremo smettere di piangere.”

Mesi dopo quei fatti in Sud Africa, quando ha sfidato i soldati armati dalla testa ai piedi, non è stata un’improvvisa rabbia per il ferimento mortale del quindicenne Mohammed Tamimi, poco tempo prima, a pochi metri di distanza, a motivarla. Nemmeno è stata la provocazione di quei soldati che entravano a casa nostra. No. Quei soldati, o altri identici come ruolo e azioni, sono entrati in casa nostra, indesiderati e mai invitati ospiti, da quando Ahed è nata. No. Lei li ha fronteggiati perché questo è ciò che abbiamo scelto, perché la libertà non è data come carità, perché nonostante il prezzo sia altissimo siamo disposti a pagarlo.

Mia figlia ha appena 16 anni. In un altro mondo, nel vostro mondo, la sua vita sarebbe del tutto diversa. Nel nostro mondo, per il nostro popolo, Ahed rappresenta una nuova generazione di giovani combattenti per la libertà. Questa generazione dovrà impegnarsi su due fronti di lotta. Da una parte hanno ovviamente il compito di continuare a sfidare e combattere il colonialismo israeliano in cui sono nati sino a quando esso crollerà. Dall’altra, devono affrontare con coraggio la stagnazione politica e il degrado che ci circonda. Devono diventare l’arteria viva che farà rivivere la nostra rivoluzione e la risusciterà dalla morte implicita in una crescente cultura della passività affermatasi in decenni di inattività politica.

Ahed è una delle tante giovani donne che nei prossimi anni condurrà la resistenza al dominio israeliano. A lei non importa di avere i riflettori puntati su di sé a causa del suo arresto, ma è interessata ad un autentico cambiamento. Lei non è il prodotto di uno dei vecchi partiti o movimenti, e con le sue azioni sta inviando un messaggio: per sopravvivere, dobbiamo affrontare onestamente le nostre debolezze e vincere le nostre paure.

In questa situazione, la responsabilità più grande per me e per la mia generazione è di sostenerla e farle spazio; di trattenerci e non cercare di corrompere e imprigionare questa giovane generazione nella vecchia cultura e nelle ideologie in cui siamo cresciuti noi.

Ahed, nessun genitore al mondo desidera vedere la propria figlia passare i suoi giorni in cella. Tuttavia, non c’è nessuno più fiero di quanto io sia di te, Ahed. Tu e la tua generazione siete abbastanza coraggiosi da vincere, alla fine. I tuoi atti e il tuo coraggio mi riempiono di rispetto, e mi vengono le lacrime agli occhi. Ma, come tu chiedi, queste non sono lacrime di tristezza o rimpianto, sono lacrime di lotta.

Bassem Tamimi è un attivista palestinese

(Traduzione di Luciana Galliano)




Ahed Tamimi è diventata il simbolo di una nuova generazione della resistenza palestinese

Ben Ehrenreich

24 dicembre 2017,The Nation

Sarebbe molto meglio, tuttavia, se potesse essere solo una ragazzina

Pronti a resistere?

Ahed Tamimi aveva 11 anni quando l’ho incontrata [per la prima volta], era una piccola cosa bionda, con i capelli quasi più grandi di lei. La ricordo fare delle smorfie quando ogni mattina sua madre scioglieva con il pettine i nodi [nei suoi capelli] nel loro soggiorno. La seconda volta andai ad una manifestazione a Nabi Saleh, il villaggio della Cisgiordania dove vive, e Ahed e sua cugina Marah finirono per guidare il corteo. Non perché lo volessero, ma perché la polizia di frontiera israeliana si mise ad inseguire tutti quanti, a sparare e lanciare granate assordanti e lei e Marah corsero davanti alla folla. Ed è stato così da allora. L’esercito israeliano continua a fare pressione – nel villaggio, nel cortile, nella casa, sotto la pelle, nelle teste e nei tessuti e nelle ossa dei suoi familiari ed amici –e Ahed finisce per andare davanti, dove tutti possono vederla. Era là di nuovo la scorsa settimana dopo che un video di lei che prende a schiaffi un soldato israeliano è diventato virale. Posso garantire che non è lì che lei vorrebbe essere. Vorrebbe piuttosto stare con i suoi amici, sui loro telefonini, facendo quello che fanno gli adolescenti. Preferirebbe essere una ragazzina piuttosto che un’eroina.

L’immagine di Ahed venne diffusa in tutto il mondo per la prima volta poco dopo che l’incontrai [per la prima volta]. In quella foto stava sollevando il suo magro braccio nudo per agitare il pugno davanti a un soldato israeliano grande due volte lei. I suoi commilitoni avevano appena arrestato suo fratello. All’improvviso divenne quello che nessun bambino dovrebbe mai essere: un simbolo.

Era allora il terzo anno delle manifestazioni a Nabi Saleh. I coloni israeliani avevano confiscato una sorgente nella valle tra il villaggio e la colonia di Halamish, e Nabi Saleh si era unito a un pugno di altri villaggi che avevano scelto il cammino della resistenza disarmata, manifestando per protestare ogni venerdì, settimana dopo settimana, contro l’occupazione. Il cugino di Ahed, Mustafa Tamimi, era già stato ucciso, colpito al volto da un candelotto lacrimogeno sparato da dietro una jeep dell’esercito israeliano. Suo zio materno, Rushdie Tamimi, sarebbe stato ucciso pochi mesi dopo. Nel novembre del 2012 un soldato israeliano gli sparò alla schiena appena sotto la collina su cui sorge la casa di Ahed . Non era affatto qualcosa di inconsueto, solo che il piccolo villaggio non si fermò. Iniziarono ad accumulare vittime, e continuarono a marciare, ogni venerdì, verso la sorgente. Non vi si sono quasi mai avvicinati. La maggior parte dei venerdì, prima di arrivare alla curva sulla strada, i soldati li fermavano con gas lacrimogeni e vari altri proiettili. L’esercito arrivava anche durante la settimana, in genere prima dell’alba, procedendo a fare arresti, perquisendo le case, seminando la paura, consegnando un messaggio diventato sempre più chiaro: le vostre vite, le vostre case, la vostra terra, persino i vostri corpi e quelli dei vostri bambini, niente vi appartiene.

La scorsa settimana i soldati sono arrivati per prendere Ahed. Mi risulta difficile comprenderlo ora, ma non avrei mai pensato che le potesse succedere. Pensavo che le sarebbe stato risparmiato, che le sarebbe stato consentito di finire la scuola e di andare all’università e senza questa interruzione sarebbe diventata la coraggiosa e brillante donna che un giorno era sicuramente destinata ad essere. Credevo che i suoi fratelli e suo cugino sarebbero tutti finiti in carcere prima o poi – la maggior parte di loro in effetti ci è finita – e che qualcuno di loro sarebbe rimasto ferito, o peggio. Ogni volta che vado a visitare Nabi Saleh e guardo i volti dei bambini cerco di non immaginare chi lo sarà, e quanto gravemente. Due venerdì fa, una settimana prima che Ahed cacciasse i soldati dal suo cortile, è stato ferito suo cugino Mohammed, uno degli amici più intimi del suo fratello minore. Un soldato gli ha sparato in faccia. La pallottola – rivestita di gomma, ma comunque una pallottola – si è conficcato nella sua testa. Una settimana dopo era ancora in coma farmacologico.

Se avete visto il video che ha portato al suo arresto, potreste esservi chiesti perché Ahed fosse così arrabbiata contro i soldati che sono entrati nel suo cortile, perché gridava loro di andarsene, perché li ha presi a sberle. Questa è la ragione. Questa e un migliaio di altre. Suo zio e suo cugino sono stati uccisi. Sua madre colpita a una gamba e con le stampelle per più di un anno. I suoi genitori e suo fratello portati via per mesi. E mai una notte di riposo senza la possibilità di doversi svegliare, come ha fatto martedì mattina presto, come ha dovuto fare per tante volte prima, con i soldati alla porta, nella sua casa, nella sua stanza, là per portare via qualcuno.

Non faccio affidamento sul sorprendente timore dell’opinione pubblica israeliana, o che un video di Ahed, senza paura, che schiaffeggia un soldato per obbligarlo ad uscire dal cortile, possa scuotere una simile faccia tosta. Ahed Tamimi non è stata arrestata per aver infranto la legge – Israele, nel suo controllo della terra che occupa, mostra uno scarso rispetto della legalità. È stata arrestata perché era su tutte le prime pagine e l’opinione pubblica e i politici stavano chiedendo che venisse punita. Hanno usato parole come “castrati” e “impotenti” per descrivere come si sentissero quando hanno visto quel soldato con il suo elmetto, il giubbotto antiproiettile e il fucile e la ragazzina con la maglietta rosa e la giacca a vento blu che lo ha messo in ridicolo. Ha fatto vergognare tutti quanti per tutta la loro forza, il loro potere, il loro benessere e la loro arroganza.

Il divario tra le due opposte fantasie che definiscono l’autorappresentazione di Israele non ha fatto che crescere negli anni: un Paese che si immagina ancora come Davide contro il Golia arabo – nobile, in inferiorità numerica e coraggioso –, mentre si compiace del suo esercito senza pari, letale e tecnologicamente sofisticato. Ahed ha mandato in frantumi queste due convinzioni. Di fronte al mondo, ha di nuovo messo in evidenza che Israele è il prevaricatore. E, guardando quel filmato, si sono resi conto che i loro fucili sono inutili, che la loro forza è una finzione. Ahed doveva essere punita per aver svelato questi segreti, per aver mostrato al mondo quanto deboli e paurosi sanno di essere. E così il ministro della Difesa del Paese con l’esercito tecnologicamente più avanzato al mondo è sceso dal suo trono per promettere di persona che non solo Ahed e i suoi genitori, ma “chiunque intorno a loro” avrebbero avuto “quello che meritano”. Il ministro dell’Educazione è stato più preciso: Ahed dovrebbe essere imprigionata a vita, ha detto, dato che il suo reato è stato così grave.

Per ora hanno arrestato Ahed, sua madre Nariman e sua cugina Nour, anche loro nel filmato. Hanno arrestato Nariman quando è andata al commissariato per vedere sua figlia e sono tornati a prendere Nour il giorno dopo. Gli uomini della propaganda hanno lavorato duro diffondendo menzogne – che Ahed non è una ragazzina o che non è palestinese, che i Tamimi non sono affatto una famiglia, o sono tutti quanti dei terroristi, che niente di tutto questo è vero, che l’occupazione non è un’occupazione e quello che pensi di vedere nel filmato è una finzione messa in scena per gli stranieri in modo da far apparire Israele come malvagio. Tutto è più facile da accettare della verità, che Ahed ha mostrato loro come sono, e come cinquant’anni di occupazione li hanno svuotati come Nazione, come li renda ogni giorno più deboli e più spaventati.

Per favore, non fate di Ahed un idolo. Gli eroi, quando sono palestinesi, finiscono per morire o dietro le sbarre. Lasciate che sia una ragazzina. Lottate per renderla libera, in modo che un giorno possa essere una donna qualunque, in una terra qualunque.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Politici, membri di una famiglia reale e persone famose si esprimono a favore dell’adolescente palestinese che ha schiaffeggiato dei soldati

Mustafa Abu Sneineh

Middle East Eye – Venerdì 22 dicembre 2017

Dopo che questa settimana la diciassettenne è comparsa in un tribunale militare israeliano, personaggi importanti hanno condiviso messaggi di appoggio ad Ahed al-Tamimi

Da un parlamentare britannico a un membro della famiglia reale giordana a un famoso cantante palestinese, continua la solidarietà internazionale ed araba con un’adolescente palestinese che è stata arrestata questa settimana dopo aver schiaffeggiato soldati israeliani nel cortile di casa sua.

Ahed al-Tamimi, 17 anni, è stata arrestata all’alba del 19 dicembre, quando soldati israeliani hanno fatto irruzione in casa della sua famiglia ad Al-Nabi Saleh, un piccolo villaggio nei pressi di Ramallah, nella Cisgiordania occupata.

L’esercito israeliano ha perquisito la casa degli al-Tamimi, impossessandosi di computer portatili, telefonini ed apparecchi elettronici di proprietà della famiglia.

L’arresto di Ahed è avvenuto dopo che un filmato, che la mostra mentre schiaffeggia e prende a calci soldati israeliani armati con fucili M16, elmetti e giubbotti antiproiettile, è diventato virale nelle reti sociali israeliane.

Il video sarebbe stato filmato il 15 dicembre con un telefonino davanti alla casa degli al-Tamini. Non mostra nessuna ferita grave provocata ai soldati.

Il padre di Al-Tamimi, Bassem, ha scritto il 19 dicembre su Facebook che sua figlia ha reagito dopo che il 15 dicembre i soldati israeliani hanno sparato a suo cugino, Mohammed al-Tamimi, mentre stava protestando contro la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

Il quattordicenne sarebbe in coma farmacologico dopo che i soldati israeliani gli hanno sparato al volto con un proiettile di gomma.

Mercoledì un tribunale militare israeliano ha prolungato la detenzione di Ahed fino al 25 dicembre. Lei non ha ricevuto un’accusa formale.

Dopo l’udienza in tribunale, Bassem ha detto ai giornalisti di essere orgoglioso di sua figlia.

Ma sono preoccupato per lei perché si trova nelle mani di questo regime terrorista e non ho fiducia in questo tribunale perché è parte dell’occupazione,” ha affermato. “Aiuta l’occupazione e l’occupante ad essere ancora più ostili contro i palestinesi.”

Anche la madre di Ahed, Nariman, è stata arrestata il 19 dicembre, mentre sua cugina, Nour al-Tamimi, di 21 anni, che compare nel filmato, è stata arrestata il 20 dicembre e neanche loro sono state formalmente incriminate.

Il ministro della Pubblica Istruzione israeliano Naftali Bennett [del partito dei coloni “La casa ebraica”, ndt.] ha detto alla radio dell’esercito che le due ragazze palestinesi, Ahed e Nour, coinvolte nell’incidente, “dovrebbero finire la loro vita in prigione”.

Le giovani e la madre di Ahed sono state portate nella prigione di HaSharon, a nord della città di Herzilya, in Israele, fino alla prossima udienza in tribunale il prossimo lunedì.

Lasciatele libere”

Il video virale dell’incidente e dell’arresto delle tre ha ottenuto una vasta eco.

Il segretario del partito Laburista britannico Jeremy Corbyn ha detto che Ahed al-Tamimi “non dovrebbe essere imprigionata perché i minori non dovrebbero stare in prigione.”

Se la gente lotta per i propri diritti, gli dovrebbe essere consentito di farlo,” ha detto Corbyn. “Dobbiamo mandarle (ad Ahed) un messaggio di sostegno e dire alle autorità: per favore, basta con le incarcerazioni di bambini. Lasciatele libere e permettete loro di essere dei bambini.”

Venerdì parlamentari britannici hanno presentato una prima mozione che ha raccolto decine di firme e chiede l’immediato rilascio di al-Tamimi.

La mozione sostiene che al-Tamimi è stata presa di mira perché i suoi genitori sono i capi della resistenza contro l’occupazione del loro villaggio. Chiede anche che il governo britannico dica ad Israele che azioni messe in atto senza “reali rischi riguardanti la sicurezza violano le leggi che regolamentano l’occupazione militare.”

Il membro della famiglia reale, principe Ali Bin Al-Hussein, fratellastro del re Abdullah II, questa settimana ha twittato a proposito di al-Tamimi.

È questo che fa realmente paura a Israele e a Netanyahu?” ha scritto Al-Hussein. “Una ragazzina di 16 anni, che ha il coraggio di difendere i propri diritti come adolescente di fronte a un’occupazione illegale che infrange tutte le regole delle leggi internazionali? Liberatela!!”

Il famoso cantante pop palestinese Mohammed Assaf, che ha vinto la seconda stagione dello spettacolo televisivo “Arab Idol” nel 2013, a twittato il suo appoggio definendo anche la ragazza “la donna libera, la bellezza della Palestina.”

Far impazzire Israele”

Gli arresti dei membri della famiglia al-Tamimi sono gli ultimi dopo che più di 450 palestinesi sono stati arrestati da quando Trump ha fatto l’annuncio su Gerusalemme il 6 dicembre, scatenando proteste generalizzate e una condanna in tutto il mondo.

La famiglia è in prima fila nella lotta contro le colonie israeliane illegali in Cisgiordania. Il loro villaggio, Al-Nabi Saleh, [composto da] 600 abitanti palestinesi, è circondato dalla colonia illegale israeliana di Halamish. Dal 2010 attivisti filo-palestinesi tengono ogni settimana una manifestazione nella zona contro la confisca delle terre del villaggio da parte di Israele.

In estratti da un breve documentario che ha circolato sulle reti sociali dopo il suo arresto, Ahed descrive le difficoltà che deve affrontare ai posti di blocco israeliani quando vuole andare a scuola. Dice anche di sognare di diventare una giocatrice di pallone.

Nel 2012, dopo che aveva vinto il premio turco “Handala Courage” [premio assegnato da un municipio di Istanbul che prende il nome dal personaggio di un fumetto palestinese, ndt.] per aver sfidato le truppe israeliane nel suo villaggio, ha fatto colazione con il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan.

Questa settimana il giornale israeliano Yediot Ahronot ha pubblicato un articolo in prima pagina su Ahed con il titolo “La provocazione non funziona: alcuni soldati si controllano di fronte alla provocazione di una ragazza.”

Su Haaretz il giornalista e collaboratore occasionale di MEE Gideon Levy ha analizzato come Ahed “ha fatto impazzire Israele”.

La ragazzina di Nabi Saleh ha infranto una serie di miti degli israeliani. Peggio di tutti, ha osato danneggiare il mito israeliano della mascolinità,” ha scritto Levy.

Improvvisamente è risultato che l’eroico soldato, che veglia su di noi giorno e notte con audacia e coraggio, è stato messo contro una ragazza a mani nude. Che cosa ne sarà del nostro machismo, che Tamimi ha così facilmente infranto, e del nostro testosterone?”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Colono israeliano uccide un contadino ma vengono accusati dei palestinesi

Maureen Clare Murphy

19 dicembre 2017,Electronic Intifada

Un palestinese – ma ancora nessun israeliano – deve rispondere di gravi accuse in merito a uno scontro tra coloni e abitanti di un villaggio della Cisgiordania, che lo scorso mese ha lasciato un bilancio di un contadino palestinese ucciso.

Muhammad Wadi è stato accusato di tentato omicidio da un tribunale militare israeliano.

Il quotidiano israeliano Haaretz informa che l’atto di accusa sull’incidente del 30 novembre nel villaggio di Qusra sostiene che Wadi è entrato in una grotta in cui un gruppo di bambini e un adulto si erano rifugiati ed ha lanciato grosse pietre contro di loro da distanza ravvicinata, ferendo l’adulto alla testa.

Il giornale aggiunge che altri diciannove palestinesi sono stati arrestati perché sospettati di essere coinvolti [nell’episodio].

Lo scontro mortale è avvenuto quando un gruppo di bambini sono stati portati a fare un’escursione nei pressi del villaggio palestinese come parte di una festa di bar mitzvah [rito ebraico che celebra l’ingresso a pieno titolo nella comunità dei bambini maschi di 13 anni, ndt.].

I coloni sostengono che gli abitanti di Qusra li hanno attaccati e che uno degli accompagnatori dell’escursione ha sparato con il suo fucile per difendersi, uccidendo Mahmoud Zaal Odeh, di 48 anni.

Lo sparatore è stato interrogato dalla polizia in quanto sospettato di omicidio colposo e successivamente rilasciato.

Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha affermato che l’israeliano ha agito “per legittima difesa”, sostenendo che un gruppo di palestinesi ha tentato di “linciare” i bambini.

I miei ringraziamenti e il mio apprezzamento alla scorta armata che ha salvato gli escursionisti da un pericolo evidente ed immediato per le loro vite,” ha aggiunto.

Gli abitanti di Qusra, tuttavia, hanno detto ai mezzi di comunicazione che Odeh stava lavorando la propria terra quando è stato colpito.

Secondo il gruppo per i diritti umani “Adalah” a insaputa e senza il permesso della sua famiglia l’esercito israeliano ha portato il corpo di Odeh a Tel Aviv per l’autopsia, prima che venisse restituito ai suoi cari per il funerale.

Una settimana dopo, decine di coloni sono tornati a Qusra per continuare l’escursione con una massiccia scorta militare e insieme al vice ministro degli Esteri israeliano Tzipi Hotovely ed al ministro dell’Agricoltura Uri Ariel:

Circa 100 coloni arrivano fuori da Qusra per terminare il percorso del bar mitzvah che era finito in scontri con palestinesi la scorsa settimana. Ad accompagnare il ragazzino del bar mitzvah è il ministro Uri Ariel.

Alla domanda se fosse proprio il caso di portare così tanti bambini in una zona che si sta ancora tranquillizzando dopo la violenza della scorsa settimana, Ariel ha detto: “Abbiamo un forte esercito e ci sentiamo sicuri ovunque andiamo sulla nostra terra.”

E si parte. Si uniscono alla festa anche il vice ministro degli Esteri Tzipi Hotovely e Itamar Ben Gvir” [citazione di una cronaca twittata da Jacob Magid, giornalista del quotidiano indipendente israeliano “Times of Israel”, ndt.]

Con loro c’era anche Itamar Ben Gvir, un colono, militante di estrema di destra e avvocato che è considerato “un amico a cui rivolgersi” per gli israeliani che hanno commesso atti di violenza contro i palestinesi, compresi due adolescenti sospettati di essere coinvolti in un attacco incendiario che ha ucciso tre membri di una famiglia palestinese in un villaggio della Cisgiordania [a Duma, nei pressi di Nablus, in cui morì anche un bambino di 18 mesi, ndt.] nel 2015.

Sarit Michaeli, responsabile internazionale del gruppo israeliano per i diritti umani “B’Tselem”, ha definito l’escursione una “sfilata provocatoria dei coloni”.

La gita si è conclusa con una foto di gruppo e un raduno alla grotta in cui i coloni accusano i palestinesi di aver assediato il gruppo di bambini.

Violenza dei coloni

Gli abitanti di Qusra sono da molto tempo vittime di violenze, danni alle proprietà e vessazioni da parte dei coloni.

Nel settembre 2011 la moschea del villaggio è stata devastata e bruciata con gomme incendiate come atto di “price tag” [lett. “pagare il prezzo”; indica le azioni di rappresaglia dei coloni contro i palestinesi, ndt.] o vendetta dopo che la polizia ha demolito tre strutture dell’avamposto non autorizzato dei coloni “Migron”.

Quello stesso mese l’abitante di Qusra Issam Badran è stato ucciso dai soldati durante scontri che sono scoppiati dopo che i coloni sono entrati nelle terre del villaggio.

Un’inchiesta dell’esercito riguardo all’uccisione di Badran è stata chiusa senza che venisse presentato un atto d’accusa. Nel gennaio 2014 gli abitanti di Qusra hanno bloccato più di dodici coloni che avevano fatto incursione nel villaggio e avevano tentato di sradicare ulivi.

Gli abitanti di Qusra sono stati anche sottoposti a incursioni notturne nelle loro case da parte delle forze israeliane come parte delle loro “procedure di mappatura” per censire tutta la popolazione civile palestinese.

Invece un minore israeliano della vicina colonia di Itamar che aveva aggredito un attivista dei diritti umani e lo aveva minacciato con un coltello è stato condannato a svolgere un lavoro socialmente utile per l’incidente dell’ottobre 2015.

L’adolescente aveva attaccato Arik Ascherman, allora capo di Rabbis for Human Rights [gruppo di rabbini che si oppone all’occupazione dei territori palestinesi, ndt.], mentre quest’ultimo stava aiutando un contadino palestinese a raccogliere le olive.

Haaretz ha informato che la giudice che ha emesso la sentenza contro il giovane “ha scritto di aver optato per i lavori socialmente utili perché una detenzione avrebbe potuto danneggiare le possibilità per il ragazzo di essere arruolato nell’esercito israeliano, e perché era convinta che avesse buone possibilità di essere rieducato.”

L’adolescente era rappresentato in giudizio da Itamar Ben-Gvir.

Bambini palestinesi arrestati da Israele per imputazioni come aver tirato pietre ai soldati non godono di una simile indulgenza.

Un crescente numero di parlamentari statunitensi sta appoggiando una legge che imporrebbe al Segretario di Stato [il ministro degli Esteri USA, ndt.] di attestare ogni anno che nessuno dei fondi USA destinati ad Israele venga utilizzato per “finanziare la detenzione militare, gli interrogatori, gli abusi o i maltrattamenti contro i bambini palestinesi.”

La legge condanna i procedimenti giudiziari israeliani contro i minori palestinesi nei tribunali militari, mentre nello stesso territorio i coloni israeliani sono sottoposti alle leggi civili.

Nella Cisgiordania occupata Israele mette in atto un sistema giuridico a due livelli: i palestinesi sono sottoposti ai tribunali militari, in cui viene loro negato un processo minimamente equo e si trovano a dover affrontare una detenzione quasi certa, mentre i coloni israeliani sono soggetti alla giurisdizione della polizia e dei tribunali civili israeliani.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Un ministro israeliano sta promuovendo un piano per ridurre il numero di arabi a Gerusalemme

Nir Hasson e Jonathan Lis

29 ottobre 2017,Haaretz

Zeev Elkin vuole dividere Gerusalemme e creare una municipalità israeliana per i palestinesi di alcuni quartieri che si trovano al di là della barriera di separazione nella città.

Il ministro degli Affari Esteri Zeev Elkin ha svelato la sua proposta di divisione municipale di Gerusalemme, che dovrebbe vedere alcuni quartieri arabi al di là del muro di separazione della Cisgiordania scorporati dalla municipalità di Gerusalemme e finire sotto la giurisdizione di una o più nuove amministrazioni comunali.

La vicenda richiederà l’approvazione del primo ministro Benjamin Netanyahu e l’espletamento dell’esame di diversi emendamenti legislativi, già approvati in prima lettura dalla Knesset in luglio.

Elkin ha detto di ritenere che il suo piano, che intende promuovere nelle prossime settimane, non incontrerà particolari resistenze né da destra né da sinistra.

Si tratta del primo tentativo di ridurre l’area municipale di Gerusalemme da quando è stata ampliata dopo la guerra dei Sei Giorni nel 1967. E’ anche il primo tentativo di stabilire un consiglio comunale israeliano straordinario, i cui residenti non siano cittadini israeliani, ma palestinesi con il solo status di residenti permanenti.

I quartieri al di là del muro di separazione sono il campo profughi di Shaufat, l’omonimo quartiere ad esso adiacente, a nordest di Gerusalemme, Kafr Aqab ed anche Walajah, nella parte sud della città, nonché una piccola parte del quartiere di Sawahra.

Nessuno sa con precisione quante persone vivano in queste aree. La cifra si presume vada dalle 100.000 alle 150.000, da un terzo a una metà delle quali è in possesso di carte di identità israeliane e status di residenza. Dalla costruzione del muro di separazione circa 13 anni fa (a Walajah il muro è attualmente in fase di completamento), queste zone sono state tagliate fuori da Gerusalemme, benché ricadano ancora sotto la sua giurisdizione.

In seguito alla costruzione del muro il Comune di Gerusalemme, la polizia ed altri enti israeliani hanno smesso di fornire servizi in queste zone. L’anarchia ha preso piede, nella quasi totale assenza della polizia e di agenti incaricati di controllare le attività edili, con problemi infrastrutturali molto seri. Decine di migliaia di unità abitative sono state costruite senza permessi e le organizzazioni criminali e gli spacciatori sono proliferati.

L’attuale sistema ha fallito del tutto”, ha detto Elkin. “L’errore è stato nel momento in cui hanno fatto passare il muro in quel modo. Ma ora ci sono due aree municipali – Gerusalemme e questi quartieri – e il raccordo tra di esse è molto debole.”

L’esercito non può agire ufficialmente là, la polizia vi entra solo per specifiche operazioni e la zona è diventata una ‘terra di nessuno’”, ha aggiunto. “Fornire servizi di qualunque tipo è diventato pericoloso, costruzioni così alte e una così alta densità abitativa non si possono vedere nemmeno a Tel Aviv.”

Elkin ha anche evocato il rischio che gli edifici potrebbero crollare per un terremoto.

Comunque non ci sono solo questi problemi ad affliggere Elkin. E’ preoccupato anche della rapida crescita demografica in queste zone e dal suo impatto sull’equilibrio tra ebrei ed arabi a Gerusalemme.

Molte delle famiglie che vivono in questi quartieri hanno un componente che è residente israeliano e perciò i figli hanno la residenza israeliana – il che accresce il numero dei palestinesi residenti a Gerusalemme.

Secondo Elkin il basso prezzo delle abitazioni, la vicinanza a Gerusalemme e l’assenza di legge che vi regna hanno fatto di questi quartieri una calamita per la popolazione di Gerusalemme e della Cisgiordania. “Ci sono anche gravi conseguenze in termini di maggioranza ebraica e per il fatto che non si può migliorare il tenore di vita là, in quanto ci aspettiamo che la popolazione continui ad aumentare”, ha detto Elkin.

Il ministro ha aggiunto: “Proprio perché credo nel loro diritto al voto e voglio che venga esercitato, non posso essere indifferente al pericolo della perdita di una maggioranza ebraica provocata non da processi naturali, ma da una migrazione illegale nello Stato di Israele che non ho modo di impedire.”

Elkin ha detto che sono state precedentemente prese in esame varie soluzioni per affrontare il problema. Per motivi di sicurezza e ideologici, il ministro ha detto di aver respinto soluzioni quali trasferire i quartieri all’Autorità Nazionale Palestinese. Ha anche respinto, per ragioni di sicurezza, finanziarie e legali, la modifica del percorso del muro di separazione.

I dettagli del piano di Elkin non sono definitivi. Non è chiaro se vi sarà un solo consiglio regionale senza contiguità territoriale o due consigli regionali. Al momento, i residenti non hanno accettato di tenere elezioni per istituire il nuovo ente municipale e nei primi anni esso opererà sotto un’amministrazione nominata dal ministro dell’Interno.

Non ho dubbi che si debba sviluppare una collaborazione con la leadership locale, perché il piano possa avere successo”, ha detto Elkin. “Il loro interesse è cambiare le loro intollerabili condizioni di vita. Può volerci tempo, perché vi è grande diffidenza – ma non può andare peggio di così”, ha aggiunto. Elkin ha promesso un importante investimento governativo nei quartieri.

Elkin ha lavorato al suo piano per parecchi mesi. Quando il ministro dell’Educazione Naftali Bennett (di estrema destra, ndtr.) ha lanciato la sua proposta di modifica della Legge Fondamentale su Gerusalemme, Elkin ha temuto che, se il disegno di legge fosse passato nella sua attuale forma, avrebbe messo a rischio il suo piano – giacché la proposta di Bennett avrebbe impedito una futura divisione di Gerusalemme.

Per affrontare la questione, Elkin ha inserito una clausola ambigua nella proposta di legge di Bennett: essa renderebbe impossibile cedere qualsiasi parte di Gerusalemme all’ANP, ma la municipalità potrebbe essere divisa in enti locali israeliani più piccoli.

La maggior parte dei deputati che sostenevano la proposta di legge di Bennett non sapeva che stava votando una legge che avrebbe potuto comportare lo scorporo di parti della municipalità di Gerusalemme. Ma l’accettazione della clausola da parte di Bennett ha consentito alla coalizione di governo di sostenere la proposta e la legge è passata con il sostegno automatico della maggioranza della coalizione.

Elkin ha detto che la stesura del piano sarebbe stata completata a novembre e quindi presentata a Netanyahu. Se il primo ministro, che è a conoscenza dei dettagli del piano, lo sosterrà, potrà andare avanti rapidamente. Legalmente il piano non necessita di un passaggio parlamentare, ma solo di una decisione del ministro dell’Interno.

Questa idea non è facile da accettare né per la sinistra né per la destra”, ha aggiunto. “Ognuna delle parti vi può trovare dei vantaggi, ma anche dei rischi. E’ vero che se qualcuno vuole trasferire quest’area (all’amministrazione palestinese), sarà più facile farlo”, ha aggiunto.

Negli ambienti politici si ritiene che il maggior oppositore del piano sarà il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat, perché la municipalità perderà importanti finanziamenti se perde il controllo amministrativo di questi quartieri. Ci si aspetta che anche l’ANP si opporrà al piano, vedendolo come un tentativo di accrescere il numero degli ebrei a Gerusalemme.

Nel frattempo, la coalizione sta anche promuovendo un piano del deputato del Likud Yoav Kish, che prevedrebbe l’annessione in un unico contesto municipale – a livello comunale, non politico – dei residenti delle colonie che si trovano vicino alla capitale. Questo aggiungerebbe centinaia di migliaia di elettori ebrei alla municipalità di Gerusalemme e modificherebbe sulla carta l’equilibrio demografico della città.

Benché sia prevista nel programma della riunione di domenica del Comitato ministeriale per la legislazione, durante questa riunione non vi sarà votazione sulla proposta di legge. Secondo un importante membro della coalizione, il motivo è che la legge nell’attuale forma “provoca la pressione internazionale e contiene gravi problemi legali. Netanyahu non può permettersi di promuovere questa stesura della legge in questo momento.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)