Soldati israeliani picchiano e arrestano un attivista palestinese durante la raccolta delle olive

Oren Ziv

12 ottobre 2021 +972 MAGAZINE

Mohammed Khatib è stato brutalmente arrestato assieme a due israeliani di sinistra mentre cercava di proteggere i contadini palestinesi dalla violenza dei coloni e dell’esercito.

Soldati israeliani hanno arrestato brutalmente un importante attivista palestinese e due israeliani di sinistra durante l’annuale raccolta delle olive nella Cisgiordania occupata. L’arresto è avvenuto nella regione di Salfit, vicino all’avamposto illegale di Havat Nof Avi, eretto dai coloni lo scorso anno su un terreno appartenente ai palestinesi abitanti nell’area.

Un soldato è stato fotografato mentre prendeva a pugni e poi calpestava, dopo il suo arresto, Mohammed Khatib, attivista del Comitato di coordinamento della lotta popolare che aiuta a organizzare la resistenza non violenta all’occupazione e all’insediamento di Israele.

“Siamo arrivati ​​intorno alle 10 e abbiamo trovato molti soldati nella zona”, ha detto Abdullah Abu Rahmeh, un altro importante attivista palestinese del Comitato. “Hanno transennato l’area e l’hanno dichiarata zona militare chiusa”.

Diversi agricoltori palestinesi hanno cercato di ragionare con gli ufficiali e i rappresentanti dell’amministrazione civile – il ramo dell’esercito israeliano che governa la vita quotidiana di milioni di palestinesi sotto occupazione – per cercare di accedere alla loro terra, ha detto Abu Rahmeh. Mezz’ora dopo, quando né gli agenti né l’Amministrazione Civile si sono spostati, i contadini si sono incamminati lungo il tratto transennato per cercare di raggiungere i loro ulivi mediante un altro percorso.

“I soldati ci hanno seguito e ci hanno attaccato con i loro fucili”, ha ricordato Abu Rahmeh. “Portavamo gli attrezzi per il raccolto. Non stavamo protestando, ma ci offrivamo volontari per aiutare i contadini. Tuttavia, i soldati non ci hanno permesso di raccogliere”.

I volontari sono arrivati nel quadro dell’iniziativa Faz3a, che significa “sostegno” in arabo. Tale progetto è stato varato l’anno scorso. L’organizzazione assiste gli agricoltori palestinesi durante la raccolta delle olive per difenderli dalla violenza dei coloni e dei militari. “È una campagna annuale”, ha detto Abu Rahmeh. “In questa zona i contadini non hanno abbastanza tempo per completare il raccolto, quindi portiamo delle persone per aiutare. Cerchiamo di sostenerli e proteggerli dagli attacchi dei coloni”.

La stagione del raccolto in Palestina-Israele è iniziata la scorsa settimana e sono già stati segnalati diversi episodi di coloni che hanno vandalizzato gli ulivi. Secondo l’ONG israeliana Yesh Din,

venerdì un proprietario terriero palestinese del villaggio di Tarkumiya ha scoperto che i coloni avevano tagliato i suoi ulivi.

In una foto dell’arresto di Khatib, che viene dal villaggio di Bil’in ed è un membro di spicco del Faz3a, si vede un soldato israeliano colpire Khatib e afferrarlo per il collo. Più tardi, quando Khatib giace a terra a pancia in giù, si vede lo stesso soldato che lo calpesta.

“I soldati hanno preso a pugni Khatib, gli sono saliti sulla schiena, gli hanno coperto gli occhi e lo hanno portato verso l’avamposto [della colonia]”, ha detto Hillel Dahbash, un attivista israeliano che ha assistito agli arresti. “I soldati continuavano a lanciare granate stordenti. Ci siamo radunati per accedere all’area agricola e abbiamo cercato di raggiungere nuovamente il terreno, ma i soldati ci hanno buttato fuori a calci e ci hanno spinto verso le auto. Hanno poi sparato granate stordenti contro le auto, fino a quando l’ultimo veicolo ha lasciato l’area”.

La raccolta è avvenuta nell’area di Ar-Ras, a ovest di Salfit, dove nell’ultimo anno si sono svolte ogni venerdì, tutte le settimane, manifestazioni contro la costruzione del vicino avamposto. La scorsa settimana, Yesh Din ha documentato il furto di ulivi appartenenti ai palestinesi abitanti di Salfit da parte dei coloni.

L’avamposto è uno degli oltre 100 costruiti senza l’autorizzazione del governo israeliano e quindi illegale secondo la stessa legge israeliana. Secondo il diritto internazionale, tutti gli insediamenti in Cisgiordania sono da ritenere illegali.

“L’avamposto costruito l’anno scorso impedisce ai palestinesi di accedere alla terra di loro proprietà”, ha aggiunto Hillel, mentre i suoi confini sono proprio ai margini degli uliveti palestinesi.

Secondo gli attivisti sul posto, i soldati israeliani hanno detto ai contadini che, se avessero evitato le “provocazioni” arrivando da soli senza giornalisti israeliani, avrebbero avuto il permesso di accedere alla loro terra e raccogliere dai loro alberi. Ma, come in altre aree della Cisgiordania, molti palestinesi hanno paura di andare da soli, senza alcuna protezione dagli attacchi dei coloni, a occuparsi dei loro uliveti.

La polizia israeliana ha tenuto Khatib in detenzione da lunedì. Probabilmente sarà portato di fronte al tribunale militare alla fine di questa settimana. A differenza dei detenuti israeliani, che devono essere portati davanti a un giudice entro 24 ore dal loro arresto, la legge militare consente che palestinesi rimangano in detenzione fino a 96 ore senza un’udienza in tribunale.

Ai due attivisti israeliani che sono stati arrestati con Khatib, nel frattempo, è stato offerto il rilascio su cauzione con divieto di entrare nell’area vicino all’avamposto. Gli attivisti si sono rifiutati e hanno scelto di rimanere in detenzione in solidarietà con Khatib. Dopo essere stati portati martedì davanti alla Corte Petah Tikvah, agli israeliani è stato inflitto un divieto di recarsi nell’area di cinque giorni.

Martedì sera Khatib è stato portato davanti a un tribunale militare israeliano in Cisgiordania, dove un giudice israeliano ha stabilito che, sebbene avesse probabilmente commesso un reato, doveva comunque essere rilasciato, soprattutto alla luce del fatto che anche gli attivisti israeliani erano stati rilasciati quel giorno. Il giudice ha fissato la cauzione di Khatib a 1.000 NIS [267 euro, ndtr.] e lo ha bandito dalla zona per una settimana.

Una richiesta di commento sulla violenza dei soldati è stata inviata lunedì sera al portavoce dell’IDF [esercito israeliano, ndt.], ma non ha ancora risposto. La risposta sarà pubblicata se e quando la riceveremo.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Le forze armate israeliane hanno ucciso cinque palestinesi durante incursioni nei pressi di Jenin e Gerusalemme.

Shatha Hammad ,Lubna Masarwa

26 Settembre 2021,Middle East Eye

Secondo le notizie Israele trattiene i corpi di quattro dei palestinesi uccisi dopo l’operazione nel corso della quale due soldati israeliani sono stati gravemente feriti.

Domenica le forze armate israeliane hanno ucciso almeno cinque palestinesi durante raid militari nella Cisgiordania occupata vicino alla città di Jenin e a nord-ovest di Gerusalemme

Il quotidiano israeliano Haaretz ha scritto che durante i raid sono rimasti gravemente feriti due soldati israeliani un ufficiale e un soldato dell’unità Dovdovan [reparto che agisce sotto copertura in abiti civili travestendosi da palestinesi ndt].

Secondo quanto riferito, raid israeliani con scontri a fuoco hanno avuto luogo a Burqin, Qabatiya, Kafr Dan, Biddu e Beit Anan.

Tre dei cinque palestinesi, tutti di Biddu, sono stati uccisi nel villaggio di Beit Anan.

Gli uomini sono stati identificati dalle loro famiglie come Ahmad Zahran, Mahmoud Hmaidan e Zakariya Badwan.

Uno sciopero generale di un giorno è stato dichiarato domenica a Beit Anan e Biddu per protestare contro queste morti.

Le forze armate israeliane hanno anche ucciso almeno due palestinesi vicino a Jenin.

Dalle notizie raccolte si apprende che Israele trattiene quattro corpi dei palestinesi uccisi, i tre di Beit Anan e uno di quelli vicino a Jenin.

Appello per l’unità

Funzionari locali hanno detto che una delle persone uccise vicino a Jenin era un palestinese di 22 anni chiamato Osama Sobh del villaggio di Burqin, a sud-ovest della città di Jenin.

Muhammad al-Sabah, il sindaco di Burqin, ha detto a MEE che Sobh è deceduto per le ferite riportate dopo essere stato portato all’ospedale di Jenin. È stato sepolto a Burqin più tardi domenica.  

Sabah ha anche dichiarato che l’esercito israeliano ha ferito altri sei palestinesi che sono stati portati all’ospedale

Il gruppo armato Jihad Islamica ha dichiarato che Sobh era un membro dell’ala militare del gruppo, le Brigate al-Quds.

“Chiediamo a tutte le fazioni di agire insieme e in cooperazione con le Brigate al-Quds per combattere il nemico sionista”, si legge in seguito nella dichiarazione. 

Immagini pubblicate online mostrano soldati israeliani che portano via un cadavere da Beit Anan.

“Inseguito da settimane”

Il portavoce dell’esercito israeliano Amnon Scheffler ha affermato che tutte le vittime erano combattenti di Hamas.

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett, in viaggio verso le Nazioni Unite a New York, ha affermato che le truppe israeliane hanno agito in Cisgiordania contro i combattenti di Hamas “che stavano per sferrare attacchi nell’immediato”.

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas ha condannato le uccisioni e ha affermato che “l’uccisione di cinque palestinesi nell’area di Gerusalemme e Jenin è un efferato crimine commesso da Israele”.

Ma, secondo Quds.net, la famiglia di Zahran ha accusato l’ANP di aver aiutato l’operazione dell’esercito israeliano che ha ucciso il loro parente. 

“L’Autorità Palestinese è quella che ci ha mandato gli israeliani”, ha detto la madre di Zahran, che ha sottolineato che le forze israeliane lo stavano inseguendo da settimane e hanno interrogato e arrestato membri della famiglia prima di ucciderlo.

Incursioni alle prime ore del mattino.

Il sindaco di Beit Anan, Muhammad Ragheb Rabie, ha detto a MEE che le truppe dell’unità mobile dell’esercito israeliano hanno preso d’assalto il villaggio intorno alle 3 del mattino e si sono poi dirette verso l’area di Ein Ajab, nel nord-ovest di Gerusalemme.

“Potevamo sentire i suoni dei combattimenti da quest’area, che è una zona industriale che contiene allevamenti di pollame e frantoi”, ha detto Rabie.

Ha detto che l’esercito israeliano è stato visto trasportare le vittime durante il suo ritiro.

Ha aggiunto che nell’area si potevano vedere sangue e residui del raid dell’esercito israeliano e ha sottolineato che gli israeliani avevano impedito ai residenti di entrare e uscire dal villaggio.

Sabah [il sindaco di Burqin, vedi sopra ndt] ha detto che le forze dell’esercito israeliano hanno preso d’assalto anche Burqin alle 3 del mattino e hanno circondato la casa di Muhammad al-Zareini, un abitante del villaggio.

“Le forze israeliane hanno sparato all’impazzata sulla casa di Muhammad al-Zareini, dove vivevano sua moglie e i suoi figli, prima di ritirarsi alle 7 del mattino dopo averlo arrestato”, ha detto Sabah.

“Le forze di occupazione irrompono continuamente con violenza nel mio villaggio e, quando lo fanno, gli israeliani spesso sparano proiettili veri contro le case e i civili della zona”.

Il mese scorso, l’esercito israeliano ha ucciso quattro palestinesi nel campo profughi di Jenin durante un’operazione che ha portato a scontri armati.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Evasione dal carcere israeliano: i sei prigionieri palestinesi fuggiti dalla prigione di Gilboa

Redazione MEE

6 settembre 2021 – Middle East Eye

La fuga è stata descritta come “un grave fallimento della sicurezza e dell’intelligence” dalla polizia israeliana.

La fuga di sei prigionieri palestinesi dalla prigione israeliana di massima sicurezza di Gilboa è stata descritta come “un grave fallimento della sicurezza e dell’intelligence” dalla polizia israeliana.

Lunedì l’agenzia di intelligence israeliana Shin Bet ha affermato che i sei palestinesi si sono coordinati con persone fuori dalla prigione usando un telefono cellulare introdotto di nascosto e sono fuggiti con successo dalla prigione attraverso un tunnel. Avevano un’auto che li aspettava pronta per la fuga.

Arik Yaacov, comandante del settore nord dell’Israel Prison Service (IPS) [Servizio Penitenziario Israeliano, ndtr.], ha detto che pare che i fuggitivi abbiano aperto un buco nel pavimento del bagno della cella per accedere ai passaggi scavati durante la costruzione della prigione.

Il portavoce nazionale della polizia, Eli Levy, ha affermato a Radio Kan che la ricerca dei fuggitivi è in corso, si ritiene che stiano tendando di raggiungere la vicina Cisgiordania, il territorio occupato dove l’Autorità Nazionale Palestinese esercita una forma limitata di autogoverno, o il confine con la Giordania.

Il servizio penitenziario israeliano ha affermato che i sei prigionieri stavano scontando la pena insieme nella cella n. 5, sezione 2, della prigione di Gilboa, sottolineando che tre di loro avevano cercato di fuggire in passato.

A seguito delle notizie sull’evasione, la Commissione per gli affari dei prigionieri e degli ex detenuti dell’Autorità Nazionale Palestinese ha invitato i gruppi per i diritti umani e le ONG internazionali, in particolare il Comitato internazionale della Croce Rossa, a visitare immediatamente la prigione di Gilboa e rendere pubblico il destino di oltre 400 prigionieri che, secondo quanto appreso, sono stati trasferiti in luoghi sconosciuti dopo l’evasione di lunedì.

La Commissione ha avvertito che qualsiasi ritorsione contro i sei evasi, se catturati dalle autorità israeliane, “potrebbe portare a una vera esplosione dentro e fuori le carceri”.

“La fuga deriva dall’ingiustizia israeliana imposta ai nostri prigionieri maschi e femmine nelle carceri dell’occupante”, ha aggiunto, sottolineando che i prigionieri sono regolarmente sottoposti a condizioni di detenzione che ne mettono in pericolo la vita.

L’Associazione dei Prigionieri Palestinesi ha reso note le informazioni sui sei prigionieri evasi, come riportate di seguito:

Zakaria Zubeidi

Zubeidi, 46 anni, originario del campo di Jenin, è una nota figura della resistenza palestinese. È l’ex comandante delle Brigate dei martiri di al-Aqsa, un apparato militare affiliato al movimento Fatah. Era in carcere dal 2019 con l’accusa di aver svolto attività armate contro Israele, anni dopo aver accettato di deporre le armi nel 2007.

Mahmoud Abdullah Ardah

Ardah, 46 anni, è di Jenin. Secondo il gruppo armato palestinese Brigate al-Quds è stato il leader del piano di fuga dalla prigione di Gilboa. Era detenuto dal 1996 e condannato all’ergastolo con l’accusa di essere un membro delle Brigate al-Quds e di coinvolgimento nell’uccisione di soldati israeliani. Secondo quanto appreso, cercò di fuggire nel 2014 dalla prigione di Shata scavando un tunnel, ma il suo piano non ebbe successo.

Mohamed Qassem Ardah

Ardah, 39 anni, è di Jenin. Era detenuto dal 2002 e condannato all’ergastolo con l’accusa di appartenenza alle brigate al-Quds e di coinvolgimento nell’uccisione di soldati israeliani.

Yaqoub Mahmoud Qadri

Qadri, 49 anni, viene da Bir al-Basha, Jenin. Era detenuto dal 2003 e condannato all’ergastolo con l’accusa di appartenere alle Brigate al-Quds e di aver ucciso un colono israeliano. Nel 2014, lui e un certo numero di altri prigionieri, tra cui Mahmoud Abdullah Ardah, cercarono di fuggire dalla prigione di Shata attraverso un tunnel, ma il tentativo non ebbe successo

Ayham Nayef Kamamji

Kamamji, 35 anni, è di Kafr Dan. Era detenuto dal 2006 e condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso un colono israeliano e di aver partecipato ad altre attività armate contro obiettivi israeliani.

Munadil Yaqoub Nfeiat

Nfeiat, 26 anni, viene da Ya’bad, a sud-ovest di Jenin, ed era in prigione senza accuse dal 2019.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Obiettrice di coscienza: “Non voglio indossare un’uniforme che simboleggia violenza e dolore”

Oren Ziv

1 settembre 2021 – +972 MAGAZINE

Shahar Perets, che è stata condannata al carcere per essersi rifiutata di arruolarsi nell’esercito israeliano, per la prima volta parla dell’incontro con i palestinesi, delle sue visite in Cisgiordania e di come la società israeliana reprime chi si trova sotto occupazione.

Martedì mattina, dopo aver comunicato il suo rifiuto di arruolarsi nell’esercito israeliano a causa delle sue politiche nei confronti dei palestinesi, l’obiettrice di coscienza israeliana Shahar Perets è stata condannata a 10 giorni di carcere militare.

Perets, 18 anni, della cittadina di Kfar Yona, è una dei 60 adolescenti che a gennaio hanno firmato la Lettera degli Shministim(iniziativa denominata con l’appellativo ebraico dato agli studenti delle superiori) in cui hanno dichiarato il loro rifiuto di prestare servizio nell’esercito in segno di protesta contro le politiche di occupazione e apartheid. Nel giugno 2020, è stata una dei 400 adolescenti israeliani che hanno firmato una lettera alla leadership israeliana chiedendo di porre fine ai suoi precedenti programmi di annettere parti della Cisgiordania occupata come parte del cosiddetto piano di pace di Trump.

Martedì mattina decine di sostenitori, tra cui il deputato della Lista Unita [formata da quattro diversi partiti arabo-israeliani, ndtr.] Ofer Cassif, hanno accompagnato sia Perets che l’obiettore di coscienza Eran Aviv – che andrà per la quarta volta dietro le sbarre – presso il nucleo di reclutamento di Tel Hashomer nel centro di Israele, dove entrambi hanno detto all’esercito che non avrebbero prestato il servizio di leva. Aviv ha trascorso un totale di 54 giorni nel carcere militare per essersi rifiutato di prestare servizio nell’esercito. Perets e Aviv sono stati condannati ciascuno a 10 giorni dietro le sbarre. Dopo essere stati rilasciati dovranno tornare al centro di reclutamento e ripetere la procedura fino a quando l’esercito non deciderà di congedarli.

Il servizio di leva è obbligatorio per la maggior parte degli ebrei israeliani

Anche il padre di Shahar, Shlomo Perets, che è stato in prigione quattro volte per essersi rifiutato di prestare servizio militare in Libano e nei territori occupati, era lì per sostenere sua figlia. Queste sono le sue scelte, fa quello che ha deciso con coscienza, scrupolo e voglia di cambiamento. La sostengo e spero che riesca a non fare le cose che vanno contro i suoi principi e rifiuti di essere ciò che non è”.

Nei giorni precedenti alla sua condanna ho parlato con Perets delle ragioni del suo rifiuto, delle sue visite nei territori occupati e di cosa intenda portare con sé in prigione.

“Ho deciso di rifiutare [il servizio di leva] dopo aver partecipato in terza media a un incontro tra palestinesi e israeliani in un campo estivo”, mi ha detto Perets. Ho fatto la conoscenza di amici palestinesi, ho capito che non voglio ferirli, non voglio incontrarli da soldatessa e diventare il loro nemico. Non voglio prendere parte a un sistema che li opprime quotidianamente».

Che esperienze hai fatto in seguito a quel primo incontro con dei palestinesi?

Ho preso coscienza di ciò che sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania. Ho iniziato a conoscere meglio le realtà della vita palestinese e ho preso la decisione di non arruolarmi e di farlo pubblicamente”.

Le tue visite in Cisgiordania ti hanno aiutata a prendere la decisione sul rifiuto?

Sono stata in giro e ho anche partecipato a tutti i tipi di attività, tra cui il volontariato e l’aiuto agli agricoltori [palestinesi] nelle colline del sud di Hebron e la raccolta delle olive nella Cisgiordania settentrionale.

E’ un’esperienza difficile, ritorno sempre stravolta. Sta succedendo qualcosa di brutto e deve finire. Passare dall’osservazione di foto o dall’ascolto di testimonianze alla valutazione in loco è sconvolgente. Vedere gli insediamenti coloniali dove i bambini vengono attaccati mentre vanno a scuola. Vedere i luoghi che i palestinesi non possono raggiungere, ad esempio nelle colline a sud di Hebron nell’area C [sotto il pieno dominio militare israeliano].

Ho preso la decisione ben prima di trovarmi in Cisgiordania, ma è chiaro che vedere i soldati e i coloni in piedi davanti ai palestinesi mi ha chiarito che non voglio essere uno di quei soldati, non voglio indossare questa uniforme, che simboleggia la violenza e il dolore dell’esperienza dei palestinesi”.

Nell’ultimo anno hai parlato con molti adolescenti mentre ti preparavi a pubblicare la Lettera Shministim. Che tipo di reazioni hai avuto?

La risposta iniziale è sempre un po’ di timore, dal momento che nella maggior parte dei circoli di ragazzi e ragazze, nei movimenti giovanili e nelle scuole non c’è una discussione critica sull’esercito, sul reclutamento e sull’occupazione .

Sia i miei amici più intimi che la cerchia dei conoscenti sono rimasti sorpresi. La gente non sapeva che c’era un’opzione per non arruolarsi. Allo stesso tempo molti adolescenti, ragazzi e ragazze, potrebbero improvvisamente ritrovarsi su qualcosa, firmare la lettera. Voglio credere che questi incontri siano efficaci. Che diano [alle persone] molta forza e una vera alternativa.

Speri che il tuo rifiuto permetta agli adolescenti di vedere un’altra opzione?

Gli adolescenti incontrano i palestinesi per la prima volta da soldati, quando indossano uniformi e imbracciano armi. È chiaro che se ci fossero stati degli incontri con palestinesi a scuola o conversazioni sulla narrativa palestinese, le cose sarebbero andate diversamente.

Ovviamente questo fa parte della politica del sistema, dello stesso desiderio di dividere, di creare una realtà di ‘nemici’ e ‘terroristi’, invece di guardare tutti coloro che vivono qui – palestinesi e israeliani – e dire viviamo e creiamo sicurezza per tutti. Non facciamoci del male, smettiamo di uccidere e di essere uccisi».

Come ha reagito la tua famiglia?

Nel complesso sia i miei amici che la mia famiglia mi stanno davvero a fianco. Ovviamente non tutti sono contenti che io vada in prigione. È strano rispondere alla domanda “Qual è la prossima cosa che farai?” Tra una settimana andrò in prigione. Penso che chi mi è più vicino sia stato in grado di comprendere il mio rifiuto.

C’è il desiderio di trasmettere un messaggio anche ai palestinesi?

[Il messaggio è che] sebbene il movimento del rifiuto sia in minoranza, esiste e ha un’influenza. Alcune persone non sono disposte a contribuire a ciò che sta accadendo, resistono e agiscono in modo che gli altri sappiano [cosa sta accadendo].

Negli ultimi 50 anni gli adolescenti hanno pubblicato numerose lettere in cui hanno annunciato il loro rifiuto di partecipare al servizio militare sia nei territori occupati che in generale. La prima lettera Shministim è stata pubblicata nel 1970 nel bel mezzo della guerra di logoramento tra Israele ed Egitto. La lettera Shministim pubblicata quest’anno è stata firmata da adolescenti che ci si aspetta finiscano dietro le sbarre o che altrimenti vengano esentati.

Peretz inizialmente ha intrapreso la procedura di arruolamento, ma si è fermata a metà e ha scelto di non richiedere un esonero dall’esercito.

“Ho deciso di non andare davanti al comitato per gli obiettori di coscienza, a una commissione medica o all’ufficiale dell’esercito per la salute mentale”, afferma Perets, “perché è importante per me rispettare i miei principi e non creare l’impressione che sia io il problema e che dovrei essere esentata [dal servizio]. Ho scelto di andare in prigione e partecipare a una campagna perché spero che raggiunga il maggior numero di persone. Spero che attraverso il mio rifiuto le persone riflettano sulla loro posizione in questa realtà”.

Pensi che oggi le persone, soprattutto adolescenti, non sappiano cosa sta succedendo nei territori occupati? Oppure lo sanno e scelgono di rimuoverlo?

Esiste una dimensione molto ampia della rimozione; la gente non sa o sa e non lo vuole riconoscere. La rimozione non sempre è un nostro difetto, è del ministero dell’Istruzione, del governo, di tutti i tipi di altre organizzazioni che non ne parlano [dell’occupazione]. Le lezioni di storia non parlano della narrazione palestinese. Ovviamente questo scoraggia le persone. Le persone si mettono fortemente sulla difensiva quando dico loro che non ho intenzione di arruolarmi. Lo prendono sul personale e si arrabbiano. Ciò proviene chiaramente da una qualche riluttanza a confrontarsi.

Come ti stai preparando per il carcere?

Negli ultimi tre anni ho fatto parte di una rete di donne che si rifiutano di prestare il servizio militare. Ho potuto discutere e riflettere su ciò che sta accadendo in prigione. Prima della mia prigionia, ho parlato con obiettori di coscienza che sono stati in carcere. Mi hanno aiutato a mettere insieme le liste delle cose da portare. Porterò molti libri, sudoku e album da colorare. Ho iniziato a studiare l’arabo, quindi porterò qualche quaderno per continuare a esercitarmi, se me lo permetteranno”.

Come funziona in pratica la procedura di rifiuto? Cosa succede il giorno del reclutamento?

Arriverò al centro di reclutamento delle IDF [forze di difesa israeliane: l’esercito israeliano, ndtr.] e rifiuterò di passare attraverso il percorso di arruolamento. Questo è il primo confronto con il sistema. Da lì sarò inviata a tutte le categorie di ufficiali per ogni sorta di conversazioni e tentativi di persuasione finché non capiranno [la mia posizione]. Ci sarà un processo nello stesso centro, dove decideranno la mia condanna [di solito tra 10 giorni e due settimane]. Dopo il processo sarò trattenuta in stato di detenzione fino a quando non sarò trasferita in carcere.

Dopo il mio rilascio rifiuterò di nuovo e subirò quindi un altro processo e sarò rispedita in prigione. So che è quello che farò nei prossimi mesi. Festeggerò il mio 19esimo compleanno in carcere”.

Oren Ziv è un fotoreporter, membro fondatore del collettivo di fotografia Activestills [gruppo di fotoreporter israeliani, palestinesi e internazionali impegnati contro oppressione, razzismo e discriminazione, ndtr.] e giornalista della redazione di Local Call [sito internet di informazione in lingua ebraica che fa capo alla redazione di +972, ndtr.]. Dal 2003 ha documentato una serie di tematiche sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati, con particolare attenzione alle comunità di attivisti e alle loro lotte. Il suo reportage si è concentrato sulle proteste popolari contro il muro e gli insediamenti, sugli alloggi a prezzi accessibili e altre questioni socio-economiche, sulle lotte contro il razzismo e la discriminazione e sulle battaglie a favore della libertà degli animali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Tareq Zubeidi, rapito e torturato da una banda di coloni

Gideon Levy

30 agosto 2021 – Chronique de Palestine

La settimana scorsa nella colonia di Homesh, destinata ad essere evacuata, un adolescente palestinese è stato portato via da coloni e sottoposto a violenze fisiche per più di due ore. Si tratta di una prassi consueta in questo luogo, di cui da tempo il tribunale ha ordinato l’apertura ai palestinesi.

Tareq Zubeidi è disteso sul suo letto di ferro in un angolo della stanza debolmente illuminata, coperto fino al collo e con gli occhi fissi al soffitto. Questo ragazzo pallido di 15 anni, senza barba, ha un sorriso dolce e parla con un sussurro.

Se inavvertitamente gli si toccano le gambe, soprattutto le ginocchia, si solleva di scatto come morso da un serpente e il suo viso si sbianca dal dolore.

Sulla pianta dei piedi ha due grosse cicatrici rotonde, il che spiega perché non gli sia possibile stare in piedi. Quando i coloni gli hanno inflitto queste ferite aveva il viso coperto, ma è convinto che una di esse sia stata provocata da una bruciatura, probabilmente con un accendino tenuto sotto un piede fino a che la carne si è strinata, mentre sull’altro piede lo colpivano con una sbarra di ferro.

Tareq è costretto a letto da quel mattino di orrore ed è ancora traumatizzato da quell’evento.

Il villaggio di Silat al-Daher si trova sulla strada tra Nablus e Jenin, nel nord della Cisgiordania. E’sovrastato dall’alto di una collina dai resti della colonia di Homesh, destinata ad essere evacuata, che Israele ha smantellato in teoria nel quadro del processo detto di disimpegno del 2005.

Nel contempo l’Alta Corte di Giustizia ha ordinato allo Stato di annullare le ordinanze militari di sequestro e di chiusura che avevano vietato ai palestinesi di accedere al sito, ma tutto ciò non ha niente a che fare con la realtà.

Un gruppo chiamato “Homesh First” [Prima Homesh] ha creato una yeshiva (scuola religiosa ebraica) sul sito poco dopo le evacuazioni; i suoi studenti sono tra i coloni più violenti. Chiunque abbia provato ad avvicinarsi a Homesh sa di che cosa – e soprattutto di chi – si tratta.

La decisione dell’Alta Corte qui è stata da molto tempo calpestata e nessuno se ne preoccupa. Da marzo 2020 l’organizzazione israeliana di difesa dei diritti umani B’Tselem ha registrato non meno di sette aggressioni violente contro palestinesi da parte dei coloni della yeshiva di Homesh.

In un’occasione hanno aggredito un gruppo di donne e un neonato, in un’altra hanno picchiato un contadino con bastoni e pietre, in una terza hanno rotto una gamba ad un pastore con delle pietre, e per due volte hanno attaccato case e veicoli nella periferia del villaggio.

Malgrado ciò, la scorsa settimana, il 17 agosto, un gruppo di giovani di Silat al-Daher ha deciso di organizzare un picnic e una grigliata vicino a Homesh, nel boschetto che costituisce il polmone verde del villaggio.

Secondo quanto ci ha raccontato Tareq – aveva già raccontato i fatti a Abdulkarim Sadi, ricercatore sul campo di B’Tselem, che lo ha incontrato il giorno dopo l’incidente ed è rimasto sconvolto dal trauma subito dal ragazzo – quel giorno il tutto è cominciato verso le 9, quando i giovani si sono incontrati davanti al liceo locale, dove il nuovo anno scolastico era iniziato un giorno prima.

Dei sei adolescenti, alcuni avevano lasciato la scuola ed altri avevano deciso di saltare un giorno di lezione a inizio anno. Tareq ha lasciato la scuola al settimo anno, quando aveva 13 anni, ed è andato a lavorare in una panetteria del villaggio di proprietà di suo zio.

Dopo aver comprato della carne di tacchino, sono saliti sulla collina a piedi. La strada per le auto è bloccata a causa dei coloni di Homesh che non lasciano avvicinarsi nessun palestinese.

Poco dopo essere arrivati al sito, dove si sono seduti sotto un albero a chiacchierare, il gruppo ha sentito d’improvviso delle voci in ebraico. Tareq si ricorda che lui e i suoi amici hanno subito avuto paura. A qualche decina di metri da loro è comparsa una macchina grigia argentata, con dentro quattro coloni, seguiti da due altri a piedi.

Solo qualche centinaio di metri separava il luogo del picnic da ciò che era Homesh, con la sua grande cisterna – suo segno di riconoscimento – che non era stata demolita al momento dell’evacuazione nel 2005.

I ragazzi si sono immediatamente alzati e si sono messi a correre per salvarsi la vita. Ogni idea di picnic era svanita. Ma durante la salita Tarek si era ferito ad una gamba e non poteva muoversi rapidamente.

La macchina lo ha seguito a tutta velocità, poi lo ha urtato e fatto cadere. I quattro coloni sono usciti dalla vettura e hanno cominciato a picchiarlo su tutto il corpo insultandolo. Avevano in testa grandi kippa [zucchetto rituale ebraico tipico dei coloni, ndtr.] e lunghi riccioli, racconta.

Uno di loro è tornato alla macchina per prendere una corda con la quale poi gli hanno legato le mani dietro la schiena ed anche le gambe. Tarek gridava di paura e di dolore. I coloni gli hanno dato dei calci, dice, mentre era steso a terra immobile.

Poi lo hanno sollevato e messo sul cofano della macchina, legandolo al veicolo con una catena di ferro perché non cadesse. La macchina ha viaggiato per qualche minuto finché ha raggiunto lo stagno di Homesh.

Il guidatore ha frenato bruscamente e Tarek è caduto, perché lungo il percorso i coloni avevano sganciato la catena. Due autobus di coloni sono arrivati al sito, ricorda Tarek, ma non è sicuro che abbiano preso parte alle violenze.

Qualcuno gli ha spruzzato sul viso dello spray urticante, un altro gli ha dato ancora dei calci. Steso al suolo, era sicuro che stesse per essere ucciso. Altri coloni si sono messi a prenderlo a calci, poi gli hanno bendato gli occhi con un fazzoletto. Tarek ha sentito che gli sputavano addosso e una raffica di insulti e di oscenità.

È stata un’esperienza orribile e terrificante”, dice, aggiungendo che pensa di essere rimasto steso così per circa un’ora e mezza.

Poi i coloni lo hanno trascinato fino a un albero e l’hanno appeso per le mani, in modo che le gambe rimanessero sospese. Con un’altra corda hanno legato il suo corpo al tronco dell’albero. Pensa di essere rimasto in quella posizione per circa cinque minuti. “Proprio in quel momento ho sentito che un colono mi picchiava la pianta di un piede con una sbarra di ferro ed un altro teneva qualcosa che bruciava sotto l’altro piede.”

Le cicatrici nei piedi di Tareq dovute alla tortura subita. Foto Alex Novac

Tareq ci mostra le ferite alle piante dei piedi. Dice di aver pianto e gridato per tutto il tempo e che i coloni non hanno mai smesso di insultarlo. Quando lo hanno staccato dall’albero, uno degli aggressori lo ha colpito alla testa con una mazza. Uno di loro gli gridava: “Sono pazzo, sono pazzo.” Tarek ha perso conoscenza.

Quando è rinvenuto si è ritrovato su una jeep dell’esercito israeliano. Un soldato gli ha dato il suo telefono cellulare perché potesse parlare con qualcuno in arabo, forse un agente dei servizi di sicurezza dello Shin Bet [servizi interni israeliani, ndtr.], che lo ha minacciato di fare arrestare i ragazzi se ci fossero stati lanci di pietre nel villaggio.

I soldati hanno chiesto la carta di identità di Tarek – lui ha risposto che era ancora troppo giovane per averne una.

Questa settimana l’unità del portavoce delle forze israeliane ha pubblicato su Haaretz il seguente comunicato riguardo all’incidente: “Martedì 17 agosto abbiamo ricevuto un rapporto relativo a palestinesi che hanno lanciato pietre contro dei coloni vicino alla colonia evacuata di Homesh, che si trova nel settore della brigata territoriale di Shomron (Samaria). Dopo aver ricevuto il rapporto, dei soldati dell’IDF (esercito israeliano, ndtr.) hanno raggiunto il sito ed hanno trovato dei coloni che tormentavano un giovane palestinese. Il comandante della forza si è occupato dell’accaduto ed ha riportato il giovane palestinese alla sua famiglia.”

Immediatamente dopo l’inizio dell’incidente, i cinque amici di Tarek hanno raggiunto Silat al-Daher ed hanno detto alla sua famiglia che lui era rimasto indietro. Suo fratello maggiore Hisham e suo zio Murwah si sono precipitati all’incrocio che si trova all’entrata di Homesh, ma hanno avuto paura di avventurarsi in macchina sulla strada che porta alla colonia.

Dopo un po’ di tempo hanno visto un ufficiale dell’IDF, lo hanno chiamato e gli hanno raccontato che cosa era successo. Poco dopo, una jeep dell’IDF gli ha riportato Tarek ferito. Un’ambulanza palestinese che passava sull’autostrada con un paziente uscito dall’ospedale di Nablus si è fermata e il paziente, che stava bene, ha proposto che l’ambulanza caricasse Tarek al suo posto. Tarek, con suo fratello e suo zio, è stato portato all’ospedale pubblico Khalil Suleiman di Jenin.

Secondo la cartella clinica dell’ospedale vi è arrivato alle 13,03, è stato sottoposto ad una serie di esami ed è stato riportato a casa il giorno successivo. Le ferite fisiche erano meno gravi di quanto sembrasse inizialmente, ma la ferita psicologica era chiaramente più grave.

Tarek racconta che dopo quel giorno non ha potuto dormire e che si sente molto angosciato, soprattutto al buio. Suo fratello e suo zio dormono nella stanza con lui.

Se resto solo al buio comincio a pensare a quell’incubo con i coloni. Ho l’impressione di sudare in tutto il corpo. Ho la sensazione che il mio cuore batta all’impazzata.”

Da allora Tarek non può camminare senza aiuto – lo accompagnano al bagno i suoi familiari. La pianta dei piedi è ferita e le sue ginocchia sono ancora gonfie.

Gideon Levy, nato nel 1955 a Tel Aviv, è un giornalista israeliano e membro della direzione del quotidiano Haaretz. Vive nei territori palestinesi sotto occupazione. Ha ricevuto il premio Euro-Med Journalist nel 2008, il premio Leipzig Freedom nel 2001, il premio Israeli Journalists’Union nel 1997 ed il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele nel 1996. Ha scritto il libro The Punishment of Gaza [‘La punizione di Gaza’], che è stato tradotto in francese con il titolo Gaza, articoli per Haaretz, 2006-2009 [Gaza, articoli per Haaretz, 2006-2009], La Fabrique, 2009.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Proteste a Gaza contro l’assedio

 

25 Agosto 2021 – Al Jazeera

Le forze israeliane sparano proiettili veri e lacrimogeni mentre centinaia di palestinesi chiedono a Israele di allentare il blocco soffocante di Gaza.

Centinaia di palestinesi hanno manifestato a ridosso della recinzione israeliana nella Striscia di Gaza assediata chiedendo a Israele di allentare il blocco soffocante dopo pochi giorni che un’analoga manifestazione tenuta il fine settimana ha dato seguito a degli scontri letali con l’esercito israeliano.

I militari israeliani, che prima della manifestazione di mercoledì avevano potenziato le loro forze, hanno dichiarato di aver fatto uso di lacrimogeni e proiettili veri per disperdere la folla nella parte meridionale di Gaza. I medici palestinesi hanno riferito che sono rimaste ferite almeno nove persone.

La rete televisiva Al Aqsa TV, gestita da Hamas, il gruppo palestinese che governa Gaza, ha mostrato una massa di persone avvicinarsi alla recinzione per poi fuggire all’arrivo di un veicolo militare israeliano. Si poteva vedere il gas lacrimogeno fluttuare nel vento.

L’esercito ha affermato di aver utilizzato proiettili calibro 22, un tipo di arma che dovrebbe essere meno letale delle armi da fuoco più potenti, ma che può essere mortale.

Youmna El Sayed di Al Jazeera, nel riferire sulle proteste a Gaza, ha affermato che nella città meridionale di Khan Younis, nella Striscia di Gaza, sono state sparate decine di lacrimogeni contro i manifestanti.

“Oggi già tre palestinesi sono stati feriti da proiettili veri e decine sono rimasti soffocati dai lacrimogeni sparati contro di loro”, dice El Sayed.

Sabato hanno manifestato centinaia di palestinesi dando origine a violenti scontri.

Il ministero della Salute ha comunicato che durante le manifestazioni di sabato sono stati feriti dal fuoco israeliano più di 40 palestinesi, tra cui un ragazzo di 13 anni colpito alla testa.

Uno dei feriti, Osama Dueji, 32 anni, è morto mercoledì in seguito ad una ferita da proiettile a una gamba.

Hamas lo ha identificato come un componente del suo gruppo armato e lo ha pianto come un “eroico martire”.

Mercoledì un soldato israeliano, rimasto gravemente ferito quando un palestinese gli ha sparato alla testa a distanza ravvicinata attraverso un buco nel muro, è stato trasportato in ospedale.

Dopo la sparatoria, nelle prime ore di domenica, l’esercito israeliano ha bombardato i depositi di armi di Hamas nella Striscia di Gaza.

Hamas ha organizzato le proteste nel tentativo di fare pressione su Israele perché allenti il blocco di Gaza.

Israele ed Egitto hanno mantenuto il blocco da quando Hamas ha preso il controllo di Gaza nel 2007, un anno dopo aver vinto le elezioni palestinesi.

Il blocco ha devastato l’economia di Gaza e ha alimentato un tasso di disoccupazione che si aggira intorno al 50%. Israele ha affermato che il blocco, che limita fortemente il movimento di merci e persone dentro e fuori Gaza, ha lo scopo di impedire ad Hamas di rafforzare le sue capacità militari.

Dal 2007 Israele e Hamas hanno combattuto quattro guerre e numerose schermaglie e, più recentemente, a maggio, un’escalation di violenza di 11 giorni che ha ucciso 260 palestinesi e 13 persone in Israele.

Hamas ha accusato Israele di aver violato, inasprendo il blocco, il cessate il fuoco che ha posto fine ai combattimenti. In particolare ha limitato l’ingresso dei materiali necessari per la ricostruzione.

Israele ha chiesto la restituzione delle spoglie di due soldati uccisi nella guerra del 2014, così come la riconsegna di due civili israeliani che si ritiene siano prigionieri di Hamas.

La scorsa settimana Israele ha raggiunto un accordo con il Qatar che consente al Paese del Golfo di riprendere il versamento degli aiuti a migliaia di famiglie povere di Gaza.

Con il nuovo metodo, i pagamenti saranno consegnati dalle Nazioni Unite direttamente alle famiglie, dopo che queste siano state passate al vaglio da Israele. In passato, gli aiuti venivano consegnati in contanti direttamente ad Hamas.

I pagamenti dovrebbero iniziare nelle prossime settimane, fornendo un po’ di sollievo a Gaza.

Ma la tensione resta alta. Oltre alle manifestazioni, Hamas ha lasciato che i suoi sostenitori lanciassero palloni incendiari oltre il confine, provocando diversi incendi nel sud di Israele. Israele ha lanciato una serie di raid aerei sugli obiettivi di Hamas a Gaza.

L’Egitto, che fa da mediatore tra Israele e Hamas, si è impegnato per a negoziare una tregua a lungo termine tra gli acerrimi nemici.

Questa settimana l’Egitto, in segno di insofferenza nei confronti di Hamas, ha chiuso il suo valico di frontiera con Gaza, il principale punto di uscita a disposizione delle persone del territorio per viaggiare all’estero.

 

 

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cisgiordania: le forze israeliane uccidono un adolescente palestinese durante una retata in un campo profughi

 Imad Khaled Salah Hashash è stato colpito alla testa dalle forze israeliane durante una retata nel campo profughi di Balata vicino a Nablus

Redazione di MEE

24 agosto 2021 –  Middle East Eye

Martedì un soldato israeliano ha sparato e ucciso un adolescente palestinese con proiettili veri dopo un’irruzione delle forze di sicurezza in un campo profughi nella Cisgiordania occupata.

Il ministero della Salute palestinese ha confermato che il sedicenne Imad Khaled Salah Hashash è morto dopo essere stato colpito alla testa dalle forze israeliane nel campo profughi di Balata, vicino a Nablus.

Secondo l’agenzia Wafa News il ministero ha riferito che Hashash è stato portato d’urgenza all’ospedale chirurgico Rafidia dove è stato dichiarato morto.

Le immagini pubblicate in rete mostrano la famiglia di Hashash che regge il suo cadavere dopo averlo avvolto in un sudario funebre blu.

L’esercito israeliano ha affermato che Hashash è stato colpito da un colpo di arma da fuoco quando i soldati hanno visto un abitante lanciare un “oggetto di grandi dimensioni” durante una retata nel campo profughi.

“Uno dei soldati ha risposto aprendo il fuoco ed è stato verificato che qualcuno è stato colpito”, ha affermato una dichiarazione dell’esercito israeliano, senza entrare nello specifico della morte dell’adolescente.

All’inizio di questo mese durante una protesta a Nablus le truppe israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese ferendone altri.

Secondo il ministero della Salute palestinese il deceduto era stato ricoverato d’urgenza all’ospedale di Nablus per poi morire in seguito alle ferite riportate.

Il servizio di ambulanze della Mezzaluna Rossa Palestinese ha aggiunto che altri 21 palestinesi sono stati colpiti dalle truppe israeliane, la maggior parte con proiettili di gomma.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Sono cresciuto guardando i coloni attaccare il mio villaggio palestinese. Adesso stanno diventando sempre più sfrontati. Ho paura.

Basil Al-Adraa

17 agosto 2021- Haaretz

Gli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi stanno diventando più gravi e coordinati e ora si usano anche le armi. Ecco come riescono a farla franca

Nel 2005, il giorno del mio decimo compleanno, ho visto per la prima volta i coloni attaccare la mia famiglia. Ricordo che papà stava arando la terra di famiglia nelle colline a sud di Hebron mentre poco lontano io e la mamma lo guardavamo. Ricordo di averle preso la mano quando un gruppo di uomini mascherati provenienti dal vicino avamposto di coloni israeliani correva verso di noi lanciando pietre contro mio padre. Lui cominciò a filmare gli aggressori mentre io cercavo di raggiungerlo, ma la mamma mi fermò.

“Non muoverti,” mi disse e notai che era terrorizzata. 

Adesso ho 25 anni. Sono cresciuto con questi attacchi la cui frequenza è aumentata e che sono diventati una parte centrale della mia vita, specialmente da quando la situazione è peggiorata in questi ultimi mesi. Vivo a Twani, un piccolo villaggio palestinese sulle colline meridionali della Cisgiordania e, come i miei genitori, sono un attivista che crede nella resistenza non violenta all’occupazione. Una macchina fotografica e un taccuino sono tutto quello che ho a mia disposizione.

Negli ultimi due mesi, dopo la più recente guerra contro Gaza, gli attacchi dei coloni sono diventati più gravi e coordinati ed essi hanno cominciato a usare le armi.

Recentemente ho collaborato a un’inchiesta giornalistica che ha rivelato che a maggio, in un solo giorno, mentre i caccia israeliani sganciavano bombe su Gaza, in quattro zone diverse della Cisgiordania sono stati ammazzati almeno quattro palestinesi dopo che coloni armati avevano assaltato contemporaneamente i loro villaggi, con i soldati israeliani che assistevano o partecipavano agli attacchi.

L’uso massiccio di armi durante attacchi premeditati dei coloni è un fenomeno nuovo e pericoloso. Il mio villaggio, Twani, è stato preso di mira. Ogni sabato durante gli ultimi due mesi, coloni dall’avamposto di Havat Ma’on hanno attaccato violentemente le nostre case. Sono riuscito a filmarne quattro.

In uno dei miei video si vede un gruppo di coloni mascherati invadere i terreni del nostro villaggio, impugnando bastoni di legno e fionde. Cominciano a bruciare i nostri campi e a lanciare pietre contro di noi mentre i soldati israeliani accanto a loro non fanno nulla.

Sono accorso con altri abitanti e abbiamo cercato di bloccarli, ma l’esercito israeliano ci ha respinti con granate stordenti. A questo punto uno dei coloni ha sparato parecchie volte con la pistola verso di noi. Il video in cui ho ripreso la sparatoria è mosso perché mi tremavano le mani dalla paura. Quando mi sono girato, ho scoperto che per fortuna nessuno dei miei amici era stato colpito. I soldati hanno assistito a tutto ciò senza far nulla.

Gli attacchi dei coloni israeliani non sono casuali né riflettono una qualche tendenza a esplosioni di violenza. Fanno quello che fanno per creare degli incidenti. Loro vogliono la nostra terra.

Durante gli ultimi due mesi i coloni hanno fondato tre nuove fattorie vicino a casa mia. Hanno ricevuto dall’esercito israeliano oltre 4.000 dunam (circa 400 ettari), una vasta area di terra che era stata espropriata ai palestinesi nel 1980 e dichiarata “terra statale”. Intere comunità palestinesi usano ogni giorno queste terre per scopi agricoli e per allevare pecore e la violenza inflitta contro di loro è uno strumento centrale per dissuaderli dal continuare a farlo. La terra era stata rubata ai palestinesi legalmente, dallo Stato: questa è violenza “legale”. La violenza illegale dei coloni non fa che completare questo processo.

Capire l’intreccio fra gli attacchi dei coloni, e le leggi razziste che le completano, è importante. Quattro meccanismi e pratiche legali del regime militare meritano un’attenzione speciale.

Secondo Peace Now [Ong israeliana contraria all’occupazione, ndtr.], per prima cosa lo Stato espropria terre palestinesi dichiarandole ‘terre statali’ usando una legge molto discriminatoria e poi assegnando il 99,76% di questi terreni solo ai coloni.

Secondo, le IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] fingono di non vedere gli avamposti che vengono costruiti illegalmente su queste cosiddette “terre statali ” e permettono loro di collegarsi alla rete elettrica e idraulica.

Terzo, le IDF impediscono di collegarsi ad acqua ed elettricità alla maggior parte delle comunità palestinesi nella mia zona sotto diretto controllo militare in una zona definita dagli Accordi di Oslo “Area C” e respingono il 98% delle nostre richieste di permessi edilizi.

Quarto, in questo contesto di spossessamento, quando ci sono violenze da parte dei coloni la polizia non indaga attivamente e solo raramente arresta i colpevoli israeliani. Le ricerche di Yesh Din, un’associazione contraria all’occupazione, indicano che, fra il 2005 e il 2014, in Cisgiordania, il 91% delle denunce presentate dai palestinesi alla polizia israeliana sui reati politici commessi da israeliani si sono conclusi senza un rinvio a giudizio.

Nel 2019 mi sono personalmente trovato a fronteggiare le conseguenze di omissioni sistematiche della polizia. Era una giornata di sole e ho ricevuto una telefonata da un vicino che con voce tremante mi ha detto che un gruppo di coloni stava tirando pietre contro di lui e la sua famiglia.

Con la macchina fotografica in mano sono corso verso il campo da dove mi avevano telefonato e ho visto sei coloni e un cane. Quando ho cominciato a filmarli, uno di loro mi ha aizzato contro il cane che mi ha morso la mano. Ho sentito un dolore intenso e ho notato che stavo sanguinando.

Quando i soldati sono arrivati si sono rifiutati di chiamare un’ambulanza. Sono rimasto a terra sanguinante per circa 40 minuti. Finalmente è arrivata un’ambulanza palestinese e mi ha portato all’ospedale.

Due giorni dopo essere stato dimesso, sono andato direttamente a una stazione di polizia israeliana in una colonia nelle vicinanze. Non mi è facile entrare in una colonia, ma l’ingiustizia che avevo subito era così dolorosa che dovevo andarci. Come palestinese che vive sotto l’occupazione militare straniera questo è l’unico modo per chiedere giustizia.

Fortunatamente avevo ripreso tutta la scena. Nel mio video la faccia del colono si poteva vedere con chiarezza. Eppure il poliziotto che stava raccogliendo la mia deposizione ha rivoltato tutto contro di me. Mi ha chiesto: “Cosa stava facendo là? Perché non è scappato? Perché stava filmando? Perché porta altri attivisti a filmare e a causare problemi?”

Alla fine, dopo una giornata lunga e snervante, sono riuscito a presentare la mia denuncia. Non sorprende che nessuno sia mai stato arrestato. Recentemente lo stesso colono ha aizzato il cane contro altre due persone del mio villaggio.

L’impunità dei coloni che ho osservato personalmente e la ricerca di Yesh Din sono il contesto che ha permesso ai colpevoli di cominciare a usare le armi negli ultimi due mesi. Ho molta paura per la mia comunità che è completamente indifesa e deve lottare da sola contro forze e individui armati. I coloni possono fare quello che vogliono perché non c’è nessuno a fermarli e nessuno a ritenerli responsabili. Il risultato diretto è che i membri della mia comunità stanno soffrendo e perdono i propri mezzi di sussistenza. Alcuni sono stati uccisi e molte altre vite sono in pericolo fino a quando questa situazione non sarà presa sul serio. Quando si sveglierà il mondo?

Basil Al-Adraa è un attivista dei diritti umani e un giornalista.

(tradotto dall’inglese da Mirella Alessio)




Quanti palestinesi morti sono troppi?

Zvi Bar’el

10 agosto 2021 – Haaretz

Secondo un articolo di Yaniv Kubovich su Haaretz di martedì, “il capo di stato maggiore [israeliano] Aviv Kochavi ha chiesto agli alti gradi del Comando Centrale [uno dei quattro comandi regionali, stanziato in Cisgiordania, ndtr.] di intervenire per ridurre i casi di uso di armi da fuoco contro palestinesi in Cisgiordania”. Presumibilmente non ci potrebbe essere una smentita più clamorosa delle affermazioni del giornalista Gideon Levy riguardo a Kochavi, secondo le quali “il comandante di un esercito che non abbia niente da dire riguardo a queste metodiche uccisioni contribuisce ancor di più alla degenerazione dell’esercito.”

Qui c’è un capo di stato maggiore che dedica attenzione ai sentimenti della gente, che comprende che gli omicidi perpetrati in suo nome in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza non vengono accolti facilmente dall’opinione pubblica, anche se solo da una piccola parte di essa. Si erge come un leone per porre fine al crimine e “chiede” ai suoi ufficiali superiori di tenere sotto controllo i comportamenti indisciplinati.

Non fa assolutamente nessuna differenza se Kochavi sia rimasto impressionato oppure no da quello che è stato scritto sui media o dalle critiche della “dirigenza politica” e dell’establishment della difesa riguardo alla condotta del capo del comando centrale Tamir Yadai, secondo le quali gli ufficiali del Comando Centrale hanno operato in modo suscettibile di incendiare la Cisgiordania.

Quello che è importante è come mettere in pratica sul terreno la richiesta di Kochavi. Quanti palestinesi innocenti ci viene permesso di uccidere prima che ciò inneschi un incendio? Ogni brigata o compagnia riceverà una quota mensile o annuale di morti che non dovrà essere superata?

Possiamo già sentire le grida di dolore dei dirigenti dei coloni secondo cui il capo di stato maggiore non permette alle IDF [l’esercito israeliano, ndtr.] di vincere. Possono smettere di preoccuparsi, Kochavi chiede solo di abbassare il fuoco, non di spegnerlo. Lo ha chiesto solo agli ufficiali delle IDF, non a loro. I coloni non sono affatto sottoposti a lui, e le loro armi, comprese quelle dei soldati che essi a volte usano, sono libere da ogni restrizione.

La cosa realmente sorprendente è la richiesta di Kochavi di coinvolgere un maggior numero di ufficiali superiori sul terreno e di fare in modo che più decisioni siano prese dai gradi più alti. Ecco il dilemma: chi sono questi ufficiali superiori che saranno considerati responsabili? Nell’operazione “Margine protettivo”, la guerra a Gaza del 2014, quando comandava la brigata Givati il tenente colonnello Ofer Winter spiegò ai suoi soldati che “la storia ci ha scelti per essere l’avanguardia nella lotta contro i nemici terroristi di Gaza, che insultano e scherniscono il dio delle campagne di Israele.”

Oggi il generale di brigata Winter comanda l’Utzbat Ha’esh, una divisione d’élite dei paracadutisti sottoposta al Comando Centrale, che è guidata dal generale Yadai, l’ufficiale più alto in grado responsabile del fuoco mortale contro i palestinesi. Lo “spirito di comando” di Winter è cambiato da allora? E perché dovrebbe cambiare, quando lo stesso ministro della Difesa Benny Gantz indossa sul bavero della divisa la medaglia per l’uccisione in massa di cui è stato responsabile, come capo di stato maggiore delle IDF, durante quella stessa campagna?

Questo mese si è scoperto che lo stesso spirito è rimasto in vigore nelle campagne che sono seguite. Nell’operazione “Guardiano delle mura” uno dei bombardamenti delle IDF contro Gaza ha colpito delle strutture precarie nei pressi di Beit Lahia. Sei persone sono state uccise: un neonato di 9 mesi, una diciassettenne, tre donne e un uomo. Le IDF si sono premurate di nascondere l’incidente, e la sua risposta banale ha dimostrato quanto profonda sia la loro indifferenza.

Le IDF hanno imparato la lezione e l’hanno insegnata all’unità combattente, ha borbottato il portavoce delle IDF. Nessun ufficiale superiore ha perso il posto. È stato solo a quella stessa unità che è stata impartita la lezione o il messaggio è stato inviato anche ad altre unità, e soprattutto agli ufficiali superiori del Comando Centrale? Sono questi i pompieri che d’ora in avanti controlleranno l’“altezza delle fiamme”? E chi ha alimentato le fiamme finora?

Da maggio in Cisgiordania sono stati uccisi oltre 40 palestinesi. Ora quello che ci manca è che il portavoce delle IDF presenti con orgoglio il suo risultato come prova che “la lezione è stata appresa”. Senza questo, potrebbe sostenere, sarebbero stati uccisi 80, o forse 100, palestinesi.

Questo non è più solo lo “spirito del comandante”, una cosa che dipende dalla personalità e dai valori di un comandante dell’esercito o del capo di un comando regionale. Al contrario qui vediamo una cultura di occupazione militare che non cambia per un qualche ordine. Ormai è una questione di tradizione operativa.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Tre eroiche missioni compiute da militari anonimi

Amira Hass

14 giugno, 2021 Haaretz

Sul rafforzamento del regime di Hamas nella Striscia di Gaza e altre conquiste non trascurabili recentemente compiute dall’esercito israeliano

In tempo di guerra sappiamo ciò che fanno le forze di difesa israeliane [esercito israeliano, ndtr]. I soldati, anche se la loro identità non viene rivelata o resa pubblica, ricevono l’abbraccio collettivo della nazione. In tempo di pace non sono sconosciuti solo i soldati, lo sono anche le loro azioni. Ma perché sottovalutarli, perché non lodarli apertamente davanti ai loro genitori? Per esempio: nei sei giorni fra il 3 e il 9 giugno, i soldati dell’IDF [forze di difesa israeliane, ndtr] hanno ucciso tre palestinesi, e ne hanno ferito decine, compiuto 151 blitz in Cisgiordania e Gersusalemme Est, arrestato 99 persone, compresi 16 minorenni, e demolito dieci tende e nove baracche nella zona di Gerico.

Ed ora passiamo dal generale a tre esempi specifici:

La data: 11 giugno

La missione: proteggere in generale l’impresa coloniale e in particolare l’avamposto illegale di Evyatar, vicino a Nablus, che potenzialmente potrebbe espandersi fino a comprendere 600 dunam (circa 15 acri, come rivelato la scorsa settimana ad Haaretz da Daniella Weiss, segretaria generale del movimento coloniale di Nahala, che ha costruito l’avamposto).

L’obiettivo: manifestanti palestinesi che vivono nel villaggio di Beita, sulla cui terra, oltre a quella di altri due villaggi (Yatma and Qabalan), si sta costruendo Evyatar.

L’intervento: l’omicidio per colpi di armi da fuoco del quindicenne Muhammad Said Hamail, il ferimento di undici persone sempre per colpi di armi da fuoco e di altre sei persone per l’utilizzo di proiettili metallici rivestiti di gomma, crisi respiratorie in circa 60 manifestanti per l’uso di gas lacrimogeni e il pestaggio di altri sei.

Il risultato: altre famiglie palestinesi in lutto per avere avuto l’ardire di opporsi al mitzvah [comandamento, ndtr] del furto di terre.

Il contesto: la costruzione dell’avamposto illegale è iniziata ai primi di maggio per separare i circostanti villaggi palestinesi l’uno dall’altro; l’esercito ha lasciato che i coloni continuassero ad erigere le strutture nonostante l’ordine di demolizione emesso dall’Autorità civile. I palestinesi hanno manifestato a Beita e finora tre sono rimasti uccisi, ma continuano a manifestare. L’esercito ha bloccato l’ingresso principale del villaggio.

Il senso dell’attività: Golia, ornato dalle stelle di Davide, cerca di sottomettere, zittire e paralizzare Daoud [variante araba del nome Davide, ndtr]

La data: 9 giugno

La missione: criminalizzare ed indebolire le organizzazioni della società civile palestinese.

L’obiettivo: Health Work Committee, ONG nata nel 1985, che opera per garantire alla comunità palestinese l’accesso a prestazioni sanitarie di elevata qualità. L’ONG ha quattordici ambulatori permanenti e mobili che operano in villaggi e cittadine in Cisgiordania.

L’intervento: alle 5 del mattino un’unità militare israeliana con un gran numero di veicoli ha operato un blitz nel quartiere sud-orientale di Al-Bireh, Sateh Marhaba, facendo irruzione nel quartier generale dell’organizzazione, che occupa due piani dell’edificio di Al-Sartawi. L’unità ha confiscato hard disk e schede di memoria, nonché documenti dagli schedari. Ha bloccato l’ingresso principale con barre di ferro a cui ha appeso un’ordinanza di chiusura di sei mesi; l’ordinanza include il divieto di accesso agli uffici per i dipendenti, che verranno altrimenti arrestati e processati per violazione di un’ingiunzione militare.

Il risultato: l’indebolimento della capacità della ONG di fornire prestazioni sanitarie e proseguire le proprie ricerche in materia di salute pubblica.

Il contesto: le importanti ONG palestinesi nel campo della salute, agricoltura e diritti delle donne sono state costituite negli anni ottanta da organizzazioni palestinesi di sinistra con il duplice obiettivo di lottare per la liberazione nazionale e promuovere il principio dell’uguaglianza sociale. E’ da parecchio tempo che Health Work Committee viene preso di mira dall’esercito, dal servizio di sicurezza dello Shin Bet [l’agenzia di intelligence per gli affari interni dello stato di Israele, ndtr] e da organizzazioni di spionaggio private quali NGO Monitor [organizzazione con sede a Gerusalemme che analizza e riporta i risultati della comunità internazionale delle ONG, ndtr], in quanto diversi dei suoi dipendenti sono legati al fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Walid Abu-Ras, direttore amministrativo e finanziario del gruppo, è agli arresti con l’accusa di essere coinvolto nell’attacco alla sorgente di Ein Bubin sulle terre del villaggio di Dir Ibzi’a, ad ovest di Ramallah, in cui è rimasta uccisa la diciassettenne Rina Shnerb.

Il senso dell’attività: compiere una rappresaglia contro le migliaia di palestinesi che necessitano delle cure della ONG.

La data: dal 22 maggio in avanti

La missione: distruggere qualsiasi parvenza di un ritorno alla normalità.

L’obiettivo: i due milioni di abitanti della Striscia di Gaza

L’intervento: chiusura dei valichi di frontiera per ridurre ad un minimo “umanitario” sia l’entrata delle merci sia l’ingresso e l’uscita dei palestinesi. C’è l’interdizione a fare entrare il carburante, l’interdizione a commercializzare prodotti agricoli dalla Striscia, l’interdizione a introdurre articoli per posta (compresi i passaporti rilasciati a Ramallah).

I risultati: i malati si aggravano, in bilico fra la vita e la morte, perché non sono autorizzati ad uscire da Gaza per farsi curare quando sussiste ancora qualche speranza di guarigione. Il mercato locale è invaso da prodotti agricoli originariamente destinati ai mercati in Israele e Cisgiordania, e gli agricoltori di Gaza perdono le loro entrate. Le ore in cui arriva l’energia elettrica sono limitate, i luoghi di lavoro paralizzati, aumentano le persone senza lavoro bisognose di assistenza e carità. Si annullano i progetti di viaggi all’estero per lavoro-salute-studio attraverso il valico di Rafah con l’Egitto, per non parlare dei progetti di visita a familiari all’estero.

Il contesto: dal 1991 Israele sta unilateralmente implementando non la “soluzione dei due Stati”, come si aspettavano i sostenitori degli Accordi di Oslo, [sottoscritti nel 1993 fra Arafat e Rabin, ndtr] bensì la “soluzione” delle dieci enclaves palestinesi (Gaza, Hebron, Yatta, Betlemme, Ramallah, Salfit, Tulkarm-Nablus, Jenin, Tubas e Gerico). Il modello è la Striscia di Gaza; quelle in Cisgiordania sono riproduzioni in scala ridotta. Il presente di Gaza rappresenta il futuro-non-troppo-lontano delle altre enclaves, se non faranno i bravi.

Il senso dell’attività: fingere che Israele stia punendo Hamas, mentre in realtà sta aiutando questa organizzazione a consolidare il proprio regime nella segregazione della Striscia.

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero