La crisi alimentare di Israele: ripercussioni dei costi economici di una guerra perpetua

 Ranjan Solomon

31 gennaio 2026 – Middle East Monitor

Il prolungato conflitto di Israele ha provocato una crisi interna che riceve molta meno attenzione delle sue conseguenze militari o diplomatiche: un problema sempre più grave di insicurezza alimentare. Secondo le stime delle organizzazioni israeliane per la sicurezza alimentare circa il 39% del cibo prodotto o consumato nel Paese viene sprecato, uno scompenso sistematico che è costato all’economia circa 26 miliardi di shekel (circa 7 miliardi di dollari) nel solo 2024.

La portata degli sprechi è in netto contrasto con l’aumento della deprivazione. Circa un milione e mezzo di persone in Israele sta affrontando l‘insicurezza alimentare, anche se il cibo in eccesso viene sprecato attraverso le catene di distribuzione. Negli ultimi 10 anni le perdite complessive derivanti dagli sprechi di cibo hanno toccato 211 miliardi di shekel, drenando il benessere delle famiglie e parallelamente le risorse pubbliche (Istituto Nazionale di Previdenza di Israele).

In termini macroeconomici nel solo 2024 lo spreco alimentare ha raggiunto quasi l’1,3% del PIL di Israele, mentre la media degli scarti delle famiglie si avvicina alla cifra di 2.900 dollari all’anno. Questi numeri sottolineano quanto l’inefficienza e l’ineguaglianza siano arrivate a coesistere all’interno dello stesso sistema economico.

L’insicurezza alimentare non è solamente un problema di fame. Le valutazioni sulla salute e il benessere stimano costi sanitari e ambientali al di sopra di 2.7 miliardi di dollari, provocati da malnutrizione, malattie legate allo stress e dall’impatto ambientale dello spreco su larga scala.

La guerra ha acutamente intensificato queste pressioni. La carenza di manodopera in agricoltura, provocata dalla mobilitazione di massa e dalle restrizioni ai lavoratori palestinesi e stranieri, ha scompigliato i cicli di piantagione e raccolto. Come risultato sono aumentati i prezzi della frutta e della verdura, collocando il cibo fresco fuori dalla portata delle famiglie a basso reddito.

Anche prima del conflitto in corso Israele ha avuto a che fare con alti prezzi alimentari provocati dalla concentrazione del mercato, dalla debole competitività e dalle barriere doganali protettive. Le condizioni belliche hanno ingigantito questi problemi strutturali, rendendo la produzione alimentare interna più fragile e più costosa.

Mentre l’attenzione internazionale si è ampiamente concentrata sulle spese militari, la forte contrazione economica ha ricevuto una minore considerazione. Nell’ultimo trimestre del 2023 il PIL di Israele è diminuito del 20,7%, segnando una delle più acute regressioni trimestrali nella storia del Paese.

Al tempo stesso la spesa militare è aumentata, salendo da circa 1,8 miliardi di dollari a 4,7 alla fine del 2023. La banca di Israele stima il totale dei costi legati alla guerra nel periodo 2023-2025 a circa 55,6 miliardi di dollari, un fardello che peserà per anni sulla spesa pubblica.

Le conseguenze sociali sono ora visibili. Secondo le organizzazioni di assistenza sociale e le valutazioni della società civile più di un quarto delle famiglie israeliane affrontano l’insicurezza alimentare. Ciò che un tempo si concentrava nelle comunità ai margini si è allargato ad una condizione strutturale che colpisce le famiglie della classe lavoratrice, i percettori di prestazioni sociali e le famiglie colpite dall’inflazione e dall’instabilità causata dalla guerra.

Questa crisi non è accidentale né temporanea. Riflette il contraccolpo interno di una prolungata militarizzazione e guerra. Un’analisi del dicembre 2025 ha rilevato che quasi il 60% dei beneficiari di sussidi governativi ha lamentato un deterioramento nella propria situazione finanziaria da quando si è intensificata la guerra, mentre la spesa alimentare per le famiglie a basso reddito è quasi raddoppiata.

L’insicurezza alimentare in Israele è quindi diventata un risultato della politica, non una marginale questione di welfare. In condizioni di conflitto permanente le priorità dello Stato vengono ricalibrate. La spesa militare viene considerata non negoziabile, mentre la protezione sociale viene rimandata, ristretta o resa discrezionale. La fame è ricontestualizzata come uno sgradevole effetto collaterale della politica di sicurezza nazionale piuttosto che come un insuccesso politico che richiede una correzione strutturale.

La geografia inasprisce il problema. Circa il 30% del terreno agricolo di Israele si trova in zone di conflitto vicino a Gaza e lungo il confine nord. Le aziende agricole in queste regioni sono state abbandonate, i cicli di allevamento sconvolti e i sistemi di produzione a lungo termine interrotti.

L’agricoltura israeliana a lungo si è avvalsa di manodopera straniera e immigrata, soprattutto per i raccolti stagionali. La guerra ha drasticamente ridotto questa forza lavoro, rivelando la fragilità della produzione alimentare interna. Ne sono conseguiti ritardi nella semina, rendimenti ridotti e aumento dei costi. Per compensare, Israele ha accresciuto le importazioni, legando più strettamente la sicurezza alimentare alle volatili catene di approvvigionamento globale e all’andamento dei prezzi. Per le famiglie a basso reddito le conseguenze sono state immediate. I prezzi alimentari in aumento hanno eroso il potere di acquisto, mentre l’assistenza statale non è riuscita a stare al passo con l’inflazione. Ciò che ne è conseguito non è una carestia di massa, bensì una fame persistente e strutturale, gestita in modo burocratico anziché affrontata politicamente.

È qui che diventa utile per l’analisi il concetto di contraccolpo. Contraccolpo non è un giudizio morale: è la tardiva conseguenza interna delle scelte di politica estera. Nel caso di Israele il prolungato impegno militare e le strategie basate sull’assedio hanno rimodulato il mercato del lavoro interno, i sistemi di welfare e la stessa sopravvivenza delle famiglie.

Al tempo stesso la chiarezza dell’analisi richiede una netta distinzione tra l’insicurezza alimentare interna di Israele e la catastrofe umanitaria che si dispiega a Gaza. Alla fine del 2025 gli enti umanitari internazionali hanno riconosciuto che Gaza subisce una carestia causata dall’uomo, con oltre mezzo milione di persone che soffrono gravemente la fame. La crisi di Gaza è il diretto risultato dell’assedio, del blocco, della distruzione dei sistemi alimentari e dello sbarramento degli aiuti umanitari. Invece l’insicurezza alimentare di Israele è interna e dovuta alla politica. Una è uno strumento di guerra, l’altra è una conseguenza del suo finanziamento. Confonderle oscura le responsabilità invece di far chiarezza sulle sofferenze.

La risposta del governo israeliano è stata soprattutto tecnica: sussidi di emergenza, limitati programmi di assistenza alimentare e sussidi a breve termine. Queste misure gestiscono la scarsità senza affrontarne i fattori determinanti strutturali. Non vi sono state serie rivalutazioni delle priorità di spesa militare, né piani complessivi per stabilizzare la manodopera agricola, né il riconoscimento che la guerra prolungata corrode il contratto sociale.

I cittadini sono sempre più incoraggiati a sopportare le privazioni come dovere civico, mentre il fallimento sistemico è mascherato dalla retorica della resilienza. Nel tempo ciò produce tensioni riguardo alla legittimità. Uno Stato in grado di sostenere uno dei sistemi militari più avanzati al mondo e nel contempo non riesce a garantire la sostenibilità alimentare per oltre un quarto della sua popolazione rivela un profondo squilibrio nelle priorità.

La comparsa della crisi alimentare di Israele non è un’anomalia. È il costo interno dell’organizzare la società attorno ad un conflitto permanente. La militarizzazione non consuma solo il bilancio, ma la coesione sociale e la responsabilità politica. La guerra ha dei costi che non possono essere esternalizzati all’infinito.

Non si tratta di karma, né di valutazione morale. È aritmetica politica. La fame di oggi in Israele è un contraccolpo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’ inglese di Cristiana Cavagna)




La malnutrizione affligge Gaza

Isra Saleh el-Namey 

27 agosto 2020 – Electronic Intifada 

Muhammad Abu Amra ha il diabete e non può permettersi le cure: avrebbe bisogno di due iniezioni di insulina al giorno, ognuna a circa 6 euro. Il suo debito con due farmacie cresce in continuazione.

Muhammad vive con la famiglia a Deir al-Balah, cittadina situata nel centro della Striscia di Gaza. La casa è in pessime condizioni, con buchi nei muri e sul soffitto.

Durante l’estate il caldo è stato insopportabile, i suoi cinque bambini hanno subito molte punture di zanzare. Mi sento impotente e senza speranza,” dice Muhammad, 33 anni. “Ho sempre più responsabilità, ma a causa della mia salute, non riesco a occuparmene. E la situazione economica della mia famiglia è molto grave.”

Muhammad, disoccupato, e la moglie Mansoura hanno pochi soldi per comprare da mangiare.

Alle volte devo prendere cose essenziali, pannolini, fazzolettini, sale e zucchero e lo devo fare a credito,” dice Mansoura a cui è stato proibito l’ingresso in un supermercato fino a quando non salderà il suo debito di circa 170 euro.

La maggior parte dei pasti che preparo per i bambini si basa sulle verdure più economiche che riesco a trovare, patate e melanzane,” aggiunge Mansoura.

Mangiamo carne rossa o pollo solo ogni sei mesi. I nostri bambini non bevono latte, sono veramente preoccupata che, a lungo andare, ciò danneggerà la loro salute.”

Ogni tre o quattro mesi la famiglia Abu Amra riceve un pacco con farina, riso e olio per cucinare dall’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che fornisce aiuto ai rifugiati palestinesi.

Secondo Mansoura il contenuto del pacco dura a malapena un mese

La varietà scarseggia

A Gaza la malnutrizione è un problema serio denunciato da uno studio recente dell’agenzia del Programma alimentare mondiale che ha rilevato che l’86% dei bambini con meno di 5 anni che vive vicino al confine fra Gaza e Israele non ha una dieta minimamente accettabile.

A Gaza, secondo il Programma alimentare mondiale, il 28% delle donne durante l’allattamento ha dei livelli troppo bassi di ferro nel sangue.

In una loro precedente relazione e anche secondo altri gruppi che forniscono aiuti si è rilevato che gli abitanti hanno reagito alla difficile situazione economica riducendo la varietà del cibo.

Secondo le Nazioni Unite più del 68% dei due milioni di abitanti soffre di insicurezza alimentare, definita come la condizione di non avere accesso o non avere i soldi per comprare il cibo necessario per condurre una vita sana ed attiva.

La malnutrizione è stata una delle conseguenze del rigido blocco imposto da Israele. Attivisti per i diritti umani hanno documentato che nel 2008 Israele ha elaborato un piano con lo scopo di ridurre la quantità di cibo disponibile a Gaza.

Aziza al-Kahlout, la portavoce del ministero per gli affari sociali a Gaza, ha detto che negli ultimi mesi i problemi sono peggiorati. Le restrizioni imposte a causa della pandemia hanno portato a un aumento della disoccupazione.

Molti hanno perso la loro fonte di reddito, gli autisti che non hanno più passeggeri, gli operai delle fabbriche e di altre attività che sono state chiuse” dice al-Kahlout. “Tutti questi e le loro famiglie hanno urgentemente bisogno di aiuti in questi momenti difficili.”

Poiché le autorità di Gaza hanno problemi finanziari, è necessario un maggiore supporto da parte di donatori internazionali “per impedire alla situazione umanitaria di peggiorare,” conclude al-Kahlout.

Secondo la Federazione Generale Sindacale palestinese almeno 50 fabbriche hanno chiuso e si sono persi circa 4000 posti di lavoro.

I poveri diventano sempre più poveri

Mahmoud al-Lili ha una bancarella di snack nel campo profughi di Maghazi e prima della pandemia guadagnava un po’ più di 4 € al giorno.

Adesso il ventiseienne talvolta non guadagna nemmeno un euro: le attività sono crollate dall’inizio dell’anno, quando le autorità hanno imposto le restrizioni.

Vivo in una piccola casa con genitori, sorelle e fratello sposato,” dice al-Lili. “Faccio del mio meglio per guadagnare qualche soldo così qualche volta c’è qualcosa per la cena. Siamo una famiglia povera, ma la crisi ci ha resi ancora più poveri.”

Samir al-Sayid, 56 anni, ha vari problemi di salute, inclusa la pressione alta. La sua famiglia di 9 persone vive in una casa di due stanze nel campo profughi di Bureij.

Non lavoro e non posso occuparmi della mia famiglia,” dice Samir. “Per vivere facciamo affidamento principalmente sugli aiuti umanitari.”

I pacchi dell’UNRWA sono essenziali per la sua famiglia.

Quando ne riceviamo uno, pianifico attentamente su come sfruttarlo al meglio e farlo durare il più possibile,” dice Siham, la moglie di Samir. “Non posso comprare gli ingredienti per preparare la maggior parte dei piatti che i nostri bambini vorrebbero. Cucinare per la mia famiglia è un constante incubo.”

Isra Saleh el-Namey è una giornalista di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)