Una guerra israeliana infinita. Amira Hass. Perché la Cisgiordania non si è ribellata

Philippe Agret

13 ottobre 2025 – Orient XXI

Amira Hass è una giornalista israeliana del quotidiano di sinistra Haaretz che vive da venti anni a Ramallah, in Cisgiordania. Spiega perché non è scoppiata nessuna intifada in questo territorio occupato, e ampiamente ignorato, dopo il 7 ottobre 2023. Diversamente da ciò che avevano immaginato i capi di Hamas a Gaza. Intervista

 Philippe Agret. Lei vive a Ramallah, in Cisgiordania. Perché secondo lei non c’è stata un’intifada in Cisgiordania dopo il 7 ottobre, anche se ci sono stati violenti combattimenti armati nel nord?

Amira Hass. È una domanda cruciale, forse LA domanda da porsi, non solo perché Yahya Sinwar e Mohammed Deif immaginavano una rivolta palestinese più ampia e una guerra regionale contro Israele dopo il loro grande attacco militare. Questa domanda è giusta, perché la situazione creata da Israele a Gaza e in Cisgiordania prima del 7 ottobre era intollerabile.

Anzitutto non definirei intifada la presenza di alcune decine di giovani armati nei campi di rifugiati del nord, pronti ad essere uccisi sul campo.

Se ci si riferisce alla prima intifada (1987-1993), essa vedeva un sollevamento popolare con la partecipazione di tutti gli strati della popolazione e di conseguenza un movimento di cui la lotta armata non era il motore principale, o non lo era affatto. Un movimento che presupponeva uno spirito di solidarietà interna, un coordinamento e un obbiettivo chiaro. La resistenza armata è sempre appannaggio di un piccolo numero di persone ed è un fenomeno essenzialmente maschile, almeno nel contesto palestinese. Del resto l’obbiettivo di questi gruppi non è mai stato molto chiaro.

Se poi non si sono visti gruppi di giovani armati sparare su una postazione militare, un veicolo blindato o un colono, questo dipende anzitutto dallo stato delle forze delle due organizzazioni che hanno finanziato e incoraggiato i giovani ad armarsi: Hamas e la Jihad islamica. Erano attivi nel nord, ma meno nel resto della Cisgiordania.

Inoltre, nonostante il prestigio che circondava questi gruppi e i sentimenti di solidarietà nei confronti di ogni martire, tendo a credere che la maggior parte degli abitanti della Cisgiordania dubitasse dell’efficacia delle loro azioni.

P.A. Perché?

A.H.  C’è un tabù nella società palestinese: criticare le operazioni armate e i martiri. Perciò il malumore e la collera nei confronti dei gruppi armati nelle città e nei campi profughi – in cui Israele ha distrutto edifici e infrastrutture e sfollato circa 40.000 abitanti – non vengono né evocati né espressi pubblicamente.

Ma suppongo che queste critiche circolino sotto traccia e siano note. Nel campo profughi di Balata, a Nablus, i servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, coordinate con membri di Fatah (a volte sono le stesse persone), sono riusciti a convincere gli uomini armati a lasciare il campo, se provenivano da fuori, o a deporre le armi. La popolazione ha accettato la logica di tale posizione.

P.A. Perché non si è visto un sollevamento popolare e non violento come alternativa alla lotta armata?

A.H. La realtà degli accordi di Oslo ha scollegato l’occupato dall’occupante frapponendo un’entità intermedia tra i due: l’Autorità Nazionale Palestinese. Per lanciare un progetto di disubbidienza civile di massa bisogna anzitutto chiedere la rottura dei legami burocratici e di sicurezza tra l’entità intermedia e l’occupante. In altri termini, esigere dall’Autorità Nazionale Palestinese che cambi modo di agire. Innumerevoli richieste e molte risoluzioni del consiglio centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che chiedevano la fine della cooperazione sulla sicurezza con Israele non sono mai state ascoltate o attuate da Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e dal suo seguito.

La dimensione burocratica della cooperazione palestinese con Israele è ancor più difficile da contestare o da bloccare poiché riguarda i bisogni fondamentali dei cittadini: ottenere una carta di identità, registrare le nascite, andare all’estero, aprire un’impresa e un conto bancario, importare ed esportare, ecc. Una simile rottura richiede una pianificazione minuziosa, una decisione comune e la volontà dell’insieme della popolazione di prepararsi ad affrontare quotidianamente enormi sacrifici. Qualche anno fa Qadura Farès, quadro di Fatah e vecchio prigioniero – apprezzato e venerato dalla base, ma spesso in disgrazia presso la dirigenza – aveva ideato un ambizioso piano di disubbidienza civile di massa, ma evidentemente non è mai riuscito a convincere della sua fattibilità.

Durante i 30 anni di esistenza delle zone A e B i palestinesi hanno goduto di un certo “respiro” di fronte all’occupazione: certamente in zone limitate e per brevi periodi. La definisco “logica dei bantustan”. Ha abituato le persone ad un benessere e una normalità limitati, che non erano disposte ad abbandonare.

Infine, le enclave palestinesi concepite da Oslo e da Israele, sempre più disperse e ridotte, hanno frammentato la vita quotidiana sotto una dominazione straniera ostile: ogni città o villaggio vive diversamente questa esperienza e trova o meno i propri modi di collaborazione o di resistenza. Ciò fu ben visibile col movimento di resistenza contro il muro di separazione all’inizio degli anni 2000: organizzate da ciascun villaggio per conto proprio, le manifestazioni non erano più esclusivamente palestinesi. Si poteva contare sulla presenza e il sostegno di militanti internazionali ed israeliani. È difficile immaginare oggi l’elaborazione di una strategia unificata per tutta la Cisgiordania. La solidarietà interna è indebolita.

P.A. Sembra che una parte della popolazione palestinese si sia sentita tradita o abbandonata dai suoi dirigenti?

A.H.I “dirigenti” palestinesi evidentemente non hanno alcun interesse ad una nuova strategia. Sono diventati una ‘nomenklatura’ che identifica la “causa nazionale” con la propria stabilità e il proprio benessere. L’ampia cerchia che ruota intorno al nucleo di questa ‘nomenklatura’, cioè i funzionari e gli uomini d’affari, dipende da essa e non si può permettere, o non osa, staccarsene.

Per esempio c’è un’istituzione ufficiale, la Commissione di resistenza alla colonizzazione e al muro. È composta principalmente da militanti di Fatah pagati dall’Autorità. Raccoglie informazioni, dispone di avvocati che rappresentano i cittadini nelle questioni di esproprio di terreni (da parte di Israele) e organizza manifestazioni di solidarietà e di protezione insieme alle comunità minacciate dai coloni e dalla burocrazia dell’occupazione.

Benché non vi sia ragione di dubitare dell’onestà delle persone coinvolte, esposte agli spari dei soldati, alla violenza dei coloni e agli arresti, esse non hanno però ottenuto l’adesione delle masse. Al contrario, la loro identificazione con Fatah e l’Autorità non attira loro le simpatie dell’opinione pubblica. Sono sconosciuti, a differenza dei giovani che sono stati uccisi dall’esercito israeliano e le cui gigantografie, con armi impressionanti, ricoprono tutti i muri.

Di fatto la brutalità della repressione israeliana contro ogni tentativo di resistenza è spaventosa. Indipendentemente dalle forme di resistenza o di opposizione, questa brutalità è più intensa e generalizzata di prima, soprattutto sotto questa coalizione di estrema destra e dopo il 7 ottobre. Per resistere in modo attivo la comunità palestinese ha bisogno di credere nella propria efficacia, di avere dei dirigenti degni di fiducia, che ascoltino il popolo e siano in grado di guidarlo con un obbiettivo comune chiaro.

Tutto ciò non esiste. I sondaggi possono anche dire che i palestinesi sono favorevoli alla lotta armata e che questo è il solo modo di arrivare ad una soluzione, ma in pratica le loro scelte personali dimostrano il contrario. Io vedo genitori che si sforzano di allontanare i figli dagli scontri vicino ai posti militari o di mandarli a studiare all’estero, anche se ideologicamente sostengono la lotta armata.

P.A. Dopo il 7 ottobre sono emerse nuove forme o nuovi spazi di resistenza in Cisgiordania?

A.H. Prima di veder nascere nuove forme di resistenza è necessario un cambiamento radicale nella politica interna palestinese. Sotto forma di un’OLP ormai obsoleta? Di un’OLP del tutto nuova? Di un cambiamento spinto dalla diaspora? Di un’iniziativa palestinese inclusiva (che comprenda i palestinesi “del 1948”)? Ognuna di queste opzioni ha i suoi sostenitori o è collegata a certe iniziative intellettuali, ciò che come minimo ci indica quanto la popolazione aspiri ad un cambiamento politico. Ma è ovvio che sta ai palestinesi decidere.

In ogni caso, nel momento in cui il genocidio perpetrato dallo Stato israeliano prosegue, la sensazione di incompetenza e di paralisi politica è più forte che mai, al contrario dell’atmosfera di vittoria dei primi giorni dopo il 7 ottobre e degli slogan che si sentivano nella diaspora palestinese e in Cisgiordania.

P.A. Qual è l’impatto dell’accelerazione della colonizzazione e della violenza dei coloni dopo il 10 ottobre? Cosa pensa delle (nuove?) strategie israeliane di colonizzazione?

A.H. Vivere eternamente sotto l’occupazione e la colonizzazione è una forma di resistenza permanente. Perché si tratta di un modo di vivere organico né organizzato né pianificato. Si parla di soumoud [resilienza, ndt.]. Poiché l’obbiettivo di Israele è sempre stato acquisire “il più possibile di terra con il meno possibile di palestinesi”, la determinazione delle comunità di allevatori e agricoltori di rimanere sui loro terreni e la capacità di garantire una certa normalità nelle zone A e B sono state fenomenali. Ma il governo attuale e le sue milizie semi-ufficiali di bande di coloni sono riusciti a spezzare il soumoud in vaste zone della Cisgiordania, ad espellere una sessantina di comunità e ad impedire a decine di villaggi l’accesso alle proprie terre coltivate o ai pascoli.

I metodi non sono propriamente nuovi, ma i “giovani delle colline” [gruppi di giovani coloni molto radicali, ndt.] e la costruzione perfettamente organizzata e pianificata di avamposti da parte di pastori violenti hanno agevolato la burocrazia dell’occupazione: quest’ultima ha sempre cercato di “ripulire” la maggior parte della Cisgiordania da ogni presenza palestinese, ma lo faceva “troppo lentamente”. Il processo ha ormai subito un’accelerazione.

D’altra parte i coloni e i loro organi non governativi, diretti e ispirati dal ‘gauleiter’ [gerarca nazista a capo di un distretto, ndt.] della Cisgiordania, Bezalel Smotrich, conducono una guerra su più fronti contro i palestinesi che arriva a rompere la “logica dei Bantustan”. Nessuno è al sicuro da nessuna parte.

P.A. Può approfondire questa guerra su più fronti?

A.H.  Gli introiti dell’Autorità Palestinese sono apertamente depredati. Smotrich, il Ministro delle Finanze, semplicemente impedisce il trasferimento dei ricavi – sotto forma di tasse doganali sulle importazioni palestinesi che transitano nei porti israeliani – alle casse pubbliche dell’Autorità palestinese. Le sorgenti d’acqua sono sistematicamente deviate dallo Stato e dai coloni. Dopo l’ottobre 2023 l’esercito blocca città e villaggi con nuove grate di ferro, ostacolando ancor più di prima la libertà di circolazione, rispondendo ad una rivendicazione costante dei coloni: circolare “in sicurezza” sulle strade della Cisgiordania.

Inoltre si assiste ad un’ondata senza precedenti di furti e “confische” di denaro contante e di oro nelle case degli abitanti perpetrati da soldati agli ordini dei loro comandanti durante le incursioni a tutte le ore del giorno e della notte. Questo avviene mentre la popolazione ha già speso la maggior parte dei suoi risparmi perché, contro il parere degli stessi militari, il governo impedisce a decine di migliaia di palestinesi di tornare a lavorare in Israele. Per il terzo anno consecutivo il governo impedisce a migliaia di agricoltori di raccogliere le loro olive, una fonte importante di reddito e un evento collettivo, sia patriottico che emotivo, di continuità e appartenenza alla terra.

Senza dimenticare gli arresti di massa e la detenzione, le cui condizioni sono diventate spaventose: fame, umiliazioni, sovraffollamento carcerario che favorisce le malattie della pelle, privazione di libri e materiale per scrivere, divieto di visite di familiari…Le prigioni sono il luogo in cui il sadismo dello Stato e dei singoli convergono e si manifestano più apertamente. Ovunque i palestinesi sono ormai esposti ai capricci dei soldati e dei coloni ed alla crudeltà calcolata dei responsabili e delle istituzioni vigenti. Non stupisce che la popolazione tema che una volta che Israele avrà finito con Gaza faccia partire delle espulsioni di massa, se non una politica di genocidio, in Cisgiordania.

P.A. Come considera il ruolo dell’ANP, a volte forza di collaborazione e di repressione contro il proprio popolo e tuttavia ostacolo ai tentativi di annessione di Israele?

Amira Hass È importante distinguere l’ANP in quanto fornitrice di servizi alla popolazione, in quanto direzione nazionale e in quanto ente politico con l’obbiettivo di accedere allo statuto di Stato. Molte persone e soggetti dell’Autorità sono onesti capifamiglia risoluti a servire la loro comunità. Lo storno di introiti dell’ANP da parte di Israele ha ridotto della metà, se non di due terzi, i loro salari già da parecchi anni. Cosa che evidentemente ha delle ripercussioni personali e professionali e incide sulla loro volontà di fare bene il proprio lavoro.

D’altra parte è notevole che il settore pubblico continui a funzionare e a fornire dei servizi, per modesti e insufficienti che siano. Quanto alle istituzioni stesse, il loro funzionamento varia da un luogo all’altro, può essere minimo, in particolare a causa dei tagli al budget, mentre altrove certi settori, come il sistema giudiziario, sono indeboliti dalla politica interna.

Gli accordi di Oslo hanno esentato Israele da ogni responsabilità verso il popolo che continua ad occupare e l’Autorità deve rimediare ai mali provocati da Israele: che si tratti di aiutare le persone sfollate, le famiglie indigenti, i feriti o semplicemente quelli che soffrono di ipertensione arteriosa a causa di una realtà insopportabile e dello stress permanente. Fino ad oggi l’ANP paga le spese dei pazienti gazawi venuti a farsi curare in Cisgiordania prima del 7 ottobre: paga la loro degenza e le loro cure. Paga anche l’acqua potabile che Israele ha dovuto, sotto pressione internazionale, fornire a Gaza. Piccole quantità che costituiscono ormai la sola acqua potabile disponibile.

Sotto questo aspetto non si può dire che l’Autorità agisca contro il suo popolo. Invece ciò avviene quando si considera il suo ruolo di direzione politica nazionale. In assenza di elezioni o di “risorse nuove”, è caratterizzata da una sclerosi di idee e di azioni. In quanto nomenklatura è incapace di staccarsi dai propri interessi personali e di conseguenza di prendere la minima iniziativa di cambiamento o di disubbidienza civile nei confronti degli israeliani. In certi casi la sua prontezza a seguire i diktat israeliani indica una vera collaborazione, sto parlando di collaborazione burocratica.

P.A. E la collaborazione per la sicurezza?

A.H. Non so se ed in quale misura l’Autorità riesca, speri o possa sventare attacchi armati contro gli israeliani. In cambio, a mio avviso, dovrebbe avere il diritto di opporsi alle azioni che facilitano le campagne di distruzione e le espulsioni di massa da parte di Israele. Invece preferisce utilizzare i suoi servizi di sicurezza per intimidire e soffocare le critiche interne e la libera discussione. Dato che si tratta di una nomenklatura, con i suoi evidenti fenomeni di nepotismo, gli alti salari e i vantaggi che ne conseguono, la sua ostilità alla lotta armata, del resto sensata, è considerata dalla popolazione un indice di corruzione, se non di tradimento.

P.A. Nonostante la recente ondata di riconoscimenti dello Stato di Palestina, che cosa resta della “soluzione di due Stati”?

A.H.Sbagliamo continuando a parlare di “soluzione”. Nei processi storici il problema è sapere ciò che è stato fatto per garantire che la prossima fase sia migliore per il popolo. I ritardatari che oggi riconoscono uno Stato palestinese sembrano ignorare la realtà dell’annessione di fatto da parte di Israele della maggior parte della Cisgiordania e la minaccia di espulsioni di massa.

Ma vorrei essere positiva: facciamo pressione su quei Paesi e i loro dirigenti perché impongano sanzioni a Israele in modo che quest’ultimo inizi a demolire i circa 300 avamposti già costruiti, come prima tappa prima dello smantellamento progressivo delle colonie.

Bisogna ribadire l’assioma secondo cui tutte le colonie sono illegali. Bisogna respingere l’affermazione secondo cui sono “irreversibili”, perché questo significa che accettiamo e sosteniamo l’espropriazione quotidiana e permanente dei palestinesi.

Una volta che il processo dei negoziati sarà ripreso lo Stato di Palestina potrebbe accettare che degli ebrei israeliani rimangano all’interno delle sue frontiere. Ma a condizione che le vecchie colonie siano aperte a tutti e non solo agli ebrei israeliani; che i proprietari fondiari – comprese le comunità locali le cui terre sono pubbliche e non private – siano indennizzati per le terre rubate; che i coloni violenti siano espulsi e che lo Stato di Israele garantisca che coloro che restano non costituiranno una quinta colonna. Un riconoscimento privo di sanzioni immediate e coraggiose contro Israele non è che una pia illusione.

P.A.Per finire con una nota più personale, come si svolge il lavoro di una giornalista israeliana in Cisgiordania dopo il 7 ottobre?

A.H. La situazione è più frustrante che mai: ci sono troppi eventi importanti e pericolosi, troppi incidenti, attacchi e risoluzioni governative (israeliane) che bisogna seguire seriamente e meticolosamente. E i lettori (israeliani) rifiutano più che mai di conoscere e comprendere il contesto generale.

Philippe Agret

Storico giornalista dell’Agenzia France Press (AFP). Dopo essere stato corrispondente a Londra ha diretto parecchi uffici dell’AFP in Asia.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




La Cisgiordania sta per esplodere e Israele fa poco per impedirlo

Amos Harel

4 settembre 2022 – Haaretz

L’accordo nucleare iraniano e la disputa marittima con il Libano proseguono, ma i funzionari della difesa israeliana sono più preoccupati per quello che sta succedendo in Cisgiordania

Quasi tutte le frequenti riunioni sulla sicurezza di Israele si concentrano sul nuovo accordo nucleare fra le potenze mondiali e l’Iran. La disputa sul confine marittimo tra Israele e Libano sta ancora infuriando, accompagnata da minacce violente da parte di Hezbollah. Ma, nelle ultime settimane, in tutti i colloqui con i funzionari della difesa in cima alla lista delle potenziali zone di escalation c’è il contesto palestinese, e in particolare la Cisgiordania.

Questa estate, agli inizi di agosto, nella Striscia di Gaza ci sono stati scontri durati tre giorni. La miccia che li ha accesi è stata l’arresto in Cisgiordania da parte israeliana del comandante del Jihad islamico palestinese. Come le precedenti, l’operazione a Gaza ha evidenziato la limitata capacità delle organizzazioni palestinesi nella Striscia di danneggiare Israele. Il muro costruito da Israele intorno al territorio ne limita notevolmente la penetrazione attraverso i tunnel e lo scudo antimissile Iron Dome [Cupola di Ferro] intercetta la maggior parte dei missili lanciati da Gaza. Hamas ha rivendicato il suo principale successo l’anno scorso durante l’operazione israeliana Guardiano delle Mura quando l’organizzazione ha incoraggiato le violenze sul Monte del Tempio a Gerusalemme e nelle città entro i confini israeliani antecedenti il 1967 dove la popolazione è mista, arabo-ebraica.

Maggiore è il rischio potenziale in Cisgiordania, come si è visto nella seconda intifada e, successivamente, in periodi più brevi, con attacchi di “lupi solitari” per circa sei mesi dall’autunno 2014 e, più recentemente, per circa due mesi questa primavera. La sfida principale, come anche dimostrato quest’anno, è l’impossibilità di impedire completamente ai potenziali terroristi di entrare in Israele dalla Cisgiordania attraverso brecce in alcuni punti nel muro o nella recinzione di separazione. Il risultato: sparatorie e accoltellamenti in Israele e la conseguente maggiore tensione con combattenti palestinesi quando le Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano, ndt.] rispondono con arresti in Cisgiordania.

La più recente ondata di attacchi terroristi è stata fermata a maggio, ma rimpiazzata da aspri e frequenti scontri nel nord della Cisgiordania, nelle zone di Jenin e Nablus. Gli scontri a fuoco durante le operazioni di arresto sono aumentati di dozzine di punti percentuali, come anche i tentativi di attacchi in zone remote contro campi militari e zone civili in Cisgiordania.

Qui abbiamo elencato più di una volta le ragioni: un declino della capacità dell’Autorità Palestinese (ANP) di controllare gli eventi, l’ingresso di organizzazioni locali nel vuoto creatosi, l’esitazione dei meccanismi di sicurezza palestinesi nell’affrontarli e la passività israeliana, espressa anche nella totale paralisi del processo diplomatico (e nella taccagneria quando si tratta di gesti economici). Il timore che questa miscela esplosiva diventi ancora più infiammabile, invischiando Israele e i palestinesi in un altro lungo periodo di escalation, una terza intifada o una versione leggermente più contenuta, emerge in conversazioni con alti funzionari nella sicurezza: il servizio di sicurezza Shin Bet, l’intelligence militare, il Comando Centrale dell’ IDF e l’ufficio del coordinatore delle attività governative nei Territori.

In tutti questi dialoghi si descrive un lento ma quasi certo sprofondare verso il conflitto. L’ANP raramente manda le sue forze di sicurezza nei campi profughi, nei centri delle città e in certi villaggi della Cisgiordania settentrionale. Hamas infiamma la tensione, ma non la controlla. In assenza di attività del meccanismo di sicurezza dell’ANP, l’IDF incrementa le proprie. Nel passato questo metodo è stato descritto come un’efficace “falciatura”: numerosi arresti multipli portano a indagini che a loro volta producono intelligence e altri arresti e gradualmente riducono la portata del terrorismo.

Ma ora si teme che si sia creato un circolo vizioso: la maggior parte degli arresti prende di mira non i veterani fra gli attivisti, ma giovani militanti che hanno sparato contro le forze israeliane. E ogni altra morte di palestinesi durante le azioni dell’IDF intensifica il desiderio di vendetta e trascina altri giovani nel circolo vizioso delle tensioni. L’esercito stima che circa 200 combattenti palestinesi siano stati coinvolti negli scontri recenti, solo a Nablus. Questi sono numeri mai visti in Cisgiordania da anni, probabilmente fin dall’operazione Scudo Difensivo nel 2002, il punto di svolta della seconda intifada. 

Un’altra profonda differenza è la grande quantità di armi presenti oggi in Cisgiordania. Al culmine dell’intifada anche le forze di sicurezza dell’ANP avevano preso parte agli scontri. Fino ad ora questo non è successo, ma le armi automatiche sono molto più comuni nelle strade palestinesi, disponibili a ogni cellula locale. Questo è il risultato di anni di contrabbando dalla Giordania e di furti nel territorio israeliano e dalle basi dell’IDF. In qualche modo il fenomeno è simile a quello che è successo nelle comunità arabe in Israele, dove le pistole sono usate principalmente a scopi criminali, non ideologici. Un funzionario della difesa ha detto ad Haaretz: “Nel corso degli anni la crescita del numero delle armi ricorda quella dei telefonini”.

Le agenzie israeliane di intelligence non possono prevedere se e quando il punto di non ritorno trascinerà la Cisgiordania verso una drammatica escalation. Un allarme strategico lanciato dall’intelligence militare circa sei anni fa è finito nel nulla, ma in questo periodo c’è stato un significativo aumento della frustrazione in Cisgiordania e delle critiche nei confronti del presidente palestinese Mahmoud Abbas, sulla cui successione è in atto uno scontro aperto.

In questo contesto si deve anche citare il Monte del Tempio. L’operazione Guardiano delle Mura è stata scatenata quando i leader di Hamas a Gaza hanno lanciato razzi in risposta agli scontri all’interno del complesso [la Spianata delle Moschee, ndt.] durante il mese di Ramadan, quando i sentimenti religiosi si accendono e ogni divergenza locale sulla moschea Al-Aqsa è vista come una questione di vita o morte. Passato un anno le dispute intorno al sito hanno minacciato di innescare un’altra serie di violenze che poi sono scoppiate ad agosto, ma per altre ragioni.

Il Ramadan arriverà anche il prossimo anno, ma quello che sta succedendo nel frattempo è l’erosione continua dello status quo nel complesso [della Spianata delle Moschee, ndt.] a favore della parte ebraica, in un modo che irrita i musulmani. Ha a che fare con l’erosione della proibizione religiosa ebraica sulle loro visite al sito, accompagnata dalla volontà del governo e della polizia di permettere troppi visitatori. I cambiamenti richiedono un aumento della coordinazione fra Israele, Giordania e il Waqf, l’istituzione religiosa che gestisce il complesso di Al-Aqsa, per rivedere i vecchi accordi la cui storia e le esatte disposizioni sono note a pochi. Abdullah, il re di Giordania, esprime regolarmente la sua collera per la condotta israeliana, ma successivi governi israeliani hanno fatto ben poco a questo proposito. Hanno invece lasciato che i rabbini e le organizzazioni di ebrei che frequentemente visitano il luogo dettino nuove regole inaccettabili per la Giordania e i palestinesi. Come nel passato ciò potrebbe avere risultati drammatici per l’area.

Più sicurezza

Tutto quello qui descritto è ben noto ai leader politici di Israele. Ma guardare sempre alla destra, a quello che dirà il capo dell’opposizione Benjamin Netanyahu, rende difficile per il governo a interim di muoversi per sostenere l’ANP e ancor più riprendere i negoziati di pace.

Sembra che influiscano sulla situazione anche la gara e le rivalità tra il primo ministro Yair Lapid e il ministro della Difesa Benny Gantz (l’unico politico che mantiene ancor contatti diretti e regolari con i leader dell’ANP). Il timore di essere visti come troppo di sinistra paralizza i membri del cosiddetto governo del cambiamento. E bisogna ammettere che persino gli esperti nei vari ministeri del governo, che espongono le loro preoccupazioni in discussioni riservate, non fanno molto per lanciare l’allarme pubblicamente. La luce rossa è accesa: è probabile che a un certo punto ci sarà un’esplosione.

C’è un’altra cosa da tener presente: quando scoppiò la seconda intifada nel settembre 2000, in Cisgiordania vivevano circa 200.000 israeliani. Oggi (secondo l’ufficio centrale di statistica) sono circa 450.000 escludendo i circa 300.000 che stanno nei quartieri di Gerusalemme al di là della Linea Verde [il confine tra Israele e Cisgiordania prima dell’occupazione nel 1967, ndt.]. Come per i palestinesi, una larga parte di loro non ha vissuto di persona la seconda intifada. Il maggiore rischio per la sicurezza a cui sono abituati sono le pietre tirate contro le macchine in autostrada, non gli scontri a fuoco. Nel corso degli anni le colonie in Cisgiordania si sono allargate e in pratica hanno annesso enormi estensioni di terreno come avamposti delle colonie. Un nuovo conflitto in Cisgiordania dovrà garantire la protezione di aree popolate più ampie e la sicurezza costante a molti più israeliani.

Uno strano consenso

Cinquant’anni fa proprio in questo mese il giornalista americano David Halberstam pubblicò “The Best and the Brightest,” [I migliori e i più intelligenti], un classico che documentava il ruolo degli USA nella guerra del Vietnam. Halberstam ha descritto come l’America fosse sprofondata in un conflitto sanguinoso e futile proprio con due presidenti, John Kennedy e Lyndon Johnson, che apparentemente erano circondati dai migliori consulenti.

Potrebbe benissimo essere che il conflitto israelo-palestinese sia più complesso. Inoltre si svolge non a 13.000 chilometri di distanza da casa, ma anzi nel quartiere dall’altra parte della strada. Eppure non è difficile notare alcune somiglianze, a cominciare dall’insistenza con cui si ignora tutto quello che i palestinesi comunicano e segnalano, come se Israele agisse in un vuoto. Questa è l’origine dello strano consenso che è prevalso qui in anni recenti, per cui in Israele, in assenza di un accordo politico sulla soluzione auspicata, sarebbe possibile continuare a gestire il conflitto per sempre, senza subire alcune conseguenze. Questa sembra un’illusione che, alla fine, svanirà davanti alla realtà.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

 




Unità, infine: il popolo palestinese si è sollevato

Ramzy Baroud

18 maggio 2021 – Middle East Monitor

 

Anzitutto qualche chiarimento sul linguaggio usato per descrivere le violenze in atto nella Palestina occupata ed anche in tutto Israele. Non è un ‘conflitto’. Non è neppure una ‘controversia’ o una ‘violenza settaria’, né una guerra in senso tradizionale.

Non è un conflitto perché Israele è una potenza occupante e il popolo palestinese è una nazione occupata. Non è una controversia perché libertà, giustizia e diritti umani non possono essere trattati come semplici divergenze politiche. I diritti inalienabili del popolo palestinese sono inscritti nel diritto internazionale e umanitario e l’illegalità delle violazioni israeliane dei diritti umani in Palestina sono riconosciute dalle stesse Nazioni Unite.

Se è una guerra, allora è una guerra unilaterale israeliana, che incontra una modesta, ma reale e determinata resistenza palestinese.

In realtà, si tratta di una rivolta palestinese, un’Intifada senza precedenti nella storia della lotta palestinese, sia per la sua natura che per la sua portata.

Per la prima volta da tanti anni vediamo il popolo palestinese unito, da Gerusalemme Al-Quds [nome arabo della città di Gerusalemme. Significa “la (città) santa”, ndtr.] a Gaza, alla Cisgiordania e, anche in modo più importante, alle comunità, città e villaggi nella Palestina storica – oggi Israele.

Questa unità conta più di qualunque cosa, è molto più carica di conseguenze di qualche accordo tra le fazioni palestinesi. Essa eclissa Fatah e Hamas e tutto il resto, perché senza un popolo unito non può esserci una resistenza significativa, una prospettiva di liberazione, una lotta vincente per la giustizia.

Il Primo Ministro israeliano di destra Benjamin Netanyahu non poteva certo prevedere che un’azione di routine di pulizia etnica nel quartiere di Gerusalemme est di Sheikh Jarrah avrebbe condotto ad una sollevazione palestinese, che unifica tutti i settori della società palestinese in una dimostrazione di unità senza precedenti.

Il popolo palestinese ha deciso di lasciarsi alle spalle tutte le divisioni politiche e le polemiche di fazione. Sta invece creando nuove terminologie, incentrate sulla resistenza, la liberazione e la solidarietà internazionale. Di conseguenza sta sfidando la faziosità, e contemporaneamente ogni tentativo di normalizzare l’apartheid israeliano. Di pari importanza, la voce palestinese sta ora bucando il silenzio internazionale, costringendo il mondo ad ascoltare un unico canto di libertà.

I capi di questo nuovo movimento sono giovani palestinesi, a cui è stato impedito di partecipare a qualunque forma di rappresentanza democratica, che vengono costantemente emarginati ed oppressi dalla loro stessa leadership e dalla incessante occupazione militare israeliana. Sono nati in un mondo di esilio, povertà ed apartheid, indotti a pensare di essere inferiori, di una razza inferiore. Il loro diritto all’autodeterminazione e tutti gli altri loro diritti sono stati rinviati indefinitamente. Sono cresciuti senza speranza, vedendo le loro case demolite, la loro terra rubata e i loro genitori umiliati.

Infine, si stanno sollevando.

Senza un previo coordinamento e senza un manifesto politico, questa nuova generazione palestinese sta facendo sentire la sua voce, sta mandando un inequivocabile forte messaggio ad Israele e alla sua società sciovinista di destra, cioè che il popolo palestinese non è fatto di vittime passive: che la pulizia etnica di Sheikh Jarrah e del resto della Gerusalemme est occupata, il protratto assedio di Gaza, l’interminabile occupazione militare, la costruzione di colonie ebraiche illegali, il razzismo e l’apartheid non resteranno più sotto silenzio; benché stanchi, poveri, spossessati, assediati ed abbandonati, i palestinesi continueranno a difendere i propri diritti, i propri luoghi sacri e l’assoluta inviolabilità del proprio popolo.

Certo, l’attuale violenza è stata fomentata dalle provocazioni israeliane nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est. Tuttavia non si è mai trattato solo della pulizia etnica di Sheikh Jarrah. Questo quartiere assediato non è che un microcosmo della più ampia lotta palestinese.

Netanyahu può aver sperato di usare Sheikh Jarrah come un modo per mobilitare il suo elettorato di destra intorno a sé, per formare un governo di emergenza o aumentare le sue possibilità di vincere anche le quinte elezioni. Il suo spericolato comportamento, inizialmente dovuto a motivi del tutto personali, ha scatenato una ribellione popolare tra i palestinesi, mostrando Israele come lo Stato violento, razzista e di apartheid quale è ed è sempre stato.

L’unità palestinese e la resistenza popolare si sono dimostrate vincenti anche sotto altri aspetti. Mai prima d’ora avevamo visto questa ondata di sostegno alla libertà palestinese, non solo da parte di milioni di persone comuni in tutto il mondo, ma anche da parte di celebrità – star del cinema, calciatori, intellettuali di primo piano ed attivisti politici, addirittura modelle e influencer dei social media. Gli hashtag ‘SaveSheikhJarrah’ e ‘FreePalestine’, tra i tanti altri, sono ora interconnessi e hanno pervaso tutte le piattaforme social per settimane. I continui tentativi di Israele di presentarsi come una vittima perenne di qualche immaginaria orda di arabi e musulmani non pagano più. Il mondo finalmente può vedere, leggere e ascoltare la tragica realtà della Palestina e la necessità di porre termine immediatamente a questa tragedia.

Nulla di tutto ciò sarebbe possibile se non per il fatto che tutti i palestinesi hanno legittime ragioni e stanno parlando all’unisono. Nella loro spontanea reazione e nella genuina, comune solidarietà tutti i palestinesi sono uniti, da Sheikh Jarrah all’intera Gerusalemme, a Gaza, Nablus, Ramallah, Al-Bireh e persino alle città palestinesi all’interno di Israele – Lod, Umm Al-Fahm, Kufr Qana ed altre.

Nella nuova rivoluzione popolare della Palestina le fazioni, la geografia e tutte le divisioni politiche sono irrilevanti. La religione non è fonte di divisione, ma di unità spirituale e nazionale.

Le attuali atrocità israeliane a Gaza continuano, con un crescente pedaggio di morte. Questa devastazione continuerà fino a quando il mondo tratterà il devastante assedio della impoverita e sottile Striscia (di Gaza) come irrilevante. La gente a Gaza moriva da molto prima che le bombe israeliane esplodessero sulle sue case e quartieri. Moriva per la mancanza di medicine, per l’acqua inquinata, per la carenza di elettricità e per le infrastrutture fatiscenti.

Dobbiamo salvare Sheikh Jarrah, ma dobbiamo anche salvare Gaza; dobbiamo chiedere la fine dell’occupazione militare israeliana della Palestina e, con essa, del sistema di discriminazione razziale e di apartheid. Le organizzazioni internazionali per i diritti umani sono ora precise e determinate nel descrivere questo regime razzista, con Human Rights Watch e l’associazione israeliana per i diritti B’Tselem che si uniscono all’appello per l’eliminazione dell’apartheid nell’intera Palestina.

Parlatene. Parlatene apertamente. I palestinesi si sono svegliati. E’ ora di schierarsi al loro fianco.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il mio primo lockdown è stato durante la prima Intifada

Majed Abusalama

9 maggio 2020 – Al Jazeera

Vivere un blocco totale in Europa mi ha fatto ricordare la mia infanzia a Gaza durante la rivolta palestinese.

Il 23 marzo la Germania annunciava misure su scala nazionale per prevenire un’ulteriore diffusione del coronavirus. Si consigliava alla gente di stare a casa e venivano proibiti gli assembramenti pubblici; si chiudevano ristoranti e pub. Giorni prima erano state chiuse le scuole e poi palestre, cinema, musei e altri posti pubblici. E così è cominciata la vita in lockdown.

Per molti dei miei amici tedeschi questa era la prima volta che sperimentavano tali restrizioni imposte dal governo. Il blocco a Berlino, dove ora vivo, a me ha riportato alla mente ricordi della prima Intifada.

Ero solo un bambino quando nel dicembre 1987 è cominciata la rivolta nel campo profughi di Jabalia a Gaza, il mio luogo di nascita. Quando finì avevo l’età per andare a scuola. Blocco totale, coprifuoco e una varietà di restrizioni sono tutto quello che ho vissuto per i primi sei anni della mia vita.

L’Intifada era scoppiata dopo l’uccisione di quattro palestinesi da parte di soldati israeliani a un posto di blocco del nostro campo. Quando folle di palestinesi uscirono per protestare contro le morti, i militari israeliani aprirono il fuoco e uccisero un altro palestinese.

Le uccisioni furono solo la miccia: la vera ragione erano decenni di brutale occupazione militare e apartheid che il mio popolo aveva sopportato mentre vedeva la nostra terra colonizzata da occupanti ebrei europei e americani che arrivavano dall’estero.

In tutta la Palestina storica esplose la protesta. A lacrimogeni e pallottole israeliani, i palestinesi risposero con fionde e pietre. L’esercito di occupazione israeliano e i “civili” israeliani “ uccisero 1.500 palestinesi, più di 300 dei quali erano i bambini.

Davanti a una rivolta popolare che la repressione non riusciva a domare, il governo israeliano cominciò a imporre varie modalità di blocchi per cercare di controllare la popolazione palestinese, cosa che diede inizio a una lunga campagna locale di resistenza.

I coprifuoco andavano e venivano. Gli israeliani li imponevano di volta in volta per giorni, settimane o persino mesi. Secondo la studiosa americana Wendy Pearlman, durante il primo anno dell’Intifada l’esercito di occupazione israeliano impose a varie comunità palestinesi dei coprifuoco di ventiquattro ore al giorno per più di 1600 volte.

In quei periodi non potevamo uscire. Qualche volta finivamo il cibo e mia nonna e le zie dovevano rischiare la vita per uscire e cercare di comprare delle provviste.

Il cibo era scarso perché ai contadini non era permesso di andare nei campi. Molti prodotti marcirono perché nessuno li raccoglieva.

Università e scuole chiusero, con un’intera generazione di bambini e ragazzi palestinesi che ritardarono la propria formazione. Non avevamo parchi o giardini pubblici dove giocare. Anche le spiagge erano state “chiuse” dagli israeliani.

Ma le molte restrizioni, la costante persecuzione e le continue uccisioni non riuscirono a spezzare lo spirito dei palestinesi. In tutta la Palestine storica si crearono dei comitati di resistenza popolare che coordinavano varie attività per aiutare la gente. Mio padre, Ismael, era impegnato nell’organizzazione del comitato nel nostro campo.

Le donne coltivavano prodotti in casa e sui tetti e fondarono cooperative agricole che chiamarono ‘orti della vittoria’ per creare un’economia palestinese autonoma e permettere il boicottaggio dei prodotti israeliani. I comitati dei commercianti organizzarono scioperi; quelli sanitari crearono cliniche di emergenza, quelli addetti all’istruzione organizzarono classi clandestine. Tutti contribuirono come potevano per aiutare la loro comunità e nessuno fu lasciato senza sostegno. 

Naturalmente tutto ciò fece arrabbiare gli israeliani. Ricordo chiaramente che quando avevo quattro anni i soldati israeliani fecero irruzione e cominciarono a distruggere le nostre cose. Era la punizione per le attività politiche di mio padre, un evento di cui furono ripetutamente vittime molte famiglie.

Mio padre fu anche spesso interrogato e imprigionato per settimane, talvolta mesi. Una volta, dopo un interrogatorio di un’ora, un comandante israeliano gli chiese se avesse qualcosa da dire. Mio padre rispose che voleva un permesso per andare dalle sue api. Il comandante ridendo disse: “Stai per finire in galera fra poco e pensi alle tue api?” Mio padre rispose che doveva occuparsene sennò sarebbero morte e quelle api davano da mangiare alla sua famiglia. Quella volta mio padre rimase in carcere per una settimana. Le api non sopravvissero.

Incominciammo a dipendere dal salario della mamma che faceva l’infermiera in una clinica UNRWA [Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa specificamente dei rifugiati palestinesi in Medio Oriente, ndtr.]. Dovendo andare a lavorare ogni giorno anche durante il coprifuoco aveva un permesso per attraversare i posti di blocco degli israeliani. Curava molti degli adolescenti del nostro campo che venivano picchiati o feriti dai soldati israeliani. Secondo l’ong Save the Children, nei primi due anni tra le 23.600 e 29.900 persone ebbero bisogno di aiuto medico per le ferite riportate.

Nell’estate del 1991, a mia mamma vennero le doglie. Dato che all’epoca nel campo profughi c’erano pochi telefoni, non riuscimmo a chiamare l’ambulanza e comunque non avrebbe potuto entrare durante il coprifuoco. Così fu costretta ad andare a piedi fino alla clinica UNRWA, a un chilometro di distanza. Fece tutta la strada appoggiandosi alla nonna che sventolava un fazzoletto bianco, nella speranza che i soldati israeliani non sparassero.

Non lontano da casa, i soldati puntarono le armi contro di loro e le costrinsero a fermarsi. Cominciarono a fare delle domande a mia mamma sul motivo per cui avevano infranto il coprifuoco anche se era ovvio che stava per partorire e che poteva a malapena reggersi in piedi. “Fu un momento spaventoso,” mi ha poi raccontato. “Stavo cercando di proteggere la mia pancia dalle loro armi mentre si susseguivano le dolorose contrazioni.”

Poi le lasciarono andare e quella sera la mamma diede alla luce la mia sorellina,Shahd. La mattina sfidarono nuovamente il coprifuoco e tornarono a piedi a casa. Noi eravamo tutti felici di rivedere loro e la sorellina.

La vita era estremamente difficile per noi, ma i miei genitori ricordano sempre l’Intifada come un momento di liberazione e spesso dicono: “Non abbiamo rinunciato alla resistenza. Non siamo diventati delle vittime sottomesse.” Anzi, i palestinesi diedero l’esempio di una lotta dal basso raramente vista prima di allora.

Ed eccomi qua oggi, oltre trent’anni dopo, di nuovo a vivere in un lockdown che è però molto diverso. Non ci sono proiettili ricoperti di gomma o veri, o candelotti lacrimogeni a colpire la gente che cammina in strada; non ci sono checkpoint; nessuna repressione violenta come l’avevo vissuta in Palestina.

Anch’io sono in ansia, come i miei amici tedeschi, per la situazione qui, ma quasi tutto il tempo la mia mente va a Gaza.

La mia famiglia vive ancora nel campo profughi di Jabalia, densamente popolato, dove il distanziamento fisico è impossibile. Nel nostro campo vivono più di 113.000 persone su una superficie di poco più di mezzo chilometro quadro.

A Gaza già diciassette persone sono risultate positive. Le autorità locali e le organizzazioni internazionali hanno già avvertito della possibilità di una catastrofe imminente.

Sento la preoccupazione dei miei genitori, specialmente di mia mamma che continua a lavorare per la clinica dell’UNRWA. Lei corre un grosso rischio ogni volta che va al lavoro, dove ogni giorno assiste decine di persone. Il sistema sanitario a Gaza è stato compromesso per anni dall’assedio soffocante imposto da Israele ed Egitto sulla Striscia e da varie guerre distruttive lanciate dall’esercito israeliano contro il mio popolo. La situazione è estremamente delicata e una grande epidemia di coronavirus causerebbe un disastro.

A differenza della Germania, dove il governo sta già allentando le misure e parlando di un ritorno alla “normalità” in futuro, a Gaza la mia gente si sta preparando per il peggio. La morte e le sofferenze che questa epidemia potrebbe infliggere ai palestinesi sarebbero un altro episodio della lunga lista di crimini di guerra che gli israeliani hanno commesso contro di noi e peserà notevolmente sulla coscienza della comunità internazionale che ci ha abbandonati.

In questi giorni continuo a chiedermi se il mondo ci ha dimenticati, accettando le nostre condizioni di vita disumane, o se questa volta farà qualcosa e riterrà Israele responsabile.

Le opinioni espresse in quest’articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera. 

Majed Abusalama è un pluripremiato giornalista palestinese, studioso, attivista e difensore dei diritti umani.

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Foucault in Palestina

di Amedeo Rossi

Neve Gordon .L’occupazione israeliana, Diabasi, Parma, 2016.

Si tratta di un libro pubblicato originariamente in inglese nel 2008. Come ricorda l’autore nella prefazione all’edizione italiana, dati i numerosi cambiamenti della situazione nell’area compresa tra il Nord Africa e il Medio oriente, si potrebbe pensare ad un saggio pubblicato in italiano fuori tempo. Invece sia l’impostazione dell’analisi che la sostanziale continuità dell’espansione israeliana a danno dei palestinesi rendono questo libro estremamente attuale: “Ciò che trovo preoccupante ” scrive l’autore “è il fatto di poter ancora assumere, a dispetto dei drastici cambiamenti in Medio Oriente, la dichiarazioni pessimistiche esposte alla fine dell’edizione del 2008.”

Gordon analizza l’evoluzione dell’occupazione israeliana in base alle tre modalità di esercizio del potere individuate da Foucault: disciplinare, biopotere e sovrano. Il primo riguarda il controllo ed il condizionamento delle pratiche sociali anche a livello della vita quotidiana degli individui, omologandoli e allo stesso tempo differenziandoli, in quanto assegna ad ognuno una funzione specifica. Il secondo opera in modo simile, ma cercando di condizionare il comportamento della popolazione soggetta nel suo complesso. Infine, il potere sovrano riguarda il potere affidato alle istituzioni giuridiche e repressive, che impongono norme e sospendono diritti in modo assolutamente arbitrario.

Tutte queste modalità di dominazione sono state messe in atto da Israele fin dal ’67. Tuttavia secondo Gordon nel corso dei decenni si è assistito ad un progressivo spostamento dall’enfasi posta sulle prime due modalità alla prevalenza del potere sovrano, pur rimanendo costanti gli apparati giuridico – amministrativi e repressivi: “La tesi centrale del volume è che certi elementi della struttura dell’occupazione, e non delle decisioni prese da un determinato politico o funzionario dell’esercito, abbiano modificato le forme di controllo…l’occupazione operò per molti anni secondo il principio di colonizzazione, con il quale intendo il tentativo di amministrare la vita della popolazione e normalizzare la colonizzazione sfruttando nel contempo le risorse del territorio (in questo caso la terra, l’acqua e la manodopera”. Ma, sostiene l’autore, con il tempo le contraddizioni strutturali hanno portato, negli anni ’90, al principio di separazione, cioè alla rinuncia ad amministrare la popolazione, continuando però a sfruttare le risorse.

Gordon individua cinque fasi: il governo militare (1967-1980), l’amministrazione civile (1981-1987), la prima Intifada (1988-1993), gli anni di Oslo (1994-2000) e la seconda Intifada (2001-2008). Fin dai primi giorni dell’occupazione normative e decisioni politiche cercarono di separare la gestione della popolazione palestinese da quella sulla terra in cui essa vive. Tuttavia fino alla scoppio della prima Intifada prevalsero il potere disciplinare ed il biopotere: Israele esercitò una metodica repressione di qualsiasi forma di organizzazione politica e nazionale dei palestinesi, intervenendo nel contempo per inserire i Territori occupati e la loro economia nel contesto israeliano in funzione complementare e subordinata. L’autore definisce questa fase come “colonialismo ‘civilizzatore'” ed identifica il tentativo di rendere l’occupazione poco visibile, separando la repressione politica dalla gestione della quotidianità della popolazione palestinese. Addirittura, nei primi 10 anni di occupazione il livello di vita della popolazione palestinese è migliorato, grazie alla promozione della produzione agricola e all’inserimento della manodopera palestinese nell’economia israeliana, con un aumento annuo del PIL dal 1973 al 1980 del 9% in Cisgiordania e del 60% a Gaza. Contemporaneamente la repressione colpiva ogni forma di rivendicazione politica ed identitaria dei palestinesi. Ma progressivamente, anche a causa del permanere di forme di resistenza palestinese, Israele ha abbandonato le modalità dell’ occupazione “consensuale”, accentuando sempre di più le forme di repressione più aperte e violente ed il processo di colonizzazione, fino a dispiegare le forme più violente di repressione durante la Prima Intifada.

Gli accordi di Oslo non hanno rappresentato un cambiamento positivo della situazione: “…l’obiettivo principale di Israele in quel processo fu di trovare un modo diverso per gestire la popolazione palestinese, e continuare nel contempo a controllare la terra.” Questo progetto ha consentito ad Israele di “esternalizzare ad un subappaltatore” il controllo sulla popolazione, affidandolo almeno in parte all’Autorità Palestinese, senza peraltro rinunciare ad interventi diretti e conservando il controllo effettivo sul territorio.

La drammatica situazione del 2008 viene così descritta dall’autore: “Israele oggi agisce principalmente distruggendo le garanzie sociali più vitali e riducendo i membri della società palestinese a quello che Giorgio Agamben ha chiamato “homo sacer”, persone a cui può esser tolta impunemente la vita.” Nel frattempo la situazione non ha fatto che peggiorare, come Gordon aveva a suo tempo previsto nelle conclusioni: “Qualsiasi tentativo di raggiungere o d’imporre una soluzione al conflitto senza riunire il popolo palestinese con la sua terra, offrendo loro piena sovranità sul territorio, tra cui il monopolio della violenza legittima ed i mezzi di movimento, porterà alla fine a più contraddizioni, e il ciclo della violenza sicuramente riprenderà.” Quanto sta avvenendo negli ultimi due anni, caratterizzati dall’espansione della colonizzazione, da attacchi individuali dei palestinesi e da una violenza israeliana sempre più indiscriminata, sembra dargli ragione.

Amedeo Rossi è laureato in Lettere moderne ed ha frequentato il master in Storia e Scienze Sociali presso FLACSO (Facultades Latinoamericanas de Ciencias Sociales) di Buenos Aires. Ha lavorato come insegnante, con una ong torinese e dal 2000 al 2010 ha collaborato con alcuni centri di ricerca in progetti sull’immigrazione. Da qualche anno si occupa del conflitto israelo-palestinese, partecipa alle attività del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) ed è uno dei traduttori di Zeitun.info.




Rapporto OCHA 27 dicembre- 9 gennaio 2017

L’8 gennaio, un 28enne palestinese ha guidato un camion contro un gruppo di soldati israeliani radunati sulla passeggiata panoramica vicina all’insediamento colonico di Talpiot Est, in Gerusalemme Est, uccidendo tre soldatesse e un soldato e ferendone altri 15.

L’autore, proveniente dalla vicina zona di Jabal al Mukabber, è stato ucciso sul posto e il suo corpo è stato trattenuto dalle autorità israeliane. Il Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha fortemente condannato l’attacco. Ancora in Gerusalemme Est (al checkpoint di Qalandiya), il 30 dicembre, le forze israeliane hanno sparato e ferito una 35enne palestinese che, secondo fonti israeliane, si era diretta verso di loro con un coltello e non si era fermata all’alt. Nel 2016, in attacchi e presunti attacchi da parte di palestinesi della Cisgiordania, sono stati uccisi 13 israeliani e 80 palestinesi aggressori e presunti aggressori.

In zona C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 86 strutture, sfollando 160 palestinesi, tra cui 91 minori, e coinvolgendone altri 370. L’episodio più grave ha avuto luogo nella comunità pastorizia di Khirbet Tana (Nablus), dove sono state demolite 49 strutture abitative e di sussistenza, 30 delle quali fornite precedentemente come assistenza umanitaria. La comunità si trova in una zona designata dalle autorità israeliane come “zona per esercitazioni militari a fuoco”. Tali aree costituiscono quasi il 30% dell’Area C e sono abitate da più di 6.200 palestinesi. Nella prima settimana del 2017, il numero di strutture prese di mira è oltre tre volte la media settimanale del 2016, anno che ha visto il numero più alto di demolizioni da quando, nel 2009, OCHA ha iniziato il monitoraggio sistematico.

In Cisgiordania, durante molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 34 palestinesi, tra cui otto minori. I ferimento sono avvenuti durante quattro distinte operazioni di ricerca-arresto; nel corso della manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya), Ni’lin e Bil’in (Ramallah); all’ingresso della città di Ar Ram (Gerusalemme) e nel villaggio di Tuqu’ (Betlemme); nella città di Hebron, durante due cortei funebri seguiti alla restituzione dei corpi di due palestinesi sospettati di attacchi contro israeliani. I corpi erano stati trattenuti per più di 100 giorni.

Complessivamente, in questo periodo, sono stati consegnati alle famiglie i corpi di quattro palestinesi sospettati di attacchi contro israeliani; i corpi di altri otto presunti autori sono ancora trattenuti dalle autorità israeliane; alcuni da più di otto mesi.

Il 4 gennaio, lungo la costa di Gaza, sono stati trovati i resti del corpo di un pescatore palestinese. Tre giorni dopo le forze navali israeliane hanno riferito di essersi scontrati con la sua barca e di averla danneggiata, causandone il rovesciamento. Nel complesso, durante il periodo di riferimento, in almeno 22 occasioni le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro palestinesi presenti o in avvicinamento ad Are ad Accesso Riservato (ARA), di terra o di mare. In un altro caso, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno compiuto operazioni di spianatura del terreno.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 161 operazioni di ricerca e/o arresto ed hanno arrestato 212 palestinesi; 12 di questi sono stati arrestati presso checkpoints “volanti” e durante manifestazioni. Le quote più alte di operazioni (44) e di arresti (71, di cui 19 minori) si sono avute nel governatorato di Gerusalemme.

Coloni israeliani si sono trasferiti in due edifici vuoti nella zona di Silwan di Gerusalemme Est: secondo quanto riferito, dopo averli acquistati dai proprietari palestinesi. Silwan è stato il bersaglio di intensa attività di insediamento e di iniziative che comprendono un piano per la realizzazione di un complesso turistico nel quartiere di Al Bustan che, se venisse portato a compimento, comporterebbe lo sfollamento di più di 1.000 residenti palestinesi; nella stessa area altre centinaia di residenti rischiano lo sfollamento a causa di procedure di sfratto promosse da organizzazioni di coloni.

In Cisgiordania, in più occasioni durante il periodo di riferimento, coloni ed altri gruppi israeliani si sono introdotti in vari siti religiosi, innescando alterchi e scontri con palestinesi; non ci sono stati feriti. I siti interessati comprendono il Complesso di Al Haram Ash Sharif / Monte del Tempio, a Gerusalemme Est, un santuario nel villaggio di Kifl Haris (Salfit) e la Tomba di Giuseppe nella città di Nablus.

I media israeliani hanno riferito nove episodi di attacchi, con lancio di pietre e bottiglie incendiarie, da parte di palestinesi contro veicoli o abitazioni di coloni israeliani; non vi sono state vittime, ma sono stati segnalati danni a diversi veicoli.

Durante il periodo relativo al presente Rapporto, il lato egiziano del valico di Rafah è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Nel corso del 2016 il valico è stato parzialmente aperto per soli 44 giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, circa 20.000 persone, inclusi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

In seguito all’aggressione verificatasi l’8 gennaio (vedi sopra), le Autorità israeliane hanno demolito quattro strutture nella zona di Jabal al Mukabber di Gerusalemme Est ed inoltre, adducendo la mancanza di permessi di costruzione, hanno emesso avvisi contro decine di case appartenenti alla famiglia allargata dell’aggressore. Il Ministero degli Interni israeliano ha anche espresso la sua intenzione di revocare i permessi di ricongiunzione familiare ad almeno 14 membri della famiglia allargata. È stato riferito che la casa di famiglia del responsabile dell’aggressione, prima della sua demolizione punitiva, era stata oggetto di misure da parte delle autorità. I provvedimenti di cui sopra hanno esposto decine di palestinesi al rischio di sfollamento.

Il 10 gennaio, nel corso di una operazione di ricerca nel Campo profughi di Al Far’a (Tubas), le forze israeliane hanno ucciso un palestinese; le circostanze dell’episodio rimangono controverse.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Rapporto OCHA del periodo 15 -28 novembre 2016 (due settimane)

Il 22 e 25 novembre, in due distinti episodi verificatisi a Gerusalemme Est, al checkpoint di Shu’fat ed a quello di Qalandiya, le forze israeliane hanno ucciso, con armi da fuoco, due palestinesi, uno dei quali quattordicenne: secondo fonti israeliane, si presume che entrambi fossero aggressori con coltello.

Nessun soldato israeliano è rimasto ferito negli episodi citati. Le autorità israeliane hanno trattenuto i corpi dei palestinesi uccisi; in totale sono ora trattenuti sei cadaveri di palestinesi. Dall’inizio del 2016, 73 palestinesi, tra cui 21 minori, e otto israeliani, tra cui una ragazza, sono stati uccisi durante aggressioni e presunte aggressioni effettuate da palestinesi della Cisgiordania. Le risposte delle forze israeliane ad alcuni di questi episodi hanno sollevato preoccupazione circa un possibile uso eccessivo della forza ed esecuzioni extragiudiziali.

Un altro palestinese di 22 anni è stato ucciso dalle forze israeliane il 18 novembre, con armi da fuoco, in scontri avvenuti nel corso di una manifestazione presso la recinzione perimetrale della Striscia di Gaza. Nei Territori palestinesi occupati (oPt), nel corso di molteplici scontri, le forze israeliane hanno anche ferito 34 palestinesi, tra cui quattro minori. In Cisgiordania, tali scontri sono scoppiati durante operazioni di ricerca-arresto, durante le manifestazioni settimanali a Ni’lin (Ramallah) e Kafr Qaddum (Qalqiliya) contro la Barriera e contro gli insediamenti, e contro la costruzione di un nuovo insediamento-avamposto [illegale anche per la legge israeliana] nel nord della Valle del Giordano. Tre soldati israeliani sono rimasti feriti ad opera di palestinesi, per lancio di bottiglie incendiarie e pietre.

Una donna palestinese è stata uccisa il 16 novembre nel Campo Profughi di Balata (Nablus), durante uno scontro a fuoco tra Forze di Sicurezza palestinesi e civili palestinesi. La donna non era coinvolta negli scontri, scoppiati nel corso di una operazione di ricerca-arresto nel Campo. Tre membri delle Forze di Sicurezza sono rimasti feriti.

Gli incendi boschivi, divampati tra il 22 e il 27 novembre in molteplici località israeliane ed in alcune zone dei Territori palestinesi occupati (oPt), hanno determinato vasti sfollamenti di popolazione. La polizia israeliana ha avviato indagini su possibili casi di incendio doloso ed ha arrestato alcuni sospetti. In Cisgiordania, circa 380 famiglie sono state temporaneamente evacuate dalle loro case negli insediamenti colonici israeliani di Dolev, Talmon e Halamish (Ramallah); secondo i media, in quest’ultimo insediamento 15 case sono state bruciate completamente e altre 25 sono state danneggiate. Almeno sei persone hanno riportato lesioni per inalazione di fumo. Gli incendi hanno raggiunto la città di Huwwara (Nablus), dove è stato danneggiato un ettaro di terra coltivata. Le forze antincendio palestinesi sono state dispiegate sia in Israele che negli insediamenti colonici della Cisgiordania per sostenere gli sforzi di Israele contro gli incendi.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 252 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 243 palestinesi. Il governatorato di Gerusalemme ha registrato la più alta quota di arresti (103, di cui 35 minori) e di operazioni (62), incluse le due operazioni compiute nell’Università Al Quds, in Abu Dis (Gerusalemme).

A Gaza, in almeno 16 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi presenti o in avvicinamento alle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare. In un’altra occasione, le forze israeliane sono entrate in Gaza ed hanno svolto un’operazione di spianatura del terreno. Non sono stati segnalati feriti, ma il lavoro di agricoltori e pescatori è stato interrotto. Sei palestinesi sono stati arrestati, tra cui due pescatori che sono stati costretti a togliersi i vestiti e nuotare verso le imbarcazioni della marina israeliana, mentre la loro barca e le reti da pesca sono state sequestrate. Altri quattro civili sono stati arrestati mentre tentavano di entrare illegalmente in Israele.

Per la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o requisito 18 strutture, sfollando 42 palestinesi, tra cui 30 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 60 persone. In Ma’azi Jaba, una delle comunità colpite nel governatorato di Gerusalemme, le autorità hanno demolito nove tra strutture abitative e di sostentamento che erano state fornite come assistenza umanitaria. Questa è una delle 46 comunità della Cisgiordania centrale a rischio trasferimento forzato in conseguenza di un piano israeliano per “rilocalizzarli”.

In cinque comunità dell’Area C, Khirbet ar Ras al Ahmar e Ibziq (entrambe in Tubas), Jit (Qalqiliya) e Ash Shuyukh (Hebron), le autorità israeliane hanno sequestrato tre trattori e due bulldozer, adducendo quale motivazione il loro impiego in costruzioni illegali. Nel villaggio di Ya’bad (Jenin), per violazione delle norme ambientali, le forze israeliane hanno sequestrato quattro veicoli e 150 tonnellate di legna per la produzione di carbone, fonte di sostentamento per almeno 1.000 lavoratori.

In cinque occasioni, per consentire l’addestramento militare, le forze israeliane hanno sfollato temporaneamente 210 persone, inclusi 123 minori, appartenenti a due comunità di pastori palestinesi nel nord della Valle del Giordano (Khirbet ar Ras al Ahmar e Ibziq). Le due comunità devono far fronte a ripetute demolizioni e restrizioni ai loro spostamenti che acuiscono le crescenti preoccupazioni legate al rischio di trasferimento forzato. In altre tre occasioni, nella stessa area, le forze israeliane hanno effettuato esercitazioni militari in prossimità della comunità di pastori palestinesi di Khirbet Tel al Himma, con conseguenti danni alle proprietà e limitazioni negli spostamenti; per due volte, dalla fine del settembre 2016, tale comunità ha subito demolizioni.

Sono stati registrati tre attacchi di coloni israeliani che hanno causato lesioni a palestinesi o danni alle loro proprietà; in particolare, l’aggressione fisica e il ferimento di tre uomini palestinesi in due distinti episodi avvenuti nella zona H2 di Hebron e danni ad un veicolo palestinese, per lancio di pietre, ad Hebron. Inoltre, non inclusi nel conteggio, a Gerusalemme Est, Hebron e Tubas sono stati segnalati almeno tre episodi di aggressione e intimidazione contro palestinesi.

Secondo i media israeliani, ci sono stati otto casi di lancio di pietre ad opera di palestinesi contro veicoli israeliani; ne sono conseguiti il ferimento di un colono israeliano e danni ad almeno sei veicoli, oltre che alla metropolitana leggera di Gerusalemme.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto per tre giorni (16-18 novembre): è stata consentita l’uscita dalla Striscia di Gaza a 1.702 persone e il rientro a 947. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, dall’inizio del 2016, circa 20.000 persone sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.




Rapporto OCHA del periodo 1 – 14 novembre 2016 (due settimane)

Nei pressi dell’insediamento colonico israeliano di Ofra (Ramallah), le forze israeliane hanno ucciso, con arma da fuoco, un 23enne palestinese mentre tentava di aggredire con un coltello i soldati israeliani. Questo episodio porta a 73 il numero di palestinesi uccisi dalle forze israeliane, dall’inizio del 2016, nel corso di attacchi e presunti attacchi.

Un altro palestinese è stato ferito con arma da fuoco, e successivamente arrestato, in un presunto tentativo di accoltellamento verificatosi nel villaggio di Huwwara (Nablus). In nessuno di tali episodi sono stati riportati ferimenti di israeliani. In un altro caso, ad un posto di blocco vicino alla città di Tulkarem, palestinesi hanno aperto il fuoco e ferito un soldato, riuscendo poi a fuggire.

Nei Territori Palestinesi Occupati (oPt), nel corso di molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 57 palestinesi, tra cui 19 minori. Nove dei ferimenti si sono verificati nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale e in mare. I rimanenti feriti sono stati registrati in Cisgiordania: durante scontri scoppiati nel corso di operazioni di ricerca-arresto (la maggior parte), durante le manifestazioni settimanali contro la Barriera e gli insediamenti a Ni’lin (Ramallah) e Kafr Qaddum (Qalqiliya) e nel corso di eventi commemorativi del 12° anniversario della morte dell’ex presidente palestinese Yasser Arafat.

In tre diversi episodi, che hanno visto coinvolte forze israeliane e coloni, altri nove palestinesi, tra cui tre minori, sono stati feriti mentre raccoglievano olive sui propri terreni. In particolare: in una zona vicino all’insediamento colonico israeliano di Qedumim (Qalqiliya), in circostanze poco chiare, soldati israeliani hanno aggredito fisicamente due persone che erano entrate nella propria terra dopo aver ottenuto una “preventiva autorizzazione” all’accesso; nel villaggio Al Janiya (Ramallah), coloni israeliani hanno fisicamente aggredito quattro persone che stavano lavorando vicino all’insediamento colonico di Talmon; altre quattro persone sono rimaste ferite, nei pressi di Bani Na’im (Hebron), dall’esplosione di una granata assordante abbandonata dalle forze israeliane. In altri due episodi, sempre nel contesto della raccolta delle olive, coloni israeliani hanno vandalizzato 70 ulivi in Sa’ir (Hebron) mentre, presso l’insediamento colonico di Shave Shomron (Nablus), hanno raccolto olive da alberi di proprietà palestinese.

In Cisgiordania, in Area C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 47 strutture di proprietà palestinese, sfollando 26 palestinesi, dieci dei quali minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 330 persone. Nove di queste strutture erano state fornite come assistenza umanitaria, in risposta a demolizioni precedenti. Dall’inizio del 2016, il numero di strutture prese di mira ammonta a 1.033: più del doppio rispetto al dato relativo allo stesso periodo del 2015. Nel periodo di riferimento sono stati emessi almeno 24 ordini di demolizione, di arresto-lavori e di sfratto.

Nella comunità pastorale di Khirbet Tana (Nablus), i funzionari israeliani hanno sequestrato un generatore elettrico e una macchina per il taglio dei metalli, appartenenti ad una organizzazione assistenziale; hanno inoltre fatto rilievi fotografici di strutture precedentemente fornite come assistenza; tra queste, una struttura adibita a scuola, quattro cisterne per l’acqua e sei ricoveri abitativi. La comunità si trova all’interno di un’area dichiarata da Israele “zona per esercitazioni a fuoco” e, dall’inizio del 2016, ha subito quattro ondate di demolizioni.

In una dichiarazione rilasciata il 10 novembre, Robert Piper, Coordinatore delle Nazioni Unite per gli Aiuti Umanitari e lo Sviluppo, ha condannato il continuo osteggiamento dell’assistenza umanitaria da parte delle autorità israeliane, affermando che “colpire i più vulnerabili tra i vulnerabili ed impedire loro di ricevere assistenza – in particolare con l’arrivo dell’inverno – è inaccettabile e contraddice gli obblighi di Israele quale potenza occupante”.

In tre occasioni, per consentire l’addestramento militare, le forze israeliane hanno trasferito, per diverse ore ogni volta, 23 famiglie (123 persone, tra cui 59 minori) appartenenti a due comunità di pastori palestinesi nel nord della Valle del Giordano (Khirbet ar Ras al Ahmar e Ibziq). Le due comunità devono far fronte anche ad ripetute demolizioni e restrizioni ai loro spostamenti che acuiscono le crescenti preoccupazioni legate al rischio di trasferimento forzato.

Cinque famiglie palestinesi (29 persone) che vivono nella zona di Silwan di Gerusalemme Est, hanno ricevuto avvisi di sfratto connessi a cause intentate da organizzazioni di coloni israeliani che rivendicano la proprietà delle abitazioni. Un sondaggio esplorativo, effettuato a Gerusalemme Est da OCHA [Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari], indica che su almeno 180 famiglie palestinesi pende una causa di sfratto presentata contro di loro principalmente da organizzazioni di coloni israeliani: sono pertanto a rischio di sfollamento più di 818 palestinesi, tra cui 372 minori.

Nella zona H2 di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito un ragazzo palestinese che si stava recando a scuola. Nel corso del periodo di riferimento almeno quattro episodi di lancio di pietre da parte di coloni israeliani hanno causato danni a veicoli palestinesi.

Secondo i media israeliani, si sono verificati otto casi di lancio di pietre ad opera di palestinesi contro veicoli israeliani: ferito un colono israeliano, danneggiati almeno sei veicoli e la metropolitana leggera di Gerusalemme. Vicino a Betlemme un altro veicolo è stato danneggiato da un ordigno esplosivo.

A Rafah, nella Striscia di Gaza, un 15enne palestinese è stato ferito dall’esplosione di un residuato bellico con il quale stava giocando nei pressi della scuola.

In almeno 23 occasioni durante il periodo cui si riferisce questo Rapporto (due settimane), le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi presenti o in avvicinamento ad Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare della Striscia di Gaza. In altri tre casi, le forze israeliane sono entrate nelle ARA di terra per livellare il terreno ed effettuare scavi. Non sono stati segnalati feriti, ma è stato interrotto il lavoro di agricoltori e pescatori.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, nell’ultimo giorno del periodo di riferimento [14 novembre] è stato eccezionalmente aperto per i casi umanitari, consentendo l’uscita dalla Striscia di Gaza a 386 palestinesi ed il rientro a 274 (dopo tale data il passaggio è rimasto ancora aperto per alcuni giorni). Secondo le autorità palestinesi di Gaza, dall’inizio del 2016, circa 20.000 persone sono registrate ed in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. Il valico è stato eccezionalmente aperto il 6 novembre, per consentire a una delegazione di 93 palestinesi l’ingresso in Egitto; è stato quindi riaperto il 12 novembre per consentire il loro rientro.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




L’arte dell’occupazione, secondo il generale israeliano Gadi Shamni

Nota redazionale: i redattori di Zeitun hanno deciso di proporre ai propri lettori questa lunga intervista al generale Gadi Shamni pur non condividendone i punti di vista espressi, sia riguardo ad alcuni personaggi citati nell’articolo, sia in generale sul ruolo dell’esercito israeliano nei Territori palestinesi occupati e sul suo modo di agire nei confronti della popolazione civile palestinese.

Non solo egli ha partecipato alla sanguinosa operazione militare in Libano del 2006 (più di 1.000 civili libanesi uccisi), in cui sono stati commessi crimini di guerra denunciati dalle organizzazioni dei diritti umani ed usato fosforo bianco in zone abitate. Le costanti violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani da parte dell’esercito israeliano non corrispondono alla rivendicazione di moralità sostenuta dall’intervistato. Il tentativo di assolvere l’esercito israeliano da ogni responsabilità riguardo alle violazioni dei diritti dei palestinesi, e dei civili di altri Paesi arabi, si scontra con molti casi che dimostrano il contrario.

Quanto a Ya’alon, che secondo Shamni è una persona di” integrità indiscutibile ” e “onesta”, ha definito “un cancro” i palestinesi, un “virus” l’associazione israeliana “Peace Now” e John Kerry “messianico ed ossessivo” per i suoi tentativi di riprendere i colloqui di pace tra Israele e i palestinesi; ha sostenuto un progetto per la segregazione tra palestinesi e coloni israeliani sugli autobus, la ripresa della colonizzazione nonostante gli impegni presi dal suo governo con Obama e l’uso della bomba atomica contro l’Iran. Per il suo ruolo di generale nell’esercito è stato più volte accusato di corresponsabilità in crimini contro l’umanità, anche per la strage di Qana, in cui venne bombardata una struttura dell’ONU dove avevano trovato rifugio civili libanesi, con un bilancio di 106 morti e centinaia di feriti.

Tuttavia riteniamo che sia significativo che persino un personaggio come Shamni si esprima in termini quanto meno problematici su alcune questioni cruciali della politica e della società israeliane, sull’influenza di gruppi di fanatici estremisti nel e sul governo israeliano, in primo luogo riguardo all’occupazione dei territori palestinesi.

Dopo 35 anni di servizio militare, il generale di divisione (ritirato) Gadi Shamni, autodefinitosi “generale dell’occupazione”, loda la moralità dell’esercito e accusa i politici per l’impasse tra israeliani e palestinesi. Egli dice che ci sono una soluzione e una controparte, ma prima Israele si deve liberare dalla stretta degli estremisti.

di Carolina Landsmann

Haaretz – 15 ottobre 2016

Lo scalpore mediatico a proposito dei commenti del generale di divisione dell’esercito israeliano (ritirato) Gadi Shamni in agosto – “Abbiamo portato l’occupazione al livello di un’arte. Siamo i campioni mondiali dell’occupazione”- è durato appena due giorni. Parlando di se stesso, Shamni ha aggiunto: “Sono stato il generale del Comando Generale [che comprende la Cisgiordania]. Generale dell’occupazione” (in ebraico, la parola “aluf” significa sia “campione” che “generale di divisione”). Ci sono state persone che si sono infuriate, che si sono dissociate dalle sue considerazioni, che lo hanno criticato – anche se qualcuno si è detto d’accordo. Ma il polverone si è rapidamente calmato. Apparentemente l’opinione pubblica si è ormai abituata a queste esternazioni.

“Qualcosa delle posizioni del capo dei servizi di sicurezza del Mossad [agenzia israeliana di spionaggio all’estero. Ndtr.] e dello Shin Bet [servizio di sicurezza interna israeliano. Ndtr.] li trasforma in gente di sinistra,” ha detto recentemente il capogruppo della coalizione di governo, deputato David Bitan (del Likud). Shamni ha sorriso tranquillamente a questa affermazione, ma Bitan troverà probabilmente meno da ridere quando sentirà quello che Shamni ha da dire ora.

“La stragrande maggioranza dei quadri dirigenti del sistema di difesa pensa che ci stiamo muovendo in una direzione molto problematica rispetto ai palestinesi,” mi ha detto di recente, mentre ci trovavamo in una piccola stanza negli uffici dell’ “Israel Aerospace Industries” [“Industrie Aerospaziali di Israele”, impresa statale in cui lavorano molti ex-militari. Ndtr.], dove Shamni occupa il ruolo di vice presidente esecutivo della divisione “Sistemi di terra”. “Per ogni 50 persone che la pensano come me, ne troverà [solo] uno o due che sposi un’opinione diversa.”

Come lo spiega?

“Abbiamo familiarità con la difficile situazione, i limiti nell’uso della forza, il danno che ciò determina all’IDF [Israeli Defence Forces, Forze di Difesa Israeliane, nome dell’esercito israeliano. Ndtr.] ed allo Stato. E sappiamo che la storia che non c’è una soluzione al problema della sicurezza non è vera.”

Pensa che l’IDF possa garantire la sicurezza di Israele in una situazione con due Stati [Israele e Stato palestinese. Ndtr.]?

“Certamente. Esiste una soluzione per la sicurezza. Un mare di carte e di studi è stato scritto su questo. E non ci sono possibilità che Israele riesca a costruire relazioni corrette con i Paesi della regione, compresi rapporti commerciali e di cooperazione, prima di risolvere la questione palestinese:”

“Come tutti i ‘guardiani’ [in riferimento al documentario di Dror Moreh del 2012 con questo titolo, in cui sei ex capi dello ‘Shin Bet’ hanno sostenuto la necessità di un accordo con i palestinesi], sta parlando solo a cose fatte – quando non sta più rischiando la sua carriera o la sua pensione, quando non sta disubbidendo,” ha scritto l’editorialista di Haaretz Rogel Alpher a proposito di Shamni. Esponenti di destra hanno messo in dubbio la serietà delle considerazioni di Shamni esattamente per le stesse ragioni.

“Che cosa fa pensare a queste persone di essere così furbe?” ribatte Shamni. “Si aspettano forse che la gente a cui importa davvero lasci il posto a quelli a cui non importa niente? Molti ufficiali superiori dell’IDF capiscono la delicatezza della situazione sul terreno e lavorano per limitare i danni. Soldati e comandanti che si trovano sul posto dove ci sono tensioni con i palestinesi sono esposti alla loro dimensione umana – e questo incide su di loro. Improvvisamente capiscono che la situazione non è quella che pensavano.”

Questo scontro con la realtà porta ad una moderazione sul piano politico?

“Non so se questo influenzi il loro voto, e non penso che ciò sia realmente importante. Penso che la gente dell’esercito che ha a che fare con checkpoint, arresti, pattugliamenti e protezione delle colonie si trova di fronte a situazioni umane e vede le cose in modo diverso.”

L’esercito è una forza moderata?

“Senza dubbio. Anch’io, come capo del comando centrale, ho agito per ridurre al minimo i danni e limitare le tensioni tra le popolazioni. Per reprimere i fenomeni estremi sia della parte ebraica che di quella palestinese. Invece di criticare le persone dovrebbero dire: ‘E’ una gran cosa che ci siano molti ufficiali superiori nell’IDF che sono moralmente turbati da questo.’ Se non ci fossero loro, l’attività dell’IDF sarebbe completamente diversa. E’ il comportamento corretto dell’IDF e dell’Amministrazione civile che rende possibile una vita accettabile là. Ci sono cose sgradevoli – lo riconosciamo – ma la maggioranza dei soldati è molto coscienziosa. Quando un soldato sta controllando un punto di passaggio dei lavoratori e arriva qualcuno, di qualunque età, che ha viaggiato tutta la notte per andare al lavoro, la grande maggioranza dei soldati dell’IDF si comporterà umanamente e rispettosamente verso di lui. Non è l’ideale, ma potrebbe essere molto peggio.”

E’ questo che intende per elevare l’occupazione al livello di un’arte?

“Noi eccelliamo in questo – abbiamo creato meccanismi sofisticati che permettono una vita accettabile in queste circostanze. Quando gli americani hanno conquistato l’Iraq nel 2003, sono venuti da noi per imparare come “tenere il controllo” [“lehachzik”, che può anche essere tradotto in questo contesto con “amministrare”] di territori. C’è un’altra parola per questa situazione? In inglese, il verbo “occupare” viene usato. Cos’è l’occupazione? E’ avere il controllo. Noi controlliamo territori. Se dici kibbush [occupazione] tutti saltano sulla sedia. Ma questa è la realtà. Da una parte, [il modo in cui l’esercito ha rapporti con la popolazione palestinese è una fonte di] orgoglio per l’IDF e per Israele – ma è in questo che noi vogliamo eccellere? Dall’altra, effettivamente noi eccelliamo in questo. L’IDF è l’unico raggio di sole in tutto questo contesto. E’ la più importante forza di moderazione.”

Chi modera l’esercito- l’establishment politico?

“La realtà. Una grande percentuale di chi critica l’IDF non capisce i veri punti sensibili; il 99% dei critici non sono mai stati in un campo di rifugiati. Negli ultimi anni, solo il sistema di difesa ha avuto successo nel mantenere la cooperazione con i palestinesi. La prassi sul terreno è stata condotta sulla base della comprensione della complessità, e con lo scopo di prevenire rivolte. Se tutte le raccomandazioni fatte dai comandi dell’esercito e della difesa negli scorsi anni fossero state accolte, le cose andrebbero molto meglio.”

Perché, allora, c’è gente che definisce menzognera [l’ong contro l’occupazione] Breaking the Silence [associazione di soldati ed ex-soldati israeliani che raccoglie le denunce di violazioni dei diritti umani commesse dall’IDF nei territori occupati. Ndtr.], che conosce molto bene la situazione sul terreno, quando esprime critiche?

“Non accetto il loro modo di fare. Credo che sia sbagliato che vadano all’estero a criticare. Le critiche devono rimanere all’interno del Paese.

La distinzione tra “dentro” e “all’estero” nell’era dei media liberi e di internet è un’illusione.

“Le cose filtrano, ma non completamente. Non è lo stesso che essere in un campus negli Stati Uniti o in Europa e parlare delle atrocità perpetrate dai soldati dell’IDF. Ci sono casi gravi che sono le eccezioni, e vengono presi in considerazione. Io non vedo nessun allarme.”

Anche lei ha rotto il silenzio.

“No. Io non sono mai stato zitto.”

‘Paura di pronunciarsi’

Shamni, 57 anni, è nato a Gerusalemme e vive a Reut, una comunità nei pressi di Modi’in [comune israeliano che si trova in parte in Israele e in parte nei territori occupati. Ndtr.]. Lui e sua moglie, Hadas, hanno quattro figli (di età compresa tra i 16 e i 32 anni) e sono diventati nonni da poco. Shamni è stato arruolato ne 1977 ed ha passato i successivi 35 anni nell’IDF, soprattutto nei paracadutisti, compreso un periodo come comandante di brigata. E’ stato anche comandante della brigata “Hebron” (un breve periodo dopo il massacro di fedeli musulmani ad opera di Baruch Goldstein in quella città nel 1994), ed ha guidato la divisione “Gaza” durante la Seconda Intifada. In seguito è stato capo della direzione operativa dello Stato Maggiore, promosso al rango di generale di brigata e aggregato alla segreteria militare del primo ministro (con Ariel Sharon, poi con Ehud Olmert), un incarico che ha mantenuto durante la seconda guerra in Libano del 2006. Nel 2007 è stato nominato capo del “Comando Centrale” [organo militare che si incarica del controllo dei territori palestinesi occupati. Ndtr.]. Nel 2008 parlò al corrispondente militare di Haaretz Amos Harel di quello che allora era un nuovo fenomeno tra i coloni estremisti: “Hanno adottato il metodo “prezzo da pagare”: se non sono abbastanza forti da lottare contro le forze di sicurezza in una situazione particolare [come quando alcuni avamposti vengono evacuati], ci colpiscono da qualche altra parte. E’ uno sviluppo molto grave.”

Egli avvertì: “Questa gente sta cospirando contro i palestinesi e contro le forze di sicurezza…Ci sono elementi marginali che stanno guadagnando appoggio per le ‘condizioni favorevoli’ di cui godono e il sostegno fornito da certe parti della leadership, sia dei rabbini che del governo, in dichiarazioni esplicite o in modo tacito.”

Shamni non è rimasto in silenzio riguardo al fenomeno ed ha anche emesso ordini vietando ad alcuni attivisti di destra di entrare in Cisgiordania. In seguito a ciò lui stesso è stato attaccato, ricevendo minacce contro la sua persona e la sua famiglia.

Nel 2009 Shamni è stato nominato attaché militare negli Stati Uniti. E’ stato candidato a succedere a Gabi Ashkenazi come capo di Stato Maggiore, ma è stato battuto da Benny Gantz. Si è ritirato dall’IDF nel 2012. E’ uno degli autori di un testo intitolato “Un sistema di sicurezza per la soluzione dei due Stati.” Il rapporto è stato pubblicato lo scorso maggio dal “Centro per una Nuova Sicurezza Americana”, un gruppo di studio di Washington il cui capo, Michèle Flournoy, “è candidato a diventare segretario alla Difesa se [Hillary] Clinton vincerà le elezioni,” dice Shamni. Il rapporto è stato distribuito in Israele e a livello internazionale. Secondo Shamni quelli che lo hanno ricevuto hanno manifestato notevole interesse. Ma è ancora presto, aggiunge, e non ne vuole discutere oltre.

Le sue considerazioni sull’occupazione sono state fatte durante un incontro tenuto in agosto dall’ “Istituto per le Politiche e Strategie” del “Centro Interdisciplinare” di Herzliya e dai “Comandanti per la Sicurezza di Israele”, che, secondo il loro sito, è “un movimento non di parte di ex ufficiali superiori della sicurezza” i quali credono che “l’attuale stallo diplomatico sia dannoso per la sicurezza di Israele.”

Shamni stava rispondendo a un commento del generale di divisione (ritirato) Yaakov Amidror [del partito di estrema destra “La Casa Ebraica”, attualmente nella coalizione di governo. Ndtr.], ex- capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza di Israele, secondo cui i palestinesi non avrebbero dovuto avere problemi con l’occupazione.

Quindi c’è un partner? Il presidente palestinese Mahmoud Abbas è un partner?

“Certo che lo è. La maggior parte della gente che si oppone all’idea dei due Stati è decisa ad ereditare la terra dei nostri antenati e non ha nessun interesse in accordi per la sicurezza.”

Cosa pensa del primo ministro Benjamin Netanyahu?

“Penso che capisca che Israele ha seri problemi. Penso che vorrebbe tirarne fuori Israele, ma non sa come.”

“Non è in grado di farlo perché Israele è governato da altre persone.”

Da chi?

“Da piccoli gruppi che sono permeati di fede.”

I coloni?

“Non tutti [sono coloni]. Penso che ci siano pochi gruppi dominanti nella politica israeliana; non sono necessariamente la maggioranza, ma loro decidono le cose da fare. Se uno dovesse esaminare le reali opinioni della maggior parte dei parlamentari di Israele – anche escludendo i deputati arabi – emergerebbe che la maggioranza pensa che dobbiamo trovare un accordo con i palestinesi il prima possibile. Ma non sono in grado di esprimere pubblicamente questa posizione, perché nel momento in cui lo facessero perderebbero i loro sostenitori.”

Ma chi sono questi sostenitori?

“Non voglio generalizzare. Non sono tutti i coloni. Ma ci sono piccoli gruppi, ideologizzati, estremisti, attivi, che sono organizzati e finanziati.”

Finanziati da chi?

“Da ebrei, soprattutto dall’estero, che sono grandi finanziatori dei politici. Non voglio fare nomi, neppure dei finanziatori. Ci sono gruppi estremisti ideologici che stanno dettando l’agenda dello Stato e sono in grado di agire come un deterrente nell’arena politica. C’è gente in questo Paese che ha paura di esprimersi. Brave persone.”

La politica israeliana è presa in ostaggio?

“Guardi cos’è successo a [Moshe] Ya’alon. E’ un caso esemplare. Qualcuno la cui integrità e il cui contributo allo Stato sono indiscutibili. Non è stato in grado di sopravvivere [come ministro della Difesa]. Perché? Perché è rimasto fedele alla sua verità. E, tra l’altro, gli ci è voluto del tempo per capire il problema: se avesse affrontato fin dall’inizio i processi di radicalizzazione come ha fatto durante la fine del suo mandato, soprattutto in Cisgiordania, penso che le cose sarebbero diverse adesso. Ma se n’è venuto con una sorta di tentativo di tranquillizzare la gente, di non pestare i piedi a nessuno. Eppure lo devi fare. E nel momento in cui ha cominciato a fare i conti con questioni difficili, si è ritrovato cacciato fuori.”

Si sta riferendo ai commenti di Ya’alon sul Elor Azaria, il soldato dell’IDF processato per omicidio colposo dopo aver sparato a un palestinese ferito a Hebron il marzo scorso?

“Azaria è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, l’ultimo pretesto. Il processo è iniziato molto prima, quando Ya’alon, come ministro della Difesa, ha deciso che avrebbe insistito perché la legalità e l’ordine venissero mantenuti in Cisgiordania. Ci sono stati incidenti in cui ha deciso di distruggere una struttura di un tipo o di un altro, e tutti hanno detto la loro sul suo caso. Ha solo fatto quello che si doveva legalmente, moralmente ed eticamente. E’ stato allora che è iniziato il peggioramento. E’ stato allora che è diventato un bersaglio.”

Intende che è stato “silurato” politicamente?

“Certo.”

Anche lei ha paura di esprimersi?

“No. Al contrario. Io mi esprimo. E io chiedo a tutti coloro che comprendono questo problema [nel campo politico e della difesa] che si alzino e parlino. Per varie ragioni, la gente non lo sta facendo. Hanno paura di perdere il lavoro, le proprie comodità. O conducono una vita tranquilla, perciò, perché andarsi a prendere questo grattacapo?”

Anche il suo amico, deputato Ofer Shelah [di Yesh Atid], pensa che la soluzione dei due Stati non è un problema per la sicurezza?

“Sì, ma lei ha visto cos’è successo quando Yesh Atid [partito di centro sinistra. Ndtr.] è entrato nella coalizione di governo [tra il 2013 e il 2014]. Si sono dimenticati della questione palestinese.”

Società estremista, esercito moderato

In un’intervista alla televisione “Canale 2” lei ha fatto riferimento alle “manipolazioni legali e operative” che sono state compiute per scopi di colonizzazione. Cosa voleva dire?

“Il potere sovrano in Giudea e Samaria [denominazioni israeliane della Cisgiordania. Ndtr.] è l’IDF, e governa il generale del ‘Comando Generale’ – lui prende le decisioni. Se c’è il desiderio di espropriare un territorio, può decidere che c’è una necessità di carattere militare per quella determinata area. E se c’è una ragione di sicurezza, non gliela si può rifiutare. Nessuno gli dirà di no. E anche se la questione arriva alla Corte di Giustizia, questa confermerà che è una zona di interesse militare. Ci sono state situazioni nel passato in cui aree sono state confiscate per fini militari, ma non è sempre stato del tutto chiaro. Molte volte la terra è stata espropriata per la colonizzazione con delle scorciatoie. Se vogliamo costruire colonie, allora decidiamo che vogliamo costruire colonie. Perché utilizzare ragioni di sicurezza?

“Quando ho preso la direzione del Comando Centrale, eravamo sull’orlo di una crisi di fiducia con l’Alta Corte – perché la Corte aveva la sensazione che le ragioni di sicurezza fossero addotte in luoghi in cui non corrispondevano esattamente alla situazione. Ho messo fine a tutto questo. Non ci sono più situazioni in cui un motivo legato alla sicurezza è messo in campo in luoghi in cui non ci sono reali questioni di sicurezza. Basta scorciatoie. Ci sono stati periodi in cui sono state esercitate forti pressioni e situazioni in cui sono state prese scorciatoie. Penso che siano stati fatti cambiamenti sostanziali negli ultimi anni. Uno dei problemi di Ya’alon è stato che…è solo una persona onesta e non era disponibile a scorciatoie e a tirare fuori argomenti legati alla sicurezza dove non ne esisteva nessuno.”

Pressioni da dentro l’esercito o da fuori?

“Da fuori”

Da parte di chi, da fuori?

“Ci sono molti lobbisti e gente che esercita pressioni sui politici nel governo e nella Knesset [il parlamento israeliano. Ndtr.]. Beh, non capisce cosa significa esercitare forti pressioni?

No.

“No?”

No -cioè, non capisco che tipo di pressioni. Cosa potrebbe succedere?

“Pressioni sono esercitate ad ogni livello politico, e a volte hanno anche successo. L’esercito deve essere molto risoluto nelle sue opinioni, confidare in se stesso e non scendere a compromessi. Penso che sia quello che è successo anche negli ultimi anni. Non ci sono più scorciatoie in quella zona, e questa è una delle ragioni per l’aumento delle tensioni tra l’esercito ed i coloni. Sono io che ho promosso questa linea di condotta. Non penso che il GOC [Comando Generale. Ndtr.] o lo Stato Maggiore oggi prenderebbero delle scorciatoie. Penso che questo periodo sia ormai passato.”

E quando il vice capo di Stato Maggiore, Yair Golan, parla di fascismo strisciante, e Ehud Barak [dirigente del partito Laburista ed ex-primo ministro israeliano. Ndtr.] fa riferimento al nascente fascismo?

“Questa è un’altra cosa. Deve chiedere a loro a cosa si riferissero, ma ritengo che parlassero di fenomeni che riguardano le tensioni con i coloni estremisti, la storia con i gruppi del “prezzo da pagare” [gruppi di coloni estremisti che aggrediscono i palestinesi. Ndtr.], tutti gli avvenimenti dell’ultimo periodo – il fatto di Duma [l’attacco incendiario contro una casa palestinese del luglio 2015 in cui sono stati uccisi tre membri della famiglia Dawabsheh] e molte cose minori che avvengono quotidianamente.”

Non pensa che l’incremento di questi fatti contraddica la sua sensazione che l’IDF stia conservando la propria moralità?

“Ma non è l’IDF che sta facendo queste cose. Yair Golan non si riferiva all’IDF quando ha parlato di fascismo strisciante. Si stava riferendo alla società israeliana.”

Ma lei non può fare una distinzione tra l’IDF e la società israeliana.

“Si può. Perché l’IDF agisce in base a ordini. E c’è la disciplina. Quando questi fenomeni sono scoperti, sono immediatamente repressi. Non paragoni la “gioventù della cima delle colline” [giovani coloni estremisti] all’IDF. Yair stava parlando della “gioventù della cima delle colline”, di tutti gli estremisti scatenati.”

La diffusione di fenomeni come l’incidente di Azaria nell’esercito non la preoccupa?

“No. Questi fenomeni non sono concentrati nell’esercito; succedono nella società israeliana. E’ vero che in ultima istanza l’IDF è uno specchio della società, ma l’esercito non è il centro.”

In base agli standard de “l’occupazione a livello di un’arte,” Azaria è un contrattempo?

“Cosa intende per ‘contrattempo’?”

Non è un esempio di eccellenza nell’occupazione, suppongo.

“Ritengo che Azaria sia una vittima della situazione di cui sto parlando. Non voglio entrare nei dettagli mentre è in corso un processo. Non so esattamente cosa sia successo lì, non ho visto gli atti dell’indagine.”

Ma ha visto le riprese video?

“Le ho viste, ma abbiamo imparato che i video non sempre riflettono quello che è successo. E’ possibile che abbia fatto un terribile errore, e ciò verrà chiarito nel processo. Ma deve capire che questa situazione provoca questi fatti. A volte i soldati non riescono a resistere alla pressione. Un soldato entra nella mischia, vede i suoi compagni feriti, ha sentito un sacco di incitamenti tutto attorno. Sta vivendo in mezzo ad una miscolanza di soldati, ufficiali, coloni ed altri, alcuni dei quali molto estremisti, che a volte può creare confusione in soldati che non sono abbastanza forti. Agli occhi di chi dovrebbe apparire bravo? A quelli dei suoi superiori? Della gente attorno che li sta esaltando ed incitando? E’ una situazione molto complicata per i soldati. Lui [Azaria] è un soldato giovane.

Non so quanta esperienza avesse in situazioni simili. Ma questa è un’eccezione. Non è la norma nel comportamento dell’IDF.”

L’ “Intifada del lupo solitario” ha delineato qualcosa che potrebbe essere etichettata come “risposte individuali” da parte sia della società israeliana che dell’IDF.

“E’ possibile. Una certa atmosfera è stata creata attorno a questa cosa, ogni sorta di affermazioni è stata fatta e ogni genere di politico ha affermato che ogni scontro con un terrorista deve finire con l’uccisione del terrorista. Ciò può aver provocato il fatto che persone si siano lasciate trascinare e siano andate in confusione. Non è un problema con dimensioni che ci possano disturbare. Ma dobbiamo sentirci disturbati dall’erosione graduale. Israele prende l’iniziativa solo in seguito a gravi traumi.”

L’ “Intifada del lupo solitario” potrebbe arrivare a determinare questo tipo di trauma?

“Siamo in una situazione di deterioramento costante. Non sappiamo dove ciò ci porterà. Non solo non stiamo prendendo iniziative, stiamo gestendo la situazione al contrario. Ad Hamas viene dato quasi tutto quello che vuole. Sta consolidando il suo potere ed il suo governo; controlla i punti di passaggio, raccoglie le tasse, paga i salari e sta persino trattenendo, indisturbato, i corpi di due soldati dell’IDF. Allo stesso tempo in Cisgiordania ci sono organizzazioni che hanno dichiarato apertamente di voler vivere in pace con Israele – e noi le stiamo indebolendo.”

Meno colonie, meno soldati

Shamni esprime preoccupazione rispetto alla mancanza di rapporti tra israeliani e palestinesi. “Sono cresciuto a Gerusalemme,” dice. “Li ho conosciuti là, gli arabi erano i nostri vicini. Non avevo amici arabi, ma li vedevo. Sono stato in quartieri arabi, ho visitato la Città Vecchia, non li ho visti solo in televisione e sui giornali. Oggi non c’è interazione. Semplicemente non ci sono prospettive di riuscire a vivere insieme nello stesso Paese. I palestinesi non accetteranno mai che questa situazione continui per sempre. Per cui dobbiamo cominciare a prendere le misure necessarie.”

Quali, per esempio?

“Se tu dici che il tuo obiettivo strategico finale è di arrivare ad una separazione, allora ci sono cose che fai ed altre che non fai. E’ più o meno chiaro come saranno i tuoi confini. Lo Stato di Israele lo ha riconosciuto; il primo ministro anche. La soluzione sono i due Stati. Sulla base, più o meno, dei confini del 1967 con uno scambio di territori. Quanto territorio Israele può concedere senza danneggiare il fronte interno? Due per cento, 2,5% – questo è il massimo. Sono più o meno i blocchi di colonie e tutti gli insediamenti adiacenti alla barriera [di separazione]. Se oggi sai che questo è il tuo scopo e la tua direzione strategica, tu inizi fin da ora a fare le cose giuste. Costruisci nei blocchi di colonie e non fuori da questi. Non crei una situazione in cui la realtà demografica renderà estremamente difficile mettere in atto questa mossa in futuro.”

Considerazioni relative alla sicurezza costituiscono uno degli argomenti per giustificare gli insediamenti, ma ora l’esercito è lasciato lì per proteggerli. Cosa viene prima?

“L’esercito è lasciato lì perché Israele non ha intenzione di lasciare quel territorio. Nel frattempo sempre più progetti di insediamenti sono avviati. Mettiamola così: se ci fossero meno coloni ebrei in [Cisgiordania], ci sarebbero meno ragioni che l’IDF fosse schierato in centri abitati. Prenda ad esempio il nord della Samaria [della Cisgiordania. Ndtr.]. Lì non ci sono insediamenti, e dove gli insediamenti sono stati evacuati c’è meno esercito. Perché se hai meno israeliani, meno insediamenti, è perfettamente chiaro che hai bisogno di meno forze. Ma non è questo il punto. La questione è se è possibile mantenere una situazione in cui l’IDF non c’è sul terreno quando non ci sono insediamenti, e se è possibile difendere Israele con i nuovi confini. Io dico di sì.

“La questione se il progetto di insediamento è giustificato dal punto di vista della sicurezza non è più rilevante. In generale, gli insediamenti sono stati costruiti nei pressi delle strade principali. L’IDF non ne ha più bisogno. L’esercito può difendere il Paese e le sue frontiere senza fare ricorso agli insediamenti. Al contrario: dove ci sono rischi oggi, evacueremo gli insediamenti nelle retrovie. Si parla di evacuare le comunità attorno alla Striscia di Gaza nel caso di un altro scontro con Hamas, ecc. Abbiamo evacuato comunità nel nord durante la seconda guerra del Libano. E c’erano progetti di evacuazione dalle Alture del Golan e da ogni sorta di posti. Non si vogliono civili sulla linea del fronte. In una situazione di guerra contro forze militari, i civili sono un peso.”

Per cui lei pensa che dovremmo aspirare a spostarci su frontiere che saranno tracciate da Israele?

“No. Non credo a mosse unilaterali.”

Lei si rammarica del disimpegno da Gaza [deciso unilateralmente da Sharon. Ndtr.]?

“C’è una grande differenza tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Io ero il comandante della divisione “Gaza” al culmine della lotta contro Hamas. Non è una cosa di cui sento la mancanza. La nostra situazione sarebbe molto peggiore se fossimo rimasti nella Striscia di Gaza perché, dagli accordi di Oslo, non c’era più la presenza dell’IDF nei centri abitati. Avevamo insediamenti a Gush Katif, a Netzarim, nel nord della Striscia di Gaza. L’IDF era schierato lì per proteggere i residenti – che, tra l’altro, erano gente stupenda. C’è un’enorme differenza tra le caratteristiche degli insediamenti a Gush Katif e quello che sta succedendo in alcune parti della Giudea e Samaria. Intendo come modo di comportarsi, carattere, estremismo. Ma, come ho detto, non eravamo schierati nei centri abitati.

“Arrestavamo terroristi, demolivamo infrastrutture, entravamo ed uscivamo. Non controllavamo realmente Gaza, Khan Yunis, Rafah; non eravamo in tutti i campi di rifugiati. Hamas ha migliorato le sue capacità lì, e più passava il tempo, più difficile era diventato difendere gli insediamenti. Ci sono stati episodi molto gravi prima del disimpegno, e mi lasci dire che non aveva senso continuare a rimanervi. Non avrebbe neppure impedito ad Hamas di rafforzarsi.

“La gente dice che il nostro ritiro da Gaza ha permesso ad Hamas di diventare forte, ma è vero solo a metà. Perché persino quando eravamo lì, Hamas si è rafforzato. Se fossimo rimasti lì, il processo sarebbe stato un poco più lento. I tunnel esistevano anche quando eravamo lì, armamenti entravano di nascosto e c’era un’industria bellica locale. Era molto difficile per noi arrivare dappertutto. Al tempo del disimpegno, c’era un gran numero di razzi e Qassam [razzi artigianali prodotti a Gaza. Ndtr.]. E’ vero che non avevano un raggio d’azione di 70 kilometri, come ora, ma erano sparati contro Sderot e il sud di Ashkelon.”

Forse perché l’IDF non controllava tutta la Striscia di Gaza.

“Beh, vediamo cosa significa controllare tutta Gaza. Come dopo l’operazione “Scudo Difensivo” [nel 2002], quando abbiamo controllato la Giudea e la Samaria e siamo entrati dappertutto [cioé in tutta la zona A, che in base agli accordi di Oslo era sotto totale controllo dell’ANP. Ndtr.]. Ciò avrebbe significato schierare grandi forze, che avrebbero danneggiato gravemente l’economia di Israele. In fin dei conti ci sono dei limiti all’ordine operativo di battaglia. Chiunque dica che dovremmo rioccupare la Striscia di Gaza non capisce cosa ciò significherebbe.”

Israele non ha la capacità di distruggere Hamas nella Striscia?

“Che vuol dire ‘distruggere Hamas’? Israele può conquistare Gaza. Non sarebbe facile, potrebbero volerci pochi giorni o settimane, ma alla fine la Striscia sarebbe sotto il controllo dell’IDF. Ogni strada e ogni vicolo. Quale sarebbe la fase successiva? Sarebbe che avremmo due milioni di persone di cui dovremmo soddisfare le necessità e la cui vita quotidiana dovremmo gestire.

“La sicurezza di Israele riposa principalmente sulla deterrenza. E per la deterrenza c’è bisogno di un punto di riferimento. Oggi siamo fuori, indebolendo Hamas, garantendo che faccia il lavoro all’interno [controllando altri gruppi di miliziani] ed esercitando pressioni sull’organizzazione. E’ lo stesso in Libano. E dovrebbe essere lo stesso anche in Cisgiordania. E’ impossibile distruggere Hamas. Non si tratta solo di persone e dirigenti, o di Ismail Haniyeh [uno dei principali leader dell’organizzazione]. Hamas è consapevolezza. Non puoi sradicare la consapevolezza. La puoi cambiare. Come? Convincendo la gente. Anche Fatah aveva altre posizioni, ma è venuto il giorno in cui sono arrivati alla conclusione che dovevano parlare con noi, che la soluzione non sarebbe arrivata con la forza.”

Quando avverrà con Hamas?

“Perché succeda, Hamas dovrà sentire di correre un pericolo per la sua stessa esistenza. E’ per questo che l’organizzazione deve essere tenuta sotto pressione. Attualmente abbiamo un’eccezionale opportunità perché gli egiziani odiano Hamas. Guardi cos’è successo con l’operazione “Piombo Fuso” [2008-2009]. Fortunatamente gli egiziani sono stati duri – perché ci siamo affrettati a fare ogni sorta di concessione. Quando loro [gli egiziani] hanno deciso di eliminare i tunnel, lo hanno semplicemente fatto. Spero che [il presidente egiziano Abdel-Fattah] al-Sissi rimanga al potere per molti anni ancora.

“In più, noi non siamo lì [a Gaza], per cui nessuno può sostenere che siamo occupanti. C’è solo la questione del blocco, che credo si possa spiegare perché è giustificabile nei termini di considerazioni di carattere militare. E il fatto è che viene accettato a livello internazionale, nonostante le critiche. Naturalmente è necessario garantire che la popolazione non arrivi a condizioni di carestia e di epidemie. Questo è un lato della formula; l’altro è rendere più facili le cose in Cisgiordania e rafforzare Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese.”

Come possiamo rafforzare Fatah in Cisiogrdania?

“Con una politica molto più estesa per rendere più agevoli gli spostamenti e la libertà economica. Il piano [del bastone e della carota] del [ministro della Difesa Avigdor] Lieberman è fantastico: togliere le restrizioni, permettere la costituzione di zone industriali e agricole nell’area C [che è sotto totale controllo di Israele per quanto riguarda la sicurezza], facilitare le esportazioni. Dare un impulso all’economia palestinese. Ciò inciderà sull’appoggio a Fatah ed alle forze moderate. Il funzionamento delle strutture dell’ANP, sia militari che civili, deve essere rafforzato. Devono avere la possibilità di governare, di aiutare il loro popolo per guadagnarsi l’appoggio politico. Dove ciò dipende dall’IDF, si sta facendo. Ma l’incarico affidato all’esercito è limitato. In ultima analisi, quando vuoi dare ai palestinesi più territorio per sviluppare la loro economia nell’area C, ti scontri con una questione politica. Il ministro della Difesa dice che lo sta per fare? Aspettiamo e vediamo quando succederà.”

Lei si è costruito una vita, una carriera, una sicurezza economica e un futuro per i suoi figli grazie all’esercito e all’occupazione. Forse questo comporta che lei non veda situazioni allarmanti?

“Ho passato la maggior parte della mia vita in Libano e in altre zone. Ma sì, sono stato anche in Giudea e Samaria e a Gaza. Ma sarei rimasto nell’esercito anche senza occupazione. Sto parlando per un senso di preoccupazione non solo per il Paese ma anche per l’IDF, perché ho paura dell’erosione morale e del fatto che l’IDF non si concentri sui suoi compiti principali. Invece di combattere, sta controllando una popolazione. Non attacco l’IDF né chiedo di rifiutarsi di fare il servizio militare, perché l’IDF è il raggio di luce in questa storia. Ho perso molti amici lungo il cammino. Prima che cadessero, quando si resero conto della situazione realmente pericolosa in cui si trovavano, mi sembrava che stessero sorridendo: Nitzan Barak, il capitano Uri Maoz, il capitano Tzion Mizrahi, il sergente Elad Rotholtz e molti altri. Tutta quella gente stupenda era sensibile e umana. Le loro famiglie sono come parenti per me e per la mia famiglia. Se me lo chiede, quello che mi rimane del servizio nell’esercito è l’impegno a fare ogni cosa in modo da pagare un prezzo simile solo se non abbiamo scelta.

“Diciamo sempre che la differenza tra noi e i nostri nemici è che noi santifichiamo la vita e loro santificano la morte. Chiedo se non c’è un crescente numero di persone tra noi che è pronto a sacrificare i propri figli sull’altare delle proprie convinzioni e che è pertanto responsabile di farci diventare una società che santifica la morte.”

Se le persone non volessero fare il servizio militare, non ci sarebbe nessuno che parteciperebbe a questo progetto.

“Penso che in quel caso lo Stato non sarebbe in grado di esistere. Viviamo in un Paese democratico sotto un governo legittimo. Nel corso della mia carriera militare non ho visto azioni che potrebbero giustificare il rifiuto di fare il servizio militare. Penso che, in fin dei conti, stiamo agendo in modo etico.”

Pensa che sia moralmente accettabile occupare un altro popolo?

“Solo quando ci sono ragioni di sicurezza. La domanda è dove finiscono le ragioni di sicurezza e se le cose possono essere fatte in modo diverso. Lei sa qual è la mia opinione. Penso che dobbiamo arrivare ad una situazione di separazione perché non ci sono ragioni di sicurezza. Se ci fossero, chi ne parlerebbe? La democrazia ha strumenti che debbono essere utilizzati. Mi pare chiaro che c’è una maggioranza che pensa che ci sia bisogno di un cambiamento ma che è apatica. Purtroppo. Uno dei miei obiettivi è di scuoterla. Non solo io – molti dei miei amici stanno cercando di risvegliare la maggioranza apatica.”

Sta pensando di entrare in politica?

“No”

Non ha paura di essere etichettato con la sindrome delle “lacrime di coccodrillo”?

“Assolutamente no. Ci ho pensato molto nel corso degli anni. Non sento rimorsi di coscienza per tutte le cose che ho fatto – e c’erano cose scabrose, con penose conseguenze per gli avversari. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto nel modo più trasparente possibile, se è possibile chiamarlo così. Ciò significa che non ho fatto quello che non era necessario. Non sto solo parlando di me. Tutto sommato, non abbiamo causato danni fini a se stessi – e questa è proprio la differenza, vede? Quando provochi danni per il gusto di farlo.”

Forse se gli israeliani non avessero eccelso nell’occupazione, non sarebbe durata 50 anni.

“Ma c’è una divisione del lavoro. Non è compito dell’esercito decidere se l’occupazione debba continuare. La strategia deve essere lasciata a livello politico. Nel momento in cui la tua missione è legale, allora è bene e positivo che noi abbiamo il nostro esercito, che fa le cose come le fa.”

Ma Dio non fa le leggi, giusto?

“Giusto. Ma neanche gli ufficiali dell’IDF.”

“Per il futuro di Israele”

Rispondendo a questo articolo, il deputato Ofer Shelah ha detto: “Gadi Shamni è stato un amico per circa 40 anni, ed è una persona a cui sono affezionato e che rispetto. Ho parlato molto con lui, sia di argomenti personali che politici, ed ho grande stima dei suoi sforzi di stilare un documento per accordi relativi alla sicurezza che saranno opportuni per arrivare ad un patto con i palestinesi, insieme a seri partner americani che ho incontrato e con cui ho parlato. I problemi di sicurezza in questo tipo di accordo sono tutt’altro che semplici, ma possono essere risolti con una leadership coraggiosa e determinata.

“[Il partito] Yesh Atid crede che Israele si debba separare dai palestinesi, per il bene del futuro di Israele come Stato ebraico e democratico. Ciò deve avvenire nel quadro di un processo regionale in cui il posto di Israele nel Medio Oriente sia definito e serva come contesto adeguato per la ripresa dei negoziati, che sono arrivati ad un punto morto. I miei amici ed io diciamo questo in ogni occasione e stiamo lavorando per metterlo in pratica in ogni ambito politico.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Morti in cifre: un anno di violenze nei territori palestinesi occupati e in Israele

di Chloe Benoist

Ma’an News

4 ottobre 2016

Betlemme (Ma’an) – Nell’ottobre 2015 è iniziata quella che è stata di volta in volta definita come un’ondata di rivolta, una sollevazione palestinese o persino l’ “Intifada di Gerusalemme”.

Qualunque sia il nome, lo scorso anno ha visto un’intensificazione di violenze mortali nei territori palestinesi occupati e in Israele. Nel corso dell’anno, Ma’an ha raccolto i dati relativi a ogni persona che è morta come parte di quest’ultimo capitolo nel conflitto israelo-palestinese.

In totale, Ma’an ha registrato la morte di 274 individui dal primo ottobre 2015 al 30 settembre 2016. Di questi morti, 235 erano palestinesi (l’85,8% dei decessi), 34 erano israeliani (12,4%) e cinque (1,8%) stranieri – due americani, un eritreo, un sudanese e un giordano.

I primi sei mesi -dall’ottobre 2015 al marzo 2016 – hanno visto la grande maggioranza dei decessi, in seguito a scontri presso la moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata prima della festività ebraica di Rosh Hashanah. Con 234 morti in quei primi sei mesi, la percentuale di decessi da allora è drasticamente scesa, benché una serie di uccisioni in settembre abbia portato a temere che la violenza possa di nuovo aumentare.

Analisi delle vittime palestinesi

Dopo un anno è emersa una fotografia più chiara dei palestinesi che sono morti in questo lasso di tempo. Di questi 235 palestinesi, 231 sono stati uccisi da israeliani, due da altri palestinesi durante attacchi contro gli israeliani e due si sono uccisi mentre realizzavano o cercavano di realizzare attacchi. Prendendo in considerazione le statistiche, emerge un ritratto generale del palestinese medio che è morto durante questo periodo: un giovane uomo post adolescente o sui vent’anni, del distretto di Hebron in Cisgiordania, ucciso dalle forze di sicurezza israeliane.

In base ai dati di Ma’an, l’età media dei palestinesi uccisi è di 23 anni. Tuttavia l’età più frequente dei morti è 19 anni, con 22 giovani palestinesi di quest’età morti lo scorso anno.

I minorenni costituiscono un quarto delle vittime della violenza israeliana, con 60 palestinesi con meno di 18 anni uccisi, il più giovane dei quali era un bambino di 8 mesi assassinato dalle eccessive inalazioni di gas lacrimogeno durante scontri. In totale 11 bambini palestinesi al di sotto dei 14 anni sono stati uccisi, ed altri 49 con un’età tra i 15 e i 17 anni.

Altri 118 palestinesi con un’età tra i 18 e 24 anni sono stati uccisi, con un totale di 178 vittime palestinesi nello scorso anno nati nel periodo della firma degli accordi di Oslo del 1993 o dopo.

Tre quarti degli uccisi dall’ottobre 2015 non hanno mai conosciuto nient’altro che Oslo – il che sembra confermare il rapporto tra l’aumento della violenza e le frustrazioni relative al fallimento degli accordi per la formazione di uno Stato palestinese, in un contesto di peggioramento della situazione nei territori palestinesi occupati segnato da demolizioni di case, violente incursioni notturne e vertiginoso aumento delle colonie.

Mentre un certo numero di donne e ragazze palestinesi sono state uccise – 17 delle quali mentre avrebbero o effettivamente stavano mettendo in atto degli attacchi – durante questo periodo, il loro numero impallidisce a confronto di uomini e ragazzi palestinesi. Dei 235 palestinesi uccisi, 213 erano maschi e 22 femmine – poco meno di una ogni dieci vittime.

Dal punto di vista geografico la maggioranza delle morti palestinesi – per l’esattezza 161 – è avvenuta in Cisgiordania, mentre 36 sono accadute nella città di Gerusalemme, 29 nella Striscia di Gaza assediata e 9 in Israele.

Al contempo 182 erano originari della Cisgiordania, 20 residenti nella Gerusalemme est occupata, 29 di Gaza e 3 erano cittadini palestinesi di Israele. I residenti del distretto di Hebron, per un totale di 73 morti, hanno rappresentato il 31% dei palestinesi ammazzati, confermando che il distretto meridionale della Cisgiordania è l’epicentro dell’ondata di rivolta.

Cercare di quantificare le circostanze in cui i palestinesi sono morti, tuttavia, si dimostra una questione complicata. Mentre la maggioranza dei casi risulta chiara, con riprese video o testimoni oculari in grado di confermare i fatti, in molti esempi la versione ufficiale israeliana dei fatti in cui i palestinesi sono stati uccisi per mano delle forze di sicurezza israeliane o di coloni è stata duramente contestata. In molti casi, testimoni oculari hanno sostenuto che i palestinesi assassinati non costituivano una minaccia al momento della morte o che le forze israeliane hanno collocato apposta dei coltelli o hanno manipolato in altro modo il luogo del crimine.

A causa della difficoltà di accertare le circostanze esatte di ogni caso, Ma’an ha classificato gli attacchi come “presunti” quando la versione ufficiale israeliana dei fatti non ha registrato il ferimento di israeliani e non ci sono stati testimoni esterni, oppure questi testimoni hanno messo in dubbio la versione israeliana dei fatti.

Al contempo sono state classificate come attacchi reali le situazioni in cui non ci sia stato nessun testimone esterno ma ci sia stato il ferimento di israeliani. Questo sistema approssimativo di classificazione è un riflesso della nebulosità che continua quotidianamente a permeare il conflitto israelo-palestinese.

Fatte queste avvertenze, i dati raccolti da Ma’an mostrano quanto segue:

– 69 palestinesi uccisi mentre commettevano o stavano cercando di commettere attacchi all’arma bianca

– 48 palestinesi uccisi mentre stavano presumibilmente cercando di commettere attacchi all’arma bianca

– 62 palestinesi uccisi dalle forze israeliane durante scontri o incursioni di polizia e/o esercito

– 13 palestinesi uccisi mentre commettevano attacchi con veicoli

– 8 palestinesi uccisi mentre presumibilmente commettevano attacchi con veicoli

– 8 palestinesi uccisi mentre commettevano attacchi con armi da fuoco

– 4 palestinesi uccisi mentre presumibilmente commettevano o cercavano di commettere attacchi con armi da fuoco

– 5 palestinesi uccisi mentre commettevano attacchi simultanei con armi da fuoco e all’arma bianca

– 3 palestinesi uccisi mentre commettevano attacchi simultanei con armi da fuoco e con veicoli

– 1 palestinese ucciso mentre commetteva un attacco simultaneo all’arma bianca con un veicolo

– 2 palestinesi uccisi mentre commettevano attacchi con ordigni esplosivi o incendiari

– 2 palestinesi uccisi mentre presumibilmente commettevano attacchi con ordigni esplosivi o incendiari

– 5 palestinesi uccisi da attacchi aerei e bombardamenti

– 5 palestinesi uccisi mentre assistevano ad atti di violenza

Basandosi su questi dati, 122 palestinesi, ossia il 52% , sono stati uccisi mentre commettevano o si afferma che stessero commetendo attacchi all’arma bianca, confermando l’impressione che lo scorso anno sia stato segnato da attacchi in scala ridotta con coltelli o armi simili.

Analisi delle vittime israeliane

Invece il profilo delle vittime israeliane della violenza disegna un’immagine diversa.

Per le vittime israeliane l’età media è stata di 37 anni, con la vittima più giovane, Hallel Ariel, che aveva 13 anni, l’unico minore israeliano ucciso nell’ondata di rivolta. Le età più frequenti sono state 19 e 21 anni, – un fatto che non sorprende, dato che la stragrande maggioranza degli attacchi palestinesi ha preso di mira soldati, che normalmente iniziano il servizio militare a 18 anni.

Tuttavia soldati e poliziotti contano solo 7 morti, il che può essere spiegato con l’alto livello di protezioni ed equipaggiamento protettivo indossato durante il servizio militare, che deve aver presumibilmente evitato ferite mortali in numerosi attacchi.

Al contempo 18 israeliani assassinati risiedevano nelle colonie illegali di Gerusalemme est e della Cisgiordania. Il fatto che i coloni siano meno armati o protetti dei soldati li ha resi bersagli più vulnerabili per gli attacchi, mentre le restrizioni agli spostamenti dei palestinesi fuori dai territori palestinesi occupati hanno reso gli israeliani che vi abitano obiettivi più accessibili per i palestinesi che intendevano attaccare israeliani.

Circa 24 israeliani sono stati uccisi in Cisgiordania e a Gerusalemme est, mentre altri 10 sono stati uccisi in Israele. All’interno di Israele, la città costiera di Tel Aviv è stata di gran lunga la più colpita, con tre attacchi separati che hanno ucciso 8 israeliani – così come un cittadino palestinese di Israele.

Riguardo al sesso, 8 degli israeliani uccisi erano donne, rappresentando il 23,5% delle vittime, con una sola di queste che faceva parte delle forze di sicurezza.

Riguardo invece alle circostanze della morte, secondo i dati di Ma’an:

– 16 israeliani sono stati uccisi in attacchi all’arma bianca

– 12 israeliani sono stati uccisi in attacchi con armi da fuoco

– 2 israeliani sono stati uccisi in attacchi, reali o presunti, con veicoli

– 2 israeliani sono stati uccisi in attacchi simultanei con armi da fuoco e all’arma bianca

– 2 israeliani sono stati uccisi da fuoco amico.

Mentre 32 israeliani sono stati uccisi dai palestinesi, due altri sono stati uccisi dalle forze israeliane che stavano cercando di sparare a presunti aggressori palestinesi.

Mentre il ritmo delle violenze si è significativamente ridotto dall’ottobre 2015, lo scorso mese ha visto un accentuato incremento delle vittime. L’ultima, il ventottenne Naseem Abu Meizar, è stato ucciso dalle forze israeliane il 30 settembre, mentre 7 palestinesi e un giordano sono stati uccisi dagli israeliani nello spazio di 5 giorni.

Circa un anno dopo che il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha reso pubblico un monito in cui metteva in relazione la violenza nei territori palestinesi occupati e in Israele con l’impatto sociale e politico dell’occupazione israeliana sui palestinesi, ma la recrudenscenza di violenza omicida resta una possibilità reale.

“Non possiamo ignorare il senso di disperazione che giunge con il lento svanire della speranza,” ha detto Ban all’epoca. “Dobbiamo porre fine al circolo senza fine, inutile e insensato di sofferenze e iniziare il duro lavoro necessario per ripristinare la convinzione che autentici progressi verso la pace siano possibili. Non fare ciò incoraggerà solo i sostenitori della violenza e della divisione.”

Qui di seguito trovate un elenco compilato da Ma’an con i palestinesi uccisi da israeliani, israeliani uccisi da palesitnesi e altre vittime della violenza dal 1 ottobre 2015 al 30 settembre 2016.

Palestinesi uccisi da israeliani

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Data dell’attacco

Nome

Età

Sex

Luogo del decesso/ferite mortali

Causa della morte

Circostanze

Luogo di residenza

1

3 Ottobre 2015

Mohannad Shafiq Halabi

19

M

Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Surda, distretto di Ramallah

2

3 Ottobre 2015

Fadi Samir Mustafa Alloun

19

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Issawiya, Gerusalemme est

3

4 Ottobre 2015

Huthayfa Othman Suleiman

18

M

Tulkarem, distretto di Tulkarem

Colpito dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Balaa, distretto di Tulkarem

4

4 Ottobre 2015

Abd al-Rahman Ubeidallah

13

M

Campo di rifugiati di Aida, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Scontri

campo di rifugiati di Aida, distretto di Betlemme

5

7 Ottobre 2015

Amjad Hatem al-Jundi

20

M

Kiryat Gat, Israele

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Yatta, distretto di Hebron

6

8 Ottobre 2015

Wissam Faraj

20

M

campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

Ucciso dalla polizia di frontiera

Scontri

Campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

7

8 Ottobre 2015

Thaer Abu Ghazaleh

19

M

Tel Aviv, Israele

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Città Vecchia, Gerusalemme est

8

8 Ottobre 2015

Ibrahim Ahmad Mustafa Aoud

27

M

Beit Ummar, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Beit Ummar, distretto di Hebron

9

9 Ottobre 2015

Muhammad Fares Abdullah al-Jaabari

19

M

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

10

9 Ottobre 2015

Shadi Hussam Dawla

20

M

Al-Shujayya, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Al-Shujayya, Gaza

11

9 Ottobre 2015

Ahmad al-Harbawi

20

M

Al-Shujayya, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

campo di rifugiati di Al-Nuseirat, Gaza

12

9 Ottobre 2015

Abed al-Wahidi

20

M

Al-Shujayya, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Al-Shujayya, Gaza

13

9 Ottobre 2015

Muhammad al-Raqeb

15

M

Khan Yunis, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Bani Suheila, Gaza

14

9 Ottobre 2015

Ziad Nabil Sharaf

20

M

Khan Yunis, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Khan Yunis, Gaza

15

9 Ottobre 2015

Adnan Moussa Abu Elayyan

22

M

Khan Yunis, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Bani Suheila, Gaza

16

9 Ottobre 2015

Jihad Salim al-Ubeid

22

M

Abasan al-Kabirah, Gaza

Colpito dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Wadi al-Salqa, Gaza

17

10 Ottobre 2015

Ishaq Badran

16

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Kafr Aqab, Gerusalemme est

18

10 Ottobre 2015

Muhammad Saed Ali

19

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

19

10 Ottobre 2015

Marwan Barbakh

13

M

Abasan al-Kabirah, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Khan Yunis, Gaza

20

10 Ottobre 2015

Khalil Othman

15

M

Abasan al-Kabirah, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Khan Yunis, Gaza

21

10 Ottobre 2015

Ahmad Salah

24

M

Campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

22

11 Ottobre 2015

Ahmad Sharaka

13

M

Al-Bireh, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di al-Jalazun, distretto di Ramallah

23

11 Ottobre 2015

Nour Rasmi Hassan

25

F

Gaza City, Gaza

Crollo della casa

Attacco aereo

Gaza City, Gaza

24

11 Ottobre 2015

Rahaf Yahya Hassan

2

F

Gaza City, Gaza

Crollo della casa

Attacco aereo

Gaza City, Gaza

25

11 Ottobre 2015

Khalil Hassan Abu Ubeid

25

M

Campo di rifugiati di Al-Bureij, Gaza

Colpito da una granata lacrimogena, morto in seguito alle ferite

Scontri

Khan Yunis, Gaza

26

12 Ottobre 2015

Mustafa Adel al-Khatib

18

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco all’arma bianca

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

27

12 Ottobre 2015

Hassan Khalid al-Manasra

15

M

Colonia di Pisgat Zeev, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Beit Hanina, Gerusalemme est

28

12 Ottobre 2015

Mohammed Nazmi Elayyan Shamasma

23

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Tentativo di attacco all’arma bianca

Qatanna, distretto di Gerusalemme

29

13 Ottobre 2015

Bahaa Elayyan

22

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Attacco con arma bianca e arma da fuoco

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

30

13 Ottobre 2015

Alaa Daoud Ali Abu Jamal

33

M

Gerusalemme ovest

Ucciso da un civile

Attacco con arma bianca e arma da fuoco

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

31

13 Ottobre 2015

Mutaz Ibrahim Zawahreh

27

M

Betlemme, Betlemme distretto di

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Al-Duheisha, distretto di Betlemme

32

14 Ottobre 2015

Basil Bassam Ragheb Sidr

20

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Presunto attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

33

14 Ottobre 2015

Ahmad Shaaban

23

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Ras al-Amoud, Gerusalemme est

34

16 Ottobre 2015

Yahya Karira

20

M

Gaza City, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Gaza City, Gaza

35

16 Ottobre 2015

Eyad Khalil Awawdeh

26

M

Halhul, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Al-Muwarraq, distretto di Hebron

36

16 Ottobre 2015

Ihab Jihad Hanani

19

M

Beit Furik, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Scontri

Beit Furik, distretto di Nablus

37

16 Ottobre 2015

Yahiya Abd al-Qader Farhat

24

M

Checkpoint di Erez, Gaza

Ucciso dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Al-Shati, Gaza

38

16 Ottobre 2015

Mahmoud Hatim Hmeid

22

M

Gaza City, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Gaza City, Gaza

39

16 Ottobre 2015

Shawiq Jamal Jabr Ubeid

37

M

Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Jabaliya, Gaza

40

17 Ottobre 2015

Fadil Muhammad Awad al-Qawasmi

18

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso da un colono

Presunto attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

41

17 Ottobre 2015

Tareq al-Natsheh

16

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dalla polizia di frontiera

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

42

17 Ottobre 2015

Omar al-Faqih

23

M

Checkpoint di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dalla polizia di frontiera

Attacco all’arma bianca

Qatanna, distretto di Gerusalemme

43

17 Ottobre 2015

Muataz Ahmad Hajis Uweisat

16

M

Colonia di Armon Hanatziv, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Presunto attacco all’arma bianca

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

44

17 Ottobre 2015

Bayan Ayman Abd al-Hadi al-Esseili

17

F

Hebron, distretto di Hebron

Uccisa dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

45

18 Ottobre 2015

Muhannad al-Aqabi

21

M

Beersheba, Israele

Ucciso dall’esercito

Attacco con arma da fuoco

Hura, Israele

46

20 Ottobre 2015

Uday Hashim al-Masalma

24

M

Beit Awwa, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Beit Awwa, distretto di Hebron

47

20 Ottobre 2015

Bashar Nidal al-Jabari

15

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

48

20 Ottobre 2015

Hussam Ismail al-Jabari

17

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

49

20 Ottobre 2015

Hamzeh Moussa al-Imla

25

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Attacco con veicolo

Beit Ula, distretto di Hebron

50

20 Ottobre 2015

Ahmad al-Sarhi

27

M

vicino a al-Bureij, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Deir al-Balah, Gaza

51

21 Ottobre 2015

Mutaz Atallah Qassem

22

M

Vicino alla colonia di Adam, distretto di Gerusalemme

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Al-Eizariya, distretto di Gerusalemme

52

21 Ottobre 2015

Hashem al-Azzeh

54

M

Hebron, distretto di Hebron

Eccesso di gas lacrimogeni

Scontri

Hebron, distretto di Hebron

53

22 Ottobre 2015

Mahmoud Khalid Ghneimat

20

M

Beit Shemesh, Israele

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Surif, distretto di Hebron

54

24 Ottobre 2015

Ahmad Muhammad Said Kamil

16

M

Checkpoint di Al-Jalama, distretto di Jenin

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

55

25 Ottobre 2015

Dania Irsheid

17

F

Hebron, distretto di Hebron

Uccisa dalla polizia di frontiera

Presunto

tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

56

26 Ottobre

2015

Raed Saket Abdul-Rahim Jaradat

22

M

Incrocio di Beit Einun, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

57

26 Ottobre

2015

Saad Muhammad Youssef al-Atrash

19

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

58

26 Ottobre

2015

Iyad Rawhi Jaradat

17

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Scontri

Sair, distretto di Hebron

59

27 Ottobre 2015

Shabaan Abu Shkeidem

17

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

60

27 Ottobre 2015

Shadi Nabil Abd al-Muti al-Qudsi

22

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

61

27 Ottobre 2015

Hammam Said

23

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Alleged attempted Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

62

28 Ottobre 2015

Islam Rafiq Hammad Ibeido

23

M

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

63

29 Ottobre 2015

Mahdi Mohammad Ramadan al-Muhtasib

23

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

64

29 Ottobre 2015

Farouq Abd al-Qader Omar Sidr

19

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

65

30 Ottobre 2015

Qassem Mahmoud Sabaneh

19

M

Checkpoint di Zaatara, distretto di Nablus

Ucciso dalla polizia di frontiera

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

66

30 Ottobre 2015

Ramadan Mohammad Faisal Thawabta

8 mesi

M

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

Eccesso di gas lacrimogeni

Scontri

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

67

30 Ottobre 2015

Ahmad Hamada Qneibi

24

M

Sheikh Jarrah, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Kafr Aqab, Gerusalemme est

68

31 Ottobre 2015

Mahmoud Talal Mahmoud Nazzal

18

M

Checkpoint di Al-Jalama, distretto di Jenin

Ucciso da una guardia giurata

Alleged attempted Attacco all’arma bianca

Qabatiya, Jenin distretto di

69

1 Novembre 2015

Fadi Hasan al-Faroukh

27

M

Beit Einun, distretto di Hebron

Ucciso dalla polizia di frontiera

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

70

2 Novembre 2015

Ahmed Awad Abu al-Rub

16

M

Al-Jalameh, distretto di Jenin

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

71

4 Novembre 2015

Ibrahim Skafi

22

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Tulkarem, distretto di Tulkarem

72

5 Novembre 2015

Malik Talal al-Sharif

25

M

Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

73

6 Novembre 2015

Tharwat al-Sharawi

72

F

Halhul, distretto di Hebron

Uccisa dall’esercito

Presunto attacco con un veicolo

Hebron, distretto di Hebron

74

6 Novembre 2015

Salameh Musa Abu Jame

23

M

Khan Yunis, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Bani Suheila, Gaza

75

8 Novembre 2015

Sulaiman Aqel Muhammad Shahin

22

M

Checkpoint di Zaatara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Al-Bireh, distretto di Ramallah

76

9 Novembre 2015

Rasha Muhammad Oweisi

24

F

Checkpoint di Eliyahu vicino alla colonia di Alfei Menashe, distretto di Qalqiliya

Uccisa dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qalqiliya, distretto di Qalqiliya

77

10 Novembre 2015

Sadeq Ziad Gharbiyeh

16

M

Al-Sawahrah al-Sharqiyah, distretto di Gerusalemme

Ucciso dalla polizia di frontiera

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sanur, distretto di Jenin

78

10 Novembre 2015

Muhammad Nimr

37

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso da una guardia giurata

Presunto attacco all’arma bianca

Al-Issawiya, Gerusalemme est

79

11 Novembre 2015

Ibrahim Abd al-Halim Yousif Dawood

16

M

Al-Bireh, distretto di Ramallah

Colpito dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Deir Ghassan, distretto di Ramallah

80

11 Novembre 2015

Mahmoud Said Elayyan

20

M

Ramallah, distretto di Ramallah

Colpito dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Anata, distretto di Gerusalemme

81

12 Novembre 2015

Abdullah Azzam Shalaldah

28

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso da soldati mascherati

Incursione dell’esercito

Sair, distretto di Hebron

82

12 Novembre 2015

Issa al-Shalaldah

22

M

Hebron, distretto di Hebron

Colpito dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Sair, distretto di Hebron

83

13 Novembre 2015

Hassan Jihad al-Baw

23

M

Halhul, Hebron distretto di

Ucciso dall’esercito

Scontri

Halhul, Hebron distretto di

84

13 Novembre 2015

Lafi Yousif Mustafa Awad

22

M

Budrus, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Budrus, distretto di Ramallah

85

16 Novembre 2015

Laith Assad Manasra

21

M

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

86

16 Novembre 2015

Ahmad Abu al-Aish

28

M

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Qalandiya campo di rifugiati di, distretto di Ramallah

87

17 Novembre 2015

Muhammad Munir Hassan Saleh

24

M

Turmusayya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Shooting attack

Arura, distretto di Ramallah

88

Novembre 22, 2015

Issa Thawabta

34

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

89

22 Novembre 2015

Ashraqat Taha Ahmad Qatanani

16

F

Huwwara, distretto di Nablus

Scappato, ucciso da un colono

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Nablus, distretto di Nablus

90

22 Novembre 2015

Shadi Khasib

32

M

Gerusalemme ovest

Ucciso da un colono

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Al-Bireh, distretto di Ramallah

91

23 Novembre 2015

Hadeel Wajih Awwad

14

F

Gerusalemme ovest

Uccisa da una guardia giurata

Attacco all’arma bianca

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

92

Novembre 23, 2015

Ahmad Jamal Taha

16

M

Route 443, Ramallah distretto di

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qutna, Ramallah distretto di

93

23 Novembre 2015

Alaa Khalil Sabah Hashash

16

M

Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Tentativo di attacco all’arma bianca

Nablus, distretto di Nablus

94

23 Novembre 2015

Samah Abd al-Mumen Ahmad

18

F

Huwwara, distretto di Nablus

Colpita dall’esercito, morta in seguito alle ferite

Spettatrice di un tentativo di attacco all’arma bianca

Amuriyya, distretto di Nablus

95

25 Novembre 2015

Muhammad Ismail Shubaki

19

M

Vicino al campo di rifugiati di al-Fawwar, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

96

26 Novembre 2015

Yahya Yusri Taha

21

M

Qatanna, distretto di Gerusalemme

Ucciso dall’esercito

Scontri

Qatanna, distretto di Gerusalemme

97

26 Novembre 2015

Samer Hassan Mbadda Sarisi

51

M

Checkpoint di Zaatara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Jenin, distretto di Jenin

98

26 Novembre 2015

Khalid Mahmoud al-Jawabreh

19

M

Campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

99

27 Novembre 2015

Fadi Muhammad Mahmoud Khasib

25

M

Vicino alla colonia di Kfar Adumim, distretto di Gerusalemme

Ucciso da un colono

Attacco con un veicolo

Al-Bireh, distretto di Ramallah

100

27

Novembre 2015

Omar Arafat Issa al-Zaaqiq

19

M

Beit Ummar, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Beit Ummar, distretto di Hebron

101

29 Novembre 2015

Baseem Abd al-Rahman Mustafa Salah

38

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Nablus, distretto di Nablus

102

29 Novembre 2015

Ayman Samih al-Abbasi

17

M

Silwan, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Scontri

Silwan, Gerusalemme est

103

1 Dicembre, 2015

Mamoun al-Khatib

16

M

Gush Etzion Colonia di, Betlemme distretto di

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Doha, distretto di Betlemme

104

1 Dicembre 2015

Maram Ramiz Hassouna

19

F

Checkpoint di Enav, distretto di Tulkarem

Uccisa dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Rafidia, distretto di Nablus

105

3 Dicembre 2015

Mazin Hasan Ureiba

35

M

Checkpoint di Hizma distretto di Gerusalemme

Ucciso dall’esercito

Attacco con arma da fuoco

Abu Dis, distretto di Gerusalemme

106

3 Dicembre 2015

Izz al-Din Abdallah Muhammad Raddad

21

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Saida, distretto di Tulkarem

107

4 Dicembre 2015

Taher Faysal Fannoun

19

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

108

4 Dicembre 2015

Mustafa Fadhil Fannoun

15

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

109

4 Dicembre 2015

Anas Bassam Hammad

21

M

vicino alla colonia di Ofar, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Silwad, distretto di Ramallah

110

4 Dicembre 2015

Abd al-Rahman Barghouthi

26

M

Abud, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Abud, distretto di Ramallah

111

6 Dicembre 2015

Omar Skafi

21

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Attacco con un veicolo e all’arma bianca

Beit Hanina, Gerusalemme est

112

7 Dicembre 2015

Ihab Fathi Miswadi

21

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dalla polizia di frontiera

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

113

8 Dicembre 2015

Malik Akram Shahin

19

M

Campo di rifugiati di Al-Duheisha, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Incursione dell’esercito

campo di rifugiati di Al-Duheisha, distretto di Betlemme

114

9 Dicembre 2015

Abd al-Rahman Miswadeh

21

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso da una guardia giurata

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

115

11 Dicembre

2015

Omar al-Hroub

55

M

Halhul, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco con un veicolo

Deir Samit, distretto di Hebron

116

11 Dicembre

2015

Uday Irsheid

24

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Scontri

Hebron, distretto di Hebron

117

11 Dicembre

2015

Sami Shawqi Madhi

41

M

campo di rifugiati di Al-Bureij,

Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

campo di rifugiati di Al-Bureij,

Gaza

118

14 Dicembre 2015

Abd al-Muhsen Hassuneh

21

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Attacco con un veicolo

Beit Hanina, Gerusalemme est

119

16 Dicembre 2015

Ahmad Jahajha

20

M

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con un veicolo

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

120

16 Dicembre 2015

Hikmat Hamdan

29

M

campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con un veicolo

Al-Bireh, distretto di Ramallah

121

17 Dicembre 2015

Abdullah Hussein Nasasra

15

M

Checkpoint di Huwwara, Nablus distretto di

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Beit Furik, distretto di Nablus

122

18

Dicembre 2015

Muhammad Abd al-Rahman Ayyad

21

M

Silwad, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Silwad, distretto di Ramallah

123

18

Dicembre, 2015

Nashaat Asfour

34

M

Sinjil, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Sinjil, distretto di Ramallah

124

18 Dicembre 2015

Mahmoud Muhammad Saed al-Agha

20

M

Khan Yunis, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Khan Yunis, Gaza

125

23

Dicembre 2015

Issa Assaf

21

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

126

23 Dicembre 2015

Anan Abu Habsa

20

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

127

24 Dicembre 2015

Wisam Abu Ghwaila

22

M

vicino alla colonia di Geva Binyamin, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

128

24 Dicembre 2015

Iyad Jamal Issa Ideis

25

M

Checkpoint di Ari, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Yatta, distretto di Hebron

129

24 Dicembre 2015

Muhammad Zahran Abdul-Halim Zahran

22

M

Colonia di Ariel, distretto di Salfit

Ucciso da una guardia giurata

Attacco all’arma bianca

Kafr al-Dik, distretto di Salfit

130

24 Dicembre 2015

Bilal Zayid

23

M

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

131

25 Dicembre 2015

Hani Rafiq Wahdan

22

M

Shujayya, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Shujayya, Gaza

132

25 Dicembre 2015

Mahdia Mohammad Ibrahim Hammad

39

F

Silwad, distretto di Ramallah

Uccisa dalla polizia

Presunto attacco con un veicolo

Silwad, distretto di Ramallah

133

25 Dicembre 2015

Yousif Abu Sbeikha al-Buheiri

48

M

Al-Maghazi, campo di rifugiati di Gaza

Ucciso dall’esercito, deceduto in seguito alle ferite

Scontri

Campo di rifugiati di Al-Maghazi, Gaza

134

26 Dicembre 2015

Maher al-Jabi

56

M

Checkpoint di Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Nablus, distretto di Nablus

135

26 Dicembre 2015

Musab Mahmoud al-Ghazali

26

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Silwan, Gerusalemme est

136

27 Dicembre 2015

Muhammad Rafiq Hussein Sabana

17

M

Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

137

27 Dicembre 2015

Nour al-Deen Muhammad Abdul-Qadir Sabana

23

M

Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

138

31 Dicembre 2015

Hassan Ali Hassan Bozor

22

M

Checkpoint di Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Raba, distretto di Jenin

139

5 Gennaio 2016

Ahmad Younis Kawazba

17

M

Incrocio della colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

140

7 Gennaio 2016

Ahmad Salim Abd al-Majid Kawazba

21

M

Incrocio della colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

141

7 Gennaio 2016

Alaa Abed Muhammad Kawazba

17

M

Incrocio della colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

142

7 Gennaio 2016

Muhannad Ziyad Kawazba

20

M

Incrocio della colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

143

7 Gennaio 2016

Khalil Muhammad al-Shalaldah

16

M

Beit Einun junction, Hebron distretto di

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

144

8 Gennaio 2016

Nashat Melhem

29

M

Arara, Israele

Ucciso dalla polizia

Astante durante una sparatoria mortale

Arara, Israele

145

9 Gennaio 2016

Ali Abu Maryam

26

M

Checkpoint di Al-Hamra, distretto di Tubas

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Al-Judeida, distretto di Jenin

146

9 Gennaio 2016

Said Abu al-Wafa

38

M

Checkpoint di Al-Hamra, distretto di Tubas

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Al-Zawiya, distretto di Jenin

147

12 Gennaio 2016

Srour Ahmad Abu Srour

21

M

Beit Jala, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Aida, distretto di Betlemme

148

12 Gennaio 2016

Muhammad Ahmad Khalil Kawazba

23

M

Incrocio di Beit Einun, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

149

12 Gennaio 2016

Adnan Hamid al-Mashni

17

M

Incrocio di Beit Einun, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Complice in presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Al-Shuyukh, distretto di Hebron

150

13 Gennaio 2016

Mousa Zaiter

23

M

Beit Lahiya, Gaza

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco con esplosivo

Jabaliya, Gaza

151

14 Gennaio 2016

Muayyad Awni Jabbarin

20

M

Incrocio di Beit Einun, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

152

14 Gennaio 2016

Haitham Mahmoud Abd al-Jalil

31

M

Checkpoint vicino a Asira al-Shamaliya, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco all’arma bianca

Asira al-Shamaliya, distretto di Nablus

153

15 Gennaio 2016

Muhammad Abu Zayed

19

M

Campo di rifugiati di Al-Bureij, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Al-Bureij, Gaza

154

15 Gennaio 2016

Muhammad Majdi Qaita

26

M

Campo di rifugiati di Al-Bureij, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Khan Yunis, Gaza

155

17 Gennaio 2016

Wissam Marwan Qasrawa

21

M

Checkpoint di Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Misliya, distretto di Nablus

156

23 Gennaio 2016

Ruqayya Eid Abu Eid

13

F

Colonia di Almon, distretto di Gerusalemme

Uccisa da una guardia giurata

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Anata, distretto di Gerusalemme

157

25 Gennaio 2016

Hussein Muhammad Abu Ghush

17

M

Colonia di Beit Horon, distretto di Ramallah

Ucciso da una guardia giurata

Attacco all’arma bianca

Qalandiya campo di rifugiati di, distretto di Ramallah

158

25 Gennaio 2016

Osama Youssef Allan

23

M

Colonia di Beit Horon, distretto di Ramallah

Ucciso da una guardia giurata

Attacco all’arma bianca

Beit Ur al-Tahta, distretto di Ramallah

159

31Gennaio 2016

Amjad Jaser Sukkari

34

M

Checkpoint vicino alla colonia di Beit El, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Attacco con armi da fuoco

Nablus, distretto di Nablus

160

1 Febbraio, 2016

Ahmad Hassan Tuba

19

M

vicino alla Colonia di Salit, distretto di Tulkarem

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Kafr Jammal, distretto di Tulkarem

161

3 Febbraio 2016

Ahmad Rajeh Ismail Zakarneh

19

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Sparatoria, attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

162

3 Febbraio 2016

Muhammad Ahmad Hilmi Kamil

19

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Sparatoria, attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

163

3 Febbraio 2016

Najeh Ibrahim Abu al-Rub

20

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Sparatoria, attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

164

5 Febbraio 2016

Haitham Ismail Muhammad al-Baw

14

M

vicino a Halhul, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con bottiglie molotov

Halhul, distretto di Hebron

165

10 Febbraio 2016

Omar Yousef Madi al-Jawabreh

16

M

Campo di rifugiati di Al-Arrub, Hebron distretto di

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

166

13 Febbraio 2016

Kilzar Muhammad Abd al-Halim Azmi al-Uweiwi

18

F

Hebron, distretto di Hebron

Uccisa dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

167

14 Febbraio 2016

Nihad Raed Muhammad Waqed

15

M

Vicino a al-Araqa, distretto di Jenin

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con arma da fuoco

al-Araqa, distretto di Jenin

168

14 Febbraio 2016

Fuad Marwan Khalid Waqed

15

M

vicino a al-Araqa, distretto di Jenin

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con arma da fuoco

al-Araqa, distretto di Jenin

169

14 Febbraio 2016

Naim Ahmad Yousif Safi

17

M

Checkpoint di Mazmoria, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Al-Ubeidiya, distretto di Betlemme

170

14 Febbraio 2016

Mansour Yasser Abdul-Aziz Shawamrah

20

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Presunto attacco con arma da fuoco

Al-Qubeiba, distretto di Gerusalemme

171

14 Febbraio 2016

Omar Muhammad Amro

20

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Presunto attacco con arma da fuoco

Al-Qubeiba, distretto di Gerusalemme

172

19 Febbraio 2016

Muhammad Abu Khalaf

20

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Kafr Aqab, Gerusalemme est

173

19 Febbraio 2016

Abed Raed Abdullah Hamad

20

M

Silwad, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Silwad, distretto di Ramallah

174

19 Febbraio 2016

Khaled Yousif Taqatqa

21

M

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Scontri

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

175

20 Febbraio 2016

Qusay Diab Abu al-Rub

15

M

Checkpoint di Beita, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

176

26 Febbraio 2016

Mahmoud Muhammad Ali Shaalan

17

M

Checkpoint di Beit El, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Deir Dibwan, distretto di Ramallah

177

1 Marzo 2016

Iyad Omar Sajadiyya

22

M

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

178

1 Marzo 2016

Nahid Fawzi Muteir

24

M

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito, deceduto in seguito alle ferite

Scontri

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

179

2 Marzo 2016

Labib Khaldoon Anwar Azzam

17

M

Colonia di Eli, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qaryut, distretto di Nablus

180

2 Marzo 2016

Muhammad Hisham Ali Zaghlawan

17

M

Colonia di Eli, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qaryut, distretto di Nablus

181

4 Marzo 2016

Amani Husni Sabatin

34

F

Incrocio della colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Uccisa dall’esercito

Presunto attacco con un veicolo

Husan, distretto di Betlemme

182

8 Marzo 2016

Fadwa Ahmad Abu Teir

50

F

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Presunto tentativo di Attacco all’arma bianca

Umm Tuba, Gerusalemme distretto di

183

8 Marzo 2016

Fouad Abu Rajab al-Tamimi

21

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Attacco a mano armata

Issawiya, Gerusalemme est

184

8 Marzo 2016

Bashar Masalha

22

M

Jaffa, Israele

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Al-Hajja, distretto di Qalqiliya

185

8 Marzo 2016

Abd al-Rahman Radad

17

M

Petah Tikva, Israele

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Al-Zawiya, distretto di Salfit

186

9 Marzo 2016

Abd al-Malak Saleh Abu Kharoub

19

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco con arma da fuoco

Kafr Aqab, Gerusalemme est

187

9 Marzo 2016

Muhammad Jamal al-Kalouti

21

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco con arma da fuoco

Kafr Aqab, Gerusalemme est

188

9 Marzo 2016

Ahmad Yousef Amer

16

M

Al-Zawiya, distretto di Salfit

Ucciso dall’esercito

Tentativo di attacco all’arma bianca

Masha, distretto di Salfit

189

12 Marzo 2016

Yasin Suleiman Abu Khusah

9

M

Beit Lahiya, Gaza

Razzo dell’esercito sulla sua casa

Attacco aereo

Beit Lahiya, Gaza

190

12 Marzo 2016

Israa Suleiman Abu Khusah

6

F

Beit Lahiya, Gaza

Razzo dell’esercito sulla sua casa

Attacco aereo

Beit Lahiya, Gaza

191

14 Marzo 2016

Qasem Farid Jaber

31

M

Vicino alla colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Sparatoria, attacco con un veicolo

Hebron, distretto di Hebron

192

14 Marzo 2016

Ameer Fuad al-Junaidi

22

M

Vicino alla colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Sparatoria, attacco con un veicolo

Hebron, distretto di Hebron

193

14 Marzo 2016

Yousef Mustafa Tarayra

18

M

Vicino alla colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Sparatoria, attacco con un veicolo

Bani Naim, distretto di Hebron

194

17 Marzo 2016

Ali Jamal Muhammad Taqatqa

19

M

Vicino alla colonia di Ariel, distretto di Salfit

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

195

17 Marzo 2016

Ali Abd al-Rahman al-Kar Thawabta

20

M

Vicino alla colonia di Ariel, distretto di Salfit

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

196

18 Marzo 2016

Mahmud Ahmad Abu Fanunah

21

M

Incrocio della colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

197

19 Marzo 2016

Abdullah Muhammad al-Ajlouni

18

M

Checkpoint di Abu Rish vicino alla colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

198

24 Marzo

2016

Abd al-Fattah Yusri al-Sharif

21

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

199

24 Marzo

2016

Ramzi Aziz al-Qasrawi

21

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

200

14 Aprile 2016

Ibrahim Baradiya

54

M

Campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

201

27 Aprile 2016

Maram Salih Hassan Abu Ismail

23

F

Checkpoint di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso da una guardia giurata

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qatanna, distretto di Gerusalemme

202

27 Aprile 2016

Ibrahim Salih Hassan Taha

16

M

Checkpoint di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso da una guardia giurata

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qatanna, distretto di Gerusalemme

203

3 Maggio 2016

Ahmed Riyad Abd al-Aziz Shehada

36

M

Vicino alla colonia di Dolev di, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con un veicolo

campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

204

4 Maggio 2016

Arif Sharif Jaradat

22

M

Sair, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito, deceduto in seguito alle ferite

Scontri

Sair, distretto di Hebron

205

5 Maggio 2016

Jana Aytah al-Amur

59

F

Khan Yunis, Gaza

Bombardamento dell’esercito

Attacco dell’esercito

Khan Yunis, Gaza

206

23 Maggio 2016

Sawsan Ali Dawud Mansur

17

F

Checkpoint di Ras Biddu, distretto di Gerusalemme

Ucciso dalla polizia

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Biddu, distretto di Gerusalemme

207

2 Giugno 2016

Ansar Hussam Harasha

25

F

Checkpoint di Innab, distretto di Tulkarem

Uccisa dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qaffin, distretto di Tulkarem

208

21 Giugno

2016

Mahmoud Raafat Badran

15

M

Vicino a Beit Ur al-Tahta, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Astante durante il lancio di pietre

Beit Ur al-Tahta, distretto di Ramallah

209

24 Giugno 2016

Majd al-Khadour

18

F

Vicino alla colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Uccisa dall’esercito

Attacco con un veicolo

Bani Naim, distretto di Hebron

210

30 Giugno 2016

Muhammad Nasser Tarayra

17

M

colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso da una guardia giurata

Attacco all’arma bianca

Bani Naim, distretto di Hebron

211

30 Giugno 2016

Wael Abu Saleh

46

M

Netanya, Israele

Ucciso da un civile

Attacco all’arma bianca

Shweika, distretto di Tulkarem

212

1 Luglio 2016

Sarah Tarayra

27

F

Hebron, Hebron distretto di

Uccisa dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Bani Naim, distretto di Hebron

213

1 Luglio 2016

Muhammad Mustafa Habash

63

M

Checkpoint di Qalandiya, distretto di Ramallah

Gaz lacrimogeni

Scontri

Asira al-Shamaliya, distretto di Nablus

214

13 Luglio 2016

Anwar al-Salaymeh

22

M

Al-Ram, distretto di Gerusalemme

Ucciso dall’esercito

Incursione dell’esercito

Anata, distretto di Gerusalemme

215

18 Luglio 2016

Mustafa Baradiya

51

M

Vicino al campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

216

19 Luglio 2016

Muhyee Sidqi al-Tibakhi

12

M

Al-Ram, distretto di Gerusalemme

Ucciso dall’esercito

Scontri

Al-Ram, distretto di Gerusalemme

217

29 Luglio 2016

Muhammad Faqih

29

M

Surif, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Incursione dell’esercito

Dura, distretto di Hebron

218

31 Luglio2016

Rami Muhammad Zaim Awartani

31

M

Checkpoint di Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Tentativo di attacco all’arma bianca

Nablus, distretto di Nablus

219

Agosto 16, 2016

Muhammad Abu Hashhash

17

M

Campo di rifugiati di al-Fawwar, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di al-Fawwar, distretto di Hebron

220

24 Agosto 2016

Sari Muhammad Abu Ghurab

24

M

vicino alla colonia di Ariel, distretto di Salfit

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

221

26 Agosto 2016

Iyad Zakariya Hamed

38

M

vicino a Silwad, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Astante vicino ad un posto militare

Silwad, distretto di Ramallah

222

5 Settembre 2016

Mustafa Nimr

27

M

Campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

Ucciso dalla polizia di frontiera

Scontri

Campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

223

9 Settembre 2016

Abd al-Rahman Ahmad al-Dabbagh

15

M

vicino al campo di rifugiati di Bureij, Gaza

Si suppone ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Bureij, Gaza

224

15 Settembre 2016

Muhammad Ahmad Abd al-Fattah al-Sarrahin

30

M

Beit Ula, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito, deceduto in seguito alle ferite

Incursione dell’esercito

Beit Ula, distretto di Hebron

225

16 Settembre 2016

Fares Moussa Muhammad Khaddour

18

M

Vicino alla colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con un veicolo

Bani Naim, distretto di Hebron

226

16 Settembre 2016

Muhammad Thalji Kayid Thalji al-Rajabi

15

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

227

17 Settembre 2016

Hatim Abd al-Hafeeth Shaludi

25

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

228

19 Settembre 2016

Muhannad Jameel al-Rajabi

21

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dalla polizia di frontiera

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

229

19 Settembre 2016

Ameer Jamal al-Rajabi

17

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dalla polizia di frontiera

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

230

20 Settembre 2016

Issa Salim Mahmoud Tarayra

16

M

Incrocio di Wadi al-Joz, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Bani Naim, distretto di Hebron

231

30

Settembre 2016

Nasim Abu Meizar

28

M

Checkpoint di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Kafr Aqab, Gerusalemme

Israeliani uccisi da palestinesi

#

Data dell’attacco

Nome

Età

Sesso

Lugo del decesso/ferite mortali

Causa della morte

Soldato/poliziotto

Luogo di residenza

1

1Ottobre 2015

Naama Henkin

30

F

Vicino a Beit Furik, distretto di Nablus

Sparatoria da un auto in corsa

No

Colonia di Nerya, distretto di Ramallah

2

1Ottobre 2015

Eitam Henkin

31

M

Vicino a Beit Furik, distretto di Nablus

Sparatoria da un auto in corsa

No

Colonia di Nerya, distretto di Ramallah

3

3 Ottobre 2015

Aharon Banita

21

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Attacco all’arma bianca

Colonia di Beitar Illit, distretto di Betlemme

4

3 Ottobre 2015

Nehemia Lavi

41

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Attacco all’arma bianca

No

Città Vecchia, Gerusalemme est

5

13 Ottobre 2015

Richard Lakin

76

M

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

Sparatoria e attacco all’arma bianca, deceduto in seguito alle ferite

No

Gerusalemme ovest

6

13 Ottobre 2015

Haim Haviv

78

M

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

Attacco all’arma bianca

No

Colonia di East Talpiot, Gerusalemme est

7

13 Ottobre 2015

Alon Govberg

51

M

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

Attacco all’arma bianca

No

Colonia di East Talpiot, Gerusalemme est

8

13 Ottobre 2015

Yeshayahu Krishevsky

59

M

Gerusalemme ovest

Attacco all’arma bianca

No

Gerusalemme ovest

9

18 Ottobre 2015

Omri Levi

19

M

Beersheba, Israele

Sparatoria

Sdei Hemed, Israele

10

20 Ottobre 2015

Avraham Hasno

54

M

vicino a al-Fawwar, distretto di Hebron

Investito da una macchina in un presunto incidente

No

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

11

4 Novembre 2015

Binyamin Yakobovitch

19

M

Vicino a Halhul, distretto di Hebron

Investito da una macchina, deceduto in seguito alle ferite

Kiryat Ata, Israele

12

13

Novembre 2015

Yaakov Litman

40

M

Vicino alla colonia di Otniel, Hebron distretto di

Sparatoria

No

Colonia di Kiryat Arba, Hebron distretto di

13

13

Novembre 2015

Natanel Litman

18

M

vicino alla colonia di Otniel, distretto di Hebron

Sparatoria

No

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

14

19 Novembre 2015

Yaakov Don

48

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Sparatoria

No

Colonia di Alon Shvut, distretto di Betlemme

15

19 Novembre 2015

Aharon Yesayev

32

M

Tel Aviv, Israele

Attacco all’arma bianca

No

Holon, Israele

16

19 Novembre 2015

Reuven Aviram

51

M

Tel Aviv, Israele

Attacco all’arma bianca

No

Ramle, Israele

17

22 Novembre 2015

Hadar Buchris

21

F

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Attacco all’arma bianca

No

Safed, Israele

18

23 Novembre 2015

Ziv Mizrahi

18

M

Vicino a Beit Ur al-Tahta, distretto di Ramallah

Attacco all’arma bianca

Colonia di Givat Zeev, distretto di Gerusalemme

19

7 Dicembre 2015

Gennady Kaufman

41

M

Hebron, distretto di Hebron

Attacco all’arma bianca, deceduto in seguito alle ferite

No

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

20

23 Dicembre 2015

Reuven Birmajer

45

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Attacco all’arma bianca

No

Kiryat Yearim, Israele

21

1 Gennaio 2016

Shimon Ruimi

30

M

Tel Aviv, Israele

Sparatoria

No

Ofakim, Israele

22

17 Gennaio 2016

Alon Bakal

26

M

Tel Aviv, Israel

Sparatoria

No

Karmiel, Israele

23

1 Gennaio 2016

Dafna Meir

38

F

Colonia di Otniel, distretto di Hebron

Attacco all’arma bianca

No

Colonia di Otniel, distretto di Hebron

24

25 Gennaio 2016

Shlomit Krigman

23

F

Colonia di Bet Horon, distretto di Gerusalemme

Attacco all’arma bianca, deceduto in seguito alle ferite

No

Colonia di Shadmot Mehola, distretto di Tubas

25

3 Febbraio 2016

Hadar Cohen

19

F

Città Vecchia, Gerusalemme est

Sparatoria Attacco all’arma bianca

Or Yehuda, Israele

26

18 Febbraio 2016

Tuvia Yanai Wissman

21

M

Colonia di Shaare Benyamin, distretto di Ramallah

Attacco all’arma bianca

Colonia di Maale Mikhmas, distretto di Gerusalemme

27

7 Giugno 2016

Eido Ben Aryeh

42

M

Tel Aviv, Israele

Sparatoria

No

Ramat Gan, Israele

28

7 Giugno 2016

Elana Nave

39

F

Tel Aviv, Israele

Sparatoria

No

Tel Aviv, Israele

29

7 Giugno 2016

Michael Fayge

58

M

Tel Aviv, Israele

Sparatoria

No

Midreshet Ben Gurion, Israele

30

7 Giugno 2016

Mila Mishayiv

33

F

Tel Aviv, Israele

Sparatoria

No

Rishon LeZion, Israele

31

30 Giugno 2016

Hallel Yafa Ariel

13

F

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Attacco all’arma bianca

No

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

32

1 Luglio 2016

Michael Mark

48

M

Route 60, distretto di Hebron

Sparatoria

No

Colonia di Otniel, distretto di Hebron

Altre vittime di violenze

#

Data dell’attacco

Nome

Età

Sesso

Lugo del decesso/ferite mortali

Causa della morte

Nationalità

Ucciso da

Luogo di residenza

1

18 Ottobre 2015

Haftom Zarhum

29

M

Beersheba, Israele

Ucciso per essere scambiato per un aggressore

Eritreo

Guardia giurata israeliana

Israele

2

19 Novembre 2015

Shadi Zuhdi Ratib Arafa

24

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Sparatoria

Palestinese

Cecchino palestinese

Hebron, distretto di Hebron

3

19 Novembre 2015

Ezra Schwartz

18

M

Colonia di Alon Shvut, distretto di Betlemme

Sparatoria

Americano

Cecchino palestinese

Stati Uniti

4

23 Dicembre 2015

Ofer Ben Ari

46

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Fuoco amico

Israeliano

Polizia di frontiera israeliana

Gerusalemme ovest

5

1 Gennaio 2016

Amin Shaaban

42

M

Tel Aviv, Israele

Sparatoria

Palestinese con cittadinanza israeliana

Palestinese con cittadinanza israeliana

Lyd, Israele

6

23 Gennaio 2016

Muhammad Nabil Halabiya

17

M

Gerusalemme est

Trasportava una bomba artigianale esplosa in anticipo

Palestinese

Si è ucciso da solo

Abu Dis, Gerusalemme est

7

7 Febbraio 2016

Kamil Hassan

32

M

Ashkelon, Israele

Ha attaccato con un’arma bianca un soldato israeliano

Sudanese

Soldato israeliano

Israele

8

24 Febbraio

2016

Eliav Gelman

31

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Fuoco amico

Israeliano

Soldato israeliano

Colonia di Karmi Tzur, distretto di Hebron

9

8 Marzo 2016

Taylor Force

29

M

Jaffa, Israele

Accoltellato

Americano

Aggressore palestinese

Stati Uniti

10

18Aprile 2016

Abd al-Hamid Abu Srour

19

M

Gerusalemme

Attacco dinamitardo, deceduto in seguito alle ferite

Palestinese

Suicida

Campo di rifugiati di Aida, distretto di Betlemme

11

16 Settembre 2016

Said al-Amr

28

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Presunto tentativo di accoltellamento

Giordano

Polizia di frontiera

Giordania

(Traduzione di Amedeo Rossi)