Morti in cifre: un anno di violenze nei territori palestinesi occupati e in Israele

di Chloe Benoist

Ma’an News

4 ottobre 2016

Betlemme (Ma’an) – Nell’ottobre 2015 è iniziata quella che è stata di volta in volta definita come un’ondata di rivolta, una sollevazione palestinese o persino l’ “Intifada di Gerusalemme”.

Qualunque sia il nome, lo scorso anno ha visto un’intensificazione di violenze mortali nei territori palestinesi occupati e in Israele. Nel corso dell’anno, Ma’an ha raccolto i dati relativi a ogni persona che è morta come parte di quest’ultimo capitolo nel conflitto israelo-palestinese.

In totale, Ma’an ha registrato la morte di 274 individui dal primo ottobre 2015 al 30 settembre 2016. Di questi morti, 235 erano palestinesi (l’85,8% dei decessi), 34 erano israeliani (12,4%) e cinque (1,8%) stranieri – due americani, un eritreo, un sudanese e un giordano.

I primi sei mesi -dall’ottobre 2015 al marzo 2016 – hanno visto la grande maggioranza dei decessi, in seguito a scontri presso la moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata prima della festività ebraica di Rosh Hashanah. Con 234 morti in quei primi sei mesi, la percentuale di decessi da allora è drasticamente scesa, benché una serie di uccisioni in settembre abbia portato a temere che la violenza possa di nuovo aumentare.

Analisi delle vittime palestinesi

Dopo un anno è emersa una fotografia più chiara dei palestinesi che sono morti in questo lasso di tempo. Di questi 235 palestinesi, 231 sono stati uccisi da israeliani, due da altri palestinesi durante attacchi contro gli israeliani e due si sono uccisi mentre realizzavano o cercavano di realizzare attacchi. Prendendo in considerazione le statistiche, emerge un ritratto generale del palestinese medio che è morto durante questo periodo: un giovane uomo post adolescente o sui vent’anni, del distretto di Hebron in Cisgiordania, ucciso dalle forze di sicurezza israeliane.

In base ai dati di Ma’an, l’età media dei palestinesi uccisi è di 23 anni. Tuttavia l’età più frequente dei morti è 19 anni, con 22 giovani palestinesi di quest’età morti lo scorso anno.

I minorenni costituiscono un quarto delle vittime della violenza israeliana, con 60 palestinesi con meno di 18 anni uccisi, il più giovane dei quali era un bambino di 8 mesi assassinato dalle eccessive inalazioni di gas lacrimogeno durante scontri. In totale 11 bambini palestinesi al di sotto dei 14 anni sono stati uccisi, ed altri 49 con un’età tra i 15 e i 17 anni.

Altri 118 palestinesi con un’età tra i 18 e 24 anni sono stati uccisi, con un totale di 178 vittime palestinesi nello scorso anno nati nel periodo della firma degli accordi di Oslo del 1993 o dopo.

Tre quarti degli uccisi dall’ottobre 2015 non hanno mai conosciuto nient’altro che Oslo – il che sembra confermare il rapporto tra l’aumento della violenza e le frustrazioni relative al fallimento degli accordi per la formazione di uno Stato palestinese, in un contesto di peggioramento della situazione nei territori palestinesi occupati segnato da demolizioni di case, violente incursioni notturne e vertiginoso aumento delle colonie.

Mentre un certo numero di donne e ragazze palestinesi sono state uccise – 17 delle quali mentre avrebbero o effettivamente stavano mettendo in atto degli attacchi – durante questo periodo, il loro numero impallidisce a confronto di uomini e ragazzi palestinesi. Dei 235 palestinesi uccisi, 213 erano maschi e 22 femmine – poco meno di una ogni dieci vittime.

Dal punto di vista geografico la maggioranza delle morti palestinesi – per l’esattezza 161 – è avvenuta in Cisgiordania, mentre 36 sono accadute nella città di Gerusalemme, 29 nella Striscia di Gaza assediata e 9 in Israele.

Al contempo 182 erano originari della Cisgiordania, 20 residenti nella Gerusalemme est occupata, 29 di Gaza e 3 erano cittadini palestinesi di Israele. I residenti del distretto di Hebron, per un totale di 73 morti, hanno rappresentato il 31% dei palestinesi ammazzati, confermando che il distretto meridionale della Cisgiordania è l’epicentro dell’ondata di rivolta.

Cercare di quantificare le circostanze in cui i palestinesi sono morti, tuttavia, si dimostra una questione complicata. Mentre la maggioranza dei casi risulta chiara, con riprese video o testimoni oculari in grado di confermare i fatti, in molti esempi la versione ufficiale israeliana dei fatti in cui i palestinesi sono stati uccisi per mano delle forze di sicurezza israeliane o di coloni è stata duramente contestata. In molti casi, testimoni oculari hanno sostenuto che i palestinesi assassinati non costituivano una minaccia al momento della morte o che le forze israeliane hanno collocato apposta dei coltelli o hanno manipolato in altro modo il luogo del crimine.

A causa della difficoltà di accertare le circostanze esatte di ogni caso, Ma’an ha classificato gli attacchi come “presunti” quando la versione ufficiale israeliana dei fatti non ha registrato il ferimento di israeliani e non ci sono stati testimoni esterni, oppure questi testimoni hanno messo in dubbio la versione israeliana dei fatti.

Al contempo sono state classificate come attacchi reali le situazioni in cui non ci sia stato nessun testimone esterno ma ci sia stato il ferimento di israeliani. Questo sistema approssimativo di classificazione è un riflesso della nebulosità che continua quotidianamente a permeare il conflitto israelo-palestinese.

Fatte queste avvertenze, i dati raccolti da Ma’an mostrano quanto segue:

– 69 palestinesi uccisi mentre commettevano o stavano cercando di commettere attacchi all’arma bianca

– 48 palestinesi uccisi mentre stavano presumibilmente cercando di commettere attacchi all’arma bianca

– 62 palestinesi uccisi dalle forze israeliane durante scontri o incursioni di polizia e/o esercito

– 13 palestinesi uccisi mentre commettevano attacchi con veicoli

– 8 palestinesi uccisi mentre presumibilmente commettevano attacchi con veicoli

– 8 palestinesi uccisi mentre commettevano attacchi con armi da fuoco

– 4 palestinesi uccisi mentre presumibilmente commettevano o cercavano di commettere attacchi con armi da fuoco

– 5 palestinesi uccisi mentre commettevano attacchi simultanei con armi da fuoco e all’arma bianca

– 3 palestinesi uccisi mentre commettevano attacchi simultanei con armi da fuoco e con veicoli

– 1 palestinese ucciso mentre commetteva un attacco simultaneo all’arma bianca con un veicolo

– 2 palestinesi uccisi mentre commettevano attacchi con ordigni esplosivi o incendiari

– 2 palestinesi uccisi mentre presumibilmente commettevano attacchi con ordigni esplosivi o incendiari

– 5 palestinesi uccisi da attacchi aerei e bombardamenti

– 5 palestinesi uccisi mentre assistevano ad atti di violenza

Basandosi su questi dati, 122 palestinesi, ossia il 52% , sono stati uccisi mentre commettevano o si afferma che stessero commetendo attacchi all’arma bianca, confermando l’impressione che lo scorso anno sia stato segnato da attacchi in scala ridotta con coltelli o armi simili.

Analisi delle vittime israeliane

Invece il profilo delle vittime israeliane della violenza disegna un’immagine diversa.

Per le vittime israeliane l’età media è stata di 37 anni, con la vittima più giovane, Hallel Ariel, che aveva 13 anni, l’unico minore israeliano ucciso nell’ondata di rivolta. Le età più frequenti sono state 19 e 21 anni, – un fatto che non sorprende, dato che la stragrande maggioranza degli attacchi palestinesi ha preso di mira soldati, che normalmente iniziano il servizio militare a 18 anni.

Tuttavia soldati e poliziotti contano solo 7 morti, il che può essere spiegato con l’alto livello di protezioni ed equipaggiamento protettivo indossato durante il servizio militare, che deve aver presumibilmente evitato ferite mortali in numerosi attacchi.

Al contempo 18 israeliani assassinati risiedevano nelle colonie illegali di Gerusalemme est e della Cisgiordania. Il fatto che i coloni siano meno armati o protetti dei soldati li ha resi bersagli più vulnerabili per gli attacchi, mentre le restrizioni agli spostamenti dei palestinesi fuori dai territori palestinesi occupati hanno reso gli israeliani che vi abitano obiettivi più accessibili per i palestinesi che intendevano attaccare israeliani.

Circa 24 israeliani sono stati uccisi in Cisgiordania e a Gerusalemme est, mentre altri 10 sono stati uccisi in Israele. All’interno di Israele, la città costiera di Tel Aviv è stata di gran lunga la più colpita, con tre attacchi separati che hanno ucciso 8 israeliani – così come un cittadino palestinese di Israele.

Riguardo al sesso, 8 degli israeliani uccisi erano donne, rappresentando il 23,5% delle vittime, con una sola di queste che faceva parte delle forze di sicurezza.

Riguardo invece alle circostanze della morte, secondo i dati di Ma’an:

– 16 israeliani sono stati uccisi in attacchi all’arma bianca

– 12 israeliani sono stati uccisi in attacchi con armi da fuoco

– 2 israeliani sono stati uccisi in attacchi, reali o presunti, con veicoli

– 2 israeliani sono stati uccisi in attacchi simultanei con armi da fuoco e all’arma bianca

– 2 israeliani sono stati uccisi da fuoco amico.

Mentre 32 israeliani sono stati uccisi dai palestinesi, due altri sono stati uccisi dalle forze israeliane che stavano cercando di sparare a presunti aggressori palestinesi.

Mentre il ritmo delle violenze si è significativamente ridotto dall’ottobre 2015, lo scorso mese ha visto un accentuato incremento delle vittime. L’ultima, il ventottenne Naseem Abu Meizar, è stato ucciso dalle forze israeliane il 30 settembre, mentre 7 palestinesi e un giordano sono stati uccisi dagli israeliani nello spazio di 5 giorni.

Circa un anno dopo che il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha reso pubblico un monito in cui metteva in relazione la violenza nei territori palestinesi occupati e in Israele con l’impatto sociale e politico dell’occupazione israeliana sui palestinesi, ma la recrudenscenza di violenza omicida resta una possibilità reale.

“Non possiamo ignorare il senso di disperazione che giunge con il lento svanire della speranza,” ha detto Ban all’epoca. “Dobbiamo porre fine al circolo senza fine, inutile e insensato di sofferenze e iniziare il duro lavoro necessario per ripristinare la convinzione che autentici progressi verso la pace siano possibili. Non fare ciò incoraggerà solo i sostenitori della violenza e della divisione.”

Qui di seguito trovate un elenco compilato da Ma’an con i palestinesi uccisi da israeliani, israeliani uccisi da palesitnesi e altre vittime della violenza dal 1 ottobre 2015 al 30 settembre 2016.

Palestinesi uccisi da israeliani

#

Data dell’attacco

Nome

Età

Sex

Luogo del decesso/ferite mortali

Causa della morte

Circostanze

Luogo di residenza

1

3 Ottobre 2015

Mohannad Shafiq Halabi

19

M

Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Surda, distretto di Ramallah

2

3 Ottobre 2015

Fadi Samir Mustafa Alloun

19

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Issawiya, Gerusalemme est

3

4 Ottobre 2015

Huthayfa Othman Suleiman

18

M

Tulkarem, distretto di Tulkarem

Colpito dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Balaa, distretto di Tulkarem

4

4 Ottobre 2015

Abd al-Rahman Ubeidallah

13

M

Campo di rifugiati di Aida, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Scontri

campo di rifugiati di Aida, distretto di Betlemme

5

7 Ottobre 2015

Amjad Hatem al-Jundi

20

M

Kiryat Gat, Israele

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Yatta, distretto di Hebron

6

8 Ottobre 2015

Wissam Faraj

20

M

campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

Ucciso dalla polizia di frontiera

Scontri

Campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

7

8 Ottobre 2015

Thaer Abu Ghazaleh

19

M

Tel Aviv, Israele

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Città Vecchia, Gerusalemme est

8

8 Ottobre 2015

Ibrahim Ahmad Mustafa Aoud

27

M

Beit Ummar, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Beit Ummar, distretto di Hebron

9

9 Ottobre 2015

Muhammad Fares Abdullah al-Jaabari

19

M

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

10

9 Ottobre 2015

Shadi Hussam Dawla

20

M

Al-Shujayya, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Al-Shujayya, Gaza

11

9 Ottobre 2015

Ahmad al-Harbawi

20

M

Al-Shujayya, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

campo di rifugiati di Al-Nuseirat, Gaza

12

9 Ottobre 2015

Abed al-Wahidi

20

M

Al-Shujayya, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Al-Shujayya, Gaza

13

9 Ottobre 2015

Muhammad al-Raqeb

15

M

Khan Yunis, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Bani Suheila, Gaza

14

9 Ottobre 2015

Ziad Nabil Sharaf

20

M

Khan Yunis, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Khan Yunis, Gaza

15

9 Ottobre 2015

Adnan Moussa Abu Elayyan

22

M

Khan Yunis, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Bani Suheila, Gaza

16

9 Ottobre 2015

Jihad Salim al-Ubeid

22

M

Abasan al-Kabirah, Gaza

Colpito dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Wadi al-Salqa, Gaza

17

10 Ottobre 2015

Ishaq Badran

16

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Kafr Aqab, Gerusalemme est

18

10 Ottobre 2015

Muhammad Saed Ali

19

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

19

10 Ottobre 2015

Marwan Barbakh

13

M

Abasan al-Kabirah, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Khan Yunis, Gaza

20

10 Ottobre 2015

Khalil Othman

15

M

Abasan al-Kabirah, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Khan Yunis, Gaza

21

10 Ottobre 2015

Ahmad Salah

24

M

Campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

22

11 Ottobre 2015

Ahmad Sharaka

13

M

Al-Bireh, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di al-Jalazun, distretto di Ramallah

23

11 Ottobre 2015

Nour Rasmi Hassan

25

F

Gaza City, Gaza

Crollo della casa

Attacco aereo

Gaza City, Gaza

24

11 Ottobre 2015

Rahaf Yahya Hassan

2

F

Gaza City, Gaza

Crollo della casa

Attacco aereo

Gaza City, Gaza

25

11 Ottobre 2015

Khalil Hassan Abu Ubeid

25

M

Campo di rifugiati di Al-Bureij, Gaza

Colpito da una granata lacrimogena, morto in seguito alle ferite

Scontri

Khan Yunis, Gaza

26

12 Ottobre 2015

Mustafa Adel al-Khatib

18

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco all’arma bianca

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

27

12 Ottobre 2015

Hassan Khalid al-Manasra

15

M

Colonia di Pisgat Zeev, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Beit Hanina, Gerusalemme est

28

12 Ottobre 2015

Mohammed Nazmi Elayyan Shamasma

23

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Tentativo di attacco all’arma bianca

Qatanna, distretto di Gerusalemme

29

13 Ottobre 2015

Bahaa Elayyan

22

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Attacco con arma bianca e arma da fuoco

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

30

13 Ottobre 2015

Alaa Daoud Ali Abu Jamal

33

M

Gerusalemme ovest

Ucciso da un civile

Attacco con arma bianca e arma da fuoco

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

31

13 Ottobre 2015

Mutaz Ibrahim Zawahreh

27

M

Betlemme, Betlemme distretto di

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Al-Duheisha, distretto di Betlemme

32

14 Ottobre 2015

Basil Bassam Ragheb Sidr

20

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Presunto attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

33

14 Ottobre 2015

Ahmad Shaaban

23

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Ras al-Amoud, Gerusalemme est

34

16 Ottobre 2015

Yahya Karira

20

M

Gaza City, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Gaza City, Gaza

35

16 Ottobre 2015

Eyad Khalil Awawdeh

26

M

Halhul, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Al-Muwarraq, distretto di Hebron

36

16 Ottobre 2015

Ihab Jihad Hanani

19

M

Beit Furik, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Scontri

Beit Furik, distretto di Nablus

37

16 Ottobre 2015

Yahiya Abd al-Qader Farhat

24

M

Checkpoint di Erez, Gaza

Ucciso dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Al-Shati, Gaza

38

16 Ottobre 2015

Mahmoud Hatim Hmeid

22

M

Gaza City, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Gaza City, Gaza

39

16 Ottobre 2015

Shawiq Jamal Jabr Ubeid

37

M

Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Jabaliya, Gaza

40

17 Ottobre 2015

Fadil Muhammad Awad al-Qawasmi

18

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso da un colono

Presunto attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

41

17 Ottobre 2015

Tareq al-Natsheh

16

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dalla polizia di frontiera

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

42

17 Ottobre 2015

Omar al-Faqih

23

M

Checkpoint di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dalla polizia di frontiera

Attacco all’arma bianca

Qatanna, distretto di Gerusalemme

43

17 Ottobre 2015

Muataz Ahmad Hajis Uweisat

16

M

Colonia di Armon Hanatziv, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Presunto attacco all’arma bianca

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

44

17 Ottobre 2015

Bayan Ayman Abd al-Hadi al-Esseili

17

F

Hebron, distretto di Hebron

Uccisa dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

45

18 Ottobre 2015

Muhannad al-Aqabi

21

M

Beersheba, Israele

Ucciso dall’esercito

Attacco con arma da fuoco

Hura, Israele

46

20 Ottobre 2015

Uday Hashim al-Masalma

24

M

Beit Awwa, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Beit Awwa, distretto di Hebron

47

20 Ottobre 2015

Bashar Nidal al-Jabari

15

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

48

20 Ottobre 2015

Hussam Ismail al-Jabari

17

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

49

20 Ottobre 2015

Hamzeh Moussa al-Imla

25

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Attacco con veicolo

Beit Ula, distretto di Hebron

50

20 Ottobre 2015

Ahmad al-Sarhi

27

M

vicino a al-Bureij, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Deir al-Balah, Gaza

51

21 Ottobre 2015

Mutaz Atallah Qassem

22

M

Vicino alla colonia di Adam, distretto di Gerusalemme

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Al-Eizariya, distretto di Gerusalemme

52

21 Ottobre 2015

Hashem al-Azzeh

54

M

Hebron, distretto di Hebron

Eccesso di gas lacrimogeni

Scontri

Hebron, distretto di Hebron

53

22 Ottobre 2015

Mahmoud Khalid Ghneimat

20

M

Beit Shemesh, Israele

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Surif, distretto di Hebron

54

24 Ottobre 2015

Ahmad Muhammad Said Kamil

16

M

Checkpoint di Al-Jalama, distretto di Jenin

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

55

25 Ottobre 2015

Dania Irsheid

17

F

Hebron, distretto di Hebron

Uccisa dalla polizia di frontiera

Presunto

tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

56

26 Ottobre

2015

Raed Saket Abdul-Rahim Jaradat

22

M

Incrocio di Beit Einun, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

57

26 Ottobre

2015

Saad Muhammad Youssef al-Atrash

19

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

58

26 Ottobre

2015

Iyad Rawhi Jaradat

17

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Scontri

Sair, distretto di Hebron

59

27 Ottobre 2015

Shabaan Abu Shkeidem

17

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

60

27 Ottobre 2015

Shadi Nabil Abd al-Muti al-Qudsi

22

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

61

27 Ottobre 2015

Hammam Said

23

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Alleged attempted Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

62

28 Ottobre 2015

Islam Rafiq Hammad Ibeido

23

M

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

63

29 Ottobre 2015

Mahdi Mohammad Ramadan al-Muhtasib

23

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

64

29 Ottobre 2015

Farouq Abd al-Qader Omar Sidr

19

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

65

30 Ottobre 2015

Qassem Mahmoud Sabaneh

19

M

Checkpoint di Zaatara, distretto di Nablus

Ucciso dalla polizia di frontiera

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

66

30 Ottobre 2015

Ramadan Mohammad Faisal Thawabta

8 mesi

M

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

Eccesso di gas lacrimogeni

Scontri

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

67

30 Ottobre 2015

Ahmad Hamada Qneibi

24

M

Sheikh Jarrah, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Kafr Aqab, Gerusalemme est

68

31 Ottobre 2015

Mahmoud Talal Mahmoud Nazzal

18

M

Checkpoint di Al-Jalama, distretto di Jenin

Ucciso da una guardia giurata

Alleged attempted Attacco all’arma bianca

Qabatiya, Jenin distretto di

69

1 Novembre 2015

Fadi Hasan al-Faroukh

27

M

Beit Einun, distretto di Hebron

Ucciso dalla polizia di frontiera

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

70

2 Novembre 2015

Ahmed Awad Abu al-Rub

16

M

Al-Jalameh, distretto di Jenin

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

71

4 Novembre 2015

Ibrahim Skafi

22

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Tulkarem, distretto di Tulkarem

72

5 Novembre 2015

Malik Talal al-Sharif

25

M

Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

73

6 Novembre 2015

Tharwat al-Sharawi

72

F

Halhul, distretto di Hebron

Uccisa dall’esercito

Presunto attacco con un veicolo

Hebron, distretto di Hebron

74

6 Novembre 2015

Salameh Musa Abu Jame

23

M

Khan Yunis, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Bani Suheila, Gaza

75

8 Novembre 2015

Sulaiman Aqel Muhammad Shahin

22

M

Checkpoint di Zaatara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Al-Bireh, distretto di Ramallah

76

9 Novembre 2015

Rasha Muhammad Oweisi

24

F

Checkpoint di Eliyahu vicino alla colonia di Alfei Menashe, distretto di Qalqiliya

Uccisa dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qalqiliya, distretto di Qalqiliya

77

10 Novembre 2015

Sadeq Ziad Gharbiyeh

16

M

Al-Sawahrah al-Sharqiyah, distretto di Gerusalemme

Ucciso dalla polizia di frontiera

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sanur, distretto di Jenin

78

10 Novembre 2015

Muhammad Nimr

37

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso da una guardia giurata

Presunto attacco all’arma bianca

Al-Issawiya, Gerusalemme est

79

11 Novembre 2015

Ibrahim Abd al-Halim Yousif Dawood

16

M

Al-Bireh, distretto di Ramallah

Colpito dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Deir Ghassan, distretto di Ramallah

80

11 Novembre 2015

Mahmoud Said Elayyan

20

M

Ramallah, distretto di Ramallah

Colpito dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Anata, distretto di Gerusalemme

81

12 Novembre 2015

Abdullah Azzam Shalaldah

28

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso da soldati mascherati

Incursione dell’esercito

Sair, distretto di Hebron

82

12 Novembre 2015

Issa al-Shalaldah

22

M

Hebron, distretto di Hebron

Colpito dall’esercito, morto in seguito alle ferite

Scontri

Sair, distretto di Hebron

83

13 Novembre 2015

Hassan Jihad al-Baw

23

M

Halhul, Hebron distretto di

Ucciso dall’esercito

Scontri

Halhul, Hebron distretto di

84

13 Novembre 2015

Lafi Yousif Mustafa Awad

22

M

Budrus, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Budrus, distretto di Ramallah

85

16 Novembre 2015

Laith Assad Manasra

21

M

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

86

16 Novembre 2015

Ahmad Abu al-Aish

28

M

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Qalandiya campo di rifugiati di, distretto di Ramallah

87

17 Novembre 2015

Muhammad Munir Hassan Saleh

24

M

Turmusayya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Shooting attack

Arura, distretto di Ramallah

88

Novembre 22, 2015

Issa Thawabta

34

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

89

22 Novembre 2015

Ashraqat Taha Ahmad Qatanani

16

F

Huwwara, distretto di Nablus

Scappato, ucciso da un colono

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Nablus, distretto di Nablus

90

22 Novembre 2015

Shadi Khasib

32

M

Gerusalemme ovest

Ucciso da un colono

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Al-Bireh, distretto di Ramallah

91

23 Novembre 2015

Hadeel Wajih Awwad

14

F

Gerusalemme ovest

Uccisa da una guardia giurata

Attacco all’arma bianca

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

92

Novembre 23, 2015

Ahmad Jamal Taha

16

M

Route 443, Ramallah distretto di

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qutna, Ramallah distretto di

93

23 Novembre 2015

Alaa Khalil Sabah Hashash

16

M

Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Tentativo di attacco all’arma bianca

Nablus, distretto di Nablus

94

23 Novembre 2015

Samah Abd al-Mumen Ahmad

18

F

Huwwara, distretto di Nablus

Colpita dall’esercito, morta in seguito alle ferite

Spettatrice di un tentativo di attacco all’arma bianca

Amuriyya, distretto di Nablus

95

25 Novembre 2015

Muhammad Ismail Shubaki

19

M

Vicino al campo di rifugiati di al-Fawwar, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

96

26 Novembre 2015

Yahya Yusri Taha

21

M

Qatanna, distretto di Gerusalemme

Ucciso dall’esercito

Scontri

Qatanna, distretto di Gerusalemme

97

26 Novembre 2015

Samer Hassan Mbadda Sarisi

51

M

Checkpoint di Zaatara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Jenin, distretto di Jenin

98

26 Novembre 2015

Khalid Mahmoud al-Jawabreh

19

M

Campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

99

27 Novembre 2015

Fadi Muhammad Mahmoud Khasib

25

M

Vicino alla colonia di Kfar Adumim, distretto di Gerusalemme

Ucciso da un colono

Attacco con un veicolo

Al-Bireh, distretto di Ramallah

100

27

Novembre 2015

Omar Arafat Issa al-Zaaqiq

19

M

Beit Ummar, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Beit Ummar, distretto di Hebron

101

29 Novembre 2015

Baseem Abd al-Rahman Mustafa Salah

38

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Nablus, distretto di Nablus

102

29 Novembre 2015

Ayman Samih al-Abbasi

17

M

Silwan, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Scontri

Silwan, Gerusalemme est

103

1 Dicembre, 2015

Mamoun al-Khatib

16

M

Gush Etzion Colonia di, Betlemme distretto di

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Doha, distretto di Betlemme

104

1 Dicembre 2015

Maram Ramiz Hassouna

19

F

Checkpoint di Enav, distretto di Tulkarem

Uccisa dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Rafidia, distretto di Nablus

105

3 Dicembre 2015

Mazin Hasan Ureiba

35

M

Checkpoint di Hizma distretto di Gerusalemme

Ucciso dall’esercito

Attacco con arma da fuoco

Abu Dis, distretto di Gerusalemme

106

3 Dicembre 2015

Izz al-Din Abdallah Muhammad Raddad

21

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Saida, distretto di Tulkarem

107

4 Dicembre 2015

Taher Faysal Fannoun

19

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

108

4 Dicembre 2015

Mustafa Fadhil Fannoun

15

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

109

4 Dicembre 2015

Anas Bassam Hammad

21

M

vicino alla colonia di Ofar, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Silwad, distretto di Ramallah

110

4 Dicembre 2015

Abd al-Rahman Barghouthi

26

M

Abud, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Abud, distretto di Ramallah

111

6 Dicembre 2015

Omar Skafi

21

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Attacco con un veicolo e all’arma bianca

Beit Hanina, Gerusalemme est

112

7 Dicembre 2015

Ihab Fathi Miswadi

21

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dalla polizia di frontiera

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

113

8 Dicembre 2015

Malik Akram Shahin

19

M

Campo di rifugiati di Al-Duheisha, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Incursione dell’esercito

campo di rifugiati di Al-Duheisha, distretto di Betlemme

114

9 Dicembre 2015

Abd al-Rahman Miswadeh

21

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso da una guardia giurata

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

115

11 Dicembre

2015

Omar al-Hroub

55

M

Halhul, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco con un veicolo

Deir Samit, distretto di Hebron

116

11 Dicembre

2015

Uday Irsheid

24

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Scontri

Hebron, distretto di Hebron

117

11 Dicembre

2015

Sami Shawqi Madhi

41

M

campo di rifugiati di Al-Bureij,

Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

campo di rifugiati di Al-Bureij,

Gaza

118

14 Dicembre 2015

Abd al-Muhsen Hassuneh

21

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Attacco con un veicolo

Beit Hanina, Gerusalemme est

119

16 Dicembre 2015

Ahmad Jahajha

20

M

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con un veicolo

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

120

16 Dicembre 2015

Hikmat Hamdan

29

M

campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con un veicolo

Al-Bireh, distretto di Ramallah

121

17 Dicembre 2015

Abdullah Hussein Nasasra

15

M

Checkpoint di Huwwara, Nablus distretto di

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Beit Furik, distretto di Nablus

122

18

Dicembre 2015

Muhammad Abd al-Rahman Ayyad

21

M

Silwad, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Silwad, distretto di Ramallah

123

18

Dicembre, 2015

Nashaat Asfour

34

M

Sinjil, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Sinjil, distretto di Ramallah

124

18 Dicembre 2015

Mahmoud Muhammad Saed al-Agha

20

M

Khan Yunis, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Khan Yunis, Gaza

125

23

Dicembre 2015

Issa Assaf

21

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

126

23 Dicembre 2015

Anan Abu Habsa

20

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

127

24 Dicembre 2015

Wisam Abu Ghwaila

22

M

vicino alla colonia di Geva Binyamin, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

128

24 Dicembre 2015

Iyad Jamal Issa Ideis

25

M

Checkpoint di Ari, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Yatta, distretto di Hebron

129

24 Dicembre 2015

Muhammad Zahran Abdul-Halim Zahran

22

M

Colonia di Ariel, distretto di Salfit

Ucciso da una guardia giurata

Attacco all’arma bianca

Kafr al-Dik, distretto di Salfit

130

24 Dicembre 2015

Bilal Zayid

23

M

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

131

25 Dicembre 2015

Hani Rafiq Wahdan

22

M

Shujayya, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Shujayya, Gaza

132

25 Dicembre 2015

Mahdia Mohammad Ibrahim Hammad

39

F

Silwad, distretto di Ramallah

Uccisa dalla polizia

Presunto attacco con un veicolo

Silwad, distretto di Ramallah

133

25 Dicembre 2015

Yousif Abu Sbeikha al-Buheiri

48

M

Al-Maghazi, campo di rifugiati di Gaza

Ucciso dall’esercito, deceduto in seguito alle ferite

Scontri

Campo di rifugiati di Al-Maghazi, Gaza

134

26 Dicembre 2015

Maher al-Jabi

56

M

Checkpoint di Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Nablus, distretto di Nablus

135

26 Dicembre 2015

Musab Mahmoud al-Ghazali

26

M

Gerusalemme ovest

Ucciso dalla polizia

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Silwan, Gerusalemme est

136

27 Dicembre 2015

Muhammad Rafiq Hussein Sabana

17

M

Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

137

27 Dicembre 2015

Nour al-Deen Muhammad Abdul-Qadir Sabana

23

M

Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

138

31 Dicembre 2015

Hassan Ali Hassan Bozor

22

M

Checkpoint di Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Raba, distretto di Jenin

139

5 Gennaio 2016

Ahmad Younis Kawazba

17

M

Incrocio della colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

140

7 Gennaio 2016

Ahmad Salim Abd al-Majid Kawazba

21

M

Incrocio della colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

141

7 Gennaio 2016

Alaa Abed Muhammad Kawazba

17

M

Incrocio della colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

142

7 Gennaio 2016

Muhannad Ziyad Kawazba

20

M

Incrocio della colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

143

7 Gennaio 2016

Khalil Muhammad al-Shalaldah

16

M

Beit Einun junction, Hebron distretto di

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

144

8 Gennaio 2016

Nashat Melhem

29

M

Arara, Israele

Ucciso dalla polizia

Astante durante una sparatoria mortale

Arara, Israele

145

9 Gennaio 2016

Ali Abu Maryam

26

M

Checkpoint di Al-Hamra, distretto di Tubas

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Al-Judeida, distretto di Jenin

146

9 Gennaio 2016

Said Abu al-Wafa

38

M

Checkpoint di Al-Hamra, distretto di Tubas

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Al-Zawiya, distretto di Jenin

147

12 Gennaio 2016

Srour Ahmad Abu Srour

21

M

Beit Jala, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Aida, distretto di Betlemme

148

12 Gennaio 2016

Muhammad Ahmad Khalil Kawazba

23

M

Incrocio di Beit Einun, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

149

12 Gennaio 2016

Adnan Hamid al-Mashni

17

M

Incrocio di Beit Einun, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Complice in presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Al-Shuyukh, distretto di Hebron

150

13 Gennaio 2016

Mousa Zaiter

23

M

Beit Lahiya, Gaza

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco con esplosivo

Jabaliya, Gaza

151

14 Gennaio 2016

Muayyad Awni Jabbarin

20

M

Incrocio di Beit Einun, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Sair, distretto di Hebron

152

14 Gennaio 2016

Haitham Mahmoud Abd al-Jalil

31

M

Checkpoint vicino a Asira al-Shamaliya, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco all’arma bianca

Asira al-Shamaliya, distretto di Nablus

153

15 Gennaio 2016

Muhammad Abu Zayed

19

M

Campo di rifugiati di Al-Bureij, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Al-Bureij, Gaza

154

15 Gennaio 2016

Muhammad Majdi Qaita

26

M

Campo di rifugiati di Al-Bureij, Gaza

Ucciso dall’esercito

Scontri

Khan Yunis, Gaza

155

17 Gennaio 2016

Wissam Marwan Qasrawa

21

M

Checkpoint di Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Misliya, distretto di Nablus

156

23 Gennaio 2016

Ruqayya Eid Abu Eid

13

F

Colonia di Almon, distretto di Gerusalemme

Uccisa da una guardia giurata

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Anata, distretto di Gerusalemme

157

25 Gennaio 2016

Hussein Muhammad Abu Ghush

17

M

Colonia di Beit Horon, distretto di Ramallah

Ucciso da una guardia giurata

Attacco all’arma bianca

Qalandiya campo di rifugiati di, distretto di Ramallah

158

25 Gennaio 2016

Osama Youssef Allan

23

M

Colonia di Beit Horon, distretto di Ramallah

Ucciso da una guardia giurata

Attacco all’arma bianca

Beit Ur al-Tahta, distretto di Ramallah

159

31Gennaio 2016

Amjad Jaser Sukkari

34

M

Checkpoint vicino alla colonia di Beit El, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Attacco con armi da fuoco

Nablus, distretto di Nablus

160

1 Febbraio, 2016

Ahmad Hassan Tuba

19

M

vicino alla Colonia di Salit, distretto di Tulkarem

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Kafr Jammal, distretto di Tulkarem

161

3 Febbraio 2016

Ahmad Rajeh Ismail Zakarneh

19

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Sparatoria, attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

162

3 Febbraio 2016

Muhammad Ahmad Hilmi Kamil

19

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Sparatoria, attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

163

3 Febbraio 2016

Najeh Ibrahim Abu al-Rub

20

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Sparatoria, attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

164

5 Febbraio 2016

Haitham Ismail Muhammad al-Baw

14

M

vicino a Halhul, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con bottiglie molotov

Halhul, distretto di Hebron

165

10 Febbraio 2016

Omar Yousef Madi al-Jawabreh

16

M

Campo di rifugiati di Al-Arrub, Hebron distretto di

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

166

13 Febbraio 2016

Kilzar Muhammad Abd al-Halim Azmi al-Uweiwi

18

F

Hebron, distretto di Hebron

Uccisa dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

167

14 Febbraio 2016

Nihad Raed Muhammad Waqed

15

M

Vicino a al-Araqa, distretto di Jenin

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con arma da fuoco

al-Araqa, distretto di Jenin

168

14 Febbraio 2016

Fuad Marwan Khalid Waqed

15

M

vicino a al-Araqa, distretto di Jenin

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con arma da fuoco

al-Araqa, distretto di Jenin

169

14 Febbraio 2016

Naim Ahmad Yousif Safi

17

M

Checkpoint di Mazmoria, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Al-Ubeidiya, distretto di Betlemme

170

14 Febbraio 2016

Mansour Yasser Abdul-Aziz Shawamrah

20

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Presunto attacco con arma da fuoco

Al-Qubeiba, distretto di Gerusalemme

171

14 Febbraio 2016

Omar Muhammad Amro

20

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Presunto attacco con arma da fuoco

Al-Qubeiba, distretto di Gerusalemme

172

19 Febbraio 2016

Muhammad Abu Khalaf

20

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Kafr Aqab, Gerusalemme est

173

19 Febbraio 2016

Abed Raed Abdullah Hamad

20

M

Silwad, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Attacco con un veicolo

Silwad, distretto di Ramallah

174

19 Febbraio 2016

Khaled Yousif Taqatqa

21

M

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Scontri

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

175

20 Febbraio 2016

Qusay Diab Abu al-Rub

15

M

Checkpoint di Beita, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

176

26 Febbraio 2016

Mahmoud Muhammad Ali Shaalan

17

M

Checkpoint di Beit El, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Deir Dibwan, distretto di Ramallah

177

1 Marzo 2016

Iyad Omar Sajadiyya

22

M

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

178

1 Marzo 2016

Nahid Fawzi Muteir

24

M

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito, deceduto in seguito alle ferite

Scontri

Campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

179

2 Marzo 2016

Labib Khaldoon Anwar Azzam

17

M

Colonia di Eli, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qaryut, distretto di Nablus

180

2 Marzo 2016

Muhammad Hisham Ali Zaghlawan

17

M

Colonia di Eli, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qaryut, distretto di Nablus

181

4 Marzo 2016

Amani Husni Sabatin

34

F

Incrocio della colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Uccisa dall’esercito

Presunto attacco con un veicolo

Husan, distretto di Betlemme

182

8 Marzo 2016

Fadwa Ahmad Abu Teir

50

F

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Presunto tentativo di Attacco all’arma bianca

Umm Tuba, Gerusalemme distretto di

183

8 Marzo 2016

Fouad Abu Rajab al-Tamimi

21

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia di frontiera

Attacco a mano armata

Issawiya, Gerusalemme est

184

8 Marzo 2016

Bashar Masalha

22

M

Jaffa, Israele

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Al-Hajja, distretto di Qalqiliya

185

8 Marzo 2016

Abd al-Rahman Radad

17

M

Petah Tikva, Israele

Ucciso dalla polizia

Attacco all’arma bianca

Al-Zawiya, distretto di Salfit

186

9 Marzo 2016

Abd al-Malak Saleh Abu Kharoub

19

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco con arma da fuoco

Kafr Aqab, Gerusalemme est

187

9 Marzo 2016

Muhammad Jamal al-Kalouti

21

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Ucciso dalla polizia

Attacco con arma da fuoco

Kafr Aqab, Gerusalemme est

188

9 Marzo 2016

Ahmad Yousef Amer

16

M

Al-Zawiya, distretto di Salfit

Ucciso dall’esercito

Tentativo di attacco all’arma bianca

Masha, distretto di Salfit

189

12 Marzo 2016

Yasin Suleiman Abu Khusah

9

M

Beit Lahiya, Gaza

Razzo dell’esercito sulla sua casa

Attacco aereo

Beit Lahiya, Gaza

190

12 Marzo 2016

Israa Suleiman Abu Khusah

6

F

Beit Lahiya, Gaza

Razzo dell’esercito sulla sua casa

Attacco aereo

Beit Lahiya, Gaza

191

14 Marzo 2016

Qasem Farid Jaber

31

M

Vicino alla colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Sparatoria, attacco con un veicolo

Hebron, distretto di Hebron

192

14 Marzo 2016

Ameer Fuad al-Junaidi

22

M

Vicino alla colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Sparatoria, attacco con un veicolo

Hebron, distretto di Hebron

193

14 Marzo 2016

Yousef Mustafa Tarayra

18

M

Vicino alla colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Sparatoria, attacco con un veicolo

Bani Naim, distretto di Hebron

194

17 Marzo 2016

Ali Jamal Muhammad Taqatqa

19

M

Vicino alla colonia di Ariel, distretto di Salfit

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

195

17 Marzo 2016

Ali Abd al-Rahman al-Kar Thawabta

20

M

Vicino alla colonia di Ariel, distretto di Salfit

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

196

18 Marzo 2016

Mahmud Ahmad Abu Fanunah

21

M

Incrocio della colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

197

19 Marzo 2016

Abdullah Muhammad al-Ajlouni

18

M

Checkpoint di Abu Rish vicino alla colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

198

24 Marzo

2016

Abd al-Fattah Yusri al-Sharif

21

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

199

24 Marzo

2016

Ramzi Aziz al-Qasrawi

21

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

200

14 Aprile 2016

Ibrahim Baradiya

54

M

Campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

201

27 Aprile 2016

Maram Salih Hassan Abu Ismail

23

F

Checkpoint di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso da una guardia giurata

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qatanna, distretto di Gerusalemme

202

27 Aprile 2016

Ibrahim Salih Hassan Taha

16

M

Checkpoint di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso da una guardia giurata

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qatanna, distretto di Gerusalemme

203

3 Maggio 2016

Ahmed Riyad Abd al-Aziz Shehada

36

M

Vicino alla colonia di Dolev di, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con un veicolo

campo di rifugiati di Qalandiya, distretto di Ramallah

204

4 Maggio 2016

Arif Sharif Jaradat

22

M

Sair, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito, deceduto in seguito alle ferite

Scontri

Sair, distretto di Hebron

205

5 Maggio 2016

Jana Aytah al-Amur

59

F

Khan Yunis, Gaza

Bombardamento dell’esercito

Attacco dell’esercito

Khan Yunis, Gaza

206

23 Maggio 2016

Sawsan Ali Dawud Mansur

17

F

Checkpoint di Ras Biddu, distretto di Gerusalemme

Ucciso dalla polizia

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Biddu, distretto di Gerusalemme

207

2 Giugno 2016

Ansar Hussam Harasha

25

F

Checkpoint di Innab, distretto di Tulkarem

Uccisa dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Qaffin, distretto di Tulkarem

208

21 Giugno

2016

Mahmoud Raafat Badran

15

M

Vicino a Beit Ur al-Tahta, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Astante durante il lancio di pietre

Beit Ur al-Tahta, distretto di Ramallah

209

24 Giugno 2016

Majd al-Khadour

18

F

Vicino alla colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Uccisa dall’esercito

Attacco con un veicolo

Bani Naim, distretto di Hebron

210

30 Giugno 2016

Muhammad Nasser Tarayra

17

M

colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso da una guardia giurata

Attacco all’arma bianca

Bani Naim, distretto di Hebron

211

30 Giugno 2016

Wael Abu Saleh

46

M

Netanya, Israele

Ucciso da un civile

Attacco all’arma bianca

Shweika, distretto di Tulkarem

212

1 Luglio 2016

Sarah Tarayra

27

F

Hebron, Hebron distretto di

Uccisa dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Bani Naim, distretto di Hebron

213

1 Luglio 2016

Muhammad Mustafa Habash

63

M

Checkpoint di Qalandiya, distretto di Ramallah

Gaz lacrimogeni

Scontri

Asira al-Shamaliya, distretto di Nablus

214

13 Luglio 2016

Anwar al-Salaymeh

22

M

Al-Ram, distretto di Gerusalemme

Ucciso dall’esercito

Incursione dell’esercito

Anata, distretto di Gerusalemme

215

18 Luglio 2016

Mustafa Baradiya

51

M

Vicino al campo di rifugiati di Al-Arrub, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Beit Fajjar, distretto di Betlemme

216

19 Luglio 2016

Muhyee Sidqi al-Tibakhi

12

M

Al-Ram, distretto di Gerusalemme

Ucciso dall’esercito

Scontri

Al-Ram, distretto di Gerusalemme

217

29 Luglio 2016

Muhammad Faqih

29

M

Surif, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Incursione dell’esercito

Dura, distretto di Hebron

218

31 Luglio2016

Rami Muhammad Zaim Awartani

31

M

Checkpoint di Huwwara, distretto di Nablus

Ucciso dall’esercito

Tentativo di attacco all’arma bianca

Nablus, distretto di Nablus

219

Agosto 16, 2016

Muhammad Abu Hashhash

17

M

Campo di rifugiati di al-Fawwar, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di al-Fawwar, distretto di Hebron

220

24 Agosto 2016

Sari Muhammad Abu Ghurab

24

M

vicino alla colonia di Ariel, distretto di Salfit

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Qabatiya, distretto di Jenin

221

26 Agosto 2016

Iyad Zakariya Hamed

38

M

vicino a Silwad, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Astante vicino ad un posto militare

Silwad, distretto di Ramallah

222

5 Settembre 2016

Mustafa Nimr

27

M

Campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

Ucciso dalla polizia di frontiera

Scontri

Campo di rifugiati di Shufat, distretto di Gerusalemme

223

9 Settembre 2016

Abd al-Rahman Ahmad al-Dabbagh

15

M

vicino al campo di rifugiati di Bureij, Gaza

Si suppone ucciso dall’esercito

Scontri

Campo di rifugiati di Bureij, Gaza

224

15 Settembre 2016

Muhammad Ahmad Abd al-Fattah al-Sarrahin

30

M

Beit Ula, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito, deceduto in seguito alle ferite

Incursione dell’esercito

Beit Ula, distretto di Hebron

225

16 Settembre 2016

Fares Moussa Muhammad Khaddour

18

M

Vicino alla colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto attacco con un veicolo

Bani Naim, distretto di Hebron

226

16 Settembre 2016

Muhammad Thalji Kayid Thalji al-Rajabi

15

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

227

17 Settembre 2016

Hatim Abd al-Hafeeth Shaludi

25

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

228

19 Settembre 2016

Muhannad Jameel al-Rajabi

21

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dalla polizia di frontiera

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

229

19 Settembre 2016

Ameer Jamal al-Rajabi

17

M

Hebron, distretto di Hebron

Ucciso dalla polizia di frontiera

Attacco all’arma bianca

Hebron, distretto di Hebron

230

20 Settembre 2016

Issa Salim Mahmoud Tarayra

16

M

Incrocio di Wadi al-Joz, distretto di Hebron

Ucciso dall’esercito

Presunto tentativo di attacco all’arma bianca

Bani Naim, distretto di Hebron

231

30

Settembre 2016

Nasim Abu Meizar

28

M

Checkpoint di Qalandiya, distretto di Ramallah

Ucciso dall’esercito

Attacco all’arma bianca

Kafr Aqab, Gerusalemme

Israeliani uccisi da palestinesi

#

Data dell’attacco

Nome

Età

Sesso

Lugo del decesso/ferite mortali

Causa della morte

Soldato/poliziotto

Luogo di residenza

1

1Ottobre 2015

Naama Henkin

30

F

Vicino a Beit Furik, distretto di Nablus

Sparatoria da un auto in corsa

No

Colonia di Nerya, distretto di Ramallah

2

1Ottobre 2015

Eitam Henkin

31

M

Vicino a Beit Furik, distretto di Nablus

Sparatoria da un auto in corsa

No

Colonia di Nerya, distretto di Ramallah

3

3 Ottobre 2015

Aharon Banita

21

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Attacco all’arma bianca

Colonia di Beitar Illit, distretto di Betlemme

4

3 Ottobre 2015

Nehemia Lavi

41

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Attacco all’arma bianca

No

Città Vecchia, Gerusalemme est

5

13 Ottobre 2015

Richard Lakin

76

M

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

Sparatoria e attacco all’arma bianca, deceduto in seguito alle ferite

No

Gerusalemme ovest

6

13 Ottobre 2015

Haim Haviv

78

M

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

Attacco all’arma bianca

No

Colonia di East Talpiot, Gerusalemme est

7

13 Ottobre 2015

Alon Govberg

51

M

Jabal al-Mukabbir, Gerusalemme est

Attacco all’arma bianca

No

Colonia di East Talpiot, Gerusalemme est

8

13 Ottobre 2015

Yeshayahu Krishevsky

59

M

Gerusalemme ovest

Attacco all’arma bianca

No

Gerusalemme ovest

9

18 Ottobre 2015

Omri Levi

19

M

Beersheba, Israele

Sparatoria

Sdei Hemed, Israele

10

20 Ottobre 2015

Avraham Hasno

54

M

vicino a al-Fawwar, distretto di Hebron

Investito da una macchina in un presunto incidente

No

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

11

4 Novembre 2015

Binyamin Yakobovitch

19

M

Vicino a Halhul, distretto di Hebron

Investito da una macchina, deceduto in seguito alle ferite

Kiryat Ata, Israele

12

13

Novembre 2015

Yaakov Litman

40

M

Vicino alla colonia di Otniel, Hebron distretto di

Sparatoria

No

Colonia di Kiryat Arba, Hebron distretto di

13

13

Novembre 2015

Natanel Litman

18

M

vicino alla colonia di Otniel, distretto di Hebron

Sparatoria

No

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

14

19 Novembre 2015

Yaakov Don

48

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Sparatoria

No

Colonia di Alon Shvut, distretto di Betlemme

15

19 Novembre 2015

Aharon Yesayev

32

M

Tel Aviv, Israele

Attacco all’arma bianca

No

Holon, Israele

16

19 Novembre 2015

Reuven Aviram

51

M

Tel Aviv, Israele

Attacco all’arma bianca

No

Ramle, Israele

17

22 Novembre 2015

Hadar Buchris

21

F

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Attacco all’arma bianca

No

Safed, Israele

18

23 Novembre 2015

Ziv Mizrahi

18

M

Vicino a Beit Ur al-Tahta, distretto di Ramallah

Attacco all’arma bianca

Colonia di Givat Zeev, distretto di Gerusalemme

19

7 Dicembre 2015

Gennady Kaufman

41

M

Hebron, distretto di Hebron

Attacco all’arma bianca, deceduto in seguito alle ferite

No

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

20

23 Dicembre 2015

Reuven Birmajer

45

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Attacco all’arma bianca

No

Kiryat Yearim, Israele

21

1 Gennaio 2016

Shimon Ruimi

30

M

Tel Aviv, Israele

Sparatoria

No

Ofakim, Israele

22

17 Gennaio 2016

Alon Bakal

26

M

Tel Aviv, Israel

Sparatoria

No

Karmiel, Israele

23

1 Gennaio 2016

Dafna Meir

38

F

Colonia di Otniel, distretto di Hebron

Attacco all’arma bianca

No

Colonia di Otniel, distretto di Hebron

24

25 Gennaio 2016

Shlomit Krigman

23

F

Colonia di Bet Horon, distretto di Gerusalemme

Attacco all’arma bianca, deceduto in seguito alle ferite

No

Colonia di Shadmot Mehola, distretto di Tubas

25

3 Febbraio 2016

Hadar Cohen

19

F

Città Vecchia, Gerusalemme est

Sparatoria Attacco all’arma bianca

Or Yehuda, Israele

26

18 Febbraio 2016

Tuvia Yanai Wissman

21

M

Colonia di Shaare Benyamin, distretto di Ramallah

Attacco all’arma bianca

Colonia di Maale Mikhmas, distretto di Gerusalemme

27

7 Giugno 2016

Eido Ben Aryeh

42

M

Tel Aviv, Israele

Sparatoria

No

Ramat Gan, Israele

28

7 Giugno 2016

Elana Nave

39

F

Tel Aviv, Israele

Sparatoria

No

Tel Aviv, Israele

29

7 Giugno 2016

Michael Fayge

58

M

Tel Aviv, Israele

Sparatoria

No

Midreshet Ben Gurion, Israele

30

7 Giugno 2016

Mila Mishayiv

33

F

Tel Aviv, Israele

Sparatoria

No

Rishon LeZion, Israele

31

30 Giugno 2016

Hallel Yafa Ariel

13

F

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

Attacco all’arma bianca

No

Colonia di Kiryat Arba, distretto di Hebron

32

1 Luglio 2016

Michael Mark

48

M

Route 60, distretto di Hebron

Sparatoria

No

Colonia di Otniel, distretto di Hebron

Altre vittime di violenze

#

Data dell’attacco

Nome

Età

Sesso

Lugo del decesso/ferite mortali

Causa della morte

Nationalità

Ucciso da

Luogo di residenza

1

18 Ottobre 2015

Haftom Zarhum

29

M

Beersheba, Israele

Ucciso per essere scambiato per un aggressore

Eritreo

Guardia giurata israeliana

Israele

2

19 Novembre 2015

Shadi Zuhdi Ratib Arafa

24

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Sparatoria

Palestinese

Cecchino palestinese

Hebron, distretto di Hebron

3

19 Novembre 2015

Ezra Schwartz

18

M

Colonia di Alon Shvut, distretto di Betlemme

Sparatoria

Americano

Cecchino palestinese

Stati Uniti

4

23 Dicembre 2015

Ofer Ben Ari

46

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Fuoco amico

Israeliano

Polizia di frontiera israeliana

Gerusalemme ovest

5

1 Gennaio 2016

Amin Shaaban

42

M

Tel Aviv, Israele

Sparatoria

Palestinese con cittadinanza israeliana

Palestinese con cittadinanza israeliana

Lyd, Israele

6

23 Gennaio 2016

Muhammad Nabil Halabiya

17

M

Gerusalemme est

Trasportava una bomba artigianale esplosa in anticipo

Palestinese

Si è ucciso da solo

Abu Dis, Gerusalemme est

7

7 Febbraio 2016

Kamil Hassan

32

M

Ashkelon, Israele

Ha attaccato con un’arma bianca un soldato israeliano

Sudanese

Soldato israeliano

Israele

8

24 Febbraio

2016

Eliav Gelman

31

M

Colonia di Gush Etzion, distretto di Betlemme

Fuoco amico

Israeliano

Soldato israeliano

Colonia di Karmi Tzur, distretto di Hebron

9

8 Marzo 2016

Taylor Force

29

M

Jaffa, Israele

Accoltellato

Americano

Aggressore palestinese

Stati Uniti

10

18Aprile 2016

Abd al-Hamid Abu Srour

19

M

Gerusalemme

Attacco dinamitardo, deceduto in seguito alle ferite

Palestinese

Suicida

Campo di rifugiati di Aida, distretto di Betlemme

11

16 Settembre 2016

Said al-Amr

28

M

Città Vecchia, Gerusalemme est

Presunto tentativo di accoltellamento

Giordano

Polizia di frontiera

Giordania

(Traduzione di Amedeo Rossi)




Un anno di rivolta: chi erano i palestinesi uccisi dalle forze israeliane?

Middle East Monitor – 1 ottobre 2016

Ben White

E’ passato un anno da quando è iniziata la rivolta anticoloniale condotta da giovani palestinesi, caratterizzata da proteste e attacchi contro le forze israeliane ed i coloni nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), insieme alla brutale violenza ed alle misure punitive delle autorità israeliane.

La cronologia non è definita; verso il primo ottobre 2015 la violenza dei palestinesi contro l’occupazione è andata gradualmente aumentando, con alti e bassi, per un anno. Qualcuno l’ha definita l'”Intifada di Gerusalemme”. Altri l’hanno descritta come “meno di un’Intifada e più di una esplosione di protesta popolare.”

Secondo un articolo di Quds News Network pubblicato questa settimana, 246 palestinesi sono stati uccisi durante lo scorso anno, e altri 18.500 sono stati feriti. Altre fonti parlano di 230 vittime (l’agenzia “Ma’an News”) o “più di 225” (Amnesty International).

La maggior parte dei palestinesi è stata uccisa mentre stava compiendo attacchi, o presunti attacchi; in luglio, per esempio, la Mezzaluna rossa palestinese ha affermato che 139 degli allora 218 morti in totale erano assalitori o presunti tali (poco meno dei 2/3).

Tuttavia, come l’Associated Press [agenzia di stampa USA. Ndtr.] ha affermato all’inizio di questo mese: “I palestinesi hanno spesso accusato gli israeliani di utilizzo eccessivo della forza contro aggressori e detto in molti casi che i supposti assalitori non lo erano neppure.” Questa fondamentale informazione è, purtroppo, raramente presente in molti articoli delle agenzie di notizie.

Sicuramente un certo numero di palestinesi – in genere giovani adulti – ha condotto attacchi durante lo scorso anno, la maggior parte dei quali ha preso di mira le forze militari israeliane di occupazione o coloni nei TPO. Alcuni di questi aggressori sono stati uccisi quando non rappresentavano più un pericolo.

Ma le forze israeliane – anche durante incidenti in cui i soldati hanno cambiato per varie volte la loro versione dei fatti – hanno ucciso anche palestinesi falsamente etichettati come aggressori, così come palestinesi a cui hanno sparato in irruzioni per arrestarli o durante la repressione di manifestazioni.

E’ significativo notare che, persino secondo le autorità israeliane, il numero di palestinesi uccisi in un contesto esclusivamente di proteste e incursioni durante lo scorso anno (71) è il doppio del numero totale di israeliani uccisi da palestinesi (33, più due persone straniere).

I palestinesi uccisi dalle forze armate israeliane sono di rado “umanizzati” in Occidente. Nei media, la loro morte merita – al massimo – un paio di righe che includono sempre la versione dei fatti del portavoce dell’esercito israeliano (e spesso solo la sua versione). E poi tutti passano ad altro.

Ecco allora un’istantanea dei costi umani del regime di apartheid israeliano e alcune delle storie di questi palestinesi che hanno perso la vita nell’ anno trascorso.

Abd al-Rahman Obeidallah, 13 anni. Ucciso il 5 ottobre 2015

Obeidallah è stato colpito a morte da un soldato israeliano nel campo di rifugiati di Aida, a nord di Betlemme. Era in piedi e stava osservando gli scontri tra gli abitanti e le forze di occupazione a circa 70 metri di distanza, quando è stato raggiunto da un proiettile letale al petto. Obeidallah era uno di cinque figli, e il suo fratello diciassettenne Mohammed lo ha descritto come il suo “miglior amico”. Secondo sua madre Dalal, il ragazzino aveva “sempre sognato di andare a trovare” una zia di Gerusalemme, ma, ha aggiunto, ” ci viene negato visitare Gerusalemme”. L’esercito israeliano in seguito ha sostenuto che l’uccisione di Obeidallah non era stata “intenzionale”. Un’inchiesta penale sulla sparatoria è stata aperta dall’Avvocatura Generale dell’Esercito Israeliano (AGE) , ma dopo un anno non ci sono notizie di una conclusione.

Shadi Dawla, 24 anni. Ucciso il 9 ottobre 2015.

Shadi è stato ucciso quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro manifestanti palestinesi che lanciavano pietre verso le torri di guardia dell’esercito lungo la recinzione di confine a est di Gaza City. Quel giorno 6 palestinesi sono stati uccisi e 145 feriti, quando soldati israeliani ben protetti hanno falciato manifestanti disarmati con proiettili letali. Shadi lavorava con suo padre come elettricista, e secondo il suo fratello minore stava pensando di sposarsi. “(Shadi) non era solo mio fratello”, ha detto, “era un buon amico. Stavamo sempre insieme. Parlavamo sempre tra di noi e ci chiedevamo consigli a vicenda.” Più di 20 palestinesi, compreso un bambino di 10 anni, sono stati uccisi lo scorso anno dall’esercito israeliano nelle proteste contro la barriera a Gaza. Nessuna inchiesta israeliana è stata aperta su nessuna di queste morti.

Nur Hassan, 26 anni. Uccisa l’11 ottobre 2015.

Nur Hassan,all’epoca incinta di 5 mesi, è stata uccisa insieme alla sua figlia di tre anni Rahaf in un attacco aereo israeliano contro la sua casa nel quartiere di a-Zeitun della Striscia di Gaza. La casa è stata colpita in pieno e completamente distrutta. Il bombardamento, avvenuto in piena notte mentre la famiglia dormiva, è stato descritto dall’esercito israeliano come un attacco contro un “luogo di produzione di armi”. La casa di Hassan si trovava in una zona agricola, circondata da oliveti e frutteti, con cui la famiglia si guadagnava da vivere. In un video ampiamente diffuso, il padre sopravvissuto, Yihya, sorregge il corpo di Rahaf dicendo ripetutamente: “Svegliati, figlia mia.” Anche Mohammed, il secondo figlio, di cinque anni, è sopravvissuto al bombardamento. Non c’è stata nessuna inchiesta israeliana.

Dania Ershied, 17 anni. Uccisa il 25 ottobre 2015.

Ershied è stata uccisa ad un checkpoint davanti alla moschea di Ibrahim di Hebron, in quello che secondo le autorità israeliane era stato un tentativo di accoltellamento da parte di una “terrorista”. Tuttavia resoconti di testimoni oculari riportati da gruppi per i diritti umani lo smentiscono. Durante una seconda indagine, ufficiali della polizia di frontiera avrebbero iniziato a gridarle di far vedere il suo coltello. Secondo Amnesty International, “colpi di avvertimento sono stati sparati ai suoi piedi, spingendola a retrocedere e ad alzare le mani. Ha gridato alla polizia di non avere nessun coltello ed aveva ancora le mani in alto quando la polizia ha di nuovo aperto il fuoco, colpendola sei o sette volte.” Dania era studentessa della Scuola Superiore Femminile Al-Rayyan di Hebron, ed è stata uccisa con la sua uniforme scolastica. Non c’è nessuna inchiesta sulla sua morte.

Ra’ed Jaradat, 22 anni. Ucciso il 26 ottobre 2015.

Jaradat è stato ucciso dopo aver attaccato le forze di occupazione israeliane fuori dal villaggio di Beit Einun, nei pressi di Hebron. Ha accoltellato un soldato prima di essere colpito più volte, anche dopo che era steso a terra immobile. Jaradat era uno studente di contabilità all’università Al-Quds, ed era originario del villaggio di Sair, un altro villaggio della zona di Hebron. Dopo l’uccisione di Dania Ersheid (vedi sopra), Jaradat ha scritto su Facebook: “Immagina se fosse tua sorella!” Suo padre affranto ha detto ai giornalisti: “Noi viviamo bene, mio figlio non aveva bisogno di niente. Ma l’unica cosa che manca nelle vite di questi giovani è la libertà.”

Tharwat al-Sharawi, 72 anni. Uccisa il 6 novembre 2015.

Al-Sharawi è stata uccisa dalle forze di occupazione israeliane mentre si stava avvicinando a un distributore di Hebron. L’esercito israeliano sostiene che questa madre di sei figli aveva tentato un attacco con la macchina. Eppure un video dell’incidente rivela che l’auto stava andando abbastanza piano da permettere ai soldati di spostarsi tranquillamente dalla sua direzione prima di aprire il fuoco sul veicolo mentre stava entrando nello spiazzo della stazione di servizio. Gli spari, continuati ben dopo che aveva superato i soldati, hanno ferito anche un dipendente della stazione di servizio. Il figlio di Al-Sharawi ha detto che la madre stava andando a pranzo a casa di sua sorella. Secondo Amnesty International l’uso di una violenza omicida da parte delle forze israeliane sarebbe stato illegale anche se la signora anziana stesse ponendo in pratica un attacco. Tuttavia la procura generale militare ha deciso di non aprire nessuna indagine penale.

Abdullah Shalaldah, 28 anni. Ucciso il 12 novembre 2015.

Abdullah Shalaldah è stato ucciso in una stanza di ospedale dalle forze di occupazione israeliane mascherate da civili palestinesi (di cui uno su una sedia a rotelle che fingeva di essere incinta). I soldati sono entrati in una stanza del terzo piano dell’ospedale con l’intenzione di arrestare il paziente, Azzam Shalaldah. Appena hanno fatto irruzione nella stanza, hanno sparato per tre volte alla testa ed alla parte superiore del corpo del cugino del paziente, Abdullah. L’esercito israeliano ha sostenuto che aveva aggredito i soldati, ma alcuni testimoni hanno detto che era disarmato ed è stato ucciso mentre usciva dal bagno dove era andato a lavarsi per pregare. A Sair migliaia di persone hanno partecipato al funerale di Shalaldah. Non c’è nessuna inchiesta israeliana sulla sua morte.

Lafi Awad, 22 anni. Ucciso il 13 novembre 2015.

Awad è stato ucciso durante una manifestazione presso il “Muro di separazione” a Budrud. Dopo le preghiere del venerdì, gli abitanti hanno marciato verso il “Muro”, costruito sulla terra del villaggio, dove le forze israeliane li stavano aspettando. Dopo qualche ora di scontri, un gruppo più ridotto di giovani si è avvicinato al “Muro”, solo per essere preso in un imboscata dai soldati. Awad è stato agguantato e aggredito, ma ha cercato di liberarsi. Quando si è messo a scappare, un soldato israeliano gli ha sparato alle spalle. Altri soldati israeliani hanno impedito di portarlo al più presto in ospedale. L’esercito israeliano ha sostenuto che un “rivoltoso” aveva cercato di impadronirsi dell’arma di un soldato. Lafi era uno di otto figli. Nel 2013 era stato arrestato e detenuto per 17 mesi per aver aiutato a distruggere una videocamera di sorveglianza dell’odiato “Muro”. Nessuna indagine penale è stata aperta sulla sua uccisione.

Mohammed Abu Khalaf, 20 anni. Ucciso il 19 febbraio 2016

Abu Khalaf, di Kafr Aqab, nella Gerusalemme est occupata, è stato colpito ed ucciso dalle forze israeliane fuori dalla Porta di Damasco, dopo aver accoltellato e ferito due poliziotti di frontiera. In una ripresa video girata da una troupe di Al Jazeera che si trovava per caso sul posto, le forze israeliane hanno sparato a lungo su Abu Khalaf anche dopo che era steso al suolo immobile. Le autorità israeliane hanno trattenuto il corpo di Mohammed per 200 giorni, restituendolo alla famiglia per il funerale solo il 6 settembre 2016. “Oggi la sofferenza per una ferita inguaribile è stata riaperta quando abbiamo ricevuto il suo corpo e lo abbiamo sepolto,” ha detto ai giornalisti sua madre Rula. Le autorità israeliane hanno in seguito deciso che nessuna imputazione sarebbe stata presentata contro i poliziotti coinvolti.

Anwar Al-Salaymeh, 22 anni. Ucciso il 13 luglio 2016.

Al-Salaymeh è stato colpito a morte dalle forze di occupazione israeliane mentre stava viaggiando con i suoi amici a a-Ram, in Cisgiordania. L’esercito israeliano ha affermato che i soldati hanno solo aperto il fuoco per impedire un tentativo di investimento con l’auto. I passeggeri sopravvissuti, tuttavia, hanno affermato che si stavano dirigendo verso una panetteria e non sapevano della presenza di forze israeliane nella zona, una versione dei fatti confermata da prove raccolte dall’associazione per i diritti umani B’Tselem. Al-Salaymeh, che si era sposato tre mesi prima della morte, stava andando a prendere dei biscotti per la moglie incinta quando è stato ucciso. Secondo suo padre, Al-Salaymeh “era stato di grande aiuto per la famiglia – e per questo aveva lasciato la scuola superiore e si era messo a lavorare.” Non c’è stata nessuna indagine sulla sua morte.

Muhyee al-Din Tabakhi, 10 anni. Ucciso il 19 luglio 2016.

Tabakhi è stato colpito da una cosiddetta granata “spugna nera” [proiettili ricoperti di materiale spugnoso nero, usati contro le manifestazioni e considerati non letali. Ndtr.], sparata da membri della polizia di frontiera a a-Ram, nella Gerusalemme est occupata. E’ morto poco dopo in ospedale. Scontri tra i giovani del luogo e le forze israeliane nella zona sono frequenti a causa di lavori in corso sul “Muro di separazione”. Poco prima che Tabakhi venisse colpito, alcuni giovani avevano lanciato pietre contro una jeep della polizia di frontiera, inducendo un poliziotto a scendere dal veicolo e a inseguirli. Il bambino di 10 anni è stato colpito al petto da una distanza di circa 30 metri. Anche un adulto che era intervenuto in soccorso è stato colpito ad una mano. Un portavoce della polizia israeliana ha semplicemente notato che non era stato usato nessun “proiettile letale”.

Muhammad Abu Hashhash, 19 anni. Ucciso il 16 agosto 2016.

Abu Hashhash è stato ucciso dalle forze di occupazione israeliane durante una brutale incursione durata un giorno nel campo di rifugiati di al- Fawwar, nei pressi di Hebron. E’ stato colpito alla schiena nel momento in cui stava uscendo dalla porta di casa da un cecchino israeliano nascosto in una casa palestinese a circa 30-40 metri di distanza. I soldati israeliani avevano fatto un piccolo buco nel muro della casa, attraverso il quale il ragazzo è stato ucciso. Abu Hashhash era un appassionato giocatore di pallone in un campo di circa 9.500 abitanti. Durante quella stessa incursione, le forze israeliane hanno ferito almeno 52 altri abitanti. anche con munizioni letali. Nel momento in cui sto scrivendo, non ci sono notizie di un’inchiesta dell’esercito israeliano sulla sua morte.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 6 – 19 settembre 2016

Nell’arco di quattro giorni (16-19 settembre), sono state registrate sette aggressioni e presunte aggressioni da parte di palestinesi contro israeliani: è il numero più alto a partire dalla precedente escalation di violenza registrata nell’ultimo trimestre del 2015. Sei dei presunti aggressori, tra cui un ragazzo di 17 anni ed un cittadino giordano, sono stati uccisi sul posto;

altri tre sono stati feriti ed arrestati. Cinque soldati ed agenti di polizia e tre coloni israeliani sono stati feriti. Uno degli episodi, verificatosi all’ingresso dell’insediamento colonico di Kir-yat Arba’ (Hebron), è consistito in un sospetto speronamento con auto; negli altri sei casi si è trattato di accoltellamenti, o presunti tentativi di accoltellamento: tre nella Città Vecchia di Hebron, due nella Città Vecchia di Gerusalemme e uno all’ingresso dell’insediamento colonico di Efrata (Betlemme). Da quanto riferito, nessuno dei presunti responsabili risulta affiliato a qualche gruppo armato; tutti avrebbero agito autonomamente.

Due palestinesi sono stati uccisi con armi da fuoco durante scontri con le forze israeliane: il primo nel villaggio di Beit Ula (Hebron), a seguito di una operazione di ricerca-arresto, ed il secondo nei pressi della recinzione che circonda la Striscia di Gaza, nel corso di un episodio di lancio di pietre. La vittima di questo secondo caso è un ragazzo di 16 anni che, secondo le indagini svolte da diverse organizzazioni per i diritti umani, è stato colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno sparato dai soldati israeliani. Sale così a 16, dall’inizio dell’anno, il numero di civili palestinesi uccisi dalle forze israeliane durante scontri e proteste.

Complessivamente, durante il periodo di riferimento di due settimane, nel contesto di molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 98 palestinesi, tra cui 37 minori. Oltre tre quarti di queste lesioni sono dovute ad inalazione di gas richiedente un trattamento medico; la maggior parte dei restanti ferimenti sono da attribuire a proiettili di gomma o ad armi da fuoco. Più della metà dei feriti sono stati registrati durante scontri avvenuti nelle città di Abu Dis e di Al ‘Eizariya (nel governatorato di Gerusalemme), a seguito di lancio di pietre da parte di giovani palestinesi contro le forze israeliane; altri cinque ferimenti si sono verificati durante scontri nei pressi della recinzione che circonda la Striscia di Gaza.

Sempre nella Striscia di Gaza, durante le due settimane di riferimento, in almeno 29 casi le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi presenti nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, costringendoli ad allontanarsi, ma senza provocare vittime. In altri due casi, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno spianato il terreno ed effettuato scavi in prossimità della recinzione perimetrale.

In solidarietà con i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e in sciopero della fame per protestare contro la detenzione amministrativa cui sono sottoposti, si sono svolte otto manifestazioni, concluse tutte senza scontri. Il Coordinatore delle Nazioni Unite per l’Assistenza Umanitaria e l’Aiuto allo Sviluppo ha sollecitato Israele a formalizzare le eventuali accuse o a rilasciare senza indugio tutti i detenuti amministrativi. Una ulteriore manifestazione si è tenuta per protestare contro la detenzione di sei palestinesi da parte delle Forze di Sicurezza Palestinesi.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 137 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 183 palestinesi. Il numero più alto di arresti (56) si è avuto nel governatorato di Gerusalemme. Altri tre palestinesi sono stati arrestati nelle vicinanze di tre posti di blocco, secondo quanto riferito perché trovati in possesso di coltello.

Le autorità israeliane hanno restituito alle famiglie i corpi di due palestinesi sospettati di aver compiuto aggressioni contro israeliani; uno dei corpi è stato trattenuto per più di otto mesi. Attualmente, sono ancora trattenuti dalle autorità israeliane i corpi di altri dieci presunti aggressori palestinesi; alcuni da sette mesi.

Il 15 settembre, nella Città Vecchia di Gerusalemme, la polizia israeliana ha sfrattato a forza, dall’appartamento tenuto in affitto fin dagli anni 30, una famiglia palestinese di otto persone; l’alloggio è stato consegnato ad un’organizzazione di coloni israeliani che, secondo quanto riferito, l’aveva acquistato. Il provvedimento è conseguente a prolungati procedimenti legali presso i tribunali israeliani dove la famiglia, sostenendo di essere “affittuari protetti” [categoria di inquilini non sfrattabili], si è opposta, senza successo, allo sfratto. L’appartamento in questione è parte di un più ampio complesso residenziale composto da nove appartamenti; nel luglio 2010, coloni israeliani erano entrati in possesso di otto di essi, causando lo sfollamento di sette famiglie palestinesi appartenenti alla stessa famiglia allargata.

In Area C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito 15 strutture di proprietà palestinese, sfollando 23 persone, tra cui 12 minori, e coinvolgendone, in modi diversi, altre 47. Due di queste strutture erano abitazioni di Gerusalemme Est, demolite dai proprietari dopo aver ricevuto ordini di demolizione: l’autodemolizione evita l’addebito dei relativi costi da parte delle autorità israeliane. Altre cinque strutture, situate nel villaggio di Al Aqaba, nel nord della Valle del Giordano, erano ripari di emergenza finanziati da donatori e forniti a seguito di precedenti demolizioni. Quest’ultima comunità è stata anche esposta a proiettili vaganti dovuti ad una lunga esercitazione a fuoco effettuata dai militari israeliani il 12 ed il 13 di settembre in vicinanza dell’area di residenza della comunità; non sono stati segnalati feriti.

In diverse aree della Cisgiordania, secondo i media israeliani, sei episodi di lancio di pietre, da parte di palestinesi contro veicoli israeliani, hanno provocato il ferimento di quattro israeliani, tra cui due donne, e danni a quattro veicoli.

Nei villaggi di Burin (Nablus) e Jinsafut (Qalqiliya), secondo quanto riferito, almeno 45 ulivi sono stati incendiati da coloni israeliani. Sempre in Burin, coloni israeliani accompagnati da forze israeliane, hanno spianato con bulldozer un appezzamento di terreno incolto di proprietà palestinese.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto per tre giorni: due giorni in entrambe le direzioni (6-7 settembre) ed un giorno (18 settembre) solo per consentire il ritorno a Gaza dei pellegrini. Complessivamente, sono entrate in Gaza 916 persone e 1.175 ne sono uscite. Secondo le autorità palestinesi di Gaza circa 27.000 persone sono registrate ed in attesa di attraversare. Dall’inizio del 2016 il valico è stato parzialmente aperto per soli 23 giorni.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 20 settembre, all’ingresso del villaggio di Bani Na’im (Hebron), le forze israeliane hanno ucciso un 16enne palestinese, presumibilmente dopo un suo tentativo di accoltellamento di un soldato; non sono stati segnalati feriti israeliani.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli




La “S” in BDS: L’insegnamento della Campagna della Elbit Systems (Parte I)

Da: Al-Shabaka

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro la cui missione è di educare e stimolare il dibattito pubblico sui diritti umani palestinesi e sull’autodeterminazione nel quadro del diritto internazionale.

In questo documento programmatico di Al-Shabaka, Maren Mantovani e Jamal Juma analizzano alcune delle congiunture che il complesso militare industriale di Israele si trova ad dover affrontare, con un focus particolare sulla campagna contro la Elbit Systems.

6 settembre 2016

Il rapporto esamina i momenti difficili che attendono il settore, il mito della superiorità tecnologica israeliana, i cambiamenti locali e globali del settore, e le alleanze emergenti al fine di ribaltare (il processo di, n.d.t.) militarizzazione e la cartolarizzazione delle aziende. Sulla base di questa analisi, essi traggono insegnamenti importanti e identificano, per il movimento globale per la solidarietà palestinese, gli indirizzi da perseguire.

Le più grandi aziende militari di Israele l’anno scorso hanno lanciato il segnale d’allarme per un calo dei contratti internazionali, citando tra i motivi i budget ridotti, una maggiore concorrenza e una minore richiesta dei prodotti israeliani. Si tratta di un indicatore del fatto che l’industria delle armi israeliana potrebbe non essere così imbattibile come sembra? Che cosa ha indotto il crollo del commercio di armi con le aziende israeliane? Qual è stato il ruolo del movimento a guida palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che ha chiesto le sanzioni militari come parte della sua campagna per promuovere i diritti umani?

Un settore “imbattibile” si confronta con momenti difficili.

Per anni, i palestinesi e i loro sostenitori – personaggi mondiali come Desmond Tutu, Adolfo Peres Esquivel, Naomi Klein e Noam Chomsky – hanno chiesto un embargo militare immediato e globale contro Israele sostenendo la sua responsabilità nelle violazioni dei diritti umani dei palestinesi. Decine di migliaia di persone hanno firmato petizioni e gli attivisti hanno manifestato contro le aziende legate al settore militare israeliano. Negli ultimi dieci anni, gli attivisti hanno condotto una campagna contro la Elbit Systems, una delle più grandi compagnie militari di Israele. Lo sforzo va da pressioni a livello governativo ad attività di blocco delle filiali della Elbit in paesi come l’Australia, il Regno Unito (UK), e il Brasile.

Una dozzina di istituti finanziari, tra cui quasi tutti i principali fondi pensione scandinavi, non stanno più investendo nella Elbit Systems. Inoltre, e in particolare a seguito di importanti attacchi israeliani, alcuni governi europei hanno adottato misure restrittive, inclusi il congelamento temporaneo del commercio di armi e il rifiuto di licenze di esportazione di armi. Ad esempio, il Regno Unito ha revocato cinque licenze di esportazione di armi dopo il massacro di Gaza del 2009-10, la Spagna ha congelato la vendita di armi dopo il massacro di Gaza del 2014, e durante il periodo del suo governo di centro-sinistra (2005-13), la Norvegia ha rifiutato costantemente le licenze di esportazione di armi a Israele e ha anche impedito che un costruttore tedesco sperimentasse nelle sue acque sommergibili di appartenenza israeliana. Il Sud Africa ha di fatto cessato le sue relazioni militari con Israele.

Eppure, fino a poco tempo sembrava che queste azioni mantenessero un impatto simbolico: L’industria militare israeliana appariva imbattibile, come le armi che produceva. La situazione è cambiata nel mese di ottobre dello scorso anno, quando le più grandi aziende militari di Israele hanno chiesto un incontro con il governo per discutere su come affrontare la riduzione delle esportazioni militari, che si prospettavano, al momento, in calo dai 7,5 miliardi di dollari del 2012 ai circa 4,5 miliardi di dollari nel 2015. Le aziende sottolineavano che il margine di profitto dell’industria della difesa di Israele è di circa il 4,5 per cento – 5,5 per cento, contro l’8 per cento – 9 per cento del settore della difesa in ambito mondiale. Esse adducevano come motivi “budget ridotti, maggiore concorrenza, minore richiesta di prodotti israeliani, e la crescita delle richieste di trasferimento di know-how e di lavoro all’estero.

La spesa militare globale è rimasta pressoché invariata negli ultimi anni e in effetti è aumentata dell’1 per cento nel 2015. Ci si aspetta  che le entrate da uno dei prodotti di esportazione militari chiave di Israele – i droni – dovrebbe quasi raddoppiare da 6,4 miliardi a 11,5 miliardi di dollari tra il 2014 e il 2024. Mentre le ragioni citate dall’industria militare israeliana sembrano rappresentare una descrizione accurata delle tendenze nel settore del commercio militare mondiale, il calo delle esportazioni israeliane non può essere spiegato semplicemente a causa di una mancanza di domanda per gli armamenti.

È vero, l’industria militare israeliana è riuscita a garantire le esportazioni per oltre 5 miliardi di dollari nel 2015 – una lieve ripresa rispetto all’anno precedente – e gli sviluppi politici a livello mondiale possono essere di buon auspicio per il settore nel prossimo futuro. Ma il complesso militare industriale si trova ad affrontare cambiamenti nelle dinamiche del suo commercio e della propaganda. L’erosione del marchio “Made in Israel”, anche nei settori della difesa e della sicurezza, alla quale hanno contribuito gli sforzi del movimento BDS 2014, è un terreno fertile in cui i sostenitori dei diritti umani possono ottenere un cambiamento.

Interrogato di recente circa l’impatto del BDS sulle operazioni della Elbit Systems, l’amministratore delegato Bezhalel Machlis ha ammesso: “Non sto dicendo che non sia una minaccia, ma penso che complessivamente siamo in grado di gestire la cosa.” Gli attivisti per i diritti umani stanno ora affrontando la sfida di incrementare la capacità del movimento BDS in modo che incida sull’economia di guerra israeliana in misura tale che possa passare dall’essere una minaccia al diventare un cambiamento definitivo.

In che modo la Elbit Systems e la campagna Brand Israel stanno perdendo terreno.

(Dopo, n.d.t.) quasi un decennio di campagna per fermare  investimenti, contratti e altre forme di cooperazione con la Elbit Systems, alcuni insegnamenti possono essere tratti circa il mix di dinamiche di mercato, strutture di governo, e l’attivismo, che contribuisce al cambiamento. Questa sezione si concentra sulle più recenti perdite subite dalla Elbit in Francia e in Brasile: due governi che hanno avuto visioni quasi opposte sulla Palestina e la legittimità del movimento BDS.

La decisione contraria della Francia all’offerta della Elbit nella sua ultima gara sui droni, all’inizio del 2016, è stata una cattiva, inaspettata, notizia per l’azienda. Il drone Watchkeeper, ora scartato, deriva dal drone Elbit Hermes 450, che venne utilizzato nei massacri contro Gaza. Il Watchkeeper era in costruzione nel Regno Unito da una joint venture tra Elbit e una società del Regno Unito. Un intensa campagna della società civile in Francia ha chiesto l’esclusione del Watchkeeper dalla gara per motivi di coinvolgimento della Elbit in crimini di guerra israeliani, mentre nel Regno Unito gli attivisti hanno protestato nei confronti del sito di produzione del Watchkeeper.

La società francese Segem, che alla fine ha vinto l’appalto, ha minimizzato il fatto che i suoi droni includono anche la tecnologia Elbit. Invece, ha celebrato la sua tecnologia e produzione “nazionale”. Solo pochi anni fa, il tag “Made in Israel” sarebbe stato valutato come un plus per un drone. Oggi, la crescente tendenza a garantire la crescita delle industrie militari nazionali e un optimum di trasferimenti di tecnologie ha rappresentato un elemento centrale, erodendo il fascino della tecnologia militare israeliana in tutto il mondo. Questo inoltre, in ultima analisi, contribuisce ad uno degli obiettivi dei difensori dei diritti umani palestinesi – la riduzione dei profitti che Israele ricava dalla sua macchina da guerra – e rafforza il sostegno per l’acquisizione dei risultati.

Non è chiaro fino a che punto la pressione del movimento di solidarietà con la Palestina abbia influenzato la decisione del governo francese, che ha sviluppato leggi contro il BDS ancora più draconiane di quelle in Israele. Tuttavia, nel mese di aprile Israele ha riferito che nel 2015 il governo francese ha respinto un altro affare, in questo caso riguardo la tecnologia di sorveglianza. Fox News ha citato un “esperto israeliano dell’antiterrorismo molto titolato:” “Alle autorità francesi è piaciuto, ma il funzionario è tornato e ha riferito che esistevano istruzioni dall’alto di non comprare la tecnologia israeliana” Se il rapporto non è una propaganda rivolta a spingere avanti altri contratti, indica una riluttanza inaspettata all’interno degli ambienti governativi francesi a stipulare accordi con Israele.

In Brasile, la filiale locale della Elbit, AEL Sistemas, ha visto la fine di un decennio, durante il quale i suoi ricavi sono cresciuti in modo esponenziale, con una quota in ogni grande progetto di difesa brasiliana. Il paese è stato uno dei maggiori importatori di armi israeliane, quinto tra il 2009 e il 2014 e uno dei clienti più importanti per i droni  Elbit. Tuttavia, nel dicembre 2014, la società ha perso il suo primo progetto strategico: il governo di Rio Grande do Sul, nel sud del Brasile, ha annullato un memorandum d’intesa con AEL Sistemas per lo sviluppo di un parco tecnologico per la costruzione di satelliti militari. L’accordo è stato contrastato da una intensa campagna della società civile per un embargo militare. Questa campagna era fondata sulla solidarietà con il popolo palestinese e sulla necessità di porre fine all’impunità di Israele, ma è andata anche oltre. Ha ‘smascherato il tentativo di AEL Sistemas’ di passare come una società brasiliana e ha rivelato che era una filiale israeliana, sottolineando il fatto che le imposte brasiliane sarebbero state incanalate verso Israele. Inoltre, ha dimostrato che il trasferimento di tecnologia, in effetti, sarebbe passato dalle università brasiliane ad una società israeliana. In definitiva, il governo ha addotto vincoli di bilancio e il suo impegno alla cooperazione con la comunità e palestinese e ai movimenti come ragioni per porre fine al progetto. Questa è stata una chiara vittoria per il movimento BDS.

Nel mese di gennaio del 2016, la Elbit Systems ha dovuto abbandonare il suo progetto di ricerca e sviluppo del drone (R & S) in Brasile, che aveva lanciato nel 2011 in pompa magna. Il Ministero della Difesa, guidato da un membro del partito comunista filo-palestinese del Brasile, fino al colpo di stato contro il governo del maggio di quest’anno, ha rifiutato i fondi per la sua attuazione. La reticenza del ministero è stata senza dubbio influenzata dalla presa di posizione politica del governo brasiliano. Un alto funzionario della difesa brasiliano ha scatenato una discussione sui media, quando ha avvertito che la spaccatura diplomatica provocata dal rifiuto del Brasile di accettare un leader dei coloni come ambasciatore di Israele avrebbe potuto ritardare l’esecuzione dei contratti militari tra i due paesi. Questa preoccupazione è stata ripresa da altre figure come l’ex-ministro della Difesa, Celso Amorim, il quale sosteneva che ora è il “tempo di diversificare i nostri fornitori” e ridurre la dipendenza eccessiva dalla tecnologia israeliana.

Vale la pena notare che le organizzazioni palestinesi come Stop the Wall e il movimento di solidarietà con la Palestina avevano fornito la prova del fatto che il software, il monitoraggio e la tecnologia di sorveglianza israeliana erano a quel tempo parte integrante di quasi tutti i progetti di sviluppo industriale strategici del Ministero della Difesa brasiliana.

La tecnologia avionica nella maggior parte dei velivoli, l’arsenale dei droni in Brasile, la tecnologia di sorveglianza nei sistemi di controllo delle frontiere, la tecnologia dei carro armati del Brasile, e il sistema di comunicazione delle forze di mare brasiliane sono tutti forniti sia dalla Elbit Systems o da Israel Aerospace Industries  che dalle loro filiali. Ciò si traduce in modo efficace in una perdita di sovranità nazionale e indipendenza, i principi fondamentali sui quali sono impegnate le strutture della difesa. Un rapporto del 2015 da The Marker, il più importante quotidiano economico di Israele, ha giustamente sottolineato che “ragioni politiche” hanno portato a un congelamento de facto delle transazioni militari con il Brasile – uno sviluppo che è particolarmente doloroso per la Elbit Systems.

Senza dubbio, i tempi duri che la Elbit Systems ha dovuto affrontare in Brasile sono in gran parte causa dell’inasprirsi delle relazioni tra Brasile e Israele durante gli ultimi anni del governo guidato dal Partito dei Lavoratori, che ha governato il paese dal 2003 al maggio 2016. Questo a sua volta è in parte il risultato della crescente influenza del movimento BDS nel paese e l’accettazione delle sue argomentazioni nell’ambito di settori del Partito dei Lavoratori. Le campagne di sensibilizzazione che cercano di smantellare

il “Brand Israel” sottolineano che le armi israeliane sono “testate sul terreno” contro i palestinesi e avvertono il pubblico del fatto che i soldi delle tasse vengono spesi per sostenere le imprese militari israeliane. Queste strategie sono penetrate fin dentro l’organizzazione della difesa. Tuttavia, sarà ora necessario per i sostenitori per i diritti umani dei palestinesi identificare nuove strategie, dato il colpo di stato contro il Governo eletto.

Il fallimento del Watchkeeper nel vincere la gara coi droni francesi dimostra che anche in contesti del tutto ostili alle richieste di un embargo militare, l’incantesimo della tecnologia militare israeliana può sbiadire e altri interessi possono prevalere. E’ fondamentale capire che cosa, in un governo apparentemente antagonista ad atteggiamenti pro-Palestina, sta creando spaccature tra i settori militari israeliano e francese e come capitalizzare su questo nel migliore dei modi. Una nuova proposta per un ulteriore contratto su droni, in cui la Elbit Systems è di nuovo tra gli offerenti, rende questo sforzo urgente.

Ciò che queste occasioni di studio dimostrano è che investire tempo ed energia nella comprensione  delle dinamiche nei settori della sicurezza e della difesa della patria è fondamentale per lo sviluppo efficace dell’attivismo del BDS. In questa fase, dato che i vantaggi di una cooperazione militare con Israele diventano sempre più discutibili, gli attivisti  per la Palestina  possono usare questa conoscenza acquisita per fornire, o trovare, alleati che possono offrire argomenti che soddisfano gli interessi dei decisori nazionali. Il risultato netto potrebbe essere la riduzione del mercato dell’industria militare israeliana.

Fonte:  Ma’an News Agency

Traduzione di Aldo Lotta per BDS Italia




I social media e la terza intifada: la scomoda verità

Maanews 15 aprile 2016

di Albana Dwonch

Albana Dwonch è una candidata al dottorato di ricerca presso l’Università di Washington, attualmente ricercatrice a Gerusalemme.

Sei mesi dopo il suo inizio, sono state poste più domande che fornite risposte relativamente alla violenta rivolta dei giovani nei territori palestinesi occupati.

E’o non è una terza intifada?” è stata la questione più dibattuta da molti media ed analisi. La seconda, “I social media vi hanno contribuito?”, ha provocato un analogo disorientamento sul loro ruolo nell’ultima rivolta dei giovani.

La confusione è stata soprattutto evidente nella difficoltà dei media nel definire questi nuovi soggetti senza leadership e le loro inconsuete modalità di mobilitazione. I giornalisti hanno dovuto modificare la propria terminologia e creare nuove espressioni, come “lupo solitario” e “ istigatore informatico”.

Anche questi termini erano comunque problematici. “Lupi solitari” – gli utilizzatori degli strumenti più arcaici della strada – erano difficili da distinguersi dagli “istigatori informatici” – utilizzatori delle tecnologie dei social, che producevano, postavano e diffondevano video di eventi attraverso le loro reti.

Nonostante la difficoltà di definire e spiegare questi nuovi soggetti ed i loro metodi organizzativi decentrati, la conclusione finale è che i social media sono stati un vettore per la diffusione della violenza e per la radicalizzazione della gioventù palestinese negli ultimi sei mesi.

Comunque questa conclusione non tiene conto di uno sviluppo più profondo e persistente. Al di là del ruolo specifico dei social media in questa rivolta giovanile, le più vaste implicazioni del drastico cambiamento dell’ambito sociale e mediatico stanno incominciando a modificare i sistemi politici palestinese ed israeliano e le loro basi di potere interne ed internazionali.

L’uso dei social media ha evidenziato che, mentre l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese, ndt.) ed Israele possono ancora essere in grado di contenere i disordini, di certo l’ANP non può controllare il coinvolgimento dei giovani in essi, né può Israele fermarlo definitivamente.

Perché sono arrabbiati ma senza guida?

Il grado di influenza dei social media sulla dinamica delle violenze in questa rivolta dei giovani è strettamente correlato alla più vasta implicazione del palesamento della crisi di legittimità delle strutture politiche palestinesi.

La scelta dei giovani di non avere leadership e di mobilitarsi in modo decentrato rivela un profondo distacco e perdita di fiducia nei loro partiti e leaders.

L’accusa che la diffusione virale di video violenti attraverso i social media ha amplificato la rabbia ed incitato ad ulteriore violenza è stata ora superata da un altro involontario effetto mediatico di quest’ultimo ciclo di violenza.

Il video del 24 marzo prodotto da un attivista dei diritti dei cittadini ad Hebron ha rivelato il sottile confine tra “istigare” e “mostrare” la violenza.

L’immagine di un soldato israeliano che uccide un palestinese già ferito steso a terra ha rivelato al vasto pubblico il lato meno conosciuto della stessa brutta storia: l’eccessivo uso da parte di Israele della violenza di stato nei territori palestinesi occupati.

Analogamente al sottile confine tra “lupo solitario” e “istigatore informatico”, i video che mostrano “gli attacchi palestinesi col coltello” vengono ora affiancati ai video che mostrano le esecuzioni extragiudiziali israeliane.

L’esposizione della violenza di stato come involontario effetto di attrazione di “lupi solitari” ha portato ad un altro problema: la maggiore sorveglianza e censura per individuare gli “istigatori informatici”.

Israele, con la sua potente infrastruttura informatica e tassi di diffusione di internet tra i più alti al mondo, da ottobre 2015 ha aumentato il controllo su internet ed ha arrestato centinaia di giovani palestinesi per “istigazione online” sulle loro pagine Facebook.

Inoltre il governo israeliano ha chiuso organi di stampa palestinesi in Cisgiordania e determinate Ong israeliane che pubblicizzano video e materiali per la difesa dei diritti umani dei palestinesi sono attualmente sotto indagine dello stato, che le considera sospette di essere agenti stranieri.

Gli apparati di potere reagiscono

La cooptazione di soggetti non statali, un’accresciuta sorveglianza e l’uso eccessivo della forza militare sono la consueta risposta dello stato a queste proteste dei giovani.

Di fatto, con la sua reazione a questi disordini, il governo israeliano agisce in modo perfettamente simile a quello con cui l’Autorità Palestinese in Cisgiordania e Hamas a Gaza hanno represso e poi schiacciato il movimento giovanile non violento del 15 marzo 2011.

Ispirato alle immagini indimenticabili della primavera araba, il movimento del 15 marzo era iniziato su Facebook sottoforma di un infiammato manifesto, che ha innescato una risposta emotiva in una vasta area di giovani che condividevano le stesse frustrazioni ed hanno occupato le piazze in Cisgiordania e a Gaza.

Queste proteste si rivolgevano contro la divisione tra le fazioni palestinesi ed altre strutture di potere. Poco dopo, le autorità palestinesi hanno significativamente aumentato il controllo su internet, hanno chiuso o cooptato le Ong locali, hanno sciolto i gruppi giovanili online ed hanno incarcerato e minacciato i giovani leaders carismatici.

Quindi, mentre la caccia da parte di Israele ai lupi solitari e agli istigatori informatici è lungi dall’essere finita, si sta sviluppando qualcosa di molto più importante: se da un lato la risposta dello stato alle proteste dei giovani sta diventando relativamente facile da prevedere, dall’altro lato la prossima ondata di protesta giovanile e ciò che comporterà è estremamente imprevedibile.

Abbiamo assistito almeno due volte in questo decennio a proteste diffuse attraverso i social media che hanno cercato di colpire le strutture di potere palestinesi ed israeliane. Entrambe sono state accese da un sentimento di rabbia largamente condiviso ed entrambe hanno sorpreso il sistema al potere. Entrambe sono state momentaneamente arginate.

Però, individuando i social media come la causa del fallimento di questo tipo di mobilitazioni o del loro divenire violente, si svia l’attenzione dal comprendere l’evolversi delle condizioni che permettono la trasformazione del sentimento emotivo di speranza o disperazione nel prossimo movimento per il cambiamento contro i poteri in carica.

Questa comprensione potrebbe drasticamente modificare i rapporti di potere nel conflitto israelo-palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

( Traduzione di Cristiana Cavagna)




La disgregazione politica, la cultura e l’identità nazionale palestinese

16 marzo 2016

Al-Shabaka

di Jamil Hilal

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente no-profit il cui obiettivo è di stimolare e far progredire il dibattito pubblico sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

Il commentatore politico di Al-Shabaka Jamil Hilal è un sociologo indipendente e scrittore palestinese ed ha pubblicato molti libri e numerosi articoli sulla società palestinese, il conflitto arabo-israeliano e sui problemi del Medio Oriente.

Il campo politico palestinese, dominato dall’Organizzazione della Liberazione della Palestina (OLP) fin dalla fine degli anni ’60, è stato disintegrato da quando in base agli accordi di Oslo è stata fondata l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Qual è stato l’impatto della supremazia dell’OLP e quali sono state le ripercussioni della sua disgregazione per la classe politica palestinese? E fino a che punto la disgregazione del campo politico ha colpito quello culturale e il suo contributo all’identità nazionale palestinese? Queste sono le questioni affrontate in questo articolo.

Il predominio dell’OLP nel contesto politico palestinese è iniziato nel 1968 dopo la battaglia di Al-Karameh [città giordana in cui avvenne uno scontro tra l’esercito israeliano, quello giordano e i guerriglieri palestinesi e fu considerato una sconfitta per gli israeliani. Ndtr.], che le ha permesso di istituire un relazione centralizzata con le comunità palestinesi nella Palestina storica, in Giordania, in Siria, in Libano, nel Golfo, in Europa e nelle Americhe. Queste comunità hanno sostanzialmente accettato l’OLP come proprio unico rappresentante legittimo, nonostante le influenze esterne su di essa, compresa la sua pesante dipendenza da aiuti esterni, gli alti e bassi dei suoi rapporti con il Paese di residenza e le sue relazioni regionali ed internazionali. In conseguenza di ciò, le condizioni e caratteristiche specifiche di ogni comunità sono state ignorate, così come le prerogative nazionali, sociali e organizzative.

Dalla sua posizione dominante, l’OLP è stata anche in grado di consolidare le pratiche delle elite politiche comuni al mondo arabo e a livello internazionale, ma che non avrebbero dovuto mettere radici all’interno del popolo palestinese a causa della sua dispersione territoriale e della lotta per la liberazione. Il fatto che l’OLP sia emersa ed abbia funzionato in un contesto regionale ed internazionale ostile alla democrazia sia in teoria che in pratica ha contribuito a questo sviluppo. La regione araba è stata dominata da regimi con un’ideologia totalitaria e nazionalistica, così come da monarchie ed emirati teocratici autoritari; la democrazia era vista come un concetto occidentale estraneo e colonialista. Allo stesso tempo, l’OLP e le sue fazioni hanno formato alleanze con i paesi socialisti e del Terzo Mondo, pochi dei quali godevano della democrazia politica. La natura parassitaria delle istituzioni e delle fazioni dell’OLP e la dipendenza dall’aiuto e dal sostegno di Paesi arabi e socialisti non democratici ha rafforzato un approccio elitario e non-democratico alla politica.

Un terzo aspetto dell’egemonia dell’OLP è stato che le sue fazioni sono state sottoposte a una militarizzazione formale fin dall’inizio, in parte a causa dei conflitti armati dell’OLP con regimi arabi ostili e in parte per il fatto di essere costantemente attaccate da Israele. Questa militarizzazione formale, opposta alle tattiche belliche della guerriglia, ha aiutato a giustificare la relazione estremamente centralizzata tra la dirigenza politica e i suoi sostenitori.

Tra gli anni ’70 e i ’90 le fazioni e le istituzioni dell’OLP hanno sofferto molti duri colpi a causa dei cambiamenti della situazione regionale e internazionale. Questi hanno incluso l’espulsione dalla Giordania in seguito agli scontri armati nel 1970-71; la guerra civile scoppiata in Libano nel 1975, l’invasione israeliana nel 1982, l’espulsione dell’OLP dal Paese e i massacri di Sabra e Shatila; la guerra contro i campi palestinesi in Libano del 1985-86. La Prima Intifada (la rivolta popolare) contro Israele in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza alla fine del 1987 è stata anche il periodo nel quale l’islam politico per la prima volta ha occupato il contesto politico palestinese (1988). Il collasso dell’Unione Sovietica alla fine del 1989, la prima guerra del Golfo nel 1990-91 e il conseguente isolamento finanziario e politico dell’OLP hanno notevolmente eroso le sue alleanze e le sue fonti di finanziamento.

Le ripercussioni della disgregazione

Durante la Prima Intifada, l’elite politica palestinese non ha capito l’importanza di riorganizzare il movimento nazionale palestinese né di ricostruire le relazioni tra la dirigenza centralizzata e le varie comunità palestinesi. Inoltre l’OLP non ha trovato un modo per affrontare l’islamismo politico quando è emerso sulla scena palestinese come una filiazione della “Fratellanza musulmana” e non ha integrato Hamas nelle istituzioni politiche palestinesi. Allo stesso tempo, Hamas non si è ridefinito come un movimento nazionale. Il movimento politico palestinese, che è stato in un primo tempo indicato come un movimento nazionale o come una rivoluzione ha iniziato a essere citato come “il movimento nazionale ed islamico.”

Infatti la Prima Intifada ha portato la dirigenza politica a centralizzare ulteriormente i processi decisionali: ha firmato gli accordi di Oslo senza consultare le forze politiche e sociali all’interno o fuori dalla Palestina. Oslo ha fornito all’OLP la razionalizzazione politica, organizzativa ed ideologica per marginalizzare le istituzioni rappresentative nazionali palestinesi che esistevano, con l’argomento che stava costruendo il nucleo di uno Stato palestinese. L’ANP è stata esclusa dall’occuparsi dei palestinesi in Israele ed ha perso interesse fin da subito verso i palestinesi in Giordania. I suoi rapporti con loro, così come con i palestinesi in Libano, in Siria, nei Paesi del Golfo, in Europa e in America sono stati largamente ridotti a formalità burocratiche attraverso le sue ambasciate e gli uffici di rappresentanza in quei Paesi.

Quando la definizione dell’ANP come un’autorità con un autogoverno limitato su alcune parti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza non ha portato ad uno Stato palestinese, le elite politiche sono state private di un potenziale centro di sovranità statale; ciò ha accelerato la disgregazione del movimento nazionale. La vittoria di Hamas nelle elezioni legislative del 2006 ed il suo controllo sulla Striscia di Gaza nel 2007 hanno contribuito alla frammentazione dell’autorità di auto-governo in due entità sovrane, una rimasta su una parte della Cisgiordania e l’altra nella Striscia di Gaza. Entrambe queste autorità rimangono sottoposte all’occupazione ed al controllo di uno Stato coloniale d’insediamento che continua a colonizzare in modo aggressivo la terra e ad espellere palestinesi dai due lati della Linea Verde [il confine tra Israele e la Giordania precedente all’occupazione del 1967. Ndtr.]

La disgregazione del campo politico nazionale ha avuto una serie di ripercussioni. Le istituzioni rappresentative nazionali sono svanite e le elite politiche locali sono diventate dominanti. I dirigenti hanno derivato la loro “legittimazione” dalla loro posizione del passato nel partito o nell’organizzazione e dalla loro interazione diplomatica con Stati regionali ed istituzioni internazionali. Il discorso che è prevalso localmente ed internazionalmente ha ridotto la Palestina ai territori occupati nel 1967 e il popolo palestinese a quelli che vivono sotto l’occupazione israeliana, marginalizzando quindi i rifugiati e gli esiliati così come i palestinesi con cittadinanza israeliana. L’apparato di sicurezza in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è cresciuto considerevolmente come dimensioni e come destinatario di risorse nel bilancio generale. La natura parassitaria delle autorità nelle due aree era legata alla dipendenza dagli aiuti esterni e dal trasferimento di fondi, e l’influenza dei capitali privati nelle loro economie si è accresciuta.

Ci sono stati anche significativi mutamenti fondamentali nella struttura sociale in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Questi mutamenti includono la comparsa di una classe media relativamente estesa che fornisce di personale le istituzioni e le agenzie dell’ANP in aree come l’educazione, la salute, la sicurezza, le finanze e la pubblica amministrazione, così come nei settori di nuovi servizi, in quelli bancari e nelle molte ONG che sono state fondate. Intanto la classe lavoratrice si è ridotta di dimensioni. Le disuguaglianze tra diversi segmenti della società sono aumentate e il tasso di disoccupazione è rimasto alto, soprattutto tra i giovani ed i neolaureati. La mentalità dell’ “impiego pubblico” si è diffusa, sostituendo la forma mentis del combattente per la libertà. Benché Fatah e Hamas si autodefiniscano come movimenti di liberazione, sono stati trasformati in strutture gerarchiche e burocratiche e mirano in buona misura alla propria sopravvivenza.

Le elite politiche ed economiche non si vergognano di ostentare i propri privilegi ed il proprio benessere nonostante continui l’occupazione coloniale repressiva. La classe media in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sa molto bene che i propri standard e stili di vita sono legati all’esistenza di queste due autorità di auto-governo. Tuttavia la maggior parte della popolazione rimane sottoposta all’oppressione ed all’umiliazione da parte delle forze militari israeliane e dei coloni armati, e non patisce solo per la mancanza di una vita decente e di un futuro lavorativo, ma anche della mancanza di una qualunque soluzione nazionale in futuro. L’assedio draconiano di Israele ed Egitto contro Gaza rimane più che mai pesante, punteggiato di devastanti guerre israeliane, e la pulizia etnica dei palestinesi da Gerusalemme continua inesorabile, per mezzo di espulsioni, cancellazione di permessi e una vasta gamma di altre modalità.

Queste condizioni costituiscono la premessa per una situazione esplosiva nei territori occupati nel 1967. Però, poiché l’OLP, i partiti politici, il settore privato e la maggior parte delle organizzazioni della società civile non si sono mobilitati o non hanno potuto mobilitarsi contro l’occupazione, gli scontri con le forze di occupazione militare di Israele e con i coloni nell’”ondata di collera” in corso dall’ottobre 2015 sono rimasti per lo più atti individuali, con caratteristiche locali, senza una visione unitaria e una dirigenza nazionale.

La disgregazione del campo politico palestinese ha anche portato ad una crescente oppressione e discriminazione contro le comunità palestinesi in tutta la Palestina storica così come nella diaspora. I cittadini palestinesi nella parte di Palestina che è diventata Israele nel 1948 devono far fronte a una serie crescente di leggi discriminatorie. Anche i rifugiati palestinesi in e da Siria, Libano, Giordania ed altrove devono affrontare discriminazioni ed abusi. Soprattutto, lo status della causa palestinese ha conosciuto un passo indietro nel mondo arabo e a livello internazionale, una situazione esacerbata dalle guerre interne ed esterne in alcuni Paesi arabi.

Eppure la cultura fiorisce e alimenta l’identità nazionale

Oggi il popolo palestinese non ha né uno Stato sovrano né un efficace movimento di liberazione nazionale. Tuttavia c’è un considerevole rafforzamento dell’identità nazionale palestinese, dovuto in buona parte al ruolo del settore culturale nel mantenimento e nell’arricchimento della narrazione palestinese. Il ruolo della cultura per alimentare l’identità ed il patriottismo palestinesi ha una lunga storia. Dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948 e la sconfitta delle elite politiche dell’epoca e del movimento nazionale, la minoranza palestinese in Israele ha sostenuto l’identità nazionale attraverso un significativo fiorire culturale: poesia, narrativa, musica e cinema.

Lo scrittore e giornalista palestinese Ghassan Kanafani lo ha colto nel suo notevole libro sulla letteratura resistenziale palestinese (al-adab al-mukawim fi filistin al-muhtala 1948-1966 [Letteratura della resistenza nella Palestina occupata. Ndtr.]), pubblicato a Beirut nel 1968. Altre figure letterarie fondamentali comprendono i poeti Mahmoud Darwish e Samih Al Qasim, il sindaco di Nazareth e poeta Tawfik Zayyad e lo scrittore Emile Habibi, sia nelle sue opere, come il “Pessottimista”, che attraverso il giornale comunista Al-Ittihad, di cui è stato uno dei fondatori.

Negli anni ’50 e ’60, quando gli israeliani hanno mantenuto i cittadini palestinesi sotto governo militare, la letteratura, la cultura e le arti sono servite a rafforzare e proteggere la cultura e l’identità arabe e la narrazione nazionale palestinese. Questi lavori sono stati letti in tutto il mondo arabo e altrove, e hanno permesso ai rifugiati palestinesi e agli esiliati di conservare la propria identità attraverso i continui legami con la cultura e l’identità della propria patria.

I “palestinesi del 1948”, come sono spesso definiti nel discorso palestinese, hanno giocato anche un ruolo nell’informare gli altri palestinesi ed arabi sul modo in cui l’ideologia sionista modella la politica israeliana e sui meccanismi di controllo repressivo. Molti degli studiosi ed intellettuali palestinesi del ’48 sono approdati nei centri di ricerca palestinesi ed arabi a Beirut, a Damasco e altrove ed hanno aiutato a sviluppare questa comprensione.

Da allora, soprattutto in periodi di crisi politica, il settore culturale ha offerto ai palestinesi maggiori possibilità rispetto alla sfera politica per unirsi in attività che trascendessero i confini geopolitici con forme e generi culturali ed ogni sorta di produzione intellettuale. Letteratura, cinema, musica e arte continuano ad essere prodotti, ed in misura sempre maggiore, andando da scrittori, registi ed artisti noti in tutto il mondo fino ai giovani artisti e scrittori di oggi a Gaza, in Cisgiordania e tra i palestinesi all’estero. Tutto ciò viene diffuso in moltissimi modi, comprese le reti sociali, favorendo e rafforzando i legami tra palestinesi e tra arabi e l’interazione al di là dei confini.

La vitalità del patriottismo palestinese è radicata nella narrazione storica palestinese e si basa sulle esperienze quotidiane delle comunità che affrontano la spoliazione, l’occupazione, la discriminazione, l’espulsione e la guerra. E’ forse questa vitalità che porta i giovani palestinesi, molti dei quali nati dopo gli accordi di Oslo del 1993, ad affrontare i soldati israeliani ed i coloni in ogni parte della Palestina storica. Ciò spiega anche le grandi folle che partecipano ai cortei funebri dei giovani palestinesi uccisi dai soldati e dai coloni israeliani e nella raccolta di fondi per ricostruire le case demolite dai bulldozer israeliani come punizione collettiva delle famiglie di quanti sono stati uccisi nell’attuale rivolta giovanile.

Tuttavia evidenziare l’importanza e la vitalità del settore culturale non colma l’assenza di un valido movimento politico, costruito su solide basi democratiche. Dobbiamo imparare dalle lacune delle istituzioni originali del movimento e superarle, piuttosto che sprecare forze, tempo e risorse per recuperare un quadro politico disintegrato e decaduto. Dobbiamo anche andare oltre quei concetti e quelle pratiche che l’esperienza ci ha mostrato aver fallito, come l’altissimo livello di centralizzazione: le politiche devono essere affidate al popolo ed alla base. Dobbiamo anche salvaguardare la nostra cultura nazionale da concetti ed approcci che asserviscono le menti, paralizzano il pensiero e il libero arbitrio, promuovono l’intolleranza, santificano l’ignoranza e nutrono i miti. Dovremmo piuttosto favorire i valori di libertà, giustizia e uguaglianza.

Abbiamo bisogno di una visione totalmente nuova dell’azione politica. Una tale visione può essere intravista nel linguaggio che sta prendendo forma tra i gruppi di giovani e nei rapporti tra le forze politiche palestinesi all’interno della Linea Verde, che riflettono una profonda coscienza dell’impossibilità di convivere con il sionismo in quanto ideologia razzista e regime coloniale di insediamento che criminalizza la narrazione storica palestinese.

Al cuore di questa emergente coscienza politica si trova la necessità di coinvolgere le comunità palestinesi nel processo di discussione, stesura e adozione di politiche nazionali inclusive: si tratta sia di un loro diritto che di un loro dovere. E’ ugualmente importante riconoscere il diritto di ogni comunità a definire la propria strategia nell’affrontare gli specifici problemi che deve affrontare mentre partecipa all’autodeterminazione di tutto il popolo palestinese.

Costruire un nuovo movimento politico non sarà facile a causa dei crescenti interessi di fazione e il timore di principi e pratiche democratici. Quindi è necessario incoraggiare iniziative di base per creare leadership locali, con la più ampia partecipazione possibile da parte di individui e istituzioni della comunità, seguendo il promettente esempio dei palestinesi del ’48 nell’ organizzare l'”Alto Comitato di Monitoraggio per i cittadini arabi di Israele” per difendere i loro diritti ed interessi, e dei palestinesi della Cisgiordania e di Gaza nella Prima Intifada. Anche il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) è un esempio di successo di questo nuovo tipo di consapevolezza politica e di organizzazione, che riunisce diverse fazioni politiche, organizzazioni della società civile e sindacati dietro una visione ed una strategia unitarie.

Qualcuno potrà pensare che questa discussione è utopica o idealista, ma noi abbiamo disperatamente bisogno di ideali nell’attuale caos e faziosità distruttiva. E abbiamo una ricca storia di attivismo politico e di creatività culturale a cui attingere.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




L’alfabeto di Oslo, linguaggio della colonizzazione

Professor Kamel Hawwash –Middle East Monitor

Sabato 23 gennaio 2016

Le prime tre lettere dell’alfabeto, A, B e C, sono diventate il marchio dell’occupazione e della strisciante colonizzazione della Palestina da parte di Israele. Le linee che delimitano queste aree sono state tracciate negli accordi di Oslo II firmati a Taba nel 1995. Dividono la Cisgiordania in tre zone, con Israele e la Palestina che beneficiano di differenti livelli di diritti amministrativi e relativi alla sicurezza in ognuna di queste.

L’area che copre tutte le città della Cisgiordania e la maggior parte della popolazione palestinese è stata etichettata come A, con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che gode del controllo “integrale”, sia amministrativo che per quanto riguarda la sicurezza. L’area B include vaste zone rurali con l’ANP che ha diritto solo al controllo amministrativo. Il rimanente 60% è stato denominato area C e ricade sotto il totale controllo israeliano, tranne per quello che riguarda i servizi educativi e quelli medici. Significativamente, Israele controlla tutte le questioni relative alla terra, comprese l’assegnazione e le pratiche per la costruzione sia di strutture private che di infrastrutture.

Per completare il quadro del controllo coloniale che Israele esercita sulla Cisgiordania, bisogna aggiungere l’impatto del Muro o Barriera, che Israele ha costruito dopo gli accordi di Oslo e le strade che servono alle colonie, molte delle quali possono solo essere utilizzate dai coloni, nella versione israeliana dell’apartheid.

E’ importante capire che le aree A, B e C non sono tre zone geografiche separate che sono facilmente identificabili, ma piuttosto una divisione amministrativa definita in pratica da Israele per perseguire i propri progetti espansionistici e coloniali. Basta fare un passo fuori dalle città palestinesi e ci si trova quasi sicuramente nell’area C e quindi sotto il totale controllo israeliano. L’area C è abitata da un numero stimato di 300.000 palestinesi, che vivono per lo più in piccoli villaggi e comunità, e di 350.000 coloni israeliani, che vivono in 135 insediamenti e 100 avamposti. Una parte delle terre palestinesi più fertili si trova nella valle del Giordano, che rientra nell’area C.

I 22 anni da Oslo e gli inutili negoziati per raggiungere un accordo finale sono passati con Israele che non ha rispettato neppure questa vergognosa divisione della Cisgiordania. Ogni pretesa di una zona palestinese libera dalle ingerenze israeliane è un mito.

Questa è la terza Intifada?

Le crescenti tensioni nei Territori Occupati hanno portato a dozzine di morti e a centinaia di scontri. Stiamo assistendo ad una terza Intifada?

Prendiamo l’area A, che include tutte le città palestinesi. L’ANP è responsabile della sicurezza e pertanto si potrebbe presumere che le forze di occupazione israeliane non possano entrarvi in nessun caso. Tuttavia si tratta di un mito. Le forze [di sicurezza] israeliane entrano regolarmente a Ramallah, Nablus, Hebron e Jenin per arrestare, ferire e mutilare. Hanno rapito membri del parlamento [palestinese], compreso la sua presidentessa e deputata del FPLP [Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, gruppo politico palestinese di sinistra. Ndtr.] Khalida Jarrar. Più di recente, il primo ministro israeliano Netanyahu ha detto di aver chiamato il presidente dell’ANP Abbas per scusarsi perché le forze di occupazione israeliane hanno condotto attività nei pressi della sua casa e si sono scontrate con la sua guardia presidenziale. Al tempo stesso, le forze di sicurezza palestinesi non possono arrestare nessun colono israeliano che abbia commesso violenze in qualunque parte della Cisgiordania e ogni colono che si sia casualmente avventurato nell’area A è stato rapidamente messo al sicuro e consegnato alle forze di occupazione.

Nell’area C le attività di colonizzazione di Israele abbondano, in quanto gode del controllo sia amministrativo che per la sicurezza. Qui la messa in pratica di alcune norme per i palestinesi e di altre per le colonie illegali è più evidente. I palestinesi non possono costruire, ampliare o migliorare le proprie case o le proprie attività senza l’interferenza da parte di Israele, che è spesso violenta. Il rifiuto praticamente certo da parte di Israele della concessione di autorizzazioni per la costruzione di case, scuole, strutture commerciali e agricole non lascia ai palestinesi altra possibilità che costruire senza permessi. Il risultato quasi inevitabile è la demolizione. L’ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha descritto come 5.000 palestinesi dell’area C vivono nelle denominate “zone di fuoco” e si prevede che lascino le loro case per ore o giorni durante le esercitazioni militari israeliane. L’OCHA inoltre descrive la terribile situazione dei beduini, continuamente soggetti alla minaccia di deportazione dalle loro terre contro la loro volontà.

Anche altre comunità, oltre ai beduini, hanno ripetutamente subito la minaccia di ricollocamento. Un esempio particolarmente chiaro è stato quello della comunità di Susyia, sulle colline di Hebron, i cui membri hanno affrontato tre deportazioni in tre decenni per permettere che una colonia, che ha praticamente lo stesso nome, si installasse e poi che si espandesse.

In anni recenti, un certo numero di politici israeliani che si oppongono radicalmente all’esistenza di uno Stato palestinese hanno invocato l’annessione di ampie zone, se non di tutta l’area C. L’attuale ministro dell’Educazione, Naftali Bennet, ha persino chiesto che ai 300.000 palestinesi che vi vivono venga concessa la nazionalità israeliana. Pensa che il fatto che i rimanenti palestinesi della Cisgiordania potrebbero gestire i propri affari e una piena indipendenza sarebbe impossibile. Altri politici israeliani non sono magari stati altrettanto espliciti come Bennet nel chiedere l’annessione di aree della Cisgiordania, tuttavia è ora difficile trovarne uno che sostenga una onesta soluzione dei due Stati che porti ai palestinesi una qualche speranza della fine dell’occupazione.

Più di recente, il Coordinatore Israeliano delle Attività di Governo nei Territori (COGAT) ha annunciato che intende confiscare 370 acri [149 ettari. Ndtr.] di terra nel distretto di Gerico, dichiarandoli “terra dello Stato”. Questo tipo di iniziative rende la designazione di un lotto di terreno come A, B o C totalmente insensato. Israele agisce con totale impunità. Se decide di dichiarare la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese a Ramallah zona militare chiusa o zona di fuoco, chi lo più impedire?

A Oslo i negoziatori palestinesi non solo hanno accettato di riconoscere Israele senza un concomitante riconoscimento della Palestina, hanno anche concordato l’ulteriore spartizione in queste tre aree del 22% di quella che hanno accettato come “Palestina”. La realtà è stata che palestinesi e coloni hanno vissuto in tutte e tre le aree e che Israele ha utilizzato questa designazione perché si adattasse ai propri piani. Gli accordi di Oslo sono stati pensati come temporanei, dovevano portare a un accordo negoziale entro cinque anni. A fronte di ciò, i negoziatori palestinesi devono aver pensato che tutte e tre le aree sarebbero state restituite alla fine dei cinque anni, libere di coloni, per far parte dello Stato funzionante e con continuità territoriale che loro avevano sognato. Tuttavia, 22 anni dopo, non è stato raggiunto nessun accordo e in pratica Israele ha quotidianamente violato l’accordo provvisorio indistintamente nelle aree A, B e C. Questa denominazione è diventata un ulteriore ostacolo per la pace e non cambierà rapidamente senza una pressione esterna. Perché si ottenga la pace in terra santa, devono essere esercitate su Israele chiare e non ambigue pressioni per porre fine all’occupazione, spedendo l’alfabeto della colonizzazione nella pattumiera della storia.

Il professor Kamel Hawwash è un docente universitario anglo-palestinese in ingegneria presso l’università di Birmingham. E’ un commentatore di questioni mediorientali e vice presidente della campagna di solidarietà con la Palestina. Qui ha scritto a titolo personale.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




I giovani palestinesi soffrono di un continuo disagio, l’occupazione israeliana.

Parlando di Terza Intifada, i palestinesi con meno di 30 anni discutono su chi vedono alla testa delle ultime violenze.

Al Jazeera

Mentre le prime pagine dei media si concentrano sui drammatici attacchi all’arma bianca da parte di palestinesi e israeliani, gli uni contro gli altri, contemporaneamente nelle ultime settimane migliaia di giovani palestinesi sono scesi in strada in Israele, a Gerusalemme est, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza per chiedere la fine della pluridecennale occupazione israeliana, per protestare contro le violenze delle forze di sicurezza israeliane e dei coloni e per chiedere il riconoscimento dei loro diritti umani.

Ovviamente gli accoltellamenti sono una novità, mentre le proteste sono di lunga data – tranne per il fatto che oggi coinvolgono una nuova generazione di palestinesi, quelli che sono cresciuti nell’epoca del processo di pace di Oslo e delle conseguenti frustrazioni e fallimenti. Come le proteste della prima Intifada nel 1987, alcune delle manifestazioni di oggi sono pacifiche, mentre altre si sono trasformate in scontri con le forze di sicurezza israeliane.

Mentre i veterani palestinesi e gli analisti affrontano la questione se gli attuali avvenimenti presentino le caratteristiche di una nuova intifada, Al Jazeera si è messa in contatto con un certo numero di palestinesi con meno di 30 anni in tutta la regione. Abbiamo posto loro due domande:

1) Chi pensi che diriga l’attuale rivolta?

2) Se queste proteste e questi scontri continueranno, come ti aspetti che risponderanno le forze di sicurezza israeliane, i coloni e l’Autorità Nazionale Palestinese?

Alcune delle loro risposte sono state tradotte dall’arabo, altre sono state espresse in inglese ma sono state corrette.

Lema Nazeeh

Avvocata di 27 anni di Ramallah, Cisgiordania

Questa sollevazione popolare è spontanea e chi la guida è la nuova generazione – soprattutto studenti medi ed universitari. Questa volta siamo scesi in strada e abbiamo raddoppiato la resistenza ovunque, a cominciare da Gerusalemme fino alla Cisgiordania e a Gaza. Stanno partecipando anche i palestinesi che vivono nei territori del ’48 [in Israele]. Il messaggio della nuova generazione è che la Palestina sarà libera e che siamo determinati a porre fine all’occupazione e al terrorismo dei coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Per continuare, abbiamo bisogno di creare un comitato unitario in cui il popolo si possa organizzare e dirigere il movimento al di fuori dell’establishment politico.

I palestinesi di qualunque parte devono essere uniti nella resistenza contro l’occupazione – manifestando a Gaza, Gerusalemme, Haifa, Ramallah, Betlemme, Yaffa ed Hebron. Finché continuerà l’occupazione dobbiamo continuare a resistere per una vita di libertà e dignità.

Le forze di sicurezza israeliane ed i coloni continueranno con la loro violenza e il terrorismo contro di noi, ma noi, il popolo, abbiamo una sola voce, che il governo israeliano, i gruppi sionisti e i membri della comunità internazionale complici dei crimini israeliani contro i palestinesi non potranno mai far tacere. Non è il momento di aver paura.

Fadi Salah Al Shaik Yousef

28 anni, specialista in sviluppo infantile a Gaza City, Gaza

Questa intifada popolare, che non è organizzata né diretta da nessuna autorità, è una reazione normale a tutti gli anni di ingiustizia, di crimini e di umiliazioni perpetrati da Israele contro il popolo palestinese. Considerando il grande numero di palestinesi uccisi e feriti per mano delle forze di sicurezza israeliane si tratta di una reazione assolutamente normale.

Queste proteste e questi scontri accadono perché il popolo palestinese ha perso ogni speranza nei propri dirigenti, persino nell’umanità. Abbiamo scoperto che le soluzioni pacifiche non stanno portando alla fine dell’occupazione – per cui dobbiamo continuare a resistere.

La gente di Gaza ormai non ha più niente da perdere, per cui siamo pronti ad aiutare in ogni caso la Cisgiordania. Noi marciamo fino alla frontiera con Israele e protestiamo per dire ai nostri fratelli in Cisgiordania che siamo solidali con loro e respingeremo ogni attacco israeliano contro di loro.

Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese possono tentare di controllare la situazione, ma non ci riusciranno. Nessuno lo può fare. E’ anche difficile prevedere dove porterà tutto questo. Siamo abituati al fatto che Israele commetta dei crimini e poi faccia la parte della vittima. Non mi aspetto che questo cambi. Da parte sua l’Autorità Nazionale Palestinese deve cessare ogni forma di coordinamento in materia di sicurezza con l’occupante.

Come questo finirà dipenderà dalla volontà del popolo e dal livello di sostegno diretto o indiretto che riceveremo dalle varie fazioni palestinesi.

Nadine Khoury

16 anni, studentessa di scuola superiore a Taybeh, in Cisgiordania

Vorrei puntualizzare che questo non sta succedendo solo da una settimana. Ho vissuto qui in Palestina da circa tre anni e mezzo e mi sono resa conto che questi atti inumani sono molto comuni nella vita palestinese (il che non li rende meno tragici).

Penso effettivamente che i palestinesi stiano cercando di iniziare una terza intifada perché ne hanno abbastanza di vivere accanto a questa gente che continua a prendersi la loro terra, a uccidere i loro figli ed hanno realmente il coraggio di fare e giustificare tutto ciò. Tuttavia, anche se sono d’accordo che una terza insurrezione può essere la nostra unica possibilità di liberarci dell’occupazione israeliana, non penso che ora sia il momento migliore. I palestinesi non hanno la tendenza a pensare ed agire tutti insieme, per cui, finché non troveranno un’unità, personalmente non penso che ci sarà un’intifada. Vivendo in Palestina, posso notare la brutalità da ambo le parti per cui, per il momento, non vedo che la situazione si possa calmare  a breve.

Se e finché questi scontri continueranno, credo che le forze di sicurezza israeliane ed i coloni seguiteranno ad usare la forza, in ogni modo possibile, per reprimere una terza intifada. Israele vuole solo mantenere il controllo sul popolo palestinese e sulla indebolita Autorità Nazionale Palestinese. So che il popolo palestinese continuerà a lottare ardentemente per la propria terra, i propri diritti e la propria libertà. Una kefiah (hatta, copricapo palestinese, ndt.) e una pietra non sono niente rispetto a un giubbotto antiproiettile e a un cecchino. Purtroppo è una lotta impari e il mondo sta a guardare quello che succede.

Omar Daraghmeh

27 anni, traduttore a Tubas, Cisgiordania

La recente violenza è il risultato dell’assenza di un qualunque orizzonte politico tra i palestinesi e le autorità d’occupazione israeliane a causa della continua aggressione israeliana (dell’esercito e dei coloni) contro i palestinesi in generale e la profanazione della sacra moschea di Al-Aqsa in particolare.

Le tensioni spariranno e la tranquillità verrà gradualmente ripristinata a meno che la più ampia maggioranza della popolazione palestinese si unisca alla sollevazione, sopratutto i gruppi armati palestinesi nei campi di rifugiati della Cisgiordania o nella Striscia di Gaza sotto assedio.

Ci si aspetta che Israele scateni una guerra contro Gaza mentre darà mano libera ai coloni e chiuderà Gerusalemme e la Cisgiordania e intensificherà la campagna di arresti.

D’altra parte l’Autorità Nazionale Palestinese se ne verrà fuori con le sue inutili dichiarazioni, terrà qualche “riunione d’emergenza” e chiederà una “protezione internazionale” per i palestinesi mentre contemporaneamente reprimerà ogni protesta palestinese contro l’occupazione.

Tarek Bakri

29 anni, ingegnere e ricercatore a Gerusalemme

Forse quello che è successo alla moschea di Al-Aqsa ha spinto molti altri a partecipare alla rivolta, ma la vedo come qualcosa di più grande. Riguarda l’occupazione e le sue politiche. A un certo punto crediamo che ci sia  una parte che sta eliminando l’altra. Gli israeliani stanno portando avanti una sorta di lenta pulizia etnica a Gerusalemme  attraverso esecuzioni immediate e seminando la paura per fare in modo che i palestinesi lascino la città. Israele vuole che Gerusalemme abbia una maggioranza ebraica.

Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a queste umiliazioni quotidiane. Succederà che i palestinesi alzeranno il livello della resistenza. Nel frattempo aumenterà la violenza dei coloni. Ma le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese rimarranno a guardare.

Raya Shamali

17 anni, studentessa di scuola superiore ad Arraba, Israele

La tensione tra le due parti è sempre stata  alta ed ogni tanto qualcosa la scatena e la rende più evidente. L’attuale situazione sta portando a scontri ancora peggiori tra i sionisti e i palestinesi e tra i cittadini palestinesi di Israele e il governo.

Ciò che sta avvenendo ora, i giovani palestinesi che lottano contro l’occupazione, è simile a quello che è successo nella seconda intifada, durante la quale questa generazione è cresciuta. Purtroppo è probabile che ciò porti a molti morti da entrambe le parti e colpisca in tutti gli ambiti della vita.

Finché le proteste continuano, mi aspetto che le forze di sicurezza israeliane continueranno nella repressione e nel razzismo verso i palestinesi. Mi aspetto anche che i coloni israeliani intervengano in modo più deciso.

E’ difficile dire cosa faranno le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese. O cercheranno di porre fine a quello che stanno facendo quelle israeliane, cosa che ci potrebbe portare a una guerra, o reprimeranno i manifestanti in modo che la situazione non diventi ancora peggiore.

Mustafa Staiti

29 anni, fotografo cinematografico a Jenin, Cisgiordania

Per la mia generazione – nata a metà degli anni ’80 durante la prima rivolta e che ha vissuto la seconda in tutti i suoi aspetti – è più facile avere un’opinione su quando tutto ciò diventerà quello che chiamiamo intifada. Una nuova azione può obbligare il mondo a trovare una soluzione finale per i palestinesi, o terminare con un altro disastro ad aggiungersi alla pulizia etnica a danno dei palestinesi. Quelli che scendono in strada adesso sono di una generazione più giovani di me. Sono nati nel culmine della violenza durante la seconda intifada – sono arrabbiati, senza paura e non gli importa quello che gli possa succedere. Non hanno niente da perdere; hanno sempre vissuto in guerra.

L’Autorità Nazionale Palestinese è instabile perché è legata ad accordi che dovrebbe mandare al diavolo, ma ciò porterebbe a una divisione o ad una violenza tra palestinesi. Israele cercherà di occupare più terra e continuerà ad usare la mano pesante. I coloni saranno i più soddisfatti se l’esercito israeliano invaderà la Cisgiordania e se si avanzerà verso l’idea di un unico Stato di Israele [compresi i Territori Occupati].

Mariam Barghouti

22 anni, studentessa universitaria a Ramallah, Cisgiordania

Credo ci sia una grande discrepanza tra il dibattito in corso all’estero sul fatto  se questa sia una terza intifada o no e la realtà sul terreno, dove questa discussione appare insensata. Al di là delle etichette, i giovani palestinesi stanno esprimendo il proprio malessere contro l’aggressione israeliana e i fallimenti della dirigenza palestinese per trovare una concreta soluzione per il popolo palestinese.

La grande maggioranza dei giovani che scendono in piazza ha tra i 13 e i 27 anni. E’ importante notarlo perché questa è la generazione di Oslo. E’ una generazione che non conosce una realtà oltre il muro dell’apartheid o le tattiche repressive dell’Autorità Nazionale Palestinese. Quello a cui stiamo assistendo non sono solo casuali atti di violenza, questa frustrazione ha infettato il popolo palestinese ormai da anni, stiamo lentamente implodendo. Piccoli atti di protesta in Cisgiordania, razzi da Gaza, scontri nella Palestina storica [Israele], tutto questo va a braccetto. Non possiamo decontestualizzare la situazione attuale dal passato. Ogni reazione è stata preceduta da un’azione, sia che si tratti del progressivo aumento dell’aggressione israeliana o della repressione da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese. Non è solo uno scontro  nei confronti dell’aggressione israeliana, ma un messaggio all’Autorità Nazionale Palestinese che si creerà una rivolta se continueranno la normalizzazione dell’occupazione, tenendo tranquillo Israele grazie al coordinamento per la sicurezza, pretendendo contemporaneamente di parlare in nome dei palestinesi.

Questo è un momento cruciale, in cui i giovani diventano protagonisti. Le voci che erano rimaste assenti dalle politiche israelo-palestinesi stanno erompendo attraverso il suono di cori, pietre, accoltellamenti e qualunque altro metodo disponibile. Non si può dire dove finirà tutto ciò, ma non credo che adesso sia importante. La situazione potrebbe benissimo terminare con l’aiuto dell’Autorità Nazionale Palestinese, succube di Israele; oppure l’escalation potrebbe continuare ad aumentare finché formeremo una dirigenza dal basso che possa iniziare a formulare delle richieste. Comunque il messaggio chiaro è che per ogni azione c’è una reazione e questa è la reazione della gioventù palestinese al  fallimento dei negoziati e alle continue aggressioni israeliane.

Finché gli scontri continueranno da parte dei giovani palestinesi, le forze di sicurezza israeliane risponderanno nell’unico modo che conoscono, cioè con la violenza. E’ insito nella loro struttura coloniale opprimere e opporsi ad ogni forma di resistenza palestinese. E’ una tattica istituzionalizzata e non una reazione alle manifestazioni palestinesi. Le vite dei coloni sono state turbate dai palestinesi, non si sentono più a loro agio nella loro opera di colonizzazione e ciò potrebbe avere uno di questi due risultati, potrebbero accentuare  la violenza contro i palestinesi (come vediamo attualmente), o capire che la colonizzazione non gli conviene economicamente o socialmente e questo potrebbe obbligarli a voler lasciare le loro colonie. La differenza tra i giovani palestinesi e i coloni israeliani è che i giovani palestinesi non hanno dietro di loro un appoggio, si sostengono uno con l’altro. D’altra parte i coloni hanno il sostegno dell’esercito israeliano e naturalmente del sistema giudiziario israeliano, che non li incolperà né li condannerà per le continue violenze perpetrate contro i palestinesi.

Quanto alle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, non agiranno senza un ordine della dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese. Attualmente stanno permettendo ai giovani palestinesi di scontrarsi con le forze di sicurezza israeliane non per un sincero appoggio al popolo palestinese, ma perché stanno attenti a che la rabbia  in piazza non si rivolga contro di loro. D’altro canto ho detto “permettono” ai giovani, perché l’Autorità Nazionale Palestinese ha ancora il potere di placare l’ira dei giovani che scendono in strada. Il silenzio dell’Autorità Nazionale Palestinese potrebbe benissimo essere un metodo per lasciare che i giovani che manifestano si stanchino invece di cercare di tranquillizzare le masse come fanno di solito. Quello che è orribile comunque è la possibilità che l’Autorità Nazionale Palestinese utilizzi lo spirito dei giovani in piazza come una merce di scambio con Israele per rafforzare la propria legittimità in Cisgiordania come l’unica autorità in grado di ottenere la calma e controllare le masse palestinesi e obbligare Israele a tornare al tavolo dei negoziati.

Stilato da Renee Lewis, Ehab Zahriyeh, Nadeem Muaddi e Nadia AbuShaban

(Traduzione di Amedeo Rossi)