La lungimiranza di Edward Said

Edward Said e la “festa della vittoria”

 

Nel loro appello per il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro Israele, ndtr.) e  una democrazia laica nella Palestina storica, i palestinesi traggono ispirazione dal primo movimento anti-apartheid e dalle altre lotte contro il colonialismo da insediamento.

Haidar Eid

 

15 luglio 2020 –  Mondoweiss

 

 

Fin dall’inizio della formazione della propria coscienza politica nel 1967, Edward Said si è imposto come uno degli intellettuali più significativi al mondo sul piano morale, dopo Jean Paul Sartre e Bertrand Russel. Come docente di letteratura e critica letteraria e figura spirituale di spicco nel panorama culturale palestinese, accanto a Ghassan Kanafani, Mahmoud Darwish e innumerevoli altri, è stato fondamentale nel fare della causa palestinese una delle cause morali predominanti del nostro tempo. Il suo impegno riguardo ai diritti umani fondamentali dei palestinesi gli ha conferito uno status di icona e di ispiratore.

Dopo che la leadership ufficiale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina firmò i famigerati Accordi di Oslo nel 1993, Said iniziò a sostenere che era tempo che il popolo palestinese abbandonasse l’illusione della soluzione di due Stati e intraprendesse un approccio democratico, tale da garantire  i propri diritti fondamentali, cioè la libertà, l’uguaglianza e la giustizia.

Io mi sono ispirato a Edward Said poiché appartengo ad una generazione che non ha visto la Nakba. Si pensava che la mia generazione fosse rassegnata ad oltre 50 anni di occupazione militare e oltre 70 di spossessamento e apartheid. Ed ecco che arriva Edward Said, esponente della generazione della Nakba con una diversa visione del mondo, a dirci qualcosa di “nuovo”, o meglio a ricordare a noi e al mondo i fondamenti dei diritti umani – che i palestinesi meritano la libertà e l’autodeterminazione, come  tutti gli altri popoli del mondo. Said diceva che questo si può ottenere soltanto con una Palestina laica e democratica (anche se, devo ammettere, non era abbastanza chiaro riguardo alle differenze tra bi-nazionalismo e democrazia secolare come soluzione più auspicabile.) Secondo Said era questa la via d’uscita dal ginepraio creato dal sionismo occidentale nel cuore del mondo arabo.

Penso a Edward Said perché, dopo l’approvazione alla Knesset israeliana (parlamento) della legge razzista dello Stato-Nazione, dopo il cosiddetto “accordo del secolo” dell’amministrazione Trump, dopo la decisione colonialista di Israele di rubare un pezzo della Cisgiordania occupata e dopo il mortale e incessante assedio medievale della Striscia di Gaza, noi in Palestina abbiamo riesaminato molti dei “giudizi” dati per acquisiti! Ho anche pensato a Aimé Cesaire, Frantz Fanon, Steve Biko, tra gli altri intellettuali attivisti anticolonialisti, riguardo al come essi avrebbero teorizzato la nostra situazione in un modo simile a quello che Edward Said ha fatto per noi.

Che cosa avrebbe detto lo stesso Said riguardo a ciò che io chiamo neo-nazionalismo palestinese? Uso questo termine per indicare tutto ciò che abbellisce l’occupazione, appoggia la normalizzazione e difende la soluzione razzista dei due Stati come la soluzione alla questione palestinese, nonostante il lampante fatto che essa nega i diritti a due terzi del popolo palestinese, cioè i rifugiati e i cittadini palestinesi di Israele. E’ incarnata al meglio negli Accordi di Oslo, che furono firmati dalla leadership di destra dell’OLP e sono sopravvissuti negli ultimi 20 anni con l’incoraggiamento e il sostegno dell’UE, dei regimi arabi ufficiali, degli USA e della Banca Mondiale che ha nominato uno dei suoi funzionari per la posizione di Primo Ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese!

Said, e tutti gli altri eroi anticolonialisti menzionati prima, avrebbero formulato egregiamente le risposte da dare a coloro che pensano che non vi sia alternativa all’attuale letale status quo in Palestina – come se non ci fosse alternativa all’occupazione, alla colonizzazione e all’apartheid.   La mia defunta madre, che era analfabeta, lo ha sintetizzato eloquentemente nel 1993, l’anno in cui furono firmati i disastrosi Accordi di Oslo. Quando molta gente scese in strada per festeggiare l’accordo che “avrebbe portato la prosperità e trasformato Gaza nella Singapore del Medio Oriente”, lei ha semplicemente chiesto: questi accordi ci permetteranno di tornare a Zarnouqa? Intendeva il villaggio da cui lei e decine di migliaia di altri furono cacciati con la pulizia etnica delle milizie sioniste.

Di qui il nostro appello per il BDS e la democrazia laica nella Palestina storica. Ci ispiriamo al primo movimento anti-apartheid e alle altre lotte contro il colonialismo da insediamento, ed alle grandi idee di quegli intellettuali e, devo aggiungere, combattenti per la libertà. Il nostro slogan è Libertà, Giustizia ed Uguaglianza, o niente. E’ così che creiamo uno spazio dove, come disse Aimé Cesaire, “c’è posto per tutti alla festa della vittoria.”

Haidar Eid è professore associato di letteratura postcoloniale e postmoderna all’università al-Aqsa di Gaza. Ha scritto molto sul conflitto arabo-israeliano, compresi articoli pubblicati su Znet, Electronic Intifada, Palestine Chronicle e Open Democracy. Ha pubblicato saggi di studi culturali e letteratura su molte riviste, tra cui Nebula, Journal of American Studies in Turchia, Cultural Logic e Journal of Comparative Literature.

 

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Politici britannici chiedono sanzioni contro Israele per i piani di annessione della Cisgiordania

Redazione MEE

2 maggio 2020 – Middle East Eye

La lettera firmata da 127 da parlamentari ed ex parlamentari sollecita il governo britannico a “prendere l’iniziativa” per il rispetto del diritto internazionale

Decine di politici britannici appartenenti a tutto lo schieramento politico hanno chiesto al Primo Ministro Boris Johnson di imporre delle sanzioni ad Israele nel caso in cui proceda con il progetto di l’annessione di parti della Cisgiordania occupata.

In una lettera rilasciata venerdì 127 tra parlamentari ed ex-parlamentari, compresi membri del Partito Conservatore, hanno invitato Johnson a chiarire che l’annessione sarebbe illegale ai sensi del diritto internazionale e “avrebbe gravi conseguenze, tra cui le sanzioni”.

“Il diritto internazionale è chiarissimo. È vietata l’annessione di territori attraverso la guerra”, si legge nel documento.

Il Council for Arab-British Understanding (Caabu) [ONG britannica impegnata nel sostegno dei diritti umani sulla base delle leggi internazionali, ndtr.], che ha stilato la lettera, ha dichiarato che si tratta di un’ “iniziativa senza precedenti”.

“I politici, compresi ex membri del gabinetto, ministri e alti diplomatici, chiedono azioni e non parole per contrastare qualsiasi annessione da parte di Israele”, ha detto l’associazione in una nota.

La lettera mette in guardia sul fatto che l’annessione sarebbe un “colpo mortale” per gli sforzi per la pace e la soluzione dei due Stati. Equipara la messa in pratica da parte di Israele di una sua sovranità sulla terra palestinese all’annessione della Crimea ucraina da parte della Russia nel 2014.

“La Gran Bretagna ha giustamente reagito a queste azioni con misure adeguate, comprese sanzioni severe,” afferma.

Johnson ha criticato duramente le azioni della Russia in Crimea.

“La sicurezza di ogni Nazione dipende dal principio essenziale secondo il quale i Paesi non devono cambiare i confini o acquisire territori con la forza. Ecco perché il destino della Crimea è importante per tutti noi”, ha scritto nel 2018 quando era ministro degli Esteri.

“Tutti abbiamo l’obbligo di opporci alla Russia in modo proporzionato e risoluto”.

‘Il Regno Unito deve prendere l’iniziativa’

Israele occupò la Cisgiordania, Gerusalemme est e le alture del Golan siriane nella guerra del 1967 contro i suoi vicini arabi.

La lettera di venerdì afferma che la comunità internazionale ha “il dovere” di proteggere i palestinesi sotto occupazione.

“Se vogliamo impedire ad altri Stati con ambizioni territoriali di imitare l’illegale comportamento israeliano, il Regno Unito deve prendere l’iniziativa di opporsi a questa aggressione,” si legge.

I politici accusano inoltre Israele di approfittare della diffusione del coronavirus per “attuare questo piano vergognoso”.

Tra i firmatari, Lord Chris Patten, ex presidente del Partito Conservatore; Sir Edward Davey, leader dei liberal democratici, e la baronessa Helena Kennedy, membro laburista della Camera dei Lord.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ripetutamente annunciato di voler annettere ampie zone della Cisgiordania in violazione del diritto internazionale.

In aprile ha raggiunto un accordo con il suo principale rivale, Benny Gantz, per formare un governo di coalizione che farà passi avanti verso una legge di annessione.

Washington ha fatto sapere che sosterrà il progetto israeliano, ma l’Unione Europea e le Nazioni Unite hanno denunciato il piano.

L’anno scorso, il Regno Unito si è unito a Francia, Germania, Italia e Spagna per mettere in guardia contro i programmi di annessione da parte di Israele.

“Se attuato, ciò costituirebbe una grave violazione del diritto internazionale,” hanno affermato in una nota i Paesi europei.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’apartheid al tempo del coronavirus

Yoav Haifawi

13 aprile 2020 – Mondoweiss

Devo dissentire dal dottor Azmi Bishara. Cercando di difendere l’ultima disastrosa risposta degli Stati capitalisti dell’Occidente alla pandemia, egli sostiene su “Arab 48” [app di notizie in arabo, ndtr.] che i governi non dovrebbero essere giudicati in base alla loro condotta durante le emergenze. Trovo che sia proprio il contrario. In molti casi abbiamo visto che in tempi normali un Paese se la può benissimo cavare senza un governo in carica. Ma una gravissima crisi mette brutalmente in evidenza molte cose sulla natura di ogni regime proprio nel momento in cui abbiamo disperatamente bisogno di un buon governo che ci protegga, e tutti ne stiamo prendendo atto.

L’“Economist” [noto settimanale di economia pubblicato a Londra, ndtr.] informa che negli Stati Uniti l’EPP (Equipaggiamento Protettivo Personale), salvavita importato dal governo (attraverso la FEMA [ente federale per la gestione delle emergenze]) è affidato a distributori privati perché ci guadagnino a spese della vita delle équipe mediche in prima linea. Abbiamo visto tutti i Paesi ricchi interrompere l’esportazione di prodotti sanitari essenziali e offrire più degli altri per accaparrarsi qualunque cosa sul mercato. Quando l’Italia era nel momento peggiore della crisi, la Germania ha vietato l’esportazione di forniture mediche, ma quando la Cina ha mandato l’equipaggiamento salvavita necessario i dirigenti dell’UE hanno messo in guardia che la Cina lo stava facendo “per fini propagandistici”.

Leggere le notizie locali sul coronavirus in Israele è una storia ancora diversa. Il regime israeliano di apartheid sta dimostrando di essere assurdamente anormale persino nel più abnorme dei momenti. Qui ci sono alcuni esempi strazianti su com’è l’apartheid ai tempi del coronavirus.

Pronti a morire come Sansone

Ci sono molte notizie su come ogni Stato e ogni istituzione sanitaria oggi stia cercando ogni opportunità per comprare EPP. La Turchia è uno dei principali produttori mondiali e uno dei pochi ancora disposti a venderli, nonostante l’epidemia sia in peggioramento sul fronte interno. Bloomberg [rete televisiva di notizie economiche, ndtr.] ha riferito che la Turchia stava fornendo equipaggiamento di protezione personale a Israele, compresi maschere chirurgiche, camici e guanti sterilizzati.

Giovedì 9 aprile tre aerei israeliani dovevano prelevare le forniture mediche da un aeroporto militare turco. Ma poi pare che la Turchia abbia chiesto che in cambio Israele consentisse il passaggio di pari quantità di aiuti turchi contro il coronavirus ai palestinesi.

Sia secondo “Times of Israel” [quotidiano israeliano in rete, ndtr.] che “Arab 48” pare che venerdì 10 aprile Israele abbia rifiutato di arrendersi al “terrorismo” turco e l’equipaggiamento non è stato fornito. Come disse l’eroico “Sansone”: “Che muoia io con i tutti i palestinesi…”

Poi ieri, 12 aprile, “Haaretz” [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] ha informato in merito a nuovi negoziati tra Israele ed Hamas relativi a uno scambio di prigionieri. Hamas ha affermato di essere pronto ad arrivare a un compromesso rispetto alle sue precedenti condizioni per proteggere prigionieri palestinesi anziani e malati dal pericolo di soccombere al coronavirus in prigione. Ciò che è significativo per il nostro discorso è che, secondo “Haaretz”, i palestinesi intendono che parte dell’accordo sia che Israele fornisca alla Striscia di Gaza, tuttora assediata, un numero non specificato di ventilatori per curare i pazienti di coronavirus. Ciò che è ancora più significativo è che, secondo lo stesso articolo, fonti israeliane hanno negato (a parte ogni dettaglio riportato riguardo al previsto accordo) che potessero essere consegnati ventilatori a Gaza!

Il Mossad ruba EPP?

Molto tempo fa Yeshayahu Leibowitz [eminente intellettuale e religioso israeliano, ndtr.] ammonì che Israele sarebbe diventato uno “Stato dello Shabak” – in riferimento all’onnipotente “servizio della sicurezza generale” (GSS, Shabak [noto anche come Shin Bet, ndtr.]). Un articolo su Maariv [giornale israeliano di centro destra, ndtr.] del 27 luglio 2019 stimava che lo Shabak e il Mossad (il suo gemello, responsabile delle operazioni fuori dai confini nazionali) impieghino ognuno circa 7.000 persone e abbiano un bilancio che supera il miliardo di dollari. Mentre gli investimenti di Israele per la salute sono bassi rispetto ad altri Paesi dell’OCSE, esistono questi due mostri e si è deciso di utilizzarli per lottare contro la pandemia.

Iniziamo con il Mossad. Gli è stato affidato il compito di acquistare equipaggiamento sanitario. Secondo “the Marker” [quotidiano economico in lingua ebraica legato ad Haaretz, ndtr.] avrebbe chiesto una somma di 7 miliardi di shekel [1,8 miliardi di euro], ma per iniziare gliene sono stati dati 2,5 [640 milioni di euro]. Tuttavia non ha competenze professionali in campo medico, né esperienza particolare o infrastrutture tali da operare acquisti su larga scala e gestire procedure di importazione.

Il Mossas si è subito vantato di aver importato 100.000 test virologici da una fonte non specificata, solo per essere redarguito da un funzionario del ministero della Sanità che ha affermato che quelli non erano i test di cui c’era bisogno. Dopo che la critica è stata resa pubblica il funzionario si è affrettato a chiedere scusa, e il Mossad ha promesso di ricontrollare ciò che serve e di continuare la ricerca.

Il 6 aprile “Haaretz” ha riferito che il ministro della “Difesa” di Israele, Naftali Bennett, non ha negato, e di fatto ha implicitamente riconosciuto, che il Mossad ha rubato equipaggiamento medico da altri Paesi. Quando durante un’intervista alla radio militare gli è stato chiesto se il Mossad avesse rubato equipaggiamento sanitario relativo alla pandemia di coronavirus, Bennett ha risposto: “Non risponderò a questa domanda. Stiamo tutti operando in modo aggressivo e astuto.” (È stato riportato in inglese su Middle East Eye).

Non sorprende che il Mossad, specializzato in assassinii, spionaggio e ogni sorta di attività clandestine, faccia ricorso a metodi illegali nel suo nuovo ruolo. Ma ci si potrebbe aspettare che Bennett, che dovrebbe essere un uomo d’affari rispettabile, sia almeno sufficientemente astuto da negarlo. Tuttavia potrebbe avere una buona ragione per far credere all’opinione pubblica israeliana che il Mossad stia rubando per lei. Sulla stampa israeliana alcuni commentatori hanno affermato che dare miliardi di shekel a organismi segreti come il Mossad significa che non c’è alcun controllo su come i soldi vengano spesi. Ora, quando ci fossero delle domande in merito, Bennett potrebbe sussurrare “Shh…” e ammiccare: “Non vuoi mica svelare segreti di Stato.”

Inoltre Israele è abituato ad essere al di sopra delle leggi internazionali per tutti i suoi crimini di guerra, quindi perché dovrebbe temere di rubare equipaggiamento sanitario in giro per il mondo?

Sul ricevitore dello Shabak

Sul fronte interno, allo Shabak è stato assegnato il compito di identificare i percorsi delle persone infettate dal coronavirus e di informare quelli che sono stati in contatto perché si mettano in auto-isolamento. Per la prima volta è diventato di dominio pubblico che lo Shabak può tracciare (ora lo sta facendo in modo ufficiale) l’ubicazione di ogni persona, almeno finché la gente va in giro con il proprio cellulare.

Per i palestinesi, sia in Cisgiordania che all’interno della Linea Verde [cioè in Israele, ndtr.], i continui controlli da parte dello Shabak non sono una novità. Persino ad Haifa, il luogo più pacifico sotto l’apartheid israeliana, qualunque giovane palestinese può essere invitato senza alcuna ragione a “colloqui” indiscreti da parte di ufficiali dello Shabak. Per gli attivisti politici il governatore militare (sì, ci sono governatori militari da entrambi i lati della Linea Verde) può emanare un ordine di detenzione amministrativa in base a “prove” segrete dello Shabak, in modo che al detenuto o al suo avvocato non sia consentito neppure sapere di cosa sia accusato. Funzionari dello Shabak compaiono nei tribunali sotto falso nome e alla difesa non è permesso neppure vederne il volto. Le loro parole in tribunale sono considerate indiscutibili.

Appena lo Shabak ha iniziato a prendere di mira israeliani ebrei, certo senza mandarli in prigione ma solo in auto-isolamento, improvvisamente la stampa si è riempita di articoli sui suoi errori.

Una donna aveva fatto in modo che il marito, tornato dall’estero, stesse in auto-isolamento nella loro casa, mentre lei sarebbe rimasta con i genitori per poter continuare il suo lavoro. Ma dopo essere passata per strada nei pressi della sua casa per salutare il marito che era sul balcone a distanza di sicurezza, è stata messa anche lei in auto-isolamento. Un’altra donna ha preparato una torta per un vicino in isolamento e gliel’ha lasciata vicino alla porta chiusa. Anche lei è caduta nella rete dello Shabak. Altri si sono lamentati di non riuscire a capire perché gli sia stato detto di isolarsi, in quanto non gli è stato detto con chi e quando si sarebbero incontrati.

Persone la cui vita è stata improvvisamente sconvolta senza ragione hanno chiamato il ministero della Sanità e gli è stato risposto che non ne sapevano niente, è competenza dello Shabak. Gli hanno detto che “lo Shabak non sbaglia mai.”

Alcuni hanno tentato di chiamare direttamente lo Shabak ed hanno scoperto che non c’è modo di raggiungere il servizio segreto né di presentare ricorso contro le sue decisioni.

Un caso riportato in dettaglio è quello di un medico che aveva qualche sintomo e gli è stata fatta l’analisi del coronavirus. Il test è risultato negativo (nessun virus), ma a quanto pare è stato inserito un risultato sbagliato nel sistema. Subito tramite un messaggino sul telefono è stato ordinato ai suoi parenti, vicini e colleghi di auto-isolarsi. Persino lui, con rapporti con il sistema sanitario e con il certificato di test negativo in suo possesso, ha avuto molte difficoltà a convincere le autorità a riconsiderare la decisione. Solo dopo che i media hanno messo in evidenza l’assurdità della situazione il ministero della Sanità ha ammesso l’errore.

Ciò farà sì che ogni giudice israeliano ci pensi due volte prima di basarsi sulle “prove” segrete dello Shabak per mandare in galera un palestinese? C’è da dubitarne.

La polizia aggredisce abitanti palestinesi di Giaffa

Per le normali forze di polizia israeliane la dichiarazione del blocco totale del Paese è stata un’ulteriore opportunità per maltrattare i palestinesi. Non posso qui riportare le tante violenze in Cisgiordania, dove aggressioni generalizzate contro i palestinesi da parte di coloni e soldati sono già state riportate qui il 6 aprile. Quello che è meno noto è il grave attacco avvenuto l’1 e il 2 aprile contro i palestinesi di Giaffa, una città araba che è stata annessa a Tel Aviv ed ora è sottoposta a pesanti pressioni per “ebraicizzarla/ gentrizzarla”.

La popolazione araba di Giaffa è per lo più povera e marginalizzata, e i rapporti con la polizia erano tesi anche prima della pandemia. Quando è stato decretato il blocco totale, la polizia di Tel Aviv ha avuto l’opportunità di fare una dimostrazione di forza a Giaffa come non è mai stato fatto in nessun altro quartiere. Ha provocato due giorni di estesi scontri che sono continuati fino a notte inoltrata.

Non ho potuto andare a Giaffa, ma ho parlato per telefono con un attivista del posto ed ho sentito il racconto di prima mano su come tutto è accaduto. Il primo giorno, durante quella che avrebbe dovuto essere la messa in pratica del blocco, la polizia ha iniziato ad arrestare giovani del posto. Per quanto ho sentito, ciò che ha provocato di più gli abitanti è stato il fatto che la stessa polizia non abbia dimostrato alcuna intenzione di seguire le istruzioni contro l’infezione. Si spostavano in gruppi compatti, senza mascherine e colpivano la gente a mani nude. Una donna che ha cercato di proteggere suo figlio è stata gettata a terra, la sua testa ha battuto sull’asfalto ed ha iniziato a sanguinare. Le persone in tutto il quartiere scoppiavano di rabbia, non più disposte a sopportare.

Il secondo pomeriggio alcuni attivisti hanno iniziato una veglia silenziosa contro la violenza della polizia, cercando di mantenere il distanziamento sociale stabilito, rimanendo lontani. Benché l’ordine di chiusura totale consenta specificamente le manifestazioni, la polizia ha chiesto che i dimostranti si disperdessero e subito li ha attaccati. Poi la strada è stata chiusa e gli scontri sono ripresi.

Il terzo giorno è stata la stessa dirigenza locale palestinese che ha fatto di tutto per convincere gli attivisti e la popolazione in generale a rimanere in casa. Il pericolo di infezione era troppo grande, e la violenza della polizia e le proteste contro di essa contineranno probabilmente molto dopo la pandemia.

* * *

L’apartheid ha avvelenato le nostre vite per molti anni. È ancora più pericolosa in questi tempi difficili.

Yoav Haifawi è un attivista antisionista.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Hamas rifiuta le condizioni israeliane per gli aiuti a Gaza contro il coronavirus

Adnan Abu Amer

10 aprile 2020 Middle East Monitor

Nei giorni scorsi, Hamas e Israele hanno avuto un evidente scontro sulla fornitura di assistenza medica alla Striscia di Gaza per contrastare il coronavirus, poiché come condizione dell’assistenza medica Israele ha posto il ritorno dei suoi soldati catturati nella guerra del 2014. I media israeliani hanno chiesto a Hamas di liberare i soldati in cambio degli aiuti per combattere il coronavirus.

Da parte sua, Hamas ha annunciato tramite il suo leader a Gaza, Yahya Al-Sinwar, che otterrà quanto serve alle necessità umanitarie con la forza, minacciando che “sei milioni di israeliani potrebbero smettere di respirare” se Israele non sarà disposto a rifornire la Striscia di Gaza dei respiratori necessari ai pazienti con coronavirus.

Al-Sinwar ha lasciato anche intendere che Hamas potrebbe fare una concessione in merito all’accordo di scambio se sarà permesso l’ingresso di forniture per migliorare le condizioni di vita e l’assistenza medica a Gaza nonché il rilascio dei prigionieri palestinesi anziani, malati, minori e donne. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha risposto incaricando Yaron Bloom, coordinatore israeliano dei prigionieri di guerra e prigionieri israeliani MIA [missing in action, dispersi durante una azione, ndtr], di avviare i colloqui necessari per riprendere il negoziato di scambio di prigionieri con Hamas.

Questo tira e molla significa che sarà possibile un incremento di violenza tra Hamas e Israele, perché le fazioni palestinesi cercheranno di fare pressione su Israele affinché conceda l’ingresso di forniture mediche e assistenza sanitaria a Gaza per combattere il coronavirus. Alcuni giorni fa sono stati lanciati dei missili da Gaza contro Israele e questo solleva degli interrogativi, se entrambe le parti si indirizzeranno ad un’escalation militare o se raggiungeranno un accordo di scambio. Assisteremo a uno scontro militare non voluto durante questa disastrosa situazione sanitaria a Gaza e in Israele, o alla fine avranno luogo negoziati per raggiungere un nuovo accordo di scambio di prigionieri tra le parti?

Alcuni giorni fa l’esercito israeliano ha annunciato di aver bombardato le postazioni di Hamas nella Striscia di Gaza, in risposta a un missile sparato contro gli insediamenti intorno a Gaza. Migliaia di israeliani si sono precipitati nei rifugi, anche se era la prima aggressione dall’inizio dell’emergenza coronavirus a febbraio, con palestinesi e israeliani chiusi nelle loro case per fermarne la diffusione.

Nessuna delle fazioni palestinesi ha rivendicato il lancio di missili, ma il bombardamento israeliano delle postazioni di Hamas è per via del controllo di Hamas su Gaza. Le fazioni palestinesi hanno affermato che Israele stesse approfittando della preoccupazione del mondo nella lotta al coronavirus per intensificare il blocco su Gaza.

L’atmosfera nella Striscia di Gaza segnala che la crisi sanitaria, dopo l’individuazione di numerosi casi di coronavirus, potrebbe spingere Hamas a fare pressione su Israele perché allenti il blocco su Gaza. Alcuni gruppi israeliani hanno profilato un cupo scenario simile al Giorno del Giudizio, con Gaza che esplode in faccia a Israele un diffuso contagio di coronavirus.

Hamas ha ripetutamente affermato che sotto il blocco israeliano Gaza vive in condizioni catastrofiche e che solo Israele è responsabile del suo prolungamento. Hamas è in contatto con dei mediatori per costringere Israele a revocare il blocco su Gaza, alla luce della pandemia di coronavirus che aggrava la situazione – segnalando che il lungo blocco di Gaza non favorisce il mantenimento della calma nei sistemi di vigilanza. Hamas non ha esplicitamente ammesso la sua responsabilità nel lancio di missili contro Israele, ma non ha negato, ammantando la questione di mistero e ambiguità.

La Commissione di Monitoraggio del governo guidato da Hamas nella Striscia di Gaza ha dichiarato che le autorità governative di Gaza hanno bisogno di supporto dall’interno e dall’esterno per affrontare il virus. Ha annunciato la distribuzione di un milione di dollari in fondi di emergenza urgenti a 10.000 famiglie a basso reddito colpite dai provvedimenti, e l’assunzione di 300 nuovi membri del personale per il Ministero della Sanità di Gaza. Il leader di Hamas Ismail Haniyeh ha discusso con alcuni partiti palestinesi, regionali e internazionali, gli effetti della diffusione del coronavirus in Palestina.

La posizione palestinese ammette che Hamas e Israele non hanno interesse a un’escalation militare sotto il coronavirus, e il lancio del missile da Gaza potrebbe far parte del caos nella sicurezza creato dai militanti armati che Hamas sta cercando di controllare. Inoltre, Israele teme la diffusione del virus a Gaza per paura che la comunità internazionale lo ritenga responsabile di Gaza; potrebbe quindi concedere alcune agevolazioni, come consentire l’ingresso di attrezzature sanitarie e forniture mediche di prevenzione, nonché mobilitarsi per un sostegno finanziario alla paralisi economica di Gaza a seguito allo scoppio della pandemia.

Le principali richieste di Gaza per affrontare il coronavirus sono forniture mediche: respiratori, kit per testare il virus, provviste alimentari e aiuti per gli abitanti di Gaza che soffrono i provvedimenti presi per combattere la pandemia.

Vale la pena notare che Gaza è in grado di gestire solo 100-150 casi di coronavirus, perché il suo sistema sanitario è fragile e non può prendere in carico grandi numeri. Ha uno scarso numero di ventilatori e letti per terapia intensiva, nonché una carenza di farmaci del 39%.

Anche se la recente escalation a Gaza potrebbe non essere collegata a una specifica organizzazione palestinese, potrebbe essere un messaggio che segnala che Israele ha la responsabilità di affrontare esaustivamente la situazione sanitaria a Gaza, dove ci sarebbe una grande catastrofe se il coronavirus si diffondesse tra la gente. Chiunque abbia lanciato i missili, sembra aver chiesto a Israele di revocare il blocco su Gaza. Israele è interessato a soddisfare il bisogno di salute e di vita di Gaza, perché se la pandemia si diffonde tra i palestinesi, li spingerà a lanciare e far scoppiare decine, se non centinaia, di missili. Potrebbero anche affollarsi al confine Israele-Gaza per salvarsi dalla pandemia.

Con il mantenimento delle prescrizioni per affrontare il coronavirus a Gaza, le autorità governative di Gaza affiliate ad Hamas stanno, tra le altre misure, sottoponendo i viaggiatori che ritornano a Gaza attraverso il valico di Rafah con l’Egitto e il valico di Beit Hanoun con Israele ad una quarantena obbligatoria di 21 giorni. Hanno anche chiuso tutte le moschee, università, scuole, mercati, sale per matrimoni e ristoranti fino a nuovo avviso. Stanno anche studiando la possibilità di imporre un coprifuoco completo, oltre a chiedere ai palestinesi di rimanere sempre in casa.

Tutte queste misure hanno contribuito alla crescente sofferenza di gruppi vulnerabili come autisti, impiegati di sale per matrimoni, ristoranti e bar. Forse la sovvenzione mensile del Qatar di 100 dollari distribuita a 100.000 famiglie bisognose a Gaza riduce relativamente l’effetto dell’assedio israeliano e allevia il deterioramento della situazione economica di Gaza; la sovvenzione del Qatar faceva parte degli accordi umanitari concordati tra Hamas e Israele nell’ottobre 2018.

In questi giorni, il Qatar ha annunciato che avrebbe fornito 150 milioni di dollari in sostegno finanziario alla Striscia di Gaza per un periodo di sei mesi, per alleviare le sofferenze dei palestinesi e per aiutare a combattere il coronavirus, senza chiarire la natura della distribuzione della sovvenzione né i beneficiari.

Nel frattempo, il Ministero dello Sviluppo Sociale di Gaza ha fornito tutti i pasti a coloro che sono stati messi in quarantena nei centri sanitari, per un totale di 6.000 pasti al giorno. Il Ministero fornisce anche le risorse necessarie ai soggetti in quarantena, come frigoriferi, elettrodomestici e utensili per la casa. Il Ministero ha anche registrato il numero di famiglie colpite dallo stato di emergenza imposto dal coronavirus; queste famiglie saranno raggiunte e aiutate.

Tutto ciò conferma peraltro che le condizioni sanitarie ed economiche a Gaza sono disastrose, le necessità fondamentali dei palestinesi non sono coperte e ciò che le agenzie internazionali e l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) forniscono è solo una piccola parte del necessario. Le agenzie governative di Gaza forniscono cibo e bevande a 1.600 palestinesi in centri di quarantena; queste agenzie soffrono da tempo di un grave deficit economico, che richiede un’urgente iniezione di finanze.

Il lancio di un missile da Gaza verso Israele potrebbe essere il messaggio palestinese a Israele che le condizioni a Gaza non sono accettabili e che qualsiasi tentativo israeliano di esimersi dal provvedere alle richieste umanitarie e sanitarie di Gaza potrebbe significare che nel prossimo futuro i missili aumenteranno. Tuttavia, è improbabile che si arrivi ad uno scontro a pieno titolo tra Hamas e Israele, piuttosto ad un processo di progressiva intensità, per diversi giorni, se il virus si diffondesse tragicamente a Gaza.

Middle East Monitor ha appreso da fonti palestinesi che Hamas ha inviato un messaggio a Israele attraverso dei mediatori regionali e internazionali: “Hamas considera Israele direttamente responsabile del deterioramento delle condizioni di vita e salute a Gaza e non rimarrà inerte di fronte alla diffusione del coronavirus, perché Hamas crede che Israele sia tenuto a agire per impedire il collasso del sistema sanitario, con aiuti diretti o attraverso l’ANP o le agenzie internazionali “.

Hamas non ha rivendicato il lancio di missili contro Israele e potrebbe non essere nel suo interesse impegnarsi in un esteso confronto militare. Tuttavia, l’attuale peggioramento delle condizioni nella Striscia di Gaza, l’aumento dei casi di coronavirus, la mancanza di attrezzature mediche sufficienti per esaminare i pazienti e la mancanza di supporto finanziario necessario per aiutare coloro che non possono lavorare in quanto costretti a rimanere a casa, possono intensificare l’effetto a catena. Hamas potrebbe decidere un incremento di violenza contro Israele per costringerlo a fornire le scorte insufficienti a Gaza. Hamas pensa che Israele corrisponderà alle sue richieste, per essere libero di affrontare la diffusione su larga scala del coronavirus tra gli israeliani.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dallinglese di Luciana Galliano)




Apeirogon: un altro passo falso colonialista dell’editoria commerciale

Susan Abulhawa

11 marzo 2020 – Al Jazeera

L’ultimo romanzo di Colum McCann mistifica la situazione della colonizzazione della Palestina presentandola come un ‘conflitto complicato’ fra due parti eguali.

Il regista hollywoodiano Steven Spielberg ha recentemente acquistato i diritti cinematografici di un romanzo su ” Israele Palestina ” prima della sua pubblicazione, fatto che potrebbe riportarci a vivere un momento culturale di un deplorevole deja vu.

A metà degli anni ’50, i potenti produttori di Hollywood finanziarono la stesura di un romanzo di Leon Uris per vendere all’immaginazione popolare occidentale le tesi filo-israeliane.

Il resultato fu “Exodus”, un best seller che diventò un blockbuster nelle sale. Narra una storia vera (una nave che trasportava rifugiati ebrei diretta in Palestina) che fu all’origine di un mito costruito ad arte – una terra senza popolo per un popolo senza terra – che serviva a metter in ombra i custodi indigeni di quella terra.

Era il romantico lieto fine di cui l’Europa aveva bisogno dopo il genocidio della propria popolazione ebrea. Milioni di persone se lo sono bevuto e l’hanno accettato come verità assoluta, per giunta con l’autorità della Bibbia.

Ma era una bugia, come adesso tutti sanno.

La Palestina aveva un’antica e articolata organizzazione sociale e quando i sionisti europei calarono sul loro Paese, commettendo massacri e pogrom ben documentati per espellere i palestinesi, questi invocarono invano l’aiuto del resto del mondo. Solo quando ci siamo organizzati in una guerriglia armata e abbiamo dirottato degli aeroplani il mondo è stato finalmente costretto a fare i conti con la nostra esistenza.

Non potendo più sostenere la tesi che la Palestina fosse sempre stata disabitata, i sionisti hanno cambiato la narrativa tramite innumerevoli film, libri e annunci pubblicitari che caricaturizzavano i palestinesi appiattendoli nell’unica dimensione di terroristi arabi irrazionali, immagini che persistono ancora nei media popolari.

Poi è arrivato Internet e i social hanno reso il mondo più piccolo. Di colpo, le masse hanno avuto accesso a video, foto, resoconti di testimoni oculari, media indipendenti, certificazioni delle violazioni dei diritti umani e relazioni ONU che mettevano a nudo la sadica oppressione dei palestinesi.

‘È complicato’ e altri miti mutevoli

Negli ultimi vent’anni Israele si è trovato in difficoltà nel tentativo di approntare una strategia per affrontare questa scoperta nota a tutti del suo marciume coloniale. È diventato più difficile nascondere l’umanità dei palestinesi.

Israele ha siglato un accordo con Facebook e collaborato con altre grandi compagnie di social media per censurare le pagine palestinesi; ha bollato i critici di Israele come antisemiti, distruggendo carriere e anche peggio; ha messo in piedi un “Progetto di guerra giudiziaria” per trascinare studenti e attivisti in tribunale; e, con successo, ha promosso all’estero leggi che criminalizzano le critiche a Israele.

Sul fronte culturale, Israele ha utilizzato delle campagne di pubbliche relazioni con le quali i suoi sostenitori hanno impregnato il discorso pubblico con citazioni quali: “è complicato” – un “conflitto” che “va avanti da migliaia di anni “.

Purtroppo ci viene propinato il racconto delle “due parti” come se la distruzione di una società indigena indifesa sia una questione di due parti uguali che semplicemente non si capiscono, ma che avrebbero solo bisogno di una spintarella, forse un po’ più di dialogo, per amarsi, e voilà! Kumbaya [“Vieni qui”, titolo di uno spiritual degli anni ’30, ndtr.], mio Signore.

Però nessuno di questi grandi sforzi ha smorzato la crescita della campagna del BDS, Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, un movimento globale di resistenza popolare che ha coinvolto, ovunque nel mondo, milioni di persone stanche della straordinaria impunità di Israele e della ininterrotta colonizzazione della Palestina.

In breve, nulla è riuscito a replicare lo spettacolare exploit pubblicitario di “Exodus”. Fino ad ora, forse.

Apeirogon

Entra Apeirogon.

Un apeirogon è un poligono con un numero infinito di lati. È anche il titolo dell’ultimo romanzo di Colum McCann, una specie di sostegno infinito al discorso di Israele dei “due lati”.

Il romanzo è più una biografia che un’opera di narrativa. È basato su una storia vera, quella di un’amicizia fra un palestinese e un israeliano. Bassam Aramin è un palestinese la cui figlia, Abir, fu uccisa con un colpo sparato alla testa da un soldato israeliano nel 2007 e Rami Elhanan è un israeliano la cui figlia, Smadar, fu uccisa in un attacco suicida nel 1997.

Il suo messaggio centrale è quello del potere dell’empatia ed entrambi i protagonisti hanno espresso un totale sostegno al libro. Io ho parlato con Bassam Aramin che mi ha informata che loro tre andranno insieme in tournée. Ma, come Exodus, racconta una storia vera per vendere una bugia molto più grande.

Colonizzatori e nativi

Immaginate questo, per prendere a prestito lo stile narrativo di McCann: da qualche parte nella Riserva di Pine Ridge, una ragazzina della Nazione Oglala Lakota, la cui testa viene fatta esplodere dal figlio irritabile di un colonizzatore bianco, muore dissanguata tra le braccia del padre che non può far nulla per lei. Un altro colonizzatore bianco fa amicizia con il padre della fanciulla nativa (deve essere su iniziativa dell’uomo bianco, perché il padre non può lasciare la riserva) e fra i due uomini sboccia un’amicizia basata sul dolore condiviso di aver perso una figlia. La figlia del bianco è stata uccisa da un gruppo di giovani guerrieri che avevano attaccato un insediamento che aveva invaso le loro terre. L’amicizia fra i due uomini è sincera. La perdita che ogni giorno li tormenta è la stessa.

Ed ecco che arriva uno scrittore che è così commosso dalla loro insolita amicizia, dalla storia che ci sta dietro e da quello che lui pensa rappresenti una speranza per il futuro della Nazione, da decidere di scrivere un libro su di loro. È una specie di tentativo di amplificare le voci di pace, nato dalla convinzione ostinata che si possa risolvere qualsiasi cosa tramite il benevolo entusiasmo di gente ben intenzionata.

Lo scrittore non cerca di nascondere gli orrori inflitti sui corpi dei nativi. Anzi, presenta la vera faccia della violenza e dei traumi inflitti dai colonizzatori. Ma qui sta il trucco: lui presenta la violenza di una ribellione dei nativi locali nello stesso modo e descrive l’insicurezza e la paura che i colonizzatori bianchi devono tragicamente subire quale conseguenza della resistenza indigena contro le loro colonie.

Vedete? C’è un’implicita equiparazione. Tutte le paure sono le stesse, tutta la violenza è la stessa, tutta l’insicurezza è la stessa. Il padre degli Oglala Sioux racconta allo scrittore di come, attraverso questa amicizia, sia riuscito a vedere, per la prima volta, l’umanità dei bianchi. L’uomo bianco gli dice lo stesso a proposito dell’umanità degli indigeni.

E così, il motore genocida del colonialismo americano che, insieme alla schiavitù, ne ha sostenuto l’intera economia, diventa semplicemente un grande malinteso, un problema da risolvere con il dialogo, l’empatia e la semplice comprensione che, come dice McCann, citando la rivelazione del suo protagonista palestinese: “Anche loro hanno delle famiglie.”

Sostituite i palestinesi con gli Oglala Lakota, la Palestina invece della Riserva di Pine Ridge e mettete gli israeliani al posto dei colonizzatori bianchi (anche se questi non hanno bisogno di essere sostituiti) e avrete, in poche parole, il romanzo di Colum McCann, molto pubblicizzato e molto atteso, che potrebbe diventare probabilmente un film di gran successo.

Voglio chiarire che non sto paragonando, o mettendo sullo stesso piano, forme o esempi di ingiustizia. Sto cercando di ribadire, usando un momento storico orrendo che è stato compreso solo retrospettivamente, che è il massimo della menzogna suggerire che le storie di relazioni individuali in circostanze in cui le differenze fra le forze sono enormi non sono altro che la normalizzazione di un evento secondario e certamente non una critica alle macchinazioni che sostengono un’oppressione strutturale.

Si può anche fare paragoni con l’apartheid in South Africa in un bantustan [territori semiautonomi in cui venivano relegati i nativi africani, ndtr.], o con il Belgio in Congo, o con la Germana nazista nel ghetto di Varsavia o con il Ku Klux Klan nel Mississippi. Dopotutto, anche i membri di quelle orribili istituzioni avevano delle famiglie, no?

Exodus 2.0

Apeirogon potenzialmente è un Exodus 2.0, una nuova versione, riorganizzata e adeguata alla crescente consapevolezza dell’opinione pubblica delle sofferenze palestinesi sotto il giogo di un inarrestabile orrore israeliano.

Ho chiesto a Bassam se l’avesse letto. “Ho provato, ma era troppo doloroso, ” ha detto. Riesco a capire perché, dato che McCann amplia i dettagli delle uccisioni delle due ragazzine, spargendone pezzetti qui e là in centinaia di pagine, aggiungendo un nuovo dettaglio ad ogni ripetizione, fino a che uno non è più così sorpreso da quello che era straziante da leggere molte volte nelle prime pagine. È un modo interessante per descrivere la normalizzazione della violenza, se questo è quello che McCann intendeva fare.

Intervallati nella storia, ci sono cuciti insieme pezzi diversi di informazioni, dai modelli di migrazione degli uccelli ai re antichi, dalla Cappella Sistina agli esplosivi, in una specie di profondità obbligata che mira a legare insieme tutte le cose, ovunque, in ogni tempo, tutto ciò che, in qualche modo, riguarda “Israele Palestina “.

In altre parole: “tutto è così tanto, tanto complicato.”

Prendete, per esempio, l’idea che il nucleo di ‘Fat Man’, la bomba atomica usata dagli USA per sterminare ogni cosa che si muovesse, ondeggiasse, saltasse, volasse o respirasse nella città di Nagasaki avesse “le dimensioni di un sasso che può essere lanciato ” (presumibilmente dalle mani di un ragazzino palestinese).

Il centro drammatico della peggiore paura di ogni genitore è intrecciato in questo vertiginoso caleidoscopio di banalità mondiali. Queste mi sarebbero piaciute se non agissero come uno specchietto per le allodole linguistico, offuscando quella che è veramente la più semplice, vecchia vicenda nella storia dell’umanità: un potente gruppo di persone ruba una terra, la colonizza e cerca di togliere di mezzo gli indigeni.

Le paludi di Hule

McCann dedica molto spazio del libro agli uccelli – le loro singole specie, i modelli delle migrazioni e le relazioni ornitologiche. Ma da nessuna parte cita che, all’incirca nel momento in cui Leon Uris stava scrivendo Exodus, Israele stava prosciugando le paludi di Hule, che chiamava una “palude malarica”. Il progetto era pubblicizzato come ingegnosità sionista. Gli ebrei europei dichiararono che stavano ” redimendo la terra ” che, dicevano loro, era stata lasciata andare in rovina dagli arabi arretrati.

In realtà, questi nuovi coloni europei distrussero un vasto tesoro della biodiversità regionale che era stato un grande luogo di sosta dove centinaia di milioni di uccelli migratori si rifocillano. Si stima che oltre 100 specie animali scomparvero dall’area o si estinsero.

Questo episodio della storia sionista è probabilmente l’analogia migliore con il libro di McCann: un progetto ambizioso per “redimere”, concepito da stranieri, che non sapevano niente del luogo, della sua storia ed ecologia; desiderosi di rimediare, civilizzare e avanzare delle pretese, ben intenzionati; fiduciosi della loro propria gloria, ma in realità profondamente pericolosi – in modo irreparabile per le vite dei più vulnerabili.

Rafforzando il concetto di “conflitto complicato” fra “due parti”, il libro racconta una scena in cui una soldatessa israeliana, brandendo una pistola, lega, insulta e picchia Bassam Aramin, disarmato, con le mani in alto in segno di resa con una macchia rosa sui palmi. Ore dopo, quando la soldatessa si rende conto che la macchia rosa veniva dai dolcetti della figlia di Bassam ammazzata e non da un esplosivo, è veramente dispiaciuta. Chi può biasimare la padrona della piantagione se, a ragione, è un po’ impaurita dei negri con palmi macchiati? Come se picchiare i palestinesi ai checkpoint non fosse abituale, o come se i cecchini israeliani non ci ammazzassero per sport, inneggiando quando fanno centro.”

Al lettore viene detto parecchie volte che Rami Elhanan Gold proviene da una famiglia “antica”, un abitante di Gerusalemme da “sette generazioni.” Ma non ci viene detto cosa ciò significhi.

Primo, Rami proviene da una piccola minoranza di ebrei israeliani che in realtà può far risalire la propria stirpe nel Paese a prima della Seconda Guerra Mondiale. Secondo, è parte di una minoranza persino più piccola, il cui lignaggio in Palestine risale a prima della Prima Guerra Mondiale. Terzo, gli antenati di Rami, come tutti i “popoli del libro” (quelli con religioni monoteiste) erano stati accolti e protetti in Palestina sotto il governo musulmano, durato oltre 1200 anni.

Quarto, nulla di tutto ciò impedì a Rami o ai suoi genitori di impugnare le armi contro i loro vicini non-ebrei quando il sionismo promise di dar loro potere e proprietà. Che slealtà.

Le storie che McCann sceglie di non rivelare sono, beh, rivelatrici.

Per la cronaca, io sono di Gerusalemme da almeno 22 generazioni. Israele mi ha buttata fuori dalla mia patria quando avevo 13 anni. Perché ero una “illegale”.

In nessun modo sapere che anche gli israeliani “hanno una famiglia ” mi costringerà mai ad accettare il mio esilio forzato.

Tali scomode verità, o persone scomode, non hanno un posto nelle narrazioni coloniali riduzioniste di empatia e dialogo.

Chi racconta la storia

Per anni, Spielberg e la sua famiglia hanno raccolto fondi e sostenuto Israele e la sua occupazione della Palestina. Che progetti di trasporre questo libro sul grande schermo è totalmente in linea con le sue dichiarazioni secondo cui darebbe la vita per Israele.

Io non capisco perché McCann gli abbia venduto i diritti. Temo che, proprio come gli uomini bianchi privilegiati hanno usato Exodus per vendere una montatura coloniale nel 1958, un nuovo gruppo di uomini bianchi privilegiati a Hollywood userà Apeirogon per vendere un nuovo capitolo culturale contemporaneo di menzogne colonialiste.

Io non conosco McCann, anche se sospetto che abbia scritto il suo libro con un senso di solidarietà e il desiderio di promuovere il “dialogo”. Ma è possibile fare grandi danni avendo le più nobili intenzioni. La retorica del dialogo può essere attraente, l’idea che parlare per trovare un’umanità comune sia tutto quello che ci vuole per smantellare il razzismo strutturale e le nozioni di supremazia etnocentrica. Può trasformare ogni tipo di persona, persino le vittime stesse, in persone che contribuiscono a diffondere l’ingiustizia.

Come ben sanno i palestinesi, avendo fatto proprio questo per quasi trent’anni, dialogo e negoziati hanno sempre favorito i potenti.

È chiaro che McCann abbia fatto lunghe ricerche, incluse lunghe conversazioni con i personaggi principali di questo libro e forse, presentando una storia vera, ha tentato di indicare la via in merito ai temi etici che riguardano l’appropriazione. Ma c’è un messaggio coloniale complessivo che si presta alla propaganda sionista. È come Jared Kushner che, dopo aver letto 25 libri, pensa che ciò lo qualifichi a fare l’“accordo del secolo”, una “soluzione” per accontentare “tutte le parti ” del “conflitto”.

Susan Abulhawa è una scrittrice palestinese

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(traduzione Mirella Alessio)




Raid e spari israeliani tra Gaza e Siria: tre membri del Jihad islamico uccisi

Redazione Nena News

Tensione alta nella Striscia dove ieri mattina i militari di Tel Aviv hanno ucciso e poi sollevato con un bulldozer un giovane militante della fazione palestinese. “Piantava un esplosivo al confine” afferma l’esercito. Razzi del Jihad verso il sud d’Israele. Nella notte la risposta dei jet israeliani: diversi feriti nell’enclave palestinese, 2 le vittime nell’area di Damasco

24 febbraio 2020 Nena News

Giornata ad altissima tensione quella vissuta ieri a confine tra la Striscia di Gaza e, nella notte, in Siria (a sud di Damasco) dove l’aviazione israeliana ha fatto sapere di aver colpito “decine di obiettivi” della fazione palestinese del Jihad Islamico in risposta ai suoi razzi lanciati nel pomeriggio di ieri verso il territorio israeliano.

L’esercito ha riferito di aver colpito nell’area di al-Adleyeh (Damasco) la principale base siriana del Jihad dove si sviluppano razzi. In questa zona, afferma Tel Aviv, avvengono anche le esercitazioni militari dei membri dell’organizzazione palestinese provenienti sia dalla Striscia di Gaza che da Libano e Siria. In un comunicato il Jihad Islamico ha riconosciuto l’uccisione di due suoi combattenti, Salim Salim (24 anni) e Ziad Mansour (23), e ha promesso che si vendicherà.

Israele ha inoltre fatto sapere che ieri pomeriggio il Jihad ha lanciato dalla Striscia di Gaza verso la parte meridionale del suo territorio circa 30 razzi e colpi di mortaio, gran parte dei quali stata intercettata dal sistema difensivo Iron Dome. Il lancio dei razzi era stata una risposta a quanto avvenuto ieri mattina al confine tra Gaza e Israele dove l’esercito ha ammesso di aver ucciso un membro del Jihad mentre “era intento a piantare un esplosivo lungo il confine”. “L’esercito risponderà in modo aggressivo alle attività terroristiche del Jihad islamico che mettono in pericolo i cittadini d’Israele e danneggiano la sua sovranità” si legge in una nota ufficiale dell’esercito. Quanto accaduto ad est di Khan Yunis (a sud della Striscia, assediata da oltre 10 anni dallo stato ebraico) però non può essere ridotto a questo scarno comunicato. In un video che ha fatto ben presto il giro della rete, infatti, si vede chiaramente come un bulldozer dell’esercito trascini e poi sollevi il corpo della vittima, Mohammad Ali al-Naim (27 anni). Una scena orribile che era stata preceduta poco prima dagli spari dei soldati israeliani verso almeno due palestinesi (rimasti feriti) che provavano a recuperare il corpo ormai senza vita di an-Naim.

L’esercito si è difeso: “Abbiamo notato due terroristi avvicinarsi alla barriera di sicurezza e che piazzavano una bomba lì vicino e pertanto i soldati hanno aperto il fuoco verso di loro”. Il Jihad, di cui an-Naim era membro, ha fatto sapere che “il sangue dei martiri non sarà vano”. Duro è stato il commento anche di Hamas che governa la Striscia da oltre 10 anni. Il suo portavoce Fawzi Barhoum ha detto che “il maltrattamento” del cadavere è “un altro odioso crimine che si aggiunge ai tanti orrendi crimini compiuti [da Israele] al popolo palestinese”. Il recupero del corpo senza vita di an-Naim rientra nel piano del ministro della Difesa israeliano Bennet di usare i corpi senza vita dei combattenti palestinesi come pedine di scambio nei negoziati per il rilascio di due israeliani e per riavere indietro i resti di due soldati israeliani che sono tenuti da Hamas. Come segno di vendetta per l’uccisione di an-Naim e per il barbaro trattamento del suo cadavere, il Jihad ha rivendicato gli attacchi di ieri verso il sud d’Israele (il primo lancio di razzi è avvenuto ieri verso le 17:30 ora locale, il secondo verso le 20, qualche altro razzo è stato poi sparato dopo le 21).

Nel pomeriggio della serata di ieri la tensione è salita alle stelle quando l’aviazione di Tel Aviv ha risposto ai razzi del Jihad colpendo più punti della Striscia di Gaza. I militari hanno detto che uno dei target era un sito dove i membri del Jihad si stavano preparando a lanciare razzi verso il territorio israeliano (il ministero della Salute di Gaza parla di 4 feriti nel raid). Secondo Israele, tra gli altri obiettivi colpiti ci sarebbero anche basi militari e depositi di armi del Jihad situati a Beit Lahiya (presa di mira la base di Hittin), Rafah (qui si riportano altri due feriti) e Khan Yunis.

La tensione resta alta al confine tra Gaza e il confine meridionale d’Israele al punto che l’esercito ha ordinato oggi la chiusura delle scuole nelle comunità israeliane vicino alla Striscia e nelle città di Ashkelon, Sderot e Netivot. Vietati anche raduni pubblici. Alla popolazione è permesso andare a lavorare solo se si trovano in prossimità di un rifugio anti-missile.

Gli attacchi di ieri dalla Striscia non hanno provocato feriti (solo qualche leggerissimo danno) perché la maggior parte di loro è stata intercettata dall’Iron Dome o è caduta in aree non abitate. Sirene di emergenza sono suonate diverse volte nell’area vicina al confine o non troppo lontana dalla Striscia. Migliaia di israeliani che vivono nella zona interessata si sono recati nei rifugi.

Il premier israeliano Netanyahu, il ministro della difesa Bennet e diversi membri dei servizi di sicurezza si sono incontrati nel quartier generale dell’esercito a Tel Aviv ieri notte per fare il punto della situazione e per programmare eventualmente un attacco di più ampia portata.

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Aggiungiamo come redazione di Zeitun  da Ruptly  il video del bulldozer che con la benna trascina il corpo del palestinese ucciso.




Israele ha partecipato alla decisione degli USA di assassinare il generale iraniano

Philip Weiss

4 gennaio 2020 – Mondoweiss

La giustificazione di Trump per l’assassinio del capo militare iraniano Qasim Suleimani il 2 gennaio sono state le presunte minacce di Suleimani a diplomatici e soldati americani in Iraq. E persino il New York Times ha citato la sua responsabilità per “l’ondata di attacchi di miliziani contro Israele,” e un attacco contro l’Arabia Saudita come ragioni dell’uccisione.

Molti articoli suggeriscono che nella decisione di Trump siano stati considerati gli interessi israeliani. Sul LA Times [Los Angeles Times, quarto quotidiano più venduto negli USA, ndtr.] Noga Tarnopolsky ha riferito che i politici israeliani sono stati informati in anticipo:

Israele è stato informato preventivamente del piano USA…hanno riferito analisti militari e diplomatici israeliani venerdì notte, evitando di fornire ulteriori dettagli data la pesante censura militare.

La nostra opinione è che gli Stati Uniti abbiano informato Israele su questa operazione in Iraq, probabilmente qualche giorno fa,” ha detto a Channel 13 [canale televisivo israeliano, ndtr.] Barak Ravid, giornalista e opinionista con fonti molto addentro al sistema di sicurezza israeliano.

L’amministrazione Trump si è consultata con l’Arabia Saudita, gli Emirati e Israele prima dell’attacco, ma non con gli alleati europei, afferma Negar Mortazavi dell’Indipendent [giornale inglese di centro sinistra, ndtr.]. “(Mike) Pompeo ha chiamato Netanyahu, MBS (Mohammed bin Salman [reggente dell’Arabia Saudita, ndtr.]) e MBZ [lo sceicco Mohammed bin Zayed [generale e politico degli Emirati, ndtr.] più di una volta negli ultimi giorni per discutere di Iran, attraverso il Dipartimento di Stato [il ministero degli Esteri USA, ndtr.].” Mortavazi nota che i comunicati di ieri del Dipartimento di Stato dimostrano che Pompeo ha chiamato i ministri degli Esteri di GB e Germania dopo il fatto.

Sana Saeed di AjPlus [canale di notizie di Al Jazeera, ndtr.] osserva:

Il Congresso non sapeva della decisione di assassinare Suleimani, ma indovinate chi lo sapeva? Israele.

Jeff Morley riferisce che lo scorso anno dei funzionari degli apparati di sicurezza israeliani hanno caldeggiato l’assassinio di Suleimani: “Il Mossad ha preso di mira Suleimani, Trump ha premuto il grilletto.” Lo scorso ottobre Morley affermava che Israele sembrava aver messo Suleimani nel mirino:

Lo scorso ottobre Yossi Cohen, capo del Mossad israeliano, ha parlato apertamente dell’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, il capo della forza scelta Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana.

Sa molto bene che il suo assassinio non è impossibile,” ha detto Cohen in un’intervista. Suleimani si era vantato che Israele cercò di ucciderlo nel 2006 e non ci riuscì.

Trump ha ora soddisfatto i desideri del Mossad,” conclude Morley. “Dopo aver dichiarato la propria intenzione di porre fine alle ‘stupide e infinite guerra’ dell’America, il presidente ha di fatto dichiarato guerra al più grande Paese della regione per solidarietà con Israele, il Paese più impopolare del Medio Oriente.”

Il New York Times informa che dei funzionari israeliani avevano in precedenza promosso l’idea di uccidere Suleimani, ma dirigenti in Israele e negli USA avevano opposto resistenza, per timore che l’omicidio scatenasse una guerra con l’Iran:

Almeno una volta, tuttavia, dei funzionari israeliani hanno prospettato la possibilità di attaccarlo con le loro strutture di controllo. Secondo importanti funzionari dell’intelligence americana e israeliana, ciò avveniva nel febbraio 2008, mentre operatori delle intelligence israeliana e americana stavano inseguendo Mugniyah, il comandante di Hezbollah, nella speranza di ucciderlo, (Imad Mugniyah venne assassinato da Israele in Siria nel 2008).

Jonathan Ofir scrive su Facebook:

Il concetto secondo cui gli USA hanno agito da soli, senza rapporti con Israele, è solo un’affermazione a vantaggio della propaganda israeliana.

MJ Rosenberg ha twittato che la complicità di Israele nell’attacco non sarà mai presa in considerazione dal Congresso:

Il Congresso non avvierà mai un’inchiesta sul ruolo di Israele nell’attacco all’Iran e su tutto quello che ne conseguirà perché entrambi i partiti [del Congresso] sono controllati dall’AIPAC [la Commissione Americana per gli Affari Pubblici di Israele, ndtr], controllata da Netanyahu.

Parliamo dell’AIPAC. Ieri l’associazione di punta della lobby filo-israeliana ha lodato la decisione di Trump e ha paragonato Suleimani a Osama bin Laden:

La decisiva azione del presidente ha fatto giustizia di uno dei più pericolosi terroristi al mondo, responsabile della morte di oltre 600 militari USA.

In quanto comandante della forza IRGC-Quds iraniana, Qasem Suleimani ha spietatamente portato avanti le ambizioni rivoluzionarie del regime, causando morte e distruzione in Medio Oriente e mettendo in pericolo i nostri alleati e interessi …

L’AIPAC sembra fare eco al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ieri ha elogiato Trump: “Il presidente Trump merita tutto il plauso per aver agito in modo rapido, energico e deciso. Israele sta con gli Stati Uniti nella sua giusta lotta per la pace, la sicurezza e l’autodifesa.

Altrettanto importante dell’AIPAC è la Fondazione per la Difesa delle Democrazie (FDD), un gruppo di esperti pro-Israele che ha fornito molti analisti politici all’amministrazione Trump.

Uno dei falchi di Trump, Richard Goldberg, ha lasciato ieri il suo lavoro come consigliere capo per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca; ma Bloomberg riferisce che lo stipendio di Goldberg è stato pagato da FDD. “Goldberg tornerà a FDD, che ha continuato a pagare il suo stipendio durante il suo periodo al Consiglio Nazionale di Sicurezza.”

Un ex funzionario di Obama, Ned Price, è turbato dal resoconto: “Se fosse vero, è un monito di come la corruzione e i conflitti di interesse facciano sempre parte dell’equazione, anche quando la posta in gioco non potrebbe essere più alta”.

Il giornalista Nick Wadhams spiega l’influenza di FDD:

L’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha espressamente creato un lavoro per Goldberg – direttore per la lotta contro le armi di distruzione di massa dell’Iran. L’obiettivo era contrastare ciò che Bolton vedeva come un desiderio nei ministeri di Stato e del Tesoro di indebolire la campagna di “massima pressione” contro l’Iran …

Quella lotta è stata solo una delle battaglie legate all’Iran interne all’amministrazione e ha sottolineato l’influenza esercitata dalla Fondazione per la Difesa delle Democrazie, il think tank in cui Goldberg aveva precedentemente lavorato, nello spingere per una linea più dura contro l’Iran.

Nel suo articolo sull’assassinio, il New York Times ha dato ampio spazio all’amministratore delegato di FDD, Mark Dubowitz, nel giustificare l’assassinio di Suleimani. Eli Clifton del Quincy Institute punta il dito sul finanziamento di FDD:

E’ importante rivelare ai lettori del New York Times che il maggior finanziatore di FDD è il super-finanziatore di Trump, Bernie Marcus, che afferma “L’Iran è il diavolo”?

Si sta letteralmente citando qualcuno che sostiene le decisioni di Trump sulla politica estera che viene finanziato da uno dei maggiori finanziatori di Trump.

Marcus è il fondatore di Home Depot (impresa di prodotti domestici, ndtr.) e il secondo maggior finanziatore di Trump dopo Sheldon Adelson. Di gran lunga il più grande sostenitore di Trump, Adelson ha affermato di aver desiderato di prestare servizio nell’esercito israeliano e non nell’esercito americano. Una volta ha esortato il presidente Obama a colpire l’Iran con armi atomiche.

Eli Clifton ha riferito due anni fa che Marcus e Adelson e un terzo donatore miliardario filo-israeliano hanno spianato la strada a Trump perché si ritirasse dall’accordo con l’Iran.

Marcus ha definito l’accordo con l’Iran un “trattato mortalmente mortale”, riferisce Militarist Monitor (pubblicazione indipendente online, ndtr.). E Marcus ha finanziato molti gruppi filo israeliani di destra:

Secondo i documenti fiscali, la suddetta fondazione di Marcus da cui prende il nome ha finanziato gruppi di falchi e neoconservatori come “American Enterprise Institute”, “Christian United for Israel”, “Friends of IDF” [l’esercito israeliano], “Hoover Institution”, “Hudson Institute”, “Israel Project”, “Jewish Institute for National Security Affairs”, “Manhattan Institute” e “Middle East Media Research Institute”, così come altri gruppi conservatori come “Judicial Watch” e “Philanthropy Roundtable”. Fa anche parte del consiglio di amministrazione della Coalizione Repubblicana Ebraica.

Colin Powell [politico americano, generale a quattro stelle in pensione] una volta accusò il “Jewish Institute for National Security Affairs” per il piano di invasione dell’Iraq, che lui stesso sostenne. L’idea che Israele abbia avuto un ruolo di spicco nella decisione dei politici statunitensi di invadere l’Iraq è ampiamente accettata ma anche dibattuta. Spesso si dice che questa idea sia faziosa, e questa è una delle ragioni per cui la stampa più importante evita la prospettiva israeliana, allora e adesso.

Ringraziamenti a Scott Roth e James North.

Philip Weiss è caporedattore di Mondoweiss.net e ha fondato il sito nel 2005-06

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi e Luciana Galliano)




Le Nazioni Unite hanno previsto che Gaza sarebbe stata invivibile entro il 2020. Avevano ragione.

Tania Hary

31 dicembre 2019  + 972

Israele sta cercando di mantenere la “calma” a Gaza applicando nuove misure in modo da permettervi la sopravvivenza – senza consentire alle persone di vivere davvero.

Mentre i festaioli di tutto il mondo stanno facendo i nuovi propositi per il 2020, nella Striscia di Gaza è in corso un diverso tipo di valutazione, con i palestinesi che cercano di stabilire se o come sopravviveranno nei prossimi 10 anni. Nel 2012, le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto il cui titolo poneva una domanda sconcertante: “Gaza nel 2020: un luogo vivibile?” Il rapporto ipotizzava che senza cambiamenti fondamentali e sforzi collettivi, la Striscia sarebbe diventata “invivibile” in soli otto anni.

Il rapporto è stato pubblicato pochi mesi prima della seconda delle tre operazioni militari israeliane che sarebbero state condotte a Gaza nel corso di sei anni. In seguito alla terza operazione, Protection Edge nel 2014, con il suo enorme tributo in vite umane e il vasto danno alle infrastrutture civili [Margine Protettivo è il nome della operazione militare effettuata dalle Forze Israeliane sulla Striscia di Gaza, iniziata l’8 luglio del 2014 e cessata il 26 agosto successivo che ebbe come esito la uccisione di migliaia di palestinesi tra cui moltissimi bambini e l’estesa devastazione di case e ospedali, ndtr.], i funzionari delle Nazioni Unite hanno successivamente avvertito che la Striscia sarebbe diventata davvero invivibile entro il 2018. Le previsioni del rapporto su Gaza 2020 non avevano preso in considerazione operazioni militari di tale portata.

Tuttavia, alla vigilia del 2020, le persone si chiedono che fine abbiano fatto le previsioni delle Nazioni Unite – come se allo scoccare della mezzanotte, lo spettro dell’invivibilità potesse o meno realizzarsi. Tuttavia, a detta di tutti, e secondo gli indicatori scelti dalle Nazioni Unite, la vita a Gaza è palesemente peggiore ora rispetto al 2012. Ad esempio, il tasso di disoccupazione è passato dal 29% di quando il rapporto è stato scritto al 45% di oggi, con un tasso di oltre il 60% tra i giovani palestinesi.

Purtroppo la capacità di produzione di energia elettrica nella Striscia è rimasta invariata negli ultimi otto anni, nonostante l’aumento della domanda essendo la popolazione cresciuta da 1,6 a quasi due milioni. La fornitura di energia elettrica è persino peggiorata, dal momento che le reti egiziane sono fuori servizio dall’inizio del 2018. L’energia è disponibile solo per mezza giornata – un miglioramento rispetto alcuni periodi, ma neanche minimamente concepibile per il 2020. L’acqua delle falde acquifere non è potabile al 96%, come previsto. Le famiglie spendono entrate preziose per l’acquisto di acqua potabile, che non sempre lo è. Dato che molte famiglie non possono permettersi di acquistare l’acqua, le malattie trasmesse attraverso l’acqua, specialmente tra i bambini, sono molto diffuse.

Israele, attraverso il controllo sui movimenti, ha svolto un ruolo centrale e intenzionale in questo declino. Ai cittadini israeliani viene detto che è “tutta colpa di Hamas”, il che può aiutarli a dormire meglio la notte, ma travisa la verità storica. Gaza è stata gradualmente tagliata fuori e isolata da parte di Israele nel corso dei decenni, e nel 2007, quando Hamas ha preso il potere nella Striscia, Israele ha sigillato il territorio in modo quasi ermetico.

I funzionari israeliani hanno fatto il calcolo – letteralmente – che esercitare pressioni avrebbe aiutato a raggiungere degli obiettivi politici a Gaza. Nei fatti, Israele ha limitato l’ingresso di cibo e, negli ultimi 12 anni, ha preso di mira settori dell’economia con politiche quali limiti arbitrari sulla pesca e sull’accesso ai terreni agricoli, sull’ingresso di energia per la produzione e sulla commercializzazione e l’esportazione di merci. Dopo diverse operazioni militari, tuttavia, alcuni funzionari israeliani hanno riconosciuto che il loro “obiettivo” era molto lontano. In particolare, successivamente a Margine Protettivo, molti hanno notato come il deterioramento della situazione umanitaria sul terreno fosse in realtà un ostacolo per Israele.

Il capo dell’intelligence dell’esercito ha persino citato il rapporto Gaza 2020 delle Nazioni Unite in un’audizione del Comitato della Knesset all’inizio del 2016, dicendo ai membri della Knesset che era necessario un intervento economico per contrastare la previsione delle Nazioni Unite che la Striscia sarebbe diventata invivibile entro il 2020. Egli definiva l’intervento economico come “il fattore di contenimento più importante”e affermava che senza un miglioramento delle condizioni sul terreno, Israele sarebbe stato il primo ad accusarne il contraccolpo. Questo tipo di logica fu condivisa tra i funzionari israeliani, dal ministero della difesa allo stesso primo ministro, anche se questi individui avevano attivamente sovrainteso a politiche progettate per fare esattamente il contrario.

Questa logica si è tradotta in modesti cambiamenti di politica. Nel 2012, il limite della pesca era di sole tre miglia nautiche dalla costa [cinque chilometri e mezzo], poi è salito a sei miglia nel 2015, e oggi a 15 miglia [circa 28 chilometri] in alcune zone. A differenza del 2012, quando nessuna merce era autorizzata ad uscire da Gaza per essere venduta nei mercati tradizionali in Cisgiordania e Israele, oggi una serie di merci può essere inviata in Cisgiordania e alcuni prodotti possono essere venduti anche in Israele. Nel 2012, una media di soli 22 camion di merci usciva da Gaza, mentre nel 2019 era più di 10 volte tanto, cioè 240 camion al mese. Nel 2012, l’ingresso dei materiali da costruzione era a malapena autorizzato alle organizzazioni internazionali, mentre oggi i materiali possono entrare per il settore privato nell’ambito del Meccanismo di Ricostruzione di Gaza [il GRM, Gaza Reconstruction Mechanism, è un temporaneo accordo tra Autorità Palestinese, Israele e le Nazioni Unite, stipulato nel 2014 al fine dichiarato di una ricostruzione della Striscia di Gaza dopo le distruzioni dovute all’operazione Margine Protettivo, ndtr.]

Tuttavia mentre questi micro cambiamenti hanno dato un po’ di sollievo ai palestinesi di Gaza, non hanno invertito il macro deterioramento della Striscia. Invece di tentare di trasformare la situazione, Israele e altri attori regionali sono semplicemente alla ricerca di nuove misure per raggiungere un “equilibrio” consentendo a Gaza di sopravvivere.

In linea con questo obiettivo, l’Egitto ha iniziato a gestire regolarmente l’attraversamento del valico di Rafah con Gaza nel 2018, dopo averlo tenuto per lo più chiuso per cinque anni. Il Qatar si è anche fatto avanti con un massiccio sostegno finanziario nel 2018 e nel 2019, pagando il carburante per la produzione di elettricità nell’unica centrale elettrica della Striscia, sostenendo progetti di costruzione e offrendo somme in contanti alle famiglie povere. Altri donatori – Paesi europei, Stati del Golfo e altri – hanno continuato a finanziare considerevolmente l’UNRWA e dozzine di altre organizzazioni internazionali e locali, fornendo aiuti essenziali e colmando le lacune causate dai tagli dei finanziamenti statunitensi.

È questo il grande sforzo previsto dalle Nazioni Unite per cambiare rotta e rendere vivibile Gaza? Lungi da ciò. È il minimo indispensabile per mantenere la testa delle persone appena a galla, senza un vero sviluppo economico, prospettive di crescita futura o un impegno sui diritti umani.

I cambiamenti della politica israeliana, l’aumento dei camion e gli aiuti in denaro sono andati tutti per mantenere le cose ad un livello sufficiente per evitare una forte diffusione di malattie e per calmare una potenziale rivolta da parte di coloro che hanno sete di acqua. Nessuno dovrebbe tirare un sospiro di sollievo, tuttavia, poiché una “quiete” non può cancellare la fame provata da migliaia di famiglie palestinesi che soffrono per l’insicurezza alimentare. E non maschera la disperazione dei giovani che fuggono dalla Striscia in cerca di una vita migliore.

È illusorio pensare che questa situazione sia gestibile. Nessuno dovrebbe dormire sonni tranquilli fino a quando non si verificherà un cambiamento significativo dell’approccio, tale che i civili non siano tenuti in ostaggio dalle azioni del loro governo di fatto e non siano trasformati in carne da macello per le campagne elettorali di politici israeliani sulla via del fallimento. Ci sono stati sforzi sostanziali da parte della comunità internazionale e persino alcuni cambiamenti politici da parte di Israele, ma non c’è mai stata una decisione di fondo da parte di Israele per consentire che a Gaza le persone vivano realmente, piuttosto che sopravvivere.

Gli esseri umani non sono macchine e molti degli indicatori che rendono la vita degna di essere vissuta non possono trovarsi in un rapporto delle Nazioni Unite. Sì, le persone hanno bisogno di acqua, elettricità, lavoro e assistenza sanitaria per cavarsela – ma che dire delle cose che sono più difficili da misurare? Il bisogno di libertà, la capacità di pianificare la propria vita, di essere fiduciosi sulle prospettive per i propri figli e di sentirsi al sicuro nella propria casa?

In tal senso il rapporto di Gaza 2020 e i funzionari israeliani che hanno cercato di seguirne le prescrizioni non sono stati all’altezza. Ma i funzionari delle Nazioni Unite che hanno avvertito che Gaza sarebbe diventata invivibile entro il 2018 avevano scoperto qualcosa. Nel 2018, i cancelli della disperazione a Gaza sono stati aperti mentre la gente si rendeva conto che il piano era quello di preservare il loro isolamento senza la prospettiva di una soluzione al conflitto. Attraverso le loro proteste nella Grande Marcia del Ritorno [i palestinesi della Striscia di Gaza hanno lanciato la Grande Marcia del Ritorno il 30 marzo 2018 per difendere il diritto dei rifugiati al ritorno e chiedere la fine del blocco di 13 anni sull’enclave costiera. Dall’inizio delle proteste le forze di occupazione israeliane hanno ucciso centinaia di palestinesi ferendone, anche in modo grave, migliaia, ndtr.], i giovani palestinesi di Gaza, la stragrande maggioranza della popolazione, hanno mostrato al mondo che non è solo di cibo e acqua che hanno necessità per sopravvivere. Hanno bisogno di libertà, dignità e speranza.

Tania Hary è il direttore esecutivo di Gisha, una ONG israeliana fondata nel 2005, il cui obiettivo è proteggere la libertà di movimento dei palestinesi, in particolare i residenti di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La Corte Penale internazionale (CPI) avvierà un’indagine approfondita sui crimini di guerra israeliani.

Redazione di MEE

20 dicembre Middle East Eye

Le associazioni palestinesi e israeliane per i diritti umani salutano la decisione della procuratrice della Corte Penale Internazionale di aprire un’indagine ufficiale

La procuratrice capo della Corte Penale Internazionale ha dichiarato che aprirà un’indagine approfondita su presunti crimini di guerra nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est, e nella Striscia di Gaza, un annuncio che è stato accolto favorevolmente dai palestinesi ma che ha suscitato una forte critica da Israele.

“Sono persuasa che ci sia una base ragionevole per procedere a un’indagine sulla situazione in Palestina”, ha detto venerdì Fatou Bensouda in un comunicato.

“In breve, sono convinta del fatto che i crimini di guerra siano stati commessi o si stiano commettendo in Cisgiordania, tra cui Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza”.

Bensouda ha aggiunto che prima di aprire l’ indagine avrebbe chiesto al tribunale dell’Aja di pronunciarsi sui territori sui quali è competente, poiché Israele non è membro della Corte.

La questione della giurisdizione del tribunale deve essere risolta prima che la CPI possa procedere alle indagini.

Un’indagine approfondita da parte della CPI può comportare accuse contro singoli. Gli Stati non possono essere processati.

Questa fondamentale questione dovrebbe essere decisa ora e il più rapidamente possibile nell’interesse delle vittime e delle comunità colpite “, ha detto Bensouda.

Ha aggiunto che “non ci sono ragioni sostanziali per credere che un’indagine non servirebbe a fare giustizia”.

Il 5 dicembre, dopo cinque anni di indagini preliminari ed esame di prove di violenti azioni israeliane contro i palestinesi, la CPI ha pubblicato un rapporto.

La CPI ha esaminato le prove relative al conflitto tra Israele e Gaza del 2014,in cui sono morti 2.251 palestinesi, di cui la maggior parte erano civili e 74 israeliani, la maggior parte dei quali soldati.

L’annuncio è stato accolto con favore dalla leadership palestinese come un “passo atteso da tempo”.

“La Palestina si compiace di questo … come passo atteso da tempo per far avanzare il processo verso un’indagine, dopo quasi cinque lunghi e difficili anni di esame preliminare”, si afferma in una dichiarazione del ministero degli Esteri

Anche Hanan Ashrawi funzionara palestinese di alto livello, ha accolto con favore l’annuncio, affermando che i palestinesi “hanno fatto affidamento sulla Corte Penale Internazionale”.

“Israele deve essere ritenuto responsabile”

Mohammed Bassem, un attivista della Cisgiordania occupata, ha dichiarato a Middle East Eye di sostenere la decisione della CPI.

“Penso che sarà una buona opportunità per discutere della colonizzazione della Palestina e di come Israele ha portato avanti la sua occupazione”, ha detto Bassem.

Tuttavia ha affermato che alcuni palestinesi sono scettici sul fatto che l’inchiesta porti a risultati concreti.

“Siamo anche preoccupati di cosa si occuperà effettivamente l’indagine “, ha detto Bassem. “Per esempio l’inchiesta non seguirà le questioni dei rifugiati e il loro diritto al ritorno e questo è preoccupante, perché è una delle maggiori questioni al centro di ciò che riguarda il conflitto, e sappiamo che, a tal proposito, la Corte non farà nulla “.

In seguito all’annuncio di Bensouda, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è scagliato contro quello che ha definito “un giorno oscuro per la verità e per la giustizia”.

“La Corte non ha giurisdizione in questo caso. La CPI ha giurisdizione solo sulle petizioni presentate da Stati sovrani. Ma non c’è mai stato uno Stato palestinese”, ha detto Netanyahu in un comunicato.

Nel contempo anche il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit si è opposto alla decisione della CPI, affermando che la Corte non ha la giurisdizione per processare [cittadini] israeliani per crimini di guerra.

“Solo gli Stati sovrani possono delegare alla Corte la giurisdizione penale. Ai sensi del diritto internazionale e dello statuto istitutivo della Corte l’Autorità Nazionale Palestinese chiaramente non soddisfa i criteri di statualità”, ha affermato Mandelblit.

L’Autorità Nazionale Palestinese è riconosciuta come uno Stato non membro dalle Nazioni Unite, il che le consente di firmare trattati e godere della maggior parte delle prerogative, in modo simile agli Stati membri a pieno titolo.

Nel 2015 l’ANP ha firmato lo Statuto di Roma che governa la CPI. Alcuni Paesi, tra cui gli Stati Uniti e Israele, non sono firmatari e pertanto sono protetti dall’accusa all’Aja per crimini di guerra.

Il centro legale per i diritti delle minoranze arabe [palestinesi ndt] in Israele “Adalah” ha accolto con favore la decisione della CPI, affermando di ritenere che la Corte “abbia la piena giurisdizione per decidere sui casi penali in questione”

“Sulla base dei numerosi rapporti delle organizzazioni per i diritti umani e delle commissioni d’inchiesta delle Nazioni Unite nel corso degli anni, il procuratore della CPI, alla luce dei fatti, ha preso la giusta decisione”, ha scritto Adalah in un comunicato venerdì. Ha aggiunto che “nessun’ altra decisione avrebbe potuto essere possibile”.

Anche B’Tselem, un’associazione israeliana per i diritti umani, ha affermato che la decisione di aprire un’indagine “è stato l’unico possibile risultato derivante dai fatti”.

In una dichiarazione dell’associazione si afferma che “alle acrobazie legali di Israele nel tentativo di nascondere i propri crimini non deve essere consentito di bloccare i tentativi giudiziari internazionali, che finalmente se ne stanno occupando”.

(Traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)

 




Il Cile, terreno di sperimentazione per le armi israeliane

Ramona Wadi

2 dicembre 2019 – Orient XXI

I mapuche come i palestinesi. I governi cileni, di destra come di sinistra, non hanno rinunciato al retaggio militare e giudiziario della dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990). Israele contribuisce alla loro lotta contro le popolazioni autoctone mapuche e fornisce loro armi e formazione. La criminalizzazione della resistenza mapuche da parte del Cile può essere paragonata alla repressione della resistenza palestinese da parte di Israele.

Il Cile si è riunito per protestare in tutto il Paese contro il presidente di destra Sebastian Piñera e il suo programma neoliberista messo in atto dal vecchio dittatore Augusto Pinochet. I manifestanti chiedono le sue dimissioni ed esigono la redazione di una nuova costituzione per sbarazzarsi del retaggio della dittatura.

L’instaurazione da parte di Piñera dello stato d’assedio e del coprifuoco in tutto il Cile ricorda il periodo della dittatura di Augusto Pinochet. Come allora, le forze armate sono impegnate nell’escalation di violenze contro i cittadini con assassinii, pestaggi e torture a carattere sessuale. La repressione indiscriminata ha attirato l’attenzione, in quanto ricorda il passato. La militarizzazione e la criminalizzazione della resistenza cilena affondano le radici nelle leggi antiterrorismo adottate da Pinochet e dai governi che si sono succeduti dopo la transizione verso la democrazia per zittire le comunità di indios mapuche [popolazione nativa del sud del Cile, ndtr.].

Israele appoggia le violazioni dei diritti umani dell’attuale governo cileno con la vendita di tecnologie militari e di sorveglianza. Dall’epoca della dittatura di Pinochet, la CIA aveva previsto che il Cile avrebbe continuato ad acquistare armi da Israele “senza timore di irritare gli Stati arabi, a condizione che il Paese mantenga relazioni discrete con Tel-Aviv ed eviti di approvare pubblicamente le politiche israeliane.”

Alla ricerca di nuovi partner

Pinochet poté mantenere legami con Israele e con gli Stati arabi perché evitava di adottare “una posizione chiara sulle questioni controverse del Medio Oriente”. I governi successivi alla dittatura non hanno agito in modo diverso, oscillando con la stessa doppiezza, protetti dall’impegno per [la soluzione dei] due Stati da parte della comunità internazionale.

A partire dal 1973, all’indomani della guerra arabo-israeliana, gli Stati africani hanno iniziato a rompere le relazioni diplomatiche con Israele. Lo hanno così obbligato a cercare altri Paesi per stringere rapporti diplomatici e militari con lo scopo di compensare la perdita della collaborazione con l’Africa. Dato che gli Stati Uniti erano saldamente insediati in America latina grazie al loro sostegno alle dittature militari e alle operazioni nell’insieme della regione per eliminare qualunque influenza socialista o comunista, il Cile – che aveva riconosciuto Israele nel 1949 – era un obiettivo prioritario per il governo israeliano. Come reazione alle crescenti preoccupazioni della comunità internazionale riguardo alle violazioni dei diritti umani in Cile, nel 1976 gli Stati Uniti furono obbligati a imporre un embargo sulle armi, nonostante il fatto che avevano finanziato Pinochet per atrocità analoghe. Anche se è possibile che la CIA sia andata oltre le decisioni del Congresso, Israele era in prima fila per intrufolarsi nello spazio lasciato libero e fare del Cile uno dei suoi principali acquirenti di armi della regione.

Un documento declassificato della CIA fornisce importanti informazioni sugli acquisti di armamenti dal Cile a Israele. Dal 1975 al 1988 Israele ha venduto sistemi radar, missili aria-aria, materiale navale e sistemi aeronautici e antimissilistici. Una delle ragioni per le quali Pinochet aveva scelto Israele – oltre al fatto che si trattava di armamenti sofisticati e che ammirava l’esercito israeliano – dipendeva dal fatto che “Tel-Aviv non subordinava le sue vendite ad alcuna precondizione politica.” Ciò era tanto più importante per Pinochet in quanto Israele faceva dichiarazioni pubbliche di sostegno al ritorno della democrazia in Cile, fornendo al contempo alla dittatura delle armi utilizzate nel momento in cui l’Operazione Condor – un piano su scala regionale messo in atto nel 1975 dalle dittature di estrema destra latinoamericane per sterminare gli oppositori di sinistra – era in pieno svolgimento. Oltre alla vendita di armi al Cile, Israele ha dato la possibilità all’esercito di Pinochet di familiarizzarsi con la sua industria bellica e di far partecipare i piloti cileni e i loro ufficiali a esercitazioni di addestramento.

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Nel periodo che ha seguito la caduta delle dittature, i governi cileni hanno conservato la Costituzione di Pinochet. Le leggi antiterrorismo del 1984 che egli utilizzava per prolungare la detenzione senza processo sono state quasi sempre riutilizzate contro le comunità mapuche, sia dai governi di centro sinistra che da quelli di destra. Queste leggi sono simili alla detenzione amministrativa utilizzata da Israele contro i palestinesi, incarcerati senza accuse né processo e la cui detenzione viene periodicamente rinnovata. La criminalizzazione della resistenza mapuche contro lo sfruttamento neoliberista ricorda la repressione della resistenza palestinese da parte di Israele. Le due comunità autoctone devono affrontare le stesse lotte e la stessa repressione. La sorveglianza è una misura costantemente utilizzata contro i mapuche, una tattica altrettanto fondamentale nella colonizzazione israeliana della Palestina. Nella regione dell’Araucania i governi cileni hanno utilizzato le tecnologie di sorveglianza israeliane. La militarizzazione della regione è una conseguenza diretta dell’utilizzazione delle leggi antiterroristiche contro i mapuche.

Elbit [industria tecnologica che produce anche sistemi di sicurezza e bellici, ndtr.], IAI [compagnia israeliana del settore aereo e militare, ndtr.] e Rafael [impresa specializzata nei sistemi di difesa e antimissilistici, ndtr.] sono le principali fornitrici del governo cileno. Elbit e IAI sono ampiamente utilizzate contro la popolazione palestinese. Dopo i sistemi di sorveglianza, l’assistenza informatica, le bombe al fosforo bianco, la distruzione di tecnologie fino alla tecnologia aerea utilizzata da Israele per bombardare Gaza, l’industria militare israeliana è richiestissima in America latina, con il pretesto della lotta contro il traffico di droga e l’attraversamento delle frontiere. Ma è piuttosto alle popolazioni autoctone che i governi della regione riservano controllo e repressione.

Nel 2018 gli eserciti israeliano e cileno hanno firmato in Cile con il generale di divisione Yaacov Barak e il generale cileno Ricardo Martinez nuovi accordi di cooperazione in materia di formazione militare e di addestramento, di comando e di metodi di addestramento. Durante il suo soggiorno, Ehud Barak [ex generale e politico laburista israeliano, ndtr.] ha ispezionato la brigata Lautaro per le operazioni speciali. L’ex-comandante di questa brigata, Javier Iturriaga, è stato nominato da Piñera capo della difesa nazionale quando il governo ha imposto lo stato d’assedio per combattere le proteste in tutto il Cile.

Armi “testate sul campo”

Israele commercia le sue armi e tecnologie con il marchio “testate sul campo”. I palestinesi di Gaza rappresentano un terreno di sperimentazione umana per collaudare questa tecnologia bellica. Ogni governo che acquista armi da Israele si rende così complice dell’aggressione colonialista contro i palestinesi. In Cile questa aggressione si trasforma in qualcosa di ancora più sinistro. L’acquisto di equipaggiamento militare in Israele da parte del governo per perseguitare i mapuche riproduce la repressione della lotta anticolonialista dei palestinesi da parte di Israele.

Se i rapporti attuali tra Israele e il Cile non sono più nascosti all’attenzione dell’opinione pubblica, Israele mantiene il “segreto difesa” sui rapporti che vigevano tra i due Paesi durante il periodo della dittatura. Mentre gli Stati Uniti hanno declassificato numerosi documenti che evidenziano il loro ruolo nel sostegno alla dittatura di Pinochet, Israele al contrario conserva per sé più di 19.000 pagine di documenti secretati, anche se contengono informazioni su familiari ebrei di cittadini israeliani scomparsi nell’epoca di Pinochet.

Rifiuto di aprire gli archivi

L’esercito cileno mantiene un patto del silenzio che spiega quanto sia difficile ottenere informazioni, per non parlare dell’impossibilità di rendere giustizia alle migliaia di torturati, uccisi e desaparecidos durante la dittatura. In certi casi documenti declassificati contribuiscono a compensare la mancanza di informazioni. Il rifiuto di Israele di aprire i suoi archivi sul periodo della dittatura di Pinochet impedisce di rendere giustizia a suoi stessi cittadini, due dei quali nel 2016 hanno avviato un’azione giudiziaria perché vengano pubblicati documenti che svelino la collaborazione di Israele con Pinochet. Questi documenti fornirebbero probabilmente delle informazioni su due vittime sparite e giustiziate, Ernesto Traubman e David Silberman.

Il Cile ha mantenuto stretti rapporti con l’aviazione militare israeliana durante il periodo della dittatura, fatto che non manca di sollevare domande sul coinvolgimento israeliano nelle pratiche di Pinochet, che consistevano nel far sparire nell’oceano da un aereo detenuti giustiziati. Inoltre un gruppo d’élite della Direzione Nazionale di Informazione Cilena (DINA) è stato addestrato in Israele dal Mossad.

Oltre alla ricerca di informazioni sugli assassinii e le sparizioni dei loro genitori, Lily Traubman e Daniel Silberman hanno anche precisato che il loro obiettivo finale è di mostrare l’ampiezza del coinvolgimento di Israele con la dittatura di Pinochet: “La vendita di armi dovrebbe essere regolamentata dalla legge e dovrebbero esistere dei criteri chiari che stabiliscano il divieto di vendita di armi a Paesi o a regimi dittatoriali che violano costantemente i diritti umani.”

L’esistenza e la violenza del colonialismo israeliano hanno fatto di Gaza un terreno di sperimentazione militare permanente, dando ad Israele un vantaggio sicuro al momento di vendere la sua tecnologia a governi altrettanto determinati a reprimere i propri cittadini. “Testato sul campo” è un eufemismo utilizzato dal ministero della Difesa israeliano, ultima manifestazione della disumanizzazione dei cittadini palestinesi. In Cile, la situazione senza uscita in cui si trovano i mapuche è identica, tra la spoliazione e la violenza. Di fatto si può paragonare la lotta di liberazione dal colonialismo a quella contro lo sfruttamento liberista. Mapuche e palestinesi sono stati vittime di una pulizia etnica dal loro territorio da parte dei colonizzatori e i rapporti militari tra il Cile e Israele servono al miglioramento della militarizzazione. La normalizzazione del colonialismo e del neoliberismo su scala internazionale alimenta le violazioni dei diritti umani perpetrate contro le popolazioni autoctone senza che queste violazioni siano mai sanzionate.

È molto probabile che sia la determinazione dei governi cileni, di centro sinistra come di destra, a rafforzare la loro presenza militare nella regione dell’Araucania per perseguitare i mapuche che fa di Israele un partner sempre utile per il Cile. Durante la campagna elettorale Piñera ha promesso di cambiare le leggi antiterrorismo per combattere meglio i mapuche. Nella misura in cui le proteste non si arresteranno finché non verrà abrogata la Costituzione di Pinochet, Israele vedrà aprirsi davanti a sé ulteriori prospettive redditizie in Cile a danno di tutta la popolazione.

Ramona Wadi

Giornalista

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)