Stephen Hawking e Hamas: come uno scienziato ha preso la parola a favore dei palestinesi

Redazione di MEE

mercoledì 14 marzo 2018,Middle East Eye

Nel 2006 il fisico, morto mercoledì, incontrò il primo ministro israeliano Ehud Olmert, ma auspicò colloqui tra Israele ed Hamas dopo la guerra contro Gaza del 2008-09

Mercoledì si sono resi omaggi al famoso fisico inglese Stephen Hawking – ricordandolo non solo per la genialità della sua mente come scienziato, ma anche come appassionato attivista che ha prestato la propria impareggiabile voce a cause come il diritto dei palestinesi a resistere e per chiedere la fine della guerra in Siria.

Hawking, morto mercoledì mattina a 76 anni, raggiunse la fama internazionale in seguito alla pubblicazione nel 1988 di “Una breve storia del tempo”, il suo libro sulla ricerca di fisica teorica per una teoria unitaria che permettesse di risolvere [la contraddizione tra] la relatività generale e la meccanica quantistica.

Il libro arrivò a vendere più di 10 milioni di copie e trasformò Hawking in uno dei più rinomati scienziati al mondo.

A quel tempo Hawking era costretto su una sedia a rotelle e in grado di parlare solo tramite il suo particolare sintetizzatore vocale, poiché all’età di 22 anni gli venne diagnosticata una patologia neuronale.

Tra quanti hanno postato sui social media omaggi alla sua memoria ci sono stati i militanti per i diritti dei palestinesi, che hanno ricordato il suo appoggio al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), che chiede il boicottaggio accademico di Israele.

Nel 2013 Hawking si è ritirato da una conferenza a Gerusalemme sul futuro di Israele, affermando di aver deciso di “rispettare il boicottaggio” in base al parere di accademici palestinesi.

Hawking è stato condannato da sostenitori di Israele ; un portavoce del ministero degli Esteri israeliano ha detto: “Mai uno scienziato di una tale importanza ha boicottato Israele.”

Israel Maimon, il presidente della conferenza, ha affermato: “Il boicottaggio accademico di Israele secondo noi è vergognoso e scorretto, sicuramente da parte di una persona per la quale lo spirito di libertà è alla base della propria missione umana e accademica.”

Nel gennaio 2009, parlando con Al Jaazera dell’invasione israeliana di Gaza, “Piombo fuso”, in cui vennero uccisi più di 1.000 palestinesi, Hawking disse: “Un popolo sotto occupazione continuerà a resistere in ogni modo possibile. Se Israele vuole la pace dovrà parlare con Hamas come la Gran Bretagna ha parlato con l’IRA (l’Irish Republican Army) [il gruppo armato degli indipendentisti irlandesi, ndt.].”

Hamas è il rappresentante democraticamente eletto del popolo palestinese e non può essere ignorato.”

In quel periodo la posizione di Hawking sulla Palestina sembrò essersi radicalizzata, dai tempi della visita di otto giorni in Israele nel 2006, quando si incontrò con l’allora primo ministro Ehud Olmert.

Durante quel viaggio Hawking tenne anche una lezione presso l’Università Ebraica di Gerusalemme e visitò l’università [palestinese] di Birzeit nella Cisgiordania illegalmente occupata.

Hawking ha anche utilizzato la sua pagina Facebook per appoggiare gli scienziati palestinesi, chiedendo lo scorso anno ai suoi followers di donare fondi per sostenere l’apertura di una seconda scuola palestinese di studi di fisica avanzata.

Nel 2014 Hawking ha anche fatto sentire la propria voce sulla guerra in Siria, come parte di una campagna di “Save the Children”, per ricordare quello che allora era il terzo anno del conflitto, dando voce alle esperienze dei bambini colpiti dagli scontri.

Hawking ha affermato: “Quello che sta avvenendo in Siria è un abominio che il mondo sta guardando impotente dall’esterno. Dobbiamo lavorare insieme per porre fine a questa guerra e per proteggere i bambini siriani.”

Nel 2003 Hawking si espresse anche contro l’invasione dell’Iraq guidata dagli USA.

Nel 2004, rivolgendosi ad un raduno contro la guerra, Hawking disse che la guerra era stata giustificata sulla base delle “due menzogne”, secondo cui l’Iraq possedeva ordigni di distruzione di massa e insinuazioni su legami tra il governo di Saddam Hussein e gli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli USA.

È stata una tragedia per tutte le famiglie. Se questo non è un crimine di guerra, che cos’è?” disse Hawking. “Mi scuso per la mia pronuncia. Il mio sintetizzatore vocale non è stato impostato per i nomi iracheni.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Israele sta armando sette gruppi ribelli in Siria

Asa Winstanley,

28 Febbraio, 2018 ,Middle East Monitor

L’occupazione israeliana illegale delle Alture del Golan dura ormai da 50 anni. Questo ricco territorio, parte della Siria meridionale, è stato conquistato dalle forze di occupazione israeliane nella guerra del 1967.

La maggioranza della popolazione siriana sul territorio è stata espulsa o è dovuta fuggire per salvarsi. Israele ha demolito le loro case, i loro edifici, e interi villaggi nel Golan per costruire al loro posto colonie israeliane.

Nel 1981, sfidando le Nazioni Unite e violando il diritto internazionale, Israele ha annesso le Alture del Golan. La mossa – non riconosciuta nemmeno dagli alleati di Israele – era intesa a consolidare il controllo de facto di Israele sul territorio siriano occupato, attribuendogli una patina di auto-riconoscimento legale. In aggiunta a questo , Israele ha usato, negli ultimi anni, la lunga e sanguinosa guerra in Siria come copertura per espandere il proprio controllo nel Golan, molto a sud del territorio ancora del suo vicino sovrano; vuole il piu’ ampio controllo possibile.

Come ho scitto qui l’estate scorsa, Israele sta ora consolidando una buffer zone [zona cuscinetto ndt] nel sud della Siria, estendendola a partire dal Golan. Lavorando nel sud con rappresentanti locali, Israele sta costruendo ciò che le sue organizzazioni di copertura sostengono essere una “zona sicura”.

Quell’estate abbiamo scoperto che Israele stava dando supporto ad un gruppo ribelle sul confine tra il Golan e il resto della Siria per una somma di decine di migliaia di dollari. Negli anni precedenti, Israele aveva sostenuto economicamente gruppi legati ad Al-Qaeda nel sud della Siria. Questo sostegno consisteva nel provvedere le cure ai combattenti feriti in ospedali israeliani al di là del confine, per poi rimandarli indietro in Siria a combattere il regime.

Le notizie piu recenti sono che l’armamento delle forze delegate da Israele in Siria stia crescendo rapidamente. Un’inchiesta del giornale di Tel Aviv Haaretz la scorsa settimana sostiene che Israele stia armando ora “almeno” sette gruppi ribelli nel Golan, che “stanno ricevendo armi e munizioni da Israele, assieme a denaro per comprare ulteriori armi”.

Tutti I gruppi in questione riportano un recente aumento degli aiuti israeliani. Questo in conseguenza del fatto che molti Stati, inclusi la Giordania e gli Stati Uniti, stanno diminuendo la portata delle loro operazioni militari in Siria.

Come ha riportato Haaretz, “A gennario, l’amministrazione Trump ha chiuso la base operativa che la CIA gestiva ad Amman, la capitale giordana, e che coordinava gli aiuti alle organizzazioni ribelli nel sud della Siria. Come risultato, decine di migliaia di ribelli che ricevevano un regolare supporto economico dagli USA sono stati privati di questo supporto.”

Lo scopo di Israele qui sembra essere doppio. Il primo è di tenere le forze armate di Iran e Hezbollah – alleati del regime siriano – lontane dalla linea di confine del Golan. Il modo più rapido per farlo è di fare in modo che ci sia una forza di opposizione reale in quell’area.

In secondo luogo, il programma israeliano di proliferazione delle armi è inteso a promuovere il suo ufficiale obiettivo strategico nella regione; “lasciare che entrambe le parti si massacrino” in modo da prolungare la guerra il piu’ a lungo possibile. Indebolire la Siria e i suoi alleati, [qui tutti dicono] l’Hezbollah libanese e l’Iran, è un obiettivo importante per Israele e la superpotenza che lo sostiene, gli USA. Ancora piu importante è l’obiettivo di far sì che la guerra continui. Tutto ciò in aggiunta allo scopo generale israeliano di controllare il piu’ ampio territorio che può accaparrarsi e mantenere. La buffer zone che Israele sta tentando segretamente di ampliare fino a 40 chilometri dentro la Siria si sta realizzando attraverso gruppi di facciata che si presentano apparentemente come organizazzioni “non-governative” per gli aiuti, come anche pagando i salari dei combattenti ribelli e mandando finanziamenti per comprare armi.

Questi pretesi gruppi di “società civile per gli aiuti” sostenuti da Israele nel sud della Siria – che estendono l’occupazione nel Golan – sono una facciata. In realtà, essi costituiscono un modo per estendere il controllo mediato di Israele nella regione.

Tutto questo è molto in linea con gli schemi di Israele in Libano. Tra il 1982 e il 2000, Israele ha illegalmente occupato il sud del Libano. Dopo l’invasione del 1982 – che raggiunse persino Beirut – Israele si ritirò ad una “buffer zone” nel sud del Libano. Invece di occupare la zona con soldati israeliani, molto del lavoro è stato gestito delegandolo a forze libanesi. Questi gruppi-burattino armati oppressero la popolazione per conto di Israele. Questo condusse presto alla resistenza armata contro l’occupazione israeliana, e fu in queste circostanze che nacque Hezbollah.

Israele occupò illegalmente il sud del Libano fino al 2000, quando la resistenza guidata da Hezbollah spinse fuori (dal territorio) il principale rappresentante israeliano, il cosiddetto Esercito Libanese del Sud. Oggi, Israele sta tentando di istituire quello che è, in tutto fuorché nel nome, un “Esercito Siriano del Sud”. Se possa riuscirci è opinabile, ma, come dimostra la storia del Libano, anche se dovesse farlo è improbabile che Israele riesca a mantenere il controllo a lungo.

(Traduzione di Tamara Taher)




54 pazienti sono morti in attesa che Israele gli permettesse di uscire da Gaza

Ali Abunimah

14 febbraio 2018, The Electronic Intifada

Cinquantaquattro palestinesi sono morti l’anno scorso aspettando che Israele permettesse loro di lasciare la Striscia di Gaza per curarsi.

Una di loro era Faten Ahmed, una ragazza ventiseienne con una rara forma di cancro. E’ morta in agosto mentre aspettava da Israele il permesso di viaggiare per ricevere trattamenti di chemioterapia e radioterapia non disponibili a Gaza.

Aveva già mancato otto appuntamenti ospedalieri a causa di ritardi o rifiuti da parte di Israele del “benestare di sicurezza”, riferisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ahmed è una delle cinque donne morte di cancro nello stesso mese in attesa del permesso da Israele che non è mai arrivato.

In totale, fra i morti l’anno scorso in attesa del permesso, 46 erano malati di cancro.

Uno scioccante numero di morti

Questo sconcertante pedaggio evidenzia l’impatto letale dell’assedio sempre più stretto di Israele sui due milioni di persone che vivono a Gaza.

Vediamo sempre più Israele ritardare o negare l’accesso a trattamenti che potrebbero salvare delle vite, che sia il cancro o altro, e di conseguenza un numero impressionante di malati palestinesi muoiono, mentre il sistema sanitario di Gaza – sottoposto a mezzo secolo di occupazione e a un decennio di blocco totale – è sempre meno in grado di provvedere ai bisogni della popolazione” ha detto martedì Aimee Shalan, amministratore delegato di Medical Aids for Palestinians.

La sua associazione assistenziale, insieme ad Amnesty International, Human Rights Watch, il Centro Al Mezan per i Diritti Umani e i Medici per i Diritti Umani di Israele, ha rivolto un urgente appello a Israele affinché “tolga le illegali restrizioni totali alla libertà di movimento della popolazione di Gaza, molto problematiche per coloro con gravi problemi di salute.”

Nel 2017 le autorità di occupazione israeliane hanno accettato solo il 54% delle domande di permesso a lasciare Gaza per ragioni mediche, la percentuale più bassa da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha cominciato a raccogliere dati nel 2008.

Israele ha tragicamente rafforzato la stretta mortale; la percentuale di permessi concessi è caduta dal 92 % del 2012 all’82% del 2014 per poi scendere al 62 % nel 2016 prima di raggiungere l’anno scorso il punto più basso.

Le associazioni per la salute e i diritti umani segnalano che l’ONU e il Comitato Internazionale della Croce Rossa hanno dichiarato il blocco di terra, navale e aereo di Israele su Gaza, che impedisce i movimenti della popolazione, una “punizione collettiva” – un crimine di guerra.

I palestinesi di Gaza hanno perso più di 11.000 appuntamenti medici programmati nel 2017 in seguito al rifiuto o alla risposta fuori tempo delle autorità israeliane alle richieste di permessi”, dichiarano le associazioni.

La complicità di Egitto e Autorità Nazionale Palestinese

Le associazioni sottolineano anche come l’Egitto e l’Autorità Nazionale Palestinese con sede a Ramallah abbiano avuto un ruolo nel peggiorare la situazione: “L’Egitto ha per lo più tenuto chiuso dal 2013 il valico di Rafah alla popolazione di Gaza, contribuendo così a diminuire l’accesso alle cure mediche.”

In quanto Stato confinante con un territorio che soffre di una lunga crisi umanitaria, l’Egitto dovrebbe facilitare l’accesso della popolazione agli aiuti umanitari”, affermano. “Ciò nonostante, la responsabilità finale resta a Israele, la forza di occupazione.”

L’Autorità Nazionale Palestinese ha anche drasticamente ridotto il sostegno finanziario alle cure mediche fuori Gaza come parte delle sanzioni intese a forzare Hamas perché ceda il controllo sulla gestione di Gaza.

Queste restrizioni da parte dell’ ANP hanno causato almeno un morto, secondo le associazioni. Ma le autorità mediche di Gaza hanno detto che più di una dozzina di persone, inclusa una bimba di tre anni con un problema cardiaco, sono morte aspettando un sostegno economico da Ramallah.

Tutto questo accade nel mezzo di una crisi prodotta dal prolungato assedio, che ha portato al collasso di pezzi fondamentali del sistema sanitario.

In una condizione di diffusa povertà e disoccupazione, almeno il 10% dei bambini più piccoli soffre di malnutrizione cronica, a Gaza manca più della metà di tutte le medicine e le dotazioni mediche necessarie o è inferiore al fabbisogno mensile, e la cronica mancanza di elettricità ha fatto sì che le autorità abbiano tagliato sulla sanità e altri servizi essenziali”, affermano le associazioni della sanità e dei diritti umani.

Fine dell’assedio

All’inizio di questo mese, gli ospedali di Gaza hanno cominciato a chiudere i battenti poiché i generatori d’emergenza sono rimasti senza combustibile, costringendo a rimandare centinaia di operazioni chirurgiche.

Mercoledì, RT (Russia Today) ha mandato in onda questo resoconto da Gaza sulla situazione critica dei malati di cancro. La corrispondente Anya Parampil ha parlato con Zakia Tafish il cui marito Jamil è morto dopo che gli è stato più volte impedito di andare a Gerusalemme a operarsi.

L’emittente ha anche trasmesso un notiziario sul peggioramento della situazione degli ospedali nei territori.

A seguito dell’allarme ONU sull’incombente catastrofe, il Qatar e gli Emirati Arabi si sono impegnati la scorsa settimana ad un finanziamento a breve termine di 11 milioni di dollari per prevenire per qualche altro mese una catastrofe ancora peggiore.

Comunque, come notano le associazioni dei diritti umani, non c’è altra soluzione a lungo termine che la fine dell’assedio.

Le restrizioni di movimento imposte dal governo israeliano sono direttamente legate alla morte dei pazienti e all’aggravarsi delle sofferenze, dovendo i malati chiedere i permessi”, ha detto Issam Younis direttore di Al Mezan.

Queste pratiche fanno parte del regime di chiusura e di permessi che impedisce ai malati di vivere dignitosamente, e viola il diritto alla vita.”

Medical Aid for Palestinian, con sede in Inghilterra, si sta appellando alla gente perché si rivolga ai legislatori del parlamento britannico e “chieda loro di premere sul governo britannico affinché agisca per salvare delle vite a Gaza.”

(Traduzione di Luciana Galliano)

 




Dalla destra israeliana un appello alla deportazione di centinaia di migliaia di persone. E poi? Una Nakba?

Bradley Burston

13 febbraio 2018,Haaretz

Che cosa dovremmo pensare? Che ci sono problemi che possiamo soltanto espellere? Bene, perché no? Per qualcuno, frustrato dalla mancanza di politiche chiare, è un pensiero accattivante. Ma ecco perché no.

All’inizio di questo mese un articolo su “Makor Rishon” [giornale israeliano vicino alla destra religiosa ed ai coloni, ndt.], portabandiera ideologico della destra israeliana, affermava: “E’ giunto il tempo per una campagna pubblica per la deportazione degli illegali.” L’autore, Tzachi Levy, citava dati governativi che mostrano che almeno 230.000 non cittadini risiedono in Israele senza permesso, compresi, ha detto, non meno di 100.000 palestinesi della Cisgiordania, alcuni nelle città arabe israeliane, altri a Gerusalemme est, altri ancora tra i beduini del Negev.

Levy ha detto che le persone senza documenti costituiscono sia una minaccia alla sicurezza, sia il pericolo di “un tentativo di mettere in atto un ‘diritto al ritorno’ (dei palestinesi) dalla porta di servizio, sfruttando lo stato sociale israeliano.”

Che cosa dovremmo pensare? Che ci sono dei problemi che possiamo solamente espellere? Bene, perché no? Per qualcuno in Israele, frustrato da un governo che ha poche politiche chiare su qualunque questione, compreso il futuro della Cisgiordania, della Palestina e della democrazia all’interno di Israele, questo è un pensiero accattivante.

Il mese scorso, quando Raziel Shevach, un rabbino della Cisgiordania, paramedico e padre di sei figli, è stato ucciso in un attacco armato terroristico, il ministro dell’Agricoltura Uri Ariel, di estrema destra, ha invitato immediatamente il governo “ad espellere la famiglia dell’assassino per creare un deterrente.” Non vi era nessuna indicazione che la famiglia dello sparatore fosse in alcun modo coinvolta.

Ma ecco perché no:

Nella psiche nazionale sia degli israeliani che dei palestinesi l’orrore trasmesso dallo spettro della deportazione e dell’esilio non ha eguali. In molti modi lo stesso ebraismo, le sue scritture, la sua liturgia, il suo fulcro sono uno sforzo di superare e affrontare il dolore di migliaia di anni di esilio. In molti modi la cultura, la nazionalità e l’essere popolo dei palestinesi sono inseparabili dalla memoria e dall’angoscia evocate dal termine Nakba, la catastrofe – l’esodo di oltre 700.000 palestinesi che fuggirono o vennero espulsi dalle loro case nel periodo della guerra del 1948.

Persino in quest’epoca apparentemente moderna vi sono molti, da entrambe le parti, che affermerebbero senza riserve che, se dovessero scegliere, preferirebbero sinceramente la morte rispetto all’espulsione dalla propria casa e dalla propria terra.

Questo è il motivo per cui, in momenti in cui si fanno appelli da parte della destra israeliana ad usare la deportazione come strumento per risolvere i problemi di Israele, l’appello stesso può avere effetti incendiari.

Questo è uno di quei momenti.

Per settimane attivisti e commentatori di sinistra hanno messo in guardia che le deportazioni di massa di richiedenti asilo africani potrebbero servire come una specie di prova da parte del governo condotta in vista di una futura “soluzione” su basi demografiche, senza compromessi e fuori dalle vie diplomatiche, alle questioni poste da una numerosa, popolazione palestinese priva di diritti in Cisgiordania – lo spettro del

trasferimento” di popolazione e, in questo processo, della dissoluzione degli ultimi legami rimasti tra Israele e la democrazia.

Ora, benché non sia chiaro se suonino come avvertimento o come auspicio, toni simili si sono sentiti provenire dalla destra.

Che cosa dovremmo pensare quando Eldad Beck [famoso giornalista israeliano di centro destra, ndt.], un sostenitore del piano del governo di deportare decine di migliaia di richiedenti asilo africani, richiama la nostra attenzione sull’articolo di opinione di “Makor Rishon”, commentando così in un post su Facebook di sabato:

Non escluderei la possibilità che la lotta per sventare la deportazione di infiltrati dall’Africa sia in realtà finalizzata a promuovere una lotta contro una più significativa deportazione di infiltrati arabi.”

Per di più, mentre l’amministrazione Netanyahu – sfidando gli appelli di esperti di diritto internazionale e l’indignazione espressa da ampi strati del mondo ebraico e del pubblico israeliano – proseguiva i preparativi per espellere molti dei 37.000 richiedenti asilo africani residenti in Israele, la ministra della Giustizia di estrema destra Ayelet Shaked lunedì ha esternato un semplice ma sconvolgente messaggio in difesa del governo: la pulizia etnica al servizio del sionismo. Per essere precisi, Shaked non ha usato né il termine sionismo né la forte espressione pulizia etnica. Non ne aveva bisogno.

Citando le leggi emanate per preservare demograficamente una maggioranza ebraica in Israele – Shaked ha affermato che “lo Stato dovrebbe dire che è giusto conservare la maggioranza ebraica anche al prezzo della violazione dei diritti.”

Difendendo la determinazione del governo a tenere il termine “eguaglianza” fuori dalla proposta di legge sullo Stato-Nazione ebraico, Shaked ha detto: “ci sono luoghi in cui il carattere dello Stato di Israele come Stato ebraico deve essere mantenuto, e questo a volte avviene a scapito dell’eguaglianza.”

E, per paura che il vero motivo della deportazione da parte del governo dei richiedenti asilo africani sia frainteso rispetto a ciò che è – una malaccorta, non necessaria retata razzista ed una persecuzione che fa di migranti rispettosi della legge dei capri espiatori, invece di occuparsi dei reali problemi sociali degli israeliani nel sud di Tel Aviv – Shaked ha rilanciato: parlando lunedì al Congresso su giudaismo e democrazia, ha detto che, se non fosse stato per il muro che Israele ha costruito sul confine egiziano col Sinai, che riduce efficacemente il flusso dei richiedenti asilo, “qui assisteremmo ad una specie di strisciante conquista da parte dell’Africa.”

Lasciamo da parte, per il momento, il fatto che il governo, procedendo con le deportazioni, agisce in modo opposto al parere di alcuni dei suoi più forti sostenitori, in particolare il procuratore e difensore di Israele Alan Dershowitz [famoso avvocato e docente di diritto internazionale statunitense, sostenitore incondizionato di Israele, ndt.], che all’inizio di quest’anno ha detto: “Non si può evitare l’odore di razzismo quando c’è una situazione in cui 40.000 persone di colore vengono deportate in massa, senza che siano prese in considerazione individualmente ed ogni caso analizzato nel merito.”

O la conclusione di Dershowitz che la “Legge sul Ritorno”, che concede automaticamente il diritto alla cittadinanza a chiunque venga riconosciuto come ebreo dai dirigenti di Israele, “non dovrebbe essere una legge che esclude altri dal venire valutati come cittadini.”

E lasciamo da parte anche i punti deboli che non vedono gli avamposti [insediamenti illegali dei coloni israeliani in Ciagiordania, ndt.] nell’argomentazione di Makor Rishon, che afferma:” In uno Stato di diritto, chiunque si trovi qui illegalmente dovrebbe essere gentilmente mandato via da Israele.”

E tralasciamo anche, per il momento, le menzogne che il governo ha detto e continua a diffondere, a sostegno di un piano che ha dimostrato sempre più di essere utilizzato dal Likud e dallo Shas [partito religioso di destra, ndt.] nelle campagne di incitamento contro la popolazione nera.

E’ ora di chiedere che cosa stia facendo al popolo di questo Paese il discorso – e le prove – di un Israele che cerca di deportare lontano i suoi problemi.

E’ ora di chiedere se ciò che si sta tradendo siano esattamente la compassione e la generosità del “cuore ebraico”, che i ministri del governo esaltano così spesso come un dato di fatto.

Per fare un esempio, Mr. Macho ringhia in difesa dell’espulsione di bambini. Ecco Levy di “Makor Rishon” che biasima il governo per aver deciso, almeno in questa fase, di esentare alcune famiglie dalla deportazione – compresi bambini che non hanno mai conosciuto una patria e una cultura oltre Israele:

Dovunque nel mondo le famiglie migrano e i bambini si adattano.

Chiaramente, non è piacevole tornare in un Paese del Terzo Mondo, ma smettiamola con il politicamente corretto – non stiamo mandando nessuno a morire e, anche se la situazione non è bella, Israele non può caricare sulle sue deboli spalle tutti i problemi del Terzo Mondo.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Israele colpisce Gaza dopo che due soldati sono stati feriti, due palestinesi morti

MEE e agenzie

Domenica 18 febbraio 2018,Middle East Eye

L’esercito israeliano afferma che le sue forze hanno sparato “colpi di avvertimento” verso palestinesi che si stavano avvicinando alla barriera di confine tra Israele e Gaza

Fonti ospedaliere hanno affermato che domenica le forze israeliane hanno ucciso due adolescenti palestinesi nella Striscia di Gaza, mentre cresce la tensione dopo un presunto attacco con bombe che ha ferito alcuni soldati israeliani sul confine dell’enclave.

L’esplosione di sabato e i successivi attacchi aerei israeliani hanno segnato una delle più gravi escalation nel territorio governato da Hamas da quando il movimento islamico e Israele hanno combattuto un conflitto nel 2014 [l’attacco denominato “Margine protettivo”, ndt.].

Domenica medici di Gaza hanno affermato di aver recuperato i corpi di due palestinesi di 17 anni uccisi dal fuoco di un carro armato israeliano. L’esercito israeliano ha sostenuto che le sue forze hanno sparato” colpi di avvertimento” verso un certo numero di palestinesi che si stavano avvicinando alla recinzione di confine “in modo sospetto”.

Sono stati identificati dal ministero della Salute di Gaza come Salam Sabah e Abdullah Abu Sheikha, entrambi di 17 anni, che sono stati uccisi a est di Rafah nel sud dell’enclave. Dovevano essere sepolti più tardi domenica.

Sabato quattro soldati israeliani sono rimasti feriti, due in modo grave, quando un ordigno esplosivo artigianale è scoppiato lungo la barriera di confine di Gaza, ma secondo l’esercito nessuno di loro è in pericolo di vita.

Israele ha risposto con quelli che l’esercito ha definito attacchi aerei e fuoco dei carri armati contro 18 obiettivi di Hamas e della Jihad Islamica, compresi impianti per la fabbricazione di armi, campi di addestramento e postazioni di osservazione.

L’ala militare di Hamas, Izz ad Din al Qassam, ha sostenuto sabato notte di aver utilizzato missili antiaerei contro i jet israeliani sul territorio costiero.

Ciò è avvenuto nel quadro della resistenza contro la continua aggressione sionista contro il nostro popolo nella Striscia di Gaza,” ha detto il gruppo senza ulteriori spiegazioni.

Escalation”

Nessun gruppo armato a Gaza ha rivendicato la responsabilità dell’esplosione di sabato. Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha detto che i “Comitati di Resistenza Popolare”, uno dei gruppi armati minori di Gaza, ha fatto esplodere la bomba che ha ferito i soldati.

Scoveremo i responsabili dell’incidente di ieri,” ha detto Lieberman a Radio Israele domenica, aggiungendo che Hamas é in ultima istanza responsabile di quanto avviene a Gaza.

Il portavoce di Hamas Fawzi Barhoum ha accusato Israele delle violenze.

Hamas ritiene l’occupazione israeliana totalmente responsabile delle conseguenze per la sua continua escalation contro il nostro popolo,” ha affermato Barhoum in una dichiarazione.

Hamas e Israele hanno combattuto tre conflitti dal 2008. Il conflitto più recente, nel 2014, è stato in parte combattuto a causa di tunnel da Gaza che venivano utilizzati per lanciare attacchi.

Israele ha ripetutamente colpito obiettivi di Hamas nel sud della Striscia di Gaza all’inizio di febbraio, sostenendo che i palestinesi là avevano sparato un missile nel suo territorio.

La tensione tra i palestinesi e Israele è stata alta da quando il presidente USA Donald Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico in dicembre.

Venerdì una fonte ufficiale dell’amministrazione USA ha detto all’agenzia AFP che Netanyahu visiterà la Casa Bianca il prossimo mese.

La visita del 5 marzo arriva mentre Netanyahu deve affrontare uno scandalo che ha visto la polizia raccomandare che sia imputato per corruzione.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il ministro della Giustizia di Israele approva l’apartheid – lo Stato ebraico “a scapito dell’uguaglianza”

Jonathan Ofir

13 febbraio 2018, Mondoweiss

Ayelet Shaked, la ministra della Giustizia israeliana, lo ha fatto di nuovo: ha illustrato l’apartheid israeliano in termini inequivocabili, e lo ha legato direttamente al sionismo:

“C’è spazio per conservare una maggioranza ebraica persino a prezzo di una violazione dei diritti,” ha detto ieri (lunedì 12 febbraio) al “Convegno su Ebraismo e Democrazia”, come riferito da Haaretz. Shaked stava parlando della legge israeliana “Stato-Nazione del popolo ebraico” ed ha detto chiaramente che l’uguaglianza è essenzialmente un pericolo per lo “Stato ebraico”.

Sul tentativo della coalizione [di governo] di tenere fuori la parola “uguaglianza” dalla legge sullo Stato-Nazione, Shaked ha detto che “Israele è uno Stato ebraico. Non è uno Stato per tutte le sue nazioni. Cioè, stessi diritti per tutti i cittadini ma non diritti nazionali uguali.”

Shaked ha detto che la parola “uguaglianza” è molto generica e l’autorità giurisdizionale potrebbe portarla “molto lontano”, aggiungendo che “ci sono luoghi in cui il carattere dello Stato di Israele come Stato ebraico deve essere conservato e a volte ciò avviene a scapito dell’uguaglianza.”

Quindi sta ripetendo quello che ha detto sei mesi fa – che “il sionismo non dovrebbe – e qui sto dicendo che non lo farà – continuare a inchinarsi ad un sistema di diritti individuali interpretati in modo universalistico.”

All’epoca il giornalista di Haaretz Gideon Levy [vedi zeitun.info] aveva ringraziato Shaked per aver detto la verità:

“Quindi Shaked crede, come molti nel mondo, che Israele sia costruito sulle fondamenta dell’ingiustizia e di conseguenza debba essere difeso dal discorso ostile della giustizia. In quale altro modo può essere spiegato il rifiuto di discutere dei diritti? I diritti individuali sono importanti, dice, ma non quando questi sono slegati dalle “sfide sioniste”. Ha di nuovo ragione: le sfide sioniste sono quindi in contraddizione con i diritti umani…”

E ha concluso:

“Il sionismo è la religione fondamentalista di Israele, e, come in ogni religione, la sua negazione è proibita. In Israele ‘non sionisti’ o ‘antisionisti’ non sono insulti, sono ordini di espulsione dalla società. Non c’è niente di simile in nessuna società libera. Ma ora che Shaked ha smascherato il sionismo, messo la sua mano sul fuoco e detto la verità, possiamo finalmente ragionare più liberamente sul sionismo. Possiamo riconoscere che il diritto degli ebrei ad avere uno Stato ha contraddetto il diritto dei palestinesi alla loro terra, e che il sionismo legittimo ha dato vita a un terribile errore nazionale che non è mai stato corretto; che ci sono modi per risolvere e fare ammenda di questa contraddizione, ma gli israeliani sionisti non li vogliono accettare.”

Shaked ha ancora una volta accentuato aspetti che sono una diretta conferma delle conclusioni essenziali del “Rapporto ONU sull’Apartheid Israeliano” [stilato dalla “Commissione Economica e Sociale per l’Asia occidentale” dell’ONU, ndt.], accantonato lo scorso anno, che ha chiarito le pratiche razziste dello Stato di Israele e la sua intrinseca natura razzista. Il rapporto evidenziava che “i partiti politici palestinesi possono battersi per riforme di scarsa importanza e per una migliore destinazione del bilancio, ma hanno la proibizione giuridica da parte della Legge Fondamentale di sfidare la legislazione che mantiene il regime razzista. La politica è rafforzata dalle implicazioni della distinzione fatta in Israele tra ‘cittadinanza’ (ezrahut) e ‘nazionalità’ (le’um): tutti i cittadini israeliani godono della prima, ma solo gli ebrei della seconda. Nella legge israeliana diritti ‘nazionali’ vuol dire diritti nazionali ebrei.”

Quel rapporto provocò grande ira tra la dirigenza israeliana, e il Segretario Generale dell’ONU si inchinò alle pressioni israeliane (e americane) perché venisse accantonato per la sua presunta natura ‘antisemita’ – ma qui il ministro della Giustizia di Israele sta confermando quello che [il rapporto] sta essenzialmente dicendo.

Shaked, che ha una propensione per una retorica genocidaria e fascista, è molto esplicita sul perché vuole che la legge dello Stato-Nazione sia codificata all’interno di una “legge fondamentale” quasi costituzionale: l’obiettivo della legge sullo Stato-Nazione, ha detto, è di prevenire una sentenza come quella del caso Ka’adan del 2000, che condannò la discriminazione contro una famiglia araba che voleva andare ad abitare in una piccola comunità ebraica che aveva cercato di impedirglielo. Shaked vuole che sia assolutamente possibile per una comunità ebraica impedire l’ingresso di cittadini palestinesi su base razziale. Infatti Shaked, riferendosi alla sentenza Ka’adan, ha detto che

“sulla questione se sia giusto per una comunità ebraica essere, per definizione, solo ebraica, voglio che la risposta sia ‘sì, è giusto’.”

Shaked ha lamentato di nuovo che i “valori universali” starebbero prendendo il sopravvento:

“Negli ultimi 20 anni c’è stata maggiore attenzione a emettere sentenze su valori universali e meno sul carattere ebraico dello Stato. Questo (la legge sullo Stato-Nazione) è uno strumento che vogliamo fornire ai tribunali per il futuro.”

Perciò Shaked vuole chiudere la porta a quelle piccole aberrazioni, in cui compaiono sottili crepe nel muro dell’apartheid israeliano. Vuole che sia completamente chiusa e sprangata. E, cosa più importante, il mondo deve accettarla come un’ideologia e una politica legittime.

Si noti che tutto ciò riguarda la politica israeliana nei confronti dei suoi stessi cittadini non ebrei. Non riguarda neppure l’occupazione israeliana del 1967 (anche se ciò indirettamente influisce sulla politica israeliana in tutti i territori).

Da un lato si potrebbe essere tentati di credere che Shaked stia solo combattendo una lotta contro i tribunali e che ci sia una Corte Suprema presumibilmente progressista che potrebbe agire come un contropotere rispetto a questo.

Ma va ricordato che la Corte Suprema è essenzialmente sionista, e che di conseguenza è comunque di parte nei confronti dello “Stato ebraico”. Dato che quel principio non può essere sfidato in alcun modo significativo, e dato che Shaked sta effettivamente dando voce sincera e rumorosa all’ideologia sionista, rimangono pochissime risorse di una certa importanza per protestare o contrastare tutto ciò.

Una è rappresentata, ovviamente, da mezzi di protesta civili e democratici dal basso: il [movimento per il] Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

Ma ecco quello che ha detto la presidentessa della Corte Suprema Esther Hayut in una recente conferenza contro il BDS. Il BDS è un “illecito civile”, ha detto, e ha continuato:

 “Chiedere un boicottaggio è un mezzo di coercizione e non di persuasione. Non è utile ai principi fondamentali della democrazia, ma piuttosto li colpisce impedendo un libero scambio di idee. Di conseguenza, non è degno della protezione costituzionale di cui godono altre forme di espressione politica.”

Quindi, peggio – il BDS, secondo la più alta carica giudiziaria di Israele, non è tutelato dalla libertà di espressione. E pertanto è permesso allo Stato di imporre sanzioni contro singole persone che lo propugnano:

“L’imposizione di sanzioni legali è proporzionata quando lo Stato è interessato a difendersi contro un boicottaggio da parte di civili,” ha detto Hayut.

Deve essere chiaro che questa posizione è fascismo allo stato puro. Lo Stato può essere “criticato” con mezzi che consentano “scambio di idee”, ma non con metodi che lo Stato stesso reputa possano effettivamente determinare un cambiamento della sua struttura e gerarchia razziali. Questo non è un inaspettato sviluppo esterno rispetto a un presunto ‘sionismo democratico’. Tutto ciò rappresenta un ulteriore smascheramento riguardo alla vera essenza del sionismo. È vero e proprio apartheid.

L’ex primo ministro Ehud Barak ha detto qualche anno fa che “Israele è stato infettato dai semi del fascismo.” Ma egli è lo stesso “eroe di sinistra” che si è vantato di come la sinistra israeliana ha “liberato” i territori occupati, e si è lamentato che gli USA non abbiano riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele già 65 anni fa. Perciò Barak sta dicendo che questi “semi di fascismo” sono solo qualcosa che ha “infettato” Israele di recente. Ma sono sempre stati lì, sono i semi dei frutti del sionismo, di cui anche Barak è sostenitore. È dubbio che un ‘progressista’ come Barak o simili possa mai ‘salvare’ il sionismo dai suoi più espliciti fascisti come Shaked.

Gli Stati Uniti hanno attraversato la fase fiabesca dell’apartheid in cui si trova Israele, con la loro dottrina legale ‘separati ma uguali’, la quale sosteneva che, benché ci fosse segregazione razziale (letteralmente apartheid), gli afro-americani potevano comunque essere considerati “uguali”, semplicemente “separati”. Ci vollero parecchie sentenze della Corte Suprema dagli anni ’50, nonché la legge sui diritti civili del 1964, per rovesciare questa falsa nozione di “uguaglianza”.

Ma Israele sta funzionando esattamente in modo opposto, e Shaked sta confermando che l’ideologia dello Stato prevale esplicitamente sull’uguaglianza. A dir la verità, è stato così fin dall’inizio.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La difficile situazione dei lavoratori palestinesi in Israele

Senussi Bsaikri

Middle East Monitor 11 maggio 2014

L’economia palestinese è in stato di totale collasso con una tasso di disoccupazione in Cisgiordania del 31%. Ne consegue che il numero dei palestinesi che cerca lavoro in Israele è in aumento, nonostante le difficoltà da affrontare.

Su una cifra stimata di un milione di lavoratori palestinesi che vivono in Cisgiordania, solo un piccolo numero ha il permesso di lavorare legalmente in Israele. Nel 2009 non più di 23.000 palestinesi hanno avuto il permesso di lavoro. Tuttavia circa 40.000 palestinesi continuano a lavorare in Israele, quasi la metà illegalmente.

Ne consegue che la maggior parte di questi lavoratori sono sfruttati dai datori di lavoro consapevoli della loro condizione illegale, e qualche volta non vengono nemmeno pagati. Se si lamentano sono semplicemente consegnati alle autorità. I 25.000 palestinesi che si stima entrino illegalmente in Israele ogni anno vivono nella costante paura di essere catturati dalla polizia. Secondo Moshe Ben Shi, un portavoce della polizia israeliana di confine, vengono arrestati annualmente 15.000 lavoratori palestinesi illegali.

Condizioni difficili di vita e di lavoro

in un rapporto di Al Jazeera del novembre scorso (2013) un lavoratore palestinese di Tulkarem in Cisgiordania ha descritto i Territori Occupati come “una grande prigione, in cui mancano le condizioni fondamentali della vita”, da cui decine di migliaia di lavoratori palestinesi entrano in Israele senza permesso con un viaggio che richiede fino a 24 ore, anche se Tulkarem si trova in linea d’aria a solo pochi minuti da Israele. Un altro lavoratore ha riferito alla stessa fonte che rimanere in Cisgiordania era assimilabile a “una lenta morte” per cui egli e altri come lui “vanno verso l’ignoto(in Israele) senza un permesso di lavoro”. Un terzo uomo ha detto che “gli uomini non hanno paura della prigione, nè dell’oppressione dell’occupazione”, quello di cui hanno paura più di qualsiasi altra cosa è di rimanere disoccupati.

Secondo il rapporto molti lavoratori vivono all’aria aperta senza la minima dotazione necessaria ai bisogni fondamentali della vita. Non vi sono nè utensili per cucinare nè acqua per lavarsi o per fare il bucato. Quando dormono appendono i loro vestiti ai rami degli alberi e si sdraiano a terra con le scarpe pronti a scappare se la pattuglia della polizia israeliana dovesse comparire

Non vediamo le nostre famiglie per mesi. Qualche volta ti dimentichi dei tratti del viso dei tuoi figli– che crescono mentre sei via… siamo umiliati e perseguitati… lavoriamo dall’alba al tramonto per dei salari molto bassi” ha detto un lavoratore. “Immagina” ha detto un altro, “ vivere così, un giorno dentro, uno fuori, o lavorare per qualcuno per molti giorni che poi lui rifiuta di pagarti e minaccia di denunciarti alla polizia”

Le decisioni politiche peggiorano le condizioni dei lavoratori palestinesi

Le autorità israeliane spesso prendono decisioni che hanno gravi ripercussioni sui lavoratori palestinesi in Israele. Per esempio, il fondo pensione israeliano non permette più di assicurare i lavoratori palestinesi, ed è stata stabilita una tassa annuale di 1.000 dollari per ogni lavoratore palestinese che lavora all’interno della Linea Verde ( la linea dell’armistizio del 1967).

Nel 2007 il governo israeliano ha deciso di sottoporre i lavoratori palestinesi alla legge giordana, ciò che ha avuto come conseguenza la perdita da parte di decine di lavoratori di quei pochi privilegi che possedevano, mentre i lavoratori israeliani nelle stesse condizioni hanno continuato a godere dei benefici della legge israeliana. Gli osservatori ritengono che queste decisioni costringeranno molti lavoratori a lasciare il loro lavoro non essendo in grado di pagare la tassa.

Nonostante una decisione della Suprema Corte costringa i datori di lavoro e il governo israeliano a garantire ai lavoratori palestinesi la previdenza e i diritti alla pensione in base ai contributi da loro versati, le autorità israeliane non hanno applicato la direttiva della Corte. Inoltre, è stato reso noto che un lavoratore medio palestinese versa il 17,5% del suo salario per quelle idennità, senza ricevere nulla in cambio. Da molti ciò è considerato un modo per il governo israeliano di incassare grandi somme di denaro extra senza un aumento della spesa, solamente privando i lavoratori palestinesi del loro diritti.

Questo è un indice del livello di discriminazione verso i palestinesi e viola tutta la normativa internazionale sul lavoro. Contravviene anche all’Accordo Economico di Parigi siglato da Israele e dall’OLP che non permette nessuna riduzione di salario e diritti senza il consenso delle due parti.

La politica di Israele nei confronti dei lavoratori palestinesi

Le autorità israeliane hanno indebolito [la forza contrattuale de] i lavoratori palestinesi, in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e in Israele. Non esiste alcun sindacato o movimento collettivo sindacale che si occupi dei diritti dei lavoratori.

È da notare che le politiche israeliane per l’occupazione hanno spinto i giovani palestinesi ad abbandonare la scuola e trovare lavoro presso le imprese israeliane. Sono stati offerti significativi incentivi finanziari che hanno indotto un gran numero di giovani ad abbandonare la scuola e l’istruzione superiore per andare a lavorare nelle fabbriche, nelle aziende agricole e nei cantieri edili.

Per molti osservatori ciò non è esente da pericoli, particolarmente dopo la prima intifada del 1987. L’emergere di una forza lavoro molto poco istruita avrà un grande effetto sulla struttura e natura della società palestinese. Tuttavia, le restrizioni israeliane sull’attività economica palestinese negli ultimi 60 anni di occupazione hanno reso debole il mercato del lavoro palestinese; ciò scoraggia i giovani in particolare a cercare migliori lavori attraverso l’istruzione. L’economia palestinese non è stata in grado di accogliere un gran numero di persone che cercavano lavoro

La dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese [ANP] non ha migliorato la situazione dei lavoratori. Al contrario le condizioni sono peggiorate. il numero di occupati nelle istituzioni dell’ANP ha raggiunto le 160.000 unità, una cifra che non rappresenta le reali necessità del settore. La copertura dei salari di questa enorme forza lavoro ha impedito all’ANP di assistere altri lavoratori con il sostegno di cui abbisognavano.

La politica di chiusura in tutti i Territori Occupati e l’assedio di Gaza hanno duramente colpito la popolazione palestinese e la possibilità di trovare un lavoro. Come parte della repressione dei palestinesi, il governo israeliano ha incoraggiato l’impiego di lavoro a basso costo di persone provenienti da altri Paesi, peggiorando una situazione già pessima per i palestinesi.

Provvedimenti restrittivi sono in vigore riguardo l’occupazione di lavoratori palestinesi nei territori controllati da Israele e comprendono le seguenti[condizioni]:

– Devono ottenere un certificato di sicurezza per poter lavorare

Devono possedere una carta d’dentità magnetica contenente tutti i dettagli personali del lavoratore

– Devono pagare una tassa fino a 500 dollari al mese sia che lavorino che no.

Tali misure restrittive significano che si è formato un mercato del lavoro nero, con i lavoratori palestinesi vittime di un aperto e palese sfruttamento

Attraversare le barriere di sicurezza è il peggiore ostacolo che persino i lavoratori legali devono affrontare. Ogni giorno,devono mettersi in coda per ore per passare e poi trovare un mezzo di trasporto sino al loro posto di lavoro. Le misure di sicurezza comprendono ispezioni fisiche e controlli magnetici simili a quelli in aeroporto. Una conseguenza grave sulla salute delle frequenti esposizioni alle radiazioni durante il controllo di sicurezza è l’alto tasso di tumori fra i palestinesi. In molte occasioni, ai lavoratori viene impedito l’ingresso in Israele senza che vengano date spiegazioni. Perciò molti scelgono di rimanere la notte sul posto di lavoro per evitare di passare ogni giorno la sicurezza. Naturalmente questo significa che per lunghi periodi sono separati dai loro familiari anche se in linea d’aria si trovano molto vicini.

Effetti psicologici e sociali

Vivendo fra speranza e disperazione, avendo sempre a che fare con enormi insicurezze e umiliazioni, molti lavoratori palestinesi soffrono di problemi psicologici

Molti risultano disturbati, arrabbiati e pieni di odio per quello che gli israeliani gli stanno imponendo. Simili difficoltà e intimidazioni finiscono col creare un essere umano complesso, incapace di dividere le responsabilità della famiglia, in particolare l’educazione dei figli.

Vittime di truffe

Secondo l’agenzia di notizie Ma’an, alcuni funzionari israeliani, compresi un agente della sicurezza, un dirigente dell’amministrazione e un impiegato del Ministero dell’interno israeliano, insieme ad altri 23 israeliani e 11 palestinesi, hanno costituito una banda criminale che ha truffato migliaia di lavoratori palestinesi negli ultimi tre anni. La banda introduce clandestinamente in Israele i palestinesi e facilita l’emissione e la vendita di falsi permessi di lavoro riscuotendo il 40% del guadagno dei lavoratori

L’inchiesta condotta da Ma’an dice che dopo due giorni che i lavoratori sono entrati in Israele con documenti falsi, i loro nomi vengono dati dalla banda alle autorità israeliane che revocano il permesso in base alla mancanza di lavoro. La cancellazione del permesso di lavoro comporta la perdita dei diritti, stimabili in milioni di shekel israeliani.

Conclusione

La maggior parte dei lavoratori palestinesi che lavorano in Israele hanno bisogno di un sostegno per combattere una sofferenza finanziaria , psicologica e di sfruttamento. Molti si sentono perduti, abbandonati e alienati dalla comunità nella quale vivono e hanno un disperato bisogno di aiuto per poter condurre una vita onesta senza perdere la dignità. La comunità internazionale ha il dovere di costringere il governo israeliano ad attenersi al diritto internazionale e agli accordi sul lavoro assicurando così che i lavoratori palestinesi non vengano discriminati.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Lieberman ha ragione, a Gaza non c’è una crisi, c’è una catastrofe

Amira Hass

12 febbraio 2018, Haaretz

Una ‘crisi’ implica un punto di rottura, e Gaza c’è arrivata molto tempo fa. Siamo oltre ad una rottura nella quotidianità. Siamo ad una catastrofe umanitaria

Nella disputa tra il capo di stato maggiore ed il ministro della Difesa sul fatto se vi sia una crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha ragione. Non vi è crisi. Una crisi comporta un punto di rottura di un genere che interrompe la quotidianità, che colpisce come una meteora. Non è questa la situazione di Gaza, dove si verifica un costante e previsto deterioramento. Qualunque punto sulla linea di declino è un disastro umanitario.

Il paragrafo precedente ed ogni affermazione che seguirà potrebbero essere argomento di un intero articolo, ma non ne ho il tempo. Nella rubrica “Non dite che non sapevate” si affrontano questioni urgenti e nel nord (del Paese) c’è rischio di guerra. Quindi ci atterremo ai punti principali.

Ogni due o tre mesi un’organizzazione internazionale o palestinese avverte che Gaza è sull’orlo del collasso. Non mentono. Gli avvertimenti criticano i piccoli aiuti di emergenza che non affrontano le cause e semplicemente rallentano il tasso di deterioramento. Si può sicuramente ritenere che qualche carico di medicinali e di fondi per l’emergenza stiano arrivando.

I palestinesi di Gaza sono diventati una comunità di mendicanti. È una vergogna. E la vergogna non è loro.

Gli israeliani e gli americani hanno ragione, in tutta la loro scandalosa ipocrisia, quando chiedono a Hamas perché ha i soldi per le armi, ma non per pagare l’intero salario al personale medico o per gli ospedali e le terapie.

Hamas sta imitando Israele. Come Israele, sposta l’incombenza di prendersi cura dei civili di Gaza sull’Autorità Nazionale Palestinese e sui Paesi donatori. Come Israele, pretende di controllare di fatto la Striscia di Gaza, mentre si sottrae alla responsabilità per la sua popolazione, ma con una fondamentale differenza: Israele è un occupante astuto e malvagio, che mira ad usare i disastri economici ed umanitari per costringere i palestinesi alla resa e all’emigrazione di massa. Hamas è carne e sangue della peculiare comunità palestinese che vive nella Striscia. Scaricare la responsabilità su altri mentre si pavoneggia dei propri armamenti e della lotta armata, non ha fatto che indebolire il suo popolo, il 40% del quale vuole andarsene.

Quando alti dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese, in particolare Mahmoud Abbas, parlano di “Stato di Palestina”, riconosciuto dalle Nazioni Unite, esso comprende la Striscia di Gaza. Gaza è utile per la loro narrazione politica, ma nella pratica quei dirigenti si mostrano indifferenti al destino dei cittadini di Gaza.

Il taglio del 40% dei medicinali al sistema sanitario pubblico di Gaza non è un decreto divino. Hamas e gli abitanti di Gaza hanno ragione ad accusare l’Autorità Nazionale Palestinese di ritardare deliberatamente gli invii di medicinali per far pressione su Hamas. Questo non è neanche politicamente sensato. Gli abitanti di Gaza criticano apertamente l’Autorità Palestinese, non Hamas.

Il ritardo degli invii di medicinali non è economicamente saggio. I pazienti, invece di essere curati nella Striscia di Gaza, sono indirizzati in ritardo a curarsi altrove. L’Autorità Palestinese paga ed il costo risulta pari a decine di volte il prezzo dei farmaci. Che follia!

E’ ragionevole ritenere che il tasso di malattie sia alle stelle a causa dell’acqua non potabile, della riduzione delle falde acquifere sotterranee, delle acque di scolo non trattate che vanno a finire in mare, del terreno intriso di sostanze chimiche depositate dagli innumerevoli e incessanti bombardamenti da parte di Israele; della spazzatura di cui è così difficile disfarsi; del permanente stato di paura; del numero di persone ferite e rese disabili e dei tanti che soffrono di conseguenze post traumatiche dopo aver perso i loro cari negli attacchi di Israele.

Gli abitanti di Gaza hanno una resilienza ed una capacità di resistenza che ci risulta difficile immaginare. I chirurghi stranieri che lavorano da volontari a Gaza sono meravigliati di come i bambini riescano a stare sulle proprie gambe due giorni dopo l’intervento. Ai bambini di Madrid ci vuole una settimana, mi ha detto Steve Sosebee, direttore del ‘Palestine Children’s Relief Fund’, che porta nei territori occupati centinaia di medici volontari. Questo spiega, allora, la capacità dei gazawi di affrontare la lista di malattie elencate nel paragrafo precedente?

Invece di competere tra loro su chi sia il primo a far fuori il personale sanitario e a tagliare i suoi salari, le dirigenze delle due fazioni palestinesi non potrebbero magari impegnarsi nel genere opposto di competizione: su chi sia il primo ad aumentare i salari delle equipe mediche, in base al riconoscimento dell’importanza del loro lavoro e della loro diligenza ed abnegazione nel corso degli anni, per le quali non sono state ricompensate?

Sosebee ha detto che un volontario francese è andato via con l’impressione che tutti i medici nella Striscia di Gaza siano depressi; Sosebee l’ ha definita un’epidemia di depressione. I medici sanno esattamente come curare i loro pazienti, ma non ne hanno i mezzi. È una depressione indipendente dai bassi salari che ricevono e va al di là della depressione di due milioni di abitanti imprigionati, che non possono liberamente entrare ed uscire dalla Striscia.

Con la sua politica di incarcerazione di massa, che è iniziata nel 1991 e si è rafforzata negli anni 2000, Israele sperava di spingere l’Egitto ad annettere Gaza. Non ci è riuscito. È tempo che l’Europa chieda qualcosa in cambio dei suoi finanziamenti. Gli europei dovrebbero dire che per ogni 1000 dollari che donano per salvare la Striscia, Israele deve lasciare uscire altri 1000 gazawi per studiare, lavorare, proseguire la formazione come medici ed insegnanti e per viaggiare e visitare amici e parenti.

Questo dovrebbe essere ripetuto di continuo: il sistematico periodo di semicollasso potrà essere interrotto solo quando verrà reintrodotta la libertà di movimento per persone e merci. Lasciateli lavorare, anche in Israele, come prima. Si guadagneranno una vita onesta, scambieranno ed esporteranno beni, l’erario palestinese non dovrà raccogliere donazioni dal resto del mondo e la gente vorrà tornare a Gaza perché nessuno le impedirà di andarsene.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Una democrazia illiberale che funziona molto bene: la spiegazione del posto di Israele nella classifica mondiale della democrazia

Anshel Pfeffer

7 febbraio 2018, Haaretz

Nell’“Economist Intelligence Unit’s Democracy Index” [Indicatore della Democrazia dell’Unità di Intelligence dell’Economist], la positiva prestazione del Paese è danneggiata dall’egemonia del Gran Rabbinato [supremo organo religioso ebraico dello Stato di Israele, con due rabbini capo, uno sefardita e l’atro askenazita, ndt.] e dal modo in cui Israele tratta i palestinesi ed altre minoranze

Quanto è democratico Israele? Poco più del Belgio, un poco meno della Francia ed esattamente come l’Estonia.

Perché confrontare Israele con questi tre Paesi? Hanno lo stesso piazzamento nell’”Indicatore annuale della Democrazia dell’Unità di Intelligence dell’Economist”, una classifica di 167 Paesi e territori basata su una lunga lista di caratteristiche che gli estensori ritengono costitutivi di una moderna democrazia. Se lo preferite [espresso] in numeri, la democrazia israeliana è classificata trentesima a livello mondiale, con un punteggio medio di 7,79.

Potrebbe risultare rassicurante per chiunque sia preoccupato che la democrazia israeliana si stia erodendo: dopotutto essere nel quarto superiore dei Paesi in tutto il mondo sicuramente non dovrebbe essere male. Tuttavia, secondo l’indicatore, qualunque Paese con un punteggio di 8 o inferiore non è una “democrazia compiuta”.

Solo 19 Paesi, per lo più Nazioni dell’Europa occidentale insieme a Canada, Australia e Nuova Zelanda, ottengono un punteggio sufficientemente alto da essere definite democrazie “compiute”. Israele, insieme a Stati Uniti, Italia, Giappone e Francia, è tra le 57 “democrazie imperfette” del mondo. Se è di qualche consolazione, sono molto vicine al livello massimo. Imperfette, ma non così tanto.

La democrazia può essere misurata in numeri? Come possono essere messi a confronto in questo modo Paesi diversi con la loro storia, le loro tradizioni e culture? Qualunque elenco simile è per definizione arbitrario, la definizione di democrazia è controversa e il valore attribuito ad ognuno dei suoi componenti è diverso da Paese a Paese.

Gli stessi compilatori dell’Indicatore della Democrazia lo ammettono, ma continuano a pubblicarlo ormai da un decennio ed hanno affinato il modello, che attualmente include 60 diversi indicatori in cinque categorie. Come ogni altro modello statistico ha i suoi limiti, ma uno sguardo attento ai numeri ed alla metodologia racconta una storia interessante per quanto riguarda Israele.

Che cosa ne fa una democrazia? Secondo l’indicatore, Israele ha un punteggio particolarmente alto nella categoria “processo elettorale e pluralismo”. Ciò include tenere elezioni libere e corrette in cui l’opposizione ha una possibilità realistica [di vincere], il popolo gode del suffragio universale, tutti i partiti hanno pari opportunità di fare campagna elettorale e le procedure sono sufficientemente trasparenti.

In questi indicatori Israele ha un risultato medio di 9,17, il terzo punteggio più alto. Nella categoria della “partecipazione politica”, che misura l’affluenza dei votanti, il livello di partecipazione e rappresentanza delle donne e delle minoranze, l’impegno della pubblica opinione in politica, la libertà di protestare e l’alfabetizzazione degli adulti, Israele raggiunge l’8,89. È il secondo punteggio più alto della categoria, superato da un solo Paese, la Norvegia, e pari solo a Islanda e Nuova Zelanda. Nella partecipazione politica, Israele è nei primi quattro a livello mondiale.

Se la democrazia venisse misurata solo in base alla qualità del processo elettorale e al grado di partecipazione politica, Israele sarebbe al livello più alto con i Paesi scandinavi. Ma ci sono altre categorie, ovviamente. In entrambe le categorie “funzionamento del governo” – il potere dell’assemblea legislativa di influenzare le politiche, l’equilibrio dei poteri, la corruzione e la fiducia dell’opinione pubblica nel governo – e “cultura politica democratica” – che misura la coesione e il consenso sociale e la percezione e le opinioni dell’opinione pubblica nei confronti delle istituzioni democratiche – il punteggio di Israele è ad una media di 7,50.

Tuttavia, prese insieme con le due categorie in cui eccelle, Israele sarebbe abbastanza ben piazzato da vincere il distintivo di “democrazia compiuta”. Ma ora arriviamo alla quinta categoria.

In materia di libertà civili Israele raggiunge solo il 5,88. Ed è basso, persino per una democrazia imperfetta. In effetti bisogna scorrere giù fino alla Malaysia al cinquantanovesimo posto ed all’Indonesia al sessantottesimo per trovare Paesi con libertà civili più scarse. La terribile situazione è ancora più evidente se si considerano i fattori che costituiscono le libertà civili: includono la libertà di parola e di espressione e l’esistenza di mezzi di informazione liberi e forti.

In questo Israele ha punteggi molto alti – quest’anno l’Indicatore della Democrazia include un punteggio separato per la libertà di parola e dei mezzi di informazione in cui Israele ottiene 9 su 10, e solo dieci Paesi in tutto il mondo arrivano a 10. È in tutto il resto delle libertà civili in cui Israele scende al di sotto delle democrazie mondiali – uguaglianza, diritti umani, tolleranza religiosa, discriminazione razziale e libertà personali.

In altre parole, se non fosse per l’egemonia del Gran Rabbinato e per il modo in cui Israele tratta le sue minoranze non ebree, soprattutto i palestinesi, sarebbe una democrazia modello. Ma riguardo solo alle libertà civili, Israele non ha il diritto di definirsi una democrazia, neppure imperfetta.

Allarghiamo l’immagine e si può fare ogni tipo di obiezioni e invocare circostanze attenuanti. I critici di Israele sosterranno che, dato che esercita vari livelli di controllo militare sui palestinesi in Cisgiordania e a Gaza (la Palestina ha un punteggio a parte nell’Indicatore della Democrazia, al posto 108), non può essere classificata come la trentesima democrazia al mondo, imperfetta o meno.

I difensori di Israele noteranno che non viene tenuto in nessun conto il fatto che Israele è circondato da autocrazie e che nel suo gruppo regionale del Medio Oriente e del Nord Africa supera di gran lunga gli altri Paesi, persino nelle libertà civili. (Con l’eccezione della Tunisia, che è al pari di Israele per le libertà civili ma è molto al di sotto in tutte le altre categorie). Ma è questa la compagnia in cui Israele si vuole trovare quando si tratta di democrazia?

Nessun altro Paese dell’indice ha una così clamorosa disparità tra i livelli di partecipazione, di qualità del processo elettorale, dei mezzi di comunicazione forti e di libertà di espressione e il misero risultato ottenuto per le libertà civili. Essenzialmente, Israele è l’unica democrazia illiberale al mondo che funziona bene. Oppure, come ha detto il deputato [arabo-israeliano, ndt.] Ahmad Tibi, “Democratico per gli ebrei ed ebreo per gli arabi”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Mike Pence ha appena confermato l’uscita dell’America dal processo di pace in Medio Oriente

Sam Bahour

23 gennaio 2018, Haaretz

Quando Pence afferma: ‘Noi stiamo con Israele. La vostra causa è la nostra causa, la vostra lotta è la nostra lotta’, è chiaro che l’America è interessata solamente ad offrire ad Israele un cieco appoggio politico e ad abbandonare i palestinesi. Una vera pace ora non può che significare aggirare l’amministrazione USA

Il vicepresidente USA non avrebbe potuto dirlo più chiaramente.

Sono qui per trasmettervi un solo semplice messaggio. L’America sta con Israele. Noi stiamo con Israele perché la vostra causa è la nostra causa, i vostri valori sono i nostri valori e la vostra lotta è la nostra lotta,” ha detto lunedì alla Knesset (il parlamento) israeliana.

Ha rilanciato il piano dell’amministrazione Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme ed ha ripetuto come un mantra l’affermazione che la decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele era giustificata in quanto “dato di fatto”. Il termine ‘palestinese’ non è stato quasi pronunciato e ‘Palestina’ – neanche una volta.

Pence ha anche detto che gli USA avrebbero sostenuto una soluzione dei due Stati, ma solo se entrambe le parti l’avessero appoggiata – ribadendo la posizione di Trump quando ha fatto l’annuncio. Che cosa significa? Che gli USA stanno rinunciando alla soluzione dei due Stati. Uno Stato palestinese sovrano non è più un obbiettivo necessario e centrale della politica estera americana.

Donald Trump, a quanto pare, non farà niente per bloccare o disapprovare l’accelerata costruzione di colonie da parte di Israele, o l’autorizzazione retroattiva degli avamposti costruiti su terre private palestinesi, avendo ammorbidito la vecchia e stanca retorica statunitense di “le colonie sono un ostacolo alla pace” con “le colonie potrebbero non aiutare” la pace. Quindi la loro costruzione continuerà, indefinitamente.

L’impresa coloniale israeliana ha acquisito, e gli USA hanno volontariamente venduto, tempo e spazio per consolidarsi, rendendo così sempre più impossibile la realizzazione di una soluzione di due Stati.

Alla luce di questa realtà, la comunità internazionale deve ora riconoscere che l’approccio “a guida USA” alla soluzione del conflitto israelo-palestinese è destinato al fallimento. Non vi è ora alcun dubbio che l’inafferrabile pace non si verificherà mai durante la presidenza Trump. È assolutamente chiaro – dopo due decenni di negoziati falliti sotto gli auspici USA – che la leadership americana è inutile e controproducente negli sforzi per la soluzione di questo conflitto.

Se la comunità internazionale intende ottenere due Stati per due popoli dovrà perseguire una posizione politica indipendente che aggiri gli americani. L’influenza politica della comunità internazionale in questo ambito è stata a lungo irrilevante, dato il monopolio USA sul processo di pace. Adesso è il momento che si faccia sentire.

La comunità internazionale per troppo tempo si è affidata alla leadership sbagliata. Questo tragico errore storico non solo è costato miliardi ai contribuenti della comunità internazionale, ma ha anche condotto ad una realtà diametralmente opposta a ciò che intendevano i responsabili delle politiche globali.

Dopo 24 anni, la fiducia nella “leadership” americana ha portato alla creazione di tanti bantustan palestinesi, finanziati dai contribuenti europei, circondati da una potenza militare occupante che continua ad occupare impunemente: l’UE ed i suoi Stati membri sono di gran lunga i maggiori donatori nei confronti dei palestinesi.

Israele – entusiasta che una parte terza intenda sovvenzionare la sua occupazione militare – continua ad ampliare e consolidare la sua impresa coloniale, con il sostegno di ampi settori dell’opinione pubblica e del governo americani.

Storicamente USA e UE hanno condiviso il comune obbiettivo di risolvere il conflitto israelo-palestinese nella cornice di una soluzione a due Stati. Ma da quando Trump occupa la Casa Bianca ed i repubblicani ora controllano i tre poteri del governo USA, vi è stato un significativo slittamento a destra nella politica del partito repubblicano verso Israele e Palestina.

Al contrario, gli europei si sono mossi verso un riconoscimento dello Stato di Palestina. Il riconoscimento svedese è ora ufficiale, mentre i parlamenti di Regno Unito, Irlanda, Spagna, Francia, Lussemburgo, insieme al Parlamento Europeo, hanno tutti approvato il riconoscimento. In seguito alla dichiarazione di Trump su Gerusalemme, tutto indica che più Paesi andranno verso il riconoscimento della Palestina per salvaguardare la soluzione dei due Stati.

L’America sostiene l’occupazione israeliana. L’Europa senza volerlo la sovvenziona. L’amministrazione Trump farà ben poco per contrastare il suo stesso partito o rischiare la collera dell’influente lobby israeliana negli USA, favorevole alle colonie. Trump continuerà a difendere l’approccio di non intervento, “tocca alle due parti decidere”. Il risultato è che Israele, che ha tutto il potere, è poco incentivato a fare concessioni, mentre i palestinesi, che non hanno potere e dovrebbero essere “protetti” in base al diritto internazionale, sono lasciati alla loro disperazione.

L’America è parte del problema

L’intransigenza di Israele e la sua palese violazione del diritto internazionale sono alimentate dalla sicurezza che, qualunque cosa faccia, gli USA lo proteggeranno sempre da un serio biasimo. La disperazione palestinese si basa sulla convinzione che l’enorme sostegno americano ad Israele renda inutili i negoziati, in quanto Israele ha poco interesse a fare concessioni, ricevendo così tanto denaro, armi e cieco sostegno politico.

Quindi che cosa può fare la comunità internazionale, più che votare contro la dichiarazione di Trump nelle varie istanze delle Nazioni Unite? La comunità internazionale può rimboccarsi le maniche, gestire una politica forte e affrontare l’occupante senza aspettare che la leadership americana ottenga risultati.

Se le esperienze di Bosnia, Kosovo, Timor est e Sudafrica insegnano qualcosa, un occupante o un regime di apartheid cambieranno direzione solo attraverso un’articolata combinazione di sanzioni, isolamento internazionale e, come ultima risorsa, forza militare.

La comunità internazionale deve cogliere l’occasione e dimostrare ai suoi componenti che l’Europa sta sprecando il suo denaro e la sua credibilità indulgendo al gioco americano dell’imparzialità. È chiaro che l’America non ha scrupoli morali o politici a che Israele resti una forza di occupazione. Una volta che la comunità internazionale finalmente riconoscerà questa realtà e andrà avanti, troverà la forza e la legittimazione per proporre politiche proprie, conformi al diritto internazionale, alla Carta delle Nazioni Unite ed ai propri standard morali.

Sam Bahour è un analista politico per ‘Al-Shabaka: rete di informazione politica palestinese’ ed è membro del segretariato del Gruppo di Strategia per la Palestina.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)