Mass media in uniforme, carabinieri in borghese e il perfido Hamas

Patrizia Cecconi

16 gennaio 2019, Pressenza

Un giallo si è svolto ieri a Gaza e ha visto coinvolta l’Italia. Non sappiamo con certezza se anche gli italiani, ma l’Italia sì.

Secondo i nostri media di sicuro sono stati coinvolti anche gli italiani, infatti basta vedere i titoli dei quotidiani, cioè “il” titolo, perché il Corriere come la Repubblica, il Messaggero come il Giornale o il Fatto quotidiano e le agenzie di stampa hanno tutti in sostanza lo stesso titolo, una specie di uniforme da elegante valletto al servizio dallo stesso signore.  Tutti hanno parlato di “carabinieri italiani rifugiati nella sede dell’ONU e assediati da Hamas”. Il perfido Hamas, cioè il partito che governa la Striscia di Gaza e che –  come ci ricorda Vincenzo Nigro su La Repubblica –  “l’Italia considera un movimento terroristico con cui i rapporti politici sono congelati.

Noi ne prendiamo atto chiedendoci, però, come mai, se i rapporti sono congelati l’Italia manda i suoi carabinieri, non turisti o operatori umanitari, ma rappresentanti dell’Arma, dentro la Striscia? E come li manda? Clandestini?

Bene, corre l’obbligo di spiegare ai quattro lettori che ci seguiranno, che Gaza è sotto assedio israeliano, illegittimo e illegale ovviamente, ma sotto assedio e non si può entrare se non con un permesso speciale di Israele. E fin qui certo niente di strano, visto che il governo italiano è amico del governo israeliano. Ma poi serve anche il permesso di Hamas e per avere il permesso di Hamas qualcuno dall’interno della Striscia deve aver fatto la richiesta e questa richiesta deve essere accolta dalle autorità locali, cioè Hamas e presentata alla frontiera.

Lo conoscono  tutto questo iter i bravi valletti che hanno scritto i loro articoli titolandoli tutti “carabinieri italiani assediati da Hamas”?  Forse lo sanno, ma nella velina  c’era l’indicazione di saltare questo passaggio. Forse invece proprio non lo sanno e sono andati tutti dietro la stessa onda senza accorgersi che stavano dando un’informazione non parziale, ma totalmente deformata, il che è più grave che dire parziale o inesatta.

Allora ricostruiamo i fatti.

Dopo l’attentato di due mesi fa contro Nour Barake, uno dei leader della resistenza, commesso da un commando terrorista israeliano entrato presumibilmente di notte da un varco creato ad hoc nella rete dell’assedio, gli addetti alla sicurezza – detti sempre security di Hamas perché fa più effetto – avendo scoperto che il commando mascherato aveva documenti falsi e che a Gaza erano entrati, sempre con documenti falsi, una quindicina di agenti dei servizi segreti israeliani con scopi ovviamente non di tipo caritatevole o umanitario, ha ristretto molto il già esiguo numero di  permessi e ha punteggiato la Striscia, soprattutto nelle due strade principali che uniscono il nord al sud per circa 40 km, con un fitto numero di posti di blocco. In alcune parti addirittura si possono trovare ogni 500 metri.

I posti di blocco, quelli che in Israele si chiamano comunemente check point e che sono tristemente famosi per il numero di omicidi dovuti al grilletto facile dei soldati dell’IDF, i posti di blocco gazawi, che al contrario di quelli israeliani finora non si sono mai macchiati di sangue, consistono solitamente in due blocchi di cemento e una sbarra, lasciando lo spazio perché una vettura passi senza rimuovere la sbarra stessa, ma costringendola a rallentare per entrare nello spazio lasciato libero. Lì ci sono di solito tre o quattro militari che guardano il conducente e i passeggeri, qualche volta chiedono i documenti, ma il più delle volte si affidano al loro intuito e salutano con un sorriso. Una security che contrasta un po’ con l’idea  che la fantasia, con l’aiuto dei media, costruisce di questi militari immaginati sempre come feroci terroristi.

Ad uno di questi posti di blocco la sera del 14 gennaio non si sarebbe fermata una vettura con dentro tre o forse quattro uomini. Al tentativo di fermare la vettura i passeggeri, tutti in borghese, avrebbero estratto delle armi automatiche e sarebbero scappati forzando il blocco. Iniziava un breve inseguimento, breve perché la vettura clandestina andava a ripararsi dentro lo stabile delle Nazioni Unite a poche centinaia di metri e qui la vettura dei militari palestinesi non veniva fatta entrare.

Se lo stesso fatto fosse avvenuto in Israele i tre (o quattro) occupanti della vettura fuggitiva sarebbero stati tre (o quattro) cadaveri crivellati di colpi, ma i feroci terroristi con i quali l’Italia non comunica sono stati dei gentlemen e i fuggiaschi sono ancora vivi.

Una domanda che nessuno dei nostri media mainstream si è posta  pubblicamente è “perché questi signori non hanno mostrato i documenti? Allora erano clandestini? E a servizio di chi?” No, questo non appare nel pezzo della Repubblica, né su quello del Corriere, su nessuno. Forse non era nell’indice della velina.

Dunque i tre (o quattro) giovani uomini, capello corto o cortissimo, aria qualunque, anche palestinese volendo, o comunque mediterranea, potevano essere e probabilmente lo erano spie israeliane, come i quindici precedentemente scoperti.

Le autorità governative, dette dai media minacciosamente “Hamas”, a questo punto fanno circondare il palazzo dell’Onu dai militari, chiedendo che venga fornita l’identità di quei delinquenti che hanno sfondato il posto di blocco e sparato contro la polizia locale.

Per la verità, in qualunque altro paese, Italia compresa, sarebbero stati già arrestati, magari solo per due giorni, ma sarebbero stati arrestati subito per i due reati commessi.

I nostri quotidiani, la nostra Lilli Gruber, i nostri cronisti televisivi e compagnia servente, si sono tutti affannati a dire che Hamas assediava l’Onu, dimenticando di dire che avevano il diritto di  identificare i tre trasgressori e dimenticando anche di dire che Gaza è sotto assedio e che strani personaggi si erano infiltrati sparando contro la polizia locale o, comunque, forzando un posto di blocco.  Si sono anche dimenticati di dire che tutte le forze politiche di Gaza, compresa Fatah, avversario numero uno di Hamas, erano concordi in questa azione.

E’ lecito chiedersi se i personaggi della vettura in questione fossero ubriachi, cosa molto difficile dato il divieto  imposto da Hamas di far entrare alcolici, o se fossero dei provocatori  che hanno agito ad hoc per creare un incidente e poi sviluppare un piano che al momento non ci è dato conoscere.

Da dove sono entrati? Perché Hamas, che rilascia i permessi ai pochissimi internazionali che possono accedere alla Striscia, non li conosceva?

Alla fine, ma solo dopo un giorno e mezzo che deve essere stato abbastanza lungo, è venuto fuori che questi signori erano dei carabinieri italiani in borghese. Carabinieri italiani? E perché non hanno mostrato i documenti? E perché l’Italia, che non comunica con Gaza in quanto governata dal movimento dichiarato terrorista di Hamas, ha mandato i suoi carabinieri? Dalla Farnesina, attraverso il consolato a Gerusalemme rispondono, come ci comunica sollecitamente Davide Frattini, inviato del Corriere della Sera, che si trattava di “personale della sicurezza italiana, entrato a Gaza per una missione ufficiale”.  Una missione ufficiale? Ma allora la Farnesina tratta con Hamas? Ma no, che missione ufficiale poteva essere se i cosiddetti carabinieri erano in clandestinità?  C’è del giallo in tutta questa storia.

Frattini aggiunge e il Corriere lo evidenzia in neretto che “I carabinieri stavano verificando le condizioni di sicurezza… per una visita ufficiale al monastero di Sant’Ilarione”.

C’è del giallo sì, e non c’è neanche conoscenza dei luoghi; infatti i giornalisti, al pari dei lettori che dovrebbero informare,  non sanno che il monastero di Sant’Ilarione si trova a Nusseirat, quindi abbastanza a sud di Gaza city, e in realtà lì c’è un mosaico cristiano di circa 1700 anni fa sopravvissuto miracolosamente ai criminali bombardamenti del 2014. Ma le visite ai siti archeologici non si fanno di notte, e tornare da Nusseirat a Gaza city comporta solo una mezz’ora,  quindi come mai si trovavano a tarda sera a Gaza city? E dove avrebbero alloggiato, visto che il valico di sera è chiuso e non avrebbero potuto far ritorno alla loro sede a Gerusalemme? E su tutte, ancora la stessa domanda: perché fuggire al posto di blocco invece di fermarsi? E poi quanti posti di blocco hanno passato da Nusseirat a Gaza city, ammesso che venissero dal sito archeologico, senza essere fermati? Tutto stranissimo e, per chi conosce Gaza, più che strano  INCREDIBILE.

Intanto le voci che l’ambasciatore o il console italiano si sarebbero incontrati con Ismail Hanyeh per risolvere la questione vengono smentite, così come l’UNRWA smentisce che ci sia stato un assedio nella propria sede. Alla fine, dopo circa 48 ore, le autorità della perfida Hamas rompono il cordone di sicurezza, ovvero il cosiddetto “assedio dei nostri carabinieri”, accettando la versione che si tratti di tre italiani e non di tre sabotatori dei servizi segreti israeliani.

Questo viene raccontato ai lettori, ma noi vogliamo aggiungere una chicca che i nostri media mainstrem non conoscono e che i feroci capi di Hamas non hanno preso in considerazione. Si tratta della proposta fatta da un docente dell’Università Islamica di Gaza, il prof. Khalid El Khalidi il quale ha trovato che nella sua magnificenza e misericordia Dio, detto anche Allah, ha offerto a Gaza la possibilità di liberarsi dall’assedio e di ottenere un risarcimento monetario per le privazioni sofferte in questi anni. Il prof. El Khalidi chiedeva infatti che i tre (o quattro) violatori della legge venissero arrestati. Trattati ovviamente con tutte le cure, ma arrestati e se si scopriva che si trattava di ufficiali dei servizi segreti, cosa di cui lui era convinto,  proporre uno scambio tra la loro liberazione e la fine dell’assedio, chiedendo inoltre di risarcire  Gaza e il suo popolo per l’assedio e la distruzione derivata dalle  tre massicce aggressioni con  20 miliardi di dollari, da consegnare alla resistenza prima dell’estradizione dei tre ufficiali.

Il prof. El Khalidi, come molti altri, seguita a non credere infatti alla versione data dopo 48 ore e aggiunge che “Il nemico ha la capacità di mobilitare per salvare i suoi soldati tutti gli ambasciatori e i presidenti dell’Occidente.” Il suo pensiero è il pensiero di molti gazawi e per questo lo riportiamo, e noi stessi abbiamo il diritto di dubitare che l’Italia si sia prestata a questo gioco potendo contare su un’informazione mediatica telecomandata e giocando sul fatto che la gente non sa che a Gaza non si può entrare in anonimato come turisti qualsiasi.

In conclusione il giallo non è risolto e resta da chiedersi perché il perfido  Hamas si sia così addolcito, fino ad accettare di credere che i tre giovanotti fossero carabinieri italiani in borghese venuti a fare un’indagine su un sito archeologico di Gaza senza le autorizzazioni del ministero di Gaza e senza il permesso di entrata. C’è forse dietro un ricatto? E perché erano armati? I carabinieri in borghese non possono essere armati, soprattutto non possono esserlo a Gaza! E seppure fossero  italiani possono sempre avere la doppia cittadinanza ed essere a servizio dello Stato ebraico, come ad esempio l’ ex-deputata di Forza Italia e colona ebrea Nirenstein, che ha la cittadinanza israeliana poiché, in quanto ebrea, le spetta di diritto. Diritto interno a Israele ovviamente.

A fronte dell’abito borghese dei cosiddetti carabinieri, abbiamo l’uniforme dei valletti mediatici e le due cose insieme spengono le domande di chi invece avrebbe diritto a un’informazione onesta. Perciò seguitiamo a chiederci non solo perché Hamas non ha arrestato o non ha potuto arrestare i tre che hanno violato un bel po’ di norme a partire dalla più banale: l’aver forzato il  posto di blocco, cosa che a un gazawo qualunque sarebbe costata l’arresto e una forte multa., ma ci chiediamo anche perché è stata tirata in mezzo l’Italia e perché l’Italia ha acconsentito. Un ricatto anche qui? O forse una promessa? O semplicemente un ossequio verso un paese amico? Potremmo eliminare, almeno in parte, i dubbi se i tre ex rifugiati, ora liberi, apparissero in televisione a dare la loro versione facendoci conoscere anche i loro nomi.

In assenza di ciò noi facciamo il nostro lavoro di giornale libero, realmente libero, senza diktat né veline e senza uniformi e diciamo che questo è un giallo in cui l’Italia, insieme ai media mainstream fa la parte del servitore che fornisce l’alibi all’assassino.




La lotta palestinese si sta trasformando in movimento per i diritti civili, e Gaza sta dando l’esempio

Ramy Younis

11 gennaio 2019, +972

Secondo lo studioso Tareq Baconi la Grande Marcia del Ritorno segnala un cambiamento per il popolo palestinese. I palestinesi non stanno più lottando per uno Stato e stanno rivendicando sempre più i loro pieni diritti – in primo luogo il diritto al ritorno.

I dirigenti della Grande Marcia del Ritorno hanno sorpreso il mondo quando hanno organizzato la prima manifestazione lungo la barriera tra Israele e Gaza il 30 marzo 2018. Decine di migliaia di palestinesi vi hanno partecipato. Già nella prima protesta i cecchini israeliani hanno aperto il fuoco e hanno ucciso 14 palestinesi e ne hanno feriti più di 1.200.

Le proteste sono diventate dimostrazioni settimanali, in quanto ogni venerdì decine di migliaia di gazawi hanno manifestato lungo la barriera. L’esercito israeliano ha continuato a sparare contro di loro. I dirigenti delle marce, un gruppo di circa 20 attivisti, per lo più laici e di sinistra, hanno cercato di evitare per quanto possibile che la gente arrivasse troppo vicino alla barriera. Hamas, che all’inizio ha fornitol’ appoggio logistico che ha contribuito al successo delle proteste (ovvero, gli spostamenti e la propaganda), ha lentamente iniziato a giocare un ruolo più significativo nelle manifestazioni.

Hamas è entrato a forza nella Grande Marcia del Ritorno e potrebbe aver preso il controllo delle proteste, ma comunque senza Hamas Gaza non avrebbe potuto alleggerire il blocco. Hamas è una forza politica che può affrontare Israele come non sono capaci di fare né Fatah né l’Autorità Nazionale Palestinese.

Questo è il giudizio secondo Tareq Baconi, un giovane intellettuale e ricercatore palestinese, in precedenza membro dell’European Council for Foreign Relations [gruppo di studio inter-europeo su questioni di politica estera, ndtr.] e attualmente analista dell’International Crisis Group [ong europea che si occupa della gestione di conflitti, ndtr.]. È uno degli esperti su Hamas più apprezzati. Il nuovo libro di Baconi, “Hamas Contained: The Rise and Pacification of Palestinian Resistance” [Hamas sotto controllo: la nascita e la pacificazione della resistenza palestinese”, Stanford Univ Pr, 2018], analizza la transizione di Hamas dalla lotta armata alla resistenza popolare.

Ho parlato con Baconi di una delle storie più significative del 2018 – le marce del ritorno a Gaza. Si è detto molto sul coinvolgimento, se non sulla presa di controllo, del movimento, iniziato come protesta popolare, da parte di Hamas.

I palestinesi di Gaza sono critici nei confronti delle imposizioni religiose di Hamas, della sua intrusione nella vita quotidiana degli abitanti e della sua ostilità con Fatah. I media israeliani amano mostrare persone di Gaza che accusano Hamas dell’assedio, della povertà e delle vittime in seguito agli attacchi israeliani, ma non è così.

Baconi, figlio di rifugiati palestinesi di Haifa e di Gerusalemme, è cresciuto ad Amman e attualmente vive a Ramallah. Nella nostra conversazione non risparmia critiche a Fatah, ad Hamas e alla dirigenza palestinese in Israele, ma sottolinea ripetutamente che alla base della sua analisi ci sono Israele e gli enormi crimini che sta commettendo: l’occupazione e il blocco di Gaza.

Innanzitutto, cosa pensi della Grande Marcia del Ritorno?

Le marce sono una fonte di speranza. Indicano che le politiche di Hamas e di Fatah hanno fallito, che anche la via del negoziato promossa dagli americani ha fallito, ma che il popolo palestinese rimane saldo e continua a rivendicare i propri diritti dal ’48, non dal ’67, in primo luogo il diritto al ritorno. Le fazioni politiche possono aver fallito, ma il popolo è ancora legato ai propri valori e chiede gli stessi diritti per cui ha lottato fin dall’inizio.

Il popolo palestinese è arrivato a un punto di transizione, passando dalla richiesta di uno Stato alla rivendicazione dei propri diritti. È il passaggio a un movimento per i diritti civili, e Gaza sta dando l’esempio. Benché ci siano state proteste nella diaspora palestinese, in Siria e in Libano e all’interno [dei confini] del ’48 [cioè in Israele, ndtr.], ad Haifa, il modo in cui le marce sono iniziate a Gaza mette in luce un percorso da seguire e indica un nuovo sviluppo. Per quanto mi riguarda è una fonte di speranza. Ma mostra anche le sfide che stiamo per affrontare, nel modo in cui le marce si sono sviluppate, nel modo in cui Hamas ha affrontato le proteste e, ovviamente, nel modo in cui Israele ha risposto ad esse.”

Lo scorso anno qualcosa è cambiato nelle piazze palestinesi

Certo, non ho dubbi. E non è solo l’anno passato, è negli ultimi due anni, fin dall’”Intifada della preghiera” ad Al-Aqsa [si riferisce alle vittoriose proteste palestinesi contro l’installazione di sistemi di sorveglianza per l’accesso alla Spianata delle Moschee da parte di Israele, ndtr.]. Ma lo si può vedere anche all’interno [dei confini] del ’48, nel modo in cui i politici [palestinesi con cittadinanza israeliana, ndtr.] stanno parlando dell’uguaglianza – benché debbano affrontare i loro problemi come cittadini [di Israele], questo linguaggio ha avuto un impatto sul popolo palestinese. Ciò gli ha consentito di vedere politici diversi da Abbas e da Hamas. Gli ha fornito approcci differenti alla lotta e un modo per affrontare le sfide sulla base dei diritti.

Questo periodo di transizione in cui ci troviamo va avanti da più di un anno, forse da due o tre. Quest’anno ha portato il cambiamento più rilevante a causa della politica USA. Quando abbiamo visto quello che è successo a Gerusalemme [il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e lo spostamento in città dell’ambasciata USA, ndtr.] e all’UNRWA [la drastica riduzione dei finanziamenti USA all’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr.], questo ha portato a una frattura. I politici sono abituati a ripetere le stesse dichiarazioni e stanno ancora riponendo le loro speranze nella politica americana. La gente capisce che è finita, che non possiamo continuare allo stesso modo. Perciò, anche se non sta sorgendo un nuovo movimento politico, possiamo notare un grande cambiamento tra la gente. Sia nei termini di un’ambivalenza in merito a dove stiamo andando, sia anche in termini di speranza. Che possiamo organizzare la lotta per i nostri pieni diritti, basati sul ’48 [data della nascita di Israele e della contemporanea espulsione dei palestinesi, ndtr.], piuttosto che accettare una semi-uguaglianza solo per tirare avanti con le nostre vite.”

Ho detto a Baconi che la distanza tra il popolo palestinese e l’ANP è stata palpabile lo scorso giugno a Ramallah durante la protesta, a cui ho partecipato, contro le sanzioni che l’ANP ha imposto a Gaza. Ho assistito in diretta alla violenza che le forze palestinesi hanno messo in atto contro i manifestanti. Percepisco che c’è rabbia nei confronti dell’ANP.

C’è molta rabbia e l’ANP non può più negare quello che sta succedendo. Quando lo scorso novembre sono scoppiate proteste ad al-Khalil (Hebron), abbiamo visto foto delle forze palestinesi affrontare i manifestanti come avrebbero potuto fare le forze di occupazione.

Inoltre, non c’è più una giustificazione economica per l’ANP. La gente è stanca della durissima situazione economica. Avrebbe potuto essere altrimenti se l’ANP fosse stata in grado di offrire un adeguato livello di vita – che è il principio su cui si basa l’ANP: ignorare l’occupazione e dare l’impressione che si tratti dell’unica entità che governa le vite dei palestinesi –, se fosse stata in grado di garantire una vita economicamente agiata. Ma non esiste neppure questo. Non c’è un processo di riconciliazione guidato dagli americani, le condizioni di vita sono insopportabili e si possono vedere scene in cui l’occupazione e l’ANP lavorano insieme.

D’altra parte la gente vede il modo in cui Hamas affronta le marce, e capisce che Hamas almeno è in grado di trovare delle falle nell’occupazione. È capace di rafforzare la sua posizione politica come l’ANP non è in grado di fare. Perciò ovviamente c’è rabbia.”

Ti pare che la gente sia arrabbiata anche con Hamas per il modo in cui è intervenuta nelle marce?

Penso assolutamente che Hamas intervenga in tutto. Ma Hamas ha fornito al movimento per il ritorno le infrastrutture per [consentire di] dare più risonanza al modo in cui l’ha fatto. Perciò c’è tensione. Da una parte ci sono proteste che si fondano sul diritto al ritorno, iniziate dalla società civile, a cui hanno partecipato centinaia [di migliaia] di persone a Gaza. Hanno introdotto una nuova politica e ci consentono di osservare il futuro della lotta palestinese. Non ho dubbi che ciò sia quello su cui sono fondate le marce.

Dall’altra Hamas ha giocato un notevole ruolo nel fornire risorse, nel consentire al movimento di crescere e nel portare Israele ad accettare di fare delle concessioni. Sono riusciti a obbligare Israele ad alleggerire il blocco. Se Hamas non si fosse impegnato nelle marce del ritorno pensi che il movimento sarebbe stato in grado di ottenere le stesse concessioni da Israele?”

Buona domanda. Non ho una risposta.

In termini di allentamento del blocco, nei termini di consentire l’ingresso di merci a Gaza – se Hamas non fosse intervenuta nelle proteste nel modo in cui l’ha fatto, non penso che Israele avrebbe fatto queste concessioni a Gaza.

È difficile per me da ammettere, perché avrei preferito che queste proteste non avessero avuto niente a che vedere con Hamas. Allo stesso tempo ho visto Hamas diventare una forza politica che può trattare con Israele in un modo in cui Fatah e l’ANP non sono in grado di fare. Attraverso le proteste sono stati capaci di migliorare la loro posizione negoziale.

Sono sempre critico nei confronti di Hamas. Ma per me è importante che l’opinione pubblica israeliana capisca che, a differenza di quello che gli viene detto dai medi israeliani, anche se Hamas ha fornito le infrastrutture e alla fine si è impadronito delle proteste, le marce non sono una minaccia per la sicurezza. Nessun soldato israeliano ha il diritto di sparare contro i manifestanti a Gaza, perché le proteste non rappresentano alcun pericolo per gli israeliani.”

Il 14 maggio 2018, il giorno prima della commemorazione della Nakba e giorno in cui gli USA hanno spostato la loro ambasciata a Gerusalemme, Israele ha superato qualunque limite quando i suoi soldati hanno ucciso 68 dimostranti durante una marcia a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di palestinesi. Nel complesso, in base alle stime più caute, dall’inizio della Grande Marcia del Ritorno fino al dicembre 2018 sono stati uccisi 235 palestinesi (comprese 60 vittime uccise in attacchi aerei durante l’anno). Dopo sei mesi dall’inizio delle proteste settimanali, sono rimaste ferite più di 25.000 persone, molte delle quali hanno avuto amputata una gamba in conseguenza delle insolitamente vaste e distruttive ferite dovute a proiettili. Tutti pensano che le manifestazioni continueranno. Rimangono l’argomento di cui più si parla nelle strade di Gaza.

Cosa pensi succederà con le proteste a Gaza nel 2019? Continueranno?

Penso che le marce continueranno. Nell’ultima hudna (accordo di cessate il fuoco), Hamas ha accettato di ridurre il numero di manifestanti in modo che Israele non colpisca Gaza. Non è chiaro quanto durerà questo equilibrio. In base alle mie ricerche su Hamas, so che se Israele non alleggerisce l’assedio e se non consente il movimento di persone attraverso i valichi, Hamas sarà obbligata a far pressione su Israele perché prenda atto della fine dell’accordo.

Considerando ogni guerra e attacco israeliano contro Gaza dal 2007 ad oggi, è Israele che ha violato i termini degli accordi e ciò ha obbligato Hamas a rispondere di nuovo con la violenza. Non c’è modo di sapere come questi negoziati incideranno sulle marce in futuro, ma credo che, indipendentemente da quello che è destinato a succedere tra Israele ed Hamas, le marce continueranno. Anche se non continueranno con la stessa intensità, non c’è una soluzione politica all’orizzonte. Credo che stiamo per assistere a più movimenti popolari e rivolte, non solo a Gaza ma ovunque, anche nella diaspora e nel [territorio del] ’48.”

E come pensi che ciò inciderà sull’ANP?

È una bella domanda. Sfortunatamente l’ANP continuerà a utilizzare la forza militare contro i manifestanti. Continuerà a reprimere le proteste. Il grande cambiamento avverrà una volta che capiremo il destino dell’Autorità Nazionale Palestinese dopo Abbas. Voglio credere che ci sarà un cambiamento positivo, ma è molto probabile che le politiche dell’ANP e il coordinamento per la sicurezza con Israele rimarranno.

Non so per quanto tempo ancora l’ANP potrà continuare a controllare il popolo palestinese. Le cose sono peggiorate dal punto di vista sociale e politico, soprattutto se non c’è una soluzione politica con gli israeliani. Con i palestinesi sottoposti all’oppressione sia dell’occupazione che dell’ANP, qualcosa accadrà. Il cambiamento non è ancora noto, ma non penso che la situazione in Cisgiordania sia sostenibile.”

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call [Chiamata Locale, sito israeliano di notizie affiliato a +972, ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)




JNF Canada sottoposto a controllo per aver utilizzato donazioni per finanziare progetti dell’esercito israeliano: un rapporto

Redazione di MEE

4 gennaio 2019, Middle East Eye

CBC News informa che il Jewish National Fund del Canada è stato sottoposto a un’indagine per aver utilizzato donazioni in beneficienza per finanziare progetti dell’esercito israeliano

La Canadian Broadcasting Corporation [l’Ente televisivo canadese] ha riferito che il Jewish National Fund [Fondo Nazionale Ebraico, ente no profit dell’Organizzazione Sionista Mondiale, ndtr.] del Canada è stato sottoposto a un’indagine da parte dell’ufficio federale delle imposte del Paese perché avrebbe destinato donazioni in beneficienza al finanziamento di progetti dell’esercito israeliano.

Venerdì [4 gennaio] CBS News ha detto che JNF Canada, una delle principali associazioni di beneficienza del Canada, ha finanziato progetti infrastrutturali dell’esercito israeliano, basi aeree e navali.

CBC ha informato che lo scorso anno l’organizzazione ha comunicato ai suoi donatori di essere sottoposta a un’inchiesta da parte della Canada Revenue Agency [Agenzia delle entrate canadese, ndtr.].

Mentre nessuna legge impedisce a un cittadino canadese di intestare un assegno direttamente al ministero della Difesa israeliano, le norme vietano a enti di beneficienza esenti da tasse di destinare entrate fiscali per tali donazioni e proibisce anche ai donatori di chiedere riduzioni fiscali per questo,” ha affermato la televisione nazionale.

CBC ha informato che JNF Canada ha aiutato a finanziare, tra i vari progetti, una zona di fitness all’aria aperta nella base militare di Gadna a Sde Boker, nella regione desertica del Negev nel sud di Israele.

Citando documenti prodotti da Keren Kayemeth LeIsrael (KKL), la società madre in Israele dell’organizzazione JNF Canada, CBC News ha detto che la sezione canadese di JNF ha anche contribuito a finanziare “la nuova cittadella di addestramento dell’IDF [esercito israeliano] nel Negev.”

Le donazioni del JNF Canada sono state destinate anche ad appoggiare lo sviluppo di un complesso di addestramento e un auditorium nella base navale di Bat Galim, come anche addestramento e conferenze nella stessa base e una “specie di refettorio” per reparti nelle basi dell’aviazione di Palmachim e di Nevatim.

Nel reportage di CBC News figura anche il coinvolgimento di JNF Canada in progetti nei territori palestinesi occupati

Il mezzo di informazione ha affermato che le missioni dell’organizzazione hanno contribuito direttamente alla costruzione almeno di un avamposto di coloni su una collina, Givat Oz VeGaon, che è illegale in base alle leggi internazionali ed israeliane.

JNF Canada afferma di aver smesso di finanziare progetti dell’esercito nel 2016

In una mail, l’amministratore delegato di JNF Canada Lance Davis ha detto alla CBC che l’organizzazione ha smesso di finanziare progetti legati all’esercito israeliano nel 2016, dopo essere stata informata delle linee guida della CRA.

Per essere chiari, non abbiamo più finanziato progetti su terreni dell’IDF e JNF Canada ha agito in accordo con le norme della CRA che definiscono il suo status di organizzazione caritativa,” ha scritto Davis.

Comunque le sezioni sia israeliana che canadese del JNF sono state accusate per decenni di essere complici dell’espulsione forzata di palestinesi dalle loro case da parte di Israele, così come di politiche discriminatorie nella destinazione delle terre.

JNF Canada finanziò la creazione del Canada Park, un’estesa riserva naturale a circa 25 km da Gerusalemme, costruita sulle rovine di 3 villaggi palestinesi che vennero spopolati con la forza dall’esercito israeliano nella guerra del 1967.

Gli originari abitanti palestinesi di quei villaggi – Yalu, Imwas and Beit Nuba – vennero espulsi con la forza dalla zona e a molti, se non a tutti, venne impedito di tornarvi.

Independent Jewish Voices Canada” [Voci ebraiche indipendenti del Canada], un gruppo che sostiene i diritti dei palestinesi, ha guidato una campagna “Stop al JNF”, con l’intenzione di togliere all’organizzazione lo status di ente benefico in Canada.

Nel 2017 il gruppo ha aiutato quattro canadesi a presentare un ricorso presso la CRA e il ministero delle Finanze canadese in cui si chiedeva che a JNF Canada non venisse più consentito di operare come associazione di beneficienza.

“Solo negli ultimi anni JNF Canada ha finanziato ben più di una decina di progetti di appoggio all’IDF ed è partner ufficiale dell’IDF e del ministero della Difesa israeliano,” afferma il gruppo nel suo sito web.

IJV-Canada ha anche affermato che il JNF ha piantato alberi nei territori palestinesi occupati, contribuendo quindi al fatto che Israele rafforzasse il proprio controllo su quelle aree, in violazione delle leggi internazionali.

Prendendo il controllo di terre nei (territori palestinesi occupati), questi progetti rafforzano la cinquantennale occupazione militare di Israele, rendendo molto più difficile da raggiungere una giusta pace,” sostiene il gruppo.

Nessuna organizzazione canadese, per non parlare di un’associazione con lo status di ente benefico, dovrebbe sponsorizzare progetti che creano fatti sul terreno in favore di una potenza occupante e che – in violazione delle leggi internazionali – modifica le caratteristiche fisiche del territorio occupato.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Com’è cresciuta la campagna per il boicottaggio di Israele nel 2018?

Nora Barrows-Friedman

31 dicembre 2018, Electronic Intifada

Il 2018 è stato un anno di vittorie degli attivisti per i diritti umani nonostante pesanti pressioni, attacchi e tentativi propagandistici da parte di Israele e dei suoi gruppi lobbistici di ripulire la sua immagine.

All’inizio dell’anno si è appreso che l’alleanza del presidente USA Donald Trump con gruppi suprematisti bianchi e personaggi antisemiti ha spinto verso il basso l’appoggio nei confronti di Israele, soprattutto tra i giovani ebrei americani.

In ottobre un altro sondaggio ha confermato che il sostegno a favore di Israele viene soprattutto dalla base di Trump, un ricettacolo di opinioni di estrema destra, di nazionalisti bianchi e di cristiani sionisti, mentre quello da parte di altri americani continua a ridursi.

All’inizio dell’anno l’AIPAC, il più potente gruppo della lobby israeliana al Congresso [USA], ha dovuto ammettere di dover affrontare crescenti difficoltà nei suoi tentativi di consolidare l’appoggio a Israele tra i dirigenti progressisti americani.

Tuttavia l’AIPAC, insieme all’“Anti-Defamation League” [Lega contro la Diffamazione, ndtr.] e gruppi di pressione simili, hanno continuato a insistere a favore di una legge federale – l’“Israel Anti-Boycott Act” [Legge contro il Boicottaggio di Israele, ndtr.] – che intende criminalizzare i sostenitori del movimento per il boicottaggio, anche se a porte chiuse l’ADL è giunto alla conclusione che tali leggi sono inefficaci e incostituzionali.

Ma ci sono segnali che persino i sostenitori più accaniti di Israele al Congresso hanno iniziato a tirarsi indietro.

Proprio nelle scorse settimane i senatori Bernie Sanders del Vermont e Dianne Feinstein della California hanno esortato i principali leader del Congresso a togliere l’Israel Anti-Boycott Act da un pacchetto di norme di bilancio, facendo riferimento a palesi violazioni del Primo Emendamento [primo articolo della Costituzione USA, ndtr.].

Ali Abunimah, di “The Electronic Intifada”, ha sottolineato che , dopo il premeditato massacro di palestinesi a Gaza del 30 marzo da parte di Israele, nessun democratico di entrambe le Camere del Congresso USA ha parlato in difesa delle azioni di Israele, una notevole differenza nella politica di parlamentari che nel passato lo hanno immediatamente fatto.

Ciò riflette il riconoscimento della sempre più negativa immagine di Israele, soprattutto tra la base democratica.

Gli attacchi di Israele contro gli attivisti del BDS sono stati a volte assurdi – come quando alla fine del 2017 un gruppo israeliano sostenuto dal Mossad per la lotta giudiziaria ha denunciato due attivisti neozelandesi per aver spinto con successo la pop star Lorde ad annullare la sua esibizione a Tel Aviv.

Gli attivisti citati in quell’azione legale – che secondo esperti di diritto non potrebbe essere applicata – hanno sfruttato la pubblicità derivante dal caso per raccogliere fondi a sostegno di un centro per l’assistenza psichiatrica a Gaza e per suscitare maggiore attenzione sulla crisi umanitaria in tutta la Palestina.

La diffusione da parte di “The Electronic Intifada” di un documentario censurato prodotto da Al Jazeera sulle strategie della lobby israeliana negli USA ha contribuito a svelare i tentativi di Israele e dei suoi lobbisti di spiare, calunniare e intimidire i cittadini USA che appoggiano i diritti umani dei palestinesi, soprattutto del movimento BDS.

Nonostante attacchi, calunnie e minacce da parte di Israele, gli attivisti a favore del boicottaggio continuano a ottenere notevoli risultati – con sommo sgomento dei dirigenti israeliani.

Stiamo evidenziando i crimini e le politiche di apartheid di Israele e facendo pressione per porvi fine,” hanno rilevato importanti attivisti del movimento BDS nella loro riunione annuale sui risultati più importanti del boicottaggio.

Ecco alcune delle principali vittorie del BDS su cui “The Electronic Intifada” ha informato nel corso dell’anno.

Israele continua ad avere un’immagine negativa

Nel 2018 alcuni artisti hanno continuato a rinunciare ad esibirsi in Israele, in seguito a insistenti appelli da parte di attivisti per i diritti umani in Palestina e in tutto il mondo.

Shakira e Gilberto Gil hanno guidato una lista di importanti cancellazioni, mentre decine di DJ e produttori musicali si sono pubblicamente impegnati a non esibirsi nello Stato dell’apartheid.

Durante l’estate il festival israeliano “Meteor” si è chiuso senza la sua artista più importante, Lana del Rey, che ha rinunciato al suo spettacolo pochi giorni prima che il festival iniziasse, affermando di voler “trattare tutti i suoi fan allo stesso modo.”

Altre sedici esibizioni del festival “Meteor”, compreso quello di “Of Montreal” [gruppo musicale USA, ndtr.] sono state annullate dal festival in seguito a pressanti appelli da parte di attivisti palestinesi e internazionali a rispettare la richiesta di boicottaggio.

In aprile l’attrice israelo-americana Natalie Portman si è rifiutata di ricevere un premio a Gerusalemme, a quanto pare in seguito ai massacri di palestinesi da parte di Israele, con grande sdegno e sconcerto dei dirigenti israeliani.

In giugno 11 registi LGBTQ si sono rifiutati di consentire a Israele di utilizzarli per occultare i suoi crimini, unendosi al boicottaggio del TLVFest – il festival internazionale LGBT di Tel Aviv.

Alcuni artisti hanno boicottato anche il Film Festival di Istanbul, dopo che si è saputo che Israele lo stava sponsorizzando.

Il boicottaggio culturale ha ottenuto successi anche nel mondo dello sport, in quanto in giugno la nazionale di calcio argentina ha annullato una partita molto importante con Israele dopo un’intensa campagna internazionale iniziata in Argentina e che ha travolto l’America latina e la Spagna. Tifosi e attivisti hanno sollecitato l’Argentina e la stella della squadra, Lionel Messi, a non aiutare Israele a nascondere i massacri di civili disarmati a Gaza.

All’inizio dell’anno una corsa motociclistica sponsorizzata dalla Honda in Israele è stata annullata in seguito a pressioni di attivisti BDS.

In autunno altri tentativi propagandistici di Israele sono falliti e grandi cuochi a livello internazionale hanno rinunciato al festival “Tavole Rotonde”, mentre una fonte diplomatica israeliana ha ammesso che centinaia di eventi culturali inclusi nella “Saison France-Israël” [Stagione Francia-Israele], “non hanno avuto nessun successo riguardo all’immagine di Israele in Francia, o a quella della Francia qui [in Israele, ndtr.].”

Nel contempo in tutta Europa gli attivisti continuano a fare pressione sulle emittenti televisive per non consentire a Israele di ospitare la competizione canora “Eurovision” come parte della sua campagna di riverniciatura della sua immagine.

Manifestanti hanno tenuto regolarmente proteste fuori dalle esibizioni di Netta Barzilai, la vincitrice israeliana dell’Eurovisione 2018 che è stata utilizzata come parte dei tentativi di propaganda a livello internazionale sostenuti ufficialmente dal Paese.

Chiese, imprese e sindacati lasciano Israele

A dicembre il gigante bancario HSBC [primo istituto di credito europeo, con sede a Londra, ndtr.] ha confermato di aver disinvestito dall’impresa bellica israeliana Elbit Systems in seguito a una campagna dal basso.

L’impresa [israeliana, ndtr] è già stata esclusa da fondi pensione e di investimento in tutto il mondo per il suo coinvolgimento nella fornitura di sistemi di sorveglianza e altre tecnologie al muro di Israele e alle colonie nella Cisgiordania occupata.

Affermando di essere la prima chiesa britannica a prendere una simile iniziativa, in novembre la chiesa dei quaccheri ha annunciato che non avrebbe investito alcun fondo posseduto a livello centrale che tragga profitto dalle violazioni dei diritti umani da parte di Israele.

Unendosi ad altre congregazioni religiose cristiane degli USA, la chiesa episcopale ha votato per l’adozione di un controllo sugli investimenti per evitare di trarre profitto da violazioni dei diritti umani contro i palestinesi. Ha anche deciso di tutelare i diritti dei minori palestinesi e dei palestinesi di Gaza, di appoggiare l’autodeterminazione dei palestinesi e di chiedere la prosecuzione dell’aiuto USA ai rifugiati palestinesi.

Un’altra risoluzione chiede un giusto accesso a Gerusalemme e si oppone allo spostamento dell’ambasciata USA in città da parte dell’amministrazione Trump.

In agosto lavoratori del sindacato e attivisti del boicottaggio nel mondo arabo hanno obbligato la compagnia di navigazione israeliana “Zim” a interrompere a tempo indefinito i suoi viaggi verso la Tunisia.

La principale federazione sindacale tunisina, la UGTT, ha chiesto ai propri membri di impedire alla nave “Cornelius A”, legata ad Israele, di fare scalo in Tunisia ed ha appoggiato le richieste di un’inchiesta ufficiale sul commercio clandestino con Israele.

Lavoratori giordani hanno rifiutato di fornire materiale per il gasdotto Giordania-Israele, mentre l’impresa francese Systra si è impegnata a ritirarsi dai piani di espansione del progetto della metropolitana leggera di Israele [a Gerusalemme, ndtr.].

E a novembre il gigante dell’affitto per turisti Airbnb ha annunciato che avrebbe tolto dal suo elenco di offerte proprietà in colonie israeliane nella Cisgiordania occupata. In base alle leggi internazionali ogni colonia israeliana nei territori occupati è illegale.

Benché a questo proposito chi sia stata una certa confusione riguardo a se – e quando – questo cambiamento di politica aziendale verrà messo in pratica o se l’impresa, sotto pressione di Israele, farà marcia indietro rispetto al suo annuncio, ciò è servito a mettere in luce la complicità dell’impresa rispetto ai crimini di guerra israeliani.

Amministrazioni locali sostengono il boicottaggio

Nonostante i tentativi della lobby israeliana di interferire sulle politiche locali e nazionali, consigli comunali in Europa e in America Latina hanno approvato dure risoluzioni di appoggio alla campagna BDS, con una crescente ondata di resistenza ai crimini di guerra di Israele contro i palestinesi.

In giugno Monaghan è diventato il quinto consiglio provinciale o comunale irlandese a dichiarare il proprio sostegno al BDS. Ha fatto seguito al voto in aprile di Dublino, diventata la prima capitale europea a farlo, che ha aderito a un boicottaggio contro Israele e di conseguenza ha interrotto un contratto con HP, una ditta di computer da lungo tempo complice dell’occupazione militare di Israele.

Più o meno nello stesso periodo il consiglio comunale di Valdivia, in Cile, ha approvato una mozione che sostiene la campagna BDS e ha dichiarato la città “zona libera dall’apartheid”.

Una serie di iniziative di “zona libera dall’apartheid” simili è stata approvata da più di 30 città spagnole.

A maggio anche Bologna, la settima città d’Italia per numero di abitanti, ha chiesto un embargo militare contro Israele [sulla scia di Bologna anche i consigli comunali di Torino e Napoli hanno approvato la stessa richiesta. ndtr]

A giugno la Norvegia ha approvato una mozione che appoggia il diritto di singole città di boicottare colonie israeliane, assestando un duro colpo a politici di destra che avevano cercato di opporsi ai boicottaggi approvati nelle città di Trondheim and Tromsø.

Nel Regno Unito membri del partito Laburista hanno votato a larga maggioranza l’appoggio al congelamento della vendita di armi contro Israele.

Leggi contro il BDS sono state bloccate o contestate

Nel 2018 nelgi USA sono state bloccate leggi che cercavano di zittire il diritto al boicottaggio.

Tribunali federali hanno sentenziato contro leggi anti-BDS in Arizona e nel Kansas, mentre ricorsi legali sono stati presentati a tribunali del Texas e dell’Arkansas contro l’imposizione del giuramento di lealtà verso Israele.

In febbraio attivisti dei diritti umani nella città di Maplewood, in New Jersey, hanno contribuito a sconfiggere una decisione locale che avrebbe condannato il movimento BDS. La risoluzione era stata presentata al consiglio comunale da rappresentanti di gruppi di sostegno a Israele che hanno fatto pressione su altre città vicine perché adottassero risoluzioni simili.

E attivisti in Missouri e in Massachusetts hanno fatto con successo una campagna per bloccare misure contro il BDS a livello statale.

In Germania – che è stata ostile all’attivismo BDS e ha stabilito di equiparare il sostegno ai diritti della Palestina con l’antisemitismo – a settembre attivisti locali del boicottaggio hanno ottenuto una significativa vittoria che potrebbe costituire un precedente legale in tutto il Paese.

Il tribunale municipale di Oldenburg ha sentenziato che una precedente decisione del consiglio comunale di annullare un evento del BDS nel 2016 era illegale e violava la libertà di espressione e di riunione. È stata la prima volta che un tribunale amministrativo tedesco ha dichiarato illegale vietare un evento del BDS.

Studenti approvano risoluzioni radicali che proteggono i diritti dei palestinesi.

Resistendo a pressioni della lobby israeliana, di siti web che in modo oscuro stilano liste di proscrizione e di campagne di vessazioni mirate, attivisti studenteschi in tutti gli USA, in Canada e in Europa si sono mantenuti fermi nel sostenere i diritti dei palestinesi e hanno chiesto ad amministrazioni universitarie di disinvestire dai crimini israeliani di occupazione e apartheid.

In maggio studenti dell’università statale della California, East Bay, hanno votato all’unanimità a favore di una mozione che chiede il disinvestimento da imprese che siano state riconosciute complici delle violazioni israeliane dei diritti dei palestinesi, comprese Caterpillar, HP, la G4S e Motorola.

E rappresentanti degli studenti nel senato accademico dell’università dell’Oregon hanno approvato una mozione per accertarsi che i fondi degli studenti vengano disinvestiti da 10 imprese che traggono profitto dalle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele.

Un referendum in favore del disinvestimento è stato approvato al Barnard College [storico college femminile, ndtr.] di New York. La misura è stata approvata nonostante tentativi recenti e passati da parte dell’amministrazione e dei gruppi della lobby israeliana di intimidire e calunniare studentesse e docenti che appoggiano i diritti dei palestinesi presso il Barnard e il suo partner, la Columbia University.

All’inizio di dicembre anche studenti dell’università di New York hanno votato in massa a favore del disinvestimento con più di 60 gruppi nei campus e 35 membri del corpo docente che hanno appoggiato l’iniziativa.

All’università del Minnesota gli studenti hanno approvato un referendum che invita l’amministrazione a prendere iniziative riguardo alla sua politica di investimenti socialmente responsabili e di disinvestire da imprese che traggano profitto dalle violazioni dei diritti umani da parte di Israele, come anche da prigioni, centri di detenzione per immigrati e imprese che violino la sovranità di comunità indigene.

La Federazione Canadese degli Studenti, la maggiore organizzazione studentesca del Canada, a novembre ha votato l’adesione al movimento BDS, la condanna della continua occupazione e delle atrocità israeliane a Gaza e l’elargizione di donazioni finanziarie a varie organizzazioni palestinesi di solidarietà.

La federazione, che rappresenta più di 500.000 studenti in tutto il Canada, ha affermato anche che avrebbe appoggiato le sezioni locali per iniziare campagne di disinvestimento dalle armi nelle singole amministrazioni universitarie.

In Irlanda l’Unione degli Studenti, che rappresenta 374.000 studenti dell’educazione superiore, ha votato l’adesione al movimento BDS ed ha condannato la “brutale” occupazione militare e la violazione dei diritti umani da parte di Israele.

L’Unione ha deciso di boicottare le istituzioni israeliane che sono “complici nel normalizzare, fornire copertura dal punto di vista intellettuale e sostenere il colonialismo di insediamento” e di fare pressione sulle università irlandesi perché disinvestano da imprese che traggono profitto dalla violazione dei diritti da parte di Israele. Hanno anche ribadito il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi espulsi da Israele.

Il voto ha fatto seguito al provvedimento votato in marzo dagli studenti del Trinity College di Dublino in appoggio alla campagna BDS.

In primavera anche dirigenti studenteschi dell’università di Pisa, in Italia, hanno adottato una mozione con un voto quasi unanime che chiede l’attenzione da parte della comunità accademica verso le politiche di apartheid di Israele e il sostegno alla campagna di boicottaggio accademico.

A novembre quella di Leeds è diventata la prima università del Regno Unito a disinvestire da imprese coinvolte nella vendita di armi ad Israele, dopo una campagna per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni da parte di attivisti in solidarietà con la Palestina.

Nel 2018 anche alcuni professori hanno continuato a dimostrare il proprio appoggio ai diritti dei palestinesi.

In marzo un sindacato che rappresenta il corpo docente della “Los Rios College Federation” [Federazione dei college del distretto di Los Rios] in California ha votato quasi all’unanimità il sostegno al disinvestimento dei fondi pensione da imprese che traggono profitto dall’occupazione israeliana.

Due insegnanti dell’università del Michigan hanno resistito agli attacchi della lobby israeliana ed hanno difeso la loro decisione di non scrivere lettere di presentazione per studenti che desideravano frequentare programmi di studio discriminatori all’estero in Israele.

E in California i docenti dell’università Pitzer [un’università privata. ndtr] hanno chiesto la sospensione dei programmi di studio all’estero in Israele con l’università di Haifa, facendo riferimento alle politiche discriminatorie di Israele in base all’origine e alle opinioni politiche. Il corpo docente ha anche appoggiato il diritto degli studenti ad aderire alla campagna del BDS.

Brindiamo alle vittorie del 2018, mentre gli attivisti si organizzano per quelle che arriveranno nel 2019.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Esportare la tecnologia dell’occupazione

Antony Loewenstein

4 gennaio 2019 The New York Review of Books

Parlando recentemente via satellite da Mosca ad un pubblico di Tel Aviv poco dopo l’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato dell’Arabia Saudita ad Istanbul, l’informatore della National Security Agency [ente governativo USA che si occupa di sicurezza nazionale, ndtr.] Edward Snowden ha sostenuto che l’Arabia Saudita ha utilizzato un software-spia prodotto in Israele per tracciare i movimenti di Khashoggi prima della sua morte. Snowden ha detto che l’agenzia israeliana di intelligence informatica ‘NSO Group Technologies’ ha sviluppato un software noto come Pegasus che è stato venduto ai sauditi ed ha consentito che Khashoggi fosse monitorato infettando lo smartphone di uno dei suoi contatti, un altro oppositore del regime saudita, che vive in Canada.

Questo dissidente, Omar Abdulaziz, alla fine del 2018 ha promosso un’azione legale in Israele sostenendo che il gruppo NSO ha violato le leggi internazionali vendendo la propria tecnologia a regimi oppressivi. “NSO dovrebbe rispondere riguardo alla protezione delle vite di dissidenti politici, giornalisti ed attivisti per i diritti umani”, ha detto il suo avvocato di Gerusalemme, Alaa Mahajna. Il gruppo NSO risulta di proprietà di un’impresa americana, la Francisco Partners, e sia Goldman Sachs che Blackstone vi investono. Il giornalista di The Washington Post David Ignatius, da tempo sostenitore dei sauditi, ha confermato le affermazioni di Snowden circa gli affari dell’impresa israeliana con il Regno [saudita].

Questo è solo uno dei tanti sinistri esempi di un lucroso affare. Secondo il Jerusalem Post, Israele recentemente ha venduto all’Arabia Saudita sofisticati impianti di spionaggio per un valore di 250 milioni di dollari, e Haaretz ha anche riferito che al Regno è stato offerto un software per intercettazioni telefoniche del gruppo NSO poco prima che il principe ereditario Mohammed Bin Salman iniziasse le purghe contro gli oppositori nel 2017. Sia Israele che l’Arabia Saudita considerano l’Iran come un’eccezionale minaccia che giustifica la loro cooperazione.

Oltre a software di spionaggio e strumenti informatici, Israele ha sviluppato una crescente industria nell’ambito della sorveglianza, inclusi spionaggio, operazioni psicologiche e disinformazione. Una di queste imprese, Black Cube, un’agenzia di intelligence privata con legami con il governo israeliano (due ex capi del Mossad hanno fatto parte del suo comitato consultivo internazionale), di recente ha acquisito notorietà – soprattutto per aver spiato donne che avevano accusato il magnate di Hollywood Harvey Weinstein di violenza sessuale. Alcuni reportage hanno anche rivelato l’attività dell’impresa per il governo autoritario ungherese, così come una presunta campagna di ‘operazioni sporche’ contro funzionari dell’amministrazione Obama legati all’accordo nucleare iraniano e contro un ricercatore anti-corruzione in Romania. Black Cube ed altre agenzie simili hanno stretti legami con lo Stato di Israele in quanto impiegano molti dipendenti che hanno fatto parte dell’intelligence.

In più di mezzo secolo di occupazione Israele ha perfezionato l’arte di monitorare e sorvegliare milioni di palestinesi in Cisgiordania, Gaza e nello stesso Israele. Adesso confeziona e vende queste conoscenze a governi che ammirano la capacità del Paese di reprimere e gestire la resistenza. Così l’occupazione israeliana è diventata globale. Le esportazioni del Paese per la difesa hanno raggiunto un record di 9,2 miliardi di dollari nel 2017, il 40% in più del 2016 (in un mercato di armamenti globale che ha registrato le vendite più alte di sempre nel 2017, con la cifra di 398,2 miliardi di dollari). La maggioranza di queste vendite sono avvenute in Asia e nella regione del Pacifico. I sistemi militari, come missili e difesa aerea, sono stati il settore principale con il 31%, mentre i sistemi di intelligence, informatici e di spionaggio hanno rappresentato il 5%. L’industria di Israele è sostenuta da un’abbondante spesa interna: nel 2016 la spesa per la difesa ha rappresentato il 5,8% del PIL del Paese. A titolo di confronto, nel 2017 il settore della difesa americano ha assorbito il 3,6% del PIL degli USA. 

Nonostante i loro occasionali gesti diplomatici di opposizione all’occupazione israeliana dei territori palestinesi, molte Nazioni sono diventate acquirenti bendisposti di armamenti informatici israeliani e di know-how per lo spionaggio. Secondo il New York Times, anche il governo messicano ha utilizzato, almeno in un caso, strumenti del gruppo NSO, verosimilmente per spiare un giornalista d’inchiesta che è stato in seguito ucciso; sono stati presi di mira anche avvocati per i diritti umani ed attivisti anti-corruzione. Amnesty International ha accusato il gruppo NSO di aver cercato di spiare uno dei suoi dipendenti. Un gruppo di ricerca canadese, ‘The Citizen Lab’, ha scoperto che sono comparsi apparecchi telefonici infettati in Bahrein, Brasile, Egitto, Palestina, Turchia, Emirati Arabi, Regno Unito, USA e altrove.

Durante le recenti proteste a Gaza un ex amministratore delegato dell’impresa che ha costruito la barriera che circonda parte della Striscia di Gaza, Saar Korush della ‘Magal Security Systems’, ha detto all’agenzia Bloomberg che Gaza era una vetrina per la sua “recinzione intelligente”, perché i clienti apprezzavano che fosse stata sperimentata sul campo di battaglia e si fosse dimostrata in grado di tenere i palestinesi fuori da Israele. La Magal (insieme ad un’altra impresa israeliana) è tra le imprese candidate a costruire il muro di confine col Messico del presidente Trump ed ha creato un business internazionale sulla base della sua capacità di bloccare gli “infiltrati”, un termine comunemente usato in Israele per definire i rifugiati. Un’altra nuova arma utilizzata lungo la barriera tra Israele e Gaza è il “Mare di Lacrime”, un drone che sgancia candelotti lacrimogeni sui dimostranti. Secondo il sito israeliano Ynet il suo produttore ha presto ricevuto centinaia di ordini per questi droni. La Germania sta già noleggiando droni israeliani, mentre l’agenzia europea Frontex sta testando droni simili per sorvegliare i confini europei nel tentativo di impedire l’ingresso di migranti e rifugiati.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nel corso dei suoi quasi dieci anni al potere, ha favorito la trasformazione del suo Paese in una potenza tecnologica che promuove orgogliosamente i suoi strumenti di occupazione sul mercato mondiale e interno. Parlando a novembre ai suoi colleghi parlamentari in Israele, Netanyahu ha detto che “il potere è la componente più importante della politica estera. ‘L’occupazione’ è una cavolata. Ci sono Paesi che hanno conquistato e deportato intere popolazioni ed il mondo resta in silenzio. La chiave è la forza, fa la differenza nella nostra politica verso il mondo arabo.” Ha concluso che ogni accordo di pace con i palestinesi potrebbe avvenire solamente con “interessi comuni basati sulla potenza tecnologica.”

Nel 2017 Israele ha ammorbidito le sue regole per concedere licenze di esportazione ad una serie di produttori di strumenti di spionaggio, sorveglianza e armamenti, benché sostenga di farlo tenendo conto delle implicazioni per i diritti umani. Ma questo non è credibile, dato che proprio negli scorsi anni Israele ha venduto armi a Paesi che commettono gravi violazioni, come Filippine, Sud Sudan e Myanmar. Netanyahu ha stretto amicizia con il dittatore del Ciad Idriss Déby, e i prossimi della lista potrebbero essere il regime del Bahrein e il dittatore sudanese Omar al-Bashir, che è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità.

Il ministero della Difesa israeliano rilascia difficilmente informazioni su come o perché le sue esportazioni vengano concesse. Haaretz ha recentemente scoperto che sono stati venduti sistemi di spionaggio a parecchi regimi non democratici, compresi Bangladesh, Angola, Bahrein, Nigeria, Emirati Arabi, Vietnam ed altri. In alcuni casi, questi governi ed altri hanno usato i sistemi per prendere di mira dissidenti e cittadini LGBTQ e anche per fabbricare false accuse di blasfemia. All’inizio del 2019 Haaretz ha anche rivelato l’esistenza di un’altra azienda israeliana di sicurezza informatica, di nome Candiru, che commercializza strumenti di hackeraggio e si basa ampiamente sul reclutamento di veterani dell’esercito del reparto d’elite dello spionaggio Unit 8200.

Da quando è scoppiata la bolla tecnologica nel 2000, il governo israeliano ha spinto imprese locali ad investire nelle industrie di sicurezza e di intelligence. Secondo un rapporto di “Privacy International” [organizzazione inglese che si occupa delle garanzie della privacy in tutto il mondo, ndtr.] del 2016, il risultato è stato che, su 528 imprese attive nel mondo in questo settore, 27 hanno sede in Israele –facendo del Paese quello con il tasso di imprese di sorveglianza e di intelligence pro capite di gran lunga più alto al mondo. E nel 2016, riferisce Haaretz, il 20% degli investimenti mondiali nel settore sono stati in start-up israeliane.

In quello stesso anno l’avvocato per i diritti umani Eitay Mack, uno dei pochi israeliani famosi che sfidi pubblicamente la politica di esportazione di armi di Israele, e Tamar Zandberg, presidentessa del partito di sinistra Meretz, si sono rivolti all’Alta Corte di Giustizia israeliana nel tentativo di ottenere una sospensione della licenza all’esportazione del gruppo NSO. Il governo ha chiesto che il processo si tenesse a porte chiuse e la sentenza della corte non è stata resa pubblica. La giudice che presiede la Corte Suprema Esther Hayut ha spiegato che “la nostra economia, guarda caso, si basa non poco su quelle esportazioni.”

Infatti nel 2017 Israele è stato secondo solo agli USA, raggiungendo quasi 1 miliardo di dollari in capitale di rischio e azioni private per imprese di sicurezza informatica. Informazioni diffuse l’anno scorso dall’impresa di dati di New York “CB Insights” mostrano che Israele è stato il secondo maggior firmatario di accordi di sicurezza informatica al mondo dopo gli USA. Benché gli USA siano i primi con largo margine, con il 69% del mercato globale, il 7% di Israele lo piazza davanti al Regno Unito.

L’occupazione ha quindi alimentato la politica israeliana dell’industria e della difesa attraverso un boom economico che ha beneficiato le imprese che costruiscono, conducono e gestiscono l’impresa coloniale. Ma per Shir Hever, autore di ‘The privatization of israeli security’ [La privatizzazione della sicurezza israeliana] (2017) ed esperto mondiale del commercio di armi israeliano, l’occupazione sta diventando meno un’opportunità che un peso. Molti venditori di armi israeliani, mi ha detto, “stanno esprimendo la loro frustrazione per il fatto che i clienti non sono entusiasti dei prodotti israeliani perché non riescono a fermare la resistenza palestinese. La Russia ha sviluppato un sistema di vendita equa di armi ‘collaudate in battaglia’ nella guerra in Siria ed è riuscita ad aumentare le vendite in Turchia e India, entrambi mercati molto importanti per le imprese israeliane. Quindi perché gli importatori di armi dovrebbero considerare speciali gli armamenti israeliani?”

Hever riconosce che “i regimi autoritari vogliono sicuramente ancora imparare come Israele gestisce e controlla i palestinesi, ma più imparano, più si rendono conto che Israele in realtà non controlla i palestinesi molto efficacemente. Il sostegno ad Israele da parte dei gruppi e dei politici di destra nel mondo è ancora forte – il nuovo presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, ne è un esempio particolarmente deprimente – ma io penso che vi sia più attenzione al razzismo, alla discriminazione razziale e al nazionalismo, e meno attenzione e ammirazione per ‘l’esercito più forte del mondo.”” Egli mette anche in discussione la narrazione del governo israeliano riguardo al successo del settore degli armamenti e dell’intelligence e sostiene che l’industria sia in declino perché è troppo dipendente da alleanze di breve termine e ad hoc.

Il Sudafrica dell’apartheid e il suo declino sono un avvertimento della storia che Israele sarebbe incauto ad ignorare. Al suo apice, il Sudafrica è stato uno dei maggiori mercanti di armi al mondo, dopo il Brasile e Israele, e questo è stato ottenuto attraverso ingenti sussidi statali. Nonostante un embargo ONU sulle armi, secondo un recente volume, ‘Apartheid guns and money: a tale of profit’ (Fucili e denaro dell’apartheid: una storia di profitto), di Hennie van Vuuren, direttore dell’organizzazione di controllo sudafricana non profit ‘Open Secrets’, il regime sudafricano alla fine degli anni ’80 ha speso il 28% del bilancio statale nella sua industria della difesa. Un’economia costruita sul know-how militare e sulla competenza nelle tecniche di repressione interna può sembrare una fonte di invincibile potenza, ma l’apartheid è finita meno di cinque anni dopo.

Oggi un crescente numero di ebrei americani sta prendendo le distanze da Israele, rifiutando l’adesione del governo al nazionalismo etnico e sostenendo invece una soluzione di uno Stato unico. Per il momento Israele appare nella posizione di restare un importante soggetto mondiale nella produzione e vendita di sistemi di armi e di dispositivi e competenze di sorveglianza – che è ora uno dei modi principali in cui il Paese si autodefinisce sul piano internazionale. Ma l’opposizione internazionale sta crescendo, grazie soprattutto agli appelli del movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) per un embargo militare contro Israele e la sua industria della difesa. Una delle imprese del settore della difesa più grandi del Paese, Elbit Systems, ha già subito boicottaggi alle sue attività nel mondo. Pochi giorni fa il colosso bancario HSBC ha annunciato il proprio disinvestimento da Elbit Systems. Campagne di alto profilo come questa inizieranno sicuramente a modificare i calcoli sui costi economici e morali dell’occupazione – ancor di più se Israele proseguirà il suo attuale percorso politico verso l’annessione de facto della Palestina.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Nel 2018 finalmente è caduta la maschera di Israele

Gideon Levy

1 gennaio 2018, Middle East Eye

Avendo consolidato dal punto di vista legislativo la sua natura di apartheid, Israele ha creato la copertura giuridica per l’annessione formale dei territori occupati al di là delle frontiere riconosciute dello Stato

Il 2018 non è stato un buon anno per Israele. Ovviamente per i palestinesi è stato persino peggiore.

In apparenza non è stato un anno particolarmente drammatico – solo un po’ più del solito, senza nuove guerre significative e senza molto spargimento di sangue, se confrontato con gli anni precedenti. Le cose sembrano bloccate. L’occupazione è continuata senza ostacoli, come l’impresa di colonizzazione. Gaza ha cercato di resistere energicamente da dentro la sua miserabile gabbia, facendo uso delle sue misere e limitate forze.

Il mondo ha distolto gli occhi dall’occupazione, come ha fatto solitamente negli ultimi anni, e si è concentrato totalmente su altre cose.

Gli israeliani, come il resto del mondo, non si sono interessati dell’occupazione, come ormai hanno fatto da decenni. Hanno silenziosamente continuato con la loro vita quotidiana ed è buona, prospera. L’obiettivo dell’attuale governo – il più di destra, religioso e nazionalista nella storia di Israele – di conservare lo status quo in ogni modo è stato totalmente raggiunto. Non è successo niente che interferisse con la cinquantennale dura occupazione.

Verso un’annessione formale

Tuttavia sarebbe un grave errore pensare che ogni cosa sia rimasta uguale. Non c’è nessuno status quo riguardo all’occupazione o all’apartheid, anche se a volte così sembra.

Il 2018 è stato l’anno in cui è stata predisposta l’infrastruttura giuridica per quello che sta per avvenire. Un passo alla volta, con una legge dopo l’altra, sono state poste le fondamenta della legislazione per una situazione che esiste già in pratica da molto tempo. Poche proposte di legge hanno provocato una discussione, a volte persino con un dissenso chiassoso – ma anche questo non ha lasciato traccia.

Sarebbe un errore occuparsi separatamente di ogni iniziativa legislativa, per quanto drastica e antidemocratica. Ognuna è parte di una sequenza calcolata, funesta e pericolosa. Il suo obiettivo: l’annessione formale dei territori, iniziando dall’Area C [più del 60% della Cisgiordania, in base agli accordi di Oslo sotto totale ma temporaneo controllo di Israele, ndtr.]

Finora le fondamenta pratiche sono state poste sul terreno. La Linea Verde è stata cancellata molto tempo fa, i territori sono stati annessi di fatto. Ma ciò non è sufficiente per la Destra, che ha deciso che dovessero essere prese iniziative giuridiche e legislative per rendere permanente l’occupazione.

Prima hanno costruito colonie, in cui ora risiedono più di 700.000 ebrei, compresa Gerusalemme est, per creare una situazione irreversibile nei territori. Questa impresa è stata completata, e la vittoria dei coloni e dei loro sostenitori è chiara ed inequivocabile. Lo scopo delle colonie – sventare ogni prospettiva di fondazione di uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 ed eliminare dalle trattative una soluzione dei due Stati – è stato pienamente raggiunto: hanno vinto. Ora, vogliono che questa situazione irrevocabile debba essere anche inserita nella legge, per neutralizzare l’opposizione all’annessione.

Contrastare l’opposizione

Questo è il principale obiettivo di ogni legge discriminatoria e nazionalista approvata nel 2018 dalla ventesima Knesset [parlamento, ndtr.] israeliana. Ognuna di esse intende contrastare ciò che resta dell’opposizione all’annessione dei territori.

Ci si aspettava una resistenza da parte del sistema giuridico israeliano e anche dai piccoli e rinsecchiti resti della sinistra nella società civile. Contro entrambi è stata dichiarata una guerra per indebolirli e sconfiggerli una volta per tutte, mentre ci avviciniamo all’annessione. Fino a quel momento, e se questa tendenza continuerà nel prossimo governo, non ci sarà nessuna ulteriore resistenza significativa nella società civile, e Israele potrà continuare a mettere a punto il suo nuovo regime.

L’apartheid è stata istituita nei territori da molto tempo e ora sarà anche nelle leggi. Quelli che negano che ci sia un’apartheid israeliana – i propagandisti pro-sionisti che affermano che, a differenza del Sud Africa, in Israele non ci sono leggi razziste o una discriminazione istituzionalizzata dal punto di vista legislativo – non saranno più in grado di diffondere i loro argomenti privi di fondamento.

Alcune delle leggi approvate quest’anno e quelle in via di approvazione, minano l’affermazione che Israele sia una democrazia egualitaria. Eppure tali norme hanno anche un aspetto positivo: queste leggi e quelle che arriveranno strapperanno la maschera e una delle più lunghe finzioni nella storia finalmente avrà termine. Israele non sarà più in grado di continuare a definirsi una democrazia – “l’unica del Medio Oriente”.

Con leggi come queste non sarà in grado di smentire l’etichetta di apartheid. Il prediletto dell’Occidente svelerà il suo vero volto: non democratico, non egualitario, non l’unico in Medio Oriente. Non è più possibile fingere.

L’apparenza dell’uguaglianza

È vero che una delle prime leggi mai adottate in Israele – e forse la più importante e funesta di tutte, la Legge del Ritorno, approvata nel 1950 –ha segnato molto tempo fa la direzione nella maniera più chiara possibile: Israele sarebbe stato uno Stato che privilegia un gruppo etnico sugli altri. La Legge del Ritorno era rivolta solo agli ebrei.

Ma la parvenza di uguaglianza in qualche modo ha resistito. Neppure i lunghi anni di occupazione l’hanno alterata: Israele ha sostenuto che l’occupazione era temporanea, che la sua fine era imminente e non faceva quindi parte dello Stato egualitario e democratico che era stato così orgogliosamente fondato. Ma dopo i primi 50 anni di occupazione, e con la massa critica di cittadini ebrei che sono andati a vivere nei territori occupati su terre rubate ai palestinesi, l’affermazione riguardo alla sua provvisorietà non avrebbe più potuto essere presa sul serio.

Fino a poco tempo fa i tentativi di Israele erano soprattutto diretti a fondare ed allargare le colonie, reprimendo al contempo la resistenza dei palestinesi all’occupazione e rendendo il più possibile penose le loro vite, nella speranza che ne traessero le necessarie conclusioni: alzarsi e andarsene dal Paese che era stato il loro. Nel 2018 fulcro di questi sforzi è passato al contesto giuridico.

La più importante è la legge dello Stato-Nazione, approvata in luglio. Dopo la Legge del Ritorno, che automaticamente consente a qualunque ebreo di immigrare in Israele e una legislazione che consente al Fondo Nazionale Ebraico di vendere terra solo agli ebrei, la legge dello Stato-Nazione è diventata la prima della lista per lo Stato di apartheid che sta arrivando. Essa conferisce formalmente uno status privilegiato agli ebrei, anche alla loro lingua e ai loro insediamenti, rispetto ai diritti dei nativi arabi. Non contiene nessun riferimento all’uguaglianza, in uno Stato in cui in ogni caso non ce n’è affatto.

Contemporaneamente la Knesset ha approvato qualche altra legge ed ha iniziato alcune ulteriori misure nella stessa ottica.

Prendere di mira i sostenitori del BDS

In luglio è stato approvato un emendamento alla legge sull’educazione pubblica. In Israele è chiamata la legge di “Breaking the Silence” [“Rompere il silenzio”, associazione di militari ed ex militari che denuncia quanto avviene nei territori occupati, ndtr.], perché il suo vero proposito è impedire alle organizzazioni di sinistra di entrare nelle scuole israeliane per parlare agli studenti. Ha come scopo spezzare la resistenza all’annessione.

Allo stesso modo un emendamento alla legge sul boicottaggio, che consente di intraprendere un’azione legale contro israeliani che abbiano appoggiato pubblicamente il movimento Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), renderà possibile intentare una causa per danni contro sostenitori del boicottaggio, anche senza dover dimostrare un danno economico.

Un altro governo di destra come questo e sarà vietato appoggiare il boicottaggio in Israele, punto. Quindi verrà vietato anche criticare i soldati israeliani o il loro ingiusto comportamento nei territori. Proposte di legge come queste stanno già circolando e il loro giorno arriverà piuttosto rapidamente.

Un’altra legge approvata quest’anno trasferisce i ricorsi da parte di palestinesi contro gli abusi dell’occupazione dalla Corte Suprema Israeliana, che comunque non gli è poi stata così d’aiuto, al tribunale distrettuale di Gerusalemme, dove ci si aspetta che riceveranno un sostegno legale ancora minore.

Una legge per espellere le famiglie di terroristi ha superato la prima lettura alla Kensset, contro il parere della procura generale; consentirà punizioni collettive nei territori, solo per gli arabi. Stanno anche discutendo della pena di morte per i terroristi.

Ed è stata approvata anche la legge sugli accordi, che legalizza decine di avamposti delle colonie che sono illegali persino secondo il governo israeliano. Solo la legge sulla lealtà culturale, il livello legislativo più basso, che intende imporre la fedeltà verso lo Stato come precondizione per ottenere finanziamenti governativi a istituzioni culturali e artistiche, per il momento è stata congelata – ma non per sempre.

Copertura legale

Le leggi approvate quest’anno non devono essere viste solo come norme antidemocratiche che compromettono la democrazia in Israele, come la situazione viene di solito descritta dai circoli progressisti in Israele. Sono pensate per fare qualcosa di molto più pericoloso. Non intendono solo minare la fittizia democrazia, per imporre ulteriori discriminazioni contro i cittadini palestinesi di Israele e trasformarli per legge in cittadini di seconda classe. Il loro vero scopo è fornire una copertura legale per l’atto di annessione formale dei territori oltre i confini riconosciuti dello Stato di Israele.

Nel 2018 Israele si è avvicinato alla realizzazione di questi obiettivi. La calma relativa che è prevalsa nel Paese è ingannevole. Sta iniziando lo Stato di apartheid di diritto, non solo di fatto.

– Gideon Levy è un editorialista di Haaretz e membro del comitato di redazione del giornale. Levy ha iniziato a collaborare con Haaretz nel 1982, ed è stato per quattro anni vice-direttore del giornale. Nel 2015 è stato insignito dell’Olof Palme human rights [premio Olof Palme per i diritti umani] e destinatario dell’Euro-Med Journalist Prize [Premio per il Giornalista Euro-mediterraneo] del 2008; del Leipzig Freedom Prize [Premio Leipzig per la Libertà] nel 2001; dell’ Israeli Journalists’ Union Prize [Premio dell’Unione dei Giornalisti Israeliani] nel 1997; dell’ Association of Human Rights in Israel Award [Premio dell’Associazione per i Diritti Umani in Israele] nel 1996. Il suo libro The Punishment of Gaza [La punizione di Gaza] è stato pubblicato da Verso nel 2010.

Le opinioni espresso in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La Betlemme dell’immaginario cristiano occidentale contrasta fortemente con la realtà dell’occupazione

Ghada Karmi

26 dicembre 2018, Middle East Eye

Presunto luogo di nascita di Gesù Cristo, Betlemme occupa un posto centrale nella fede cristiana. Eppure sono molti i fedeli che ignorano che questa città si trova in Palestina e che è soggetta alla spietata occupazione di Israele

O little town of Bethlehem/How still we see thee lie/Above thy deep and dreamless sleep/The silent stars go by” (“Oh, piccola città di Betlemme/Dormi tranquillamente/Al di sopra del tuo sonno profondo e senza sogni/ passano le stelle silenziose”), intona il celebre canto natalizio anglosassone. La vigilia di Natale, la messa di mezzanotte ha risuonato nella chiesa della Natività a Betlemme, secondo la leggenda luogo di nascita di Gesù Cristo, che proclamò che avrebbe portato “la pace agli uomini sulla Terra”.

La vera Betlemme

Niente è più lontano dalla verità dell’immagine di una Betlemme calma e tranquilla trasmessa da questo canto di Natale scaturito dalla pia immaginazione di un cristiano occidentale dell’epoca vittoriana. Generazioni di bambini cristiani l’hanno imparata e il suo potere mitico è tale per cui pochi tra loro sanno dove si trovi Betlemme e quale sia la vera situazione.

Recentemente un’amica inglese molto colta che conosco da anni è rimasta sorpresa di sapere che Betlemme si trova in Palestina. Nella sua mente la città era più una leggenda che un luogo reale e, se avesse dovuto associarla a una comunità, sarebbe stato a quella ebraica.

Ora, la città che ho visto durante una visita in Palestina all’inizio dell’anno era un simulacro del luogo evocato da questo canto di Natale e una messa in discussione senza appello del cristianesimo occidentale per avere vilmente fallito nel sostenere uno dei suoi santuari più sacri. Nella Betlemme di oggi, il sonno “senza sogni” sembra piuttosto un incubo, e la città non potrà essere “calma” che quando finirà l’occupazione israeliana.

Il vandalismo brutale di Israele

Betlemme ed i villaggi che la circondano, Beit Jala e Beit Sahour, figurano tradizionalmente tra i luoghi più cristiani della Palestina, anche se oggi Betlemme è abitata da una maggioranza di musulmani.

Prima dell’occupazione israeliana del 1967 la città era un importante centro sociale, culturale ed economico, così come uno dei luoghi più antichi della Palestina. Il suo nome, Beit Lahem (Casa di Lahem) risale all’epoca cananea [dalla popolazione che visse in Palestina prima degli ebrei, ndtr.], quando ospitava il santuario del dio cananeo Lahem.

L’architettura di Betlemme testimonia della sua ricca storia. Al periodo romano e poi bizantino, al quale risale la costruzione nel 327 della chiesa della Natività da parte dell’imperatrice Elena sopra la grotta dove sarebbe nato Gesù, fecero seguito le conquiste musulmane nel 637, l’occupazione dei crociati nel 1099 fino alla riconquista della Palestina da parte del Saladino nel 1187, poi all’inizio del XVI secolo la dominazione degli ottomani, che costruirono i bastioni della città, fino al Mandato britannico dal 1922 al 1948.

Nel 1967 Israele occupò Betlemme e il resto della Cisgiordania durante la guerra dei Sei Giorni e nel 1995, in seguito agli accordi di Oslo, la città venne trasferita all’Autorità Nazionale Palestinese, anche se rimase sotto il complessivo controllo di Israele. Nessuno dei periodi storici che hanno preceduto l’occupazione israeliana ha avuto un livello di vandalismo e di distruzioni simile a quello che avviene attualmente.

Mentre percorrevo in auto i 9 km che separano Gerusalemme da Betlemme ho sbagliato strada e mi sono ritrovata su un’autostrada moderna dove non si vedeva nessun automobilista palestinese. Ero finita per caso su una circonvallazione riservata agli ebrei, una delle due che circondano Betlemme per servire le colonie dei dintorni.

Ho subito capito lo scopo dell’operazione: affermare che nella regione vivono solo gli ebrei.

Un luogo triste

Ventidue colonie israeliane circondano Betlemme, tagliando le sue uscite e confiscando le sue terre agricole. Dominando le colline attorno, queste colonie ospitano più abitanti di tutta Betlemme e dei suoi dintorni. A nord si trova Har Homa, una colonia costruita nel 2000 su una collina una volta densamente ricoperta di boschi, Jabal Abu Ghneim.

Israele ha sradicato gli alberi di Jabal Abu Ghneim e li ha sostituiti con delle case monotone, tutte identiche, minacciando inoltre di trasformare il luogo in una copia di Betlemme per turisti. Nokidim, a est, è l’attuale luogo di residenza dell’ex-ministro della Difesa israeliano, l’ultranazionalista Avigdor Lieberman.

Dal 2015 Israele ha chiuso l’accesso alla fertile valle di Betlemme, Cremisan, ai suoi proprietari palestinesi, e lo scorso giugno ha annunciato uno sviluppo massiccio delle colonie situate lungo la strada che unisce Gerusalemme a Betlemme.

La tomba di Rachele, monumento storico di Betlemme sulla strada principale che porta a Gerusalemme e zona tradizionalmente animata da negozi e ristoranti, ora è riservata esclusivamente agli ebrei e il suo acceso è impedito ai palestinesi dal muro di separazione.

I fedeli musulmani che venerano la tomba (e che l’hanno costruita) non possono più andarci. È un luogo triste, deserto, senza vita. All’ombra del muro la maggior parte dei negozi ha chiuso le porte e, man mano che il cerchio di stringe attorno a Betlemme, presto non ne resterà più nessuno.

L’implacabile penetrazione di Israele nel cuore di Betlemme è senza appello. La città è deliberatamente isolata dietro l’impressionante barriera di separazione, circondata da posti di controllo, e la sua economia è strangolata. Una volta la sua principale risorsa era il turismo, che richiamava due milioni di visitatori all’anno e vantava un prospero mercato di souvenir, soprattutto di sculture di legno d’ulivo e di madreperla fatte a mano.

Era anche una ricca regione agricola, dotata di una prospera industria vinicola. Oggi la maggior parte delle sue terre è stata confiscata da Israele e le restrizioni draconiane imposte dalle autorità israeliane agli spostamenti verso e da Betlemme hanno notevolmente ridotto il numero di turisti e di pellegrini.

Attualmente, con una popolazione di 220.000 abitanti, di cui 20.000 rifugiati, Betlemme ha il tasso di disoccupazione più alto dei territori palestinesi occupati, subito dopo Gaza.

Salvare Betlemme

Durante il mio ultimo soggiorno a Betlemme sono andata all’hotel Walled Off, all’entrata di Betlemme. Lì ho vissuto un’esperienza impressionante dell’occupazione israeliana. L’hotel in effetti è un’installazione creata dall’artista britannico Banksy per mettere in luce la tragica sorte di Betlemme.

L’unica vista che si possa contemplare dalle finestre dell’hotel è quella dell’orrendo muro costruito da Israele, le cui immense lastre grigie non sono che a qualche metro. Sporgendosi in avanti si possono quasi toccare. Mi ricordo di come le sue sinistre torri di guardia e le sue telecamere di sorveglianza mi abbiano oppressa. Era una scena uscita direttamente da un film dell’orrore.

Per ora, e nonostante le delegazioni della Chiesa, le visite papali e le pubbliche espressioni di preoccupazione, niente di quanto hanno fatto i cristiani ha frenato o arrestato la distruzione da parte di Israele di una città particolarmente sacra per la cristianità. E allora, se non possono fare niente per salvare Betlemme, smettano almeno di intonare un canto che si prende gioco della triste realtà della città.

– Ghada Karmi è medico, docente universitaria e scrittrice palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo impegnano solo l’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Airbnb e Israele: il voltafaccia sulla presenza nelle colonie sarebbe peggio che stare zitti

Kieron Monks

Domenica 23 dicembre 2018, Middle East Eye

Il caso di Airbnb potrebbe rivelarsi uno spartiacque che potrebbe consolidare e far progredire il movimento BDS oppure renderlo di nuovo marginale

In base a standard particolarmente bassi, l’iniziale decisione di Airbnb di interrompere le attività nelle colonie illegali della Cisgiordania è sembrata lodevole. La non complicità in crimini di guerra non dovrebbe costituire un livello molto alto in termini di responsabilità sociale d’impresa, ma decine di imprese internazionali che tranquillamente fanno profitti nelle colonie non lo soddisfano.

Perciò va riconosciuto qualche merito a Airbnb per aver almeno ammesso la realtà.

Una pratica dannosa

Molta più fiducia, ovviamente, è dovuta agli attivisti e ai gruppi per i diritti umani che hanno passato anni a spiegare al colosso globale degli annunci quanto sbagliate e dannose fossero le sue attività nei territori occupati e quanto gravemente contraddicessero i valori progressisti professati dall’azienda.

Organizzazioni come Human Rights Watch (HRW) e la US Campaign for Palestinian Rights [Campagna USA per i Diritti dei Palestinesi] (USCPR) sono state capaci di rompere la cortina fumogena di espressioni come “territorio conteso” e “status controverso”, per mostrare che le colonie sulla terra palestinese occupata non sono nient’altro che un’impresa criminale in base all’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra.

Nessuna seria autorità, dalla Corte Internazionale di Giustizia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, lo mette in discussione.

La decisione di Airbnb ha coinciso con lo storico rapporto di HRW ‘Bed and Breakfast su terra rubata’, che dettagliava la provenienza oscura degli annunci messi a disposizione dei turisti, che offrono viste favolose e servizi moderni. Molti si trovano in colonie su terreni di proprietà privata palestinese che sono stati rubati da banditi armati, sia coloni che soldati.

I veri proprietari, esclusi da quelli che ora sono diventati terreni vietati, devono vedere la loro proprietà data in affitto a stranieri.  Il rapporto di HRW segnala che i profitti derivanti dagli annunci di Airbnb producono un notevole flusso di introiti che aiuta a sostenere l’impresa criminale.  

Feroce reazione violenta

Sembra ragionevole ipotizzare, come fa Michael Koplow del Forum sulla Politica di Israele, che Airbnb non sapesse veramente in che cosa si stesse cacciando con la sua avventura in una delle dispute più aspre e accese del mondo.

La successiva, feroce reazione da parte di dirigenti del governo e di gruppi di pressione statunitensi ed israeliani, comprese minacce di querela e aperte accuse di antisemitismo, era ovviamente difficile da ignorare. La notizia che i dirigenti di Airbnb avevano iniziato colloqui di controllo dei danni con il ministero israeliano del Turismo, che aveva fatto della questione un’assoluta priorità, non ha destato sorpresa.

Ma adesso l’azienda si trova messa all’angolo, e rilascia dichiarazioni contraddittorie con due discorsi diversi, il che le procura solo disprezzo da entrambe le parti. Ogni ambiguo tentativo di placare la situazione non fa che aumentare la pressione e la visibilità del caso. Al momento, gli annunci per le colonie si trovano ancora sul sito di Airbnb.

È diventato un problema gigantesco. Questo episodio, inizialmente una storica vittoria per il BDS, potrebbe però trasformarsi in una sconfitta che accelera un più ampio ridimensionamento del movimento che ha fucili puntati su di esso in termini legali negli Stati Uniti e in Europa. L’appoggio al boicottaggio di Israele viene rapidamente criminalizzato, dal ‘Decreto contro il boicottaggio di Israele’ del senatore Ben Cardin fino a leggi dei singoli Stati che obbligano i logopedisti a firmare giuramenti di fedeltà.

Mentre il movimento BDS ha conseguito straordinari risultati, quali l’entrata nel Congresso di sostenitori del BDS come Ilhan Omar e Rashida Tlaib [due parlamentari elette nelle ultime elezioni di medio termine, ndtr.], non ha mai affrontato grandi minacce.

Il caso di Airbnb potrebbe essere uno spartiacque che consolida e promuove il movimento di boicottaggio, oppure renderlo di nuovo marginale, ponendo anche un’interessante domanda strategica agli attivisti BDS, se possa valere la pena focalizzare la loro campagna sulle colonie, se è quello che può far guadagnare terreno.  

Pesante responsabilità

Ora che Airbnb è finita, forse inconsapevolmente, in mezzo a un plotone di esecuzione che la circonda, l’ impresa si è trovata con una responsabilità poco invidiabile.

Qualunque altra cinica impresa che opera in Cisgiordania può borbottare delle scuse per “non venire coinvolta in questioni politiche”, abbassare la testa e continuare a fare soldi. Ma Airbnb ha alzato la testa, ha riconosciuto i fatti e l’ingiustizia messa in luce dai promotori della campagna, ed ha affermato – anche se non esattamente con queste parole – di non voler far parte di un’impresa criminale. 

Fare marcia indietro adesso, con la completa consapevolezza della realtà dei fatti, dopo una serie di incontri segreti con dirigenti del governo israeliano, impegnati a fondo a vendere all’ingrosso crimini di guerra, e con leader della stessa criminale impresa coloniale, sarebbe molto più vergognoso delle azioni di altre aziende che operano in Cisgiordania, che non hanno mai preteso di rispondere alla propria coscienza. 

Non esiste una via d’uscita facile. Se Airbnb “sospendesse l’attuazione” della politica di disdetta, si potrebbe comunque aspettare un’altra violenta reazione da parte di gruppi per i diritti umani e di attivisti della solidarietà con la Palestina, che potrebbe mettere in luce la bancarotta morale dell’azienda ed essere in sintonia con i giovani cittadini progressisti delle aree metropolitane che costituiscono buona parte del mercato principale dell’azienda.

Airbnb deve soppesare questo rispetto alla furia e ai colpi degli apologeti delle colonie, che faranno del loro meglio per dare una punizione esemplare. Con la prospettiva di una IPO (Offerta Pubblica Iniziale, per quotarsi in borsa) attesa per l’anno prossimo, gli imperativi commerciali peseranno fortemente sul giudizio.

Quando Airbnb è stata contattata da MEE per un commento, ha rilasciato la stessa dichiarazione del 17 dicembre, che dice: “Airbnb ha espresso il suo inequivocabile rifiuto del movimento BDS ed ha comunicato il proprio impegno a sviluppare i propri affari in Israele, permettendo a più turisti da tutto il mondo di godere delle meraviglie del Paese e del suo popolo.”

Un grave biasimo

Possiamo solo sperare che vengano fatte anche altre considerazioni. Per un colosso internazionale da molti miliardi di dollari come Airbnb, dichiarare aperto sostegno a flagranti crimini di guerra e violazioni di diritti umani sarebbe un grave insulto al concetto stesso di leggi internazionali e diritti umani.

Una simile decisione darebbe legittimità all’impresa coloniale israeliana e delegittimerebbe i suoi oppositori. Comunicherebbe ai governi e agli uomini d’affari in tutto il mondo che le leggi sono un optional e le violazioni possono essere convenienti.

Spereremmo probabilmente troppo se ci aspettassimo un comportamento etico da parte di un’azienda senza priorità che vadano oltre il suo bilancio. La direzione deve provenire dal basso, così come gli attivisti e i gruppi per i diritti umani che sono stati una spina nel fianco dell’impresa coloniale, con alleanze solo transitorie e di convenienza con le potenze commerciali.

Ma se Airbnb decidesse di dare la sua approvazione ai crimini di guerra apponendo il proprio logo su proprietà rubate mentre i proprietari non hanno prospettive di giustizia, l’ impresa potrebbe almeno smettere di pretendere di avere valori degni di questo nome e tenere la bocca chiusa la prossima volta che si pone la questione.

Kieron Monks vive a Londra e scrive per testate tra cui CNN, The Guardian e Prospect Magazine, occupandosi di movimenti sociali, sport e i rapporti reciproci tra questi due ambiti.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




C’è un complotto per spopolare i campi di rifugiati palestinesi in Libano?

Ramzy Baroud

19 dicembre 2018, Foreing Policy Journal

Ai rifugiati palestinesi in Libano vengono negati i diritti umani fondamentali e molti avrebbero perso le speranze di tornare nella terra d’origine come via di scampo

Ogni tanto su Facebook spunta fuori un inquietante video composto dall’audio di una preghiera registrata e dalla foto di un tal ‘Hajj Jamal Ghalaini’. La voce è quella di un presunto sceicco religioso, che prega per il benessere dell’uomo nella foto perché salvi la gioventù palestinese nei campi di rifugiati in Libano, agevolando la loro partenza per l’Europa.

Il video sarebbe solo l’ennesimo strano post sui social media, se non fosse per il fatto che Ghalaini è una persona reale, il cui nome ricorre nella continua tragedia dei rifugiati palestinesi in Libano. Molti hanno attribuito il successo della propria “fuga” dal Libano citando questa persona che, gentilmente, dicono, ha reso il loro viaggio verso l’Europa molto più economico di qualunque altro trafficante di esseri umani.

Sappiamo poco di Ghalaini, salvo che sembra operare impunemente, senza gravi conseguenze legali da parte delle autorità libanesi o dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che si suppone abbia la responsabilità dei rifugiati palestinesi in Libano.

Sta succedendo qualcosa di strano.

Subito dopo che l’amministrazione USA di Donald Trump ha iniziato a promuovere il proprio “accordo del secolo”, i rifugiati palestinesi – un problema fondamentale della lotta nazionale palestinese che è stato messo da parte anni fa – sono tornati al centro dell’attenzione.

Benché il progetto di Trump debba essere ancora pienamente reso noto, le prime indicazioni suggeriscono che esso porti a escludere totalmente Gerusalemme da qualunque futuro accordo tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese. Lo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme e la stessa affermazione di Trump che “Gerusalemme è fuori dalle trattative”, sono sufficienti a confermare questa supposizione.

Un’altra componente dell’”accordo” di Trump è risolvere la questione dei rifugiati senza il loro rimpatrio e senza rispettare le leggi internazionali, soprattutto la risoluzione 194 delle Nazioni Unite, che chiede il diritto al ritorno per i profughi palestinesi che nel 1948 furono cacciati dalle proprie case nella Palestina storica, e per i loro discendenti.

Molte notizie di stampa hanno menzionato un elaborato piano americano per declassare lo status dei rifugiati, per mettere in discussione i dati ONU che indicano il loro attuale numero e per bloccare i finanziamenti indispensabili all’UNRWA, l’organizzazione dell’ONU responsabile dei servizi ai rifugiati.

Il Libano è stato una piattaforma importantissima per la continua campagna che riguarda i rifugiati palestinesi, soprattutto perché la popolazione di profughi in quel Paese è significativa in termini di numeri e la loro difficile situazione ha urgente bisogno di aiuto.

Sembra esserci un programma operativo, che coinvolge molte parti in causa, per privare la popolazione palestinese del Libano dello status di rifugiati ed eludere così il loro “diritto al ritorno”. A qualcuno questa potrebbe sembrare una pia illusione, dato che il “diritto al ritorno” è “inalienabile”, quindi non negoziabile.

Eppure, ovviamente, senza rifugiati che chiedano collettivamente questo diritto, il problema da richiesta urgente e tangibile potrebbe trasformarsi in aspirazione sentimentale, impossibile da raggiungere. È per questo che lo spopolamento dei campi di rifugiati libanesi, che sta avvenendo a una velocità allarmante, dovrebbe preoccupare i palestinesi più di ogni altro problema del momento.

Ho parlato con Samaa Abu Sharar, attivista palestinese in Libano e direttrice della Majed Abu Sharar Media Foundation [Fondazione per i Media Majed Abu Sharar, centro di formazione per giornalisti rivolto ai rifugiati palestinesi in Libano, ndtr.]. Mi ha raccontato che negli ultimi anni la natura delle conversazioni tra i rifugiati è cambiata. In passato “praticamente tutti, dai giovani agli anziani, parlavano del loro desiderio di tornare un giorno in Palestina; ora la maggioranza, soprattutto tra i giovani, esprime solo un desiderio: andarsene in qualunque altro Paese li voglia accogliere.”

È risaputo che i rifugiati palestinesi in Libano sono emarginati e angariati, soprattutto se confrontati con altre popolazioni di rifugiati in Medio Oriente. Vengono loro negati i più fondamentali diritti umani di cui godono gruppi libanesi o stranieri, o persino diritti garantiti ai rifugiati in base alle convenzioni internazionali. Ciò include il diritto al lavoro, in quanto viene loro negato l’accesso a 72 diverse professioni.

Lasciati senza speranza, con una vita di abbandono e di totale miseria in 12 campi di rifugiati e in altri “campi di raccolta” in tutto il Libano, i rifugiati palestinesi hanno resistito per molti anni, guidati dalla speranza di tornare un giorno alla loro terra natale, la Palestina.

Ma i rifugiati e il loro “diritto al ritorno” non sono più una priorità per la dirigenza palestinese. Di fatto è stato così per quasi due decenni.

La situazione è peggiorata. Con la guerra in Siria, altre decine di migliaia di rifugiati hanno inondato i campi, che mancano dei servizi più essenziali. Questa miseria si è ulteriormente accentuata quando l’UNRWA, su pesanti pressioni USA, è stata obbligata a cancellare o ridurre molti dei suoi servizi essenziali.

Un censimento dalla tempistica sospetta, il primo di questo genere, dall’Amministrazione Centrale di Statistica libanese, condotto lo scorso dicembre insieme all’Ufficio Centrale di Statistica palestinese, ha stabilito che il numero di rifugiati palestinesi in Libano è di soli 175.000.

La tempistica della sua realizzazione è interessante perché la ricerca è stata condotta nel momento in cui l’amministrazione USA si dava da fare per ridurre il numero di rifugiati palestinesi, in previsione di un accordo tra l’ANP e Israele.

Secondo le statistiche dell’UNRWA ci sono più di 450.000 rifugiati palestinesi registrati dall’ONU.

Non c’è dubbio che ci sia un’ondata di rifugiati palestinesi che vogliono andarsene dal Libano. Alcuni ci sono riusciti solo per trovarsi alle prese con un altro miserabile status di rifugiato in Europa. Com’era prevedibile, alcuni sono tornati.

Chiaramente c’è chi non vede l’ora di liberare il Libano dalla sua popolazione palestinese, da cui il disinteresse nei confronti di Ghalaini e di analoghe reti di trafficanti di uomini.

C’è più di una rete organizzata che contribuisce all’emigrazione di palestinesi a prezzi che recentemente sono scesi per essere accessibili a un più vasto numero di persone,” mi ha detto Abu Sharar. La conclusione che molti di questi giovani uomini e donne ora traggono è che “non c’è nessun futuro per loro in Libano.”

Non è questo il felice, trionfante finale che generazioni di rifugiati palestinesi in Libano hanno sperato e per cui hanno lottato durante gli anni.

Ignorare la miseria dei rifugiati palestinesi del Libano comporta un costo pesante. Procrastinare la loro problematica situazione fino ai “negoziati per lo status finale”, una chimera che non si è mai realizzata, sta ora portando a una duplice crisi: il peggioramento delle sofferenze di centinaia di migliaia di persone e la sistematica distruzione di uno dei principali pilastri del “diritto al ritorno” dei rifugiati palestinesi.

SULL’AUTORE

Ramzy Baroud

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story [L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra). Baroud ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Globali e Internazionali, Università della California a Santa Barbara.

(traduzione di Amedeo Rossi)




I ricercatori sostengono che l’esercito israeliano ha modificato il filmato del mortale attacco missilistico a Gaza

Oren Ziv

20 dicembre 2018, +972 Magazine

L’esercito israeliano ha reso pubblici i filmati, fatti dai droni, dell’aviazione che bombarda un edificio apparentemente vuoto a Gaza. Inquirenti indipendenti hanno scoperto che è stata tagliata la parte in cui uno dei missili uccide due adolescenti seduti sul tetto.

Secondo un’inchiesta dell’istituto britannico Forensic Architecture [Architettura forense] e del gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, pubblicato questa settimana, l’esercito israeliano avrebbe eliminato alcune riprese chiave di un attacco missilistico che all’inizio di quest’anno ha ammazzato due adolescenti palestinesi seduti su un tetto a Gaza.

Nel tardo pomeriggio del 14 giugno 2018, due adolescenti palestinesi, Luai Kahil e Amir al-Nimra, si sono arrampicarti sul tetto dell’edificio al-Katiba a Gaza City. Il selfie scattato quel giorno sul tetto sarebbe stata la loro ultima foto.

L’aviazione israeliana ha lanciato quattro “missili di avvertimento” verso l’edificio, che diceva essere una struttura di addestramento di Hamas. Secondo l’esercito i missili d’avvertimento, missili a bassa esplosività che nell’esercito israeliano chiamano “bussare al tetto”, hanno lo scopo di avvertire i civili di lasciare l’edificio nel mirino prima che vengano lanciate bombe più grosse.

Dopo i “missili d’avvertimento”, quattro missili più grossi hanno raso al suolo l’edificio. Kahil e al-Nimra, però, erano stati uccisi dal primo dei missili d’avvertimento. Altri ventitre palestinesi sono stati feriti dai missili più grossi.

Il giorno del raid, l’esercito israeliano ha diffuso su Twitter i filmati dei diversi attacchi, che sembrano mostrare quattro diversi “colpi di avvertimento” prima dei missili più potenti. Secondo l’indagine di B’Tselem e Forensic Architecture, tuttavia, sembra che il video pubblicato non corrisponda a come si sono effettivamente svolti i fatti.

Le riprese del primo attacco, in cui i ragazzi furono ammazzati, sono stati omessi dal montaggio diffuso dall’esercito. Quello che l’esercito presenta come primo attacco (il video dell’ufficio stampa dell’esercito non afferma specificamente che siano sequenziali) è in realtà il terzo missile di avvertimento mostrato da una diversa telecamera e un’altra angolazione.

Secondo B’Tselem e Forensic Architecture, l’omissione delle riprese del primo attacco pone la questione se i militari israeliani sapessero che c’erano due ragazzi seduti sul tetto dell’edificio quando hanno lanciato il primo missile, e se stiano tentando di coprire questo fatto. (Comunicazione: ho partecipato a una precedente indagine di Forensic Architecture.)

“Gli attacchi aerei a Gaza sono venduti al pubblico dall’esercito israeliano come azioni chirurgiche, progettate per proteggere i civili, basate su intelligence di precisione, munizioni regolari, sorveglianza delle circostanze reali e grande attenzione al diritto internazionale,” ha dichiarato in un comunicato stampa Haggai El- Ad, il direttore esecutivo di B’Tselem.

“In realtà, questo è per lo più solo propaganda. La verità, invece, è una quantità devastante di vittime civili, una sorveglianza che non è in grado di distinguere i combattenti dagli adolescenti, un’intelligence inetta e la riduzione dei principi legali intesi a proteggere i civili a una sbrigativa lista di controllo, che viene poi usata per mascherare le violazioni dei diritti umani e stabilire l’impunità “, ha aggiunto.

Forensic Architecture ha utilizzato nelle sue indagini una serie di immagini, tra cui le riprese aeree rilasciate dall’esercito israeliano, i filmati presi da vicine telecamere a circuito chiuso e video pubblicati sui social media in quel momento.

Gli investigatori hanno quindi sincronizzato e messo a confronto i materiali per ricostruire una simulazione dell’evento. Sincronizzando i due video, si può vedere che le esplosioni del terzo attacco e di quello che l’esercito sostiene essere il primo attacco sono identiche.

“Questa indagine mostra come una lettura approfondita delle immagini fornite dall’esercito israeliano, apparentemente intese a legittimare gli “avvertimenti” sull’edificio di al-Katibah, possa essere riletta e rivelare una storia diversa,” ha detto in un comunicato stampa Nicholas Masterton, ricercatore e coordinatore di progetto presso Forensic Architecture.

“In questo caso la ricchezza di immagini e video ci ha permesso di condurre una rigorosa indagine indipendente e di contestare le affermazioni dell’esercito israeliano. Non potremo solo dimostrare che Kahil e a-Nimrah sono stati uccisi da un missile mortale, ma anche mostrare il modo subdolo in cui le forze armate israeliane hanno presentato al pubblico i particolari degli attacchi”, ha aggiunto.

Il portavoce dell’esercito israeliano non ha risposto alle specifiche domande sull’eventualità o il perché il video del primo attacco missilistico fosse stato tagliato, intenzionalmente o meno, dal filmato diffuso dall’esercito.

“L’esercito israeliano ha attaccato un edificio di cinque piani nella Striscia di Gaza, utilizzato dalle brigate di Hamas come struttura per l’addestramento al combattimento nelle aree urbane. Dopo l’attacco, è stato detto che avesse causato la morte di due adolescenti. E’ stata aperta un’inchiesta e, in base alle indagini, si è stabilito che al momento in cui sono iniziati i bombardamenti aerei, nessuna persona è stata identificata sul tetto dell’edificio. I risultati dell’indagine sono attualmente all’esame dell’ufficio dell’avvocato generale militare. Sottolineiamo che prima dell’attacco sono stati presi vari provvedimenti cautelativi per minimizzare il più possibile le vittime civili. Alcuni missili con munizioni ridotte sono stati sparati sul tetto dell’edificio, quel che si dice “bussare al tetto”.


Oren Zin è fotoreporter e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills. Dal 2003 documenta una vasta serie di problemi sociali e politici in Israele e nei territori palestinesi occupati.

(traduzione di Luciana Galliano)