Marwan Barghouthi dalla prigione di Hadarim

Da AssopacePalestina

Articolo originale pubblicato sul NY Times il  16.4.2017

Dopo la pubblicazione dell’articolo Barghouthi è stato messo in isolamento!

“Dopo aver trascorso gli ultimi 15 anni in una prigione israeliana, sono stato sia un testimone, sia vittima, del sistema illegale di Israele di arresti arbitrari di massa e maltrattamenti di prigionieri palestinesi.

Dopo aver esaurito tutte le altre opzioni, ho deciso che non c’era altra scelta che resistere a questi abusi cominciando uno sciopero della fame.

Circa 1.000 prigionieri palestinesi hanno deciso di prendere parte a questo sciopero, che inizia oggi, giorno che qui celebriamo come Giorno dei prigionieri. Lo sciopero della fame è la forma più pacifica di resistenza a disposizione. Esso infligge dolore esclusivamente a coloro che vi partecipano e ai loro cari, nella speranza che gli stomaci vuoti e il sacrificio aiutino il messaggio a risuonare al di là dei confini delle buie celle.

Decenni di esperienza hanno dimostrato che il sistema inumano di occupazione coloniale e militare israeliana punta a sfibrare lo spirito dei prigionieri e della nazione a cui appartengono, infliggendo sofferenze sui loro corpi, separandoli dalle loro famiglie e comunità, utilizzando misure umilianti per costringere alla sottomissione. A dispetto di tale trattamento, non ci arrenderemo ad esso.

Israele, la potenza occupante, ha violato il diritto internazionale in molti modi per quasi 70 anni, ma gli è stata garantita impunità per le proprie azioni. Ha commesso gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra contro il popolo palestinese; i prigionieri, tra cui uomini, donne e bambini, non fanno eccezione.

Avevo solo 15 anni quando sono stato imprigionato per la prima volta. Avevo appena 18 anni quando un ufficiale israeliano mi ha costretto a divaricare le gambe mentre mi trovavo nudo nella stanza degli interrogatori, prima di colpire i miei genitali. Sono svenuto dal dolore, e la caduta conseguente ha lasciato una grande cicatrice che da allora segna la mia fronte. L’ufficiale mi prese in giro, dicendo che non avrei mai potuto procreare, perché dalla gente come me nascono solo terroristi e assassini.

Pochi anni dopo, ero di nuovo in una prigione israeliana, conducendo uno sciopero della fame, quando nacque il mio primo figlio. Invece dei dolci che di solito distribuiamo per celebrare simili eventi, ho distribuito agli altri prigionieri del sale. Quando aveva appena 18 anni, mio figlio a sua volta è stato arrestato e ha trascorso quattro anni nelle prigioni israeliane.

Il più anziano dei miei quattro figli è ora un uomo di 31. Eppure, io sono ancora qui, continuando questa lotta per la libertà insieme a migliaia di prigionieri, milioni di palestinesi e il sostegno di così tanti in tutto il mondo. L’arroganza dell‘occupante oppressore e dei suoi sostenitori li rende sordi a questa semplice verità: prima che riescano a spezzare noi, saranno le nostre catene ad essere spezzate, perché è nella natura umana rispondere al richiamo della libertà a qualsiasi costo.

Israele ha costruito quasi tutte le sue carceri all’interno dei propri confini, piuttosto che nel territorio occupato. In tal modo, ha illegalmente e forzatamente trasferito civili palestinesi in cattività, usando questa situazione per limitare le visite dei familiari e per infliggere sofferenze attraverso lunghi trasferimenti in condizioni crudeli. I diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti dal diritto internazionale – tra cui alcuni dolorosamente guadagnati attraverso precedenti scioperi della fame – sono stati trasformati in privilegi che l’amministrazione penitenziaria può decidere di concedere o sottrarre.

I prigionieri e detenuti palestinesi hanno subito torture, trattamenti inumani e degradanti e negligenza medica. Alcuni sono stati uccisi durante la detenzione. Secondo gli ultimi dati, circa 200 prigionieri palestinesi sono morti dal 1967 a causa di tali azioni. I prigionieri palestinesi e le loro famiglie rimangono anche un obiettivo primario della politica di Israele di imposizione di punizioni collettive.

Nel corso degli ultimi cinque decenni, secondo l’organizzazione per i diritti umani Addameer, più di 800.000 palestinesi sono stati imprigionati da Israele – pari a circa il 40 per cento della popolazione maschile del territorio palestinese. Oggi, circa 6.500 sono ancora in carcere, tra i quali alcuni che detengono il triste primato dei più lunghi periodi di detenzione dei prigionieri politici al mondo. È difficile trovare una sola famiglia in Palestina che non abbia patito la detenzione di uno o più dei suoi componenti.

Come dar conto di questo assurdo stato di cose?

Israele ha stabilito un regime giuridico duale, una forma di apartheid giudiziaria, che garantisce potenziale impunità per gli israeliani che commettono crimini contro i palestinesi, mentre criminalizza la presenza e la resistenza palestinese. I tribunali di Israele sono una parodia della giustizia, palesi strumenti di occupazione coloniale e militare. Secondo il Dipartimento di Stato, il tasso di condanna per i palestinesi nei tribunali militari è del 90 per cento circa.

Tra le centinaia di migliaia di palestinesi che Israele ha arrestato, ci sono bambini, donne, parlamentari, attivisti, giornalisti, difensori dei diritti umani, accademici, esponenti politici, militanti e familiari dei detenuti. Tutto con un unico obiettivo: seppellire le legittime aspirazioni di un’intera nazione.

Al contrario, le prigioni di Israele sono diventate la culla di un duraturo movimento per l’autodeterminazione palestinese. Questo nuovo sciopero della fame dimostrerà ancora una volta che il movimento dei prigionieri è la bussola che guida la nostra lotta, la lotta per la Libertà e la Dignità, il nome che abbiamo scelto per questo nuovo passo nel nostro lungo cammino verso la libertà.

Le autorità israeliane e il servizio carcerario hanno trasformato i diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti dal diritto internazionale in privilegi da concedere o sottrarre discrezionalmente. Israele ha provato ad etichettare tutti noi come terroristi per legittimare le sue violazioni, tra cui gli arresti di massa arbitrari, le torture, le misure punitive e le rigide restrizioni. Come parte dello sforzo di Israele di minare la lotta palestinese per la libertà, un tribunale israeliano mi ha condannato a cinque ergastoli e 40 anni di carcere in un processo farsa che è stato denunciato dagli osservatori internazionali.

Israele non è la prima potenza occupante o coloniale a ricorrere a tali espedienti. Ogni movimento di liberazione nazionale nella storia ricorda pratiche simili. Questo è il motivo per cui così tante persone che hanno lottato contro l’oppressione, il colonialismo e l’apartheid sono dalla nostra parte. La campagna internazionale per ‘la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi’ che l’icona anti-apartheid Ahmed Kathrada e mia moglie, Fadwa, hanno lanciato nel 2013 dalla ex cella di Nelson Mandela a Robben Island ha avuto il sostegno di otto vincitori del Premio Nobel per la Pace, 120 governi e centinaia di dirigenti, parlamentari, artisti e accademici di tutto il mondo.

La loro solidarietà smaschera il fallimento morale e politico di Israele. I diritti non sono elargiti da un oppressore. La libertà e la dignità sono diritti universali che sono connaturali all’umanità e devono essere goduti da ogni nazione e da tutti gli esseri umani. I Palestinesi non saranno un’eccezione. Solo porre fine all’occupazione potrà cessare questa ingiustizia e segnare la nascita della pace”.

Traduzione di Luigi Daniele

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Israele nelle tenebre.

Gideon Levy, Haaretz 14 aprile 2017.

Nessun’altra nazione al mondo perquisisce bagagli alla ricerca di cibi proibiti, eccetto forse l’Iran. La polizia del Passover chametz [il cibo pasquale] è una cosa israeliana più di Mobileye o di Amos Oz.

Ecco come si presenta lo stato ebraico, quello che tanti Israeliani vogliono preservare ad ogni costo: una guardia armata che controlla i bagagli all’ingresso dell’ospedale. Ma non sta cercando ordigni esplosivi. Questa è una settimana di festività e la guardia cerca qualcos’altro: cerca chametz, i cibi lievitati che sono proibiti per la Pasqua ebraica.

Controlla ogni tipo di cibo che entra nell’ospedale ed è lui l’arbitro della legge ebraica, il supervisore della kashrut [la conformità di un cibo]. È proibito far entrare qualunque cosa desti il sospetto di essere treyf, cioè non kosher. Se c’è qualche dubbio, nel dubbio si proibisce. Se non è kosher nei giorni di Pasqua, o torna a casa o va nella spazzatura.

La nostra guardia è un ottimo ragazzo, un tipo amichevole, ma ora è un’autorità teologica. Come se non bastassero i 10.000 guardiani del kashrut che lavorano nei giorni normali nel democratico stato ebraico (che ha solo un millesimo di questi ispettori per la sicurezza nelle costruzioni), ora le guardie della sicurezza e quelle che ispezionano i vostri bagagli sono state aggiunte ai soldati dell’esercito di Dio. Il governo s’infiltra non solo nei bagagli ma anche nello stomaco.

Siamo nell’anno 2017, ma la situazione è medievale. Israele si può vantare quanto vuole di essere l’unica democrazia del Medio Oriente o di essere amico dei gay. Ma la verità è che è retrogrado. È coercitivo. Diventa sempre più tetro e arcigno. Nubi minacciose si addensano nel cielo. Nessun’altra nazione al mondo perquisisce bagagli alla ricerca di cibi proibiti, eccetto forse l’Iran. Il problema è che la polizia dello chametz è più israeliana di Mobileye; la guardia dello chametz è molto più israeliana di Amos Oz.

All’ingresso degli ospedali c’erano cartelli che dicevano: “Questo luogo è stato fatto kosher per la Pasqua, in ossequio alla legge religiosa. Vi chiediamo di non introdurre cibo chametz [lievitato] per tutta la durata della festività. È consentito introdurre frutta e verdura oppure prodotti in confezione chiusa recanti la certificazione di idoneità kosher per la Pasqua.” Firmato dal rabbino dell’ospedale, dal capo dei servizi religiosi e dall’amministrazione.

Lasciamo perdere l’obbligo di kashrut in tutte le cucine degli ospedali, un precetto a cui avremmo dovuto ribellarci già da anni. Ora è proibito anche introdurre gli avanzi del seder [cena rituale] di Pasqua, se non hanno il timbro di idoneità kashrut. Chi non è religioso ha il diritto di mangiare come gli pare, ma questa ovvia affermazione è considerata sovversiva in Israele.

In altre parole, nessun Israeliano ha il diritto di mangiare come vuole quando è in ospedale o in qualunque altra istituzione pubblica. Il fatto che almeno un quinto dei pazienti sono arabi, così come buona parte del personale medico, e ancora più numerosi sono i non-Ebrei o semplicemente i non-religiosi, tutto questo non interessa a nessuno. Che mangino matza [pane azzimo] fino a strozzarsi. Oppure non mangino proprio. Ci sono migliaia di prigionieri palestinesi che mangiano matza anche per due mesi dopo Pasqua per finire la produzione in eccesso: i pazienti arabi possono ben fare a meno del pane per una settimana. Volevate uno stato ebraico e l’avete avuto. Non lo volevate? il problema è vostro.

Gli Israeliani accettano questa situazione come fosse un decreto venuto dal cielo. Quasi nessuno protesta. Così vanno le cose in una società anestetizzata. Il fatto che tutto questo succede in una festività che per qualche motivo viene chiamata la festa della libertà, non fa altro che aggiungere una tocco grottesco a una situazione che non è affatto divertente. E quello che succede nella pratica è anche meno divertente: infatti la gente porta di nascosto cibo in ospedale. Una coscia di pollo in tasca; pesce gefilte nella giacca; hummus, patate fritte e insalata nel doppio fondo della borsa per la doccia. Questa settimana ho portato di contrabbando un quarto di pollo avvolto nei pantaloni del pigiama. Per alcuni pazienti, il cibo fatto in casa è il loro maggior conforto.

Potreste dire: ma insomma, è solo per una settimana all’anno. Oppure potreste dire: non è così terribile, alla fine si tratta solo di cibo. E ci vogliamo dimenticare la tradizione? Ma non si tratta solo di una settimana, la cosa è molto peggiore di quanto sembra. Perché mentre Israele si vanta di essere tanto progressista, non si accorge di come sta andando giù per la china verso le tenebre. Proprio così: un paese che si comporta in questo modo è nelle tenebre. Le tradizioni non si trasmettono con le guardie armate.

Il giorno in cui Israele sarà un po’ più democratico e un po’ meno ebraico, inshallah, ognuno potrà mangiare quel che gli pare, dove gli pare. Sembra una cosa irrealizzabile? In effetti, nell’Israele del 2017 è un’utopia.

(http://www.haaretz.com/misc/article-print-page/.premium-1.783140)

Traduzione di Donato Cioli

http://www.assopacepalestina.org/




Gaza..100 mila ore di isolamento

Gennaio 2017

A cura del Euro-Mediterranean Human Rights Monitor

l seguente rapporto è stato redatto dall’ ”Euro-Mediterranean Human Rights Monitor”, un gruppo di esperti e di volontari che ha come obiettivo lavorare nella regione mediterranea per analizzare e denunciare la situazione di oppressione e le atrocità che vi si commettono e mobilitare l’opinione pubblica sui temi del rispetto del diritto umanitario internazionale. In questo documento, redatto nel gennaio 2017, vengono denunciate le terribili condizioni in cui si trova attualmente la Striscia di Gaza, indicando le responsabilità del governo israeliano in merito.

Oltre il danno la beffa

Una replica indiretta a questo rapporto è rappresentata da una lettera all’ONU resa pubblica l’8 aprile dal coordinatore dell’esercito israeliano per i territori palestinesi occupati, preceduta da alcuni post sulla sua pagina Facebook ufficiale, riportata in un articolo di Haaretz. In queste dichiarazioni il rappresentante militare dei principali responsabili dell’assedio e della distruzione a cui è sottoposta la Striscia, il governo israeliano ed il suo esercito, attribuisce la responsabilità della situazione ai palestinesi.

La redazione di Zeitun ritiene importante tradurre sia il rapporto che la posizione israeliana offrendo così al lettore la possibilità di misurare la differenza tra quanto risulta dall’analisi della situazione da parte di un’associazione terza e le affermazioni della propaganda israeliana.

Indice  del Rapporto 100.000 ore di isolamento…

Introduzione

Una Striscia isolata

Operazioni militari israeliane

Sfollati interni (IDP) e piano di ricostruzione di Gaza

Spostamenti attraverso il valico di Eretz

Collasso economico

Undici anni di blocco

Restrizioni alla navigazione minacciano la vita dei pescatori

La zona di sicurezza israeliana impedisce ai palestinesi l’accesso a terreni coltivabili

La crisi dei rifugiati: l’UNRWA non è in grado di garantire le necessità fondamentali

Un popolo imprigionato

Ingresso di combustibili e e crisi elettrica

Implicazioni giuridiche

AGIRE SUBITO

Introduzione

Dal 2008 Israele ha lanciato tre offensive militari contro la Striscia di Gaza, provocando danni irreversibili alle fragili infrastrutture e accentuando una crisi umanitaria già in atto. Oltre a queste distruzioni, la Striscia di Gaza resta sottoposta ad un blocco asfissiante che strangola i palestinesi da più di 11 anni.

Il blocco ha colpito la vita quotidiana di più di 2 milioni di abitanti, compreso 1 milione e 300 mila rifugiati, direttamente nei loro mezzi di sopravvivenza. Questo blocco, illegale in base alle leggi internazionali e frequentemente condannato da istituzioni internazionali, mantiene l’enclave costiera in uno stato di costante carenza di medicine, acqua, combustibile e cibo. Inoltre le restrizioni alla libertà di movimento di prodotti continua ad impedire la ricostruzione di migliaia di abitazioni, scuole, ospedali, impianti per la produzione di energia e reti idriche distrutti durante l’offensiva israeliana “Margine protettivo” del 2014. In più, lo stretto controllo da parte di Israele del traffico commerciale ha contribuito a ridurre ulteriormente le risorse di un’economia al collasso. Con un tasso di disoccupazione che ha superato il 43,2% della popolazione, un crescente numero di famiglie gazawi si sta ulteriormente impoverendo. La dipendenza dagli aiuti diventa più acuta mentre l’accesso agli aiuti internazionali resta bloccato.

Una Striscia isolata

Israele ha una lunga storia di isolamento della Striscia di Gaza, con vari blocchi dagli anni ’90. Tuttavia quello imposto nel 2006 è una forma di punizione collettiva senza precedenti per gravità e durata.

Nel settembre 2007 Israele ha dichiarato Gaza “entità ostile” ed ha stabilito che “sanzioni aggiuntive verranno applicate al regime di Hamas per limitare il passaggio di vari beni nella Striscia di Gaza e ridurre le forniture di combustibile ed elettricità. Verranno anche applicate restrizioni al movimento delle persone verso e dalla Striscia di Gaza.” In base alle leggi umanitarie internazionali Israele continua ad essere una potenza occupante nonostante lo spostamento di 8.000 “coloni” dalla Striscia di Gaza nel 2005.

Israele continua a controllare dal suo territorio l’entrata e l’uscita da Gaza, così come lo spazio aereo e marittimo della Striscia. Analogamente controlla l’anagrafe di Gaza, le reti delle telecomunicazioni e molti altri aspetti della vita quotidiana e delle infrastrutture, rendendo quasi impossibile ai residenti di provvedere al proprio sostentamento e di costruirsi un futuro prospero. Israele quindi sta violando l’assoluta proibizione di punizioni collettive da parte delle leggi umanitarie internazionali, penalizzando tutta la popolazione di Gaza per le azioni di pochi.

In più, dal 2008, lo Stato di Israele ha lanciato tre offensive militari contro la Striscia di Gaza, devastando le sue già precarie infrastrutture ed accentuando la crisi umanitaria determinata dal blocco asfissiante imposto da 11 anni.

Operazioni militari israeliane


* Operazione “Piombo fuso” (dicembre 2008-gennaio 2009): 1.436 palestinesi uccisi e più di 5.400 feriti.


*
Operazione “Pilastro di difesa” (14 – 21 novembre 2012): 162 palestinesi uccisi e più di 1.300 feriti.


* Operazione “Margine protettivo” (8 luglio – 26 agosto 2014): circa 2.147 palestinesi uccisi e più di 10.741 feriti.


* Durante le tre operazioni militari lanciate contro Gaza, densamente abitata, Israele ha utilizzato 24.000 tonnellate di esplosivo.

    1. 10.741 palestinesi sono stati feriti, di cui 3.303 bambini.

    2. Un terzo dei bambini feriti patiranno danni a lungo termine.

    3. Le forze israeliane hanno sistematicamente ignorato misure sufficienti per proteggere i non combattenti.

    4. Gli attacchi hanno provocato danni senza precedenti alle infrastrutture determinando una situazione economica disastrosa (circa 58.000 abitazioni sono state completamente o parzialmente distrutte).

La Striscia di Gaza è considerata una delle zone più densamente popolate del mondo ed è ermeticamente chiusa entro i suoi due confini. Le operazioni militari israeliane, condotte tra il 2008 e il 2014, sono costate la vita a 3.745 palestinesi e ne hanno feriti 17.441.

Israele non solo non ha preso le misure necessarie per risparmiare la popolazione civile, ma ha anche preso di mira luoghi densamente abitati, provocando un grande numero di vittime.

L’operazione “Margine protettivo”, la terza esplosione di ostilità tra Israele e le fazioni armate palestinesi nella Striscia di Gaza in meno di sei anni, ha provocato danni senza precedenti alle infrastrutture, con la conseguenza di una disperata situazione economica con quasi metà della popolazione disoccupata.

Sfollati interni (IDPs) e il piano di ricostruzione di Gaza

Fatti principali

* Le procedure internazionali non sono riuscite a far entrare materiali da costruzione (GRM), in quanto troppo lente nel processo di ricostruzione, per cui la quantità di cemento che è entrata nella zona rappresenta il 33% delle necessità per la ricostruzione.

  • Gli attacchi hanno privato circa 65.000 persone di una casa.

  • Solo il 46% dei fondi dei donatori (un miliardo e 596 milioni di dollari) sono stati destinati al settore della ricostruzione negli ultimi due anni.

Durante l’attacco del 2014 durato 50 giorni Israele ha condotto un numero stimato di 60.664 raid aerei, terrestri e navali, distruggendo o danneggiando gravemente in tal modo 18.000 unità abitative che richiedono materiali per la sistemazione e la costruzione irreperibili sul mercato locale.

Solo il 46% dei fondi dei donatori (un miliardo e 596 milioni di dollari) sono stati destinati al settore della ricostruzione negli ultimi due anni sull’ammontare totale stanziato durante la Conferenza per la Ricostruzione di Gaza, 3 miliardi e 507 milioni di dollari.

Con zone densamente abitate attaccate in modo indiscriminato, al culmine dell’offensiva più di 485.000 persone sono state spostate. Il numero è diminuito gradualmente durante e dopo l’attacco.

Per migliorare le condizioni delle persone sfollate che vivevano nei rifugi in seguito alle distruzioni provocate dall’attacco di 50 giorni, nell’ottobre 2014 si è tenuta al Cairo una conferenza di donatori sulla ricostruzione di Gaza, durante la quale la comunità internazionale ha promesso 5.4 miliardi di dollari (circa 300 milioni di dollari erano stati ricevuti fino a quel momento), metà dei quali era destinata alla ricostruzione dell’enclave costiera.

La conferenza si è tenuta in seguito all’istituzione del “Dispositivo per la Ricostruzione di Gaza (DRG [in inglese GRM, ndt])” nel settembre 2014, in quanto l’ONU aveva informato della necessità di costruire 89.000 nuove case e 26 nuove scuole, oltre a massicci interventi di riparazione delle infrastrutture. Il DRG era stato elaborato dall’inviato speciale ONU Robert Serry per consentire l’ingresso di materiali da costruzione nella Striscia, compreso il monitoraggio della distribuzione nella destinazione del cemento per garantire che la ricostruzione si facesse senza consentire alle fazioni armate palestinesi di utilizzare per scopi militari i materiali ricevuti.

Nel settembre 2016 il direttore dell’ufficio della Banca Mondiale in Cisgiordania e a Gaza, Marina Louis, ha affermato: “Più di 70.000 persone a Gaza hanno sofferto a causa di spostamenti interni per molto tempo. La situazione a Gaza è fonte di grande preoccupazione, e non sono ancora riscontrabili le condizioni necessarie per una crescita economica sostenibile.”

Due anni dopo l’adozione del “Dispositivo per la Ricostruzione di Gaza (DRG)” questo è stato un fallimento in loco, in quanto l’ammontare totale del cemento entrato a Gaza attraverso il valico di Kerem Shalom ai fini della ricostruzione è stato solo di 1.166.684 tonnellate. Una simile quantità è ovviamente indicativa del tasso molto lento al quale il DRG procede.

Finora solo il 33% delle necessità della Striscia di Gaza sono state soddisfatte. Sono necessari ancora quasi altri due milioni di tonnellate di cemento.

Quelle che sono state ricostruite finora sono solo 2.167 unità abitative delle 11.000 totalmente distrutte. Ciò rappresenta solo il 19,7% delle reali necessità. Inoltre il numero di unità abitative in via di costruzione è di 3.002. Solo 1.839 di queste hanno a disposizione fondi per essere completate. 3.992 altre abitazioni rimangono in attesa di fondi per l’inizio dei lavori di costruzione.

Spostamenti attraverso il valico di Erez

Fatti principali

* Le autorità israeliane hanno annullato 1.900 permessi commerciali su 3.700.

* Durante l’ottobre 2016, il 52% dei permessi richiesti da dipendenti dell’ONU a gaza sono stati respinti, rispetto al 3% nel gennaio dello stesso anno.

* Le autorità israeliane hanno annullato circa 280 dei 350 permessi concessi a uomini d’affari, compresa la cancellazione di due dei quattro permessi per donne.

* Alla fine del 2016 meno del 50% delle richieste per uscire passando da Erez per cure mediche all’estero è stato approvato. si è trattato di una percentuale bassa rispetto a quella del 2012, quando il 92,5% delle richieste era stato approvato.

La libertà di movimento nella Striscia di Gaza rimane un serio problema che deve affrontare ogni palestinese che desideri lasciare la Striscia o tornare a casa. Con l’Egitto che continua a chiudere il valico di Rafah per la maggior parte del tempo, Erez è diventato l’unica alternativa per la gente di Gaza.

Dopo l’operazione “Margine protettivo” nel 2014, la gente che entra o esce attraverso Erez è aumentata di numero. Tuttavia questo incremento è assolutamente insufficiente per rispondere alle necessità della popolazione della Striscia di Gaza. Infatti il numero delle persone che transitano è solo circa il 2% del totale nel 2000.

Le prassi delle autorità israeliane hanno peggiorato notevolmente le possibilità di movimento degli abitanti di Gaza. Nel 2016 migliaia di persone non hanno potuto viaggiare, una pratica frequente di cui Israele fornisce, quando le fornisce, giustificazioni poco chiare relative per lo più a questioni di sicurezza. Inoltre sempre più persone che riescono a passare sono sottoposte a interrogatori ed anche al rifiuto del permesso mentre cercano di attraversare Erez. Nel 2016 solo il 46% delle domande per un permesso di transito sono state approvate da Israele, segnando una diminuzione rispetto all’80% nel 2013.

I rifiuti del permesso per i palestinesi, soprattutto per gli uomini d’affari, in base a questioni di sicurezza hanno iniziato ad aumentare notevolmente alla fine del 2015. Questi rifiuti hanno impedito, tra molte altre categorie, a congiunti di fare visite a familiari, a professionisti di partecipare a opportunità di crescita professionale all’estero e a studenti di accedere a vari programmi educativi in tutto il mondo.

Le pratiche israeliane hanno implicato anche deliberate lunghe attese nel tentativo di attraversare Erez. Alcune delle poche ragioni fornite per questi ritardi sono interrogatori e ulteriori procedure per il permesso prima del rifiuto finale.

Gruppi colpiti dall’imposizione del rifiuto per ragioni di sicurezza

1. Commercianti e uomini d’affari

Nel 2016 molti commercianti e uomini d’affari palestinesi della Striscia di Gaza si sono visti negare il permesso per attraversare il valico di Erez, a volte in base a questioni di sicurezza. “Gisha”, il “Centro Giuridico Israeliano per la Libertà di Movimento”, riporta che 1.900 su 3.700 permessi commerciali rilasciati a operatori commerciali e uomini d’affari nella Striscia di Gaza sono stati annullati ed è stato messo in atto un bando sui loro spostamenti. La lista di uomini d’affari a cui è stato imposto il bando include persone che hanno da molto tempo rapporti d’affari in Israele e in Cisgiordania ed altri che stanno cercando di stabilire nuovi rapporti di affari all’esterno. Alcuni commercianti hanno riferito che il bando nei loro confronti è come minimo di un anno. In seguito a ciò la crescita del commercio e il suo contributo all’economia sono diminuiti per la continua cancellazione di permessi di transito, colpendo quindi le vite dei lavoratori di vari settori industriali.

2. Pazienti che cercano cure mediche

Il numero di pazienti che necessita di urgenti cure mediche irreperibili nella Striscia di Gaza è notevolmente aumentato. Tuttavia il numero di permessi di transito per questi pazienti è diminuito, provocando ulteriori sofferenze, che a volte provocano la morte.

Nel 2016 “Medici per i Diritti Umani” (MDU) ha registrato l’incremento del numero di pazienti affetti da tumore che si sono lamentati presso l’organizzazione per il rifiuto da parte di Israele delle loro richieste di viaggiare per cercare una cura all’estero in base a ragioni di sicurezza. In questo rapporto MDU documenta 43 di questi casi nella prima metà del 2016, e lo confronta con il numero di 48 da loro curati nello stesso periodo di tempo lo scorso anno.

Nel 2015, 242 pazienti hanno cercato l’aiuto di MDU e 150 di loro hanno ottenuto la rimozione del bando per la sicurezza da parte di Israele. Nel 2016 tuttavia c’è stata una netta riduzione delle risposte di Israele alle richieste di MDU: Israele ha concesso il permesso solo a circa il 25% delle domande presentate dai pazienti. Secondo un rapporto dell’OMS [Organizzazione Mondiale per la Sanità, ndt.] nel 2016 la percentuale di permessi approvati per consentire ai pazienti di ricevere trattamenti medici fuori dalla Striscia di Gaza è scesa dal 92,5% nel 2012 al 77,5% nel 2015. Nell’ottobre 2016 la percentuale dei permessi di uscita approvati ha rappresentato solo il 44%.

3. Personale locale di istituzioni ed enti internazionali

L’ufficio per il Coordinamento per gli Affari Umanitari dell’ONU ha informato che il tasso di permessi negati a dipendenti degli aiuti umanitari internazionale è recentemente salito al 49%. Nell’ottobre 2016 la percentuale è stata del 52%, rispetto al 3% nel gennaio dello stesso anno.

Nell’ottobre 2016 più di un centinaio di permessi richiesti per visite sono stati rifiutati. Questo dato include le richieste di 40 dipendenti dell’ONU e di altre agenzie internazionali, con alcune di queste che hanno ricevuto un divieto di un anno ed altre che hanno visto cancellare il proprio permesso quando erano ad Erez. Nel 2016 almeno 8 membri del personale dell’ONU e di altre istituzioni internazionali hanno segnalato la cancellazione dei loro permessi da parte delle autorità della sicurezza israeliana. Nel 2015 sono state registrate solo due di queste cancellazioni.

Collasso economico

Fatti principali

  • Quando il blocco è stato imposto per la prima volta, l’economia di Gaza è caduta in uno stato generale di recessione.

  • Alla fine del 2016 il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 43,2%

* Il tasso di povertà è salito al 65% e quello dell’insicurezza alimentare al 72%

  • Il numero di palestinesi di gaza che vive sotto il livello di povertà è due volte e mezza di quello di chi vive in Cisgiordania

Mentre Israele sta soffocando l’economia di Gaza, i suoi tre attacchi in meno di un decennio hanno provocato una completa paralisi economica in seguito alla devastazione delle infrastrutture già precarie a causa di questi attacchi.

Le autorità israeliane continuano a bloccare l’ingresso di molte merci, macchinari industriali e sanitari e materiali per attrezzature, compresi quelli edili, entrati in quantità molto ridotte secondo IL DRG.

Ogni transito commerciale verso e dalla Striscia è completamente bloccato, tranne quello dal valico di Kerem Shalom, la cui percentuale di chiusura ha superato il 36% dei giorni durante il 2016.

Nel terzo quadrimestre del 2016 il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 43,2%. In Cisgiordania la percentuale è solo del 18,7%, poco meno della metà di quello di Gaza. Il tasso di povertà arriva al 65% e quello di povertà estrema al 21%. Il numero di palestinesi di Gaza che vivono sotto il livello di povertà è due volte e mezza quello dei palestinesi della Cisgiordania. Da quando sono state imposte restrizioni alla Striscia di Gaza nel 2007, la percentuale di povertà è salita del 20%.

Un risultato del blocco è stato anche un vero e proprio collasso economico. L’80% della popolazione di Gaza è diventato estremamente dipendente dal sostegno e dall’aiuto internazionali forniti dall’UNRWA [l’agenzia dell’ONU per i rifugiati, ndt.] e da altre organizzazioni internazionali di solidarietà. Inoltre il 72% delle famiglie di Gaza è a rischio alimentare.

Imprese piccole e grandi sono state gravemente colpite durante l’operazione “Margine Protettivo” del 2014. Un numero totale di 5.153 stabilimenti industriali è stato preso di mira. Sono necessari 520 milioni di euro per la loro ricostruzione, mentre solo 23 milioni di euro sono stati attualmente stanziati per la ricostruzione, il 16,5% del costo totale stimato.

La continua e gravissima crisi di combustibili ed energia ha duramente colpito la fornitura di servizi fondamentali alla popolazione di Gaza: acqua e sanità, rete fognaria, servizi medici ed educativi. Anche le attività economiche sono state colpite da questa crisi. L’alto costo di funzionamento di un generatore ha obbligato molte piccole imprese, soprattutto le start-up, a chiudere in un breve lasso di tempo. In più anche le attività commerciali, a causa dell’estrema riduzione di importazioni, esportazioni e movimenti, hanno chiuso. Altri 142 milioni di euro sono necessari per compensare le attività economiche distrutte durante l’operazione israeliana “Margine Protettivo”. La mancanza di questi aiuti ha portato serie conseguenze economiche, compresa la chiusura di imprese.Quindi sono state segnalate sempre meno opportunità lavorative, mentre sempre più posti di lavoro sono stati persi.

Secondo l’Associazione Industriale Palestinese, i contributi del settore privato si sono ridotti dal 25% prima del 2006-07 a solo il 5% attualmente, come diretta conseguenza dell’assedio e delle tre offensive militari.

A causa delle restrizioni imposte da Israele, la maggior parte delle imprese non è in grado o non ha intenzione di investire in beni capitali, a rischio di distruzione in qualunque momento. Ciò porta ad una significativa riduzione della produttività del lavoro nella Striscia di Gaza, soprattutto se confrontata con la Cisgiordania.

La pesca e l’agricoltura sono altri due settori industriali significativamente colpiti dal blocco. I pescatori possono navigare solo a 3-6 miglia nautiche nel Mediterraneo e sono soggetti ad arresto o ad essere mitragliati se le oltrepassano.

Gli agricoltori devono affrontare problemi simili, con le loro fattorie agricole sotto costante minaccia di distruzione e le loro stesse vite in pericolo a causa dei soldati e dei cecchini israeliani.

Se questo blocco continuerà a limitare la vita economica dei palestinesi della Striscia di Gaza, essi rimarranno paralizzati economicamente e in misura ancora maggiore con il passar del tempo. La recessione economica, l’insicurezza alimentare, la disoccupazione, la povertà, la dipendenza dall’aiuto internazionale e la diminuzione della fiducia in investimenti economici continueranno a dominare la situazione di Gaza.

Esportazioni

Nel settembre 2005 Israele ha firmato un accordo con l’Autorità Nazionale Palestinese sui movimenti di beni attraverso i valichi controllati dagli israeliani. In base ai termini dell’accordo, 400 camion possono uscire giornalmente da Gaza. Tuttavia il numero di camion che hanno il permesso non supera i 100. Inoltre Israele esporta i prodotti di Gaza in altri Paesi e non consente di esportarli sui mercati della Cisgiordania. Al momento solo a poche quantità di frutta, ortaggi e mobili è consentita l’esportazione dalla Striscia di Gaza.

Nel 2016 il numero di camion per l’esportazione di prodotti ai mercati della Cisgiordania, di Israele e di altri Paesi è stato di 2.129, il che rappresenta il 42% del numero totale prima che venisse imposto il blocco.

Undici anni di blocco

Prima del blocco della Striscia di Gaza il movimento di persone e beni verso e dalla Striscia avveniva attraverso sei valichi: Erez, Karni, Nahal Oz, Kerem Shalom e Sufa, al confine con Israele, e dalla frontiera di Rafah con l’Egitto.

Prima del 2007, la media giornaliera di camion che uscivano dalla Striscia era di circa 70 e di quelli in entrata era di circa 583. La maggior parte dei prodotti entrava dal valico di Karni, nel nord-est di Gaza. Il combustibile per l’unico impianto per la produzione di energia entrava dal valico di Nahal Oz, a est di Gaza.

Il valico di Karni è stato chiuso nel 2007 e quello di Sofa nel settembre 2008. La maggior parte dei prodotti ora entra da Kerem Shalom, che funziona solo parzialmente.

Durante i due anni che hanno seguito il blocco totale imposto nel 2007, il numero medio di camion entrati nella Striscia è stato di circa 112, il che rappresenta circa un quinto del numero consentito prima del blocco. In seguito è stato vietato esportare prodotti dalla Striscia tranne che per pochi generi e in quantità limitate.

Le restrizioni alla navigazione minacciano le fonti di sussistenza dei pescatori

 

In base agli accordi di Oslo del 1994, firmati dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e da Israele, ai palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza dovrebbe essere consentito l’accesso fino a 20 miglia nautiche, cioè 37 km nelle acque territoriali palestinesi nel mar Mediterraneo. Tuttavia i pescatori palestinesi sono sempre stati respinti a meno di 12 miglia nautiche.

 

Nel 2002 ai palestinesi è stato consentito l’accesso fino a 12 miglia nautiche prima che nel 2006, poco dopo la vittoria di Hamas nelle elezioni politiche, il limite venisse ridotto a 10 miglia nautiche. Il limite è stato poi ulteriormente ridotto a 6 miglia nautiche nell’ottobre 2006 e a 3 miglia nautiche nel 2009, dopo l’operazione “Piombo Fuso”. In seguito all’accordo di cessate il fuoco alla fine dell’operazione “Pilastro di Difesa” nel novembre 2012, ai palestinesi è stato consentito l’accesso a 3-4 miglia nautiche e si è stabilito che questo limite sarebbe stato gradualmente esteso a 6 e alla fine a 12 miglia nautiche.

A causa delle restrizioni imposte ai pescatori, il pescato è sceso dalle 3.650 tonnellate nel 1999 alle 1.938 nel 2012, una perdita annuale di circa il 47%. Il numero di pescatori tra il 2000 ed il 2016 è sceso da circa 10.000 a 4.000, rendendone circa il 95% dipendente dagli aiuti internazionali, come documentato dall’UNOCHA.

La zona di sicurezza israeliana impedisce ai palestinesi l’accesso a terreni coltivabili

Circa il 35 %delle terre ad uso agricolo è stato fagocitato con il divieto di accesso alla terra imposto a Gaza da Israele, che ha creato una zona non accessibile profonda 3 km. per venire incontro alle sue preoccupazioni di sicurezza rendendo quasi impossibili gli investimenti in tali aree, dal momento che i contadini sono costantemente in una situazione di pericolo a causa dei metodi di controllo imposti da Israele, quali l’uso di munizioni vere, lo spianamento dei terreni agricoli e l’arresto dei contadini.

Nell’ultimo decennio i contadini hanno dovuto soffrire una perdita delle loro fonti di entrate e dei loro mezzi di sostentamento, compresi la distruzione di serre, i danni alle terre agricole, lo sradicamento di alberi e la morte del bestiame.

La sanità

Fatti principali

Alla fine del dicembre 2016 mancavano del tutto nella Striscia di Gaza

* Circa il 35% dei medicinali indispensabili, 481 prodotti; non e’ stato concesso il permesso di importazione a Gaza del 70% degli aiuti sanitari e del carburante destinato a far funzionare i generatori degli ospedali

Negli ospedali di Gaza 300 apparecchi medici non funzionanti necessitano di parti di ricambio, 18 di manutenzione e/o di essere sostituite a causa del blocco all’ingresso di nuove apparecchiature

Durante il 2016 è stato congelato il reclutamento di nuovo personale medico, nonostante che il settore abbia bisogno annualmente di 800 lavoratori

Il debole sistema sanitario di Gaza è stato profondamente danneggiato dalle restrizioni israeliane imposte sia all’accesso a prodotti sanitari fondamentali che alla possibilità di movimento dentro e fuori dalla Striscia di Gaza.

Il sistema sanitario pubblico di Gaza è stato gravemente danneggiato dal blocco israeliano e, ancor peggio, dalla divisione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Gravi carenze di medicine essenziali e di macchinari sanitari, la continua instabilità della fornitura di energia, la grave scarsità di carburante per i generatori e un’ inadeguata capacità di manutenzione hanno causato un aumento del deterioramento della qualità del servizio sanitario.

Il blocco pone altre serie difficoltà al sistema sanitario e cioè una mancanza di aggiornamento del personale medico specializzato e la quasi totale impossibilità di accedervi. Il ministero della Salute di norma ha la necessità di impiegare 800 lavoratori nel settore, molti dei quali non possono viaggiare per le restrizioni sui permessi di ingresso e di uscita da parte di Israele. I lavoratori del servizio sanitario assunti dopo il 2007 ricevono solo il 45% del loro salario base e di conseguenza quelli più qualificati cercano un’altro impiego, qualche volta perfino di andarsene.

Alla fine del dicembre 2016 quasi il 35% (481 prodotti) dei farmaci essenziali mancava del tutto nel magazzino sanitario centrale di Gaza e il 40-45% (50 specialità) era disponibile in piccole quantità. In seguito alla crisi energetica a Gaza, il settore sanitario necessita mensilmente di 420-450 mila litri di diesel per far funzionare 87 generatori nei presidi sanitari di Gaza. Quando l’importazione del carburante non viene concessa in quantità sufficienti, ne seguono conseguenze catastrofiche, specialmente tra i pazienti che hanno bisogno di ossigenazione.

Nel 2014, l’operazione “Margine Protettivo” ha prodotto effetti disastrosi sulla situazione sociale e psicologica dei bambini, di cui circa 551 sono stati uccisi e più di 3000 feriti. Inoltre un bambino su 4 ha bisogno di sostegno psicologico a causa del trauma e delle perdite subite nel corso dei violenti scontri, quali ferite fisiche, paura del rombo dei bombardamenti e morte di parenti o amici.

Più di 1000 pazienti al mese hanno bisogno di permessi per andare a curarsi in ospedali fuori dalla Striscia di Gaza, in particolare a Gerusalemme Est, in Cisgiordania, in Israele e in Giordania, ma a molti di questi viene negato da Israele il permesso di lasciare Gaza. Il 50% delle richieste di trasferimento dei pazienti è respinto da Israele. Il 25% delle richieste approvate riguarda pazienti affetti da cancro.

Nel 2016 nella Striscia si è notato un forte incremento nel numero dei pazienti malati di cancro. È stato calcolato che il numero [dei malati] è salito a 10.189, in altre parole, 476,4 per 100.000 abitanti – 80 al mese – soffrono di cancro, un aumento dovuto principalmente all’uso da parte di Israele di armi chimiche e altre proibite dal diritto internazionale. Il ministero della Salute di Gaza generalmente è solito indirizzare agli ospedali israeliani ed egiziani i pazienti per curarsi. I pazienti inviati in Israele, soprattutto gli uomini di età compresa tra i 18 e i 45 anni, vengono spesso ricattati e viene loro richiesto di fermarsi per interrogatori relativi alla sicurezza, durante i quali devono rispondere a domande riguardanti le fazioni armate palestinesi.

La crisi dei rifugiati: l’UNRWA non è in grado di provvedere alle necessità fondamentali

L’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Assistenza e il Lavoro ai rifugiati palestinesi (UNRWA) attua programmi di aiuto, offrendo aiuto alimentare e finanziario a più di 1.340.000 rifugiati a Gaza. Tuttavia, la maggioranza dei rifugiati soffre ancora di insicurezza alimentare.

Una ricerca condotta nel 2014 da parte dell’UNRWA mostra che il 46,7% dei gazawi, circa 900.000 persone, soffre di insicurezza alimentare. Quasi ogni rifugiato soffre per mancanza di cibo, acqua, elettricità, salute, educazione o di un rifugio. Sentimenti di insicurezza e ansietà continuano a interessare questi rifugiati in seguito ai ripetuti attacchi e al soffocante assedio durante l’ultimo decennio.

Il numero dei rifugiati sta aumentando considerevolmente ogni anno. Nel 2000, vi erano quasi 800.000 rifugiati distribuiti nei vari campi della Striscia di Gaza. Nel 2016 il numero dei rifugiati è salito a 1.340.000 e si stima che raggiungerà la cifra di1.600.000 nel 2020.

Dato il continuo aumento del numero e dei bisogni dei rifugiati nella Striscia di Gaza, tenuto conto della crisi finanziaria fronteggiata dall’UNRWA, l’accesso agli aiuti rimane ridotto per la maggior parte di loro. Il numero dei rifugiati bisognosi è salito a 900.000 nei pochi ultimi anni. Il 72% della popolazione di Gaza si trova al di sotto della linea della povertà. Nel 2014 prima dell’operazione “Margine Protettivo”, essi dipendevano principalmente dall’aiuto alimentare. Tuttavia tale aiuto presto è diminuito, lasciando la maggior parte dei rifugiati impossibilitati a provvedere ai loro bisogni fondamentali.

Il blocco continua ad avere un pesante impatto sulla situazione umanitaria dei rifugiati nella Striscia di Gaza, provocando un collasso nel settore privato e un enorme aumento della disoccupazione. Di conseguenza i bisogni dei rifugiati sono cresciuti molto al di là di quello che attualmente l’UNRWA è in grado di fornire.

A causa di un deficit finanziario del 65%, dopo l’operazione “Margine Protettivo”, l’UNRWA ha annunciato una riduzione del numero dei beneficiari dell’assistenza alimentare e di altri servizi e circa 43.000 famiglie di rifugiati sono state cancellate da quella lista. Inoltre l’UNRWA ha deciso di limitare la quota del suo programma di aiuto finanziario, che era solito fornire circa 40 dollari [38 euro a famiglia] per un totale di 21.000 famiglie di rifugiati.

Nel suo rapporto dell’agosto 2016, l’UNRWA ha studiato con cura [un piano] per l’emergenza a Gaza, affermando che era in grado di pagare 4.4 milioni di dollari[4.139.000 euro] per pagare per un certo periodo l’affitto ai rifugiati le cui case erano state distrutte durante gli attacchi del 2014.

Il rapporto ha documentato che fin dall’inizio del suo intervento d’emergenza riguardo alle necessità di offrire accoglienza nel 2014, l’UNRWA ha elargito, escludendo l’appoggio [già] programmato, aiuti finanziari superiori ai 2 miliardi e 39 milioni di dollari[1miliardo e 918 milioni euro] alle famiglie dei rifugiati palestinesi le cui case sono state distrutte durante l’operazione “Margine Protettivo”. 6.113 famiglie hanno ricevuto denaro in contanti per iniziare la ricostruzione delle loro case completamente distrutte, il cui costo totale tuttavia è stimato in 3.155 miliardi di dollari[2.968 miliardi di euro]

Più di 60.160 famiglie di rifugiati, le cui case sono state lievemente danneggiate, non hanno ricevuto nessun contributo per il lavoro di risistemazione, il cui costo totale è di 67.9 milioni di dollari[64 milioni di euro]. 3.694 famiglie le cui case sono state seriamente danneggiate, non hanno mai ricevuto un’assistenza finanziaria per cominciare le riparazioni, il cui costo totale è stimato in 33.2 milioni di dollari[31 milioni di euro].

Inoltre, altre 1.089 famiglie le cui case sono state completamente distrutte, non hanno ricevuto nessun aiuto mentre cercavano di ricostruire le loro case, il cui costo totale stimato si aggira sui 9.7 milioni di dollari[9.125.000euro]

Nel 2016, in un discorso sulla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza, il direttore operativo dell’UNRWA, Bo Shack ha detto: “ Rispetto agli ultimi 6 mesi, la situazione umanitaria è considerevolmente peggiorata. Gaza sta passando un momento veramente brutto, con un tasso di disoccupazione elevato, mancanza di acqua, danni alle infrastrutture, continue interruzioni di energia e le restrizioni imposte alla libertà di movimento degli individui da e verso Gaza”.

L’ultimo recente attacco del 2014 ha determinato un aggravamento dell’inquinamento idrico e della carenza d’acqua nella Striscia, dove circa 1.3 milioni di palestinesi hanno difficoltà di accesso all’acqua e ai servizi sanitari, specialmente in quanto l’80% dei pozzi non è utilizzabile.

Secondo l’Autorità palestinese per l’acqua, circa il 95% dell’acqua per uso potabile non risponde agli standard per la potabilità dell’acqua fissati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il blocco come anche lo scarso intervento, quando permesso da Israele, di programmi internazionali contribuisce all’aggravarsi del problema dell’acqua nella Striscia di Gaza.

Si prevede che, se l’attuale situazione non migliorerà entro il 2020, la critica mancanza di acqua . diventerà irreparabile.

Le conseguenze delle interruzioni di energia si aggiungono alla gravità dei problemi idrici nella Striscia di Gaza. Giacché i servizi idrici dipendono notevolmente dalla disponibilità di elettricità, il 30% della popolazione oggi non ha un facile accesso all’acqua, mentre l’80% deve acquistare acqua potabile per gli usi domestici al posto della mancanza d’acqua corrente.

Dall’altro lato, l’UNRWA non è in grado di stare al passo con i crescenti bisogni educativi dei rifugiati nella Striscia di Gaza. Con una capacità finanziaria ridotta, l’UNRWA non può più garantire un servizio educativo efficiente ai circa 240.000 studenti rifugiati iscritti nelle sue scuole, pari al 55% del totale delle scuole della Striscia di Gaza.

Date le sfide summenzionate che la popolazione di Gaza e l’UNRWA [si trovano ad affrontare], le scuole continuano a essere incapaci di migliorare la qualità del servizio educativo. Il blocco e i ripetuti attacchi israeliani contro la Striscia hanno prodotto un notevole declino della qualità dell’educazione fin dal 2007. Spesso durante gli attacchi insegnanti e studenti hanno smesso di andare a scuola per evitare di mettere in pericolo la loro vita, il che ha determinato frequenti interruzioni degli studi.

Dato che sempre più studenti sono iscritti nelle scuole UNRWA, la necessità di rinnovare quelle vecchie e danneggiate e di costruirne di nuove [ha raggiunto livelli] critici. Tuttavia, la continua chiusura dei valichi sta portando a una mancanza dei materiali materiali da costruzione necessari per far progredire le infrastrutture educative. Per affrontare ciò, in primo luogo, le scuole devono raggruppare gli studenti in numeri così grandi che una singola classe può avere 45 o perfino ancor più studenti.

Le conseguenze di queste classi sovraffollate sono facili da indicare: minore qualità. Secondo, il 90% dei 252 istituti scolastici dell’UNRWA a Gaza lavora con due e qualche volta tre turni per poter accogliere il gran numero di studenti. Tuttavia questo piano per affrontare la situazione ha degli inconvenienti. Con ogni turno che dura troppo poco, circa 4 ore al giorno, gli studenti e gli insegnanti hanno minori opportunità di produrre rispettivamente un apprendimento attivo e un insegnamento efficace.

Un popolo imprigionato

I palestinesi che vivono a Gaza sono ancora privati del loro diritto alla libertà di movimento. Sia che lo scopo del loro viaggio consista nel lavorare, studiare, visitare congiunti o ricevere cure mediche, e sia che intendano uscire da Gaza o farvi ritorno, ricevono il diniego del loro diritto da parte di Israele.

Le autorità israeliane vietano ai gazawi di andare a visitare i propri parenti che vivono al di fuori della Striscia, nonostante il fatto che circa il 35% della popolazione di Gaza abbia parenti in Israele, a Gerusalemme est e in Cisgiordania.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) considera le restrizioni israeliane alla libertà di movimento di persone e merci tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania come “parte della politica di separazione”, la stessa politica che nega ai palestinesi l’accesso alle cure mediche, all’educazione o al lavoro in Cisgiordania e Gerusalemme est.

Benché si fosse impegnato nel 2010 ad alleviare le restrizioni e a permettere alle persone di muoversi più liberamente, facilitando le procedure di ottenimento dei permessi di ingresso ed uscita dalla Striscia per motivi medici e umanitari, incluse attività di aiuto internazionale, Israele non ha mantenuto quelle promesse.

Al contrario, ha rafforzato le restrizioni e ridotto il numero di permessi rilasciati per ragioni umanitarie e per operatori umanitari dipendenti da organizzazioni locali ed internazionali. La maggior parte dei permessi di uscita continua ad essere respinta arbitrariamente o rinviata per lunghi periodi.

Ingresso di combustibili e crisi elettrica

Alla fine di luglio 2013 l’esercito egiziano ha distrutto la maggior parte dei tunnel tra l’Egitto e Gaza. Nel maggio 2015 l’Egitto ha annunciato di essere riuscito a distruggere l’80% dei tunnel della Striscia, il che ha portato alla totale interruzione dell’ingresso di combustibile attraverso i tunnel.

Il risultato è stato che i palestinesi hanno sofferto di gravi restrizioni all’ingresso di combustibile e della conseguente impennata del suo prezzo. Inoltre l’unica centrale elettrica di Gaza ha lavorato solo al 46% della sua capacità. Spesso, negli anni recenti, ha dovuto interrompere del tutto l’attività a causa della fuoruscita di combustibile e i palestinesi di Gaza hanno dovuto affrontare lunghi e ripetuti periodi di blackout per 12-16 ore al giorno.

Le vere ragioni della crisi energetica nella Striscia di Gaza sono la forte riduzione di elettricità, la rapida crescita della domanda di energia e l’accumulazione di mancati pagamenti all’azienda. Nel 2012 questi hanno raggiunto la cifra di 3.5 miliardi di NIS [Nuovo Shekel Israeliano. Importo pari a circa 900 milioni di euro. Ndt.]. La popolazione non può pagare questa grossa somma a causa della situazione finanziaria peggiorata per via del blocco e dei ridottissimi redditi della maggior parte delle famiglie.

Il già alto costo dell’energia è ulteriormente aggravato dal peso delle tasse, per esempio la “blue tax” [tassa sul gasolio per uso industriale. Ndt.] imposta dal governo palestinese in Cisgiordania, che ammonta a 30 milioni di NIS [quasi 8 milioni di euro. Ndt] al mese.

Implicazioni giuridiche

Le autorità israeliane hanno imposto una politica di chiusura ed assedio alla Striscia di Gaza ininterrottamente per dodici anni. Israele mantiene uno stretto controllo sui passaggi terrestri e navali sia commerciali che non, impedendo ai residenti di Gaza di spostarsi per vari scopi, ai pescatori di pescare entro le aree concordate, a diversi tipi di merci di entrare e a farmaci e attrezzature mediche vitali indisponibili di essere conferiti agli ospedali. Non solo questa politica contraddice le promesse di Israele, ma costituisce anche una flagrante violazione dei suoi obblighi in base al diritto internazionale ed alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, che lo considera responsabile della sicurezza e del benessere dei cittadini che vivono nei territori che continua ad occupare.

Anche se Israele sostiene che Gaza non è più un territorio occupato in quanto se ne è ritirato nel 2005, la sua pretesa contraddice palesemente la realtà sul terreno. Israele continua a controllare totalmente i confini di Gaza, il suo spazio aereo e le sue acque territoriali. Inoltre dispone di un registro della popolazione dei gazawi, riscuote, a nome dell’ANP, le imposte sulle merci che entrano a Gaza attraverso i confini sotto il suo controllo ed esercita il potere su Gaza. In più, i pescatori non possono pescare liberamente o in sicurezza nelle acque territoriali palestinesi del Mediterraneo, cosa che è loro garantita dal diritto internazionale umanitario e dalle Convenzioni di Ginevra.

Israele sistematicamente limita o vieta l’entrata di cibo e prodotti medici, in aperta violazione del diritto internazionale umanitario. In base agli articoli 55-56 della Quarta Convenzione di Ginevra, è dovere dell’occupante fornire cibo e materiale sanitario alla popolazione che occupa.

In base all’articolo 54 del Primo Protocollo Addizionale delle Convenzioni di Ginevra (1977), è proibito affamare i civili. Questo costituisce anche un crimine di guerra, come definito dallo Statuto della Corte Penale Internazionale: “uso intenzionale della privazione del cibo per i civili come strumento di guerra, privandoli degli elementi indispensabili alla loro sopravvivenza, compreso il deliberato impedimento di ricevere aiuti di emergenza, come sancito dalle Convenzioni di Ginevra.”

Le conseguenze delle violazioni israeliane vanno oltre la privazione di cibo, giungendo fino alla devastazione delle infrastrutture civili. Nel corso dell’operazione “Margine Protettivo”, l’esercito israeliano ha distrutto deliberatamente un alto numero di strutture civili, in particolare installazioni industriali, reti elettriche e di comunicazione, impianti di trasporto e terreni agricoli. Nonostante gli sia legalmente vietato, continua ad impedire l’ingresso di materiali edili necessari a ricostruire ciò che è stato distrutto. Simili atti deliberati costituiscono gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra e del loro Primo protocollo Addizionale, il cui articolo 54 vieta di attaccare, distruggere, rimuovere o rendere inutilizzabili beni indispensabili alla sopravvivenza dei civili.

Il blocco della Striscia di Gaza è una forma illegale di punizione collettiva dell’intera popolazione. In quanto tale, costituisce una violazione dell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, che stabilisce che “nessuna persona protetta può essere punita per un’azione che lui o lei non abbia commesso personalmente. Sono proibite le punizioni collettive ed ugualmente tutte le misure di intimidazione o di terrorismo.”

La negazione da parte di Israele del diritto alla libertà di movimento per i palestinesi all’interno e all’esterno della Striscia di Gaza è collegato alla violazione di altri diritti di pari importanza, come quelli all’educazione e alla salute, per coloro che programmano di spostarsi per ricevere istruzione o cure mediche. Israele impedisce pervicacemente ai gazawi di lasciare la Striscia per qualunque motivo, ad eccezione di pochissimi casi di gravi situazioni umanitarie, sottostando ad una massacrante procedura di concertazione con le autorità competenti. Oltre a questa restrizione, Israele concede un periodo di tempo limitato di allontanamento da Gaza di un palestinese ed impedisce il rientro se tale periodo è scaduto. Ultimamente Israele ha iniziato a permettere ad alcuni commercianti di lasciare la Striscia per ragioni di affari, eppure ha arrestato parecchi di loro mentre attraversavano i posti di controllo.

Il diritto di viaggiare è un diritto umano fondamentale, non solo in base al diritto internazionale umanitario, ma anche in base all’articolo 12 del Protocollo Internazionale sui Diritti Civili e Politici (1966) sul diritto di tutti alla libertà di movimento e di scelta della residenza: “Ognuno è libero di lasciare un Paese, incluso il proprio” e “Nessuno può essere arbitrariamente privato del diritto ad entrare nel proprio Paese”.

AGIRE SUBITO

APPELLO ALLE AUTORITÀ ISRAELIANE PERCHE’ METTANO FINE ALL’ILLEGALE BLOCCO DI GAZA

La catastrofe umanitaria che si sta consumando nella Striscia di Gaza è una vergogna per l’umanità e per tutti coloro che assistono in silenzio alla povertà e alla mancanza di risorse.

In base al diritto internazionale umanitario Israele, in quanto potenza occupante, ha il dovere di garantire il benessere della popolazione di Gaza senza discriminazioni.

Israele non ha garantito i diritti umani della popolazione, compreso il diritto alla salute, all’educazione, al lavoro e ad un adeguato livello di vita, che include il diritto al cibo e ad una adeguata abitazione. Israele deve rispondere di fronte al diritto internazionale della punizione collettiva di un’intera popolazione.

Perciò l’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i Diritti Umani chiede urgentemente alla comunità internazionale di contribuire a porre fine al blocco della Striscia di Gaza.

Primo, chiediamo che il governo israeliano ponga fine al blocco.

Secondo, facciamo appello al governo israeliano perché smetta di perseguitare cittadini innocenti, pratica che viola la Convenzione di Ginevra del 1949.

Terzo, facciamo appello al governo egiziano perché apra il valico di Rafah per persone e merci, senza restrizioni.

Quarto, facciamo appello alla comunità internazionale perché renda Israele responsabile per le sue continue violazioni dei diritti umani e imponga sanzioni economiche ad Israele finché non rispetterà i diritti umani dei palestinesi. La comunità internazionale deve essere in grado di distinguere tra la punizione collettiva dei palestinesi da parte di Israele ed il conflitto politico tra Palestina ed Israele.

Quinto, facciamo appello alla comunità internazionale, in particolare all’Unione Europea e agli Stati Uniti, perché promuovano e sostengano la necessità di un porto a Gaza, che garantisca la libera importazione ed esportazione di merci ed i viaggi all’estero di privati. Gli impegni per il porto a Gaza non solo rispondono ad una priorità e necessità dei palestinesi, ma costituiscono anche un sostegno al loro desiderio di rendersi indipendenti.

(Traduzione a cura della redazione di Zeitun.info)

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Israele mette in guardia l’ONU su un’imminente crisi umanitaria nella Striscia di Gaza.

Il coordinatore militare israeliano incolpa Hamas per le insufficienti infrastrutture di Gaza per acqua ed elettricità.

Gili Cohen – 9 aprile 2017,Haaretz

Israele ha messo in guardia le Nazioni Unite su un imminente crisi umanitaria nella Striscia di Gaza a causa di gravi problemi infrastrutturali. In una lettera inviata la settimana scorsa all’inviato speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente, Nikolay Mladenov, il generale Yoav Mordechai, coordinatore dell’esercito israeliano per le attività di governo nei territori [occupati], sull’argomento ha affermato che l’Autorità Nazionale Palestinese è responsabile della situazione che si è determinata a Gaza e non è stato fatto nessuno sforzo concreto per risolvere i problemi.

 

Mordechai ha segnalato serie carenze nei servizi idrici ed elettrici di Gaza: circa il 96% dell’acqua è considerata non potabile e una cronica e continua scarsità di elettricità ha portato ad ore di interruzione d’energia nella Striscia.

Sabato Mladenov ha condannato l’esecuzione, la scorsa settimana, di tre palestinesi a Gaza accusati di collaborare con Israele. In una dichiarazione Mladenov ha sostenuto: “Nel decennio scorso i palestinesi di Gaza hanno vissuto quattro conflitti, l’assenza di libertà, restrizioni senza precedenti da parte di Israele, una grave crisi umanitaria, alti tassi di disoccupazione, una crescente crisi energetica e la mancanza di prospettive politiche.”

Negli ultimi giorni Mordechai ha scritto sulla sua pagina Facebook ufficiale dei post in arabo relativi alla grave situazione umanitaria a Gaza: “La crisi elettrica è molto vicina e la responsabilità è dell’organizzazione terroristica Hamas.”

Egli ha scritto: “Se la situazione non sarà risolta nei prossimi giorni, è possibile che la produzione di energia si interrompa e che gli abitanti di Gaza debbano affrontarne le serie conseguenze e pagarne il prezzo.”

In un altro post Mordechai ha preso in considerazione la crisi idrica di Gaza, affermando che Hamas sta ostacolando l’operatività dell’impianto di desalinizzazione dell’UNICEF presso Khan Younis. Hamas non fornisce l’elettricità al servizio, per cui esso funziona solo durante una parte del tempo utilizzando generatori e non è in grado di soddisfare la domanda,” ha affermato.

Invece di preoccuparsi del benessere degli abitanti, Hamas li sta danneggiando e sta rendendo difficile all’organizzazione internazionale, che ha lavorato duramente, fornire acqua potabile,” ha scritto Mordechai. “Hamas deve immediatamente garantire l’elettricità necessaria per il funzionamento dell’impianto di desalinizzazione per il bene degli abitanti, ma invece l’organizzazione terroristica ha scelto di inviare l’elettricità ai propri tunnel terroristici e alle case dei suoi dirigenti.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




“Pulizia etnica” di chi?: l’appropriazione israeliana della narrazione palestinese

Dina Matar, Al-Shabaka– 26 marzo 2017

Sintesi

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente sostenuto in un video postato sulla sua pagina Facebook che la richiesta palestinese di smantellare le colonie israeliane illegali nei Territori Palestinesi Occupati costituisce un atto di “pulizia etnica” contro i coloni ebrei israeliani. L’attribuzione di questo termine ai coloni da parte di Netanyahu ha colpito molti analisti ed ha creato un intenso dibattito sui media internazionali. Eppure questo discorso non è che l’esempio più recente di una strategia israeliana di appropriazione di una narrazione di vittimizzazione per sollecitare l’appoggio dell’opinione pubblica.

II primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente sostenuto in un video postato sulla sua pagina Facebook che la richiesta palestinese di smantellare le colonie israeliane illegali nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) costituisce un atto di “pulizia etnica” contro i coloni ebrei israeliani (1). Il termine, che è stato originariamente utilizzato come un eufemismo durante la campagna serba contro i bosniaci, è rapidamente passato a descrivere pratiche estremamente violente, uccisioni di massa ed espulsioni forzate durante conflitti e guerre. E’ stato usato anche da molti studiosi, così come nel dibattito pubblico, in riferimento alle pratiche sioniste contro la popolazione palestinese immediatamente prima e durante la Nakba del 1948. Queste pratiche comprendono la distruzione di oltre 500 villaggi palestinesi e l’espulsione di circa 730.000 palestinesi dalle loro case.

L’attribuzione di questo termine ai coloni israeliani da parte di Netanyahu ha raccolto più di un milione di visualizzazioni sulla sua pagina Facebook, e ne ha portati altri milioni attraverso la ridiffusione del video su altre piattaforme dei social media. Ciò ha colpito molti analisti, ha creato un intenso dibattito nei media internazionali e ha portato ad una condanna di una personalità come l’allora segretario generale dell’ONU Ban ki-moon, che lo ha definito “inaccettabile e oltraggioso.” Eppure questo discorso, benché più provocatorio del solito, non è che l’ultimo esempio di una strategia israeliana di appropriazione di una narrazione della vittimizzazione per sollecitare l’appoggio dell’opinione pubblica.

Questo commento delinea la storia delle pretese israeliane di questa narrazione dalle prime campagne del movimento sionista all’inizio del XX secolo fino ad oggi. Puntualizza i modi in cui questa strategia retorica è stata utilizzata per giustificare le azioni dello Stato di Israele a danno dei palestinesi. Si conclude con suggerimenti su come dirigenti, intellettuali, giornalisti e attivisti palestinesi possono opporsi alla strategia israeliana di appropriazione per sostenere le loro richieste per l’autodeterminazione ed i diritti umani dei palestinesi.

Narrazioni della vittimizzazione nel loro contesto

In ogni conflitto gli attori fanno ricorso alle narrazioni di vittimizzazione per giustificare le aggressioni, le invasioni e persino l’uccisione di civili. Una tale retorica intende stabilire il dualismo tra bene e male, tra vittima e carnefice. Ciò mobilita sostenitori contro “il nemico”. Come vediamo con Israele e in altri conflitti, le narrazioni di vittimizzazione servono a legittimare azioni violente e spesso preventive contro “il nemico”, perpetuando indefinitamente il ciclo di violenza e vittimizzazione.

I politici israeliani utilizzano narrazioni che privilegiano la vittimizzazione ebraica rispetto alle vite ed i diritti dei palestinesi.

Al contrario, le narrazioni palestinesi di vittimizzazione si basano sull’ingiustizia insita nella dichiarazione Balfour del 1917 [in cui la Gran Bretagna si impegnava ad appoggiare la creazione di un “focolare ebraico” in Palestina. Ndt.], che iniziò ad essere messa in atto prima e durante il Mandato britannico del 1923 e fino al piano di partizione ONU del 1947. Queste opinioni continuano fino ad oggi, e sono esacerbate dalla mancanza di volontà della comunità internazionale, e del mondo arabo, di imporre le leggi internazionali e i diritti umani fondamentali. Quindi la narrazione di vittimizzazione dei palestinesi non può essere discussa al di fuori di questo contesto e delle continue azioni politiche e militari israeliane contro i palestinesi nei TPO. La situazione include una diseguale dinamica di potere dovuta al fatto che Israele è la potenza più forte e l’occupante; un gran numero di vittime palestinesi, compresi bambini, in conseguenza di azioni ed attacchi israeliani; il controllo israeliano di spazio e territorio, così come di risorse e mobilità.

Di conseguenza, mentre un’analisi di come la storia delle persecuzioni contro gli ebrei e la loro vittimizzazione è stata, ed è tuttora, utilizzata per giustificare le azioni dello Stato di Israele non dovrebbe mai perdere di vista i fatti e il contesto di quella persecuzione molto concreta, allo stesso tempo è necessario esaminare attentamente l’utilizzo di questa narrazione per comprendere come un gruppo, gli ebrei israeliani, ha ottenuto la condizione di vittima, mentre un altro, i palestinesi, non l’ha avuta, rafforzando uno squilibrio di potere in cui i diritti degli ebrei israeliani sono favoriti a spese dei diritti dei palestinesi.

Dalla vittimizzazione alla pulizia etnica

La persecuzione degli ebrei in Europa è radicata nell’antisemitismo e nei molti modi in cui ha colpito le comunità ebraiche in luoghi e tempi diversi. Quanto alla narrazione della persecuzione, essa si può far risalire alla fine del XIX° secolo, quando Theodor Herzl, uno dei padri del sionismo, ha attinto alla storia delle persecuzioni contro gli ebrei in Europa per legittimare il progetto nazionalista dello Stato israeliano e le sue pratiche di colonialismo di popolamento. Dopo la Seconda guerra mondiale, questa storia di persecuzioni è stata di nuovo invocata per giustificare la fondazione dello Stato di Israele. Infatti, la Dichiarazione di Indipendenza di Israele afferma che

l’Olocausto … in cui milioni di ebrei in Europa sono stati spinti al macello dimostra ancora una volta oltre ogni dubbio l’esigenza impellente di risolvere il problema della mancanza di una patria e della dipendenza ebraiche attraverso la rinascita dello Stato ebraico sulla terra di Israele, che spalancherà le porte della patria ad ogni ebreo” (2).

Dalla creazione di Israele, le narrazioni storiche che danno valore alla vittimizzazione ebraica rispetto alle vite ed ai diritti palestinesi sono state utilizzate ripetutamente dai politici israeliani. Il primo ministro Golda Meir, ad esempio, ha affermato che gli ebrei hanno un “complesso di Masada”, un “complesso del pogrom” e un “complesso di Hitler”, e l’ex primo ministro Menachem Begin ha tracciato un parallelo tra i palestinesi ed i nazisti (3).

Alcuni studiosi hanno suggerito che i dirigenti israeliani e sionisti hanno manipolato la memoria delle persecuzioni contro gli ebrei, soprattutto in rapporto all’Olocausto, come strumento diplomatico nel loro rapporto con i palestinesi. Per esempio, lo storico israeliano Ilan Pappe, nel suo libro “L’idea di Israele”, sostiene che questi dirigenti hanno costruito un’idea degli israeliani come vittime, un’auto-rappresentazione che impedisce loro di vedere la situazione dei palestinesi. Questo, afferma, ha impedito una soluzione politica al conflitto arabo-israeliano (4).

In anni recenti nuove prove e studi hanno iniziato a mettere in dubbio le principali rivendicazioni del movimento sionista. Al contempo il movimento internazionale di solidarietà in appoggio dei palestinesi è andato crescendo, in parte grazie alle piattaforme digitali che permettono all’opinione pubblica internazionale un accesso diretto alla storia ed alla situazione vissuta dai palestinesi. Ciò ha spinto i dirigenti, i manager, i portavoce israeliani ed i loro mezzi di comunicazione a concentrarsi su differenti strategie per mantenere il controllo sull’opinione pubblica occidentale (5).

Queste includono l’uso di un discorso – come l’utilizzo da parte di Netanyahu della pulizia etnica – per fare riferimento a cittadini ebreo-israeliani come vittime di continue persecuzioni da parte dei palestinesi, con la consapevolezza che questi termini hanno specifici significati giuridici e, secondo le leggi internazionali, sono considerati crimini contro l’umanità. Ma sono i significati emotivi associati ai termini, soprattutto se sono intesi per agire come ricordi della lunga storia di persecuzione degli ebrei, che servono a promuovere la vittimizzazione degli ebrei israeliani a spese delle esperienze di oppressione dei palestinesi. Il termine “pulizia etnica” deve ancora essere utilizzato ufficialmente in Occidente riguardo alla Nakba, esponendolo così all’appropriazione da parte di Israele.

Più o meno in contemporanea con l’affermazione di Netanyahu sulla pulizia etnica, il ministro degli Affari Esteri israeliano ha ri-postato un video a questo proposito sulla sua pagina Facebook, che era stato originariamente reso pubblico nel 2013. Il video, intitolato “Benvenuti nella patria del popolo ebraico”, è stato pubblicizzato come una breve storia degli ebrei. Segue le vicende di una coppia di ebrei, chiamati Giacobbe e Rachele, quando la loro patria (la “Terra di Israele”) viene invasa da vari gruppi, compresi gli assiri, i babilonesi, i greci, gli arabi, i crociati, l’impero britannico e, alla fine, i palestinesi. Ciò quindi suggerisce che gli ebrei sono sopravvissuti ad una serie di brutali invasioni, con i palestinesi come unici invasori rimasti. Il video ha provocato una dura reazione da parte degli attivisti palestinesi e di quelli che lavorano per i loro diritti, a causa del chiaro tentativo di riscrivere la storia del conflitto, inquadrando gli ebrei israeliani come vittime al posto dei palestinesi e con l’utilizzo di un linguaggio razzista e violento nella raffigurazione dei palestinesi.

Il video di Netanyahu sulla pulizia etnica è l’ultimo di una serie di video ideati e prodotti da David Keyes, il portavoce di Netanyahu per i media esteri, che è stato nominato nel marzo 2016. Keyes è stato uno degli uomini chiave dell’incremento delle campagne di propaganda a favore di Israele sui social media. Dalla sua nomina, sono stati postati otto video con Netanyahu che affronta una vasta gamma di problemi. Tutti sono stati apprezzati dai suoi sostenitori in Israele e negli USA.

Con una simile attenzione verso l’Occidente, quindi non è forse sorprendente che nel video sulla pulizia etnica e in altri Netanyahu comunichi in inglese, con versioni disponibili sottotitolate in ebraico e in arabo.

Contrastare la strategia retorica di Israele

La storia delle persecuzioni contro gli ebrei è un problema che colpisce in profondità gli israeliani e, più in generale, la comunità internazionale, soprattutto in Europa. Tuttavia l’uso di termini come pulizia etnica per mano dei palestinesi da parte di Israele lo rappresenta falsamente come vittima ed i palestinesi come aggressori. Questa retorica può essere utilizzata nella prassi pericolosa di vedere qualunque critica delle azioni israeliane come antisemitismo o come ostile nei confronti di Israele. Ciò aiuta ad ostacolare i tentativi da parte dei palestinesi e dei movimenti di solidarietà con i palestinesi di rendere Israele responsabile delle sue azioni, come le uccisioni extragiudiziali e la costruzione illegale di colonie nei TPO.

Dato che le dispute sulla narrazione sono diventate più frequenti e più visibili nell’era digitale, e dati i modi in cui un particolare linguaggio può essere utilizzato per distogliere l’attenzione dagli sviluppi sul terreno, l’uso evidente del discorso della vittimizzazione da parte di Netanyahu non può essere ignorato. L’attenzione su questo sviluppo è particolarmente fondamentale in questo frangente, in cui Israele progetta di espandere le colonie e possibilmente di annettersi altro territorio occupato, e la determinazione e la capacità internazionali di risolvere il conflitto sono più che mai deboli. E’ anche necessario, e strategico, prestare una particolare attenzione in un anno che segna il centenario dalla dichiarazione Balfour, il cinquantennale della guerra del 1967 e i trent’anni dalla prima Intifada palestinese.

L’appropriazione del discorso sulla vittimizzazione da parte di Israele richiede un impegno più efficace da parte dei portavoce, delle élite politiche e degli attivisti palestinesi nella sfera pubblica per esporre la realtà delle azioni di Israele e sollecitare l’appoggio internazionale per la Palestina e per i palestinesi. Ciò non significa partecipare ad una futile battaglia su chi meriti di essere chiamato la vera vittima nel conflitto, ma costruire una campagna coordinata per confutare attraverso delle prove le pretese israeliane.

Una simile campagna dovrebbe contestare la narrazione israeliana utilizzando immagini ed il linguaggio dei diritti umani internazionali che facciano appello all’opinione pubblica ed ai dirigenti occidentali. Dovrebbe sempre basarsi su prove, fatti e contesti, per respingere i tentativi di disinformazione ed iniziative di travisamento. La campagna dovrebbe anche addestrare la dirigenza politica e il personale diplomatico palestinesi nell’uso di un discorso politico rivolto ai palestinesi, su scala regionale ed internazionale, per garantire che il dibattito non legittimi il discorso sionista, per esempio, con l’uso involontario di metafore antisemite. I palestinesi che guidano la campagna e i gruppi della solidarietà internazionale devono utilizzare Twitter e altre reti sociali per confutare i media principali con la situazione reale sul terreno nei TPO, rivolgendosi al contempo ai cittadini palestinesi di Israele e a quelli rifugiati ed esiliati, utilizzando il linguaggio dei diritti e delle leggi internazionali.

Infine, la campagna dovrebbe impegnare professionisti dei media per formare palestinesi e gruppi di sostegno su come controbattere alle narrazioni e affermazioni propagandistiche, nonché su come utilizzare i mezzi di comunicazione digitale per raggiungere un pubblico globale.

Solo con questi sforzi congiunti la strategia israeliana di appropriazione della narrazione palestinese può essere contestualizzata e quindi svelata come un discorso che intende mascherare la violenza del colonialismo di insediamento israeliano.

Note:

(1) Il numero dei coloni è stimato in 600.000. Vedi Ilan Pappe, “La pulizia etnica della Palestina”, Fazi, 2008. Vedi anche Isabel Kershner, “Benjamin Netanyahu Draws Fire After Saying Palestinians Support ‘Ethnic Cleansing’” [Benjamin Netanyahu provoca un incendio dopo aver detto che i palestinesi sostengono ‘una pulizia etnica’], New York Times, September 12, 2016.

(2) Dov Waxman, “The Pursuit of Peace and the Crisis of Israeli Identity: Defending/Defining the Nation” [Il perseguimento della pace e la crisi dell’identità israeliana: difendere/definire la Nazione), (London: Palgrave Macmillan, 2006).

(3) Waxman, 49-56.

(4) Ilan Pappe, “The Idea of Israel: A History of Power and Knowledge” [L’idea di Israele: una storia di potere e di conoscenza], (London: Verso, 2014)

(5) Come ha sostenuto Edward Said, è “il senso sionista del ‘mondo come sostegno e pubblico’ che ha fatto della lotta sionista per la Palestina una lotta che è stata lanciata, comunicata e alimentata nelle grandi capitali dell’Occidente,” con tanto successo – e che ha garantito, fino a un certo punto, la condiscendenza e la complicità dell’Occidente. Edward Said, “Permission to Narrate”(Permesso di Raccontare), Journal of Palestine Studies 13, 3 (Spring 1984): 27-48.

(6) Frank Luntz, “The Israel Project’s Global Language Dictionary” (Il dizionario linguistico del progetto globale di Israele), 2009.

Dina Matar

Membro di Al-Shabaka, Dina Matar è docente in comunicazione politica del Centro per gli Studi sui Film e i Media alla Scuola di Studi Orientali e Africani. Lavora sui rapporti tra cultura, comunicazione e politiche, con una particolare attenzione alla Palestina, al Libano e alla Siria. E’ autrice di “What it Means to be Palestinian: Stories of Palestinian Peoplehood”[Cosa significa essere palestinese: storie di gente palestinese] (Tauris, 2010); co-curatrice di “Narrating Conflict in the Middle East: Discourse, Image and Communication Practices in Palestine and Lebanon” [Raccontare il conflitto in Medio Oriente: discorso, immagine e pratiche comunicative in Palestina e in Libano), (Tauris, 2013) e co-autrice di “The Hizbullah Phenomenon: Politics and Communication” [Il fenomeno Hezbollah: politiche e comunicazione], (Hurst, 2014). Matar è anche co-fondatrice e redattrice del “The Middle East Journal of Culture and Communication” [Giornale del Medio oriente di Cultura e Comunicazione].

(traduzione di Amedeo Rossi)




La fase successiva nella guerra al BDS: perché Israele ha arrestato Omar Barghouti

Ramzy Baroud, Ma’an News30 marzo 2017

Lo Stato israeliano ha violato le leggi internazionali più di ogni altro Paese, tuttavia è stato raramente, se non mai, portato a rendere conto dei suoi crimini e dei sui abusi.

Le efficaci campagne di pubbliche relazioni di Israele attraverso partner mediatici occidentali ben disposti, insieme al costante lavoro e alle pressioni portate avanti dai suoi potenti sostenitori a Washington, Londra, Parigi ed altrove, hanno prodotto risultati magnifici.

Per un momento è sembrato che Israele fosse in grado di conservare l’occupazione e negare ai palestinesi i loro diritti indefinitamente, promuovendosi al contempo come “l’unica democrazia in Medio Oriente”.

Quelli che osavano sfidare questo paradigma distorto con la resistenza in Palestina erano eliminati o imprigionati; quelli che hanno sfidato Israele in pubblico ovunque nel mondo sono stati calunniati come “antisemiti” o “ebrei che odiano se stessi”.

Sembrava che le cose andassero avanti senza problemi per Israele. Con l’aiuto finanziario e militare americano-occidentale, le dimensioni, la popolazione e l’economia delle colonie illegali sono cresciute rapidamente. I partner commerciali di Israele sembravano dimenticare il fatto che i prodotti delle colonie fossero costruiti o coltivati su terra palestinese occupata illegalmente.

Quindi per molto tempo l’occupazione è stata molto redditizia, con poche condanne e pressioni. L’unica cosa che i dirigenti israeliani dovevano fare era rispettare il copione: i palestinesi sono terroristi, non abbiamo partner per fare la pace, Israele è una democrazia, le nostre guerre sono tutte fatte per auto-difesa, e via di questo passo. I media ripetevano all’unisono queste nozioni ingannevoli. I palestinesi, oppressi, occupati e diseredati, erano regolarmente demonizzati. Quelli che sapevano la verità sulla situazione dovevano affrontare il rischio di pronunciarsi apertamente – e di patirne le conseguenze – o rimanere in silenzio.

Ma, come si suol dire, “puoi prendere in giro tutti per un po’ di tempo, e alcuni per sempre, ma non puoi prendere in giro tutti per sempre.”

[Lo slogan] “Giustizia per i palestinesi”, che un tempo sembrava che fosse una “causa persa”, è stato massicciamente ripreso durante la Seconda Intifada (Rivolta) palestinese nel 2000.

Una crescente consapevolezza, dovuta all’impegno di molti intellettuali, giornalisti e studenti, ha visto l’arrivo in Palestina di migliaia di attivisti internazionali come parte dell’International Solidarity Movement (ISM).

Accademici, artisti, studenti, membri del clero e persone comuni sono venuti in Palestina e poi si sono sparsi in molte parti del mondo, utilizzando qualunque mezzo a disposizione per diffondere un messaggio concorde tra le loro numerose comunità.

E’ stato questo lavoro di base che ha reso possibile il successo del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

Sorto nel 2005, il BDS è stato un appello delle organizzazioni della società civile palestinese alle persone di tutto il mondo perché partecipassero alla denuncia dei crimini israeliani e perché il governo e l’esercito israeliani e le imprese che traggono vantaggio dall’oppressione dei palestinesi ne fossero considerati responsabili. Sostenuto da un’ampia e crescente rete già consolidata, il BDS si è velocemente diffuso ed ha colto di sorpresa il governo israeliano.

Nell’ultimo decennio il BDS si è dimostrato in grado di resistere e ricco di risorse, aprendo nuovi canali e tribune per discutere di Israele, della sua occupazione, dei diritti dei palestinesi e della responsabilità morale di quanti appoggiano o ignorano le violazioni dei diritti umani da parte di Israele.

Ciò che più preoccupa Israele riguardo al BDS è quello che esso definisce il tentativo del movimento di “delegittimarlo”. Fin dalla sua creazione, Israele ha lottato per la legittimazione. Ma è difficile ottenere legittimazione senza rispettare le norme richieste ad un Paese per ottenerla. Israele vuole avere entrambe le cose: continuare la sua proficua occupazione, testare la sua nuova tecnologia bellica, arrestare e torturare, assediare ed assassinare e allo stesso tempo ottenere l’assenso internazionale.

Usando minacce, intimidazioni, taglio di fondi, gli Usa ed Israele hanno insistito, senza risultati, per far tacere le critiche a Israele, principale alleato degli Usa in Medio Oriente.

Solo qualche giorno fa un rapporto delle Nazioni Unite ha affermato che Israele ha istituito un “regime di apartheid”. Anche se l’autrice del rapporto, Rima Khalaf [a capo della Commissione ONU per l’Asia occidentale (ESCWA). Ndtr.], ha rassegnato le dimissioni in seguito a pressioni, il genio non può tornare nella bottiglia.

Progressivamente, il BDS è cresciuto fino a diventare l’incubatore di molte delle critiche internazionali a Israele. Il suo iniziale impatto ha riguardato artisti che rifiutano di esibirsi in Israele, poi imprese che hanno iniziato ad abbandonare le proprie attività in Israele, seguite da chiese ed università che hanno disinvestito dall’economia israeliana. Con il tempo Israele si è trovato a dover affrontare un’unica, grande sfida.

Quindi, cosa deve fare Israele?

Ignorare il BDS si è dimostrato pericoloso e costoso. Combattere il BDS è come scatenare una guerra contro la società civile. Peggio, più Israele tenta di distruggere il lavoro del BDS, più legittima il movimento, offrendogli nuovi spazi per il dibattito, per le notizie dei media e per la discussione pubblica.

Nel marzo 2016 una grande conferenza ha radunato insieme funzionari del governo israeliano, dirigenti dell’opposizione, esperti dei media, studiosi e persino personaggi dello spettacolo da Israele, dagli Usa e da altri Paesi. La conferenza è stato organizzata da una delle maggiori imprese mediatiche di Israele, Yediot Achronot. C’è stata una rara esibizione di unità tra i politici israeliani; centinaia di israeliani influenti e loro sostenitori che cercavano di costruire una strategia intesa a sconfiggere il BDS.

Sono state proposte molte idee.

Il ministro degli Interni israeliano, Aryeh Deri, ha minacciato di revocare la residenza [a Gerusalemme] a Omar Barghouti, cofondatore e una delle personalità più attive del BDS.

IIl ministro dell’Intelligence e dell’Energia Atomica, Israel Katz, ha invocato “un’eliminazione civile mirata” dei dirigenti del BDS, indicando in particolare Barghouti.

Il ministro della Pubblica Sicurezza, Gilad Erdan, ha chiesto che gli attivisti del BDS “ne paghino il prezzo”.

La guerra contro il BDS è iniziata ufficialmente, benché il lavoro di base per la lotta fosse già in atto.

Il governo del Regno Unito aveva annunciato all’inizio dell’anno che era illegale “rifiutare di acquistare beni e servizi da imprese coinvolte nel commercio di armi, di combustibili fossili, prodotti per fumatori o nelle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata.”

Quello stesso mese, il Canada ha votato una mozione che ha reso il BDS un reato.

Un paio di mesi prima, il Senato Usa ha approvato la legge ” Consapevolezza dell’Anti-Semitismo”, che ha accorpato la definizione di antisemitismo per includervi le critiche contro Israele nei campus Usa, molti dei quali hanno risposto positivamente all’appello del BDS.

Infine il Regno Unito ha adottato una definizione simile equiparando i crimini di vero e proprio odio antiebraico alle critiche a Israele.

Più di recente, Israele ha votato una legge che pone un bando all’ingresso in Israele di persone accusate di appoggiare il movimento BDS. Considerando che entrare in Israele è l’unico modo per raggiungere i Territori Palestinesi Occupati, il bando israeliano intende recidere il forte rapporto che mette in contatto i palestinesi con il movimento globale di solidarietà.

La campagna contro il BDS è infine culminata con l’arresto e l’interrogatorio dello stesso Omar Barghouti.

Il 19 marzo le autorità fiscali israeliane hanno arrestato Barghouti e lo hanno accusato di evasione fiscale. Così facendo Israele ha svelato la natura del prossimo passo della sua lotta, utilizzando tattiche diffamatorie e incolpando dirigenti di punta sulla base di imputazioni che sono apparentemente apolitiche per distogliere l’attenzione dall’imminente e pressante dibattito politico.

Insieme ad altri passi, Israele pensa che sconfiggere il BDS sia possibile con la censura, i divieti di ingresso e tattiche intimidatorie.

Tuttavia la guerra di Israele contro il BDS è destinata a fallire e, come diretto risultato di questo fallimento, il BDS continuerà ad espandersi.

Israele ha mantenuto la società civile mondiale all’oscuro per decenni, vendendole una versione fuorviante della realtà. Ma nell’era dei media digitali e dell’attivismo su scala globale la vecchia strategia non mantiene più le sue promesse.

Nonostante quello che appare nel caso di Barghouti, il BDS non si indebolirà. E’ un movimento decentralizzato con reti locali, regionali, nazionali e globali sparse in centinaia di città in tutto il mondo.

Diffamare una persona, o un centinaio di persone, non modificherà il crescente movimento del BDS.

Israele si renderà presto conto che la sua guerra contro il BDS, contro la libertà di parola e di espressione, non può essere vinta. Si tratta di un tentativo inutile di imbavagliare una comunità globale che ora lavora all’unisono da Città del Capo, in Sudafrica, a Uppsala, in Svezia.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto ESCWA cancellato: “Le prassi israeliane nei confronti del popolo palestinese e la questione dell’apartheid”

Il rapporto completo della Commissione ONU economica e sociale per l’Asia Occidentale (ESCWA) di Richard Falk e Virginia Tilley è stato rimosso dal sito web della Commissione delle Nazioni Unite (ESCWA).

La redazione di Zeitun ritiene molto importante tradurre e pubblicare almeno la sintesi del rapporto, che denuncia il regime di apartheid che Israele esercita contro il popolo palestinese sia all’interno dei propri confini che nei territori occupati, compresa Gerusalemme est.

Compendio sintetico

Questo rapporto giunge alla conclusione che Israele ha stabilito un regime di apartheid che domina il popolo palestinese nel suo complesso. Consci della gravità di questa affermazione, gli autori del rapporto concludono che prove a disposizione dimostrano al di là di ogni ragionevole dubbio che Israele è responsabile di politiche e prassi che configurano il crimine di apartheid, in base alla definizione giuridica contenuta nella legislazione internazionale.

L’analisi contenuta in questo rapporto si basa sul corpus delle leggi e dei principi internazionali sui diritti umani, incluse la Carta delle Nazioni Unite (1945), la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) e la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale (1965), che ripudiano l’antisemitismo ed altre ideologie di discriminazione razziale. Il rapporto basa la sua definizione di apartheid anzitutto sull’articolo II della Convenzione Internazionale sulla Soppressione e Punizione del Crimine di Apartheid (1973, d’ora in poi Convenzione sull’Apartheid):

Il termine “crimine di apartheid”, che include politiche e prassi simili alla segregazione e discriminazione razziale praticate in Sudafrica, si applica a …atti inumani compiuti allo scopo di stabilire e mantenere il dominio di un gruppo razziale di persone su un altro gruppo razziale e di opprimerlo in modo sistematico.

Benché il termine “apartheid” sia stato originariamente associato alla situazione specifica del Sudafrica, oggi rappresenta una fattispecie di crimine contro l’umanità in base al diritto internazionale consuetudinario e allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, secondo cui per “il crimine di apartheid” si intendono atti inumani….compiuti nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione sistematica da parte di un gruppo razziale nei confronti di un altro gruppo o gruppi razziali e commessi con l’intenzione di perpetuare tale regime.

In questo contesto, il rapporto riflette il consenso degli esperti sul fatto che la proibizione dell’apartheid è universalmente applicabile e non è stata messa in discussione dalla fine dell’apartheid in Sudafrica e in Africa sud occidentale (Namibia) .

Le prassi israeliane nei confronti del popolo palestinese e la questione dell’apartheid.

L’approccio giuridico alla questione dell’apartheid adottato in questo rapporto non deve essere confuso con l’uso del termine nel discorso corrente come espressione dispregiativa. Considerare l’apartheid come singole azioni e prassi ( quale ad esempio “muro dell’apartheid”), come fenomeno generato da condizioni strutturali astratte come il capitalismo (“apartheid economico”), o comportamento sociale privato da parte di certi gruppi razziali verso altri (razzismo sociale), può essere opportuno in certi contesti. Tuttavia questo rapporto riconduce la sua definizione di apartheid al diritto internazionale, che comporta responsabilità per gli Stati, come specificato nelle norme internazionali.

La scelta delle prove si basa sulla Convenzione sull’Apartheid, che sancisce che il crimine di apartheid consiste in specifici atti inumani, ma tali atti acquisiscono lo status di crimini contro l’umanità solo se intenzionalmente finalizzati allo scopo fondamentale di dominazione razziale. Lo Statuto di Roma specifica nella sua definizione la presenza di un ‘regime istituzionalizzato’ che risponde all’ “intenzione” di dominazione razziale. Poiché “scopo” e “intenzione” sono centrali in entrambe le definizioni, questo rapporto, per stabilire oltre ogni dubbio la presenza di tale scopo fondamentale, prende in esame elementi apparentemente disgiunti dalla situazione palestinese – in particolar modo la dottrina per la costituzione dello Stato ebraico come declinata nella legge ed il progetto delle istituzioni statali israeliane.

Che il regime israeliano sia finalizzato a questo scopo fondamentale trova conferma nel corpo delle leggi, solo alcune delle quali, per ragioni di spazio, vengono prese in considerazione nel rapporto. Un esempio rilevante è la politica della terra. La Legge Fondamentale di Israele (Costituzione) sancisce che la terra di proprietà dello Stato di Israele, dell’Autorità Israeliana per lo Sviluppo o del Fondo Nazionale Ebraico non potrà essere trasferita in alcun modo, stabilendo che la sua gestione resti permanentemente sotto la loro autorità. La Legge della Proprietà dello Stato del 1951 prevede la devoluzione della proprietà (inclusa la terra) allo Stato in ogni area “in cui vige la legge dello Stato di Israele”. L’Autorità Israeliana per la Terra (ILA) gestisce la terra dello Stato, che consiste nel 93% della terra all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele e vi è per legge vietato l’uso, lo sviluppo o la proprietà da parte di non-ebrei. Queste leggi incarnano il concetto di “finalità pubblica”, come espresso nella Legge Fondamentale. Tali leggi possono essere modificate dal voto della Knesset (Parlamento israeliano), ma non la Legge Fondamentale: la Knesset vieta a tutti i partiti politici di mettere in discussione quella finalità pubblica. Di fatto, la legge israeliana rende illegale l’opposizione alla dominazione razziale.

L’ingegneria demografica è un altro settore della politica che serve allo scopo di mantenere Israele uno Stato ebraico. La più conosciuta è la legge israeliana che conferisce agli ebrei di tutto il mondo il diritto di entrare in Israele ed ottenere la cittadinanza israeliana, qualunque sia il loro Paese di origine ed a prescindere dal fatto che possano o meno dimostrare legami con Israele-Palestina, mentre d’altro lato nega ogni analogo diritto ai palestinesi, compresi quelli con documenti di possesso di antiche case nel Paese. L’Organizzazione Mondiale Sionista e l’Agenzia Ebraica dispongono di autorità legale come agenzie dello Stato di Israele per agevolare l’immigrazione ebraica e salvaguardare in primo luogo gli interessi dei cittadini ebrei su questioni che vanno dall’uso della terra ai piani di sviluppo pubblici ed altri aspetti considerati vitali per lo Stato ebraico. Alcune leggi con contenuti di ingegneria demografica sono formulate con linguaggio implicito, come anche quelle che consentono ai consigli ebraici di respingere le richieste di residenza da parte di cittadini palestinesi.

La legge israeliana permette normalmente ai coniugi di cittadini israeliani di trasferirsi in Israele, ma nega ingiustamente questa possibilità se si tratta di palestinesi dei territori occupati o che vivono all’estero. Su scala molto maggiore, è una prerogativa della politica israeliana rifiutare il ritorno di tutti i palestinesi rifugiati e in esilio (in totale circa sei milioni di persone) nel territorio sotto il controllo di Israele.

Per attribuire ad un regime la qualifica di apartheid devono essere presenti altre due caratteristiche di un regime sistematico di dominazione razziale. La prima riguarda l’identificazione delle persone oppresse come appartenenti ad uno specifico “gruppo razziale”. Questo rapporto recepisce la definizione della Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale, che definisce “discriminazione razziale” “ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, la stirpe, o l’origine nazionale o etnica, che abbia l’obbiettivo o l’effetto di annullare o ridurre il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, con pari dignità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali nell’ambito politico, economico, sociale, culturale o altri della vita pubblica.” Su questa base il rapporto ritiene che nel contesto geopolitico della Palestina, ebrei e palestinesi possano essere considerati “gruppi razziali”. Inoltre la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale viene espressamente citata nella Convenzione sull’Apartheid.

La seconda caratteristica sono la delimitazione ed il carattere del gruppo o dei gruppi coinvolti.

Lo status dei palestinesi come popolo titolato ad esercitare il diritto all’autodeterminazione è stato giuridicamente stabilito nel modo più autorevole dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo parere consultivo del 2004 sulle conseguenze legali della costruzione di un muro nei territori palestinesi occupati. Su questa base, il rapporto prende in esame il trattamento da parte di Israele del popolo palestinese nel suo complesso, considerando le chiare situazioni di frammentazione geografica e giuridica del popolo palestinese come una condizione imposta da Israele. (L’allegato II tratta la questione di una corretta identificazione del “Paese” responsabile della negazione dei diritti palestinesi previsti dalle leggi internazionali).

Il rapporto rileva che la frammentazione strategica del popolo palestinese è il principale metodo con il quale Israele impone un regime di apartheid. Anzitutto prende in esame le prassi israeliane verso il popolo palestinese e la questione dell’apartheid, di come la storia del conflitto, la divisione, l’annessione di diritto e di fatto e la prolungata occupazione in Palestina abbiano portato il popolo palestinese ad essere diviso in diverse zone geografiche amministrate da diversi ordinamenti legislativi. Questa frammentazione agisce nel senso di stabilizzare il regime israeliano di dominazione razziale sui palestinesi ed indebolire la volontà e la capacità del popolo palestinese di organizzare una resistenza unitaria ed efficace. Vengono utilizzati metodi differenti a seconda di dove vivono i palestinesi. Questo è il mezzo principale con cui Israele impone l’apartheid e al tempo stesso impedisce la presa di coscienza internazionale di come funziona il sistema in quanto insieme complementare per costituire un regime di apartheid.

Dal 1967 in poi, i palestinesi in quanto popolo sono vissuti in quelle che il rapporto definisce quattro “ ambiti”, in cui i vari settori della popolazione palestinese vengono chiaramente trattati in modo diverso, ma hanno in comune l’oppressione razziale che deriva dal regime di apartheid. Questi “ambiti” sono:

  1. Il diritto civile, con particolari restrizioni, che governa i palestinesi che sono cittadini di Israele;

  2. La legge di residenza permanente che governa i palestinesi residenti a Gerusalemme;

  3. La legge militare che governa i palestinesi, compresi quelli nei campi profughi, che vivono dal 1967 in una situazione di occupazione aggressiva in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza;

  4. La politica di negazione del ritorno dei palestinesi, sia rifugiati che esiliati, che vivono fuori dal territorio sotto controllo israeliano.

Il primo ambito comprende circa 1.7 milioni di palestinesi che sono cittadini di Israele. Nei primi 20 anni di esistenza del Paese hanno vissuto sotto la legge marziale ed ancor oggi vengono oppressi per il fatto di non essere ebrei. Questa politica di dominazione si manifesta attraverso peggiore qualità dei servizi, leggi che impongono zone soggette a restrizioni e limitate disponibilità di bilancio per le comunità palestinesi; limitazioni nelle opportunità di lavoro e professionali e il contesto prevalentemente segregato in cui ebrei e palestinesi cittadini di Israele vivono. I partiti politici palestinesi possono condurre campagne per limitate riforme e maggiori finanziamenti, ma la Legge Fondamentale proibisce loro di mettere in discussione la legislazione che perpetua il regime razziale. Questa politica è rafforzata dalle implicazioni derivanti dalla distinzione che avviene in Israele tra “cittadinanza” (ezrahut) e “nazionalità” (le’um): a tutti i cittadini di Israele viene attribuita la prima, ma solo agli ebrei la seconda. Diritti “nazionali” per la legge israeliana significa diritti nazionali ebrei. La lotta dei cittadini palestinesi di Israele per l’uguaglianza e per riforme civili in base alla legge israeliana è perciò tenuta separata da parte del regime da quella degli altri palestinesi.

Il secondo ambito comprende circa 300.000 palestinesi che vivono a Gerusalemme est, che subiscono discriminazioni nell’accesso all’educazione, alla sanità, al lavoro, alla residenza e ai diritti di edificazione. Subiscono anche espulsioni e demolizioni di case, funzionali alla politica israeliana di “bilanciamento demografico” a favore dei residenti ebrei. I palestinesi di Gerusalemme est sono classificati come residenti permanenti, il che li inserisce in una categoria separata creata per impedire che il loro peso demografico e soprattutto elettorale si possa sommare a quello dei cittadini palestinesi in Israele. In quanto residenti permanenti, non hanno una condizione giuridica che consenta loro di mettere in discussione la legge israeliana. Inoltre, identificarsi apertamente con i palestinesi dei territori occupati comporta il rischio politico di essere espulsi in Cisgiordania e di perdere il diritto anche solo di visitare Gerusalemme. Così, l’epicentro urbano della vita politica palestinese è intrappolato in una bolla giuridica che limita la capacità dei suoi abitanti di opporsi legalmente al regime di apartheid.

Il terzo ambito è il sistema di legislazione militare imposto su circa 4.6 milioni di palestinesi che vivono nei territori palestinesi occupati, 2.7 milioni in Cisgiordania e 1.9 milioni nella Striscia di Gaza.

I territori sono amministrati in un modo che corrisponde pienamente alla definizione di apartheid secondo la Convenzione sull’Apartheid: ad eccezione del genocidio, tutti gli evidenti “atti inumani” elencati nella Convenzione sono continuamente e sistematicamente perpetrati da Israele in Cisgiordania. I palestinesi sottostanno alla legge militare, mentre i circa 350.000 coloni ebrei sono sottoposti alle leggi civili di Israele. Il carattere razziale di questa situazione è confermato ulteriormente dal fatto che tutti i coloni ebrei della Cisgiordania godono della tutela del diritto civile israeliano per il fatto di essere ebrei, che siano o no cittadini israeliani. Questo sistema giuridico duale, di per sé problematico, è indicativo di un regime di apartheid se accompagnato dalla gestione discriminatoria su base razziale della terra e dello sviluppo condotta da istituzioni di nazionalità ebraica, che sono incaricate di amministrare “la terra dello Stato” nell’interesse della popolazione ebrea. A sostegno dei risultati complessivi di questo rapporto, l’allegato I illustra più in dettaglio le politiche e le prassi di Israele nei territori palestinesi occupati, che costituiscono violazione dell’articolo II della Convenzione sull’Apartheid.

Il quarto ambito è relativo ai milioni di palestinesi rifugiati ed esiliati contro la loro volontà, la maggior parte dei quali vive in Paesi limitrofi. Gli è vietato il ritorno alle loro case in Israele e nei territori palestinesi occupati. Israele difende la sua negazione al ritorno dei palestinesi con un linguaggio apertamente razzista: si presume che i palestinesi costituiscano una “minaccia demografica” e che il loro ritorno andrebbe ad alterare il carattere demografico di Israele al punto da annullarlo come Stato ebraico.

La negazione del diritto al ritorno gioca un ruolo essenziale nel regime di apartheid,

assicurando che la popolazione palestinese nella Palestina mandataria non cresca al punto da minacciare il controllo militare israeliano dei territori e/o da fornire ai palestinesi cittadini di Israele la leva demografica per richiedere (ed ottenere) pieni diritti democratici, annullando in tal modo il carattere ebraico dello Stato di Israele.

Benché il quarto ambito sia relativo alle politiche di negazione del diritto dei palestinesi al ritorno in base alle leggi internazionali, in questo rapporto esso viene trattato come parte integrante del sistema di oppressione e dominazione del popolo palestinese nel suo complesso, dato il suo ruolo cruciale in termini demografici nel mantenere il regime di apartheid.

Il rapporto rileva che, considerati nel loro insieme, i quattro ambiti costituiscono un regime complessivo sviluppato allo scopo di garantire la continua dominazione sui non-ebrei in tutta la terra sotto l’esclusivo controllo di Israele in qualunque campo. In una certa misura, le differenze di trattamento destinate ai palestinesi sono state provvisoriamente considerate accettabili dalle Nazioni Unite, in assenza di una valutazione circa la possibilità che configurassero una forma di apartheid. Alla luce dei risultati di questo rapporto, questo perdurante approccio internazionale che prende in considerazione aspetti separati necessita di una revisione.

Per rispetto della correttezza e della completezza, il rapporto esamina diverse contro-argomentazioni avanzate da Israele e dai sostenitori delle sue politiche, che negano che la Convenzione sull’Apartheid sia applicabile al caso Israele-Palestina. Esse comprendono le seguenti affermazioni: la determinazione di Israele a rimanere uno Stato ebraico è in linea con le prassi di altri Stati, come la Francia; Israele non è tenuto a trattare in modo uguale i palestinesi non cittadini e gli ebrei, proprio perché i primi non sono cittadini; il modo in cui Israele tratta i palestinesi non riflette alcuno “scopo” o “intenzione” di dominio, è piuttosto una condizione temporanea dettata ad Israele dalla realtà del perdurante conflitto e dalle esigenze di sicurezza. Il rapporto dimostra che nessuna di queste argomentazioni regge all’esame dei fatti. Un’ ulteriore rivendicazione del fatto che Israele non può essere considerato colpevole di crimini di apartheid poiché i cittadini palestinesi di Israele hanno diritto al voto, si basa su due errori di interpretazione giuridica: un paragone eccessivamente letterale con la politica di apartheid sudafricana e il fatto che la questione del diritto di voto è scollegata da altre leggi, soprattutto da quanto previsto dalla Legge Fondamentale, che vieta ai partiti politici di mettere in discussione il carattere ebraico, quindi razziale, dello Stato.

Il rapporto giunge alla conclusione che il peso delle prove giustifica oltre ogni ragionevole dubbio l’affermazione che Israele è colpevole di imporre un regime di apartheid al popolo palestinese, che comporta il commettere un crimine contro l’umanità, il cui divieto è considerato jus cogens (norma cogente, ndtr.) nel diritto internazionale consuetudinario. La comunità internazionale, soprattutto le Nazioni Unite e le relative agenzie, e gli Stati membri hanno l’obbligo legale di agire nei limiti delle loro possibilità per impedire e punire situazioni di apartheid che vengono sottoposte con competenza alla loro attenzione. Più specificamente, gli Stati hanno un compito collettivo: a) non riconoscere come legittimo un regime di apartheid; b) non aiutare o sostenere uno Stato nel mantenere un regime di apartheid; c) cooperare con le Nazioni Unite ed altri Stati per porre fine ai regimi di apartheid. Anche le istituzioni della società civile e i singoli individui hanno il compito morale e politico di usare i mezzi a loro disposizione per risvegliare l’attenzione su questa perdurante impresa criminale e di fare pressione su Israele per convincerlo a smantellare le strutture di apartheid, in conformità con il diritto internazionale. Il rapporto termina con raccomandazioni generali e specifiche alle Nazioni Unite, ai governi nazionali, alla società civile ed ai soggetti privati sulle azioni che dovrebbero intraprendere, alla luce della constatazione che Israele mantiene un regime di apartheid nell’esercitare il controllo sul popolo palestinese.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Come Israele utilizza il gas per rafforzare la dipendenza palestinese e promuovere la normalizzazione

Di Tareq Baconi – 12 marzo 2017, Al-Shabaka

Sintesi

L’occupazione israeliana dei territori palestinesi non esiste solo sul territorio. Dal 1967 Israele ha sistematicamente colonizzato le risorse naturali dei palestinesi e, nel campo degli idrocarburi, ha impedito ai palestinesi l’accesso alle loro riserve di petrolio e di gas.

Queste restrizioni hanno garantito la continua dipendenza dei palestinesi da Israele per le loro esigenze energetiche. I tentativi degli stessi palestinesi di sviluppare un proprio settore energetico non riescono a far fronte alla complessiva egemonia di Israele sulle risorse palestinesi. Al contrario, perseguono la crescita e la costruzione dello Stato all’interno della situazione dell’occupazione, rafforzando ulteriormente – anche se in modo involontario – l’equilibrio asimmetrico tra occupato ed occupante.

Il commentatore politico di Al-Shabaka Tareq Baconi inizia prendendo in considerazione il contesto dei recenti accordi sul gas. Continua discutendo come i tentativi di sviluppare il settore dell’energia palestinese non riesca a far fronte a questa situazione e si basi principalmente su pratiche che cercano di eludere l’occupazione e che intendono migliorare la qualità della vita nel contesto dell’occupazione. Come sostiene Baconi, in ultima istanza questi tentativi rafforzano il ruolo dei territori palestinesi come mercato vincolato a favore delle esportazioni di energia israeliane e getta le basi per una normalizzazione a livello regionale sotto la definizione di “pace economica”. Egli sottolinea che una pace durevole e la stabilità si otterranno solo se i fattori fondamentali che tengono i palestinesi soggetti al dominio di Israele vengono affrontati e propone una serie di raccomandazioni politiche su come farlo.

L’impatto politico dell’abbondanza di gas israeliana

Fino a pochi anni fa sia Israele che la Giordania facevano notevole affidamento sulle importazioni di gas egiziano. Nel 2011-2012 e soprattutto dopo la caduta del regime del presidente Hosni Mubarak, le esportazioni di gas dall’Egitto sono diventate intermittenti. Ciò era dovuto sia a problemi interni nel settore energetico egiziano che alla crescente instabilità nella penisola del Sinai, che ospita il principale percorso del gasdotto che rifornisce Israele e Giordania. Con la caduta delle importazioni dall’Egitto, Israele e Giordania hanno iniziato a cercare fonti alternative di rifornimento. Nel 2009 un consorzio israelo-americano di imprese dell’energia ha scoperto “Tamar”, un giacimento a circa 80 km al largo della costa di Haifa, che contiene circa 300 miliardi di m3 di gas. Con la sicurezza energetica israeliana a rischio, il consorzio si è mosso rapidamente verso la produzione ed il gas ha iniziato a scorrere nel 2013. Un anno dopo la scoperta di “Tamar” lo stesso consorzio ha identificato il giacimento di gas “Leviatano”, molto più grande, stimato per circa 450 miliardi di m3 di gas.

Nel giro di qualche anno Israele è passato dall’essere un importatore di gas dalla regione ad aver acquisito le potenzialità per diventare un esportatore. Ha guardato sia ai mercati locali che a Paesi confinanti e ad altri più lontani per identificare potenziali destinatari delle esportazioni. Nelle sue immediate vicinanze le implicazioni per procedere verso la normalizzazione economica sono state evidenti: come ha recentemente dichiarato il primo ministro Benjamin Netanyahu, produrre gas da “Leviatano” “fornirà gas a Israele e promuoverà la cooperazione con Paesi della regione.”

La Giordania è diventato il primo Paese che si è impegnato a comprare gas israeliano. Poco dopo la scoperta di “Leviatano” sono iniziati negoziati tra Giordania e Israele, e nel 2014 è stato firmato un Memorandum l’Intesa (MdI). Quello stesso anno accordi per la vendita di gas sono stati conclusi anche tra i gestori di “Tamar” e due operatori industriali giordani, la “Jordan Bromine” e le compagnie “Arab Potash”. Il MdI firmato con il governo giordano ha comportato l’impegno per la Giordania a comprare gas israeliano per un periodo di 15 anni. Questo è stato accolto con violente proteste in Giordania: molti militanti hanno rifiutato l’accordo con Israele, sopratutto a causa del massacro a Gaza di quell’anno, ed i parlamentari giordani hanno votato contro l’accordo. All’inizio del 2017 il gas ha iniziato a scorrere da Israele alla “Jordan Bromine” e alle “Arab Potash”, benché gli operatori abbiano mantenuto un basso profilo per evitare di riaccendere proteste.

La rabbia perché la Giordania stava finanziando il settore del gas israeliano è stata aggravata dal fatto che aveva altre prospettive per procurarsi il gas. In seguito alla riduzione del gas egiziano, la Giordania ha costruito un terminal per l’importazione di gas liquido ad Aqaba, sulle coste del Mar Rosso, che ha iniziato a funzionare nel 2015. Oltretutto la scoperta da parte dell’Egitto dell’enorme giacimento di gas “Zohr” nel 2016 ha ridato vita alla prospettiva del ritorno dell’Egitto al ruolo di fornitore regionale di gas. Ciononostante, ed indubbiamente in seguito a influenze esterne, la Giordania ha formalizzato il suo MdI con Israele nel settembre 2016, ignorando le obiezioni del parlamento e le proteste popolari.

Da quando Israele è diventato ricco di gas, la penosa situazione della Striscia di Gaza è divenuta più che mai dura. La Striscia di Gaza è stata sottoposta a blocco dal 2007. La “Gaza Power Generation Company” (GPGC), l’unica compagnia del suo genere in territorio palestinese, attualmente funziona con combustibile liquido comprato e trasportato nella Striscia di Gaza dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), in Cisgiordania. Per integrare l’energia fornita dalla GPGC, Gaza acquista elettricità dalla compagnia elettrica israeliana, così come dalla rete elettrica egiziana (1). Anche così il combustibile acquistato per generatori di energia a Gaza è insufficiente per soddisfare la domanda locale e, da quando Israele ha imposto il blocco, la Striscia ha sofferto di una cronica carenza di elettricità.

All’inizio del 2017 sono scoppiate proteste a Gaza, in quanto i suoi abitanti sulla costa si sono lamentati di avere elettricità solo per tre o quattro ore al giorno. Oltre alle terribili restrizioni che queste carenze comportano per aspetti della vita quotidiana, le interruzioni di elettricità hanno un impatto devastante sulle attività economiche del settore privato, dei servizi sanitari, dell’educazione e su servizi vitali come gli impianti di depurazione delle acque. Attività intermittenti in questi settori hanno conseguenze che sono sia immediate che durature, colpendo le nuove generazioni.

Le lamentele per la crisi energetica a Gaza sono dirette in ogni direzione. I manifestanti che si sono riversati nelle strade quest’inverno hanno incolpato il governo di Hamas, l’ANP e Israele. La rabbia era rivolta contro il governo di Hamas perché si sostiene che sposta fondi dall’acquisto del combustibile necessario per far funzionare l’unico impianto di energia di Gaza verso altre attività, compresa la costruzione di tunnel. I manifestanti esasperati hanno accusato l’ANP di appoggiare il blocco, controllando le forniture di combustibile e i trasferimenti a Gaza. La stessa compagnia dell’energia, un operatore di proprietà di un privato, è ripetutamente criticata perché trarrebbe profitti a spese dei normali cittadini di Gaza che soffrono per queste carenze. Per mitigare i mesi invernali particolarmente duri di fine 2016 e inizio 2017, interventi nel settore dell’energia di Gaza sono arrivati dalla Turchia e dal Qatar nella forma di forniture di combustibile che hanno consentito la ripresa della produzione di energia da parte della GPGC. Queste misure rappresentano al massimo un palliativo a breve termine, che porterà i gazawi verso un altro capitolo di una crisi cronica.

In quest’ondata di rabbia e di recriminazioni della popolazione, l’impatto del blocco israeliano sulla Striscia di Gaza e della più complessiva colonizzazione e del controllo delle risorse palestinesi da parte di Israele è poco presente, se non spinto in secondo piano.

Eppure i palestinesi hanno scoperto le riserve di gas circa un decennio prima dell’abbondanza di gas di Israele. Nel 1999 al largo delle coste di Gaza fu scoperto il giacimento “Gaza Marine” e la licenza di sfruttamento e produzione venne concessa al “BG Group”, la maggiore impresa britannica di petrolio e gas, finché non è stata acquisita dalla Shell. Nei primi giorni dalla scoperta questa ricchezza nazionale è stata salutata come un passo avanti che avrebbe potuto offrire ai palestinesi una ricchezza inaspettata. Quando gli accordi di Oslo, firmati nel 1993, sembravano ancora credibili, la scoperta di questa risorsa fu vista come qualcosa che avrebbe potuto fornire ai palestinesi una fondamentale risorsa verso l’autodeterminazione.

Con una stima di 30 miliardi di m3 di gas, il “Gaza Marine” non è sufficientemente grande per permettere l’esportazione. Ma i volumi di gas che contiene sono sufficienti per rendere il settore palestinese dell’energia interamente autosufficiente. Non solo i palestinesi non avrebbero dovuto importare il gas o l’elettricità israeliani o egiziani, ma la Striscia di Gaza non avrebbe sofferto di nessuna carenza di elettricità. Oltretutto l’economia palestinese avrebbe goduto di una significativa fonte di entrate.

Questo passo verso la piena sovranità non doveva avvenire. Nonostante continui tentativi dei possessori del giacimento e degli investitori di sviluppare il “Gaza Marine”, Israele pose rigide restrizioni che impedirono la messa in pratica di qualunque intervento. Ciò nonostante il fatto che l’esplorazione e la produzione dal “Gaza Marine” sarebbero state relativamente semplici grazie alla scarsa profondità del giacimento e alla sua collocazione nei pressi delle coste palestinesi (2). Secondo documenti scoperti da Al-Shabaka, Israele all’inizio impedì lo sviluppo di questo giacimento in quanto cercava di ottenere condizioni commercialmente favorevoli per il gas prodotto. Dopo che Israele scoprì risorse energetiche proprie iniziò a far riferimento a “questioni di sicurezza” che furono accentuate quando Hamas prese il controllo della Striscia di Gaza. Benché Netanyahu abbia preso in considerazione la concessione ai palestinesi per lo sviluppo del “Gaza Marine” nel 2012 come parte di una più complessiva strategia per stabilizzare la Striscia di Gaza, questi tentativi devono ancora concretizzarsi. In seguito alla recente acquisizione del BG Group da parte di Shell e al programma di cessione di investimenti globale di quest’ultima, è probabile che il “Gaza Marine” sarà svenduto.

Finché Israele non porrà fine al proprio dominio sull’economia palestinese, questa risorsa palestinese probabilmente rimarrà bloccata. In effetti, il modo in cui le scoperte di gas israeliano e palestinese hanno plasmato lo sviluppo economico in Israele e nei territori palestinesi illustra la disparità di potere tra le due parti. A differenza di Israele, che rapidamente si è garantito l’indipendenza energetica dopo la scoperta dei suoi giacimenti di gas, i palestinesi sono stati incapaci di accedere ad una risorsa che hanno scoperto quasi due decenni prima. Invece di affrontare le cause profonde del blocco e del regime di occupazione che ha impedito il loro controllo su risorse come il “Gaza Marine”, i palestinesi sono obbligati a cercare soluzioni immediate per ridurre la pressante penuria che devono affrontare. Benché ciò sia comprensibile nel contesto di una brutale occupazione, i tentativi di migliorare la qualità della vita sotto occupazione trascurano l’obiettivo strategico a lungo termine di garantire l’indipendenza energetica all’interno del più complessivo obiettivo di liberazione dall’occupazione e del raggiungimento dei diritti dei palestinesi.

Pace economica e normalizzazione

Le scoperte di gas di Israele sono spesso sbandierate come potenziali catalizzatori di una trasformazione regionale. Il posizionamento dello Stato di Israele come fornitore di energia ai vicini con scarse risorse è considerato un mezzo sicuro per facilitare l’integrazione economica tra Paesi come Giordania ed Egitto, così come con i palestinesi. I benefici economici che gasdotti a buon mercato possono offrire a questi Paesi sono visti come soluzione per ogni preoccupazione sociale e politica tra i loro cittadini riguardo alle relazioni con Israele. Questo modo di pensare parte dal presupposto che attraverso l’integrazione economica la stabilità che ne deriva diminuirebbe le prospettive di instabilità in una regione esplosiva, in quanto Israele ed i suoi vicini incominciano ad integrarsi in una interdipendenza.

La nozione di “pace economica” ha una lunga storia nella regione e si è manifestata in varie forme, comprese le recenti proposte di sviluppo economico del segretario di Stato John Kerry. Questa visione sembra favorita anche dall’ambasciatore dell’amministrazione Trump in Israele, David Friedman. Invece di affrontare direttamente l’impasse politico provocato dalla prolungata occupazione e da altre violazioni israeliane, queste proposte affrontano questioni relative alla qualità della vita, al commercio o alla crescita economica, presumibilmente come un passo avanti verso la pace. Con un punto di vista di questo genere, dopo le scoperte di gas israeliane, l’amministrazione Obama ha iniziato a verificare modi per posizionare Israele come fulcro energetico regionale.

Sostenitori di questo approccio, che separa i diritti nazionali e politici dagli incentivi economici, affermeranno che c’è un ovvio vantaggio economico perché il gas israeliano sia usato all’interno del territorio palestinese e in Giordania. Ora Israele ha un’eccedenza di gas e queste regioni sono ancora dipendenti dalle importazioni di energia. Nel caso dei territori palestinesi, esiste già una dipendenza da Israele, e non solo a Gaza: quasi l’80% del consumo dei palestinesi è fornito da Israele, con la Cisgiordania che importa quasi tutta la sua energia elettrica da Israele. Chi propugna la pace economica crede che le prospettive di instabilità si riducano quando si rafforza questa dipendenza reciproca.

Il dipartimento di Stato USA, guidato da una tale convinzione, ha facilitato molti negoziati per il gas tra Israele, Giordania e i palestinesi. L’inviato e coordinatore speciale per le Questioni Energetiche Internazionali, recentemente nominato, un incarico attraverso il quale gli USA hanno rafforzato il proprio settore della diplomazia energetica in tutto il mondo sotto l’amministrazione Obama, ha incoraggiato discussioni per permettere l’esportazione di gas israeliano alla Giordania ed ai palestinesi, con evidente successo.

In prospettiva la Giordania non è l’unico destinatario del gas israeliano. Nel 2010, l’ANP ha approvato piani per la creazione della “Compagnia Palestinese per la Generazione di Energia” (PPGC), la prima impresa di questo genere in Cisgiordania e la seconda nei territori palestinesi dopo la GPGC a Gaza. Situato a Jenin, questo impianto della potenza di 200 megawatt è gestito da investitori privati (compresi PADICO e CCC [società palestinesi. Ndtr.]), che stanno lavorando per rafforzare il settore palestinese dell’energia, garantendo la produzione di energia elettrica in Cisgiordania e riducendo l’alto costo delle importazioni di elettricità da Israele. PPGC ha iniziato negoziati con Israele per comprare gas dal giacimento “Leviatano” per produrre elettricità. I palestinesi hanno protestato contro questa decisione, invocando sforzi per sviluppare il “Gaza Marine” invece di basarsi sul gas israeliano. I colloqui sono falliti nel 2015, ma non è chiaro se si sia trattato di una sospensione solo temporanea.

I pericoli di una sovranità monca

C’è una serie di pericoli nazionali e regionali derivanti dalla spinta a una più stretta integrazione attraverso accordi sul gas in mancanza di azioni concomitanti sul piano politico.

Il primo pericolo è che la sicurezza energetica palestinese sia legata alla buona volontà di Israele. Israele può, ed in passato l’ha fatto, utilizzare il proprio potere per interrompere di fatto le forniture ai consumatori palestinesi. La più evidente (e violenta) manifestazione della volontà israeliana di negare l’energia ai palestinesi è stata la sua decisione di distruggere senza esitazione l’unica impresa di produzione di energia nella Striscia di Gaza durante i bombardamenti dell’enclave costiera nel 2006 e di nuovo nel 2014.

In secondo luogo questo approccio legittima l’occupazione israeliana, che presto entrerà nel suo cinquantesimo anno. Non solo non ci sono costi per il fatto che Israele impedisce la costruzione di uno Stato palestinese, ma c’è piuttosto un profitto diretto sotto forma di ricavi dalla vendita di gas a territori mantenuti per un tempo indefinito sotto il controllo territoriale israeliano.

Terzo punto, e forse il più importante, questo scambio e commercio di energia nel perseguimento della pace economica in assenza di ogni prospettiva politica rafforza semplicemente lo squilibrio di potere tra le due parti – l’occupante e l’occupato. Una simile integrazione trasmette una finzione di relazioni giuridiche sovrane tra una potenza occupante e un’economia imprigionata in Cisgiordania e a Gaza.

Si deve ripensare a simili iniziative per il miglioramento delle condizioni di vita che sono state attuate negli anni ’80, con il diretto incoraggiamento della Casa Bianca di Reagan, come a un’alternativa mancata all’impegno politico con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Gli sforzi costanti per eludere le richieste politiche dei palestinesi attraverso queste misure hanno consentito ad Israele di gestire, piuttosto che risolvere, il conflitto.

Il caso del gas dimostra nel modo più evidente come i tentativi di costruire lo Stato palestinese attraverso lo sviluppo di risorse nazionali siano stati tolti di mezzo in favore della riduzione delle crisi energetiche all’interno del quadro di una sovranità monca. Invece di affrontare l’incapacità palestinese di sfruttare le proprie risorse naturali, i diplomatici americani stanno attivamente lavorando con Israele per facilitare negoziati che migliorino la “qualità della vita” dei palestinesi, che alla fine li lasciano per sempre nelle mani di Israele.

Questo approccio porta con sé anche pericoli su scala regionale. La Giordania è attualmente dipendente da Israele per circa il 40% delle sue importazioni di energia. La volontà della Giordania di entrare in questo tipo di dipendenza, nonostante notevoli svantaggi geo-strategici, fa progredire la normalizzazione dei rapporti di Israele nella regione anche se mantiene la sua occupazione dei territori palestinesi. Questa disponibilità preannuncia parecchie minacce in un momento in cui l’amministrazione Trump sta proponendo il perseguimento di misure diplomatiche “dall’esterno all’interno” che potrebbero ignorare completamente i palestinesi.

Strategie di rifiuto

In condizioni normali la dipendenza mutua e lo sviluppo economico sono effettivamente garanzie contro l’instabilità e portano il vantaggio di migliorare la qualità della vita degli abitanti della regione. Tuttavia non devono essere visti come un fine in sé, e sicuramente non come un sostituto della realizzazione dei diritti dei palestinesi. Una simile de-politicizzazione può solo arrivare fino a un certo punto. Concentrarsi esclusivamente sulla pace economica ha conseguenze disastrose proprio perché ciò ignora il contesto storico più complessivo che ha portato alla dipendenza dei palestinesi, e forse della regione.

La crescita economica non eliminerà mai le richieste dei palestinesi per la sovranità e i diritti o la domanda di autodeterminazione. Questa è una lezione che è stata pienamente articolata con lo scoppio della prima Intifada quasi 30 anni fa, dopo decenni di relazioni economiche normalizzate tra Israele ed i territori sottoposti alla sua occupazione militare. Mentre la “pace economica” può fornire un diversivo a breve termine, ciò preparerà il terreno verso una maggiore stabilità solo se costruito sulle fondamenta dell’uguaglianza e della giustizia.

Il diritto dei palestinesi alle loro risorse è soggetto ai negoziati per lo status finale con gli israeliani. Gli attuali accordi condotti sul gas creeranno una infrastruttura di dipendenza che sarà difficile da districare nel caso di un accordo negoziato. Cosa più importante, dato che sono svanite le speranze di una soluzione negoziata per due Stati, questi accordi concretizzano semplicemente lo status quo.

Perciò, mentre le relazioni economiche devono essere perseguite per alleviare le sofferenze umane, come nel caso dell’incremento di forniture di combustibile e di elettricità a Gaza, l’OLP e l’ANP, come anche la società civile palestinese ed il movimento di solidarietà con la Palestina, devono continuare ad utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione per operare a favore della giustizia e dei diritti per i palestinesi.

Nell’immediato futuro, se gli accordi per il gas continuano nonostante l’opposizione popolare, i negoziatori palestinesi coinvolti in una prospettiva di accordi per il gas con Israele devono quanto meno insistere su clausole che non escludano le prospettive di un futuro gas proveniente dal “Gaza Marine”. Ciò può essere fatto creando meccanismi legali che permettano l’introduzione dell’accesso di parti terze negli accordi di fornitura. Benché sia difficile negoziare simili condizioni, ciò è di vitale importanza, in quanto lascia spazio alla flessibilità riguardo a future forniture dal “Gaza Marine” e a una limitata dipendenza da Israele. I contratti per la fornitura di gas dovrebbero anche includere norme per la revisione dei termini dell’accordo nel caso di importanti sviluppi sul piano politico.

I negoziatori palestinesi dovrebbero anche guardare alla resistenza della società civile per rafforzare i suoi tentativi piuttosto che tentare di rifiutarli o schiacciarli. Ci sono modelli che possono essere emulati secondo cui negoziatori sono in grado di sfruttare il potere dei movimenti popolari contro alcuni di questi accordi. Quando si tratta di diritti all’acqua, per esempio, c’è un’unità operativa dedicata (EWASH [l’impresa palestinese delle acque. Ndtr.]) che coordina il lavoro di gruppi locali ed internazionali. EWASH ha portato avanti una campagna che ha messo in luce il furto di acqua da parte dei coloni israeliani a danno dei palestinesi ed ha sollevato la questione al Parlamento Europeo. Forse una coalizione simile potrebbe essere formata per mobilitarsi a favore della sovranità energetica.

Al contempo l’OLP/ANP deve usare questi negoziati economici come un mezzo per garantire che Israele sia chiamato a risponderne piuttosto che come un modo di accettare una dipendenza ancora maggiore. In particolare, lo status di Stato osservatore non membro che la Palestina si è garantito all’ONU deve essere utilizzato per fare pressione nelle sedi legali internazionali, come la Corte Penale Internazionale, per spingere Israele a rispettare le sue responsabilità come potenza occupante in base alle leggi internazionali. Ciò significa che gli compete la responsabilità di garantire il livello di vita degli abitanti sotto il suo controllo, compresa la fornitura di elettricità e combustibile, e che deve rendere conto delle decisioni di “chiudere i rubinetti”che potrebbe prendere.

Alcuni elementi di pace economica posso essere utili ai palestinesi nel breve termine a sostegno della crescita e dello sviluppo economico. Ma questi non possono arrivare al prezzo di uno stato di dipendenza indefinito e di sovranità monca. I palestinesi devono lavorare su due fronti: spingere per rendere l’occupazione israeliana responsabile nei consessi internazionali; devono assicurarsi che le prospettive di integrazione economica obbligata ed ogni tentativo da parte di Israele di imporre una realtà di Stato unico dell’apartheid siano accompagnati da un appello ai diritti ed all’uguaglianza. Qualunque sia la visione politica perseguita per Israele e per i palestinesi, la dirigenza palestinese deve formulare una strategia riguardo a questi accordi per il gas e contestualizzare la nozione di sviluppo economico all’interno della più complessiva lotta per la liberazione della Palestina.

Note

(1) Queste misure per la fornitura ed il trasporto di combustibile sono in linea con il Protocollo delle Relazioni Economiche, noto anche come “Protocollo di Parigi”, sancito tra Israele e l’OLP come parte degli accordi di Oslo.

(2) “Gaza Marine” non è l’unico giacimento che i palestinesi non sono stati in grado di sfruttare. Anche i campi di petrolio in Cisgiordania hanno affrontato problemi di accesso a causa di restrizioni da parte di Israele.

Tareq G. Baconi è esperto di politica di Al-Shabaka con sede negli USA. Il suo ultimo libro “Hamas: le politiche della resistenza, consolidamento a Gaza” è stato pubblicato dalla Stanford University Press. Tareq ha conseguito un dottorato di ricerca in Relazioni Internazionali presso il King College di Londra, che ha completato durante una carriera come consulente per l’energia. Ha anche titoli di studio dell’università di Cambridge (Relazioni Internazionali) e dell’Imperial College di Londra (ingegneria chimica). Tareq è un ricercatore associato presso il Progetto USA per il Medio Oriente. Suoi scritti sono stati pubblicati su “Foreing Affairs”, “Sada: Carnegie Endowment for International Peace”, sul “Guardian”, l’”Huffington Post”, il “Daily Star”, Al Ghad e “Open Democracy”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Obiettivi illegittimi su entrambi i lati del confine israeliano

Amira Hass, 2 marzo 2017,Haaretz

E’ proporzionato bombardare la città di Kochav Ya’ir, dove vivono comandanti in capo e dirigenti politici, mentre i residenti stanno dormendo o cenando con le loro famiglie? Questa è un’infame domanda che non ha diritto di essere posta. Ma Israele molto tempo fa ha dato una risposta affermativa alla domanda generale: è proporzionato distruggere quartieri e bombardare case con dentro famiglie intere – bambini, anziani, donne e neonati?

Sì, ha detto Israele con i suoi bombardamenti su Gaza e il Libano. E’ proporzionato perché abbiamo anche ucciso – o intendevamo uccidere – comandanti militari, militanti e alti dirigenti politici delle organizzazioni palestinesi e libanesi.

Ecco ciò che la procura militare ha scritto riguardo ad uno dei tanti attacchi che hanno ucciso civili durante l’offensiva a Gaza dell’estate 2014:

L’attacco era mirato a….un alto comandante, equivalente a vice comandante di brigata, nell’organizzazione terroristica palestinese Jihad Islamica…Durante la pianificazione dell’attacco è stato calcolato che molti civili si sarebbero potuti trovare nella struttura e che la dimensione del danno a civili non sarebbe stata eccessiva a fronte del significativo vantaggio militare che ci si attendeva di ottenere come risultato dell’attacco…A posteriori, l’obiettivo dell’attacco è stato gravemente ferito e (altri due membri attivi della Jihad Islamica) sono stati uccisi insieme a quattro civili.

L’attacco si è attenuto al principio di proporzionalità, poiché quando è stata presa la decisione di attaccare è stato valutato che il danno collaterale atteso non sarebbe stato eccessivo a fronte del vantaggio militare che ci si attendeva di conseguire…Uno specifico avvertimento prima dell’attacco nei confronti degli occupanti della struttura in cui si trovava l’obbiettivo, o degli occupanti delle strutture adiacenti, non era legalmente richiesto e avrebbe potuto compromettere lo scopo dell’attacco.”

Gli attacchi a Gaza hanno introdotto nel nostro mondo tre espressioni che non hanno diritto di esistere: “uccisioni proporzionate”, “danno collaterale” e “target bank”. Queste espressioni sono diventate assiomatiche al di là di ogni domanda o riflessione. Come funzionerebbero questi assiomi se pianificassimo l’obbiettivo nella direzione opposta?

Ogni casa dove si trova un soldato o un riservista israeliano sarebbe un legittimo obiettivo da bombardare; i civili colpiti sarebbero un danno collaterale. Ogni banca israeliana sarebbe un obbiettivo perché i ministri e i generali israeliani vi tengono i conti correnti.

Chi vive nelle vicinanze della stazione di polizia in Dizengoff Street a Tel Aviv dovrebbe trasferirsi perché gli ufficiali del servizio di sicurezza dello Shin Bet vi lavorano regolarmente e il missile potrebbe sbagliarsi e colpire la scuola adiacente. Le basi militari ed i centri dello Shin Bet nel cuore di quartieri civili – a Kirya (area centrale della città, dove si trova la principale base dell’esercito israeliano, ndtr.) a Tel Aviv, nei quartieri di Gilo e Neveh Yaakov a Gerusalemme, o al quartier generale della Divisione Binyamin vicino alla colonia di Beit El – condannano i loro vicini ad una morte proporzionata.

Tutti i degenti dell’ospedale di Sheba devono essere evacuati a causa del centro dell’esercito a Tel Hashomer; tutti i laboratori universitari e le imprese di alta tecnologia dovrebbero essere evacuati a causa dei loro legami con l’industria delle armi, mentre le vite dei figli dei dipendenti di Elbit e Rafael (imprese di alta tecnologia militare, ndtr.) sono anch’esse a rischio di danno collaterale perché i loro genitori collaborano a fabbricare armi che non ci possiamo immaginare.

Questo sembra terrificante, e giustamente. Ma poiché questa mostruosa sceneggiatura speculare appare del tutto immaginaria, l’orrore immediatamente svanisce. Sorprendentemente, il revisore dello Stato [incaricato del controllo delle finanze, della gestione finanziaria, del patrimonio e della gestione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici. Ndtr.] ha criticato il fatto che non è stato fatto alcun tentativo per trovare un’alternativa diplomatica alla guerra, ma la maggioranza degli israeliani ragiona solo all’interno di uno schema, uno schema cruento. Cercano delle vie per razionalizzare lo schema, non per romperlo e sostituirlo.

Le nostre guerre sono una continuazione della nostra politica di negazione agli altri dei loro diritti. Chi ha deriso la diplomazia palestinese che auspica uno Stato indipendente accanto ad Israele ha ottenuto boicottaggio, sanzioni e disinvestimento. Chi non ha ascoltato le ragioni di anni di resistenza popolare palestinese sta pagando il prezzo dei razzi Qassam, dei tunnel per gli attacchi e della paura degli attentati suicidi. Chi ha creato quella prigione che è Gaza ha avuto in cambio Yahya Sinwar, il nuovo capo di Hamas nell’enclave.

E’ vero, le nostre teorie di repressione funzionano – come formula collaudata per l’escalation. Hanno stabilito i criteri per definirci, noi israeliani, come “danno collaterale” agli occhi di coloro che vengono umiliati dalla nostra multiforme violenza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Israele adora le guerre e non fa nulla per scongiurarle

Gideon Levy | 2 marzo, 2017 Haaretz.

Non esiste un’ altra interpretazione dell’inchiesta del revisore dello Stato sulla guerra del 2014 contro Gaza e da questa non emerge nessun’altra importante conclusione.

Israele adora le guerre. Ne ha bisogno. Non fa nulla per scongiurarle e qualche volta le provoca. Non esiste un’altra interpretazione del rapporto del revisore dello Stato sulla guerra del 2014 contro Gaza e da questa non emerge nessun’altra importante conclusione.

Tutto il resto, i tunnel, il Consiglio nazionale di sicurezza, il consiglio dei ministri, e i servizi di sicurezza, sono bazzecole, nient’altro che sforzi per distrarci dalla cosa più importante. Cioè che Israele vuole la guerra. Ha respinto tutte le alternative, senza discuterle, senza interessarsene, per realizzare i propri desideri.

Anche nel passato Israele ha voluto le guerre. Fin dalla guerra del 1948, tutte le sue guerre potevano essere evitate. Chiaramente sono state guerre volute, sebbene la maggior parte di esse fossero inutili e poche abbiano provocato dei danni irreparabili. Generalmente Israele le ha iniziate, qualche volta vi è stato trascinato, ma anche allora le guerre potevano essere scongiurate, come nel 1973. Qualche guerra ha determinato la fine della carriera di chi le ha iniziate e ogni volta Israele sceglie la guerra come l’opzione principale e privilegiata. È difficile trovare una spiegazione razionale del fenomeno, ma è un fatto che ogni volta che Israele va in guerra riceve ampio, automatico e incondizionato sostegno da parte della pubblica opinione e dei media. Così non sono soltanto il governo e l’esercito ad amare la guerra, ma tutto Israele l’adora.

La prova consiste nel fatto che le commissioni d’inchiesta pubblicano rapporti quasi identici dopo ogni guerra – il rapporto sulla guerra contro Gaza ha quasi plagiato quello della commissione Winograd dopo la seconda guerra del Libano del 2006. ( “La guerra è iniziata frettolosamente e irresponsabilmente”). Dal momento che non si trae alcun insegnamento e ogni cosa viene dimenticata, è chiaro che qualcosa di impellente spinge Israele alla guerra.

Questa è anche stata la modalità nell’estate dell’operazione “Margine protettivo”, non essendoci stata assolutamente nessuna ragione per fare la guerra. E così sarà per la prossima guerra,che incombe nel futuro. Che peccato che martedì “l’allarme rosso” nel sud sia stato un falso allarme. Era quasi l’opportunità per sferrare un colpo sproporzionato su Gaza, il modo che il ministro della Difesa Avigdor Lieberman e Israele adorano, di quelli che trascinano Israele nella prossima guerra.

È già tutto scritto, i suoi sostenitori non perdono occasione per provocarla e la sua storia è come la storia delle guerre narrate dalle inchieste del revisore dello Stato.Anche il prossimo conflitto armato avrà un suo rapporto. Io e te, la prossima guerra e il prossimo rapporto.

È ragionevole ipotizzare che la prossima guerra esploderà a Gaza. Hanno già preparato la scusa. L’orrore dei tunnel, che è stato gonfiato grottescamente a livello di un conflitto nucleare mondiale, è stato creato per questo scopo. Armamenti primitivi sono sufficienti per creare una scusa perfetta per [intraprendere] un conflitto armato. E al pari di prima dell’operazione “Margine Protettivo” nessuno si ferma a chiedere: cosa ne è di Gaza, che fra altri tre anni non sarà adatta ad ospitare un insediamento umano? Come ci aspettiamo che risponda, dato che i suoi abitanti sono in pericolo di vita? Che fretta c’è? C’è tempo. Nel frattempo può essere distrutta un’altra volta o due.

Gaza vizia Israele con guerre di lusso. Non c’è niente che Israele ami di più di una guerra contro quello che non è un esercito, contro chi non possiede una copertura aerea, nessun armamento e nessuna artiglieria, proprio un’armata dai piedi scalzi e con tunnel, il che permette a Israele di narrare episodi di eroismo e di cordoglio. I bombardamenti israeliani contro persone indifese, per qualche ragione chiamati “guerra”, con minime perdite israeliane e il massimo di vittime palestinesi: è così che ci piacciono le nostre guerre.

Il revisore dello Stato ha stabilito che il governo non ha discusso soluzioni alternative alla guerra. Ciò avrebbe dovuto sollevare una protesta in tutto il Paese, ma è stata messa a tacere dal nonsense dei tunnel. Qualunque bambino a Gaza sa che vi è un’alternativa tale che se Gaza si aprisse al mondo, tutto sarebbe differente. Ma per ottenere ciò occorrono dirigenti israeliani coraggiosi e non ce n’è nessuno. C’è bisogno di una massa di israeliani che dica inequivocabilmente “no” alle guerre e non c’è nessuno neppure di questi. Come mai? Perché Israele adora le guerre.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




L’orrendo nuovo divieto di ingresso di Israele dice al mondo: state lontani se non siete d’accordo con noi

Allison Kaplan Sommer – 8 marzo 2017, Haaretz

La nuova legge contro il BDS segna un drastico cambiamento nelle relazioni di Israele con il resto del mondo, inviando il messaggio che molti di quelli che sono in profondo disaccordo con l’occupazione non sono più ospiti graditi.

A prima vista il radicale divieto di ingresso in Israele approvato lunedì notte dalla Knesset non cambia essenzialmente niente. Le autorità israeliane sui confini o negli aeroporti hanno già una totale discrezionalità nel tenere fuori chiunque e molti potenziali visitatori sono stati messi su una lista nera e rimandati indietro perché ritenuti ostili ad Israele.

Non c’era bisogno di questa legge, che definisce l’appoggio al boicottaggio di qualunque istituzione israeliana o di qualunque area sotto il suo controllo come criterio per impedire l’ingresso come visitatori.

Ma in realtà cambia tutto. La dichiarazione che fa e il messaggio che manda – che quelli che sono talmente contrari all’occupazione da scegliere di non comprare prodotti delle colonie non sono più visitatori graditi per vedere e conoscere il Paese – segnano un drastico cambiamento nei rapporti di Israele con il resto del mondo.

Storicamente quelli che credono nell’importanza di Israele per il mondo, nonostante i conflitti ed i problemi, hanno sempre sostenuto “vedere per credere”.

Mi includo in quel gruppo. Quando ho incontrato chiunque nel mondo che volesse discutere delle politiche di Israele, persino quelli che facevano obiezioni sulla stessa esistenza dello Stato come risultato dell’occupazione, la mia risposta è sempre stata la stessa: una sfida e un invito.

“Beh, sei stato in Israele?” chiedo loro nel momento opportuno di una conversazione, che la mia controparte sia di destra o di sinistra, appassionatamente a favore delle colonie o contro l’occupazione.

Il più delle volte la risposta è “no”: la persona in questione non è mai stata né in Israele né in Palestina e basa la sua posizione politica su quello che è stato visto da altri o gli è stato raccontato. Allora gli dico: “Bene, vieni e guarda con i tuoi occhi. Poi decidi.”

La mia convinzione è che finché uno non è stato qui, non ha visto e provato quello che succede in questa nazione disperatamente complessa e non arriva alle sue conclusioni in base a quello ha visto con i propri occhi e ascoltato da israeliani e palestinesi reali nel loro contesto domestico, il valore della sua opinione è limitato.

In più, il solo fatto che spenda tempo e denaro per fare il viaggio mi convince che gli importi veramente. In fin dei conti il contrario dell’amore non è l’odio – ma sono la presa di distanza e l’indifferenza.

Finora il governo israeliano e quelli che lo appoggiano hanno condiviso questo approccio. Il governo israeliano e le organizzazioni non governative che lo appoggiano hanno investito milioni – probabilmente miliardi – con l’assunto che il Paese ed i suoi cittadini raccontano la loro storia al meglio e quelli che vogliono convincere devono essere portati qui.

E’ la convinzione che sottolinea “Birthright Israel” [“Eredità Israele”, organizzazione no profit che propone 10 giorni gratis in Israele a giovani di origine ebraica] ed è la ragione per cui il governo finanzia viaggi per opinionisti, celebrità dello spettacolo e dello sport in visita.

Questa è la ragione per cui le organizzazioni di ebrei americani dell’AIPAC, le federazioni ebraiche e J Street [organizzazione di ebrei statunitensi moderatamente critica verso il governo israeliano. Ndtr.] portano mediatori politici da Washington per visitare il Paese e parlare con la gente, invitandoli a testimoniare e a partecipare ai liberi, aperti e dinamici dibattiti nella società israeliana.

Tutti questi programmi si basano sull’assunto che quello che sta succedendo sul terreno è molto più ricco di sfumature degli slogan urlati nelle manifestazioni nei campus americani o nelle riunioni delle organizzazioni.

Mentre la nuova legge colpisce tutti – ebrei e non ebrei – i suoi effetti sulla nuova generazione nella relazione Israele-Diaspora saranno di certo particolarmente profondi.

Riconoscendo che molti nella loro comunità sono in contrasto con le politiche del governo israeliano, molte delle principali organizzazioni ebraiche americane hanno spostato il proprio discorso dalla “difesa di Israele” all’ “impegno per Israele”, nel tentativo di avvicinare le persone di ogni tendenza ideologica al Paese.

Pochi anni fa, durante una sessione sull’ “Impegno per Israele” in una conferenza di un’organizzazione ebraica, ho parlato di questo con Akiva Tor, capo dell’ufficio di questioni ebraiche mondiali al ministero degli Esteri.

Mi ha detto che, anche se “impegnarsi” non è sempre un’esperienza armoniosa e piacevole, lui pensava che molti israeliani preferissero questo piuttosto che la distanza e la disaffezione.

“Ci è del tutto chiaro che questo è il significato della parola “relazione”. Non sempre è facile:”

Ora per la prima volta Israele sta rifiutando gli ebrei della Diaspora che sono impegnati, che hanno un rapporto con Israele, che si preoccupano del suo destino in modo così profondo che stanno cercando di fare qualcosa in proposito, nella forma della scelta attiva di non appoggiare le colonie.

Con questa nuova legge il messaggio ai giovani ebrei ed al resto del mondo non è più: “Venite, guardate con i vostri occhi, discutiamone – anche con una discussione in cui io cerco di cambiare il vostro punto di vista. Sappiamo che è complicato, ma non interrompiamo la nostra relazione.”

Invece è: “Statevene lontani. Se non siete d’accordo con noi, qui non c’è posto per voi.”

(traduzione di Amedeo Rossi)