Ecco perché gli Stati arabi sono palesemente silenziosi sulla crisi del Monte del Tempio

Zvi Bar’el – 23 luglio 2017, Haaretz

Le tensioni sul luogo sacro potrebbero spingere gli Stati arabi in rotta di collisione con i movimenti islamici, ma la calma dipende dalla rimozione dei metal detector israeliani dal Monte.

Quando il primo ministro Benjamin Netanyahu si è impegnato in discorsi vanagloriosi in merito agli incontri con leader arabi – compresa la recente indiscrezione su un incontro segreto di cinque anni fa con il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti – sembrava ignorasse le forze islamiche che stavano attente a queste iniziative diplomatiche. Le recenti tensioni sul Monte del Tempio [denominazione israeliana della Spianata delle Moschee, ndt.] di Gerusalemme ha messo in chiaro che ogni mossa diplomatica o per la sicurezza è anche immediatamente misurata su una prospettiva che trascende l’importanza religiosa dei luoghi santi.

La moschea di Al-Aqsa sul Monte del Tempio, come la Kaaba alla Mecca e la Tomba dei Patriarchi [denominazione israeliana della moschea di Ibrahim, ndt.] a Hebron, è un luogo islamico inseparabile dai problemi nodali del conflitto israelo-palestinese. Sono luoghi che, se danneggiati, provocano nell’opinione pubblica sdegno che può spingere i regimi negli Stati arabi ed in altri Stati musulmani in rotta di collisione con i movimenti islamici dei rispettivi Paesi.

Ciò li spinge anche in conflitto con un’opinione pubblica musulmana sensibile, che può delegittimare rapporti più stretti tra Israele e Paesi arabi e con un’opinione pubblica araba laica, che vede gli avvenimenti come un tentativo deliberato da parte di Israele di appropriarsi dei siti palestinesi.

Il riconoscimento del potere del popolo e la minaccia che l’opinione pubblica araba rappresenta sono uno dei più importanti prodotti emersi dalle Primavere arabe, soprattutto quando ciò riguarda Israele ed i luoghi santi. Queste questioni costituiscono un ampio, anche se forse l’unico, comun denominatore che questi settori dell’opinione pubblica condividono.

Finora in questi Paesi la rabbia araba e musulmana non si è tradotta in dimostrazioni pubbliche nella forma di manifestazioni di massa o in articoli aspramente critici. Gli avvenimenti sul Monte del Tempio della scorsa settimana o simili hanno già meritato titoli in prima pagina nella maggior parte del mondo arabo, ma finora – forse per la prima volta – non si sono viste le consuete proteste anti-israeliane nelle strade del Cairo, di Amman e del Marocco.

Come previsto, il sito web della Fratellanza Musulmana ha accusato il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi di aver capitolato davanti ad Israele. Un sito web ha parlato del presidente egiziano e dei “sionisti” come forze alleate. In un’ intervista con un sito egiziano, un membro del Comitato Popolare per la Difesa del Sinai, Ahmed Samah al-Idarusi, ha lamentato che, rispetto al passato, “ora riscontriamo un silenzio diplomatico e culturale egiziano tale che neppure le elite sono capaci di rilasciare un solo comunicato congiunto di condanna.”

Lo stesso Sisi ha chiesto ad Israele di agire immediatamente per calmare le tensioni riguardo al Monte del Tempio. Ma la sua retorica è stata molto più tenue che nel settembre 2015, quando ha accusato Israele di dissacrare sfacciatamente la santità del luogo.

Secondo informazioni dall’Egitto, il ministro delle Dotazioni Religiose del Paese, Mukhtar Gumaa, ha chiesto ai predicatori delle moschee di evitare di fare commenti sulla moschea di Al-Aqsa nei loro sermoni del venerdì e di parlare invece solo di come trattare bene i turisti stranieri in Egitto.

L’Arabia saudita, il cui re, Salman, ha fatto pressione sugli Stati uniti perché spingano Israele a riaprire il complesso del Monte del Tempio ai fedeli musulmani, si è astenuta dal fare dichiarazioni in materia – e il silenzio non è stato solo da parte di importanti dirigenti sauditi. E’ stato anche impossibile trovare notizie dettagliate nella stampa saudita di venerdì sulla sequenza di avvenimenti sul Monte del Tempio.

Solo un evento mediatico è diventato virale, ed è stato quando uno spettatore di un programma trasmesso dalla televisione in lingua araba con sede a Londra Al-Hiwar ha chiamato la stazione ed ha dichiarato: “Sono contrario ad una vittoria di Al-Aqsa, perché una vittoria di Al-Aqsa sarebbe una vittoria di Hamas e del Qatar!”

Può darsi che questo spettatore rappresenti una nuova opinione, considerando che l’attuale conflitto tra l’Arabia saudita e il Qatar e Hamas è ciò che determinerà la natura della risposta araba. Da questo punto di vista, finché il Qatar verrà considerato un sostenitore della Fratellanza musulmana e di Hamas, e finché gli eventi sul Monte del Tempio saranno attribuiti ad Hamas, i disaccordi tra arabi giocheranno un ruolo importante nella politica araba.

Ma anche se questa opinione non può essere ignorata, ciò non significa che sarà possibile per questi Stati mettere un freno alle rivolte dell’opinione pubblica musulmana, che obbligherà i regimi arabi ad unirsi nella battaglia per il loro luogo sacro se vi continueranno violenti scontri.

Israele, che si sta scambiando segnali con l’Arabia saudita e sta portando avanti precipitose consultazioni con il re giordano Abdullah e il presidente egiziano Sisi, sta ora cercando una soluzione a doppio taglio: affrontare la sicurezza sul Monte del Tempio e gestire la sua perdita di prestigio. Può prevedere di ottenere una simile soluzione se decide di togliere i metal detector che sono stati piazzati dopo l’attacco del 14 luglio sul Monte del Tempio, che ha ucciso due poliziotti israeliani.

Secondo fonti giordane, le soluzioni che sono state discusse finora non hanno prodotto un accordo. Una proposta è stata che i metal detector siano utilizzati da poliziotti giordani in borghese; un’altra che gli attuali metal detector che si dovrebbero attraversare siano sostituititi da dispositivi manuali, oppure che l’operazione di controllo con i metal detector sia gestita da una forza di polizia congiunta israeliana-palestinese-giordana.

Il problema è che ognuna di queste proposte danneggia la reputazione di Israele, che sta pretendendo la sovranità totale quando si tratta degli ingressi al Monte, o la richiesta dei palestinesi, che per il momento stanno rifiutando ogni coinvolgimento israeliano sul Monte del Tempio e sugli ingressi ad esso.

La dichiarazione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmud Abbas, secondo cui l’ANP sta interrompendo i contatti con Israele, potrebbe non aiutare, ma ciò non impedisce uno scambio di segnali con i funzionari della sicurezza palestinese nel contesto della cooperazione per la sicurezza o uno scambio di idee tra Israele, i palestinesi e i giordani.

Sabato un dirigente giordano ha detto ad Haaretz che il re Abdullah comprende la necessità di controlli per la sicurezza, ma ha aggiunto: “Quando la questione viene percepita come una lotta per il prestigio tra Israele ed i palestinesi, e, cosa non meno [importante], come una lotta politica interna nel governo israeliano, il re non può chiedere ai palestinesi di cedere in nome della stabilità del governo israeliano.”

Questi commenti contengono un indizio dell’attesa dei giordani di un gesto da parte di Israele che dia argomenti al monarca giordano per convincere Abbas ad accettare nuovi accordi per la sicurezza sul Monte del Tempio. E’ possibile che Netanyahu riceva messaggi simili dal presidente egiziano.

Ora la questione decisiva è in quale misura il primo ministro israeliano possa accettare di spogliare i metal detector del simbolismo che hanno assunto ed acconsentire a proposte che siano accettabili anche per i dirigenti arabi. In questo processo, potrebbe anche rafforzare le fondamenta delle relazioni con loro.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Senza precedenti e incendiario: perché il boicottaggio di Al-Aqsa è importante

Richard Silverstein – 21 luglio 2017, Middle East Eye

Le nuove misure di sicurezza sull’Haram al-Sharif violano gli accordi tra Giordania ed Israele, non evitano la ripetizione dell’ultimo attacco di venerdì e alimentano ulteriormente l’odio.

Lo scorso venerdì tre palestinesi con cittadinanza israeliana della città settentrionale di Umm al Fahm hanno attaccato poliziotti fuori dall’Haram al-Sharif [la Spianata delle Moschee, ndt.], il terzo luogo più sacro per l’Islam (noto agli ebrei israeliani come il “Monte del Tempio”).

Negli ultimi anni Israele ha imposto una serie di misure che restringono l’accesso dei musulmani al luogo, mentre periodicamente ha anche incrementato aggressioni armate da parte di poliziotti contro la moschea di Al-Aqsa e i fedeli che vi si trovavano.

Queste violazioni della sacralità dei luoghi hanno fatto infuriare i musulmani in tutto il mondo, ma soprattutto i palestinesi, sia in Israele che in Cisgiordania. Molte delle continue violenze degli attacchi di ‘lupi solitari’ contro bersagli israeliani, che hanno lasciato circa 50 israeliani e 250 palestinesi uccisi, sono state motivate da sdegno religioso contro la condotta di Israele.

L’attacco di venerdì è stato il più audace in tempi recenti. Tre membri di un clan locale, tutti denominati Muhammad Jabareen, sono riusciti a far passare armi all’interno della città santa di Gerusalemme, poi le hanno recuperate ed hanno sparato contro la polizia. Hanno ucciso due poliziotti drusi israeliani e ne hanno leggermente ferito un altro.

Come è tipico di queste situazioni, lo Shin Bet ha imposto un ordine restrittivo delle informazioni su alcuni aspetti del caso. Ha rifiutato di dire il nome degli aggressori, benché avesse le loro carte d’identità e sapesse chi erano. Ho pubblicato i loro nomi e foto delle carte d’identità con l’aiuto di fonti riservate della sicurezza israeliana. In seguito la misura restrittiva è stata tolta.

Dopo aver attaccato la polizia, gli uomini armati sono fuggiti all’interno dell’Haram al Sharif, dove le forze di sicurezza israeliane li hanno inseguiti ed uccisi. Un video girato da palestinesi mostra uno degli aggressori a terra disarmato. Dopo essersi alzato ed aver tentato di scappare, viene abbattuto da una scarica di proiettili.

E’ normale che in simili circostanze le forze israeliane uccidano gli attaccanti indipendentemente dal fatto che siano armati o che abbiano causato danno ad altri. Il metodo di esecuzione è a volte definito il “colpo di grazia”. Una volta che un palestinese ha ucciso o ferito un israeliano in questi attacchi, la sua vita è considerata nella maggioranza dei casi persa.

Tante accuse, nessuna responsabilità

In altri Paesi, dopo una minaccia grave alla sicurezza, le autorità prenderebbero approfonditamente in esame le circostanze che hanno consentito che avvenisse l’incidente, una assunzione di responsabilità che l’opinione pubblica pretenderebbe a gran voce.

Mentre i responsabili israeliani della sicurezza potrebbero aver condotto questa analisi, pochi hanno messo in discussione come lo Shin Bet [servizio di intelligence interno, ndt.] e la polizia abbiano permesso a tre uomini armati di lanciare un attacco così sanguinoso. Invece questi due organi si sono impegnati in una guerra tra loro, additandosi per incolparsi l’un l’altro. Nel frattempo nessuno si è assunto la responsabilità concreta.

La principale discussione riguarda se i metal detector, che sono stati installati immediatamente dopo l’attacco, avrebbero dovuto essere stati usati prima, e se avrebbero evitato l’aggressione.

Tuttavia non c’è una tale sicurezza, salvo che la polizia israeliana voglia obbligare ogni palestinese che entra da ogni porta della Città Vecchia a sottomettersi a simili controlli. Ciò richiederebbe la militarizzazione totale di una delle più sacre città al mondo e il posizionamento di decine, se non centinaia, di metal detector. Ciò significherebbe lunghe file per chi desidera entrarvi, anche per i turisti che alimentano una parte importante dell’economia locale.

I poliziotti e gli aggressori

L’identità etnica sia dei poliziotti morti che dei loro assassini è di particolare importanza. I poliziotti erano drusi israeliani. La loro religione è una derivazione dell’islam, ma sono sempre stati considerati una minoranza e a volte perseguitati.

Dalla fondazione di Israele nel 1948, lo Stato ha coltivato relazioni di amicizia con i drusi ed essi in cambio hanno servito nell’esercito israeliano, a differenza del resto dei musulmani palestinesi, che rifiutano il servizio militare.

Anche se ciò sta cambiando negli ultimi anni, i drusi sono visti come ancora più aggressivi del soldato ebreo israeliano medio. I soldati drusi sono stati coinvolti in molte uccisioni controverse di civili disarmati a Gaza ed altrove.

I rapporti tra i drusi e gli ebrei israeliani sembrano seguire un tipico modello coloniale, in cui il potere dominante cerca di dividere la popolazione nativa maggioritaria favorendo una singola tribù minoritaria a danno del resto. In altre parole, divide et impera.

Gli sparatori erano, come ho detto, di una città del nord di Israele. Umm al Fahm è un focolaio a sostegno della sezione settentrionale del Movimento Islamico, guidato dal leader musulmano, l’ imam Raed Salah. E’ anche la sua città natale. E’ stato più volte arrestato per aver incitato alla resistenza contro la gestione israeliana dei luoghi santi musulmani di Gerusalemme.

Negli ultimi anni la maggior parte degli attacchi palestinesi contro israeliani sono stati perpetrati da persone che vivevano a Gerusalemme, nei dintorni o in Cisgiordania. Relativamente pochi di questi attacchi hanno coinvolto palestinesi con cittadinanza israeliana, che sono in genere considerati una popolazione più leale e “affidabile” di quella fuori da Israele (in Cisgiordania e a Gaza).

Con questa rivolta, che ora coinvolge la minoranza palestinese israeliana, Israele entra in un periodo ancora più teso ed instabile di quello che ha affrontato in passato.

Resistenza alla repressione

La risposta ufficiale israeliana all’attacco è stata pronta e pesante. Tutta la Haram al-Sharif è stata chiusa per la prima volta da quando un cristiano evangelico australiano con problemi mentali tentò di iniziare una guerra santa facendo saltare in aria la moschea di Al-Aqsa nel 1969.

Andando persino oltre, le forze di sicurezza hanno chiuso tutta la Città Santa con molteplici posti di controllo destinati ad evitare che chiunque entrasse nella parte palestinese della all’interno delle mura. Mercanti con i negozi nel suk sono stati minacciati con pesanti sanzioni se li avessero tenuti aperti. Anche questa è stata un’iniziativa senza precedenti.

Mentre Israele l’ha presentato come un tentativo di impedire ai palestinesi di mettere in atto proteste di massa che avrebbero potuto portare a una nuova “Intifada”, ciò ha colpito i palestinesi come una forma di punizione collettiva per l’attacco contro la polizia israeliana. Simili azioni sono una violazione delle Convenzioni di Ginevra, a cui in simili circostanze Israele spesso attribuisce scarso valore.

Lunedì Israele ha riaperto l’Haram al-Sharif e in parte la Città Vecchia, benché la maggior parte delle porte nella zona siano rimaste chiuse. Ma ci sono stati cambiamenti radicali nelle procedure della sicurezza. Personale della sicurezza ha installato metal detector e videosorveglianza in modo unilaterale. Questa è stata una violazione del cosiddetto status quo, a cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha falsamente detto che Israele si stava attenendo.

In base a queste regole, qualunque cambiamento dei luoghi sacri deve essere accettato sia dalle autorità giordane (che sono i custodi dei luoghi musulmani) che israeliane. Ma Israele ha messo in pratica questi cambiamenti senza alcuna consultazione.

Se i britannici reprimessero i cattolici

Il risultato è stato un prolungato boicottaggio musulmano al luogo sacro. Nei tre giorni successivi i fedeli hanno pregato appena fuori dai nuovi metal detector installati, rifiutando di sottoporsi a questo atto avvilente. I musulmani vedono questo come una dissacrazione dello status sacro del luogo e un insulto alla loro fede.

Immaginate se i britannici, che hanno quella anglicana come religione di Stato, decidessero che i fedeli cattolici rappresentano una minaccia alla sicurezza nazionale e imponessero metal detector, videocamere e una massiccia presenza della polizia fuori dalla principale cattedrale cattolica. Ci sarebbe sicuramente una rivolta di massa, non solo tra i cattolici ma probabilmente anche tra gli anglicani.

La classe politica israeliana tratta il problema palestinese in modo schizofrenico. Rifiutano di vedere gli interessi dei palestinesi come parte dei più complessivi interessi israeliani. Essi si dividono in due classi diverse: gli interessi degli ebrei israeliani che sono di primaria importanza e tutto il resto che è isolato e secondario.

E’ così che Netanyahu, di fronte a una gravissima crisi di fiducia tra la minoranza palestinese-israeliana, può ignorare la questione e iniziare un viaggio di cinque giorni nelle capitali centro-europee (tra cui Budapest e Varsavia), i cui governi appoggiano massicciamente il suo programma islamofobo e contro i rifugiati.

I media israeliani vedono il viaggio come un disperato tentativo di uscire dal peso di un crescente scandalo che coinvolge la corruzione legata all’acquisto di sottomarini nucleari tedeschi per 10 miliardi di dollari.

Nessuno suggerisce che Netanyahu dovrebbe posticipare il suo viaggio per affrontare la crisi di Gerusalemme. Non c’è neppure un ripensamento nelle sue valutazioni politiche, nonostante il primo ministro in difficoltà abbia appena annunciato che avrebbe ridotto di un giorno la sua visita.

– Richard Silverstein scrive sul blog Tikun Olam, dedicato a denunciare gli eccessi dello Stato della sicurezza nazionale israeliano. Il suo lavoro appare su “Haaretz”, su “Forward”,” sul “Seattle Times” e sul “Los Angeles Times”. Ha contribuito alla raccolta di saggi dedicata alla guerra del Libano del 2006 “Tempo di denunciare apertamente” (Verso) e ha un altro saggio nella raccolta che sta per uscire: “Israele e Palestina: prospettive di statualità alternative” (Rowman & Littlefield).

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Robert Piper dell’ONU: gli attori politici stanno perdendo di vista la sofferenza dei civili a Gaza

Ma’an News– 11 luglio 2017

Chloe Benoist

Gerusalemme (Ma’an) – Martedì le Nazioni Unite hanno reso pubblico un rapporto che lancia l’allarme rispetto alla situazione umanitaria in continuo peggioramento nella Striscia di Gaza sotto assedio, un mese dopo che il territorio palestinese ha segnato il decimo anniversario sotto il blocco israeliano.

Il rapporto, intitolato “Gaza dieci anni dopo”, avverte soprattutto che l’acquifero di Gaza potrebbe diventare inutilizzabile entro la fine dell’anno, oltre alle continue crisi energetiche e sanitarie, mentre più di metà dei due milioni di abitanti di Gaza soffre di insicurezza alimentare.

Resta fondamentale che la gente di Gaza abbia la possibilità di vivere una vita degna, sana e produttiva in pace e sicurezza e che l’attuale spirale discendente sia invertita,” ammonisce il rapporto. “Senza questi passi Gaza diventerà più isolata e più disperata, aumenterà la minaccia di una nuova e più devastante escalation e le prospettive di una riconciliazione tra i palestinesi scemeranno – e lo stesso avverrà con le prospettive di pace tra Israele e Palestina.”

In occasione della diffusione del rapporto, il coordinatore per l’aiuto umanitario e le attività di sviluppo nei territori palestinesi dell’ONU si è incontrato martedì con Ma’an ed ha discusso della perdurante crisi a Gaza, così come della gestione da parte dell’ONU delle tensioni quando si occupa delle violazioni delle leggi internazionali nei territori palestinesi occupati. L’intervista, pubblicata per la sua chiarezza e brevità, può essere letta qui di seguito.

Quali erano le intenzioni dell’ONU nella pubblicazione del rapporto, due anni dopo aver messo in guardia sul fatto che Gaza potrebbe diventare invivibile entro il 2020?

In primo luogo, ogni volta che cerchiamo di condividere la vicenda di Gaza, siamo costantemente attaccati da diverse angolature perché la successione dei fatti sarebbe sbagliata, perché banalizzeremmo la situazione, perché non citeremmo qualcuno, e così di seguito. Nell’ambito dell’ONU c’è questa preoccupazione che, anno dopo anno, perdiamo di vista i civili coinvolti nella tragedia che è oggi Gaza, e non dobbiamo perdere alcuna occasione per parlare della loro vicenda.

In secondo luogo, è il decennale, un anniversario tragico di almeno tre avvenimenti: la presa di potere violenta da parte di Hamas a Gaza, il rafforzamento della chiusura veramente rigida – un vero e proprio blocco da quando Hamas ha preso il sopravvento – e la conseguente separazione che ne è seguita tra Gaza e la Cisgiordania.

Nel rapporto lei afferma di aver visitato Gaza due volte al mese. Cosa le hanno detto i gazawi su come vedono la situazione?

I gazawi sono davvero molto resilienti. Sono orgogliosi, e non vogliono in un certo senso lamentarsi e dimostrare debolezza, c’è un elemento di incredibile stoicismo e resistenza che è veramente sbalorditivo. Ma si ha rapidamente questa sensazione di sfinimento tra i comuni gazawi, che ne hanno passate così tante, per così tanto tempo, e hanno la sensazione che nessuno sia realmente dalla loro parte. Francamente non hanno niente di buono da dire su nessun dirigente. Penso che si sentano terribilmente abbandonati.

E quando incontri un sottogruppo di persone particolarmente vulnerabili – donne con cancro al seno, bambini che necessitano di apparecchiature per la dialisi – capisci che, mentre ci può essere una parte della gente che in qualche modo se la può cavare, ben presto arrivi ad un’altra fascia di persone terribilmente vulnerabili che sono imprigionate a Gaza, sono terribilmente dipendenti dall’elettricità, dalle cure mediche, dai permessi (israeliani) per raggiungere un ospedale, e sono sempre più disperate.

Crede che ci sia tempo per evitare una crisi umanitaria ancora peggiore o abbiamo ormai raggiunto un punto in cui Gaza è invivibile?

E’ possibile modificarla, ma dobbiamo fare in fretta, e in primo luogo bisogna mettere quella gente, se non in cima, almeno un po’ più in alto nell’agenda. Al momento stanno languendo troppo in fondo alla lista delle priorità, ma c’è molto che si può fare e può essere fatto in fretta. La situazione non è facile da risolvere perché ci sono tante di quelle diverse dimensioni che vanno insieme contemporaneamente, ma assolutamente, siamo al cento per cento ottimisti che sia fattibile se c’è la volontà da parte degli attori principali che questo avvenga.

Pensa che oggi ci sia questa volontà?

Il fatto che abbiamo dovuto scrivere questo rapporto e che questo rapporto racconti una storia così triste di un de-sviluppo praticamente secondo ogni possibile indicatore, penso risponda a quella domanda. Non c’è il tipo di interessamento che ci dovrebbe essere, non c’è il tipo di impegno che ci aspettiamo di vedere oggi.

Il rapporto afferma che tenta di “guardare oltre le polemiche” quando si discute della crisi di Gaza – ma perché il documento cita solo brevemente la recente decisione dell’ANP di tagliare l’elettricità a Gaza, una decisione che lei ha denunciato in giugno?

Stiamo realmente tentando di dedicare attenzione ad una vicenda di dieci anni di decadimento strutturale in praticamente tutti i settori. Non ci sono aggiustamenti a breve termine, per cui abbiamo preso la decisione consapevole di non approfondire troppo la crisi attuale, perché è oscurata da una storia decennale. Spero davvero che la saga attuale sulle forniture di elettricità israeliane sia solo una nota marginale sperabilmente risolta in un tempo relativamente breve, ma di nuovo, dobbiamo essere molto chiari: nei giorni buoni Gaza ha il 40% dell’elettricità di cui ha bisogno. Nessun bambino di 12 anni ricorda più di 12 ore di elettricità al giorno. E’ terribile, e stiamo cercando di attirare l’attenzione su quella vicenda.

Il rapporto mette davvero in luce le responsabilità di Hamas nella situazione di Gaza e le sue violazioni delle leggi internazionali, ma è formulato in modo ambiguo quando si riferisce alle violazioni israeliane, facendo spesso riferimento al blocco con il termine più velato di “restrizioni all’accesso ed al movimento.” Ciò è parte della decisione di “andare oltre le polemiche”?

Penso che troverà che il documento fa riferimento in modo non ambiguo al blocco, che troverà la condanna delle azioni da parte di Israele, della mancanza di responsabilizzazione, di “punizione collettiva”. Troverà alcuni commenti realmente duri su Hamas e su come governa Gaza, ma troverà anche qualche analisi di opportunità mancate da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese e così di seguito. Penso che vi troverà qualcosa riguardo a ciascuno.

Se vuole essere onesta nel cercare di raccontare la vicenda (a Gaza), deve mettere in collegamento questi tre avvenimenti – il blocco, la presa di potere di Hamas, la divisione dell’amministrazione palestinese. Quello che ci siamo rifiutati di fare è stato di isolare ognuno di questi fattori e dire “se solo non fosse successo questo, tutto sarebbe andato bene.” Sono tutte parti integranti nella comprensione del disastro che Gaza è oggi. Penso che una lettura onesta del rapporto arriverebbe alla conclusione che nessuno la fa franca e nessun problema è preso da solo come l’unica causa determinante.

Per utilizzare un solo esempio, quando il rapporto parla del ricorrente conflitto nella Striscia di Gaza e quindi invita “entrambe le parti” a rispettare “i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione” durante i periodi di guerra, cosa risponde l’ONU alle critiche secondo cui questo tipo di affermazioni mette sullo stesso piano le violazioni palestinesi ed israeliane ed elimina le violazioni su più larga scala di tali principi di una delle parti?

Probabilmente lei sa molto bene che durante le ostilità del 2014 ci sono state violazioni da entrambe le parti e c’è stata una commissione di inchiesta indipendente del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU che ha dettagliato correttamente le prove e le raccomandazioni in merito alle violazioni da parte di entrambi. L’ONU da allora ha chiesto che ne rendessero conto e non ha visto quasi nessuno da entrambe le parti [pagare le conseguenze]. A quel punto, non ci siamo addentrati in problemi di proporzionalità – penso che quando le leggi internazionali sono violate, sono violate, e questo è tutto. In questo rapporto non abbiamo davvero avuto lo spazio – o il desiderio – di entrare in maggiori dettagli. Per noi il punto è che entrambe le parti hanno violato le leggi internazionali, e che non c’è stata una sufficiente assunzione di responsabilità da parte di entrambi per queste violazioni, e non penso che noi dobbiamo andare molto oltre.

Lei pensa che ci sia una qualche reticenza degli organismi dell’ONU nell’essere troppo critici di una parte specifica del conflitto – Israele – date le reazioni a un rapporto dell’ESCWA [Commissione economica e sociale dell’ONU per l’Asia occidentale, un cui rapporto del marzo 2017 che accusava Israele di praticare un sistema di apartheid a danno dei palestinesi è stato censurato dal Segretario Generale. In seguito a ciò la presidentessa dell’ESCWA ha presentato le sue dimissioni per protesta, ndtr.] e alla recente risoluzione dell’UNESCO [che ha stabilito che La Città Vecchia di Hebron e la Tomba dei Patriarchi/Moschea di Ibrahim sono parte del patrimonio culturale palestinese e sono in pericolo, ndt] quest’anno? E’ una cosa che avete preso in considerazione?

Prendiamo in considerazione come questi rapporti verranno recepiti, ma non ci si sbagli: possiamo essere impopolari per chiunque in diversi momenti dell’anno. E’ la natura del nostro lavoro, soprattutto in un contesto in cui abbiamo quello che chiamiamo un’operazione di protezione. L’obiettivo fondamentale di questo rapporto – e resta da vedere se ci riuscirà o meno – è fare la storia dell’impatto di queste misure su civili innocenti al centro della narrazione, invece che delle politiche o della sicurezza, e non consentire che questa vicenda sia monopolizzata da parti interessate. I dati di questo rapporto – l’impatto sull’acquifero, il peggioramento dei servizi per la salute, l’insicurezza alimentare peggiorata, i livelli di povertà e di disoccupazione – questi dati non sono politici. E’ una vicenda di sofferenze umane che devono essere messe al centro, e ciò non deve essere strumentalizzato da nessuno, e sfideremo chiunque a farlo.

Lei pensa che questi problemi possano essere affrontati separatamente dal contesto politico?

Non separatamente, ma se lei mette gli interessi (umanitari) di due milioni di persone al primo posto quando guarda alle soluzioni, sicuramente ciò influenzerà e orienterà le scelte politiche che si faranno. Il grado in cui sei disposto ad arrivare a compromessi è in parte sicuramente determinato da quanta importanza si attribuisce al livello di sofferenza che si sta vedendo oggi a Gaza.

Quali azioni concrete lei spera che prenderà la comunità internazionale in seguito a questo rapporto?

Penso che la comunità internazionale debba essere presente sia nei momenti di crisi in termini di soccorso, ma anche per appoggiare a lungo termine gli investimenti necessari. Gaza si trova in una specie di circolo vizioso di crisi, ricostruzione, crisi, ricostruzione. Abbiamo bisogno di importanti investimenti infrastrutturali, per cui onestamente si tratta di un altro tipo di fondi da parte di un diverso tipo di investitori rispetto a quelli che sono stati disponibili per Gaza nell’ultimo decennio. Abbiamo bisogno di una comunità internazionale con una maggiore disponibilità al rischio di quella di oggi, perché questo è un contesto complicato e ad alto rischio. Molti investitori, molti donatori sono preoccupati di investire molto denaro in un simile contesto.

C’è anche la necessità di una comunità internazionale che faccia pressione sugli attori coinvolti in modo consistente e coordinato. Non ci possiamo permettere di avere una comunità internazionale frammentata che reagisce all’ultimo sviluppo di una crisi, abbiamo bisogno di coesione della comunità internazionale, che è una cosa veramente rara da vedere.

Pensa che il suo lavoro sia stato influenzato dall’elezione del presidente USA Donald Trump?

Il mio non è un lavoro politico, è umanitario e per lo sviluppo, per cui non sono così tanto sensibile a ciò. Per essere onesto, penso che buona parte del lavoro che facciamo è stato sottoposto a intense pressioni ormai da parecchi anni. Se misuriamo il nostro lavoro in termini del numero di demolizioni nell’Area C [zona della Cisgiordania sotto temporaneo controllo totale israeliano in base agli accordi di Oslo, ndt.], del numero di persone che hanno ottenuto un permesso di cura del cancro fuori da Gaza, è veramente molto scoraggiante, ad essere onesti, non solo negli ultimi sei mesi, ma negli ultimi anni. Per cui penso che abbiamo sfide difficili di fronte a tutti noi.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La politica miope di Abbas a Gaza

Tareq Baconi – 6 luglio 2017,Al-Shabaka

I tentativi del leader dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas di accentuare l’isolamento di Hamas – tagliando i salari e poi l’energia elettrica alla Striscia di Gaza – rispecchiano le dinamiche regionali nell’era Trump. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain e l’Egitto si sono tutti mobilitati per isolare il Qatar, un importante investitore nella Striscia di Gaza e un sostenitore della Fratellanza Musulmana in Egitto e di Hamas a Gaza.

La crisi elettrica a Gaza è stata scongiurata, con un voltafaccia ironico, dalla volontà del presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi di fornire carburante alla centrale elettrica di Gaza come misura temporanea nonostante le proteste di Abbas. La decisione è stata mediata da Mohammed Dahlan, storicamente nemico di Hamas, non da ultimo per il suo tentativo di togliere dal potere Hamas in seguito alla sua [di Hamas] vittoria nelle elezioni democratiche.

La maldestra strategia di Abbas

Abbas rimane legato al presupposto del blocco di Gaza, in atto dal 2007: questo crescente isolamento di Hamas e le sofferenze dei palestinesi di Gaza destabilizzeranno il governo di Hamas e provocheranno la ribellione dei palestinesi contro il movimento – anche se ciò dovesse portare a un “collasso totale”, come le organizzazioni per i diritti umani hanno definito la riduzione di elettricità.

Questa logica suppone che l’ANP sarebbe in grado di assumere l’amministrazione della Striscia di Gaza una volta che il potere di Hamas venisse indebolito. Ciò è improbabile per due ragioni:

  • Israele trae vantaggio dalla divisione geografica e politica nei territori palestinesi ed ha minato precedenti tentativi di unità, anche con un intervento militare. L’accordo di Shati [campo profughi nella Striscia di Gaza, ndt.] del 2014 tra Hamas e Fatah è stato una delle ragioni dell’attacco militare israeliano contro la Striscia di Gaza di quell’anno.

  • Il ritorno dell’ANP a Gaza implicherebbe una ripresa del coordinamento per la sicurezza con Israele. Perché ciò avvenga, Hamas dovrebbe disarmare. Ciò è improbabile persino con un ulteriore isolamento , in quanto ciò provocherebbe uno scontro esistenziale per Hamas, che potrebbe preparare la strada a un altro episodio di guerra civile armata.

Implicazioni delle ultime iniziative di Abbas

  • Esse dimostrano la volontà di Abbas di adottare la logica della punizione collettiva su cui poggia il blocco e di perpetuare le sofferenze di due milioni di palestinesi per interessi di fazione. Ciò è moralmente condannabile per un presunto leader della lotta dei palestinesi.

  • Istituzionalizzano le divisioni tra Gaza e la Cisgiordania, e portano Gaza ad avvicinarsi all’Egitto, aiutando a realizzare la politica israeliana di divide et impera nei territori palestinesi.

  • Creano una possibilità di alleanza tra Dahlan [ex-dirigente di Fatah a Gaza, espulso prima dalla Striscia insieme ai militanti del movimento e poi da Fatah ed attualmente in esilio, ndt.] e Hamas e un’opportunità per Dahlan di rientrare nel contesto politico palestinese, portando con sé la sua volontà di vedere la lotta palestinese attraverso le lenti della sicurezza imposte dagli USA e da Israele.

Cosa possono fare i palestinesi

  • Chiedere conto alla dirigenza della Cisgiordania del fatto che utilizzi i palestinesi di Gaza come pedine del gioco politico, mettendo in luce l’illegalità del blocco come una continuazione dell’occupazione e una forma di punizione collettiva. In particolare i palestinesi dovrebbero chiedere, e ricordare, alla leadership in Cisgiordania che sono responsabili di tutti i palestinesi, compresi quelli di Gaza.

  • Spingere per misure economiche che riducano la crisi umanitaria a Gaza chiedendo al contempo una soluzione politica del conflitto in termini complessivi.

  • Garantire che ogni misura riavviata per affrontare l’impasse tra palestinesi ed israeliani non lasci ai margini la Striscia di Gaza o la presenti come un semplice problema umanitario che può essere gestito dall’Egitto o da un’autorità di autogoverno locale.

TareqBaconi

Tareq G. Baconi è un collaboratore politico di Al-Shabaka che risiede negli USA. Il suo libro in uscita, “Hamas: le politiche di resistenza, consolidamento a Gaza” sta per essere pubblicato dalla Stanford University Press. Tareq ha conseguito un dottorato in relazioni internazionali al Kings College di Londra, che ha completato insieme a un’attività di consulente energetico. Ha anche ottenuto titoli all’università di Cambridge (Relazioni internazionali) e all’Imperial College di Londra (Ingegneria chimica). Tareq è ricercatore associato presso “US Middle East Project [Progetto USA per il Medio Oriente, un istituto di analisi politica indipendente sul Medio oriente con sedi a New York e a Londra, ndt.]. I suoi scritti sono apparsi su Foreign Affairs, Sada: Carnegie Endowment for International Peace, The Guardian, The Huffington Post, The Daily Star, Al Ghad e Open Democracy.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Una nuova direttiva consente a Israele di negare l’ingresso ad attivisti del BDS in visita

Ilan Lior – 6 luglio 2017,Haaretz

La normativa segue l’approvazione nello scorso marzo di una legge che vieta il rilascio di un visto o di altri permessi di ingresso a cittadini stranieri che abbiano sostenuto un boicottaggio di Israele o delle colonie

Il mese scorso l’autorità per la popolazione, l’immigrazione e le frontiere ha emanato una direttiva per mettere in pratica la legge recentemente approvata che blocca l’entrata in Israele per i visitatori a causa di “attività del BDS.”

La norma, denominata “Trattamento degli ingressi ai posti di confine internazionali di Israele”, elenca 28 ragioni per rifiutare a qualcuno l’ingresso in Israele e rappresenta la prima volta che una simile politica viene redatta per iscritto. “Attività del BDS” vengono specificamente dettagliate. Il regolamento segue l’approvazione di una legge dello scorso marzo che vieta la concessione di un visto o di altri permessi di ingresso a cittadini stranieri che abbiano sostenuto una forma di boicottaggio di Israele o delle colonie.

Altre ragioni che la norma prevede per negare l’ingresso includono rischi per la sicurezza o attività criminali; aver mentito alla frontiera; sospetta intenzione di rimanere illegalmente in Israele; mancata collaborazione con i funzionari della frontiera; un visto improprio; ingresso con l’intenzione di lavorare illegalmente; disturbo dell’ordine pubblico; sostituzione di persona; comportamento violento; sospetto tentativo di portare avanti attività di proselitismo e precedenti rifiuti di ingresso o di presenza illegale. Un’altra ragione per negare l’ingresso è “il sospetto di poter diventare un peso per lo Stato,” il che presumibilmente significa qualcuno sospettato di non avere i mezzi finanziari per pagare il proprio soggiorno in Israele.

La norma chiarisce che non si tratta di un elenco definitivo e che le guardie di frontiera hanno il permesso di negare l’ingresso anche per altre ragioni.

Lo scorso anno, in seguito ad istruzioni dei ministri degli Interni Arye Dery e degli Affari strategici Gilad Erdan, Israele ha impedito l’ingresso a poche persone note per sostenere il movimento BDS, che chiede il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele per esercitare pressione perché ponga almeno fine all’occupazione. A dicembre è stato negato l’ingresso alla dott.ssa Isabel Phiri, cittadina del Malawi che vive in Svizzera ed è un’importante funzionaria del Consiglio Mondiale delle Chiese. All’epoca l’autorità per la Popolazione ha affermato: “In realtà questa è la prima volta che lo Stato di Israele rifiuta l’ingresso di un turista per le sue attività anti-israeliane e per la promozione del boicottaggio economico, culturale e accademico contro Israele.”

Tuttavia all’epoca Phiri ha detto ad Haaretz che la spiegazione scritta che le è stata consegnata per il rifiuto affermava che il suo ingresso era stato bloccato per “prevenire un’immigrazione illegale.”

Il nuovo regolamento stabilisce che la persona a cui è stato negato l’ingresso deve ricevere una dichiarazione scritta che è stato bloccato, che deve specificare se il rifiuto è stato per ragioni di immigrazione, di sicurezza o penali, ma non necessita di ulteriori spiegazioni. Tuttavia i funzionari pubblici devono stendere rapporti sull’interrogatorio della persona a cui è stato negato l’ingresso o al suo avvocato, se richiesto.

Il regolamento prevede che la persona che non può entrare sia rispedita al più presto possibile” al luogo da cui ha iniziato il suo viaggio,” o “in qualunque altro luogo che gli consenta l’ingresso.” La norma riconosce il principio di non respingimento della Convenzione ONU sullo status di rifugiato, affermando: “Una persona respinta non sarà rimandata in un Paese in cui ci sia pericolo per la sua vita a causa della razza, religione, nazionalità, appartenenza ad uno specifico gruppo sociale o delle sue opinioni politiche.”

In una sezione denominata “Trattamento di una persona che desideri entrare nella regione,” ci sono istruzioni relative a persone che intendano visitare le zone controllate dall’Autorità Nazionale Palestinese, che afferma che, se una guardia di frontiera è convinta che questa sia l’intenzione del visitatore, non gli debba essere consentito l’ingresso ma si debba far rifermiento all’ufficiale dell’esercito israeliano competente. “Se l’ufficiale competente dell’esercito decide di negare l’ingresso alla persona, la ragione del rifiuto non deve essere specificata nel rapporto sull’interrogatorio, solo che l’ingresso è stato negato da quell’ufficiale.” Se l’ispettore di frontiera crede che la persona progetti di visitare sia Israele che la Cisgiordania o Gaza, deve essere richiesta l’opinione dell’esercito sul suo ingresso.

Il regolamento stabilisce che la responsabilità di negare l’ingresso a diplomatici non ricade sull’autorità per la popolazione, ma sul ministero degli Esteri. “Nel caso in cui il ministero degli Esteri decida di negare l’ingresso ad una persona, la ragione del rifiuto non deve essere citata nel rapporto sul suo interrogatorio, ma solo che il suo ingresso è stato negato su decisione del ministero degli Esteri,” decreta il regolamento.

In febbraio Haaretz ha riportato che il numero di persone a cui è stato negato l’ingresso in Israele è salito quasi di nove volte rispetto agli scorsi cinque anni. Nel 2016 Israele ha negato l’ingresso a 16.534 persone, rispetto alle 1.870 del 2011. La ragione principale di questo incremento è stato il forte e costante aumento del numero di ucraini, georgiani ed egiziani a cui è stato negato l’ingresso. Nel 2016 i cittadini di questi tre Paesi hanno rappresentato il 68% dei respinti. Negli scorsi anni Israele ha anche negato l’ingresso a migliaia di persone dai Paesi occidentali, compresi gli Stati uniti, la Germania, la Gran Bretagna, la Francia e l’Italia.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Perché l’Europa sta finanziando i torturatori israeliani?

Ali Abunimah – 27 giugno 2017, Electronic Intifada

Un gruppo di importanti esperti di diritto internazionale è arrivato alla conclusione che l’Unione Europea sta finanziando illegalmente i torturatori israeliani e deve smettere [di farlo].

Essi affermano che il programma “LAW-TRAIN” viola le norme UE e le leggi internazionali perché uno dei partecipanti, il ministero della Sicurezza di Israele, “è responsabile o complice di torture, di altri crimini di guerra e contro l’umanità.”

“LAW -TRAIN” è iniziato nel maggio 2015 con l’apparente intento di “armonizzare e condividere tecniche di interrogatorio tra i Paesi coinvolti per affrontare le nuove sfide della criminalità transnazionale.”

E’ finanziato attraverso un programma di ricerca dell’UE chiamato “Horizon 2020”, che ha anche destinato milioni di dollari all’industria bellica israeliana.

Uso massiccio della tortura

“LAW -TRAIN” coinvolge l’università israeliana di Bar-Ilan, il ministero della Sicurezza pubblica israeliano, l’università cattolica di Lovanio in Belgio, il ministero della Giustizia belga, la Guardia civile, polizia paramilitare, spagnola e la polizia rumena. Il suo comitato consultivo include Cornelia Geldermans, un pubblico ministero olandese.

Originariamente era stato coinvolto anche il Portogallo, ma lo scorso anno si è ritirato in seguito alla crescente opposizione dell’opinione pubblica nei confronti del ruolo di Israele nel programma UE.

E’ previsto che “LAW -TRAIN” prosegua fino all’aprile 2018 e che metà dei suoi quasi 6 milioni di fondi vadano ai partecipanti israeliani.

“L’uso della tortura da parte degli investigatori israeliani è stato ampiamente documentato dalla stampa internazionale ed israeliana e confermato da ricercatori internazionali e dagli stessi investigatori israeliani,” ha affermato Michel Waelbroeck, l’autore del parere giuridico e uno dei membri dell’Istituto di Diritto Internazionale [istituto con sede in Belgio che intende formulare principi giuridici generali atti a preservare la pace e l’armonia nel mondo, ndt.]. “Nel giugno 2016 la commissione dell’ONU contro la tortura ha denunciato l’uso della tortura da parte di Israele e le tecniche illegali e violente durante gli interrogatori da parte della sua polizia e del personale penitenziario.”

L’opinione è sostenuta da 25 esperti di diritto internazionale e giuristi, compresi gli ex- inquirenti per i diritti umani dell’ONU Richard Falk e John Dugard, e da Laurens Jan Brinkhorst, un ex vice-primo ministro olandese ed ex-direttore generale della Commissione Europea.

Israele presenta un elenco ampiamente documentato di torture, anche contro bambini, ed ha sistematicamente evitato di fare indagini su denunce di abusi.

Finanziamento illegale

A febbraio centinaia di docenti universitari ed artisti belgi hanno sollecitato il proprio governo a porre fine all’appoggio a favore di “LAW-TRAIN” e nel parlamento europeo sono state sollevate obiezioni sul progetto.

Organizzazioni dei diritti umani di Palestina Belgio e Spagna hanno anche scritto ai funzionari dell’UE esprimendo preoccupazione in merito all’appoggio ad organismi israeliani impegnati nella tortura. Dato che l’opposizione contro “LAW-TRAIN” è aumentata, la Commissione Europea, il potere esecutivo dell’UE, ha realizzato una valutazione da parte di “una commissione di esperti indipendenti” che ha concluso che il programma ha dimostrato “una rispondenza da buona ad eccellente” con le leggi dell’UE, compresa la “Carta dei Diritti Fondamentali” europea.

Ma gli esperti di diritto affermano che il parere ignora le regole fondamentali dell’UE che vietano di finanziare individui o organizzazioni impegnati in “gravi comportamenti professionali illeciti” come la tortura.

Gli esperti legali hanno concluso che, poiché il ministero della Sicurezza pubblica di Israele è “responsabile di gravi e continue violazioni” del divieto europeo ed internazionale riguardo alla tortura, il finanziamento dell’UE è illegale.

Ma, lungi dal prendere provvedimenti per chiedere conto ad Israele delle torture, Carlos Moedas, il direttore di ricerca dell’UE, recentemente ha visitato Israele per celebrare la sua partecipazione a”Horizon 2020″.

Proteste in Francia

Mentre importanti funzionari dell’UE si stringono in un abbraccio con il regime di occupazione, apartheid e colonialismo di insediamento israeliano contro i palestinesi, i cittadini europei stanno continuando a chiedere di porre fine a tale complicità.

Sabato attivisti del BDS Francia hanno portato la loro protesta di fronte al padiglione dell’industria bellica israeliana Elbit Systems al Paris Air Show [Salone internazionale dell’aeronautica e dello spazio di Parigi-Le Bourget, una delle manifestazioni internazionali più importanti di presentazione di materiali aeronautici e spaziali, ndt.].

In un video si possono vedere i contestatori che si stendono a terra e esibiscono un cartello che denuncia il fatto che Israele sperimenti le sue armi sui palestinesi.

I manifestanti hanno chiesto un embargo sulle armi, la fine della cooperazione militare con Israele e il sostegno alla campagna per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni.

Elbit è una delle principali fabbriche di droni che Israele ha utilizzato per uccidere civili palestinesi. E’ stata incaricata dall’amministrazione Obama di fornire tecnologie per la sorveglianza lungo il confine tra USA e Messico.

Elbit ha anche notevolmente beneficiato di finanziamenti dell’UE.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Un’ avvocatessa olandese determinata ad ottenere giustizia per la gente di Gaza

Amira Hass, 27 giugno 2017 Haaretz

Liesbeth Zegveld è convinta che un tribunale olandese possa istruire una causa contro pezzi grossi dell’esercito israeliano per l’uccisione di sei palestinesi

Che cosa hanno in comune l’isola di Giava in Indonesia, la FIFA, una falsa accusa in Libia ed il campo profughi di Bureij nella Striscia di Gaza? Condividono tutti una stessa avvocatessa olandese, Liesbeth Zegveld, che sfida i termini di prescrizione e i limiti nazionali di giurisdizione quando si tratta di crimini nei confronti della vita umana commessi da potenti.

Martedì scorso ha inviato una notifica di chiamata in correità all’ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Benny Gantz ed al comandante delle forze aeree israeliane Amir Eshel, chiedendo loro di comunicarle entro sei settimane se si assumono la responsabilità dell’uccisione di sei membri della famiglia di Ismail Ziada, un cittadino olandese, nel corso dell’operazione ‘Margine Protettivo’ a Gaza nel 2014, e se intendono risarcirlo per i danni.

La notifica informa che, se non intendono farlo, lei ed il suo cliente intenteranno una causa civile accusandoli di crimini di guerra presso un tribunale olandese. Il giudice esaminerà in primo luogo la questione se un tribunale olandese abbia giurisdizione sul caso.

Zegveld riferirà alla corte il caso di un medico palestinese, Ashraf al-Hajuj: nel 2000 lui e cinque infermiere bulgare che lavoravano in un ospedale libico furono ingiustamente accusati di aver infettato dei bambini con il virus HIV. Solo la pressione internazionale li salvò dalla pena di morte. Dopo che Hajuj tornò in Olanda si rivolse alla Zegveld, che citò in giudizio 12 alti ufficiali libici per tortura e trattamento inumano.

Fece riferimento al principio di giurisdizione universale – in altri termini, per la gravità del crimine, la corte ha il diritto di giudicare a prescindere dal luogo in cui sia avvenuto il crimine. Sostenne inoltre che Hajuj non avrebbe avuto possibilità di un equo processo se avesse fatto causa in Libia. La sua opinione venne accettata. Nel marzo 2012 la corte gli riconobbe 1 milione di euro di risarcimento.

Nel caso di Ziada, la Zegveld intende dimostrare al giudice olandese che i palestinesi non hanno possibilità di un equo processo in Israele e che in quel Paese non si procede realmente ad indagini sulle denunce di crimini di guerra.

Zegveld, dello studio legale sui diritti umani Prakken d’Oliveira di Amsterdam, è specializzata in responsabilità per violazioni di diritti umani e rappresenta le vittime di guerra. L’obbiettivo non è il risarcimento economico, ma molto di più, afferma. Il caso dell’Indonesia lo conferma: nel 2008 Zegveld ha chiesto risarcimento al governo olandese un risarcimento per diverse vedove e bambini di circa 400 indonesiani uccisi dall’esercito olandese il 9 dicembre 1947 nel villaggio di Rawagede, sull’isola di Giava. All’epoca, le uccisioni erano considerate una legittima attività di repressione contro gli oppositori del governo coloniale olandese, la loro guerriglia e le attività terroristiche.

Anzitutto Zegveld riuscì a superare i termini di prescrizione. Lei ed i suoi colleghi allora scoprirono che quanto accaduto a Rawagede non era un incidente isolato. Infatti nel 1968 un’indagine promossa dal governo rivelò alcuni massacri di civili indonesiani commessi dall’esercito olandese, presentati come casi sporadici.

Così, per decenni l’Olanda ha mantenuto la sua limpida immagine. L’azione legale per conto delle vittime 60 anni dopo il crimine ha contribuito ad aprire crepe nell’amnesia della pubblica opinione. Ha anche incoraggiato la tendenza a condurre studi accademici su quegli anni, in cui l’Olanda ha rifiutato con spietata ostinazione di dire addio alla sua redditizia colonia. Nella sua tesi di dottorato, lo storico Rémy Limpach è giunto alla conclusione che vi fu violenza strutturale e sistematica.

Ciò ha spianato la strada perché l’Olanda risarcisse le vittime e si scusasse per i suoi crimini a Rawagede. A fine 2016 il governo olandese ha annunciato il finanziamento di uno studio sulla condotta dell’esercito in quegli anni.

Ma ci sono anche le sconfitte: a gennaio, un tribunale svizzero ha respinto l’istanza di Zegveld per conto di due sindacati – uno in Bangladesh e l’altro in Olanda – contro la FIFA per aver scelto il Qatar come Paese ospite della Coppa del Mondo del 2022. Lei ha sostenuto che, poiché l’organo internazionale di governo del calcio non ha richiesto una riforma delle leggi sul lavoro del Qatar, si rendeva responsabile del danno sistematico ai lavoratori dell’edilizia.

La corte sentenziò che il riferimento a cambiamenti nella legislazione del lavoro era vago e senza effetti giuridici. Ma Zegveld non si arrende: “Limiteremo il caso all’assegnazione della Coppa del Mondo al Qatar e tralasceremo il dovere della FIFA da quel momento in poi di monitorare da quel momento in poi la situazione dei diritti umani in Qatar”, ha detto. “Agli occhi del tribunale svizzero, la FIFA non è nella posizione di controllare la situazione in Qatar (il che purtroppo è lontano dalla realtà, ma la corte non era chiaramente disponibile ad approfondire i fatti.) Perciò la nostra argomentazione sarà: poiché la situazione dei diritti umani in Qatar è pessima, cosa nota alla FIFA, esso fin dall’inizio non avrebbe dovuto essere ammesso.”

Basandosi sugli stessi principi, con la stessa determinazione e ostinazione Zegveld sta programmando di gestire la causa della famiglia Ziada. Il 20 luglio 2014 una bomba colpì la loro casa a Bureij uccidendo sette persone: la madre settantenne di Ismail Ziada, Muftiah, i suoi figli Jamil, Yousef e Omar, la moglie di Jamil, Bayan ed il loro figlio dodicenne Shaban. Venne anche ucciso un altro uomo in visita alla casa: Muhammed Maqadma, un membro di Iz al-Din al-Qassam, l’ala militare di Hamas. Un altro ospite fu gravemente ferito.

Un obbiettivo legittimo?

Durante la guerra di Gaza del 2014 Israele ha adottato una politica di bombardamento delle case insieme ai loro abitanti. In 70 casi indagati dall’associazione per i diritti umani B’Tselem, la grande maggioranza delle 606 persone uccise non erano membri di organizzazioni armate palestinesi. Oltre il 70% erano minori di 18 anni, maggiori di 60 o donne.

Il 20 luglio l’aviazione israeliana bombardò otto case abitate in diversi luoghi della Striscia. I morti in questi bombardamenti furono 76. Lo stesso giorno l’esercito israeliano uccise in totale 214 persone in tutta Gaza. Secondo le indagini di B’Tselem, 73 di loro appartenevano a formazioni armate (coloro che partecipavano al conflitto, secondo la definizione di B’Tselem) e 140 no. La posizione di un uomo risultava non chiara. 27 vittime erano bambini sotto i 5 anni, 35 avevano dai 6 ai 17 anni, 29 erano donne e 12, compresa Muftiah Ziada, avevano oltre 60 anni.

Se Zegveld supererà l’ostacolo della competenza giurisdizionale, la corte affronterà il punto sostanziale: la casa degli Ziada era un obbiettivo legittimo? Se Gantz e Eshel decideranno di non rispondere, il processo avrà luogo in loro assenza ed i fatti esposti dalla denuncia verranno accettati così: danno a persone innocenti, sproporzionato, in contraddizione col diritto umanitario internazionale, un crimine di guerra. Se i due decideranno di difendersi in qualche modo, il dibattimento inizierà dai fatti.

Alcune settimane dopo l’uccisione della famiglia, Iz al-Din al-Qassam ha diffuso le ultime volontà, registrate precedentemente, del fratello di Ismail, Omar. A Gaza dicono che questa era la procedura che i membri dell’organizzazione seguivano quando ritenevano che la guerra stesse per scoppiare. “Sono il martire vivente”, afferma davanti alla telecamera, dicendo addio alla sua famiglia, a sua moglie e ai suoi figli ed agli amici di Iz al-Din al-Qassam, incoraggiandoli a continuare nella preghiera e nella resistenza.

Per circa sette minuti legge le proprie volontà con volto inespressivo e occhi asciutti. Versa lacrime solo quando cita i nomi degli amici che presto incontrerà in paradiso. Il suo corpo, in pantaloni corti, è stato trovato sotto le macerie della casa. La notizia sul sito web della Procura militare relativa alla decisione dell’Avvocatura Generale militare di chiudere l’inchiesta sull’uccisione della famiglia Ziada affermava che nella casa si trovava un comando operativo ed un centro di controllo e che tra i morti, oltre a Maqadma, vi erano tre “miliziani armati delle organizzazioni terroristiche Hamas e Jihad Islamica” membri della famiglia Ziada.

“Si uccide un’intera famiglia e poi si mette su internet qualcosa di simile a molte altre dichiarazioni”, ha detto Zegveld. “E’ come un comunicato stampa. Qual è il merito della questione? Quali le prove? E la trasparenza? Una telefonata da una casa privata, anche se si tratta di un membro di Hamas, non trasforma la casa in un centro di comando e di controllo. La legge dice: in caso di dubbio, chiunque è un civile.

Se ci sono prove che vi fossero membri militari attivi di Hamas, allora si entra nella vera questione del diritto umanitario, che implica proporzionalità e distinzione e misure precauzionali. E’ tempo che un tribunale discuta di questo.”

E’ ottimista sulle chance della denuncia?

“Il non funzionamento del diritto internazionale è dimostrato in modo esemplare in Israele e Palestina”, dice Zegveld. “Israele ha un sistema discriminatorio molto subdolo, che dall’esterno sembra un sistema funzionante. C’è una quantità di norme e tu pensi che DEVE essere un ottimo sistema, ma è finalizzato a confondere e ingannare. Tanto per dire che per la corte sarà un grosso problema. Io non vedo l’ora di porre quella questione. Anche se perdiamo, occorre chiarirla.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




NELLA GIORNATA INTERNAZIONALE A SOSTEGNO DELLE VITTIME DELLA TORTURA, ADDAMEER EVIDENZIA GLI ABUSI SISTEMATICI DA PARTE DALLE FORZE ISRAELIANE  

26/06/2017-

Nella giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, Addameer, associazione per i diritti umani dei prigionieri, afferma che i prigionieri e i detenuti palestinesi sono sottoposti continuatamente a torture fisiche e psicologiche da parte delle forze israeliane.

Le autorità d’occupazione praticano la tortura e i maltrattamenti in modo sistematico, in contrasto con il diritto internazionale, che vieta la tortura fisica e psicologica. Le Convenzioni sui diritti umani, tra cui la Convenzione contro la tortura, di cui Israele è paese firmatario, così come la quarta convenzione di Ginevra, vietano l’uso della tortura senza eccezioni.

In occasione della giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, il problema dei prigionieri palestinesi ha un’importanza speciale. Dal 1967, 73 prigionieri palestinesi sono deceduti a causa delle torture subite durante gli interrogatori. L’ultimo caso è quello di Arafat Jaradat, morto il 23 febbraio 2013 a seguito delle torture subite durante gli interrogatori. L’esperto di patologia forense, Dr. Sebnem Korur Fincanci, incaricato di indagare sul caso, è arrivato alla conclusione: “Arafat Jaradat è stato picchiato duramente la detenzione, con conseguente sindrome da Stress respiratorio acuto, che lo ha portato alla morte in carcere il 23 febbraio 2013.” [1] Nonostante questo, fino ad oggi, nessun funzionario israeliano è stato accusato per la morte di Jaradat.

I prigionieri e i detenuti palestinesi sono sottoposti a tortura e maltrattamenti fin dal momento dell’arresto, quando i soldati allo scopo di arrestarli, entrano forzatamente nelle loro case prima dell’alba, ai posti di blocco militari, sulle strade pubbliche o quando viaggiano ai posti di confine. Mentre i tempi e luoghi possono variare per quanto riguarda l’arresto dei detenuti palestinesi, la politica di aggressioni fisiche contro di loro è sistematica e praticata in modo capillare, indipendentemente dalle condizioni di salute, sesso o età.

I prigionieri palestinesi sono spesso sottoposti a tortura psicologica e fisica durante l’interrogatorio. Nel corso della detenzione, l’interrogatorio può durare fino a 75 giorni e le visite dell’avvocato possono essere negata per i primi 60 giorni. Le forme di tortura ed i maltrattamenti impiegati contro i prigionieri palestinesi comprendono: isolamento prolungato dal mondo esterno; condizioni di detenzione disumane; uso eccessivo di bende e manette; schiaffi e calci; privazione del sonno; negazione di cibo e acqua per lunghi periodi di tempo; diniego di accesso ai servizi igienici; diniego di accesso alle docce o al cambio di vestiti per giorni o settimane; esposizione a condizioni estreme di freddo o di caldo; abuso di posizioni; urla ed esposizione a rumori; insulti e imprecazioni; arresto di membri della famiglia o minacce di arrestarli;  abusi sessuali; schiaffi, calci e colpi; violento scuotimento.

Le confessioni estratte attraverso queste pratiche illegali sono quindi ammesse in tribunale. Queste politiche sono praticate in diretta violazione del diritto internazionale, tra cui l’articolo 2, paragrafo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT), ratificata da Israele il 3 ottobre 1991, che richiede ad ogni stato firmatario di impedire l’uso della tortura e le pratiche associate. In questo giorno, Addameer sottolinea che ci sono 6200 prigionieri politici palestinesi che continuano a subire maltrattamenti e torture sistematiche ed intenzionali.

 Addameer si rivolge quindi al Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres chiedendogli di far pressione su Israele affinché si attenga agli obblighi sanciti dal diritto internazionale, e affinché consenta ai relatori speciali delle Nazioni Unite e al Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura di visitare le prigioni e i centri di detenzione – al fine di monitorare e studiare le condizioni e le accuse di tortura.

Addameer invita inoltre le Nazioni Unite e i singoli Stati contraenti ad invocare la Corte Penale Internazionale (CPI) affinché indaghi sul reato di tortura e sui maltrattamenti che sono commessi sistematicamente contro i prigionieri e i detenuti palestinesi.

 [1] Il Comitato Pubblico contro la tortura e Al-Haq, 4 aprile 2014. “L’esperto internazionale di patologia forense ha detto: il detenuto palestinese Arafat Jaradat è stato torturato, e questo ha causato la sua morte mentre era in un carcere israeliano”: ahttp://www.alhaq.org/advocacy/topics/right-to-life-and-body-integrity/794-joint-press-statement-the-public-committee-against-torture-in-israel-and-al-haq

 




Il carburante importato dall’Egitto evita il totale collasso della Striscia di Gaza.

24 giugno, 2017 , Maan News

Gaza City (Ma’an). – Un milione di litri di carburante fornito dall’Egitto, ultimo di diverse forniture mandate dalle autorità egiziane,. sta per entrare sabato nella Striscia sotto assedio attraverso il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, per venire in soccorso del territorio colpito da una devastante carenza di elettricità.

Lo scorso mese le autorità israeliane hanno annunciato il drastico taglio dell’energia fornita al territorio assediato su richiesta dell’Autorità Nazionale Palestinese della Cisgordania occupata, che paga la bolletta mensile di Gaza a Israele detraendo[la] dalle tasse raccolte da Israele per conto dell’ANP.

In base ai resoconti di giovedì le autorità israeliane hanno ridotto l’offerta di elettricità del 60%. Tuttavia, notizie più recenti hanno verificato che Israele ha approvato di ridurre del 40% la fornitura di carburante al territorio.

Il carburante egiziano allevia la crisi energetica di Gaza

Khalil Shaqfa, capo della Commissione petrolifera della Striscia di Gaza, ha riferito a Ma’an che, in seguito a colloqui tra Hamas, che governa de facto Gaza, e le autorità egiziane, l’Egitto avrebbe fornito carburante per il consumo nelle stazioni di benzina private e nell’unica centrale di energia elettrica dell’enclave costiera, chiusa in aprile quando i funzionari del servizio elettrico a Gaza hanno affermato di non poter pagare una tassa sul diesel imposta dall’ANP, che avrebbe raddoppiato il costo di esercizio dell’impianto.

La centrale elettrica non ha funzionato a pieno regime per anni, per il durissimo blocco israeliano che ha limitato fortemente le importazioni di carburante nell’enclave costiera.

Ciò ha fatto sì che le linee elettriche israeliane fossero le uniche sorgenti efficienti di energia che alimentavano il territorio impoverito, dal momento che le linee egiziane che fornivano elettricità alla parte meridionale di Gaza erano spesso fuori servizio per problemi tecnici.

A quanto riferisce Shaqfa, 700.000 litri di diesel sono stati forniti alle stazioni di servizio private di Gaza per essere venduti ai residenti a 4.37 shekel al litro (1,10 euro), mentre un litro di diesel importato da Israele è venduto a 5,37 shekel (circa 1,30 euro). Gli abitanti , ha detto, faranno la loro scelta rispetto a quale carburante preferiscono comprare.

Shafqa ha messo in evidenza che, mentre il carburante egiziano continua a essere importato dentro Gaza, insieme alla quantità ridotta israeliana, non è sufficiente a sostituire tutto il carburante israeliano da cui dipendono i palestinesi di Gaza.

Shaqfa non ha detto per quanto tempo è prevista l’importazione del carburante egiziano nella Striscia e se l’accordo sia di lungo periodo o solamente temporaneo.

Alleanze improbabili in presenza di tensioni più forti tra Hamas e l’ANP

Secondo quanto riferito, l’ANP ha tentato di impedire la fornitura di carburante egiziano alla centrale elettrica di Gaza e ha minacciato misure punitive, incluso che l’ANP avrebbe cessato il pagamento mensile alla centrale se avesse importato il carburante egiziano, costringendo Hamas a ottenere un’ordinanza della magistratura per imporre all’impianto di accettare la fornitura di carburante.

Altre notizie hanno riportato che la fornitura di carburante è il risultato di recenti colloqui tra Hamas e il dimissionato dirigente di Fatah Muhammad Dahlan, il rivale politico del presidente Mahmoud Abbas.

Dahlan, che, nonostante risieda a Abu Dhabi in esilio, continua ad avere un’influenza politica nella regione, in base a notizie riportate ha convinto il governo egiziano a mandare il carburante al territorio sotto assedio.

Dahlan, essendo stato un fiero oppositore del governo di Hamas a Gaza dopo il successo di quest’ultima alle elezioni del 2006 che ha provocato un prolungato conflitto interno tra Fatah e Hamas, sembra essere l’improbabile alleato politico di Hamas.

Ciononostante Dahlan e il movimento di Hamas hanno iniziato una serie di colloqui che gli esperti hanno interpretato come l’opposizione concomitante di Hamas e Dahlan all’Autorità Nazionale Palestinse (ANP) guidata da Abbas nella Cisgiordania occupata.

Sebbene l’ANP abbia giustificato la propria decisione di tagliare i fondi per l’elettricità al fatto che Hamas non stesse rimborsando il governo con sede a Ramallah, in genere tra i palestinesi e tra chi critica [l’ANP] a livello internazionale si ritiene che l’ANP a guida Fatah stia realmente cercando di esercitare una pressione su Hamas perché rinunci al controllo dell’enclave costiera assediata e ceda il territorio all’ANP.

Con un altro colpo di scena, il ministro israeliano della Difesa Avigdor Lieberman, di destra, ha criticato la decisione di Abbas di tagliare da parte dell’ANP il pagamento del carburante israeliano alla Striscia di Gaza e ha accusato Abbas di cercare di influenzare Hamas a intraprendere la guerra contro Israele esasperando deliberatamente la crisi nel territorio assediato.

Abbas sta aumentando i tagli e fra poco cesserà di pagare i salari a Gaza e anche l’importazione di carburante nella Striscia in base a una duplice strategia: colpire Hamas e trascinarlo alla guerra contro Israele” ha detto, secondo quanto riferito.

Israele costretto ad assicurare la fornitura di carburante a Gaza

Gaza, che la scorsa settimana ha segnato il decimo anno sotto il blocco imposto da Israele, ha lottato per anni con la carenza di energia dovuta al limitato ingresso di carburante e al degrado delle infrastrutture

Anche l’Egitto, che confina con il sud di Gaza, ha partecipato al blocco, dopo che il presidente Al Sisi ha spodestato il governo dei Fratelli Musulmani nel 2013, chiudendo in seguito il valico di Rafah ai palestinesi.

Molti gazawi non possono entrare o uscire dall’enclave costiera assediata, a volte per diversi mesi, dal momento che le autorità egiziane aprono solo periodicamente il valico di Rafah, rimanendo bloccati i palestinesi su entrambi i lati del valico durante le chiusure.

La settimana scorsa il responsabile del dipartimento di radiologia degli ospedali pubblici di Gaza Ibrahim Abbas ha detto che il macchinario della diagnostica radiologica che è stato acquistato nel decennio passato – a un valore stimato in 10 milioni di dollari ( 894.000.000 euro) -, potrebbe presto andare perso per la sensibilità alle interruzioni di elettricità – aggravate da un’altra crisi finanziaria del centro ospedaliero in seguito ai tagli operati dall’ANP ai finanziamenti per le apparecchiature mediche e farmaci.

La crisi umanitaria a Gaza deve essere un campanello d’allarme per chiunque sia in grado di risolvere il problema” ha detto Ran Goldstein, direttore esecutivo dei Medici per i Diritti Umani di Israele (PHRI).

I bambini di Gaza sono diventati ostaggio del gioco politico portato avanti da ANP, Hamas e Israele. Ci vuole un mutamento drastico e immediato, fornendo farmaci, finanziamenti ed elettricità, aprendo Gaza al mondo esterno e offrendo assistenza umanitaria urgente” ha aggiunto Goldstein.

Mercoledì Chris Gunness , portavoce del UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, in un comunicato ha sottolineato che prima dell’attuale crisi Gaza stava già ricevendo meno della metà dei 450/ 500 megawatt necessari all’enclave costiera.

Gunness ha citato il ministro della Sanità di Gaza, che ha avvertito che 40 camere operatorie e 11 camere operatorie di ginecologia, che conducono circa 250 interventi chirurgici al giorno a Gaza, sono ora a rischio.

La scorsa settimana l’associazione israeliana per i diritti umani “Gisha” ha affermato che, con altre 15 associazioni della società civile, ha mandato una lettera al procuratore generale chiedendo che il governo israeliano ritorni sulla sua decisione di ridurre [l’approvvigionamento] di carburante a Gaza.

Secondo il gruppo la Corte suprema israeliana nel 2008 ha emesso una sentenza affermando che “anni di occupazione militare israeliana nell’area hanno determinato una completa se non totale dipendenza di Gaza dall’elettricità fornita da Israele”, e ha stabilito che Israele ha una responsabilità nel permettere le importazioni delle merci per assicurare le necessità umanitarie basilari dei palestinesi a Gaza.

Gisha ha sottolineato che tuttavia Israele ha continuato a fornire all’enclave assediata solamente 120 megawatt, nonostante una crescita della popolazione e una domanda di elettricità, raddoppiata da quando la corte ha emanato la sentenza.

Inoltre, nonostante l’aggravarsi della crisi di carburante, Israele ha continuato a centellinare l’ingresso della maggior parte delle attrezzature richieste dai palestinesi di Gaza per attenuare la carenza di energia, quali “generatori e i loro pezzi di ricambio, batterie e componenti per evitare le interruzioni di energia”, facendo riferimento alla valutazione israeliana secondo cui questi beni hanno un “uso duplice”, Gisha ha riferito, nel senso che possono essere usati sia per scopi civili che militari.

Israele non può sostenere di non essere altro che un fornitore di servizi, che risponde in modo neutrale a una richiesta di un cliente. Dato il suo totale controllo sulla vita della Striscia, Israele, in qualità di potenza occupante nella Striscia, ha il dovere di assicurare una vita normale ai suoi abitanti”, è scritto nella lettera.

La lettera afferma che Israele è “obbligato a trovare soluzioni” alla crisi e a continuare a fornire il carburante a Gaza “alla capacità esistente”, aggiungendo che Israele deve intraprendere dei passi verso un incremento dell’offerta per permettere agli abitanti, le cui tasse sono raccolte da Israele, un accesso a condizioni di vita accettabili”.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




L’UE si disinteressa totalmente di Gaza

Ali Abunimah 22 giugno 2017, Electronic Intifada

Dopo 10 anni di blocco israeliano le condizioni dei due milioni di palestinesi intrappolati nella Striscia di Gaza sono da tutti i punti di vista peggiori che mai.

Il blocco da parte di Israele, secondo il gruppo [israeliano] per i diritti umani B’Tselem, ha portato gli abitanti di Gaza “a vivere in terribile povertà con condizioni praticamente disumane senza precedenti nella storia contemporanea.”

Eppure l’Unione Europea, che si presenta come un campione di libertà, democrazia e diritti umani, si disinteressa totalmente delle persone che vi vivono.

Dopo quattro giorni di seguito di riduzioni, Israele ora ha tagliato del 60% l’elettricità che fornisce alla Striscia di Gaza.

Ciò si aggiunge ad una carenza cronica che determina il fatto che la maggior parte delle famiglie abbia circa quattro ore di elettricità al giorno.

Come hanno avvertito numerosi organismi internazionali, il territorio è nel bel mezzo di una crisi umanitaria in corso.

A metà maggio il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha affermato che Gaza era sull’orlo di un “collasso del sistema”, in quanto sale operatorie e sistemi idrici e sanitari hanno smesso di funzionare. Ormai il principale ospedale di Gaza City ha tagliato di un terzo le operazioni chirurgiche e, in seguito al blocco, accentuato dalla crisi elettrica, il territorio è sommerso dalle acque fognarie.

La crudeltà dell’Autorità Nazionale Palestinese

Israele si nasconde dietro all’Autorità Nazionale Palestinese, che ha chiesto ad Israele di ridurre la fornitura di elettricità come parte del tentativo del leader dell’ANP Mahmoud Abbas di nuocere ad Hamas, che governa all’interno di Gaza.

Le forniture di combustibile per l’unico impianto di Gaza per la produzione di energia si sono interrotte ad aprile, trasformando la grave carenza cronica di elettricità in un imminente disastro. Le autorità di Gaza sono ora riuscite a garantire qualche giorno di fornitura di combustibile dall’Egitto – nonostante i tentativi dell’ANP di bloccare questo breve miglioramento temporaneo offerto dall’Egitto.

La crudele campagna dell’ANP contro la gente di Gaza ha incluso anche l’interruzione della fornitura di medicinali per il territorio. In seguito a ciò, tra altre immediate minacce per la vita e la salute, secondo “Medici per i Diritti Umani – Israele” più di 300 malati di fibrosi cistica sono in pericolo di vita e il 90% dei malati di tumore non riceve cure adeguate.

Avalli dell’UE

Ma, come hanno sottolineato numerosi gruppi per i diritti umani, Israele non può sfuggire alla proprie responsabilità.

Israele continua ad essere il potere occupante a Gaza. E’ l’unico ad avere il potere di porre immediatamente fine alle sofferenze, e in base alla Quarta Convenzione di Ginevra ha l’obbligo giuridico di farlo. Tuttavia Israele agisce impunemente perché è appoggiato e gli viene consentito dalle potenze mondiali, soprattutto dall’Unione Europea, il suo principale partner commerciale.

Per giorni “Electronic Intifada” ha chiesto al “Servizio per l’Azione Esterna” dell’Unione Europea – di fatto il suo ministero degli Esteri – di fornire un commento sulla situazione di Gaza e di spiegare se sta facendo qualcosa, se lo fa, per esercitare pressione su Israele affinché revochi i tagli alla fornitura elettrica.

Martedì Maja Kocijancic, portavoce della responsabile della politica estera europea Federica Mogherini, ha confermato di aver ricevuto la domanda di Electronic Intifada ed ha promesso “di acquisire le ultime informazioni” e di “farsi viva il prima possibile.” Ma, trascorsi altri due giorni e passata la scadenza di giovedì pomeriggio, c’è stato un silenzio totale dall’UE, nonostante ripetute richieste di risposta a Kocijancic ed ai suoi colleghi.

Silenzio assenso

L’UE fornisce ad Israele ogni sorta di concessioni commerciali e finanziamenti in base al cosiddetto “Accordo di Associazione”.

Questo accordo specifica che i rapporti tra l’UE ed Israele “si devono basare sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici,” una clausola ritenuta “elemento essenziale” dell’accordo.

Decine di membri del parlamento europeo hanno esortato Mogherini a sospendere l’accordo – alla luce delle ripetute e flagranti violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele.

Invece l’UE sembra solo determinata a premiare ulteriormente Israele.

Un indicatore affidabile di ciò è l’ufficio del rappresentante dell’UE a Tel Aviv, che produce un flusso costante di tweets sul proprio account ufficiale in cui celebra la “cooperazione” dell’UE con Israele – compresi programmi “di ricerca” che finanziano l’industria bellica israeliana.

Persino questa settimana, mentre le condizioni di Gaza stavano peggiorando, l’UE ha promosso la propria cooperazione militare con Israele sulle cosiddette “sfide condivise”.

Nel contempo il “Servizio per l’Azione Esterna” dell’Unione Europea non ha twittato niente su Gaza dal 2015.

L’ultima crisi di Gaza si è sviluppata a partire da aprile ed ha provocato moniti sul fatto che potrebbe portare a un’altra guerra.

Il silenzio dell’UE non può quindi essere una svista.

Dovrebbe essere visto come un’approvazione dell’inasprimento del blocco di Gaza e delle sofferenze che Israele sta consapevolmente infliggendo a una popolazione stremata e traumatizzata da un decennio di isolamento e da una successione di attacchi militari israeliani.

L’Unione Europea sta quindi approfondendo la sua tanto decantata cooperazione con Israele. Una cooperazione che è complicità in un crimine.

(traduzione di Amedeo Rossi)