La tormenta gialla in Israele

Nota redazionale: Nel giugno 2016 lo scrittore peruviano e premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa ha scritto una serie di reportage dalla Palestina per il quotidiano spagnolo “El País”. Dal suo viaggio è stato tratto anche il documentario “Cinco días con Mario” (“Cinque giorni con Mario”).

I redattori di Zeitun non condividono alcune affermazioni contenute in questi testi per quanto riguarda i giudizi su Israele (tra cui ad esempio le notazioni finali sulle virtù del Paese, che ignorano il fatto che il 20% dei cittadini israeliani, soprattutto non ebrei, si trova sotto il livello di povertà ed il razzismo che colpisce tuttora gli ebrei sefarditi e quelli etiopi: vedi http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4753118,00.html; https:// en. wikipedia. org/wiki/Racism_in_Israel) e su alcuni degli scrittori che vengono qui definiti “pacifisti” (Grossman e Oz, che in varie occasioni hanno appoggiato le iniziative militari di Israele). Ritengono tuttavia importante tradurre e diffondere questi reportage, sia per l’autorevolezza dell’autore, sia perché contengono una esplicita denuncia dell’occupazione israeliana.

Le traduzioni che seguono includono due articoli di presentazione scritti dal giornalista de “El País” Juan Cruz e i reportage di Vargas Llosa.

Mario Vargas Llosa visita la Cisgiordania e scrive del dramma dei territori occupati

El País – Gerusalemme, 19 giugno 2016

Juan Cruz

L’agenda degli impegni di Mario Vargas Llosa, che ha 80 anni, è stata quasi quella di un inviato di guerra, e lui stesso la presenterà divisa in vari episodi su “El País” attraverso la pubblicazione di vari reportage a partire dal 30 giugno. Inoltre l’esperienza è stata raccolta da “El País TV” in un documentario che sarà trasmesso anche dalla rete del giornale.

Infatti l’esperienza è stata molto intensa. Sia la sua che la nostra, che l’abbiamo potuto accompagnare. Abbiamo visto come si alzava alle 4 del mattino per assistere alle code dei lavoratori palestinesi che devono attendere ore davanti al cancello implacabile in un checkpoint per entrare a lavorare in Israele, o come saliva e scendeva dalle strade o dai sentieri o dalle grotte impraticabili dei villaggi in cui i palestinesi resistono, o come si andava a cercare le informazioni di cui aveva bisogno per poi redigere il suo racconto. Avendo assistito al suo modo di fare non solo si capisce come ha fatto a scrivere alcuni dei suoi libri più famosi, ma anche come mantiene in forma la sua idea dell’impegno dello scrittore con la realtà. Non è affatto frequente che un premio Nobel della letteratura, autore di romanzi come “Conversazione nella ‘cattedrale'” o “La festa del caprone”, si dedichi a un esercizio di questo tipo.

David Grossman è uno dei grandi scrittori israeliani. Era un giovane giornalista della radio ufficiale nel 1987 quando decise di abbandonare la routine delle notizie per addentrarsi nel dramma provocato dagli insediamenti dei coloni nei territori occupati della Palestina fin dalla guerra del 1967.

In 20 anni nessuno scrittore vi si era avvicinato. Ora un’alta percentuale di israeliani non sa cosa succede in quella zona, dove si sviluppa quella che allora Grossman (Gerusalemme, 1954) vide come un’aggressione ai diritti umani. La situazione è peggiorata. Il risultato di quella visita fu un libro, “Il vento giallo”, che commosse milioni di lettori e provocò la sua espulsione dalla radio e l’ostilità di alcuni dei suoi colleghi. Quest’opera di Grossman è servita a far in modo che ora un gruppo di scrittori diano seguito con i propri testi all’esperienza drammatica dello scrittore israeliano. Tra questi c’è il premio Nobel Mario Vargas Llosa, che ha appena finito di rivisitare i territori occupati della Cisgiordania.

Ci furono comandanti dell’esercito, principale responsabile di quell’aggressione ai diritti umani dei palestinesi, che consigliarono ai propri ufficiali di leggere anche “Il vento giallo”. Yehuda Shaul, che ora ha 33 anni, non ha avuto bisogno che glielo consigliassero i suoi superiori: lo lesse quando era ancora sergente operativo a Hebron, una delle metafore della politica di colonizzazione israeliana, e trovò che quello che raccontava Grossman sulla discriminazione razziale, politica e civile dei palestinesi doveva essere denunciato.

Egli, con Miki Kratsman, ebreo argentino, che arrivò in Israele a 12 anni e qui è diventato fotografo e professore, ha creato “Breaking the silence” (Rompere il silenzio) il 12 marzo 2004. Formata da soldati di leva, l’organizzazione decise di raccogliere testimonianze anonime di militari la cui identità mantengono segreta. Lo scandalo è stato tanto grande quanto le minacce che ora si sono intensificate contro di loro. Con la tranquillità di un veterano (ha 57 anni), Miki Kratsman dice che il livello di questa repressione aumenterà. E le prove che ne hanno a “Breaking the silence” sono schiaccianti. “Però non ci arrendiamo. Vinceremo,” dice Shaul.

“La lotta è contro le colonie. Non è contro Israele”, continua: “Sono un patriota, un sionista, la mia è una famiglia conservatrice, ho 10 fratelli, alcuni sono coloni; non andrei dove ci sono coloni, ma non voglio che i miei nipoti crescano senza di me né io voglio vivere senza di loro. Per cui vado a trovarli.” La sua è una lotta etica: né lui né Miki né le circa 50 persone che costituiscono il loro gruppo, né i mille collaboratori che in un modo o nell’altro partecipano alla loro lotta (molti dei quali militari che hanno testimoniato il lato oscuro del loro lavoro), sono contro lo Stato di Israele. Vogliono che finisca la discriminazione contro i palestinesi.

 Rappresaglie

I documenti che denunciano le forze armate sono stati controllati dalla censura militare. Non hanno niente da temere in merito alla legittimità della loro lotta, però questo non basta per essere sicuri che non patiranno rappresaglie.

Questa lotta ha molto a che vedere con quel libro di Grossman. Per dargli continuità, questo lettore che è stato militare e ora confessa di non essere pacifista (“darei la mia vita per Israele”) ha concepito un progetto a cui lui e i suoi dedicano una passione irrefrenabile: convocare scrittori da tutto il mondo perché testimonino quello che Grossman ha già scritto tempo addietro. Il libro uscirà nel maggio 2017 in tutto il mondo e non ha ancora un titolo. Allora sarà passato mezzo secolo di occupazione.

Mario Vargas Llosa è uno di loro. Collaboratore de “El País”, reporter in Iraq, in Israele e in altre parti del mondo, ha attraversato in quest’ultima settimana quei territori occupati per condividere le informazioni che hanno sia i palestinesi espulsi dalla loro terra, che vivono una vita stentata in alcuni villaggi o città (come Hebron) che ora sono luoghi tanto fantasmatici come il “Pedro Páramo” di Juan Rulfo [scrittore messicano. Il romanzo si svolge in un villaggio fantasma. Ndtr.], sia quelli che sono coloni di quegli stessi territori.

Il libro di Grossman si intitolava “Il vento giallo” perché in Israele il giallo è il colore dell’odio. Quello che adesso vuole “Breaking the silence” è sradicare questo colore dalle relazioni difficili, politicamente impossibili, umanamente degradanti tra israeliani e palestinesi, questi ultimi condannati a vivere all’ultimo posto della storia.

 Il colore dell’odio

Alcuni dei rappresentanti di BTS (come lo stesso Shaul, come Morial Rothman-Zecher, un giovane di 26 anni che ha studiato Scienze Politiche, ha rinunciato al servizio militare ed ha pagato per questo) parlano arabo e cercano di smentire quel colore di odio che segna lo stupore con cui quasi 40 anni fa Grossman ha disegnato il corpo e l’anima di questo conflitto.

Loro hanno invitato Vargas Llosa (e Colm Tóibín, Colum McCann [scrittori irlandesi. Ndtr] e fino a 26 autori tra poeti, narratori o saggisti di tutto il mondo, compresi Israele e Palestina) perché vedano questa lotta etica e ottengano le testimonianze degli abitanti dei territori occupati. Questi scrittori stanno arrivando.

L’autore de “La zia Giulia e lo scribacchino” ha raccontato a “El País TV” che la prima volta che è venuto in Israele è stato nel 1974, ” e allora ero ancora di sinistra”. Quell’Israele lo affascinò, perché esprimeva ideali di giustizia sociale che facevano parte dell’ideologia della sinistra di cui egli faceva parte. Il fenomeno delle colonie ha smentito in seguito quell’immagine.

Né lui né quelli che lo hanno invitato mettono in dubbio lo Stato di Israele; egli dirà, nelle puntate del suo reportage (che iniziano a pubblicarsi ne “El País” dal prossimo giovedì 30 giugno [2016]), come ha visto questo problema ed altri sollevati dalla questione cruciale delle colonie.

Quello che “Breaking the Silence” mette in discussione, e per questo l’organizzazione lavora perché finisca l’odio tra palestinesi ed israeliani, è che ci siano cittadini condannati a vivere come esseri senza diritti elementari nel territorio comune, in Cisgiordania, a Gerusalemme, in tutte le zone in cui i coloni ricevono una protezione negata ai palestinesi espulsi dalle loro terre.

Il libro che ha ispirato questa lotta è “Il vento giallo”. Il nuovo libro, al quale lavora “Breaking the Silence” e per questo hanno invitato Vargas Llosa e gli altri, deve ancora essere definito. Abbiamo prospettato allo stesso Grossman, che tanto ha segnato Shaul e i suoi compagni, se quel vento potrebbe essere adesso una tempesta: “Sì, probabilmente”, ha affermato.

Qui il giallo è il colore dell’odio. Persino i più ottimisti credono che Israele viva la continuazione pericolosa di una lunga tormenta gialla. “Breaking the Silence” è nato per rompere il silenzio che ha stimolato questo odio. E insiste nel voler rompere l’origine di questa tormenta.

Vargas Llosa racconta “i disastri dell’occupazione”.

El País-30 giugno 2016

di Juan Cruz

Il Nobel racconta l’esperienza del suo incontro con la realtà dei territori occupati in Cisgiordania.

Gideon Levy, uno dei maggiori giornalisti israeliani, ha apostrofato Mario Vargas Llosa, quando lo ha visto con il notes in mano, mentre entrava a Hebron, questo luogo che l’occupazione israeliana ha trasformato in una luce spenta.

Cosa ci fai tu qui?

Poi i due si sono messi a camminare per Hebron fino ad arrivare ad un promontorio sul quale un circolo culturale palestinese ha ricevuto il premio Nobel e i suoi accompagnatori intorno a un vecchio ulivo a cui era avvolto uno striscione di tela: “Free Palestine”. Il Nobel ha preso il suo libretto degli appunti, con in testa il cappello che lo proteggeva dal sole, e ha preso nota di quello che stava ascoltando. Non si è mai separato del suo block notes. Prendeva appunti con l’impegno e la costanza di un reporter perso in un buco del mondo. Voleva sapere quello che succede per poterlo raccontare a una società che, come gli hanno detto, sa di Israele e Palestina solo quando ci sono attentati, intifada e scontri che iniziano con lanci di pietre o coltelli e finiscono con tumulti che poi diventano le prime pagine dei giornali o dei servizi televisivi in tutto il mondo.

Lì gli hanno raccontato questa parte del problema. Quando la conversazione è diventata più informale ed erano le sette di sera ad Hebron, i palestinesi, gli israeliani che accompagnavano Vargas Llosa e noi giornalisti de “El País” che lo abbiamo seguito in questo viaggio abbiamo visto, sul computer di uno dei palestinesi, il finale della partita Repubblica Ceca -Spagna, quello del gol di Piqué.

Tutti, compreso Gideon, anche se all’inizio era convinto che la Repubblica Ceca fosse la Spagna (“Come gioca male la Spagna” ha detto), hanno applaudito il gol del catalano. Quando stavano tornando a Gerusalemme, per continuare il viaggio, il Nobel Vargas Llosa, , ha ricevuto un altro saluto da Gideon Levy, che si congedava:

– Grazie, Mario, per essere venuto a raccontarlo.

Glielo hanno detto altre volte. Però questa volta glielo diceva un giornalista che conosce molto da vicino sia quello che il governo israeliano ha fatto nei territori occupati (ha lavorato in stretto contatto con Simon Peres, ex-presidente di Israele) sia quello che pensa la società civile (intellettuali, scrittori) di entrambi i lati (israeliani, palestinesi) su questo dualismo di odio da una parte e di odio dall’altra che si è andato costruendo durante più di mezzo secolo in questa parte difficile del Medio Oriente, come un muro che qualcuno vuole rompere. Tra costoro, quelli che hanno invitato Vargas Llosa a fare questo viaggio, che vogliono mitigare un odio che ormai sembra eterno.

“Buchi neri”

Il premio Nobel peruviano è stato varie volte in Israele e in Palestina, come in Iraq o in Afghanistan o in Congo, cercando “in quei buchi neri del mondo”, come dice Carlos Granés, uno dei suoi esegeti, “le radici dei conflitti, per cercare di aiutare a capirli, al di fuori di quei difficili abissi.”

Dieci anni fa il Nobel peruviano ha conosciuto Yehuda Shaul, che all’epoca era un giovane ex-sergente israeliano di ventitre anni che aveva contribuito a fondare ” Breaking the silence” (Rompere il silenzio), un’organizzazione inconsueta in questo Paese in guerra: sergente proprio a Hebron, Yehuda aveva annotato nella sua mente le atrocità a cui le autorità civili israeliane obbligavano i militari in servizio nei territori occupati e volle mettere insieme commilitoni che avevano provato lo stesso orrore di fronte alle nefandezze che avevano visto.

Nel suo “Pietra di paragone” di quest’ultima domenica, Vargas Llosa ne “El País” ha raccontato questo incontro e quello che ne è seguito fino a culminare nella visita che da domani racconterà qui.

Le sue cronache si intitolano “I disastri dell’occupazione” e si pubblicheranno il 1, il 2 e il 3 luglio, su due pagine in cui i lettori seguiranno i suoi incontri nei territori occupati e anche nei confini interni (i checkpoint) di questo territorio tanto complicato… Inoltre www.elpais.com offrirà da questa sera un documentario realizzato dall’equipe de “El País Video” in cui si raccolgono le esperienze del Nobel. Egli ha detto che uno scrittore non ha altro potere che la sua parola, e se questa gli serve per far conoscere quello che succede nei posti che ha visitato, onora il suo impegno morale.

Il giornalista e scrittore peruviano Alonso Cueto (a cui Vargas ha dedicato il suo ultimo romanzo, “Cinque angoli”) diceva ieri a proposito del giornalismo del Nobel: “Fa giornalismo in modo appassionato, come i suoi romanzi: continua a pensare che le parole sono azioni, e scrivere per lui è un’attestazione etica. E va in luoghi pericolosi, come l’Iraq, come l’Afghanistan, come questi territori in cui ha viaggiato ora, perché le persone che vivono vicino al pericolo rappresentano l’umanità in senso morale.” Granés aggiunge: “Va in luoghi di conflitti dalla cui soluzione dipende in buona misura il futuro del mondo.”

Questo era ciò di cui lo ringraziava Gideon Levy, che fosse lì a raccontarlo.

I giusti di Israele

Molti israeliani dedicano i propri sforzi a denunciare le ingiustizie sofferte dai palestinesi, senza preoccuparsi delle minacce, degli insulti o delle accuse di tradimento

El País

Mario Vargas Llosa – 26 giugno 2016

Yehuda Shaul ha 33 anni ma ne dimostra 50. Ha vissuto e vive con tale intensità che divora gli anni, come fanno i maratoneti con i kilometri. E’ nato a Gerusalemme, in una famiglia molto religiosa ed è uno di 10 fratelli. Quando l’ho conosciuto, 11 anni fa, portava ancora la kippah [il copricapo tipico degli ebrei osservanti. Ndtr.]. Era un giovane patriota, che deve essere stato molto bravo nell’esercito quando faceva il servizio militare perché, dopo i tre anni obbligatori, Tsahal [l’esercito israeliano. Ndtr] gli ha proposto di continuare un corso per reparti speciali ed è rimasto un anno in più a fare il militare, come sergente. Al ritorno alla vita civile, come molti altri giovani israeliani, ha viaggiato in India, per schiarirsi le idee. Lì ha riflettuto e ha pensato che i suoi compatrioti ignorassero le cose orribili che l’esercito commetteva nei territori occupati e di avere l’obbligo morale di farglielo sapere.

Per questo Yehuda e un fotografo, Miki Kratsman, il 1 marzo 2004 hanno fondato Breaking the Silence (Rompendo il silenzio), un’organizzazione che si dedica a raccogliere testimonianze di soldati congedati e in servizio (la cui identità rimane segreta). In incontri e pubblicazioni destinate a informare il pubblico, in Israele e all’estero, presentano la verità su quanto avviene in tutti i territori palestinesi che sono stati occupati dopo la guerra del 1967. (L’anno prossimo saranno passati 50 anni di occupazione). Prima di essere resi pubblici, i testi ed i video vengono controllati dalla censura militare, perché Yehuda e i suoi circa 50 collaboratori non vogliono violare la legge. Le testimonianze raccolte superano il migliaio.

Fino a relativamente poco tempo fa, grazie alla democrazia che regnava nel Paese per i cittadini israeliani, Breaking the Silence poteva operare senza problemi, anche se molto criticata dai settori nazionalisti e religiosi. Però da quando è entrato in carica l’attuale governo – il più reazionario ed estremista della storia di Israele – si è scatenata una durissima campagna contro i dirigenti dell’associazione, accusandoli di essere dei traditori e chiedendo che siano messi fuorilegge, in Parlamento, da parte di ministri e leader politici e sui giornali. Sulle reti sociali abbondano gli insulti e le minacce contro i suoi fondatori. Yehuda Shaul non si lascia intimidire e non pensa di fare alcuna concessione. Dice di essere un patriota e un sionista e di essersi impegnato in quello che fa non per ragioni politiche ma morali.

Nella millenaria storia ebraica c’è una tradizione che non si è mai interrotta: quella dei giusti. Quegli uomini e quelle donne che, di tanto in tanto, emergono nei momenti di transizione o di crisi e fanno sentire la propria voce, controcorrente, indifferenti all’impopolarità e ai pericoli che corrono agendo in quel modo, per esporre una verità o difendere una causa che la maggioranza, accecata dalla propaganda, la passione o l’ignoranza, si rifiuta di accettare. Yehuda Shaul è uno di loro, ai giorni nostri. E, per fortuna, non è l’unico.

C’è ancora, imperterrita, la giornalista Amira Hass, che se n’è andata a vivere a Gaza per soffrire sulla sua carne le miserie dei palestinesi e documentarle giorno dopo giorno nelle sue cronache su “Haaretz” [attualmente Amira Hass vive a Ramallah, in Cisgiordania. Ndtr.] . Devo a lei aver passato, qualche anno fa, nell’asfissiante e sovraffollata trappola per topi che è la Striscia, una notte indimenticabile in casa di una coppia di palestinesi che si dedica al lavoro sociale. E il suo collega Gideon Levy, instancabile scrittore, che incontro, dopo parecchio tempo, sempre a lottare per la giustizia con la penna in mano, anche se con l’animo meno forte di una volta perché attorno a lui si riduce ogni giorno di più il numero dei difensori della razionalità, della convivenza e della pace e crescono senza tregua i fanatici delle verità uniche e del Grande Israele che avrebbe niente meno che l’appoggio di Dio.

Però in questo viaggio ne ho conosciuti altri, non meno limpidi e coraggiosi. Come Hanna Barag che, alle cinque del mattino, all’incrocio di Qalandia, pieno di cancellate, videocamere e soldati, mi ha mostrato l’agonia dei lavoratori palestinesi che, pur avendo il permesso ed il lavoro a Gerusalemme, devono aspettare ore ed ore prima di poter andare a guadagnarsi da vivere. Hanna e un gruppo di donne israeliane si piazzano tutte le mattine all’alba di fronte a queste recinzioni, per denunciare i ritardi ingiustificati e protestare contro gli abusi che vi si commettono. “Cerchiamo di arrivare fino agli alti gradi,” mi dice, indicando i soldati, “perché questi non ci stanno neanche a sentire.” E’ un’anziana minuta e piena di rughe, ma nei suoi occhi chiari brillano una luce e una dignità accecanti.

Ed è un giusto, benché neppure lo sospetti, anche il giovane Max Schindler, che ho conosciuto a Susiya, un villaggio miserabile nelle montagne a sud di Hebron; è molto timido e devo tirargli fuori a forza cosa ci fa lì, circondato da bambini affamati, in questo luogo fuori dal mondo a cui i coloni delle vicinanze vengono a tagliare gli alberi e a distruggere i raccolti, e a volte a picchiare gli abitanti, e sulle cui misere case pesa un ordine di demolizione. E’ un volontario che è venuto a vivere – o meglio a sopravvivere – a Susiya per qualche mese e dedica il proprio tempo a insegnare l’inglese agli abitanti del paese. “Vorrei che sapessero che c’è un altro Israele,” mi dice, indicando gli abitanti.

Sì, ci sono i giusti, molti, anche se non sono tanti da vincere le elezioni. La verità è che, da anni, le perdono, una dietro l’altra. Ma non si lasciano abbattere da queste sconfitte. Sono medici ed avvocati che vanno a lavorare nei villaggi semi-abbandonati e a difendere le vittime dei soprusi nei tribunali, o giornalisti, o attivisti dei diritti umani che registrano le violenze ed i crimini e li espongono all’opinione pubblica.

Per esempio c’è un’associazione di fotografi, formata da ragazze e ragazzi molto giovani, che fissano in immagini tutti gli orrori dell’occupazione. Mi seguono ovunque vado e non gli importa di camminare in mezzo alla spazzatura puzzolente e di scottarsi per il calore nel deserto, se possono documentare con immagini tutto quello che l’Israele ufficiale nasconde e i benpensanti non vogliono sapere. Ma, benché i giornali ufficiali non pubblichino le loro foto, loro le espongono in piccole gallerie, in pannelli nelle strade, in pubblicazioni semiclandestine. Quanti sono? Migliaia, ma non abbastanza da cambiare questo movimento dell’opinione pubblica che sta spingendo sempre più Israele verso l’intransigenza, come se essere la prima potenza del Medio Oriente – e, a quanto pare, la sesta del mondo – fosse la miglior garanzia per la sua sicurezza.

Sanno che non è così, che, al contrario, trasformarsi in un Paese coloniale, che non ascolta, che non vuole negoziare né fare concessioni, che crede solo alla forza, ha fatto sì che Israele perda l’ aura prestigiosa e onorevole che aveva e che il numero dei suoi avversari e dei suoi critici, invece di diminuire, aumenti ogni giorno.

Due giorni prima di partire, ho cenato con altri due giusti: Amos Oz e David Grossman. Sono scrittori magnifici, vecchi amici ed entrambi infaticabili difensori del dialogo e della pace con i palestinesi. I tempi che affrontano sono difficili, ma non si lasciano abbattere. Scherzano, discutono, raccontano aneddoti. Dicono che, tirando le somme, nessuno potrebbe vivere fuori da Israele. Gideon Levy e Yehuda Shaul, che sono anche loro lì, si dichiarano d’accordo. Finalmente, per fortuna, è la prima volta, in tutti i giorni in cui sono stato qui, che un gruppo di israeliani concorda totalmente su qualcosa.

I villaggi condannati

Il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa in una serie di reportage riflette sull’occupazione israeliana. In questo primo articolo si concentra su alcuni villaggi del sud della Cisgiordania

El País

Mario Vargas Llosa – 1 luglio 2016

“Il principale problema di Israele è uno solo, le colonie in Cisgiordania, cioè l’occupazione dei territori palestinesi”, mi dice Yehuda Shaul. “L’anno prossimo sarà passato mezzo secolo. Però c’è una soluzione e la vedrò messa in pratica prima di morire.”

Rispondo al mio amico israeliano che bisogna essere molto ottimisti per credere che un giorno più o meno vicino i 370.000 coloni che si trovano nella terra invasa della Cisgiordania – veri bantustan che circondano i 2.700.000 abitanti delle città palestinesi e le separano le une dalle altre – possano andarsene da lì in nome della pace e della coesistenza pacifica. Però Yehuda, che lavora instancabilmente per far conoscere quello che la grande maggioranza dei suoi concittadini si rifiuta di vedere, la tragica situazione in cui vivono i palestinesi della sponda occidentale del Giordano, mi dice che forse sarò meno scettico dopo il viaggio che faremo insieme, domani, verso i villaggi palestinesi delle montagne a sud di Hebron.

Ci siamo già stati sei anni fa, noi due, tra queste montagne sul confine della Cisgiordania. Ed è vero, il villaggio di Susiya, che allora aveva 300 abitanti e sembrava destinato a scomparire come altri della zona, ora ne ha 450, perché, nonostante le calamità di cui continua ad essere vittima, un buon numero di famiglie che erano fuggite sono tornate; anche loro, come Yehuda, godono di un ottimismo a prova di atrocità.

Perché le persecuzioni di cui sono vittime Susiya e i villaggi vicini da molti anni non sono terminate, al contrario. Mi mostrano la recente demolizione delle case, i pozzi di acqua riempiti di pietre e spazzatura, gli alberi tagliati dai coloni e persino i video delle aggressioni di costoro – con armi e bastoni – contro gli abitanti che hanno potuto riprendere, così come gli arresti ed i maltrattamenti che ricevono dall’IDF (Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano. Ndtr.]). Nella casa comunale, una delle poche abitazioni ancora in piedi, chi fa le veci del sindaco, Nasser Nawaja, mi mostra gli ordini di demolizione che, come spade di Damocle, pendono sulle costruzioni ancora non distrutte dai bulldozer dell’occupante. Le formalità vanno rispettate: questa zona è stata scelta per esercitazioni militari dell’IDF ed i villaggi dovrebbero sparire (ma non le colonie né gli avamposti dei coloni che sorgono dappertutto nei dintorni). A volte il pretesto è che le fragili abitazioni sono illegali, perché non hanno il permesso di costruzione. “E’ una cosa da pazzi – mi dice Nasser -; quando chiediamo permessi edilizi per costruire o ripristinare i pozzi d’acqua ce li rifiutano, e poi ci demoliscono le case perché sono state costruite senza autorizzazione.” In questo villaggio, come negli altri dei dintorni, i contadini e i pastori non vivono in case ma in fragili tende costruite con teloni e lamiere o nelle grotte – ce ne sono molte nella zona – che i soldati non hanno ancora reso inutilizzabili riempiendole di pietre e spazzatura.

Nonostante tutto, gli abitanti di Susiya e di Yimba, i due villaggi che ho visitato, continuano a stare lì, resistendo alle persecuzioni, appoggiati da alcune ONG e da organizzazioni israeliane di solidarietà, come “Breaking the Silence” (“Rompere il silenzio”), di cui Yehuda è membro e che mi ha invitato qui. A Susiya ho conosciuto un giovane molto simpatico, Max Schindler, ebreo statunitense; è venuto come volontario a vivere qualche mese in questo luogo ed insegna inglese ai bambini del villaggio. Perché lo fa? “Perché vedano che non tutti gli ebrei sono uguali.” In effetti, ce ne sono molti come lui – i giusti di Israele – che li aiutano a presentare ricorsi ai tribunali, che vengono a vaccinare i bambini, che protestano contro le sopraffazioni, e tra questi, scrittori come David Grossman e Amos Oz, che firmano manifesti e si mobilitano chiedendo di porre fine agli abusi e che si lascino vivere in pace questi villaggi.

“850 coloni israeliani nel cuore di una città palestinese di 200.000 abitanti! Per proteggerli, 650 soldati israeliani fanno la guardia nella Città Vecchia blindata.”

Una dichiarazione di questo tipo, promossa da loro, qualche mese fa ha salvato- per il momento – dalla distruzione Yimba, un villaggio antichissimo, anche se sono state demolite 15 case. Ora sta aspettando un’ultima decisione della Corte Suprema sulla sua esistenza. Ha un’enorme grotta, ancora indenne, che, mi garantiscono, è dell’epoca romana. Allora il villaggio si trovava ai bordi del sentiero – si può ancora seguire il suo tracciato nell’aspro deserto di pietre, polvere e stoppie che ci circonda – che portava i pellegrini alla Mecca; allora Yimba era prospero grazie ai suoi negozi per i rifornimenti e i ristoranti. Ora la sua antichità nasconde un rischio: che, siccome si tratta di un luogo archeologico, le autorità israeliane decidano che debba essere spopolato perché gli archeologi possano recuperare i tesori storici del suo sottosuolo. Le lamentele sono le stesse che ho sentito a Susiya: “Appena riescono a cacciarci con questo pretesto, arriveranno i coloni; loro sì che possono convivere con i resti archeologici senza alcun problema.”

Come a Susiya, ho visitato Yimba circondato da bambini scalzi e scheletrici, che tuttavia non hanno perso l’allegria. Una bambina, soprattutto, con occhi birichini ride a crepapelle quando vede che non sono capace di pronunciare il suo nome arabo come si deve.

Basta esaminare una mappa dei territori occupati per capire la ragione delle colonie: circondano tutte le grandi città palestinesi e bloccano i contatti e gli scambi, allo stesso tempo stanno espandendo la presenza israeliana e scomponendo e frazionando il territorio che si suppone dovrebbe occupare il futuro Stato palestinese fino a renderlo impossibile. C’è una chiara intenzione in questa strategia: con la proliferazione delle colonie rendere irrealizzabile quella soluzione dei due Stati che, tuttavia, i dirigenti di Israele dicono di accettare. Sennò non si capisce perché tutti i governi, di centro, di sinistra e di destra, con l’unica eccezione dell’ultimo governo di Ariel Sharon, che nel 2005 ritirò le colonie israeliane da Gaza, abbiano permesso, e continuino a farlo, l’esistenza e l’espansione sistematica di colonie illegali – laiche, socialiste e molte di religiosi ultrà – che sono un motivo permanente di frizione e danno la sensazione ai palestinesi di vedere ridursi progressivamente il già ridotto spazio della Cisgiordania che hanno a disposizione.

Non ho la pretesa di leggere nella mente nascosta dell’elite politica israeliana. Ma basta seguire nella mappa il modo in cui negli ultimi decenni le occupazioni illegali ed il famoso “muro di Sharon” stanno mutilando i territori palestinesi, per avvertire in questo una politica tacita o esplicita che non ha mai cercato di affrontare queste occupazioni e, semmai, le stimola e le protegge. Non è solo un motivo costante di scontri con i palestinesi, è una realtà che fa pensare a molti che ormai sia impossibile mettere in pratica la formazione di due Stati sovrani, una cosa che, tuttavia, come una giaculatoria priva di verità, nient’altro che chiasso, l’ONU e i governi occidentali ancora promuovono.

Probabilmente, tra le spoliazioni che queste colonie comunque comportano, nessun caso è tanto drammatico come i cinque insediamenti eretti nel cuore di Hebron: 850 coloni israeliani nel cuore di una città palestinese di 200.000 abitanti! Per proteggerli, 650 soldati israeliani montano la guardia nella Città Vecchia, che è stata blindata, le sue strade “sterilizzate” (secondo la definizione ufficiale) – chiusi tutti i suoi negozi, le porte d’ingresso delle case, tutte le attività commerciali – in modo che camminare da quelle parti è percorrere una città fantasma, senza gente e senz’anima. Undici anni fa sono andato a zonzo per queste strade morte; l’unica cosa che è cambiata è che sono scomparsi gli insulti razzisti contro gli arabi che ne decoravano i muri. Però dappertutto compaiono sempre le barriere con i soldati e continua la proibizione agli arabi di circolare in macchina nelle strade del centro, il che li obbliga a fare lunghissimi giri attraverso i campi per passare da un quartiere all’altro. Gli israeliani che mi accompagnano – sono quattro – mi dicono che il peggio di tutto è che ora ormai nessuno parla più dell’orrore rappresentato da Hebron e delle terribili ingiustizie che lì si commettono contro 200.000 abitanti in apparenza per proteggere 850 invasori.

I bambini terribili

Il premio Nobel per la Letteratura Mario Vargas Llosa in una serie di reportage riflette sull’occupazione israeliana. In un secondo reportage il Nobel descrive, attraverso quello che ha ascoltato in un tribunale militare israeliano che giudica palestinesi dai 12 ai 17 anni di età che attentano contro la sicurezza, come funziona un sistema per “prevenire il terrorismo seminando il panico.”

El País

Mario Vargas Llosa – 1 luglio 2016

Salwa Duaibis e Gerard Horton sono due giuristi – lei palestinese, lui anglo-australiano -, membri di un’istituzione umanitaria che controlla il modo di agire dei tribunali militari incaricati di giudicare in Israele giovani dai 12 ai 17 anni che attentano contro la sicurezza del Paese. La mattinata che ho passato con loro a Gerusalemme è stata una delle più istruttive tra quelle che ho trascorso.

Lo sapevate che nel 2012 non è stato assassinato neanche un colono delle colonie della Cisgiordania? E che la media dei crimini contro i membri delle colonie negli ultimi cinque anni è solo di 4,8 all’anno, il che significa che i territori occupati sono più sicuri per loro di quanto lo siano New York, Città del Messico e Bogotà per i loro abitanti? Se si tiene conto che in Cisgiordania i coloni sono circa 370.000 (se si aggiungono quelli di Gerusalemme est sarebbero mezzo milione) e i palestinesi 2.700.000, non c’è nessun dubbio: si tratta di uno dei posti meno violenti del mondo, nonostante le sparatorie, le demolizioni, le azioni terroristiche e gli scontri di cui parlano i giornali.

“Senza dubbio un grande successo delle Forze di Difesa di Israele (IDF [l’esercito israeliano. Ndtr.])” dice Gerard Horton. “Bisogna far loro i complimenti per questo?” Una cosa del genere si ottiene solo con un piano intelligente, freddo e messo in pratica in modo metodico. In cosa consiste questo piano per quanto riguarda i bambini e gli adolescenti? In un programma di intimidazione sistematica, astutamente concepito e messo in atto in modo impeccabile. Si tratta di mantenere questa popolazione giovane, dai 12 ai 17 anni, psicologicamente instabile. Per lei ci sono tribunali speciali che i giuristi dell’organizzazione tengono sotto controllo. Il metodo consiste nel “dimostrare la presenza” dell’IDF in modo massiccio, la “cauterizzazione della coscienza” e “operazioni simulate di disturbo della normalità.” Questo gergo esoterico si può riassumere in una frase semplice: prevenire il terrorismo seminando il panico. (Questo metodo è diverso da quello applicato agli adulti e, soprattutto, ai sospetti terroristi: in questo caso si includono assassinii selettivi, torture, lunghissime pene detentive e demolizioni e confisca delle case).

L’esercito ha un ufficiale dell’intelligence per ogni zona della Cisgiordania e un’efficiente catena di informatori comprati con corruzione o ricatti, grazie ai quali compila liste dei giovani che partecipano alle manifestazioni contro l’occupazione e tirano pietre alle pattuglie israeliane. Le operazioni si svolgono in genere di notte, con soldati mascherati che si fanno precedere da un rumore assordante, lanciando a volte granate stordenti durante le irruzioni nelle case, rompendo oggetti, dando ordini e gridando, con l’obiettivo di spaventare la famiglia, soprattutto i bambini. Le perquisizioni sono imprevedibili, minuziose e complesse. Tappano gli occhi e mettono le manette al giovane o al bambino denunciato; se lo portano via steso sul pavimento del veicolo, mettendogli sopra i piedi o dandogli qualche calcio per spaventarlo. Nel centro per gli interrogatori lo lasciano per terra per cinque o dieci ore, per demoralizzarlo e spaventarlo con l’incerta attesa al buio. L’interrogatorio segue regole precise: consigliargli che si dichiari colpevole di tirare pietre, in modo che passerà solo due o tre mesi in carcere; in caso contrario, il processo può essere lungo, sette o otto mesi, e, se dichiarato colpevole, potrebbe anche essere condannato ad una pena peggiore. Reso debole in questo modo, gli si può proporre che faccia l’informatore. Se non è abbastanza disponibile, lo si avverte che potrebbe essere violentato o torturato, qualcosa a cui non è necessario arrivare, tranne in casi eccezionali. Per qualcuno, basta avvertirlo che il suo comportamento potrebbe obbligare l’esercito ad arrestare le persone a lui più care, la madre o una sorella, per esempio. In qualche caso il giovane o il bambino accetta la proposta; e quasi sempre esce da quell’esperienza piegato, confuso, sgomento e vergognandosi di se stesso. Secondo quelli che hanno ideato il metodo, questo stato d’animo riduce la sua pericolosità potenziale e lo fa diventare vulnerabile. E non è impossibile che questo penoso stato d’animo si trasmetta al resto della famiglia.

Per questo non è tanto importante identificare i colpevoli del lancio di pietre: l’obiettivo è introdurre nelle case e in tutti i villaggi, attraverso i bambini e gli adolescenti, insicurezza e preoccupazioni costanti. Oppresse dal timore di essere vittime di queste perquisizioni, in piena notte, con distruzioni di stoviglie, letti e utensili, che si portino via figli, fratelli o nipoti, le angosciate famiglie diventano meno pericolose. I divieti insensati, i continui coprifuoco, le improvvise ordinanze, che alterano la routine e aumentano lo spavento quotidiano, perseguono questo stesso scopo. La confusione ed il disordine impediscono, o per lo meno scoraggiano, le congiure. Grazie alle modalità improvvise e scenografiche delle perquisizioni e a tutta la messa in scena che le accompagna, la popolazione in genere rimane psicologicamente priva di mezzi per organizzarsi ed agire; in questo modo si riduce il rischio che rappresentino un serio pericolo per quelle colonie tanto ben armate, e, soprattutto, strategicamente tanto ben posizionate.

Gli abitanti dei villaggi e delle città aggrediti e frammentati dagli insediamenti ricevono divieti tassativi di mettere piede nel territorio delle colonie, il che li obbliga a fare lunghi percorsi per comunicare tra loro. I coloni, invece, sono collegati da moderne strade che in genere possono utilizzare solo i cittadini israeliani. L’isolamento dei villaggi e delle città palestinesi e la possibilità di comunicare rapidamente delle colonie è un’altra garanzia di sicurezza. E’ vero che, a volte, vengono commessi crimini orribili contro i coloni, però, se si va a verificare una statistica inumana, le vittime sono meno numerose di quelle che nel resto del mondo sono causate dagli incidenti stradali. Israele dimostra così che nel XXI° secolo si può essere un Paese colonialista ed al contempo molto sicuro.

Cosa succede quando questi bambini e giovani sono infine consegnati ai giudici? Per saperlo, accompagnato da Gerard Horton e Salwa Duaibis, ho passato qualche ora in un carcere nei dintorni di Gerusalemme, dove sono in attività i tribunali minorili presieduti da giudici militari. Entrare nell’aula del tribunale è un impegno lungo: bisogna sottomettersi a perquisizioni e percorrere corridoi recintati e con telecamere che mi hanno ricordato quello che ha rappresentato entrare, ed uscire, dalla Striscia di Gaza.

Ancora più interessante dei processi è stato chiacchierare con le madri ed i padri, o fratelli e sorelle, dei giovani palestinesi che erano processati. Una signora del villaggio di Beit Fajjar mi racconta che suo figlio, di 15 anni, ha passato sette mesi in carcere e che, la notte che i soldati lo hanno arrestato, hanno rotto tutto quello che c’era in casa. Ciononostante, i suoi occhi luccicano di allegria e sorride tutto il tempo: suo figlio ha terminato la condanna e spera che tra un minuto o un’ora (o due o tre) il giudice la chiami e le dica che se lo può riportare a casa.

Nessun’altra tra le persone che sono nell’aula dimostra la stessa gioia. Un uomo alto e malaticcio mi racconta che ha due figli in prigione – uno di 15 e l’altro di 17 anni – e che non è ancora riuscito a vederli. Ci mette tre giorni ad arrivare dal suo villaggio e non è neanche sicuro che oggi potrà parlare con loro. Lo accompagna una figlia, molto giovane e timida, che è stata picchiata dai soldati la notte che sono entrati rompendo a pedate la porta di casa sua, perché si era dimenticata di fargli vedere il cellulare che aveva in tasca e con cui forse li stava registrando.

I processi sono rapidi. Il o la giudice, in uniforme militare, parlano in ebraico e un ufficiale li traduce in arabo. Gli avvocati utilizzano l’arabo e sono tradotti in ebraico. Gli accusati, giovani semirapati e vestiti di nero, ascoltano in silenzio come si decide il loro destino. Improvvisamente, una ragazza, sorella di uno dei detenuti, si mette a piangere. Dal banco degli accusati, lui la implora con gli occhi e le mani di tranquillizzarsi, il suo pianto potrebbe peggiorare le cose.

La morte lenta di Silwan

In questo articolo descrive come avanzano le colonie in un quartiere di Gerusalemme est

El País

Mario Vargas Llosa – 2 luglio 2016

A differenza di altri quartieri di Gerusalemme, assolutamente puliti come quelli di una città svizzera o scandinava, gli abitanti palestinesi di Silwan, situato a est e limitrofo alla Città Vecchia e alla moschea di Al-Aqsa, rigurgita di spazzatura, pozzanghere puzzolenti e rifiuti. Temo che tanta sporcizia non sia casuale, ma piuttosto parte di un piano a lungo termine per cacciare progressivamente i 30.000 palestinesi che vivono ancora qui e rimpiazzarli con israeliani.

I coloni hanno iniziato ad infiltrarsi nel quartiere 11 anni fa dalla zona di Batan Al-Hawa. Quello che fino ad allora sembrava poco meno che casuale – gruppi di famiglie ultrareligiose che riuscivano a sistemarsi in una casa scelta a caso – ha preso le caratteristiche di un’operazione pianificata e con un chiaro obiettivo. I coloni che si sono installati nel quartiere di Silwan appartengono a due movimenti religiosi: Elad e Ateret Cohanim. Sono distribuiti in circa 75 case e non sono molti: circa 550. Ma si tratta di una testa di ponte, che, senza ombra di dubbio, continuerà a crescere. Il giorno successivo la mia visita al quartiere, è stato annunciato che le autorità di Israele avevano autorizzato la costruzione di un edificio nel quartiere per ospitare nuovi coloni di Ateret Cohanim.

Per sapere dove si trovano gli insediamenti basta guardare in alto: le bandiere israeliane, sventolando nella lieve brezza mattutina, indicano che hanno costituito un cerchio, come nel sud delle montagne di Hebron, all’interno del quale tutto il quartiere sta rimanendo incarcerato.

I modi con cui queste famiglie si impossessano di una casa sono diversi: sostenendo di possedere documenti antichi secondo i quali i proprietari erano ebrei; comprando un edificio attraverso un prestanome arabo; con atti ostili e minacce contro chi lo occupa fino a farlo scappare; presentando una denuncia nei tribunali perché decidano la demolizione di una casa in quanto non costruita con i necessari permessi, o, in casi estremi, approfittando di un viaggio o del fatto che i proprietari o gli inquilini sono usciti di casa per installarvisi a forza. Una volta che i coloni sono entrati, il governo israeliano manda la polizia o l’esercito a proteggerli, perché, chi potrebbe metterlo in dubbio, quelle gocce d’acqua degli invasori in mezzo a quel pelago di palestinesi sono in pericolo. Le gocce si trasformeranno in ruscelli, laghi, mari. I coloni religiosi che hanno messo radici qui non hanno fretta: l’eternità sta dalla loro parte. Così si sono progressivamente estese le enclave israeliane in Cisgiordania trasformandola in una groviera; così stanno crescendo anche nella Gerusalemme araba.

Si rispettano le forme, come nel resto della nazione: Israele è un Paese molto civile. A Batan Al-Hawa ci sono 55 famiglie palestinesi minacciate di espulsione, perché vivono in case che non hanno i documenti che ne garantiscano la proprietà e 85 immobili con ordine di demolizione, poiché, come al solito, sono state costruite senza ottenere i permessi adeguati.

Quando chiedo a Zuheir Rajabi, abitante e avvocato difensore palestinese del quartiere, che mi guida in questo percorso, se ha fiducia nell’onorabilità e nella neutralità dei giudici che devono pronunciarsi in merito, mi guarda come se fossi ancora più imbecille della mia domanda. “Abbiamo forse un’alternativa?”, mi risponde. E’ un uomo sobrio, che è stato varie volte in carcere. Ha tre figli di sette, nove e tredici anni che sono stati tutti e tre arrestati qualche volta. E una figlia, Darìn, di sei anni, che cammina attaccata a una delle sue gambe. La sua casa è circondata da due insediamenti ed ha ricevuto molte proposte di acquisto, per somme superiori al suo prezzo reale. Ma lui dice che non la venderà mai e che morirà nel quartiere; le minacce dei suoi vicini non lo spaventano.

Gli chiedo se i coloni installati a Silwan hanno figli. Sì, molti, ma escono molto di rado e generalmente scortati da poliziotti, soldati o dalla guardia privata che protegge gli insediamenti. Penso alla vita reclusa e terribile di quelle creature, chiuse in quelle case rubate, e a quella dei loro genitori e nonni, convinti che, perpetrando le ingiustizie che commettono, mettano in pratica un progetto divino e si guadagnino il paradiso. Naturalmente il fanatismo religioso non è patrimonio esclusivo di una minoranza di ebrei. Sono fanatici anche quei palestinesi di Hamas e della Jihad Islamica che si fanno a pezzi facendo scoppiare bombe in autobus o ristoranti, lanciano colpi di artiglieria sui kibbutz o cercano di accoltellare i soldati o pacifici passanti, senza capire che quei crimini servono solo ad allargare il solco, già molto grande, che separa e rende ostili le due comunità.

Improvvisamente, nel nostro girovagare per Silwan, Zuheir Rajabi mi indica un edificio di vari piani. E’ stato occupato tutto dai coloni, meno uno degli appartamenti, in cui rimane contro ogni avversità una famiglia palestinese di sette persone. Finora hanno resistito, nonostante il fatto che gli interrompano l’acqua, l’elettricità, che debbano suonare il campanello ai coloni per poter entrare ogni volta che escono in strada e, persino, che, quando aprono la finestra, li bombardino di spazzatura.

Mentre chiacchieriamo, senza che me ne sia reso conto, siamo stati circondati da ragazzini. Chiedo se qualcuno di loro è stato arrestato qualche volta. Quello che alza la mano ha una faccia birichina e sfrontata: “Io, quattro volte”. Ogni volta è stato solo un giorno e una notte; lo hanno accusato di tirare pietre ai soldati ed egli ha negato e negato e alla fine gli hanno creduto, per cui non lo hanno processato. Si chiama Samer Sirhan e suo padre ha avuto uno scontro con un colono, che gli ha sparato con la pistola e lo ha lasciato per la strada gravemente ferito. Nessuno lo ha soccorso per tutto il resto della notte e al mattino è morto, dissanguato.

Racconto queste storie tristi perché credo diano un’idea del problema più scottante che Israele deve affrontare: quello delle colonie, la crescente occupazione dei territori palestinesi che lo ha trasformato in un Paese coloniale, prepotente, e che ha fatto tanti danni all’immagine positiva e persino esemplare che ha avuto per molto tempo nel mondo.

Rimangono ancora molte cose di Israele da ammirare. Essersi trasformato, grazie al lavoro faticoso dei suoi abitanti, in un paese del primo mondo, con un livello di vita molto alto ed aver praticamente eliminato la povertà nella società israeliana grazie a politiche intelligenti, progressiste e moderne. E la maggior impresa che può vantare a proprio favore: aver integrato decine e decine di migliaia di ebrei provenienti da culture e costumi molti diversi, di lingue differenti, in una società in cui, nonostante l’unità della lingua ebraica che ne è il comune denominatore, coesistono fraternamente tutte, preservando la propria diversità (ditelo, sennò, al milione di russi che sono arrivati negli ultimi anni nel Paese).

Dalla prima volta che sono venuto in Israele, a metà degli anni ’70 del secolo scorso, ho sviluppato un grande affetto per questo Paese. Credo però che sia l’unico posto nel mondo in cui mi sento un uomo di sinistra, perché nella sinistra israeliana sopravvive l’idealismo e l’amore alla libertà che sono scomparsi in essa in buona parte del mondo. Con dolore ho visto come, negli ultimi anni, l’opinione pubblica locale stesse diventando ogni volta più intollerante e reazionaria, il che spiega che Israele abbia ora il governo più ultra nazionalista e religioso della sua storia e che le sue politiche siano ogni giorno sempre meno democratiche. Denunciarle e criticarle non è per me solo un dovere morale; è, allo stesso tempo, un atto di amore.

Gerusalemme, giugno 2016.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




Non lasciar perdere la Linea Verde: questo è il tallone d’Achille di Israele

Al Shabaka

di Nadia Hijab – 15 febbraio 2017

Il poeta Dylan Thomas invitava suo padre – e tutti quelli che si avvicinano alla morte: “Non entrate tranquillamente in quella dolce notte” ma “rabbia, rabbia contro il morire della luce”. La morte della soluzione dei due Stati è stata preannunciata per circa 20 anni, dopo che è risultato chiaro che Israele ha firmato il processo di pace di Oslo nel 1993 senza l’intenzione di permettere che si costituisse uno Stato palestinese sovrano.

Eppure la luce si è rifiutata di morire. E’ stato interesse di ogni Paese, compresi Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina/Palestina (OLP/Palestina), mantenere qualche scintilla di vita nella possibilità dei due Stati nonostante l’incessante colonizzazione israeliana dei Territori Palestinesi Occupati (TPO) che ha finora insediato qui circa 200 colonie e 600.000 coloni, azioni che in base alle leggi internazionali rappresentano crimini di guerra.

Per i palestinesi che vivono nella zona grigia dell’occupazione le libertà fondamentali di vita, libertà, movimento, salute e accesso all’acqua, tra le altre, sono quotidianamente negate.

Rifugiati ed esiliati palestinesi sono sostanzialmente lasciati al loro destino, e i cittadini palestinesi di Israele devono fare i conti come possono con la discriminazione e la spoliazione da parte dello Stato israeliano. Oltretutto, lo stallo dell’entità politica palestinese impedisce un’azione politica collettiva efficace dei palestinesi.

Tuttavia, se i palestinesi sono troppo impotenti, per il momento, per poter uscire da questa zona grigia, la destra israeliana e il movimento dei coloni pensa di non esserlo. Nel corso dei decenni ha incrementato la propria forza e si è infiltrata nell’esercito, nel sistema politico e giudiziario, e il suo considerevole potere è stato totalmente sostenuto e finanziato dallo Stato israeliano. Né gli USA né l’Unione Europea hanno fatto pagare il prezzo della colonizzazione della Cisgiordania, compresa Gerusalemme est. Al contrario gli USA, l’UE e i suoi Stati membri, e Paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’Amercia latina, vogliono mantenere relazioni militari e commerciali con Israele.

Il movimento dei coloni non vuole più vivere nell’oscurità dello scenario dei due Stati: mira alla chiarezza di una annessione formale del resto dei TPO (Israele ha già annesso illegalmente Gerusalemme) o almeno dell’Area C [in base agli accordi di Oslo, il territorio palestinese sotto totale controllo provvisiorio di Israele. Ndtr.], che rappresenta circa il 60% della Cisgiordania. Per ora questo è l’obiettivo del leader della destra israeliana e ministro dell’Educazione Naftali Bennett, che ha trionfalmente annunciato che “l’era dello Stato palestinese è finita”, dopo che Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali americane.

La legge che il partito di Bennett “Casa Ebraica” ha fatto approvare alla Knesset [il parlamento israeliano. ndtr.] il 6 febbraio 2017 per “regolarizzare” gli avamposti illegali come Amona, costruiti su terreni di proprietà privata palestinese, ha l’intenzione di stabilire una volta per tutte chi detiene la proprietà della terra palestinese e chi ha il potere reale in Israele. La legge è stata descritta come un furto di terra persino in Israele, tra avvertimenti che la mossa potrebbe condurre il Paese davanti alla Corte Penale Internazionale.

L’inorridita risposta della comunità internazionale alla legge di “regolarizzazione” è stata quasi comica. Il ministro degli Esteri tedesco ha detto che la sua fiducia nell’impegno del governo israeliano per la soluzione dei due Stati è stata “scossa nelle fondamenta”, mentre la Francia ha chiesto ad Israele di ritirare la legge e di onorare i suoi impegni. Dov’erano loro negli ultimi 50 anni, quando questi crimini di guerra erano in corso? Tutte le colonie che Israele ha costruito, sia su terreni incolti che sulle rovine di terre e case palestinesi, sono illegali in base alle leggi internazionali, come il crescente sfruttamento delle risorse naturali palestinesi.

Inoltre il continuo uso della forza da parte di Israele per mantenere l’occupazione impedisce al popolo palestinese di godere del proprio diritto all’autodeterminazione internazionalmente riconosciuto. Al momento le potenze mondiali stanno sperando che una sentenza della Corte Suprema israeliana contro la legge eviti loro di dover fare qualcosa per bloccare le pratiche neocoloniali di Israele.

Israele non può legalizzare le sue conquiste: ciò minaccerebbe l’ordine mondiale

Ciò che questo episodio ha dimostrato, più di ogni altra cosa, è che, nonostante tutte le sue manovre, Israele non è stato ancora in grado di cancellare completamente la Linea Verde [il confine tra Israele e Cisgiordania prima dell’occupazione nel 1967. Ndtr.] e di legalizzare l’acquisizione permanente dei TPO. Fino ad ora, la comunità internazionale non riconosce la sua annessione formale di Gerusalemme est o le sue pretese unilaterali su Gerusalemme ovest. Il mondo ribadisce che Gerusalemme ha uno status separato (corpus separatum) in base al piano di spartizione del 1947 e il suo status può essere concordato soltanto attraverso negoziati.

Anche se la comunità internazionale non ha chiamato Israele a risponderne in modo effettivo – per esempio, la tanto strombazzata etichettatura da parte dell’Unione Europea dei beni provenienti dalle colonie che entrano nel mercato UE ha avuto un impatto minimo – non firmerà il consenso sul progetto di colonizzazione israeliana e non gli concederà legittimità agli occhi del mondo.

In breve, Israele non può ripetere l’originaria vittoria del movimento sionista con la creazione di uno Stato in Palestina, includendo l’espansione delle frontiere di quello Stato ben oltre quelle stabilite nel piano di spartizione del 1947, su cui si era basata la sua esistenza. Siamo nel secolo sbagliato per questo progetto colonialista.

La Linea Verde – la linea dell’armistizio alla fine della lotta tra gli eserciti arabi e israeliano nel 1949 – è alla base del rifiuto della comunità internazionale di legalizzare l’occupazione israeliana perché separa quello che il mondo considera come lo Stato di Israele dal territorio che ha occupato nel 1967 e i suoi atti illegali al suo interno.

Cosa ancora più importante, lo status dei TPO non è solo qualcosa che riguarda il popolo palestinese: coinvolge qualunque altro Stato esposto a una perdita di territorio. E la minaccia posta dai cambiamenti unilaterali da parte israeliana alla stabilità dell’ordine internazionale preoccupa in particolare l’Europa, che ha subito due guerre mondiali.

Questa è la ragione per cui la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza ONU, approvata il 23 dicembre 2016, non è importante solo per i palestinesi: è significativa per tutto l’ordine del Dopoguerra, perché riafferma l’illegalità delle colonie e l’applicazione delle leggi internazionali – comprese le leggi che regolano l’occupazione militare – per territori che sono soggetti a un’ occupazione.  E questa è la ragione per cui la risposta di Israele è stata così rabbiosa: la sua possibilità di cancellare la Linea Verde ha subito un duro colpo.

Benché l’ipocrisia della comunità internazionale sia chiara nel trattamento molto diverso tra l’occupazione israeliana della Palestina e l’occupazione russa della Crimea, entrambi sono fondati sulle stesse leggi internazionali. Forse l’affermazione più importante espressa dalla nuova amministrazione USA è stata quella che ha fatto l’ambasciatrice USA all’ONU, Nikky Hayley, al Consiglio di Sicurezza riguardo al riacutizzarsi della violenza in Ucraina all’inizio di questo mese. Ha chiesto la fine immediata dell’occupazione russa della Crimea ed ha dichiarato che gli USA non toglieranno le sanzioni sulla Russia finché la Crimea non sarà restituita all’Ucraina. Date le parole calorose di Trump nei confronti della Russia, la dichiarazione è stata una sorpresa, ma senza dubbio gradita dagli europei.

A questo punto lasciar perdere la Linea Verde sarebbe un grave, forse mortale, errore. Il carattere illegale delle attività di Israele nei TPO ribadisce la possibilità dei palestinesi di perseguire Israele ed i dirigenti israeliani nelle corti internazionali e nazionali. E’ anche un elemento importante per potenziare gli sforzi del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), fondato e diretto dalla società civile palestinese.

Al momento i tentativi a livello statale hanno avuto solo modesti successi perché Israele si è posizionato in modo da essere importante per la comunità internazionale nel commercio, nello sviluppo degli armamenti e dal punto di vista geopolitico. Il palesamento delle vere intenzioni dei dirigenti israeliani riguardo all’acquisizione permanente dei TPO con la forza rende questo il momento opportuno per una spinta congiunta da parte dell’OLP/Palestina per, quanto meno, il bando completo dei prodotti delle colonie e la fine degli accordi con lo Stato israeliano e con le imprese del settore privato, come le banche, che finanziano le colonie.

La Linea Verde non riguarda lo Stato unico piuttosto che i due Stati

La Linea Verde è vista come il confine sul quale si dovrebbe fondare la soluzione dei due Stati. Tuttavia sostenere che i palestinesi non dovrebbero lasciar perdere la Linea Verde non è un’affermazione di appoggio al risultato politico della soluzione dei due Stati. E’ piuttosto un argomento per utilizzare ogni possibile ed efficace fonte di potere a disposizione senza abbandonare i diritti inalienabili dei palestinesi.

E’ importante perorarne la causa in questo momento perché sempre più voci tra i palestinesi e nel movimento di solidarietà con la Palestina stanno invocando uno spostamento dell’obiettivo politico palestinese dalla soluzione dei due Stati allo Stato unico o verso una lotta per i diritti civili. Queste voci probabilmente aumenteranno ancora di più in vista dell’anniversario dei 50 anni di occupazione il prossimo giugno, con i palestinesi sia in Israele che nei TPO che affrontano alcune della più drastiche minacce israeliane alla loro esistenza sulla loro terra da quando l’occupazione è iniziata.

E’ naturale che un popolo alla ricerca di diritti nazionali ed umani e i suoi alleati dovrebbero pretendere chiarezza in merito e unità sull’obiettivo politico finale. Oltretutto la crescente divisione tra, da una parte, coloro i quali sostengono uno Stato unico o una lotta per i diritti civili, di cui sono attivisti palestinesi ed i loro sostenitori della base, e dall’altra parte quelli che sposano i due Stati, molti dei quali sono funzionari palestinesi e uomini d’affari (così come sionisti progressisti), è stata dannosa per la capacità palestinese di coalizzarsi attorno ad un’azione comune.

Sfortunatamente, in questa fase non è possibile raggiungere una definizione chiara dell’ apparato politico palestinese sull’obiettivo finale. E’ stato possibile riguardo allo Stato unico dal 1969 al 1974, quando il programma dell’OLP era basato su uno Stato democratico laico. E’ stato possibile anche riguardo ai due Stati negli anni tra la dichiarazione di indipendenza palestinese del 1988 e il successivo riconoscimento di Israele fino alla fine degli anni ’90 e il fallimento del processo di Oslo.

Oggi i palestinesi non hanno la forza di raggiungere un obiettivo politico finale per il prossimo futuro. Ciò non dovrebbe e non deve impedire di lavorare per ottenere risultati intermedi, senza compromettere diritti fondamentali. Questa è, in effetti, la posizione presa dal movimento BDS : si basa sui diritti e non sulla “soluzione”. Non sposando uno scopo politico finale, il movimento può arrivare al più largo numero di palestinesi e attori della solidarietà, consentendo ad ognuno di agire a modo suo per contrastare le violazioni dei diritti da parte di Israele. Possono, in effetti, concentrarsi sull’occupazione e/o sui diritti dei cittadini palestinesi di Israele e/o sui diritti dei rifugiati palestinesi.

Sulla questione dell’obiettivo finale si spreca una grande quantità di energie che sarebbero meglio utilizzare per sviluppare strategie specifiche per far pagare ad Israele il costo dell’occupazione e della violazione dei diritti. Queste energie possono essere usate sia per un approccio basato sui diritti per comunicare con la società civile, o per un approccio basato sulla soluzione per raggiungere i governi e il mondo degli affari. Né è necessario negare un risultato politico finale dei due Stati di Israele e Palestina, in cui tutti i cittadini godano dei diritti umani, o di uno Stato unico palestinese-israeliano in cui tutti godano dell’intera gamma di diritti.

Quindi non ha senso abbandonare nessuna delle linee di forza a disposizione per bloccare e ribaltare le azioni illegali di Israele e promuovere i diritti dei palestinesi, compresa, forse sopratutto, la Linea Verde. Le questioni più immediate sono come prevenire le imminenti trappole dei negoziati guidati dall’amministrazione Trump, approfittando al contempo dell’obiettivo dello stesso Israele che rivela le sue vere intenzioni verso i TPO in modo che diventi impossibile per chiunque far finta di niente.

Fare i conti con i negoziatori

La mossa della destra israeliana per legalizzare i suoi avamposti ha evidenziato la realtà che, nonostante il suo preponderante potere, non ha a disposizione una via unilaterale per un riconoscimento internazionale del suo status nei territori. Solo l’OLP/Palestina come rappresentante del popolo palestinese può accettare un cambiamento dello status che permetta ad Israele di prendere una parte del suo “bottino” – e dovrebbe essere scontato che non lo deve fare; la società civile palestinese deve fare ogni sforzo per assicurarsi che non lo faccia. Il prossimo futuro è ricco di pericoli e sfide che richiederanno strategie ed azioni palestinesi chiare e condivise.

Uno dei maggiori pericoli è il desiderio di Trump di fare un accordo tra Palestina e Israele. Probabilmente Israele accentuerà le pressioni economiche e militari che esercita sui palestinesi sotto occupazione, che sono già notevolmente oppressi. Inoltre l’approccio dell’amministrazione è già pesantemente a loro sfavore data la nomina del sostenitore dei coloni per antonomasia, David Friedman, come ambasciatore USA. La sfida ora è riflettere a fondo su come l’OLP/Palestina possa resistere a questa pressione, con l’appoggio dei (e la pressione dai) cittadini palestinesi di Israele e internazionale, e quali strategie possa adottare per non apparire “quella del rifiuto a negoziare”, non soccombere sotto la pressione (anche dai Paesi arabi), e possa esercitare una pressione opposta. Anche all’interno si devono identificare modi per ridurre gradualmente il coordinamento per la sicurezza con Israele, che non potrebbe essere giustificato nei momenti migliori, ma ora non può più essere assolutamente perdonato.

Un’ altra minaccia ha a che fare con le tensioni che possono sorgere tra la società civile palestinese e il movimento di solidarietà con la Palestina negli USA, che è uno dei maggiori punti di forza per il popolo palestinese, se e quando l’OLP/Palestina intraprenderà negoziati sponsorizzati dall’amministrazione Trump. Il movimento di solidarietà con la Palestina e i suoi alleati naturali – comprese le comunità nere, latine e dei nativi americani – non può ipotizzare una situazione che “normalizzi” accordi con l’amministrazione Trump e le sue componenti nazionaliste bianche e razziste. Inoltre sta per diventare difficile mantenere viva l’attenzione sulla Palestina con così tanti problemi in concorrenza tra loro che si troveranno ad affrontare i cittadini americani – compresi l’accesso alle cure mediche, l’ambiente, l’educazione e i diritti dei lavoratori.

Comunque la situazione può cambiare entro due anni. La mobilitazione di vasti settori della società civile americana sui diritti dei migranti, sulle cure mediche e sull’educazione, e contro il razzismo e le discriminazioni potrebbero cambiare drasticamente la composizione del Congresso alle elezioni di medio termine, con un passaggio dal partito Repubblicano a quello Democratico. E le forze progressiste, così come i sostenitori della causa palestinese – compreso l’appoggio a sanzioni contro Israele – stanno crescendo all’interno del partito Democratico.

Anche l’Europa, l’altra area importante, è preoccupata. L’UE è alle prese con l’uscita della Gran Bretagna, le minacce dell’elezione di dirigenti di estrema destra in Paesi chiave e l’imprevedibilità della nuova amministrazione USA. Ma gli europei temono anche l’indebolimento dell’ordine mondiale, e le azioni di Israele potrebbero fornire opportunità alla società civile per fare pressione sui rispettivi governi perché esercitino le loro responsabilità e smettano di accordarsi con enti israeliani che svolgono attività oltre la Linea Verde, o prendano in considerazione il tipo di sanzioni applicate contro la Russia dopo la sua occupazione della Crimea.

L’OLP/Palestina si è mossa su fronti che possono e sono stati portati avanti con maggiore efficacia, come l’adesione della Palestina alla Corte Penale Internazionale (CPI) e il suo impegno con il Consiglio dei Diritti Umani [commissione dell’ONU. Ndtr.], compresa la decisione del Consiglio di creare un database di tutte le imprese impegnate in attività illegali nei TPO. L’ingresso in questi organismi può anche essere utilizzato dalle organizzazioni palestinesi dei diritti umani che sono direttamente impegnate con la CPI e il Consiglio dei Diritti Umani, tra le altre organizzazioni internazionali, in coordinazione con o tramite attività di pressione dell’OLP/Palestina.

E l’approvazione della Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nonostante tutti i suoi difetti, compreso il sostegno al coordinamento per la sicurezza con Israele, può ancora essere considerata come una vittoria dell’OLP/Palestina. Benché non siano mancate risoluzioni simili, la loro riconferma oggi è stato un ammonimento a Israele che dovrà affrontare una grande lotta nei suoi tentativi di formalizzare la sua acquisizione illegale del territorio con la forza. Oltretutto la risoluzione 2334 si è spinta oltre i precedenti testi dell’ONU chiedendo “a tutti gli Stati” di “fare distinzioni nei loro accordi” tra il territorio israeliano e i territori occupati nel 1967.

Questa è la ragione per cui Israele sta contrastando duramente la risoluzione 2334, anche a livello dei singoli Stati negli USA. Alcuni Stati USA stanno già cercando di reagire contro i successi del movimento BDS boicottando imprese che rifiutano di fare affari nelle colonie – circa 20 Stati hanno leggi a questo scopo. Ora ci sono Stati che stanno specificamente citando la risoluzione 2334 come parte del loro contrattacco. Per esempio lo Stato dell’Illinois ha messo in guardia l’UE contro l’incoraggiamento a imprese perché seguano la stessa strada, sostenendo che “l’adozione di sanzioni ai sensi della ” Risoluzione 2334 (che di fatto non menziona la minaccia di sanzioni) potrebbe “portare imprese dell’UE al rischio di violare le leggi dell’Illinois.”

La mancanza di progressi decisivi verso la realizzazione di diritti per i prossimi anni lascia di fronte a tempi cupi i palestinesi che vivono sotto occupazione e assedio da parte di Israele, i palestinesi cittadini di Israele ed i rifugiati palestinesi. Tuttavia ci sono ancora ragioni di speranza, compresa la resilienza della società civile palestinese e l’ingresso che l’OLP/Palestina ha ottenuto alla CPI, tra le altre aree. La brama della destra israeliana di prendere il potere in Israele e di completare l’annessione della Palestina determinerà altre opportunità di azione. Mentre la società civile americana si mobilita contro Trump, è tempo di resistere, difendere le conquiste, approfittare delle opportunità ed evitare le concessioni. Ed è tempo di difendere la Linea Verde.

Nadia Hijab è direttrice esecutiva di Al-Shabaka, la rete politica palestinese, di cui è stata cofondatrice nel 2009. E’ una assidua ospite e commentatrice sui media e ricercatrice presso l’Istituto di Studi Palestinesi [istituto di ricerca con sedi a Beirut, Ramallah, Parigi e Washington. Ndtr.]. Il suo primo libro, “Womanpower: The Arab Debate on Women at Work ” [Potere delle donne: il dibattito arabo su donne e lavoro], è stato pubblicato da Cambridge University Press, ed è coautrice di “ Citizens Apart: A Portrait of the Palestinian Citizens of Israel”  [Cittadini separati: un ritratto dei cittadini palestinesi di Israele] (I.B. Tauris).

(traduzione di Amedeo Rossi)




La tracotanza militare rappresenta un disastro

Amira Hass, 21 febbraio 2017 Haaretz

L’idea che Israele possa essere cambiato o sconfitto con gli strumenti in cui eccelle – guerra e uccisioni – è la definitiva identificazione con la mentalità israeliana.

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, afferma che i missili di Hezbollah possono raggiungere l’impianto nucleare israeliano nella città di Dimona, nel Negev. E’ difficile sospettare che intenda causare la morte di decine o centinaia di migliaia di palestinesi nella vicina Gaza e nel Negev, o provocare loro malattie letali. Hezbollah è riuscita a cacciare dal proprio Paese l’occupazione israeliana. Per questo Hezbollah ed il popolo libanese meritano apprezzamento. Però oggi le sue affermazioni possono essere interpretate come millanteria, cosa che più di ogni altra rivela paura e debolezza.

Nella Striscia di Gaza è stato eletto alla guida del movimento [Hamas] un nuovo leader, Yahya Sanwar. Hamas è un partito moderno ed organizzato, che tiene regolari elezioni interne, benché clandestine, un’impresa che Fatah non è mai riuscita a realizzare neppure operando alla luce del sole ed in relativa libertà. Hamas cambia i suoi capi e nessuno di loro decide le linee politiche da solo, al contrario della situazione all’interno di Fatah.

A Gaza si dice che Sanwar è stato eletto perché ha acquisito grandi capacità di leadership in prigione, e che è modesto, ascolta gli altri ed è equilibrato. Ma anche se lui aderisce all’attuale tendenza politica per evitare un conflitto armato, l’ala militare della sua organizzazione lavora incessantemente per armarsi e migliorare le proprie potenzialità. Le sue ostentate parate militari inviano un messaggio, anche quando Iz al-Din al-Qassam (ala militare di Hamas, ndtr.) smette di sparare.

Le parate e le promesse creano un’atmosfera di ‘resistenza’. Scatenano l’immaginazione del popolo che stiamo opprimendo e schiacciando, dando loro una speranza, un filo di speranza a cui aggrapparsi. Ma ci si dimentica di alcuni fatti: dopo la guerra in Libano del 2006, Hezbollah non ha osato aprire un secondo fronte quando Gaza veniva attaccata da tre offensive israeliane. Dal momento del rapimento di Gilad Shalit nel giugno 2006 fino all’offensiva del dicembre 2008, Israele ha ucciso 1.132 abitanti della Striscia di Gaza. Di questi, 604 erano legati a gruppi armati, ma non tutti avevano necessariamente preso parte agli scontri. Dei civili uccisi, 207 erano minori e 89 erano donne. Erano anche parte del prezzo pagato per il rilascio di Sanwar e di altri.

Il profilo personale di Sanwar che appare sui siti web di Hamas attesta che ha messo a morte dei collaborazionisti nell’ambito di una strategia incentrata sulla deterrenza. Sono passati trent’anni e il collaborazionismo non è diminuito. L’assassinio – ovviamente di solito di pesci piccoli e di innocenti – non si è dimostrato efficace.

Questa settimana un portavoce che partecipava ad una conferenza in Iran ha detto che Hamas dispone di gruppi armati in Cisgiordania. Le loro attività sono forse riuscite in passato a fermare l’orgia colonialista israeliana? No. Non ci sono riuscite neanche le tattiche diplomatiche, anche questo è vero. Ma se il risultato è lo stesso, perché scegliere la strada senza uscita che comprende uccisioni, arresti e distruzioni? Potreste dire che è una domanda ingenua e femminile, e noi rispondiamo: questa è una tattica fallimentare e maschile.

I palestinesi lamentano che i loro figli adottano i concetti di Israele ed interiorizzano il disprezzo nei loro confronti. Ma l’idea che Israele possa essere cambiato o sconfitto con i mezzi in cui eccelle – guerra ed uccisioni – è proprio l’estrema identificazione con la mentalità israeliana.

Israele ha un costante interesse ad esagerare la minaccia militare costituita dalle due organizzazioni religiose islamiche. Questa tendenza va di pari passo con la sistematica distorsione della realtà attraverso la presentazione degli ebrei come vittime dei palestinesi. Entrambe le organizzazioni islamiche hanno interesse a che Israele le consideri esageratamente temibili. Questo accresce il loro peso politico.

Israele procede senza campagne militari a tutto campo, usando la violenza burocratica, il sadismo organizzato, la concentrazione dei palestinesi in enclaves e l’assedio. Ma per le sue esigenze politiche interne ed estere sa molto bene, quando necessario, come usare la tracotanza militare. Allora questo rappresenta un disastro che richiede anni per una pur debole ripresa. Non bisogna tirare questa corda. Bisogna trovare altri metodi di lotta.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Leggi la trascrizione integrale: la conferenza stampa congiunta di Trump e Netanyahu

Haaretz | 15 febbraio 2017

La prima conferenza stampa congiunta del presidente USA Trump e del primo ministro israeliano Netanyahu.

IL PRESIDENTE TRUMP: Molte grazie. Grazie. Oggi ho l’onore di dare il benvenuto al mio amico, il primo ministro Benjamin Netanyahu, alla Casa Bianca. Con la sua visita, gli Stati Uniti riconfermano ancora una volta il proprio legame indissolubile con il nostro benamato alleato, Israele. La collaborazione tra i nostri due Paesi, basata sui valori da noi condivisi, ha promosso la causa della libertà dell’uomo, della dignità e della pace. Questi sono gli elementi fondamentali della democrazia.

Lo Stato di Israele è un simbolo per il mondo di resistenza di fronte all’oppressione – non posso pensare a nessun altro Stato che abbia passato quello che è toccato a loro – e di sopravvivenza di fronte al genocidio. Non dimenticheremo mai quello che ha sopportato il popolo ebreo.

La vostra perseveranza di fronte all’ostilità, la vostra democrazia aperta di fronte alla violenza e il vostro successo nell’affrontare grandi avversità è veramente fonte d’ispirazione. Le sfide per la sicurezza che Israele ha dovuto affrontare sono enormi, compresa la minaccia delle ambizioni nucleari dell’Iran, di cui io ho parlato parecchio. Uno dei peggiori accordi che abbia mai visto è quello con l’Iran. La mia amministrazione ha appena imposto nuove sanzioni e farò ancora di più per evitare che l’Iran possa mai sviluppare – intendo dire mai – armi nucleari.

La nostra assistenza per la sicurezza nei confronti di Israele è attualmente a un livello record, garantendo che Israele abbia la capacità di difendersi dalle minacce, che purtroppo sono molte. I nostri due Paesi continueranno a crescere. Abbiamo una lunga storia di cooperazione nella lotta contro il terrorismo e contro coloro che non danno valore alla vita umana. America e Israele sono due Nazioni che onorano il valore di ogni vita umana.

Questa è una delle molte ragioni per cui rifiuto azioni scorrette e di parte contro Israele alle Nazioni Unite – che hanno appena trattato Israele, secondo me in modo molto, molto scorretto – o in altri forum internazionali, così come il boicottaggio che prende di mira Israele. La nostra amministrazione è impegnata a lavorare con Israele e con i nostri comuni alleati nella regione verso una maggiore sicurezza e stabilità. Ciò include lavorare per un accordo di pace tra Israele e i palestinesi. Gli Stati Uniti incoraggeranno un accordo di pace, e veramente un grande accordo. Lavoreremo su questo con molto, molto impegno. E’ molto importante anche per me – qualcosa che vogliamo fare. Ma sono le stesse parti in causa che devono negoziare direttamente un accordo. Noi staremo dietro di loro; lavoreremo con loro.

Come per ogni negoziato che abbia successo, entrambe le parti dovranno arrivare a compromessi. Lo sa, giusto? (risate)

IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Entrambe le parti.

IL PRESIDENTE TRUMP: Voglio che il popolo israeliano sappia che gli Stati Uniti stanno dalla parte di Israele nella lotta contro il terrorismo. Come lei sa, primo ministro, le nostre due Nazioni condanneranno sempre gli atti di terrorismo. La pace richiede che le Nazioni rispettino la dignità della vita umana e siano una voce per tutti coloro che sono in pericolo e dimenticati.

Questi sono gli ideali a cui tutti aspiriamo e sempre aspireremo e per cui siamo impegnati. Questo sarà il primo di molti altri incontri produttivi. E io, di nuovo, primo ministro, la ringrazio molto per essere con noi oggi.

Grazie, primo ministro.

IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Presidente Trump, la ringrazio per l’ospitalità davvero molto calorosa, che lei e Melania avete dimostrato nei miei confronti, nei confronti di mia moglie Sara e di tutta la nostra delegazione. Per me, per lo Stato di Israele, è stato così chiaramente evidente nelle parole che ha appena detto – che Israele non ha nessun miglior alleato degli Stati Uniti. E voglio assicurarle che gli Stati Uniti non hanno nessun migliore alleato che Israele.

La nostra alleanza è stata particolarmente forte, ma sotto la sua direzione sono convinto che lo diventerà ancora di più. Sono ansioso di lavorare con lei per potenziare notevolmente la nostra alleanza in ogni campo – nella sicurezza, nella tecnologia, nell’informatica e nel commercio, e in molti altri settori. E io sicuramente accolgo con favore la sua sincera richiesta che Israele venga trattato in modo corretto nei contesti internazionali e che le calunnie e il boicottaggio di Israele siano fortemente avversati dal potere e dalla posizione morale degli Stati Uniti d’America.

Come lei ha detto, la nostra alleanza si basa su un legame profondo di valori e interessi comuni. E, sempre più, questi valori ed interessi sono sotto attacco da parte di una forza malvagia: il terrorismo radicale islamico. Signor presidente, lei ha mostrato grande chiarezza e coraggio nell’affrontare la sfida a viso aperto. Lei chiede di affrontare il regime terroristico iraniano, impedendo all’Iran di realizzare questo terribile affare dell’ arsenale nucleare. E lei ha detto che gli Stati Uniti sono impegnati a impedire che l’Iran abbia armi nucleari. Lei invoca la sconfitta dell’ISIS. Credo che, sotto la sua guida, potremo contrastare la crescente marea dell’Islam radicale. E in questo grande compito, come in molti altri, Israele ed io saremo con lei.

Signor presidente, nello sconfiggere l’Islam militante, possiamo cogliere un’opportunità storica – perché, per la prima volta nella mia vita, e per la prima volta nella storia del mio Paese, Paesi arabi della regione non vedono Israele come un nemico, ma sempre più come un alleato. E credo che sotto la sua direzione questo cambiamento nella nostra regione crei un’opportunità senza precedenti per rafforzare la sicurezza e promuovere la pace.

Cogliamo insieme questo momento. Rafforziamo la sicurezza. Chiediamo nuovi orizzonti di pace. Portiamo la straordinaria alleanza tra Israele e gli Stati Uniti a livelli ancora maggiori.

Grazie. Grazie, signor presidente.

IL PRESIDENTE TRUMP: Grazie, grazie ancora.

Risponderemo ad alcune domande. David Brody, Televisione Cristiana [CBN, televisione evangelica di destra. Ndtr.]. David.

D.: Grazie, signor presidente, signor primo ministro. Entrambi avete criticato l’accordo nucleare con l’Iran e talvolta avete anche chiesto di annullarlo. Mi chiedo se non siate preoccupati per quanto riguarda non solo il consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn, che da poco non è più qui, ma anche alcuni di quei fatti che si sono verificati in Russia riguardo alle comunicazioni – se questo non stia ostacolando del tutto questo accordo, e se ciò impedirà all’Iran di diventare uno Stato nucleare oppure no.

E in secondo luogo, riguardo alle colonie, siete entrambi sulla stessa lunghezza d’onda? Come definite esattamente quanto riguarda la questione delle colonie? Grazie.

IL PRESIDENTE TRUMP. Michael Flynn, il generale Flynn, è una persona stupenda. Penso che sia stato trattato in modo veramente, veramente scorretto dai media – come li chiamo io, i media bugiardi, in molti casi. E penso che sia stata veramente una cosa triste che sia stato trattato così male. Penso, inoltre, anche da parte dell’intelligence – sono filtrati documenti, sono stati divulgati dei fatti. Sono azioni criminali, e ciò è continuato per molto tempo – prima di me. Ma ora continua, e ci sono persone che stanno cercando di utilizzarle come alibi per la terribile sconfitta dei democratici con Hillary Clinton.

Penso che sia veramente, veramente scorretto quello che è succeso al generale Flynn, il modo in cui è stato trattato, e i documenti che sono stati illegalmente – lo sottolineo – illegalmente divulgati. Molto, molto scorretto.

Il merito alle colonie, vorrei che vi soffermaste un attimo sugli insediamenti. Troveremo una soluzione. Ma vorrei che si facesse un accordo. Penso che si farà un accordo. So che ogni presidente lo avrebbe voluto. La maggior parte di loro non ha iniziato fino a fine [mandato] perché non ha mai pensato che fosse possibile. E non è stato possibile perchè non l’hanno fatto.

Ma Bibi [Netanyahu] ed io ci conosciamo da molto tempo – un uomo abile, grande negoziatore. E penso che stiamo per raggiungere un accordo. Potrebbe essere un accordo più complessivo e migliore di quanto le persone in questa stanza abbiano mai sentito parlare. E’ possibile. Per cui state a vedere quello che faremo.

IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Proviamoci.

IL PRESIDENTE TRUMP: Non sembra molto ottimista, ma -(Risate) – è un buon negoziatore.

IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Questa è “l’arte dell’accordo.” (Risate)

IL PRESIDENTE TRUMP: Voglio anche ringraziare – voglio anche ringraziare – Sara, per favore, ti puoi alzare? Su sei così adorabile e sei stata così carina con Melania. Lo apprezzo moltissimo. (Applausi). Grazie. E’ il tuo turno.

IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Sì, prego, andiamo avanti.

D. Molte grazie. Signor presidente, nella sua visione per la nuova pace in Medio Oriente lei è pronto ad abbandonare la nozione della soluzione dei due Stati che è stata adottata dalla precedente amministrazione? E lei sarà disposto ad ascoltare idee diverse dal primo ministro, come alcuni dei suoi alleati gli stanno chiedendo di fare, per esempio, l’annessione di parti della Cisgiordania e nessuna limitazione per la costruzione delle colonie? E un’altra domanda: sta per concretizzare la sua promessa di spostare l’ambasciata USA in Israele a Gerusalemme? E se è così, quando?

E, signor primo ministro, lei è venuto qui stasera per dire al presidente che sta facendo marcia indietro rispetto alla soluzione dei due Stati?

Grazie.

IL PRESIDENTE TRUMP: Sto guardando ai due Stati e allo Stato unico, e mi piace la soluzione che piace alle due parti. (Risate). Sono molto contento di quello che piace alle due parti. Posso accettare una o l’altra.

Ho pensato per un momento che quella dei due Stati sembrasse la più facile per entrambi. Ma onestamente, se Bibi e i palestinesi – se Israele e i palestinesi sono contenti, sono contento di quella che loro preferiscono.  

Riguardo allo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, mi piacerebbe che succedesse. Ce ne stiamo occupando molto, molto seriamente. Ce ne stiamo occupando con molta attenzione – molta attenzione, credetemi. E staremo a vedere cosa succede. Va bene?

IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Grazie. Ieri ho letto che un funzionario americano ha detto che se chiedi a cinque persone a cosa assomiglierebbero due Stati, otterresti otto risposte diverse. Signor presidente, se lei chiede a cinque israeliani, avrà in cambio 12 risposte diverse. (Risate).

Ma piuttosto che occuparmi di etichette, voglio occuparmi di sostanza. E’ ciò che ho sperato di fare per anni in un mondo che è assolutamente ossessionato dalle etichette e non dalla sostanza. Per cui ecco la sostanza: ci sono due prerequisiti che ho esposto due anni fa – parecchi anni fa, e non sono cambiati.

Primo, i palestinesi devono riconoscere lo Stato ebraico. Devono smettere di chiedere la distruzione di Israele. Devono smettere di formare il loro popolo per la distruzione di Israele

Secondo, in qualunque accordo di pace, Israele deve conservare il controllo predominante per la sicurezza sull’intera zona ad ovest del fiume Giordano. Perché se non l’abbiamo, sappiamo quello che succederà – perché altrimenti avremo un altro Stato terroristico radicale islamico nelle zone palestinesi che farà esplodere la pace, farà esplodere il Medio Oriente.

Ora, sfortunatamente, i palestinesi rifiutano categoricamente entrambi i prerequisiti per la pace. Primo, continuano a sostenere la distruzione di Israele – nelle loro scuole, nelle moschee, nel libri di testo. Dovete leggerli per crederci.

Negano persino, signor presidente, il nostro legame storico con la nostra patria. E penso che dovreste chiedervi: perché – perché gli ebrei sono chiamati così? Bene, i cinesi sono chiamati cinesi perchè vengono dalla Cina. I giapponesi sono chiamati giapponesi perchè vengono dal Giappone. Bene, gli ebrei sono chiamati giudei perché vengono dalla Giudea. E’ la nostra terra ancestrale. Gli ebrei non sono colonialisti stranieri in Giudea.

Perciò, sfortunatamente, non solo i palestinesi negano il passato, ma avvelenano anche il presente. Danno il nome di assassini di massa, che hanno ucciso israeliani, a pubbliche piazze, e devo dire che hanno assassinato anche americani. Finanziano – danno sussidi mensili a famiglie di assassini, come la famiglia del terrorista che ha ucciso Taylor Force, un magnifico giovane americano, un laureato di West Point, che è stato accoltellato a morte mentre visitava Israele.

Perciò questa è la fonte del conflitto – il costante rifiuto palestinese di riconoscere lo Stato ebraico all’interno di qualunque confine: questo costante rifiuto. Questa è la ragione per cui non abbiamo la pace. Ora, ciò deve cambiare. Voglio che cambi. Non solo non ho abbandonato questi due prerequisiti per la pace; sono diventati ancora più importanti a causa della crescente ondata di fanatismo che ha travolto il Medio Oriente ed ha anche, sfortunatamente, infettato la società palestinese.

Quindi voglio che questo cambi. Voglio questi due prerequisiti per la pace – sostanza, non etichette – voglio che siano reintrodotti. Ma se qualcuno pensa che io, in quanto primo ministro di Israele, responsabile della sicurezza del mio Paese, voglia ciecamente andare verso uno Stato palestinese terrorista che vuole la distruzione del mio Paese, si sbaglia di grosso.

I due prerequisiti per la pace – riconoscimento dello Stato ebraico e le necessità di sicurezza di Israele a ovest del Giordano- rimangono in vigore. Dobbiamo cercare nuove vie, nuove idee su come ripristinarli e come mandare avanti la pace. E io credo che la grande opportunità per la pace venga da un approccio regionale che coinvolga i nostri nuovi alleati arabi nella ricerca di una pace più complessiva e una pace con i palestinesi.

E io sono ansioso di discuterne nei dettagli con lei, signor presidente, perché penso che se lavoriamo insieme, abbiamo una possibilità.

IL PRESIDENTE TRUMP: E ne abbiamo discusso, ed è una cosa che è molto diversa, che non è mai stata discussa prima. Ed è veramente una faccenda molto più grande, molto più importante, in un certo senso. Coinvolgerà molti, molti Paesi e coprirà un territorio molto ampio. Per cui non sapevo che stesse per parlarne, ma è così e questo è… ora che lo ha fatto, penso che sia una cosa enorme e che abbiamo una collaborazione veramente buona da popoli che in passato non avrebbero mai, non hanno mai neanche pensato di farlo. Per cui vedremo come questo funzionerà.

Katie di Townhall [sito conservatore di notizie. Ndtr.]. Dov’è Katie? Là. Katie.

D. Grazie, signor presidente. Nelle sue considerazioni iniziali lei ha detto che entrambe le parti dovranno arrivare a compromessi quando si arriverà a un accordo di pace. Lei ha menzionato un blocco alle colonie. Ci può esporre qualche altro compromesso specifico a cui lei sta pensando, sia per gli israeliani che per i palestinesi?

E, signor primo ministro, che cosa si aspetta dalla nuova amministrazione su come modificare l’accordo nucleare con l’Iran o annullarlo del tutto, e come lavorare complessivamente con la nuova amministrazione per combattere la crescente aggressività dell’Iran, non solo negli ultimi mesi ma anche negli ultimi due anni?

IL PRESIDENTE TRUMP: E’ davvero una domanda interessante. Penso che gli israeliani debbano dimostrare una certa flessibilità, il che è difficile, difficile da fare. Dovranno dimostrare il fatto che vogliono davvero fare un accordo. Penso che il nostro nuovo concetto che abbiamo discusso in effetti per un po’ di tempo è qualcosa che consenta loro di mostrare maggiore flessibilità di quella che hanno avuto in passato perché c’è un canovaccio molto più ampio da recitare. E penso che lo faranno.

Penso che a loro piacerebbe molto arrivare ad un accordo o non sarei contento e non sarei qui e non sarei così ottimista. Io penso davvero che loro – posso dire dal punto di vista di Bibi e di Israele, credo davvero che vogliano fare un accordo e che vogliano vedere un grande accordo.

Penso che i palestinesi debbano liberarsi di parte dell’odio che hanno insegnato loro fin dall’infanzia. Hanno insegnato loro un odio terribile. Ho visto quello che insegnano. E tu puoi parlare anche lì di flessibilità, ma iniziano dalla tenera età e nelle scuole. E devono riconoscere Israele – dovranno cominciare a farlo. Non c’è modo di fare un accordo se non sono disposti a riconoscere un Paese veramente grande e importante. E penso che saranno disponibili anche a questo. Ma ora credo anche, Katie, che avremo altri attori ad un livello molto alto, e penso che ciò renderà più facile sia ai palestinesi che a Israele ottenere qualcosa.

Va bene? Grazie. Domanda molto interessante. Grazie.

IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Lei ha chiesto dell’Iran. Una cosa è impedire che l’Iran abbia armi nucleari – una cosa che il presidente Trump ed io crediamo di essere molto impegnati a fare. E noi stiamo naturalmente per discutere di questo.

Oltre a questo penso che il presidente Trump abbia guidato un’importante iniziativa nelle ultime settimane, appena ha assunto la presidenza. Ha sottolineato che ci sono violazioni, violazioni iraniane sui test dei missili balistici. Tra l’altro su questi missili balistici c’è scritto in ebraico “Israele deve essere distrutto.” Il palestinese… anzi, il ministro degli Esteri iraniano Zafir ha affermato, bene, i nostri missili balistici non sono pensati contro nessun Paese. No. Scrivono sul missile in ebraico: “Israele deve essere distrutto.”

Per cui sfidare l’Iran sulle sue violazioni in merito ai missili balistici, imporre sanzioni contro Hezbollah [gruppo armato sciita libanese. Ndtr.], impedirglielo, far pagare a loro per il terrorismo che fomentano in tutto il Medio Oriente ed altrove, molto al di là [del Medio Oriente] – credo che sia un cambiamento che è chiaramente evidente da quando il presidente Trump ha assunto la presidenza. Ne sono lieto. Penso che sia – lasciatemelo dire molto esplicitamente: credo che sia molto tardi, e penso che se lavoriamo insieme – e non solo gli Stati Uniti e Israele, ma molti altri nella regione che vedono in faccia le grandi dimensioni e il pericolo della minaccia iraniana, allora ritengo che possiamo respingere l’aggressività iraniana e il pericolo. E si tratta di qualcosa che è importante per Israele, per gli Stati arabi, ma penso che sia di vitale importanza per l’America. Quei tizi stanno sviluppando ICBM [missili balistici intercontinentali]. Stanno sviluppando – vogliono arrivare ad avere un arsenale nucleare, non una bomba, centinaia di bombe. E vogliono avere la capacità di lanciarli ovunque sulla terra, compreso, e soprattutto, un giorno, sugli Stati Uniti.

Quindi è una cosa importante per tutti noi. Mi rallegro del cambiamento, e intendo lavorare con il presidente Trump molto da vicino in modo che possiamo contrastare questo pericolo.

IL PRESIDENTE TRUMP: Ottimo. Avete qualcun altro?

IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Moav?

D. Signor presidente, a partire dalla sua campagna elettorale ed anche dopo la sua vittoria, abbiamo assistito ad un’impennata di incidenti antisemiti negli Stati Uniti. E mi chiedo cosa lei dica a quelli, tra la comunità ebraica negli Stati Uniti, e in Israele, e forse in tutto il mondo, che credono e sentono che la sua amministrazione sta giocando con la xenofobia e forse con toni razzisti.

E, signor primo ministro, lei è d’accordo con quello che ha appena detto il presidente in merito alla necessità per Israele di limitare o bloccare l’attività di colonizzazione in Cisgiordania? E una piccola aggiunta alle domande del mio amico – una semplice domanda: ha abbandonato la sua visione per la fine del conflitto della soluzione dei due Stati, come l’ha enunciata nel discorso di Bar-Ilan [università israeliana. Ndtr.], o lei continua ad appoggiarla? Grazie.

IL PRESIDENTE TRUMP: Voglio solo dire che siamo molto onorati dalla vittoria che abbiamo avuto – 306 voti del collegio elettorale. Non pensavamo di superare i 220. Lo sa, vero? Non c’era modo di arrivare a 221, ma allora hanno detto che non si poteva arrivare a 270. E c’è un enorme entusiasmo in giro.

Dirò che stiamo per avere pace in questo Paese. Stiamo per porre fine al crimine in questo Paese. Stiamo per fare ogni cosa in nostro potere per porre fine al razzismo a lungo covato e ad ogni altra cosa che sta succedendo, perché molte cose malvagie sono successe per un lungo periodo di tempo.

Credo che una delle ragioni per cui ho vinto le elezioni è che abbiamo una Nazione molto, molto divisa. Molto divisa. E, auspicabilmente, sarò in grado di fare qualcosa a questo proposito. E, sapete, è stata una cosa molto importante per me.

Riguardo alla gente – gli ebrei- molti amici, una figlia che è appena arrivata qui, un genero e tre bellissimi nipoti. Penso che vedrete degli Stati Uniti molto diversi nei prossimi tre, quattro o otto anni. Penso che avverranno molte cose buone, e state per vedere molto amore. State per vedere molto amore. Va bene? Grazie.

IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Credo che la questione delle colonie non sia al centro del conflitto, né lo stia davvero guidando. Penso che sia un problema, deve essere risolto nel contesto dei negoziati di pace. E penso che dobbiamo parlare anche di questo, il presidente Trump ed io, in modo da arrivare ad una comprensione, quindi non dobbiamo continuare a scontrarci tutto il tempo su questo problema. E stiamo per discuterne.

Sulla domanda che ha fatto, lei con la sua domanda è proprio tornato sul problema di cui ho parlato. E’ l’etichetta. Cosa intende Abu Mazen per due Stati, va bene? Cosa intende? Uno Stato che non riconosce lo Stato ebraico? Uno Stato che è fondamentalmente disposto ad attacchi contro Israele? Di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando del Costarica, o stiamo parlando di un altro Iran?

Quindi ovviamente ciò significa cose diverse. Vi ho detto quali sono le condizioni che credo siano necessarie per un accordo: sono il riconoscimento dello Stato ebraico e il controllo della sicurezza di Israele- di Israele – nell’intera area. Altrimenti stiamo solo fantasticando. Altrimenti avremo un altro Stato fallito, un’altra dittatura islamista terrorista che non lavorerà per la pace ma per distruggerci, ma anche per distruggere ogni speranza – ogni speranza – per un futuro pacifico per il nostro popolo.

Quindi sono stato molto chiaro in merito a queste condizioni, e non sono cambiate. Non ho cambiato. Se lei legge quello che ho detto otto anni fa, è proprio questo. E l’ho ripetuto ancora e ancora e ancora. Se lei vuole occuparsi di etichette, si occupi di etichette. Io mi occuperò di cose concrete.

E in conclusione, se posso rispondere a qualcosa che conosco per esperienza personale. Conosco da molti anni il presidente Trump, e per accennare a lui e alla sua gente – i suoi collaboratori, alcuni dei quali conosco, anche loro, da molti anni. Posso rivelare, Jared, da quanto ti conosco? (Risate.) Bene, non è mai stato piccolo. E’ sempre stato grande. E’ sempre stato alto.

Ma io conosco il presidente e la sua famiglia e i suoi collaboratori da molto tempo, e non c’è maggior sostenitore del popolo ebraico e dello Stato ebraico del presidente Donald Trump. Penso che dovremmo smetterla con questa storia.

IL PRESIDENTE TRUMP: Molte grazie. Molto gentili. Lo apprezzo molto.

IL PRIMO MINISTRO NETANYAHU: Grazie.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Opinione. Addio al linguaggio ambiguo: la terrificante visone di Israele per il futuro

L’ostinazione di Israele lascia palestinesi e israeliani con un’unica alternativa: uguale cittadinanza in uno Stato unico o un’orrenda apartheid e altra pulizia etnica

di Ramzy Baroud – Counterpunch

Ramallah, 17 febbraio 2017, Nena News

Le prove storiche empiriche combinate con un po’ di buon senso sono abbastanza per dirci il tipo di opzioni future che Israele ha nel cassetto per il popolo palestinese: apartheid perpetua o pulizia etnica, o un mix di entrambe.

L’approvazione della “Regularization Bill” del 6 febbraio è tutto quello di cui abbiamo bisogno per immaginare il futuro ideato da Israele. La nuova legge permette al governo israeliano di riconoscere retroattivamente gli avamposti ebraici costruiti senza permesso ufficiale su terra privata palestinese.

Tutte le colonie – quelle ufficialmente riconosciute e gli avamposti non autorizzati – sono illegali secondo il diritto internazionale. Tale verdetto è passato numerose volte alle Nazioni Unite e, più recentemente, riaffermato con chiarezza inequivocabile dalla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza.

La risposta di Israele è stata l’annuncio della costruzione di oltre 6mila nuove case da costruire nei Territori Palestinesi Occupati, la costruzione di una colonia nuova di zecca (la prima in 20 anni) e la nuova legge che pavimenta la strada all’annessione di ampie porzioni della Cisgiordania occupata.

Indubbiamente la legge è “l’ultimo chiodo nella bara della soluzione a due Stati”, ma questo non è importante. Non ha mai interessato Israele, quanto meno. Le chiacchiere su una soluzione sono state mero fumo negli occhi per quanto riguardava Israele. Tutti i “dialoghi di pace” e l’intero “processo di pace”, anche quando era al suo apice, raramente hanno rallentano i bulldozer israeliani, la costruzione di altre case per ebrei o messo fine alla pulizia etnica incessante dei palestinesi.

Su Newsweek Diana Buttu descrive come il processo di costruzione delle colonie è sempre, sempre accompagnato dalla demolizione di case palestinesi. 140 strutture palestinesi sono state demolite dall’inizio del 2017, secondo l’agenzia Onu Ocha.

Da quando Donal Trump ha giurato, Israele si è sentito liberato dell’obbligo del linguaggio ambiguo. Per decenni, i funzionari israeliani hanno parlato appassionatamente di pace e hanno fatto tutto quello che potevano per ostacolare il suo raggiungimento. Adesso, semplicemente se ne fregano. Punto.

Avevano perfezionato il loro comportamento equilibrato semplicemente perché dovevano farlo, perché Washington se lo aspettava, lo chiedeva. Ma Trump gli ha dato un assegno in bianco: fate quello che vi piace; le colonie non sono un ostacolo alla pace, Israele è stato “trattato molto, molto ingiustamente” e io correggerò quest’ingiustizia storica, e così via. Quasi subito dopo l’avvento di Trump alla presidenza il 20 gennaio scorso, le maschere sono cadute.

Il 25 gennaio il vero Benjamin Netanyahu è riemerso, dichiarando con invidiabile sfrontatezza: “Noi stiamo costruendo e continueremo a costruire” colonie illegali.

Cosa c’è altro da discutere con Israele a questo punto? Nulla. La sola soluzione che interessa a Israele è la “soluzione” di Israele, sempre guidata dal cieco supporto americano e l’inutilità europea e sempre imposta ai palestinesi e agli altri paesi arabi, se necessario con la forza.

I guardiani della grande farsa della soluzione dei due Stati, chi astutamente ha costruito il “processo di pace” e ha danzato su ogni ritmo israeliano è ora frastornato. Sono stati esclusi dai terrificanti piani di Israele che spara la sua “soluzione” dritto in mezzo agli occhi, lasciando ai palestinesi la scelta tra l’assoggettamento, l’umiliazione e l’imprigionamento.

Jonathan Cook ha ragione. La nuova legge è il primo passo verso l’annessione della Cisgiordania o, almeno, di buona parte. Una volta che i piccoli avamposti saranno legalizzati, dovranno essere fortificati, (“naturalmente”) espansi e protetti. L’occupazione militare, in auge da 50 anni, non sarà più temporanea e reversibile. La legge civile continuerà ad essere applicata agli ebrei nei Territori Palestinesi Occupati e quella militare ai palestinesi occupati.

È l’esatta definizione di apartheid, nel caso ve lo stesse ancora chiedendo.

Per raggiungere i “bisogni di sicurezza” dei coloni, altre by-pass road per soli ebrei saranno costruite, altri muri eretti, altri cancelli per tenere lontani i palestinesi dalle loro terre, dalle scuole e dalle fonti di sussistenza saranno messi su, altri checkpoint, altra sofferenza, altro dolore, altra rabbia e altra violenza.

Questa è la visione di Israele. Anche Trump è più frustrato dalla sfacciataggine e l’audacia israeliane. Ha chiesto ad Israele in un’intervista con il quotidiano Israel Hayom di “essere più ragionevole con il rispetto per la pace”. “C’è molta terra ancora. E ogni volta che la prendete per le colonie, ce n’è di meno”, ha detto Trump. Ha frenato sulla promessa di trasferire l’ambasciata Usa e l’espansione senza controllo delle colonie, perché realizza che Netanyahu e i suoi sostenitori negli Stati Uniti lo hanno lasciato su un baratro e ora gli chiedono di saltare.

Ma ha poca importanza. Che Trump rimanga sulla sua posizione estremamente pro-israeliana o cambi marcia verso una più annacquata simile a quella del suo predecessore Obama, la realtà probabilmente non cambierà, perché solo Israele è alla fine autorizzato a influenzarne i risultati.

L’approvazione dei parlamentari israeliani della legge è, infatti, la fine di un’era. Abbiamo raggiunto il punto in cui possiamo apertamente dichiarare che il cosiddetto “processo di pace” è stato un’illusione fin dall’inizio, perché Israele non ha mai avuto intenzione di concedere Cisgiordania e Gerusalemme est ai palestinesi.

La leadership palestinese è difficilmente innocente in tutto ciò. Il più grave errore che i leader palestinesi hanno commesso (a parte la loro disgraziata divisione) è stato quello di aver creduto che gli Stati Uniti, il principale sponsor israeliano, avrebbero gestito un “processo di pace” che ha garantito a Israele tempo e risorse per terminare i propri progetti coloniali, devastando i diritti e le aspirazioni politiche palestinesi.

Ritornando agli stessi vecchi canali, usando lo stesso linguaggio, cercando la salvezza nell’altare della stessa vecchia soluzione a due Stati non si otterrà nulla se non lo spreco di altro tempo e altra energia.

Ma le umilianti opzioni di Israele per i palestinesi possono essere anche lette in un altro modo. Infatti, è l’ostinazione di Israele che oggi lascia i palestinesi (e gli israeliani) con un’unica alternativa: uguale cittadinanza in uno Stato unico o un’orrenda apartheid e altra pulizia etnica.

Con le parole dell’ex presidente Jimmy Carter, “Israele non troverà mai la pace fino a quando non permetterà ai palestinesi di esercitare i loro diritti fondamentali umani e politici”. Il “permesso” israeliano è lontano dall’arrivare, lasciando la comunità internazionale con la responsabilità morale di pretenderlo. Nena News

Traduzione a cura della redazione di Nena News




‘Un assassinio’: i palestinesi chiedono di agire contro la legge israeliana del furto di terre

di Sheren Khalel, 7 febbraio 2017,Middle East Eye

Le autorità affermano che lo scopo della legge che consente ad Israele di espropriare le proprietà palestinesi è l’annessione della maggior parte della Cisgiordania, e chiedono sanzioni internazionali.

BETLEMME, Cisgiordania occupata – Martedì la Knesset (parlamento) israeliana è stata accusata di “assassinare” le prospettive di un accordo di pace per due Stati, dal momento che i palestinesi, la comunità internazionale e le associazioni israeliane per i diritti umani hanno condannato l’approvazione del disegno di legge volto a legalizzare l’esproprio di terre di proprietà privata palestinese nella Cisgiordania e a Gerusalemme est, illegalmente occupate.

Il voto, che è passato con 60 a favore contro 52, è stato portato in aula pochi giorni dopo che le forze israeliane avevano evacuato l’avamposto israeliano di Amona, in seguito a una sentenza della Corte Suprema israeliana.

La decisione è stata applaudita da membri della destra israeliana, come Shuli Moalem-Refaeli – capo del partito Casa Ebraica (di estrema destra, ndtr.) ed uno dei co-promotori del disegno di legge – che, come riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, ha detto che la legge significa che gli israeliani residenti nelle colonie ‘non saranno più un obbiettivo delle organizzazioni estremiste di sinistra che intendono distruggere e danneggiare le colonie’.

Ma Mustafa Barghouti, leader del movimento ” Iniziativa Nazionale Palestinese”, ha detto a Middle East Eye che la legge ha rappresentato un punto di svolta nei rapporti tra palestinesi e israeliani.

Questa legge è un assassinio della soluzione dei due Stati”, ha detto Barghouti. “E’ un atto che mira all’annessione della maggior parte della terra in Cisgiordania.”

Mentre le autorità israeliane avevano già la possibilità di confiscare terre palestinesi sotto il pretesto della sicurezza, come anche della dichiarazione di utilizzo come terra dello Stato, adesso la nuova legge significa che la terra di proprietà privata palestinese può essere confiscata esclusivamente per la costruzione di colonie, il che è giudicato illegale dal diritto internazionale.

Sono certo che il prossimo passo di Israele sarà l’annessione della colonia di Maale Adumim”, ha detto Barghouti, riferendosi ad una colonia israeliana illegale situata nella zona E1 (a nord est di Gerusalemme, ndtr.) della Cisgiordania occupata.

In altri termini, Israele sta legalizzando le colonie con l’intenzione di annetterle a Israele, che è ciò che avverrà adesso.”

Le previsioni di Barghouti sono in linea con (quanto affermato dal) deputato israeliano Bezalel Smotrich, un altro co-promotore della legge, che l’ha definita “un passo storico verso il completamento di un processo che intendiamo avviare; l’applicazione della piena sovranità israeliana su tutte le città e le comunità in Giudea e Samaria [il termine usato dal governo di Israele per indicare la Cisgiordania].”

L’approvazione della legge segna la prima volta che la Knesset approva una legge che esercita giurisdizione sulla Cisgiordania.

Motivo di sanzioni’

Questa legge è senza dubbio motivo di sanzioni da parte della comunità internazionale”, ha detto Barghouti.

E adesso non vi sono giustificazioni per l’Autorità Nazionale Palestinese per rimandare un deferimento alla Corte Penale Internazionale – davanti a cui Israele dovrebbe comparire –; ogni mancanza di azioni punitive contro Israele dovrebbe ora essere ritenuta un’accettazione delle sue azioni.”

Husam Zumlot, il consigliere per le questioni strategiche del Presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha affermato che la prossima mossa a livello politico deve provenire dalla comunità internazionale.

La soluzione dei due Stati è stata sempre un progetto della comunità internazionale che noi abbiamo seguito, ma adesso è necessario che queste questioni, relative a ciò che dovrebbe accadere ora, vengano demandate alla comunità internazionale”, ha detto Zumlot.

La comunità internazionale deve decidere che cosa fare rispetto a questo progetto, perché questa legge è una risposta di Netanyahu alla recente risoluzione delle Nazioni Unite contro le colonie, all’iniziativa della Francia e alla comunità internazionale in generale.”

Zumlot ha aggiunto che l’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha in programma di “riunirsi immediatamente” per discutere il da farsi.

Quando si riuniranno prenderanno le iniziative necessarie a salvaguardare gli interessi nazionali del popolo”, ha detto.

Abbas, che era a Parigi per colloqui col presidente francese Francois Hollande, ha definito la legge “un attacco contro il nostro popolo”, che va contro gli auspici della comunità internazionale.

Martedì Hanan Ashrawi, membro del comitato esecutivo dell’OLP, ha espresso opinioni analoghe, chiedendo sanzioni ed azioni punitive.

Pulizia etnica’

E’ indispensabile che la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti e l’Unione Europea, assuma le proprie responsabilità morali, umane e giuridiche e metta fine all’illegalità di Israele ed al suo sistema di apartheid e di pulizia etnica”, ha detto.

L’assunzione di responsabilità dovrebbe includere misure punitive e sanzioni, prima che sia troppo tardi.”

Issa Amro, attivista palestinese e fondatore di “Giovani Contro gli Insediamenti”, ha detto a MEE che l’Autorità Nazionale Palestinese dovrebbe intraprendere ogni strada possibile per ottenere appoggio per azioni punitive contro Israele da parte della comunità internazionale, dalla Corte Penale Internazionale alle Nazioni Unite, ed azioni bilaterali degli Stati.

Ha aggiunto che l’ANP dovrebbe anche incoraggiare i palestinesi a manifestare contro la legge nelle strade.

Abbiamo bisogno di praticare la disubbidienza civile”, ha detto Amro. “L’ANP dovrebbe incoraggiare la disubbidienza civile per dimostrare la nostra opposizione alle azioni di Israele.”

L’associazione israeliana per i diritti “B’Tselem” ha definito la legge una “disgrazia per lo Stato e la sua autorità legislativa.”

L’associazione ha dichiarato: “La legge approvata oggi dalla Knesset prova una volta di più che Israele non intende porre fine al suo controllo sui palestinesi o al furto della loro terra”

Approvare la legge poche settimane dopo la risoluzione 2334del Consiglio di Sicurezza [in cui il Consiglio ha condannato l’attività di colonizzazione israeliana come ‘flagrante violazione’ del diritto internazionale] è uno schiaffo in faccia alla comunità internazionale. Se inserire l’esproprio in una legge costituisce uno sviluppo nuovo, in pratica è un altro aspetto del massiccio furto di terra portato avanti sfacciatamente per decenni dichiarandola ‘terra dello Stato’ ”.

Intanto Omar Shakir, direttore per Israele e Palestina di Human Rights Watch, ha affermato che la legge “annulla anni di consolidata legislazione israeliana.”

Intervenendo solo alcune settimane dopo l’unanime approvazione della risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza sull’illegalità delle colonie, la legge rispecchia il palese disconoscimento del diritto internazionale”, ha detto Shakir.

La legge consolida ulteriormente l’attuale realtà di permanente occupazione de facto in Cisgiordania, in cui i coloni israeliani ed i palestinesi che vivono sulla stessa terra sono soggetti a sistemi giuridici, norme e servizi ‘separati ed ineguali.’ ”

Shakir ha concluso la sua dichiarazione con una frecciata alla nascente relazione del presidente USA Donald Trump con Israele, affermando che “i dirigenti israeliani che guidano la politica di colonizzazione dovrebbero sapere che l’amministrazione Trump non può proteggerli dal controllo della Corte Penale Internazionale, dove il procuratore continua ad esaminare l’illegale attività di colonizzazione di Israele.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Spiegazione: la nuova legge israeliana sul furto di terre palestinesi e perché è importante.

di Allison Kaplan Sommer – 7 febbraio 2017,Haaretz

Il parlamento israeliano ha votato una legge che espropria terreni privati palestinesi in Cisgiordania. Che cosa cambia la legge, chi è colpito e perché si tratta di una questione così importante?

Che cosa cambia esattamente la nuova legge?

La legge consente ad Israele di espropriare terreni privati palestinesi in Cisgiordania su cui sono stati costruiti insediamenti o avamposti israeliani. Permette ai coloni ebrei di rimanere nelle loro case, benché non conceda loro la proprietà della terra su cui vivono. Nega ai proprietari palestinesi il diritto di reclamare la terra o di prenderne possesso “finché non ci sarà una soluzione diplomatica sullo status dei territori.”

Aspetta – torniamo indietro -, qual è il nome della legge?

Bella domanda. Una parte della confusione che circonda la legge è il suo nome. In ebraico ha ricevuto un nome fuorviante con diverse possibilità di traduzione che confondono – più comunemente, è tradotto come la “Legge di regolarizzazione.”

Tecnicamente, è stata pensata per “regolare la colonizzazione in Giudea e Samaria [la Cisgiordania. ndtr.] e consentirne la continua costruzione e lo sviluppo.” Un nome più esplicito sarebbe, nei fatti, “Legge di esproprio”, in quanto legalizza in modo retroattivo l’esproprio da parte dello Stato di terreni palestinesi di proprietari privati. Gli oppositori della legge avrebbero probabilmente preferito mettere in chiaro le cose in modo ancora più diretto e chiamarla “Legge del Furto” – una legge che legalizza il fatto che i coloni vivano su terre che non sono di loro proprietà.

Perché si tratta di una faccenda così importante? La Cisgiordania non è comunque occupata?

La legge supera un limite che Israele non aveva ancora violato, persino secondo politici di destra come l’ex-ministro del Likud Dan Meridor, che ha definito la legge “cattiva e pericolosa”. Egli sostiene che il parlamento israeliano non ha mai regolato la proprietà privata palestinese in Cisgiordania perché “gli arabi di Giudea e Samaria non votano per la Knesset [il parlamento israeliano. Ndtr.], e questa non ha l’autorità di fare leggi per loro. Sono principi fondamentali di democrazia e delle leggi israeliane.”

Asserisce che, se Israele può essere pienamente sovrano in Cisgiordania, dovrebbe concedere ai palestinesi che vi vivono la cittadinanza e accordare loro il diritto di voto. Fino ad allora, dice, l’autorità israeliana di regolare la [proprietà della] terra in Cisgiordania è limitata solo a ragioni di sicurezza – sia in base alle leggi israeliane che internazionali.

Il procuratore generale di Israele è d’accordo?

Sì. Il procuratore generale Avichai Mandelblit ha dichiarato che se la legge sarà presentata in tribunale, non ha intenzione di difenderla contro argomentazioni secondo cui violerebbe la Quarta Convenzione di Ginevra.

Ciò non ha dissuaso la ministra della Giustizia di Israele, l’estremista di destra Ayelet Shaked, importante esponente del partito Habayit Hayehudi (Casa Ebraica), la forza trainante che sta dietro la legge. Lei sostiene che, se necessario, un procuratore privato rappresenterà il governo in un contenzioso legale che molti esperti giudiziari prevedono si concluderebbe con l’annullamento della legge.

Quante colonie riguarderà la legge?

Secondo Peace Now [organizzazione pacifista israeliana. Ndtr.], al momento la legge consentirà la legalizzazione retroattiva di terre in più di 50 avamposti e colonie.

In 16 di queste sono già stati emessi ordini di demolizione contro case costruite su terreni reclamati da proprietari palestinesi. In base alla nuova legge, ogni azione per mettere in atto questi ordini sarà bloccata per un anno in presenza di procedimenti per definire se lo Stato può appropriarsi della terra.

Ciò include proprietà nelle colonie di Ofra, Eli, Netiv Ha’avot, Kokhav Hashahar, Mitzpe Kramim, Alon Moreh, Ma’aleh Mikhmash, Shavei Shomron, Kedumim, Psagot, Beit El, Yitzhar, Har Bracha, Modi’in Illit, Nokdim e Kokhav Yaakov.

La legge è arrivata troppo tardi per salvare l’avamposto illegale di Amona, che è stato evacuato la scorsa settimana.

Cosa si intende per “al momento”? Se approvata e confermata, la legge permetterebbe in futuro colonie su terreni privati palestinesi?

Potenzialmente sì. La misura permetterebbe al ministero della Giustizia di aggiungere altre colonie e avamposti alla lista delle zone in cui la proprietà può essere confiscata ai palestinesi, con l’approvazione della commissione “Costituzione, Legge e Giustizia” della Knesset.

I proprietari palestinesi sulle cui terre vivono coloni sono indennizzati? E in questo caso, come?

In base alla nuova legge, i proprietari palestinesi hanno una scelta: se possibile, gli viene assegnato un altro appezzamento di terreno. Sennò, saranno pagati con un compenso annuale per l’utilizzo del 125% del valore del terreno, come stabilito da una commissione di valutazione per periodi rinnovabili di 20 anni. A meno che, in uno scenario ottimistico, intervenga un accordo di pace che riguardi lo spostamento delle colonie israeliane dalla loro terra.

Perché tutto questo suona così familiare? Il governo non ha lottato su questa questione per molto tempo?

La legge ha superato i primi ostacoli legislativi in novembre e dicembre, ma è stata in seguito differita e rinviata per varie ragioni. La ragione principale è stata la preoccupazione del primo ministro Benjamin Netanyahu in merito alle mosse di fine mandato dell’amministrazione Obama (ed effettivamente i consiglieri di Obama hanno considerato la legge parzialmente responsabile dell’astensione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU) e il suo timore di iniziare con il piede sbagliato i rapporti con l’amministrazione Trump.

La legge è stata fortemente sostenuta dal ministro dell’Educazione Naftali Bennett. Quando Bennett l’ha presentata per la prima volta, Netanyahu ha definito la sua fretta “infantile ed irresponsabile” e il ministro della Difesa Avigdor Lieberman [del partito di estrema destra “Israele Casa Nostra”. Ndtr.] ha detto a Bennett che stava “mettendo in pericolo il futuro dell’impresa di colonizzazione per un capriccio elettoralistico.”

Quindi, come mai è stata ripresa e perché il voto all’ultimo momento lunedì a tarda notte?

E’ stato detto dall’amministrazione Trump a Netanyahu di non fare mosse significative prima del suo appuntamento programmato con il presidente per il 15 febbraio. Ha utilizzato ciò per sostenere la causa della dilazione del voto di lunedì durante un incontro con i dirigenti dei partiti della coalizione il giorno precedente. Ma Bennett e Shaked, sottoposti ad una tremenda pressione da parte della loro base per andare avanti con decisione con la legge prima che [l’avamposto di] Amona venisse smantellato, hanno rifiutato ogni ulteriore rinvio.

Incapace di bloccare ulteriormente la legge, l’unica cosa che Netanyahu ha potuto fare è stato “fare un rapporto” a Trump – fargli sapere che [la legge] stava per arrivare, nello stesso giorno in cui ha dovuto ascoltare da parte della prima ministra britannica Theresa May che la legge non sarebbe  “utile” e renderebbe le cose più difficili per gli amici di Israele. E – presumibilmente per salvarsi la faccia con i suoi sostenitori di destra, che chiaramente Bennett spera di portargli via – Netanyahu ha fatto marcia indietro, negando di aver tentato di rimandare il voto.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Migliaia di arabi ed ebrei marciano insieme a Tel Aviv contro il razzismo e le demolizioni di case

  1. Nota redazionale: nel presente articolo gli autori utilizzano costantemente ed esclusivamente i termini “arabo/i” ed “ebreo/i” intendendo “palestinesi con cittadinanza israeliana” e “israeliani ebrei”. Si tratta del modo in cui sono solitamente denominati i due gruppi in Israele. Pur non condividendo questo modo di definirli, per correttezza rispetto agli autori abbiamo conservato queste categorie anche nella traduzione.

Inoltre sulla morte del palestinese ucciso durante l’evacuazione del villaggio beduino viene riportata solamente la versione della polizia contraddetta da testimonianze e da un video.

di Jack Khoury e Or Kashti |. 5 febbraio 2017 | Haaretz

I promotori sostengono che la protesta, in cui i discorsi sono stati fatti in arabo e in ebraico, è una nuova fase della lotta civile di ebrei e arabi.

Migliaia di persone, arabi ed ebrei, hanno marciato sabato sera [4 febbraio 2017] a Tel Aviv in una manifestazione di protesta contro le demolizioni di case delle scorse settimane a Kalansua e a Umm al-Hiran e contro ulteriori misure di demolizione di altre case.  

Gli organizzatori hanno detto che circa 5000 manifestanti hanno partecipato al corteo, che è iniziato all’incrocio tra le due strade King George ed Allenby e si è concluso nella piazza Dizengoff.

Alcune associazioni ebraiche e arabe hanno partecipato all’organizzazione della protesta, che i promotori hanno definito come una nuova fase della lotta civile degli ebrei e degli arabi. I discorsi sono stati fatti in arabo e in ebraico e i dimostranti hanno sventolato sia bandiere israeliane che palestinesi.

Amal Abu Sa’ad, la vedova di Yakub Abu al-Kiyan, che è stato ucciso il mese scorso durante le operazioni di demolizione delle case illegali del villaggio beduino non autorizzato di Umm al-Hiran, nel Negev , ha parlato ai manifestanti: “È importante per me essere qui e parlarvi e trasmettere il messaggio al primo ministro e ai suoi ministri. Nonostante la vostra rozza istigazione, il razzismo e una discriminazione nella legislazione, nella sua applicazione, nelle infrastrutture e nei servizi pubblici, non riuscirete a creare divisioni tra i cittadini del Paese. Voi che siete qui oggi siete la prova che ebrei e arabi possono e vogliono vivere insieme e con uguali diritti.”

Amal Abu Sa’ad ha chiesto al governo di istituire una commissione d’inchiesta indipendente per indagare sull’evacuazione di Umm al-Hiran. Al-Kiyan è stato ucciso dalla polizia quando con la sua auto ha investito e ucciso il sergente maggiore della polizia Erez Levi e ferito un altro graduato.

Il parlamentare Ayman Odeh, leader della Lista Unita [coalizione di partiti della minoranza palestinese in Israele, ndt] ha fatto un discorso e ha detto: “Oggi sono venute qui migliaia di persone, arabi ed ebrei, da tutto il Paese per protestare vivamente contro l’attacco del governo alla popolazione araba, per chiedere l’uguaglianza, il riconoscimento dei villaggi non autorizzati e una commissione d’inchiesta ufficiale dello Stato per analizzare tutti i fatti riguardanti la brutale evacuazione di Umm al-Hiran”

Il parlamentare Dov Khenin (Llista Unita) ha detto: “ Le migliaia di persone che hanno manifestato questa sera a Tel Aviv esprimono una voce di speranza e di intelligenza nei confronti di un governo che sceglie l’istigazione e l’odio. Sappiamo che l’istigazione è l’ultimo rifugio di quelli che hanno fallito.”

L’alto comitato arabo di inchiesta (the Higher Arab Monitoring Committee) ha reso nota la decisione di appellarsi a Israele e all’opinione pubblica internazionale. Centinaia di cittadini ebrei hanno partecipato alle recenti proteste contro le demolizioni di case, ha detto Raja Za’atra di Hadash [partito comunista che fa parte della coalizione Lista Unita , ndt], che presiede il sottocomitato del partito incaricato delle pubbliche relazioni con l’opinione pubblica israeliana.

Za’atra ha detto che dalla costituzione della Lista Unita, un maggior numero di politici della comunità araba ritiene di importanza strategica la costruzione di ponti per il dialogo e la collaborazione con le forze democratiche presenti nella società israeliana. Ha aggiunto che questo è particolarmente vero alla luce dell’aumento del razzismo e dei duri attacchi del primo ministro Benjamin Netanyahu e del suo governo contro la popolazione araba e contro la democrazia.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Le colonie e “l’accordo definitivo”: la sorprendente affermazione di Trump su Israele inserita nel contesto

Amir Tibon – 3 febbraio 2017, Haaretz

Cosa c’è, e cosa non c’è, di nuovo nella dichiarazione di Trump sulla costruzione di colonie israeliane.

WASHINGTON – La dichiarazione della Casa Bianca di giovedì che giudica la costruzione di colonie israeliane non utile per la pace è arrivata come una sorpresa e una delusione per alcuni esponenti della destra israeliana, che avevano sperato che l’arrivo al potere di Trump avrebbe segnato la fine della soluzione dei due Stati e una nuova era di appoggio incondizionato della Casa Bianca all’espansione delle colonie israeliane.

La dichiarazione chiarisce che Trump, che ha chiamato “definitivo” l’accordo di pace, condivide il desiderio delle precedenti amministrazioni di far firmare a Israele e ai palestinesi un accordo di pace e si aspetta che il governo israeliano eviti passi che possano danneggiare le prospettive di un simile accordo.

Tuttavia la dichiarazione contiene anche buone notizie per la destra israeliana, in quanto afferma che l’amministrazione Trump non crede che le colonie in sé siano un ostacolo alla pace.

Ogni amministrazione USA negli ultimi 50 anni ha disapprovato l’espansione delle colonie israeliane, temendo che potesse pregiudicare le possibilità di raggiungere un accordo di pace sullo status definitivo. La Casa Bianca di Trump, a quanto pare, chiede solo che Israele non estenda le colonie già esistenti, ma non sta affrontando il problema con lo stesso discorso chiaro che hanno usato amministrazioni precedenti.

Durante i suoi otto anni di governo l’amministrazione Obama ha insistito che le colonie erano il maggior ostacolo per la pace. Nel 2009 Obama ha fatto pressione sul primo ministro Benjamin Netanyahu per il blocco della costruzione di ogni colonia in Cisgiordania per 10 mesi, e, secondo fonti ufficiali israeliane, in quel periodo i collaboratori del presidente avevano messo in guardia Israele che il loro approccio alla costruzione di colonie era “neanche un mattone”.

Gli ultimi due atti della precedente amministrazione riguardo al conflitto israelo-palestinese sono stati l’astensione dal voto del Consiglio di Sicurezza ONU che ha denunciato le colonie e l’attribuzione della maggior parte delle responsabilità per il fallimento dei colloqui di pace alla costruzione delle colonie israeliane. Questa posizione è stata chiaramente espressa dal discorso dell’allora segretario di Stato John Kerry alla fine di dicembre.

L’approccio di Trump sembra essere più vicino a quello dell’amministrazione di George W. Bush, che nel 2004 inviò una lettera ad Israele, allora governato da Ariel Sharon, in cui proclamava che “nuove situazioni sul terreno” avrebbero dovuto essere prese in considerazione in un futuro accordo di pace, e che fosse “irrealistico aspettarsi che il risultato di negoziati sullo status finale sia un pieno e totale ritorno alla linea dell’armistizio del 1949.”

Qualcuno a Gerusalemme e a Washington interpretò questa affermazione come un’autorizzazione da parte dell’amministrazione a costruire nei “blocchi di colonie” – la vasta concentrazione di colonie relativamente vicina ai confini del 1967, che dovrebbe diventare parte di Israele proprio in un accordo di pace.

Ma l’amministrazione Bush non ha sempre parlato con un’unica voce riguardo all’interpretazione della lettera. L’allora segretario di Stato Condoleezza Rice disse nel 2007, dopo l’annuncio da parte di Israele di nuove costruzioni nelle colonie, che “gli Stati Uniti non fanno differenza” tra diversi tipi di colonie.

Stephen Hadley, consigliere di Bush per la sicurezza nazionale, affermò che “ovviamente il presidente appoggia ancora quella lettera dell’aprile del 2004, ma bisogna vederla, naturalmente, nel contesto in cui è stata inviata.” Quel contesto, spiegò, era l’accettazione da parte di Israele della cosiddetta “road map per la pace” di Bush, che includeva la formazione di uno Stato palestinese e la decisione di Sharon del ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza e da parti della Cisgiordania.

Forse con il tempo l’amministrazione Trump adotterà una politica vicina a quella di Bush, che a volte è stata meno severa di quella di Obama riguardo alla costruzione di colonie. Ma ha anche chiarito che le colonie erano in effetti uno degli ostacoli per il raggiungimento di un accordo.

Un’altra possibilità per l’amministrazione Trump sarebbe di chiudere un occhio su qualche costruzione di colonie israeliane spingendo al contempo per negoziati diretti tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese. Questa è stata la politica, anche se non dichiarata ufficialmente, durante alcune fasi dell’amministrazione Clinton.

I due ultimi primi ministri israeliani che hanno costruito più insediamenti sono stati Yitzhak Rabin ed Ehud Barak, entrambi del partito Laburista. Hanno costruito nelle colonie mentre stavano facendo colloqui di pace con i palestinesi con la mediazione americana.

L’amministrazione di George H.W. Bush, da parte sua, prese una dura posizione contro la costruzione di insediamenti, con l’allora segretario di Stato James Baker che denunciò le colonie come il maggior ostacolo per il raggiungimento di un accordo. “Non penso che ci sia un ostacolo più grande per la pace che le attività di colonizzazione che non solo continuano senza tregua, ma con un ritmo in aumento,” disse Baker nel 1991.

Aggiunse che “niente ha reso più difficile il mio lavoro per cercare di trovare partner arabi e palestinesi per Israele del fatto di essere accolto da una nuova colonia ogni volta che arrivavo.” Va notato che Baker si è incontrato con Trump nel maggio 2016 per discutere le posizioni in politica estera del candidato.

Un membro del governo di Trump che sembra condividere la visione negativa di Baker riguardo alle colonie è il segretario alla Difesa James Mattis, che nel 2013 ha detto che la costruzione degli insediamenti stava mettendo Israele a rischio di diventare uno Stato dell’apartheid. Mattis, un ex-generale del corpo dei marines, ha aggiunto che come comandante dello stato maggiore USA, “ha pagato ogni giorno un prezzo in termini di sicurezza militare perché gli americani erano visti come di parte nel loro appoggio ad Israele.”

Oltre alla conclusione che l’espansione delle colonie potrebbe danneggiare la pace, un altro aspetto della dichiarazione di giovedì che sembra suggerire continuità con le precedenti amministrazioni è stato il riferimento al 1967 come un punto di partenza per i colloqui. Ha affermato che “il desiderio americano di pace tra gli israeliani e i palestinesi è rimasto invariato per 50 anni.” Il prossimo giugno segna il cinquantesimo anniversario della Guerra dei Sei Giorni, che diede inizio all’occupazione israeliana della Cisgiordania.

Il dottor Michael Koplow, direttore politico del Forum della Politica di Israele, ha detto ad Haaretz che la posizione della Casa Bianca è “incoraggiante” e “rivela proprio quanto stia rischiando grosso Netanyahu in casa sua. Come con i presidenti Clinton e Obama, la recente posizione dell’amministrazione Trump sulle colonie ora fornisce a Netanyahu qualche protezione interna dalle pressioni politiche alla sua destra per fare quello che ha voluto fare da sempre, cioè conservare lo status quo piuttosto che andare verso più colonie ed eventualmente verso l’annessione.”

Dan Shapiro, un ambasciatore USA in Israele sotto Obama, ha twittato che la dichiarazione della Casa Bianca “ci dice che l’opposizione di Trump alle attività di colonizzazione, come fattore negativo nel processo di pace in Medio Oriente, è in continuità con la politica USA per molti anni.” Ha detto di credere che la Casa Bianca potrebbe aver pubblicato la dichiarazione perché Netanyahu “ha voluto pressioni da parte di Trump per aiutarlo a tenere a freno i partiti alla sua destra.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Come espellere: consigli a Trump da un’israeliana

Amira Hass– 3 febbraio 2017,Haaretz

Otto modi in cui il nuovo presidente può far provare ai messicani ed ai musulmani quello che patiscono i palestinesi.

E’ passata appena una settimana ed hai sconvolto tutto, Donald Trump. La ragione è semplice: non ti sei consultato con Israele su come rifiutare l’ingresso nel tuo Paese senza scatenare mezzo mondo contro di te. Ma quando si tratterà dell’altra tua promessa – effettive espulsioni – avrai ancora il tempo di consultarci.

Per mancanza di pazienza e di spazio, qui si discuterà solo di due tipi di espulsioni – due dei molti tipi in cui siamo diventati esperti: l’espulsione di palestinesi originari di Gerusalemme dalla città e l’espulsione di palestinesi abitanti della Cisgiordania dalle loro case.

Regola 1. Silenzio. Non pubblicizzare la politica di espulsione. Fai in modo che ogni persona espulsa si opponga da sola al decreto e creda che il problema riguardi solo lui. Individualmente. Ad un certo punto, a partire dalla fine del 1995 (durante il governo del partito Laburista e degli accordi di Oslo), i palestinesi hanno scoperto che avrebbero perso lo status di residenti a Gerusalemme se avessero vissuto dove avevano sempre vissuto negli anni precedenti: fuori dai confini della Gerusalemme annessa o all’estero.

Regola 2. Stupore. Insistere che dopotutto non è cambiato niente e che queste leggi esistevano da tempi immemorabili. E’ quello che sostenne il ministero degli Interni nel 1996 quando sempre più palestinesi di Gerusalemme scoprirono che le loro carte di identità erano improvvisamente state revocate ed erano diventati residenti illegali nella città e sulla terra in cui erano nati.

Regola 3. Gradualità. L’espulsione avviene un passo alla volta, come se fosse per caso. Annessione ed esproprio delle terre. Divieto di costruzione nelle zone che rimangono. Reclutamento di dio. Intollerabile sovraffollamento nelle case e affitti alle stelle. Ignorare gli spacciatori. Trascurare infrastrutture e scuole. Incrementare il peso delle tasse. Poco lavoro. Collocare disturbatori professionali (alias, coloni) nel cuore dei quartieri con guardie giurate che li circondano.

E la cosa principale: lo status di residenti in base alla legge sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele, che può scadere in qualunque momento. Come se i palestinesi di Gerusalemme fossero entrati in Israele e avessero scelto di vivere sotto il suo tallone come immigrati non ebrei. Come se Israele non avesse fatto violentemente irruzione nelle loro vite nella città in cui erano nate le madri delle loro madri.

Regola 4. Supporto legale (A). L’allora presidente della Corte Suprema Aharon Barak e i suoi colleghi, Gabriel Bach e Shoshana Netanyahu, dettero già l’approvazione della corte per un’altra espulsione, di massa ma latente. Nel 1988 stabilirono che fosse legale espellere un palestinese nato nel 1943 a Gerusalemme perché aveva anche una cittadinanza straniera (Mubarak Awad, che, guarda caso, era anche un sostenitore della disobbedienza civile dei palestinesi).

Regola 5. Molteplicità. Non attenerti ad una sola scusa, signor presidente. Noi ci siamo appellati successivamente ad una grande quantità di pretesti per espellere palestinesi dalla loro terra, la loro patria, le loro case: politici (opposizione al nostro dominio), amministrativi (non erano presenti al momento del censimento o avevano prolungato il loro soggiorno all’estero), una zona di esercitazioni militari, una riserva naturale, la vicinanza con i confini, con un’autostrada, un avamposto, un sito archeologico, terre statali, mancata approvazione di piani regolatori, la barriera di separazione, divieto di costruzione, intrusione di molestatori di professione e personale dei servizi di sicurezza, citazioni della Bibbia.

Regola 6. Supporto legale (B). I nostri giudici evitano di emettere sentenze contrarie alla politica di suddivisione in zone e di costruzione ineguale per ebrei ed arabi.

Regola 7. Insufficiente fornitura di acqua. Taglia l’acqua, Trump. Stabilisci che ogni musulmano o messicano avrà diritto a solo un quarto o meno dell’acqua consumata mediamente da un WASP [White, Anglo Saxon, Protestant, definizione razzista dell’americano ideale. Ndtr.]. Decidi che ovunque vivano messicani o musulmani saranno tagliati fuori dalla rete idrica. Guarda la Valle del Giordano. E’ un notevole strumento per sfoltire una popolazione indesiderata. Fidati di noi.

Regola 8. L’appoggio delle elite. Manda consiglieri in Israele. Riceveranno suggerimenti su come regolari attività di espulsione vengano salutate dal silenzio della maggior parte dell’intellighenzia colta illuminata, il sale della terra, laureati delle forze armate israeliane, che si annidano nelle università e frequentano le sale da concerto. La loro condiscendenza è assolutamente fantastica.

(traduzione di Amedeo Rossi)