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Un attacco contro l’Iran come ultimo regalo di Trump a Israele?

Abdel Bari Atwan

29 novembre 2020 – Chronique de Palestine

Forse Trump intende ritirarsi in una fiammata di “gloria militare”

L’assassinio venerdì 28 novembre del fisico nucleare Mohsen Fakhrizadeh – che era a capo dell’Organizzazione per la ricerca e l’innovazione del Ministero della Difesa[iraniano] – da parte dei servizi del Mossad israeliano rafforza i timori di un attacco dell’ultimo momento e di vasta portata contro l’Iran su iniziativa di Trump. Un ultimo “regalo” allo Stato sionista prima dell’uscita dalla Casa Bianca.

Nel momento in cui Donald Trump sembra cominciare ad accettare l’idea di aver perso le elezioni presidenziali, tutti si chiedono che cosa pensi di fare durante i due mesi che gli restano alla Casa Bianca prima della data di uscita prevista il 20 gennaio.

È possibile che cerchi di lasciare le proprie funzioni in un’esplosione di “gloria” militare, da uomo forte e determinato, ordinando attacchi aerei e lanci di missili devastanti contro le installazioni nucleari dell’Iran – dopo aver rapidamente ritirato le truppe americane dal Medio Oriente (in particolare da Afghanistan, Iraq e Siria) per evitare che siano obiettivi di rappresaglie.

L’allarme rispetto a queste prospettive si è accresciuto dopo che la scorsa settimana Trump ha iniziato una mini purga del Pentagono licenziando il Segretario alla Difesa Mark Esper ed altri funzionari, sostituendoli con figure di provata fedeltà.

Il suo rifiuto di consentire al presidente eletto Joe Biden l’accesso ai rapporti dei servizi di intelligence ha ulteriormente alimentato i sospetti. Potrebbe cercare di dissimulare i piani ed i preparativi di un simile attacco mentre il Segretario di Stato Mike Pompeo li mette a punto durante il suo viaggio di questa settimana in Israele, Arabia Saudita, EAU e Qatar.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu – che potrebbe anch’egli trovarsi presto disoccupato – attende disperatamente che Trump, prima di lasciare il suo incarico, prenda iniziative militari sia contro le installazioni nucleari dell’Iran che contro i depositi di missili di Hezbollah. Ciò rende la cosa ancor più probabile. L’esercito israeliano ha appena condotto manovre militari di vasta portata lungo la frontiera libanese.

Israele teme che Biden rinnovi l’impegno degli Stati Uniti nell’accordo nucleare iraniano e torni alla politica dell’era Obama, che mirava a “contenere” l’Iran. Ciò porterebbe all’annullamento o all’ alleggerimento di sanzioni economiche soffocanti, permettendo all’Iran di riprendere i movimenti finanziari internazionali e la vendita di petrolio, come anche gli aiuti ai suoi alleati paramilitari in Libano, Iraq, Yemen e altrove.

Anche l’Arabia Saudita è favorevole ad un attacco militare, come ha dimostrato la scorsa settimana il discorso del re Salman, che ha chiesto alle potenze mondiali di prendere una “posizione risoluta” contro la minaccia nucleare iraniana. È poco probabile che abbia lanciato un simile appello prima di avere avuto l’autorizzazione di Trump e dei suoi complici.

Il presidente uscente può anche scegliere di lasciare il segno a livello interno.

Potrebbe dare semaforo verde ai suoi più fidi seguaci per scendere in strada in massa per dimostrare l’ampiezza della sua popolarità – polarizzando ulteriormente la società americana, spaccando il partito repubblicano e portando alla formazione di un nuovo partito di estrema destra sotto la sua direzione. Ha incoraggiato attraverso i tweet le milizie armate ed i gruppi suprematisti bianchi che si sono radunati in diverse regioni del Paese contro il “furto” del suo secondo mandato.

Oppure Trump potrebbe effettivamente cominciare a fare campagna per la sua rielezione nel 2024, creando un gruppo di media favorevole a lui o lanciando un programma televisivo su uno dei canali esistenti a lui affini. Anche i suoi detrattori ammettono che ha dalla sua parte molti seguaci e un riconosciuto talento per mobilitarli e sostenerli.

Qualunque sia la strada che sceglierà, Trump non lascerà il suo posto in silenzio per affrontare, una volta persa l’immunità presidenziale, una possibile serie di azioni giudiziarie e di inchieste per evasione fiscale, frode e transazioni commerciali sospette. La sua uscita potrebbe essere burrascosa. Non è un buon perdente e non esiterà a fare danni per raggiungere i suoi obbiettivi.

I suoi quattro anni di mandato hanno lasciato gli Stati Uniti divisi sul piano interno e indeboliti e screditati a livello internazionale.

Ha promesso di rendere l’America “di nuovo grande”, ma ha trasformato la maggior parte dei suoi alleati – eccetto Israele, qualche Stato del Golfo e altri – in antagonisti. Si compiace di rendere ancor più difficile per il suo successore il compito di riparare ai disastri che si è lasciato alle spalle.

Se Trump mette in campo il proprio gruppo di media non mancherà di risorse finanziarie provenienti dai suoi amici del Golfo. Può anche darsi che li convinca o li ricatti perché garantiscano i fondi necessari. Trump è a conoscenza di molti segreti devastanti che li riguardano e potrebbe servirsene in questa impresa. Accetterà volentieri il loro denaro in cambio del suo silenzio.

Ma non avrà bisogno di fare appello alla loro competenza in materia di media per diffondere menzogne e inganni. In questo campo è già un esperto rinomato.

*Abdel Bari Atwan è caporedattore della rivista in rete Rai al-Yaoum. È autore di “L’histoire secrète d’al-Qaïda [La storia segreta di al-Qaida], delle sue memorie, A Country of Words” [Un Paese di parole], e di “Al-Qaida : la nouvelle génération [Al-Qaida: la nuova generazione].

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




ONU: nella Striscia di Gaza assediata oltre un milione di palestinesi sono sotto la soglia di povertà

Barbara Bibbo

25 novembre 2020, Al-Jazeera

Il rapporto delle Nazioni Unite chiede la fine dell’assedio israeliano che dura da 13 anni e ha paralizzato ogni attività economica nell’enclave costiera.

Ginevra, Svizzera – Secondo un nuovo rapporto delle Nazioni Unite il blocco imposto da Israele alla Striscia di Gaza è costato all’enclave palestinese più di 16 miliardi di dollari e in poco più di 10 anni ha ridotto più di un milione di persone sotto la soglia della povertà.

Il documento fornito mercoledì all’Assemblea Generale dell’ONU dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) copre gli anni tra il 2007 e il 2018.

Vi si chiede la cessazione immediata del lungo assedio, che ha causato un crollo quasi totale delle attività economiche a Gaza e un tasso di povertà del 56%.

“La situazione è destinata a peggiorare se il blocco continua”, ha detto Mahmoud Elkhafif, coordinatore dell’Assistenza al Popolo Palestinese dell’UNCTAD.

Questo blocco ingiusto che tiene chiusi due milioni di palestinesi all’interno di Gaza dovrebbe essere immediatamente revocato. Dovrebbero essere autorizzati a muoversi liberamente, fare affari, commerciare con il mondo esterno e riconnettersi con le loro famiglie al di fuori della Striscia”, ha aggiunto Elkhafif.

Dal giugno 2007 gli abitanti di Gaza sono confinati nell’enclave di 365 chilometri quadrati della Striscia e soggetti ad embargo terrestre, aereo e marittimo. L’ingresso delle merci è stato ridotto al minimo, il commercio con l’estero e le esportazioni sono bloccati. Nel frattempo, la popolazione ha un accesso molto limitato all’acqua potabile e manca di una normale fornitura elettrica e anche di un sistema fognario adeguato.

“Fino a che i palestinesi della Striscia non avranno accesso al mondo esterno, per la società palestinese di Gaza è difficile vedere altro che un destino di sottosviluppo”, ha detto Richard Kozul-Wright, direttore della Divisione Globalizzazione e Strategie di Sviluppo dell’UNCTAD. “È davvero scioccante che nel XXI secolo due milioni di persone possano essere lasciate in quelle condizioni”.

Oltre al prolungato blocco e alle restrizioni da parte del vicino Egitto, l’enclave gestita da Hamas ha subito tre interventi militari israeliani, nel 2007, 2012 e 2014, che hanno gravemente danneggiato le infrastrutture civili e causato numerose vittime.

Secondo il rapporto dell’UNCTAD almeno 3.793 palestinesi sono stati uccisi, circa 18.000 feriti e più della metà della popolazione di Gaza è sfollata.

Più di 1.500 imprese commerciali e industriali sono state danneggiate, insieme a circa 150.000 unità domestiche e infrastrutture pubbliche tra cui quelle per energia, acqua, servizi igienico-sanitari, e poi strutture sanitarie e scolastiche ed edifici governativi.

Come risultato dell’assedio e delle guerre contro Gaza, il tasso di povertà è balzato dal 40 % nel 2007 al 56% nel 2017, il che significa che più di 1 milione di palestinesi non hanno mezzi di sopravvivenza. Il rapporto stima che portare questa parte della popolazione al di sopra della soglia di povertà richiederebbe un’iniezione di fondi per un importo di 838 milioni di dollari, quattro volte l’importo necessario nel 2007.

Tra il 2007 e il 2018 l’economia di Gaza è cresciuta meno del 5% e la sua quota nell’economia palestinese è diminuita dal 31% al 18% nel 2018. Di conseguenza, il PIL pro capite si è ridotto del 27%.

Nel frattempo, l’isolamento della Striscia non ha impedito alla pandemia di coronavirus di raggiungere Gaza, aggravando una situazione già critica. Allo scorso lunedì, 14.768 persone avevano contratto il COVID-19, con 65 morti.

Lunedì, le autorità sanitarie di Gaza avevano segnalato il pericolo di una catastrofe imminente se Israele avesse continuato a bloccare l’accesso agli aiuti umanitari, nonché l’ingresso delle attrezzature sanitarie e delle forniture mediche necessarie. Gli ospedali e il personale sanitario necessitano di indumenti protettivi, ventilatori e letti.

“La crisi sanitaria sta rendendo evidenti le condizioni di base, peggiorate da oltre un decennio”, ha detto Kozul-Wright.

Parlando a Ginevra agli inviati delle Nazioni Unite, il funzionario dell’UNCTAD si è detto fiducioso che sotto la nuova amministrazione statunitense del presidente eletto Joe Biden ci sarebbe stato un cambiamento nelle relazioni israelo-palestinesi.

Nel 2018, l’amministrazione Trump aveva sospeso i finanziamenti all’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che sostiene cinque milioni di rifugiati palestinesi a Gaza, nella Cisgiordania occupata, in Libano, Siria e Giordania.

Il taglio di 200 milioni di dollari è stato un colpo enorme per l’economia palestinese. Sarà interessante vedere se la nuova amministrazione annullerà quella decisione nei confronti dell’UNRWA ”, ha detto Kozul-Wright. “Tuttavia, anche prima del 2016, i diritti umani dei palestinesi e il diritto internazionale codificati dalla risoluzione delle Nazioni Unite sono stati ignorati e le tensioni politiche erano alte”.

Il rapporto chiede la fine del blocco nel contesto della risoluzione 1860 del Consiglio di sicurezza (8 gennaio 2009) per consentire il reintegro dell’economia di Gaza con il resto del mondo e la ricostruzione di tutte le infrastrutture essenziali.

Chiede anche il ripristino dei diritti umani fondamentali per gli abitanti di Gaza, il loro diritto alla libera circolazione, all’assistenza sanitaria, allo studio e al lavoro e raccomanda che allo Stato Palestinese sia permesso di sfruttare i giacimenti di gas naturale scoperti negli anni ’90 nelle acque territoriali palestinesi al largo della costa di Gaza.

Queste entrate consentirebbero una tregua finanziaria e un finanziamento per la ricostruzione delle infrastrutture essenziali.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’incontro di Netanyahu con MBS segna un nuovo fronte contro il ritorno all’accordo con l’Iran da parte di Biden

Philip Weiss

23 novembre 2020 – Mondoweiss

La grande notizia di questa notte è che pare che Benjamin Netanyahu sia volato nella città dell’Arabia Saudita di NEOM sul Mar Rosso per incontrare il principe saudita Mohammed bin Salman su richiesta del Segretario di Stato USA Mike Pompeo.

Se confermato, questo sarebbe ovviamente un incontro di grande importanza storica – un leader israeliano non ha mai visitato l’Arabia Saudita. Pompeo ha segnalato ciò con un tweet criptico:

Costruttivo incontro oggi con il principe ereditario Mohammed bin Salman a NEOM. Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno percorso un lungo cammino da quando il Presidente Franklin Delano Roosevelt e il Re Abdul Aziz Al Saud hanno posto per la prima volta le basi per le nostre relazioni 75 anni fa.”

Pompeo si riferisce ad un famoso incontro in cui il re disse a Roosevelt che non ci doveva essere uno Stato sionista nella vicina Palestina e Roosevelt gli promise che gli USA non avrebbero appoggiato una simile ipotesi. Poi Roosevelt morì e Truman cambiò politica.

E guarda un po’, adesso anche i sauditi stanno cambiando idea sul sionismo, come va strombazzando la stampa israeliana.

Consideriamo la valenza politica di questa visita. È una triplice vittoria per Israele, Arabia Saudita e anche per Pompeo. Ma molti altri perdono!

Sicuramente Israele ne trae il maggior vantaggio. Un altro accordo di normalizzazione con un vicino arabo è in vista. Ancora una volta i palestinesi sono stati sacrificati; ehi, voi palestinesi dovete arrendervi. Jared Kushner [genero e consigliere di Trump per il Medio Oriente, ndtr.] vi ha detto che siete un popolo sconfitto.

Israele riesce a legare ancor di più le mani a Joe Biden riguardo alla ripresa dell’accordo con l’Iran, che odia. Ieri Netanyahu ha detto a Biden che non può rientrare nell’accordo prima di essere andato in Arabia Saudita. L’avvocato di Israele Dennis Ross ha inviato questo messaggio in un tweet stamattina.

L’incontro Netanyahu-MbS non è una mossa da poco in Medio Oriente. Si può scommettere che la loro discussione si è fortemente incentrata su come rapportarsi all’amministrazione Biden, con un occhio verso il coordinamento dei messaggi sull’Iran.

Il messaggio a Biden, proprio mentre sta costituendo la sua squadra di esperti di Washington sulla politica estera, è questo: dovrai usare tutte le tue capacità politiche per firmare un accordo con l’Iran, perché Israele con l’aiuto della Casa Bianca di Trump ha appena alzato il prezzo. Non ti conviene.

Martin Indyk, un lobbista filoisraeliano democratico di centro, capisce che il messaggio è questo e invita Israele ad essere cortese con Biden.

Se l’incontro tra Netanyahu e MbS è stato inteso come un tentativo di coordinare le posizioni contro ciò che entrambi potrebbero considerare una nuova minaccia comune da parte dell’entrante amministrazione Biden, questo è un grosso errore. Lavorare insieme a Biden piuttosto che contro di lui porterà a risultati molto migliori per tutti.

Bella mossa. Ma ad Israele non importa.

Passiamo al punto di vista della monarchia saudita. Nel 2015 l’Arabia Saudita non si era opposta all’accordo con l’Iran (guadagnando così l’appoggio di Obama nella guerra in Yemen), ma ovviamente condivide alcuni degli interessi di Israele nell’isolare l’Iran. Ora sta svendendo i palestinesi, ma non è un gran prezzo da pagare quando si pensa a cosa ci guadagna. Ora ha a Washington l’ambasciatore più potente di tutti: la lobby israeliana e Netanyahu, che aiuteranno a sostenere il regime corrotto e criminale nel momento in cui un’amministrazione democratica entra alla Casa Bianca parlando di diritti umani.

Organizzazioni ebraiche di centro come la Conferenza dei Presidenti e l’AIPAC stanno per prendere le difese dell’Arabia Saudita e diranno a Joe Biden di lasciar perdere l’assassinio di Jamal Khashoggi – la pace in Medio Oriente è più importante.

Scusate se ripeto uno vecchio discorso, ma l’Arabia Saudita sa che essere cortesi con Israele apre le porte a Washington. Gli uomini più potenti del mondo, come Putin, Modi e Obama, si sono tutti rivolti alla lobby israeliana per cercare di fare affari in Campidoglio. Obama nel 2008 ha concordato con la lobby la nomina del suo segretario di Stato; poi nel 2015 ha dovuto combattere con la lobby di destra per raggiungere l’accordo con l’Iran, ma almeno ha avuto al suo fianco i sionisti progressisti.

Infine c’è Pompeo. Ha fatto tutto quel che poteva per Israele negli ultimi giorni, alla fine dell’amministrazione Trump. Il BDS è “un cancro”, ha detto quando è partito per le colonie illegali in Cisgiordania. Il principale donatore repubblicano, Sheldon Adelson, concorda in pieno. Come ha detto Nick Schifrin [giornalista USA esperto di Medio Oriente, ndtr.] l’altra notte nel programma PBS News Hour [programma televisivo USA di approfondimento della rete radiotelevisiva pubblica, ndtr.] , Pompeo ha delle ottime carte per dimostrare la propria idoneità per una campagna presidenziale nel 2014. Anche Aaron David Miller [analista e negoziatore USA in Medio Oriente, ndtr.] lo ha detto:

Le gite di Pompeo all’azienda vitivinicola in Cisgiordania e nel Golan non hanno nulla a che fare con le ambizioni dell’America, bensì con le sue, in vista del 2024.”

Socializzare con la destra israeliana è ancora una buona politica negli USA. Durante le primarie democratiche Bernie Sanders e Pete Buttigieg hanno definito Netanyahu un razzista che ha perso la testa, ma questa consapevolezza deve ancora farsi strada a Washington.

Vediamola in questo modo: Joe Biden sta cercando un ambasciatore in Israele che vada bene a Netanyahu. I nomi in gioco sono Dan Shapiro, Michael Adler e Robert Wexler, tutti ebrei e sionisti. L’idea che un ambasciatore USA in Israele sia qualcuno che dia speranze ai palestinesi sotto apartheid è fuori questione. E pensate che Netanyahu abbia voluto fare una cortesia a Obama quando ha nominato Michael Oren e Ron Dermer come suoi ambasciatori a Washington? Neanche per un istante. Ha messo una spina nel fianco di Obama. “Se arrivasse un extraterrestre e vedesse i rapporti tra USA ed Israele avrebbe ragione di pensare che gli USA sono uno Stato vassallo di Israele”, dice un esperto.

In sostanza, Netanyahu esercita ancora un grande potere a Washington. E l’Arabia Saudita lo ha al suo fianco. Chiunque altro ha ulteriori motivi per preoccuparsi.

Philip Weiss è caporedattore di Mondoweiss.net e ha creato il sito nel 2005-06.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il regalo dell’ANP a Biden è il ritorno a una strategia fallimentare

Omar Karmi

20 novembre 2020 – The Electronic Intifada

La notizia secondo cui l’Autorità Nazionale Palestinese ha deciso di riprendere il coordinamento con Israele dopo averlo sospeso per sei mesi non rappresenta una grande sorpresa.

Si tratta di un regalo di benvenuto a Joe Biden, il neoeletto presidente americano, che dimostra nel contempo la scarsità di idee della dirigenza dell’ANP.

In maggio la decisione di porre fine al coordinamento era stata presa di fronte alla minaccia di un’annessione formale da parte di Israele di circa il 30% della Cisgiordania occupata. Ma fin dall’inizio i politici palestinesi hanno fatto sapere che sarebbe stata una protesta per lo più simbolica.

Formalmente il coordinamento tra le forze di sicurezza palestinesi e l’esercito israeliano sarebbe dovuto finire. Ma le forze di sicurezza palestinesi hanno agito come se il coordinamento fosse ancora in atto. In altre parole nell’unico ambito che interessa ad Israele, la sicurezza, l’ANP ha subito fatto marcia indietro.

Il resto è stato solo atteggiarsi e farsi del male da soli.

È stata solo una posa perché, senza il coordinamento per la sicurezza, si è trattato di una mossa largamente priva di effetti concreti, rivolta più all’opinione pubblica interna – guardate, stiamo facendo qualcosa – che con la reale speranza di ottenere un qualunque effetto significativo.

È stata autolesionista perché tutto ciò che ne è derivato è stato che l’ANP ha finito per doversela cavare senza la riscossione delle tasse che Israele raccoglie a suo favore.

E, dato che ciò è avvenuto nel bel mezzo di una pandemia globale, ha anche comportato alcune conseguenze molto concrete, soprattutto a Gaza. Lì la fine del coordinamento ha voluto dire che una popolazione già imprigionata dal blocco israeliano ora non ha quasi nessuna possibilità di lasciare il territorio per cercare cure mediche.

Con un settore sanitario sull’orlo del collasso come diretta conseguenza delle sanzioni e dell’assedio israeliani, ciò ha provocato indicibili danni e sofferenze.

Il coordinamento tra l’ANP e Israele è il meccanismo attraverso il quale Israele impone il suo sistema di permessi ai palestinesi nei territori occupati, subìto in modo più pesante nella Striscia di Gaza isolata. Come potenza occupante, tuttavia, Israele conserva la responsabilità del benessere di tutte le persone sotto occupazione, indipendentemente dallo stato del coordinamento.

Una gloriosa vittoria

Ora si potrebbe sostenere, allo stesso modo degli EAU e del Bahrain, che il lavoro è stato fatto, la minaccia di un’annessione formale è superata e che non c’è bisogno di continuare a sospendere il coordinamento, soprattutto alla luce della sua natura autolesionista.

Tuttavia questo suggerirebbe che siano successe almeno due cose, entrambe palesemente false:

primo, che la mancanza del coordinamento tra Palestina e Israele abbia in un certo modo creato talmente tanti problemi ad Israele da fargli abbandonare l’annessione.

Secondo, che Israele abbia abbandonato l’annessione.

È vero che Israele ha accantonato il piano di annunciare formalmente l’annessione di altra terra occupata (ha già annesso formalmente le Alture del Golan e Gerusalemme est). Ma ha portato avanti la costruzione di colonie. Ogni insediamento edificato è un’annessione di fatto. Israele non sta spostando persone in un territorio che ha intenzione di evacuare a favore di uno Stato palestinese. Quindi porre fine al coordinamento con Israele non ha ottenuto assolutamente niente per i palestinesi. Tuttavia ciò non ha impedito a importanti politici dell’ANP di dichiarare che la ripresa del coordinamento è una “vittoria” per il popolo palestinese.

Senza dubbio in senso ironico.

Ci sono solo due ragioni per cui l’ANP ha ripreso il coordinamento e nessuna delle due ha qualcosa a che vedere con un successo diplomatico. La prima è la stretta finanziaria, che è reale. La seconda è stata l’elezione del presidente USA. L’ANP è desiderosa di presentare la (presumibilmente) entrante amministrazione Biden come un nuovo inizio.

Ma nella sua ansia di fare ciò l’ANP sta semplicemente per ristabilire la situazione precedente alla presidenza USA di Donald Trump e per ricominciare con la solita routine che per più di vent’anni non è servita a nessuno, se non a Israele.

Continuare a girare in tondo

Il primo segno delle intenzioni dell’ANP è la sua fretta di riprendere i rapporti diplomatici con gli EAU e il Bahrain, nonostante il loro “tradimento” con la normalizzazione delle relazioni con Israele.

Poi deve assicurarsi la riapertura della missione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina a Washington e una ripresa dei rapporti con gli USA. Questo può sembrare un momento promettente per ottenere qualche concessione dall’amministrazione entrante, desiderosa di prendere le distanze da quella uscente.

Tuttavia una concessione è fuori discussione: Biden ha detto molto tempo fa che non sposterà l’ambasciata USA da Gerusalemme.Ma i palestinesi potrebbero chiedere che gli USA chiariscano la loro posizione su Gerusalemme est come territorio occupato e sulle colonie come illegali in base al diritto internazionale. Queste non sono posizioni controverse a livello internazionale.

Nel corso degli anni gli USA hanno progressivamente alleggerito la loro posizione sulle colonie, arrivando al colmo quando l’amministrazione Trump le ha definite “non…in contraddizione” con le leggi internazionali. Ciò potrebbe fornire a Biden la possibilità di rompere con gli anni di Trump.

Ma Biden è profondamente coinvolto nella cultura filoisraeliana di Washington e, in ogni caso, indipendentemente da quale partito controlli il Congresso USA, dovrà sempre affrontare ostilità quando si tratta di qualunque cosa riguardi Israele.

Qualunque concessione sarà difficile. Ciò è particolarmente vero dal momento che la dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese difficilmente si troverà a resistere quando la Casa Bianca gli farà l’occhiolino. Quindi non ci si aspetti alcun concreto tentativo di ottenere qualcosa dagli Stati Uniti o da Israele quando l’amministrazione Biden si farà sentire, cosa che inevitabilmente succederà. Al contrario, se e quando l’amministrazione Biden inviterà di nuovo l’OLP a Washington, la dirigenza palestinese non ci penserà due volte.

Di conseguenza, aspettiamoci di vedere cestinati in sordina i tentativi di unità con Hamas, e con essi i colloqui per le elezioni, in quanto l’ANP cerca di evitare qualunque cosa possa mettere in difficolta il presidente Biden.

Il leader dell’ANP Mahmoud Abbas potrebbe consigliare di vedere un nuovo tipo di processo di pace, guidato da un insieme di attori internazionali piuttosto che solo dagli USA.

Nel corso degli ultimi anni ha espresso ripetutamente questa posizione.

Ma ci vorrà poco perché i funzionari di un’amministrazione USA “più amichevole” convincano la loro controparte palestinese ad accettare come primi passi un ritorno dei finanziamenti USA all’ANP o all’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi, insieme alla riapertura della missione dell’OLP a Washington, e a lasciar perdere altre richieste.

Dopodiché sarà solo questione di tempo prima che i palestinesi possano celebrare un’altra “vittoria” diplomatica: il ritorno alla situazione precedente a Trump.

Ovviamente ciò ha dato davvero buoni risultati ai palestinesi.

In mancanza di un cambiamento radicale di strategia da parte della dirigenza dell’OLP, stiamo per assistere di nuovo allo stesso disastroso processo di pace.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele procede con una nuova colonia a Gerusalemme prima della presidenza Biden

15 novembre 2020 MiddleEastEye and agencies

Voci critiche segnalano che le autorità stanno deliberatamente pubblicando bandi per costruire a Givat Hamatos prima che Trump lasci la Casa Bianca

Israele è andato avanti con il progetto di costruzione di una nuova colonia nella Gerusalemme est occupata, ha affermato domenica un gruppo di monitoraggio, avvertendo che questi sforzi sono stati incrementati prima che il presidente Donald Trump lasci la Casa Bianca a gennaio. 

L’amministrazione Trump ha infranto una prassi decennale bipartisan non opponendosi all’attività coloniale israeliana a Gerusalemme est e nella Cisgiordania occupate. Il presidente eletto Joe Biden ha affermato che la sua amministrazione ripristinerà la politica USA di opposizione alle colonie, che sono illegali in base al diritto internazionale e che molti governi considerano un ostacolo alla pace.

Nel dicembre 2017 l’amministrazione Trump ha rotto con la comunità internazionale ed ha riconosciuto l’intera città di Gerusalemme come capitale di Israele. Nel novembre 2019 ha affermato che non avrebbe più considerato le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata come una violazione del diritto internazionale, ancora una volta andando contro l’ampio consenso diplomatico. 

L’attuale Segretario di Stato Mike Pompeo visiterà nei prossimi giorni una colonia israeliana illegale nella Cisgiordania palestinese e sulle Alture del Golan siriane, compiendo la prima visita di un segretario di Stato USA nelle zone occupate palestinesi e siriane. In particolare si recherà a Psagot Winery, che a febbraio ha intitolato un vino in suo onore.

L’ultima iniziativa ha visto l’Autorità Israeliana per la Terra emettere bandi di costruzione a Givat Hamatos, un’area attualmente disabitata di Gerusalemme est, vicina al quartiere a maggioranza palestinese di Beit Safafa.

A febbraio il Primo Ministro israeliano di destra Benjamin Netanyahu ha annunciato l’approvazione di 3.000 abitazioni nell’area.

Ha detto che 2.000 sarebbero state destinate ad ebrei e 1.000 a residenti palestinesi di Beit Safafa.

La settimana scorsa l’Autorità (israeliana) per la Terra ha emesso bandi per la costruzione di oltre 1,200 unità per la maggior parte residenziali a Givat Hamatos.

Ir Amim, un’organizzazione israeliana della società civile che monitora le colonie a Gerusalemme e che domenica ha richiamato l’attenzione sui bandi ha avvertito che i prossimi due mesi che precedono il cambio a Washington DC “saranno un periodo critico”.

Pensiamo che Israele cercherà di sfruttare questo tempo per portare avanti dei passi che l’amministrazione entrante potrebbe ostacolare”, ha affermato in una dichiarazione, sottolineando che la scadenza del bando sarà il 18 gennaio 2021, due giorni prima dell’insediamento di Biden.

Ir Amim ha ribadito la preoccupazione che la costruzione di una colonia a Givat Hamatos sarebbe un colpo devastante ad una possibile risoluzione dell’occupazione israeliana delle terre palestinesi, in quanto isolerebbe Gerusalemme est dalla città cisgiordana di Betlemme, interrompendo la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale nel contesto di una soluzione di due Stati.

Se realizzata, Givat Hamatos diventerebbe la prima nuova colonia a Gerusalemme est in 20 anni”, ha detto l’organizzazione in una dichiarazione.

Nabil Abu Rudeina, un portavoce del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas, ha detto che i bandi per Givat Hamatos rappresentano un tentativo di Israele “di uccidere la soluzione di due Stati sostenuta a livello internazionale”.

I critici della soluzione dei due Stati sostengono che non sia più percorribile a causa della continua colonizzazione israeliana, che vede circa 400.000 coloni che vivono in Cisgiordania sotto la legge israeliana che utilizza sistemi educativi e di trasporto separati, in ciò che esperti giuridici sostengono configuri una politica di apartheid.

I bandi per Gerusalemme est fanno seguito all’approvazione, la settimana scorsa, di 96 nuove abitazioni per coloni a Gerusalemme est nel quartiere di Ramat Shlomo.

L’approvazione di costruzioni di colonie a Ramat Shlomo nel 2010 aveva provocato un grave contrasto tra Netanyahu e l’ex presidente USA Barack Obama e l’allora vicepresidente Biden.

Israele ha preso il controllo di Gerusalemme est nel corso della guerra dei sei giorni del 1967, prima di annetterla con una mossa non riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’ANP deve chiarire il proprio concetto di ‘negoziati’ nella Palestina abbandonata

Ramona Wadi

14 novembre 2020, Palestine Chronicle

L’ “accordo del secolo” promosso dagli USA potrebbe essere accantonato quando a gennaio si insedierà il presidente eletto Joe Biden, ma le sue ripercussioni non saranno necessariamente una maledizione per l’amministrazione entrante. Proprio come il presidente uscente Donald Trump ha utilizzato decenni di politica estera internazionale e USA per fare una serie di concessioni a Israele, lo stesso succederà quando Biden riporterà gli USA all’ovile del consenso per la soluzione dei due Stati.

Trump ha lasciato in eredità al popolo palestinese un disastro che la comunità internazionale ha allegramente ignorato, limitandosi a mettere in ridicolo la sua inadeguatezza.

Prevedibilmente, l’Autorità Nazionale Palestinese è finita dritta dentro la trappola: ha rifiutato — giustamente — di negoziare con gli USA, ma ha erroneamente rappresentato una comunità internazionale, nel suo complesso, alleata. Gli accordi di normalizzazione fra Israele e i Paesi arabi, mediati dagli USA e approvati da parecchi leader, hanno messo a nudo la farsa del “supporto” internazionale alla Palestina.

Gli USA hanno preso una via diretta che ha ribaltato decenni di diplomazia basata sulla soluzione dei due Stati, in base alla propria agenda e hanno portato l’oggetto delle trattative a un nuovo livello. Che l’ANP lo ammetta o no, il panorama politico è cambiato e la “soluzione” dei due Stati è ora offuscata dagli intrighi USA-Israele sotto Trump.

Il portavoce Nabil Abu Rudeineh ha dimostrato che l’ANP non sembra rendersene conto. “I leader palestinesi sono pronti a ritornare ai negoziati [con Israele], o basandosi sulla legittimità internazionale o ripartendo dal punto dove si erano bloccati o puntando al rispetto israeliano di tutti gli accordi firmati,” ha dichiarato. A parte il fatto che Israele non ha interesse a impegnarsi in alcun accordo, firmato o no, Abu Rudeineh sta dimenticando quello che è successo nel frattempo, dalle trattative interrotte ai piani di annessione rimandati, ma non cancellati, che hanno fatto seguito alla normalizzazione.

L’ANP ovvierà a questa discrepanza? O sta aspettando un ritorno agli accordi mediati dagli USA travestiti dal compromesso dei due Stati, senza essere ritenuta responsabile per aver ignorato i cambiamenti della Palestina sotto Trump e per i suoi regali a Israele?

La soluzione dei due Stati è morta e sepolta e tutti lo sanno. Israele è arrivato allo stadio dell’annessione con scarsa opposizione internazionale e quindi l’ANP deve spiegare qual è la sua idea di negoziato, dalla sua attuale posizione senza speranza nella Palestina abbandonata e frammentata che la comunità internazionale ha contribuito a creare.

Gli accordi di normalizzazione sono stati ben accolti dal resto del mondo; dopo tutto Trump ha usato una forma di diplomazia che l’Onu ha perfezionato fin dal riconoscimento dello Stato di Israele. Fin dal suo insediamento, la comunità internazionale non ha fatto nulla per opporsi alle politiche USA che hanno accelerato la colonizzazione della Palestina da parte di Israele.

Il mondo ha osservato, criticato e condannato, assecondando l’ANP e Mahmoud Abbas con conferenze di pace internazionali e risoluzioni che non hanno portato a nulla. Il motivo dell’accondiscendenza dell’Onu è che gli USA non hanno mai operato in opposizione ai piani della comunità internazionale per la Palestina.

La soluzione dei due Stati è un eufemismo per coprire decenni di attesa, diligentemente praticata dall’ANP, e mantenere l’illusione di legittimità, finanziata dalla comunità internazionale. Forse l’ANP dovrebbe chiarire se, con il termine “negoziati, si riferisce a un altro periodo di umiliazioni per poi ricevere poche briciole gettate dalla comunità internazionale. Con Washington ora riaccolta nel consesso internazionale dopo la missione compiuta a favore di Israele per conto dell’Onu, la Palestina si trova sull’orlo del precipizio.

Ramona Wadi è una cronista per il Middle East Monitor dove originalmente ha pubblicato questo articolo, con cui ora contribuisce al Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Dopo Trump non basta ripristinare la “normale” politica statunitense sulla Palestina

Omar Baddar 

13 novembre 2020 – 972mag

Biden può essere un convinto filo-israeliano, ma gli attivisti e i rappresentanti progressisti possono spingere ad una politica estera che rispetti i diritti dei palestinesi.

La sconfitta di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi la scorsa settimana ha generato un collettivo sospiro di sollievo fra i progressisti e le comunità vulnerabili negli Stati Uniti e in tutto il mondo, compresi i palestinesi e coloro che lottano per i diritti dei palestinesi. Il motivo è ovvio: la politica di Trump su Palestina / Israele era guidata dalla sua simpatia per l’autoritarismo e dal desiderio di assecondare la base evangelica di estrema destra. Di conseguenza, era gestita da ideologi incompetenti come Jared Kushner e David Friedman, che hanno abbozzato un tentativo fallito di liquidare una volta per tutte la lotta palestinese per la libertà.

Tale fallimento, tuttavia, non ha lasciato indenni i palestinesi, che negli ultimi quattro anni hanno subito danni devastanti e senza precedenti, tra cui la chiusura della missione diplomatica palestinese a Washington, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, l’approvazione dei piani di annessione e la fine dei finanziamenti statunitensi all’UNRWA [agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, ndtr.] e agli ospedali palestinesi. Ma al di là dell’innegabile riduzione del danno che ci sarà con questo cambiamento dell’amministrazione statunitense, quali sono le prospettive per la libertà dei palestinesi nell’era Biden?

Il presidente eletto Joe Biden fa parte di una problematica tendenza della politica degli Stati Uniti su Palestina / Israele, che a parole appoggia l’indipendenza palestinese ma in pratica sostiene Israele nella negazione di quella libertà attraverso finanziamenti militari illimitati e protezione diplomatica. Anche in questa ultima stagione elettorale, quando l’ala progressista del Partito Democratico chiedeva chiaramente di riconoscere le responsabilità di Israele, Biden si è distinto come il candidato che ha respinto con più veemenza qualsiasi discorso sul condizionare gli aiuti militari a Israele al rispetto dei diritti umani palestinesi.

In breve, la politica di Biden probabilmente promuoverà ancora una volta la vuota farsa dei “negoziati di pace”, semplicemente chiedendo a Israele di rispettare i diritti dei palestinesi ben sapendo che non lo farà, per poi fornirgli le armi con cui le forze israeliane brutalizzano i palestinesi. Se Biden si atterrà a questo approccio crudele e controproducente, per i palestinesi la transizione da Trump a Biden sarà come passare dalla padella alla brace.

Per decenni, il problema della politica statunitense in Palestina è stata la discrepanza – o l’ipocrisia, per dirla più chiaramente – tra il dire e il fare. Se la politica dichiarata è di promuovere l’indipendenza dei palestinesi, perché gli Stati Uniti stanno in realtà sostenendo l’occupazione e l’oppressione?

Donald Trump ha posto fine a questa ipocrisia, ma nella direzione sbagliata: la sua politica è stata di favorire l’oppressione. Ora che l’approccio degli Stati Uniti sta per tornare alla “normalità”, ciò di cui abbiamo bisogno è risolvere l’ipocrisia nella giusta direzione e cambiare radicalmente l’azione politica. Allora, come la mettiamo con Biden?

La sfida principale con Biden è che, come si suol dire, “non si possono insegnare nuovi trucchi a un vecchio cane”. Come la vicepresidente eletta Kamala Harris, Biden ha trascorso la sua carriera politica flirtando con l’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, la più potente lobby americana di sostegno a Israele, ndtr.] e assecondando i gruppi filo-israeliani, ribadendo l’idea che Israele sia al di sopra di ogni colpa.

Ci vorrà quindi un grosso sforzo per convincere Biden a riesaminare i suoi profondi pregiudizi sul tema, e per fargli riconoscere quanto l’opinione pubblica tra gli elettori del Partito Democratico si sia spostata in merito a Palestina / Israele. Dopo tutto, il 64% dei Democratici sostiene la riduzione degli aiuti militari a Israele a causa delle sue violazioni dei diritti umani. È vero che i gruppi di pressione israeliani continuano a esercitare un significativo potere finanziario su candidati e politici, ma affermare che Israele dovrebbe essere chiamato a rispondere di come utilizza la sbalorditiva cifra di 38 miliardi di dollari che riceve ogni dieci anni dagli Stati Uniti non è più impopolare.

Per fortuna, la narrazione progressista sulla Palestina, che giudica le ingiustizie dell’occupazione e dell’apartheid israeliani per quello che sono e chiede alla politica statunitense un approccio più etico sta guadagnando un’inedita forza negli Stati Uniti. Le cose stanno cambiando a Washington, dalla presentazione di progetti di legge da parte delle parlamentari Betty McCollum e Alexandria Ocasio-Cortez per limitare la complicità degli Stati Uniti nell’aggressione israeliana ai palestinesi, alla sconfitta di sostenitori filo-israeliani come Eliot Engel da parte di nuovi eletti progressisti come Jamaal Bowman [il preside di scuola media che ha sconfitto Engel, presidente della commissione Affari Esteri della Camera, nelle primarie democratiche di New York, ndtr.] Il 117° Congresso avrà anche un maggior numero di membri in carica che parlano apertamente dei diritti dei palestinesi.

Questa ondata di rappresentanti progressisti può spingere l’amministrazione Biden a cambiare la politica degli Stati Uniti su Palestina / Israele. Ma potrà farlo solo se continuiamo a costruire un variegato movimento di base che si allei con altre lotte progressiste nel paese e che renda socialmente e politicamente inaccettabile il fatto di essere “progressisti tranne che sulla Palestina” (PEP).

Vale anche la pena riflettere sul ruolo della leadership palestinese nella Cisgiordania occupata, che si è fatta in quattro per accogliere le richieste degli Stati Uniti negli ultimi 30 anni nella speranza di avvicinarsi gradualmente all’indipendenza palestinese. Dopo decenni di fallimento, questo approccio è insostenibile. La leadership palestinese deve cambiare, deve diventare più democratica e smettere di reprimere e soffocare il dissenso. Fondamentalmente, deve smetterla di stare a guardare in attesa che gli Stati Uniti procurino la libertà ai palestinesi. In qualità di leader, è loro compito cercare giustizia attraverso ogni possibile via, comprese le istituzioni internazionali e la Corte Penale Internazionale, indipendentemente dalle obiezioni degli Stati Uniti.

In definitiva, tuttavia, il compito di porre fine alla complicità degli Stati Uniti con l’oppressione israeliana dei palestinesi grava sulle spalle di coloro che vivono negli Stati Uniti, e dobbiamo continuare a impegnarci su questo compito. Facendo crescere una campagna multiforme di pressione progressista dal basso, che a sua volta influenzi il dibattito politico, la copertura mediatica e il comportamento dei responsabili politici, il consenso sul cieco sostegno degli Stati Uniti a Israele può davvero incrinarsi. Questa crepa renderà possibile una politica estera più giusta ed etica che sostenga – o almeno smetta di ostacolare – la ricerca della libertà da parte dei palestinesi.

Omar Baddar è un analista politico palestinese-americano che risiede a Washington, DC. È stato vicedirettore dell’Arab American Institute [organizzazione che si occupa di difendere gli interessi degli statunitensi di origine araba, ndtr.] (AAI) e direttore esecutivo dell’American Arab Anti-Discrimination Committee [associazione che lotta contro le discriminazioni a danno della comunità arabo-americana, ndtr.] del Massachusetts.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’UE ignora la sentenza della Corte sul diritto a boicottare Israele

David Cronin

29 ottobre 2020 – Electronic Intifada

La brama di Donald Trump di compiacere Israele è stata oscena ma divertente.

Talvolta è stato impossibile non vedere, con un insieme di orrore e diletto, come un presidente facesse a pezzi le convenzioni della diplomazia.

Nel 2017 Trump ha ammesso che non gli importa se ci sarà una soluzione a uno o due Stati, facendo questa insulsa osservazione: “Mi piace quella che piace ad entrambe le parti.”

L’anno seguente si è vantato di aver ridotto il costo dello spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme. Non importa che Trump usi le risoluzioni ONU come carta igienica, ha ancora un occhio di riguardo per le transazioni immobiliari.

E ora Trump ha messo in dubbio che Joe Biden avrebbe potuto mediato un accordo di “normalizzazione” tra Israele e il Sudan. Così come lo ha spacciato come un trionfo per la pace, Trump ha cercato (in questo caso senza successo) di tirare qualche cazzotto a “Sleepy Joe” [Sonnolento Joe, nomignolo spregiativo con cui Trump chiama Biden, ndtr.].

Parzialità

Per ragioni puramente egoistiche spero che i decisori politici dell’UE si esibiscano in alcune delle bravate di Trump. Mentre lui mi fa ridacchiare, il loro comportamento mi ha fatto diventare un incorreggibile brontolone.

La scorsa settimana è stato riportato che Frontex, l’agenzia dell’UE per il controllo dei confini, sta collaborando con l’industria bellica israeliana. L’agenzia ha concesso un totale complessivo di 118 milioni di dollari al principale esportatore israeliano di armi, Elbit System, e a un consorzio tra Israel Aerospace Industries [principale industria aeronautica israeliana, di proprietà statale, ndtr.] e alla multinazionale Airbus.

Aerei da guerra testati sui palestinesi verranno molto probabilmente utilizzati per contribuire a bloccare i rifugiati che raggiungono le coste europee, anche se questo è un dettaglio che vi sarebbe sfuggito se aveste letto l’articolo di The Guardian su questi contratti.

L’evidente parzialità delle autorità e dei media nei confronti di Israele rende il boicottaggio dei suoi prodotti ed istituzioni ancora più impellente. Il problema è che queste autorità stanno attivamente cercando di compromettere il boicottaggio.

Durante l’estate ho inviato una protesta a Margaritis Schinas, vicepresidente della Commissione Europea. La mia denuncia si concentrava su un discorso poco pubblicizzato ma significativo fatto da Schinas nel 2019, in cui ha affermato che “l’antisemitismo ha molte forme, passando dall’antisionismo alla negazione e distorsione dell’Olocausto, da un commento discriminatorio verso un collega sul posto di lavoro a gravi minacce alla vita di una persona.”

Ho chiesto che Schinas spiegasse perché stava equiparando il sionismo, un’ideologia politica sviluppata alla fine del XIX secolo, all’ebraismo, una religione molto più antica. Gli ho ricordato che il sionismo è stato utilizzato negli anni ’40 come pretesto per una espropriazione di massa dei palestinesi e che oggi è alla base di un sistema razzista contro i palestinesi.

Libertà di espressione

Inoltre ho informato Schinas di come, da quando è stato fatto il suo discorso, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo abbia emesso un’importante sentenza. Nel suo verdetto, pronunciato nel giugno di quest’anno, la Corte ha esplicitamente difeso i diritti degli attivisti che chiedono il boicottaggio di Israele.

La Corte ha persino affermato che il discorso relativo al boicottaggio di Israele richiede “una notevole protezione”.

Ho obiettato che, se il verdetto della Corte viene preso seriamente, allora le critiche all’ideologia dello Stato di Israele, il sionismo, devono essere considerate come protette dal diritto alla libertà di espressione.

Schinas non ha risposto di persona alla mia protesta. Ha incaricato Katharina von Schnurbein, la coordinatrice dell’UE contro l’antisemitismo, di farlo.

Von Schnurbein, che ha calunniato gli attivisti del movimento per il boicottaggio di Israele, non ha di fatto affrontato i punti da me sollevati. La sua lettera non fa alcuna menzione alla sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani.

Al contrario ha fatto riferimento a come l’ UE si basi sulla definizione di antisemitismo approvata dalla International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, organizzazione intergovernativa, ndtr.]. Ha omesso il fatto che la definizione è stata concretamente stilata da organizzazioni della lobby filo-israeliana e che esse la utilizzano per cercare di proteggere Israele dal rendere conto del proprio operato.

Von Schnurbein ha anche segnalato un sondaggio del 2018 pubblicato dalla Fundamental Rights Agency [Agenzia per i Diritti Fondamentali, agenzia europea che si occupa della difesa dei diritti umani, ndtr.] dell’UE. Nelle sue parole, “l’inchiesta evidenzia che l’antisemitismo legato a Israele è la forma più diffusa di discriminazione e maltrattamenti antisemiti subiti dagli ebrei europei.”

Indipendentemente da quello che pensa von Schnurbein, i sondaggi di opinione non sono di fatto un sostituto delle sentenze di un tribunale.

L’UE si prepara a inserire nella propria legislazione la Convenzione Europea per i Diritti Umani.

La Corte Europea per i Diritti Umani, che è separata dall’Unione Europea, sovrintende al rispetto di quella convenzione. Se i rappresentanti dell’UE pensano davvero quello che dicono riguardo al desiderio di rispettare una convenzione sui diritti umani, allora devono rispettare le sentenze della Corte.

I risultati di un sondaggio non forniscono loro una scusa per ignorare le sentenze che non gli piacciono.

Promuovere l’ignoranza

Oltretutto l’obiettività del gruppo che ha condotto l’inchiesta del 2018 è dubbia.

Il direttore del progetto era Jonathan Boyd, dell’Institute for Jewish Policy Research [Istituto per la Ricerca Politica Ebraica], con sede a Londra. Boyd è un petulante sostenitore di Israele, che non fa alcuna distinzione tra sionismo ed ebraismo.

Nel suo editoriale su The Jewish Chronicle [settimanale ebraico inglese filoisraeliano, ndtr.] Boyd ha riflettuto su come inculcare devozione per Israele nei giovani ebrei. Lo scorso anno, prima delle elezioni politiche in Gran Bretagna, ha affermato che il partito Laburista aveva un grave problema con il fanatismo anti-ebraico, benché ciò sia stato inventato per danneggiare l’allora segreteria di Jeremy Corbyn.

Detto questo, la ricerca del 2018 non dovrebbe essere ignorata.

Una delle sue conclusioni è stata che il 43% degli ebrei che vi hanno preso parte riteneva di essere incolpato continuamente o frequentemente per le azioni di Israele. Un altro 36% riteneva di esserlo stato occasionalmente.

Qui c’è un chiaro messaggio: l’oppressione israeliana contro i palestinesi può anche danneggiare gli ebrei europei.

Se le autorità dell’UE fossero davvero così preoccupate dell’antisemitismo come pretendono di essere, allora farebbero pressioni su Israele in modo che ponga fine ai soprusi e tutti potrebbero tirare un sospiro di sollievo.

Potrebbero abbinare questo lavoro con la crescente consapevolezza su come gli ebrei del resto del mondo non debbano essere considerati responsabili di quello che fa Israele.

Allo stato attuale, le autorità dell’UE si comportano in modo esattamente opposto.

Comprando le armi di Israele, come Frontex ha appena fatto, rendendo economicamente conveniente l’oppressione, contribuendo pertanto a che essa continui. E considerando il sionismo indistinguibile dall’ebraismo, stanno promuovendo l’ignoranza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Buone notizie da Washington: l’AIPAC e Israele stanno perdendo consensi tra i democratici progressisti

Ramzy Baroud

14 luglio 2020 – Middle East Monitor

Mentre l’amministrazione USA del presidente Donald Trump rimane irremovibile nel suo appoggio ad Israele, la dirigenza democratica di sempre continua ad utilizzare un linguaggio subdolo, il tipo di “ambiguità strategica” che offre pieno sostegno ad Israele e nient’altro che vuote promesse per la Palestina e la pace.

Le politiche di Trump su Israele e Palestina sono state dannose, culminate con il vergognoso e iniquo “accordo del secolo”, e la sua amministrazione rimane largamente impegnata a favore della tendenza verso una crescente vicinanza tra il gruppo dirigente repubblicano e il campo di destra israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Le opinioni della leadership democratica, rappresentata dal probabile sfidante democratico nelle prossime elezioni di novembre, Joe Biden, sono ancora quelle di un’epoca di fanatismo, quando l’amore incondizionato dei democratici per Israele era pari a quello dei repubblicani. Si può affermare con sicurezza che quei giorni stanno volgendo al termine, in quanto successivi sondaggi di opinione stanno ribadendo un cambiamento di panorama politico a Washington.

Una volta l’élite politica americana, le cui politiche differivano su molte questioni, concordava senza riserve su un unico argomento di politica estera: l’amore e l’appoggio ciechi e incondizionati del loro Paese per Israele. In quei giorni l’influente gruppo lobbystico filo-israeliano, l’American Israel Public Affairs Committee [Comitato per gli Affari Pubblici Americani e Israeliani] (AIPAC), faceva il bello e il cattivo tempo, regnando incontrastato sul Congresso USA e decidendo praticamente da solo il destino di parlamentari in base al fatto che appoggiassero o meno Israele.

Anche se è troppo presto per affermare che “quei tempi sono finiti”, a giudicare dal discorso politico su Palestina e Israele notevolmente mutato, i molti sondaggi di opinione e i successi elettorali di candidati contrari all’occupazione israeliana in elezioni nazionali e locali, si è obbligati a dire che la salda presa dell’AIPAC sulla politica estera USA si sta finalmente allentando.

Tale affermazione può sembrare prematura, considerando la parzialità senza precedenti dell’attuale amministrazione a favore di Israele – l’illegale spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, il rifiuto del “diritto al ritorno” dei rifugiati palestinesi e il sostegno dell’amministrazione al progetto israeliano di annettere illegalmente parti della Cisgiordania, e via di seguito.

Tuttavia si deve fare una distinzione tra l’appoggio a Israele tra chi governa, la sempre più isolata cricca di politicanti, e il sentimento generale di un Paese che, nonostante le numerose violazioni della democrazia negli ultimi anni, è ancora in qualche modo democratico.

Il 25 giugno un incredibile numero di circa 200 parlamentari democratici, compresi alcuni dei più strenui sostenitori di Israele, ha chiesto in una lettera a Netanyahu e ad altri importanti politici israeliani di annullare il progetto di annettere illegalmente circa il 30% della Cisgiordania.

Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione riguardo all’intenzione dichiarata di procedere con una qualunque annessione unilaterale di territori della Cisgiordania, e invitiamo il vostro governo a riconsiderare il progetto di attuarla,” afferma fra l’altro la lettera.

Mentre il linguaggio della lettera è lungi dall’essere etichettabile come “minaccioso”, il fatto che sia stata firmata da fedelissimi alleati di Israele come i parlamentari della Florida Tedo Deutch e dell’Illinois Brad Schneider la dice lunga sul cambiamento di discorso su Israele tra i vertici centristi e persino conservatori del partito Democratico. Tra i firmatari ci sono anche figure importanti dell’establishment democratico, come la congressista Debbie Wasserman Schultz e il capo della maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, Steny Hoyer.

Altrettanto importante è il fatto che l’influenza della generazione più giovane e progressista dei politici democratici continui a spostare i confini del discorso del partito su Israele, grazie al lavoro instancabile della parlamentare Alexandria Ocasio-Cortez e dei suoi colleghi. Insieme a decine di rappresentanti democratici, il 30 giugno Ocasio-Cortez ha inviato un’altra lettera, questa volta al segretario di Stato USA, Mike Pompeo.

A differenza della prima, la seconda lettera è decisa e molto audace: “Se il governo israeliano dovesse continuare lungo questo cammino (dell’annessione), lavoreremo per garantire il mancato riconoscimento dei territori annessi così come porteremo avanti leggi che condizionino i finanziamenti militari USA di 3.8 miliardi di dollari a Israele per assicurare che i contribuenti USA non stiano appoggiando in alcun modo l’annessione,” dice tra l’altro la lettera.

Si immagini se queste esatte parole fossero state utilizzate dai rappresentanti democratici nel luglio 1980, quando il parlamento israeliano annesse illegalmente Gerusalemme est con un atto che era – e rimane – contrario alle leggi internazionali. Il destino di quei politici sarebbe stato simile a quello di altri che osarono opporsi, col rischio di perdere il proprio seggio al Congresso, ossia di fatto tutta la loro carriera politica in una volta.

Ma i tempi sono cambiati. È veramente inconsueto, e consolante, vedere l’AIPAC affannarsi a spegnere i molti focolai accesi dalle nuove voci radicali tra i democratici.

La ragione per cui non è più facile per la lobby filo-israeliana conservare la sua pluridecennale egemonia sul Congresso è che quelli come Ocasio-Cortez sono anche loro risultato del cambiamento generazionale e probabilmente irreversibile che è avvenuto tra i democratici nel corso degli anni.

La tendenza alla polarizzazione dell’opinione pubblica americana riguardo a Israele risale a vent’anni fa, quando gli americani iniziarono a considerare il proprio supporto a Israele in base a linee di partito. Sondaggi più recenti suggeriscono che questa polarizzazione sia in aumento. Un sondaggio di opinione della Pew [gruppo di esperti statunitensi che si occupano di inchieste ed analisi socio-politiche, ndtr.] pubblicato nel 2016 ha mostrato che tra i repubblicani la simpatia per Israele era passato a un inaudito 74%, mentre tra i democratici era scesa al 33%.

Inoltre, per la prima volta nella storia, tra i democratici l’appoggio a Israele e ai palestinesi era praticamente diviso in parti uguali: rispettivamente il 33% e il 31%. Era il periodo in cui abbiamo iniziato a vedere inusuali prime pagine dei principali mezzi di informazione come “Perché i democratici stanno abbandonando Israele?”

Questo “abbandono” è continuato senza sosta, come hanno indicato sondaggi più recenti. Nel gennaio 2018 un’altra inchiesta di Pew ha dimostrato che l’appoggio dei democrati a Israele si è ridotto al 27%. Non solo la base democratica si sta allontanando da Israele in seguito alla crescente consapevolezza dei continui crimini israeliani e della violenta occupazione in Palestina: anche i giovani ebrei stanno facendo altrettanto.

Le mutate opinioni su Israele tra i giovani ebrei americani stanno finalmente dando frutti, fino al punto che nell’aprile 2019 i dati di Pew hanno concluso che nel loro complesso probabilmente gli ebrei americani sono ancor più (42%) dei cristiani ad affermare che il presidente Trump stia “favorendo troppo gli israeliani.”

Mentre molti democratici al Congresso sono sempre più in sintonia con le opinioni dei loro elettori, quelli che comandano, come Biden, rimangono caparbiamente legati a programmi che sono promossi dall’AIPAC e dal resto della vecchia guardia.

La buona notizia da Washington è che, nonostante l’attuale appoggio di Trump a Israele, un graduale ma durevole cambiamento strutturale continua ad avvenire tra i sostenitori del partito Democratico ovunque in tutto il Paese. Una ancor più sorprendente notizia è che la tradizionale roccaforte di Israele nelle comunità ebraiche del Paese sta vacillando, e molto rapidamente.

Mentre l’AIPAC probabilmente continuerà ad utilizzare e improvvisare vecchie tattiche per difendere gli interessi di Israele nel Congresso USA, la cosiddetta “potente lobby” probabilmente non riuscirà a riportare indietro il tempo. Anzi, l’epoca del totale dominio di Israele sul Congresso USA è probabilmente finita, e, si spera, questa volta per sempre.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La responsabile UE per la lotta all’antisemitismo non ha l’incarico di ripetere a pappagallo le menzogne di Israele

David Cronin  

2 giugno 2020 – Electronic Intifada

 

Katharina von Schnurbein, ccordinatrice dell’Unione europea contro l’antisemitismo, si è confrontata con le sfide poste dal confinamento di COVID-19.

Non potendo coltivare di persona i rapporti con i lobbisti filo-israeliani, si è invece mantenuta in contatto con loro online.

Sembra che da quando nel dicembre 2015 è stata nominata all’attuale carica, von Schnurbein abbia mantenuto buoni rapporti con i sostenitori di Israele. Ma, come funzionaria pubblica, è questo che prevede il suo mandato?

Dopo molte insistenze, ho finalmente ottenuto il mansionario redatto per von Schnurbein dall’amministrazione UE.

Il documento – che delinea i suoi principali compiti e responsabilità – non nomina Israele nemmeno una volta.

L’omissione è strana visto che vi sono forti ragioni per sospettare che la carica di von Schnurbein sia stata creata con l’unico obiettivo – o almeno l’obiettivo principale – di compiacere Israele e i suoi sostenitori.

L’idea stessa che l’UE nominasse un coordinatore contro l’antisemitismo è stata proposta durante un evento ospitato dal Ministero degli Esteri israeliano all’inizio del 2015.

Mentalità distorta

La descrizione del lavoro di Von Schnurbein la impegna a “collaborare strettamente con la comunità ebraica” e ad avvisare i responsabili politici dell’UE delle preoccupazioni di quella comunità.

L’espressione “comunità ebraica” non è sinonimo di Israele.

Anzi, ritenere “comunità ebraica” sinonimo di Israele sarebbe antisemita. Considererebbe gli ebrei europei responsabili dell’oppressione dei palestinesi da parte di Israele.

E se la burocrazia di Bruxelles utilizza effettivamente i termini “comunità ebraica” e “Israele” come intercambiabili, allora è colpevole dello stesso pensiero distorto che pervade l’élite americana.

Sia Joe Biden che Donald Trump hanno lasciato intendere che gli ebrei negli Stati Uniti siano indistinguibili da Israele.

Ma le comunità ebraiche non sono monolitiche, da nessuna delle due sponde dell’Atlantico.

Gli ebrei in Europa hanno una vasta gamma di opinioni su Israele, ma von Schnurbein e i suoi colleghi cercano di alterare questa realtà. Gli ebrei critici di Israele e della sua ideologia di stato sionista sono stati esclusi dalle deliberazioni dell’UE sull’antisemitismo.

Von Schnurbein lavora nel dipartimento di giustizia della Commissione europea – l’esecutivo dell’UE. Il suo lavoro è presumibilmente regolato da una carta dei diritti.

Quella carta difende il diritto di avere ed esprimere opinioni e idee “senza interferenze da parte dell’autorità pubblica”.

Lungi dal rispettare questo diritto, von Schnurbein ha cercato di mettere sotto controllo le opinioni critiche su Israele.

Una menzogna oltraggiosa

Ha mosso accuse false e calunniose contro attivisti della solidarietà con i palestinesi, in particolare quelli che spronano a boicottaggio, disinvestimento e sanzioni.

L’anno scorso, all’incontro inaugurale a Bruxelles, von Schnurbein ha parlato di uno “studio” del governo israeliano sul movimento BDS.

Nelle sue dichiarazioni, ha accusato gli attivisti del BDS di aver criticato il cantante Matisyahu perché è ebreo. Una menzogna oltraggiosa.

La verità è che Matisyahu è stato condannato dagli attivisti perché ha raccolto fondi per l’esercito israeliano e ha plaudito ad un attacco contro la flottiglia in viaggio verso Gaza, non per la sua religione o etnia.

E nel 2018 von Schnurbein ha disatteso la neutralità politica richiesta ai dipendenti pubblici dell’UE per ripetere a pappagallo gli argomenti della lobby israeliana, calunniando un membro eletto al Parlamento europeo come antisemita.

La parlamentare aveva presentato un evento con un oratore palestinese, nonostante le obiezioni dei gruppi di pressione israeliani.

Lo statuto del personale dell’UE proibisce ai suoi funzionari di seguire le istruzioni emanate da governi esteri.

Ripetendo macchinalmente bugie architettate da Israele e dalla sua rete di sostenitori, von Schnurbein ha infranto quella regola.

Come può uscirne indenne? La spiegazione più plausibile è che goda del sostegno della gerarchia dell’UE.

Per quasi cinque anni von Schnurbein sarebbe stata tenuta a rispondere a Vera Jourova, membro ceco della Commissione europea. Jourova ha calunniato il movimento di solidarietà palestinese, usando termini estremamente simili, se non identici, a quelli di von Schnurbein.

È dal 2018 che cercavo di ottenere il mansionario del lavoro di von Schnurbein. Quando ho presentato la mia prima richiesta in base alla libertà di informazione, la Commissione europea ha rifiutato di rilasciare il documento.

Alla fine, tuttavia, ha consentito a farlo – dopo che ho sottoposto la questione al difensore civico dell’UE, organismo formale di difesa del cittadino.

Sostenevo che quel mansionario avrebbe dovuto essere reso disponibile per valutare se von Schnurbein fosse stata ufficialmente incaricata di perseguire un programma a favore di Israele.

La risposta della Commissione europea alla questione dimostra disprezzo per la democrazia.

Ursula von der Leyen, presidentessa della Commissione, rispose che era compito della gerarchia dell’UE giudicare il lavoro di von Schnurbein. L’opinione pubblica, sottintendeva von der Leyen, non deve occuparsi di simili questioni.

Significativamente la Commissione europea non ha cercato di negare che von Schnurbein persegua quelli che sembrano essere gli interessi di Israele.

Potrebbe esserci una prova più evidente di così?

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)