La scena culturale di Gaza rivive da sotto le macerie

Ruwaida Amer

15 maggio 2026 – +972 Magazine

Dopo che Israele ha distrutto le istituzioni letterarie e artistiche della Striscia, i palestinesi stanno lanciando nuove iniziative per preservare il sapere e rivendicare il diritto alla vita

Durante i primi due anni della guerra genocida israeliana quasi tutti i centri e le istituzioni culturali di Gaza sono stati distrutti e almeno 150 delle figure di spicco del panorama culturale uccise. Negli ultimi mesi, nonostante la fragilità del cosiddetto cessate il fuoco, sono emerse diverse iniziative per far rivivere la fiorente scena letteraria e artistica della Striscia.

Tra queste c’è la Biblioteca Phoenix, inaugurata a fine aprile, i cui fondatori hanno raccolto oltre 100.000 dollari tramite una campagna di crowdfunding per ristrutturare un edificio superstite nel centro di Gaza City. Fondata da due amici, Omar Hamad e Ibrahim Al-Masri, la nuova biblioteca di Gaza si propone di salvare dalle macerie ciò che resta della vita letteraria della Striscia.

Durante il genocidio, l’occupazione ha perseguito una politica di sradicamento dell’istruzione distruggendo scuole, università e biblioteche. Hanno distrutto centinaia di migliaia di libri, molti dei quali antichi e parte del patrimonio e dell’eredità palestinese, alcuni stampati prima del 1948 e altri risalenti all’epoca ottomana”, racconta a +972 Hamad, di 30 anni. “L’idea della biblioteca è nata dal desiderio di preservare ciò che era sopravvissuto e di far rivivere la lettura, la scrittura e la ricerca a Gaza, in mezzo all’immenso vuoto educativo creato dalla guerra”.

Al-Masri, 31 anni, afferma che il progetto è nato da un analogo senso di responsabilità. “Siamo persone che leggono, scrivono e che hanno a cuore la cultura, ed è stato difficile per noi vedere centri educativi e biblioteche distrutti e libri bruciati”, spiega. “Per fortuna siamo riusciti a recuperare libri dalle macerie di biblioteche private e universitarie. Altri libri appartenevano a persone martirizzate durante la guerra e ci sono stati donati dalle loro famiglie. Desideravano che altri potessero beneficiare di quei libri, che costituissero un atto di beneficenza duraturo [in onore dei loro cari].”

Abbiamo chiamato la biblioteca ‘Fenice’ perché evoca la rinascita dalle macerie e la speranza in mezzo al dolore», aggiunge. «Vogliamo vivere le nostre vite normalmente e dimostrare al mondo che, nonostante le circostanze, rimaniamo saldi nel nostro sapere, nella nostra cultura e nel nostro Paese”.

Per Hamad la biblioteca rappresenta anche un tentativo di condividere il rifugio che i libri gli hanno offerto durante la guerra. “Sono stato sfollato diverse volte ed ero molto affezionato ai miei libri. Passavo ore a leggere e cercavo persone che avessero libri per poterli scambiare”, racconta. “Continuavo a pensare a come avrei potuto mettere questi libri in un luogo adatto dove tutti potessero trarne beneficio, proprio come loro avevano aiutato me ad alleviare le difficoltà e l’amarezza dello sfollamento”.

La biblioteca ora ospita più di 6.000 libri in arabo e inglese che spaziano in campi quali scienza, linguistica, media, istruzione, management, economia, medicina, matematica, diritto e storia, oltre alla letteratura araba e internazionale, con una particolare attenzione alla scrittura palestinese e di Gaza. È diventata rapidamente un rifugio per lettori appassionati in cerca di pace e tranquillità, nonché uno spazio di studio per gli studenti le cui biblioteche universitarie sono state distrutte.

Khaled Radwan, uno studente universitario di 20 anni, afferma di frequentare la biblioteca sia per studiare che per la sua passione di sempre per la lettura. “Avevo bisogno di molti libri per i miei studi e tutte le biblioteche universitarie sono state completamente distrutte”, dice a +972. “Sono anche un appassionato lettore fin da bambino. Mio padre aveva alcuni libri e mi piaceva andare nella Città Vecchia di Gaza per trovarne di antichi. Sono particolarmente interessato ai libri di storia e sulle civiltà; amo leggere delle diverse epoche in Palestina e in altri Paesi”.

Radwan ora spera di contribuire ad ampliare la collezione della biblioteca cercando libri sotto le macerie di biblioteche e centri culturali distrutti. “È importante preservare la nostra storia dopo che l’esercito israeliano ha distrutto così tanti libri”, aggiunge. “Bruciano deliberatamente la storia in modo che non ci rimanga nulla, ma noi teniamo alla cultura e alla conoscenza e vogliamo che non vadano perdute a causa dei loro attacchi e delle loro guerre”.

Per Sarah Al-Taweel, 24 anni, che frequentava le biblioteche universitarie durante i suoi studi, la Biblioteca Phoenix rappresenta un rifugio. “Studiavo all’Università di Al-Azhar e mi spostavo tra le biblioteche per prendere in prestito libri da leggere”, racconta a +972. “Ho smesso di farlo durante la guerra. Ho provato a procurarmi libri e romanzi online, ma la sensazione è diversa quando tengo un libro tra le mani. Mi sento psicologicamente a mio agio, come se fossi libera tra le parole e le righe. Speravo di trovare anche un solo libro che mi tenesse occupata”.

Quando ha saputo dell’apertura della biblioteca Al-Taweel ha detto di essere stata tra le prime a visitarla. Rivedere i libri disposti sugli scaffali come prima della guerra le ha restituito un senso di normalità. “Ora posso dedicare del tempo alla lettura”, dice. “Isolarmi dalla difficile realtà in cui viviamo è importante per preservare la salute mentale. Ecco perché per me il risultato più importante dopo il cessate il fuoco è stata l’apertura della biblioteca.”

“La musica è un balsamo per l’anima”

Durante la guerra a Gaza la formazione musicale è rimasta una delle poche attività culturali e artistiche a continuare nonostante le difficili condizioni a stento immaginabili.

Ismail Daoud, insegnante di oud e direttore accademico del Conservatorio Nazionale di Musica Edward Said di Gaza, è stato tra coloro che hanno cercato di mantenere viva la musica. Insieme ad altri insegnanti del Conservatorio si spostava tra le tende dei bambini nella zona di Al-Mawasi a Khan Younis per insegnare canto e strumenti musicali.

“All’inizio della guerra sono stato sfollato dalla mia casa nel nord di Gaza con i miei figli e pochi effetti personali essenziali, e ho lasciato indietro i miei strumenti musicali. Tutto è stato bombardato e distrutto”, racconta a +972. “Per i primi sette mesi di guerra non ho sentito musica né suonato. Ma nel maggio del 2024 il mio collega Ahmed Abu Amsha mi ha detto che il Conservatorio voleva far ripartire le attività musicali a Gaza.”

Anche la sede del Conservatorio è stata tra gli spazi culturali distrutti. Inaugurato nel 2012 in un edificio della Mezzaluna Rossa Palestinese a Tel Al-Hawa, a ovest di Gaza City, l’istituto è stato bombardato, saccheggiato e incendiato durante la guerra, con la conseguente perdita di mobili e strumenti. L’amministrazione è ora alla ricerca dei fondi necessari per ricostruire e riaprire la sede.

Nel frattempo il Conservatorio ha ripreso a offrire lezioni ai bambini, inizialmente nel nord di Gaza e in seguito in spazi di apprendimento improvvisati in tutta la Striscia. Col tempo, ha affermato Daoud, la musica, che definisce “un linguaggio universale di pace”, è diventata uno strumento importante per aiutare i bambini ad affrontare il trauma psicologico della guerra.

“All’inizio è stato difficile”, afferma. “Abbiamo perso uno studente di nome Youssef Salman di Khan Younis. Suo padre era in viaggio all’estero e comunicavano online.”

Un giorno Youssef non è venuto a lezione perché era andato in un bar a parlare con suo padre, e lì è stato colpito. Sua sorella era con noi ed era devastata dalla perdita del fratello, ma la musica è stata il nostro sostegno e la nostra consolazione in quelle situazioni: è un balsamo per l’anima.”

Oggi il Conservatorio offre lezioni di strumenti come tabla, oud, chitarra e flauto, oltre a canto corale, a bambini e ragazzi dagli 8 ai 20 anni. Abu Amsha, insegnante e coordinatore del Conservatorio nonché direttore del gruppo musicale Gaza Birds Singing, è diventato virale la scorsa estate con una sua suggestiva canzone che si armonizza con il ronzio costante dei droni israeliani, ora usata nella campagna globale per boicottare l’Eurovision Song Contest.

“C’è un aumento significativo del numero di persone che cercano una formazione musicale”, afferma Daoud. “Attualmente stiamo pianificando di organizzare concerti e festival culturali con organizzazioni locali a Gaza come l’UNICEF. Questo lavoro è stata la nostra principale fonte di sostegno dall’inizio della guerra. Vogliamo continuare a diffondere speranza e vita.”

Non un lusso, una umana necessità”

Prima della guerra il regista teatrale e produttore culturale palestinese Jamal Abu Al-Qumsan aveva dedicato parte della sua casa nella parte occidentale di Gaza City a quella che definiva una “galleria culturale”: uno spazio in cui ospitava intellettuali, scrittori, musicisti e artisti per vari eventi.

“Il teatro a Gaza era vitale per l’espressione artistica e la consapevolezza della comunità, nonostante le risorse limitate e il blocco”, dichiara a +972. “C’erano spettacoli, laboratori e iniziative regolari per bambini e bambine e ragazzi e ragazze, e il teatro rappresentava una finestra di speranza e un luogo di espressione e dialogo”.

Al-Qumsan metteva in scena spettacoli durante tutto l’anno, soprattutto per i bambini. “Per loro il teatro non era solo intrattenimento, ma uno spazio per imparare e riappropriarsi dell’infanzia”, ​​ afferma. “Durante la guerra sono stati privati ​​di spazi sicuri, creando un enorme vuoto psicologico e culturale che sentiamo ancora oggi”.

La vivace scena artistica di Gaza, un tempo fiorente, è stata quasi completamente spazzata via dalla guerra israeliana. Tra i luoghi demoliti è il Teatro Rashad Al-Shawa nel quartiere di Al-Rimal a Gaza City, il principale centro per le produzioni teatrali della Striscia.

Dalla fine del 2023, con l’invasione di terra di Gaza City da parte dell’esercito israeliano, la casa e la galleria di Al-Qumsan sono state distrutte. È stato costretto a vivere in una tenda nella zona di Al-Zawayda, nella Gaza centrale, dove si trova tuttora.

Eppure, anche in questa situazione di sfollamento, Al-Qumsan ha continuato a organizzare proiezioni cinematografiche e laboratori artistici per bambini nei campi profughi in diverse zone della Striscia. “Queste attività offrono ai bambini la possibilità di ridere e li aiutano a ritrovare un certo equilibrio psicologico, rafforzando in loro la consapevolezza di essere amati e di avere diritto alla gioia e alla vita”, afferma. “Per loro il teatro è un mezzo per esprimere le emozioni e ritrovare un senso di sicurezza durante la guerra”.

La perdita della galleria ha lasciato un segno indelebile su Al-Qumsan, “sia a livello personale che professionale”. Ciononostante sta cercando di trovare modi alternativi per continuare la sua attività teatrale, che descrive come “non un lusso, ma una necessità umana”.

“La Galleria Culturale di Jamal non era solo un luogo, ma una casa per artisti, bambini e persone creative”, afferma. “Credo però che la cultura non riguardi solo gli edifici, ma anche la volontà. Attualmente sto lavorando alla progettazione di una nuova galleria culturale utilizzando materiali semplici e reperibili localmente. C’è un grande desiderio tra i bambini e le famiglie di teatro e attività culturali”, conclude Al-Qumsan. “Ogni volta che presentiamo uno spettacolo o un’attività constatiamo quanto sia necessario questo tipo di spazi. Le persone non cercano solo intrattenimento, ma anche speranza e un senso di normalità. Questo conferma che il teatro rimarrà una necessità sociale e culturale, a prescindere dalle difficoltà.”

Ruwaida Amer è una giornalista indipendente di Khan Younis

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)