Israele uccide sette palestinesi durante le proteste della Marcia del Ritorno di Gaza

Redazione di Middle East Eye

Venerdì 12 ottobre 2018, Middle East Eye

Due minori tra quelli uccisi nell’enclave assediata, e 140 persone , tra cui 45 bambini, 8 donne e 2 paramedici, feriti da proiettili veri

Il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che le forze israeliane hanno ucciso sette palestinesi durante le proteste nella zona orientale della Striscia di Gaza nei pressi della barriera militare che separa da Israele il territorio palestinese assediato.

Ashraf Al-Qudra, portavoce del ministero della Sanità di Gaza, ha detto ai giornalisti che venerdì sei palestinesi sono stati uccisi e altri 112 sono stati feriti quando soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro manifestanti nella zona orientale della Striscia di Gaza.

Migliaia di palestinesi si sono uniti alle manifestazioni come parte delle proteste della Marcia del Ritorno che è iniziata il 30 marzo per chiedere la fine del blocco israeliano, durato undici anni, e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi alle loro città d’origine in quello che ora è Israele.

Oudra ha affermato che quattro palestinesi – Ahmad al-Taweel, 27 anni, Mohamed Ismail, di 29, Ahmad Abu Ne’eim, di 17, e Abdullah al-Daghma, di 25 – sono stati uccisi a est del campo di rifugiati di al-Bureij, nella zona centrale della Striscia di Gaza.

Ha detto che Tamer Abu Ermanah, 27 anni, è stato colpito a morte dai soldati israeliani a est della città di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

Ha sostenuto che soldati israeliani hanno sparato e ucciso anche Afifi Mahmoud Afifi, 18 anni, nella zona orientale di Gaza City.

Venerdì sera il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che un settimo palestinese era stato ucciso. Il suo nome è Mohammed Abbas.

Il ministero della Salute afferma che 192 manifestanti palestinesi sono rimasti feriti. Di questi 140 persone – compresi 45 minori, otto donne e due infermieri – sono stati colpiti da proiettili veri.

Un fotografo di Middle East Eye a Gaza ha aggiunto che tre giovani palestinesi si sono avvicinati alla barriera militare israeliana, l’hanno attraversata e si sono scazzottati con cecchini israeliani situati a ovest della barriera.

L’esercito israeliano sostiene che circa 14.000 “rivoltosi e manifestanti” si sono riuniti in vari luoghi lungo il confine. In un comunicato l’esercito ha detto che le truppe “hanno individuato un certo numero di assalitori che si sono arrampicati sulla rete di sicurezza nel sud della Striscia di Gaza.”

Ha affermato che hanno collocato un “ordigno esplosivo” che è scoppiato e “ha dato fuoco alla barriera.”

L’esercito israeliano ha detto che in seguito gli uomini si sono avvicinati a un posto di frontiera israeliano e sono stati colpiti. “Gli assalitori sono stati uccisi,” ha sostenuto, senza dire quante persone sono state colpite.

Haaretz” [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.] ha informato che venerdì, in risposta alle proteste, il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha annunciato la sospensione della fornitura di combustibile a Gaza.

Il principale valico di frontiera per fornire combustibile a Gaza è stato chiuso da Israele per settimane in due diverse occasioni in luglio e in agosto.

Chi critica questa strategia la descrive come una punizione collettiva per i palestinesi.

Lo scorso mese il Qatar ha accettato di pagare per la fornitura di combustibile per far funzionare l’unica centrale elettrica della Striscia assediata.

Dall’inizio delle proteste il 30 marzo il fuoco israeliano ha ucciso a Gaza almeno 203 palestinesi. La maggior parte dei palestinesi è stata uccisa durante manifestazioni sul confine, benché altri siano morti per attacchi aerei e colpi sparati da carri armati.

Da quando le proteste sono iniziate è rimasto ucciso un soldato israeliano.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il “laboratorio” di Gaza aumenta i profitti dell’industria bellica israeliana

Gabriel Schivone

05.ottobre.2018, The Electronic Intifada

Dopo aver esplorato il vasto sistema di sorveglianza lungo il confine tra Stati Uniti e Messico e aver trovato sistemi di sicurezza israeliani installati ovunque, l’autore Todd Miller e io ci siamo interessati al ruolo assunto da Israele come la più grande industria di sicurezza nazionale al mondo. L’industria delle armi israeliana ha il doppio delle dimensioni della sua controparte statunitense in termini di esportazioni pro capite e impiega una percentuale della forza lavoro nazionale doppia rispetto a quella degli Stati Uniti o della Francia, due dei principali esportatori di armi a livello mondiale.

Durante il nostro viaggio del 2016, non è stato difficile individuare alcuni degli industriali più intraprendenti di Israele che ci hanno spiegato come controllano un’area grande approssimativamente quanto il New Jersey.

Il nostro primo giorno, partecipando a una conferenza annuale sui droni, abbiamo incontrato Guy Keren, un uomo di mezza età che è il carismatico amministratore delegato di un’azienda israeliana per la sicurezza interna chiamata iHLS. L’iHLS di Keren aveva organizzato la conferenza sui droni.

Alcuni giorni dopo, ci siamo seduti con Keren nell’allora nuovissima sede di iHLS nella città costiera mediterranea di Raanana, nota per il suo parco industriale ad alta tecnologia. Gli abbiamo parlato nella sala conferenze sopra il laboratorio informatico della società.

Sotto di noi, branchi di giovani tecnologi facevano rullare le loro tastiere. Questo complesso, ci ha detto Keren, potrebbe ospitare fino a 150 startup.

Keren ci ha spiegato come la striscia di Gaza offra a Israele – e a iHLS – un vantaggio competitivo rispetto ad altri paesi a causa delle opportunità di testare in tempo reale nuovi prodotti durante tutto l’anno. Israele ha guadagnato il soprannome di “start-up nation” tra le élite imprenditoriali di tutto il mondo.

Una provetta umana

Abbiamo chiesto a Keren perché l’industria tecnologica israeliana abbia prestazioni così sorprendenti, soprattutto nel settore militare.

“Perché mettiamo alla prova i nostri sistemi dal vivo”, ci ha detto. “Siamo sempre in una situazione di guerra. Se non sta succedendo in questo momento, accadrà tra un mese. “

“Non si tratta solo di costruire la tecnologia” e di dover aspettare anni per provare i sistemi, ci ha detto Keren. Il segreto del successo del settore tecnologico israeliano, ha spiegato, sta nel “mettere in pratica la tecnologia più velocemente di qualsiasi altro paese in situazioni reali”.

Keren non è il primo a fare questo ragionamento. Fra i protagonisti del settore israeliano di alta tecnologia militare, Gaza è ampiamente percepita come una provetta umana – dove si sperimentano metodi per migliorare la capacità di uccidere ma anche metodi di pacificazione.

Quando, durante una conferenza del 2012 a El Paso, in Texas, Roei Elkabetz, un generale di brigata dell’esercito israeliano, si è rivolto a una platea di specialisti in tecnologia di controllo delle frontiere, ha mostrato sullo schermo una foto del muro, costruito da Magal Systems, che isola Gaza dal mondo esterno.
“Abbiamo imparato molto da Gaza”, ha detto. “È un grande laboratorio.”

Leila Stockmarr, una studiosa danese, ha partecipato allo stesso tipo di esposizioni di sicurezza israeliane visitate da Todd Miller e dal sottoscritto. “Come sostengono la maggior parte dei rappresentanti delle compagnie che ho intervistato, è centrale per le capacità militari e di polizia all’avanguardia di Israele che i nuovi strumenti tecnologici siano sviluppati e testati in una situazione reale di controllo di una popolazione, come nella Striscia di Gaza “, scrive nel suo saggio del 2016 “Oltre le ipotesi di laboratorio: Gaza come cinghia di trasmissione della tecnologia militare e di sicurezza”.

Aggiustamenti in tempo reale

Come ha detto a Stockmarr il rappresentante di un’importante società di sicurezza: “Una volta che un ordine è stato fatto dall’esercito israeliano, e dopo il dispiegamento iniziale sul campo, i reparti tecnici dell’azienda sono spesso contattati con richieste di correzioni e modifiche basate sull’esperienza. Così ogni volta che l’esercito usa la tecnologia israeliana di sicurezza interna, la verifica automaticamente. Le aziende traggono grande beneficio da questo e ogni volta che viene effettuato un nuovo ordine, questo feedback dal campo di battaglia viene utilizzato per migliorare la competitività del prodotto e garantire qualità ed efficacia”.

Cosa insolita per l’industria delle armi di un paese, Israele ha un laboratorio in un territorio che occupa – Gaza – molto vicino agli impianti di produzione per le sue armi e la sua tecnologia di sorveglianza. Il coinvolgimento nella Striscia di Gaza, come notato da Stockmarr nel 2016, aiuta le aziende a creare e perfezionare nuove idee, facendo aggiustamenti fini alle linee di prodotto.

Nell’aprile 2018, Saar Koursh, allora CEO di Magal Systems – un contendente per aggiudicarsi gli appalti per le infrastrutture di sorveglianza aggiuntive sul confine tra Stati Uniti e Messico proposte dal presidente americano Donald Trump – avrebbe descritto Gaza come uno “showroom” per le “recinzioni intelligenti” dell’azienda, i cui clienti “apprezzano che i prodotti siano testati in battaglia”.

Stockmarr osserva che gli stessi palestinesi di Gaza svolgono un ruolo nella fase di test, eseguendo una “parte cruciale” di questo ciclo del settore della sicurezza nazionale: “Al fine di valutare un dato prodotto, la valutazione sistematica delle reazioni delle popolazioni prese di mira dalle nuove tecnologie di sicurezza è un dato cruciale per gli acquirenti stranieri”.

Moltissimi investitori da tutto il mondo apprezzano l’idea, almeno quando il margine di profitto è interessante. “Il valore delle azioni di Magal USA è schizzato in alto alla fine del 2016, quando Trump ha parlato di un muro di confine messicano”, secondo Bloomberg.

E durante il primo mese dell’attacco israeliano a Gaza del 2014, il prezzo delle azioni della più grande società israeliana di armi, la Elbit Systems, è aumentato del 6,1%. Più di 2.200 palestinesi sono stati uccisi in quell’attacco.

Un esperimento senza fine

Quest’anno, da quando è iniziata la protesta della Grande Marcia del Ritorno, il 30 marzo, l’ultima linea israeliana di droni per il controllo delle folle ha debuttato a Gaza. Fra questi il drone chiamato non a caso “Sea of ​​Tears” (mare di lacrime), un prodotto commerciale cinese modificato dalla polizia israeliana per scaricare gas lacrimogeni sulle folle umane sottostanti, e il drone “Shocko” che spruzza “acqua puzzolente” sui manifestanti.

Il ministero della salute di Gaza ha constatato negli ultimi sei mesi gli effetti sugli esseri umani delle “pallottole a farfalla” israeliane, che esplodono all’impatto. Si tratta di uno dei tipi di proiettili più mortali che Israele abbia mai usato.

Il personale di Medici Senza Frontiere ha trattato lesioni da proiettili a farfalla nel 50% degli oltre 500 pazienti trattati durante le proteste.

Molti dei manifestanti che non sono stati uccisi sul momento sono stati gravemente feriti, facendo dei proiettili a farfalla un nuovo capitolo nella lunga storia della pratica di sparare per mutilare adottata dall’esercito israeliano, che Jasbir K. Puar ha descritto in dettaglio nel suo libro “Il diritto di mutilare: infermità, capacità, disabilità”.

Al 1° ottobre, oltre 150 palestinesi sono stati uccisi nella Grande Marcia del Ritorno, tra cui oltre 30 bambini. Più di 10.000 sono stati feriti, metà dei quali da colpi d’arma da fuoco.

Nel frattempo, nel parco industriale di Raanana, negli uffici climatizzati di iHLS, Keren e il suo staff sono impegnati a sviluppare i prossimi strumenti nel settore delle armi israeliane, aggiornando i loro sistemi ed espandendo i loro margini di profitto.

Gabriel M. Schivone è un ricercatore esterno presso l’Università dell’Arizona e autore del libro di prossima uscita “Produrre i nuovi ‘clandestini’: come un decennio di coinvolgimento degli Stati Uniti in centro America ha scatenato la recente ondata di immigrazione” (Prometheus book).

 

Traduzione a cura dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze




Gli ultimi sei mesi a Gaza sono stati come un’altra guerra

Mohammed Abu Mughaiseeb

1 Ottobre 2018 Al Jazeera

Sono un medico di Gaza e non ho mai visto niente di simile prima d’ora

Come medico che vive e lavora a Gaza da tutta la vita, pensavo di avere visto tutto. Avevo la sensazione di aver visto il massimo di ciò che Gaza può sopportare.

Ma gli ultimi sei mesi sono stati i più difficili che io ho trascorso durante i miei 15 anni di lavoro con Medici Senza Frontiere a Gaza. Eppure ho vissuto e lavorato durante tre guerre: nel 2008, 2012 e 2014.

La sofferenza e la devastazione umana che ho visto negli ultimi mesi hanno raggiunto un altro livello. L’incredibile quantità di feriti ci ha distrutto.

Non dimenticherò mai lunedì 14 maggio. Nell’arco di 24 ore le autorità sanitarie locali hanno registrato un totale di 2.271 feriti, comprese 1.359 persone colpite da proiettili veri. Quel giorno ero di turno nell’equipe chirurgica dell’ospedale Al-Aqsa, uno dei principali ospedali di Gaza.

Alle 3 del pomeriggio abbiamo iniziato a ricevere il primo ferito proveniente dalla manifestazione. In meno di quattro ore ne sono arrivati più di 300. Non avevo mai visto così tanti pazienti in vita mia.

A centinaia erano in fila per entrare in sala operatoria; i corridoi erano pieni; tutti piangevano, gridavano e sanguinavano.

Per quanto lavorassimo duramente, non riuscivamo a far fronte all’enorme numero di feriti. Era troppo. Ferito dopo ferito, la nostra equipe ha lavorato per 50 ore di seguito cercando di salvare vite.

Ci tornava alla memoria la guerra del 2014. Ma in realtà niente avrebbe potuto prepararci a ciò che abbiamo visto il 14 maggio. Ed a ciò che ancor oggi stiamo vedendo.

Ogni settimana continuano ad arrivare nuovi casi di traumatizzati, per la maggior parte giovani con ferite di arma da fuoco alle gambe con alto rischio di disabilità a vita. La massa di pazienti di MSF continua a crescere e al momento stiamo curando circa il 40% di tutti i feriti da arma da fuoco a Gaza, che sono oltre 5000.

Ma più procediamo a curare queste ferite da arma da fuoco, più constatiamo la complessità di quanto deve essere fatto. E’ difficile, dal punto di vista medico e logistico. Le strutture sanitarie a Gaza stanno cedendo sotto la forte domanda di servizi medici e i continui tagli; un’alta percentuale di pazienti necessita di interventi chirurgici specialistici di ricostruzione degli arti, il che significa molteplici interventi. Alcune di queste procedure non sono attualmente possibili a Gaza.

Ciò che mi spaventa di più è il rischio di infezioni. L’osteomielite è un’infezione profonda dell’osso. Se non viene curata può causare la non cicatrizzazione delle ferite, con aumento del rischio di amputazione. Queste infezioni devono essere curate immediatamente, perché peggiorano in fretta se non si interviene con farmaci.

Ma l’infezione non è facile da diagnosticare ed attualmente a Gaza non ci sono strutture per analizzare campioni di ossa in modo da identificarla. MSF sta lavorando per impiantare qui un laboratorio di microbiologia, che fornisca prestazioni e formazione e sia in grado di analizzare i campioni di ossa per testare l’osteomielite. Ma una volta che riuscissimo a identificare l’infezione, la cura richiederebbe un lungo e complesso ciclo di antibiotici per ogni paziente e successivi interventi chirurgici.

Come medico viaggio per tutta la Striscia di Gaza e vedo sempre più giovani sulle stampelle con tutori esterni alle gambe o in sedia a rotelle. Sta diventando sempre più una vista normale. Molti di loro cercano di mantenere la speranza e perseverano, ma io, in quanto medico, so che il loro futuro è nero.

Una delle cose più difficili nel mio lavoro è dover parlare a pazienti, in maggioranza giovani, sapendo che potrebbero perdere le gambe in conseguenza di un proiettile che ha frantumato le loro ossa e il loro futuro. Molti di loro mi chiedono: “Sarò di nuovo in grado di camminare normalmente?”

Trovarmi davanti questa domanda è molto duro per me perché so che, a causa delle condizioni in cui lavoriamo, molti di loro non saranno più in grado di camminare normalmente. Ed è mia responsabilità dire loro che noi stiamo facendo del nostro meglio, ma che il rischio che perdano la gamba ferita è alto.

Dire una cosa simile ad un ragazzo che ha tutta la vita davanti a sé è veramente difficile. Ed è un discorso che ho dovuto fare molte volte negli ultimi mesi.

Ovviamente noi continuiamo a cercare di trovare il modo di curare queste persone nonostante le difficoltà che affrontiamo: ospedali sovraffollati e, a causa del blocco, quattro ore di corrente elettrica al giorno, carenza di combustibile, ridotte attrezzature sanitarie, mancanza di chirurghi e di medici specialistici, infermiere e medici stremati che non vengono pagati a salario pieno per mesi, restrizioni alla possibilità per pazienti che escono da Gaza di ricevere cure mediche altrove, e l’elenco può continuare.

E questo mentre la situazione socioeconomica intorno a noi continua a deteriorarsi di giorno in giorno. Adesso vediamo bambini che chiedono l’elemosina per strada – una cosa che non capitava mai uno o due anni fa.

MSF affronta enormi sfide e non possiamo farlo da soli. Ci proviamo. Insistiamo. Dobbiamo andare avanti. Per me è una questione di etica professionale. I feriti devono ricevere le cure di cui hanno bisogno.

Ora come ora, a Gaza, guardare al futuro è come guardare dentro a un tunnel buio e non sono certo di poter vedere una luce in fondo ad esso.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Mohammed Abu Mughaiseeb

Il dottor Mohammed Abu Mughaiseeb è un medico palestinese e referente medico di Medici Senza Frontiere a Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Palestina: diario di un bambino dell’UNRWA

Ramzy Baroud

22 settembre 2018, Al-Jazeera

Nonostante il livello scadente della scuola ed il pane raffermo, noi palestinesi vediamo l’UNRWA come un simbolo del nostro inalienabile diritto al ritorno.

Conservare la propria dignità quando si conduce una triste esistenza in un campo profughi non è un’impresa facile. I miei genitori hanno combattuto duramente per risparmiarci le quotidiane umiliazioni che implica il vivere a Nuseirat – il più grande campo profughi di Gaza. Ma quando ho compiuto sei anni e sono entrato nella scuola elementare maschile di Nuseirat, gestita dall’UNRWA [Agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr.], non c’è stato scampo.

Non ero un rifugiato solo nei documenti ufficiali delle Nazioni Unite, ma lo ero anche in pratica, proprio come tutti i miei compagni.

Essere un rifugiato palestinese significa vivere costantemente in un limbo – senza la possibilità di reclamare ciò che è stato perduto, l’amata patria, né di concepire un futuro alternativo ed una vita in libertà, giustizia e dignità.

Come possiamo ricostruire la nostra identità che è stata distrutta da decenni di esilio, quando i nostri potenti aguzzini hanno collegato la nostra stessa esistenza e il nostro ritorno in patria alla loro scomparsa? Nella logica israeliana la nostra semplice richiesta di attuazione del diritto al ritorno sancito a livello internazionale equivale ad un appello al “genocidio”.

In base a quella stessa logica perversa, il fatto che il mio popolo viva e si riproduca è una “minaccia demografica” ad Israele. Quando Israele ed i suoi amici nel mondo sostengono che il mio popolo è “un’invenzione”, non solo stanno cercando di annichilire la nostra identità collettiva, ma stanno giustificando nelle loro menti le continue uccisioni e mutilazioni di palestinesi, senza che alcuna considerazione morale o etica le ostacoli.

Io sono cresciuto a Gaza resistendo a questo tentativo di Israele di cancellare noi palestinesi. “Ramzy Mohammed Baroud: rifugiato palestinese”, stava stampato su ogni pezzo di carta che io ho posseduto dal giorno in cui ho aperto gli occhi.

Con un sempre crescente numero di rifugiati in uno spazio sempre più ridotto a Gaza, il nostro linguaggio corrente è stato dominato da un vocabolario a cui quattro generazioni di rifugiati sono dolorosamente abituati: soldati assassini, barriere, aerei da guerra, una costante sensazione di morte incombente, fame, coprifuoco militari, resistenza, martiri e UNRWA.

Sempre l’UNRWA. L’ United Nations Relief and Works Agency [Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e il Lavoro] per i rifugiati palestinesi ha accompagnato la nostra via dell’esilio fin dal primo momento. Pochi mesi dopo la Nakba – la catastrofica distruzione della patria palestinese e l’esilio di circa 750.000 palestinesi nel 1948 – l’UNRWA è diventata sinonimo del nostro esodo e della nostra odissea ancora in atto.

Molto si può dire sulle circostanze sottese alla creazione dell’UNRWA da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1949, sulle sue operazioni, sull’efficienza ed efficacia del suo lavoro, che cerca di soddisfare le esigenze di cinque milioni di rifugiati.

Ma per me, per la mia famiglia e per molti palestinesi, l’UNRWA non è stata meramente un’organizzazione di soccorso o assistenza. Essere registrati come rifugiati presso l’UNRWA ci ha fornito una temporanea identità che ci ha permesso di trascorrere 70 anni di esilio, vagando senza una casa o neppure un piano per tornare in quella che è stata, per un migliaio di anni e più, la nostra storica patria palestinese.

È come se il timbro di “rifugiato” su ogni certificato che possedessimo – nascita, morte e tutto quello che vi è in mezzo – fosse una bussola, che segnava i luoghi da dove provenivamo: il mio distrutto villaggio di Beit Daras e non il campo profughi di Nuseirat; non Jabaliya, Shati’, Yarmouk [in Siria, ndtr.] o Ein El-Hilweh [in Libano, ndtr.], ma le 600 cittadine e villaggi che furono distrutti durante l’attacco sionista alla Palestina.

L’esistenza di questi villaggi può essere stata cancellata, poiché un nuovo Paese è stato costruito per intero sulle loro rovine, ma i rifugiati palestinesi sono rimasti – sono sopravvissuti ed hanno progettato il loro ritorno a casa. Lo status di rifugiato dell’UNRWA era il riconoscimento internazionale dei nostri diritti.

Sinceramente quando avevo sei anni non mi importava nulla di tutto ciò. Mi mettevo in fila a scuola come tutti gli altri bambini; tutte le mattine scandivo gli slogan di routine che ci dicevano di recitare; prendevo il mio posto dietro il decrepito banco che portava i segni di generazioni di bambini rifugiati che incidevano i loro nomi e i riferimenti a passate guerre e tragedie; e facevo tutto quello che dovevo fare per essere un bravo bambino UNRWA.

E nel primo anno, quando arrivò il primo acquazzone invernale, imparai anche a sistemare il mio banco in modo da schivare l’acqua che pioveva dal soffitto.In tutti i soffitti di tutte le aule Unrwa in cui sono stato c’erano perdite d’acqua quando pioveva.

Infatti, uno dei miei più bei ricordi della scuola è quando, in terza classe, la nostra aula fu allagata e il nostro insegnante di storia, arabo e matematica, Mohammed Diab, ci disse di sederci sopra i nostri banchi mentre lui proseguiva la lezione. Morivamo di freddo nelle nostre fruste giacchette fornite dall’UNRWA, indossate da molti altri prima di noi. Ci accalcavamo insieme eccitati mentre l’acqua invadeva il pavimento dell’aula e il professor Diab continuava a raccontare le storie della passata grandezza araba dalla Palestina all’Andalusia.

Fu in quella scuola dell’UNRWA che disegnai la mia prima bandiera palestinese e provai l’esperienza della mia prima incursione da parte dell’esercito israeliano. Mentre gli studenti, accecati dai gas lacrimogeni e dal fumo, correvano in tutte le direzioni senza sapere come raggiungere il cancello principale per scappare, ricordo che quelli della sesta classe tornarono indietro per soccorrere i bambini più piccoli. Fu allora e là che compresi che cosa significa il coraggio palestinese.

Disegnare una gran quantità di bandiere era un rituale che si ripeteva nella prima settimana di ogni anno. Non era una prassi prevista ufficialmente dall’UNRWA, poiché l’amministrazione militare israeliana di Gaza arrestava i bambini, multava pesantemente i genitori e chiudeva le scuole a causa di ciò che presumevano essere un atto illecito. Sventolare o persino possedere una bandiera palestinese era un reato a Gaza. Lo facevamo lo stesso.

A volte, nei primi giorni di scuola, un grosso camion blu si fermava nella nostra scuola, accolto dalle grida di eccitazione di centinaia di bambini. Entro poche ore ogni allievo avrebbe ricevuto diversi libri usati, due quaderni nuovi, una serie di matite, un quaderno bianco da disegno e quattro pastelli.

Quelli abbastanza fortunati da possedere i pastelli verdi, rossi e neri li avrebbero condivisi con gli altri, in modo che tutti correvamo a disegnare il maggior numero possibile di bandiere palestinesi.

I soldati israeliani sapevano sempre in anticipo della nostra azione di ribellione collettiva e ci aspettavano come avvoltoi nelle strade. Molti bambini UNRWA venivano ammanettati e trascinati nelle “tende” militari – un enorme accampamento dell’esercito che separava Nuseirat dal campo profughi di Buraij – mentre molti invocavano piangendo i genitori e supplicavano pietà a dio.

Una volta ho gettato la mia borsa in un cespuglio di spine per sfuggire alla furia dei soldati israeliani. Recuperarla è stato come essere punto contemporaneamente da un centinaio di aghi.

Gli israeliani ci terrorizzavano anche con i loro continui raid nelle scuole dell’UNRWA. Migliaia di bambini e ragazzi furono uccisi e feriti in quel modo, soprattutto durante la prima intifada palestinese del 1987. Spesso le nostre proteste iniziavano nelle scuole UNRWA ed era in quelle stesse scuole che ci incontravamo per consolarci l’un l’altro per il ferimento e il martirio dei nostri compagni di scuola.

No, la guerra di Israele non prendeva di mira l’UNRWA in quanto organo dell’ONU, ma in quanto organizzazione che ci consentiva di mantenere la nostra identità di rifugiati con diritti inalienabili, che chiedono giustizia e ritorno alle nostre case. L’UNRWA alimentava in noi la speranza che un giorno ci saremmo liberati di ciò che doveva essere un’identità temporanea, per riprenderci la nostra vera identità, tornando ad essere nuovamente noi stessi, il popolo palestinese, un’antica Nazione che è esistita per secoli prima di Israele.

È in gran parte a causa di queste esperienze che l’UNRWA è una parte essenziale della mia identità come rifugiato palestinese. Questa intrinseca relazione non è fondata sui servizi che l’UNRWA fornisce o non fornisce, ma piuttosto sui principi politici e giuridici su cui si basa la sua esistenza.

Quando entrai nella scuola dell’UNRWA ottenni anche la mia prima tessera alimentare. La usavo raramente alla “tu’meh” (letteralmente “alimentazione”) – il centro alimentare dell’UNRWA nel nostro campo profughi. Fin da molto piccolo detestavo quell’esperienza. Non ci tenevo a una fettina di pane secco, mezzo uovo e mezza mela. Stare in coda in quella lunga fila di bambini poveri alla ‘tu’meh’ – un posto che puzzava di migliaia di uova sode – non era mai un’ esperienza piacevole.

Qualche settimana dopo diedi di nascosto la mia tessera alimentare ad un altro compagno povero, un ragazzo beduino che si chiamava Hamdan, la cui famiglia non aveva ottenuto lo status di rifugiati. Non fu un gesto virtuoso da parte mia; il cibo dell’UNRWA era semplicemente disgustoso.

Si, nonostante i tetti della scuola che perdono acqua ed il pane raffermo, l’UNRWA è stata e rimane fondamentale ed insostituibile. Per quanto riguarda Israele, i rifugiati dovevano essere “imprecisati” – in effetti, era quello il termine preciso scritto sul mio lasciapassare emesso da Israele nello spazio riservato alla nazionalità. I fondatori di Israele preconizzavano un futuro in cui i rifugiati palestinesi alla fine sarebbero svaniti, scomparendo all’interno della vasta popolazione del Medio Oriente. Settant’anni dopo, gli israeliani si cullano ancora in quella stessa illusione.

Ora, con l’aiuto dell’amministrazione USA di Donald Trump ostile ai palestinesi, stanno programmando campagne ancor più sinistre per far sì che i rifugiati palestinesi svaniscano, attraverso la distruzione dell’UNRWA e la ridefinizione dello status di rifugiati di milioni di palestinesi. Negando all’UNRWA gli stanziamenti di cui ha urgente bisogno, Washington intende imporre una nuova realtà, in cui né i diritti umani né il diritto internazionale o l’etica contano qualcosa.

Che cosa ne sarà dei rifugiati palestinesi sembra non avere importanza per Trump, per il suo genero e consigliere Jared Kushner e per gli altri dirigenti USA. Gli americani stanno ora a guardare con insolenza, sperando che la loro cinica strategia costringa alla fine in ginocchio i palestinesi, in modo che si sottomettano definitivamente ai dictat del governo israeliano.

Gli israeliani vogliono che i palestinesi rinuncino al loro diritto al ritorno per raggiungere la “pace”. La “visione” condivisa tra israeliani e americani per i palestinesi significa sostanzialmente l’imposizione dell’apartheid. Il mio popolo non l’accetterà mai.

L’ultima follia di USA e Israele si dimostrerà vana. In passato, le successive amministrazioni USA hanno fatto tutto quel che potevano per sostenere Israele e punire gli intransigenti palestinesi. Tuttavia il diritto al ritorno è rimasto la forza trainante dietro la resistenza palestinese, come ha dimostrato all’inizio di quest’anno la ‘Grande Marcia del Ritorno’ a Gaza.

Tutto il denaro che c’è nei forzieri di Washington non estirperà mai ciò che ora è una fede profondamente radicata nei cuori e nelle menti di milioni di rifugiati in tutta la Palestina, nel Medio Oriente e nel mondo.

Molti anni dopo essere entrato nel sistema educativo dell’UNRWA, ancora mi identifico con il bambino UNRWA che sono stato. Mi chiedo che cosa ne sia stato del mio vecchio banco nella mia prima aula della scuola. È crollato sotto il peso degli anni e delle successive guerre?

Se esiste ancora, spero davvero che i miei scarabocchi ci siano ancora. Ho inciso una mappa della Palestina storica, l’ho circondata di una corona di fiori e vi ho scritto sotto: Ramzy Baroud. Palestina. Libertà. Giustizia. Resistenza. Raed Muanis. Raed era un mio amico, vicino di casa e anche lui bambino UNRWA, ucciso dai soldati israeliani che lo avevano visto correre con una piccola bandiera palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Ramzy Baroud è un giornalista internazionalmente accreditato, esperto di media, scrittore.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

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Rapporto OCHA del periodo 11- 24 settembre (due settimane)

Nella Striscia di Gaza, durante gli eventi legati alla “Grande Marcia del Ritorno”, nove palestinesi, tra cui tre minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane e altri 829 sono rimasti feriti.

Quattro delle vittime, tre uomini e un ragazzo, sono stati uccisi durante le manifestazioni che si sono svolte venerdì 14 e venerdì 21 settembre, vicino alla recinzione; manifestazioni che hanno visto un aumento significativo del numero complessivo di partecipanti. Le altre vittime palestinesi sono state registrate durante eventi aggiuntivi che hanno iniziato a tenersi con regolarità: manifestazioni notturne vicino alla recinzione (un uomo e un ragazzo uccisi); tentativi di rompere il blocco navale [israeliano] (un uomo ucciso); dimostrazioni vicino al valico pedonale di Erez con Israele (un uomo ucciso). Un altro ragazzo di 16 anni è morto per le ferite riportate durante una precedente manifestazione svolta all’inizio di agosto (non incluso nel totale). Secondo il Ministero della Salute di Gaza, delle 829 persone ferite durante il periodo di riferimento, 629 sono state ricoverate in ospedale; fra queste, 261 (41%) sono state colpite da armi da fuoco, mentre le rimanenti sono state curate sul campo. Tra i feriti, 97 erano minori, 59 dei quali colpiti da armi da fuoco, e 6 donne, di cui tre colpite da armi da fuoco.

Sempre durante le manifestazioni del 14 settembre, un soldato israeliano è rimasto ferito e una scuola dell’UNRWA è stata danneggiata. Secondo fonti israeliane, i palestinesi hanno lanciato una serie di bottiglie incendiarie e due granate contro le forze israeliane dispiegate lungo la recinzione, ferendo un soldato. In una zona ad est di Khan Younis, forze israeliane hanno sparato con cannone da carro: il proiettile ha colpito il muro di una scuola dell’UNRWA, danneggiando due aule; non sono stati segnalati feriti, ma le lezioni sono state sospese per un giorno.

Altri due palestinesi, tra cui un ragazzo di 16 anni, sono stati uccisi da un attacco aereo israeliano contro un gruppo di palestinesi che, di notte, si erano avvicinati alla recinzione di sicurezza. L’episodio è avvenuto il 17 settembre, a nord-est di Khan Younis.

Nelle Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare al largo della costa di Gaza, le forze israeliane hanno aperto il fuoco in almeno 33 casi non collegati alle dimostrazioni. Non sono state segnalate vittime, ma il lavoro di agricoltori e pescatori è stato interrotto. In due casi distinti sono stati arrestati tre pescatori e un ragazzo che, secondo quanto riferito, stava tentando di infiltrarsi in Israele. Inoltre, in quattro occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza e hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, nel corso di due aggressioni con coltello di cui si è avuta notizia, sono rimasti uccisi un presunto aggressore palestinese e un colono israeliano. Il 16 settembre, presso il raccordo stradale di Gush Etzion (Hebron), un ragazzo palestinese di 17 anni ha accoltellato e ucciso un colono israeliano; successivamente il giovane è stato colpito con arma da fuoco e poi arrestato dalle forze israeliane. Nel secondo caso, il 18 settembre, a Gerusalemme Est, un palestinese di 26 anni è stato colpito a morte dalle forze israeliane dopo aver tentato, a quanto riferito, di pugnalare un israeliano con cui aveva avuto un alterco; in questa circostanza non sono stati segnalati israeliani feriti. Il corpo del presunto aggressore è stato trattenuto dalle autorità israeliane, insieme ai corpi di almeno altri 16 uccisi nei mesi precedenti, in circostanze simili. Dall’inizio del 2018, durante attacchi e presunti attacchi palestinesi, sono stati uccisi sette israeliani e sette aggressori e presunti aggressori palestinesi.

Sempre in Cisgiordania, in diversi episodi, sono stati feriti dalle forze israeliane 103 palestinesi, tra cui 56 minori. Quattordici dei ferimenti, tra cui quello di due minori, sono avvenuti a Ras Karkar (Ramallah) durante le manifestazioni contro la costruzione su proprietà privata palestinese di una nuova strada destinata ai coloni; durante le dimostrazioni settimanali contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni all’accesso a Kafr Qaddum (Qalqiliya), e contro la Barriera e l’espansione degli insediamenti a Bil’in (Ramallah). Nell’area controllata da Israele della città di Hebron, per la seconda settimana consecutiva, le forze israeliane hanno lanciato lacrimogeni nel cortile di una scuola, creando lesioni a 49 minori ed un insegnante. Secondo fonti israeliane, questo fatto è stato conseguente al lancio di pietre, provenienti dal complesso scolastico, contro le forze israeliane. In seguito all’ingresso di israeliani in siti religiosi della Cisgiordania, altri 19 palestinesi sono rimasti feriti in tre scontri con le forze israeliane.

Il 18 settembre, un palestinese di 24 anni è morto in custodia israeliana dopo essere stato presumibilmente picchiato durante l’arresto avvenuto nello stesso giorno in casa sua, nel villaggio di Beit Rima (Ramallah). Non sono ancora stati resi noti i risultati dell’autopsia effettuata dalle autorità israeliane. Nel complesso, in Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 132 operazioni di ricerca, sei delle quali hanno provocato scontri e 15 dei 103 feriti indicati nel paragrafo precedente. Sono stati arrestati un totale di 128 palestinesi, tra cui 15 minori. Il governatorato di Hebron ha registrato il maggior numero di operazioni.

In Area C e Gerusalemme Est, a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, o costretto i proprietari a demolire, dieci strutture. Cinque delle strutture prese di mira erano state costruite da attivisti in solidarietà con la comunità beduina di Khan al Ahmar-Abu al-Helu, a rischio di demolizioni di massa e trasferimento forzato (vedi sotto); quattro strutture, non residenziali, si trovavano nel villaggio di Rantis (Ramallah). A Gerusalemme Est, una famiglia palestinese è stata costretta ad autodemolire un ampliamento della propria casa, provocando lo sfollamento di quattro minori. Con le stesse motivazioni, sono stati emessi ordini di demolizione e di blocco-lavori per almeno altre otto strutture situate in tre comunità dell’Area C.

Il 23 settembre, le autorità israeliane hanno avvertito ufficialmente i residenti della comunità di Khan al Ahmar-Abu al-Helu (35 famiglie: 188 persone, metà minori) che dovranno autodemolire le loro case e altre strutture entro il 1° ottobre; in caso contrario lo faranno le autorità. L’avvertimento segue una sentenza definitiva dell’Alta Corte di Giustizia israeliana, del 5 settembre, che consente [alle autorità israeliane] di procedere alle demolizioni. La comunicazione informa inoltre i residenti che le autorità forniranno assistenza (compreso il trasporto verso un sito di trasferimento) a coloro che rispetteranno l’ordinanza. Nel frattempo, il 14 settembre, le autorità hanno bloccato la principale strada sterrata che porta alla Comunità, innescando scontri con attivisti, mentre il 21 settembre, hanno impedito che una clinica sanitaria mobile potesse accedere alla Comunità.

Nove attacchi da parte di coloni e di altri israeliani hanno provocato il ferimento di tre palestinesi e danni a proprietà palestinesi. Nella zona H2 della città di Hebron, coloni israeliani hanno aggredito con spray al peperoncino un ragazzo palestinese di 11 anni che giocava vicino alla propria casa. Nei pressi del villaggio di Jamma’in (Salfit), altri due palestinesi sono stati colpiti con pietre e feriti da coloni israeliani. Circa 200 ulivi, a quanto riferito, sono stati vandalizzati da coloni israeliani in tre diversi episodi accaduti in At Tuwani (Hebron) e Al Mania (Betlemme). In altri quattro separati episodi, a Khallet Sakariya (Betlemme) e Jalud (Nablus), coloni israeliani hanno vandalizzato veicoli palestinesi, tra cui imbrattamenti con scritte tipo: “questo è il prezzo [che dovete pagare]” e la foratura dei pneumatici di cinque veicoli. La violenza dei coloni è in aumento dall’inizio del 2018, con una media settimanale di cinque attacchi risultanti in ferimenti o danni a proprietà, rispetto ad una media di tre nel 2017 e di due nel 2016.

In Cisgiordania, vicino a Gerusalemme, Betlemme e Ramallah, secondo fonti israeliane, in almeno quattro occasioni, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani causando danni ad almeno quattro veicoli privati; a Gerusalemme, in uno di questi episodi, un colono israeliano è rimasto ferito.

In occasione delle festività ebraiche, tra il 24 settembre e il 2 ottobre, le autorità israeliane hanno annunciato l’interdizione del transito di persone attraverso il valico di Erez (tra Israele e la Striscia di Gaza). Il provvedimento avrà effetto per tutti i palestinesi possessori di permessi, con esclusione dei casi di emergenza.

Il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, ha aperto in entrambe le direzioni per nove giorni, e in una direzione (verso Gaza) solo per un giorno. Un totale di 1.946 persone sono state autorizzate a entrare a Gaza e altre 2.966 persone sono uscite.

þ

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Venerdì di sangue mentre Gaza segna sei mesi di proteste

Maureen Clare Murphy

29 settembre 2018, The Electronic Intifada

Venerdì ha segnato quella che il ministro della Salute di Gaza ha definito come la singola giornata più sanguinosa delle proteste della “Grande Marcia del Ritorno” dal 14 maggio, quando le forze di occupazione israeliane hanno ferito a morte più di 60 palestinesi.

Venerdì sette palestinesi, tra cui due minori, sono stati uccisi, a due giorni dal compimento di sei mesi dall’inizio delle proteste.

I due bambini sono stati identificati come Nasir Azmi Musbah, 11 anni, colpito alla testa a est di Khan Younis, e Muhammad Nayif Yusif al-Hawm, 14 anni, colpito al petto a est di Bureij.

A Bureij, nel centro di Gaza, è stato ucciso anche un adulto, Muhammad Ashraf al-Awawdeh, 25 anni, colpito al petto da un proiettile vero. E nel sud, a Khan Younis, Muhammad Ali Muhammad Inshasi, 18 anni, è stato colpito allo stomaco.

Altri tre sono stati uccisi a est di Gaza City: Iyad Khalil Ahmad al-Shaer, 18 anni, colpito al petto; Muhammad Bassam Muhammad Shakhsa, 24 anni, colpito alla testa; Muhammad Walid Haniyeh, 32 anni, colpito al volto.

Secondo l’associazione per i diritti umani “Al Mezan”, con sede a Gaza, durante le proteste di venerdì più di 250 palestinesi sono rimasti feriti, 163 dei quali da pallottole vere, compresi 20 minori.

Secondo “Al Mezan” tra i feriti ci sono un paramedico e quattro operatori dei media, compreso il giornalista Haneen Mahmoud Suleiman Baroud, 23 anni, colpito direttamente alla testa da un candelotto lacrimogeno.

Un video pubblicato da mezzi di informazione palestinesi mostra i momenti successivi al ferimento di un uomo alla nuca durante le proteste a est di Gaza City venerdì.

L’uomo era insieme a un gruppo che comprendeva anche donne e bambini che sventolavano bandiere nei pressi della barriera lungo il confine tra Gaza e Israele.

Non è risultato subito chiaro se l’uomo ferito fosse tra quanti sono morti in seguito alle ferite riportate.

I media palestinesi hanno anche reso pubblico un video che mostra un’infermeria che si dispera sul corpo di suo fratello Nasir Azmi Misbah, il bambino ucciso, nella sala mortuaria di un ospedale.

Al Mezan” condanna il “persistente silenzio della comunità internazionale” che incoraggia la prosecuzione delle uccisioni “senza nessun timore di conseguenze.”

Dopo la sua morte, le foto dell’undicenne Nasir Azmi Musbah sono state diffuse nelle reti sociali.

150 uccisi durante le proteste

L’uso di forza letale contro manifestanti disarmati di venerdì da parte di Israele è tipico delle sue azioni nel corso della “Grande Marcia del Ritorno”, durante la quale più di 150 palestinesi sono stati uccisi, compresi 28 minori, 3 persone con disabilità, 3 paramedici e 2 giornalisti.

Oltre a quanti sono morti durante le proteste, dal 30 marzo altri 52 palestinesi di Gaza sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane e Israele sta trattenendo i corpi di 10 di essi.

Il fuoco letale contro manifestazioni di massa a Gaza è oggetto di una continua indagine avviata dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, a cui questa settimana è stato detto da gruppi per i diritti umani che non ci sono prove che neppure un solo dimostrante ucciso da Israele durante la “Grande Marcia del Ritorno” fosse armato.

La violenza israeliana ha anche provocato un avvertimento senza precedenti da parte della procura generale della Corte Penale Internazionale, che ha affermato che i dirigenti israeliani potrebbero dover affrontare un processo per l’uccisione di manifestanti disarmati.

La procuratrice, Fatou Bensouda, questa settimana a New York, durante l’Assemblea Generale dell’ONU, si è incontrata con il ministro degli Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese Riyad al-Maliki.

L’economia di Gaza “in caduta libera”

Questa settimana la Banca Mondiale ha affermato che l’economia di Gaza è “in caduta libera” in seguito a più di un decennio di blocco, ad una serie di attacchi militari israeliani e alla divisione interna tra le fazioni palestinesi.

L’economia di Gaza ha subito una contrazione del 6% nel primo trimestre di quest’anno, “con indicazioni di un ulteriore peggioramento da allora.”

Il risultato è una situazione allarmante, con una persona su due che vive in povertà e il tasso di disoccupazione a più del 70% della sua popolazione giovanile, che rappresenta la maggioranza,” ha aggiunto la Banca Mondiale.

La situazione economica e sociale a Gaza è andata peggiorando per oltre un decennio, ma è crollata negli ultimi mesi ed ha raggiunto un punto critico,” ha sostenuto Marina Wes, direttrice [della Banca Mondiale] per la Cisgiordania e Gaza.

Una crescente frustrazione sta alimentando maggiori tensioni che hanno già iniziato a sfociare in rivolta e a riportare indietro lo sviluppo umano della vasta popolazione giovanile della regione.”

L’inviato dell’ONU per il Medio Oriente Nickolay Mladenov la scorsa settimana ha detto al Consiglio di Sicurezza che “la crisi energetica a Gaza sta arrivando a un punto critico” in quanto le ultime riserve di carburante per tenere in funzione la sanità d’urgenza e le strutture idriche e fognarie fornite a Gaza si sono esaurite, con una mancanza di elettricità di circa 20 ore al giorno.

Ha aggiunto che medicine indispensabili “sono ad un livello minimo critico, con circa metà dei farmaci essenziali con scorte di meno di un mese e il 40% totalmente esaurite.”

Nel contempo il commissario generale dell’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, martedì ha detto che l’ente ha fondi sufficienti per tenere aperti scuole e ambulatori solo fino a metà ottobre.

Abbiamo ancora bisogno di circa 185 milioni di dollari per riuscire a garantire che tutti i nostri servizi, il sistema educativo, le cure mediche, i servizi di sostegno e sociali e il nostro lavoro d’emergenza, soprattutto in Siria e a Gaza, possano continuare fino alla fine dell’anno,” ha aggiunto Pierre Krähenbühl.

Due terzi dei due milioni di abitanti di Gaza sono rifugiati da terre dall’altra parte del confine con Israele. Più di metà degli abitanti di Gaza riceve aiuti alimentari dall’UNRWA, il cui bilancio per questi aiuti entro la fine dell’anno sarà esaurito.

Attualmente l’ONU fornisce aiuti alimentari a 1,3 milioni di persone a Gaza, rispetto alle sole 130.000 del 2005.

Lo scorso mese gli USA hanno annunciato che avrebbero smesso di finanziare l’UNRWA dopo aver congelato 300 milioni di dollari in aiuti a gennaio, facendo precipitare l’agenzia in una crisi finanziaria senza precedenti.

Gli USA hanno anche deciso di tagliare di altri 200 milioni di dollari l’aiuto bilaterale per la Cisgiordania e Gaza.

Nel contempo venerdì è stato avviato un procedimento contro gli USA presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia in merito allo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, che l’Autorità Nazionale Palestinese di Ramallah afferma essere una violazione della Convenzione di Vienna [sulle relazioni diplomatiche e consolari, ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)




Proteste sulla costa di Gaza: un palestinese ucciso, altri 90 feriti

Palestine Chronicle

25 settembre 2018

Un palestinese di 21 anni è stato ucciso e altri 90 feriti lunedì sera, quando le forze israeliane hanno sparato proiettili veri contro le proteste nel nord della Striscia di Gaza assediata.

Centinaia di manifestanti palestinesi hanno raggiunto la barriera di confine navale a nord di Gaza vicino alla spiaggia di Zikim per partecipare ad una protesta con le barche partita dal porto di Gaza nel tentativo di rompere l’assedio che dura da quasi 12 anni.

Si sono visti manifestanti sventolare bandiere palestinesi e gettare in mare decine di copertoni incendiati come parte della protesta, mentre le forze israeliane hanno ripetutamente sparato proiettili veri e candelotti lacrimogeni verso i manifestanti e le barche.

Il ministero palestinese della Sanità di Gaza ha confermato che un palestinese, identificato come Muhammad Fayiz Abu al-Sadeq, è stato colpito ed ucciso dalle forze israeliane.

Il ministero ha confermato che altri 90 palestinesi sono stati feriti; le condizioni di salute dei manifestanti feriti restano ignote.

Altre fonti aggiungono che un fotoreporter, Muntaser al-Sawwaf, dell’agenzia turca di notizie Anadolu, è stato ferito da un candelotto lacrimogeno israeliano mentre riprendeva le proteste; anche la sua videocamera è stata danneggiata da un proiettile vero.

Come parte dell’assedio israeliano dell’enclave costiera dal 2007, l’esercito israeliano, adducendo preoccupazioni per la sicurezza, impone che i pescatori palestinesi della Striscia di Gaza operino entro una limitata “zona di pesca prestabilita”, i cui esatti limiti vengono decisi dalle autorità israeliane e sono stati modificati nel corso del tempo.

Negli anni sono stati fatti molti tentativi di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul perdurante assedio della Striscia di Gaza e di violarlo, con imbarcazioni che cercavano sia di far rotta verso Gaza che di uscire da Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rivendicare la dimensione politica della narrazione palestinese

Hazem Jamjoum

12  settembre 2018, Al Shabaka

Nota del redattore: questo articolo inaugura il “Circolo sulle Politiche di narrazione e dibattito” di Al-Shabaka, un gruppo di analisti politici di Al-Shabaka che collabora al di là dei confini per affrontare la questione se i palestinesi debbano avere una sola e legittima narrazione e, se sì, quale dovrebbe essere. Il circolo politico di Al-Shabaka è un tentativo metodologico specifico di coinvolgere un gruppo di analisti in studi e riflessioni sul lungo periodo intorno ad un punto di fondamentale importanza per il popolo palestinese.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), un tempo incarnazione del movimento di liberazione palestinese, si è praticamente trasformata in un’entità non sovrana – l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) – che che svolge il ruolo di carceriere di un arcipelago di prigioni nella Cisgiordania occupata. La frattura prodotta da questa trasformazione si è manifestata nella società palestinese in tutto il mondo in una serie di gravi lacerazioni nella narrazione storica palestinese. Nel 25° anniversario dell’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese, questo articolo fa il punto su uno scenario fra i più significativi per il prosieguo della lotta di liberazione, nonostante la resa dell’OLP a Oslo, e cioè gli approcci alla liberazione basati sui diritti, e ne valuta i pro e contro.1

Trattando di comunità di persone, “narrazione” è la “nostra” storia, chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando e perché.

Ovunque vi sia stata una dominazione straniera, sono invariabilmente emersi movimenti nazionali anticolonialisti, rivendicando spesso la narrazione immaginaria di un idilliaco passato pre-coloniale (e anacronisticamente nazionale). Questo passato, ci dice la narrazione, è stato lacerato dalla brutalità del colonizzatore e può essere superato solo da un’eroica lotta anti-coloniale che conduca alla liberazione. Questa liberazione è spesso immaginata nella forma di uno Stato indipendente, sovrano e immancabilmente nazionale.

Il “politico” è espressione del potere in un corpo sociale. Per quanto esteso possa essere questo potere, si coagula in specifici assi di interazione che creano gerarchie complesse e concentrate di privilegi e marginalità, condizionando così il limite entro cui gruppi e individui possono costruire la propria storia.2

In effetti, il politico è un luogo di lotta in costante cambiamento. Nei contesti coloniali le linee di potere nazionali e razziali diventano così importanti nelle narrazioni tanto dei colonizzatori quanto dei colonizzati da appiattire sia le società coloniali che quelle native: le strutture interne di subordinazione – come la supremazia maschile in entrambe le società – sono superate dalla narrazione nazionale e rimandate ad una utopica data futura, al “Giorno dell’Indipendenza”, quando l’asse di subordinazione ” principale” (leggi: coloniale) cesserà di esistere.

Nella maggior parte dei casi in Asia, Africa e America Latina, la transizione postcoloniale ha comportato la trasformazione delle leadership della liberazione in un nuovo genere di dispotismo.3 Questi gruppi dirigenti hanno indossato il mantello della lotta mentre svolgevano corrotte attività di autoritarismo in quanto Stati sovrani in un contesto neo-coloniale – e dal 1980, anche neoliberista. Per i palestinesi queste nuove forme di dominazione e immiserimento strutturali agiscono aggravando la brutalità dell’espansione coloniale in corso, intensificata dal fatto che le strutture dell’Autorità Nazionale Palestinese sono la prima linea di difesa di Israele, in conformità agli accordi di pace di Oslo.

L’approccio basato sui diritti: cedere la politica all’Autorità Nazionale Palestinese

Cercando di superare l’impasse costituito dagli accordi di Oslo e dal grave squilibrio di potere militare e diplomatico che ha portato a quello storico atto di sottomissione, alcuni palestinesi inseriti strategicamente nel fiorente settore delle ONG hanno visto nel sistema giuridico internazionale una possibilità di liberazione. Mosso dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale, quest’ultimo ha sottolineato il diritto di individui e comunità ad essere liberi da crudeltà e dominazioni arbitrarie. L’adozione da parte palestinese di una strategia “basata sui diritti” per contrastare l’impasse di Oslo aveva lo scopo di aggirare il monopolio internazionale dell’ANP come rappresentante dei palestinesi.

Questo approccio ha riunito insieme gruppi e individui dell’intero spettro politico e istituzionale in un amalgama che è arrivato ad autodefinirsi “società civile” palestinese. Questa tendenza ha evitato di rivendicare una rappresentanza politica dei palestinesi, concentrandosi invece sulla rappresentanza “civile”, morale-giuridica. L’ANP e la “società civile” hanno quindi iniziato una elegante ‘dabka’ (danza palestinese, ndtr.): la difesa basata sui diritti eviterebbe di pestare i piedi ai politici, lasciando all’ANP la scelta delle campagne che rientrano nella propria narrazione in quanto tutore delle preoccupazioni nazionali palestinesi, pur mantenendo i piedi ben piantati nei pragmatici anti-principi della divisione e dell’irrisolto processo di pace.

Questa strategia della società civile basata sui diritti ha avuto un grande successo, come ben si vede nel prolungato slancio delle campagne di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), nonostante che la crisi di legittimazione della leadership sia dell’OLP che dell’ANP abbia contrassegnato gli ultimi decenni di politica palestinese. Sottolineo la parola “nonostante” perché la dirigenza dell’Autorità Palestinese ha regolarmente adottato misure per sabotare l’azione della campagna BDS. I successi basati sui diritti, tuttavia, hanno avuto un costo: spostando l’enfasi sull’ambito giuridico, la lotta palestinese, almeno su scala internazionale, rischia di perdere di vista la sua natura fondamentalmente politica.

Questo è esemplificato dalla frase: “Chiediamo il diritto al ritorno”. È  una formula che omette di dire che i palestinesi espulsi hanno già diritto al ritorno. La richiesta politica dovrebbe essere il ritorno effettivo dei palestinesi e, insieme ad esso, tutte le conseguenze politiche per un progetto coloniale che nega questo ritorno per scopi di ingegneria demografica di supremazia razziale. Se qualcuno ti sequestra, il problema non è che il tuo diritto alla libertà sia stato violato, ma che non sei più libero.

Le implicazioni più generali del cedere “il politico” all’ANP nell’arena internazionale non si limitano al modo in cui concettualizziamo e formuliamo obiettivi di liberazione della Palestina, quali esigere il ritorno oppure rivendicare il diritto al ritorno. Dato il primato del nazionalismo nella narrazione OLP-ANP (“Siamo la Nazione palestinese, abbiamo diritto a uno Stato palestinese”), quali sedi abbiamo per discutere di classe, genere e liberazione sessuale all’interno della società palestinese in tutto il mondo?

Come ci relazioniamo con le lotte regionali e globali per la giustizia socio-politica, e come vogliamo che si relazionino con noi? È una questione di particolare importanza, poiché la maggior parte dei palestinesi ha sperimentato le deportazioni della perdurante Nakba e continua a condurre la lotta di liberazione oltre i confini del territorio sotto il controllo coloniale israeliano.

A un certo livello, concentrare l‘attenzione sul formalismo del diritto ci priva del linguaggio e dello spazio per pensare sino in fondo a queste domande. Ad un altro livello, questi ambiti giuridici hanno un significativo effetto determinante su quali movimenti e strutture politiche scegliamo come alleati e, soprattutto, su come e su quali basi impostiamo tali alleanze e rapporti di solidarietà. La ben nota American Civil Liberties Union [Unione Americana per le Libertà Civili, potente Ong statunitense che si occupa di diritti civili e libertà individuali, ndtr.] (ACLU) può essere un alleato potente e molto apprezzato per arginare l’ondata di violazioni dei diritti costituzionali che, per esempio, gli organizzatori BDS devono affrontare negli Stati Uniti. Tuttavia, c’è una chiara linea oltre la quale un’istituzione professionale con un mandato legale come l’ACLU non può andare – una linea che si ferma molto prima di porre pubblicamente la propria autorità a favore di una “causa controversa” come la liberazione palestinese.

Un movimento popolare organizzato come i “Dream Defenders” [‘Difensori di Sogni’, organizzazione americana per i diritti umani, ndtr.], al contrario, , non si pone simili limiti. Non si impegna per la liberazione palestinese in quanto galvanizzato dalle sfumature dell’esegesi del diritto internazionale sfornata dalla società civile palestinese. Secondo l’analisi dei ‘ “Dream Defenders”, la lotta palestinese è una lotta politica contro l’ingiustizia di un colonialismo di insediamento razzista, che assomiglia e gode di una “relazione speciale” con lo Stato coloniale razzista che i “Dream Defenders” contrastano con la propria lotta. La linea che distingue il sostegno istituzionale dalla solidarietà nella lotta raramente è sottile: segna la differenza tra i contributi attentamente pianificati da parte di soggetti consolidati e la solidarietà che rischia in prima persona di coloro che non hanno nulla da perdere se non le proprie catene.

La politica dei diritti, dei gentleman della legge e delle istituzioni legali, ha offerto alla “società civile” palestinese un modo per aggirare l’impasse di Oslo permettendo ai suoi leader – e ai nostri unici legittimi rappresentanti – l’accesso alla buona società.4 Questo è potuto accadere a costo di abbassare la guardia, e cioè ad una condizione per cui l’ordine legale internazionale stabilisce non solo un limite alle nostre richieste politiche, ma anche il linguaggio che usiamo nel ragionarci immaginando cosa possa significare per noi liberazione. Questo basso livello, o “giuristizzazione” e depoliticizzazione della politica palestinese ha fatto sì che istituzioni ben finanziate e altamente professionalizzate – quelle, come l’ACLU, con il massimo da perdere in termini di accessi, finanziamenti e problemi di pubbliche relazioni – diventino sia partner privilegiati che modelli per la nostra stessa organizzazione politica quando ci imbarchiamo in una “difesa” basata sui diritti.

È un’ulteriore ragione per cui l’Autorità Nazionale Palestinese non percepisce alcuna minaccia al suo ruolo in prima linea di difesa del colonialismo israeliano di insediamento dalle campagne basate sui diritti: tali campagne operano con la stessa logica, linguaggio e limiti del compromesso tra gentiluomini che l’OLP ha adottato nella sua metamorfosi in ANP. Faremmo bene a ricordare che ogni grande vittoria palestinese non avrebbe potuto essere raggiunta senza i sacrifici dei poveri “Andala” [popolare figura di bambino palestinese ideata dal famoso artista vignettista Naji Al- Ali, ucciso nel 1987, ndtr.] della società palestinese, all’interno e all’esterno del territorio della Palestina del Mandato [britannico]. Anche se alcuni indossano collane con Andala, che valgono più di tutto quello che ci vuole a mantenere per diversi mesi la famiglia di un bambino rifugiato, ciò non dovrebbe farci dimenticare che ogni grande resa palestinese è stata il prodotto dei compromessi fra gentleman della buona società.

Consideriamo, ad esempio, la centralità dei lavoratori e dei contadini nello sciopero generale del 1936 e la rivolta armata che durò fino al 1939, e il ruolo delle grandi famiglie di proprietari terrieri palestinesi nel porre fine a entrambi i movimenti di massa. Si potrebbe anche confrontare il servizio di intelligence libanese (il temuto deuxième bureau [secondo ufficio]) – contro il quale si ribellò il movimento dei rifugiati palestinesi perché venisse cacciato dai campi in Libano negli anni Sessanta – all’attuale ruolo dell’ “ambasciata” dell’OLP in Libano, che agevola la raccolta di informazioni e il monitoraggio dei palestinesi in quel paese. È molto più importante in questo articolo contrapporre il movimento di massa dei palestinesi da entrambi i lati della “Linea Verde” [il confine tra Israele e i Territori Palestinesi Occupati, ndtr.] iniziato negli anni Settanta e culminato nell’Intifada del 1987 al ruolo della danarosa élite palestinese nel sostenere “la pace dei coraggiosi” [definizione data da Arafat agli accordi di Oslo, ndtr.].

Cosa succede alle campagne BDS? Al massimo, ci dovrebbe essere maggiore partecipazione e sostegno al BDS, specialmente da parte di coloro che ne riconoscono le possibilità politiche e i limiti nella cornice legale. È ben oltre il mandato delle campagne BDS affrontare le politiche sociali delle comunità palestinesi, per non parlare della politica delle strategie di liberazione e delle “soluzioni”. Le organizzazioni BDS non pretendono di essere organizzazioni rappresentative o assemblee, anzi, non possono esserlo, e dal momento che prendono di mira prevalentemente terze parti –imprese, fondi di investimento, istituzioni culturali, accordi interstatali – che non sono né lo Stato israeliano né il regime collaborazionista palestinese, non possono essere ritenute responsabili dei fallimenti del movimento di liberazione in generale.

È altrettanto importante rendersi conto che il tentativo di rendere Israele moralmente e legalmente responsabile a livello internazionale non è una politica in sé e per sé, meno che mai una strategia di liberazione. È una tattica ausiliaria che, al massimo, contribuisce a creare le giuste condizioni per una lotta politica che ponga fine al progetto sionista di insediamento coloniale che ha istituito uno Stato etnico esclusivista e patriarcale in Palestina. Ciò che ho cercato di evidenziare qui sono le insidie dell’elevare una tattica – l’uso di forum e istituzioni legali internazionali a sostegno degli obiettivi di liberazione – allo stato di strategia della liberazione. Vale la pena notare che la tattica della “lotta armata” ha goduto di una simile esaltazione in quanto soluzione mirabolante che avrebbe liberato la Palestina.

Alla ricerca di una narrazione della mobilitazione politica per arrivare alla liberazione

Come accennato, quando i movimenti di liberazione basano le loro strategie di liberazione e le loro narrazioni sulla solidarietà delle istituzioni internazionali, sono costretti a rispettare la lingua e la logica di quelle istituzioni. Una delle migliori illustrazioni storiche di ciò viene proprio dall’esperienza dell’OLP. Dopo la guerra del 1967, il principio della spartizione della Palestina raggiunse lo status del “consenso internazionale” attraverso le interpretazioni della risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [che prevedeva il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati e il reciproco riconoscimento degli Stati, ndtr.]. Molti Stati arabi erano davvero ansiosi di sottoscriverlo, per eludere l’OLP e parlare in nome dei palestinesi accettando quel consenso a nome dei palestinesi. La spartizione è stata praticamente data come precondizione per il riconoscimento internazionale dell’OLP come unico rappresentante legittimo del popolo palestinese, e la leadership dell’OLP ha visto quella legittimazione come condizione preliminare per la liberazione. In altre parole, non ci sarebbe stato alcun discorso di “pistola e ramo d’ulivo” da parte di Yasser Arafat all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel novembre 1974 se la Lega Araba non avesse appoggiato l’OLP come detentore del monopolio politico palestinese al summit di Rabat un mese prima. Tale riconoscimento, a sua volta, non si sarebbe verificato se l’OLP non avesse avallato ufficialmente la spartizione della Palestina nel suo programma di dieci punti del giugno 1974.

Anche con il senno di poi, non possiamo biasimare del tutto Arafat per aver riconosciuto sia la debolezza dell’OLP nello squilibrio internazionale del potere quanto il pericolo che altre entità più potenti potessero usurpare il diritto ad una rappresentanza autonoma che i palestinesi avevano faticato tanto a conquistare. Allo stesso modo, i rappresentanti politici palestinesi negli anni 2000 hanno dovuto trovare un modo per eludere la dura realtà dei fatti, cioè che il programma del 1974 avesse dato il via alla trasformazione della leadership politica palestinese in un’appendice del potere coloniale di insediamento mantenendone il monopolio sulla rappresentanza politica palestinese. Analogamente, posto che operare nell’ambito della società civile globale richiede il linguaggio del diritto internazionale e il consenso internazionale come base comune per la comunicazione e il processo decisionale, non possiamo criticare i sostenitori delle campagne basate sui diritti di fare tutto il possibile per usare l’accordo internazionale riguardo ai diritti umani per accusare Israele delle sue violazioni.

Piuttosto che cercare un capro espiatorio, spero invece di trasmettere l’urgenza di promuovere forum e azioni in cui le questioni politiche siano al centro dell’attenzione, al di sopra e al di là delle limitazioni a livello nazionale o del consenso dell’opinione pubblica internazionale. Non è un invito ad abbandonare il diritto internazionale. Piuttosto, si vuole sostenere il ritorno allo spirito originario dell’Intifada del 2000, quando i leader che sarebbero diventati la “società civile palestinese” stavano formulando insieme sia gli inizi del BDS che i modi di usare il regime legale internazionale per aggirare l’impasse politica di Oslo.

Nel 2004, quando la Corte Internazionale di Giustizia emise il suo verdetto [di condanna, ndtr.] sulle conseguenze del muro di separazione di Israele, l’ormai famoso romanziere China Miéville [scrittore, fumettista, saggista ed attivista britannico, ndtr.] stava concludendo il suo libro Between Equal Rights. Dopo essersi informato sul modo in cui gli organizzatori politici palestinesi cercavano di rispondere alla storica sentenza, prima che andasse in stampa Miéville ha aggiunto al manoscritto quanto segue:

… proprio memori della realtà politica che sta alla base della concezione e stesura del diritto internazionale, i palestinesi sono pronti a mettere da parte la “legalità internazionale” della loro stessa vittoria giudiziaria internazionale per tentare invece di usarla per mobilitare l’opinione pubblica extra-legale. È la consapevolezza che è la pressione popolare dal basso piuttosto che il diritto internazionale a rappresentare la migliore speranza per la causa palestinese e che la sentenza giudiziaria internazionale più “progressista” funziona meglio fuori dal campo del diritto internazionale.”

La scelta di Miéville dell’espressione “opinione pubblica” rappresenta il tipo di mobilitazione politica di massa a cui in quegli anni ci si riferiva a livello internazionale con “globalizzazione dell’intifada” – una mobilitazione che andasse ben oltre la lotta per ottenere uno Stato in cui i VIP palestinesi potessero sfruttare persone molto poco importanti senza interferenze da parte del colonialismo di insediamento. La globalizzazione dell’intifada è stata la politica delle manifestazioni per il ritorno dei rifugiati nel 2011, ed è stata la politica delle “Marce del Ritorno” simili ma ben più estese nella Striscia di Gaza degli ultimi mesi.

Questa mobilitazione ha distrutto la narrazione illusoria del conseguimento dello Stato attraverso le sottigliezze di un ordine internazionale che non ha mai mostrato alcuna propensione a far valere i propri standard morali-legali nei confronti di Israele. Ancora una volta, erano gli esausti Andala a gettare in campo i propri corpi mentre i gentiluomini sfruttavano ciò che rimaneva dei loro cadaveri a brandelli per farne miglior uso nei salotti VIP.

È tempo che la politica che sta alla base dell’intifada globale sia considerata fondamentale nel plasmare il modo in cui usiamo il diritto internazionale come uno dei tanti strumenti di lotta, non il contrario. La narrazione che ci aiuta a vedere e ad agire chiaramente ai fini della mobilitazione politica verso la liberazione deve essere messa al centro dell’attenzione – non la narrazione che esibisce la nostra vittimizzazione nazionale “basata sui diritti” di fronte alla piccola nobiltà della buona società, nella speranza che l’élite palestinese possa assicurarsi un buon posto da cui godersi la grottesca orgia dello sfruttamento che consuma il nostro mondo.

Hazem Jamjoum

Membro del gruppo di commentatori politici di Al-Shabaka, Hazem Jamjoum è laureato in Modern Middle East History presso la New York University. I suoi testi si concentrano, tra gli altri temi, sugli approcci politico-economici al colonialismo israeliano e alla formazione delle élite palestinesi, e sulle critiche alle “soluzioni” di gestione del conflitto basate sulla spartizione.

(traduzione di Luciana Galliano)

1 Al-Shabaka è grato per gli sforzi compiuti dai difensori dei diritti umani per tradurre i suoi pezzi, ma non è responsabile di alcun cambiamento di significato.

2 L’importanza di questi elementi – come classe, genere, razza, abilità, sessualità e così via – non risiede nel loro essere identità che esistono in natura, ma nella loro costruzione sociale come identità che conferiscono uno status ai loro possessori. In altre parole, il loro significato è funzione dei regimi di disuguaglianza che li rendono significativi come categorie politiche, non come singoli indicatori di identità di per sé.

3 Fra le analisi più profonde rimangono quelle scritte come predizioni: Frantz Fanon, The Pitfalls of National Consciousness (Grove Press 1961 – Le insidie della coscienza nazionale), I dannati della terra (Einaudi 2007, ed. orig. The Wretched of the Earth, Grove Press 1961).

4 In un passaggio memorabile dell’autobiografia di Shafiq al-Hout [scrittore e politico dell’OLP, ndtr.] (che non c’è nella traduzione inglese), l’importante personaggio, all’opposizione nell’OLP, racconta di essere stato scherzosamente sgridato per aver criticato la quantità di tempo trascorso dai leader dell’OLP nei salotti VIP. Chi lo ha redarguito ha cinicamente spiegato che l’accesso dell’OLP nei salotti VIP è stato il principale, se non l’unico, esito positivo del sacrificio dei martiri palestinesi.




Camminare sulla testa, ovvero apologia di una pulizia etnica

Camminare sulla testa, ovvero apologia di una pulizia etnica

 

Donatella di Cesare, Israele. Terra, ritorno, anarchia, Bollati Boringhieri, Torino, 2014, € 12,50, 105.

di Amedeo Rossi

Finora in questo sito abbiamo presentato libri utili per l’approfondimento della situazione del conflitto israelo-palestinese e di cui condividiamo i contenuti. Facciamo un’eccezione con questo saggio, di cui non condividiamo i contenuti, perché è centrale nel definire la natura del conflitto interno allo Stato di Israele. L’autrice, docente di filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, ultimamente è spesso presente alla radio e in televisione per presentare i propri lavori, tra cui uno a favore dei rifugiati, e per questo è stata minacciata da estremisti di destra. Le è stata assegnata una scorta, in seguito revocata con qualche polemica.

La dovuta solidarietà nei confronti di una persona attaccata in quanto intellettuale ebrea non impedisce di essere molto critici con quanto sostiene in questo libro.

Il titolo è spiazzante: che rapporto ci può essere tra Israele e l’anarchia? Come possono essere associati all’anarchia un progetto politico nazionalista e uno Stato etnico-religioso, un modello per i nuovi nazionalisti di estrema destra, da Trump a Orban, dall’alt-right USA all’AfD tedesca?

L’ossimoro viene chiarito nel corso del ragionamento deduttivo articolato dall’autrice. Il presupposto del suo ragionamento è l’unicità del popolo ebraico, in quanto Nazione dispersa in tanti Paesi diversi, e quindi per sua natura a-territoriale, che ne ha fatto l’”Altro” per antonomasia. Questo riferimento all’esistenza di una Nazione ebraica riprende le posizioni di molti pensatori, sionisti e non, dell’Europa centro-orientale alla fine dell’’800. Si potrebbe eccepire che in altre aree geografiche, dall’Europa occidentale al Nord Africa, questo concetto era per lo più estraneo alle comunità ebraiche locali. Nelle pagine seguenti però si evidenzia una totale identificazione tra ebraismo e progetto sionista.

Da questa peculiarità Di Cesare ricava un’altra caratteristica dell’ebraismo: l’estraneità, se non l’ostilità, al concetto di Stato-Nazione territoriale. Questa unicità assegna quindi ad essi un compito escatologico che riguarda tutta l’umanità: la redenzione dell’umanità dal concetto di autoctonia e dal modello statuale, tanto che “il conflitto tra Israele e Palestina è il conflitto tra una società post nazionale e una società proto-nazionale” (p. 39). I palestinesi sarebbero contro Israele perché contrari alla distruzione dello Stato, non perché si tratta di uno Stato che li vuole distruggere.

L’idea di Stato ebraico, esplicitamente sostenuta dai padri del sionismo politico, sarebbe stata imposta agli ebrei da un mondo di nazionalismi. Perciò l’autrice fa riferimento ad autori del sionismo umanista e dissidente come Levinàs, Landauer e Buber, ad una visione utopica e aperta nei confronti dell’”Altro”. Tuttavia quando tratta dell’”Altro” di Israele come incarnazione storica, ossia dei palestinesi, il discorso dell’autrice non si discosta dalle posizioni del sionismo più retrivo.  Ecco gli esempi più espliciti. Secondo Di Cesare, il nome “filistei”, da cui il termine Palestina, verrebbe dall’ebraico liflosh, cioè “invasori” (p.41). Una rapidissima ricerca su internet in merito dà risultati piuttosto discordanti, tra cui anche la traduzione di liflosh con ‘immigrati’. Ma l’autrice non cita la fonte da cui ricava questa etimologia. Ancora peggio avviene quando il riferimento riguarda la storia contemporanea. I palestinesi odierni non sarebbero discendenti di quegli “invasori”, ma in realtà “in gran parte dell’immigrazione araba, avvenuta intorno al 1930 […] Sono andati costruendo l’identità nazionale nel confronto con Israele, non hanno esitato a rivendicare un’origine attraverso una archeologia che dovrebbe legittimarne il diritto territoriale. In altri termini, si comportano come se fossero radicati, proprietari originari, tutt’uno con la terra. Si appellano all’autoctonia” (ibidem). Si tratta di un’inversione delle parti che caratterizza la narrazione sionista. Non a caso neanche in questo passo Di Cesare cita le fonti di queste affermazioni. Il dato relativo alla recente immigrazione dei palestinesi è privo di qualunque attendibilità storiografica. L’accusa riguardo all’uso strumentale dell’archeologia è facilmente ribaltabile contro Israele, come denunciato persino da archeologi israeliani, ed evidente in associazioni israeliane come Elad e il Temple Istitute. Infine, storici palestinesi e israeliani hanno da tempo smentito l’idea che il nazionalismo palestinese sia stato un riflesso di quello israeliano, ed anzi, come il sionismo, sarebbe nato alla fine dell’’800.

Di Cesare arriva a sostenere che i palestinesi dovrebbero essere grati ai loro nemici: “L’esperienza dell’esilio, che il popolo ebraico ha percorso nei secoli, viene dischiusa al popolo palestinese e viene al contempo rivelata a tutte le nazioni che si sentono perciò minacciate nel loro fondamento. Israele porta il dono dell’estraneità, la testimonianza della separazione, la prova della condizione umana dell’esilio, dove non c’è arché, né origine, né proprietà […] A incontrare tale inusitata estraneità, anzi a fronteggiarla, sono i più prossimi, i palestinesi, quasi delegati degli altri popoli…” (p. 45). Non disposto ad accogliere un tale dono, questo popolo ingrato ed arretrato purtroppo si ribella al privilegio dell’esilio concessogli da Israele, rivendicando diritti che non gli spettano.

A differenza dei palestinesi, il popolo ebraico non rivendicherebbe l’autoctonia, nonostante sia “promesso a quella terra, come quella terra gli è promessa.” (p. 49). In realtà sono innumerevoli gli esempi di dirigenti ed intellettuali sionisti che questa autoctonia hanno rivendicato. Ma “il compito che il popolo ebraico è molto concreto: santificare la terra costruendo una società giusta. Era d’altronde la società che sognavano i primi fondatori dei kibbutzim” (p. 53). Un altro riferimento storico mistificante, dato l’esclusivismo anti-arabo della colonizzazione sionista fin dalle sue origini. Persino l’espansionismo di Israele viene esaltato come un modo per mettere in dubbio l’esistenza delle frontiere, su cui si basano gli Stati moderni.

Infine, citando Buber, Di Cesare arriva al punto cruciale del suo ragionamento escatologico: “Perché non si tratta dell’emancipazione di un popolo, ma della redenzione del mondo” (p. 81). Purtroppo sulla strada di questa redenzione si trova un fastidioso intralcio: i palestinesi. Qui si chiude il ragionamento deduttivo: la Nazione senza Stato e senza territorio mostrerà agli altri popoli la via della liberazione e dell’anarchia.

La storia e le sue concrete realizzazioni, fino alla recente legge israeliana sullo Stato-Nazione, che ha dato valore costituzionale al già esistente sistema di apartheid, stanno a dimostrare quanto distante sia questo Israele metafisico da quello reale.

Pur partendo da posizioni opposte rispetto al sionismo politico (la diaspora come condizione da cui gli ebrei devono redimersi) e dei fondamentalisti nazional-religiosi (redimere la terra occupandola), Di Cesare propone un’utopia curiosamente assonante con l’ideologia messianica ed escatologica proprio della parte più estremista e razzista dei coloni israeliani: l’avversione nei confronti dello Stato, l’espansione territoriale senza limiti, la creazione di comunità autonome ostili al controllo delle istituzioni nazionali ed alle leggi, la visione apocalittica, la resistenza palestinese come ostacolo alla realizzazione di un progetto millenaristico.

Non solo. Durante una presentazione del suo libro all’università di Torino, Di Cesare affermò che i palestinesi dovrebbero smettere di considerare la terra come di loro proprietà. Ma anche secondo il capo spirituale di Hamas, lo sceicco Yassin, la Palestina non è di nessuno perché è di dio.

Un recente episodio chiarisce alla prova dei fatti la vera natura di questa distorsione della dialettica. Durante la trasmissione di Raitre “Quante storie”, il conduttore Corrado Augias, sionista dichiarato ma critico nei confronti delle politiche dell’attuale governo israeliano, ha mostrato a Di Cesare (invitata a presentare un suo libro sui marrani) immagini del massacro di manifestasti disarmati che protestavano a Gaza contro lo spostamento dell’ambasciata israeliana a Gerusalemme (bilancio 66 morti), chiedendole un giudizio. La filosofa ha commentato: “Noi dobbiamo dire a tutti che sulla terra nessuno è autoctono. L’autoctonia è un mito, a partire da qui dobbiamo imparare a co-abitare. Questa è la sfida del terzo millennio.” Un chiaro rifiuto delle rivendicazioni dei palestinesi: nessuna condanna della strage, nessun diritto al ritorno per i profughi palestinesi. In attesa della fine dello Stato (di Israele?), ad essi bisogna insegnare, se necessario anche con le maniere forti, che nessuno può pretendere di essere “autoctono”, anche se il loro diritto a vivere in Palestina viene negato a favore di quello di un ebreo di Brooklyn o di Mosca.

Come spiegare questa contraddizione tra un pensiero che si presenta come rivoluzionario a sostegno di una realtà così reazionaria? Il geografo israeliano Oren Yiftachel lo spiega con questa metafora: per vedere che la torre di Pisa è pendente bisogna guardarla da fuori, non da dentro. Così è a suo parere per molti israeliani ed ebrei, anche di sinistra, che dovrebbero vedere dall’esterno quello che non riescono a capire rimanendo all’interno di una logica sionista ed etnocratica.

Per concludere, parafrasando un illustre filosofo, quello sì rivoluzionario, sarebbe il caso di rimettere la filosofia con i piedi per terra.

 




L’ONU: “Il settore sanitario di Gaza sta collassando” tra l’indifferenza internazionale

Medical aid for Palestinians

14 settembre 2018

A fronte di una situazione umanitaria aggravata a Gaza e a massicci tagli agli aiuti annunciati dall’amministrazione USA, l’ONU ha evidenziato una significativa riduzione dei finanziamenti mentre tenta di affrontare le necessità umanitarie immediate a Gaza e in tutti i territori palestinesi occupati (TPO).

L’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha chiesto il sostegno internazionale per rispondere all’aumento di vittime derivante dall’uso della forza da parte di Israele nel contesto delle continue proteste per la “Grande Marcia del Ritorno”. Dal 30 marzo sono stati uccisi 179 palestinesi (compresi 29 minori), in maggioranza durante le manifestazioni. Sono stati feriti più di 19.000 palestinesi, metà dei quali portati in ospedale:

“Il gran numero di vittime tra dimostranti disarmati che non rappresentavano alcuna minaccia imminente mortale o di ferite letali per i soldati israeliani, compresa un’alta percentuale di manifestanti colpiti da proiettili veri, ha suscitato preoccupazioni riguardo all’uso eccessivo della forza.”

L’OCHA mette in guardia per la crescente disperazione a Gaza, e queste vittime vengono prese in carico da un sistema sanitario che deve affrontare difficoltà croniche:

“Il settore sanitario di Gaza sta collassando in seguito al blocco [israeliano] ormai arrivato agli 11 anni, alla crescente divisione politica tra palestinesi, alla crisi energetica, all’inconsistente e ridotto pagamento degli stipendi ai dipendenti pubblici e alla crescente riduzione di medicinali e sussidi medici monouso.”

Con gli ospedali che devono affrontare un gran numero di vittime e la riduzione di risorse, circa 8.000 interventi chirurgici, in alcuni casi anche gravissimi, sono stati rinviati. Questi ritardi possono avere conseguenze negative sulla salute fisica e psicologica dei pazienti e portare ad ulteriori complicanze.

L’OCHA ha chiesto 21 milioni di dollari per finanziare la cura di traumi e interventi di emergenza sanitaria, anche per l’assistenza negli ospedali pubblici a un gran numero di pazienti che necessitano di complesse cure ospedaliere e di riabilitazione postoperatoria.

Il reperimento di combustibile d’emergenza è una grave preoccupazione del sistema sanitario di Gaza. La carenza cronica di elettricità ha portato ospedali e cliniche a utilizzare l’energia di generatori di riserva per più di 20 ore al giorno, con combustibile fornito dall’ONU. Tuttavia i finanziamenti per questo si sono esauriti, con scorte che si prevede finiranno entro qualche giorno. L’OCHA informa:

  • 14 ospedali pubblici stanno lavorando con capacità ridotta per servizi fondamentali, compresi interventi chirurgici, sterilizzazione e diagnosi;

  • 4.800 pazienti quotidianamente chiedono il ricovero per cure salvavita o per malattie croniche con una continua carenza di elettricità;

  • 300 di questi pazienti devono essere costantemente collegati ad apparecchiature mediche salvavita come respiratori, dialisi, incubatori e apparecchiature anestetiche.

Inoltre l’OCHA informa che ogni interruzione o taglio della fornitura elettrica mette i pazienti a rischio immediato di danni cerebrali o di morte. L’ONU ha bisogno solo di 4,5 milioni di dollari per fornire carburante per mantenere attivi i servizi fino alla fine dell’anno.

L’economia “svuotata” di Gaza

Nel contempo l’UNCTAD, l’agenzia ONU responsabile dei problemi di commercio, investimenti e sviluppo, ha pubblicato il suo rapporto annuale sull’economia nei TPO. L’agenzia mette in guardia sull’accelerato de-sviluppo [termine coniato per Gaza dall’economista americana Sara Roy, ndtr.] di Gaza, affermando che il blocco israeliano di 11 anni ha “svuotato l’economia di Gaza e la sua base produttiva e ridotto la Striscia a un caso umanitario profondamente dipendente dagli aiuti.” Il reddito pro-capite di Gaza è ora inferiore del 30% rispetto all’inizio del secolo, e la povertà e l’insicurezza alimentare sono diffuse, con l’80% delle persone che si basa in qualche modo sull’aiuto internazionale.

Queste condizioni hanno un grave effetto sulla salute della popolazione di Gaza, e l’UNCTAD informa che “resistere alla pressione e alla deprivazione di fondamentali diritti umani, sociali ed economici infligge un pesante costo al tessuto psicologico, sociale e culturale di Gaza, come dimostrato dalla diffusione di traumi psicologici, disordini da stress post-traumatico, disperazione, alte percentuali di suicidi e tossicodipendenza.” Secondo i dati dell’ONU, nel 2017 225.000 bambini, più del 10% della popolazione di Gaza, hanno richiesto un sostegno psicologico.

Il rapporto evidenzia che gli sforzi internazionali per affrontare la situazione non sono riusciti ad invertire la tendenza, affermando: “Tentativi di ripresa sono stati deboli e ogni intervento è stato necessariamente mirato alla ricostruzione e al sostegno umanitario, lasciando poche risorse allo sviluppo o al recupero della base produttiva.”

Inoltre l’UNCTAD sottolinea le azioni necessarie per fornire una ripresa economica sostenibile per Gaza, compresi una completa eliminazione del blocco, la riunificazione politica, fiscale ed economica con la Cisgiordania, l’urgente superamento della crisi elettrica e consentire ai palestinesi di sviluppare i giacimenti di gas naturale in mare.

(traduzione di Amedeo Rossi)