Le donne in prima linea rischiano la morte per i loro diritti

Isra Saleh el-Namey

9 giugno 2018, Electronic Intifada

Islam Khreis ha recentemente lanciato qualche pietra contro le truppe israeliane.

“Queste sono giornate storiche”, ha detto la ventottenne abitante di Gaza. “Stiamo dicendo al mondo intero che non abbiamo mai dimenticato il nostro legittimo diritto al ritorno nei nostri villeggi e città che ci hanno rubato.”

Lanciare pietre è un semplice atto di resistenza per i palestinesi. È un modo simbolico di affrontare uno dei Paesi più militarizzati del mondo.

È una tattica che è stata usata da alcuni partecipanti alle proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’, che chiedeva che i palestinesi potessero tornare ai villaggi e alle città da cui le forze sioniste li espulsero nel 1948.

Anche se le fotografie di palestinesi che lanciano pietre con le fionde in genere mostrano giovani uomini, Khreis era tra le molte donne che lo hanno fatto. In effetti ha svolto ogni tipo di attività. Ha aiutato a prestare i primi soccorsi ai manifestanti feriti dai cecchini israeliani e, come studentessa di giornalismo all’università Al-Aqsa di Gaza, ha fatto anche interviste ai manifestanti, benché, in quanto non accreditata, lo ha fatto senza avere la protezione derivante da scritte specifiche sui suoi indumenti.

Khreis prova un sentimento di solidarietà con le persone che si sono avventurate vicino alla barriera di separazione tra Gaza e l’attuale Israele. Più di 100 manifestanti disarmati sono stati uccisi da Israele da quando è iniziata la ‘Grande Marcia del Ritorno’ il 30 marzo.

“Il mio cuore si spezza quando vedo un giovane cadere a terra dopo essere stato colpito dai proiettili dei cecchini israeliani”, ha detto Khreis. “Questo è il risultato dell’ingiusto assedio imposto a Gaza. Se quei giovani avessero un lavoro decente, una buona educazione, servizi essenziali e libertà di movimento, non dovrebbero marciare verso la morte.”

Ovviamente anche molte donne e ragazze sono state ferite durante le proteste.

Una ragazzina, Wesal al-Sheikh Khalil, è stata uccisa mentre partecipava alla manifestazione il 14 maggio. E all’inizio di giugno l’infermiera ventunenne Razan al-Najjar è stata colpita a morte mentre aiutava a evacuare e curare i feriti.

“Un chiaro messaggio”

Mariam Mattar, di 16 anni, è stata colpita ad una gamba durante le recenti proteste. Stava sventolando una bandiera palestinese.

“Ho perso conoscenza”, ha raccontato a The Electronic Intifada. “Quando mi sono svegliata, ero in un letto d’ospedale.”

Nonostante la ferita, Mariam approva in pieno le proteste. “Vogliamo mandare un chiaro messaggio al mondo intero”, ha detto. “Il popolo palestinese sogna il giorno in cui potrà tornare alle proprie case. Speriamo che giunga presto.”

L’ampio uso dei gas lacrimogeni da parte di Israele – un’arma chimica che è stata lanciata sui manifestanti dai droni – ha colpito anche molte donne.

Amani Abu Jidian è andata alle recenti manifestazioni – che si tenevano normalmente di venerdì – con i suoi figli.

“I miei due figli hanno insistito per andare ogni venerdì”, ha detto. “So che è pericoloso, quindi per essere sicura che loro restassero al sicuro e non si avvicinassero troppo [alla barriera], li ho accompagnati mentre si avvicinavano al confine. Non ho smesso di sorvegliarli.”

L’11 maggio Abu Jidian era all’interno di una delle tende costruite a supporto delle proteste, quando l’hanno attaccata coi gas lacrimogeni.

“Mi sono sentita soffocare”, ha detto.

Insegnare le tradizioni

Anche se le tende non forniscono una reale protezione, si sono dimostrate importanti luoghi di aggregazione.

Maryam Abu Zubaida, di 63 anni, preparava i pasti per i manifestanti distribuiti nelle tende. Questi comprendevano piatti tradizionali come il maftoul – couscous palestinese – e la sumaghiya, uno stufato di carne di bue e ceci.

Quando si recava nelle tende, cantava canzoni nazionali e ricamava, per aiutare i manifestanti.

“È un bel modo per me di passare il tempo coi miei amici”, ha detto a ‘The Electronic Intifada’. “E nello stesso tempo facciamo un buon lavoro di insegnamento delle nostre tradizioni alle generazioni più giovani per conservarle nel futuro.”

Un giorno Maryam ha portato la sua nipotina Farah di 7 anni in una tenda. Recandosi là, Farah ha imparato canzoni come “Zareef al-Tool”, un lamento per le città e i villaggi che i palestinesi furono costretti a lasciare nel 1948.

“Mi piace quando finisco le lezioni e mia nonna accetta di portarmi con lei alla tenda”, ha detto Farah. “Là mi sono divertita molto.”

Quando Israele ha attaccato le manifestazioni, le donne hanno curato i feriti. Le uccisioni di Razan al-Najjar e, prima di lei, di Mousa Abu Hassanein, hanno messo in evidenza i rischi che corrono i medici.

Anwar Mohammed, un’infermiera di 26 anni, ha prestato i primi soccorsi ai manifestanti colpiti.

“Il nostro lavoro è stato molto impegnativo nelle scorse settimane”, ha detto. “Ci siamo occupati di un gran numero di vittime.”

Mohammed ha lavorato in un ospedale da campo, ma a volte le è stato chiesto di avvicinarsi alla barriera di confine per fornire assistenza di emergenza.

“La pressione e lo stress cui eravamo sottoposti è stato enorme, soprattutto durante le proteste del venerdì”, ha aggiunto.

Il coraggio che ha dimostrato le è valso un notevole rispetto.

“Era una novità per i manifestanti vedere infermiere donne in prima linea”, ha detto a ‘The Electronic Intifada’. Ci esponevamo al pericolo e aiutavamo a salvare vite umane. Ma non c’ è voluto molto perché i manifestanti si abituassero a noi. Ascoltavano le nostre istruzioni e vi si sono attenuti.”

Isra Saleh el-Namey è giornalista a Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




La Grande Marcia del Ritorno: il massacro dei cecchini a Gaza

Richard Falk

10 giugno 2018, Global Justice in the 21st century

Nessun paese agirebbe con maggior moderazione di Israele”, Nikki Haley, Ambasciatrice USA alle Nazioni Unite.

Nota preliminare: Il massacro dei cecchini a Gaza in risposta alla Grande Marcia del Ritorno è un’altra pietra miliare nella resistenza palestinese e un ennesimo terrificante episodio nella storia dell’apartheid israeliano di violenza eccessiva e crudele, un sequel vergognoso di crimini per i quali non esiste un possibile tribunale giudicante che renda giustizia alle vittime. L’articolo che segue consiste nella giustapposizione di notizie, del bruciante editoriale di un giornalista israeliano coraggiosamente intransigente, Gideon Levy, e di un ampio e brillante commento del mio amico Jim Kavanaugh. L’articolo è dedicato alla memoria di Razan al-Najjar, la coraggiosa paramedica di 21 anni colpita a morte mentre assisteva i manifestanti palestinesi feriti più o meno vicino alla recinzione di Gaza. Questa giovane donna incarna la purezza della resistenza non violenta ed eroica, un’identità a cui è stata data profondità storica grazie alla sua gioia di vivere e al supremo sacrificio impostale dalla brutalità di un cecchino.

Si presume che la leadership politica e i comandanti militari israeliani abbiano scelto una tale esibizione di violenza eccessiva e vendicativa per un chiaro obiettivo politico, che rimarrà segreto. Sembrerebbe voler sfruttare il sostegno illimitato della presidenza Trump e una situazione politica regionale più che favorevole nella loro storia, ma ci si può ancora chiedere “a quale scopo?” Per me l’ipotesi migliore è che l’azione sia stata progettata per convincere la gente di Gaza, più che Hamas, che la resistenza, e in particolare la resistenza disarmata, è inutile. Senza un piano diplomatico e con il processo delle annessioni che procede senza ostacoli, Israele profitterebbe del riconoscimento palestinese che la lotta è finita e che i palestinesi hanno perso. La Grande Marcia del Ritorno è stata una sfida e un rifiuto ad ammettere la sconfitta, senza dubbio irritando Israele, e infliggendo una grande sconfitta nell’altra guerra: la Guerra di Legittimazione combattuta per conquistare i cuori e le menti sulla base di un elevato fondamento morale e politico.

Insomma, dobbiamo capire che il problema di vincere la Guerra di Legittimazione è principalmente una lotta per far sì che la verità venga ascoltata, venga compresa in tutte le principali questioni in campo. La legge e la morale sono dalla parte delle richieste palestinesi, ma questo si è sinora dimostrato politicamente irrilevante in quanto la geopolitica e le capacità militari pendono fortemente dalla parte di Israele. Può la resistenza palestinese, rafforzata da un crescente movimento di solidarietà globale, superare il vantaggio israeliano? Il tempo lo dirà. Finora le associazioni dei media si sono schierate con Israele, ed è un campo di battaglia nella Guerra di Legittimazione in cui i palestinesi hanno sinora sostanzialmente fallito.]

(Traduzione di Luciana Gagliano)




Dopo aver ucciso Razan al-Najjar, Israele assassina il suo personaggio

Gideon Levy

10 giugno 2018, Haaretz

Quando non c’è più onestà, ciò che rimane non è altro che propaganda

Poche parole – “Razan al-Najjar non è un angelo della misericordia” – riassumono la profondità della propaganda israeliana. Avichay Edraee, il portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, che parla anche in mio nome, è il rappresentante di un esercito della misericordia che ora si è autonominato giudice del livello di misericordia di una dottoressa che curava un ferito palestinese sul confine di Gaza con Israele e che i soldati dell’esercito israeliano hanno ucciso senza misericordia. Dopo averla uccisa, era anche necessario assassinare il suo personaggio.

La propaganda è uno strumento a disposizione di molti Paesi. Meno le loro politiche sono giuste, più incrementano i propri sforzi propagandistici. La Svezia non ha bisogno di propaganda. La Corea del Nord sì. In Israele viene chiamata ‘hasbara’ – diplomazia pubblica – in quanto: perché avrebbe bisogno di propaganda? Recentemente la sua propaganda è scesa a una bassezza talmente deprecabile che niente può dimostrare meglio di così che le sue giustificazioni sono esaurite, le sue scuse finite, che la verità è la nemica e che ciò che rimane sono menzogne e calunnie.

Si rivolge soprattutto al consumo interno. Nel resto del mondo pochi abitanti di Gaza ci crederebbero in ogni caso. Ma come parte del disperato tentativo di continuare con la repressione e la negazione psicologiche, nell’incapacità di dirci la verità e nell’elusione di ogni responsabilità – tutto è accettabile quando si tratta di questi sforzi.

Una dottoressa con un camice da infermiera è stata uccisa con un colpo di fucile da cecchini dell’esercito israeliano – come hanno fatto con giornalisti con i giubbotti con la scritta “stampa” e con un invalido senza gambe su una sedia a rotelle. Se ci fidiamo dei cecchini dell’esercito israeliano per sapere cosa stanno facendo, contando su di loro per essere i più corretti al mondo, allora queste persone sono state uccise deliberatamente. Sicuramente se l’esercito credesse alla giustezza della campagna militare che sta combattendo a Gaza, si sarebbe preso la responsabilità di queste uccisioni, manifestando rincrescimento e offrendo un risarcimento.

Ma quando la terra scotta sotto i nostri piedi, quando sappiamo la verità e capiamo che sparare contro manifestanti e ucciderne più di 120 e rendere centinaia di altri disabili assomiglia di più a un massacro, non si può chiedere scusa e esprimere rincrescimento. E allora l’aggressiva, goffa, imbarazzante e vergognosa macchina della propaganda del portavoce dell’esercito entra in azione – una fragorosa voce dal ministero della Difesa che aggrava semplicemente quello che è stato fatto. Martedì il maggiore Edraee ha reso pubblico un video in cui si vede da dietro un’infermiera, forse Najjar, mentre lancia lontano un lacrimogeno che i soldati avevano sparato verso di lei. Lo stesso Edraee avrebbe fatto altrettanto, ma quando si tratta di una propaganda disperata, è una prova inconfutabile: Najjar è una terrorista. Ha anche detto di essere uno scudo umano. Sicuramente un medico è un difensore di esseri umani.

Un’inchiesta militare israeliana, basata ovviamente solo su testimonianze dei soldati, dimostra che non è stata colpita volontariamente. Chiaro. La macchina della propaganda è andata oltre ed ha suggerito che potrebbe essere stata uccisa da armi da fuoco palestinesi, che sono state usate molto di rado durante gli ultimi due mesi.

Forse si è sparata da sola? Tutto è possibile. E ci ricordiamo forse di una qualunque inchiesta dell’esercito israeliano che abbia dimostrato il contrario? L’ambasciatore israeliano a Londra, Mark Regev, che è un altro grande, raffinato propagandista, è stato veloce nel twittare in merito alla “dottoressa volontaria” tra virgolette, come se una palestinese non potesse essere una dottoressa volontaria. Invece, ha scritto, la sua morte è “un ulteriore dimostrazione della brutalità di Hamas.”

L’esercito israeliano uccide un medico in camice bianco, durante una vergognosa violazione delle leggi internazionali, che garantiscono protezione al personale medico in zone di conflitto. E ciò nonostante il fatto che il confine di Gaza non costituisca una zona di guerra. Ma è Hamas che è brutale.

Uccidimi, signor ambasciatore, ma chi potrebbe mai seguire questa logica contorta, malata? E chi può credere a questa propaganda a buon mercato se non qualche membro del Consiglio dei Deputati degli Ebrei Britannici – la più grande organizzazione rappresentativa dell’ebraismo britannico – insieme a Merav Ben Ari [del partito di centro Kulanu, all’opposizione, ndt.], la deputata della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] che ha subito approfittato dell’occasione e ha dichiarato: “Risulta che la dottoressa, proprio quella, non era solo un medico, come vedete.” Sì, quella. Come vedete.

Israele avrebbe dovuto essere scioccato dall’uccisione della dottoressa. Il volto innocente di Najjar avrebbe dovuto toccare ogni cuore israeliano. Organizzazioni di medici avrebbero dovuto esprimersi. Gli israeliani avrebbero dovuto nascondere la faccia per la vergogna. Ma sarebbe potuto succedere solo se Israele avesse creduto alla giustezza della propria causa. Quando non c’è più onestà, ciò che rimane non è altro che propaganda. E da questo punto di vista, forse questa caduta ancora più in basso annuncia novità positive.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Pare che quattro palestinesi siano stati uccisi e decine feriti da fuoco israeliano durante proteste a Gaza*

Jack Khoury, Yaniv Kubovich, Almog Ben Zikri

8 giugno 2018, Haaretz

 In migliaia hanno protestato in cinque punti nei pressi della barriera di confine Oltre 600 feriti, di cui 117 da proiettili veri L’esercito israeliano piazza batterie “Iron Dome” per fronteggiare il lancio di razzi I palestinesi chiedono all’Assemblea Generale dell’ONU di condannare Israele.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza venerdì quattro palestinesi sono stati uccisi e 92 feriti dal fuoco dell’esercito israeliano durante proteste sul confine di Gaza. In migliaia hanno partecipato a quella che si prevedeva sarebbe stata la più grande marcia contro la barriera di confine israeliano da settimane.

Secondo il ministero 618 palestinesi sono stati feriti in totale negli scontri fino alle 7 di sera, di cui 254 sono stati ricoverati in ospedale. Uno dei feriti era in condizioni gravissime, otto hanno subito gravi ferite e 125 sono stati lievemente feriti. Il ministero afferma che 117 persone sono state colpite da proiettili veri.

L’esercito israeliano si stava preparando nel caso in cui Hamas e la Jihad Islamica palestinese avessero iniziato a sparare colpi di mortaio e razzi quando fossero finite le proteste. L’esercito ha schierato un numero significativo di batterie “Iron Dome” [sistema di difesa antimissile, ndt.] nei pressi delle vicine comunità [ebreo-israeliane, ndt.].

Mentre nelle settimane precedenti l’esercito ha affermato che Hamas non era interessato a uno scontro più ampio, il recente lancio di decine di colpi di mortaio contro Israele ha portato l’esercito a pensare che i gruppi islamici potessero cercare uno scontro limitato che includesse il lancio di razzi. Circa 10.000 dimostranti hanno manifestato in cinque punti lungo la barriera. Una postazione dell’esercito israeliano è stata danneggiata quando è stata colpita da spari da Gaza durante le proteste. Inoltre decine di aquiloni e di palloni aerostatici che trasportavano bottiglie molotov ed esplosivi sono state fatte volare all’interno di Israele, e sono stati lanciati contro le truppe israeliane ordigni esplosivi e granate.

Israele si aspettava che le proteste sarebbero state delle stesse dimensioni e violenza di quella del 14 maggio, quando circa 60 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane. Tuttavia pare che il numero dei presenti sia stato inferiore alle attese.

Si prevedeva che alcuni dei palestinesi che protestavano nel contesto della “Marcia del Ritorno” avrebbero sfoggiato indumenti che ricordano l’Olocausto, compresa una divisa a strisce che rappresentava l’abbigliamento che gli ebrei erano obbligati a indossare nei campi nazisti.

Gli organizzatori della protesta hanno detto che lo spunto intendeva mandare il messaggio che i palestinesi non sono responsabili dell’Olocausto, tuttavia ne pagano il prezzo. Hanno affermato che lo scopo complessivo della protesta era di mostrare al mondo che Israele sta commettendo crimini contro il popolo palestinese.

Venerdì i palestinesi e i loro sostenitori hanno chiesto che l’Assemblea Generale dell’ONU tenga una riunione d’emergenza per adottare una risoluzione che condanni l’”uso eccessivo della forza” da parte di Israele, soprattutto a Gaza, e vorrebbero raccomandazioni che garantiscano la protezione dei civili palestinesi. L’ambasciatore palestinese all’ONU Riyad Mansour ha detto di credere che il presidente dell’Assemblea Generale Miroslav Lajcak fisserà “molto presto” una data. Ha affermato che “molto probabilmente” avverrà il prossimo mercoledì pomeriggio. Mansour ha detto che la risoluzione presentata all’Assemblea Generale, come una precedente risoluzione del Kuwait, chiederà al segretario generale dell’ONU Antonio Guterres di fare una proposta entro 60 giorni “su modi e mezzi per garantire la sicurezza, la protezione e il benessere della popolazione civile palestinese sotto occupazione israeliana.”

Hamas ha esortato i palestinesi della Cisgiordania ad unirsi alla “Marcia del Ritorno” andando a Gerusalemme a pregare alla moschea di Al Aqsa o ai posti di blocco israeliani lungo la strada. Hamas controlla la Striscia di Gaza, ma in Cisgiordania la dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese è dominata dall’organizzazione Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas.

Come durante precedenti manifestazioni nelle scorse settimane, l’esercito ha schierato cecchini lungo il confine con Gaza. Afferma di aver ricevuto avvertimenti su possibili tentativi di prendere di mira soldati con spari o esplosivi. Il comitato che organizza le marce settimanali ha affermato di progettare di continuare a farle, nonostante l’alto numero di vittime palestinesi durante le 11 manifestazioni precedenti. Sostiene che l’obiettivo è dire al mondo che i palestinesi continuano a rivendicare i propri diritti, compreso quello al ritorno. I gazawi, che hanno fatto volare aquiloni incendiari oltre il confine, avevano previsto di inviarne decine in Israele venerdì.

“Non siamo legati a nessuna organizzazione,” ha detto uno di quelli che hanno fatto volare gli aquiloni. “L’idea è nata quando abbiamo visto nella prima marcia bambini con aquiloni che avevano bandiere palestinesi. Abbiamo visto che un aquilone vola velocemente ed entra in territorio israeliano, e allora abbiamo pensato di legargli materiale infiammabile o qualcosa che brucia.”

“Non siamo terroristi,” ha insistito. “Siamo una generazione senza speranza e senza una prospettiva che vive sotto un assedio asfissiante, e questo è il messaggio che stiamo cercando di mandare al mondo. In Israele piangono per i campi e i boschi che bruciano. E che ne è di noi, che stiamo morendo ogni giorno? Personalmente, sono andato varie volte alla barriera ed è chiaro che è una questione di tempo prima che mi prenda una pallottola in testa o mi amputino una gamba a causa delle ferite [si riferisce al fatto che i cecchini israeliani usano proiettili a frammentazione che provocano ferite gravissime, soprattutto agli arti inferiori, ndt.]. Per cui faccio volare aquiloni e partecipo alle proteste piuttosto che morire.”

Afferma che, se Hamas o qualunque altra organizzazione palestinese stesse appoggiando gli aquiloni incendiari, lui e i suoi compagni non avrebbero tanti problemi ad avere il materiale per fabbricarli.

“Ogni aquilone costa circa 5 shekel (1,40 $),” spiega. “A Gaza sono parecchi soldi. Quindi la creatività ci porta a utilizzare ogni cosa a disposizione – cartone usato e plastica o qualunque cosa che possa essere usata per costruire un aquilone, che è molto semplice ma sta sfidando l’esercito più potente del Medio Oriente.”

Giovedì mattina l’esercito [israeliano] ha lanciato volantini sulla Striscia di Gaza, avvertendo gli abitanti di non avvicinarsi alla barriera o di non cercare di attaccare gli israeliani.

“Abitanti della Striscia di Gaza! Auguri, e che il Ramadan vi porti fortuna,” dicevano i volantini.

“Un uomo saggio tiene conto delle conseguenze delle proprie azioni in anticipo e sceglie quelle i cui vantaggi sono maggiori dei costi. Se ne tenete conto riguardo all’avvicinarvi o all’attraversare la barriera, arriverete alla conclusione che questa azione non ne vale la pena ed è persino dannosa.”

I volantini invitavano anche i gazawi: “Non lasciate che Hamas vi trasformi in uno strumento per i suoi meschini interessi. Dietro a questi interessi c’è l’Iran sciita, il cui obiettivo è incendiare la regione a favore dei propri interessi religiosi ed etnici. Non dovreste lasciare che Hamas vi trasformi in suoi ostaggi, in modo che possa raccogliere un capitale politico a spese del benessere e del futuro dei gazawi in generale e dei giovani in particolare. Per evitare risultati dannosi, vi invitiamo a non partecipare alle manifestazioni e al caos e a non mettervi in pericolo.”

L’ “Associated Press” [agenzia di stampa USA, ndt.] ha contribuito all’articolo.

*[L’articolo deve essere stato scritto quando la notizia delle uccisioni non era stata ancora confermata e così si spiega il titolo ipotetico. ndt]

(traduzione di Amedeo Rossi)




Registi LGBTQ rifiutano di consentire a Israele di utilizzarli per nascondere dietro al rosa i suoi crimini

Ali Abunimah

8 giugno 2018, Electronic Intifada

Arriva a 11 il numero di artisti che hanno lasciato il festival, parte di una crescente ondata di appoggio internazionale al Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) [contro Israele] in seguito ai massacri da parte di Israele di palestinesi disarmati durante le manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” a Gaza.

Il canadese Marc-Antoine Lemire ha ritirato il suo corto “Pre-Drink”, che ha vinto il premio per il miglior corto canadese al festival internazionale del cinema di Toronto.

Recentemente siamo venuti a sapere della strategia israeliana di “pinkwashing” [lett. “lavaggio rosa” in riferimento all’uso propagandistico delle tematiche LGBTQ, ndt.], e desideriamo esprimere il nostro rifiuto a contribuirvi, oltre al nostro appoggio alla comunità LGBTQ+,” ha scritto Lemire.

In seguito al movimento di protesta di parecchi registi e artisti in disaccordo con le politiche di Israele contro la Palestina, abbiamo deciso di prendere posizione a favore di questo movimento. Soprattutto con i recenti avvenimenti, rifiutiamo la strumentalizzazione del nostro film.”

Il regista francese Antoine Héraly ha annullato una sua prevista apparizione al festival per la proiezione del suo film “Furniture Porn Project”.

Dopo un’intensa settimana di riflessione e di letture e di discussioni con organizzazioni e un ampio spettro di intellettuali, sono arrivato alla conclusione che, se io dovessi partecipare fisicamente alla proiezione per presentare “Furniture Porn Project”, la mia coscienza sarebbe assente dalla sala cinematografica,” ha scritto Héraly agli organizzatori del festival.

Se avessi avuto un periodo di tempo più lungo in cui mettere insieme le mie idee, vi avrei chiesto di togliere il mio film dal festival, con cui non mi posso identificare, in quanto è finanziato dallo Stato e quindi parte delle politiche israeliane di ‘pinkwashing’”, ha aggiunto Héraly.

Egli ha sottolineato che il festival in ogni caso ha proiettato film di altri registi che avevano chiesto che venissero cancellati, una cosa che Héraly ha definito “inaccettabile”.

TLVFest è una pietra miliare della campagna di “pinkwashing” di Israele. Il “pinkwashing” è una strategia di pubbliche relazioni che utilizza la presunta apertura di Israele verso le questioni LGBTQ per sviare critiche contro le sue violazioni dei diritti umani e fare appello in particolare al pubblico progressista dell’Occidente.

Ciò spesso implica grossolane esagerazioni delle politiche progressiste israeliane, insieme ad assolute menzogne sui palestinesi.

Governi filo-israeliani che hanno puntualmente evitato di condannare o agire per porre fine alla deliberata uccisione a Gaza di palestinesi disarmati, compresi minori, medici e giornalisti, da parte di Israele, sono diventati sostenitori particolarmente entusiasti del “pinkwashing”.

Venerdì molte ambasciate dell’Unione Europea hanno di nuovo partecipato alla sfilata dell’orgoglio gay a Tel Aviv, come parte dei loro tentativi di etichettare la città come una destinazione turistica aperta e progressista, nonostante il modo in cui ha rappresentato un contesto violento, razzista e ostile per i palestinesi e gli africani [si riferisce soprattutto alle vicende dei richiedenti asilo africani, ndt.].

TLVFest è finanziato dal ministero della Cultura di Israele, che è guidato dall’esponente politica di estrema destra Miri Regev.

Regev è nota per la sua esternazione razzista, in cui ha paragonato rifugiati da Stati africani a un “cancro”, e per aver postato su Facebook un video in cui lei e un gruppo di tifosi di calcio israeliani incitavano alla violenza contro i palestinesi.

Tra gli sponsor di TLVFest c’è la “Saison France-Israël”, un’iniziativa di pubbliche relazioni sostenuta da entrambi i governi e intesa a promuovere l’immagine di Israele.

Boicottaggio di “Pop-Kultur”

Il musicista americano John Maus è diventato il quarto artista a ritirarsi dall’imminente festival “Pop-Kultur” di Berlino, in seguito alla sponsorizzazione da parte dell’ambasciata israeliana.

Il festival ha emesso un comunicato in base al quale Maus e il suo gruppo “preferiscono non suonare all’interno di uno scenario politicizzato.”

Tre artisti britannici – Gwenno Saunders, Richard Dawson e Shopping – hanno già annunciato il proprio ritiro.

Saunders ha scritto: “Non posso mettere in discussione il fatto evidente che il governo e l’esercito israeliani stanno uccidendo palestinesi innocenti, violando i loro diritti umani, e che questa situazione disperata deve cambiare.”

Richieste di annullare la partita di Israele in Irlanda

Queste ultime azioni in solidarietà con i palestinesi sono arrivate dopo che i grandi nomi Shakira e Gilberto Gil hanno abbandonato il progetto di esibirsi a Tel Aviv, e dopo l’annuncio congiunto dello scorso mese di decine di gruppi musicali che avrebbero rispettato l’appello palestinese al boicottaggio.

Ci sono state anche crescenti richieste di boicottare la gara canora “Eurovisione” del prossimo anno se, come è stato anticipato, Israele la ospiterà in seguito alla vittoria di quest’anno di Netta Barzilai.

Ma il maggior risultato per i palestinesi è stato la cancellazione da parte dell’Argentina di una partita “amichevole” contro Israele che era prevista a Gerusalemme questo fine settimana.

L’incontro, parte della preparazione per la Coppa del Mondo di quest’estate, sarebbe stata il fiore all’occhiello delle iniziative propagandistiche israeliane.

Sulla base dell’impulso che viene da quella vittoria della campagna BDS, il partito irlandese [della sinistra nazionalista, ndt.] Sinn Féin sta ora chiedendo la cancellazione di un’ “amichevole” tra Israele e l’Irlanda del Nord prevista a settembre.

Faccio questa richiesta in seguito al recente massacro di oltre 100 manifestanti e alle mutilazioni di migliaia di altri da parte dell’esercito israeliano,” ha detto Sinéad Ennis, parlamentare del Sinn Féin dell’Irlanda del Nord. “La comunità internazionale dovrebbe opporsi allo Stato israeliano per il massacro indiscriminato e le continue discriminazioni contro i palestinesi.”

Il Sinn Féin appoggia la campagna per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele che riguarda i rapporti culturali, accademici e sportivi,” ha affermato Ennis.

La IFA, l’ente che gestisce il calcio nell’Irlanda del Nord, si sta già opponendo a questa richiesta.

Il Sinn Féin rappresenta tradizionalmente i nazionalisti irlandesi che pensano che l’Irlanda del Nord dovrebbe diventare parte di uno Stato irlandese unitario.

In genere i nazionalisti non si identificano con la squadra dell’Irlanda del Nord nelle competizioni internazionali e tifano per la Repubblica d’Irlanda.

Il Sinn Féin è uno dei due maggiori partiti dell’Irlanda del Nord, mentre l’altro è il Partito Democratico Unionista (DUP), che appoggia decisamente il mantenimento della divisione dell’Irlanda e il Nord come parte del Regno Unito.

Come partito di tutta l’Irlanda, il Sinn Féin si candida alle elezioni anche nella Repubblica d’Irlanda, e il sindaco di Dublino del Sinn Féin è stato un sostenitore accanito dei diritti dei palestinesi, come riflesso dell’ampia solidarietà per la Palestina nella società irlandese.

In aprile il consiglio comunale di Dublino ne ha fatto la prima capitale europea a sostenere il BDS.

E in maggio il consiglio di Derry, una città della parte dell’Irlanda controllata dalla Gran Bretagna, ha approvato una mozione presentata dal Sinn Féin per l’illuminazione di edifici comunali con i colori della bandiera palestinese in segno di solidarietà.

Al contrario il DUP, cristiano sionista e fortemente filo-israeliano, attualmente tiene in piedi il governo londinese della prima ministra Theresa May, il che gli dà un enorme potere nel Regno Unito.

I politici del DUP appoggiano decisamente la partita Israele-Irlanda del Nord.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Perché Israele ha bisogno di uccidere

Patrizia Cecconi

2 giugno 2018, Pressenza

Osservando i fatti in quella striscia di terra del Vicino Oriente chiamata Striscia di Gaza, non ci si chiede più cosa sta spingendo quel popolo a rischiare la vita nella grande manifestazione iniziata il 30 marzo e chiamata Grande marcia del ritorno.  Sono state fatte tante analisi in questi due mesi e sono state dette anche molte sciocchezze, o più precisamente molte bugie, ma la verità è comunque emersa circa le ragioni di tanta esasperata determinazione.

Quel che viene da chiedersi, invece, è cosa spinge Israele a seguitare ad uccidere gratuitamente riuscendo a tirarsi addosso le attenzioni negative delle istituzioni abitualmente indulgenti rispetto alle sue azioni. E’ facile rispondere che Israele uccide con leggerezza perché può contare sull’incondizionato appoggio degli Usa e dei suoi satelliti, ma questa è una ragione insufficiente a spiegare, perché riguarda la copertura delle sue azioni nefande e non la spinta a commetterle.

Ieri ad esempio, penultimo venerdì della Grande Marcia, che motivo avevano i soldati israeliani per colpire un’ambulanza che portava soccorso? Chi o che cosa è stato a spingere quei soldati a sparare contro un gruppo di infermieri assassinando una giovane volontaria dall’aria di bambina in fiore? 21 anni, poco più  che adolescente, Razan Al Najjar era stata come un raggio di sole in questi due mesi in cui si era prodigata con  generosità ed efficienza al  soccorso dei feriti. Lei partecipava alla marcia così, portando aiuto con tanta determinazione e altrettanta grazia. Anche chi scrive aveva avuto modo di conoscerla durante una delle visite al border e non è stato facile scriverne, da morta, dopo averla riconosciuta in foto, viva, con quell’espressione a mezzo tra la gioia dell’adolescente che sorride al fotografo e la serietà del compito che aveva scelto di svolgere.

Hanno ucciso proprio lei ed hanno commesso un errore i suoi assassini perché c’è qualcosa di imponderabile nelle emozioni umane, qualcosa che va oltre la sfera della ragione. Hanno ucciso ragazzini inermi e il mondo ha fatto ahi! Hanno ucciso invalidi, già da loro stessi resi invalidi, su grucce o sedie a rotelle e il mondo ha detto ahi, Israele! Hanno ucciso fotoreporters “armati” solo di una macchina fotografica e individuabili col giubbetto “press” e il mondo ha sentito Israele invocare il suo diritto alla difesa e ha detto hmmm… hanno ucciso oltre 120 uomini donne ragazzi e bambini tutti disarmati e il mondo ha ripetuto la magica frase “sicurezza per Israele” passando sopra ai cadaveri. Hanno ferito 13.000 manifestanti disarmati e prima che il mondo potesse parlare, Israele ha detto “è tutta colpa di Hamas”! E il mondo ha detto “è colpa di Hamas” e si è addormentato sereno.

Ma ieri è successo qualcosa di particolare. Ieri non hanno ucciso un bambino, un invalido, una donna, o 120 palestinesi. Ieri hanno ucciso Razan Al Najjar. Un fiore che portava un nome e che, al pari del video che mostrava il camice insanguinato e l’inutile disperato tentativo di salvarla, ha fatto il giro del mondo con annessa foto. Non è morta “una palestinese”, è morta una ragazza palestinese ben identificabile come “umana”, col suo viso, il suo sorriso, il suo camice insanguinato senza un comprensibile perché, e poi altre foto sono apparse di Razan al confine, di Razan che corre a recuperare un ferito, di Razan con i guanti sanitari insanguinati mentre presta soccorso. Di Razan viva, sorridente, piangente, attiva e generosa. Perché l’hanno uccisa? Perché Israele uccide in questo modo i palestinesi che già sottopone alla tortura dell’assedio?

Abbiamo paura di rispondere. Temiamo che andando per esclusione possa emergere una verità terribile da accettare. Premettiamo che le autorità che governano la Striscia avevano accettato una sorta di tregua pilotata dall’Egitto, e anche se la marcia non è delle autorità governative, l’influenza di Hamas nel tenere bassa la guardia si è fatta sentire. Eppure anche ieri ci sono stati decine di feriti da colpi sparati dai cecchini, oltre ad altre decine di intossicati dai gas. A giudicare dall’andamento delle manifestazioni che abbiamo monitorato in diretta non sembrava ci fosse alcun motivo di sparare. E allora perché?

Israele è al di sopra della legalità internazionale, e lo è a tal punto di aver fatto della legalità internazionale un ectoplasma capace di prendere forma solo quando riguarda altri Stati. Ma questo spiega solo l’arroganza a crimine avvenuto e non spiega ancora cosa induce Israele a commetterlo.

L’accanimento con cui impedisce a una barca carica di feriti di raggiungere la Grecia per potersi curare è in fondo della stessa natura dello sparare gratuitamente a manifestanti disarmati. Poi in realtà spara anche in assenza di manifestazioni.  Potremmo supporre  che vuole ridurre i palestinesi al silenzio. Ma sono 70 anni che ci prova e sa che non può riuscirci. Vuole rendere la vita ai palestinesi e, nello specifico, ai gazawi talmente impossibile da farli fuggire? No, perché gli impedisce di uscire costringendoli in prigione. Vuole forse creare una sorta di califfato in accordo con l’Egitto che si estenda verso il Sinai in cui verranno rinchiusi i palestinesi illudendoli che quello è il loro Stato? Ci sembra improbabile e, comunque, non avrebbe a che fare con la gratuità delle violenze.

Forse Israele non ha elaborato, come collettività, la violenza subita nei secoli dagli ebrei e, in particolare, quella subita durante il nazifascismo e che tuttora rappresenta la coperta capace di bloccare le sanzioni per i suoi crimini. Senza calarci in un’interpretazione psicoanalitica che non abbiamo le competenze per sviluppare, possiamo però avanzare l’ipotesi che Israele stia affermando se stesso con la tragica introiezione dei valori negativi di cui non riesce a liberarsi. Vuoi perché li usa a propria giustificazione, vuoi perché deve superarli ma, non separandosene perché li usa, non può superarli se non inglobandoli per rielaborarli e poi, infine, potersene liberare.  Ma intanto, in questo percorso, ha bisogno di un corpo su cui scaricare la negatività subita e renderlo dipendente, annichilirlo, farne l’equivalente di quel che il “corpo ebreo” ha subito durante il nazismo.

Affermare la sua superiorità per curare le sue ferite. Sparare gratuitamente, lasciar boccheggiare ma non morire, grazie alla mortificante elemosina dei donatori 2 milioni di gazawi i quali, non potendo essere pubblicamente definiti esseri inferiori li si taccia di terrorismo, ottenendo così il consenso planetario al loro annichilimento. Far scendere normalmente i palestinesi dai bus in Cisgiordania per controllare i documenti mortificando la loro dignità sotto lo sguardo armato di quattro soldatelli diciottenni è un modo meno sanguinario ma tendente allo stesso scopo: spegnere l’autostima del popolo occupato per accrescere quella del popolo (popolo) occupante fino a considerarsi non occupante ma legittimo proprietario, potente, superiore per decreto divino, impunibile.

Sono solo ipotesi interpretative dettate dall’osservazione diretta. Possono essere confutate, ma solo da chi può farlo in seguito a lunga osservazione diretta. Israele comunque, al momento, ha un comportamento assolutamente criminale e questo non è, come potrebbe sembrare, un giudizio di valore, ma è un dato di fatto.

L’uccisione della piccola infermiera Razan, bella e commovente nella sua gioventù spezzata come per un atto vandalico, può essere l’errore che Israele non avrebbe dovuto fare e che forse cambierà l’andamento del suo progetto.
Israele sa che in questo caso non potrà usare la coperta del “diritto a difendersi” e quindi userà quella della “shoà”, ma forse stavolta resterà scoperto. Sarà il volto pulito e luminoso di Razan a inchiodarlo alla sua realtà di Stato che per emanciparsi da quel che ha subito si è infilato nella stessa uniforme del suo vecchio persecutore. Molto peggio che Stato canaglia! e quando la parte sana del suo corpo sociale se ne renderà conto cosa succederà? Ogni ipotesi è possibile.

Ora possiamo soltanto osservare che se i media non cederanno al silenzio ma avranno il coraggio di dire la verità, e cioè: Razan non è stata uccisa in scontri con i soldati, ma per il gusto sadico di un soldatello, forse affascinato dal suprematismo israeliano, di annientare una ragazza inerme, bella, forte nelle sue idee e quindi perfetto bersaglio da centrare in pieno petto in modo che il soldatino ancora in forse sul suo essere superiore o meno potesse affermarsi attraverso il fucile, sua appendice di virilità.

Come scrive il poeta giordano Abduhadi Raji Majali “Gaza è l’unico luogo nel mondo arabo che ha offerto martiri di ogni tipo. Ha fornito bambini, disabili e anziani … Il mare è chiuso e la terra è chiusa e l’aria è assediata .. ma il popolo di Gaza ha creato una quarta strada …E con tutta questa miseria, i gazawi producono arte attraverso la sabbia delle spiagge…Gaza è un fenomeno … Penso che Gaza sia un mito che Allah ha posto sulla terra in modo che il mondo possa imparare da esso …”

Questa è la percezione che anche il grande poeta Mahmud Darwish aveva di Gaza e la esprimeva in una sua poesia, Gaza è un fenomeno! e proprio perché Gaza è un fenomeno in cui accadono cose impensabili, forse l’assassinio sadico di Razan, potrebbe essere il primo gradino della discesa agli inferi di Israele o del suo adattarsi al rispetto del Diritto universale umanitario e del Diritto internazionale entrambi violati con impassibile e impunita costanza per 70 anni, gli stessi della resistenza che il popolo palestinese, nonostante frazionamenti e rivalità politiche, porta avanti rivendicando il rispetto dei  propri diritti.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente l’orientamento redazionale di Zeitun.info.




La paramedica di Gaza uccisa da Israele è stata colpita alla schiena

Ali Abunimah

2 giugno 2018, Electronic Intifada

Una fotografia scattata il 1^ aprile mostra la paramedica palestinese Razan al-Njjar mentre sta curando dei feriti in una tenda del pronto soccorso durante le proteste a Gaza vicino al confine con Israele. Il 1^ giugno Al-Najjar è stata colpita a morte da un cecchino israeliano mentre prestava soccorso a dimostranti feriti vicino a Khan Younis.

Nel corso dei loro continui attacchi indiscriminati contro i palestinesi che partecipavano alle proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’ a Gaza, svoltesi per 10 venerdì consecutivi, le forze di occupazione israeliane hanno colpito a morte un medico volontario e ferito decine di persone.

Venerdì sera, quando è stata colpita a morte, Razan Ashraf Abdul Qadir al-Najjar, di 21 anni, stava aiutando a curare ed evacuare dimostranti feriti ad est di Khan Younis.

L’associazione per i diritti umani “Al Mezan” ha affermato, citando testimoni oculari e proprie indagini, che, nel momento in cui è stata colpita, lei si trovava a circa 100 metri di distanza dalla barriera di confine con Israele ed indossava un giubbotto che la identificava chiaramente come paramedico. “Al Mezan” ha affermato che Al-Najjar è stata colpita alla schiena.

Al-Najjar era diventata famosa per il suo coraggio e perseveranza nel condurre la sua opera di soccorso nonostante l’evidente pericolo.

In precedenza era stata colpita dagli effetti dell’inalazione di gas lacrimogeni e il 13 aprile si è rotta un polso mentre correva per soccorrere un ferito. Ma Al-Najjar quel giorno si è rifiutata di andare in ospedale ed ha continuato a lavorare sul campo.

È mio dovere e mia responsabilità essere là ed aiutare i feriti”, ha detto ad Al Jazeera.

Ha anche reso testimonianza sugli ultimi momenti di vita di coloro che erano stati feriti a morte prima di lei.

Mi spezza il cuore il fatto che alcuni dei giovani feriti o uccisi abbiano espresso le loro ultime volontà di fronte a me”, ha detto ad Al Jazeera. “Alcuni mi hanno addirittura consegnato i loro effetti personali (come dono) prima di morire.”

Al-Najjar ha parlato del suo lavoro in una recente intervista televisiva che è stata ampiamente diffusa sui social media dopo la notizia della sua morte.

Molti utenti di Twitter, soprattutto di Gaza, hanno reso omaggio a al-Najjar.

I media palestinesi hanno diffuso immagini dei suoi familiari e colleghi che piangevano la sua morte.

Il dottor Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della sanità di Gaza, ha reso omaggio ad al-Najjar definendola una volontaria umanitaria impegnata, che non ha abbandonato il suo posto fino al punto di “offrirsi come martire”.

Mani alzate

[La foto qui sotto riprende Razan pochi istanti prima di essere uccisa da:http://www.globalist.it/world/articolo/2018/06/03/l-infermiera-palestinese-uccisa-dagli-israeliani-aveva-le-braccia-alzate-2025472.html ndt]


Il camice bianco che al-Najjar indossava, mostrato da sua madre in questo video, presenta un foro nella parte posteriore.

In una dichiarazione rilasciata sabato, il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che al-Najjar faceva parte di un’equipe medica che “andava ad evacuare i feriti con entrambe le mani alzate, a dimostrazione del fatto di non costituire alcun pericolo per le forze di occupazione pesantemente armate.”

Le forze di occupazione israeliane hanno sparato proiettili veri direttamente al petto di Razan ed hanno ferito parecchi altri paramedici”, ha aggiunto il ministero della Sanità.

Dalla dichiarazione del ministero della Sanità non risulta chiaro quante volte al-Najjar sia stata colpita o in quale esatto punto della parte superiore del corpo. Il ministero ha anche pubblicato un video che mostra al-Najjar e i suoi colleghi che camminavano verso la barriera di confine con le mani alzate poco prima che al-Najjar venisse colpita.

Sabato il rappresentante speciale ONU per il processo di pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha twittato che “gli operatori sanitari non sono un bersaglio. I miei pensieri e le mie preghiere vanno alla famiglia di Razan al-Najjar.”

Tuttavia Mladenov ha omesso di condannare le azioni di Israele, invitandolo invece a “calibrare il suo uso della forza.”

Sabato in migliaia hanno seguito il funerale di al-Najjar, mentre i colleghi portavano il suo corpo coperto dalla bandiera palestinese e dal camice macchiato di sangue che indossava quando è stata uccisa.

Attacchi ai medici

Al-Najjar è il secondo soccorritore ucciso dalle forze israeliane dall’inizio delle proteste della ‘Grande Marcia per il Ritorno’, il 30 marzo. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, più di altri 200 sono stati feriti e 37 ambulanze sono state danneggiate.

Due settimane fa i cecchini israeliani hanno ucciso il paramedico Mousa Jaber Abu Hassanein.

Circa un’ora prima che venisse ucciso, Abu Hassanein aveva aiutato a soccorrere uno dei suoi colleghi, il medico canadese Tarek Loubani, che era stato ferito da un proiettile israeliano.

In seguito Loubani ha raccontato al podcast di The Electronic Intifada di essere stato colpito a una gamba mentre intorno a lui tutto era tranquillo: “Nessun pneumatico in fiamme, niente fumo, niente gas lacrimogeni, nessuno che si aggirasse davanti alla zona cuscinetto. C’era solo una squadra medica chiaramente identificabile, ben lontana da chiunque altro.”

Chirurghi di guerra

Secondo “Al Mezan” questo venerdì, come tutti i venerdì, le forze israeliane hanno sparato proiettili veri, proiettili ricoperti di gomma e candelotti lacrimogeni contro i palestinesi lungo il confine est di Gaza, ferendo circa 100 persone, 30 delle quali con proiettili veri.

I dimostranti non costituivano pericolo o minaccia alla sicurezza dei soldati, il che conferma che le violazioni commesse da queste forze sono gravi e sistematiche e si configurano come crimini di guerra”, ha affermato l’associazione per i diritti umani.

Secondo “Al Mezan”, dalla fine di marzo le forze israeliane hanno ucciso 129 persone a Gaza, compresi 15 minori, 98 delle quali durante le proteste.

Mentre Israele venerdì continuava ad aumentare il tragico bilancio, il sistema sanitario di Gaza si trovava già senza la possibilità di far fronte all’affluenza di persone ferite dall’uso evidente di proiettili a frammentazione, che provocano ferite terribili che richiedono trattamenti intensivi e complessi e lasciano spesso le vittime con disabilità permanenti.

Più di 13.000 persone sono state ferite da quando sono cominciate le proteste, comprese quelle che hanno inalato gas lacrimogeni. Delle oltre 7.000 persone che hanno subito danni diversi dai gas lacrimogeni, più della metà sono state colpite da proiettili veri.

Giovedì il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha comunicato che avrebbe fornito a Gaza due squadre di chirurghi di guerra e attrezzature mediche, per sostenere un sistema sanitario che ha affermato essere “sull’orlo del collasso”.

L’ICRC ha detto che la priorità per la sua missione di sei mesi sarebbe stata la cura delle vittime di ferite da arma da fuoco, tra cui circa 1.350 pazienti che avrebbero avuto bisogno da tre a cinque operazioni ciascuno.

Un simile carico di lavoro potrebbe travolgere qualunque sistema sanitario”, ha affermato l’ICRC. “A Gaza la situazione viene peggiorata dalla cronica carenza di medicinali, attrezzature ed elettricità.”

Baraccopoli infetta”

Le continue proteste a Gaza hanno lo scopo di rivendicare il diritto dei rifugiati palestinesi a ritornare nelle loro case e terre che sono ora in Israele e di chiedere la fine dell’assedio israeliano del territorio, che dura da oltre un decennio.

I due milioni di abitanti di Gaza sono “imprigionati dalla culla alla tomba in una baraccopoli infetta”, ha detto venerdì il responsabile dei diritti umani dell’ONU Zeid Ra’ad al-Hussein in una sessione speciale del Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

Zeid ha anche detto al Consiglio che ci sono “ poche tracce” del fatto che Israele stia facendo qualcosa per ridurre il numero delle vittime.

Ha confermato che “le azioni dei dimostranti di per sé stesse non sembrano costituire una minaccia immediata di morte o di ferite mortali tale che possa giustificare l’uso di forza letale.”

Zeid ha parlato al Consiglio quando esso stava prendendo in considerazione una bozza di risoluzione per avviare un’inchiesta internazionale per crimini di guerra a Gaza.

La settimana scorsa il Consiglio per i Diritti Umani ha deciso con 29 voti contro 2 di avviare un’inchiesta indipendente sulle violenze a Gaza.

Solo gli Stati Uniti e l’Australia hanno votato contro l’inchiesta, ma diversi governi dell’Unione Europea, inclusi Regno Unito e Germania, erano tra i 14 astenuti.

Medical Aid for Palestinians’, un’organizzazione benefica che ha fornito assistenza di emergenza in mezzo al crescente disastro, e una dozzina di altre organizzazioni, hanno criticato il rifiuto del governo britannico di appoggiare un’inchiesta “per accertare violazioni del diritto internazionale nel contesto delle proteste civili di massa a Gaza.”

Ma i tentativi di rendere Israele responsabile continuano, tra l’opposizione intransigente dei suoi sostenitori.

Venerdì sera il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato su una bozza di risoluzione proposta dal Kuwait, che deplora “l’uso eccessivo, sproporzionato e indiscriminato della forza da parte delle forze israeliane” e chiede “misure per garantire la sicurezza e la protezione” dei civili palestinesi.

Ha anche chiesto la fine del blocco di Gaza e deplorato “il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza contro zone civili israeliane.”

Dieci Paesi, inclusi i membri permanenti Russia e Francia, hanno votato a favore. Quattro, compresa la Gran Bretagna, contro.

Nonostante avesse i voti sufficienti per essere approvata, la risoluzione è stata resa vana dall’ambasciatrice USA Nikki Haley, che – come aveva promesso di fare – ha posto il veto del suo Paese.

Poi Haley ha proposto la sua bozza di risoluzione, che assolve Israele da ogni responsabilità per la violenza a Gaza e attribuisce tutta la responsabilità della situazione ad Hamas.

L’unico Paese che ha votato a favore sono stati gli Stati Uniti.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




I palestinesi sono stati abbandonati dai loro leader

Alaa Tartir

1 giugno 2018, Foreign Policy

Roma, 1 giugno 2018, Nena News – Quando l’amministrazione Trump ha deciso di trasferire l’Ambasciata USA a Gerusalemme, momento cruciale nella lotta del popolo palestinese per la libertà, i dirigenti dell’Autorità Palestinese non sono riusciti in alcun modo a dare una risposta significativa. Non sono nemmeno riusciti a evitare l’assassinio di civili a Gaza e, anzi, hanno mantenuto le politiche punitive contro i 2 milioni di palestinesi che vivono nella Striscia, tra cui quella di trattenere i salari dei dipendenti pubblici.

Dopo 22 anni di attesa dall’ultimo incontro, il Consiglio Nazionale Palestinese si è recentemente riunito a Ramallah per eleggere il Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il suo presidente. L’incontro di quattro giorni, che si è tenuto tra il 30 aprile e il 3 maggio, è stato una dolorosa dimostrazione di come i leader palestinesi stiano minando la democrazia.

L’incontro si è concluso con l’annuncio di una nuova leadership palestinese, basata sul clientelismo e su meschine politiche tra fazioni. Le cosiddette elezioni hanno dimenticato l’elemento principale di ogni sistema politico funzionante: la gente, che è stata messa da parte, emarginata, e a cui è stata tappata la bocca in una terribile dimostrazione della crescente sconnessione tra governanti e governati. Anche se questo non è un fenomeno nuovo, il livello di arroganza della leadership è stato stupefacente.

Oltre all’occupazione israeliana del loro territorio, i palestinesi subiscono l’assenza di una guida legittima, di strutture politiche responsabili e inclusive e di una governance democratica, efficace e trasparente. Tutto ciò impedisce ai palestinesi di far fronte ai diversi livelli di oppressione e repressione che si trovano davanti. Rovesciare questo triste stato di cose è un obiettivo irraggiungibile, con il sistema politico palestinese attuale. Però è anche un presupposto indispensabile, se le future generazioni di palestinesi vogliono avere un futuro migliore.

Se spera di reinventare l’attuale sistema politico, il popolo palestinese e una nuova generazione di dirigenti devono smascherare le élite politiche di oggi che continuano a dividere, indebolire e emarginare la popolazione. Questo processo di reinvenzione va ben oltre la questione di sciogliere l’Autorità Palestinese (AP), l’accoppiata Fatah-Hamas e il quadro dettato dagli Accordi di Oslo venticinque anni fa. Richiederà una più alta rappresentanza politica, un approccio più inclusivo alla pianificazione nazionale e una buona dose di fantasia per superare le idee antiquate e la miope visione del mondo che attualmente domina il pensiero politico della leadership palestinese.

L’attuale leadership non è disponibile né interessata alle rivendicazioni del popolo, perché minacciano il dominio dell’AP in Cisgiordania (e quello di Hamas a Gaza). La leadership, quindi, continua ad agire in modo autoritario, cercando di mettere a tacere ogni voce che ne mette in dubbio la legittimità o sfida il suo monopolio in fatto di governance.

Negli ultimi dieci anni, molte organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani hanno documentato l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza palestinesi per mettere a tacere chi protesta. Ci sono state anche detenzioni politiche, limitazioni alla libertà di parola e di partecipazione politica e manifestazione, così come spionaggio, atti di tortura e gravi violazioni dei diritti umani in risposta all’attivismo politico in strada o sui social media.

Le recenti manifestazioni al confine di Gaza e gli scontri a Gerusalemme nell’estate del 2017 devono essere compresi nel loro contesto. La frustrazione per lo status quo e la mancanza di prospettive, insieme alle condizioni di vita disperate, hanno portato allo scontro alla barriera militare della Striscia di Gaza; a Gerusalemme Est, sono state le politiche esplicite sugli insediamenti, volte a incrementare la popolazione ebraica a causare gli scontri, e la repressione da parte sia di Israele che dell’Autorità Palestinese ha provocato la resistenza in Cisgiordania. La protesta collettiva palestinese, oggi, è un’espressione di resistenza alla violenza dell’occupante israeliano, ma anche alla leadership palestinese.

Non sorprende, quindi, che dopo il meeting dell’Autorità Palestinese del 30 aprile siano aumentate le tensioni. Anche se molti palestinesi – dato il ruolo storico dell’OLP nel portare la lotta palestinese sul piano mondiale – continuano a idealizzare l’organizzazione come “unica legittima rappresentante del popolo palestinese nel mondo”, i palestinesi hanno anche visto in diretta TV, come dice un giovane di Gaza, “quanto siano marci questo organismo e le sue istituzioni”. Ha aggiunto che “quando svanisce anche l’ultima speranza… ti metti a capo di una rivolta per essere ascoltato, visto, riconosciuto.”

Per le generazioni più giovani, la reazione alla frustrazione è stata organizzarsi e mobilitarsi.

Come sottolinea un altro giovane attivista di Gaza, “L’abbiamo visto nell’estate del 2017 a Gerusalemme, e adesso lo vediamo a Gaza. Anche se questi scontri ciclici non durano… solo la gente, non la leadership politica, potrà modificare gli squilibri di potere tra colonizzatori e colonizzati.”

Una terza giovane attivista sostiene, con rabbia, che “siamo noi, la gente, la generazione futura, i giovani, e non Hamas, quelli che stanno protestando”. La lotta, secondo lei, è una delle forme di “resistenza popolare contro ogni forma di controllo e dominazione, sia essa palestinese, israeliana, egiziana o qualsiasi altra… Ne abbiamo abbastanza del modello gerarchico che crea solo dittatori e élite VIP che ci fanno solo del male”.

È chiaro che c’è una nuova via d’accesso per i leader del futuro: un attivismo locale, dal basso, che generi leader legati alle loro cerchie sociali e alle battaglie quotidiane della gente, piuttosto che un’élite disinteressata e distante nei lussuosi uffici di Ramallah.

Le proteste di Gaza sono il risultato di questa rabbia popolare. Israele ha cercato di dare una falsa immagine del coinvolgimento di Hamas nelle dimostrazioni al confine per criminalizzare e screditare i manifestanti. Anche se Hamas non è l’organizzatore della marcia, è coinvolto direttamente e indirettamente perché è uno degli attori principali che governano Gaza. È fondamentale riconoscere che Hamas è parte integrante della scena politica palestinese a prescindere dal danno che causa (come anche Fatah) alla lotta palestinese per la libertà e indipendentemente dalle strategie, idee, o principi ideologici. Hamas ha semplicemente fatto ciò che avrebbe fatto qualsiasi partito politico: ha strumentalizzato le proteste per ricavarne un vantaggio politico.

Le manifestazioni a Gaza riguardano fondamentalmente gli innegabili e internazionalmente riconosciuti diritti del popolo palestinese nel suo insieme. Molti attori politici, oltre a Hamas, hanno partecipato alle marce, il che dimostra che esiste una nuova generazione di leader, non divisi in fazioni; una lezione che Fatah e Hamas farebbero meglio a imparare.

Anche se le marce potrebbero durare poco, la comunità internazionale una lezione l’ha imparata: le rivendicazioni dei semplici cittadini palestinesi dovrebbero essere prese sul serio. E questo non solo per il tragico bilancio delle vittime, ma anche perché gli attori internazionali capiscono che un movimento sociale palestinese dal basso potrebbe davvero destabilizzare e minacciare lo status quo, uno status quo che va benissimo alla maggioranza degli attori.

Se la futura generazione di leader palestinesi riuscirà ad ottenere una certa influenza, non potrà limitarsi a criticare e maledire lo status quo. Dovrà essere propositiva e immaginare un futuro ben determinato, e mettere in pratica quella visione con azioni concrete e realizzabili. Cambiare le politiche richiede saper fare politica, e cambiare le regole attuali richiede saper stare al gioco.

Sarà un processo complesso e caotico, ma i futuri leader palestinesi diventeranno visibili solo se formeranno nuovi partiti, proporranno liste di giovani alle elezioni, stabiliranno una cultura di responsabilità e creeranno un governo ombra guidato dai giovani che si metta in gioco in un dibattito nazionale sulle priorità del popolo palestinese.

“Ti spetta qualcosa in questo mondo, perciò alzati” ha detto una volta Ghassan Kanafani, scrittore e attivista politico palestinese assassinato dal Mossad, i servizi segreti israeliani. I palestinesi di Gaza, Haifa, Gerusalemme e ovunque stanno facendo proprio questo: si stanno alzando per la giustizia, la libertà, la dignità e l’autodeterminazione come valori fondamentali. Le forze che combattono questi valori, molto spesso con il pretesto della sicurezza, dovranno renderne conto finché non sosterranno pace e giustizia. Solo allora potremo parlare di un futuro di pace e prosperità per la Palestina. Nena News

Alaa Tartir è direttore editoriale di Al-Shabaka – The Palestinian Policy Network, ricercatore associato al CCDP (Centro su Conflitti, Sviluppo e Peacebuilding) di Ginevra e visiting professor alla Paris School of International Affairs, Sciences Po.

(Traduzione di Elena Bellini)

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Come i media negano l’umanità dei palestinesi

Gregory Shupak

giovedì 31 maggio 2018, Middle East Eye

A partire dall’inizio delle manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” il 30 marzo, Israele ha ucciso a Gaza almeno 116 palestinesi e ne ha feriti altre migliaia, sparando contro manifestanti disarmati.

Secondo “Medici senza frontiere” Israele ha utilizzato proiettili che provocano “ferite insolitamente gravi alle estremità inferiori…(e) un livello estremo di distruzione di ossa e tessuti molli”. Gli attacchi più pesanti di Israele contro dimostranti disarmati sono avvenuti il 14 maggio, quando le sue forze hanno ucciso 62 palestinesi.

Tuttavia nell’informazione sul massacro del 14 maggio, e più in generale sulle manifestazioni, i media hanno accuratamente disumanizzato i palestinesi e reso invisibili i loro diritti.

Rifiuto di criticare Israele

Se gli editorialisti vedessero i palestinesi come esseri umani, avrebbero condannato senza ambiguità il recente massacro di massa. Invece sul “New York Times” Shmuel Rosner ha apertamente appoggiato il massacro, scrivendo: “È cosa abituale adottare un tono apologetico quando vengono uccise decine di persone, come è successo questa settimana a Gaza. Ma eviterò questo istinto ipocrita e dichiarerò freddamente: Israele aveva un chiaro obiettivo quando ha sparato, a volte per uccidere… Quell’obiettivo è stato raggiunto.”

Nello stesso giornale Thomas Friedman si è rifiutato di criticare Israele, condannando Hamas che avrebbe “favorito le morti tragiche e inutili di circa 60 gazawi incoraggiando la loro manifestazione.”

Possiamo concluderne che questo tipo di appoggio agli squadroni della morte di Israele si estende persino all’uccisione da parte loro di bambini e disabili, dato che i summenzionati giornalisti non hanno niente da ridire in merito.

La più dura critica a Israele da parte di David Brooks del “Times” arriva quando dice che lui “non assolve i palestinesi dalla responsabilità delle loro scelte”, ma “non perdona neppure gli israeliani per la loro incapacità di affrontare in modo corretto l’estremismo.” Con un colpo della sua penna magica, l’uccisione di decine di manifestanti disarmati si trasforma nell’ ”incapacità di affrontare in modo corretto l’estremismo.”

Egli sostiene che quello che è successo durante la “Grande Marcia del Ritorno” è che i palestinesi hanno cercato “di creare una messa in scena del martirio che avrebbe mostrato al mondo quanto (i palestinesi) siano oppressi.” Allo stesso modo Max Boot del “Washington Post” descrive il massacro da parte di Israele come un “possibile errore tattico di valutazione” che “in nessun modo elimina la responsabilità fondamentale di Hamas per questo orrore.”

Uno “spettacolo grottesco”

Invece Bret Stephens del “Times” lamenta: “Ora il mondo chiede che Gerusalemme renda conto di ogni proiettile sparato contro i dimostranti, senza offrire una sola alternativa concreta per affrontare la crisi.” Suggerisce che i palestinesi attribuiscono un’indebita responsabilità a Israele per essere stati colpiti circa 3.500 volte da pallottole israeliane letali. L’idea che i palestinesi siano del tutto umani confonde talmente Stephens che si dimentica ciò che è più assurdamente ovvio: l’alternativa a sparare contro manifestanti palestinesi disarmati è non sparargli.

Per questi giornalisti i palestinesi non sono umani, ma piuttosto spiriti demoniaci di un culto della morte in grado di impossessarsi degli israeliani e fare in modo che sparino ai palestinesi. Gli esseri umani hanno diritti, ma per questi editorialisti i palestinesi non sono umani – per cui i loro diritti vengono trasformati in minacce per Israele.

Rosner dichiara che “proteggere il confine era più importante che evitare di uccidere, e proteggere il confine è quello che Israele ha fatto con successo.” Boot disumanizza i palestinesi dipingendoli come orde minacciose: “Israele è intrappolato in una situazione senza via d’uscita: non può consentire che il suo confine venga superato – nessuno Stato può farlo -, ma se cerca di difendere il proprio territorio corre il serio pericolo di una tragedia umana e di un incubo nelle pubbliche relazioni.”

Brooks descrive la “Grande Marcia del Ritorno” come “una massiccia invasione del confine” di Israele. Stephens scrive di quello che chiama “il grottesco spettacolo lungo in confine di Gaza durante le scorse settimane, in cui migliaia di palestinesi hanno tentato di violare la recinzione ed entrare a forza in Israele, spesso a costo della propria vita.”

Secondo le idiozie razziste di Stephens, le proteste simbolizzano una “cultura della vittimizzazione, violenza e fanatismo” da cui “non può emergere alcuna società palestinese rispettabile.”

Il diritto al ritorno

Quello che chiamano il “grottesco spettacolo” e “l’attraversamento” di un “confine” è in realtà il fatto che i palestinesi hanno coraggiosamente attirato l’attenzione sulle incredibili ingiustizie che gli sono state fatte ed hanno tentato di esercitare – forse solo simbolicamente – il diritto al ritorno nella loro patria, a lungo negato e previsto dalle leggi, attraversando una linea coloniale di armistizio che nessuna istituzione con una qualche legittimazione riconosce come un “confine” internazionale che Israele abbia il diritto di “proteggere”.

Per i giornalisti di cui ho parlato, gli israeliani sono umani, per cui hanno dei diritti, ma ciò non vale per i palestinesi. Il titolo dell’articolo di Rosner è “Israele deve proteggere i suoi confini. Con qualunque mezzo necessario.” Friedman scrive: “Capisco perché Israele non ha altra scelta che difendere il suo confine con Gaza con la forza bruta.”

Boot dice dell’assedio spietato di Israele contro Gaza: “Per proteggersi, Israele ha posto rigidi controlli di sicurezza attorno a Gaza, ma Hamas usa tunnel per far entrare di contrabbando missili e altri armamenti dall’Egitto.” Stephens sostiene che c’è uno schema in cui i palestinesi si fanno del male da soli e incolpano Israele, e che questo presunto andamento “meriterebbe di essere messo in luce in mezzo al torrente di critiche moralmente cieche e storicamente ignoranti a cui gli israeliani sono soggetti ogni volta che si difendono da un violento attacco palestinese.”

Questi commentatori insistono su quello che vedono come Israele che esercita i propri diritti alla “sicurezza” e all’”autodifesa”, ma, dato che vedono i palestinesi come non umani, è possibile ignorare il diritto dei palestinesi a difendersi da decenni di violenza israeliana arbitraria e far credere che i palestinesi non abbiano il diritto di liberarsi – un diritto che è protetto dalle leggi internazionali e include la lotta armata.

Per gli editorialisti, Israele e il suo protettore, gli USA, hanno il diritto di usare infiniti livelli di violenza per conservare l’occupazione e l’apartheid, ma i palestinesi non hanno diritti – solo l’obbligo di sottomettersi alla propria uccisione, spoliazione e oppressione.

Greg Shupak scrive fiction e analisi politiche e insegna “Studi sui media” all’università di Guelph-Humber [università canadese, ndt.]. Il suo libro, “The Wrong Story: Palestine, Israel, and the Media” [“La storia sbagliata: Palestina, Israele e i media], può essere ordinato da OR Books [casa editrice di New York, ndt.]

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il massacro della Grande Marcia del Ritorno di Gaza: un punto di svolta?

Nada Elia

29 maggio 2018, Middle East Eye

I palestinesi si devono mobilitare e avere una strategia per fare in modo che il più recente attacco di Israele sia l’ultimo.

L’apertura dell’ambasciata USA a Gerusalemme il 14 maggio ha sparso sale su ferite aperte.

Mentre la “consigliera del presidente” Ivanka Trump se ne stava allegramente vicino a un trionfante Benjamin Netanyahu nel cuore della città illegalmente annessa, Israele era impegnato nell’ennesimo massacro a meno di 100 km a sud-est. Decine di persone sono state uccise e migliaia ferite a Gaza nelle sei settimane della “Grande Marcia del Ritorno”, tra il “Giorno della Terra” e quello della “Nakba”, e molti dei feriti languiscono ancora negli ospedali mal equipaggiati di Gaza.

L’assedio di Gaza, la cui popolazione comprende in buona parte profughi, continua a strangolare la regione in quello che è stato descritto come un “genocidio progressivo” [definizione dello storico israeliano Ilan Pappe, ndt.].

Nakba continua

Questo è ciò che intendono i palestinesi quando dicono che la Nakba sta continuando. Le ingiustizie contro di noi non sono state perpetrate solo una volta, nel 1948, continuano fino ai giorni nostri, con sempre più espulsioni, furti di terra e uccisioni di massa.

Come è successo ormai da qualche anno dopo ogni massacro, sono scoppiate proteste in tutto il mondo, mentre un crescente numero di persone di coscienza ha denunciato pubblicamente le azioni di Israele e annunciato il proprio sostegno alla campagna di solidarietà per il Boicottaggio, Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

Le proteste sono eventi necessari per esprimere solidarietà con i palestinesi e per mostrare ai politici che l’opinione pubblica non approva quest’ultima aggressione. Le denunce pubbliche della criminalità di Israele da parte di artisti sono benvenute e attese da tempo per dichiarare che Israele è uno Stato da emarginare piuttosto che un’attraente destinazione per la cultura e il turismo.

Come la co-fondatrice di Electronic Intifada Laurie King ed io abbiamo chiesto in un editoriale del 2011: perché dovrebbero essere da criticare artisti come Beyoncé, Usher e Mariah Carey – tutti e tre hanno fatto esibizioni private per la famiglia Gheddafi – mentre non si dice niente di gente come Madonna e Lady Gaga che si accompagnano con Netanyahu e a volte si avvolgono letteralmente nella bandiera israeliana, mentre molti altri difendono Israele quando pratica apertamente l’apartheid e la pulizia etnica?

Ma oggi, con le spudorate dichiarazioni di politici israeliani che non ci sono manifestanti innocenti a Gaza e che ogni dimostrante è un bersaglio legittimo e con i cittadini israeliani che dichiarano ripetutamente il proprio appoggio all’uccisione di palestinesi, stiamo finalmente vedendo crepe nella maschera di Israele, nella facciata democratica con cui ha preso in giro buona parte dell’Occidente.

Vecchio ordine imperiale

Tuttavia non possiamo rilassarci proprio adesso. Al contrario dobbiamo continuare a mettere sotto i riflettori Israele, in modo che non si riprenda dalle critiche del momento, come ha fatto in continuazione dopo precedenti massacri e dopo le proteste che li hanno seguiti.

Il massacro del “Giorno della Nakba” e l’inaugurazione della nuova ambasciata USA non costituiscono un’aberrazione. Gli analisti che sostengono che lo spostamento dell’ambasciata USA è la continuazione della sua politica di lunga data in Medio Oriente, a cominciare dal 1967, piuttosto che un allontanamento da essa, hanno ragione.

Aggiungerei che non è solo una continuazione della politica USA, ma di un più antico ordine imperialista – anzi, il vecchio ordine imperialista che ha dato vita agli USA. Il secolo scorso della storia palestinese è stato un doloroso ciclo di estrema ingiustizia imposta a una popolazione indigena, seguita da insurrezioni, a loro volta violentemente represse, finché la gente non si è di nuovo ribellata chiedendo giustizia.

Le rivolte, compresa l’insurrezione del 1936-39 contro il Mandato britannico e le Intifada iniziate nel 1987 e nel 2000, hanno assunto molte forme, dalla ribellione armata alle proteste pacifiche. Sono state invariabilmente affrontate con una violenza sproporzionata da parte dell’oppressore coloniale, a cominciare dall’Inghilterra, che per prima impose la legge marziale e forgiò molte delle misure che Israele utilizza ancora oggi per discriminare i palestinesi, fino ai veri e propri massacri che Israele adesso commette sistematicamente.

Oggi questi massacri sono resi possibili dagli USA, che forniscono ad Israele il necessario appoggio economico e diplomatico per agire con impunità. Nelle conclusioni al suo rivoluzionario libro del 1978 “Orientalismo” Edward Said [intellettuale palestinese e docente universitario alla Columbia University, ndt.] scrisse che la tendenza degli USA a dominare il mondo li ha messi nella posizione che aveva una volta la Gran Bretagna, quando sosteneva in modo arrogante che “il sole non tramontava mai” [frase in realtà attribuita a Carlo V d’Asburgo nel XVI° secolo, ndt.] sull’impero britannico. L’ambasciata USA a Gerusalemme illustra il giudizio di Said, anni dopo la sua prematura morte.

Una prospettiva oltre le proteste

Negli ultimi anni si è evidenziata un’altra caratteristica ricorrente dei massacri, cioè la dichiarazione che “questo è un punto di svolta”. Più di recente, la “Grande Marcia del Ritorno” è stata paragonata all’attraversamento del ponte “Edmund Pettus” [marcia pacifica per i diritti civili dei neri tra Selma e Montgomery violentemente repressa, ndt.] nel Sud degli USA, mentre il massacro del “Giorno della Nakba” è stato descritto come la Sharpeville [manifestazione pacifica contro l’apartheid in Sudafrica contro cui la polizia sparò a bruciapelo, ndt.] palestinese.

Tuttavia la “Grande Marcia del Ritorno” sarà un punto di svolta solo se noi la renderemo tale. Se vogliamo che lo schema cambi dobbiamo organizzarci con una prospettiva oltre le proteste. Per ora la maggior parte delle proteste sono state rivolte spontanee contro l’ingiustizia, con una scarsa progettualità per quello che sarebbe venuto dopo che ci siamo riuniti agli angoli delle strade e nei parchi pubblici per gridare la nostra sofferenza, la nostra indignazione e la nostra solidarietà.

Mentre ci lasciamo alle spalle il centenario della dichiarazione Balfour e il 70^ anniversario della Nakba, tra la rinnovata arroganza degli attuali leader imperialisti, è urgente che ci concentriamo nella progettazione del futuro piuttosto che limitarci a protestare.

In ultima analisi non sono le dimensioni del massacro che determinano se si tratta di un punto di svolta. Semmai è come riusciamo a reggere la nostra mobilitazione e la nostra organizzazione, in modo che non sia solo un ennesimo episodio di una lunga serie di ingiustizie.

Sta a noi onorare la resistenza palestinese non solo leggendo i nomi dei morti, ma mobilitandoci, organizzandoci e ideando una strategia concreta per fare in modo che questo massacro non sia il più recente, ma l’ultimo.

Nada Elia è una scrittrice e commentatrice politica della diaspora palestinese, che attualmente lavora al suo secondo libro: “Who You Callin’ ‘Demographic Threat?’ Notes from the Global Intifada” [“Chi definisci ‘minaccia demografica?’ Note dall’intifada globale.”]. Docente (in pensione) di studi sul genere e globali, è membro del gruppo di orientamento della campagna USA per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (USACBI).

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)