Perché i palestinesi protestano? Perché vogliamo vivere

Mariam Barghouti

Domenica 16 Maggio 2021 – The Guardian

Proprio come le proteste di Black Lives Matter non riguardavano solo un omicidio, noi stiamo fronteggiando un regime di totale oppressione

Ho iniziato ad andare alle manifestazioni quando avevo 17 anni. All’inizio andavo alle proteste contro l’occupazione militare israeliana. Poi abbiamo anche cominciato a protestare contro l’autoritarismo dell’Autorità Palestinese e di Hamas, e la disgustosa rivalità tra le fazioni politiche palestinesi. Per i palestinesi, la protesta è diventata uno stile di vita, un modo per essere risoluti, per perseverare.

Negli ultimi dieci anni gran parte di questo fardello di protesta è stato sostenuto da singole famiglie palestinesi che hanno subito l’espulsione o la violenza per mano di soldati e coloni. La minaccia di sfratti o demolizioni può provocare una protesta locale, nella speranza di prevenire questo o quel particolare oltraggio. Ma in questo momento l’attenzione del mondo è su di noi non come individui ma come collettività, come palestinesi. Non si tratta solo di un villaggio o di una famiglia o “solo di quelli della Cisgiordania” o “solo di quelli di Gerusalemme”.

Ciò per cui ora stiamo protestando per le strade non è un omicidio o un raid violento, ma un intero regime di oppressione che distrugge i nostri corpi, le nostre case, le nostre comunità, le nostre speranze, proprio come le proteste per le vite dei neri che l’anno scorso si sono propagate negli Stati Uniti non riguardavano solo George Floyd o Breonna Taylor o qualunque altro omicidio.

Questo è ciò che fa il colonialismo: soffoca ogni parte della tua vita, e poi finisce col seppellirti. È un processo strategico e deliberato che viene ostacolato o ritardato solo perché gli oppressori sono quasi sempre affrontati e sfidati da coloro che sono sotto il loro dominio. Alla fine, chi vuole rimanere incatenato per quelle che sono le sue origini?

La scorsa settimana ero nei pressi dell’insediamento illegale di Beit El, adiacente a Ramallah in Cisgiordania, mentre l’esercito israeliano inviava jeep che si precipitavano verso manifestanti, giornalisti e personale medico, martellando in pieno la folla con candelotti lacrimogeni.

Il suono di quei candelotti che a decine si dirigevano a spirale contro di noi mi fa ancora tremare. Mi ricorda il giorno del dicembre 2011, nel villaggio di Nabi Saleh [villaggio palestinese a 20 chilometri a nord-ovest di Ramallah, ndtr.] quando un soldato israeliano sparò un candelotto lacrimogeno, da distanza ravvicinata, direttamente sul volto del ventottenne Mustafa Tamimi, che stava lanciando delle pietre, poi morto a seguito delle ferite.

Ricordo il volto di Janna Tamimi, sua cugina, di sei anni, mentre gridava con la sua fragile voce: “Perché hai ucciso il mio migliore amico?” Dietro di lei c’era l’insediamento illegale di Halamish. La protesta di Mustafa era contro l’espansione degli insediamenti e l’impunità della violenza dei coloni mentre lui e la sua comunità erano imprigionati nel villaggio, senza accesso a sorgenti d’acqua o servizi pubblici.

Il fatto che queste proteste non abbiano dei leader illustra i decenni di deterioramento delle condizioni di tutti i palestinesi. Questo è l’esito di una generazione nata dai penosi accordi di Oslo del 1993-1995, cresciuta durante decenni che hanno solo consolidato l’espansione degli insediamenti coloniali israeliani e la stretta sulle vite dei palestinesi.

Più di questo, si tratta di una continua crescita di energia, di resistenza e di perdita di fiducia. Ma allo stesso tempo, è una completa rivendicazione della fiducia, non nei responsabili politici internazionali, non nei comitati di negoziazione, non negli osservatori umanitari e nelle ONG, ma in noi stessi.

“Perché devi sempre metterti in prima linea?” mia madre mi rimproverava anni fa, mentre gettava via i miei vestiti inzuppati della pestilenziale “kharara”, l’acqua puzzolente irrorata dai militari israeliani.

Utilizzata sovente nel corso delle proteste in Cisgiordania, le forze israeliane la stanno spargendo anche nelle strade di Sheikh Jarrah e nelle case dei palestinesi. È un tentativo di rendere le nostre vite così insopportabili da costringerci ad andarcene.

Volevo dirlo a mia madre, che se non fossi stata io lo avrebbe fatto qualcun altro. Volevo dirle come a Gaza le proteste pacifiche del 2018 sono state accolte con l’uccisione di centinaia di persone da parte dei cecchini, tanto che i soldati israeliani le hanno trasformate in un implacabile giostra del tiro a segno, provocando deliberatamente ferite invalidanti.

Ma sapevamo entrambe che ciò che la rendeva così arrabbiata era l’orribile riconoscimento che non avevamo altra scelta che protestare, che finché l’ingiustizia persiste e i nostri sogni di una migliore realtà continuano a spingerci verso la sfida, bagnarci nell’acqua puzzolente significava almeno che ero viva.

Questo è esattamente il motivo per cui stiamo protestando, perché siamo pronti ad essere vivi.

Mariam Barghouti è una scrittrice e ricercatrice palestinese.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La repressione israeliana vuole mettere a tacere i giornalisti palestinesi

Greg Shupak 

13 aprile 2021 Electronic Intifada

Le operazioni di insediamento dei coloni mirano a impedire agli espropriati di documentare le loro esperienze, e sono parte del tentativo più ampio di dominarli e disumanizzarli e annullare ogni aspetto della loro indipendenza.

La violenza di Israele contro i giornalisti palestinesi ne è un esempio.

Nel 2019 il Congresso mondiale della Federazione Internazionale dei Giornalisti ha adottato una mozione del Sindacato dei Giornalisti Palestinesi che “condanna le continue violazioni della libertà di stampa nei Territori Occupati palestinesi”.

Israele reprime con violenza i giornalisti che documentano i suoi crimini contro i palestinesi – prendendo di mira principalmente i giornalisti palestinesi ma non esclusivamente – perché il controllo delle narrazioni è una componente cruciale del controllo politico.

Violenza

Secondo il Centro Palestinese per lo Sviluppo e la Libertà dei Media, MADA, tra il 2000 e il settembre 2018 Israele ha ucciso 43 giornalisti in Cisgiordania e Gaza.

Durante i primi sei mesi della Grande Marcia del Ritorno di Gaza, una serie di proteste iniziate nel marzo 2018, Israele ha effettuato decine di attacchi contro i giornalisti, incluso il caso di un cecchino israeliano che ha ucciso il giornalista Yaser Murtaja mentre si trovava a circa 350 metri dal confine di Gaza con indosso un giubbotto e un casco che lo identificavano chiaramente come membro della stampa.

Una settimana dopo, in circostanze identiche i soldati israeliani hanno sparato ad Ahmad Abu Hussein che si trovava a diverse centinaia di metri dal confine e indossava un giubbotto e un casco che lo contraddistinguevano come giornalista. Abu Hussein ha subito una serie di operazioni ma è morto circa due settimane dopo.

Israele ha inflitto una miriade di ferite gravi ai giornalisti palestinesi durante le proteste. Yasser Fathi Qudih è stato colpito all’addome, ciò che ha portato all’asportazione di parte della milza. Abdullah al-Shourbaji è stato colpito al bacino e ha perso parte dell’intestino. Yasmin al-Naouq è stata colpita alla schiena.

Decine di giornalisti sono stati sottoposti ad amputazioni a causa delle ferite riportate.

MADA ha riscontrato che in totale, nel 2018 in soli due mesi dal 30 marzo, primo giorno della Grande Marcia del Ritorno, al 30 maggio, ci sono stati 46 giornalisti feriti a Gaza con munizioni vere o proiettili esplosivi.

Questo elevato bilancio, conclude MADA, è “un risultato diretto dell’impunità dell’esercito e degli ufficiali di occupazione israeliani per i crimini commessi negli ultimi anni”.

“Massimo danno “

Il Centro Palestinese per i Diritti Umani ha riscontrato ulteriori 25 feriti fra i giornalisti che coprivano la Grande Marcia del Ritorno tra il 1 ° maggio 2019 e il dicembre dello stesso anno, quando le proteste furono sospese. Tutte le ferite erano imputabili all’esercito israeliano. Cinque di quei giornalisti sono stati colpiti da proiettili veri.

L’associazione conclude che Israele “ha preso di mira i giornalisti per infliggere loro il massimo danno” – giornalisti come Sami Jamal Taleb Misran, che è stato colpito a un occhio con un proiettile rivestito di gomma e alla fine ha perso la vista a quell’occhio. Grazie al suo giubbotto antiproiettile Misran era già sopravvissuto una settimana prima a un colpo diretto al petto.

La violenza contro i giornalisti non è affatto limitata a Gaza e alle proteste della Grande Marcia del Ritorno.

Il Centro Palestinese per i Diritti Umani riporta, nell’anno esaminato, 15 casi di soldati israeliani che hanno ferito giornalisti in Cisgiordania con proiettili veri, proiettili rivestiti di gomma o bombolette di gas lacrimogeni sparati direttamente contro di loro.

In uno di questi casi, le forze israeliane hanno sparato a Moath Amarneh negli occhi mentre copriva le proteste contro le confische di terra vicino a Hebron. Ha perso un occhio.

I soldati israeliani attaccano spesso i giornalisti mentre svolgono il loro lavoro.

Nell’anno esaminato dal Centro Palestinese per i Diritti Umani quattordici giornalisti “sono stati sottoposti a percosse e altre forme di violenza e trattamenti inumani e degradanti da parte delle forze israeliane”, incluso Mashhoor Wahwah dell’agenzia di stampa Wafa che, nell’ottobre 2019, stava riferendo di un’incursione israeliana a sud di Hebron quando un soldato israeliano lo ha picchiato con il calcio del fucile e lo ha costretto a lasciare l’area.

Soltanto un giorno dopo i soldati israeliani hanno attaccato fisicamente sei giornalisti mentre riferivano di una protesta pacifica di decine di civili a Gerusalemme est in solidarietà con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame.

Israele ha arrestato quattro giornalisti – uno dell’agenzia turca Anadolu e gli altri dei canali palestinesi Alkofiya Satellite Channel e del quotidiano al-Quds – e ha costretto tutti gli altri giornalisti a lasciare l’area.

Arresti, detenzioni e intimidazioni

Israele arresta e imprigiona regolarmente i giornalisti. MADA riporta che dall’inizio del 2014 alla metà del 2017 ci sono stati 93 arresti e detenzioni di operatori dei media e giornalisti.

Fra questi 18 casi riguardano 15 persone sottoposte a detenzione amministrativa, la pratica di tenere qualcuno in carcere senza accusa o processo e per la quale Israele è stato criticato dalle Nazioni Unite.

Nel 2018 Israele ha arrestato quattro giornalisti palestinesi – Ala Rimawi, Mohammad Ulwan, Husni Injass e Qutaibah Hamdan – che lavoravano per la televisione Al-Quds in Cisgiordania, dopo aver definito la rete una “organizzazione mediatica terroristica” per i suoi legami con Hamas, una mossa condannata dalla Federazione Internazionale dei Giornalisti.

I soldati israeliani hanno anche sequestrato dalle loro case due automezzi e attrezzature tecniche, inclusa una telecamera.

Un mese dopo Israele ha prorogato la detenzione amministrativa di Ali Dar Ali, un popolare giornalista della TV palestinese. Ali era stato arrestato settimane prima per presunta “istigazione alla violenza contro i soldati israeliani” per aver pubblicato un video sulla sua pagina Facebook ufficiale che mostrava le forze di occupazione israeliane all’opera nel campo profughi di al-Amari.

Il Centro riferisce che nell’anno esaminato Israele ha detenuto o arrestato 26 giornalisti “in servizio o a casa loro… perché erano giornalisti”.

Nel marzo 2020 Israele ha arrestato Abdulrahman Dhaher e lo ha detenuto per mesi senza accusa. Una settimana prima del suo arresto aveva pubblicato un video sui social media con interviste raccolte per strada sulla storia dell’occupazione israeliana di Gaza.

Lo scorso novembre Christine Rinawi, corrispondente da Gerusalemme di Palestine TV, si è dimessa in seguito a quelle che Reporter Senza Frontiere ha descritto come “ripetute minacce giudiziarie e di polizia” da parte di Israele.

Rinawi se n’è andata dopo che la polizia israeliana l’ha convocata per l’ottava volta in un anno per interrogarla. Israele l’accusava di aver violato il divieto di lavorare a Gerusalemme. La polizia ha detto che l’avrebbero incarcerata se avesse continuato a lavorare per Palestine TV, che ha sede a Ramallah e – con l’importante eccezione di Gerusalemme – opera nei territori occupati.

Reporter Senza Frontiere ha descritto la vessazione nei confronti di Rinawi come “eccessiva e ingiustificata”.

Censura

Israele censura i palestinesi usando anche un’altra serie di strumenti.

Il Centro Palestinese per i Diritti Umani documenta la messa al bando di due giornali, al-Resalah e Palestine, pubblicati a Gaza ma stampati da al-Ayyam in Cisgiordania.

Nel maggio 2014, prima del sanguinoso assalto israeliano a Gaza dell’estate, le forze israeliane hanno fatto irruzione negli uffici di al-Ayyam a Beitunia, a ovest di Ramallah, per informare i proprietari che non avrebbero più avuto l’autorizzazione a stampare o distribuire alcun giornale che provenisse da Gaza.

Lo scorso novembre Israele ha prolungato di sei mesi la chiusura dell’ufficio di Palestine TV a Gerusalemme est, estendendo quello che in origine era un divieto di 12 mesi.

L’emittente era stata chiusa all’inizio per il crimine di trasmettere “contenuti anti-israeliani e anti-sionisti”. (Evidentemente Israele garantisce ai palestinesi il diritto di esprimersi sempre che non si tratti di ingratitudine per essere oggetto di pulizia etnica!)

I giornalisti palestinesi cittadini di Israele operano in un contesto caratterizzato sia da censura totale che da un’economia politica che agisce come forma di censura.

Quando Israele ha definito Al-Quds TV un’organizzazione “terrorista” a causa della sua adesione ad Hamas, lo Stato ha vietato alla rete di svolgere attività all’interno di Israele o in Cisgiordania. Una conseguenza è stata l’eliminazione di potenziali opportunità di lavoro per i giornalisti palestinesi che vivono in Israele.

Il giorno in cui è stato annunciato il divieto, la polizia israeliana ha convocato il personale di una società palestinese di produzione di media che forniva servizi alla TV Al-Quds e li ha interrogati per diverse ore.

Musawa è l’unico canale televisivo palestinese rivolto specificamente ai palestinesi all’interno di Israele. Ma è legato all’Autorità Nazionale Palestinese e, secondo un dipendente di Musawa, le critiche all’ANP non sono ammesse nelle trasmissioni.

Nel frattempo Makan, la versione in lingua araba dell’emittente nazionale israeliana Kan, impiega arabi e fornisce salari più alti e più risorse rispetto alle strutture arabe in Israele. Tuttavia a Makan parole come “occupazione” e “Nakba” sono proibiti.

La pratica della liberazione

Uccidere, mutilare, aggredire, imprigionare, minacciare e censurare i giornalisti palestinesi nella portata sopra descritta si sommano al sistematico tentativo israeliano di assicurarsi il controllo sulle narrazioni che circolano degli eventi nella Palestina storica.

Sembrerebbe che tali incessanti minacce ai mezzi di sostentamento, alla libertà, al benessere mentale e fisico e alla sopravvivenza dei lavoratori dei media palestinesi potrebbero avere l’effetto di un blocco. Eppure i palestinesi persistono nel produrre giornalismo di notevole quantità e qualità.

Il fatto che il loro lavoro continui non prova che Israele sia una democrazia che consente lo scambio aperto di idee e informazioni.

Suggerisce piuttosto che il giornalismo palestinese va compreso non solo come un modo di documentare i fatti su ciò che il sionismo significa per loro come popolo, ma anche come mezzo per aiutare a preservare proprio la possibilità di parlare dei palestinesi come popolo.

In questo senso il giornalismo palestinese è sia uno strumento nella lotta per la liberazione sia una pratica effimera ma viva che Israele, nonostante i suoi strenui sforzi, non è riuscita a spegnere.

Greg Shupak è autore di narrativa e analisi politica e insegna Media Studies e Inglese all’Università di Guelph-Humber. Ha scritto The Wrong Story: Palestine, Israel, and the Media [OR Books 2018, Una storia sbagliata: Palestina, Israele e i media, ndtr.]

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La Giornata della Terra: il progetto israeliano di furto di terre continua indisturbato

Ghada Karmi

30 marzo 2021 – Middle East Eye

Per i palestinesi, la Giornata della Terra continua a essere uno stimolo e un omaggio alla giusta lotta di un popolo indomito per la propria terra.

La centralità della lotta per la terra è sempre stata fondamentale per capire il conflitto israelo-palestinese.

È al cuore di due grandi eventi le cui ricorrenze cadono il 30 marzo. Il primo, la Giornata della Terra, commemora l’inizio della resistenza dei palestinesi all’occupazione della loro terra da parte di Israele nel 1976; e il secondo segna l’inizio della Grande Marcia del Ritorno nel 2018, quando a Gaza migliaia di palestinesi protestarono per il diritto dei rifugiati al ritorno alle loro terre confiscate in Israele.

Fin dall’inizio, il movimento sionista era fondato sull’acquisizione di un territorio deserto su cui stabilire uno Stato esclusivamente per ebrei. Dato che nella Palestina dell’epoca tale terra non era disponibile, doveva essere ottenuta, prima con l’acquisto e poi con la guerra.

Il percorso del furto della terra

Dato che dopo il 1917 gli immigrati ebrei iniziarono ad arrivare nel Paese in numero crescente, organizzazioni sioniste come il Fondo Nazionale Ebraico e l’Associazione per la colonizzazione ebraica della Palestina si approntarono ad acquistare terre palestinesi, a condizione che al momento dell’acquisto non fossero occupate.

Molti proprietari terrieri arabi che non vivevano più in Palestina e una minoranza di agricoltori palestinesi vendettero loro della terra. Queste vendite erano motivate principalmente dalla necessità economica, dato che le organizzazioni sioniste avevano accesso a fondi stranieri di cui gli arabi non disponevano.

Anni di intensi sforzi sionisti produssero tuttavia risultati deludenti. Nel 1947, e nonostante i loro fondi e contatti con potenti sostenitori del sionismo, queste organizzazioni avevano acquisito non più di un misero 6,7% di terreni palestinesi.

Ma questo insuccesso fu rapidamente ribaltato dalla guerra arabo-israeliana del 1948. In questo conflitto Israele conquistò il 78% della Palestina mandataria, impadronendosi di grandi estensioni di terra palestinese, quasi tutta non occupata a causa della fuga della popolazione e delle espulsioni durante la guerra.

Dopo il 1948, il nuovo Stato di Israele passò rapidamente una serie di leggi volte ad acquisire territori palestinesi con mezzi pseudo-legali. Fra queste ci furono la legge sulla Proprietà degli Assenti del 1950 che permetteva allo Stato di occupare terre e beni palestinesi i cui proprietari erano assenti e, subito dopo, la legge di Acquisizione della Terra che introdusse una nuova categoria di “terre statali” e “aree chiuse”, nel 1953.

Tutto ciò ha avuto l’effetto di far sì che lo Stato diventasse il proprietario della maggioranza della terra, permanentemente fuori dalla portata dei suoi precedenti proprietari palestinesi.

Eventi successivi, fino ad includere la guerra arabo-israeliana nel 1967, con cui Israele occupò il resto della Palestina, sono stati tappe dello stesso percorso di furto di terre. Oggi la presenza di colonie israeliane significa che la proprietà palestinese della Cisgiordania e di Gerusalemme Est si è ridotta a meno del 13%. Questa cifra è destinata a diminuire ulteriormente, dato che il processo di colonizzazione continua con ulteriori perdite di territorio.

Ciò ha fatto da sfondo alle drammatiche proteste della Giornata della Terra nel 1976. All’epoca il detonatore era stato il piano del governo israeliano di espropriare migliaia di dunum [10 dunum= 1 ettaro, ndtr.] di terra araba in Galilea per costruire villaggi industriali per ebrei. In linea con il “Piano per lo Sviluppo della Galilea” del governo israeliano nel 1975 per espandere l’insediamento degli ebrei, ciò avrebbe accelerato l’ebreizzazione di quella che era un’area a maggioranza araba. 

La svolta

Il 30 marzo venne indetto uno sciopero generale e scoppiarono numerose proteste in città arabe dalla Galilea al Negev. Migliaia marciarono per protesta mentre si tenevano dimostrazioni di solidarietà nei Territori Occupati e nei campi di rifugiati palestinesi in Libano.

In un momento in cui la popolazione araba era in gran parte passiva, tali eventi giunsero inaspettati per Israele che ne fu allarmato e impiegò migliaia di poliziotti, unità dell’esercito e carri armati per sedare le proteste. Furono uccisi sei arabi, migliaia furono i feriti e centinaia gli arrestati.

La Giornata della Terra fu un punto di svolta. Dal 1948 era la prima volta che, dopo anni di controllo militare israeliano, gli arabi in Israele agivano come una collettività nazionale, rifiutandosi di accettare il furto della loro terra. La Giornata della Terra era un’espressione di orgoglio nazionale e di fiducia in sé. Segnò la rivendicazione di una presenza araba che le politiche israeliane non potevano più ignorare e un punto di partenza per la partecipazione politica degli arabi in Israele. 

Da quel momento in poi, la Giornata della Terra è stata commemorata annualmente dai palestinesi ovunque. Nel 2018 è stata segnata dall’inizio di un’altra grande protesta palestinese per la terra. La Grande Marcia del Ritorno ha visto 30.000 palestinesi dimostrare a Gaza vicino alla recinzione israeliana di separazione di filo spinato elettrificato e dotato di sensori. Era una protesta pacifica che chiedeva il diritto al ritorno alle loro terre per i rifugiati e di porre fine al blocco di Gaza. Previste dal 30 marzo al 15 maggio, la giornata della Nakba o catastrofe, le proteste si sono svolte ogni venerdì.

Un eroismo doppio

Come nel 1976 gli israeliani hanno risposto con violenza assassina. Fra il 30 marzo e il 15 maggio si stima che siano stati uccisi 110 manifestanti, 13.000 i feriti da cecchini e droni. Quando la Marcia del Ritorno è stata interrotta da Hamas nel dicembre 2019, 214 persone erano state uccise e 36.000 ferite. Di queste, 1.200 necessitano di un lungo periodo di riabilitazione in seguito a infezioni alle ossa e lesioni agli arti. Sembra che i soldati israeliani abbiano usato una politica di “spara e ferisci”, mirando intenzionalmente alle gambe dei manifestanti per causare il massimo della disabilità.

Il sistema sanitario di Gaza, danneggiato da anni di blocco, da carenza di personale, attrezzature ed energia elettrica non è riuscito a fronteggiare un tale numero di feriti. Eppure ciò non ha impedito ai giovani palestinesi di affrontare morte e ferite ogni settimana per quasi due anni, creando una nuova leggenda palestinese da commemorare il 30 marzo. 

Israele non ha mai cambiato atteggiamento davanti a quel doppio eroismo palestinese celebrato in occasione della Giornata della Terra. Ha continuato a costruire “città di sviluppo” [denominazione delle nuove città solo per ebrei costruite in particolare nel Negev e in Galilea, ndtr.] per ebrei, 26 dal 1981, con il risultato di alterare la demografia della Galilea a favore degli ebrei.

Allo stesso modo a Gaza continua il blocco, e la scusa dell’autodifesa invocata per giustificare la brutalità di Israele contro la grande Marcia del Ritorno è stata accettata da molti governi occidentali. Il suo progetto di furto della terra palestinese continua indisturbato.  

Ma per i palestinesi il 30 marzo la Giornata della Terra continua a essere un’ispirazione e un tributo alla giusta lotta di un popolo indomito per la propria terra.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Ghada Karmi

Ghada Karmi è un’ex-assegnista di ricerca all’Istituto per gli Studi Arabi e Islamici dell’università di Exeter. È nata a Gerusalemme ed è stata obbligata a lasciare la propria casa con la famiglia in seguito alla creazione di Israele nel 1948. La famiglia andò in Inghilterra, dove è cresciuta e ha studiato. Per molti anni Karmi ha esercitato la professione medica lavorando come specialista nella cura di migranti e rifugiati. Dal 1999 al 2001 Karmi è stata membro del Royal Institute of International Affairs [Istituto Reale di Affari Internazionali], dove ha guidato un importante progetto sulla riconciliazione tra israeliani e palestinesi. 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Vittoria del BDS: un giudice respinge il tentativo sionista di reprimere la libertà di espressione

Yvonne Ridley

8 marzo 2021 – Monitor de Oriente

Una soldatessa israeliana che negli Stati Uniti ha intentato un’azione penale per diffamazione da 6 milioni di dollari contro una palestinese cristiana ha visto come la sua iniziativa giudiziaria sia diventata controproducente. Nonostante il suo avvocato abbia sollecitato il giudice statunitense ad applicare la legge israeliana sulla diffamazione, che condanna le critiche contro lo Stato sionista a una pena fino a un anno di carcere, Rebecca Rumshiskaya ha perso la causa.

Il giudice californiano Craig Griffin ha rigettato ed escluso la sua richiesta e il tentativo di far applicare le leggi israeliane in una corte dassise della contea di Orange. Nella sua sentenza il giudice ha anche accolto la mozione contro la SLAPP della palestinese Suhair Nafal ed ha stabilito che Rumshiskaya deve pagare le spese giudiziarie della persona denunciata. Le leggi contro la SLAPP sono state ideate per dissuadere le persone dall’utilizzare i tribunali degli USA e la possibile minaccia di una denuncia per intimidire chi sta esercitando i propri diritti in base al Primo Emendamento [della costituzione USA, ndtr.] sulla libertà di espressione. Una “domanda strategica contro la partecipazione pubblica” [“azione temeraria”, nel codice civile italiano, ndtr.] (SLAPP), che il querelante non si aspetta di vincere, intende impedire la libertà di espressione.

Il risultato di questa denuncia è un duro colpo, in particolare per i tentativi che Israele sta facendo in tutto il mondo per mettere a tacere il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), soprattutto sulle reti sociali. È anche una grande vittoria per Nafal e i suoi sostenitori. Tuttavia lei ha sottolineato che si è trattato di una vittoria per tutti gli attivisti filo-palestinesi, sia sulle reti sociali che sul territorio. “Abbiamo molto lavoro davanti a noi, ma siamo instancabili e non ci arrenderemo fino a quando non vedremo che si sta facendo giustizia.”

Nel 2012 la californiana Rumshiskaya, 26 anni, andò a vivere in Israele e si arruolò nelle Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano, ndtr.] come istruttrice del Corpo di Educazione Giovanile. Due anni dopo che nel 2018 l’attivista del BDS Nafal aveva pubblicato sulla sua pagina Facebook una sua fotografia con armi e uniforme, [Rebecca] ha chiesto assistenza agli specialisti di “lawfare” [guerra giudiziaria, ndtr.] di “Shurat HaDin”[ong israeliana legata al governo che si occupa di intentare azioni legali contro chi critica Israele, ndtr.]. La palestinese aveva scaricato l’immagine della ragazza dal manifesto delle IDF dalla stessa pagina Facebook ufficiale dell’esercito.

Il post di Nafal faceva riferimento all’eroica paramedica palestinese di 21 anni Razan Al-Najjar, assassinata da un cecchino israeliano mentre stava prestando servizio come volontaria per aiutare i feriti durante le manifestazioni pacifiche della Grande Marcia del Ritorno che si sono tenute nel 2018 nei pressi del confine fittizio della Striscia di Gaza. Per stabilire un confronto tra le due donne Nafal ha collocato la foto promozionale di Rumshiskaya a fianco di quella della giovane paramedica. Non c’era assolutamente nessuna intenzione di suggerire che proprio questa soldatessa israeliana fosse stata coinvolta nell’assassinio di Al-Najjar. Lei aveva lasciato le IDF tre anni prima. Tuttavia alcuni sostenitori di Israele hanno cercato di stravolgere la storia e di affermare che il post di Nafal suggeriva che Rumshiskaya fosse responsabile della morte dell’operatrice sanitaria.

Nafal si è messa in contatto con l’ Arab American Anti-Discrimination Committee [Comitato Arabo Americano contro la Discriminazione] (ADC) per chiedere aiuto nella causa ed è stata rappresentata dall’avvocato Haytham Faraj, membro del consiglio nazionale dell’ADC. Secondo Faraj il lavoro principale dell’ufficio che rappresentava la soldatessa israeliana nella denuncia é incentrato nel far tacere e minacciare gli attivisti del BDS, quelli che criticano le violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale da parte di Israele.

Nel testo della denuncia presentata l’anno scorso da Shurat HaDin al tribunale californiano gli avvocati di Rumshiskaya hanno detto che l’“accusa”era chiaramente falsa, dato che durante il suo servizio militare lei non aveva mai combattuto nella Striscia di Gaza. Hanno aggiunto che la loro cliente lavorava per i diritti umani e partecipava a delegazioni congiunte di israeliani e arabi in Giordania e nella Cisgiordania occupata.

Con una dichiarazione drammatica che ha sfiorato l’isteria, l’avvocatessa israeliana Nitsana Darshan-Leitner ha affermato nella sua comunicazione: “Pare che stiamo tornando alla (infame falsificazione) dei “Protocolli dei Saggi di Sion” e ai sanguinari libelli antisemiti del passato. Rebecca e la sua famiglia hanno ricevuto minacce di morte solo perché lei ha deciso di unirsi alle IDF.”

Darshan-Leitner, fondatrice del centro giuridico israeliano Shurat HaDin, ha aggiunto: “La guerra contro l’antisemitismo si è estesa anche alla sfera giudiziaria e la richiesta di Rebecca è la punta di lancia della nostra lotta contro il movimento globale di boicottaggio contro Israele. Questo è un messaggio per tutti gli attivisti del BDS, che devono sapere che anche loro possono essere considerati responsabili della loro attività antisionista e potrebbero persino pagarne un prezzo alto.”

In un certo senso l’avvocatessa di Shurat HaDin ha avuto ragione. Questa causa giudiziaria ha sicuramente mandato un forte messaggio ai sostenitori del BDS, e cioè che devono continuare con il loro impegno fondamentale e totalmente pacifico per far sì che Israele paghi per le sue violazioni dei diritti umani.

L’avvocato statunitense Faraj ha affermato che la sentenza del giudice Griffin ha salvaguardato i diritti della comunità arabo-americana e palestinese alla libertà di espressione, compresa quella politica, stabiliti dal Primo Emendamento. Sottolineando che “gli Stati Uniti non sono Israele” ha aggiunto: “L’ex-soldatessa israeliana che ha denunciato la signora Nafal pretendeva che il tribunale applicasse la legge israeliana, che condanna chi critica Israele fino a un massimo di un anno di prigione. Il giudice ha rigettato la richiesta e il tentativo di applicare la legge israeliana.”

L’avvocato ha affermato che, concedendo a Nafal l’eccezione anti-SLAPP, il giudice ha inviato un chiaro messaggio secondo il quale gli Stati Uniti tollerano e attribuiscono importanza alla diversità di opinioni e punti di vista politici, e chi cerchi indebitamente di far tacere le critiche politiche dovrà pagarne il prezzo.

Non resta che sperare che il caso della California abbia un impatto qui in Gran Bretagna, dove i sionisti sono protagonisti di una caccia alle streghe per cercare di confondere le critiche a Israele con l’antisemitismo. La lobby filo-israeliana utilizza la screditata “definizione” di antisemitismo stilata dall’International Holocaust Remembrance Aliance [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, organismo intergovernativo cui aderiscono 34 Paesi, ndtr.] (IHRA) per cercare di bloccare qualunque discussione sullo Stato di Israele e sul suo disprezzo per le leggi e convenzioni internazionali. Alcuni degli esempi di “antisemitismo” citati nel documento dell’IHRA, che persino la persona che lo ha stilato ha affermato essere una “bozza di lavoro”, si riferiscono alle critiche contro Israele. Gli accademici hanno criticato la definizione, che è stata descritta come “non rispondente allo scopo”.

Il BDS deve affrontare molte sfide da parte degli alleati di Israele che gli permettono di agire impunito. Ironicamente alcuni di questi alleati sono veri antisemiti ai quali si lascia libertà di praticare il proprio peggior razzismo al mondo ogni volta che la lobby filo-israeliana fa dell’antisemitismo un’arma contro il popolo palestinese e i suoi sostenitori nella lotta per la pace e la giustizia. C’è gente che non impara mai.

Suhair Nafal ha detto: “Questa vittoria non è stata solo mia, è stata una vittoria di tutti gli attivisti filo-palestinesi, sia sulle reti sociali che sul territorio,” ha aggiunto. “Abbiamo davanti a noi molto lavoro da fare, ma siamo instancabili e non cederemo finché non sarà fatta giustizia.”

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Monitor de Oriente.

Yvonne Ridley

La giornalista e scrittrice britannica Yvonne Ridley propone analisi politiche su questioni relative al Medio Oriente, all’Asia e alla guerra mondiale contro il terrorismo. Il suo lavoro è stato pubblicato in molti quotidiani e riviste in tutto il mondo, da oriente a occidente, da testate come il Washington Post fino al Tehran Times e il Tripoli Post, riscuotendo riconoscimenti e premi negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Il lavoro di dieci anni per grandi testate in Fleet Street [via di Londra in cui si trovano le sedi dei principali quotidiani inglesi, ndtr.] ha esteso il suo ambito di azione ai media elettronici e radiofonici, ed ha prodotto una serie di documentari su temi palestinesi e internazionali, da Guantanamo alla Libia e alle Primavere Arabe.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




Alcune riflessioni sulla decisione della Corte Penale Internazionale riguardante la sua giurisdizione territoriale in Palestina

François Dubuisson

6 febbraio 2021 – Mondoweiss

La decisione della CPI di indagare sui crimini di guerra in Palestina ha un enorme significato simbolico e, date le recenti denunce, prenderà probabilmente in considerazione il crimine di apartheid.

È eufemistico affermare che la decisione della Camera di prima istanza della Corte penale internazionale sull’apertura di un’indagine riguardante la situazione della Palestina fosse attesa, dato che, da quando nel 2009 è stato fatto il primo tentativo, l’iter per portare davanti alla CPI l’indagine sui crimini internazionali commessi in territorio palestinese nel contesto dell’occupazione israeliana è stato lungo e tumultuoso. Nella sua decisione del 5 febbraio il giudice del dibattimento preliminare ha confermato la posizione dell’Ufficio del Procuratore, esposta nel documento a lui trasmesso nel dicembre 2019, secondo cui la Corte ha giurisdizione per indagare su tutti i crimini commessi in tutti i Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme est.

Nella sua decisione la Camera ha adottato un approccio cauto per limitare la portata del suo ragionamento al quadro specifico dello Statuto di Roma e della competenza della Corte, senza influenzare l’esito più ampio della controversia tra Palestina e Israele. Tuttavia, il significato simbolico di questa decisione va al di là del quadro relativo esclusivamente alla Corte penale internazionale.

La Camera ha stabilito per la prima volta che la Palestina debba essere considerata uno “Stato contraente dello Statuto di Roma”, a seguito del riconoscimento, nel 2012, attraverso l’adozione della Risoluzione 67/19, di uno “status di Stato osservatore non membro presso le Nazioni Unite”. In quanto Stato membro la Palestina può quindi fare appello alla giurisdizione della CPI, in particolare alla sua giurisdizione territoriale, e può anche presentare un deferimento all’Ufficio del Procuratore, cosa che ha fatto nel 2018. Il secondo punto cruciale è stato determinare l’estensione precisa dei territori sui quali la Corte può esercitare la propria giurisdizione penale. Secondo lo Statuto di Roma, la Corte può esercitare la giurisdizione sui crimini commessi nel territorio di uno Stato contraente. Nel caso specifico la questione era determinare la precisa estensione del territorio della Palestina, tenendo conto dell’occupazione israeliana e dell’annessione di Gerusalemme est. Al riguardo sono state sollevate varie obiezioni dinanzi alla Camera, osservando che non dovesse spettare alla CPI determinare i confini dello Stato palestinese, che restano oggetto di contenzioso da parte di Israele, e che persistessero troppe incertezze al riguardo. Ancora una volta, la Camera è stata cauta nell’indicare che avrebbe dovuto solo determinare il quadro relativo alla giurisdizione penale territoriale nel contesto dello Statuto di Roma, e non indicare i confini tra Palestina e Israele. Al fine di stabilire che il territorio della Palestina su cui la Corte ha giurisdizione comprende tutti i territori palestinesi occupati, la Camera si è basata principalmente sul diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, come stabilito in numerose risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In particolare, la Camera ha fatto riferimento alla risoluzione 67/19 che concede alla Palestina lo status di Paese osservatore, il che “riafferma il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e all’indipendenza del proprio Stato di Palestina nel territorio palestinese occupato dal 1967″. Infine, la Camera ha ritenuto che gli Accordi di Oslo, che escludono i cittadini israeliani dalla giurisdizione penale dell’Autorità Nazionale Palestinese, non avessero effetti sulla determinazione della giurisdizione territoriale della Corte.

La Camera ha quindi convalidato la giurisdizione della Corte nella massima misura possibile, senza restrizioni territoriali, il che consentirà all’Ufficio del Procuratore di condurre le proprie indagini su tutti i crimini commessi dal giugno 2014 sul territorio palestinese, compresa Gerusalemme Est. Quali saranno le esatte conseguenze della decisione della Camera riguardo il procedimento dinanzi alla CPI ma anche, più in generale, nel contesto del conflitto israelo-palestinese?

L’Ufficio del Procuratore (OTP) potrà ora aprire formalmente un’indagine per stabilire le responsabilità penali individuali per i crimini previsti dallo Statuto (in particolare crimini di guerra e crimini contro l’umanità). Finora l’OTP ha identificato quattro categorie principali di crimini di guerra che intende indagare: crimini commessi da Hamas e altre organizzazioni palestinesi nel contesto della guerra di Gaza del 2014 (Operazione “Margine Protettivo”), consistenti principalmente nel lancio di missili sulla popolazione civile israeliana; crimini commessi nello stesso contesto dall’esercito israeliano, consistenti principalmente nel prendere di mira e uccidere civili palestinesi e nella distruzione di edifici civili; crimini commessi dall’esercito israeliano nel contesto della “Grande Marcia del Ritorno” del 2018 a Gaza, durante la quale i soldati hanno aperto il fuoco e ucciso circa 200 civili palestinesi e ferito molti altri; crimini commessi nel contesto della politica di colonizzazione del territorio palestinese, in particolare l’insediamento della popolazione civile ebraica israeliana.

L’Ufficio del Procuratore ha rilevato che nel corso delle indagini questi diversi fatti potrebbero essere integrati da altri. In effetti, sono stati identificati solo i crimini di guerra, mentre molti rapporti internazionali si riferiscono a crimini contro l’umanità, specialmente se si considera la politica di occupazione israeliana nel suo insieme. A questo proposito, si dovrà probabilmente prendere in considerazione l’esame del crimine di apartheid, in particolare alla luce dei recenti rapporti delle associazioni israeliane Yesh Din e B’Tselem [ONG impegnate nella testimonianza delle violazioni dei diritti umani dei palestinesi nei territori occupati, ndtr.], che hanno stabilito l’esistenza di un crimine di apartheid imputabile all’autorità israeliana, tenendo conto di tutte le caratteristiche della politica di occupazione, che discrimina sistematicamente tra i coloni israeliani e la popolazione palestinese.

Il compito dell’Ufficio del Procuratore sarà ora quello di indagare in modo più accurato sui fatti più gravi e identificare le persone responsabili, nei cui confronti dovrebbe essere tenuto un processo. Da questo punto di vista la situazione sarà diversa per i sospetti palestinesi e israeliani. Per i primi, la Corte può fare affidamento sull’obbligo di cooperazione incombente sulla Palestina in quanto Stato contraente dello Statuto, che riguarderà sia l’indagine sui fatti che il possibile arresto delle persone nei cui confronti fossero mosse delle accuse. Per i crimini che coinvolgono funzionari israeliani, la situazione sarà più complicata, poiché Israele rifiuterà la cooperazione e ostacolerà l’accesso degli investigatori al territorio sia israeliano che palestinese. L’indagine dovrà quindi basarsi principalmente su informazioni fornite da altre fonti e da rapporti internazionali esistenti. Sarà anche estremamente difficile ottenere l’arresto di israeliani sospettati. Tuttavia, per gli aspetti più evidenti dei crimini commessi da governanti israeliani, come la politica di insediamento portata avanti in modo molto ufficiale, attraverso canali decisionali abbastanza facilmente identificabili, la determinazione della responsabilità penale individuale sarà normalmente più facile e potrà essere fatta risalire ai massimi livelli dello Stato. Anche se lo svolgimento di un processo all’Aia contro governanti israeliani potrebbe rivelarsi molto ipotetico, il semplice atto d’accusa o l’emissione di un mandato di arresto contro alti responsabili militari o politici israeliani avrebbe già una grande forza simbolica, probabilmente in grado di stabilire un certo grado di pressione sugli Stati occidentali, alleati dello Stato di Israele.

Sebbene la Camera sia stata attenta a limitare la portata della sua decisione al quadro rigoroso della Corte penale internazionale, è necessario notare che la posizione giuridica della Palestina sulla scena internazionale viene di conseguenza rafforzata. In primo luogo, la Palestina deve effettivamente essere considerata come uno Stato per tutti i procedimenti legali che è probabile che intraprenda davanti alla Corte Penale Internazionale o altrove (come i procedimenti pendenti dinanzi alla Corte internazionale di giustizia relativi al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme). In secondo luogo, e ancora più fondamentale, si riconosce che il diritto del popolo palestinese a uno Stato si applica a tutti i territori occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est. Sebbene la Camera abbia formalmente sottolineato che si stesse pronunciando solo sulla giurisdizione penale della Corte, in realtà la sua decisione si riferisce alla sostanza del diritto all’autodeterminazione e al quadro territoriale entro il quale debba essere esercitato. Viene quindi riconosciuto che i palestinesi “hanno diritto” a tutti i territori occupati al di là della linea verde [confine dello Stato di Israele dal 1949, sulla base degli accordi dell’armistizio tra Israele e Stati arabi, fino alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, ndtr.] e che le rivendicazioni territoriali di Israele a questo riguardo, che si sono recentemente manifestate attraverso i piani di annessione, sono infondate. Questo punto è cruciale nella prospettiva di qualsiasi soluzione, sia essa una soluzione a due Stati o a uno Stato.

La prosecuzione del processo di indagine dell’OTP richiederà probabilmente molti altri anni, quindi ci vorrà del tempo perché emergano risultati concreti. Ma il significato pratico e simbolico della decisione è già un dato di fatto.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il 2021 offre alla Palestina un’opportunità di reagire

Ramzy Baroud

5 gennaio 2021 – Middle East Monitor


Un anno fa il 2020 è iniziato con un’indiscutibile spinta da parte americana a trasformare la sua nuova visione politica in azioni decisive. Il 28 gennaio il cosiddetto “Accordo del secolo” è stato dichiarato una vera dottrina politica. Molto velocemente ha preso piede un nuovo lessico politico. Il “processo di pace”, che ha dominato il linguaggio di Washington per parecchi decenni, è apparso un antico ricordo. Poiché l’Autorità Nazionale Palestinese, anch’essa per decenni, ha improntato la propria strategia all’accondiscendenza verso le richieste e le aspettative degli USA, il cambiamento a Washington le ha lasciato ben poche scelte.
Gli ultimi dodici mesi entreranno nella storia come l’anno in cui si è chiuso il “processo di pace” israelo-palestinese sponsorizzato dall’America. Se il 2021 non ribalterà l’enorme cambiamento negli atteggiamenti e negli obbiettivi degli Stati Uniti in Palestina, Israele e Medio Oriente, offrirà però ai palestinesi l’opportunità di pensare al di fuori degli schemi legati all’America.

Il primo febbraio dello scorso anno il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha dichiarato che avrebbe annullato tutti i rapporti diplomatici con Israele e gli USA. A ciò ha fatto seguito in maggio l’annuncio che la leadership palestinese stava cancellando tutti gli accordi con Israele, inclusi quelli sulla sicurezza. Tuttavia, mentre questa decisione avrebbe dovuto avere lo scopo di placare la rabbia dei palestinesi, non ha avuto effetti concreti e comunque è durata poco.

Il 17 novembre l’ANP ha annunciato di aver ripristinato tutti i rapporti per le questioni civili e sulla sicurezza con Israele, vanificando i nuovi colloqui sull’unità tra Fatah e Hamas. I colloqui erano iniziati a luglio e, a differenza di precedenti incontri, le due principali fazioni palestinesi sembravano unite su una serie di concetti politici, primo fra tutti il rigetto dell’“Accordo del secolo” e dei piani israeliani di annettere larga parte dei territori occupati.

In ultima analisi l’ANP, che del resto non ha mai goduto di molta credibilità tra i palestinesi, ha perso tutta la fiducia che ancora vantava tra i suoi rivali. Abbas è sembrato utilizzare i colloqui sull’unità come mezzo per avvertire Washington e Tel Aviv che politicamente aveva ancora in mano alcune carte.

Tuttavia, se in passato la leadership palestinese è riuscita a giocare la tattica attendista che fin dalla sua nascita nel 1994 le garantiva il flusso di denaro estero, quella strategia sta arrivando ora alla sua fine. Le priorità degli USA in Medio Oriente sono ovviamente cambiate e persino gli alleati europei dell’ANP difficilmente considerano come una priorità Abbas e la sua autorità. Un’Unione Europea indebolita dall’uscita del Regno Unito e dal devastante impatto economico della pandemia da Covid-19 ha relegato la Palestina in fondo agli interessi dell’Occidente.

Se il 2021 dovrà portare qualche cambiamento positivo nelle prospettive della lotta dei palestinesi per la libertà, devono essere introdotte nuove strategie. Il ragionamento dovrebbe rivolgersi completamente verso un panorama politico totalmente nuovo.

Per prima cosa deve essere ridefinita l’unificazione palestinese in modo che non si limiti ad una mera intesa politica tra i rivali Hamas e Fatah, ognuno motivato dai propri programmi e dall’autoconservazione. L’unificazione dovrebbe arrivare ad includere un dialogo nazionale che riguardi tutti i palestinesi – in Israele, nei territori occupati e anche nella diaspora – che dovrebbe avere un ruolo nella formazione in una nuova visione del proprio Paese che sia palestinese invece che settaria.

Questa nuova visione dovrebbe essere sviluppata ed articolata in modo da sostituire logori luoghi comuni, dogmi e velleitarismi. Una soluzione a due Stati, per esempio, è semplicemente irraggiungibile, non solo perché Israele e USA hanno fatto il possibile per affossarla, ma perché, anche se realizzata, non soddisferebbe le minime aspettative in termini di legittimazione dei diritti dei palestinesi.

In uno scenario a due Stati i palestinesi rimarrebbero frammentati geograficamente e politicamente e ben difficilmente potrebbe essere attuata una realistica ed equa applicazione del diritto al ritorno. Un “unico Stato democratico” in Palestina ed Israele forse non può risolvere tutte le ingiustizie del passato, ma è il passaggio più significativo per poter immaginare un possibile e sicuramente miglior futuro per tutte le persone che vivono tra il fiume [Giordano, ndtr.] e il mare [Mediterraneo, ndtr.].

Inoltre dovrebbe cessare l’ossessiva fiducia in Washington come unica parte in grado di mediare tra Israele e la Palestina. Non solo gli USA, attraverso il generoso e continuo appoggio militare e politico a Israele, hanno dimostrato la loro inaffidabilità, ma si sono anche rivelati un grave ostacolo sulla via della libertà e della liberazione palestinese.

Spetta alla leadership palestinese capire che gli equilibri dei poteri globali stanno fondamentalmente cambiando e che USA ed Israele non sono più i soli ad avere l’egemonia nel Medio Oriente. È ora che i palestinesi diversifichino le proprie scelte, rafforzino i rapporti con le potenze asiatiche emergenti e si alleino con i Paesi sudamericani e africani per ribaltare la totale dipendenza politica ed economica dagli USA e dai loro alleati.

Cosa ancor più importante, benché la resistenza popolare in Palestina si sia costantemente espressa sotto varie forme, deve ancora essere messa in grado di costituire un’adeguata base di resistenza che si possa trasformare in capitale politico. Lo scorso anno è iniziato con l’interruzione delle manifestazioni della ‘Grande Marcia del Ritorno’ a Gaza, che ha visto decine di migliaia di palestinesi unirsi in una storica dimostrazione di unità. Tuttavia i palestinesi nella Cisgiordania occupata stanno disperatamente cercando di districarsi tra due fonti di controllo sovrapposte: l’occupazione israeliana e l’ANP. Questo si è dimostrato un danno, in quanto marginalizza il popolo palestinese e gli impedisce di giocare un ruolo fondamentale nel delineare la propria lotta. La resistenza popolare deve costituire la spina dorsale di qualunque autentica prospettiva di liberazione.

Infine, perché la nuova narrazione politica palestinese si imponga a livello internazionale, deve essere sostenuta da un movimento di solidarietà globale, che si allinei ad una visione palestinese unitaria, promuovendo i diritti dei palestinesi a livello locale, statale e nazionale. Il duro attacco di USA e Israele al Movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) è una prova del successo di questa tattica nel modificare la narrazione su Palestina e Israele. Eppure, seppure ormai esista una solida base di solidarietà verso la Palestina in tutto il mondo, questo movimento non dovrebbe puntare solo su ambiti accademici e circoli intellettuali: dovrebbe lavorare per coinvolgere la gente comune, dovunque essa sia.

È vero che il 2020 è stato un anno devastante per la Palestina, ma un’analisi più rigorosa ci può portare a vederlo come prodromo di un’opportunità sulla quale può essere costruita una nuova prospettiva politica complessiva palestinese. L’anno 2021 offre alla Palestina un’opportunità per reagire.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




PALESTINA. Si è spento il nostro caro amico Ali

25 settembre 2020, Nena News

  Redazione Abbiamo appreso qualche ora fa della scomparsa del nostro amico e compagno Alì Oraney. Alì se n’è andato come se ne sono andate oltre 35.000 persone da fine febbraio nel nostro Paese. Se n’è andato solo in una stanza di ospedale di Napoli lontano migliaia di chilometri dalla sua Terra, la Palestina. Di Alì la nostra redazione ricorda con dolore la sua bontà d’animo, la sua voglia irrefrenabile di riportare con forza al centro del dibattito politico la questione palestinese. Perché Alì amava sinceramente la sua terra e ha combattuto per la giustizia del suo popolo fino alla fine dei suoi giorni. Lo vogliamo ricordare ripubblicando un suo articolo di analisi che aveva scritto per noi: negli ultimi anni, infatti, aveva contribuito con i suoi preziosi contributi ad approfondire quanto accadeva in Palestina. Ci stringiamo al dolore della famiglia e degli amici che in queste ore piangono la sua scomparsa. Che la terra ti sia lieve caro Ali

Attese domani a Napoli le imbarcazioni della Freedom Flotilla diretta a Gaza. Due milioni di palestinesi sono soggetti a una punizione collettiva e a una crescente e spaventosa crisi umanitaria, scrive Ali Oraney

 

di Ali Oraney

Napoli, 10 luglio 2018, Nena News – Da mercoledì 11 luglio  sono previste a  Napoli una serie di iniziative a sostegno delle imbarcazioni della Freedom  Flotilla attraccata al porto, la flotta promossa da un movimento internazionale (Freedom Flotilla Coalition, FFC)  che dal 2008 organizza iniziative per portare aiuti alla popolazione palestinese  della Striscia di Gaza oramai stremata da 11 anni di assedio e per sollevare l’attenzione dell’opinione pubblica e della comunità internazionale sulle condizioni di vita di circa  2 milioni  di persone, di cui quasi la metà bambini, rinchiusi in un fazzoletto di terra di 363 km quadrati, oramai considerato la più grande prigione a cielo aperto della terra dalla quale è impossibile non solo uscire ma anche  entrare.

L’iniziativa della Freedom Flotilla è molto importante e delicata, è come il lavoro del mare che ha bisogno di pazienza e resistenza e la magia del suo equipaggio   sta nel fare durare il suo viaggio alla volta di Gaza il più possibile,  per raccontare la storia dell’assedio in più porti possibili presentando la vera faccia dell’occupante suscitando ovunque così momenti riflessione sul comportamento brutale di Israele e contribuendo a creare un movimento di pressione sullo stato di Israele.

Per questo  sicuramente Napoli, città aperta e solidale , farà  una grande accoglienza all’equipaggio della Freedom Flotilla per incoraggiarlo e stimolarlo ad andare avanti

Quest’anno le imbarcazioni della Freedom Flotilla, salpate dalla Norvegia e dalla Svezia,  dopo aver fatto tappa nel Mediterraneo a Cagliari ed Aiaccio, si fermeranno a Napoli dall’ 11 al 15 luglio, quindi  andranno a Palermo e a Messina per poi rimettersi in mare alla volta di Gaza sperando di riuscire a rompere l’assedio e rifornire la stremata popolazione degli aiuti umanitari raccolti, ma per chi rompe o semplicemente cerca di rompere il blocco è previsto l’arresto e la detenzione nelle carceri israeliane se non viene sparato prima.

Ma ciò nonostante la Freedom Flotilla è più che mai determinata a cercare di forzare il blocco. Si tratta di un blocco illegale che sottopone 2 milioni di abitanti a una punizione collettiva ed una crescente e spaventosa crisi umanitaria. Infatti,  il blocco totale (aereo marino e terrestre) imposto da Israele da 11 anni priva la popolazione civile di Gaza della quasi totalità dei beni di prima necessità ma anche di materiali da costruzione, di farmaci e presidi sanitari mentre l’acqua e l’energia elettrica vengono razionate per poche ore al giorno. L’ economia è oramai al collasso con un tasso di disoccupazione  che supera il 50% e secondo un rapporto delle Nazioni Unite (UNSCO 2017) la Striscia di Gaza rischia di divenire invivibile entro il 2020 se non si pone fine all’assedio.

Con le tappe nel Mediterraneo e negli altri porti la Freedom Flotilla vuole accendere i riflettori non solo su un assedio che dura da 11 anni a danno della popolazione civile di Gaza in violazione delle norme del diritto internazionale ma più in generale sulla lotta del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana. Sono 70 anni che il popolo palestinese lotta contro l’occupazione della sua terra e per la sua libertà nonostante la violenta repressione israeliana con morti e feriti, arresti indiscriminati anche di donne e bambini, con quotidiane distruzioni  rapine e limitazioni alla libertà di movimento. Sono 70 anni che il popolo palestinese lotta contro la politica di occupazione israeliana  nonostante sia sempre più sostenuta dagli Stati Uniti che hanno riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele e il 14 maggio vi hanno trasferito la propria ambasciata. Ma nonostante tutto questo  il popolo palestinese non rinuncia  ai suoi diritti, non rinuncia al diritto al ritorno dai quei territori dai quali fu cacciato 70 anni fa.

Infatti, il popolo palestinese oggi è più che mai determinato a portare avanti la sua lotta come lo testimoniano le tante manifestazioni in Cisgiordania di questi giorni (a Ramallah, Nablus…..) e le marce di ritorno che dal 30 marzo ogni venerdì vengono organizzate a Gaza nonostante oltre 137 morti e 15.800 feriti

Nel caso specifico di Gaza non si può accettare l’obiezione sollevata da alcuni in base alla quale non si possa parlare di assedio dal momento che Israele si sarebbe ritirata da Gaza dal 2005 in quanto si può parlare di occupazione anche senza la presenza  militare se c’è un controllo reale del territorio ed Israele controlla il mare, la terra,  lo spazio aereo, insomma tutti i punti di passaggio da e per Gaza. Quindi, anche nei confronti di Gaza, Israele si configura come potenza occupante e come tale ha, in base al diritto internazionale, dei precisi obblighi nei confronti della popolazione a cui dovrebbe garantire i mezzi necessari per vivere e non colpire i civili. Israele non rispettando questi obblighi ed impedendo  a chiunque di portare aiuti alla popolazione  si macchia così di un doppio crimine.

Tutto ciò costituirà materia di riflessione nelle tante iniziative organizzate dal Comitato di Accoglienza alla Freedom Flotilla di Napoli , fra queste mercoledì 11 la conferenza stampa di presentazione  presso la Biblioteca Autogestita Gramasci Dax  della facoltà di Lettere e Filosofia in Via Porta di Massa (ore 11,00) e l’accoglienza al porto della Freedom Flotilla con la cittadinanza ed artisti di strada (ore 18,30); giovedì 12 dalle 19,00 nello splendido scenario offerto dal Castello del Maschio Angioino “Gli  Artisti Napoletani a sostegno della Palestina” daranno vita ad un concerto con l’esibizione appunto di artisti e gruppi tra i più noti nel panorama musicale partenopeo; venerdì  13 sarà organizzata una cena sociale presso la mensa Occupata di via Mezzocannone , mentre l’intera giornata di sabato  14 sarà destinata ad una assemblea nazionale  organizzata presso il complesso di Santa Fede Liberata in Via S. Giovanni Maggiore Pignatelli a sostegno della resistenza palestinese.

Gli organizzatori si augurano che a questa assemblea ci sia una grande partecipazione di associazioni, comitati, attivisti ma anche di semplici cittadini, tutti indignati per comportamento criminale di Israele che da 11 anni  ha imposto un blocco disumano, economicamente e socialmente paralizzante a 2 milioni di persone,  che occupa i territori palestinesi negando al popolo palestinese  i suoi più elementari diritti e libertà. L’obiettivo di questa assemblea nazionale  è di parlare di Palestina nella speranza di creare una rete a livello nazionale capace di esprimere una solidarietà solo annunciata ma anche soprattutto praticata,  che faccia sentire la sua voce per porre fine all’assedio di Gaza e che sostenga concretamente il popolo palestinese nella sua lotta per la libertà. Nena News




In Israele martirizzare Gaza procura vantaggi politici

Ramzy Baroud

29 agosto 2020 – Chronique de Palestine

Fino a poco tempo fa Hamas, che è parte della resistenza palestinese, e l’occupante israeliano sembravano sul punto di concludere un accordo di scambio di prigionieri.

Nell’ambito di questo accordo diversi soldati israeliani detenuti a Gaza sarebbero stati liberati, mentre Israele avrebbe rilasciato un numero ancora imprecisato di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Il 10 agosto, invece dell’annuncio molto atteso di una forma di accordo, le bombe israeliane hanno iniziato a cadere sulla Striscia assediata e palloni incendiari provenienti da Gaza sono finiti sul lato israeliano della barriera.

Poi che cosa è successo?

La risposta si trova in gran parte – ma non del tutto – in Israele, nel conflitto politico tra il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ed il suo schieramento politico, da un lato, ed i suoi partner di governo guidati dal Ministro della Difesa Benny Gantz, dall’altro.

La contesa tra Netanyahu e Gantz si incentra su un feroce conflitto relativo al bilancio nella Knesset [parlamento israeliano, ndtr.], che non ha molto a che vedere con le spese governative o con le competenze in materia fiscale.

Gantz, che è previsto occupi la carica di Primo Ministro a partire da novembre 2021, pensa che Netanyahu voglia fare approvare un bilancio della durata di un anno per far fallire l’accordo di coalizione e chiamare a nuove elezioni prima dell’avvicendamento alla carica di Primo Ministro.

Insiste quindi per un bilancio che riguardi due anni, per evitare ogni possibile tradimento da parte del partito Likud di Netanyahu.

Il gioco di Netanyahu, che è stato rivelato dal quotidiano Haaretz il 29 luglio, non è esclusivamente motivato dall’attaccamento al potere del dirigente israeliano, ma dalla sua diffidenza riguardo alle motivazioni stesse di Gantz. Se quest’ultimo diventerà il Primo Ministro del Paese è probabile che nominerà nuovi giudici che saranno ben disposti nei confronti del suo partito Blu e Bianco e, di conseguenza, saranno d’accordo per mettere sotto accusa Netanyahu nell’ambito del processo per corruzione in corso.

Per Netanyahu e Gantz si tratta forse della lotta più importante nella loro carriera politica: il primo si batte per rimanere libero, il secondo per la sua sopravvivenza politica.

I due dirigenti tuttavia si intendono su un punto: il fatto che l’uso della forza militare permetterà sempre di ottenere un maggiore sostegno dell’opinione pubblica israeliana, soprattutto se diventassero inevitabili nuove elezioni. È probabile che, se nella battaglia sul bilancio non troverà un compromesso, si terrà una quarta tornata elettorale.

Dal momento che una prova di forza militare nel sud del Libano risulta impensabile a causa dell’enorme esplosione che ha sconvolto Beirut il 4 agosto, i due dirigenti israeliani hanno spostato la loro attenzione su Gaza. Con una reazione rapida, come se fossero in campagna elettorale, Gantz e Netanyahu sono intenti a difendere la loro causa presso gli israeliani che vivono nelle città del sud al confine con la Striscia di Gaza.

Gantz ha fatto visita ai dirigenti di queste comunità il 19 agosto. Si è riunito con una delegazione accuratamente selezionata di alti responsabili del governo e dell’esercito israeliani, tra cui il Ministro dell’Agricoltura, Alon Schuster, ed il comandante della divisione di Gaza, generale di brigata Nimrod Aloni, che era presente in videoconferenza.

In aggiunta alle solite minacce di prendere di mira chiunque a Gaza osi minacciare la cosiddetta sicurezza di Israele, Gantz si è impegnato in una campagna elettorale di tipo autopromozionale. “Abbiamo cambiato l’equazione a Gaza. Dopo la mia entrata in carica c’è stata una risposta ad ogni violazione della nostra sicurezza”, ha dichiarato, mettendo in evidenza le proprie azioni in contrasto con quelle del governo di coalizione – negando così qualunque merito a Netanyahu.

Netanyahu d’altra parte ha minacciato severe rappresaglie contro Gaza se Hamas non impedirà il lancio di palloni incendiari. “Abbiamo adottato una politica in base alla quale un lancio incendiario viene considerato al pari di un razzo,” ha dichiarato il 18 agosto ai sindaci delle città del sud.

Netanyahu mantiene l’opzione di una guerra aperta contro Gaza nel caso questa diventasse la sua unica risorsa. Gantz, in quanto Ministro della Difesa e rivale di Netanyahu, gode tuttavia di un più ampio margine di manovra politica.

Dopo il 10 agosto ha ordinato al suo esercito di bombardare Gaza ogni notte. Ad ogni bomba sganciata su Gaza la credibilità di Gantz presso gli elettori israeliani, soprattutto nel sud, aumenta leggermente.

Se l’attuale violenza porterà ad una guerra totale, sarà tutto il governo di coalizione – compreso Netanyahu ed il suo partito Likud – ad avere la responsabilità delle sue conseguenze potenzialmente disastrose. Questo pone Gantz in una posizione di forza.

La presente prova di forza militare a Gaza non è solo il risultato del conflitto politico all’interno di Israele. La società di Gaza in questo momento è a un punto di rottura.

La tregua tra i gruppi della resistenza a Gaza ed Israele, che era stata conclusa sotto l’egida dell’Egitto nel novembre 2019, non è servita a niente.

Nonostante le numerose assicurazioni che i gazawi assediati avrebbero beneficiato di una tregua tanto necessaria, la situazione si è invece aggravata ad un punto senza precedenti ed insopportabile: l’unico generatore elettrico di Gaza è a corto di carburante e non funziona più; il 16 agosto la ridottissima zona di pesca della Striscia di Gaza, di sole tre miglia nautiche, è stata dichiarata da Israele zona militare chiusa; il valico di Karem Abu Salem, attraverso il quale entrano a Gaza via Israele scarsi approvvigionamenti, è ufficialmente chiuso.

L’assedio israeliano della Striscia di Gaza, che dura da 13 anni, mostra attualmente il suo aspetto peggiore, persino con poco spazio perché la popolazione di Gaza possa almeno esprimere la propria indignazione di fronte alla sua miserabile situazione.

A dicembre 2019 le autorità di Hamas hanno deciso di limitare la frequenza delle manifestazioni note col nome di “Marcia del Ritorno di Gaza”, che dal marzo 2018 si sono svolte quasi ogni giorno.

Durante queste manifestazioni più di 300 palestinesi sono stati uccisi dai cecchini israeliani.

Nonostante il numero di morti e il fallimento nel suscitare una protesta internazionale contro l’assedio, le manifestazioni non violente hanno permesso ai comuni palestinesi di esprimersi, di organizzarsi e di prendere iniziative.

La crescente frustrazione a Gaza ha costretto Hamas ad aprire uno spazio perché i manifestanti possano ritornare alla barriera, nella speranza che la questione dell’assedio venga riportata all’ordine del giorno nei mezzi di comunicazione.

I palloni incendiari, che hanno recentemente scatenato la collera dell’esercito di occupazione israeliano, sono uno dei tanti messaggi palestinesi che dicono che i gazawi rifiutano di accettare che l’assedio sia ormai la loro realtà permanente.

Se la mediazione egiziana può alla fine offrire ai palestinesi una soluzione temporanea ed evitare una guerra totale, la violenza israeliana a Gaza, stanti gli attuali rapporti politici, non cesserà comunque.

È certo che finché i dirigenti israeliani continueranno a considerare una guerra contro Gaza come un’opportunità politica ed una tribuna per le proprie ambizioni elettorali, l’assedio proseguirà senza alcun allentamento.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo saggio è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Pluto Press). Baroud è dottore di ricerca in studi sulla Palestina presso l’università di Exeter e associato presso il centro Orfalea di studi mondiali e internazionali dell’università della California.

(traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




L’inchiesta della CPI renderà giustizia alla Palestina?

Romana Rubeo, Ramzy Baroud

9 luglio 2020 – Chronicle de Palestine

In passato ci sono stati numerosi tentativi di obbligare i criminali di guerra israeliani a rispondere del proprio operato.

Il caso dell’ex primo ministro israeliano Ariel Sharon (noto, tra l’altro, con il soprannome di “macellaio di Sabra e Shatila”), è particolarmente significativo, in quanto nel 2002 le sue vittime tentarono di farlo comparire davanti a un tribunale belga.

Come ogni altra iniziativa, la possibilità di un processo in Belgio è stata abbandonata in seguito a pressioni americane. La storia sembra ripetersi.

Il 20 dicembre la procuratrice generale della Corte Penale Internazionale (CPI), Fatou Bensouda, ha deciso di aver raccolto elementi sufficientemente solidi per avviare un’inchiesta per presunti crimini di guerra commessi nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza. La decisione senza precedenti della CPI concludeva che non c’era “nessuna ragione sostanziale per credere che un’inchiesta non fosse al servizio degli interessi della giustizia.”

Da quando Bensouda, benché con molto ritardo, ha preso la decisione, l’amministrazione americana ha rapidamente preso misure per bloccare il tentativo della Corte di far sì che i responsabili israeliani rispondano del proprio operato. L’11 giugno il presidente americano Donald Trump ha firmato un decreto che impone sanzioni contro i membri dell’organo giudiziario internazionale, in riferimento alle inchieste della CPI sui crimini di guerra americani in Afghanistan e quelli israeliani in Palestina.

Gli Stati Uniti riusciranno ancora una volta a bloccare un’indagine internazionale?

Il 19 giugno abbiamo parlato con il dottor Triestino Mariniello, membro del gruppo di giuristi che rappresenta le vittime di Gaza davanti alla CPI. Mariniello è anche docente all’università John Moore di Liverpool, nel Regno Unito.

Ci sono molti dubbi sulla serietà, la volontà o la capacità della CPI di arrivare a questo processo. A un certo punto sono state poste questioni tecniche per sapere se la giurisdizione della CPI si estendesse alla Palestina occupata. Questi dubbi sono stati superati?

Lo scorso dicembre la procuratrice ha deciso di porre la seguente domanda alla Camera preliminare: “La CPI è competente, cioè, in base allo Statuto di Roma, la Palestina è uno Stato, non in generale in base al diritto internazionale, ma almeno secondo lo Statuto istitutivo della CPI? E, in caso affermativo, qual è la competenza territoriale della Corte?”

La procuratrice ha sostenuto che la Corte è competente per i crimini commessi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, e a Gaza. Questa richiesta alla Camera preliminare non era necessaria per una ragione molto semplice: la domanda è stata presentata dallo Stato di Palestina. Così, quando uno Stato (che faccia parte della CPI) deferisce una situazione alla procura, questa non ha bisogno dell’autorizzazione della Camera preliminare. Ma analizziamo le cose in un contesto più ampio.

L’impegno ufficiale dello Stato di Palestina con la CPI è iniziato nel 2009, in seguito alla guerra di Gaza (l’operazione “Piombo fuso”). All’epoca la Palestina aveva già accettato la giurisdizione della CPI. Al precedente procuratore ci sono voluti più di due anni per decidere se la Palestina fosse o meno uno Stato. Dopo tre anni ha dichiarato: “Non sappiamo se la Palestina è uno Stato, quindi non sappiamo se possiamo riconoscere la giurisdizione della CPI.” In seguito questa questione è stata sollevata davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e all’assemblea degli Stati Membri. In altri termini, hanno delegato la risposta a degli organi politici e non alla Camera preliminare.

Questa indagine non c’è mai stata e non abbiamo mai ottenuto giustizia per le vittime di quella guerra.

Nel 2015 la Palestina ha accettato la giurisdizione della Corte ed è anche diventata uno Stato Membro. Tuttavia la Camera preliminare ha deciso di coinvolgere un certo numero di Stati, organizzazioni della società civile, Ong, accademici ed esperti per porre loro la domanda: in base allo Statuto di Roma la Palestina è uno Stato? La risposta è stata la seguente: la Camera preliminare si pronuncerà su questa questione dopo aver ricevuto le opinioni delle vittime, degli Stati, delle organizzazioni della società civile… e si pronuncerà nelle prossime settimane o nei prossimi mesi.

Oltre all’amministrazione Trump, altri Paesi occidentali, come la Germania e l’Australia, fanno pressione sulla CPI perché abbandoni l’inchiesta. Ci riusciranno?

Ci sono almeno otto Paesi che sono apertamente contrari a un’indagine sulla situazione palestinese. La Germania è una di essi. Certi altri Paesi, ad essere onesti, ci hanno sorpresi perché almeno quattro di essi, l’Uganda, il Brasile, la Repubblica Ceca e l’Ungheria, avevano esplicitamente riconosciuto che la Palestina è uno Stato di diritto internazionale, e tuttavia ora presentano dichiarazioni davanti alla Camera preliminare della CPI in cui sostengono che non lo è più.

Naturalmente la questione è un po’ più complessa, ma in fondo questi Paesi sollevano davanti alla CPI argomenti politici che non hanno alcuna base giuridica. È sorprendente che questi Stati da una parte sostengano di essere favorevoli a una Corte Penale Internazionale indipendente, ma da un’altra cerchino di esercitare una pressione politica (su questo stesso organo giudiziario).

L’11 giugno Trump ha firmato un decreto in cui impone sanzioni alle persone legate alla CPI. Gli Stati Uniti e i loro alleati possono bloccare l’inchiesta della CPI?

La risposta è no. L’amministrazione Trump fa pressione sulla CPI. Per “pressione” intendo principalmente riguardo alla situazione in Afghanistan, ma anche a quella israelo-palestinese. Così ogni volta che c’è una dichiarazione di Trump o del segretario di Stato Mike Pompeo riguardo alla CPI, non dimenticano mai di citare la questione dell’Afghanistan.

In effetti la procuratrice sta facendo un’indagine anche su presunti crimini di guerra commessi da membri della CIA e soldati americani. Finora questa pressione non è stata particolarmente efficace. Nel caso dell’Afghanistan la Corte d’appello ha direttamente autorizzato la procuratrice ad aprire un’inchiesta, modificando una decisione presa dalla Camera preliminare.

Le successive amministrazioni americane non sono mai state molto favorevoli alla CPI e il principale problema a Roma durante la redazione dello Statuto nel 1998 riguardava proprio il ruolo del Procuratore. Fin dall’inizio gli Stati Uniti si sono opposti a un ruolo indipendente del Procuratore, o che egli potesse aprire un’inchiesta senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Questa opposizione risale alle amministrazioni Clinton, Bush, Obama e Trump.

Tuttavia oggi assistiamo a una situazione totalmente nuova, in quanto l’amministrazione americana è pronta ad imporre sanzioni economiche e restrizioni al rilascio di visti al personale legato alla CPI e forse anche ad altre organizzazioni.

L’articolo 5 dello Statuto di Roma – il documento che ha fondato la CPI – presenta una definizione allargata di ciò che costituisce “crimini gravi”, cioè crimini di genocidio, contro l’umanità, di guerra e di aggressione. Si potrebbe quindi sostenere che Israele dovrebbe essere considerato responsabile di tutti questi “crimini gravi”. Tuttavia la CPI ha scelto quello che si chiama il “campo di applicazione ristretto”, per cui l’indagine riguarderà solo la componente dei crimini di guerra. Perché?

Se esaminiamo la richiesta della procuratrice alla Camera preliminare, in particolare il paragrafo 94, è sorprendente constatare che la portata dell’inchiesta è piuttosto ridotta, e le vittime lo sanno. Non include (nel quadro della sua inchiesta sui crimini di guerra) che alcuni avvenimenti legati alla guerra di Gaza del 2014, crimini commessi nel contesto della “Grande Marcia del Ritorno” e le colonie ebraiche (illegali).

È sorprendente che non ci sia nessun riferimento alle presunte azioni di “crimini contro l’umanità” che, come dicono le vittime, sono ampiamente documentate. Non c’è alcun riferimento agli attacchi sistematici condotti dalle autorità israeliane contro la popolazione civile in Cisgiordania, a Gerusalemme est o a Gaza. L’ “ambito di applicazione ridotto”, che esclude i crimini contro l’umanità, è un elemento sul quale la procuratrice dovrebbe riflettere. La situazione generale a Gaza è ampiamente ignorata; non c’è alcun riferimento all’assedio che dura da 14 anni; non c’è alcun riferimento all’insieme delle vittime della guerra contro Gaza nel 2014.

Ciò detto, il campo d’indagine non è vincolante per il futuro. La procuratrice può decidere, in qualunque momento, di includere altri crimini. Speriamo che ciò avvenga, perché in caso contrario molte vittime non otterranno mai giustizia.

Ma perché la Striscia di Gaza viene esclusa? È a causa del modo in cui i palestinesi hanno presentato la loro causa o di come la CPI ha interpretato il caso palestinese?

Non penso che si debba dare la colpa ai palestinesi, perché le organizzazioni palestinesi hanno presentato (una grande quantità di) prove. Penso che si tratti di una strategia di perseguimento giudiziario a questo stadio e speriamo che ciò cambi in futuro, in particolare riguardo alla situazione a Gaza, dove è stato ignorato persino il numero totale di vittime. Più di 1.600 civili, tra cui donne e minori, sono stati uccisi.

A mio parere ci sono parecchi riferimenti al concetto stesso di conflitto. La parola “conflitto” si basa sul presupposto che ci siano due parti che si affrontano allo stesso livello e che l’occupazione israeliana in sé non sia oggetto di un’attenzione sufficiente.

Inoltre sono stati esclusi tutti i crimini commessi contro i prigionieri palestinesi, come la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. Non è stato incluso neppure l’apartheid in quanto crimine contro l’umanità. Ancora una volta, ci sono prove schiaccianti che questi crimini vengono commessi contro i palestinesi. Speriamo che in futuro ci sarà un approccio diverso.

Quali sono secondo lei i diversi scenari e tempi che potrebbero risultare dall’inchiesta della CPI? Cosa dobbiamo aspettarci?

Penso che se esaminiamo i possibili scenari dal punto di vista dello Statuto di Roma, della legge vincolante, non credo che i giudici abbiano altra possibilità che confermare alla procura che in base allo Statuto di Roma la Palestina sia uno Stato e che la giurisdizione territoriale comprenda la Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza.

Mi sembrerebbe estremamente sorprendente se i giudici arrivassero ad una conclusione diversa. Lo Stato palestinese è stato ratificato nel 2015, e quindi non si può tornare dai palestinesi e dire loro: “No, voi non siete più membri.” Nel frattempo la Palestina ha partecipato all’assemblea degli Stati Membri, fa parte della commissione di sorveglianza della CPI ed ha preso parte a decisioni importanti.

È probabile che la procuratrice ottenga in via libera dalla Camera preliminare. Se ciò non avviene la procuratrice può (ancora) portare avanti l’inchiesta.

Gli altri possibili scenari non possono essere che negativi, perché impedirebbero alle vittime di ottenere giustizia. Se la questione viene portata davanti alla CPI è perché le vittime non hanno mai ottenuto giustizia davanti ai tribunali nazionali: lo Stato di Palestina non può giudicare i cittadini israeliani, mentre le autorità israeliane non vogliono giudicare le persone che hanno commesso dei crimini internazionali.

Se i giudici della CPI decidessero di non accettare la giurisdizione sui crimini di guerra commessi in Palestina, ciò priverebbe le vittime dell’unica possibilità di ottenere giustizia.

Uno scenario particolarmente pericoloso sarebbe la decisione dei giudici di confermare la competenza della CPI su certe parti del territorio palestinese escludendone altre, cosa che non ha alcun fondamento giuridico in base al diritto internazionale. Ciò sarebbe pericoloso, perché darebbe una legittimità internazionale a tutte le misure illegali che le autorità israeliane, ed ora anche l’amministrazione Trump, mettono in atto, compreso il piano di annessione, totalmente illegale (in base al diritto internazionale).

* Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e direttore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è “The Last Earth: A Palestinian Story” [L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press). Baroud ha un dottorato di studi sulla Palestina dell’università di Exeter ed è ricercatore associato al Centro Orfalea di studi mondiali e internazionali, università della California.

* Romana Rubeo è traduttrice freelance e vive in Italia. È titolare di un master in lingua e letteratura straniera ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica. Lettrice accanita, si interessa di musica, politica e geopolitica.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




I punti in comune tra Minneapolis e Gerusalemme sono maggiori di quanto sembri

Jonathan Cook

11 giugno 2020 – Middle East Eye

In un mondo in cui le risorse sono in esaurimento e le economie in contrazione gli Stati si preparano a future rivolte da parte delle classi inferiori in aumento

È difficile ignorare i sorprendenti parallelismi tra le recenti scene di brutalità della polizia nelle città degli Stati Uniti e decenni di violenza da parte delle forze di sicurezza israeliane contro i palestinesi.

Alla fine del mese scorso un video diventato virale di un agente di polizia di Minneapolis, Derek Chauvin, che uccide un uomo di colore, George Floyd, premendo con un ginocchio sul suo collo per quasi nove minuti, ha scatenato due settimane di proteste di massa in tutti gli Stati Uniti e altrove.

Le immagini sono l’ultima inquietante testimonianza visiva di una formazione culturale della polizia degli Stati Uniti per cui essa sembra trattare gli afro americani come un nemico – e rinnova il ricordo di come troppo raramente venga punito il comportamento criminale dei poliziotti.

Il linciaggio di Floyd da parte di Chauvin mentre altri tre agenti osservavano o partecipavano ricorda scene inquietanti e familiari nei territori occupati. I video di soldati israeliani, polizia e coloni armati che picchiano, sparano e esercitano abusi su uomini, donne e bambini palestinesi sono stati a lungo un punto fermo dei social media.

La disumanizzazione che ha permesso l’omicidio di Floyd è stata regolarmente messa in evidenza nei territori palestinesi occupati. All’inizio del 2018 i cecchini israeliani hanno iniziato a utilizzare i palestinesi, compresi minorenni, infermieri, giornalisti e disabili come poco più che bersagli dei poligoni di tiro durante le proteste settimanali presso la barriera perimetrale che circonda Gaza tenendoveli rinchiusi.

Diffusa impunità

E proprio come negli Stati Uniti, l’uso della violenza da parte della polizia e dei soldati israeliani contro i palestinesi raramente porta a procedimenti giudiziari, per non parlare di condanne.

Pochi giorni dopo l’omicidio di Floyd, un uomo palestinese affetto da autismo, Iyad Hallaq, che secondo la sua famiglia aveva un’età mentale di sei anni, è stato colpito con sette colpi dalla polizia a Gerusalemme. Nessuno degli agenti è stato arrestato.

Di fronte all’imbarazzante attenzione internazionale in seguito all’omicidio di Floyd, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione inconsueta nei casi di uccisione di un palestinese da parte dei servizi di sicurezza. Ha definito l’omicidio di Hallaq “una tragedia” e ha promesso un’indagine.

I due omicidi, a distanza di pochi giorni, hanno rivelato il motivo per cui gli slogan “Black Lives Matter” e “Palestinian Lives Matter” siano intimamente legati, sia nelle proteste che nei post sui social media.

Ci sono differenze tra i due casi, ovviamente. Oggi i neri americani hanno la cittadinanza, la maggior parte di loro può votare (se riescono a raggiungere un seggio elettorale), le leggi non sono più esplicitamente razziste e hanno accesso agli stessi tribunali – se non sempre alla stessa giustizia – della popolazione bianca.

Non è questa la situazione per la maggior parte dei palestinesi sotto il dominio israeliano. Vivono sotto l’occupazione di un esercito straniero, ordinanze militari arbitrarie governano le loro vite e hanno un accesso molto limitato a qualsiasi tipo di concreto ricorso per adire a vie legali.

E c’è un’altra ovvia differenza. L’omicidio di Floyd ha scosso molti americani bianchi tanto da indurli a partecipare alle proteste. L’omicidio di Hallaq, al contrario, è stato ignorato dalla stragrande maggioranza degli israeliani e apparentemente accettato ancora una volta come prezzo da pagare per il mantenimento dell’occupazione.

Trattati come un nemico

Tuttavia, vale la pena mettere in evidenza i confronti tra le culture razziste delle due polizie. Entrambe scaturiscono da una visione del mondo costruita da società colonialiste, fondate sull’ espropriazione, la segregazione e lo sfruttamento.

Israele vede ancora in gran parte i palestinesi come un nemico che deve essere espulso o costretto a sottomettersi. Nel contempo i neri americani convivono coll’eredità di una cultura bianca razzista che fino a non molto tempo fa giustificava la schiavitù e l’apartheid.

Da tempo palestinesi e afroamericani sono stati depredati della loro dignità; troppo spesso le loro vite sono considerate di scarso valore.

Purtroppo la maggior parte degli ebrei israeliani nega ostinatamente l’ideologia razzista che sta alla base delle loro principali istituzioni, compresi i servizi di sicurezza. In pochi protestano in solidarietà con i palestinesi e quelli che lo fanno sono ampiamente visti dal resto dell’opinione pubblica israeliana come traditori.

Molti americani bianchi, d’altra parte, sono rimasti scioccati nel vedere quanto velocemente le forze di polizia statunitensi, di fronte a proteste diffuse, hanno fatto ricorso a metodi violenti di controllo della folla di un genere fin troppo familiare ai palestinesi.

Tali metodi comprendono la dichiarazione di coprifuoco e la chiusura di zone delle principali città; il dispiegamento di squadre di cecchini contro i civili; l’uso di squadre antisommossa con indosso uniformi o passamontagna senza contrassegno; arresti e aggressioni fisiche di giornalisti chiaramente identificabili; l’uso indiscriminato di gas lacrimogeni e proiettili di acciaio rivestiti di gomma per ferire i manifestanti e terrorizzarli per le strade.

E non finisce qui.

Il presidente Donald Trump ha descritto i manifestanti come “terroristi”, facendo eco al modo in cui gli israeliani definiscono tutte le proteste palestinesi, e ha minacciato di inviare l’esercito americano, il che riproporrebbe con ancora maggiore precisione la situazione affrontata dai palestinesi.

Come i palestinesi, la comunità nera degli Stati Uniti – e ora i manifestanti – hanno registrato esempi degli abusi sui loro telefoni e pubblicato i video sui social media per evidenziare le menzogne delle dichiarazioni della polizia e dei resoconti dei media su ciò che è accaduto.

Testato su palestinesi

Nessuno di questi parallelismi dovrebbe sorprenderci. Per anni le forze di polizia statunitensi, insieme a molte altre in tutto il mondo, hanno fatto la fila alla porta di Israele per imparare dalla sua esperienza decennale nella repressione della resistenza palestinese.

In un mondo caratterizzato dall’esaurimento delle risorse e dalla contrazione a lungo termine dell’economia globale, Israele ha capitalizzato la necessità tra gli Stati occidentali di prepararsi a future rivolte interne da parte di classi inferiori in aumento.

Potendo fare tranquillamente esperimenti nei territori palestinesi occupati, Israele è stato a lungo in grado di sviluppare e testare sul campo sui palestinesi oppressi nuovi metodi di sorveglianza e subordinazione. Essendo le più cospicue classi inferiori degli Stati Uniti, le comunità nere urbane hanno sempre avuto molte più probabilità di trovarsi in prima linea quando le forze di polizia statunitensi hanno adottato nelle loro pratiche un approccio più militarizzato.

Alla fine questi cambiamenti si sono manifestati in modo evidente durante le proteste scoppiate a Ferguson, nel Missouri, nel 2014 dopo che un uomo di colore, Michael Brown, è stato ucciso dalla polizia. Vestita in tenuta antisommossa e sostenuta da camionette blindate, la polizia locale sembrava entrare in una zona di guerra piuttosto che trovarsi lì per “servire e proteggere” [motto di molte polizie locali negli USA, ndtr.].

Addestrati in Israele

È stato allora che le organizzazioni per i diritti umani e altri hanno iniziato a mettere in evidenza in che misura le forze di polizia statunitensi venivano influenzate dai metodi israeliani per assoggettare i palestinesi. Molte forze erano state addestrate in Israele o coinvolte in programmi di scambio.

Soprattutto la famigerata polizia di frontiera paramilitare israeliana [il MAGAV, che non segue la regolare struttura di comando della polizia militare ma risponde direttamente all’agenzia per la sicurezza israeliana, ndtr.] è diventata un modello per altri Paesi. È stata la polizia di frontiera a sparare a morte su Hallaq a Gerusalemme poco dopo che Floyd è stato ucciso a Minneapolis.

La polizia di frontiera svolge la duplice funzione di una forza di polizia e di un esercito, operando contro i palestinesi nei territori occupati e all’interno di Israele, dove esiste una folta minoranza palestinese con diritti di cittadinanza molto ridotti. 

La premessa istituzionale della polizia di frontiera è che tutti i palestinesi, compresi quelli che sono formalmente cittadini israeliani, dovrebbero essere trattati come nemici. È il nucleo della cultura razzista della polizia israeliana, identificata 17 anni fa dal Rapporto Or [frutto del lavoro di una commissione istituita dal governo israeliano nel 2000 durante la seconda Intifada, ndtr.], l’unica analisi seria del Paese riguardo le sue forze di polizia.

La polizia di frontiera sembra sempre più il modello che le forze di polizia statunitensi stanno emulando in città con le vaste comunità di neri.

Molte decine di agenti di polizia di Minneapolis sono stati addestrati da esperti israeliani in tecniche di “antiterrorismo” e di “contenimento” durante un seminario a Chicago nel 2012.

Il soffocamento da parte di Derek Chauvin, con l’utilizzo del ginocchio per fare pressione sul collo di Floyd, è una procedura di “immobilizzazione” molto nota ai palestinesi. In modo inquietante, quando ha ucciso Floyd Chauvin stava addestrando due agenti alle prime armi trasmettendo le competenze istituzionali del dipartimento alla nuova generazione di agenti.

Monopolio della violenza

Queste somiglianze avrebbero dovuto essere previste. Gli Stati inevitabilmente prendono in prestito e imparano gli uni dagli altri sulle questioni più importanti per loro, come reprimere il dissenso interno. Il compito di uno Stato è garantirsi il mantenimento del monopolio della violenza all’interno del proprio territorio.

È la ragione per cui diversi anni fa nel suo libro War Against the People [Guerra contro il popolo, Edizioni Epoké, 2017, ndtr.] lo studioso israeliano Jeff Halper ammoniva che Israele è stato fondamentale nello sviluppo di quella che egli chiamava l’industria della “pacificazione globale”. I solidi muri tra i militari e la polizia si erano sgretolati, creando quelli che lui definiva “poliziotti guerrieri”.

Il pericolo, secondo Halper, è che a lungo termine, man mano che la polizia diventerà più militarizzata, è probabile che verremo tutti trattati come i palestinesi. Ecco perché è necessario mettere in evidenza un ulteriore legame tra la strategia degli Stati Uniti nei confronti della comunità nera e quella di Israele nei confronti dei palestinesi.

I due Paesi non stanno solo condividendo tattiche e metodi di polizia contro le proteste una volta scoppiate. Hanno anche sviluppato congiuntamente strategie a lungo termine nella speranza di smantellare la capacità delle comunità nere e palestinesi sotto la loro oppressione di organizzarsi in modo efficace e sviluppare la solidarietà con altri gruppi.

Perdita di direzione storica

Se un insegnamento è chiaro, è quello che l’oppressione può essere meglio contrastata attraverso la resistenza organizzata da un movimento di massa con richieste chiare e una visione coerente di un futuro migliore.

In passato dipendeva da leader carismatici con un’ideologia pienamente sviluppata e ben articolata in grado di ispirare e mobilitare i sostenitori. Si basava anche su reti di solidarietà tra gruppi oppressi di tutto il mondo che condividevano la loro conoscenza ed esperienza.

Una volta i palestinesi erano guidati da figure che avevano il sostegno e il rispetto nazionali, da Yasser Arafat a George Habash e allo sceicco Ahmed Yassin. La lotta che essi conducevano era in grado di galvanizzare i sostenitori di tutto il mondo.

Questi leader non erano necessariamente uniti. Ci furono discussioni sul fatto che il colonialismo di insediamento israeliano sarebbe stato minacciato meglio attraverso la lotta secolare o la forza religiosa, trovando alleati all’interno della Nazione degli oppressori o sconfiggendola usando i suoi metodi violenti.

Questi dibattiti e disaccordi hanno formato ampi strati della comunità palestinese, hanno chiarito la posta in gioco per loro e fornito il senso di una direzione e uno scopo nella storia. E questi leader sono diventati punti di riferimento per la solidarietà internazionale e la passione rivoluzionaria.

Ciò è scomparso da tempo. Israele ha perseguito una politica implacabile di incarcerazioni e assassinii di leader palestinesi. Nel caso di Arafat, è stato confinato dai carri armati israeliani in un complesso a Ramallah prima di essere avvelenato a morte in circostanze fortemente sospette. Da allora, la società palestinese si è trovata orfana, alla deriva, divisa e disorganizzata.

Anche la solidarietà internazionale è stata ampiamente messa a tacere. I popoli degli Stati arabi, già impegnati nelle proprie lotte, appaiono sempre più stanchi della causa palestinese, scissa e apparentemente senza speranza. E, come segnale del nostro tempo, la solidarietà occidentale oggi si impegna principalmente in un movimento di boicottaggio che ha dovuto condurre la sua lotta sul campo di battaglia dei consumi e delle finanze, più favorevole al nemico.

Dallo scontro alla consolazione rassegnata

La comunità afroamericana negli Stati Uniti ha subito processi paralleli, anche se è più difficile accusare i servizi di sicurezza statunitensi in modo così diretto per la perdita, decenni fa, di una leadership nazionale nera. Martin Luther King, Malcolm X e il movimento Black Panther furono perseguitati dai servizi di sicurezza statunitensi. Sono stati incarcerati o abbattuti da assassini, nonostante i loro approcci molto diversi alla lotta per i diritti civili.

Oggi nessuno va in giro a fare discorsi illuminanti e a mobilitare larghi strati di popolazione, americani bianchi o neri, per agire sul palcoscenico nazionale.

Privata di una forte leadership nazionale, a volte la comunità nera organizzata è sembrata essersi ritirata nello spazio più sicuro ma più limitato delle chiese, almeno fino alle ultime proteste. Una politica della consolazione rassegnata sembrava aver sostituito la politica dello scontro.

L’identità al centro

Questi cambiamenti non possono essere attribuiti unicamente alla perdita di leader nazionali. Negli ultimi decenni anche il contesto politico globale è stato trasformato. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica 30 anni fa gli Stati Uniti non solo sono diventati l’unica superpotenza al mondo, ma hanno schiacciato lo spazio fisico e ideologico in cui potrebbe prosperare l’opposizione politica.

L’analisi di classe e le ideologie rivoluzionarie – una politica di giustizia – sono state deviate dai loro percorsi e poste sempre più ai margini del mondo accademico.

Invece gli attivisti politici occidentali sono stati incoraggiati a dedicare le loro energie non all’antimperialismo e alla lotta di classe, ma ad una molto più angusta politica identitaria. L’attivismo politico è diventato una competizione tra gruppi sociali per attirare attenzione e privilegi.

Come per l’attivismo solidaristico palestinese, la politica dell’identità negli Stati Uniti ha condotto le sue battaglie sul terreno di una società ossessionata dal consumo. Gli hashtag e le segnalazioni virtuali sui social media sono spesso apparsi come sostitutivi della protesta sociale e dell’attivismo.

Un momento di transizione

La domanda posta dalle attuali proteste statunitensi è se questo tipo di politica timida, individualista e mirata ad acquisire vantaggi non stia iniziando a sembrare inadeguata. I manifestanti statunitensi sono ancora in gran parte privi di leader, la loro lotta rischia di essere atomizzata, le loro richieste sottaciute e in gran parte confuse – è più chiaro ciò che i manifestanti non vogliono rispetto a ciò che vogliono.

Ciò riflette un attuale stato d’animo per cui le sfide che tutti noi affrontiamo, dalla crisi economica permanente e dalla nuova minaccia di pandemie all’incombente catastrofe climatica, sembrano troppo grandi, troppo gravi per dar loro un significato. Sembra che siamo intrappolati in un momento di transizione, destinato [a precorrere] una nuova era, buona o cattiva, che non possiamo ancora definire chiaramente.

Ad agosto, ci si aspetta che milioni di persone si dirigano a Washington in una marcia che ricordi quella guidata da Martin Luther King nel 1963. Il pesante fardello di questo momento storico dovrebbe essere portato sulle anziane spalle del reverendo Al Sharpton [religioso, attivista e politico statunitense, ndtr.].

Quel simbolismo può essere appropriato. Sono trascorsi più di 50 anni da quando gli Stati occidentali sono stati per l’ultima volta coinvolti dal fervore rivoluzionario. Ma la fame di cambiamento, che raggiunse il suo apice nel 1968, per la fine dell’imperialismo, della guerra infinita e della dilagante disuguaglianza, non è mai stata saziata.

Le comunità oppresse in tutto il mondo hanno ancora fame di un mondo più giusto. In Palestina e altrove, coloro che soffrono per la brutalità, la miseria, lo sfruttamento e l’indignazione hanno ancora bisogno di un paladino. Guardano a Minneapolis e alla lotta che ne è scaturita come ad un seme di speranza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica

Jonathan Cook

Jonathan Cook, giornalista britannico che opera a Nazareth dal 2001, è autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. È stato vincitore del premio speciale Martha Gellhorn per il giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)