Israele dovrebbe essere giudicato per l’uccisione illegale di manifestanti a Gaza

Middle East Monitor

28 febbraio 2019

video proiettato durante le sedute della Commissione ONU

La Reuter [agenzia di stampa britannica, ndt.] ha informato che giovedì membri di una commissione d’inchiesta ONU hanno affermato che lo scorso anno a Gaza le forze di sicurezza israeliane potrebbero aver commesso crimini di guerra e contro l’umanità per l’uccisione di 189 palestinesi e il ferimento di più di altri 6.100 durante le proteste settimanali.

La commissione indipendente ha affermato di aver avuto informazioni confidenziali su coloro che ritiene essere responsabili di queste uccisioni illegali, compresi cecchini e comandanti dell’esercito israeliano. Ha chiesto ad Israele di incriminarli.

Quando hanno sparato le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso e menomato manifestanti palestinesi che non rappresentavano una minaccia immediata di morte o di gravi ferite ad altri, né stavano partecipando direttamente agli scontri,” si afferma, aggiungendo che le proteste sono state “di carattere civile”.

Le vittime includono minori, giornalisti e una persona amputata ad entrambe le gambe che era su una sedia a rotelle.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto il rapporto ed ha accusato il Consiglio ONU per i Diritti Umani, che ha promosso l’inchiesta, di ipocrisia e di menzogne alimentate da “un odio ossessivo verso Israele.”

Israele ha affermato di aver aperto il fuoco per difendere il confine da incursioni e attacchi da parte di miliziani armati.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha affermato che i risultati dell’indagine confermano che “Israele ha commesso crimini di guerra contro il nostro popolo a Gaza e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme.”

In un comunicato ha detto che la Corte Penale Internazionale dovrebbe agire immediatamente e aprire un’inchiesta in merito.

Le proteste sul confine tra Israele e la Striscia di Gaza sono iniziate nel marzo dello scorso anno, con i gazawi che chiedevano che Israele alleggerisse il blocco dell’enclave e il riconoscimento del loro diritto al ritorno alle terre da cui le loro famiglie fuggirono o che vennero obbligate a lasciare quando Israele venne fondato nel 1948.

La commissione ha scoperto che 183 dei 189 manifestanti sono stati uccisi con proiettili veri. Ha espresso una grande preoccupazione per le regole d’ingaggio segrete stilate dai dirigenti civili e militari israeliani che “a quanto pare consentono di sparare proiettili veri contro dimostranti come ultima risorsa… e di sparare alle gambe dei ‘principali agitatori’.”

Sostiene che il concetto israeliano di ‘principali agitatori’ non esiste nelle leggi internazionali.

Dice che circa 122 feriti, tra cui 20 minori, hanno avuto un arto amputato.

La commissione afferma che nessun soldato israeliano è stato ucciso durante le proteste, tranne uno durante un giorno di manifestazioni ma non in un luogo in cui stavano avvenendo proteste, mentre quattro sono stati feriti.

Una portavoce militare israeliana lo ha contestato, sostenendo che il soldato sia stato colpito a morte durante disordini nelle vicinanze che erano “stati provocati per attirare soldati e poterli attaccare.”

Il rapporto, che riguarda il periodo dal 30 marzo al 31 dicembre 2018, si basa su centinaia di interviste con vittime e testimoni, così come su reperti medici, video, riprese da droni e fotografie.

Il rapporto dice che il 14 maggio le forze israeliane hanno ucciso 60 dimostranti, il più alto numero di vittime in un solo giorno a Gaza dall’attacco militare del 2014 [l’operazione “Margine Protettivo”, ndt.].

In un comunicato Amnesty International ha affermato: “I responsabili da questi crimini deprecabili non devono rimanere impuniti. I risultati di questo rapporto devono portare a fare giustizia per le vittime di crimini di guerra.”

Corte Penale Internazionale

I membri della commissione d’indagine dicono che l’alta commissaria ONU per i diritti umani Michelle Bachelet dovrebbe condividere i risultati con la CPI.

Israele non fa parte della CPI né ne riconosce la giurisdizione, ma la corte con sede all’Aia nel 2015 ha aperto un’indagine preliminare riguardo alle denunce di violazioni dei diritti umani da parte di Israele sul territorio palestinese.

La Striscia di Gaza, l’enclave costiera controllata dal gruppo islamista Hamas, ospita 2 milioni di palestinesi. Nel 2005 Israele ritirò le sue truppe e i suoi coloni da Gaza, ma conserva un rigido controllo sui suoi confini terrestri e marittimi. Anche l’Egitto limita il movimento dentro e fuori Gaza.

Il presidente della commissione Santiago Cantón, un giurista argentino, ha detto: “Alcune di queste violazioni possono rappresentare crimini di guerra o contro l’umanità e devono essere immediatamente indagate da Israele.”

Durante una conferenza stampa ha affermato: “La nostra inchiesta ha scoperto che i manifestanti erano nella stragrande maggioranza disarmati, anche se non sempre pacifici.”

Trentacinque minori, due giornalisti e tre paramedici “chiaramente individuabili” sono stati tra le vittime delle forze israeliane, in violazione delle leggi umanitarie internazionali, afferma il rapporto.

Sara Hossain, membro della commissione e avvocatessa presso la Corte Suprema del Bangladesh, ha sostenuto: “Stiamo affermando che hanno sparato intenzionalmente a minori. Hanno sparato intenzionalmente a persone disabili, hanno sparato intenzionalmente a giornalisti.” E ha aggiunto: “Abbiamo scoperto che una persona con entrambe le gambe amputate è stata colpita ed uccisa mentre era seduta sulla sua sedia a rotelle. In due giorni diversi due persone visibilmente con le stampelle sono state colpite alla testa. Sono state uccise.”

Israele afferma che le sue forze sono state a volte vittime di attacchi da armi da fuoco o granate durante le proteste.

Betty Murungi, che ha fatto parte della commissione, ha anche detto che le autorità di Gaza dovrebbero interrompere l’uso di aquiloni e palloni incendiari, congegni che hanno distrutto coltivazioni israeliane.

Il funzionario di Hamas Ismail Rudwan ha detto alla Reuter a Gaza: “La richiesta della commissione ONU di mettere sotto processo i dirigenti dell’occupazione israeliana è una prova che le forze di occupazione hanno commesso crimini contro l’umanità nella Striscia di Gaza.”

Nell’ultimo decennio Israele e Hamas hanno combattuto tre guerre.

(traduzione di Amedeo Rossi)




GERUSALEMME. Tensioni ad Al-Aqsa, nuovo punto di rottura

Ben White

Middle East Eye, 21 febbraio 2019

Roma, 25 febbraio 2019, Nena News –  Passate inosservate sui media occidentali, le tensioni nella Gerusalemme occupata si sono intensificate. La scorsa settimana è nato un nuovo scontro sulla questione del complesso della Moschea di Al-Aqsa, nel contesto degli sforzi sempre più intensi che le autorità israeliane e i coloni stanno mettendo in campo per cambiare lo status quo e impossessarsi delle proprietà palestinesi nella Città Vecchia e dintorni.

Il governo giordano ha recentemente deciso di allargare la struttura della Waqf – l’istituzione incaricata di gestire il complesso di Al-Aqsa – per includere un certo numero di “pezzi grossi” palestinesi, oltre ai consolidati membri giordani.

Accessi chiusi 

La mossa è giunta in risposta a quella che Ofer Zalzberg, dell’Unità di Crisi Internazionale, ha descritto ad Haaretz come “l’erosione dello status quo” nella zona, che include anche la tolleranza, da parte delle forze di occupazione israeliane, di un “tranquillo pregare” degli ebrei all’interno del complesso – “uno sviluppo alquanto recente”, nota il giornale.

Giovedì scorso, il comitato appena allargato ha fatto un sopralluogo, e pregato, nell’edificio situato alla Porta della Misericordia (Bab al-Rahma), chiuso dalle autorità israeliane di occupazione dal 2003. Al tempo, la chiusura venne motivata sulla base di ipotetiche attività politiche e legami con Hamas, ma l’edificio da allora è rimasto chiuso.

Domenica notte le forze israeliane hanno messo nuovi lucchetti ai cancelli metallici che portano all’edificio. Quando i fedeli palestinesi hanno cercato di aprire i cancelli, sono scoppiati scontri, e diversi palestinesi sono stati arrestati dalla polizia israeliana.

Martedì sera ci sono stati altri scontri e arresti, mentre un tribunale israeliano, mercoledì, ha vietato a una decina di palestinesi di entrare nel complesso. Sia l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina che Hamas hanno condannato tali sviluppi, e hanno lanciato l’allarme sulla precarietà della situazione.

Una nuova realtà dei fatti

Ciò che è successo al complesso di Al-Aqsa dev’essere considerato all’interno del più ampio scenario di Gerusalemme, e in particolare di ciò che l’ong israeliana Ir Amir ha definito una “rapida e sempre più intensa catena di nuovi avvenimenti”, tra cui “un crescente numero di campagne, sostenute dallo Stato, per gli insediamenti all’interno dei quartieri palestinesi”.

Un’espressione di tali campagne è lo sfratto di famiglie palestinesi dalle proprie case, in modo che i coloni possano prenderne possesso.  Domenica scorsa, la famiglia di Abu Assab è stata espulsa dalla propria casa nel quartiere musulmano della Città Vecchia, un destino che attende altre centinaia di famiglie palestinesi nella Gerusalemme Est occupata.

Ciò che si sta concretizzando a Gerusalemme è una “campagna organizzata e sistematica dei coloni, con il sostegno degli enti governativi, per espellere intere comunità da Gerusalemme Est e per stabilire insediamenti al loro posto”, secondo le parole di un supervisore israeliano degli insediamenti.

“Ciò che vogliono è evidente: una maggioranza ebraica qui e a Gerusalemme Est”, ha dichiarato recentemente all’Independent Jawad Siyam, un attivista di Silwan. La sua comunità è rovinata dalla presenza dell’insediamento coloniale “Città di David”, destinato a ricevere un nuova spinta dalle autorità israeliane di occupazione, sotto forma di un progetto per una stazione di teleferica.

Gerusalemme è stata per un bel po’ assente dai titoli dei giornali, visto che la gran parte dell’attenzione, per motivi più che comprensibili, è stata riservata alle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno nella Striscia di Gaza e ai tentativi, arenati, di ottenere la liberazione dal blocco. Ci sono all’orizzonte anche le elezioni israeliane, e continuano le congetture su cos’abbia in serbo l’amministrazione Trump con il cosiddetto ‘piano di pace’.

In sottofondo, comunque, l’accelerazione delle politiche coloniali israeliane a Gerusalemme Est potrebbe portare a un nuovo punto di rottura.

Attivismo di base 

La Waqf ha dichiarato di mirare all’apertura del sito di Bab al-Rahma, una richiesta che potrebbe diventare il punto fondamentale di quel genere di proteste di massa che si sono viste nell’estate del 2017. Allora, i metal detector introdotti dalle forze israeliane di occupazione fuori dal complesso della moschea di Al-Aqsa innescarono manifestazioni spontanee, e alla fine vennero rimossi.

Che il Waqf decida o meno di procedere, potrebbe ritrovarsi con le mani legate dalla pressione dell’attivismo di base; c’è parecchia preoccupazione, tra i palestinesi, che il governo israeliano – insieme al cosiddetto “Movimento del Tempio” – si stia adoperando per una divisione dello spazio del complesso di Al-Aqsa, con l’instaurazione al suo interno di preghiere ebraiche formalizzate.

Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno procedendo alla chiusura del loro Consolato a Gerusalemme Est e allo spostamento degli “affari” palestinesi in un ufficio all’interno della nuova Ambasciata: un segnale potente, se ce ne fosse bisogno, del fatto che la visione dell’amministrazione Trump traccia una netta separazione anche dalla semplice finzione di una “soluzione dei due Stati”, e del suo timbro di approvazione su Israele come unico Stato di fatto.

Gli eventi di questa settimana, comunque si svilupperanno, costituiscono un monito: mentre Israele e gli Stati Uniti vedono in Gerusalemme una facile preda per un rapido processo di colonizzazione e di maggiore imposizione della sovranità israeliana, i residenti palestinesi della città sono navigati guastafeste dei piani israeliani e potrebbero presto riprendere questo ruolo

Traduzione di Elena Bellini/ Nena News




Intervista al Coordinatore della Grande Marcia per il diritto al Ritorno

Patrizia Cecconi

23 febbraio 2019, Pressenza

Il 22 febbraio si è svolto a Milano un incontro pubblico con l’avvocato Salah Abdel Ati, residente a Gaza, che ha portato la sua testimonianza sulla Grande Marcia del Ritorno e sulla situazione nella Striscia.

Alla fine dell’incontro Patrizia Cecconi ha fatto alcune domande all’avvocato S. A. Ati che riteniamo interessante proporre anche nel nostro sito. L’articolo integrale con la cronaca della serata milanese è stato pubblicata su Pressenza.

D. Lei è un giovane avvocato ma ha già molti anni di esperienza nelle lotte per i diritti umani in Palestina. Vuole raccontarci un po’ della sua vita a Gaza?

R. Veramente non sono tanto giovane, ho 44 anni e due dei miei quattro figli sono già all’università. Il ragazzo studia ingegneria e la ragazza è al primo anno di farmacia. Noi vogliamo che i nostri figli studino e tutte le famiglie a Gaza vogliono questo. Non tutti però possono date le condizioni economiche, ma la percentuale di iscritti all’Università, maschi e femmine, è molto alta. 

D. Lei fa parte delle famiglie arrivate a Gaza in seguito alla cacciata dovuta alla Nakba o è originario della Striscia? 

R. Sono uno di quel 75% di gazawi che vive in un campo profughi in quanto la mia famiglia è arrivata a Gaza dopo essere stata cacciata dalla Palestina storica. Da allora viviamo nel campo profughi di Jabaliya, al nord della Striscia.

D. Jabaliya è il luogo da cui partì la prima intifada, cioè la rivolta delle pietre, come venne chiamata, dopo l’uccisione di alcuni palestinesi investiti da un camion dell’esercito israeliano nel dicembre del 1987, è così? 

R. Sì, la rivolta partì da Jabaliya. La situazione era già carica e quella fu l’occasione che fece esplodere la rabbia palestinese. Inoltre, il giorno dopo l’investimento, gli israeliani spararono, uccidendolo, a un bambino che aveva lanciato delle pietre e da Jabaliya la rivolta si allargò e si espanse in tutti i territori occupati. Io ero un ragazzino e, come tutti gli altri ragazzini, partecipai alla rivolta. La mia gamba destra porta ancora i segni lasciati da Israele. 

D. Durante e dopo la prima intifada si occupò di politica in modo sistematico o rimase nelle fila della rivolta spontanea?

R. Mi occupai di politica. Entrai nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) e venni eletto rappresentante degli studenti. Sono rimasto nel Fronte popolare fino ad alcuni anni fa. 

D. Il PFLP ha sempre rappresentato l’anima laica e di sinistra della Palestina, è vero?

R. Sì, il PFLP è stato il primo partito ad avere delle donne tra i suoi massimi dirigenti, però ora non faccio più parte dell’organizzazione politica, ma continuo a svolgere le attività in cui ho sempre creduto e per le quali ho lavorato anche nel Fronte Popolare.

D. Per esempio?

R. Per esempio la formazione politica e sociale dei giovani, i tavoli di formazione e di dialogo con le donne. Lo studio dei diritti umani e le violazioni che Israele, ma anche le autorità che governano la Palestina, sebbene in forma e numero diversi, commettono. Tutti i programmi che svolgiamo nel sociale. Insomma tutto ciò che dovrebbe preparare alla vita in una società libera, quella per la quale lavoriamo e per la quale abbiamo iniziato l’esperienza della Grande Marcia del Ritorno.

D. Lei è coordinatore per gli aspetti legali della Grande Marcia del Ritorno. Ci può dire come e da chi è nata l’idea di questa marcia che finora ha visto circa 250 martiri e oltre 25.000 feriti? E chi realmente la porta avanti? Le faccio questa domanda perché i nostri media, a parte quelli “di nicchia” ne parlano come di un progetto imposto da Hamas alla popolazione gazawa. Un progetto crudele che manda a morire tanti innocenti. 

R. No, non è un progetto di Hamas. Io ho molti contatti con l’Occidente e so bene come vengono manipolate le notizie. Intanto diciamo che in questo modo la colpa delle uccisioni non si dà agli assassini ma si scarica su una parte della società gazawa, quella che ne rappresenta il governo di fatto. Hamas può essere accusato di restrizioni e di una visione reazionaria rispetto ai valori della sinistra laica, ma non può essere accusato degli omicidi israeliani. Israele uccide manifestanti inermi, si è accanita su due dei giornalisti più competenti e conosciuti anche all’estero, due reporter che mandavano foto inequivocabili alle agenzie internazionali. Non è un caso. I suoi cecchini colpiscono il personale sanitario mentre presta soccorso. Sparano sui bambini. Sono tutti crimini contro l’umanità e se il diritto internazionale non sanziona Israele per questi numerosi e continui crimini, Israele continuerà a commetterli e queste violazioni peseranno anche sulle vostre democrazie. Comunque la grande marcia non è un progetto di Hamas, ma il movimento di Hamas partecipa, al pari di membri di Fatah, del Fronte Populare, del Fronte Democratico, degli altri movimenti politici e delle organizzazioni della società civile che hanno aderito in grande numero alla marcia.

D. Le ripeto la domanda che le avevo fatto e alla quale già mi ha risposto, ma solo in parte. Abbiamo capito che non è nata da Hamas e che non è governata da Hamas, ma come è nata l’idea della Grande Marcia?

R. È nata alla fine del 2017 discutendo sulla situazione che ci vede schiacciati sotto l’assedio. Acqua quasi totalmente non potabile, elettricità somministrata a piacere di Israele tre, quattro ore a caso durante il giorno o la notte col chiaro intento di rendere più difficile possibile la vita dei gazawi. Campi continuamente distrutti o dalle ruspe o dagli aerei che spargono diserbanti. Bombardamenti israeliani a piacere. Disoccupazione altissima. Salari tagliati anche dall’Anp. Il grado di esasperazione dei giovani e degli adulti che si alterna a fenomeni di depressione per mancanza di futuro. Insomma una situazione insostenibile. Discutendo veniva fuori che in questi 70 anni in tutta la Palestina e, in particolare, in questi 12 anni di assedio a Gaza, nessuna lotta è mai riuscita vincente. 

La resistenza è un nostro legittimo diritto ma né la resistenza armata, né la non violenza hanno mai portato all’ottenimento dei diritti spettanti al nostro popolo. Allora abbiamo pensato, discutendo e anche litigando, che un vero movimento popolare, un movimento di massa, senza uso di violenza, avrebbe potuto aiutarci ad ottenere quel che ci è dovuto. Abbiamo pensato che un diritto riconosciutoci dall’ONU già nell’anno della Nakba rappresentava tutti i palestinesi, la Risoluzione 194, cioè il nostro diritto al ritorno nelle terre, nelle case da cui siamo le nostre famiglie sono state cacciate. Così abbiamo pensato, organizzandoci in comitati, a organizzare questa grande marcia, ricreando lungo il confine dell’assedio, gli accampamenti in cui le tende portavano il nome dei villaggi e delle città da cui siamo stati cacciati. Sarebbe stato un grande movimento e forse il mondo delle istituzioni ci avrebbe finalmente dato ascolto. La grande marcia non vuole divisioni tra fazioni politiche e questo è un altro nostro importante obiettivo. 

D. Ma non avete messo in conto che Israele avrebbe potuto fare una carneficina? 

R. Israele ci ammazza ogni giorno e il mondo sta in silenzio. I nostri giovani hanno ideato il fumo nero degli pneumatici per coprire la vista ai cecchini, ma il mondo non ferma Israele, anzi lo protegge e addirittura abbiamo letto sui vostri giornali che i nostri giovani sono violenti perché incendiano gli pneumatici! Il nostro popolo ama la vita, non vuole morire, ma la morte è messa in conto. Lei ha visto durante la proiezione dei filmati [presentati durante l’incontro di Milano] che abbiamo adottato la vostra canzone “Bella ciao”? Ebbene l’ultima strofa della vostra canzone è quella che ci porta a lottare a rischio della vita, morire per la libertà. 

D. Caro avvocato, è eroico e mi azzarderei a dire commovente quel che mi sta dicendo, ma il mondo delle istituzioni non sembra capirlo.

R. È per questo che sto facendo questo viaggio. Domani sarò a Bruxelles perché abbiamo bisogno di lobbies politiche che ci aiutino a imporre a Israele le giuste sanzioni secondo la normativa giuridica internazionale. Senza sanzioni che costringano Israele al rispetto dei diritti umani non ci saranno né giustizia né pace. 

D. Lei a Gaza dirige il centro Masarat, giusto? Qual è l’attività di questo centro?

R. Il Masarat – Palestinian Center for Policy Research & Strategic Studies  segue una filosofia di apertura in tutte le direzioni e l’obiettivo prioritario su cui stiamo lavorando da molti anni è quello di raggiungere la riconciliazione tra le due fazioni più importanti, i cui leader governano rispettivamente la Cisgiordania (Fatah) e la Striscia di Gaza (Hamas). Noi siamo convinti che senza unificazione tra tutte le forze politiche non ci sarà alcuna possibilità di battere l’occupazione. Sul fronte interno, dal punto di vista politico, lavoriamo per questo. Sul fronte esterno lavoriamo per ottenere il rispetto dei diritti umani da parte di Israele, ma se cogliamo violazioni dei diritti umani da parte delle autorità palestinesi non esitiamo a denunciarle e a chiedere che vengano ripristinati i diritti violati. Recentemente abbiamo denunciato come violazione dei diritti umani anche il taglio degli stipendi agli impiegati di Gaza da parte dell’ANP.

D. Questo tipo di denunce non può acuire le distanze tra Fatah e Hamas?

R. No, perché noi non denunciamo per conto dell’una o dell’altra fazione politica, ma in nome del rispetto del popolo palestinese che è un dovere rispettare, quale che sia l’orientamento politico dei singoli cittadini. Noi abbiamo un programma con obiettivi precisi e strategie precise. Critichiamo i comportamenti che ledono il popolo palestinese e sono quelli che acuiscono le intolleranze politiche. Il nostro obiettivo finale è la fine dell’occupazione perché è da questa lunghissima occupazione che genera la corruzione, l’esasperazione e sfiducia.

Abbiamo un numero altissimo di diritti riconosciuti sulla carta ma mai applicati. Domani a Bruxelles, dove speriamo di poter avere presto una sede, e nei giorni successivi a Ginevra (Commissione dei diritti umani) andrò con questo compito, quello di segnare un passo concreto verso la fine dell’occupazione.

D. E se l’obiettivo interno per cui lavorate da anni non si realizzerà?

R. Se si realizzerà avremo una chance, non la certezza, ma una chance di abbattere l’occupazione. Se invece non si realizzerà resteremo in una situazione continuamente precaria, Israele seguiterà a mangiarsi la Cisgiordania e seguiterà lo stillicidio di vite palestinesi sia lì che a Gaza. Ma a Gaza potrebbe anche prendere forma la sempre minacciata nuova guerra di aggressione, e allora non sarà solo Gaza a pagarne le conseguenze. Noi vogliamo l’unificazione, ma sappiamo che in realtà non abbiamo delle leadership democratiche. In Palestina abbiamo delle figure di grande intelligenza, ma non si riesce a uscire dalla logica del personalismo, mentre avremmo bisogno di una struttura democratica. Noi lavoriamo per questo ed è per questo che operiamo in tutte le direzioni che poi è il significato che ha il nome dell’associazione che presiedo, “Masarat”, cioè “in ogni direzione”.

D. Vorrei farle un’ultima domanda. Vedo che ormai è notte fonda e domattina presto dovrà partire, ma può dirmi cosa pensa dei Paesi arabi rispetto alla situazione di Gaza e della Cisgiordania?

R. Sarò necessariamente sintetico. I Paesi arabi sono l’essenza della conflittualità poliedrica. Prendiamo ad esempio il Qatar. Il Qatar ha interessi sia in Cisgiordania che nella Striscia, offre finanziamenti, ricostruisce interi quartieri distrutti dai bombardamenti ma, al tempo stesso, collabora con Israele. Questa è una situazione che in modo più o meno evidente ritroviamo in quasi tutti i Paesi arabi. Non abbiamo altri alleati credibili che noi stessi, per questo il nostro obiettivo è l’unità dei palestinesi e quindi la riconciliazione. 

D. Bene, la ringrazio e le auguro buona fortuna a Bruxelles e a Ginevra.

R. Vorrei chiudere affidandole un messaggio per il popolo italiano. Al popolo italiano vorrei dire: potete sostenerci boicottando Israele affinché capisca che la società civile non sostiene i suoi crimini, e potete sostenerci chiedendo alle vostre istituzioni di esprimersi a favore della nostra causa, cioè a favore della giustizia.

 




Palestina: Femminismi e resistenza

DWF (Donna Woman Femme)

Rivista trimestrale, giugno 2018, (pag.136)

Edizioni UTOPIA, Roma

Saggi, articoli, interviste a cui hanno collaborato:

Rana Awad, Giada Bonu, Patrizia Cacioli, Federica Castelli, Ingrid Colanicchia, Noemi Ciarniello, Cecilia Dalla Negra, Teresa Di Martino, Serena Fiorletta, Paola Masi, Roberta Paoletti

Recensione di Cristiana Cavagna

L’editoriale di questo particolare e interessante numero monografico della storica rivista femminista (dedicato alla giovane infermiera Razan Al Nijjar, uccisa a Gaza durante le manifestazioni per il ritorno) esplicita ciò che è al centro di questo lavoro: la doppia resistenza delle donne palestinesi, all’occupazione israeliana e a alla società patriarcale palestinese.

Le autrici la articolano in un percorso che vede le donne protagoniste, da quelle rifugiate nei campi profughi, a quelle detenute nelle prigioni israeliane, alle donne della resistenza nonviolenta, alle attiviste delle tante, più o meno note, associazioni per i diritti, alle poetesse, alle scrittrici, alle musiciste, alle artiste (una sezione specifica della rivista è dedicata proprio alla rappresentazione artistica come atto politico e forma di resistenza).

Va segnalata, in apertura, un’utile sintetica cronologia, che va dal 1897, data di fondazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale, al 2018, con lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e con le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno, a Gaza, nel 70^ anniversario della Nakba.

Particolarmente interessante, e in certo modo propedeutico a tutto il lavoro, è il primo saggio, di Cecilia Dalla Negra: “Palestina, Storia, Terra, Lotta di donne” che, pur non ignorando la fondamentale partecipazione degli uomini, sottolinea il ruolo giocato dalle donne fin dagli albori della lotta contro la colonizzazione sionista.

Femminile è la Palestina, femminile è la terra, la resistenza e la parola che la esprime – muqàwama – , femminili sono le olive, e se gli alberi sono uomini, donne sono le radici….e femminile è la Storia, che racconta come, nel 1893, le donne organizzarono la loro prima manifestazione nella cittadina di Afula, opponendo i propri corpi alla costruzione di un insediamento ebraico sulla loro terra….”

Corpi che ritornano sempre nella narrazione al femminile della storia della Palestina: il 1917, anno della Dichiarazione Balfour, in cui le attiviste contestano la creazione di un ‘focolare ebraico’ in Palestina; il 1921, in cui viene fondata la prima organizzazione politica femminile, la ‘Palestinian Arab Women’s Union’; la ribellione al dominio britannico nella Grande Rivolta del 1936-39, che parte dalle campagne dove la partecipazione femminile è altissima, anche per la ridotta divisione di genere nel lavoro agricolo; gli anni ’60 con la lotta armata e la maggior politicizzazione delle donne, anche se la leadership del movimento resta maschile; la prima Intifada, la nascita dei Comitati di Resistenza Popolare con l’autorganizzazione e l’autoproduzione, con le donne in primo piano, per boicottare l’economia dell’occupante; la seconda Intifada del 2000 e poi il ripiegamento della società su sé stessa e la nascita della militanza delle donne islamiste, che si impongono all’interno delle strutture istituzionali e politiche della Striscia di Gaza.…Fino al volto della resistenza di oggi, quello di Ahed Tamimi, la sedicenne del villaggio di Nabi Saleh, incarcerata per aver schiaffeggiato un soldato israeliano entrato nel suo cortile.

Proprio a una donna, Manal Tamimi, di Nabi Saleh, villaggio famoso per la sua resistenza nonviolenta, è dedicata una delle tante interviste: “Non sono una supermamma, sono una mamma palestinese, un’attivista e una combattente….per me la cosa più difficile è essere normale quando ho due figli in prigione, e non a casa.”

Sono tante, stimolanti, le testimonianze.

Sawsan Shunnar, ex detenuta politica: “La cultura era parte integrante della nostra quotidianità: leggevamo poesie, letteratura e discutevamo persino di cinema…le detenute politiche utilizzavano le canzoni militanti come codice per comunicare tra loro… Vi sono differenze nette con le detenute di oggi…nella visione del proprio ruolo e anche nell’aspetto estetico….e la visione politica della maggioranza delle detenute di oggi non è chiara…”

Tamar Zeevi è una giovane ‘refusenik’: dopo 115 giorni in una prigione militare, è stata rilasciata dall’esercito, che l’ha riconosciuta formalmente come obiettrice di coscienza a causa dell’opposizione all’occupazione israeliana.

Significative le parole di una giovane palestinese dei territori occupati, membro della più antica organizzazione femminista israeliana,’Isha l’Isha’, dove operano insieme donne israeliane e palestinesi: “Le donne israeliane bianche credono di dovermi liberare, in quanto vittima di una società tradizionale e patriarcale…ma posso liberarmi da sola: abbiamo bisogno di alleate, non di insegnanti”.

Non si possono non menzionare le due lunghe e ricche interviste a Meri Calvelli, attivista a Gaza dal 1987, che puntualizza la drammatica situazione della Striscia, e alla scrittrice Susan Abulawa, nei cui ormai famosi romanzi emerge la capacità delle donne di coltivare il ‘sumud’, la resilienza..

Quasi a conclusione, un articolo dell’organizzazione “Palestinian Working Women Society for Development” esprime forti critiche e richieste ai responsabili politici palestinesi: “…scarsa volontà politica di denunciare lo stato occupante per crimini di guerra contro i palestinesi, specialmente contro le donne; assenza di volontà politica di cambiare la condizione delle donne secondo le convenzioni internazionali, inclusa la CEDAW (Convenzione ONU contro la discriminazione delle donne, del 1979);….la Palestina deve fare i passi necessari per incorporare la CEDAW nella legislazione nazionale….”

Ma è ancora nell’editoriale che troviamo forse una conclusione, forse un’ipotesi di speranza: “La lotta femminile e femminista palestinese è stata una costante che si è sempre intrecciata a quella per la liberazione nazionale…con la consapevolezza che il gioco del ‘prima la liberazione nazionale, poi quella sessuale’ è stato smascherato….”

Cioè, con le parole di una delle più note autrici del mondo arabo, Fadwa Tuqan (definita dal più famoso e importante poeta palestinese Mahmoud Darwish la poetessa della Palestina): “Come posso mettere la mia penna al servizio della liberazione nazionale, se non sono libera io stessa?”.




Rapporto OCHA del periodo 29 gennaio – 11 febbraio 2019 (due settimane)

Nella Striscia di Gaza, durante le proteste della “Grande Marcia di Ritorno”, le forze israeliane hanno ucciso due minori palestinesi; 530 i feriti registrati.

Altri due palestinesi sono morti per le ferite precedentemente riportate. I due ragazzi, di 14 e 17 anni, sono stati uccisi, venerdì 8 febbraio, con armi da fuoco, in due episodi verificatisi nei pressi della recinzione perimetrale. Secondo le Associazioni per i diritti umani, entrambi gli episodi si sono verificati ad una distanza compresa fra tra i 60 e i 250 metri dalla recinzione e i due ragazzi non rappresentavano una minaccia per le forze israeliane. Lo stesso giorno, secondo fonti israeliane, i palestinesi hanno lanciato ordigni esplosivi contro le forze israeliane ed hanno tentato di violare la recinzione con Israele, ma non vi sono stati ferimenti di israeliani. Gli altri due morti, entrambi uomini, non sono sopravvissuti alle ferite riportate nelle precedenti manifestazioni del 18 e 29 gennaio: uno era stato ferito con arma da fuoco e l’altro era stato colpito da una bomboletta di gas lacrimogeno. Una delle manifestazioni si era svolta sulla spiaggia per protestare contro il blocco navale. Dopo questi ultimi fatti, salgono a 263 le uccisioni di palestinesi nel contesto delle proteste tenute a Gaza dal marzo 2018; nel numero sono compresi 49 minori. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, delle 530 persone ferite durante il periodo di riferimento 248 sono state ricoverate; tra queste 64 erano state colpite con armi da fuoco. I rimanenti sono stati assistiti sul campo.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 40 occasioni non riconducibili alle proteste [di cui sopra]. In uno degli episodi un palestinese è rimasto ferito. Inoltre, cinque ragazzi palestinesi sono stati arrestati, secondo quanto riferito, mentre tentavano di infiltrarsi in Israele. In altre tre occasioni, le forze israeliane sono entrate a Gaza e, nelle vicinanze del recinto perimetrale, hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo.

Il 10 febbraio, a sud-est di Rafah, in seguito all’inalazione di un gas tossico, effuso dagli egiziani all’interno di un tunnel per il contrabbando, due palestinesi (un lavoratore e un membro delle forze di sicurezza palestinesi) sono morti e altri due membri della sicurezza sono rimasti feriti. Dal 2013 la maggior parte dei tunnel per contrabbando sono stati distrutti o bloccati dalle autorità egiziane, tuttavia alcuni restano ancora operativi.

In Cisgiordania, in due presunte aggressioni avvenute nei pressi di checkpoint israeliani, due palestinesi, tra cui una ragazza, sono stati uccisi dal fuoco delle forze israeliane ed un altro ragazzo è rimasto ferito. Nel primo caso, il 30 gennaio, al posto di controllo di Az Zaayyem (Gerusalemme), una guardia di sicurezza privata israeliana ha sparato e ucciso una ragazza palestinese di 16 anni che, presumibilmente, aveva tentato di effettuare una aggressione con coltello; il suo corpo è stato trattenuto dalle forze israeliane. Nel secondo caso, avvenuto il 4 febbraio vicino al checkpoint di Al Jalama (Jenin), le forze israeliane hanno sparato e ucciso un 20enne e ferito un ragazzo di 16 anni. Secondo i media israeliani, le vittime avevano lanciato un congegno esplosivo artigianale da una motocicletta in transito. In entrambi i casi non è stato riferito alcun ferimento di israeliani. Dall’inizio del 2019, in attacchi o presunti attacchi effettuati in Cisgiordania, sono stati uccisi dalle forze israeliane tre palestinesi, tra cui un minore.

Il 7 febbraio, in un bosco alla periferia di Gerusalemme Ovest, una 19enne israeliana, proveniente dall’insediamento [colonico] di Teqoa, è stata violentata e accoltellata a morte. È accusato dell’omicidio un palestinese arrestato dalle forze israeliane a Ramallah il giorno seguente, nel corso di una operazione [di polizia].

In Cisgiordania, 35 palestinesi, tra cui almeno undici minori, sono stati feriti dalle forze israeliane durante proteste e scontri. Quasi la metà dei ferimenti (16) sono stati registrati nel villaggio di Al Mughayyir (Ramallah), durante la dimostrazione settimanale contro l’espansione degli insediamenti colonici su terra palestinese. In questo villaggio, durante il precedente periodo di riferimento (26 gennaio), coloni israeliani avevano ucciso un residente e ferito altre nove persone. Altri 13 palestinesi sono rimasti feriti in scontri verificatisi durante operazioni di ricerca-arresto tenute nei villaggi di Biddu e Al ‘Eizariya (entrambi a Gerusalemme), nel Campo profughi di Jenin e nei villaggi di Al Bireh e Abu Shukheidim (entrambi a Ramallah). Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 163 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 117 palestinesi, tra cui nove minori. Delle lesioni registrate durante il periodo di riferimento, il 34% è stato causato da armi da fuoco, il 31% da inalazioni di gas lacrimogeno richiedenti cure mediche, il 31% da proiettili di gomma e il restante 4% da altri mezzi.

Sempre in Cisgiordania, le forze israeliane hanno predisposto almeno 68 checkpoint “volanti” e, in almeno 80 occasioni, hanno effettuato controlli tramite “checkpoint parziali” (checkpoint non presidiati in modo continuo), aumentando ritardi e tempi di percorrenza, e rendendo difficoltoso l’accesso delle persone ai servizi e ai luoghi di lavoro. Questi provvedimenti rappresentano un incremento del 110% rispetto alla media settimanale del 2018. In un caso, le forze israeliane, hanno negato a tre donne, insegnanti palestinesi, l’accesso alla loro scuola attraverso l’unico checkpoint di accesso al villaggio di Beit Iksa (Gerusalemme): la motivazione addotta era che i loro nomi non comparivano nell’elenco corrispondente al checkpoint.

A Gerusalemme Est e nella Zona C, a motivo della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite o sequestrate quindici strutture: 39 palestinesi sono stati sfollati e sono stati [variamente] compromessi i mezzi di sussistenza di altri 70 circa. Secondo quanto riferito, sette delle dieci strutture prese di mira a Gerusalemme Est, tutte residenziali, sono state demolite dai proprietari al ricevimento delle ordinanze definitive di demolizione; questo ha evitato di incorrere in ulteriori multe. Le altre cinque strutture erano situate in Area C. Nel complesso, in Cisgiordania, dall’inizio del 2019 sono state demolite o sequestrate da Israele 48 strutture.

Il 6 febbraio, nella Valle del Giordano settentrionale, per consentire all’esercito israeliano le esercitazioni di addestramento, le forze israeliane hanno sfollato circa 400 palestinesi, per tempi fino a 14 ore. Ciò ha interrotto le attività lavorative e l’accesso ai servizi di due Comunità di pastori, Khirbet ar Ras al Ahmar e Hammamat al Maleh, situate in un’area designata [da Israele] come “zona per esercitazioni a fuoco”. Le Comunità situate in tali zone vivono in un contesto coercitivo e sono sottoposte al rischio di trasferimento forzato.

Sempre in Area C, nella Valle del Giordano settentrionale, le autorità israeliane hanno sradicato circa 500 alberi, hanno spianato 4.000 m2 di terra coltivata e danneggiato una rete di irrigazione; la motivazione è che l’area è dichiarata [da Israele] “terra di stato”. L’episodio è avvenuto il 6 febbraio, nel villaggio di Bardala (Tubas) e ha colpito i mezzi di sostentamento di sette famiglie. In un episodio simile, accaduto il 22 gennaio durante il precedente periodo di riferimento, nel villaggio di Safa (Hebron), vicino all’insediamento di Bat Ayin, le autorità sradicarono 1.250 alberi di proprietà palestinese.

Altri 425 alberi e 14 veicoli sono stati vandalizzati e un palestinese è rimasto ferito, in aggressioni ad opera di coloni israeliani [segue dettaglio]. Nei pressi del villaggio di Jibiya (Ramallah), coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito un palestinese di 20 anni. Secondo fonti locali palestinesi, in tre diversi episodi accaduti in At Tuwani e Sa’ir (entrambi a Hebron) e Jalud (Nablus), un totale di 425 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati dai coloni israeliani. Inoltre, in altri quattro episodi separati accaduti nei villaggi di Al Lubban ash Sharqiya, Huwwara (entrambi a Nablus), Al Khalayleh e a Gerusalemme, coloni israeliani hanno forato le gomme di 14 veicoli palestinesi ed hanno spruzzato scritte offensive, mentre nel Villaggio di Deir Dibwan (Ramallah) hanno cercato di incendiare una moschea. La tendenza all’aumento delle violenze dei coloni registrata negli ultimi anni è continuata nel 2019 con una media di sette attacchi settimanali risultanti in lesioni o danni materiali, rispetto ai cinque nel 2018 e tre nel 2017.

Su strade prossime a Ramallah e Gerusalemme, secondo quanto riferito dai media israeliani, durante vari episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi, sono rimasti feriti due coloni israeliani e almeno tre veicoli sono stati danneggiati.

Il valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è rimasto aperto in entrambe le direzioni. 1.125 persone sono entrate a Gaza e 3.191 ne sono uscite. Dall’inizio dell’anno, il valico è rimasto aperto per 28 giorni.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Ragazza palestinese colpita a morte ad un checkpoint israeliano

Ali Abunimah

30 gennaio 2019, Electronic Intifada

Mercoledì forze israeliane hanno ucciso una ragazza palestinese al checkpoint di al-Zaayim nella Cisgiordania occupata a est di Gerusalemme.

La polizia israeliana ha sostenuto che Samah Zuhair Mubarak ha tentato di accoltellare una guardia di sicurezza del posto di controllo prima di essere colpita mortalmente.

Il ministero della Sanità dell’Autorità Nazionale Palestinese ha attribuito a Mubarak l’età di 16 anni, e i mezzi di comunicazione hanno informato che era in terza superiore.

Come in molti casi precedenti in cui un presunto aggressore palestinese è stato ucciso, nessun soldato israeliano è rimasto ferito durante l’incidente.

Un portavoce della polizia israeliana ha twittato una foto del coltello che secondo lui portava Mubarak: la polizia israeliana ha anche rilasciato un montaggio video che mostrerebbe parte dell’incidente.

Il filmato mostra una persona tutta vestita di nero e con uno zainetto che si avvicina al checkpoint. Poi mostra da lontano una lite in cui una persona appare inciampare o fare un balzo in avanti, e poi cadere all’indietro a terra come se le avessero sparato.

Il video è tagliato, per cui non mostra quello che è successo nei secondi precedenti alla discussione e agli spari.

Mostra anche un soldato che mette le manette a Mubarak chiaramente inerme stesa a terra, mentre un altro soldato le punta contro un fucile.

Cure mediche negate

In molti casi di attacchi presunti o reali da parte di palestinesi contro soldati israeliani, le forze di occupazione hanno abitualmente utilizzato forza letale – esecuzioni extragiudiziarie – contro persone che non rappresentavano un pericolo imminente o avevano smesso di rappresentare un pericolo.

Dopo gli spari di mercoledì il “Times of Israel” [giornale on line israeliano che si autodefinisce indipendente, ndtr.] ha affermato: “In alcuni casi fonti ufficiali israeliane hanno detto che palestinesi sembravano aver attuato aggressioni o tentato di farlo per essere uccisi dalle forze di sicurezza israeliane, come forma di ‘suicidio per mano di un poliziotto’”.

I media locali hanno informato che le forze israeliane hanno impedito ai primi soccorritori di prestare aiuto a Mubarak dopo che era stata colpita.

Nessuna delle immagini rilasciate dalla polizia israeliana o che hanno circolato nelle reti sociali e visionate da “Electronic Intifada” mostra assistenza a Mubarak da parte di personale medico o che siano stati messi in atto tentativi di salvarle la vita.

Generalmente cure mediche a palestinesi colpiti dalle forze di occupazione israeliane vengono negate o attivamente impedite.

Riguardo a simili incidenti del passato, Amnesty International ha affermato che “in base alle leggi internazionali è un dovere fondamentale fornire soccorso sanitario a un ferito, e non farlo – soprattutto se in modo intenzionale – viola il divieto di tortura e di altre punizioni crudeli, inumane e degradanti.”

Famiglia scioccata

Un membro della famiglia ha detto ai media palestinesi che, in seguito all’uccisione di Mubarak, Israele ha arrestato suo padre Zuhair Mubarak dopo averlo convocato per un interrogatorio alla prigione militare di Ofer.

“Noi sapevamo che Samah stava andando a scuola e siamo rimasti sorpresi dalla notizia della sua morte. Non sappiamo nessun altro dettaglio su quello che è avvenuto al posto di controllo,” ha aggiunto il membro della famiglia.

La famiglia di Mubarak è originaria della Striscia di Gaza, ma vive nella città di al-Ram, nella Cisgiordania occupata a nord di Gerusalemme, dove suo padre si è trasferito all’età di 18 anni.

È la terza minorenne palestinese ad essere uccisa dalle forze israeliane dall’inizio del 2019. “Samah aveva una personalità infantile, non aveva opinioni o ideologie estremiste, era di una famiglia religiosa, siamo tutti religiosi, e non avrebbe mai fatto quello che sostiene Israele,” ha detto alla rivista Donia al-Watan [sito palestinese di notizie in rete, ndtr.] lo zio di Samah, Fathi al-Khalidi.

Candelotto lacrimogeno letale

Nel contempo martedì a Gaza il quarantasettenne Samir Ghazi al-Nabbahin è morto in seguito alle ferite ricevute durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno dello scorso venerdì.

Il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che al-Nabbahin era stato colpito al volto da un candelotto lacrimogeno sparato dalle forze di occupazione israeliane.

Il 14 gennaio un altro palestinese di Gaza, il tredicenne Abd al-Raouf Ismail Salha, era morto in seguito alle lesioni riportate quando giorni prima era stato colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno israeliano. Al-Nabbahin è stato sepolto mercoledì in mezzo a scene di dolore.

Martedì almeno altri cinque palestinesi sono rimasti feriti dal fuoco israeliano mentre partecipavano a una marcia settimanale nel nord di Gaza contro il blocco marittimo israeliano del territorio.

Tamara Nassar ha contribuito alla ricerca.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 15- 28 gennaio 2019 ( due settimane)

In Cisgiordania, in tre distinti episodi, tre palestinesi, tra cui un minore, sono stati uccisi dalle forze israeliane

[di seguito il dettaglio]. Il 21 gennaio, al posto di controllo di Huwwara (Nablus), i soldati hanno sparato e ucciso un palestinese che, a quanto riferito, avrebbe tentato di pugnalare un soldato; il suo corpo è ancora trattenuto dalle forze israeliane. Il 25 gennaio, vicino al villaggio di Silwad (Ramallah), un 16enne è stato ucciso con arma da fuoco ed un altro è stato ferito. Secondo fonti israeliane i ragazzi stavano lanciando pietre contro veicoli israeliani quando sono stati colpiti; fonti palestinesi affermano invece che i ragazzi stavano giocando. Lo stesso giorno, a Gerusalemme Est, la polizia israeliana, ha aperto il fuoco e ucciso un palestinese di 37 anni; questi era alla guida di un’auto e, secondo quanto riferito, non aveva rispettato l’ordine di fermarsi, destando il sospetto che l’auto fosse stata rubata. Questi episodi portano a 11 il numero di palestinesi uccisi in Cisgiordania dalle forze israeliane dall’inizio di dicembre 2018.

Nel corso di un attacco portato contro il villaggio di Al Mughayyir, vicino a Ramallah, coloni israeliani hanno sparato e ucciso un palestinese, ferendone altri nove [di seguito il dettaglio]. L’episodio si è verificato il 26 gennaio, quando coloni israeliani armati, provenienti dall’insediamento colonico avamposto di Adei Ad, hanno fatto irruzione nel villaggio provocando scontri con i residenti. Un palestinese di 38 anni è stato colpito alla schiena e ucciso, e altri 15 sono rimasti feriti: nove ad opera di coloni e altri sei per mano delle forze israeliane che sono arrivati sul posto e si sono scontrati con i residenti. Secondo i media, i coloni di Adei Ad hanno affermato che in quello stesso giorno palestinesi avevano accoltellato un residente dell’avamposto, tentando di trascinarlo all’interno del villaggio. Le autorità israeliane hanno avviato un’indagine. Negli ultimi anni, Al Mughayyir è stato obiettivo di attacchi sistematici e molestie provenienti dai vicini insediamenti colonici avamposti. Tali insediamenti sono stati realizzati senza autorizzazione ufficiale israeliana e senza permessi di costruzione; tuttavia sono protetti dalle autorità israeliane e provvisti di servizi.

Altri quattro attacchi da parte di coloni israeliani hanno provocato lesioni o danni a proprietà palestinesi. Due degli episodi hanno riguardato la vandalizzazione di 50 ulivi: il 18 gennaio ad Al Mughayyir ed il 19 gennaio nel villaggio di Surif a Hebron. Inoltre, nella Città Vecchia di Hebron ed in una zona agricola nei pressi del villaggio di Jibiya (Ramallah), tre palestinesi, tra cui un ragazzo, sono stati feriti dal lancio di pietre da parte di coloni. Nel corso del 2018, OCHAoPt [Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori occupati] ha registrato 280 attacchi di coloni israeliani che hanno causato ferimenti o morte a palestinesi o danni a loro proprietà (tra cui oltre 8.000 alberi). Ciò significa, rispetto al 2017, un aumento del 77% del numero di episodi.

Complessivamente, nel corso di numerosi scontri avvenuti nelle città e nei villaggi della Cisgiordania, sono stati feriti dalle forze israeliane 115 palestinesi, tra cui 10 minori. Quasi la metà dei ferimenti (52) si sono verificati durante scontri provocati dall’ingresso in Nablus di un folto gruppo di israeliani in visita alla Tomba di Giuseppe, accompagnati da soldati. Altri 20 palestinesi sono rimasti feriti durante operazioni di ricerca-arresto condotte nella città di Abu Dis (Gerusalemme), nel Campo Profughi di Balata e nel villaggio di Tell (entrambi a Nablus). Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto circa 150 di tali operazioni, 42 delle quali hanno provocato scontri. Nei villaggi Ras Karkar e Al Mughayyir (Ramallah), due delle proteste settimanali contro le attività dei coloni hanno provocato altri dieci feriti. Altre due proteste settimanali, tenute nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est contro l’imminente sfratto di una famiglia palestinese dalla loro casa, si sono concluse senza feriti. Del totale delle lesioni provocate durante il periodo, il 46% è stato causato da aggressioni fisiche ed il 34% da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche; le rimanenti sono state provocate da proiettili di gomma (12%) e da proiettili di arma da fuoco (2%).

Nel corso di scontri avvenuti nella prigione israeliana di Ofer (Ramallah), sono rimasti feriti 150 prigionieri palestinesi e sei membri delle forze israeliane. L’episodio è avvenuto il 21 gennaio, quando le forze israeliane, alla ricerca di telefoni cellulari ed altri oggetti vietati, hanno fatto irruzione nella prigione scontrandosi con i prigionieri. Il numero di feriti palestinesi è stato riportato dalla Associazione dei prigionieri palestinesi e da mezzi di informazione palestinesi, mentre i ferimenti di israeliani sono stati riportati da media israeliani.

Nella Striscia di Gaza, la prosecuzione delle manifestazioni della “Grande Marcia di Ritorno”, tenute presso la recinzione, ha visto l’uccisione di un palestinese ed il ferimento di altri 703. L’uccisione del palestinese si è verificata il 25 gennaio, a est di Rafah; l’uomo è stato colpito con arma da fuoco. Da fine marzo 2018 sale quindi a 184 il totale di palestinesi uccisi nel corso di proteste. Secondo il Ministero Palestinese della Salute e le Organizzazioni per i Diritti Umani, dei 703 feriti durante il periodo di riferimento 319 sono stati ricoverati; 83 di questi erano stati feriti da armi da fuoco.

Sempre a Gaza, in episodi occorsi nei pressi della recinzione, un membro di un gruppo armato palestinese è stato ucciso, e altri quattro, oltre a un soldato israeliano, sono rimasti feriti. Gli episodi in questione sono avvenuti il 22 gennaio, ad est del Campo Profughi di Al Bureij: [ci sono stati] spari da parte palestinese e attacchi aerei israeliani diretti contro diversi siti militari e posti di osservazione dislocati in aree settentrionali e meridionali [della Striscia di Gaza].

Ancora a Gaza, in Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 27 occasioni, non riferibili alle manifestazioni. Un insegnante palestinese ed un membro di un gruppo armato sono rimasti feriti. In quattro occasioni, ad est della città di Gaza e di Rafah, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e scavi in prossimità della recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, le autorità israeliane hanno demolito 20 strutture di proprietà palestinese, sfollando 26 palestinesi e incidendo sui mezzi di sostentamento di altri 54. Diciannove strutture sono state demolite a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele: sei a Gerusalemme est e 13 in Area C. La restante struttura era un appartamento nella città di Yatta (area A), che è stato fatto esplodere e distrutto per “motivi punitivi”. L’appartamento era l’abitazione di un palestinese che, nel settembre 2018, pugnalò mortalmente un colono israeliano, venendo a sua volta ferito con arma da fuoco ed arrestato.

Le autorità israeliane hanno sradicato 1.250 ulivi di proprietà palestinese, colpendo i mezzi di sostentamento di sei famiglie; gli ulivi erano stati piantati in un’area dichiarata [da Israele] “Terra di Stato”. L’episodio è avvenuto il 22 gennaio in un’area agricola vicino al villaggio di Beit Ummar (Hebron), nelle vicinanze dell’insediamento colonico di Bat Ayin. Gli alberi sradicati avevano tra i cinque e i nove anni. Un reclamo contro lo sradicamento degli alberi, presentato da due delle famiglie presso un tribunale militare israeliano, era stata precedentemente respinto.

Il 28 gennaio Israele ha annunciato che non rinnoverà il mandato degli osservatori internazionali nella zona H2 della città di Hebron, sotto controllo israeliano. La “Presenza Internazionale Temporanea in Hebron” (TIPH), creata nel 1994, è l’unica agenzia con un esplicito mandato finalizzato alla documentazione di quanto accade nella Zona H2; l’unica autorizzata ad accedere a piedi e con veicoli in qualsiasi parte della Città e in qualsiasi momento. Si teme che la sua partenza genererà un vuoto cui potrebbe conseguire un aumento della violenza di coloni e un deterioramento delle condizioni di vita di una popolazione già vulnerabile.

A quanto riportato da media israeliani, in 11 casi, durante il periodo di riferimento, palestinesi hanno lanciato pietre e bottiglie incendiarie verso veicoli israeliani, provocando danni a quattro auto. Gli episodi si sono verificati sulle strade principali dei governatorati di Gerusalemme, Ramallah, Nablus, Betlemme ed Hebron.

Il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, controllato dall’Egitto, è rimasto chiuso al transito delle persone in uscita [da Gaza]. La chiusura parziale è in atto dal 7 gennaio, in seguito all’allontanamento dal valico del personale dell’Autorità palestinese, conseguente a contrasti con Hamas. Durante il periodo di riferimento, per cinque giorni a settimana il valico è rimasto aperto all’ingresso in Gaza, consentendo l’accesso a 1.485 persone. Da maggio a dicembre 2018, il valico è stato aperto, di regola, cinque giorni alla settimana.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 30 gennaio, ad un posto di controllo ad est di Gerusalemme, una ragazza palestinese di 16 anni è stata colpita e uccisa dalle forze israeliane; secondo quanto riferito aveva tentato di pugnalare un soldato.

Il 29 gennaio, dopo una chiusura in uscita [da Gaza] di tre settimane, il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è stato aperto eccezionalmente per consentire l’uscita di casi urgenti.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Israele uccide un ragazzino in Cisgiordania e un manifestante a Gaza

Maureen Clare Murphy

26 gennaio 2019, Electronic Intifada

Venerdì le forze di occupazione israeliane hanno ucciso un ragazzino palestinese in Cisgiordania e un uomo durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno a Gaza.

Questi morti portano a quattro il numero dei palestinesi che sono stati uccisi dal fuoco dell’esercito israeliano durante la settimana, dopo che lunedì soldati hanno sparato e ucciso un uomo in Cisgiordania e martedì hanno lanciato un proiettile d’artiglieria contro un posto di osservazione di Hamas a Gaza, uccidendo un combattente.

Ayman Ahmad Hamid, 16 anni, è morto venerdì dopo essere stato colpito da soldati israeliani lungo la Route 60, un’autostrada utilizzata dai coloni, nei pressi del villaggio di Silwad, nella zona centrale della Cisgiordania.

L’esercito israeliano ha affermato di aver sparato a tre persone sospettate di lanciare pietre contro i veicoli in transito lungo l’autostrada. Un secondo palestinese è rimasto ferito ad una mano durante l’incidente ed è stato portato in ospedale per essere curato.

Minori uccisi e feriti

Hamid è il secondo ragazzino palestinese ucciso quest’anno dalle forze israeliane. Abd al-Raouf Ismail Salha, 13 anni, è morto il 14 gennaio dopo essere stato colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno durante le proteste a Gaza qualche giorno prima.

Durante la settimana almeno altri tre giovani sono stati seriamente feriti in Cisgiordania dalle forze israeliane.

Venerdì è stato riferito che un giovane sarebbe stato colpito alla testa da un proiettile di acciaio rivestito di gomma durante la settimanale manifestazione contro l’occupazione a Ras Karkar, nella zona centrale della Cisgiordania. Il ministero della Sanità dei territori ha detto ai media che il ragazzo non identificato “ha subito una frattura del cranio, che ha provocato un’emorragia interna.”

Venerdì a Yatta, a sud de Hebron, un bambino di 6 anni sarebbe stato seriamente ferito dopo essere stato investito da una jeep dell’esercito israeliano.

Mezzi di informazione palestinesi hanno riferito che le forze di occupazione hanno trasportato il bambino, Sabri Assaf al-Jabarin, in un ospedale in Israele.

Giovedì l’adolescente palestinese Muhammad Issam al-Qawasmi è stato colpito e gravemente ferito da forze israeliane in borghese nel campo profughi di Shuafat, a Gerusalemme est.

Una fonte ufficiale del campo profughi ha detto ai media che al-Qawasmi è stato colpito da un proiettile entrato dalla schiena ed uscito dallo stomaco.

Al suo arrivo all’ospedale “Hadassah” di Gerusalemme per cure d’emergenza, è stato riferito che le forze israeliane hanno arrestato l’adolescente.

Sempre in Cisgiordania le forze israeliane hanno trasferito le spoglie di Hamdan al-Arda, un uomo d’affari ucciso dalle forze di occupazione ad al-Bireh lo scorso mese.

Riguardo alla morte di al-Arda, sul momento Israele aveva sostenuto che l’uomo aveva cercato di investire i soldati con la sua macchina, ma questa versione è stata presto smascherata.

Israele ha sottratto il corpo di al-Arda alla sua famiglia per più di 40 giorni.

Manifestante ucciso a Gaza

Durante la quarantaquattresima protesta settimanale di seguito, tenuta all’insegna della Grande Marcia del Ritorno, nella Striscia di Gaza è stato ucciso Ihab Atallah Hussein Abed, 24 anni.

Adel è stato ferito da un proiettile vero al petto durante una manifestazione a est di Rafah, nella parte più meridionale di Gaza.

Secondo “Al Mezan”, un gruppo per i diritti umani con sede a Gaza, oltre 150 dimostranti sono rimasti feriti durante le proteste.

Tra i feriti durante le proteste di venerdì ci sono cinque paramedici e un giornalista.

Più di 180 palestinesi sono stati uccisi durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno dal loro inizio il 30 marzo 2018.

Il ministero della Sanità ha ripetuto il suo disperato allarme per l’“imminente paralisi” dei servizi sanitari nel territorio, in quanto gli ospedali hanno esaurito il combustibile d’emergenza.

Gli ospedali di Gaza fanno affidamento su generatori di riserva durante le frequenti interruzioni di corrente, ma le scorte di carburante per questo scopo si sono esaurite.

Venerdì l’inviato del Qatar a Gaza ha annunciato che 15 milioni di dollari promessi dal Paese per pagare i salari dei dipendenti pubblici a Gaza verranno invece utilizzati per potenziare i servizi medici e l’elettricità nel territorio.

Hamas avrebbe rifiutato l’ultima rata del finanziamento del Qatar affermando che i palestinesi di Gaza vengono utilizzati come pedine in vista delle imminenti elezioni israeliane.

Israele ha ritardato la consegna [dei fondi del Qatar, ndtr.] ed ha condizionato l’attuale rata alle modalità delle proteste della Grande Marcia del Ritorno del venerdì.

Secondo i media israeliani Benjamin Netanyahu avrebbe calcolato che la consegna del denaro a Gaza sarebbe politicamente troppo onerosa in vista delle elezioni previste per il 9 aprile.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 1- 14 gennaio 2019 (due settimane)

Durante le manifestazioni del venerdì, tenute vicino alla recinzione perimetrale di Gaza, una donna di 44 anni e un tredicenne sono stati uccisi dalle forze israeliane e altri 528 palestinesi sono rimasti feriti.

La donna è stata colpita da un proiettile, mentre il ragazzo è stato colpito alla testa da una bomboletta lacrimogena. Entrambi partecipavano ad una manifestazione tenutasi l’11 gennaio, ad est della città di Gaza; il ragazzo è morto tre giorni dopo, a causa delle lesioni alla testa. Questi episodi portano a 36, da marzo 2018, il numero di minori uccisi a Gaza durante le proteste; nello stesso periodo sono state uccise 3 donne. Inoltre, il 13 gennaio, un uomo palestinese è morto per le ferite riportate durante le proteste di fine ottobre. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, tra le persone ferite durante il periodo di riferimento [di questo Rapporto], 292 sono state ricoverate in ospedale; 67 di loro erano state colpite con armi da fuoco; i rimanenti sono stati soccorsi sul posto. Anche un soldato israeliano è rimasto ferito, colpito da pietre lanciate da manifestanti palestinesi.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, in almeno 27 occasioni, non riconducibili agli eventi della “Grande Marcia di Ritorno”, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, provocando il ferimento di tre agricoltori. In due distinti episodi, le forze navali israeliane hanno arrestato, per un breve periodo, quattro pescatori ed hanno confiscato due imbarcazioni. In altre quattro occasioni, le forze israeliane sono entrate a Gaza e hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e scavi in prossimità della recinzione perimetrale.

Il 6 gennaio, da Gaza è stato lanciato, ed è atterrato nel sud di Israele, un aerostato caricato con un ordigno esplosivo. Durante la sua neutralizzazione da parte delle forze israeliane, l’ordigno è esploso, senza provocare feriti o danni. Successivamente, le forze israeliane hanno effettuato diversi attacchi aerei contro strutture militari di Gaza; non sono stati segnalati feriti.

In Cisgiordania, durante numerose proteste e scontri sono stati feriti dalle forze israeliane 138 palestinesi, tra cui almeno 29 minori. Tre quarti di queste ferimenti (98) si sono verificati nelle città di Al Bireh e Ramallah, durante scontri innescati da operazioni di ricerca-arresto. Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 175 operazioni di questo tipo, in aumento del 2% rispetto alla media quindicinale del 2018. Altri 31 feriti sono stati registrati a Kafr Qaddum (Qalqiliya), Ras Karkar e Al Mughayyir (entrambi in Ramallah), durante proteste contro le restrizioni di accesso [ai palestinesi] e contro l’espansione degli insediamenti [colonici] su terreni palestinesi. Di tutti i feriti, 10 sono stati causati da armi da fuoco, 59 da proiettili di gomma e 57 da inalazione di gas lacrimogeno richiedente trattamento medico o colpiti direttamente da bombolette lacrimogene.

In due distinti episodi, due palestinesi, un uomo e una donna, sono stati colpiti e feriti da forze israeliane, a quanto riferito, mentre tentavano di pugnalare soldati; nessun israeliano è stato ferito. Gli episodi si sono verificati il 7 e l’11 gennaio, presso il checkpoint di Za’tara (Nablus) e nella zona H2 della città di Hebron, all’ingresso dell’insediamento colonico di Giv’at Ha’avot. I due sospetti aggressori sono stati arrestati.

Per mancanza di permessi di costruzione, sono state demolite o sequestrate 13 strutture di proprietà palestinese, sfollando dieci palestinesi e colpendo, in varia misura, altre 100 persone. Nella Comunità di As Simiya (Hebron), in Area C, le autorità israeliane hanno sequestrato, per la seconda volta, tre tende adibite a scuola per 45 studenti; le tende erano state montate per rimpiazzare una scuola demolita nel dicembre 2018, quando non era ancora operativa. Nella Comunità pastorale di Imreiha (Jenin) sono state anche sequestrate una roulotte residenziale e una latrina, fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni. Sempre in Area C, nel villaggio di Beit Iksa (Gerusalemme) sono state demolite sei strutture. A Gerusalemme Est, sul lato rivolto verso il villaggio di Qalandiya, una casa palestinese è stata demolita, mentre a Jabal al Mukabbir abitanti [palestinesi] sono stati costretti a demolire un ampliamento della loro casa.

A Gerusalemme Est, in conseguenza di una sentenza emessa da un tribunale israeliano a favore di un’organizzazione di coloni che rivendicava la proprietà del terreno, una famiglia di rifugiati palestinesi è esposta ad un aggravato rischio di sfratto forzato dalla propria casa. L’abitazione si trova nel quartiere di Sheikh Jarrah, dove, negli anni ’50, la famiglia si trasferì con il sostegno delle Nazioni Unite. A Gerusalemme Est circa 3.500 coloni israeliani, dopo aver preso il controllo delle proprietà con il supporto delle autorità israeliane, vivono attualmente in quartieri palestinesi. In tali aree, su oltre 800 palestinesi incombono cause di sfratto intentate da organizzazioni di coloni.

Gli scontri tra forze israeliane e coloni, avvenuti durante l’evacuazione di un avamposto [insediamento colonico non autorizzato dalle autorità israeliane] nella zona di Ramallah, hanno provocato il ferimento di 24 poliziotti e tre coloni. L’episodio è avvenuto, il 3 gennaio, nell’avamposto di Amona, che era stato parzialmente ricostruito dopo la sua evacuazione e demolizione avvenuta all’inizio del 2017. La demolizione era conseguita ad una sentenza di un tribunale israeliano che aveva stabilito che il terreno è di proprietà privata palestinese. Nonostante ciò, i palestinesi proprietari dei terreni non sono mai stati autorizzati ad accedere nuovamente alla propria terra.

Tre palestinesi sono rimasti feriti e più di 1.000 alberi e 11 veicoli sono stati vandalizzati o danneggiati nel corso di attacchi di coloni israeliani. Nel villaggio di Urif (Nablus), durante scontri scoppiati in seguito a un’incursione di coloni israeliani, un 11enne palestinese è stato ferito da un proiettile sparato da soldati israeliani. Altri due separati episodi, avvenuti nel governatorato di Hebron: a Khirbet Um al Imad, coloni israeliani hanno sguinzagliato un cane che ha ferito un palestinese; a Massafer Yatta, un altro uomo è stato fisicamente aggredito e ferito. In dieci episodi separati, secondo fonti della Comunità, coloni israeliani hanno vandalizzato almeno 1.030 ulivi e altri tipi di alberi nei villaggi di Battir (Betlemme), Ash Shuyukh, At Tuwani, Tarqumiya e nell’area H2 di Hebron (tutti a Hebron); Turmus’ayya (Ramallah); Wadi Qana e Deir Istiya (Salfit); e Burqa (Nablus). Cinque episodi di lancio di pietre da parte di coloni israeliani contro palestinesi hanno causato danni a 11 veicoli, ma nessun ferimento.

Secondo quanto riportato da media israeliani, durante diversi casi di lancio di pietre ed un episodio di spari da parte palestinese, sono rimasti feriti 4 coloni israeliani (tra cui una donna) e sono stati danneggiati almeno otto veicoli. I lanci di pietre si sono verificati lungo strade prossime a Ramallah, Betlemme, Hebron, Gerusalemme e Gerico. Nei pressi dell’insediamento di Beit El (Ramallah), l’autista israeliano di un autobus è stato ferito da schegge di vetro prodotte, a quanto riferito, dagli spari di palestinesi contro il veicolo mentre percorreva la strada 466.

Nella città di Ramallah sono state parzialmente riaperte due strade principali tenute chiuse [dalle forze israeliane] per quasi un mese [segue dettaglio:]. L’11 gennaio, per alcune categorie di palestinesi, il “checkpoint DCO”, principale ingresso della città da est, è stato parzialmente aperto in una direzione (in uscita da Ramallah). Il 14 gennaio è stato riaperto un cancello che bloccava la strada principale da ovest verso Ramallah (la porta di Deir Ibzi). Queste e altre strade verso Ramallah erano state chiuse il 6 e il 13 dicembre 2018; in quest’ultima data, a seguito di un attentato palestinese compiuto nell’area e in cui erano stati uccisi due soldati israeliani.

Il 2 gennaio, nella zona centrale della costa di Gaza, le autorità israeliane hanno esteso a 12 miglia nautiche la zona di pesca autorizzata. Lungo le aree settentrionale e meridionale l’accesso rimane limitato a sei miglia. Questa è la prima volta dal 2002 che i pescatori sono autorizzati a raggiungere tale distanza. Si prevede che l’estensione aumenti il volume e la qualità del pescato.

A Gaza sono scoppiati scontri tra la polizia di Hamas e gli attivisti di Fatah. Gli scontri si sono verificati il 1° gennaio, durante un evento che commemorava l’anniversario del movimento Fatah. Gruppi per i Diritti umani hanno riferito che decine di persone affiliate a Fatah sono state convocate dalle forze di sicurezza di Hamas.

Il valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è stato aperto per 4 giorni in entrambe le direzioni e per altri 5 giorni in una sola direzione (verso Gaza). Quest’ultima apertura parziale ha fatto seguito alla decisione dell’Autorità Palestinese (il 7 gennaio) di ritirare il proprio personale dal valico, in conseguenza di un aumento delle tensioni con Hamas. Un totale di 1.781 persone sono entrate a Gaza e 990 ne sono uscite. Dal 12 maggio 2018 il valico è stato aperto, quasi continuamente, cinque giorni a settimana.

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La lotta palestinese si sta trasformando in movimento per i diritti civili, e Gaza sta dando l’esempio

Ramy Younis

11 gennaio 2019, +972

Secondo lo studioso Tareq Baconi la Grande Marcia del Ritorno segnala un cambiamento per il popolo palestinese. I palestinesi non stanno più lottando per uno Stato e stanno rivendicando sempre più i loro pieni diritti – in primo luogo il diritto al ritorno.

I dirigenti della Grande Marcia del Ritorno hanno sorpreso il mondo quando hanno organizzato la prima manifestazione lungo la barriera tra Israele e Gaza il 30 marzo 2018. Decine di migliaia di palestinesi vi hanno partecipato. Già nella prima protesta i cecchini israeliani hanno aperto il fuoco e hanno ucciso 14 palestinesi e ne hanno feriti più di 1.200.

Le proteste sono diventate dimostrazioni settimanali, in quanto ogni venerdì decine di migliaia di gazawi hanno manifestato lungo la barriera. L’esercito israeliano ha continuato a sparare contro di loro. I dirigenti delle marce, un gruppo di circa 20 attivisti, per lo più laici e di sinistra, hanno cercato di evitare per quanto possibile che la gente arrivasse troppo vicino alla barriera. Hamas, che all’inizio ha fornitol’ appoggio logistico che ha contribuito al successo delle proteste (ovvero, gli spostamenti e la propaganda), ha lentamente iniziato a giocare un ruolo più significativo nelle manifestazioni.

Hamas è entrato a forza nella Grande Marcia del Ritorno e potrebbe aver preso il controllo delle proteste, ma comunque senza Hamas Gaza non avrebbe potuto alleggerire il blocco. Hamas è una forza politica che può affrontare Israele come non sono capaci di fare né Fatah né l’Autorità Nazionale Palestinese.

Questo è il giudizio secondo Tareq Baconi, un giovane intellettuale e ricercatore palestinese, in precedenza membro dell’European Council for Foreign Relations [gruppo di studio inter-europeo su questioni di politica estera, ndtr.] e attualmente analista dell’International Crisis Group [ong europea che si occupa della gestione di conflitti, ndtr.]. È uno degli esperti su Hamas più apprezzati. Il nuovo libro di Baconi, “Hamas Contained: The Rise and Pacification of Palestinian Resistance” [Hamas sotto controllo: la nascita e la pacificazione della resistenza palestinese”, Stanford Univ Pr, 2018], analizza la transizione di Hamas dalla lotta armata alla resistenza popolare.

Ho parlato con Baconi di una delle storie più significative del 2018 – le marce del ritorno a Gaza. Si è detto molto sul coinvolgimento, se non sulla presa di controllo, del movimento, iniziato come protesta popolare, da parte di Hamas.

I palestinesi di Gaza sono critici nei confronti delle imposizioni religiose di Hamas, della sua intrusione nella vita quotidiana degli abitanti e della sua ostilità con Fatah. I media israeliani amano mostrare persone di Gaza che accusano Hamas dell’assedio, della povertà e delle vittime in seguito agli attacchi israeliani, ma non è così.

Baconi, figlio di rifugiati palestinesi di Haifa e di Gerusalemme, è cresciuto ad Amman e attualmente vive a Ramallah. Nella nostra conversazione non risparmia critiche a Fatah, ad Hamas e alla dirigenza palestinese in Israele, ma sottolinea ripetutamente che alla base della sua analisi ci sono Israele e gli enormi crimini che sta commettendo: l’occupazione e il blocco di Gaza.

Innanzitutto, cosa pensi della Grande Marcia del Ritorno?

Le marce sono una fonte di speranza. Indicano che le politiche di Hamas e di Fatah hanno fallito, che anche la via del negoziato promossa dagli americani ha fallito, ma che il popolo palestinese rimane saldo e continua a rivendicare i propri diritti dal ’48, non dal ’67, in primo luogo il diritto al ritorno. Le fazioni politiche possono aver fallito, ma il popolo è ancora legato ai propri valori e chiede gli stessi diritti per cui ha lottato fin dall’inizio.

Il popolo palestinese è arrivato a un punto di transizione, passando dalla richiesta di uno Stato alla rivendicazione dei propri diritti. È il passaggio a un movimento per i diritti civili, e Gaza sta dando l’esempio. Benché ci siano state proteste nella diaspora palestinese, in Siria e in Libano e all’interno [dei confini] del ’48 [cioè in Israele, ndtr.], ad Haifa, il modo in cui le marce sono iniziate a Gaza mette in luce un percorso da seguire e indica un nuovo sviluppo. Per quanto mi riguarda è una fonte di speranza. Ma mostra anche le sfide che stiamo per affrontare, nel modo in cui le marce si sono sviluppate, nel modo in cui Hamas ha affrontato le proteste e, ovviamente, nel modo in cui Israele ha risposto ad esse.”

Lo scorso anno qualcosa è cambiato nelle piazze palestinesi

Certo, non ho dubbi. E non è solo l’anno passato, è negli ultimi due anni, fin dall’”Intifada della preghiera” ad Al-Aqsa [si riferisce alle vittoriose proteste palestinesi contro l’installazione di sistemi di sorveglianza per l’accesso alla Spianata delle Moschee da parte di Israele, ndtr.]. Ma lo si può vedere anche all’interno [dei confini] del ’48, nel modo in cui i politici [palestinesi con cittadinanza israeliana, ndtr.] stanno parlando dell’uguaglianza – benché debbano affrontare i loro problemi come cittadini [di Israele], questo linguaggio ha avuto un impatto sul popolo palestinese. Ciò gli ha consentito di vedere politici diversi da Abbas e da Hamas. Gli ha fornito approcci differenti alla lotta e un modo per affrontare le sfide sulla base dei diritti.

Questo periodo di transizione in cui ci troviamo va avanti da più di un anno, forse da due o tre. Quest’anno ha portato il cambiamento più rilevante a causa della politica USA. Quando abbiamo visto quello che è successo a Gerusalemme [il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e lo spostamento in città dell’ambasciata USA, ndtr.] e all’UNRWA [la drastica riduzione dei finanziamenti USA all’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr.], questo ha portato a una frattura. I politici sono abituati a ripetere le stesse dichiarazioni e stanno ancora riponendo le loro speranze nella politica americana. La gente capisce che è finita, che non possiamo continuare allo stesso modo. Perciò, anche se non sta sorgendo un nuovo movimento politico, possiamo notare un grande cambiamento tra la gente. Sia nei termini di un’ambivalenza in merito a dove stiamo andando, sia anche in termini di speranza. Che possiamo organizzare la lotta per i nostri pieni diritti, basati sul ’48 [data della nascita di Israele e della contemporanea espulsione dei palestinesi, ndtr.], piuttosto che accettare una semi-uguaglianza solo per tirare avanti con le nostre vite.”

Ho detto a Baconi che la distanza tra il popolo palestinese e l’ANP è stata palpabile lo scorso giugno a Ramallah durante la protesta, a cui ho partecipato, contro le sanzioni che l’ANP ha imposto a Gaza. Ho assistito in diretta alla violenza che le forze palestinesi hanno messo in atto contro i manifestanti. Percepisco che c’è rabbia nei confronti dell’ANP.

C’è molta rabbia e l’ANP non può più negare quello che sta succedendo. Quando lo scorso novembre sono scoppiate proteste ad al-Khalil (Hebron), abbiamo visto foto delle forze palestinesi affrontare i manifestanti come avrebbero potuto fare le forze di occupazione.

Inoltre, non c’è più una giustificazione economica per l’ANP. La gente è stanca della durissima situazione economica. Avrebbe potuto essere altrimenti se l’ANP fosse stata in grado di offrire un adeguato livello di vita – che è il principio su cui si basa l’ANP: ignorare l’occupazione e dare l’impressione che si tratti dell’unica entità che governa le vite dei palestinesi –, se fosse stata in grado di garantire una vita economicamente agiata. Ma non esiste neppure questo. Non c’è un processo di riconciliazione guidato dagli americani, le condizioni di vita sono insopportabili e si possono vedere scene in cui l’occupazione e l’ANP lavorano insieme.

D’altra parte la gente vede il modo in cui Hamas affronta le marce, e capisce che Hamas almeno è in grado di trovare delle falle nell’occupazione. È capace di rafforzare la sua posizione politica come l’ANP non è in grado di fare. Perciò ovviamente c’è rabbia.”

Ti pare che la gente sia arrabbiata anche con Hamas per il modo in cui è intervenuta nelle marce?

Penso assolutamente che Hamas intervenga in tutto. Ma Hamas ha fornito al movimento per il ritorno le infrastrutture per [consentire di] dare più risonanza al modo in cui l’ha fatto. Perciò c’è tensione. Da una parte ci sono proteste che si fondano sul diritto al ritorno, iniziate dalla società civile, a cui hanno partecipato centinaia [di migliaia] di persone a Gaza. Hanno introdotto una nuova politica e ci consentono di osservare il futuro della lotta palestinese. Non ho dubbi che ciò sia quello su cui sono fondate le marce.

Dall’altra Hamas ha giocato un notevole ruolo nel fornire risorse, nel consentire al movimento di crescere e nel portare Israele ad accettare di fare delle concessioni. Sono riusciti a obbligare Israele ad alleggerire il blocco. Se Hamas non si fosse impegnato nelle marce del ritorno pensi che il movimento sarebbe stato in grado di ottenere le stesse concessioni da Israele?”

Buona domanda. Non ho una risposta.

In termini di allentamento del blocco, nei termini di consentire l’ingresso di merci a Gaza – se Hamas non fosse intervenuta nelle proteste nel modo in cui l’ha fatto, non penso che Israele avrebbe fatto queste concessioni a Gaza.

È difficile per me da ammettere, perché avrei preferito che queste proteste non avessero avuto niente a che vedere con Hamas. Allo stesso tempo ho visto Hamas diventare una forza politica che può trattare con Israele in un modo in cui Fatah e l’ANP non sono in grado di fare. Attraverso le proteste sono stati capaci di migliorare la loro posizione negoziale.

Sono sempre critico nei confronti di Hamas. Ma per me è importante che l’opinione pubblica israeliana capisca che, a differenza di quello che gli viene detto dai medi israeliani, anche se Hamas ha fornito le infrastrutture e alla fine si è impadronito delle proteste, le marce non sono una minaccia per la sicurezza. Nessun soldato israeliano ha il diritto di sparare contro i manifestanti a Gaza, perché le proteste non rappresentano alcun pericolo per gli israeliani.”

Il 14 maggio 2018, il giorno prima della commemorazione della Nakba e giorno in cui gli USA hanno spostato la loro ambasciata a Gerusalemme, Israele ha superato qualunque limite quando i suoi soldati hanno ucciso 68 dimostranti durante una marcia a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di palestinesi. Nel complesso, in base alle stime più caute, dall’inizio della Grande Marcia del Ritorno fino al dicembre 2018 sono stati uccisi 235 palestinesi (comprese 60 vittime uccise in attacchi aerei durante l’anno). Dopo sei mesi dall’inizio delle proteste settimanali, sono rimaste ferite più di 25.000 persone, molte delle quali hanno avuto amputata una gamba in conseguenza delle insolitamente vaste e distruttive ferite dovute a proiettili. Tutti pensano che le manifestazioni continueranno. Rimangono l’argomento di cui più si parla nelle strade di Gaza.

Cosa pensi succederà con le proteste a Gaza nel 2019? Continueranno?

Penso che le marce continueranno. Nell’ultima hudna (accordo di cessate il fuoco), Hamas ha accettato di ridurre il numero di manifestanti in modo che Israele non colpisca Gaza. Non è chiaro quanto durerà questo equilibrio. In base alle mie ricerche su Hamas, so che se Israele non alleggerisce l’assedio e se non consente il movimento di persone attraverso i valichi, Hamas sarà obbligata a far pressione su Israele perché prenda atto della fine dell’accordo.

Considerando ogni guerra e attacco israeliano contro Gaza dal 2007 ad oggi, è Israele che ha violato i termini degli accordi e ciò ha obbligato Hamas a rispondere di nuovo con la violenza. Non c’è modo di sapere come questi negoziati incideranno sulle marce in futuro, ma credo che, indipendentemente da quello che è destinato a succedere tra Israele ed Hamas, le marce continueranno. Anche se non continueranno con la stessa intensità, non c’è una soluzione politica all’orizzonte. Credo che stiamo per assistere a più movimenti popolari e rivolte, non solo a Gaza ma ovunque, anche nella diaspora e nel [territorio del] ’48.”

E come pensi che ciò inciderà sull’ANP?

È una bella domanda. Sfortunatamente l’ANP continuerà a utilizzare la forza militare contro i manifestanti. Continuerà a reprimere le proteste. Il grande cambiamento avverrà una volta che capiremo il destino dell’Autorità Nazionale Palestinese dopo Abbas. Voglio credere che ci sarà un cambiamento positivo, ma è molto probabile che le politiche dell’ANP e il coordinamento per la sicurezza con Israele rimarranno.

Non so per quanto tempo ancora l’ANP potrà continuare a controllare il popolo palestinese. Le cose sono peggiorate dal punto di vista sociale e politico, soprattutto se non c’è una soluzione politica con gli israeliani. Con i palestinesi sottoposti all’oppressione sia dell’occupazione che dell’ANP, qualcosa accadrà. Il cambiamento non è ancora noto, ma non penso che la situazione in Cisgiordania sia sostenibile.”

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call [Chiamata Locale, sito israeliano di notizie affiliato a +972, ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)