Cosa vogliono i palestinesi dalla comunità internazionale?

Haidar Eid

21 novembre 2018, Middle East Monitor

Due giorni prima dell’attacco criminale di Israele nella Striscia di Gaza avevo scritto un articolo in cui cercavo di spiegare esattamente cosa vogliono i palestinesi, in particolare quelli di Gaza, dalla comunità internazionale. Ho sostenuto che mentre intraprendiamo il nostro lungo cammino verso la libertà, siamo giunti alla conclusione che non possiamo più fare affidamento sui governi; che solo la società civile è in grado di mobilitarsi per l’applicazione del diritto internazionale e per la fine dell’inaudita impunità israeliana.

Ci ispiriamo al movimento anti-apartheid. La mobilitazione della società civile è stata efficace alla fine degli anni ’80 contro il regime di apartheid del Sudafrica bianco, e può fare la stessa cosa a sostegno di una giusta pace in Palestina. Niente può davvero costringere Israele a rispettare il diritto internazionale tranne le persone di coscienza e la società civile.

Affermavo anche che senza l’intervento della comunità internazionale, che è stata efficace contro l’apartheid in Sudafrica, Israele continuerà a perpetrare i suoi crimini di guerra e contro l’umanità. Questo è esattamente ciò che è successo solo due giorni dopo quell’articolo, quando l’apartheid israeliano ha lanciato un massiccio attacco violando – come nel 2009, 2012 e 2014 – un cessate il fuoco non dichiarato con i gruppi di resistenza palestinesi a Gaza, mediato dall’Egitto.

In effetti, a Gaza non ci interessa più la sterile opposizione al processo di normalizzazione avviato dal trattato di Camp David e dagli accordi di Oslo, e consolidato dagli Sceicchi del Golfo. Piuttosto, siamo interessati a elaborare il tipo di reazione che potrebbe effettivamente sconfiggere i diversi livelli del sistema di oppressione sionista: occupazione, pulizia etnica e apartheid. Nel momento in cui la comunità internazionale – società civile e governi – deciderà di agire così come ha fatto contro il sistema di apartheid in Sudafrica, Israele dovrà rimettersi alla voce della ragione – rappresentata dall’appello del 2005 per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS ), sostenuto da oltre 170 organizzazioni della società civile e approvato da quasi tutte le forze politiche influenti nella Palestina storica e nella diaspora.

La domanda urgente, quindi, è quanto a lungo il mondo tollererà il palese razzismo costituzionale di Israele? Sappiamo per certo che ci sono voluti trent’anni perché la comunità internazionale ascoltasse la chiamata dei popoli oppressi del Sud Africa. Quanto tempo dovranno aspettare i popoli oppressi della Palestina?

I recenti successi del BDS sono ciò che chiediamo dal 2005. Per i palestinesi nella Striscia di Gaza è difficile capire come, nonostante la politica di pulizia etnica di Israele e gli ultimi crimini di guerra commessi contro di noi, nonostante i crimini di guerra continuamente documentati da importanti organizzazioni per i diritti umani, e nonostante la colonizzazione israeliana e l’apartheid, per alcune onorate società e istituzioni internazionali gli affari con Israele rimangano normali “as usual”.

Non è chiarissimo a quelle società, dopo tutti questi anni e dopo le migliaia di rapporti da parte delle principali organizzazioni per i diritti umani, che a milioni di palestinesi vengono negati i diritti fondamentali all’istruzione, alla libera circolazione, al lavoro e alle prestazioni sanitarie? Siamo privati di una vita normale a causa degli oltre 600 posti di blocco militari israeliani nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme, dell’assedio medievale di Gaza e della discriminazione ufficiale dell’apartheid verso i cittadini palestinesi nella stessa Israele. Per dirla senza mezzi termini, siamo discriminati perché non siamo ebrei, così come i neri sudafricani venivano discriminati semplicemente perché non erano bianchi

La tendenza sta cambiando: Israele sta perdendo su due fronti di guerra

Nelle carceri israeliane sono detenuti migliaia di palestinesi condannati da tribunali militari; centinaia di loro sono detenuti senza accusa né processo. Tutte le attendibili organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno riferito dettagliatamente in che modo le forze israeliane prendano di mira deliberatamente studenti e istituzioni educative palestinesi, incluse le scuole gestite dall’ONU. Gli studiosi e i ricercatori non dovrebbero essere avvezzi a maneggiare tali rapporti?

Consideriamo nostro diritto aspettarci che le persone di coscienza si uniscano a noi nella lotta contro l’apartheid di Israele, boicottando il regime razzista e militarizzato e le istituzioni che lo fanno prosperare. I palestinesi sono un popolo oppresso senza Stato. Sempre di più facciamo affidamento sul diritto internazionale e sulla solidarietà, per la nostra stessa sopravvivenza.

Ciò che vogliamo, quindi, è l’applicazione del diritto internazionale per porre fine all’occupazione militare israeliana nelle terre arabe occupate nel 1967, per combattere la colonizzazione e l’apartheid di Israele sancite dalle leggi contro la popolazione indigena della Palestina dal 1948, e per consentire il ritorno legittimo dei rifugiati palestinesi vittime di una pulizia etnica quando nelle loro terre fu creato Israele. È una richiesta di por fine allo Stato di Israele? Il boicottaggio dell’apartheid significava porre fine al Sud Africa come nazione, o porre fine alle peggiori forme di razzismo di Stato?

Israele è uno Stato di insediamento coloniale e di apartheid, e gli strumenti usati contro l’apartheid in Sudafrica possono essere modello per la nostra lotta contro l’apartheid di Israele. Trasformare Israele da Stato etno-religioso e di apartheid in un’istituzione autenticamente democratica dovrebbe essere l’obiettivo di ogni persona che crede nella democrazia liberale.

Con le pressioni della comunità internazionale, attraverso una campagna BDS sul modello della Campagna contro l’Apartheid che ha posto fine al razzismo in Sud Africa, crediamo che si possa convincere Israele a liberarsi delle sue strutture di oppressione. Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è un embargo sulle armi a Israele per fermare il continuo spargimento di sangue a Gaza.

La campagna BDS tende a ripristinare i diritti democratici del popolo palestinese. Crediamo che le lotte del popolo palestinese nella stessa Israele, nei territori occupati dal 1967 – la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est – così come nella Diaspora siano una cosa sola. Questo è il motivo per cui crediamo che un approccio alternativo basato sui diritti, anziché sull’apparente “pace” di Oslo basata sulla normalizzazione, possa rappresentare per tutti i palestinesi una soluzione che garantisce la pace con giustizia, vale a dire con il diritto al ritorno e all’uguaglianza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Luciana Galliano)




Perché Netanyahu ha insistito davvero per un cessate il fuoco a Gaza

Meron Rapoport

Mercoledì 14 novembre 2018,Middle East Eye

Per la prosecuzione della sua strisciante ma sicura politica di annessione, il primo ministro israeliano ha bisogno di tranquillità, non di guerra.

Arrendevole di fronte al terrorismo” e “vigliacco” – questi sono stati i termini usati da Avigdor Lieberman per descrivere il comportamento del governo israeliano e del primo ministro Benjamin Netanyahu e per giustificare le sue dimissioni da ministro della Difesa.

Si potrebbe ragionevolmente supporre che le dimissioni di Lieberman riguardino principalmente considerazioni politiche. Con le elezioni che si avvicinano vuole essere visto come uno che non si arrende ad Hamas. Lieberman, uno sperimentato animale politico, capisce che identificare Netanyahu come un codardo può essere sfruttato per i propri fini.

Non è l’unico. Martedì a Sderot [città del sul di Israele colpita dal lancio di razzi da Gaza, ndtr.] centinaia di manifestanti si sono riuniti all’entrata in città, bruciando pneumatici e gridando: “Bibi vattene.” Sembrava che avessero preso per buono il ritratto di Netanyahu come un leader vigliacco. Al contempo, il ministro dell’Educazione Naftali Bennett ha sottolineato che la decisione del governo di accettare il cessate il fuoco a Gaza non è stata di suo gradimento.

Non è una novità. Fin dall’attacco del 2014 contro Gaza [l’operazione “Margine Protettivo”, ndtr.] Bennett ha cercato di presentare Netanyahu come un primo ministro indeciso che non ha il coraggio di “fare la cosa giusta”, cioé distruggere Hamas.

Un “uomo di pace”?

Ma non è stato solo a destra che Netanyahu è stato dipinto come un leader debole. Yair Lapid di Yesh Atid [partito di centro, ndtr.], Avi Gabbay del partito Laburista e altri hanno fatto a gara per criticare la “mancanza di coraggio” di Netanyahu di fronte ad Hamas. “Netanyahu è fallimentare e ha ceduto ad Hamas sotto attacco,” ha detto l’ex primo inistro Ehud Barak [del partito Laburista, ndtr.] in risposta alla decisione del cessate il fuoco.

Più o meno ogni 5 minuti qualcuno ha postato su Facebook il video in cui Netanyahu, come capo dell’opposizione nel 2009, prometteva di “distruggere il regime di Hamas”, presentando questa clip come ulteriore prova della distanza tra le sue dichiarazioni bellicose e il suo carattere indeciso e vigliacco.

In un recente articolo su “Haaretz” [giornale israeliano di centro-sinistra, ndtr.] l’editorialista Gideon Levy ha messo in evidenza il lato positivo di Netanyahu, descrivendolo come un “uomo di pace”. E’ stato scritto pochi giorni prima dell’inizio dell’attuale serie di violenze, ma immagino che la rapida approvazione del cessate il fuoco con Hamas non faccia che rafforzare i suoi argomenti principali.

Levy ci ricorda, e a ragione, che durante i suoi 12 anni in carica – compreso il suo primo periodo come primo ministro dal 1996 al 1999 – Netanyahu ha iniziato solo una guerra, rispetto alle due che Olmert fece in modo di scatenare in tre anni come primo ministro. Netanyahu, nota Levy, è stato “uno dei primi ministri più pacifisti che abbiamo mai avuto.”

Tuttavia sia alla critica riguardo alla vigliaccheria di Netanyahu che agli elogi per la sua moderazione sfugge il punto principale del suo comportamento. Netanyahu è un ideologo – un ideologo della “Terra di Israele”. Dal momento in cui per la prima volta assunse l’incarico di primo ministro nel 1996, e sicuramente dal suo ritorno al potere nel 2009, è stato molto deciso nell’evitare la formazione di uno Stato palestinese indipendente tra il fiume Giordano e il Mediterraneo.

Politica di annessione

Netanyahu la vede come una missione storica, tramandatagli da suo padre, che a sua volta l’ha ricevuta dal defunto leader sionista Zeev Jabotinsky. Nella Terra di Israele la sovranità ebraica è l’unica possibile, con l’esclusione di qualunque altra. Evitare una sovranità straniera nella Terra di Israele è fondamentale per l’esistenza del popolo ebraico e, indirettamente, della civiltà occidentale. La legge dello “Stato-Nazione” è una manifestazione di questo processo ideologico.

Ma Netanyahu non è un fanatico. Capisce la realtà. Comprende che la comunità internazionale non accetterebbe l’annullamento degli accordi di Oslo insieme allo smantellamento dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele. Persino sotto Donald Trump, che ha fatto più di qualunque altro precedente presidente USA per incoraggiare questo progetto, il riconoscimento internazionale di un processo che porti alla distruzione della sovranità palestinese è praticamente impossibile.

Quindi quello che Netanyahu deve fare è guadagnare tempo – da una parte, per iniziare un processo politico che crei un congelamento, e dall’altra per continuare l’impresa di colonizzazione e la creazione di fatti sul terreno in Cisgiordania e a Gerusalemme est, sperando che nei prossimi 10, 20 o 30 anni non ci saranno altre opzioni che uno Stato di Israele con il potere esclusivo sulla storica Terra di Israele.

Per continuare questa strisciante ma certa annessione, Netanyahu ha bisogno di tranquillità. L’annessione totale fa rumore, per cui vi si oppone, anche al costo di attacchi velenosi da parte di Bennett e di dirigenti all’interno dello stesso Likud. Una guerra fa rumore, per cui lavora per ridurre il conflitto, anche se ciò significa che un sergente della riserva come Lieberman lo dipinga come un vigliacco.

La divisione tra Hamas e Fatah

L’atteggiamento di Netanyahu verso Hamas dev’essere visto in questo contesto. Netanyahu si è quasi sempre tenuto lontano da una guerra totale di annichilimento contro il potere di Hamas a Gaza – ma non perchè sia timoroso della prospettiva della violenza o di una esibizione di potenza. Al contrario – dal suo punto di vista, una esibizione di potenza è più importante dei principi.

Le altre Nazioni rispettano fino ad un certo punto i principi, ma rispettano molto di più la potenza,” ha detto solo pochi giorni fa durante un incontro della sua fazione nel Likud. Ma Netanyahu non vuole rumore. Soldati che muoiono a Gaza fanno rumore; migliaia di civili palestinesi morti fanno rumore; l’occupazione della Striscia di Gaza è un terremoto che porterebbe l’attenzione di tutto il mondo sulla situazione dei palestinesi, sull’occupazione, sul fatto che i negoziati sono congelati. Questa è l’ultima cosa che Netanyahu vuole.

Ma c’e un’altra questione in ballo, qualcosa di più profondo. Netanyahu ha “ereditato” la divisione tra Hamas e Fatah, tra la Cisgiordania e Gaza, quando ha ripreso il lavoro di primo ministro nel 2009. Dal suo punto di vista, questa divisione è una fondamentale risorsa politica.

Dall’inizio degli anni ’90 Israele ha aspirato a tagliare fuori Gaza dalla Cisgiordania rifiutando permessi di uscita e imponendo il blocco, e poi con il suo assedio alla Striscia di Gaza. L’idea era che finchè le due parti del corpo politico palestinese sono separate tra loro, le possibilità dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e dei palestinesi in generale di chiedere uno Stato si riducono.

Il fatto che oggi ci siano due governi separati che operano a Gaza e in Cisgiordania è una miniera d’oro politica per chiunque desideri far fallire un qualunque processo che possa portare ad uno Stato palestinese indipendente. E Netanyahu, come abbiamo visto, è esattamente quell’uomo.

La “ricostruzione” di Gaza

Quindi dal punto di vista di Netanyahu conservare il potere di Hamas a Gaza è un vantaggio strategico di prim’ordine. Secondo lui qualunque processo che possa probabilmente portare alla fondazione di uno Stato palestinese indipendente a Gaza, separato dalla Cisgiordnaia, è una benedizione. Se Gaza diventa il suo “emirato”, come piace chiamarlo alla gente di destra, questo sarebbe un colpo mortale alle pretese di Mahmoud Abbas, o di qualunque suo potenziale successore, di rappresentare il popolo palestinese nei negoziati per porre fine all’occupazione e fondare uno Stato indipendente.

Questo concetto spiega l’improvvisa preoccupazione di Netanyahu per la “ricostruzione” di Gaza – e sottolinea anche la ragione per cui ha accettato l’ingresso, davanti alle telecamere, di valigie piene di 15 milioni di dollari dal Qatar, destinati unicamente a pagare i dipendenti di Hamas a Gaza.

Spiega anche perché Netanyahu ha evitato un’occupazione di Gaza. Se un simile passo militare dovesse in qualche modo accadere senza costare le vite di centinaia di israeliani e di migliaia o forse decine di migliaia di palestinesi – e senza diventare una catastrofe mediatica a livello internazionale – Israele alla fine si troverebbe a dover consegnare Gaza ad Abbas e all’ANP, rafforzando così la loro presenza nel mondo. E’ esattamente quello che Netanyahu sta cercando di evitare.

Ciò non significa che Hamas sia una creazione di Netanyahu o di Israele, come gente di Fatah afferma in ogni conversazione privata, e ogni tanto anche in pubblico. Hamas è una spina nel fianco di Israele. Nell’ultimo periodo di violenze Hamas ha di nuovo dimostrato di poter tranquillamente paralizzare la vita quotidiana in vaste aeree di Israele. L’impressione che ha dato è che le sue capacità militari siano solo migliorate e che in futuro sarà ancora più pericolosa – forse non come Hezbollah, ma non lontana dal suo livello.

Il dilemma di Netanyahu

Tuttavia Netanyahu si trova in una posizione difficile. Da una parte, per tutte le ragioni succitate, è molto importante per lui mantenere Hamas al potere a Gaza. Dall’altra, finchè Hamas governa a Gaza, Netanyahu non è in grado di trasmettere una sensazione di sicurezza a centinaia di migliaia di israeliani nel sud del Paese. E inoltre, poichè si oppone per principio a qualunque negoziato con i palestinesi, Netanyahu non ha un percorso verso un accordo a lungo termine che tranquillizzi la situazione. Non ha altra possibilità che essere d’accordo a farla finita con Hamas.

Hamas capisce bene il dilemma di Netanyahu. La fazione palestinese sa che Netanyahu sa che non cercherà di eliminarla. Quindi nelle attuali circostanze Hamas può lanciare centinaia di razzi contro Israele, sapendo che alla fine Netanyahu accetterà un cessate il fuoco appena Hamas, attraverso la mediazione egiziana, glielo offre. Nell’ultima fase di violenze Hamas ha sfruttato questo circolo vizioso per raggiungere una chiara vittoria politica, e così facendo ha messo in luce la debolezza di Netanyahu.

Netanyahu deve essere cosciente di questo circolo vizioso, ma, data quella che egli vede come la sua missione storica di evitare la formazione di uno Stato palestinese indipendente, è pronto a pagare il prezzo politico per quello che l’opinione pubblica potrebbe vedere come mancanza di coraggio e codardia. Il prezzo politico questa volta è stato particolarmente alto.

E’ ragionevole supporre che le dimissioni di Lieberman spingeranno a nuove elezioni e alla fine del quarto governo Netanyahu, che, fino a non molto tempo fa, sembrava così stabile. Sarebbe sicuramente ironico se fosse Hamas, che Netanyahu ha lavorato così duramente per tenere in vita e per difendere dalle minacce di Abbas, che in conclusione porterà alla fine del regno di Netanyahu.

  • Meron Rapoport  è un giornalista e scrittore israeliano, vincitore del “Premio internazionale Napoli per il Giornalismo” per un’inchiesta sul furto di ulivi a danno di proprietari palestinesi. E’ stato capo della redazione notizie di Haaretz ed ora è un giornalista indipendente.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Gaza: sei morti nelle sparatorie fra Israele e Hamas

MEE staff,

12 novembre 2018 (aggiornato 13 novembre), Middle East Eye

Decine di attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza uccidono sei palestinesi, i missili di Hamas fanno morire un palestinese in Israele

Quattro palestinesi sono stati uccisi lunedì e altri due martedì, quando l’esercito israeliano ha sferrato decine di attacchi aerei sulla Striscia di Gaza, mentre centinaia di missili venivano lanciati dall’enclave assediata.

Il ministero della Sanità di Gaza ha identificato i sei palestinesi uccisi come Mohammed Zakariya al-Tatari, 27 anni, Mohammed Zuhdi Odeh, 22 anni, Hamad Mohammed al-Nahal, 23 anni, Moussa Iyad Abd al-Aal, 22 anni, Khaled Riyadh al-Sultan, 26 anni e Musaab Hoss, 20. Da lunedì pomeriggio sono stati feriti altri 25 palestinesi.

Secondo quanto riferito da Haaretz, un palestinese è stato ucciso da un missile partito da Gaza che ha colpito la sua casa nella città israeliana di Ashkelon. Il razzo avrebbe ferito gravemente anche due donne che si trovavano nella casa.

La morte del quarantenne, un palestinese originario della città di Hebron in Cisgiordania, è la prima morte confermata dovuta alla raffica di razzi lanciati da Gaza iniziata lunedì pomeriggio, a seguito di una micidiale operazione delle forze speciali israeliane nell’enclave.

Secondo quanto riportato dai media israeliani, l’esercito israeliano ha colpito almeno 70 bersagli a Gaza, mentre 300 missili sono stati lanciati dal territorio palestinese verso Israele per tutto il lunedì.

Un attacco israeliano ha ucciso un altro palestinese martedì, ha detto il Ministro della Salute di Gaza, portando così a cinque il bilancio delle vittime nell’enclave in meno di 24 ore.

Un testimone oculare a Gaza ha detto a Middle East Eye che l’esercito israeliano lunedì ha bombardato l’edificio che a Gaza City ospita la stazione televisiva Al-Aqsa, legata a Hamas.

I media locali e internazionali hanno riferito che l’edificio è stato completamente distrutto durante l’attacco, e le strutture vicine danneggiate.

Non ci sono state notizie di vittime, secondo quanto riferito da Reuters.

L’attacco aereo è arrivato dopo che i militari israeliani hanno sparato cinque missili antideflagranti vicino all’edificio, hanno riferito a Reuters funzionari e testimoni palestinesi.

“Proprio come abbiamo affrontato gli attacchi precedenti, stiamo gestendo anche questo”, ha detto Rami Abu Dayya, un cameraman che ha lavorato per Al-Aqsa TV negli ultimi 14 anni durante i quali ha assistito a quattro diversi attacchi israeliani contro l’edificio.

Abu Dayya, 33 anni, ha detto anche di aver personalmente subìto tre diverse ferite durante gli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza negli ultimi anni.

“Israele sta cercando di mettere a tacere i media palestinesi. Tuttavia, pochi minuti dopo che l’edificio di Al-Aqsa è stato preso di mira, siamo stati in grado di riprendere le trasmissioni [da un altro luogo] “, ha detto lunedì a MEE.

Dawoud Shihab, capo dell’ufficio stampa della fazione palestinese Islamic Jihad, ha affermato che la distruzione dell’edificio del canale televisivo Al-Aqsa e di molte altre case è stata “un attacco grave e aggressivo”.

“Ciò provocherà un’escalation nella rappresaglia della resistenza (palestinese)”, ha detto Shihab in una dichiarazione.

Nel contempo, il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che l’esercito israeliano avrebbe colpito 70 bersagli nell’enclave palestinese assediata intorno alle 16 di lunedì.

Il sistema israeliano di difesa missilistica Iron Dome ha intercettato circa 60 dei 300 razzi lanciati da Gaza verso Israele, ha riferito il giornale. La maggior parte dei razzi sono atterrati in zone disabitate, ha detto l’esercito israeliano, ha riferito Haaretz.

Gli attacchi aerei israeliani hanno colpito anche case appartenenti agli attivisti di Hamas a Rafah e Khan Younis, nel sud di Gaza, e un hotel a Gaza utilizzato dal governo di Hamas per gestire la sua agenzia di sicurezza interna.

Saeb Erekat, segretario generale del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha detto che Israele è responsabile degli attacchi a Gaza e del deterioramento della situazione nel territorio.

“Ribadiamo la nostra richiesta di protezione internazionale. Chiediamo alla comunità internazionale di fare tutto il necessario per prevenire un nuovo massacro a Gaza “, ha detto Erekat.

Anche l’Egitto ha invitato Israele a fermare le violenze a Gaza, secondo quanto riferito dalla televisione pubblica/ egiziana, e come riportato da Reuters.

Le fonti dicono che l’Egitto avrebbe comunicato a Israele la necessità di impegnarsi in un processo di allentamento della tensione e ha anche intensificato l’impegno con i palestinesi a tale riguardo.

Abu Obeida, portavoce dell’ala armata di Hamas Brigate al-Qassam, ha twittato “quello che è successo ad Ashkelon è responsabilità del comando nemico”.

A seguito delle violenze, il gabinetto di sicurezza israeliano è stato convocato per martedì mattina.

 

Violenze dopo un fallito raid israeliano

Haaretz ha riferito di un soldato israeliano di 19 anni rimasto gravemente ferito da “un missile anti-carro ” che ha colpito un autobus nel sud del territorio israeliano nel distretto regionale di Shaar HaNegev.

Il servizio sanitario di emergenza israeliano Magen David Adom (MDA), che ha portato l’adolescente al Soroka Medical Center di Beersheba, ha descritto l’incidente come un’esplosione. Altri sei israeliani sono stati leggermente feriti nella città meridionale di Sderot, secondo MDA.

Le sirene hanno suonato nel sud di Israele per tutto il pomeriggio e la sera, e una è risuonata anche vicino al Mar Morto.

Mda ha detto che 50 israeliani sono stati ricoverati all’ospedale Barzilai di Ashkelon, per tutta la giornata di lunedì. Fra di essi, 19 persone sono state ferite da razzi, mentre altre 31 sono state curate per lo shock, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Ynet.

Il quotidiano ha riferito che il personale del Soroka Medical Center di Beersheba ha curato lunedì altri tre israeliani feriti dal lancio di razzi, e altri 44 sotto shock.

La violenza di lunedì fa seguito al micidiale raid dell’esercito israeliano via terra e via aria su Gaza domenica sera, durante il quale sette palestinesi – tra cui un comandante dell’ala militare di Hamas, le brigate al-Qassam – e un ufficiale israeliano sono stati uccisi.

L’incidente, che costituisce un raro esempio di truppe di terra israeliane penetrate così addentro nella Striscia di Gaza, ha scatenato la paura di un’escalation di violenza nel territorio costiero palestinese.

Lunedì l’inviato del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il Medio Oriente, Jason Greenblatt, ha manifestato il suo totale sostegno a Israele, fedele alleato degli Stati Uniti, e ha twittato che “gli attacchi con i razzi e i colpi di mortaio contro le città israeliane devono essere condannati da tutti”.

“Israele è ancora una volta costretto a ricorrere all’azione militare per difendere i suoi cittadini e noi stiamo con Israele che si difende dagli attacchi”, ha detto Greenblatt.

L’incursione israeliana e il successivo scambio di fuoco hanno avuto luogo nonostante gli sforzi egiziani di negoziare un accordo tra Hamas e Israele, in mezzo alle continue proteste di massa a Gaza che mettono sotto pressione Israele affinché ponga fine al blocco della Striscia.

Di recente, Israele ha accettato di consentire al Qatar di donare milioni di dollari in aiuti per contribuire a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici di Gaza e per coprire i costi del carburante necessario ad alleviare una crisi nell’elettricità.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva in precedenza difeso la sua decisione di permettere al Qatar di trasferire denaro a Gaza nonostante le critiche del suo governo, dicendo di voler evitare la guerra, se non fosse stata necessaria.

Israele ha ucciso più di 200 palestinesi e ne ha feriti circa 20.000 dall’inizio più di sette mesi fa delle proteste della Grande Marcia del Ritorno.

I partecipanti alle marce settimanali hanno chiesto la fine del paralizzante assedio di Gaza, in essere da 11 anni, e il permesso per i profughi palestinesi di tornare alle case dei loro antenati.

Aggiornamenti di Mohammed Asad e Maha Hussaini a Gaza

Questo articolo è disponibile in francese sull’edizione francese di Middle East Eye.

(traduzione di Luciana Galliano)




Striscia di Gaza. Commando israeliano compie azione terrorista

Patrizia Cecconi

La situazione a Gaza precipita. Israele ha ripreso a bombardare da molte ore e la resistenza gazawa in accordo con tutte le formazioni politiche presenti nella Striscia, nessuna esclusa, ha deciso di rispondere. 
Sono stati lanciati, che si sappia, cento missili di cui circa 70 intercettati e gli altri no. Un autobus è stato colpito e ci sono degli israeliani feriti. 
La domanda è “perché? perché Israele ha voluto questo?” 
Di seguito un articolo con gli ultimi aggiornamenti.
12 novembre 2018, Pressenza

“Cessate il fuoco” sembra un ritornello amaramente beffardo da queste parti.  Ancora ieri sera, 11 novembre, Israele ha mostrato che non è sua intenzione stare ai patti nonostante la mediazione egiziana e i compromessi accomodanti col Qatar.

Come confermato anche dal portavoce dell’IDF (l’esercito di occupazione israeliano), un’auto civile con un commando di soldati e ufficiali in abiti borghesi è entrato nella Striscia assediata per compiere un’azione di stampo terroristico definita dall’IDF “attività operativa” finalizzata all’immediata uccisione del vice comandante delle brigate Ezz al Din al Qassam, Nur Barake.

Ma gli israeliani del commando, alcuni pare vestissero abiti femminili palestinesi per portare a compimento la loro missione di morte, hanno incontrato la resistenza di militanti di Hamas i quali, nonostante la sorpresa, hanno reagito e nello scontro a fuoco che ne è scaturito è stato ucciso un tenente colonnello israeliano facente parte del commando, un altro israeliano è stato ferito e altri tre palestinesi sono stati uccisi prima che l’aviazione israeliana entrasse in azione lanciando circa 40 missili sulle postazioni palestinesi e portando a sette il numero complessivo dei morti di cui quattro militari che non stavano esercitando alcun ufficio militare durante l’aggressione e tre civili.

All’azione, che ha innescato ovvie reazioni da parte gazawa – reazioni misurabili in 17 missili qassam alcuni dei quali intercettati dall’iron dome e gli altri capaci di provocare grande paura e fughe nei bunker della zona in cui sono caduti – la reazione pubblica da parte israeliana è quanto meno sconcertante. Ignorando totalmente la causa, ovvero l’azione oggettivamente di stampo terroristico del commando israeliano, il presidente Rivlin ha dichiarato di essere “stordito e addolorato per la perdita dell’ufficiale dell’IDF ucciso stasera.” Ed ha aggiunto “ Prego, insieme a tutti i cittadini israeliani, per la salute dell’ufficiale ferito“.

Dal canto loro Lieberman e Bennet, i falchi di estrema destra che non perdono occasione per invitare alla “soluzione finale” della causa palestinese, hanno fatto a gara nel tessere lodi all’assassino a sua volta ucciso dal fuoco palestinese arrivando a dichiarare (Bennett) che “grazie a eroi come questi, possiamo tutti vivere qui sani e salvi“.

Il primo ministro Netanyahu, solo poche ore prima, durante il forum sulla pace a Parigi aveva dichiarato che “per Gaza non ci sono opzioni politiche” paragonando inoltre, assurdamente, Gaza all’Isis e anticipando in tal modo il suo consenso all’azione terroristica o, per usare la formula di cortesia che la Tv italiana riserva a Israele, la “missione dell’intelligence”.

Avvertito di quanto successo, il premier israeliano ha lasciato Parigi per mostrarsi vicino al suo popolo e al suo esercito, cioè quello che ha organizzato – certo non autonomamente – la sanguinosa spedizione costata la vita ad almeno sette palestinesi e un israeliano.

Lo stesso Netanyahu, che a Parigi aveva escluso opzioni politiche, pochi giorni prima aveva dichiarato di voler evitare una nuova aggressione massiccia e di auspicare un cessate il fuoco durevole. Come si conciliano quindi queste due posizioni contraddittorie? Cosa c’è dietro quest’azione che, seppur fosse andata come previsto dall’intelligence  israeliana non avrebbe certo lasciato la resistenza gazawa immobile a piangere le sue vittime?

E’ lecito pensare che l’accoglienza inaspettatamente negativa fatta all’ambasciatore del Qatar, dopo che Israele aveva graziosamente consentito l’entrata di denaro per ammorbidire  la resistenza gazawa possa aver avuto il suo peso nella decisione di quest’azione terroristica di cui non si vedeva la necessità politica. O forse, come ipotizza qualche osservatore locale, Netanyahu ha bisogno di distrarre l’opinione pubblica israeliana dai suoi capi di imputazione per corruzione e frode e Gaza è il miglior espediente per richiamare lo spirito nazionalista a far quadrato mettendo all’angolo i guai giudiziari che potrebbero farlo affondare.

Intanto oggi la calma sembra essere tornata, i palestinesi contano i danni delle case distrutte e piangono i loro morti, mentre gli israeliani si stringono intorno al premier e alla destra estrema che onora come eroe nazionale il tenente colonnello che, mascheratosi da palestinese, è andato per uccidere ed è rimasto ucciso. Ma Fawzi Barhoum, portavoce di Hamas, ha dichiarato che la “vigliacca aggressione israeliana” avrà la sua risposta e che “la resistenza palestinese è pronta a svolgere il suo dovere” e il portavoce della Jihad ha ribadito lo stesso concetto.

Mentre scriviamo arriva notizia di un attacco di artiglieria israeliano sulla striscia settentrionale di Gaza, vicino a una postazione di Hamas. Chiariamo ai nostri lettori che anche gli uffici ministeriali sono considerati postazioni di Hamas.

A questo punto sembra chiaro che si stia provocando la risposta promessa da Hamas e dalla Jihad, e la domanda alla quale non abbiamo ancora risposta certa si riaffaccia: perché proprio ora, mentre si cercava di raggiungere un cessate il fuoco duraturo? A favore, o forse a danno di chi questa ripresa delle ostilità?

A questo punto a poco serve la mediazione egiziana, tornata in gioco intensificando i suoi sforzi per un cessate il fuoco che, ormai è ampiamente prevedibile, durerà fino a che Israele non avrà bisogno di interromperlo ripetendo un gioco chiamato sicurezza che si ripeterà tristemente all’infinito a meno che l’ONU non entri davvero in campo e i paesi complici di questa mattanza, accompagnata da assoluta illegalità, non diano a Israele un segnale di stop. Al momento segnali di questo tipo non se ne vedono.

Arriva in questo esatto momento la notizia che la resistenza gazawa ha risposto al bombardamento israeliano di poco fa. Un enorme lancio di razzi lanciato su Israele da Gaza. E’ stato colpito un autobus e ferito gravemente un giovane israeliano.

Forse Israele vuole davvero la guerra e da Gaza rispondono come sanno e come possono.

Se una nuova aggressione massiccia come Margine protettivo o Piombo fuso ci sarà, Gaza pagherà il prezzo più alto ma questa scelta non farà bene neanche agli israeliani.

Chiudiamo al momento ricordando le parole del ministro di orientamento fascista Naftali Bennett, che sembrano in questo momento ancora più assurde di poco fa “grazie a eroi come questi, possiamo tutti vivere qui sani e salvi“.

Per il momento dalla Palestina è tutto.




Israele uccide sette palestinesi in un’incursione segreta a Gaza

12 novembre 2018, Al Jazeera

Un alto ufficiale di Hamas ucciso dalle forze speciali israeliane in un’operazione sul confine in cui è morto un soldato israeliano.

Le forze israeliane hanno ucciso sette palestinesi nella Striscia di Gaza durante un’incursione clandestina che aveva come obiettivo un comandante di Hamas e con gli attacchi aerei che hanno fornito ai militari la copertura per fuggire in Israele in automobile.

L’incursione e gli attacchi aerei israeliani hanno provocato il lancio di razzi dall’enclave controllata da Hamas domenica sera. Un alto ufficiale di Hamas ha detto che la squadra di forze speciali israeliane si è introdotta in una zona vicino alla città meridionale di Khan Younis in un veicolo civile.

Tra le persone che risultano uccise nell’attacco vi è Nour Baraka, un importante comandante delle brigate al-Qassam, l’ala armata di Hamas.

Un’operazione sul terreno all’interno della Striscia di Gaza non è usuale e probabilmente incrementerà le tensioni in modo significativo.

“Abbiamo saputo che un’unità speciale israeliana è entrata a Khan Younis ed ha assassinato Nour Baraka ed un altro (comandante)”, ha detto ad Al Jazeera Ghazi Hamad, alto ufficiale di Hamas.

“Dopodiché la vettura in cui si trovava questa unità speciale o alcuni collaboratori ha tentato di fuggire…ma è stata inseguita da Hamas e dalle brigate al-Qassam e quindi Israele ha cercato di coprire quell’auto colpendo Gaza”, ha aggiunto.

Dei testimoni hanno detto che, durante l’inseguimento, aerei israeliani hanno lanciato più di 40 missili nella zona in cui era successo il fatto, uccidendo almeno altre quattro persone.

Fawzi Barhoum, un portavoce di Hamas, ha denunciato ciò che ha definito un “vigliacco attacco israeliano”.

Scontro a fuoco

L’esercito ha dichiarato che un soldato israeliano è stato ucciso in uno scontro a fuoco durante l’operazione, mentre sta aumentando la tensione con l’enclave palestinese guidata da Hamas.

“Nel corso di un’azione operativa delle forze speciali israeliane nella Striscia di Gaza si è verificato uno scontro a fuoco”, ha affermato l’esercito in una dichiarazione.

“In questo incidente è stato ucciso un ufficiale dell’esercito ed un altro ufficiale è stato lievemente ferito”, ha aggiunto.

L’esercito ha detto che i suoi soldati sono rientrati (in Israele).

Dopo lo scoppio dello scontro si è sentito il suono delle sirene nel sud di Israele, che segnalavano il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza.

Secondo l’esercito, sono stati identificati diciassette lanci (di razzi) da Gaza verso Israele e due di essi sono stati intercettati dalla difesa missilistica israeliana. Non è del tutto chiaro dove gli altri abbiano colpito.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, in visita ufficiale in Francia, ha annunciato il suo immediato rientro in Israele per occuparsi della crisi.

Tempismo perfetto

Harry Fawcett di Al Jazeera, inviato a Gerusalemme

La squadra delle forze speciali clandestine israeliane è penetrata per tre chilometri all’interno del territorio di Gaza oltre la barriera di confine, viaggiando su un veicolo civile. Là ha ucciso il 37enne Nour Baraka, un alto comandante delle brigate al-Qassam di Hamas, l’ala militare del gruppo.

Sono stati poi uccisi altri sei palestinesi in quello che è diventato un inseguimento in cui gli israeliani si ritiravano sotto copertura di pesanti attacchi aerei. L’esercito israeliano afferma di aver intercettato tre dei 17 razzi lanciati da Gaza dopo l’incursione.

Questa escalation arriva con un perfetto tempismo, quando vi erano stati alcuni progressi negli sforzi per raggiungere una tregua a lungo termine tra Hamas ed Israele, con la mediazione di Egitto e Nazioni Unite e il coinvolgimento di finanziamenti del Qatar.

E’ giunta anche nel momento in cui Netanyahu era a Parigi a parlare del suo dichiarato impegno a creare una situazione più stabile a Gaza. Nello stesso Israele, Netanyahu ha subito contraccolpi politici per essersi dimostrato troppo moderato nei confronti di Hamas.

Una ripresa da parte di Israele della politica di mirare a singoli comandanti di Hamas – tattica ampiamente abbandonata negli ultimi anni – potrebbe aggravare significativamente le tensioni al confine.

Israele e i miliziani palestinesi a Gaza hanno combattuto tre guerre dal 2008 e gli ultimi mesi di disordini hanno sollevato il timore di una quarta.

Un assedio soffocante

Sono spesso scoppiate violenze sulla frontiera da quando il 30 marzo i palestinesi hanno iniziato le settimanali proteste .

I palestinesi della Striscia di Gaza hanno fatto manifestazioni lungo il confine con Israele chiedendo il diritto al ritorno alle case e alla terra da cui le loro famiglie vennero espulse 70 anni fa.

Chiedono inoltre la fine del soffocante assedio della Striscia di Gaza, che ha devastato l’economia dell’enclave costiera e privato i suoi due milioni di abitanti di molti servizi indispensabili.

Da quando sono iniziate le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno, il 30 marzo, sono stati uccisi oltre 200 palestinesi e feriti in migliaia dalle truppe israeliane dispiegate sull’altro lato della barriera (di confine).

Egitto, Qatar e Nazioni Unite hanno tentato di mediare per un cessate il fuoco a lungo termine.

Mouin Rabbani, un professore associato presso l’Istituto per gli Studi sulla Palestina, ha detto a Al Jazeera che è evidente che l’operazione sotto copertura di domenica è stata un “omicidio premeditato”.

“La domanda che sorge è: quali erano le motivazioni di Israele? Stava cercando, come tante volte in passato, di infliggere un colpo ad Hamas giusto per ricordargli chi comanda e che sarà Israele a decidere i termini in cui verrà raggiunto qualunque cessate il fuoco?

O invece sta forse cercando di affossare questa iniziativa di cessate il fuoco e forse iniziare un più ampio conflitto, come è accaduto nel 2008, 2009, 2012 e 2014?”, ha detto Rabbani.

“La mia impressione è che in questa fase Israele sia probabilmente più interessato a colpire sanguinosamente Hamas e a cercare di ricordare alla gente chi comanda e che sarà Israele a decidere fino a quando l’illegale assedio della Striscia di Gaza verrà mantenuto.”

I soldi del Qatar

Venerdì i dipendenti pubblici palestinesi nella squattrinata Gaza hanno iniziato a ricevere i salari dopo mesi di pagamenti sporadici, grazie ai 15 milioni di dollari arrivati in valigie dal Qatar all’enclave attraverso Israele.

Hamas ha risposto diminuendo l’intensità delle proteste del venerdì alla frontiera.

Le autorità di Gaza hanno detto che un totale di 90 milioni di dollari verrà distribuito in rate semestrali, soprattutto per coprire i salari dei funzionari che lavorano per Hamas.

Il Qatar ha inoltre detto che darà 100 dollari ad ognuna delle 50.000 famiglie povere, ed anche una somma maggiore ai palestinesi feriti negli scontri lungo il confine tra Gaza e Israele.

Lo Stato del Golfo ha iniziato ad acquistare altro combustibile per l’unica centrale elettrica di Gaza, consentendo che le interruzioni di corrente si riducano ai livelli più bassi da anni.

I pagamenti sono una parte di ciò che dovrebbe essere una serie di intese informali tra Israele e Hamas.

Netanyahu domenica mattina ha difeso la sua decisione di consentire al Qatar di trasferire il denaro a Gaza, nonostante le critiche all’iniziativa dall’interno del suo stesso governo, affermando di voler evitare una guerra se non necessaria.

Nella Cisgiordania occupata il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha duramente accusato Israele e gli Stati Uniti di lavorare insieme alle sue spalle per consolidare il controllo di Hamas su Gaza.

Ha anche accusato Hamas di ostacolare il suo obbiettivo di stabilire uno Stato palestinese indipendente che includa tutta la Cisgiordania occupata e la Striscia di Gaza.

Il piano di pace di Trump

Mike Hanna di Al Jazeera, inviato a Washington, DC.

Solo una settimana fa il rappresentante di Trump Jason Greenblatt ha avuto un incontro con Netanyahu in Israele in cui è stata discussa la questione di Gaza. L’esito di quell’incontro, come è stato comunicato, è stato che gli Stati Uniti erano molto favorevoli al ritorno della stabilità a Gaza.

Questa distensione avrebbe dovuto essere il preludio al corso dell’iniziativa di Trump per risuscitare il processo di pace da tempo latente. A settembre Trump ha detto che avrebbe portato avanti il suo piano entro due-quattro mesi, il che significa l’inizio di dicembre.

La settimana scorsa Greenblatt ha detto che il piano è pronto per essere presentato entro qualche giorno o forse qualche settimana.

La violenza a Gaza sembra essere un ostacolo, ma Trump sembra pronto a procedere col piano benché una delle parti principali, i palestinesi, non ne vogliano sapere. I palestinesi non considerano più gli USA un arbitro indipendente ed imparziale. Ritengono che lo scopo dell’iniziativa sia soprattutto garantire la sicurezza di Israele.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

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Rapporto OCHA del periodo 23 ottobre – 5 novembre 2018 (due settimane)

Nei pressi della recinzione israeliana che circonda Gaza sono continuate le dimostrazioni del venerdì: quattro palestinesi sono stati uccisi da forze israeliane e 531 sono rimasti feriti.

Tutte le uccisioni si sono verificate il 26 ottobre, quando centinaia di manifestanti hanno raggiunto la recinzione e, secondo fonti israeliane, hanno lanciato un numero relativamente elevato di bottiglie incendiarie, granate rudimentali e palloncini incendiari, mettendo in atto vari tentativi di aprire brecce nella recinzione. Al contrario, il venerdì successivo, 2 novembre, è stata registrata una considerevole riduzione degli scontri violenti e non sono state registrate uccisioni. Fonti israeliane hanno segnalato che in questo secondo venerdì non sono stati lanciati aquiloni o palloncini incendiari e che non sono stati registrati tentativi di violazione della recinzione. Secondo il Ministero della Salute palestinese per 405 feriti [dei 531] si è reso necessario il ricovero in ospedale.

Nel corso di altre manifestazioni e attività che si sono svolte in altri giorni, sempre nel contesto della “Grande Marcia di Ritorno”, altri due palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane e 112 sono stati feriti. Uno dei due è stato ucciso, con arma da fuoco, il 23 ottobre presso la recinzione, mentre partecipava ad una manifestazione tenutasi nella zona di Deir al Balah. Il secondo è stato ucciso, con arma da fuoco, il 29 ottobre, nell’area settentrionale di Beit Lahiya, durante una dimostrazione a sostegno dei tentativi di rompere il blocco navale.

Altri tre palestinesi sono morti per le ferite riportate durante le proteste delle settimane precedenti.

Tra il 26 e il 27 ottobre, un gruppo armato palestinese ha sparato decine di razzi e colpi di mortaio verso il sud di Israele. Successivamente, l’aviazione israeliana ha attaccato diversi siti in Gaza. Non ci sono notizie di feriti, ma, nel nord di Gaza, l”Ospedale indonesiano” ha subito danni ed è stato costretto ad interrompere l’erogazione dei servizi; nella città di Gaza un edificio disabitato di cinque piani, utilizzato, a quanto riferito, da una fazione armata, è stato preso di mira e distrutto e diverse abitazioni sono state danneggiate. Tutti i razzi sparati contro Israele o sono caduti in aree aperte (inclusi alcuni caduti all’interno di Gaza) o sono stati intercettati in volo e non hanno provocare vittime. L’ala armata della Jihad islamica palestinese si è assunta la responsabilità del lancio dei razzi, sostenendo che è stata una risposta all’uccisione di quattro palestinesi, avvenuta durante le proteste di quel giorno, e il 27 ottobre ha annunciato un cessate il fuoco unilaterale.

Il 28 ottobre, vicino alla recinzione perimetrale, ad est di Deir el Balah, tre minori palestinesi, di età compresa tra i 13 e i 15 anni, sono stati uccisi da un attacco aereo israeliano. Secondo fonti israeliane, i ragazzi sono stati colpiti perché avvistati mentre tentavano di collocare un rudimentale ordigno esplosivo contro la recinzione. Secondo il Centro palestinese per i diritti umani a Gaza, i ragazzi non portavano alcunché e non rappresentavano alcuna minaccia. Un’equipe medica palestinese ha potuto recuperare i loro corpi un’ora dopo l’accaduto.

Il 4 novembre, un 17enne è morto per le ferite riportate il giorno precedente; era stato colpito, secondo quanto riferito, mentre si avvicinava alla recinzione; il suo corpo è trattenuto dalle autorità israeliane. A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, in almeno sette occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, senza provocare feriti. In due distinti episodi, verificatisi il 23 ottobre, le forze navali israeliane hanno arrestato quattro pescatori e confiscato le loro due barche. In due occasioni, ad est della città di Gaza e nella zona settentrionale, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo nelle vicinanze della recinzione perimetrale.

Dal 28 ottobre, nella Striscia di Gaza, in conseguenza dell’approvvigionamento di carburante aggiuntivo per il funzionamento della Centrale Elettrica, la fornitura di elettricità è passata dalle 4-5 ore dei mesi precedenti, a 12-16 ore al giorno. L’incremento è da attribuire al carburante entrato a Gaza dal 9 ottobre e finanziato dal governo del Qatar. Di conseguenza, rispetto al precedente funzionamento ad una sola turbina, la centrale ha iniziato ad attivare tre delle sue quattro turbine. Si prevede che questo sviluppo migliorerà significativamente le condizioni di vita. Nonostante ciò, durante le interruzioni di corrente, i servizi sanitari di base, la fornitura di acqua ed il trattamento dei reflui continueranno a dipendere dal carburante fornito dall’ONU per il funzionamento dei generatori elettrici di riserva e dei veicoli di emergenza.

In Cisgiordania, in due diversi episodi, due palestinesi sono stati colpiti con armi da fuoco e uccisi dalle forze israeliane. Il 24 ottobre, nel villaggio di Tammun (Tubas), un’operazione di ricerca-arresto ha innescato scontri che hanno provocato la morte di un palestinese di 22 anni. Il 26 ottobre, nel villaggio di Al Mazra’a al Qibilya (Ramallah), durante scontri con le forze israeliane un uomo di 33 anni è stato ucciso con arma da fuoco. Gli scontri erano seguiti ad una incursione di coloni israeliani nel villaggio, nel quale si stava manifestando contro la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti colonici.

In Cisgiordania, in numerosi scontri, 62 palestinesi, tra cui nove minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. 50 delle 153 operazioni di ricerca-arresto condotte dalle forze israeliane, hanno innescato scontri con i residenti: 30 palestinesi sono stati feriti. Nel villaggio di Ar Ram, nel corso di una operazione, le forze israeliane hanno fatto irruzione nell’ufficio del Governatorato di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese (AP); si sono scontrate con i dipendenti, ferendone cinque e sequestrando attrezzature. A Gerusalemme Est, in un episodio separato, il governatore di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese è stato arrestato. Altri 27 palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Al Mazra’a al Qibilya (Ramallah) durante le proteste sopra menzionate. Altri tre palestinesi sono rimasti feriti a Kafr Qaddum (Qalqiliya), nel corso della manifestazione settimanale contro le restrizioni all’accesso e contro l’espansione degli insediamenti [colonici israeliani]. Durante il periodo di riferimento, nei villaggi di Bil’in e Ni’lin (entrambi a Ramallah) e Madama (Nablus), sono proseguite altre dimostrazioni settimanali simili e scontri, conclusi senza feriti.

Un palestinese è stato ferito con arma da fuoco e successivamente arrestato: secondo quanto riferito, aveva tentato di pugnalare un soldato israeliano. L’episodio è avvenuto il 5 novembre vicino all’insediamento israeliano di Kiryat Arba ‘(Hebron).

Nell’Area C della Cisgiordania, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, 13 strutture di proprietà palestinese sono state demolite o sequestrate, sfollando 14 persone e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 34. Sette delle strutture prese di mira si trovavano nella comunità di pastori di Al Hadidiya, nella Valle del Giordano, ed erano state fornite precedentemente come assistenza umanitaria. Le autorità israeliane hanno inoltre emesso ordini di stop lavori o di demolizione contro cinque strutture finanziate da donatori (tra queste una scuola e quattro abitazioni) in due comunità situate nella “Zona 918 per esercitazioni a fuoco” dell’area di Massafer Yatta, nella Cisgiordania meridionale.

In seguito al rinvio della demolizione della Comunità beduina di Khan al Ahmar-Abu al-Helu, le autorità israeliane hanno smantellato le strutture che avevano installato nel sito di trasferimento prefissato (Al Jabal Ovest); nonostante questi sviluppi, permangono preoccupazioni per la possibile demolizione e il trasferimento forzato della Comunità.

Coloni israeliani hanno ferito, in due episodi separati, cinque palestinesi, tra cui tre minori. Il 4 novembre, un bambino di quattro anni è stato ferito alla testa, quando coloni israeliani hanno lanciato pietre contro un veicolo palestinese che viaggiava sulla strada 60, vicino all’avamposto [=colonia israeliana non autorizzata da Israele] di Havat Gilad (Nablus). Gli altri quattro palestinesi sono stati fisicamente aggrediti e feriti il 2 novembre, in scontri con un gruppo di decine di coloni israeliani che marciavano nella città vecchia di Hebron; le forze israeliane sono intervenute e hanno sparato lacrimogeni, ferendo un palestinese (incluso nel totale sopra). Inoltre, durante il periodo di riferimento, nella città vecchia di Hebron, è stato vandalizzato da coloni un negozio palestinese. Inoltre, in una serie di altri attacchi, coloni israeliani hanno aggredito o intimidito palestinesi: agricoltori intenti alla raccolta delle olive nel villaggio di Jit (Qalqiliya) e nell’area di Tel Rumeida (Hebron); lavoratori durante il ripristino di una strada agricola nel villaggio di Qaryut (Nablus); attivisti internazionali e palestinesi nella città vecchia di Hebron.

550 alberi di proprietà palestinese sono stati sradicati dalle autorità israeliane, con la motivazione che erano stati piantati in “terra di stato” [definita tale da Israele]; 8.000 mq di terra sono stati sequestrati per la costruzione di una strada destinata ad un insediamento colonico. L’episodio dello sradicamento, che ha interessato 200 ulivi e 350 mandorli, si è svolto il 29 ottobre in Area C, nel villaggio di Beit Ula (Hebron). Il sequestro di terra è stato compiuto per far posto a una nuova strada di accesso all’insediamento israeliano di Qedumim (Qalqiliya); i lavori di costruzione hanno causato danni a 35 ulivi.

In Cisgiordania, vicino a Hebron, Ramallah e Gerusalemme, in tre occasioni, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani; secondo fonti israeliane, hanno causato danni ad almeno un veicolo privato. Non sono stati segnalati feriti. A Nablus, le forze israeliane hanno chiuso l’ingresso principale della scuola Al Lubban ash Sharqiya / As Sawiya, secondo quanto riferito, in risposta al ripetuto lancio di pietre da parte di studenti contro veicoli israeliani. Per lo stesso motivo, durante il periodo di riferimento del precedente Rapporto, la scuola era già stata chiusa per un giorno su ordine militare.

Il valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è stato aperto in entrambe le direzioni per tutto il periodo di riferimento, ad eccezione di quattro giorni. Un totale di 1.454 persone sono entrate a Gaza, 2.644 ne sono uscite. Dal 12 maggio 2018, il valico è stata quasi continuativamente aperto cinque giorni a settimana.

¡

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 7 novembre un pescatore palestinese, mentre navigava ad ovest di Rafah, è stato ucciso con armi da fuoco dalle forze navali egiziane.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




La “Grande Marcia del Ritorno” ha raggiunto i suoi obiettivi?

Motasem Dalloul

8 novembre 2018, Middle East Monitor

Sono passati 32 fine settimana da quando i palestinesi della Striscia di Gaza hanno lanciato massicce proteste chiedendo la rimozione del blocco israeliano e il diritto a tornare alle loro case, da cui sono stati espulsi nel 1948 per far posto alla creazione dello Stato di Israele.

Nell’arco di otto mesi tre ministeri palestinesi hanno annunciato una serie di sussidi che comprendono aiuti urgenti per un ammontare di 5 milioni di dollari da destinare a 50.000 famiglie, 200 dollari al mese per 5.000 famiglie di palestinesi uccisi o gravemente feriti durante la “Grande Marcia del Ritorno”, il pagamento del 60% dei salari di luglio per i dipendenti pubblici e la creazione di 10.000 posti di lavoro destinati ai laureati.

Nel contempo l’ambasciatore del Qatar a Gaza, Mohammed Al-Emadi, martedì ha annunciato che sta per visitare la Striscia assediata per seguire progetti che il suo governo sta finanziando e iniziarne di nuovi. Ciò avviene solo una settimana dopo che il petrolio qatariota ha iniziato ad essere immesso nell’unica centrale elettrica di Gaza, consentendo alla Striscia di avere più ore di elettricità al giorno. Fonti ufficiali hanno detto che ne arriverà dell’altro.

L’analista politico Naji Al-Zaza, vicino ai responsabili politici di Hamas, ha affermato: “Gli accordi per porre fine all’assedio hanno dato come risultato salari per 43.000 dipendenti, lavoro per 10.000 laureati, 5 milioni di dollari per 50.000 famiglie, 200 dollari mensili per le famiglie dei martiri e dei feriti, l’estensione della zona di pesca da 3 a 12 miglia e presto ce ne saranno altri.”

L’ex membro del comitato politico di Hamas e giornalista Mustafa Al-Sawwaf ha confermato che questo è “il primo passo a cui ne seguiranno altri.”

Sul terreno, il “Comitato Popolare per la Grande Marcia del Ritorno e La Fine dell’Assedio” ha già preso iniziative per ridurre le proprie attività. Ciò è risultato evidente nei suoi ordini ai manifestanti perché non si avvicinino alla barriera o non trasformino in violente le manifestazioni pacifiche.

Ciò ha dato come risultato un basso numero di vittime lo scorso venerdì. Fonti mediche di Gaza hanno informato di soli 32 feriti, compresi 25 [causati da] gas lacrimogeni e sette con ferite lievi da pallottole vere o ricoperte di gomma. Martedì sera il Canale 14 della televisione israeliana ha detto: “Sono passati sette giorni senza che da Gaza vengano lanciati palloni e aquiloni incendiari.”

L’analista israeliano di questioni arabe Zvi Bar’el ha affermato che la “Grande Marcia del Ritorno” ha mostrato che Israele ha imposto l’assedio per obbligare i palestinesi a ribellarsi contro Hamas, e invece loro si sono espressi contro l’occupazione, obbligando Israele a iniziare colloqui per una tregua.

Fatah ha comunque detto che i risultati sono parte della messa in pratica del piano americano noto come l’“accordo del secolo”. L’alto dirigente di Fatah Azzam Al-Ahmad ha detto ad una radio locale che “queste intese forniscono una chiarissima spinta all’accordo del secolo americano…Ciò dimostra che Hamas e le cosiddette fazioni della resistenza a Gaza non stanno più lottando contro Israele, ma stanno al suo fianco nella sua guerra contro la legittima rappresentante dei palestinesi – l’OLP.”

L’importante dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina [storico gruppo marxista della resistenza armata, ndtr.] a Gaza Rabah Muhanna ha messo in guardia “tutte le fazioni palestinesi dal cadere nella trappola dell’‘accordo del secolo’. L’occupazione israeliana e i governi arabi stanno cercando di utilizzare queste misure, annunciate la scorsa notte, per dividere Gaza dalla Cisgiordania e affossare gli obiettivi dei palestinesi prima di far approvare l’‘accordo del secolo’,” ha sottolineato.

Nel contempo il capo della Jihad Islamica Khaled Al-Batsh ha detto: “Queste agevolazioni sono frutto dei sacrifici del popolo palestinese a Gaza.” Ha ribadito che la resistenza palestinese, compreso il suo movimento, “non rinuncerà mai al tentativo di raggiungere tutte le aspirazioni dei palestinesi.”

Parlando a MEMO [Middle East Monitor, ndtr.] Ali Hussein, un abitante disoccupato di Gaza, ha detto: “Accettiamo tutte queste misure che alleviano la nostra situazione in quanto crediamo che si tratti del primo passo per rompere l’assedio israeliano. Mille miglia iniziano con un singolo passo, ma cosa ne è delle garanzie per essere sicuri che Israele rispetterà i suoi impegni?”

“Le garanzie,” ha detto a MEMO il dottor Salah Abdel-Ati [dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina a Gaza e uno dei responsabili della Grande Marcia del Ritorno, ndtr.], “sono date dall’assicurazione di Egitto e ONU che Israele deve mantenere le sue promesse.”

Il membro del comitato palestinese incaricato di rompere l’assedio ha detto che il blocco israeliano contro la Striscia di Gaza è un “crimine e una forma di punizione collettiva e prima o poi deve essere totalmente eliminato.”

I palestinesi, ha sottolineato, “non rimarranno schiavi delle politiche israeliane,” evidenziando che troveranno nuovi modi per obbligare l’occupante a rimanere fedele ai suoi impegni.

“Le proteste della Grande Marcia del Ritorno hanno riportato in cima all’agenda internazionale il problema dei rifugiati palestinesi e del loro diritto a tornare alle loro case e hanno spinto un gran numero di istituzioni internazionali a prendere decisioni a favore dell’UNRWA [agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, ndtr.], la cui esistenza significa la sostenibilità della questione dei rifugiati.”

La “Grande Marcia del Ritorno” continuerà come previsto, ha detto Abdel-Ati, cercando di raggiungere pacificamente “maggiori risultati” e di far sapere all’occupante e ai mediatori che “mai rinunceremo o torneremo indietro.”

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Perché l’OLP ha sospeso il riconoscimento di Israele?

Mariam Barghouti

3 novembre 2018, Al Jazeera

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ha sospeso il riconoscimento di Israele per la seconda volta in tre anni.

Il 30 ottobre, mentre stavo scorrendo le notizie sulla Palestina, ho ricevuto una telefonata da un’amica. “È il momento dell’anno”, mi ha detto con una grande risata, “in cui la nostra autoproclamata leadership decide di giocare a nascondino e di minacciare di sospendere il coordinamento sulla sicurezza con Israele.”

Il Comitato Centrale palestinese (PCC) ha annunciato di autorizzare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) a sospendere il riconoscimento di Israele e il coordinamento sulla sicurezza con Tel Aviv. Ha sostenuto che le sospensioni rimarranno in vigore fino a quando Israele riconoscerà lo Stato palestinese sulla base dei confini precedenti al 1967, con Gerusalemme est come capitale.

Abbiamo riso entrambe, ma più per la tragicità della situazione che per altro. Il PCC fece lo stesso annuncio nel 2015. La ripetizione è stata davvero tragica e rivelatrice della natura di questi sforzi – che sono mere considerazioni, niente più che risibili tattiche spaventapasseri.

L’espressione “coordinamento per la sicurezza” è di per sé fuorviante. In realtà, è una strada a senso unico: l’Autorità Nazionale Palestinese collabora con Israele a spese dei palestinesi. Non c’è mai stata reciprocità. Questa cosiddetta “cooperazione” è una delle caratteristiche degli Accordi di Oslo del 1993, che sono nati morti.

La paura di Israele

Per molti versi la decisione del PCC di dichiarare – ancora una volta – che sospenderà il coordinamento sulla sicurezza e revocherà il riconoscimento di Israele non è stata una sorpresa né qualcosa di significativo.

Ciò che invece è stato davvero sorprendente rispetto all’accaduto è stata la reazione di Israele.

In seguito all’annuncio i media israeliani sono andati in fibrillazione, dimostrando quanto Israele tema ogni ipotesi di serio confronto con la Palestina. Anche una semplice affermazione da parte dell’OLP (che, come testimonia il passato, è improbabile che venga davvero messa in atto) sembra provocare un grave turbamento sul fronte politico israeliano.

Questo riflette le paure interiorizzate da Israele che i palestinesi effettivamente uniscano i loro sforzi di resistenza e e che ancora una volta alimentino un rafforzato sentimento di confronto.

Abbiamo già visto molti esempi di ciò.

L’anno scorso, quando la sedicenne Ahed Tamimi schiaffeggiò due soldati israeliani che avevano fatto irruzione del suo cortile, comparve nuovamente la stessa paura interiorizzata nei media, nella società e negli ambienti politici israeliani. Lei venne arrestata, giudicata in un tribunale militare e condannata a otto mesi di prigione insieme a sua madre Nariman.

Qualunque comportamento che in qualche modo si discosti dalla narrazione secondo cui la popolazione palestinese è compiacente e impotente, che sia una ragazzina che affronta i soldati o una leadership normalmente sottomessa che improvvisamente dichiara che potrebbe sospendere la propria collaborazione con i colonizzatori, è terrorizzante per Israele.

Ma quando l’OLP e l’Autorità Nazionale Palestinese compiono passi apparentemente coraggiosi come l’annuncio di martedì solo per tornare al momento in cui il loro potere e il loro patrimonio (acquisito attraverso corruzione, autoritarismo e clientelismo) sono nuovamente al sicuro, essi indeboliscono il piccolo punto di forza che i palestinesi hanno verso Israele.

O non riescono a vedere quanto i loro voltafaccia, le tattiche da spaventapasseri ed i falsi proclami di resistenza stiano colpendo la popolazione palestinese, oppure ne sono ben consci e semplicemente non se ne curano.

Ma c’è un aspetto ancor più sinistro nell’ultima dichiarazione del PCC. Non solo essa indebolisce la resistenza palestinese con il suo carattere indeterminato e inaffidabile, ma ha anche delle connotazioni che mettono in luce la totale condiscendenza dell’OLP e dell’ANP al sistema coloniale.

Minacciando di revocare il riconoscimento di Israele, la leadership palestinese ancora una volta ricorda al mondo che, nei fatti, accetta la legittimità di Israele. Segnala anche che continuerà a farlo finché Israele sarà così gentile da concedergli qualche briciola. Questo tipo di ipocrita contrattazione non è altro che un semaforo verde per Israele per proseguire nelle sue pratiche colonialiste, per prosperare e persistere nel suo violento saccheggio delle terre e delle risorse palestinesi e nel massacro del popolo palestinese.

Ricordiamoci che questo massacro non è soltanto memoria del passato, un evento che ha avuto luogo solamente 70 anni fa durante la Nakba [la Catastrofe, cioè l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre da parte delle milizie sioniste, ndtr.]. È tuttora in corso. Solo dal 30 marzo di quest’anno, in una sola città – Gaza – sono stati uccisi almeno 218 palestinesi.

Il fatto che questa decisione possa essere persino presa (di nuovo) mostra la decennale complicità dell’OLP nella cancellazione dei crimini di Israele. Nel suo riconoscimento e cooperazione con Israele, l’OLP ignora la crisi dei rifugiati palestinesi ed il loro diritto al ritorno a casa o ad una compensazione. Inoltre cancella del tutto migliaia di palestinesi con cittadinanza israeliana e la loro lotta per continuare a vivere sulla loro terra come cittadini di seconda classe.

Un tentativo disperato di recuperare legittimità

Se osserviamo con sufficiente attenzione l’annuncio del PCC del 2015 e quest’ultimo, vedremo che emerge chiaramente un disegno.

L’annuncio del 2015 giunse esattamente un anno dopo l’aggressione israeliana a Gaza che costò più di 2.100 vite palestinesi – e causò oltre 108.000 sfollati. Vi furono proteste in Cisgiordania contro l’ANP e la sua complicità con Israele.

L’annuncio di questa settimana è arrivato quando le proteste contro il colonialismo israeliano a Gaza sono arrivate alla 31esima settimana. Intanto l’ANP sta rapidamente perdendo legittimità e trasformando la Palestina in uno Stato di polizia agli occhi dei palestinesi e del mondo, continuando ad investire nelle forze di sicurezza per far rigare dritta la popolazione e compiacere Israele.

Ha represso brutalmente i manifestanti palestinesi che intendevano contestare le sanzioni dei loro dirigenti contro la Striscia di Gaza. Inoltre l’amministrazione Trump ha incoraggiato il governo di Israele spostando la sua ambasciata nel Paese da Tel Aviv a Gerusalemme e riconoscendo la città come capitale indivisibile di Israele.

In altri termini, entrambi gli annunci sono arrivati in un momento di instabilità per la Palestina e i palestinesi, quando la leadership palestinese stava per perdere ogni legittimità. Gli annunci, nella loro vacuità, sono tentativi disperati dell’OLP e dell’ANP di legittimarsi agli occhi dei palestinesi e della comunità internazionale come i soli adeguati tutori e rappresentanti del popolo palestinese.

La lotta dei palestinesi è stata ridotta a inchiostro e strette di mano nel 1993, e l’OLP e l’ANP non sembra possano abbandonare quella mentalità 25 anni dopo. Vogliono rimanere i leader riconosciuti della causa palestinese, a qualunque costo.

Oggi i palestinesi sono costretti a gestire i tragici risultati della vergognosa collaborazione della loro leadership, i suoi giganteschi fallimenti e le sue devastanti manovre politiche. Nonostante questo, le grida di libertà del popolo palestinese non saranno soffocate da vuote dichiarazioni e giochi politici.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese-americana che vive a Ramallah.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il ministero afferma che tre giovani palestinesi sono stati uccisi dagli attacchi aerei su Gaza

MEE e agenzie

Domenica 28 ottobre 2018, Middle East Eye

Tre ragazzini palestinesi di 13 e 14 anni uccisi domenica quando aerei israeliani hanno sparato su di loro

Il ministero della Salute dell’enclave assediata ha affermato che tre giovanissimi palestinesi sono stati uccisi domenica in un attacco aereo israeliano contro la Striscia di Gaza.

Il ministero della Salute di Gaza ha detto che equipe della Mezzaluna Rossa palestinese hanno trasportato al complesso ospedaliero Nasser i corpi dei tre dalla zona orientale tra Khan Younis e Deir al- Balah.

Il ministero ha identificato i ragazzini come Khaled Bassam Saeed, 14 anni; Abdul Hamid Abu Zaher e Mohammed Ibrahim al-Sattari, entrambi di 13 anni.

Secondo l’AFP [agenzia di stampa francese, ndtr.] l’esercito israeliano ha sostenuto che uno dei suoi aerei ha sparato contro un gruppo di palestinesi nei pressi della barriera che separa Gaza e Israele.

Poco fa tre palestinesi si sono avvicinati alla barriera di sicurezza nel sud della Striscia di Gaza, cercando di danneggiarla, e sembravano intenti a piazzare un ordigno esplosivo improvvisato nei pressi di essa,” afferma un comunicato.

In risposta, un aereo dell’esercito israeliano ha sparato verso di loro,” ha aggiunto.

Le tensioni sono state molto forti lungo la frontiera tra Israele e Gaza da quando i palestinesi, in marzo, hanno iniziato una serie di proteste lungo la barriera di sicurezza.

Più di 200 palestinesi sono stati uccisi ed almeno 10.000 feriti dalle forze israeliane da quando il 30 marzo è iniziata la “Grande Marcia del Ritorno”. Nello stesso periodo un soldato israeliano è stato ucciso durante le violenze.

Dal 2008 Israele e i combattenti palestinesi di Gaza, governata da Hamas, hanno combattuto tre guerre.

Nei mesi successivi all’inizio delle proteste ci sono stati parecchi scontri militari, che hanno provocato il timore di una nuova guerra tra le due parti.

L’ultimo è avvenuto quando venerdì e sabato combattenti palestinesi hanno lanciato decine di razzi nel sud di Israele, che ha risposto con pesanti incursioni aeree.

Nelle prime ore di sabato l’esercito israeliano ha portato una serie di attacchi aerei contro Gaza, nella più violenta offensiva contro il territorio costiero palestinese dall’estate.

Il notiziario israeliano Ynet ha informato che l’esercito israeliano ha lanciato almeno 87 raid aerei, affermando che si trattava di una risposta ai 34 razzi sparati dall’enclave contro il sud di Israele.

La Jihad islamica ha rivendicato la responsabilità dei razzi, sostenendo in un comunicato che si trattava di una rappresaglia per l’uccisione da parte dell’esercito israeliano di cinque manifestanti palestinesi venerdì.

La violenza è terminata dopo che la Jihad islamica ha detto che avrebbe accettato una tregua negoziata attraverso l’Egitto.

Sabato circa 200 abitanti israeliani di comunità sul confine di Gaza hanno protestato a Tel Aviv contro le politiche del governo, chiedendo una risposta più decisa contro Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Le forze israeliane lanciano 87 attacchi aerei notturni contro la Striscia di Gaza

MEE staff

Sabato 27 ottobre 2018,Middle East Eye

La Jihad islamica, che ha lanciato razzi su Israele dopo l’uccisione di cinque palestinesi, dice che è stato raggiunto un cessate il fuoco in seguito alla più grande offensiva su Gaza da agosto.

Nelle prime ore di sabato l’esercito israeliano ha condotto una serie di attacchi aerei in tutta la Striscia di Gaza assediata, nell’offensiva più pesante sul territorio costiero palestinese dall’estate.

La rete israeliana di notizie Ynet ha informato che l’esercito israeliano ha lanciato almeno 87 attacchi aerei, affermando che si trattava della risposta a circa 34 razzi sparati dall’enclave verso il sud di Israele.

La Jihad islamica ha rivendicato la responsabilità per i razzi, sostenendo in una dichiarazione che si è trattato della rappresaglia per l’uccisione da parte dell’esercito israeliano di cinque manifestanti palestinesi venerdì.

La resistenza non accetterà la formula imposta dal nemico basata sulle uccisioni da parte loro e il silenzio da parte nostra”, ha dichiarato il gruppo [islamico].

Dopo questi scontri, sabato mattina l’ufficio stampa della Jihad islamica ha annunciato di aver accettato una mediazione dell’Egitto per un cessate il fuoco con Israele.

Gente del luogo ha detto a Middle East Eye che un edificio di quattro piani nel centro di Gaza City, che è stato ridotto in macerie nella notte, ospitava enti di assistenza e centri di ricerca. Intanto il ministero della Sanità di Gaza ha detto che gli attacchi aerei hanno preso di mira il perimetro dell’ospedale indonesiano a Beit Lahiya nel nord della Striscia, provocando danni materiali all’edificio.

Il ministero non ha subito dato conto di vittime o di feriti palestinesi per gli attacchi aerei. I media israeliani hanno detto che durante i lanci di razzi erano state lievemente ferite sei persone.

Dall’inizio della Grande Marcia del Ritorno del 30 marzo sono stati uccisi più di 200 palestinesi e ne sono stati feriti almeno 10.000 dalle forze israeliane.

Nello stesso periodo è stato ucciso un soldato israeliano.

Migliaia di manifestanti palestinesi sono scesi in strada per 31 settimane per denunciare il blocco della Striscia di Gaza e chiedere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi nelle loro case, da cui loro e le loro famiglie furono scacciati durante la creazione dello Stato di Israele.

L’ultima serie di attacchi aerei è avvenuta mentre dirigenti israeliani di alto livello nelle ultime settimane hanno intensificato gli appelli ad un “grave colpo” contro Gaza e il ministro della Difesa Avigdor Lieberman non ha escluso “un conflitto su larga scala”.

Israele mantiene un pesante assedio alla Striscia di Gaza, che chi lo critica afferma rappresenti una punizione collettiva dei due milioni di abitanti dell’impoverita enclave.

Anche l’Egitto sostiene il blocco, ponendo restrizioni all’entrata e all’uscita da Gaza attraverso il suo confine.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)