Rapporto OCHA del periodo 15- 28 gennaio 2019 ( due settimane)

In Cisgiordania, in tre distinti episodi, tre palestinesi, tra cui un minore, sono stati uccisi dalle forze israeliane

[di seguito il dettaglio]. Il 21 gennaio, al posto di controllo di Huwwara (Nablus), i soldati hanno sparato e ucciso un palestinese che, a quanto riferito, avrebbe tentato di pugnalare un soldato; il suo corpo è ancora trattenuto dalle forze israeliane. Il 25 gennaio, vicino al villaggio di Silwad (Ramallah), un 16enne è stato ucciso con arma da fuoco ed un altro è stato ferito. Secondo fonti israeliane i ragazzi stavano lanciando pietre contro veicoli israeliani quando sono stati colpiti; fonti palestinesi affermano invece che i ragazzi stavano giocando. Lo stesso giorno, a Gerusalemme Est, la polizia israeliana, ha aperto il fuoco e ucciso un palestinese di 37 anni; questi era alla guida di un’auto e, secondo quanto riferito, non aveva rispettato l’ordine di fermarsi, destando il sospetto che l’auto fosse stata rubata. Questi episodi portano a 11 il numero di palestinesi uccisi in Cisgiordania dalle forze israeliane dall’inizio di dicembre 2018.

Nel corso di un attacco portato contro il villaggio di Al Mughayyir, vicino a Ramallah, coloni israeliani hanno sparato e ucciso un palestinese, ferendone altri nove [di seguito il dettaglio]. L’episodio si è verificato il 26 gennaio, quando coloni israeliani armati, provenienti dall’insediamento colonico avamposto di Adei Ad, hanno fatto irruzione nel villaggio provocando scontri con i residenti. Un palestinese di 38 anni è stato colpito alla schiena e ucciso, e altri 15 sono rimasti feriti: nove ad opera di coloni e altri sei per mano delle forze israeliane che sono arrivati sul posto e si sono scontrati con i residenti. Secondo i media, i coloni di Adei Ad hanno affermato che in quello stesso giorno palestinesi avevano accoltellato un residente dell’avamposto, tentando di trascinarlo all’interno del villaggio. Le autorità israeliane hanno avviato un’indagine. Negli ultimi anni, Al Mughayyir è stato obiettivo di attacchi sistematici e molestie provenienti dai vicini insediamenti colonici avamposti. Tali insediamenti sono stati realizzati senza autorizzazione ufficiale israeliana e senza permessi di costruzione; tuttavia sono protetti dalle autorità israeliane e provvisti di servizi.

Altri quattro attacchi da parte di coloni israeliani hanno provocato lesioni o danni a proprietà palestinesi. Due degli episodi hanno riguardato la vandalizzazione di 50 ulivi: il 18 gennaio ad Al Mughayyir ed il 19 gennaio nel villaggio di Surif a Hebron. Inoltre, nella Città Vecchia di Hebron ed in una zona agricola nei pressi del villaggio di Jibiya (Ramallah), tre palestinesi, tra cui un ragazzo, sono stati feriti dal lancio di pietre da parte di coloni. Nel corso del 2018, OCHAoPt [Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori occupati] ha registrato 280 attacchi di coloni israeliani che hanno causato ferimenti o morte a palestinesi o danni a loro proprietà (tra cui oltre 8.000 alberi). Ciò significa, rispetto al 2017, un aumento del 77% del numero di episodi.

Complessivamente, nel corso di numerosi scontri avvenuti nelle città e nei villaggi della Cisgiordania, sono stati feriti dalle forze israeliane 115 palestinesi, tra cui 10 minori. Quasi la metà dei ferimenti (52) si sono verificati durante scontri provocati dall’ingresso in Nablus di un folto gruppo di israeliani in visita alla Tomba di Giuseppe, accompagnati da soldati. Altri 20 palestinesi sono rimasti feriti durante operazioni di ricerca-arresto condotte nella città di Abu Dis (Gerusalemme), nel Campo Profughi di Balata e nel villaggio di Tell (entrambi a Nablus). Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto circa 150 di tali operazioni, 42 delle quali hanno provocato scontri. Nei villaggi Ras Karkar e Al Mughayyir (Ramallah), due delle proteste settimanali contro le attività dei coloni hanno provocato altri dieci feriti. Altre due proteste settimanali, tenute nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est contro l’imminente sfratto di una famiglia palestinese dalla loro casa, si sono concluse senza feriti. Del totale delle lesioni provocate durante il periodo, il 46% è stato causato da aggressioni fisiche ed il 34% da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche; le rimanenti sono state provocate da proiettili di gomma (12%) e da proiettili di arma da fuoco (2%).

Nel corso di scontri avvenuti nella prigione israeliana di Ofer (Ramallah), sono rimasti feriti 150 prigionieri palestinesi e sei membri delle forze israeliane. L’episodio è avvenuto il 21 gennaio, quando le forze israeliane, alla ricerca di telefoni cellulari ed altri oggetti vietati, hanno fatto irruzione nella prigione scontrandosi con i prigionieri. Il numero di feriti palestinesi è stato riportato dalla Associazione dei prigionieri palestinesi e da mezzi di informazione palestinesi, mentre i ferimenti di israeliani sono stati riportati da media israeliani.

Nella Striscia di Gaza, la prosecuzione delle manifestazioni della “Grande Marcia di Ritorno”, tenute presso la recinzione, ha visto l’uccisione di un palestinese ed il ferimento di altri 703. L’uccisione del palestinese si è verificata il 25 gennaio, a est di Rafah; l’uomo è stato colpito con arma da fuoco. Da fine marzo 2018 sale quindi a 184 il totale di palestinesi uccisi nel corso di proteste. Secondo il Ministero Palestinese della Salute e le Organizzazioni per i Diritti Umani, dei 703 feriti durante il periodo di riferimento 319 sono stati ricoverati; 83 di questi erano stati feriti da armi da fuoco.

Sempre a Gaza, in episodi occorsi nei pressi della recinzione, un membro di un gruppo armato palestinese è stato ucciso, e altri quattro, oltre a un soldato israeliano, sono rimasti feriti. Gli episodi in questione sono avvenuti il 22 gennaio, ad est del Campo Profughi di Al Bureij: [ci sono stati] spari da parte palestinese e attacchi aerei israeliani diretti contro diversi siti militari e posti di osservazione dislocati in aree settentrionali e meridionali [della Striscia di Gaza].

Ancora a Gaza, in Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 27 occasioni, non riferibili alle manifestazioni. Un insegnante palestinese ed un membro di un gruppo armato sono rimasti feriti. In quattro occasioni, ad est della città di Gaza e di Rafah, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e scavi in prossimità della recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, le autorità israeliane hanno demolito 20 strutture di proprietà palestinese, sfollando 26 palestinesi e incidendo sui mezzi di sostentamento di altri 54. Diciannove strutture sono state demolite a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele: sei a Gerusalemme est e 13 in Area C. La restante struttura era un appartamento nella città di Yatta (area A), che è stato fatto esplodere e distrutto per “motivi punitivi”. L’appartamento era l’abitazione di un palestinese che, nel settembre 2018, pugnalò mortalmente un colono israeliano, venendo a sua volta ferito con arma da fuoco ed arrestato.

Le autorità israeliane hanno sradicato 1.250 ulivi di proprietà palestinese, colpendo i mezzi di sostentamento di sei famiglie; gli ulivi erano stati piantati in un’area dichiarata [da Israele] “Terra di Stato”. L’episodio è avvenuto il 22 gennaio in un’area agricola vicino al villaggio di Beit Ummar (Hebron), nelle vicinanze dell’insediamento colonico di Bat Ayin. Gli alberi sradicati avevano tra i cinque e i nove anni. Un reclamo contro lo sradicamento degli alberi, presentato da due delle famiglie presso un tribunale militare israeliano, era stata precedentemente respinto.

Il 28 gennaio Israele ha annunciato che non rinnoverà il mandato degli osservatori internazionali nella zona H2 della città di Hebron, sotto controllo israeliano. La “Presenza Internazionale Temporanea in Hebron” (TIPH), creata nel 1994, è l’unica agenzia con un esplicito mandato finalizzato alla documentazione di quanto accade nella Zona H2; l’unica autorizzata ad accedere a piedi e con veicoli in qualsiasi parte della Città e in qualsiasi momento. Si teme che la sua partenza genererà un vuoto cui potrebbe conseguire un aumento della violenza di coloni e un deterioramento delle condizioni di vita di una popolazione già vulnerabile.

A quanto riportato da media israeliani, in 11 casi, durante il periodo di riferimento, palestinesi hanno lanciato pietre e bottiglie incendiarie verso veicoli israeliani, provocando danni a quattro auto. Gli episodi si sono verificati sulle strade principali dei governatorati di Gerusalemme, Ramallah, Nablus, Betlemme ed Hebron.

Il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, controllato dall’Egitto, è rimasto chiuso al transito delle persone in uscita [da Gaza]. La chiusura parziale è in atto dal 7 gennaio, in seguito all’allontanamento dal valico del personale dell’Autorità palestinese, conseguente a contrasti con Hamas. Durante il periodo di riferimento, per cinque giorni a settimana il valico è rimasto aperto all’ingresso in Gaza, consentendo l’accesso a 1.485 persone. Da maggio a dicembre 2018, il valico è stato aperto, di regola, cinque giorni alla settimana.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 30 gennaio, ad un posto di controllo ad est di Gerusalemme, una ragazza palestinese di 16 anni è stata colpita e uccisa dalle forze israeliane; secondo quanto riferito aveva tentato di pugnalare un soldato.

Il 29 gennaio, dopo una chiusura in uscita [da Gaza] di tre settimane, il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è stato aperto eccezionalmente per consentire l’uscita di casi urgenti.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Israele uccide un ragazzino in Cisgiordania e un manifestante a Gaza

Maureen Clare Murphy

26 gennaio 2019, Electronic Intifada

Venerdì le forze di occupazione israeliane hanno ucciso un ragazzino palestinese in Cisgiordania e un uomo durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno a Gaza.

Questi morti portano a quattro il numero dei palestinesi che sono stati uccisi dal fuoco dell’esercito israeliano durante la settimana, dopo che lunedì soldati hanno sparato e ucciso un uomo in Cisgiordania e martedì hanno lanciato un proiettile d’artiglieria contro un posto di osservazione di Hamas a Gaza, uccidendo un combattente.

Ayman Ahmad Hamid, 16 anni, è morto venerdì dopo essere stato colpito da soldati israeliani lungo la Route 60, un’autostrada utilizzata dai coloni, nei pressi del villaggio di Silwad, nella zona centrale della Cisgiordania.

L’esercito israeliano ha affermato di aver sparato a tre persone sospettate di lanciare pietre contro i veicoli in transito lungo l’autostrada. Un secondo palestinese è rimasto ferito ad una mano durante l’incidente ed è stato portato in ospedale per essere curato.

Minori uccisi e feriti

Hamid è il secondo ragazzino palestinese ucciso quest’anno dalle forze israeliane. Abd al-Raouf Ismail Salha, 13 anni, è morto il 14 gennaio dopo essere stato colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno durante le proteste a Gaza qualche giorno prima.

Durante la settimana almeno altri tre giovani sono stati seriamente feriti in Cisgiordania dalle forze israeliane.

Venerdì è stato riferito che un giovane sarebbe stato colpito alla testa da un proiettile di acciaio rivestito di gomma durante la settimanale manifestazione contro l’occupazione a Ras Karkar, nella zona centrale della Cisgiordania. Il ministero della Sanità dei territori ha detto ai media che il ragazzo non identificato “ha subito una frattura del cranio, che ha provocato un’emorragia interna.”

Venerdì a Yatta, a sud de Hebron, un bambino di 6 anni sarebbe stato seriamente ferito dopo essere stato investito da una jeep dell’esercito israeliano.

Mezzi di informazione palestinesi hanno riferito che le forze di occupazione hanno trasportato il bambino, Sabri Assaf al-Jabarin, in un ospedale in Israele.

Giovedì l’adolescente palestinese Muhammad Issam al-Qawasmi è stato colpito e gravemente ferito da forze israeliane in borghese nel campo profughi di Shuafat, a Gerusalemme est.

Una fonte ufficiale del campo profughi ha detto ai media che al-Qawasmi è stato colpito da un proiettile entrato dalla schiena ed uscito dallo stomaco.

Al suo arrivo all’ospedale “Hadassah” di Gerusalemme per cure d’emergenza, è stato riferito che le forze israeliane hanno arrestato l’adolescente.

Sempre in Cisgiordania le forze israeliane hanno trasferito le spoglie di Hamdan al-Arda, un uomo d’affari ucciso dalle forze di occupazione ad al-Bireh lo scorso mese.

Riguardo alla morte di al-Arda, sul momento Israele aveva sostenuto che l’uomo aveva cercato di investire i soldati con la sua macchina, ma questa versione è stata presto smascherata.

Israele ha sottratto il corpo di al-Arda alla sua famiglia per più di 40 giorni.

Manifestante ucciso a Gaza

Durante la quarantaquattresima protesta settimanale di seguito, tenuta all’insegna della Grande Marcia del Ritorno, nella Striscia di Gaza è stato ucciso Ihab Atallah Hussein Abed, 24 anni.

Adel è stato ferito da un proiettile vero al petto durante una manifestazione a est di Rafah, nella parte più meridionale di Gaza.

Secondo “Al Mezan”, un gruppo per i diritti umani con sede a Gaza, oltre 150 dimostranti sono rimasti feriti durante le proteste.

Tra i feriti durante le proteste di venerdì ci sono cinque paramedici e un giornalista.

Più di 180 palestinesi sono stati uccisi durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno dal loro inizio il 30 marzo 2018.

Il ministero della Sanità ha ripetuto il suo disperato allarme per l’“imminente paralisi” dei servizi sanitari nel territorio, in quanto gli ospedali hanno esaurito il combustibile d’emergenza.

Gli ospedali di Gaza fanno affidamento su generatori di riserva durante le frequenti interruzioni di corrente, ma le scorte di carburante per questo scopo si sono esaurite.

Venerdì l’inviato del Qatar a Gaza ha annunciato che 15 milioni di dollari promessi dal Paese per pagare i salari dei dipendenti pubblici a Gaza verranno invece utilizzati per potenziare i servizi medici e l’elettricità nel territorio.

Hamas avrebbe rifiutato l’ultima rata del finanziamento del Qatar affermando che i palestinesi di Gaza vengono utilizzati come pedine in vista delle imminenti elezioni israeliane.

Israele ha ritardato la consegna [dei fondi del Qatar, ndtr.] ed ha condizionato l’attuale rata alle modalità delle proteste della Grande Marcia del Ritorno del venerdì.

Secondo i media israeliani Benjamin Netanyahu avrebbe calcolato che la consegna del denaro a Gaza sarebbe politicamente troppo onerosa in vista delle elezioni previste per il 9 aprile.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 1- 14 gennaio 2019 (due settimane)

Durante le manifestazioni del venerdì, tenute vicino alla recinzione perimetrale di Gaza, una donna di 44 anni e un tredicenne sono stati uccisi dalle forze israeliane e altri 528 palestinesi sono rimasti feriti.

La donna è stata colpita da un proiettile, mentre il ragazzo è stato colpito alla testa da una bomboletta lacrimogena. Entrambi partecipavano ad una manifestazione tenutasi l’11 gennaio, ad est della città di Gaza; il ragazzo è morto tre giorni dopo, a causa delle lesioni alla testa. Questi episodi portano a 36, da marzo 2018, il numero di minori uccisi a Gaza durante le proteste; nello stesso periodo sono state uccise 3 donne. Inoltre, il 13 gennaio, un uomo palestinese è morto per le ferite riportate durante le proteste di fine ottobre. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, tra le persone ferite durante il periodo di riferimento [di questo Rapporto], 292 sono state ricoverate in ospedale; 67 di loro erano state colpite con armi da fuoco; i rimanenti sono stati soccorsi sul posto. Anche un soldato israeliano è rimasto ferito, colpito da pietre lanciate da manifestanti palestinesi.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, in almeno 27 occasioni, non riconducibili agli eventi della “Grande Marcia di Ritorno”, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, provocando il ferimento di tre agricoltori. In due distinti episodi, le forze navali israeliane hanno arrestato, per un breve periodo, quattro pescatori ed hanno confiscato due imbarcazioni. In altre quattro occasioni, le forze israeliane sono entrate a Gaza e hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e scavi in prossimità della recinzione perimetrale.

Il 6 gennaio, da Gaza è stato lanciato, ed è atterrato nel sud di Israele, un aerostato caricato con un ordigno esplosivo. Durante la sua neutralizzazione da parte delle forze israeliane, l’ordigno è esploso, senza provocare feriti o danni. Successivamente, le forze israeliane hanno effettuato diversi attacchi aerei contro strutture militari di Gaza; non sono stati segnalati feriti.

In Cisgiordania, durante numerose proteste e scontri sono stati feriti dalle forze israeliane 138 palestinesi, tra cui almeno 29 minori. Tre quarti di queste ferimenti (98) si sono verificati nelle città di Al Bireh e Ramallah, durante scontri innescati da operazioni di ricerca-arresto. Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 175 operazioni di questo tipo, in aumento del 2% rispetto alla media quindicinale del 2018. Altri 31 feriti sono stati registrati a Kafr Qaddum (Qalqiliya), Ras Karkar e Al Mughayyir (entrambi in Ramallah), durante proteste contro le restrizioni di accesso [ai palestinesi] e contro l’espansione degli insediamenti [colonici] su terreni palestinesi. Di tutti i feriti, 10 sono stati causati da armi da fuoco, 59 da proiettili di gomma e 57 da inalazione di gas lacrimogeno richiedente trattamento medico o colpiti direttamente da bombolette lacrimogene.

In due distinti episodi, due palestinesi, un uomo e una donna, sono stati colpiti e feriti da forze israeliane, a quanto riferito, mentre tentavano di pugnalare soldati; nessun israeliano è stato ferito. Gli episodi si sono verificati il 7 e l’11 gennaio, presso il checkpoint di Za’tara (Nablus) e nella zona H2 della città di Hebron, all’ingresso dell’insediamento colonico di Giv’at Ha’avot. I due sospetti aggressori sono stati arrestati.

Per mancanza di permessi di costruzione, sono state demolite o sequestrate 13 strutture di proprietà palestinese, sfollando dieci palestinesi e colpendo, in varia misura, altre 100 persone. Nella Comunità di As Simiya (Hebron), in Area C, le autorità israeliane hanno sequestrato, per la seconda volta, tre tende adibite a scuola per 45 studenti; le tende erano state montate per rimpiazzare una scuola demolita nel dicembre 2018, quando non era ancora operativa. Nella Comunità pastorale di Imreiha (Jenin) sono state anche sequestrate una roulotte residenziale e una latrina, fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni. Sempre in Area C, nel villaggio di Beit Iksa (Gerusalemme) sono state demolite sei strutture. A Gerusalemme Est, sul lato rivolto verso il villaggio di Qalandiya, una casa palestinese è stata demolita, mentre a Jabal al Mukabbir abitanti [palestinesi] sono stati costretti a demolire un ampliamento della loro casa.

A Gerusalemme Est, in conseguenza di una sentenza emessa da un tribunale israeliano a favore di un’organizzazione di coloni che rivendicava la proprietà del terreno, una famiglia di rifugiati palestinesi è esposta ad un aggravato rischio di sfratto forzato dalla propria casa. L’abitazione si trova nel quartiere di Sheikh Jarrah, dove, negli anni ’50, la famiglia si trasferì con il sostegno delle Nazioni Unite. A Gerusalemme Est circa 3.500 coloni israeliani, dopo aver preso il controllo delle proprietà con il supporto delle autorità israeliane, vivono attualmente in quartieri palestinesi. In tali aree, su oltre 800 palestinesi incombono cause di sfratto intentate da organizzazioni di coloni.

Gli scontri tra forze israeliane e coloni, avvenuti durante l’evacuazione di un avamposto [insediamento colonico non autorizzato dalle autorità israeliane] nella zona di Ramallah, hanno provocato il ferimento di 24 poliziotti e tre coloni. L’episodio è avvenuto, il 3 gennaio, nell’avamposto di Amona, che era stato parzialmente ricostruito dopo la sua evacuazione e demolizione avvenuta all’inizio del 2017. La demolizione era conseguita ad una sentenza di un tribunale israeliano che aveva stabilito che il terreno è di proprietà privata palestinese. Nonostante ciò, i palestinesi proprietari dei terreni non sono mai stati autorizzati ad accedere nuovamente alla propria terra.

Tre palestinesi sono rimasti feriti e più di 1.000 alberi e 11 veicoli sono stati vandalizzati o danneggiati nel corso di attacchi di coloni israeliani. Nel villaggio di Urif (Nablus), durante scontri scoppiati in seguito a un’incursione di coloni israeliani, un 11enne palestinese è stato ferito da un proiettile sparato da soldati israeliani. Altri due separati episodi, avvenuti nel governatorato di Hebron: a Khirbet Um al Imad, coloni israeliani hanno sguinzagliato un cane che ha ferito un palestinese; a Massafer Yatta, un altro uomo è stato fisicamente aggredito e ferito. In dieci episodi separati, secondo fonti della Comunità, coloni israeliani hanno vandalizzato almeno 1.030 ulivi e altri tipi di alberi nei villaggi di Battir (Betlemme), Ash Shuyukh, At Tuwani, Tarqumiya e nell’area H2 di Hebron (tutti a Hebron); Turmus’ayya (Ramallah); Wadi Qana e Deir Istiya (Salfit); e Burqa (Nablus). Cinque episodi di lancio di pietre da parte di coloni israeliani contro palestinesi hanno causato danni a 11 veicoli, ma nessun ferimento.

Secondo quanto riportato da media israeliani, durante diversi casi di lancio di pietre ed un episodio di spari da parte palestinese, sono rimasti feriti 4 coloni israeliani (tra cui una donna) e sono stati danneggiati almeno otto veicoli. I lanci di pietre si sono verificati lungo strade prossime a Ramallah, Betlemme, Hebron, Gerusalemme e Gerico. Nei pressi dell’insediamento di Beit El (Ramallah), l’autista israeliano di un autobus è stato ferito da schegge di vetro prodotte, a quanto riferito, dagli spari di palestinesi contro il veicolo mentre percorreva la strada 466.

Nella città di Ramallah sono state parzialmente riaperte due strade principali tenute chiuse [dalle forze israeliane] per quasi un mese [segue dettaglio:]. L’11 gennaio, per alcune categorie di palestinesi, il “checkpoint DCO”, principale ingresso della città da est, è stato parzialmente aperto in una direzione (in uscita da Ramallah). Il 14 gennaio è stato riaperto un cancello che bloccava la strada principale da ovest verso Ramallah (la porta di Deir Ibzi). Queste e altre strade verso Ramallah erano state chiuse il 6 e il 13 dicembre 2018; in quest’ultima data, a seguito di un attentato palestinese compiuto nell’area e in cui erano stati uccisi due soldati israeliani.

Il 2 gennaio, nella zona centrale della costa di Gaza, le autorità israeliane hanno esteso a 12 miglia nautiche la zona di pesca autorizzata. Lungo le aree settentrionale e meridionale l’accesso rimane limitato a sei miglia. Questa è la prima volta dal 2002 che i pescatori sono autorizzati a raggiungere tale distanza. Si prevede che l’estensione aumenti il volume e la qualità del pescato.

A Gaza sono scoppiati scontri tra la polizia di Hamas e gli attivisti di Fatah. Gli scontri si sono verificati il 1° gennaio, durante un evento che commemorava l’anniversario del movimento Fatah. Gruppi per i Diritti umani hanno riferito che decine di persone affiliate a Fatah sono state convocate dalle forze di sicurezza di Hamas.

Il valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è stato aperto per 4 giorni in entrambe le direzioni e per altri 5 giorni in una sola direzione (verso Gaza). Quest’ultima apertura parziale ha fatto seguito alla decisione dell’Autorità Palestinese (il 7 gennaio) di ritirare il proprio personale dal valico, in conseguenza di un aumento delle tensioni con Hamas. Un totale di 1.781 persone sono entrate a Gaza e 990 ne sono uscite. Dal 12 maggio 2018 il valico è stato aperto, quasi continuamente, cinque giorni a settimana.

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La lotta palestinese si sta trasformando in movimento per i diritti civili, e Gaza sta dando l’esempio

Ramy Younis

11 gennaio 2019, +972

Secondo lo studioso Tareq Baconi la Grande Marcia del Ritorno segnala un cambiamento per il popolo palestinese. I palestinesi non stanno più lottando per uno Stato e stanno rivendicando sempre più i loro pieni diritti – in primo luogo il diritto al ritorno.

I dirigenti della Grande Marcia del Ritorno hanno sorpreso il mondo quando hanno organizzato la prima manifestazione lungo la barriera tra Israele e Gaza il 30 marzo 2018. Decine di migliaia di palestinesi vi hanno partecipato. Già nella prima protesta i cecchini israeliani hanno aperto il fuoco e hanno ucciso 14 palestinesi e ne hanno feriti più di 1.200.

Le proteste sono diventate dimostrazioni settimanali, in quanto ogni venerdì decine di migliaia di gazawi hanno manifestato lungo la barriera. L’esercito israeliano ha continuato a sparare contro di loro. I dirigenti delle marce, un gruppo di circa 20 attivisti, per lo più laici e di sinistra, hanno cercato di evitare per quanto possibile che la gente arrivasse troppo vicino alla barriera. Hamas, che all’inizio ha fornitol’ appoggio logistico che ha contribuito al successo delle proteste (ovvero, gli spostamenti e la propaganda), ha lentamente iniziato a giocare un ruolo più significativo nelle manifestazioni.

Hamas è entrato a forza nella Grande Marcia del Ritorno e potrebbe aver preso il controllo delle proteste, ma comunque senza Hamas Gaza non avrebbe potuto alleggerire il blocco. Hamas è una forza politica che può affrontare Israele come non sono capaci di fare né Fatah né l’Autorità Nazionale Palestinese.

Questo è il giudizio secondo Tareq Baconi, un giovane intellettuale e ricercatore palestinese, in precedenza membro dell’European Council for Foreign Relations [gruppo di studio inter-europeo su questioni di politica estera, ndtr.] e attualmente analista dell’International Crisis Group [ong europea che si occupa della gestione di conflitti, ndtr.]. È uno degli esperti su Hamas più apprezzati. Il nuovo libro di Baconi, “Hamas Contained: The Rise and Pacification of Palestinian Resistance” [Hamas sotto controllo: la nascita e la pacificazione della resistenza palestinese”, Stanford Univ Pr, 2018], analizza la transizione di Hamas dalla lotta armata alla resistenza popolare.

Ho parlato con Baconi di una delle storie più significative del 2018 – le marce del ritorno a Gaza. Si è detto molto sul coinvolgimento, se non sulla presa di controllo, del movimento, iniziato come protesta popolare, da parte di Hamas.

I palestinesi di Gaza sono critici nei confronti delle imposizioni religiose di Hamas, della sua intrusione nella vita quotidiana degli abitanti e della sua ostilità con Fatah. I media israeliani amano mostrare persone di Gaza che accusano Hamas dell’assedio, della povertà e delle vittime in seguito agli attacchi israeliani, ma non è così.

Baconi, figlio di rifugiati palestinesi di Haifa e di Gerusalemme, è cresciuto ad Amman e attualmente vive a Ramallah. Nella nostra conversazione non risparmia critiche a Fatah, ad Hamas e alla dirigenza palestinese in Israele, ma sottolinea ripetutamente che alla base della sua analisi ci sono Israele e gli enormi crimini che sta commettendo: l’occupazione e il blocco di Gaza.

Innanzitutto, cosa pensi della Grande Marcia del Ritorno?

Le marce sono una fonte di speranza. Indicano che le politiche di Hamas e di Fatah hanno fallito, che anche la via del negoziato promossa dagli americani ha fallito, ma che il popolo palestinese rimane saldo e continua a rivendicare i propri diritti dal ’48, non dal ’67, in primo luogo il diritto al ritorno. Le fazioni politiche possono aver fallito, ma il popolo è ancora legato ai propri valori e chiede gli stessi diritti per cui ha lottato fin dall’inizio.

Il popolo palestinese è arrivato a un punto di transizione, passando dalla richiesta di uno Stato alla rivendicazione dei propri diritti. È il passaggio a un movimento per i diritti civili, e Gaza sta dando l’esempio. Benché ci siano state proteste nella diaspora palestinese, in Siria e in Libano e all’interno [dei confini] del ’48 [cioè in Israele, ndtr.], ad Haifa, il modo in cui le marce sono iniziate a Gaza mette in luce un percorso da seguire e indica un nuovo sviluppo. Per quanto mi riguarda è una fonte di speranza. Ma mostra anche le sfide che stiamo per affrontare, nel modo in cui le marce si sono sviluppate, nel modo in cui Hamas ha affrontato le proteste e, ovviamente, nel modo in cui Israele ha risposto ad esse.”

Lo scorso anno qualcosa è cambiato nelle piazze palestinesi

Certo, non ho dubbi. E non è solo l’anno passato, è negli ultimi due anni, fin dall’”Intifada della preghiera” ad Al-Aqsa [si riferisce alle vittoriose proteste palestinesi contro l’installazione di sistemi di sorveglianza per l’accesso alla Spianata delle Moschee da parte di Israele, ndtr.]. Ma lo si può vedere anche all’interno [dei confini] del ’48, nel modo in cui i politici [palestinesi con cittadinanza israeliana, ndtr.] stanno parlando dell’uguaglianza – benché debbano affrontare i loro problemi come cittadini [di Israele], questo linguaggio ha avuto un impatto sul popolo palestinese. Ciò gli ha consentito di vedere politici diversi da Abbas e da Hamas. Gli ha fornito approcci differenti alla lotta e un modo per affrontare le sfide sulla base dei diritti.

Questo periodo di transizione in cui ci troviamo va avanti da più di un anno, forse da due o tre. Quest’anno ha portato il cambiamento più rilevante a causa della politica USA. Quando abbiamo visto quello che è successo a Gerusalemme [il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e lo spostamento in città dell’ambasciata USA, ndtr.] e all’UNRWA [la drastica riduzione dei finanziamenti USA all’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr.], questo ha portato a una frattura. I politici sono abituati a ripetere le stesse dichiarazioni e stanno ancora riponendo le loro speranze nella politica americana. La gente capisce che è finita, che non possiamo continuare allo stesso modo. Perciò, anche se non sta sorgendo un nuovo movimento politico, possiamo notare un grande cambiamento tra la gente. Sia nei termini di un’ambivalenza in merito a dove stiamo andando, sia anche in termini di speranza. Che possiamo organizzare la lotta per i nostri pieni diritti, basati sul ’48 [data della nascita di Israele e della contemporanea espulsione dei palestinesi, ndtr.], piuttosto che accettare una semi-uguaglianza solo per tirare avanti con le nostre vite.”

Ho detto a Baconi che la distanza tra il popolo palestinese e l’ANP è stata palpabile lo scorso giugno a Ramallah durante la protesta, a cui ho partecipato, contro le sanzioni che l’ANP ha imposto a Gaza. Ho assistito in diretta alla violenza che le forze palestinesi hanno messo in atto contro i manifestanti. Percepisco che c’è rabbia nei confronti dell’ANP.

C’è molta rabbia e l’ANP non può più negare quello che sta succedendo. Quando lo scorso novembre sono scoppiate proteste ad al-Khalil (Hebron), abbiamo visto foto delle forze palestinesi affrontare i manifestanti come avrebbero potuto fare le forze di occupazione.

Inoltre, non c’è più una giustificazione economica per l’ANP. La gente è stanca della durissima situazione economica. Avrebbe potuto essere altrimenti se l’ANP fosse stata in grado di offrire un adeguato livello di vita – che è il principio su cui si basa l’ANP: ignorare l’occupazione e dare l’impressione che si tratti dell’unica entità che governa le vite dei palestinesi –, se fosse stata in grado di garantire una vita economicamente agiata. Ma non esiste neppure questo. Non c’è un processo di riconciliazione guidato dagli americani, le condizioni di vita sono insopportabili e si possono vedere scene in cui l’occupazione e l’ANP lavorano insieme.

D’altra parte la gente vede il modo in cui Hamas affronta le marce, e capisce che Hamas almeno è in grado di trovare delle falle nell’occupazione. È capace di rafforzare la sua posizione politica come l’ANP non è in grado di fare. Perciò ovviamente c’è rabbia.”

Ti pare che la gente sia arrabbiata anche con Hamas per il modo in cui è intervenuta nelle marce?

Penso assolutamente che Hamas intervenga in tutto. Ma Hamas ha fornito al movimento per il ritorno le infrastrutture per [consentire di] dare più risonanza al modo in cui l’ha fatto. Perciò c’è tensione. Da una parte ci sono proteste che si fondano sul diritto al ritorno, iniziate dalla società civile, a cui hanno partecipato centinaia [di migliaia] di persone a Gaza. Hanno introdotto una nuova politica e ci consentono di osservare il futuro della lotta palestinese. Non ho dubbi che ciò sia quello su cui sono fondate le marce.

Dall’altra Hamas ha giocato un notevole ruolo nel fornire risorse, nel consentire al movimento di crescere e nel portare Israele ad accettare di fare delle concessioni. Sono riusciti a obbligare Israele ad alleggerire il blocco. Se Hamas non si fosse impegnato nelle marce del ritorno pensi che il movimento sarebbe stato in grado di ottenere le stesse concessioni da Israele?”

Buona domanda. Non ho una risposta.

In termini di allentamento del blocco, nei termini di consentire l’ingresso di merci a Gaza – se Hamas non fosse intervenuta nelle proteste nel modo in cui l’ha fatto, non penso che Israele avrebbe fatto queste concessioni a Gaza.

È difficile per me da ammettere, perché avrei preferito che queste proteste non avessero avuto niente a che vedere con Hamas. Allo stesso tempo ho visto Hamas diventare una forza politica che può trattare con Israele in un modo in cui Fatah e l’ANP non sono in grado di fare. Attraverso le proteste sono stati capaci di migliorare la loro posizione negoziale.

Sono sempre critico nei confronti di Hamas. Ma per me è importante che l’opinione pubblica israeliana capisca che, a differenza di quello che gli viene detto dai medi israeliani, anche se Hamas ha fornito le infrastrutture e alla fine si è impadronito delle proteste, le marce non sono una minaccia per la sicurezza. Nessun soldato israeliano ha il diritto di sparare contro i manifestanti a Gaza, perché le proteste non rappresentano alcun pericolo per gli israeliani.”

Il 14 maggio 2018, il giorno prima della commemorazione della Nakba e giorno in cui gli USA hanno spostato la loro ambasciata a Gerusalemme, Israele ha superato qualunque limite quando i suoi soldati hanno ucciso 68 dimostranti durante una marcia a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di palestinesi. Nel complesso, in base alle stime più caute, dall’inizio della Grande Marcia del Ritorno fino al dicembre 2018 sono stati uccisi 235 palestinesi (comprese 60 vittime uccise in attacchi aerei durante l’anno). Dopo sei mesi dall’inizio delle proteste settimanali, sono rimaste ferite più di 25.000 persone, molte delle quali hanno avuto amputata una gamba in conseguenza delle insolitamente vaste e distruttive ferite dovute a proiettili. Tutti pensano che le manifestazioni continueranno. Rimangono l’argomento di cui più si parla nelle strade di Gaza.

Cosa pensi succederà con le proteste a Gaza nel 2019? Continueranno?

Penso che le marce continueranno. Nell’ultima hudna (accordo di cessate il fuoco), Hamas ha accettato di ridurre il numero di manifestanti in modo che Israele non colpisca Gaza. Non è chiaro quanto durerà questo equilibrio. In base alle mie ricerche su Hamas, so che se Israele non alleggerisce l’assedio e se non consente il movimento di persone attraverso i valichi, Hamas sarà obbligata a far pressione su Israele perché prenda atto della fine dell’accordo.

Considerando ogni guerra e attacco israeliano contro Gaza dal 2007 ad oggi, è Israele che ha violato i termini degli accordi e ciò ha obbligato Hamas a rispondere di nuovo con la violenza. Non c’è modo di sapere come questi negoziati incideranno sulle marce in futuro, ma credo che, indipendentemente da quello che è destinato a succedere tra Israele ed Hamas, le marce continueranno. Anche se non continueranno con la stessa intensità, non c’è una soluzione politica all’orizzonte. Credo che stiamo per assistere a più movimenti popolari e rivolte, non solo a Gaza ma ovunque, anche nella diaspora e nel [territorio del] ’48.”

E come pensi che ciò inciderà sull’ANP?

È una bella domanda. Sfortunatamente l’ANP continuerà a utilizzare la forza militare contro i manifestanti. Continuerà a reprimere le proteste. Il grande cambiamento avverrà una volta che capiremo il destino dell’Autorità Nazionale Palestinese dopo Abbas. Voglio credere che ci sarà un cambiamento positivo, ma è molto probabile che le politiche dell’ANP e il coordinamento per la sicurezza con Israele rimarranno.

Non so per quanto tempo ancora l’ANP potrà continuare a controllare il popolo palestinese. Le cose sono peggiorate dal punto di vista sociale e politico, soprattutto se non c’è una soluzione politica con gli israeliani. Con i palestinesi sottoposti all’oppressione sia dell’occupazione che dell’ANP, qualcosa accadrà. Il cambiamento non è ancora noto, ma non penso che la situazione in Cisgiordania sia sostenibile.”

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call [Chiamata Locale, sito israeliano di notizie affiliato a +972, ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)




Cecchino israeliano uccide donna di Gaza, prima vittima del 2019

Maureen Clare Murphy

11 gennaio 2019 Electronic Intifada

Una donna colpita venerdì durante le proteste nella Striscia di Gaza occupata è la prima vittima palestinese per mano delle forze di occupazione israeliane nel 2019. Lo stesso giorno un uomo palestinese è stato colpito e gravemente ferito dalle forze israeliane in Cisgiordania.

Amal al-Taramsi, 44 anni, è morta a est di Gaza City dopo che le hanno sparato con proiettili veri alla testa durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno. Secondo il gruppo per i diritti umani con sede a Gaza “Al Mezan”, quando è stata colpita si trovava a 200 metri dalla barriera di confine.

Al-Taramsi è la terza donna ad essere uccisa durante la serie di proteste iniziate il 30 marzo dello scorso anno. Le altre due vittime sono state la dottoressa Razan al-Najjar e la quattordicenne Wesal al-Sheikh Khalil.

Più di 180 palestinesi sono stati uccisi durante le dimostrazioni della Grande Marcia del Ritorno che si sono tenute lungo i confini orientali e settentrionali di Gaza.

Secondo Al Mezan, le forze israeliane hanno anche lanciato di proposito candelotti lacrimogeni contro i corpi di palestinesi durante le proteste di venerdì, ferendo 68 persone.

Paramedici e giornalisti presi di mira

Il paramedico volontario Mustafa al-Sinwar, 22 anni, è rimasto gravemente ferito quando è stato colpito alla gola da un lacrimogeno mentre svolgeva il suo lavoro durante le manifestazioni a est di Khan Younis, a sud di Gaza.

Husni Salah, 25 anni, fotogiornalista che lavora per l’agenzia di notizie AFP [Agenzia France Presse, ndtr.], è stato colpito al volto con un candelotto lacrimogeno mentre stava informando sulle proteste lungo il confine centro-orientale di Gaza.

Anche un altro giornalista, Hussein Karsou, 44 anni, è stato colpito al volto da un lacrimogeno a est di Gaza City.

Circa 150 palestinesi sono rimasti feriti durante le proteste di venerdì. Un filmato mostra una persona che sarebbe stata gravemente ferita dopo essere stata colpita alla testa.

Il ministero della Salute di Gaza ha affermato che, da quando sono iniziate, circa 14.000 persone sono state ricoverate in ospedale per le ferite riportate durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno.

I dimostranti chiedono la fine dell’assedio israeliano contro il territorio e che i rifugiati palestinesi possano esercitare il loro diritto al ritorno alle terre da cui le loro famiglie sono state espulse nel periodo della fondazione di Israele nel 1948.

Due terzi dei più di due milioni di abitanti di Gaza sono rifugiati, molti dei quali originari delle terre che si trovano appena al di là della barriera di confine di Israele.

Nel contempo nella Cisgiordania occupata un uomo palestinese è stato colpito da un civile israeliano e da soldati.

L’esercito israeliano sostiene che Ghazi Skafi, 35 anni, ha cercato di accoltellare dei soldati a un posto di controllo militare nella colonia di Kiryat Arba [colonia di stremisti nazional-religiosi, ndtr.], nei pressi di Hebron.

Un video mostra che l’uomo è stato colpito due volte, prima da un uomo con abiti civili e poi da un soldato in uniforme. “Uccidilo” dice nel filmato in inglese un uomo non ripreso dalla telecamera.

Si sentono anche persone che assistono alla scena affermare “Dio è buono, dio è buono” e “Brucia all’inferno, stronzetto” in inglese con accento nordamericano.

Il video mostra Skafi steso sulla strada con sopra una coperta. La cinepresa si sposta verso destra e mostra a terra quello che sembra un piccolo coltello.

Secondo quanto riferito dai media, Skafi è stato curato all’ospedale per ferite all’addome e alle gambe.

Lo scorso anno le forze israeliane e civili armati hanno ucciso 15 palestinesi responsabili, o presunti tali, di attacchi contro israeliani in Cisgiordania.

Incursioni a Ramallah

Questa settimana per cinque giorni consecutivi le forze israeliane hanno fatto incursioni a Ramallah, la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania, e nella vicina città di al-Bireh.

Gli attacchi hanno avuto luogo nel contesto di una caccia all’uomo alla ricerca di un palestinese che la scorsa settimana ha aperto il fuoco contro un autobus che trasportava coloni israeliani, ferendone uno.

Le forze di occupazione hanno fatto irruzione in negozi ed hanno sequestrato riprese di telecamere di sicurezza.

Un’abitante di Ramallah si è servita di Twitter per descrivere come le incursioni hanno colpito la sua vita familiare.

Durante gli attacchi giovani palestinesi si sono scontrati con le forze di occupazione israeliane.

All’inizio della settimana le forze israeliane hanno arrestato Assem Barghouti, che Israele accusa di aver perpetrato l’aggressione armata in cui il mese scorso sono rimasti feriti a morte due soldati in Cisgiordania.

È anche accusato da Israele di essere coinvolto in un’altra sparatoria in Cisgiordania a dicembre, in cui una donna israeliana incinta è stata gravemente ferita. Il suo bambino, nato prematuro, è morto pochi giorni dopo il parto indotto.

Israele ha incolpato Saleh Barghouti, fratello di Assem, di essere l’uomo armato che ha perpetrato l’attacco.

Lo scorso mese il gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq ha fatto un pressante appello riguardo al caso di Saleh Barghouti al Gruppo di Lavoro dell’ONU per le Persone Forzatamente o Involontariamente Scomparse.

Secondo la documentazione di Al-Haq, compresi testimoni oculari, Barghouti è stato catturato vivo il 12 dicembre. Qualche ora dopo la sua scomparsa, i media israeliani hanno informato che Barghouti era stato ucciso da Yamam, un’unità speciale della polizia di frontiera di Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 18 -31 dicembre 2018 (due settimane)

A Gaza, durante le manifestazioni del venerdì, tenute vicino alla recinzione perimetrale, cinque palestinesi sono stati colpiti e uccisi dalle forze israeliane ed altri 275 sono rimasti feriti.

Quattro dei morti, tra cui un ragazzo di 16 anni, sono stati colpiti con armi da fuoco il 21 dicembre, data in cui sono stati registrati scontri più violenti rispetto a quelli avvenuti nei venerdì delle precedenti settimane. Secondo quanto riferito, un pallone che trasportava un ordigno esplosivo è atterrato nel sud di Israele, vicino ad un asilo, ma non è esploso. La quinta vittima, un uomo con disabilità mentale, è stata colpita alla testa il 28 dicembre, durante una manifestazione. Dal 30 marzo 2018, data di inizio della “Grande Marcia di Ritorno”, sono 180 i palestinesi uccisi a Gaza durante le proteste. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, tra le persone ferite durante il periodo di riferimento [275], 214 sono state ricoverate in ospedale: il 46% di esse presentava ferite da armi da fuoco; i rimanenti feriti [61] sono stati soccorsi sul posto.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 34 occasioni non riferibili agli eventi della “Grande Marcia di Ritorno”; una persona è stata ferita. Nei pressi della costa di Rafah, due barche da pesca sono state affondate dal tiro degli israeliani; i pescatori sono stati salvati da un’altra barca da pesca [palestinese]. In sei occasioni le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza (nella zona settentrionale e centrale) ed hanno effettuato operazioni di scavo e di spianatura del terreno nelle vicinanze della recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, presso un incrocio stradale, le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro un veicolo in avvicinamento, uccidendo uno dei passeggeri, un ragazzo palestinese di 17 anni. L’episodio è avvenuto il 20 dicembre vicino all’ingresso dell’insediamento [colonico] di Beit El (Ramallah). Il conducente del veicolo e altri due passeggeri sono rimasti illesi e sono stati rilasciati poco dopo. Secondo fonti israeliane, l’autista non si sarebbe attenuto all’ordine di fermarsi impartito dai soldati; l’autista contesta questa versione. Le autorità israeliane hanno annunciato l’apertura di un’indagine. Il 26 dicembre, in un altro episodio accaduto al posto di blocco di Huwwara (Nablus), un palestinese è stato ferito con arma da fuoco; secondo quanto riferito, avrebbe tentato di guidare il suo veicolo contro soldati e coloni; non sono stati segnalati ferimenti di israeliani.

In Cisgiordania, durante diversi scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane ventidue palestinesi, tra cui almeno due minori. Dodici di questi ferimenti sono stati registrati all’ingresso dei villaggi di Beita e Urif (entrambi a Nablus) e nella città di Qalqiliya, durante scontri occasionali; quattro in Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante le manifestazioni settimanali contro le restrizioni all’accesso; e altri quattro durante le operazioni di ricerca-arresto nei Campi profughi di Ad Duhaisha (Betlemme) e Balata (Nablus). In totale, le forze israeliane hanno condotto 163 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 187 palestinesi, tra cui 17 minori.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o costretto i proprietari palestinesi a demolire quattro strutture, sfollando una famiglia. Uno degli episodi si è verificato nella Comunità beduina palestinese di Mikhmas (Gerusalemme), dove sono stati presi di mira una casa ed una latrina finanziata da donatori. Le altre due strutture demolite, una delle quali ad opera dei proprietari, erano case in costruzione a Gerusalemme Est. Nel 2018, Israele ha demolito o sequestrato 459 strutture palestinesi (il 10% in più rispetto al 2017), provocando lo sfollamento di 472 persone, il numero più basso da quando, nel 2009, OCHA ha iniziato a registrare sistematicamente le demolizioni.

Nella città di Ramallah, alla fine del periodo di riferimento, erano ancora chiuse due strade principali e lunghe attese sono state segnalate per l’attraversamento di diversi checkpoint della Cisgiordania. I principali accessi a Ramallah da est (checkpoint DCO) e da ovest (porta Deir Ibzi) erano stati chiusi il 13 dicembre, dopo che palestinesi avevano sparato e ucciso due soldati israeliani. In almeno 63 circostanze, le forze israeliane hanno istituito “checkpoint temporanei” (non presidiati in modo permanente) per periodi di tempo variabili; tale numero [63] è tre volte superiore alla media dei casi analoghi registrati dall’inizio del 2018; fatto che ha sconvolto l’accesso delle persone ai servizi ed ai mezzi di sostentamento.

In quattordici episodi di violenza da parte di coloni sono stati feriti dodici palestinesi: dieci nel corso di aggressioni fisiche e due dal lancio di pietre; inoltre sono stati vandalizzati almeno 380 alberi e 69 veicoli [di seguito i dettagli]. In uno degli episodi (accaduto il 24 dicembre, nella zona H2 della città di Hebron), un gruppo di coloni ha fatto irruzione nel Centro Giovanile contro la Colonizzazione, si è scontrato con i palestinesi, ferendone sette e danneggiando una recinzione che circonda il Centro. Secondo fonti della comunità locale, in altri cinque episodi coloni hanno vandalizzato circa 380 ulivi nei villaggi di As Sawiya, Burqa (entrambi a Nablus), Turmus’ayya (Ramallah), Tarqumiya e Khirbet a Tawamin (entrambi a Hebron). Inoltre, in Deir Sharaf, As Sawiya (entrambi a Nablus), Yasuf (Salfit) e a Gerusalemme Est, coloni israeliani hanno forato le gomme di 69 veicoli e imbrattato i muri di case palestinesi con scritte “Questo è il prezzo”. Nel 2018, l’OCHA ha registrato 265 episodi in cui coloni israeliani hanno ucciso o ferito palestinesi, o hanno danneggiato proprietà palestinesi, segnando un incremento del 69% rispetto al 2017.

Secondo quanto riportato da media israeliani, a causa del lancio di pietre da parte di palestinesi, quattro coloni israeliani, tra cui una donna e un bambino, sono rimasti feriti e almeno 26 veicoli sono stati danneggiati. Gli episodi si sono verificati su strade vicine a Ramallah, Betlemme, Hebron e Gerusalemme.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, tra Gaza e l’Egitto è stato aperto per dieci giorni in entrambe le direzioni e un giorno per il solo ingresso in Gaza. Un totale di 1.934 persone sono entrate a Gaza e 2.443 ne sono uscite. Dal 12 maggio 2018 il valico è stato aperto quasi continuativamente, cinque giorni a settimana.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Quattro palestinesi sono stati uccisi da fuoco israeliano in Cisgiordania e a Gaza

MEE e agenzie

sabato 22 dicembre 2018 Middle East Eye

Nelle ultime 24 ore quattro palestinesi, compresi due adolescenti, sono stati uccisi dal truppe israeliane in Cisgiordania

Fonti del ministero della Salute palestinese hanno affermato che le forze israeliane hanno sparato e ucciso tre palestinesi, tra cui un adolescente, nella Striscia di Gaza durante l’ultima delle proteste settimanali del venerdì. Giovedì notte le truppe israeliane hanno ucciso un altro adolescente nella Cisgiordania occupata.

Mohammed al-Jahjuh, 16 anni, stava partecipando alla Grande Marcia del Ritorno, una protesta di massa palestinese iniziata il 30 marzo per chiedere la fine dell’assedio israeliano contro Gaza e il diritto al ritorno dei rifugiati.

“E’ stato colpito al collo da un proiettile sparato dai soldati israeliani,” ha detto all’AFP [agenzia di stampa francese, ndtr.] il portavoce del ministero, Ashraf al-Qodra.

In seguito il ministero della Salute ha detto che all’inizio della giornata due uomini, di 28 e 40 anni, sono morti per le ferite riportate durante le proteste in due luoghi diversi lungo la barriera con Israele.

Il ministero della Sanità ha detto che sono stati feriti quattro paramedici. L’esercito israeliano ha affermato di aver aperto il fuoco “in base alle regole d’ingaggio” in vigore dal momento in cui i palestinesi hanno iniziato le proteste.

Meno di 24 ore prima in Cisgiordania truppe israeliane hanno sequestrato il corpo del diciassettenne Qassem al-Abasi.

Il portavoce dell’esercito israeliano ha detto all’AFP che “i soldati hanno aperto il fuoco in direzione di un veicolo che stava cercando di oltrepassare una barriera militare nella regione di Ramallah, uccidendo uno degli occupanti.”

Abasi era di Gerusalemme est. L’esercito israeliano ha aperto un’inchiesta sull’incidente.

In base alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Cisgiordania è occupata illegalmente da Israele. Ma dal 1967 Israele ha costruito insediamenti e sequestrato terra palestinese, ha edificato un muro di separazione ed autostrade che collegano le colonie senza attraversare i villaggi palestinesi.

Nelle ultime due settimane vicino a Ramallah palestinesi armati hanno sparato a morte a tre israeliani, due dei quali soldati dell’esercito. Israele ha ucciso cinque palestinesi, l’ultimo il 14 dicembre nel campo profughi di al-Jalazone.

Il 9 dicembre un bimbo è nato prematuro ed è morto dopo che la madre, una colona israeliana, mentre era in viaggio è rimasta ferita in una sparatoria nella colonia illegale di Ofra.

Venerdì scorso in Cisgiordania e a Gaza i palestinesi hanno protestato contro le operazioni militari israeliane in città della Cisgiordania.

Truppe israeliane e veicoli militari sono entrati nel centro di Ramallah, sede del governo dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Anche se gli arresti di palestinesi in incursioni notturne da parte dell’esercito israeliano avvengono quasi quotidianamente, Israele ha intensificato le sue operazioni alla ricerca degli uomini armati palestinesi presumibilmente responsabili dell’uccisione dei soldati israeliani.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Passata in prima lettura alla Knesset una legge per l’espulsione di famiglie di palestinesi accusati di aggressione

Yumna Patel 

20 dicembre 2018, Mondoweiss

Mercoledì [19 dicembre 2018], nonostante la netta opposizione dell’intelligence e di comandanti dell’esercito, la Knesset [il parlamento, ndtr.] israeliana ha approvato in prima lettura una legge per la deportazione di famiglie di palestinesi coinvolti in attacchi contro israeliani.

La legge, presentata dal partito di estrema destra “Casa Ebraica”, è stata approvata con 69 voti a favore e 38 contrari.

Se accolta, comporterebbe che entro una settimana da un attacco o tentativo di attacco verrebbe consentito al comando centrale dell’esercito israeliano di espellere i familiari degli aggressori palestinesi dalle loro città d’origine verso altre zone della Cisgiordania.

Permetterebbe anche alle forze israeliane di delimitare un’area in cui la famiglia non potrebbe entrare.

Il voto ha seguito di pochi giorni l’approvazione della legge da parte del Gabinetto per la Sicurezza di Israele e della Commissione Legislativa Ministeriale.

Durante la sessione tre parlamentari palestinesi, Jamal Zahalka, Ahmad Tibi e Masud Ganaim, sono stati espulsi dall’aula.

Secondo l’Anadolu Agency [agenzia di stampa del governo turco, ndtr.] il parlamentare israeliano del partito “Casa Ebraica” Moti Yogev ha definito “terroristi” i suoi colleghi arabi, mentre il deputato della “Lista Unitaria” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.] Ahmad Tibi gli ha gridato: “Puoi uccidere i palestinesi, ma non puoi opprimere un intero popolo.”

I firmatari del progetto di legge hanno sostenuto che la misura servirebbe come “deterrente” per quanti pensino di prendere di mira israeliani con attacchi con armi da fuoco o all’arma bianca. “L’espulsione di famiglie di terroristi,” afferma la legge, “è un collaudato deterrente che ha il potere di ridurre gli attacchi terroristici e di salvare vite.”

All’inizio di questa settimana Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] ha informato che il direttore dello Shin Bet, il servizio israeliano di intelligence interna, si è opposto alla legge affermando che sarebbe praticamente impossibile metterla in pratica e che “porterebbe al risultato opposto alla deterrenza, dato che la sua applicazione determinerebbe tensioni.”

Haaretz cita un importante ufficiale della sicurezza che sostiene che la legge è stata promossa in seguito a pressioni dell’opinione pubblica dopo una serie di attacchi che hanno preso di mira coloni israeliani, non per una reale necessità operativa o di sicurezza. “Come si suppone esattamente che lo facciamo? Prendere famiglie e sbatterle sulle colline di Hebron? E poi cosa? Tenerle d’occhio in modo che non si spostino? Inseguirle ogni volta che tornano indietro al loro villaggio e poi ricacciarle fuori?”, afferma l’anonimo ufficiale.

Per anni il governo israeliano ha messo in atto una serie di queste cosiddette misure di “deterrenza”, compresa la demolizione delle case di familiari di presunti aggressori, chiudendo interi villaggi da cui sarebbero provenuti sospetti assalitori, effettuando operazioni di arresti massicci che prendono di mira la famiglia e gli amici degli accusati e revocando permessi di lavoro israeliani a parenti vicini e lontani di assalitori.

Gruppi per i diritti umani hanno criticato le politiche del governo in quanto punizioni collettive e ufficiali dell’esercito israeliano hanno già dato indicazioni al governo che prassi come le demolizioni di case non evitano gli attacchi.

L’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha condannato la pratica delle demolizioni punitive di case come “vendetta sanzionata da tribunali”, condotta contro membri di una famiglia che non hanno commesso reati, che rappresenta una punizione collettiva.

La nuova legge, che intende espellere le famiglie di assalitori dalle loro case, potrebbe rappresentare un trasferimento forzato – un crimine di guerra in base alle leggi internazionali.

B’Tselem ha così affermato riguardo a questa pratica: “Il trasferimento forzato – con violenza fisica diretta o creando un contesto coercitivo che faccia in modo che gli abitanti lascino le proprie case – è un crimine di guerra. Ogni persona responsabile di ciò – compresi il primo ministro ed il ministro della Difesa – ne sono personalmente responsabili.”

  • Su Yumna Patel

  • Yumna Patel è una giornalista multimediale che risiede a Betlemme, Palestina.

Includiamo alcune citazioni di esponenti politici israeliani, tra cui ministri, tratte da un blog di commento all’articolo di Mondoweiss e che indicano il clima in cui avviene il dibattito su questa legge.

Un importante parlamentare israeliano chiede “l’uccisione di tutti i palestinesi”

Il ministro degli Affari Strategici Gilad Erdan ha affermato che “il numero di [manifestanti palestinesi pacifici] uccisi non importa perché comunque sono solo dei nazisti.”

Il presidente della Commissione Difesa del parlamento israeliano Avi Dichter ha invocato l’uccisione di tutti i palestinesi nella Striscia di Gaza.

Mentre stava commentando le proteste pacifiche della Grande Marcia del Ritorno che hanno luogo lungo la barriera orientale della Striscia di Gaza, ha detto: “L’esercito israeliano ha abbastanza pallottole per ogni palestinese.”

Dichter è un importante membro del partito di governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il Likud, che è di destra.

Ex direttore del servizio di sicurezza interna, lo Shin Bet, e ministro della Sicurezza Interna, Dichter ha detto che l’esercito israeliano è pronto ad usare ogni mezzo, compresa la forza letale, per scoraggiare i manifestanti palestinesi.

Dal 31 marzo migliaia di manifestanti palestinesi pacifici hanno protestato lungo la barriera orientale della Striscia di Gaza, chiedendo di togliere l’assedio israeliano di dodici anni e ribadendo il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare alle proprie case.

Il ministro degli Affari Strategici Gilad Erdan ha ripetutamente fatto riferimento ai manifestanti uccisi a Gaza come “nazisti”, affermando che non c’erano dimostrazioni, solo “odio nazista”.

Ha aggiunto: “Il numero [di manifestanti palestinesi pacifici] uccisi non importa niente perché comunque sono solo nazisti.”

2.

Parlamentare israeliano: “La nostra vita è più preziosa di quella dei palestinesi” Days of Palestine, 20 dic. 2018

Commentando l’attentato incendiario [in cui morirono un bambino di 18 mesi e il padre, ndtr.] di qualche anno fa contro una famiglia palestinese in Cisgiordania ha detto: “Bruciare una famiglia palestinese non è un’azione terroristica.”

Bezalel Smotrich, membro di estrema destra della Knesset, ha chiesto ai coloni ebrei illegali di attaccare i palestinesi, affermando che “la vita degli ebrei è più importante di quella dei palestinesi.”

Sul suo account twitter Smotrich ha scritto: “Chiedo ai miei eroici amici [coloni] e pionieri di uscire stanotte e di chiudere agli spostamenti dei veicoli arabi la Route 60 su tutta la sua lunghezza.”

Se ci dovessero essere attacchi (della resistenza palestinese contro coloni ebrei illegali), non ci saranno arabi per le strade. Le nostre vite sono più importanti della qualità della loro vita.”

In conseguenza di ciò l’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din ha chiesto l’apertura di un’inchiesta contro il politico di “Casa Ebraica” in quanto egli ha twittato un appello alla violenza dei coloni contro i palestinesi.

L’organizzazione ha presentato una richiesta ufficiale al procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit, chiedendogli di aprire un’inchiesta penale contro l’appello di Smotrich a favore della violenza contro i palestinesi.

I coloni ebrei illegali hanno risposto al tweet di Smotrich, riunendosi nelle strade principali e attaccando i palestinesi.

Yesh Din afferma che, nelle 24 ore successive al tweet di Smotrich, ha rilevato 25 attacchi condotti dai coloni contro i palestinesi.

Gli attacchi hanno incluso colpi di proiettili veri contro case palestinesi nei vicini villaggi di Ein Yabrud e di Beitin e il lancio di pietre contro auto palestinesi agli incroci di Huwara e Kfar Qaddum, nei pressi di Ofra [colonia israeliana, ndtr.] sulla Route 60 nella Cisgiordania occupata.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Rapporto OCHA del periodo 4 – 17 dicembre 2018 (due settimane)

Dal 9 dicembre, in Cisgiordania si è verificato un crescendo di violenza che ha causato l’uccisione di sette palestinesi e tre israeliani ed il ferimento di 481 palestinesi e 16 israeliani. Ci sono state numerose operazioni di ricerca-arresto, scontri violenti, demolizioni punitive e severe restrizioni di accesso

[entrata/uscita dalla città]. Nella Striscia di Gaza, durante il periodo di riferimento, la situazione è rimasta relativamente calma. In una dichiarazione rilasciata il 16 dicembre, Jamie McGoldrick, Coordinatore Umanitario per i territori palestinesi occupati, ha chiesto “a tutti gli Attori – compresi i gruppi armati, le forze di sicurezza e i civili armati – di astenersi da attacchi contro i civili e da altre azioni che potrebbero aumentare ulteriormente la violenza”, di garantire che “le operazioni di ordine pubblico siano condotte con moderazione e che venga fornita protezione alle ambulanze, ai bambini, alle scuole e ai civili in generale”.

Nel governatorato di Ramallah, due attacchi attuati da palestinesi hanno provocato la morte di un neonato israeliano e di due soldati israeliani, ed il ferimento di altri otto coloni israeliani e di un soldato [qui di seguito il dettaglio]. Il 9 dicembre, un palestinese ha sparato ferendo sette coloni israeliani, tra cui una donna incinta e quattro minori che viaggiavano in auto vicino all’entrata dell’insediamento colonico di Ofra. Il bambino, nato successivamente prematuro con un parto cesareo di emergenza, è morto tre giorni dopo. Il 13 dicembre, vicino all’insediamento avamposto [colonia non autorizzata dal governo israeliano] di Giv’at Assaf, un altro palestinese ha aperto il fuoco in una stazione degli autobus sulla Strada 60, uccidendo due soldati e ferendo un altro soldato ed una colona israeliana. Entrambi gli autori degli attacchi sono riusciti a fuggire.

Sono stati segnalati altri tre attacchi condotti da palestinesi: quattro soldati israeliani sono rimasti feriti; due degli aggressori sono stati uccisi [qui di seguito il dettaglio]. L’11 dicembre, vicino al villaggio di Idhna (Hebron), un palestinese ha guidato la sua auto contro un gruppo di poliziotti israeliani di confine, ferendone uno; l’aggressore è stato ucciso mentre cercava di fuggire. Il 13 dicembre, nella Città Vecchia di Gerusalemme un palestinese ha accoltellato e ferito due poliziotti israeliani di confine e successivamente è stato colpito e ucciso. Il 14 dicembre un palestinese è entrato nell’insediamento di Beit El (Ramallah), dove ha ferito con coltello un soldato israeliano, colpendolo anche con una pietra da distanza ravvicinata; secondo quanto riferito, il giorno seguente si è consegnato alle autorità israeliane.

In varie operazioni di ricerca-arresto e relativi scontri, le forze israeliane hanno ucciso cinque palestinesi, tra cui due sospetti aggressori [qui di seguito il dettaglio]. Il 4 dicembre, nella città di Tulkarm, durante un’operazione militare, un 22enne palestinese disabile è stato colpito alla testa con arma da fuoco e ucciso; secondo fonti palestinesi, nell’area in cui l’uomo è stato ucciso, non c’erano scontri in corso. Le autorità israeliane hanno aperto un’inchiesta. Il 12 dicembre, nella città di Nablus, a seguito di uno scontro a fuoco, le forze israeliane hanno ucciso il presunto colpevole di un attacco compiuto il 7 ottobre, in cui erano stati uccisi due israeliani. Nello stesso giorno, nella città di Surda (Ramallah), un’unità israeliana sotto copertura ha ucciso il presunto autore dell’attacco compiuto nei pressi dell’insediamento colonico di Ofra [vedi sopra]; secondo testimoni palestinesi, nel momento in cui veniva fatto salire sul veicolo militare l’uomo era vivo, con le mani e le gambe ammanettate. Il 13 dicembre, nella zona industriale di Al Bireh (Ramallah), durante un’operazione di arresto, le forze israeliane hanno ucciso un 58enne palestinese che, alla guida dell’auto, nei pressi del suo luogo di lavoro, aveva ferito leggermente un soldato israeliano. Il giorno seguente, durante scontri nel Campo Profughi di Jalazun (Ramallah), un 18enne palestinese è stato ucciso con arma da fuoco.

Inoltre, in questi ed altri scontri per lo più correlati ad operazioni di ricerca-arresto e proteste, sono stati feriti dalle forze israeliane 246 palestinesi, tra cui 52 minori. Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 215 operazioni in cui sono stati arrestati 287 palestinesi. La maggior parte delle vittime e degli arresti è stata registrata a partire dal 13 dicembre. Durante il periodo di riferimento, il 31% delle operazioni ed il 60% dei ferimenti sono avvenuti nel governatorato di Ramallah. Nella città di Nablus, durante scontri seguiti all’ingresso di coloni israeliani in visita alla Tomba di Giuseppe, otto palestinesi sono stati feriti. Di tutti i ferimenti, quasi il 70% è stato causato da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche, il 15% da proiettili di gomma e il 9% da armi da fuoco.

Nella città di Hebron, durante una manifestazione, altri cinque palestinesi sono rimasti feriti e 15 sono stati arrestati dalle forze di sicurezza palestinesi. La manifestazione intendeva commemorare la fondazione del movimento di Hamas. Secondo i media, i manifestanti sono stati aggrediti con manganelli e granate assordanti.

Il 13 dicembre, per diverse ore, l’esercito israeliano ha bloccato le principali vie di accesso e di uscita della città di Ramallah. Alla chiusura del presente bollettino, alcune di queste strade erano ancora chiuse: due ad est (checkpoint DCO) ed una ad ovest (porta di Deir Ibzi). La maggior parte delle altre strade permangono sotto il controllo dell’esercito che effettua ricerche su veicoli e passeggeri, causando pesanti ingorghi stradali; in particolare ai checkpoint di Qalandiya ed Atara.

In conseguenza di due demolizioni punitive, 29 palestinesi sono stati sfollati e altri 80 sono rimasti feriti durante scontri correlati [qui di seguito il dettaglio]. Il 15 dicembre, nel Campo Profughi di Al Amari (Ramallah), l’esercito israeliano ha fatto esplodere e distrutto un edificio di quattro piani, danneggiando gravemente due edifici adiacenti, sfollando un totale di 23 persone, tra cui sei minori. L’edificio in questione era la casa di famiglia di un uomo che, nel maggio 2018, durante un’operazione di ricerca nel Campo, aveva ucciso un soldato israeliano con un mattone. Oltre 80 palestinesi sono rimasti feriti negli scontri durante e dopo la demolizione. Il 17 dicembre, nella città di Tulkarm, il seminterrato e il piano terra di un edificio a tre piani sono stati demoliti, rendendo l’intero edificio pericoloso e sfollando sei persone, tra cui un minore. I piani demoliti ospitavano un palestinese che, il 7 ottobre, aveva ucciso due israeliani (vedi sopra).

Inoltre, in Area C e Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 26 strutture palestinesi, sfollando 18 persone e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 170. Tali demolizioni e sequestri sono stati effettuati a motivo della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele. Delle strutture citate venti erano situate in cinque comunità nell’Area C e le rimanenti in Gerusalemme Est.

Impennata di violenza da parte di coloni israeliani nel corso di proteste ed incursioni seguite ai due attacchi effettuati da palestinesi [vedi sopra]. Durante il periodo sono stati registrati almeno 38 casi di lancio di pietre da parte di coloni israeliani contro veicoli palestinesi, con conseguente ferimento di 12 persone e danni a decine di auto. La maggior parte degli episodi sono avvenuti durante le proteste tenute dai coloni dopo l’attacco del 13 dicembre, quasi la metà delle quali registrate nel governatorato di Ramallah. Alcuni degli episodi hanno anche comportato il blocco di importanti snodi stradali. In un caso, un gruppo di coloni diretti al luogo in cui si teneva una delle proteste, hanno fatto irruzione nel villaggio di Beitin (Ramallah) accompagnati da forze israeliane; qui un palestinese è stato ferito con arma da fuoco. In altri due episodi, nei pressi dei villaggi di Al Maniya e Taqu (entrambi a Betlemme) e nell’abitato di Modi’in Illit (Ramallah) tre uomini palestinesi sono stati aggrediti fisicamente e feriti da coloni. Fonti palestinesi riferiscono che, in due episodi accaduti nei villaggi di Turmus’ayya (Ramallah) e Tuwani (Hebron), coloni israeliani hanno vandalizzato 266 ulivi.

Nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione e sulla spiaggia, sono proseguite le manifestazioni della “Grande Marcia di Ritorno”: un bambino palestinese di 4 anni è morto e altri 557 palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane. Il bambino, colpito da un proiettile ad est di Khan Yunis, durante la manifestazione del precedente venerdì, è morto l’11 dicembre. Secondo il Ministero della Sanità palestinese, di tutti i feriti occorsi durante questo periodo, 102 erano minori e 340 necessitavano di ricovero in ospedale, tra cui 105 persone con ferite da armi da fuoco.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 15 casi non collegati alle manifestazioni. Il 10 e 12 dicembre, nelle aree di Rafah e Deir El-Balah, le forze navali israeliane hanno aperto il fuoco contro pescatori, ferendone almeno due e arrestandone sei, tra cui un minore. In tre occasioni, nelle vicinanze della recinzione perimetrale, ad est della città di Gaza e nelle aree settentrionali, forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza e hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e scavi.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, tra Gaza e l’Egitto è stato aperto in entrambe le direzioni per tutto il periodo di riferimento, ad eccezione di quattro giorni. Un totale di 1.517 persone sono entrate a Gaza e 2.737 sono uscite. Dal 12 maggio 2018, il valico è stato aperto quasi continuativamente, cinque giorni a settimana.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Israele reso furioso dal premio francese per i diritti umani

Adri Nieuwhof

14 dicembre 2018, Electronic Intifada

La Francia ha insignito Al-Haq e B’Tselem [due organizzazioni per i diritti umani, una palestinese e l’altra israeliana, ndtr.] con il prestigioso “Premio della Repubblica Francese per i Diritti Umani”.

Ciò è avvenuto nonostante le pesanti pressioni da parte di Israele sul governo francese perché togliesse il riconoscimento alle due associazioni che documentano i crimini di guerra e i soprusi israeliani contro i palestinesi.

Tuttavia la ministra della Giustizia francese Nicole Belloubet ha ceduto alle pressioni e si è rifiutata di partecipare alla cerimonia di premiazione a Parigi lo scorso lunedì [10 dicembre, ndtr.].

Il gruppo della lobby franco-israeliana CRIF ha scritto a Belloubet sostenendo che i due vincitori “chiedono il boicottaggio di Israele,” ed ha affermato che per il ministero della Giustizia francese dare loro il premio “anche in assenza della ministra è un insulto alla giustizia.”

Nel suo discorso di ringraziamento il direttore esecutivo di B’Tselem Hagai El-Ad ha definito “isterica” la risposta del governo israeliano.

El-Ad ha detto che il tentativo israeliano di esercitare pressioni su dirigenti francesi “dimostra la situazione in cui lavoriamo: propaganda, menzogne e minacce da parte di un governo che crede che far tacere e nascondere consentirà ulteriori violazioni dei diritti umani.”

Il direttore di Al-Haq, Shawan Jabarin, ha detto ad Electronic Intifada che il premio è un riconoscimento per il lavoro del suo gruppo in un periodo in cui l’organizzazione è presa di mira da una campagna di calunnie da parte di Israele.

La cerimonia di premiazione del 10 dicembre ha coinciso con il settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e il ventesimo anniversario della Dichiarazione ONU sui Difensori dei Diritti umani.

Risposta furiosa

Israele ha risposto con ira all’annuncio che la Francia stava per assegnare il prestigioso premio alle due associazioni.

“La Francia consegna il suo riconoscimento più prestigioso a B’Tselem e Al-Haq, che accusano Israele di apartheid, ci delegittimano a livello internazionale, difendono il terrorismo e sostengono il BDS,” ha affermato Michael Oren, vice ministro israeliano per i rapporti diplomatici.

BDS sta per Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni – una campagna palestinese non-violenta per rendere Israele responsabile delle violazioni dei diritti dei palestinesi, sul modello del vincente movimento internazionale di solidarietà che contribuì a porre fine all’apartheid in Sud Africa.

L’ambasciata di Israele in Francia ha twittato di essere “scioccata” per il premio ed ha asserito che Al-Haq sarebbe legata al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, un partito politico e un’organizzazione di resistenza che Israele definisce gruppo “terroristico”.

La ministra della Cultura di Israele Miri Regev ha detto che B’Tselem e i suoi membri dovrebbero “vergognarsi”, descrivendo il premio come un “simbolo di disonore”.

La viceministra degli Esteri israeliana Tzipi Hotovely ha definito il premio “deplorevole” ed ha chiesto al governo francese di ripensarci.

Hotovely ha sostenuto che anche il primo ministro Benjamin Netanyahu ha manifestato la sua opposizione durante un incontro con il presidente francese Emmanuel Macron.

Chiudere spazi

Il direttore di Al-Haq Shawan Jabarin ha parlato con Electronic Intifada all’Aia, pochi giorni prima di recarsi a Parigi per la cerimonia di premiazione.

Ha detto che il premio arriva in un momento in cui Israele sta “cercando di chiudere gli spazi” per il lavoro a favore dei diritti umani.

Il riconoscimento francese, ha detto, significa per Al-Haq ancor di più perché “giunge nello stesso giorno del settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.”

Jabarin ha affermato che il premio è stato assegnato “alle vittime in Palestina” ed è “un riconoscimento dei loro diritti.”

Ma ha ammonito che le vittime hanno bisogno di molto più di un riconoscimento simbolico.

“La Francia deve agire in base ai propri impegni,” ha detto, in riferimento ai trattati internazionali sui diritti umani che ha firmato.

Momento di agire

A settant’anni dalla Nakba – l’espulsione dei palestinesi – e dopo 51 anni di occupazione militare della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, ha detto Jabarin, “niente è cambiato, la situazione si sta aggravando, l’occupazione si sta approfondendo, come le sofferenze.”

Il messaggio di Jabarin al governo francese è che “se vuole davvero la pace in Palestina e altrove, deve agire.”

Jabarin ha affermato che, per cambiare la situazione, ci devono essere sanzioni contro Israele, compreso il divieto di commercio dei prodotti delle colonie e un embargo sulle armi.

Gli europei non dovrebbero “lasciare che i criminali viaggino nei loro Paesi,” ha aggiunto Jabarin.

“Se i criminali non pagano il prezzo dei loro crimini, non c’è modo che ripensino o cambino le loro azioni e le loro politiche.”

La CPI propende per la narrazione israeliana?

Jabarin ha anche manifestato delusione nei confronti della Corte Penale Internazionale, che dal 2015 sta portando avanti un “esame preliminare” dei possibili crimini di guerra israeliani contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.

“È passato molto tempo,” ha detto Jabarin.

Un esame preliminare è il primo passo nel procedimento della Corte per decidere se aprire un’inchiesta formale, che può poi portare a imputazioni e a un processo.

Ma mentre un esame preliminare è portato avanti ogni volta che viene presentata una richiesta di deferimento, esso è a tempo indefinito e può continuare per anni, a discrezione del procuratore generale.

Benché la procuratrice generale, Fatou Bensouda, lo scorso aprile abbia messo in guardia i dirigenti israeliani che potrebbero dover affrontare un processo per l’uccisione di palestinesi disarmati nella Striscia di Gaza durante la Grande Marcia del Ritorno, la Corte non ha iniziato un’inchiesta formale.

Le “vittime, il popolo che sta soffrendo, non possono più attendere,” ha detto Jabarin. “Questa istituzione deve agire in base al suo mandato e non occuparsi della questione da un punto di vista politico.”

Jabarin ha definito deludente l’ultimo rapporto annuale sullo stato di avanzamento.

Il rapporto afferma che “la procura intende completare l’esame preliminare il prima possibile,” ma non fornisce nessuna data limite.

Jabarin ha descritto il rapporto come “confuso” nell’uso di terminologia e concetti giuridici. Teme che la procuratrice si sia spostata “verso la narrazione israeliana.”

Ma vede “qui e là segnali positivi.”

Spera che la procuratrice si muova rapidamente per aprire un’inchiesta formale e “persegua i criminali e successivamente emetta mandati di arresto.”

“Confido nella professionalità e nell’indipendenza della procuratrice,” ha detto Jabarin. “Il mio messaggio a lei è che il tempo passa e le sofferenze continuano. È il momento di intervenire.”

(traduzione di Amedeo Rossi)