«Un vuoto che nessuno può colmare » : i bambini di Gaza traumatizzati dalla perdita di familiari

Hind Khoudary

Gaza 23 aprile 2019, Middle East Eye

Wassal Sheikh Khalil sapeva che sarebbe morta. Il 13 maggio, durante la cena, l’adolescente di 14 anni ha detto a sua madre: “È il mio ultimo giorno di scuola e l’ultimo giorno in cui ceno con voi.”

Reem Abu Irmana ricorda che sua figlia le ha detto : « Mi spareranno alla testa. Non sentirò il colpo, non proverò dolore.”

Il giorno dopo, mentre decine di migliaia di palestinesi manifestavano a Gaza per denunciare il trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme, l’inquietante profezia dell’adolescente si è realizzata.

Mentre si trovava in mezzo a una folla di donne e bambini con il suo fratellino Mohammed, Wassal è stata centrata alla testa da un cecchino israeliano. Un altro manifestante stava filmando quando lei è stata colpita e il suo corpo si è accasciato al suolo.

Figura tra i 68 palestinesi uccisi quel giorno.

Secondo la commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite e secondo altre associazioni di difesa dei diritti umani, a partire dal 30 marzo 2018 le forze israeliane hanno ucciso almeno 40 minori nel contesto della Grande Marcia del Ritorno.

Almeno 32 di loro sono stati uccisi da proiettili veri o da scoppi di granate. Secondo la commissione, altri 1.642 minori sono stati feriti da pallottole vere, da scoppi di granate, da pallottole d’acciaio rivestite di gomma e dall’impatto di candelotti lacrimogeni.

Nella piccola striscia di terra che è Gaza, in cui metà della popolazione ha meno di 18 anni, molti ragazzi non si ricordano del periodo precedente gli 11 anni di blocco israeliano. La maggior parte di loro ha già vissuto tre guerre devastanti.

Centinaia di migliaia di rifugiati sono nati a Gaza e non hanno mai visto i villaggi da cui le loro famiglie furono espulse al momento della creazione dello Stato di Israele.

Per molti palestinesi che crescono in condizioni disperate, la Grande Marcia del Ritorno simbolizza un grido collettivo a favore della sopravvivenza.

Tuttavia, un anno dopo, la repressione letale delle manifestazioni da parte dell’esercito israeliano costituisce una nuova esperienza traumatica per i ragazzi di Gaza. L’UNICEF stima che più di 25.000 ragazzi abbiano urgente bisogno di sostegno psico-sociale.

La marcia della vita e della morte

Wassal viveva nel campo profughi di al-Maghazi, nel centro della Striscia di Gaza, con la madre divorziata ed i suoi sei fratelli e sorelle.

Ha partecipato alla Grande Marcia del Ritorno fin dal suo inizio con suo fratello Mohammed, di 12 anni.

«Le abbiamo sempre detto che era rischioso e che avevamo paura che venisse ferita », dice sua madre Reem a Middle East Eye.

Ma la ragazza non demordeva. La mattina del 14 maggio Reem ricorda di aver vietato a Wassal di andare nella zona della manifestazione vicino alla frontiera con Israele.

«Wassal piangeva, mi ha detto : ‘Aspetto questo giorno da tanto tempo, devo andarci, non voglio perdermi questa giornata.’”

Per Nadera Shalhoub-Kevorkian, universitaria palestinese che studia l’impatto dell’occupazione sui ragazzi, la Grande Marcia del Ritorno ha risvegliato in molti giovani palestinesi di Gaza un senso di potere, in circostanze in cui si sentono altrimenti impotenti – pur essendo consapevoli dei rischi.

A marzo, durante una conferenza organizzata dalla Rete per la Salute Mentale UK-Palestina a Londra, Nadera Shalhoub-Kevorkian ha citato un ragazzo di Gaza : «Gaza non è una prigione, è un luogo senza vita. La Marcia del Ritorno è la vita – ma è anche la morte.

Partecipare alla Grande Marcia del Ritorno implica un rischio di morte, di ferite o di mutilazioni. Ma dai ragazzi viene percepito come un atto liberatorio per difendere la vita.»

Molti ragazzi, come Wassal, hanno partecipato alle manifestazioni con un senso di appartenenza e di rendersi utili, ma il pericolo intrinseco alla situazione ha avuto un effetto devastante – non solo per quelli che sono stati uccisi, ma anche per quelli che restano.

Mohammed era accanto a Wassal quando è stata uccisa davanti ai suoi occhi.

«É improvvisamente caduta a terra, le usciva il sangue, non si muoveva più », racconta il ragazzino a MEE.

Mohammed e Wassal sono sempre stati vicini per via della ridotta differenza d’età, precisa la madre Reem.

Dopo la morte della sorella, Mohammed ha accusato lo choc. Si è depresso, è diventato violento, non riesce più a concentrarsi a scuola e bagna spesso il letto – il che ha spinto uno dei vicini della famiglia, uno psicologo, ad iniziare a curare il ragazzo preso nella morsa del suo dolore.

Anche adesso, aggiunge Reem, suo figlio continua a parlare di Wassal come se lei fosse sempre lì e appende fotografie della sorella in tutta la casa. Nonostante il sostegno psicologico che ha ricevuto, la maggior parte dei sintomi del suo trauma permangono.

Perdita del migliore amico e confidente

A Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, gli Shalabi conoscono quello che ha passato la famiglia di Wassal.

L’8 febbraio Hassan Shalabi, di 14 anni, è stato colpito al petto dalle forze israeliane mentre partecipava a una manifestazione.

Meno di due mesi dopo, la morte del ragazzo lascia una ferita aperta nella vita dei suoi familiari ed amici.

«Io ero la sorella, l’amica e la confidente di Hassan», dice Aseel Shalabi, sforzandosi di parlare di suo fratello senza piangere. «Hassan ha lasciato un immenso vuoto che nessuno può colmare. »

Abdel Fattah Shalabi, uno dei fratelli di Hassan, ha sempre dormito sullo stesso materasso di Hassan. Mentre gli altri membri della famiglia parlavano con MEE del fratello morto, lui è rimasto in silenzio, gli occhi pieni di lacrime.

«Hassan è scomparso improvvisamente, è molto difficile abituarsi a vivere senza di lui», confida Fatima Shalabi, la madre di Hassan.

Fatima e suo marito, Iyad, spiegano che i loro figli sono gravemente colpiti da questa perdita, sono in preda a incubi, insonnia e depressione.

Il più piccolo, di 4 anni, non capisce ancora che suo fratello maggiore è morto, ma spesso tocca delle foto di Hassan e le indica col dito.

«Cerco di far coraggio ai miei figli, dicendo loro che Hassan è in un mondo migliore», dice Iyad Shalabi.

Un mese dopo la morte di Hassan i suoi compagni di classe sono ancora sotto choc.

«Hassan non è soltanto il mio migliore amico, è la mia anima gemella. Ho passato più tempo con lui di chiunque altro », confida Ahmed Abu Qusai, di 14 anni.

« Ogni venerdì ci sedevamo sullo stesso sedile dell’autobus per andare alla marcia», continua – tranne nel fatidico giorno in cui il suo amico è stato ucciso, quando Ahmed, che era malato, è rimasto a casa.

Rasmi Abu Sabla, di 16 anni, racconta a MEE che tutti i giorni giocava a calcio con Hassan, Ahmed e altri ragazzi del quartiere.

«Le partite di pallone non sono più le stesse », dice. « Hassan era il miglior giocatore e il calcio non è più lo stesso dopo la sua morte. »

I danni emotivi di un’intera generazione

Secondo il Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC), la Grande Marcia del Ritorno ha causato un’acuta sofferenza tra i ragazzi di Gaza.

In un rapporto pubblicato a fine marzo l’NRC ha segnalato che i giovani ragazzi pativano un grado di sofferenza elevato a causa della perdita di un membro della famiglia.

Il dottor Sami Oweida, consulente psichiatrico del programma di salute mentale comunitario a Gaza, ha segnalato a MEE che dall’inizio della Grande Marcia del Ritorno molti bambini bagnano il letto, hanno difficoltà a scuola, soffrono di incubi, di paure e di ansia.

«I ragazzi palestinesi presentano i tassi più elevati di disturbi mentali di tutti i Paesi del Medio Oriente», afferma.

Durante la conferenza «Infanzia palestinese» a Londra, la psichiatra palestinese Samah Jabr ha messo in guardia dal separare la diagnosi psicologica dal contesto politico.

«L’occupazione incide sulla percezione che i ragazzi hanno di sé stessi, del mondo e delle loro relazioni», ha affermato. “Questo crea una patologia psicologica che va oltre le definizioni ufficiali conosciute in psichiatria.”

«Non dobbiamo cercare di inserire l’esperienza dei palestinesi nel quadro abituale della psicopatologia individuale.

Dobbiamo invece discutere di emancipazione, di rappresentazione, di creazione di modelli – di ciò che aiuta i palestinesi ad uscire dalla loro condizione di oggetti e di individui patologici e a recuperare il loro potere.»

Kate O’Rourke, direttrice del NRC per la Palestina, insiste anche lei sull’importanza fondamentale di affrontare il contesto politico.

«Le violenze di cui i ragazzi sono quotidianamente testimoni, compresa la perdita di persone care, nel contesto del devastante assedio di Israele, che perpetua ed aggrava la crisi umanitaria a Gaza, hanno provocato danni emotivi a un’intera generazione », spiega a MEE.

«Ci vogliono anni di lavoro con questi ragazzi per attenuare l’impatto dei traumi e restituire loro la speranza nel futuro.

Gaza, come il resto del territorio palestinese occupato, ha disperatamente bisogno di una soluzione politica giusta e duratura – anche per i profughi della Palestina – che metta al centro la vita, il benessere e la dignità dei palestinesi e degli israeliani.»

Tuttavia, in assenza di soluzioni politiche in vista, ai ragazzi di Gaza non restano altro che dei palliativi per curare il loro dolore e i loro traumi.

Ogni settimana la famiglia Shalabi si reca sulla tomba di Hassan. Pensano che i fiori che depositano accanto alla sua tomba lo faranno felice e sostengono che, anche se il suo corpo se ne è andato, la sua anima resterà per sempre.

Chloé Benoist ha collaborato a questo reportage da Londra.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Alexandria Ocasio-Cortez ha ragione riguardo all’aiuto ad Israele

Branko Marcetic

19 aprile 2019 , Jacobin Magazine

Israele viola costantemente i diritti umani, uccide giornalisti e ora sta diventando parte dell’alleanza mondiale di estrema destra. Il taglio degli aiuti al Paese dovrebbe essere – a dir poco – “preso in esame”

Alexandria Ocasio-Cortez dice che il taglio degli aiuti a Israele dovrebbe essere “preso in esame” e “può essere discusso”. In realtà questa è una posizione moderata.

Per prima cosa l’aiuto militare USA a Israele sarebbe già da considerarsi illegale in base alle cosiddette “leggi Leahy”. Queste leggi vietano al governo USA di fornire addestramento, equipaggiamento e altre forme di assistenza a qualunque forza di sicurezza straniera commetta “gravi violazioni dei diritti umani”, che includono torture ed uccisioni extragiudiziarie.

Ci sono abbondanti prove che l’esercito israeliano uccide regolarmente manifestanti, compresi adolescenti e medici – spesso da postazioni di cecchini a centinaia di metri di distanza – nonostante la grande quantità di possibilità non letali ed altamente tecnologiche per respingere dimostranti. Si potrebbe andare indietro nel tempo e citare il bombardamento indiscriminato di Gaza, o le frequenti notizie di torture, documentate dalle Nazioni Unite e da altre organizzazioni, a danno di palestinesi. Ma sono sufficienti anche solo le recenti uccisioni da parte di cecchini.

Ma lasciamo perdere quello che stabilisce la legge. Persino in base agli standard morali distorti di Washington Israele ha superato la linea rossa, in quanto lo scorso febbraio l’ONU ha stabilito che durante le proteste dello scorso anno a Gaza le forze israeliano hanno ucciso e ferito giornalisti e medici chiaramente identificabili. L’anno scorso l’uccisione da parte dell’Arabia Saudita di un solo giornalista è stata considerata talmente sconvolgente e vergognosa che il suo governo ha ricevuto per mesi condanne ben meritate, anche da parte di molti che in precedenza sono stati entusiastici sostenitori del regno, portando allo storico tentativo del Congresso di porre fine all’appoggio USA alla guerra del Paese in Yemen. A meno che si sostenga che l’Arabia Saudita sarebbe stata giustificata se avesse semplicemente ucciso Jamal Khashoggi con il tiro di un cecchino, si tratta di doppia morale.

Poi c’è l’elemento politico. Persino un convinto sionista liberal dovrebbe ammettere che l’orientamento delle politiche israeliane sta ora entrando in un nuovo terreno terrificante. Per vincere le ultime elezioni, in primo ministro Benjamin Netanyahu si è alleato a ultranazionalisti di estrema destra che sono talmente dannosi che persino l’AIPAC [il più importante gruppo di pressione Usa a favore di Israele, ndt.] – l’AIPAC!! – ha condannato l’alleanza e si è rifiutata di incontrarli. Netanyahu ha passato gli ultimi anni a ingraziarsi governi di estrema destra e razzisti in Europa, promuovendo il razzismo in patria e cercando di concentrare [su di sè] il potere. Persino Beto O’Rourke, che sembra patologicamente restio ad articolare una posizione politica e ad essere coerente con essa, lo ha chiamato “razzista”.

Non c’è neppure da citare la critica principale a Israele: la sua pluridecennale oppressione del popolo palestinese, il suo spregio nei confronti del processo di pace internazionale e la sua costante violazione delle leggi internazionali riguardo al conflitto.

Se gli americani sono allarmati dalle azioni israeliane – che si tratti dell’uccisione e dei maltrattamenti di persone innocenti, del fatto di prendere di mira giornalisti, dell’avvicinamento all’estrema destra internazionale o del trattamento riservato ai palestinesi – essi hanno una cosa relativamente diretta su cui far leva che possono utilizzare per cercare di modificare il suo comportamento: i miliardi di dollari di aiuti militari ed economici che il governo USA invia ogni anno a Israele, che hanno reso il Paese il maggior beneficiario complessivo dell’assistenza degli USA all’estero dalla Seconda Guerra Mondiale e rappresenta circa un quinto del bilancio nazionale per la difesa. Non c’è nessun altro Paese al mondo che abbia questo tipo di accordo, ancora meno uno Stato di apartheid che ambisce apertamente a diventare membro dell’alleanza internazionale autoritaria e di estrema destra.

Uno dei momenti più patetici della storia della leadership statunitense si è svolto nel 2016. Dopo che Netanyahu ha passato anni ad ignorare le richieste di Obama di bloccare le colonie illegali, ha cercato silenziosamente di far eleggere il suo avversario nel 2012 e ha fatto un discorso senza precedenti e universalmente criticato al Congresso, che non si è mai preoccupato di chiarire con il presidente, nel tentativo di far fallire la sua politica estera, Obama ha punito Israele…negoziando con il Paese il più grande accordo di aiuti militari nella storia degli USA. Perché mai Israele dovrebbe voler cambiare il suo comportamento quando i suoi dirigenti sono stati abituati a capire che non saranno sanzionati da nessun membro della classe politica USA e al contrario saranno ricompensati?

Per cui sì, tagliare o addirittura ritirare l’aiuto a Israele dovrebbe essere – a dir poco – “preso in esame”. Decenni di appoggio finanziario incondizionato ad Israele indipendentemente da quali atrocità abbia commesso o regole violato hanno determinato nei suoi dirigenti la convinzione assolutamente corretta che possono fare tutto quello che vogliono senza conseguenze. È ora di dimostrare loro che si sbagliano.

Sull’autore

Branko Marcetic è un giornalista di Jacobin. Vive a Toronto, Canada.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Come anche la sinistra disumanizza i Palestinesi di Gaza.

Susan Abulhawa

Al Jazeera, 13 aprile 2019

Avvolgendo gli abitanti di Gaza nell’aura di un mitico coraggio, la sinistra dimentica l’umanità dei Palestinesi.

Lungo tutto l’arco politico, dall’estrema sinistra all’estrema destra, attraversando ogni confine razziale ed etnico, quasi tutti quelli che hanno qualcosa da dire sui dimostranti di Gaza sembrano dimenticarsi il lato umano dei Palestinesi. Se viene da destra, la narrativa sarà quella dei terroristi, dei razzi e di Hamas, rinchiudendo totalmente una legittima resistenza palestinese entro l’immagine di una specie di Uomo Nero per l’immaginazione occidentale.

Da sinistra, le storie diventano materia da leggenda, descrivendo nella parte palestinese solo imperscrutabile eroismo, coraggio e “sumud”, una parola araba romanzata nella lingua inglese per descrivere l’epica determinazione palestinese.

Ai due estremi dello spettro, gli inermi Palestinesi diventano figure gigantesche, diverse dagli altri esseri umani, sia che riescano sovrumanamente a rappresentare una minaccia per dei soldati perfettamente armati e distanti parecchi campi da calcio, sia che mostrino coraggio e impavidità sovrannaturali di fronte a una morte quasi certa. Quest’ultima narrazione, che riesce a drammatizzare un’indicibile disperazione, è così attraente che persino i Palestinesi l’hanno ripresa.

Nulla da perdere

Solo pochi giorni fa guardavo il video di un giovane a cui avevano sparato alle gambe. Zoppica, cade e si rialza solo per essere colpito di nuovo dai proiettili. La scena si ripete per cinque o sei spari consecutivi, finché il giovane non si può più rialzare e gli altri arrivano per portarlo via. Il titolo e i commenti esaltavano il “giovane coraggioso” che continuava a resistere al suo oppressore malgrado fosse stato colpito più volte alle gambe.

Come madre palestinese, vedevo qualcos’altro in quell’uomo, abbastanza giovane da poter essere mio figlio. Forse era stato completamente privato di ogni speranza e gli avevano tolto la voglia di vivere una vita rinchiusa nella barbara, maligna e inventiva ferocia dell’assedio israeliano a Gaza. Un giovane che ha probabilmente conosciuto poco più che paura, disperazione, povertà e impotenza a fare qualsiasi cosa. Forse un giovane che non ha nulla da perdere, uno già derubato della sua vita legittima, che cerca, in segno di sfida, almeno un singolo momento di dignità, sapendo, e magari sperando, che quello sia l’ultimo. E forse è questo ciò che ha visto il soldato che ha sparato, e ha scelto di aggiungere il trauma di un’amputazione a un uomo già torturato che sollevava debolmente una piccola pietra senza neanche la volontà o l’energia sufficiente per lanciarla.

Forse la sua motivazione era il nazionalismo. Forse aveva la speranza di assicurare denaro alla sua famiglia se fosse stato martirizzato o ferito. Forse pensava che la sua morte potesse far avanzare la sua gente di un centimetro verso la libertà. Forse era la sola cosa che gli restava da fare. Non possiamo sapere cosa passa per la testa di uno che mette il proprio corpo tra i proiettili e la disperazione. Ma possiamo essere sicuri che le sue motivazioni sono dolorosamente umane. Non c’è nulla di divino da capire o trasformare in feticcio.

Analisi riduttive

Non c’è dubbio alcuno che ci vuole coraggio per scendere in campo contro Israeliani omicidi e carichi di odio, ma le narrazioni che permeano di mitico eroismo i Palestinesi sono nocive. Queste narrazioni propongono una irreale, quasi divina, capacità di resistere a ciò che nessun essere umano dovrebbe essere costretto a sopportare, e nascondono la molto umana e fosca realtà della vita a Gaza, che ha portato a tassi di suicidio mai prima visti nella società palestinese.

Le persone di Gaza hanno differenti ragioni per prendere parte alla Grande Marcia del Ritorno, ma le analisi prevalenti sono riduttive, spesso unendo l’epico coraggio palestinese con la resistenza nonviolenta, perché l’immaginazione occidentale non può tollerare una resistenza armata, non importa quanto durevole e impietosa sia la violenza che è stata inflitta. L’eroismo connesso alle armi è esclusiva prerogativa dei soldati occidentali. L’unica resistenza moralmente valida concessa agli oppressi è, nella mente occidentale, esclusivamente nonviolenta. Questo significa che il diritto palestinese alla libertà e alla dignità svanisce nel momento in cui noi facciamo volare degli aquiloni incendiari o spariamo un razzo verso uno stato che da decenni sta massacrando la società e i corpi stessi dei Palestinesi. Vediamo le stesse reazioni negli USA, quando gli Afroamericani si sollevano e non si attengono perfettamente a una “pacifica” e “non violenta” protesta, dopo i secoli di denigrazione e marginalizzazione che hanno subito.

Certo non aiuta che persino alcuni Palestinesi rafforzino questa opinione, rigettando Hamas o riducendo qualsiasi forma di resistenza armata ad un fatto anomalo in una protesta altrimenti ideale e ordinata di un popolo oppresso straordinariamente forte e valoroso.

Gaza è un campo di sterminio

Ma bisogna dire la verità, e la verità è orribilmente sgradevole e squallida. Non c’è nulla per cui il mondo debba romanzare Gaza. Nulla da idealizzare. Gaza è un campo di sterminio. La tecnologia dello sterminio e della repressione è il maggior prodotto esportato dalla “Nazione Ebraica” e Gaza è il laboratorio umano dove l’industria israeliana delle armi collauda i suoi prodotti sui corpi, le menti e le anime dei Palestinesi. È una sventurata esistenza che non risparmia nessuno dei due milioni di prigionieri in quel campo di concentramento.

Israele ha trasformato Gaza, una volta grande città crocevia di commercio fra tre continenti, in un buco nero dei sogni. Gaza è la tomba della speranza, un inceneritore del potenziale umano, un estintore di ogni prospettiva. Le persone riescono a malapena a respirare a Gaza. Non possono lavorare, non possono partire, non possono studiare, non possono costruire, non possono guarire. Sotto ogni punto di vista, la minuscola striscia è invivibile, letteralmente inadatta alla vita. Quasi il 100% dell’acqua non è potabile. La disoccupazione giovanile è così alta che è più facile contare gli occupati, un patetico 30%. Circa  l’80 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà. La maggior parte degli abitanti gode di poche ore di elettricità al giorno. Il sistema fognario è al collasso. Il sistema sanitario è giunto al suo punto di rottura e gli ospedali stanno chiudendo per mancanza di rifornimenti essenziali e di carburante, che Israele spesso impedisce di comprare o anche di ricevere in dono. Questa indicibile miseria è intenzionale. Israele l’ha progettata e realizzata. E il mondo permette che continui.

Parlare di “sumud”

Quando la nostra vita, la nostra resistenza e la nostra lotta sono inquadrate in termini leggendari, non solo si dimentica la nostra umanità, ma si diminuisce la depravazione morale del controllo israeliano su milioni di vite palestinesi. Il discorso sul “sumud” ci prepara all’insuccesso a ogni svolta. Da un lato si presuppone che i Palestinesi possano sopportare qualsiasi cosa, dall’altro si diffonde l’affermazione sottintesa che i Palestinesi meritino di essere liberi poiché sono buoni, coraggiosi, non violenti e determinati.

Ma la verità è che non siamo nulla di più, nulla di meno che umani. Collettivamente non siamo né mostri né eroi, e anche il peggiore di noi ha il diritto di vivere libero dall’occupazione straniera. Va detto e ripetuto che la lotta contro i nostri aguzzini è legittima in ogni sua forma, sia essa nonviolenta o violenta. Va detto e ripetuto che comunque noi lottiamo, la nostra resistenza è sempre autodifesa. Va detto ancora e ancora che il nostro diritto alla vita e alla dignità non è basato sulla nostra collettiva bontà, o coraggio o risolutezza. In ultima analisi, la sinistra deve smettere di raccontare in forma leggendaria i Palestinesi e guardare invece direttamente all’orrore della disperazione e dell’angoscia di Gaza che la maggior parte di chi legge, io credo, non può neanche immaginare.

Il punto di vista espresso in questo articolo è quello personale dell’autrice e non riflette necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Susan Abulhawa è una scrittrice palestinese autrice del romanzo, best-seller internazionale, “Ogni mattina a Jenin” (2010). È anche fondatrice di Playgrounds for Palestine, una ONG che si occupa di bambini.

Traduzione di Elisabetta Valento

A cura di Assopace Palestina



Rapporto OCHA del periodo 26 marzo – 8 aprile 2019 (due settimane)

Nella Striscia di Gaza, nel contesto delle manifestazioni della “Grande Marcia di Ritorno” (GMR), quattro palestinesi, tra cui due minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane e altri 1.456 sono rimasti feriti.

Tre dei quattro, tra cui due ragazzi 17enni, sono stati uccisi sabato 30 marzo, giornata anniversario sia del “Giorno della Terra” che dell’inizio, un anno fa, delle manifestazioni [per la GMR]. Il quarto uomo, ferito durante le manifestazioni, è morto tre giorni dopo. La mattina del 30 marzo, in un episodio non collegato alle manifestazioni della GMR, un altro uomo è stato colpito e ucciso vicino alla recinzione perimetrale.

Sempre nella Striscia di Gaza, per imporre [ai palestinesi] le restrizioni di accesso [stabilite da Israele] sia alle aree lungo la recinzione perimetrale [lato interno a Gaza] che a quelle di mare, le forze israeliane, in almeno 27 occasioni non legate agli eventi della GMR, hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori, senza provocare feriti. In altre quattro occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo nelle vicinanze della recinzione perimetrale. In altri due episodi, cinque palestinesi, tra cui tre minori, sono stati arrestati mentre tentavano di infiltrarsi in Israele.

In Cisgiordania, in due operazioni di ricerca e arresto, le forze israeliane hanno ucciso due palestinesi [di seguito il dettaglio]. Un paramedico volontario palestinese 18enne è stato ucciso dalle forze israeliane il 27 marzo, con arma da fuoco: il giovane era in servizio nel Campo Profughi di Duheisheh, a Betlemme, mentre si svolgeva un’operazione militare. Secondo fonti palestinesi, nell’area interessata all’uccisione non erano in corso scontri. Il secondo palestinese, 24enne, è stato ucciso dai soldati israeliani il 2 aprile, nelle vicinanze del Campo Profughi di Qalandiya; qui erano scoppiati scontri tra palestinesi e l’esercito israeliano durante operazioni di ricerca-arresto. Nel contesto di questi due episodi sono stati feriti, con armi da fuoco, altri quattro palestinesi, tra cui due minori.

Ancora in Cisgiordania, in altri scontri, per lo più conseguenti a operazioni di ricerca-arresto e proteste, sono stati feriti dalle forze israeliane 304 palestinesi, tra cui 239 minori [78,6%]. Nel complesso, in Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 169 operazioni di ricerca, otto di esse hanno provocato scontri nel corso dei quali sono stati feriti undici palestinesi [dei 304 riportati sopra]. I palestinesi arrestati sono stati 197, tra cui quindici minori. Il governatorato di Gerusalemme ha registrato il maggior numero di tali operazioni. In due distinti episodi, il 7 e l’8 marzo, nell’area a controllo israeliano della città di Hebron (zona H2), le forze israeliane, a quanto riferito facendo seguito al lancio di pietre da parte di minori palestinesi, hanno sparato bombolette lacrimogene all’interno di un complesso scolastico; come risultato 225 studenti e 35 insegnanti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno. Altri otto palestinesi sono rimasti feriti durante scontri scoppiati nel contesto di diverse proteste: in commemorazione del “Giorno della Terra”e durante la protesta settimanale contro la violenza dei coloni e contro l’espansione degli insediamenti colonici nel villaggio di Al Mughayyir (Ramallah) e nell’area della Valle del Giordano. Complessivamente, il 90% delle lesioni sono state causate da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche (o perché colpiti dalle bombolette contenenti il gas); il 7% da proiettili di gomma; il 2% da armi da fuoco.

Il 3 aprile, vicino al raccordo stradale di Beita (Nablus), un colono israeliano della colonia Elon Moreh ha aperto il fuoco per tre volte, ferendo due palestinesi. Uno dei due, un 23enne, è morto più tardi in ospedale; secondo Organizzazioni per i Diritti Umani, il giovane, quando è stato colpito, stava lanciando pietre contro veicoli israeliani. L’altro ferito palestinese è stato colpito mentre lavorava nella sua bottega situata nella zona. Non sono stati segnalati ferimenti di israeliani.

Altri undici attacchi da parte di coloni israeliani hanno provocato lesioni o danni a proprietà palestinesi. Tre degli episodi hanno visto la vandalizzazione di 35 ulivi nei villaggi di Buring e Yanun (entrambi a Nablus) e 400 alberi e alberelli in terreni privati del villaggio di Deir Jarir (Ramallah). Nel villaggio di Ras Karkar (Ramallah), coloni israeliani hanno distrutto, su terreno di proprietà privata, un edificio parte di un progetto agricolo; il danno causato ricade su nove persone. Un ragazzo palestinese è rimasto ferito e quattro veicoli sono stati vandalizzati in cinque distinti episodi di lancio di pietre da parte di coloni a Ya’bad (Jenin), e nei villaggi di Al Mughayyir, Beitin e An Nabi Salih (tutti a Ramallah). Vicino al villaggio di Jibiya (Ramallah), i componenti di una famiglia di tre persone, tra cui una ragazza di 17 anni, sono stati feriti da coloni mentre si stavano recando sui loro terreni. Nella città di Beit Hanina (Gerusalemme Est), coloni hanno forato le gomme di 15 veicoli ed hanno spruzzato scritte su veicoli e muri delle case; danneggiate 15 famiglie, per un totale di 75 persone. Nel 2019, OCHA [Office for the Coordination of Humanitarian Affairs] ha registrato 104 episodi in cui coloni israeliani hanno ucciso o ferito palestinesi o hanno danneggiato proprietà palestinesi (compresi oltre 2.500 alberi): un incremento del 53% del numero di episodi rispetto al corrispondente periodo del 2018.

I media israeliani hanno riferito di nove episodi di lancio di pietre, da parte di palestinesi, contro veicoli di coloni israeliani; non sono state riportate vittime, ma sono state danneggiati cinque veicoli.

A Gerusalemme Est, in sei diverse località, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite dieci strutture, sfollando nove palestinesi e colpendo i mezzi di sostentamento di altri 83. Delle dieci strutture demolite, cinque erano abitative e sono state autodemolite dagli stessi proprietari che avevano ricevuto ordini definitivi di demolizione; secondo quanto riferito, per evitare di incorrere in ulteriori multe. In Cisgiordania, dall’inizio del 2019, complessivamente, sono state demolite o sequestrate dalle autorità israeliane 145 strutture.

In concomitanza con le elezioni nazionali israeliane, il 9 aprile, le autorità israeliane hanno imposto ai Territori Palestinesi occupati la chiusura di un giorno. Il valico commerciale di Kerem Shalom e il passaggio pedonale di Erez con la Striscia di Gaza sono stati chiusi, fatta eccezione per i casi urgenti autorizzati. In Cisgiordania la chiusura ha comportato il divieto di accesso in Gerusalemme e in Israele per tutti i detentori di documento di identità della Cisgiordania e titolari di regolari permessi di ingresso rilasciati da Israele; è stata fatta eccezione per il personale ONU, delle Ong e per il personale diplomatico.

Il 1° aprile, le autorità israeliane hanno esteso a 15 miglia nautiche la zona di pesca permessa [ai palestinesi] lungo la parte meridionale della costa di Gaza: la più ampia consentita dal 2000 ad oggi. Lungo le aree settentrionale e centrale l’accesso rimane limitato a 6-12 miglia nautiche. Si prevede che l’ampliamento aumenterà il volume e la qualità del pescato.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, controllato dall’Egitto, è stato aperto per sei giorni in entrambe le direzioni e per quattro giorni in una direzione. Sono entrate a Gaza 3.267 persone e ne sono uscite 3.393.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




L’essenza di essere palestinese: qual è il vero significato della Grande Marcia del Ritorno

Ramzy Baroud

5 aprile 2019,

Ma’an News

Gli obiettivi delle proteste della Grande Marcia del Ritorno, iniziata a Gaza il 30 marzo 2018, sono porre fine all’asfissiante assedio israeliano e la realizzazione del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi che furono espulsi dalle loro case e città nella Palestina storica 70 anni fa.

Ma per la Marcia del Ritorno c’è molto più di qualche richiesta, soprattutto se si tiene a mente l’alto costo umano ad essa legato.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza, oltre 250 persone sono state uccise e 6.500 ferite, compresi minori, personale sanitario e giornalisti.

A parte gli eccessivamente citati ‘aquiloni incendiari’ e i giovani che tagliano simbolicamente la

recinzione che li ha rinchiusi per molti anni, la Marcia è stata generalmente nonviolenta. Ciononostante Israele ha impunemente ucciso e menomato manifestanti.

Lo scorso mese una commissione d’inchiesta ONU per i diritti umani ha rilevato che Israele potrebbe aver commesso crimini di guerra contro i dimostranti, con l’uccisione di 189 palestinesi nel periodo dal 30 marzo al 31 dicembre 2018.

L’inchiesta ha trovato “fondati motivi per credere che i cecchini israeliani abbiano sparato a minori, personale sanitario e giornalisti, benché essi fossero chiaramente riconoscibili come tali,” hanno concluso i membri della commissione come riportato dalla BBC online.

Tuttavia molti nei media non capiscono ancora quello che la Grande Marcia del Ritorno significa realmente per i palestinesi.

Un reportage cinicamente titolato del Washington Post ha tentato di dare una risposta. L’articolo, “I gazawi hanno pagato con il sangue un anno di proteste. Ora molti si chiedono per cosa,” cita in modo selettivo palestinesi feriti che, si suppone, hanno la sensazione che il loro sacrificio sia stato inutile.

Oltre a fornire all’esercito israeliano un fondamento per incolpare il movimento Hamas per la Marcia durata un anno, il lungo articolo termina con queste due citazioni:

La Marcia del Ritorno “non ha ottenuto niente,” secondo un palestinese ferito.

L’unica cosa che posso riscontrare è che ciò ha fatto in modo che la gente vi dedicasse attenzione,” dice un altro.

Se il Washington Post lo avesse fatto, avrebbe capito che l’atmosfera tra i palestinesi non è né cinica né disperata.

Il [Washington] Post avrebbe dovuto chiedere: se la Marcia “non ha ottenuto niente”, perché i gazawi continuano a protestare e la natura popolare e inclusiva della marcia non ne è stata compromessa?

Il diritto al ritorno è più di una posizione politica,” afferma Sabreen al-Najjar, la madre della giovane dottoressa palestinese, Razan, che, il 1 giugno 2018, è stata colpita a morte dall’esercito israeliano mentre cercava di aiutare manifestanti palestinesi feriti. È più di un principio: avvolta in essa e riflessa nella letteratura, nell’arte e nella musica, c’è l’essenza di cosa significhi essere palestinese. È nel nostro sangue.”

Infatti, che cos’è la “Grande Marcia del Ritorno” se non un popolo che cerca di rivendicare il proprio ruolo ed essere riconosciuto ed ascoltato nella lotta per la liberazione della Palestina?

Quello che è per lo più assente nel dibattito su Gaza è la psicologia collettiva che sta dietro questo tipo di mobilitazione, e perché è essenziale per centinaia di migliaia di persone assediate riscoprire la propria forza e comprendere la propria reale situazione, non come vittime indifese ma come attori di cambiamento nella propria società.

La lettura ottusa, o il travisamento della Marcia del Ritorno, la dice lunga sulla complessiva sottovalutazione del ruolo del popolo palestinese nella sua lotta, durata un secolo, per la libertà, la giustizia e la liberazione nazionale.

La storia della Palestina è la storia del popolo palestinese, in quanto è vittima di oppressione e il principale canale di resistenza, a iniziare dalla Nakba – la creazione di Israele sulle rovine di città e villaggi palestinesi nel 1948. Se i palestinesi non avessero resistito, la loro storia si sarebbe conclusa allora, e anche loro sarebbero scomparsi.

Quelli che rimproverano la resistenza palestinese o, come il [Washington] Post, non capiscono il valore latente del movimento popolare e dei sacrifici, hanno una scarsa comprensione delle ramificazioni psicologiche della resistenza – il senso di emancipazione collettiva e di speranza che si diffonde tra le persone. Nella sua introduzione al libro di Frantz Fanon “I dannati della terra”, Jean-Paul Sartre descrive la resistenza, appassionatamente rivendicata da Fanon, come un processo attraverso il quale “un uomo ricrea se stesso.”

Per 70 anni i palestinesi hanno intrapreso quel percorso di ri-creazione di se stessi. Hanno resistito, e la loro resistenza in tutte le sue forme ha plasmato un senso di unità collettiva, nonostante le numerose divisioni che sono state erette in mezzo al popolo.

La Marcia del Ritorno è l’ultima manifestazione dell’incessante resistenza palestinese.

È evidente che le interpretazioni elitiste della Palestina sono fallite – Oslo si è dimostrato un inutile esercizio di vuoti cliché, tesi a conservare il dominio politico americano in Palestina così come nel resto del Medio Oriente.

Ma la firma degli accordi di Oslo nel 1993 ha sconvolto la relativa coesione del discorso palestinese, indebolendo e dividendo di conseguenza il popolo palestinese.

Nella narrazione sionista israeliana i palestinesi sono descritti come squilibrati vagabondi, un intralcio che ostacola il cammino del progresso – una descrizione che definisce sempre i rapporti tra ogni potenza coloniale occidentale e i nativi colonizzati che resistono.

All’interno di qualche circolo politico e accademico israeliano i palestinesi semplicemente “esistevano” per essere “scacciati”, per fare posto a un popolo diverso e più degno. Dalla prospettiva sionista, l’“esistenza” dei nativi è intesa come temporanea. “Dobbiamo espellere gli arabi e prendere il loro posto,” scrisse il padre fondatore di Israele, David Ben Gurion.

Assegnare al popolo palestinese il ruolo dell’espulso, diseredato e nomade, senza prendere in considerazione le implicazioni etiche e politiche di tale percezione, ha erroneamente presentato i palestinesi come una collettività docile e sottomessa.

Pertanto è fondamentale che noi sviluppiamo una maggiore comprensione dei significati a vari livelli della Grande Marcia del Ritorno. Centinaia di migliaia di palestinesi a Gaza non hanno rischiato la vita e gli arti durante lo scorso anno solo perché chiedono rifornimenti urgenti di medicine e cibo.

I palestinesi lo hanno fatto perché comprendono la propria centralità nella lotta. Le loro proteste sono un’affermazione collettiva, un grido per la giustizia, un’estrema rivendicazione della loro narrazione come popolo – che ancora resiste, ancora forte e che ancora spera dopo 70 anni di Nakba, 50 di occupazione militare e 12 di assedio senza interruzione.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story [L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra, 2018). Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è uno studioso non residente presso il Centro Orfalea per gli studi globali e internazionali, UCSB.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Ministero della Salute: 270 morti, tra cui 52 bambini, nel 1 ° anno delle proteste a Gaza

4 aprile 2019 Ma’an news

Gaza City (Ma’an) “La Grande Marcia del Ritorno” ha manifestato lungo il confine di Gaza dal 30 marzo 2018 fino al 30 marzo 2019, mercoledì.

I dati dicono che 551 delle ferite sono state considerate critiche, 7024 moderate, 8616 minori e 365 non classificate.Tra le ferite, 6846 provenivano da veri proiettili, 865 da proiettili di acciaio rivestiti di gomma, 2426 da soffocamento con gas lacrimogeni, 6419 da schegge e altre lesioni.

I dati confermati contano 1567 ferite alla testa e al collo, 761 nel petto e nella schiena, 654 nell’addome e nel bacino, 2322 negli arti superiori, 7941 negli arti inferiori, 371 in varie parti e 2922 altri.

Sono state registrate anche 136 amputazioni, di cui 122 agli arti inferiori e 14 agli arti superiori.

Divisi per quartieri, i dati hanno mostrato che 3590 feriti si trovavano nel nord di Gaza, 5392 a Gaza City, 2558 a Gaza centrale, 3175 a Khan Younis e 1841 a Rafah, entrambi nel sud di Gaza.

Il ministero ha detto che tra gli uccisi dalle forze israeliane c’erano tre membri della sua equipe medica, tra cui l’operatrice sanitaria 21enne Razan al-Najjar, e che 115 ambulanze sono state danneggiate.

Il ministero ha aggiunto che anche due giornalisti palestinesi, Yasser Murtaja e Ahmad Abu Hussein, sono stati colpiti e uccisi dalle forze israeliane mentre seguivano le proteste di Gaza.

(Traduzione di Luciana Gallino)




Come la Grande Marcia del Ritorno ha rivitalizzato la resistenza palestinese

Ahmed Abu Artema

30 marzo 2019, Al Jazeera

La marcia che abbiamo iniziato un anno fa ha sfidato i nostri due maggiori nemici: la divisione palestinese tra fazioni e la propaganda israeliana.

Il 30 marzo 2018 ho assistito a una cosa che non dimenticherò mai. Ho visto decine di migliaia di persone con diverse affiliazioni politiche e posizioni ideologiche, stare tutte dalla stessa parte, alzare la bandiera palestinese e cartelli con i nomi dei villaggi e delle città da cui Israele li ha cacciati.

Quel giorno le divisioni tra palestinesi sono scomparse e la gente è andata insieme a rivendicare i propri inalienabili diritti.

La Grande Marcia del Ritorno ha aperto un capitolo nuovo nella lotta palestinese per la libertà. Ha dato al popolo palestinese una nuova opportunità per ribellarsi collettivamente contro l’occupazione israeliana.

Da allora abbiamo pagato un prezzo durissimo per la nostra resistenza pacifica.

Circa 266 palestinesi sono stati uccisi e più di 6.557 sono stati feriti da proiettili veri; 124 hanno avuto un arto amputato.

Ma abbiamo perseverato. Ogni venerdì migliaia di noi, donne e uomini, giovani e anziani, hanno continuato ad affluire verso la barriera di confine con Israele per chiedere il nostro diritto sancito dalle leggi di tornare alla nostra patria e hanno dimostrato che non accetteranno una morte lenta all’interno delle mura della prigione della Striscia di Gaza.

La Grande Marcia del Ritorno ha riacceso il nostro spirito di resistenza, ci ha dato potere, ci ha resi più forti e più uniti.

Quando, più di un anno fa, io e i miei amici per la prima volta abbiamo iniziato a discutere dell’idea di una marcia non mi sarei mai aspettato che avremmo ottenuto così tanto.

L’idea ci è venuta in un momento in cui la resistenza popolare in Palestina stava subendo una notevole crisi. Dalla fine della Seconda Intifada nel 2005 ci sono state proteste sporadiche, ma non movimenti di massa spontanei.

Invece molte fazioni politiche hanno occupato le piazze con manifestazioni pianificate, convocando i propri membri e sostenitori. Questo attivismo organizzato in base a tendenze politiche ha ridotto molti palestinesi a spettatori passivi e li ha tenuti lontani.

Ciò è stato molto deprimente per la causa nazionale, perché ha reso il movimento di resistenza una questione di fazioni. Dato che l’occupazione prende di mira il popolo palestinese come un tutto unico e non solo una specifica fazione politica, la lotta nazionale può avere successo solo se coinvolge ogni singolo palestinese.

Inoltre le guerre israeliane contro Gaza nel 2008, 2012 e 2014 hanno spostato i riflettori sulle fazioni armate e lontano dalla resistenza popolare. Questi scontri militari hanno anche consentito a Israele di raddoppiare i suoi tentativi di giustificare l’uso eccessivo della forza contro la popolazione palestinese con il pretesto di proteggersi dagli attacchi di gruppi armati.

Di conseguenza l’attenzione internazionale si è allontanata dalle violazioni dei diritti da parte di Israele e si è concentrata sulle sue pretese di sicurezza. Questo ha ulteriormente escluso il palestinese comune e le sue rivendicazioni per la fine dell’occupazione e per il diritto al ritorno.

Ma tutto questo è cambiato con la Grande Marcia del Ritorno.

Ciò che l’ha distinta dalle proteste e scontri del recente passato non è stata solo la sua natura popolare e pacifica, ma anche il modo in cui è stata concepita. L’idea della marcia è venuta ai giovani di Gaza – i miei amici ed io abbiamo preso l’iniziativa e diffuso l’idea sulle reti sociali. I palestinesi comuni l’hanno discussa e hanno contribuito a farla maturare e a trasformarla in qualcosa che potesse essere adottata da tutti i componenti della società palestinese.

La Grande Marcia del Ritorno, in quanto idea concepita dal popolo, è riuscita ad attraversare tutte le differenze tra le fazioni e a costruire un fronte unitario. Ha intercettato l’energia del popolo palestinese che non trova spazio nelle attività delle fazioni tradizionali.

Singole persone e famiglie senza alcuna affiliazione politica, che nel passato sentivano che non avrebbero potuto trovare un posto in molte altre proteste, hanno partecipato attivamente a questa marcia. Anche organizzazioni della società civile e attivisti si sono uniti, come anche alcune associazioni di clan.

La Grande Marcia del Ritorno ha attirato anche molti giovani disillusi e depoliticizzati a causa della condizione disastrosa della politica interna palestinese ed ha riacceso il loro spirito di resistenza. Ha contribuito al fatto che una nuova generazione di palestinesi abbia abbracciato la lotta palestinese per il diritto al ritorno.

La marcia – con la sua ispirazione popolare e la sua natura pacifica – è riuscita anche a minare i tentativi israeliani di presentare Gaza come una “questione di sicurezza”. Le continue proteste sono state fonte di disappunto, fastidio e imbarazzo per l’occupazione israeliana.

La violenta risposta di Israele alla Grande Marcia del Ritorno ha dimostrato che non vuole che i palestinesi adottino l’opzione pacifista. Timoroso che la nostra resistenza pacifica possa danneggiare i suoi tentativi propagandistici che ci dipingono come aggressori, Israele ha scelto di attaccare manifestanti che non rappresentavano un pericolo diretto per il suo popolo. E mentre i suoi soldati uccidevano, mutilavano e facevano tacere i dimostranti pacifici, lo Stato israeliano ha cercato di gettare la colpa dello spargimento di sangue sulle vittime.

Tuttavia questa volta gli occupanti non hanno avuto successo. Questa marcia ha contribuito al fatto che sempre più persone nel mondo vedano la nostra tragedia e ascoltino le nostre richieste di libertà e dignità. La Grande Marcia del Ritorno ha ridato credibilità al concetto di lotta pacifista. Se la resistenza armata si scontra contro l’occupazione con le pallottole, la lotta non violenta vi si oppone con il potere delle parole e con la giustizia della propria causa.

Israele può avere la forza militare, ma è eticamente debole. Ha espulso un popolo, occupato la sua terra e continua fino ad oggi a conculcarne la libertà e la dignità. Quindi in questa lotta i palestinesi sono naturalmente dalla parte moralmente giusta e le loro proteste pacifiche sferrano a Israele i colpi più duri di qualunque altra arma.

Un anno dopo l’inizio della nostra marcia provo un misto di tristezza e di determinazione. Per queste manifestazioni pacifiche abbiamo pagato con le vite e i corpi di molti palestinesi. Ad ogni singola pallottola israeliana che ha colpito uno dei manifestanti i nostri lutti e le nostre sofferenze come popolo si sono moltiplicati. Tuttavia non ci siamo arresi per 70 anni e non abbiamo intenzione di farlo ora.

La Grande Marcia del Ritorno è la risposta di una Nazione orgogliosa a decenni di occupazione, aggressione e furto. Prendendo questa posizione pacifista, stiamo annunciando al mondo che, nonostante i tentativi israeliani di spazzarci via, stiamo ancora resistendo forti e uniti.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Ahmed Abu Artema è un giornalista e attivista per la pace palestinese.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 12- 25 marzo (due settimane)

In Cisgiordania, durante il periodo di riferimento, in cinque diversi contesti, sono stati uccisi sei palestinesi e due israeliani; pertanto il numero di palestinesi e israeliani uccisi nel corso di quest’anno sale rispettivamente a 16 e 3 [di seguito il dettaglio].

Il 17 marzo, al raccordo stradale che porta alla colonia di Ariel, vicino a Salfit, un palestinese ha ucciso un soldato e un colono israeliani; prima di fuggire, ha ferito un altro soldato israeliano nei pressi di un vicino incrocio. Dopo l’accaduto, le forze israeliane hanno avviato numerose operazioni di ricerca-arresto ed hanno dispiegato decine di posti di blocco volanti. Due giorni dopo, un’unità israeliana sotto copertura ha fatto irruzione in una casa nel villaggio di Abwein (Ramallah) in cui si nascondeva il presunto colpevole e lo hanno ucciso dopo uno scambio a fuoco. Durante le operazioni di ricerca-arresto, sono scoppiati scontri tra palestinesi e forze israeliane; otto palestinesi sono rimasti feriti nella stessa Abwein e altri 14 nella città di Salfit. Inoltre, in un precedente episodio accaduto il 12 marzo nella città di Salfit, un altro palestinese era stato ucciso, con arma da fuoco, dalle forze israeliane e 40 palestinesi erano rimasti feriti durante scontri scoppiati nel corso di un’operazione di ricerca-arresto. Nello stesso giorno, presso un checkpoint per l’accesso pedonale alla zona H2 di Hebron controllata da Israele, un palestinese di 41 anni è stato ucciso dalle forze israeliane di presidio: l’uomo avrebbe tentato di pugnalare un soldato israeliano (nel 2018, nella stessa zona H2, in accoltellamenti o tentati accoltellamenti, tre palestinesi furono uccisi dalle forze israeliane). Il 20 marzo, altri due palestinesi sono stati colpiti con arma da fuoco e uccisi in una zona in cui erano in corso scontri tra palestinesi e forze israeliane; queste ultime stavano scortando coloni israeliani in visita alla Tomba di Giuseppe, nella città di Nablus; nella circostanza anche un’ambulanza palestinese ha subito danni che le hanno impedito di raggiungere i feriti. In un altro episodio, accaduto il 20 marzo a Betlemme, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un palestinese e ferendone un altro; i due transitavano nelle vicinanze di una torretta militare ad un posto di controllo israeliano; non è chiaro perché i soldati abbiano aperto il fuoco.

Nella Striscia di Gaza, il 22 marzo, in due zone ad est di Gaza e di Al Bureij, in manifestazioni e scontri verificatisi lungo la recinzione perimetrale, due palestinesi sono stati uccisi e altri 350 sono rimasti feriti. Secondo fonti sanitarie palestinesi, 204 di tali feriti sono stati ricoverati in ospedale; tra questi, 93 presentavano ferite da armi da fuoco. In ulteriori proteste e attività riferibili alla “Grande Marcia di Ritorno”, un palestinese è stato ucciso nella zona di Beit Hanoun e altri 69 sono rimasti feriti: questi dati fanno riferimento alle dimostrazioni tenute sulla spiaggia, vicino alla recinzione perimetrale nella parte settentrionale di Gaza, oltre che al tentativo, da parte di una flottiglia di barche, di rompere il blocco navale e ad attività notturne presso la recinzione; nel corso di queste ultime sono stati lanciati ordigni esplosivi contro le forze israeliane. Le forze israeliane hanno lanciato un missile verso una postazione militare ed hanno sparato proiettili di carri armati contro un gruppo di persone che, a quanto riferito, stava lanciando palloni incendiari presso la recinzione: in queste due circostanze sono rimasti feriti altri quattordici palestinesi.

Il 14 marzo, per la prima volta dalle ostilità del 2014, due razzi lanciati dalla Striscia di Gaza hanno colpito Tel Aviv. In risposta, le forze aeree israeliane hanno attuato diversi attacchi aerei, prendendo di mira siti militari e aree aperte di Gaza; sono rimaste ferite quattro persone, tra cui un minore e due donne, una delle quali incinta; i bombardamenti hanno creato gravi danni. Secondo fonti militari israeliane, a Gaza sarebbero stati colpiti100 obiettivi.

Il 25 marzo, nell’area centrale di Israele, sette israeliani sono rimasti feriti ed una casa è stata danneggiata gravemente da un razzo lanciato da Gaza. In seguito a questo episodio, le autorità israeliane hanno chiuso i valichi di Kerem Shalom ed Erez fino a nuovo avviso, consentendo solo transiti di casi urgenti; la zona di pesca consentita è stata ridotta a zero miglia nautiche. Inoltre, l’aviazione israeliana ha colpito diverse località della Striscia di Gaza, tra cui edifici residenziali, uffici, siti militari e aree aperte; secondo i primi rapporti del Gruppo Ripari di Emergenza, due persone sono state ferite e sedici famiglie sono state sfollate, per un totale di 83 persone. Gruppi armati palestinesi hanno sparato decine di proiettili verso il sud di Israele, causando danni.

In situazioni non collegate a manifestazioni, ma contestuali all’applicazione delle restrizioni di accesso, in almeno nove occasioni le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento nelle aree adiacenti alla recinzione perimetrale e al largo della costa di Gaza; ferito un palestinese. In un’occasione, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, durante il periodo di riferimento, in numerosi scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane 75 palestinesi. Tra questi, 26 in due operazioni di ricerca-arresto nel Campo Profughi di Al Jalazoun a Ramallah e nella città di Salfit, rispettivamente il 15 e il 17 marzo. Complessivamente, [nel periodo di riferimento di questo Rapporto,] le forze israeliane hanno condotto 227 operazioni di ricerca-arresto, durante le quali sono state arrestate 200 persone. Il 20 marzo, altri 22 palestinesi sono stati feriti nella città di Al Bireh (Ramallah): protestavano contro l’uccisione di un palestinese, avvenuta il giorno prima ad Abwein [vedi sopra]. Inoltre, durante gli scontri verificatisi nell’area H2 di Hebron [vedi sopra], 20 studenti e cinque insegnanti hanno avuto bisogno di trattamento sanitario a seguito del lancio di lacrimogeni dentro la loro scuola da parte delle forze israeliane. Nella Città Vecchia di Gerusalemme, sette palestinesi sono stati aggrediti fisicamente e feriti dalle forze israeliane dopo che una stazione di polizia situata nel Complesso della Moschea di Al Aqsa aveva subito danni a causa di un incendio che, a quanto riferito, sarebbe stato appiccato deliberatamente da palestinesi. Il Complesso è stato chiuso per un breve periodo. Complessivamente, quasi due terzi delle lesioni provocate negli scontri verificatisi nel periodo di riferimento sono state causate da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche, il 25% da proiettili di gomma, l’8% da aggressioni fisiche e il 3% da armi da fuoco.

Vi è stato un aumento della violenza dei coloni; sarebbe da collegare all’uccisione dei due israeliani avvenuta il 17 marzo [vedi sopra]; attribuiti a coloni 13 episodi che hanno portato al ferimento di cinque palestinesi e danni a proprietà palestinesi. In due di tali episodi, avvenuti a Nablus e Jenin, coloni hanno lanciato pietre contro veicoli palestinesi in transito sulla Strada 60 e vicino alla colonia di Homesh, ferendo quattro palestinesi, inclusa una donna. Un’altra donna è stata aggredita fisicamente da coloni nella zona di Tel Rumeida a Hebron. In altri otto episodi, coloni hanno fatto irruzione nei villaggi di Burqa, Burin e Asira al Qibliya (Nablus), Kifl Haris (Salfit), Jinsafut (Qalqiliya), Saffarin (Tulkarm) e Battir (Betlemme), vandalizzando almeno 30 auto di palestinesi e causando danni a tre case. Altri 28 veicoli [palestinesi] sono stati vandalizzati da coloni nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est.

Sempre in Cisgiordania, per la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito 25 strutture di proprietà palestinese, sei delle quali erano state donate; le demolizioni hanno costretto allo sfollamento 35 persone e più di 500 altre sono state coinvolte. Nove delle strutture sono state demolite in Area C, in cinque Comunità dei governatorati di Betlemme e Hebron; le rimanenti si trovavano a Gerusalemme Est. In un caso, nel quartiere di Shu’fat, le forze israeliane hanno demolito una scuola elementare in costruzione; si trattava di un ampliamento di una scuola preesistente che, nel prossimo anno scolastico, avrebbe dovuto ospitare 450 studenti.

Secondo quanto riportato da media israeliani, in due episodi, palestinesi hanno causato danni a tre veicoli appartenenti a coloni israeliani [di seguito il dettaglio]. Il 20 marzo, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani che viaggiavano nei pressi del villaggio di Beit Sira (Ramallah), causando danni a due auto; nello stesso giorno hanno lanciato pietre contro la metropolitana leggera a Shu’fat (Gerusalemme).

Secondo gruppi per i Diritti Umani, tra il 14 e il 18 marzo, nel corso di proteste a Gaza, centinaia di persone sono state arrestate e altre sono state aggredite fisicamente e ferite dalle forze di Hamas. Le manifestazioni erano state organizzate contro le condizioni disastrose e l’alto costo della vita ed hanno visto l’incendio di pneumatici, la costruzione di barricate, il lancio di pietre e scontri con le forze di Hamas.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è rimasto aperto in entrambe le direzioni per sette giorni e in una sola direzione per altri due giorni, per consentire l’uscita dei pellegrini. Un totale di 2.635 persone sono entrate a Gaza, tra cui 641 pellegrini, e ne sono uscite altre 3.714, tra cui 1.539 pellegrini.

Ultimi sviluppi

Nella Striscia di Gaza e nel sud di Israele si è registrata una significativa intensificazione delle ostilità: questo dopo che, il 25 marzo, da Gaza era stato lanciato un razzo che ha danneggiato gravemente una abitazione nell’area centrale di Israele ed ha ferito sette israeliani [vedi soprastante Rapporto]. Nonostante le segnalazioni di un cessate il fuoco negoziato dall’Egitto, le ostilità sono proseguite durante la notte del 26 marzo; dal 27 marzo pare subentrata una relativa calma.

Nelle prime ore del mattino del 27 marzo, durante scontri nel Campo Profughi di Duheisheh (Betlemme), un 18enne palestinese, in servizio sanitario volontario, è stato ucciso con arma da fuoco dalle forze israeliane.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




‘Il nostro popolo non cederà’: Gaza celebra l’anniversario delle proteste

Rana Shubair e Maram Humaid

30 marzo 2019, Al Jazeera

Quattro persone uccise, centinaia ferite dalle forze israeliane che utilizzano proiettili veri e gas lacrimogeni contro i manifestanti della Grande Marcia del Ritorno

Decine di migliaia di palestinesi si sono radunati alla barriera tra Israele e Gaza per celebrare il primo anniversario delle proteste della Grande Marcia del Ritorno, affrontando i carri armati e le truppe israeliane ammassati lungo il perimetro fortificato.

Secondo fonti del ministero della Salute di Gaza, sabato le forze israeliane hanno impiegato proiettili veri, pallottole rivestite di gomma e gas lacrimogeni contro i manifestanti, uccidendo tre diciassettenni e ferendo almeno 207 persone.

Tamer Aby el-Khair è stato colpito al petto ad est di Khan Younis nel sud di Gaza ed è morto in ospedale, ha comunicato il ministero. Il secondo ragazzo, Adham Amara, è deceduto dopo essere stato colpito al volto ad est di Gaza City.

Il terzo, Belal al-Najjar, secondo funzionari di Gaza è stato ucciso da un colpo di fucile israeliano. Un quarto palestinese, identificato come il ventenne Mohamed Jihad Saad, è stato ucciso durante una protesta nella notte precedente alla manifestazione principale.

I palestinesi chiedono il diritto al ritorno nelle terre da cui le loro famiglie furono espulse con la forza durante la creazione di Israele nel 1948. Chiedono anche la fine dell’assedio israeliano ed egiziano a Gaza che dura da 12 anni.

Marceremo verso il confine anche se moriremo”, ha detto Yusef Ziyada, di 21 anni, con il volto dipinto coi colori della bandiera palestinese. “Non ce ne andremo. Ritorneremo nella nostra terra.” Nonostante la forte pioggia, circa 40.000 persone si sono radunate nella zona di confine, ha detto l’esercito israeliano.

[Ashraf Amra/Anadolu]

La maggior parte dei manifestanti si è tenuta lontana dalla barriera, ma alcuni hanno lanciato pietre e ordigni esplosivi verso la struttura e hanno incendiato copertoni, ha dichiarato l’esercito, aggiungendo di aver reagito con “mezzi antisommossa e spari, conformemente alle procedure operative standard.”

Descrivendo la marcia come “del tutto pacifica”, Mohammed Ridwan, un manifestante di 34 anni che lavora in un gruppo di esperti a Gaza, ha detto a Al Jazeera che l’enorme affluenza di sabato è stata “una chiara dimostrazione che il nostro popolo non tornerà indietro fino a che non otterrà i propri legittimi diritti.”

Bahaa Abu Shammal, un attivista ventiseienne, ha detto che si trovava nel luogo della protesta “a grande distanza dalla barriera di separazione”, eppure è stato quasi “soffocato dai gas lacrimogeni israeliani”.

Ha detto ad Al Jazeera: “Dobbiamo rompere il brutale assedio che stiamo subendo. Vogliamo tornare nelle nostre terre occupate.”

Minori uccisi’

L’anno scorso la barriera è stata teatro di proteste di massa e di una grande carneficina in cui sono stati uccisi più di 260 palestinesi, soprattutto dal fuoco di cecchini. Secondo il ministero della Salute di Gaza circa altri 7000 sono stati colpiti e feriti.

L’associazione per i diritti Save the Children ha dichiarato che tra gli uccisi vi sono 50 minori. Altri 21 adolescenti hanno avuto le gambe amputate e molti altri sono stati resi disabili permanenti, ha detto il direttore regionale dell’associazione, Jeremy Stoner.

Giovedì, esprimendo profonda preoccupazione per la morte dei ragazzini palestinesi, Stoner ha detto: “Temiamo che oggi altri minorenni potrebbero essere feriti o uccisi.”

La tregua tra Hamas e Israele

L’anniversario della Grande Marcia del Ritorno cade a pochi giorni di distanza da un grave scoppio di violenze tra Israele e Hamas, che governa Gaza. L’Egitto ha cercato di mediare tra le due parti nel tentativo di frenare le violenze ed evitare il tipo di risposta letale da parte dell’esercito israeliano che ha accompagnato le precedenti proteste.

Harry Fawcett di Al Jazeera, citando il giornale al-Risalah legato a Hamas, ha detto che l’organizzazione ha raggiunto un accordo con Israele per ridurre le tensioni nella Striscia di Gaza.

Secondo il giornale al-Risalah, le concessioni israeliane comprendono l’aumento del finanziamento del Qatar da 15 a 40 milioni di dollari al mese per il pagamento dei salari; l’estensione della zona di pesca da 9 a 12 miglia nautiche; l’incremento della fornitura di elettricità da Israele a Gaza; l’approvazione di un importante progetto di desalinizzazione”, ha detto Fawcett, che scrive da una zona a est di Gaza City.

In cambio, Israele ha chiesto lo stop al lancio di razzi, come quello che lunedì ha distrutto la casa di una famiglia a nord di Tel Aviv, ferendo sette persone e scatenando una nuova escalation.”

Abdullatif al-Kanoo, un portavoce di Hamas, ha confermato questo accordo, dicendo che i mediatori egiziani “sono riusciti ad ottenere l’approvazione” di Israele all’alleggerimento delle restrizioni sul lavoro, la pesca, l’elettricità e gli aiuti dal Qatar.

Nei prossimi giorni verrà stabilito un calendario per l’attuazione di quanto è stato concordato”, ha detto ad Al-Jazeera.

Nel frattempo, alla vigilia delle proteste per l’anniversario, gli organizzatori hanno diffuso istruzioni ai manifestanti invitandoli a tenersi a distanza di sicurezza dai fucili israeliani, a seguire le indicazioni degli organizzatori sul campo, ad astenersi da azioni aggressive e a non bruciare copertoni, una mossa considerata un segnale che l’accordo mediato dall’Egitto potrebbe essere rispettato.

I funzionari della sicurezza di Hamas sul luogo della protesta sono stati visti indossare per la prima volta uniformi militari, mentre raccoglievano le gomme e le portavano via.

Sembra che siano qui per rafforzare l’accordo, per assicurare che nessuno dia fuoco a queste gomme”, ha detto Fawcett.

Israele, che ha inviato altre truppe e carri armati al confine, vuole anche la fine dei lanci degli aquiloni incendiari e la garanzia di calma vicino alla barriera.

Non vi è stato alcun commento da parte israeliana al presunto accordo.

Tra quanti anni le nostre vite saranno migliori?

Le proteste della Grande Marcia del Ritorno sono iniziate il 30 marzo dell’anno scorso dopo che le associazioni della società civile a Gaza hanno chiamato ad un’azione contro il durissimo assedio di 12 anni contro l’enclave.

Le agenzie umanitarie accusano l’assedio di aver impoverito Gaza, dove i tassi di povertà e di disoccupazione sono alti. Secondo le Nazioni Unite più del 90% dell’acqua non è potabile, mentre i due milioni di abitanti di Gaza ricevono meno di 12 ore di elettricità al giorno.

Il 30 marzo segna anche il Giorno della Terra – la commemorazione annuale della morte nel 1976 di sei palestinesi che protestavano contro la confisca della loro terra per costruire comunità ebraiche.

Entro un anno finirò la scuola. Mio padre è disoccupato, per cui non potrò andare all’università. Chi ne è responsabile? Israele”, ha detto il manifestante Mohammed Ali, di 16 anni. “Non so quanti anni ci vorranno prima che le nostre vite migliorino, ma continueremo (le proteste) fino a quando ci saranno l’occupazione e l’assedio”, ha detto all’agenzia di stampa Reuters. L’uso di forza letale da parte di Israele contro i manifestanti è stato censurato dalle Nazioni Unite e dalle associazioni per i diritti.

Un’indagine dell’ONU ha riscontrato che, mentre alcuni dimostranti hanno usato la violenza, la grande maggioranza era disarmata e pacifica. Essa afferma che le forze israeliane potrebbero essere incolpate di crimini di guerra per l’uso eccessivo della forza.

Tutti gli israeliani devono sapere che, se sarà necessaria una campagna [militare] complessiva, noi la condurremo con forza e in sicurezza e dopo aver esaurito tutte le altre opzioni”, ha detto Netanyahu. Anche Hamas è sotto pressione politica interna.

All’inizio del mese, invece di andare al confine, i manifestanti sono scesi in piazza contro gli aumenti dei prezzi e delle tasse. Le forze di sicurezza di Hamas hanno represso le manifestazioni con pestaggi e arresti.

Al centro di queste proteste c’era lo stesso senso di frustrazione che da un anno ha spinto migliaia di persone sul confine, settimana dopo settimana.

Rana Shubair e Maram Humaid hanno contribuito al reportage da Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Gaza oggi. Ancora sangue sulla Grande Marcia

Patrizia Cecconi

30 marzo 2019, L’Antidiplomatico

Oggi in Palestina è la Giornata della Terra, cioè la ricorrenza di una delle tante stragi impunite commesse da Israele contro un gruppo di palestinesi che tentavano di opporsi a un ulteriore furto delle loro terre in “alta Galilea”. Una giornata celebrativa che a Gaza coincide con il primo anniversario della Grande Marcia del Ritorno. Una giornata che potrebbe essere una carneficina come molti temono e i cui esiti non saranno importanti solo per Gaza ma, ci dicono più voci, per il futuro del Medio Oriente perché Gaza, pur sotto assedio e forse proprio perché sott’assedio, è diventata una “piazza” speciale, su cui arrivano e da cui partono messaggi politicamente complessi . Questo si diceva stamattina quando il sole si era appena levato e si discuteva di ciò che sarebbe stato.

Verso le 10 di questa stamattina, quando la marcia non era ancora cominciata, già si contava il primo martire. Mohammad J. Saad, 20 anni, ucciso da una granata alla testa nell’accampamento di Malaka nella zona centrale della Striscia. Lo stesso accampamento dove qualche mese fa, in uno dei venerdì della marcia, Taaghreed in un bellissimo abito bianco e Ahmad in elegante abito scuro decisero di sposarsi dando al loro gesto il significato altamente simbolico di partecipazione al sogno comune di libertà e di riconoscimento del diritto al ritorno nella loro terra. Era diversi mesi fa, e da allora sulla sabbia di Malaka, come su quella degli altri quattro accampamenti delle tende del ritorno, non sono più caduti confetti ma sangue.

Sempre a Malaka, nel pomeriggio, c’è stato il secondo omicidio. Un lacrimogeno – sparatogli in bocca come già successo per altri martire nei mesi scorsi – ha stroncato la vita di Adhan Nedal Saqr Amara, 17 anni, altri sogni spezzati prima ancora di raggiungere la maggiore età. Abbiamo ragione di supporre che non si tratti di errori ma del sadismo di chi sa di essere impunito perché protetto dal potere di quelle stesse lobby che garantiscono furti e o regali di terre altrui allo Stato ebraico.

La Marcia sta concludendosi e si tirano le somme. Due martiri e 112 feriti ospedalizzati secondo i dati ufficiali del Ministero della Salute, di questi circa la metà seriamente intossicati dai nuovi lacrimogeni usati da Israele che, come si sa, usa Gaza anche come laboratorio di sperimentazione delle sue armi. Questi nuovi lacrimogeni, uno dei quali ha ucciso il giovane Adhan, non sembra abbiano provocato convulsioni come altri usati precedentemente, ma violenta irritazione agli occhi e serie difficoltà di respirazione ottenendo più facilmente la dispersione dei manifestanti.

Tra le azioni di cui i manifestanti vanno fieri c’è quella di un gruppo di giovani che a Khan Younis ha sfidato la morte per andare a issare la bandiera palestinese sulla recinzione che definisce l’assedio. Piccola cosa dirà qualcuno, certo che è piccola cosa, ma grande simbolo, significa che pur in questa situazione, dove si sa che si può cadere come sagome di un tirassegno, c’è qualcosa che resiste alla legittima paura, qualcosa che i palestinesi chiamano al karameh, cioè sentimento di dignità. Quella che non permette ai gruppi di resistenti, con e senza orientamenti partitici, di accettare le concessioni fatte da Israele grazie alla mediazione egiziana. “Concessioni” e non riconoscimento di diritti dovuti, ciò per cui Gaza manifesta dal 30 marzo dello scorso anno.

I dirigenti di Hamas hanno partecipato alle manifestazioni di oggi in compagnia della delegazione egiziana. Il messaggio sembrerebbe chiaro ma le interpretazioni di natura politica in questo spicchio di mondo non sono mai lineari. Ci dicono alcuni gazawi che questo voleva significare che Hamas intende accettare l’invito a spegnere gradualmente la marcia con le rivendicazioni che l’hanno fatta nascere. Altri dicono che è una partita che Hamas sta giocando per non essere messo all’angolo e per garantire il miglioramento delle condizioni di vita veramente penose di una parte della popolazione gazawa ed evitare altre manifestazioni di malcontento popolare. Comunque, come ci hanno già detto ieri attivisti, medici, giornalisti e cittadini “qualunque” tutte le concessioni ottenute dalla delegazione egiziana sono interne alla logica dell’assediante. Non dovrebbero essere concessioni ma diritti che già spettano ai gazawi e che Israele non riconosce. Non è questo che vogliono i gazawi e lo hanno ben spiegato con la loro presenza al border i 30 – 40 mila che hanno sfidato i mezzi corazzati schierati in massa lungo la recinzione e i tiratori scelti dislocati lungo tutta la linea dell’assedio.

Rispetto alle previsioni di ieri le cose sono andate meglio del previsto. 112 feriti non sono cosa da niente, ma si temeva di peggio, si temeva la pesante carneficina che avrebbe potuto far scattare la reazione che da più parti si ipotizzava. Gli ospedali erano allertati e i timori espressi dal dr. Said dell’Al Awda Hospital e dal dr. Raed dell’UHCC che temevano di trovarsi nuovamente a soccorrere centinaia di feriti senza averne i mezzi , per fortuna sono stati fugati. I 112 feriti sono stati dislocati in 5 ospedali da nord a sud della Striscia e il Ministero della Salute ha comunicato che tra loro ci sono ben 26 bambini, un paio di giornalisti e due soccorritori e che anche un’ambulanza è stata danneggiata. Tutte cosucce che si configurano come pesanti violazioni del Diritto universale ma che in pochi si illudono che porteranno Israele sul banco degli imputati.

Ora che la giornata si è conclusa si aspettano le conseguenze politiche di quest’ultima manifestazione. Una cosa è chiara e ci è stata ripetuta da tante persone che oggi, pur non seguendo alcuna fazione politica, sono andate al border convinte di dover rischiare: i palestinesi di Gaza, per quanto coraggiosi e un po’ folli, non vanno a farsi ammazzare per nessun partito ma per quell’idea che ha dato il via alla marcia a partire dalle riflessioni di Abu Hartema, un po’ poeta, un po’ utopista, che si sono allargate a macchia d’olio e che, nonostante i tentativi di controllo e direzione di Hamas, restano la spina dorsale della Grande marcia la quale, al momento, non si sa come si evolverà e se si evolverà. Le valutazioni che emergono in proposito sono diverse. ma qui tutto e è estremamente variabile e ora la parola passa alla sfera istituzionale. I gazawi vogliono la libertà e il diritto al ritorno. Accetteranno le concessioni ottenute grazie all’Egitto nel caso in cui le istituzioni locali, ovvero Hamas, le accettasse?

I gazawi non sono Hamas, e i prossimi giorni si capirà se la Marcia si sarà chiusa come si chiuse la prima intifada nel 1993 o se i diritti irrinunciabili per cui circa 270 martiri hanno perso la vita sono ancora irrinunciabili e nessun accordo li metterà all’angolo.

Patrizia Cecconi

Betlemme 30 marzo 2019