Il genocidio israeliano a Gaza è una guerra demografica

Joseph Massad

23 maggio 2025 – Middle East Eye

Dietro l’uccisione di massa e l’espulsione dei palestinesi si cela un imperativo strategico: ripristinare il predominio demografico ebraico in tutto il territorio sotto il controllo coloniale israeliano.

Il genocidio in corso a Gaza, che ha ucciso quasi 54.000 palestinesi, insieme ai vari piani per espellere i sopravvissuti, ha un obiettivo primario: salvaguardare linsediamento coloniale ebraico di Israele ripristinando la maggioranza demografica ebraica persa, che era stata ottenuta fin dal 1948 attraverso uccisioni di massa ed espulsioni.

I sionisti compresero subito che l’unica possibilità di sopravvivenza del loro progetto di colonizzazione era l’istituzione di una maggioranza ebraica attraverso l’espulsione dei palestinesi.

Theodor Herzl, il fondatore del movimento sionista, delineò negli anni Novanta dell’Ottocento i primi piani in merito, piani che l’Organizzazione Sionista ha poi perseguito a partire dagli anni Venti del Novecento. Tuttavia l’espulsione divenne possibile solo dopo la conquista militare sionista della Palestina.

Alla vigilia della guerra del 1948 la Palestina contava una popolazione ebraica di 608.000 persone (pari al 30%), la maggior parte delle quali giunta nel paese nei due decenni precedenti, insieme a 1.364.000 palestinesi.

Durante la conquista del 1948 le forze sioniste uccisero l’1% della popolazione palestinese, oltre 13.000 persone, e ne espulsero circa 760.000, ovvero più dell’80% di coloro che vivevano nell’area che Israele avrebbe poi dichiarato Stato ebraico.

Furono queste uccisioni e questi interventi di pulizia etnica ad istituire la superiorità demografica ebraica in Israele tra il 1948 e il 1967.

Espulsione

Nel novembre del 1948 erano rimasti in Israele circa 165.000 palestinesi e la popolazione ebraica coloniale era salita a 716.000 persone, con un incremento dal 30 all’81% quasi da un giorno all’altro.

Nel 1961 la popolazione ebraica era cresciuta fino a 1.932.000 su una popolazione totale di 2.179.000, portando la percentuale ebraica all’89%.

Alla vigilia della conquista israeliana di tre paesi arabi nel 1967 la popolazione complessiva contava 2,7 milioni di persone, di cui 2,4 milioni erano coloni ebrei e loro discendenti, con la persistenza dell’89% di prevalenza ebraica.

Il principale passo falso demografico commesso dalla colonia ebraica fu la conquista, nel 1967, del resto della Palestina, insieme alle alture del Golan e allo scarsamente popolato Sinai egiziano.

La voracità territoriale di Israele, pur portando a una conquista che ne triplicò le dimensioni geografiche, compromise significativamente la supremazia demografica ebraica per il cui ottenimento i sionisti si erano così duramente impegnati dal 1948.

Prima dell’espulsione del 1967 la popolazione della Cisgiordania era stimata tra 845.000 e 900.000 abitanti, mentre quella della Striscia di Gaza variava tra 385.000 e 400.000 abitanti.

L’espulsione vera e propria iniziò durante la conquista israeliana, con oltre 200.000 palestinesi, molti dei quali rifugiati del 1948 provenienti da quello che era diventato Israele, costretti ad attraversare il fiume Giordano dalla riva occidentale a quella orientale.

Minaccia demografica

A Gaza fino al dicembre 1968 le forze israeliane espulsero 75.000 palestinesi e impedirono ad altri 50.000, che lavoravano, studiavano o viaggiavano in Egitto o altrove, di tornare a casa.

Dopo le espulsioni il censimento israeliano del settembre 1967 registrò una popolazione di 661.700 abitanti in Cisgiordania e 354.700 a Gaza.

La popolazione palestinese di Gerusalemme Est contava 68.600 persone. Complessivamente, questo significava che la popolazione palestinese complessiva di Israele, Cisgiordania e Gaza ammontava a 1.385.000, riducendo la percentuale di ebrei in tutti i territori controllati da Israele dall’89% al 56%, con l’esclusione delle poche migliaia di siriani ed egiziani rimasti sulle alture del Golan e nel Sinai.

Infatti dalle alture del Golan gli israeliani espulsero tra 102.000 e 115.000 siriani, lasciandone non più di 15.000.

Riguardo alla popolazione del Sinai, all’epoca composta principalmente da beduini e contadini, 38.000 di loro divennero profughi. Inoltre con il progredire dell’occupazione Israele continuò a deportare centinaia di palestinesi.

Negli anni ’70 questo terremoto demografico successivo al 1967 procurò all’allora Primo Ministro israeliano Golda Meir molte notti insonni, preoccupata per il numero di palestinesi concepiti ogni notte.

La riduzione della quota ebraica coloniale della popolazione continuò, con la crescente ansia degli israeliani, fino al 1990.

Afflusso sovietico

Nel 1990 la popolazione dell’Israele del 1948 aveva raggiunto circa 4,8 milioni di abitanti, di cui 3,8 milioni di ebrei e un milione di palestinesi, mentre la popolazione palestinese della Striscia di Gaza era di 622.016 persone e quella della Cisgiordania di 1.075.531.

Il numero totale di palestinesi sotto il controllo israeliano era di 2.697.547, il che significava che gli ebrei rappresentavano il 58% della popolazione, un aumento marginale rispetto al 56% del 1967.

Il crollo dell’URSS e le conseguenti crisi economiche nelle repubbliche post-sovietiche portarono a un’emigrazione di massa, soprattutto tra gli ebrei, che trovavano più facile trasferirsi poiché la Legge del Ritorno israeliana offriva loro una destinazione immediata senza le complicazioni dell’emigrazione verso i paesi occidentali.

Ciò rese Israele un’opportunità molto attraente per gli ebrei sovietici e una manna dal cielo per lo Stato israeliano, poiché contribuì a prevenire la temuta “bomba demografica” palestinese, così come la crisi cominciò a essere definita dagli israeliani.

Tuttavia si scoprì che il milione di ebrei sovietici immigrati in Israele tra il 1990 e il 2000 – che ne alterarono significativamente la demografia aumentando sia la popolazione ebraica che quella ashkenazita [ebrei provenienti dall’Europa, ndt.] – non erano tutti ebrei.

L’appartenenza ebraica di oltre la metà di loro fu messa in discussione sia dai rabbini israeliani, che insistevano sul fatto che un ebreo dovesse essere una persona nata da madre ebrea, sia dai gruppi sionisti, tra cui la Zionist Organisation of America (ZOA), poiché molti dei nuovi arrivati ​​avevano, nella migliore delle ipotesi, solo un nonno ebreo. Tra questi, coniugi e altri parenti per nulla ebrei.

Molti degli immigrati post-sovietici si rifiutarono di imparare l’ebraico e continuarono a parlare russo, il che portò alla pubblicazione in Israele di numerosi giornali in lingua russa per venire incontro alle loro esigenze. Alcuni giovani immigrati formarono persino gruppi neonazisti e skinhead che attaccavano ebrei e sinagoghe in tutto il paese.

Tuttavia questa importante ondata migratoria non poté competere con la crescita della popolazione palestinese.

Panico demografico

Nel 2000 la popolazione di Israele aveva raggiunto i 6,4 milioni, di cui cinque milioni di ebrei e quasi 1,2 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 2,012 milioni e quella di Gaza di 1,138 milioni, riducendo la percentuale di coloni ebrei e dei loro discendenti a non più del 52% della popolazione totale.

Rendendosi conto che le poche colonie europee sopravvissute al cambio di rotta globale del colonialismo di insediamento a partire dagli anni ’60 – tra cui il Sudafrica sostanzialmente fino al 1994 – erano quelle che mantenevano una massiccia maggioranza demografica bianca, come Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, il governo israeliano si lasciò prendere dal panico.

Alla fine di quell’anno, il ripristino della superiorità demografica ebraica era diventato una vera e propria ossessione.

Quel dicembre l’Istituto di Politica e Strategia del Centro Interdisciplinare dell’Università di Herzliya in Israele tenne la prima di una serie di conferenze annuali incentrate sulla forza e la sicurezza dello Stato, con particolare riguardo al mantenimento del suo carattere suprematista ebraico.

Uno dei “Punti Principali” individuati nel rapporto di 52 pagine della conferenza era la preoccupazione per i numeri demografici necessari per preservare la supremazia ebraica in Israele:

L’alto tasso di natalità [degli arabi israeliani] mette in discussione il futuro di Israele come Stato ebraico… Le attuali tendenze demografiche, se dovessero continuare, mettono a repentaglio il futuro di Israele come Stato ebraico. Israele ha due strategie alternative: di adattamento o contenimento. Quest’ultima richiede una politica demografica sionista energica e a lungo termine, i cui effetti politici, economici ed educativi garantiscano il carattere ebraico di Israele.

Il rapporto aggiungeva assertivamente che “coloro che sostengono la preservazione del carattere di Israele come… Stato ebraico per la nazione ebraica… costituiscono la maggioranza della popolazione ebraica in Israele”.

Mantenere la superiorità

La conferenza non fu un’iniziativa isolata. Fu l’allora presidente israeliano Moshe Katsav in persona a dare il benvenuto ai partecipanti.

Riflettendo le opinioni suprematiste ebraiche dominanti tra gli ebrei israeliani e le organizzazioni ebraiche americane filo-israeliane, la conferenza fu co-sponsorizzata dall’American Jewish Committee, dall’Israel Center for Social and Economic Progress, dal Ministero della Difesa israeliano, dall’Agenzia Ebraica, dall’Organizzazione Sionista Mondiale, dal Centro per la Sicurezza Nazionale dell’Università di Haifa e dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale israeliano presso l’Ufficio del Primo Ministro.

La conferenza vide la partecipazione di 50 relatori: alti funzionari governativi e militari, tra cui ex e futuri primi ministri, professori universitari, personalità del mondo degli affari e dei media, nonché accademici ebrei americani e agenti della lobby filo-israeliana statunitense.

Da allora la conferenza di Herzliya si tiene annualmente, la questione demografica viene regolarmente discussa e proposte strategie per salvaguardare la superiorità demografica ebraica.

Nel 2002 l’ex Primo Ministro israeliano Shimon Peres, figura chiave del governo israeliano dagli anni ’50, espresse preoccupazione per il “pericolo” demografico palestinese, poiché la Linea Verde che separa Israele dalla Cisgiordania stava iniziando a “scomparire… il che potrebbe portare a un legame tra il futuro dei palestinesi della Cisgiordania e quello degli arabi israeliani”.

Descrisse la questione come una “bomba demografica” e auspicò che l’arrivo di altri 100.000 ebrei in Israele avrebbe rinviato questo “pericolo” demografico di altri 10 anni. Sottolineò che “la demografia sconfiggerà la geografia”.

Nel 2010 la popolazione israeliana aveva raggiunto i 7,6 milioni di abitanti, di cui 5,75 milioni di ebrei e 1,55 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 2,48 milioni e quella di Gaza di 1,54 milioni. Questo rendeva la popolazione ebraica una minoranza non superiore al 49% per la prima volta dopo la massiccia pulizia etnica dei palestinesi del 1948.

Ciò era intollerabile per lo Stato di apartheid, ed è stato in questo contesto che il parlamento israeliano approvò nel luglio 2018 una nuova “Legge fondamentale: Israele come Stato-nazione del popolo ebraico”, dove si afferma che “la terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, in cui è stato istituito lo Stato di Israele” e che “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivo del popolo ebraico”.

La nuova legge, dichiarata costituzionale dalla Corte Suprema israeliana nonostante il suo carattere razzista, fu un’esplicita conferma che Israele aveva compreso di stare perdendo la “guerra” demografica.

Infatti affermava che, indipendentemente dal numero di ebrei rimasti in Israele o dalla loro percentuale rispetto alla popolazione, avrebbero continuato a godere di privilegi razzisti e coloniali esclusivi nei confronti dei palestinesi indigeni.

Supremazia codificata

Nel 2020 la popolazione di Israele contava 9,2 milioni di persone, di cui 6,8 milioni di ebrei e 1,9 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 3,05 milioni e quella di Gaza di 2,047 milioni, con una ulteriore riduzione della percentuale di coloni ebrei e dei loro discendenti al 47% della popolazione totale.

I palestinesi, tuttavia, non sembrano essere l’unica popolazione considerata una “bomba” demografica che minaccia la superiorità demografica ebraica.

Soltanto nel gennaio 2023 Morton Klein, presidente nazionale della ZOA, ha rilasciato una dichiarazione allarmata sull’imminente “de-giudaizzazione” dello Stato ebraico.

Questa volta i colpevoli si sono rivelati essere gli pseudo-ebrei, coloro a cui la famigerata e razzista “Legge del Ritorno” di Israele ha permesso l’ingresso nel Paese. La legge fu modificata nel 1970 per consentire a chiunque nel mondo avesse un nonno ebreo – inclusi il coniuge, i figli e i nipoti non ebrei di tale persona, e i rispettivi coniugi – di diventare colono in Israele e ottenere la cittadinanza israeliana.

La dichiarazione della ZOA affermava con rammarico che l’emendamento del 1970 aveva permesso a mezzo milione di “non ebrei” provenienti dall’ex Unione Sovietica (FSU) di stabilirsi nello Stato ebraico.

La preoccupazione si basava sui dati del governo israeliano secondo cui “in gran parte a causa della clausola sui nonni oltre il 50% di tutti gli immigrati nello Stato ebraico lo scorso anno erano non ebrei, e il 72% degli immigrati provenienti dai paesi dell’ex Unione Sovietica nello Stato ebraico oggi sono non ebrei”.

L’organizzazione sionista rilevava che “questo sta causando un calo significativo della percentuale di ebrei che vivono in Israele, mettendo a repentaglio la continuità di Israele come Stato ebraico”.

Secondo la dichiarazione della ZOA questa situazione spaventosa avrebbe comportato che “i non ebrei avranno sempre più influenza nel determinare i leader, le leggi e le decisioni di sicurezza dello Stato ebraico” e che “gli ebrei della diaspora che hanno bisogno o desiderano vivere nella patria ebraica potrebbero ritrovarsi in futuro in uno Stato a maggioranza non ebraica”.

La dichiarazione chiedeva “l’eliminazione o una modifica della clausola sui nonni. Dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che lo Stato ebraico rimanga ebraico”.

Sebbene non arrivasse a chiedere esplicitamente l’espulsione di mezzo milione di coloni europei “non ebrei”, come Israele aveva fatto con i palestinesi nativi nel 1948 e nel 1967, l’implicazione era chiara.

Se si accetta l’opinione della ZOA secondo cui questi ex ebrei sovietici in Israele oggi non sono affatto ebrei, allora la percentuale di ebrei scende ulteriormente fino al 42%.

Fase finale

È stato in questo contesto che nel maggio 2021 Israele, la sua Corte Suprema e i coloni ebrei hanno intensificato la loro campagna per terrorizzare i palestinesi di Gerusalemme Est , espellendo 13 famiglie – per un totale di 58 persone – dalle loro case nel quartiere di Shaykh Jarrah.

Altri 1.000 palestinesi sono stati minacciati di sfratto dai coloni e dai tribunali israeliani.

La decisione è stata vista a livello internazionale come un’ulteriore conferma che Israele è uno Stato di apartheid.

Nel gennaio 2021 l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem aveva già pubblicato un rapporto che identificava il regime israeliano come uno Stato di “supremazia ebraica” e descriveva Israele come uno Stato di apartheid.

Ad aprile, un mese prima della sentenza della Corte Suprema, Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto in cui dichiarava Israele uno Stato di apartheid sia all’interno dei confini del 1948 che nei territori occupati del 1967.

Amnesty International ha seguito l’esempio nel febbraio 2022, dichiarando anch’essa Israele uno Stato di apartheid.

È in considerazione dello status di minoranza dei coloni ebrei israeliani che si sta verificando l’attuale genocidio a Gaza, parallelamente ai piani per espellere i sopravvissuti palestinesi al di fuori della Striscia.

Il disperato tentativo israeliano di ripristinare la supremazia demografica ebraica è ciò che spinge allo sterminio e all’espulsione pianificata dei due milioni di palestinesi a Gaza. Nel marzo 2025 il governo israeliano ha approvato la creazione di “un organismo per la gestione della migrazione volontaria [dei palestinesi] da Gaza”.

Il governo degli Stati Uniti, che durante le amministrazioni di Joe Biden e Donald Trump ha collaborato con Israele per trovare destinazioni per i sopravvissuti palestinesi al genocidio espulsi, starebbe mediando un altro accordo, questa volta con i signori della guerra libici, per accoglierli.

Con l’esodo di un numero compreso tra 100.000 e mezzo milione di ebrei israeliani dal Paese dall’ottobre 2023, in continuità con una precedente tendenza all’emigrazione, sembra improbabile che, anche se Israele riuscisse nelle sue campagne di sterminio ed espulsione a Gaza, possa mai ripristinare la supremazia demografica ebraica.

L’unica opzione rimasta sarebbe quella di sterminare tutti i palestinesi, non solo quelli di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di storia politica e intellettuale araba moderna alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli, sia accademici che giornalistici. Tra le sue opere figurano: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la creazione dellidentità nazionale in Giordania],Desiring Arabs [Arabi Desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi]. Più di recente ha pubblicato Islam in Liberalism [LIslam nel liberalismo]. I suoi libri e articoli sono stati pubblicati in una decina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Tre progetti di Israele per il 2022

Tawfiq Abu Shomar

27 dicembre 2021 – Monitor de Oriente

Il primo progetto: gli israeliani progettano di assorbire una possibile nuova ondata di immigrati dall’Ucraina e si aspettano che la Russia scateni una guerra contro quel Paese all’inizio del 2022, perché la Russia ha mobilitato 100 battaglioni sulla frontiera dell’Ucraina. Gli esperti raccomandano di prepararsi per questa grande massa di immigrati, per cui devono essere approvati finanziamenti speciali destinati a loro. Esiste anche la possibilità che ciò venga accompagnato da un’altra ondata di immigrati dalla stessa Russia, perché gli Stati Uniti e l’Europa applicheranno sanzioni economiche contro di essa, il che spingerà a emigrare anche migliaia di ebrei russi.

Lo scrittore Micha Levinson il 19 dicembre ha scritto sul Jerusalem Post [quotidiano israeliano in lingua inglese, ndtr.]: “Secondo l’American Jewish Year Book 2019 [annuario della comunità ebraica nordamericana, ndtr.], circa 200.000 ucraini possono essere ammessi all’alyià [la salita, ossia l’immigrazione in Israele, ndtr.] in base alla legge del Ritorno [norma che stabilisce i requisiti per aver diritto alla cittadinanza israeliana in quanto ebrei, ndtr.]. Benché la maggioranza non si identifichi come ebrea né lo sia in base alle leggi religiose, decine di migliaia di rifugiati potrebbero chiedere la cittadinanza israeliana.” Quindi, secondo Levinson, il governo di Naftali Bennett suggerisce di eliminare il monopolio dell’ebraizzazione imposto dal Gran Rabbinato, ortodosso, per concedere ai rabbini moderni e riformisti la possibilità di ottenerne l’ebraizzazione in modo rapido, perché c’è mezzo milione di immigrati dell’ex-Unione Sovietica e di altri Paesi che non sono ebrei in base ai criteri rabbinici, compreso il Gran Rabbino sefardita [di origine araba o di altri Paesi musulmani, ndtr.] Yitzhak Yosef, che l’anno scorso li ha definiti “comunisti ostili alla religione”. Secondo l’analisi del più importante demografo [israeliano], Sergio della Pergola, docente dell’Università Ebraica, essi rappresentano il 5% degli ebrei israeliani.

Il secondo progetto è comparso il 19 dicembre sul giornale Israel Hayom [quotidiano gratuito israeliano di estrema destra, ndtr.] e riguarda il metodo di repressione delle manifestazioni e delle rivolte del popolo palestinese che continua a resistere sulla sua terra dal 1948. Yoav Limor ha scritto: “Dopo l’operazione Guardiano delle Mura [l’attacco israeliano contro Gaza del maggio 2021, ndtr.] le IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] e la polizia israeliani hanno lavorato per ricavare lezioni dal conflitto per il futuro. Si è immediatamente deciso di trasferire alla polizia il comando delle unità della polizia di frontiera dell’esercito, così come di far ricorso alle truppe del comando del fronte interno per sostituire la polizia nella sicurezza delle basi e dei convogli delle IDF. Quanto alle nuove unità della polizia di frontiera, esse saranno formate da riservisti che finora prestavano servizio soprattutto nelle unità militari “regolari”, in genere di fanteria o nella difesa delle frontiere.

L’unità parteciperà alle attività operative in corso in Giudea e Samaria (la Cisgiordania occupata) e a Gerusalemme e, se necessario, opererà sotto il controllo della polizia israeliana per missioni di sicurezza interna, come la prevenzione di disordini violenti nelle città miste.” Queste città miste includono, tra le altre, Lydda, Nazaret, Haifa e San Giovani d’Acri.

Questa unità ha effettuato il suo primo addestramento qualche giorno fa nella città palestinese di Umm Al-Fahm e realizzerà interventi rapidi con il pretesto di mantenere la sicurezza e combattere il terrorismo palestinese e gli assassini giornalieri. Tuttavia l’obiettivo non dichiarato è di opprimere i palestinesi.

Quanto al terzo progetto, viene applicato fuori da Israele dal principale gruppo di pressione a favore di Israele negli Stati Uniti, il Comitato delle Questioni Pubbliche Americano-Israeliane (AIPAC). L’organizzazione progetta di trasformarsi nella lobby israeliana di appoggio ai candidati al Congresso, finanziando la campagna dei membri del Congresso e dei candidati alle elezioni favorevoli a Israele. Li appoggerà finanziariamente e logisticamente per attrarre i sostenitori di Israele sia del partito Democratico che di quello Repubblicano.

La presidentessa dell’AIPAC, Betsy Berns Korn, ha affermato: “In tutta la storia dell’AIPAC il consiglio di amministrazione ha adeguato costantemente la nostra strategia politica per garantire che potessimo continuare ad avere successo in una Washington in continuo mutamento. Il contesto politico del Distretto Federale ha conosciuto un profondo cambiamento. L’esasperazione nei rapporti tra i partiti, il notevole ricambio nel Congresso e la crescita esponenziale dei costi delle campagne elettorali ora dominano il panorama. Perciò il Consiglio ha deciso di introdurre questi due nuovi strumenti.” Ha aggiunto che il PAC [Piano di Accumulo del Capitale] dell’AIPAC “metterà in risalto e appoggerà gli attuali parlamentari democratici e repubblicani, così come i candidati al Congresso, che sostengono Israele. La creazione dei PAC fa parte di varie iniziative nuove che l’AIPAC ha lanciato negli ultimi due anni, inclusa una maggiore presenza sulle reti sociali, un’iniziativa digitale e una prossima applicazione dell’AIPAC. Finora le iniziative hanno aumentato significativamente il numero dei nostri aderenti a 1.5 milioni di membri e sta crescendo.”

L’ex-presidente democratico dell’AIPAC, Steven Grossman, ha commentato questo cambiamento affermando: “Avendo visto le modifiche e l’evoluzione della politica statunitense in quest’ultimo decennio circa, appoggio quello che ha detto l’AIPAC perché darà all’organizzazione e ai suoi membri un’opportunità ancora più significativa di svolgere un ruolo attivo nella vita politica statunitense nel momento in cui ciò è fondamentale.”

Concludo dicendo che mi piacerebbe che potessimo beneficiare dei sistemi israeliani nella pianificazione e nella preparazione del futuro, modificando la nostra lotta, ammettendo in primo luogo i nostri errori e poi facendo progetti per il futuro adeguati per cambiare la nostra strategia.

Ricordate: la politica è una partita a scacchi e si può vincere solo conoscendo i piani dell’avversario.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necesariamente la política editoriale di Monitor de Oriente.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




Un’app per evitare i taxisti arabi: poteva esistere solo nel regime israeliano di apartheid!

Nasim Hamed

24 febbraio 2020 – Middle East Monitor

Un’app israeliana per chiamare i taxi, che offre ai suoi clienti ebrei l’opzione che garantisce che non verranno trasportati da un taxista arabo, è stata denunciata da alcuni avvocati per i diritti umani. Gett, una multinazionale con utenti in quasi tutte le città più importanti, potrebbe dover sborsare $ 47 milioni in indennizzi per aver fornito una funzione che discrimina i non-ebrei.

Nella causa collettiva intentata questa settimana, la funzione extra di Gett, un servizio esclusivo noto come “Mehadrin” offerto a ebrei osservanti, è descritta da Asaf Pink, l’avvocato che lavora al caso, come “un servizio razzista che fornisce taxi con autisti ebrei.” Pink e il Centro di Azione Religiosa israeliano (un gruppo locale di attivisti) hanno presentato il caso dopo un’indagine privata che ha provato che il servizio era stato creato su misura per andare incontro alle necessità specifiche dei passeggeri ebrei, benché discriminatorio.

Nel corso dell’indagine del 2018, Herzl Moshe, il rappresentante di Gett a Gerusalemme, pare abbia affermato che non avrebbe mai assunto un autista arabo per il servizio speciale offerto agli ebrei, anche se avessero accettato le condizioni di Gett. “Lasciate che vi racconti un segreto.” ha detto in dichiarazioni registrate. “Gett Mehadrin non è per i religiosi [ebrei]. È per quelli che non vogliono un taxista arabo. Quando mia figlia vuole spostarsi, io le chiamo un Gett Mehadrin. A lei non importa se l’autista è religioso o no, perché quello che vuole è che sia ebreo.”

L’agenzia a cui hanno commissionato l’investigazione privata ha anche mandato un arabo a chiedere se poteva lavorare per il servizio, ma gli è stato detto di no. Moshe avrebbe detto: “Io ho 1500 autisti arabi e non uno di loro lavora, né lavorerà, per Mehadrin.”

Il caso ha scatenato un dibattito sulla natura del razzismo in Israele. Nonostante le sue molte somiglianze con il Sud Africa durante il periodo dell’apartheid, lo Stato sionista ha avuto un certo successo nel proteggersi dal tipo di stigma che abbatté il regime razzista nel 1991.

Parte di questo successo è dovuto al fatto che i legislatori israeliani hanno evitato di imporre quello che è spesso definito “il piccolo apartheid”. Questa pratica è il lato più visibile dell’apartheid e include la segregazione basata sulla razza nei servizi, come i luoghi pubblici di divertimento, parchi, gabinetti e trasporti pubblici. L’app di Gett rientrerebbe di sicuro in questa categoria.

Il “grande apartheid” si riferisce alle limitazioni imposte ai neri in Sud Africa e relative all’accesso alla terra e ai diritti politici. Queste includevano leggi che impedivano ai neri sud-africani persino di vivere nelle stesse aree dei bianchi. Negavano anche ai neri africani la rappresentanza politica e, nei casi più estremi, la cittadinanza in Sud Africa.

Anche se in Israele si possono trovare entrambe le forme di apartheid, non esistono cartelli come “Solo per bianchi” o, nel caso di Israele, “Solo per ebrei”. Per trovare esempi di entrambe le forme bisogna fare uno sforzo maggiore che semplicemente leggere un cartello su un bus.

Si vedono quotidianamente esempi di ‘grande apartheid’ nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza. Oltre cinque milioni di palestinesi sono tenuti da circa settant’anni in uno stato di occupazione senza il diritto al voto. Israele amministra un territorio dove la legge non è applicata equamente. Esistono sistemi legali e giudiziari separati per ebrei e non ebrei. Israeliani e palestinesi sono segregati anche in settori quali l’alloggio, l’istruzione, la salute, i trasporti e il welfare. Gli ebrei che vivono nei territori occupati sono considerati residenti dello Stato idonei a godere di tutti i diritti conferiti dallo Stato, ma la stessa legge non si applica ai loro vicini palestinesi.

Qualsiasi altro Paese in questa situazione sarebbe giustamente considerato uno Stato in apartheid, ma, per qualche motivo, questo è tollerato, presumibilmente perché l’occupazione è considerata una caratteristica temporanea di Israele. Va però fatto notare che il periodo di apartheid nella storia del Sud Africa è durato meno della cosiddetta “occupazione temporanea” della Palestina da parte di Israele.

La discriminazione nei territori occupati va molto più in profondità delle politiche razziste. Israele è un unicum nel modo in cui ha creato un modello di cittadinanza a vari livelli all’interno dello Stato con lo scopo di mantenerne il suo carattere ebraico. È stata emanata una serie di leggi per costruire lo Stato su una discriminazione istituzionalizzata. La Legge del Ritorno del 1950, per esempio, incorpora l’ideologia fondamentale del sionismo: tutti gli ebrei, indipendentemente da dove siano nati, hanno il diritto inalienabile di emigrare in Israele.

Intanto, la Legge sulla Cittadinanza del 1952 (meglio conosciuta come la Legge sulla Nazionalità) dà a tutte le persone a cui è concessa la nazionalità ebraica dalla succitata Legge del Ritorno il diritto di rivendicare automaticamente, senza alcuna procedura formale, la cittadinanza israeliana all’arrivo all’aeroporto Ben Gurion a Tel Aviv. Però la stessa legge stabilisce procedure specifiche per i non-ebrei che desiderano avere la cittadinanza.

Secondo il principio extraterritoriale israeliano di sovranità, la cittadinanza è concessa a chiunque condivida la stessa etnia o religione, indipendentemente da dove viva nel mondo. Nel caso di Israele, solo agli ebrei sono concessi i diritti di nazionalità, mentre i non ebrei residenti nello stesso territorio sono privati di tali diritti. In ciò Israele è un caso unico. Nessun Paese a maggioranza musulmana, per esempio, concede automaticamente la cittadinanza sulla base della religione o della propria “arabicità”. Allo stesso modo, nessuna democrazia occidentale concede la cittadinanza automatica solamente in base a razza e religione.

A differenza delle democrazie liberali in Occidente, Israele mantiene una distinzione imposta dalla costituzione tra “cittadinanza ” e “nazionalità”. Solo agli ebrei è concessa la nazionalità e solo loro possono godere completamente dell’intera gamma dei diritti riconosciuti dallo Stato. Questo ha generato un sistema odioso di concessioni di sussidi statali per dare l’impressione che Israele non stia discriminando i non ebrei.

Separando i servizi tra istituzioni “nazionali” e “governative”, Israele è in grado di convogliare legalmente le risorse per fornire i servizi solo ai cittadini ebrei. Per esempio, le istituzioni finanziate da gruppi sionisti come il Fondo Nazionale Ebraico possono discriminare, e lo fanno apertamente, a favore degli ebrei senza dare l’impressione di contaminare il governo, apparentemente democratico, con la puzza di razzismo.

Questo tipo di doppio binario di servizi pubblici fra ebrei e non ebrei nega ai cittadini non ebrei dello Stato l’accesso a fondi e servizi disponibili solo agli ebrei. Dato che il 92% della terra di Israele è “di proprietà” del Fondo Nazionale Ebraico, in gran parte espropriata ai palestinesi, inaccessibile ai cittadini israeliani non ebrei, questi sono impossibilitati per legge a possederli, affittarli, viverci o lavorarli.

Nonostante gli sforzi per limitare i casi di ‘piccolo apartheid’ e nascondere le discriminazioni sotto strati di sofismi, spesso erompono pratiche razziste come la segregazione sui trasporti pubblici, che ha una storia di condanne e innesca una spontanea reazione di sdegno.

Nel 2015 il governo israeliano si era trovato nella situazione imbarazzante di dover sospendere alcune nuove regole che avrebbero separato sugli autobus i passeggeri palestinesi dagli ebrei. L’anno scorso, tre ospedali israeliani hanno ammesso per la prima volta, di aver segregato le partorienti ebree dalle arabe. Nel 2018 i residenti di Afula, città nel nord di Israele, hanno fatto delle manifestazioni contro la vendita di una casa a una famiglia di cittadini palestinesi. La stessa città ha imposto ai palestinesi il divieto di entrare in un parco. Mesi prima, una piscina pubblica nel sud di Israele è stata denunciata per aver separato ebrei e palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)