Medico palestinese ferito continua a resistere

Fedaa al-Qedra

23 dicembre 2024 – The Electronic Intifada

All’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza il dott. Hussam Abu Safiya è diventato un simbolo di resilienza di fronte a un orrore inimmaginabile. Quell’orrore è in corso poiché lo scorso fine settimana l’ospedale e l’area circostante sono rimasti sotto attacco israeliano. Le persone ferite, traumatizzate e impaurite ivi rifugiate stanno affrontando la minaccia di un’evacuazione forzata.

Il pediatra e direttore dell’ospedale ha sopportato settimane di incessanti bombardamenti israeliani, la morte del figlio quindicenne Ibrahim e persino il suo stesso ferimento, il tutto rifiutandosi di abbandonare i suoi pazienti. Nel mezzo dell’assedio del suo ospedale, con continui bombardamenti israeliani durante la scorsa settimana, la storia di Abu Safiya sottolinea il costo umano della guerra e lo straordinario coraggio necessario per preservare la vita di fronte alla morte.

Dall’inizio di ottobre la campagna militare di Israele nel nord di Gaza ha devastato città come Jabaliya, Beit Lahiya e Beit Hanoun, sfollando circa 100.000-130.000 palestinesi e uccidendone centinaia. I tre ospedali della regione, tra cui l’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahiya, hanno subito l’impatto più devastante di questi attacchi, spinti sull’orlo del collasso dall’assedio e dai bombardamenti. Israele ha giustificato le sue operazioni con affermazioni infondate su attività di militanti all’interno di queste strutture, accuse negate con veemenza dal personale medico locale e dalle organizzazioni umanitarie.

Il calvario dell’ospedale Kamal Adwan è iniziato seriamente il 25 ottobre. Alle 2 di notte l’artiglieria israeliana ha bombardato l’ospedale, distruggendo forniture mediche vitali e la sua unità di dialisi, e mettendo fuori uso il generatore di ossigeno.

La conseguente interruzione dell’ossigeno ha causato la morte di due bambini nell’unità di terapia intensiva. Dopo qualche ora le truppe israeliane hanno preso d’assalto la struttura arrestando centinaia di pazienti, personale e civili sfollati rifugiatisi tra le sue mura.

Abu Safiya era tra coloro che sono stati brevemente trattenuti durante il raid.

“L’esercito israeliano mi ha trattenuto e mi ha chiesto di evacuare l’ospedale”, ha detto Abu Safiya in un’intervista telefonica a The Electronic Intifada e ad altri giornalisti. “Mi sono rifiutato e ho assicurato loro che all’interno c’erano solo pazienti. Ma hanno arrestato 57 dipendenti, lasciandoci con una grave carenza di medici, in particolare chirurghi. Ora rimaniamo solo io e un altro pediatra”, ha detto dopo l’attacco.

Il costo del rifiuto di Abu Safiya è stato personale e devastante: durante il raid un drone israeliano ha preso di mira il figlio quindicenne, Ibrahim, uccidendolo all’ingresso dell’ospedale.

“Mi sono rifiutato di lasciare l’ospedale e sacrificare i miei pazienti, quindi l’esercito mi ha punito uccidendo mio figlio”, ha raccontato Hussam Abu Safiya ai giornalisti che lo hanno contattato in merito alla situazione nel suo ospedale. In seguito ha seppellito Ibrahim vicino al muro dell’ospedale in modo che suo figlio potesse stargli vicino.

I giorni successivi al 28 ottobre, col ritiro delle forze israeliane, non hanno portato ad una tregua. Gli attacchi all’ospedale sono ripresi, con un picco improvviso il 31 ottobre quando i bombardamenti hanno distrutto un altro carico di materiale medico fornito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Secondo un comunicato stampa inviato su WhatsApp da Abu Safiya, come spesso accade, il 3 novembre è arrivata una delegazione dell’OMS per evacuare i pazienti. In tale frangente il reparto pediatrico è stato preso di mira dal fuoco israeliano, con il ferimento di diverse persone, tra cui una ragazzina di 13 anni. Il 4 e il 5 novembre ripetuti attacchi hanno danneggiato le cisterne dell’acqua aggravando ulteriormente le terribili condizioni dell’ospedale.

Àncora di salvezza

Nonostante queste difficoltà, l’ospedale Kamal Adwan rimane un’àncora di salvezza fondamentale per la popolazione della Striscia di Gaza settentrionale. All’inizio di novembre l’ospedale ospitava più di 120 pazienti, con civili feriti che continuavano ad arrivare ogni giorno, spesso trasportati su barelle improvvisate o su carretti trainati da animali.

“Dopo i ripetuti attacchi le ambulanze sono fuori uso”, ha spiegato Abu Safiya. “Siamo costretti a scegliere tra i pazienti a causa dell’enorme numero di feriti. Non avrei mai immaginato di vivere momenti così tragici”.

La notte del 23 novembre l’ospedale ha dovuto affrontare un’altra aggressione diretta. Un attacco con droni ha preso di mira l’ufficio di Abu Safiya pochi istanti dopo che era uscito dalla sala operatoria, lasciandolo gravemente ferito con ferite da schegge ad una gamba.

Il personale medico ha fatto fatica a fornire cure adeguate a causa della mancanza di specialisti e attrezzature. “Il nostro sistema sanitario è sull’orlo del collasso”, ha detto un’infermiera, descrivendo l’incapacità dell’ospedale di eseguire anche diagnosi di base o interventi chirurgici.

Il 24 novembre con una dichiarazione stampa dal suo letto d’ospedale attraverso WhatsApp Abu Safiya ha affermato: “Questo non ci fermerà. Sono rimasto ferito sul posto di lavoro, e questo è un onore. Il mio sangue non è più prezioso di quello dei miei colleghi o delle persone che serviamo. Non appena guarito tornerò dai miei pazienti”.

Gli attacchi all’ospedale Kamal Adwan fanno parte di una strategia più ampia che ha visto Israele intensificare dal 7 ottobre 2023 la sua aggressione su Gaza. Sostenuta dagli aiuti americani la campagna ha ucciso oltre 45.000 palestinesi (circa il due percento della popolazione di Gaza), ha sfollato centinaia di migliaia di persone e lasciato gran parte dell’enclave in rovina.

Sotto pressione i servizi sanitari stanno crollando, con il blocco dei corridoi umanitari e gli attacchi mirati al personale medico.

L’esercito israeliano ha affermato che le sue azioni sarebbero basate su “un’intelligence precisa” e ha denunciato la presenza di militanti che si spacciano per membri del personale ospedaliero. Tuttavia le uniche prove presentate sono state la testimonianza di un detenuto ottenuta con l’estorsione e le fotografie di armi che sarebbero state trovate vicino all’ospedale.

Abu Safiya ha respinto queste accuse dichiarando a The Electronic Intifada: “Questo è un ospedale. Non chiediamo ai pazienti le loro appartenenze politiche. La nostra missione è fornire assistenza a tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Il 4 dicembre Abu Safiya ha rilasciato una dichiarazione audio WhatsApp ai media descrivendo le condizioni del suo ospedale in quel momento: “I droni stanno sganciando bombe a frammentazione ferendo chiunque si trovi sul loro cammino. La situazione è diventata estremamente pericolosa. L’ospedale Kamal Adwan è stato sottoposto a un barbaro assalto da parte dei droni e ancora una volta l’occupazione concentra la sua aggressività sui team medici”.

Ha aggiunto: “Pochi istanti fa tre membri del nostro personale medico sono rimasti feriti. Uno di loro è in condizioni critiche e attualmente è sottoposto a un complesso intervento chirurgico in sala operatoria”.

Tuttavia il pediatra rimane fermo nel suo impegno verso i pazienti, anche se l’ospedale affronta la minaccia della completa distruzione.

“Siamo un istituzione sanitaria al servizio dei malati e dei feriti, non un campo di battaglia”, ha detto telefonicamente a The Electronic Intifada. “Il continuo attacco a questo ospedale è un deliberato tentativo di zittirci. Ma non mi tirerò indietro. La mia professione è il mio dovere e continuerò a trasmettere il mio messaggio umanitario fino al mio ultimo respiro”.

Il coraggio e la perseveranza del dottor Hussam Abu Safiya brillano attraverso l’oscurità dell’assedio in corso a Gaza. Mentre l’ospedale Kamal Adwan vacilla sull’orlo del collasso la sua storia è una testimonianza della resilienza di coloro che combattono non con le armi, ma con compassione e umanità.

Ultimi orrori

Mercoledì scorso Electronic Intifada ha parlato ancora una volta al telefono con Abu Safiya per discutere degli sviluppi del giorno precedente, che ha descritto come “uno dei giorni più bui, difficili e sanguinosi all’ospedale Kamal Adwan”. Il medico ha condiviso più o meno lo stesso messaggio con altri giornalisti.

L’ospedale, ha detto, è stato “preso di mira da aerei da guerra, che hanno colpito più di otto edifici nelle vicinanze. Uno di questi edifici era abitato”. Alcune delle persone in fuga sono state “avvolte dalle fiamme”. Descrivendo l’incidente come un “attacco orribile”, Abu Safiya ha detto che otto persone sono state uccise e che “i bambini rimangono intrappolati sotto le macerie carbonizzate“.

La situazione è ulteriormente peggiorata quando “bulldozer e carri armati sono entrati nell’area, sparando direttamente contro l’ospedale da tutte le direzioni”.

I danni sono stati gravi. “L’unità di terapia intensiva, situata sul lato occidentale, è stata colpita direttamente. I proiettili dei carri armati hanno colpito l’unità innescando un incendio che ci ha costretti a evacuare urgentemente i pazienti. Miracolosamente, siamo riusciti a salvare le bombole di ossigeno nel pronto soccorso. Purtroppo il reparto di isolamento è andato completamente a fuoco”.

Per la scarsità delle risorse l’incendio è stato difficile da controllare. “Per grazia di Dio, siamo riusciti a spegnere l’incendio a mani nude, poiché non erano disponibili estintori e l’erogazione idrica era stata interrotta. Abbiamo usato coperte e le nostre mani nude per controllare le fiamme”.

Nonostante la scena devastante Abu Safiya e i suoi colleghi continuano a perseverare malgrado un’unità di terapia intensiva che descrive come simile a “una zona di guerra, con proiettili che perforano attrezzature, muri e finestre”.

Rimane sbalordito dall’intensa violenza israeliana che ha preso di mira il suo ospedale e dal silenzio di così tante persone a cospetto di settimane di bombardamenti.

“È incomprensibile il motivo per cui siamo presi di mira in modo così brutale. Da oltre 75 giorni stiamo lanciando un appello al mondo, ma non è stato fatto nulla. Questa apatia consente agli occupanti di intensificare la loro violenza e temo che continueranno a colpire altri reparti, forse distruggendo l’ospedale davanti agli occhi del mondo. Tragicamente, questa è la nostra realtà”.

La realtà ha continuato a peggiorare nel corso del fine settimana con circa 400 persone, tra cui pazienti, che hanno affrontato la minaccia di evacuazione dall’ospedale in circostanze pericolose.

Domenica il giornalista Islam Ahmed dall’interno dell’ospedale ha detto a che nel fine settimana il numero dei pazienti era aumentato da 66 a 85 e che circa 10 corpi giacevano sulla strada a nord dell’ospedale. Lunedì Abu Safiya ha stimato il numero di pazienti a 91, affermando che “i bombardamenti non sono cessati per tutta la notte, distruggendo case ed edifici circostanti”. Ha descritto una “situazione estremamente terrificante” e ha chiesto “un intervento internazionale urgente prima che sia troppo tardi”.

Lunedì nel corso di un aggiornamento Ahmed ha detto che tre corpi rimasti all’interno dell’ospedale durante il weekend, tra cui quello di Ameena al-Mufti, una ragazza colpita da un attacco di droni israeliani, erano stati seppelliti nel corso della giornata in circostanze estremamente difficili.

Uscendo dall’ospedale, dice Ahmed, è pericoloso per si rischia la vita. Domenica sera, nel corso di un’intervista con The Electronic Intifada, si poteva sentire il rumore di spari.

Abu Safiya in una dichiarazione del fine settimana ha insistito sul fatto che l’evacuazione richiesta tramite un megafono israeliano avrebbe eventualmente richiesto giorni, non ore. Avrebbe dovuto essere reso disponibile l’ospedale indonesiano di Beit Lahiya, ha detto, mentre mancano le ambulanze per il trasporto i pazienti.

Ancora una volta, come in tante altre occasioni nelle ultime settimane, ha fatto appello a un mondo che non ascolta.

Fedaa al-Qedra è una giornalista di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La lunga Storia della Palestina – Come i palestinesi vedono il loro futuro e il loro passato

Ramzy Baroud

28 ottobre 2024 – The Palestine Chronicle

Stranamente è stato lo storico israeliano Benny Morris a cogliere nel segno quando ha formulato una previsione onesta sul futuro del suo paese e della sua guerra contro i palestinesi.

I palestinesi considerano tutto da una prospettiva ampia, a lungo termine”, ha detto in un’intervista rilasciata al quotidiano israeliano Haaretz nel 2019. “Essi vedono che qui ci sono al momento cinque-sei-sette milioni di ebrei, circondati da centinaia di milioni di arabi. Non hanno motivo di arrendersi, perché lo Stato ebraico non può durare. Sono destinati a vincere. Nel giro di 30 – 50 anni, qualunque cosa accada, ci sconfiggeranno”.

Morris ha ragione. Ha ragione nel senso che i palestinesi non rinunceranno, che non può esistere una situazione in cui le società sopravvivono e prosperano per un tempo indefinito sulla base di segregazione razziale, violenza ed esclusione – esclusione dell’altro, i palestinesi, e auto-isolamento.

La stessa Storia della Palestina è una prova di questa verità. Se gli oppressi, gli abitanti nativi del territorio, non sono completamente spazzati via o decimati, probabilmente insorgeranno, combatteranno e riconquisteranno la loro libertà.

Deve essere terribilmente frustrante per Israele che tutte le uccisioni e la distruzione in corso a Gaza non siano state sufficienti a influenzare l’esito complessivo della guerra, a proposito della quale Netanyahu continua a parlare di “vittoria totale”.

La frustrazione di Israele è comprensibile perché come tutte le occupazioni militari del passato Tel Aviv continua a credere che basti una quantità sufficiente di violenza a sottomettere le nazioni colonizzate.

Ma il comportamento collettivo dei palestinesi è guidato da una mentalità diversa.

Tra i diversi approcci storiografici, gli storici francesi moderni distinguono tra “Storia evenemenziale” e “lunga durata”. In sintesi, la prima crede che la Storia sia il risultato dell’accumularsi di eventi che si susseguono nel tempo, mentre la seconda concepisce la Storia in modo ben più complesso.

La Storia per essere credibile deve essere colta nel suo insieme, non solo come totalità degli eventi recenti o antichi, ma la somma di sentimenti, l’emergere di idee, l’evoluzione della coscienza collettiva, identità, relazioni e sottili mutamenti che accadono alle società nel corso del tempo.

I palestinesi sono un perfetto esempio di come la Storia sia plasmata dalle idee e non dalle armi; dalla memoria più che dalla politica; dalla speranza collettiva, più che dalle relazioni internazionali. Essi conquisteranno infine la loro libertà perché hanno investito in una traiettoria a lungo termine di idee, memorie e aspirazioni comuni, le quali spesso si traducono in spiritualità o, meglio, una profonda, inamovibile fede che diventa sempre più forte, persino in tempi di orribili guerre.

Il professore Richard Falk, relatore speciale per le Nazioni Unite, in un’intervista rilasciatami nel 2020 ha sintetizzato la lotta in Palestina come una guerra tra quelli che hanno armi e quelli che hanno legittimità. Ha aggiunto che nel contesto dei movimenti di liberazione nazionale ci sono due tipi di guerra: la guerra propriamente detta, combattuta da soldati armati, e la guerra per la legittimità. La parte che vince quest’ultima è quella che alla fine prevarrà.

I palestinesi infatti davvero “considerano tutto da una prospettiva ampia, a lungo termine”. Condividere l’affermazione di Morris potrebbe sembrare strano dato che, dopotutto, le società sono spesso determinate dalle loro lotte di classe e agende socio-economiche interne, non da una visione a lungo termine unificata e coesa.

È a questo punto che la “lunga durata” assume massima importanza nel caso palestinese. Anche se i palestinesi non hanno sottoscritto un accordo collettivo per aspettare che gli invasori se ne vadano o che la Palestina diventi nuovamente un luogo di coesistenza sociale, razziale e religiosa, essi sono animati, anche se inconsciamente, dalla stessa energia che ha spinto i loro antenati a opporsi all’ingiustizia in tutte le sue forme.

Mentre molti politici e accademici sono occupati a rimproverare ai palestinesi la loro stessa oppressione, la società palestinese continua a evolversi sulla base di dinamiche completamente indipendenti. In Palestina per esempio la resilienza, o sumud , è una cultura profondamente radicata, difficilmente soggetta a influenze esterne, politiche o accademiche. È una cultura che è antica come il tempo. Innata. Intuitiva. Generazionale.

Questa saga palestinese ha avuto inizio molto prima della guerra, molto prima di Israele, molto prima del colonialismo moderno. Questa verità dimostra che la Storia non è mossa soltanto da semplici eventi, ma da innumerevoli altri fattori; che, mentre la “Storia evenemenziale” – gli aspetti politici, militari ed economici che concorrono a plasmare la Storia con eventi a breve termine – è importante, la Storia a lungo termine permette una più profonda comprensione del passato e delle sue conseguenze.

Questa discussione dovrebbe coinvolgere tutti coloro che hanno a cuore la lotta in Palestina e sono desiderosi di presentare una versione della verità che non sia orientata da futuri interessi politici ma da una profonda comprensione del passato. Soltanto allora potremo cominciare a liberare lentamente la narrazione palestinese da tutte le Storie di comodo calate sul popolo palestinese.

Non è cosa da poco, ma è inevitabile perché di importanza cruciale per liberarsi dai confini di linguaggio, eventi storici, ricorrenze, statistiche disumanizzanti e vero e proprio inganno sovrapposti [alla verità in modo da deformarla n.d.t].

In definitiva dovrebbe essere chiaro a ogni lettore accorto della Storia che mentre i jet da combattimento e le bombe anti-bunker possono cambiare il corso degli eventi storici nel breve termine, il coraggio, la fede e l’amore per la propria comunità determinano la Storia a lungo termine. È per questo che i palestinesi stanno vincendo la guerra per la legittimità, ed è per questo che la libertà per i palestinesi è solo una questione di tempo.

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. É autore di sei libri. Il suo ultimo libro, una co-curatela con Ilan Pappé, è “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders and Intellectuals Speak out” [La nostra visione per la liberazione: leader e intellettuali palestinesi impegnati prendono posizione]. Il dott. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA). Il suo sito è www.ramzybaroud.net

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)