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La Corte suprema si pronuncia contro la restituzione di terra palestinese a Hebron a causa di problemi di sicurezza

Agar Shezaf

2 marzo 2022 – Haaretz

L’Alta Corte di giustizia israeliana ha confermato l’uso da parte dei militari di un complesso di proprietà palestinese a Hebron, sostenendo che “restituire la terra … danneggerebbe in modo significativo la sicurezza della popolazione israeliana nell’area”

Lunedì l’Alta Corte di giustizia israeliana ha respinto una petizione presentata dai palestinesi per impedire alle forze di difesa israeliane [IDF] di continuare a utilizzare un edificio a Hebron. costruito per la maggior parte su terreni palestinesi di proprietà privata, affermando che gli insediamenti fanno parte della “dottrina della sicurezza” dell’esercito israeliano.

L’esercito israeliano negli anni ’80 costruì una postazione militare su un terreno dove in precedenza era situata la stazione centrale degli autobus della città cisgiordana. A seguito di una risoluzione del governo del 2018, parte della terra è stata esclusa dall’ordine di requisizione militare originale in modo che su di essa potesse essere costruito un nuovo quartiere ebraico.

I firmatari hanno sostenuto che la destinazione di una parte della proprietà a edilizia residenziale dimostra che gli ordini di requisizione non sono stati emessi a fini di sicurezza, quindi devono essere annullati. Nel respingere la petizione, la corte ha stabilito che la presenza ebraica fa parte della dottrina della sicurezza regionale dell’esercito israeliano e che consentire agli ebrei di vivere lì non invalida la giustificazione per la confisca dell’appezzamento. L’opinione di maggioranza è stata redatta dal giudice Alex Stein.

L’ex stazione degli autobus appartiene in parte alla città di Hebron, che aveva preso in concessione il sito dal supervisore per le proprietà governative e abbandonate poste sotto l’Autorità Territoriale israeliana di Giudea e Samaria come affittuario protetto.

Nel 1983 fu emesso un ordine militare di requisizione della proprietà per costruire una postazione militare. Da allora l’ordinanza è stata impugnata più volte in tribunale. Ogni volta, l’esercito israeliano ha sostenuto che l’esproprio era basato esclusivamente su esigenze di sicurezza e le petizioni sono state respinte.

Trentacinque anni dopo, il governo decise che per costruire un nuovo quartiere – il quartiere Hizkiya, con 31 unità abitative – l’ordine di requisizione doveva essere ridotto e l’area di proprietà dell’Autorità Territoriale doveva esserne esclusa. Tale manovra amministrativa alla fine permise alla comunità ebraica di Hebron di presentare un piano edilizio per il nuovo quartiere che sarebbe sorto su terreni posti sotto l’egida dell’Autorità. Successivamente, l’ordine di requisizione militare è stato rinnovato per il resto dell’edificio di proprietà privata palestinese, su cui sono attualmente previsti edifici militari permanenti.

I firmatari della petizione, i proprietari delle terre e la città di Hebron hanno affermato che fare un’eccezione per una parte del terreno per costruire un nuovo quartiere ebraico ha rivelato il vero motivo degli ordini militari di confisca: il desiderio di espandere gli insediamenti.

Restituire la terra ai proprietari palestinesi, tuttavia, “danneggerebbe in modo significativo la sicurezza della popolazione israeliana nell’area e del reparto militare lì stanziato” ha affermato lo Stato israeliano. Il governo ha anche affermato di aver valutato la costruzione di strutture permanenti per la postazione militare sul terreno demaniale – dove oggi è previsto il nuovo quartiere – ma che è tecnicamente impossibile.

Per quanto riguarda le affermazioni dei firmatari secondo cui [il progetto, ndt.] di un quartiere ebraico sul sito è la prova che le necessità militari non sussistono, Stein ha scritto nella decisione del tribunale: “La presenza civile ebraica fa parte della dottrina della sicurezza regionale dell’ esercito israeliano nell’area. Questo perché la presenza di cittadini che detengono i beni confiscati contribuisce notevolmente al mantenimento della sicurezza in quella stessa area e facilita lo svolgimento della loro missione da parte dei militari”.

Stein ha citato due sentenze della fine degli anni ’70 che sono considerate centrali nel dibattito sulle colonie: le sentenze Beit El ed Elon Moreh. Entrambi questi casi riguardavano l’istituzione di comunità ebraiche su terreni palestinesi di proprietà privata sulla base di ordini militari.

La sentenza del 1978 ha consentito all’insediamento di Beit El, adiacente a Ramallah, di rimanere perché una presenza civile aiuta l’apparato di sicurezza dello Stato. La sentenza Elon Moreh, emessa pochi mesi dopo, ha riscontrato il contrario: la comunità ebraica dovrebbe essere rimossa dalle terre dei firmatari. Ciò era in parte dovuto al fatto che l’allora ministro della Difesa Ezer Weizman aveva votato contro l’istituzione di Elon Moreh. Questa sentenza ha dato vita a quella che viene chiamata la regola Elon Moreh, secondo la quale un ordine militare di confisca non può essere emesso per terreni palestinesi di proprietà privata per costruirvi una comunità ebraica.

In un’opinione dissenziente il giudice George Karra ha scritto che nel momento in cui parte della terra è stata esentata dall’ordine di confisca militare a causa della decisione del governo di costruirvi un quartiere civile, il comando militare non è più guidato da considerazioni esclusivamente di sicurezza. Pertanto, ha affermato, il tribunale avrebbe dovuto emettere un’ordinanza di motivazione – primo passo verso l’accoglimento del ricorso – che richiedesse allo Stato di spiegare il suo rifiuto di annullare l’ordine di confisca.

In un’opinione concorrente con Stein, il giudice Isaac Amit ha scritto che la vera domanda che sorge dalla petizione è perché le strutture militari permanenti vengono costruite sulla terra palestinese di proprietà privata piuttosto che sulla sezione in cui sarà costruito il nuovo quartiere ebraico. Ha ammesso di essere angosciato per questa questione, ma alla fine ha deciso di accettare la posizione dello Stato secondo cui quest’ultima sezione era stata giudicata strutturalmente inadatta per gli edifici militari progettati.

In ogni caso ha aggiunto che, anche se gli edifici militari fossero stati costruiti sul terreno previsto per il quartiere ebraico, l’esercito non avrebbe restituito l’altra parte ai palestinesi, poiché l’assunto è che consentire l’edificazione di case palestinesi vicino a edifici militari metterebbe in pericolo i soldati.

Samir Shihadia, l’avvocato che rappresenta il comune di Hebron nella causa, ha affermato che i firmatari “hanno dimostrato in tribunale che la presunta necessità militare per il cui la terra è stata confiscata da anni in realtà non è strettamente militare, ma è mescolato a considerazioni diverse, soprattutto se si tiene conto che parte di questa terra è stata destinata alla costruzione di una colonia. Quello che sta succedendo qui è il furto delle terre palestinesi”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’esercito israeliano ha riconosciuto che non era necessario uccidere in tempo reale i manifestanti a Gaza

Edo Konrad

24 luglio 2019 – + 972

L’esercito israeliano ammette di aver segretamente cambiato la propria politica dopo che si è reso conto che sparare alle gambe a manifestanti disarmati era letale. Le associazioni per i diritti affermano che la rivelazione è un’ammissione che Israele ha ucciso i manifestanti senza alcuna giustificazione.

L’esercito israeliano avrebbe cambiato le regole sull’aprire il fuoco per i propri cecchini schierati lungo la barriera tra Israele e Gaza, dopo che è risultato chiaro che hanno ucciso senza che vi fosse necessità manifestanti palestinesi disarmati, cosa che le associazioni per i diritti umani ed altre denunciano da molto tempo.

Nel corso della Grande Marcia del Ritorno a Gaza i cecchini e i tiratori scelti israeliani hanno ucciso 206 manifestanti palestinesi e ferito migliaia di altri – compresi minori, medici e giornalisti. Le proteste settimanali tuttora in corso, che sono iniziate nel marzo 2018, chiedono la fine dell’assedio israeliano a Gaza e il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi.

La giornalista israeliana Carmela Menashe, reporter militare per la radio pubblica israeliana, all’inizio di questa settimana ha twittato che le IDF [esercito israeliano, ndtr] hanno apportato la modifica quando hanno capito che “sparare alla parte bassa del corpo sopra il ginocchio in molti casi ha provocato la morte, pur non essendo questo l’obbiettivo.” Secondo Menashe i soldati hanno ricevuto istruzioni di “sparare sotto il ginocchio e, in seguito, alle caviglie.”

Un alto ufficiale della scuola antiterrorismo dell’esercito ha detto al sito di notizie israeliano Ynet che l’obbiettivo dei cecchini “non era uccidere ma ferire, perciò una delle lezioni (apprese) è stata a che cosa dovessero sparare …Inizialmente gli abbiamo detto di sparare alle gambe, abbiamo capito che ciò poteva uccidere, per cui gli abbiamo detto di sparare sotto il ginocchio. In seguito abbiamo emesso un ordine più preciso di sparare alle caviglie.”

Una dichiarazione pubblicata mercoledì dall’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem accusa gli ufficiali israeliani di aver ammesso apertamente di essere a conoscenza che i loro soldati uccidevano persone che, “anche agli occhi dello Stato, non c’era ragione che venissero ammazzate.”

“Nessuno si è preoccupato di cambiare gli ordini e l’esercito ha continuato ad agire per tentativi ed errori, come se non si trattasse di persone reali che potevano essere uccise o ferite…Persone le cui vite, e le vite dei loro familiari, sono state distrutte per sempre”, ha dichiarato B’Tselem.

L’esercito israeliano ha a lungo sostenuto che le proteste presso la barriera dovrebbero essere considerate nel contesto di un conflitto armato a lungo termine con Hamas, quindi le regole per aprire il fuoco sono soggette alle norme di un conflitto armato, che consentono un più ampio margine di azione per l’uso della forza letale.

Le associazioni per i diritti umani e molte altre hanno respinto questa logica, sostenendo che trattare proteste civili come conflitti armati è illegale. Al culmine delle manifestazioni, mentre aumentava il numero delle vittime, la procuratrice della Corte Penale Internazionale ha pubblicato un avvertimento secondo cui “la violenza contro civili – in una situazione come quella attuale a Gaza” potrebbe costituire un crimine di guerra. Chiunque ordini, incoraggi o attui tale violenza, ha detto, “è passibile di incriminazione dinnanzi alla Corte.”

Nonostante le critiche internazionali e le richieste di un’indagine indipendente sull’uccisione di manifestanti disarmati a Gaza, le autorità israeliane hanno ripetuto gli ordini di aprire il fuoco sui manifestanti disarmati.

Lo scorso maggio l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto due ricorsi delle associazioni israeliane per i diritti umani che chiedevano la fine delle uccisioni di civili disarmati presso la barriera. L’esercito israeliano in quel caso ha sostenuto che i proiettili veri potevano essere usati in risposta a “violenti disordini che costituiscono un pericolo reale e imminente per le forze dell’esercito o per i civili israeliani”, e che le regole d’ingaggio consentono “di sparare con precisione alle gambe di un importante fomentatore o istigatore [di disordini], per evitare il pericolo di una rivolta violenta.”

Lo Stato Maggiore ha anche aggiunto che “vi è un sistematico processo di elaborazione di istruzioni operative e loro implementazione”, che l’esercito ha affinato le procedure riguardo ad aprire il fuoco per “ridurre ulteriormente il più possibile le morti”, e che i casi in cui sono stati uccisi dei palestinesi sono stati riferiti allo Stato Maggiore per ulteriori indagini.

Edo Konrad è scrittore, blogger e traduttore e vive a Tel Aviv. In precedenza ha lavorato come redattore al quotidiano Haaretz ed è attualmente vice caporedattore della rivista +972 Magazine.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)