Kahane il profeta

Yakov Rabkin

7 Gennaio 2020 – Mondoweiss

Nel corso della mia recente visita a Tel Aviv ho pernottato su viale Ben-Gurion, a pochi passi dalla casa in cui visse Ben-Gurion, fondatore dello Stato sionista. Oggi il quartiere brulica di giovani che si riversano nei bar e nei ristoranti gironzolando a piedi, o più spesso a bordo di monopattini elettrici; molti di loro portano a tracolla un materassino da yoga. Buona parte di questi giovani ignora gli insegnamenti contenuti nella Torah [i primi cinque libri della bibbia ebraica, ndtr], e la manciata di sinagoghe che qui resiste è semivuota. Nel giorno in cui mi sono recato alla Grande Sinagoga, costruita per accogliere migliaia di fedeli, questa era popolata da appena venti persone accorse per la celebrazione mattutina dello Shabbat [il giorno di festa settimanale ebraica, che cade di sabato, ndtr.], di solito la più frequentata delle tre preghiere giornaliere.

Politicamente, il centro di Tel Aviv è considerato di sinistra o neutrale. Alcuni disprezzano i suoi valori edonistici, altri ne disapprovano la carenza di fervore nazionalista. Di conseguenza, mi ha sorpreso scoprire, dipinto sul muro di unabitazione, lo slogan del movimento ultra-nazionalista Kach: un pugno accompagnato dalla frase Soltanto così!(Rak Kach). Potrebbe sembrare improbabile trovare seguaci del rabbino Meir Kahane, fondatore del Kach, in questo quartiere altolocato e oggetto di gentrificazione [trasformazione di un quartiere povero in uno destinato a persone ricche, ndtr.].

Durante lultima sera trascorsa a Tel Aviv mi sono recato al cinema per la proiezione de Il Profeta, un documentario su Meir Kahane. Il film ripercorre le sue origini nella New York degli anni 70, le sue violente campagne portate avanti in nome della comunità ebraica sovietica, il suo arrivo in Israele e la sua elezione nella Knesset. Kahane fu un fiero nazionalista, ed era solito giustificare luso della violenza, per citare le sue parole, con il fetore di Auschwitz. In Israele, la sua pretesa esclusiva sulla terra aveva fondamenta nella promessa divina fatta ai discendenti del personaggio biblico di Giacobbe. Promosse il trasferimento dei non-ebrei fuori da Israele, incoraggiando tali migrazioni tramite mezzi pacifici, senza però escludere la possibilità di ricorrere alla violenza. In unoccasione fu persino sottoposto alla detenzione amministrativa, una misura regolarmente imposta a migliaia di palestinesi ma assai di rado ad ebrei. Il suo messaggio faceva infuriare gli altri deputati, i quali spesso abbandonavano laula quando prendeva la parola durante le sedute della Knesset. Lestablishment politico israeliano lo ostracizzava. Nel corso di una visita negli Stati Uniti nel 1990, Kahane fu assassinato nella natia New York.

Il film termina con una serie di filmati in cui appare lodierna classe politica israeliana. Si vedono alcune personalità dare voce alla concezione kahanista che insisteva sullo status inferiore dei palestinesi nello Stato sionista. Il passaggio che tratta la legge sullo Stato-Nazione del 2018, con il quale il film si conclude, rende tale principio ufficiale. Kahane sosteneva di esprimere ciò che molti israeliani pensavano ma non osavano dire.

Lattuale stallo politico in Israele è causato dallindisponibilità dei principali partiti a coinvolgere la terza forza politica in ordine di grandezza nella formazione di una coalizione di governo. Il motivo? Essa consta principalmente di cittadini palestinesi di Israele. Kahane derideva frequentemente coloro che difendevano luguaglianza: Vorreste un arabo come futuro ministro della Difesa?. I suoi messaggi erano grossolani ed inaccettabili in un contesto civile. Oggi non è più così.

Faut-il pleurer, faut-il en rire?, Dovremmo ridere o piangere?, domanda, in un ambito totalmente diverso, Jean Ferrat (nato Tenebaum), figlio di una vittima dellOlocausto, in una popolare canzone degli anni 60. I registi [del documentario] si astengono volontariamente dal rispondere a questa domanda. Agli ex discepoli e sostenitori di Kahane, molti dei quali sono stati intervistati per la realizzazione del film, il documentario potrebbe piacere. Lo stesso dicasi di coloro che condannano quella che viene percepita come la svolta a destra di Israele.

Forse allodierna classe politica israeliana il film può risultare più difficile da digerire. Lopera la pone dinnanzi a uno specchio, facendola apparire come erede politica del rabbino assassinato. Una fetta consistente della politica israeliana, presumibilmente, si opporrebbe ad una simile rappresentazione e rifiuterebbe tale associazione.

Visitando la casa-museo di Ben-Gurion, è possibile notare il vivo interesse del fondatore di Israele per le questioni militari. Unintera stanza è dedicata ai suoi rapporti con lesercito; dopotutto, egli non fu soltanto primo ministro, ma anche ministro della Difesa per molti anni. Nonostante la sua pubblica denuncia degli atti di violenza anti-araba commessi dai suoi avversari politici, unità paramilitari sotto il suo comando, come il gruppo di assalto Palmach, terrorizzarono a loro volta le popolazioni arabe e le costrinsero ad abbandonare il Paese tra il 1947 ed il 1949. Fu Ben-Gurion a disobbedire alle Nazioni Unite proibendo il ritorno dei rifugiati. Inoltre, questultimo si assicurò che essi non avessero alcun luogo in cui tornare ed ordinò che più di cinquecento villaggi arabi fossero rasi al suolo. Benché solitamente cauto nei suoi discorsi in pubblico, una volta dichiarò: Non siamo studiosi di una yeshiva [scuola religiosa ebraica, ndtr.] che analizzano le sottigliezze riguardanti il miglioramento di se stessi. Siamo conquistatori di una terra di fronte ad un muro di ferro, e dobbiamo aprirvi una breccia.

Dopo aver visto il film, lo slogan di Kach dipinto sul muro mi è parso meno incongruente, nei paraggi della casa che fu di Ben-Gurion, tra gli sviluppatori di start-up, molti dei quali lavorano per lesercito israeliano, intenti a trangugiare frullati. Linsediamento dei colonizzatori ha la propria logica implicita, che va al di là delle tinte e delle sfumature assunte dal discorso politico. Kahane fece sua questa logica e dimostrò un coraggio zelante nellesplicitarla. Il tempo gli ha dato ragione. Per di più, lo Stato di Israele si è oggi trasformato in fonte dispirazione per i nazionalismi su base etnica esclusivista e per i suprematisti bianchi di tutto il mondo, dalla Polonia alla Bolivia.

(Traduzione dallinglese di Jacopo Liuni)




Incatenata al proprio passato: una formula tedesca per l’ingiustizia nei confronti del popolo palestinese

Richard Falk e Hans von Sponeck

20 settembre 2019 WordPress

[Nota alla seconda prefazione del nuovo post: per consentire una prima pubblicazione tedesca in rete ho temporaneamente tolto questo post dopo due ore. Il testo è identico a quello che avevo postato in precedenza. Siamo desiderosi di incoraggiare il dibattito, la discussione e la democrazia, e quindi incoraggiamo la diffusione attraverso le reti sociali e con qualunque mezzo riteniate efficace. Un’udienza di qualche giorno fa del consiglio della città di Dormunt, che ha revocato il premio di letteratura “Nelly Sachs” alla scrittrice anglo-pakistana Kamila Shamies perché ha scoperto che è una sostenitrice del BDS, è un’ulteriore conferma del declino della democrazia in Germania, almeno riguardo a questo soggetto-argomento di Israele/Palestina].

[Prefazione: Il seguente articolo è stato scritto insieme al mio caro amico di lunga data Hans von Sponeck, che per esperienze familiari e atteggiamento morale è profondamente consapevole dei dilemmi della politica tedesca associati al suo passato. Queste questioni si sono recentemente manifestate nel contesto della soppressione dell’attivismo non violento filo-palestinese, che crediamo sia stata gestita con modalità che tendono a riprodurre, invece di superare, i mali dell’epoca nazista prendendo una serie di iniziative per proteggere le azioni criminali del governo israeliano dalle pressioni esercitate dal movimento internazionale di solidarietà con i palestinesi, e in particolare dalla campagna BDS. Abbiamo tentato di pubblicare questo commento prima su alcuni importanti giornali tedeschi, ma è stato respinto. A quanto pare in Germania i media, guardiani dell’opinione pubblica, ritengono preferibile il silenzio alla discussione e al dibattito su questo problema cruciale.

Come da biografia a parte, Hans ha lavorato per 32 anni alle Nazioni Unite. Nel suo ultimo incarico con il ruolo di assistente del segretario generale dell’ONU ha guidato il programma “Petrolio per Cibo” in Iraq in virtù del suo ruolo di coordinatore umanitario per l’Iraq (1998-2000) in seguito alla prima guerra del Golfo (1991). Ha dato le dimissioni per principio a causa dell’imposizione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di sanzioni punitive responsabili di aver prodotto moltissime vittime tra la popolazione civile irachena].

 

Incatenata al suo passato: una ricetta tedesca per l’ingiustizia nei confronti del popolo della Palestina

 

Richard Falk e Hans von Sponeck

La risoluzione del Buntestag tedesco del 15 maggio che ha condannato la campagna BDS in quanto contribuirebbe all’incremento dell’antisemitismo in Europa provoca serie preoccupazioni. Etichetta il BDS, un’iniziativa nonviolenta dei palestinesi, come antisemita e invita il governo tedesco a negare il sostegno non solo al BDS in quanto tale, ma a ogni organizzazione che lo appoggi. Prende questa posizione sottolineando la particolare responsabilità della Germania nei confronti degli ebrei, senza alcun riferimento alle prolungate violazioni di Israele del più fondamentale dei diritti umani del popolo palestinese, quello all’autodeterminazione. La risoluzione tedesca non fa neppure riferimento al ruolo importante che una precedente campagna BDS contro il razzismo sudafricano ha giocato nel determinare la fine non violenta del regime di apartheid, e al fatto che persino quelli che vi si opponevano per ragioni strategiche o pragmatiche non hanno mai cercato di demonizzarne i sostenitori.

Ciò che ci turba in particolare è l’approccio punitivo al BDS preso dal potere legislativo tedesco. Ci si dovrebbe ricordare che, nonostante la notevole opposizione contro la campagna sudafricana, agli attivisti del BDS non è mai stato detto che era giuridicamente e moralmente inaccettabile farne parte. Le obiezioni erano basate sulla fattibilità e sugli effetti, così come su affermazioni speciose secondo cui sotto l’apartheid gli africani in Sudafrica stavano meglio dei loro fratelli e sorelle nel resto del continente.

In sostanza, crediamo che questa risoluzione sia il modo sbagliato di imparare dal passato della Germania. Invece di optare per la giustizia, per la legge e per i diritti umani, il Bundestag non ha neppure menzionato il popolo palestinese e il dramma che sta vivendo e che il BDS sta sfidando. Dare il via libera alle politiche oppressive ed espansioniste di Israele vuol dire appoggiare implicitamente politiche di punizioni collettive e di violazioni del più debole che sono state, andrebbe ricordato, le caratteristiche più riprovevoli dell’epoca nazista.

Scriviamo in quanto persone con un passato molto diverso, che tuttavia condividono un impegno per Nazioni Unite forti e il dovere di Paesi grandi e piccoli di rispettare le leggi internazionali e promuovere la giustizia nel mondo.

Condividiamo anche una costante consapevolezza dell’Olocausto come terribile tragedia che colpì il popolo ebraico ed altri, così come un orrendo crimine da parte della Germania e di altri Paesi in passato. Condividiamo un impegno preminente per un ordine globale in cui tali tragedie e azioni criminali non si ripetano nei confronti del popolo ebraico e di qualunque altro popolo ovunque. Siamo anche consci che tali tragedie e crimini sono stati perpetrati dal 1945 contro vari gruppi etnici ed hanno preso di mira popoli, tra gli altri in Cambogia, Rwanda, Serbia e, più di recente, il popolo rohingya in Myanmar.

Anche le nostre origini sono piuttosto diverse. Uno di noi è tedesco e cristiano (von Sponeck), l’altro (Falk) americano ed ebreo. Von Sponeck è figlio di un generale giustiziato dai nazisti nell’ultima fase della Seconda Guerra Mondiale ed è andato in Israele nel 1957 per lavorare in un moshav [collettività agricola sionista con proprietà individuale, ndtr.] e in vari kibbutz [comunità sionista con proprietà collettiva, ndtr.]. Ha lavorato per 32 anni come funzionario civile internazionale delle Nazioni Unite, arrivando fino al ruolo di assistente del Segretario Generale. La sua carriera all’ONU è finita quando ha dato le dimissioni come coordinatore dell’ONU del programma “Petrolio per Cibo” (1998-2000) per protestare contro la politica di sanzioni a danno dell’Iraq da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che ha portato alla morte di molti civili iracheni innocenti. Dopo le sue dimissioni von Sponeck ha insegnato e tenuto conferenze in varie sedi ed ha pubblicato libri su questioni dell’ONU, tra cui “The Politics of Sanctions on Iraq and the UN Humanitarian Exception” [Le politiche di sanzioni contro l’Iraq e l’eccezione umanitaria dell’ONU] (2017).

Falk è americano e per 40 anni è stato docente all’università di Princeton, con l’incarico di professore di diritto internazionale della cattedra Albert G. Milbank. Il suo contesto familiare include origini paterne in Germania, con entrambi i nonni nati in Baviera, non lontano da Monaco, emigrati negli Stati Uniti a metà del secolo XIX°. Tra il 2008 e il 2014 Falk ha lavorato come relatore speciale per la Palestina occupata per conto della Commissione ONU per i Diritti Umani. Ha pubblicato parecchi libri su questioni internazionali, compresi di recente “Power Shift: On the New Global Order [Spostamento di potere: sul nuovo ordine globale] (2016) e “Palestine: The Legitimacy of Hope” [Palestina: la legittimità della speranza] (2017).

Abbiamo analizzato il fallimento della diplomazia internazionale per cercare una soluzione al conflitto tra Israele e Palestina. Crediamo che Israele sia il principale responsabile di questo fallimento, che ha prodotto come conseguenza decenni di gravissime sofferenze per il popolo palestinese. Crediamo che la radice di questo fallimento sia il progetto sionista di imporre uno Stato ebraico su una società fondamentalmente non ebraica. Ciò ha inevitabilmente determinato la resistenza palestinese, e un crescente razzismo ha messo le basi di strutture destinate a tenere soggetto il popolo palestinese nel suo complesso all’interno del suo stesso Paese. Crediamo inoltre che la pace potrà venire per entrambi i popoli solo quando queste strutture di apartheid saranno smantellate, come lo sono state in Sud Africa oltre 25 anni fa.

Contro questo contesto abbiamo trovato inaccettabile e particolarmente preoccupante la resistenza del governo e del popolo tedeschi nel rispondere a queste circostanze di ingiustizia ed estremamente deplorevole la loro tacita acquiescenza in Germania. Sia noi due che le nostre famiglie siamo stati in modo diverso vittime del nazismo. Tuttavia ciò non ci impedisce di insistere sul fatto che l’esitazione tedesca a criticare l’etnocentrismo israeliano evidenzia un pericoloso equivoco riguardo all’importanza del passato nazista. L’Olocausto dovrebbe innanzitutto servire per mettere in guardia il mondo contro l’ingiustizia, i crimini di Stato e la vittimizzazione di un popolo sulla base della sua identità razziale e religiosa. Ciò non dovrebbe esimere Israele dal renderne conto giuridicamente e moralmente solo perché la sua dirigenza è ebrea e molti dei suoi cittadini ebrei sono parenti di vittime dell’Olocausto.

Attraverso l’adozione da parte della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] di una legge fondamentale come quella dello Stato Nazione del popolo ebraico del 2018, Israele rivendica un’identità come se ciò gli conferisse un mandato di impunità. La lezione dell’Olocausto riguarda le violazioni, la criminalità e la vittimizzazione e non dovrebbe essere pervertita da nessuna implicazione sovvertitrice secondo cui, poiché gli ebrei hanno dovuto sopportare terribili crimini in passato, sono esenti dal doverne rendere conto quando commettono crimini recenti. Ricordiamo la lettera di Albert Einstein a Chaim Weizmann [uno dei massimi dirigenti sionisti, ndtr.] nel 1929, in cui scriveva: “Se non riusciamo a trovare un percorso di onesta collaborazione e non scendiamo a patti con gli arabi, non avremo imparato niente dal nostro dramma di duemila anni e meriteremo la sorte che ci affliggerà!” Il governo israeliano deve comprendere che molto del minaccioso aumento delle opinioni antisemite e anti-israeliane in Europa e altrove ha origine nelle stesse politiche che persegue.

Ci aspettiamo che le nostre dichiarazioni saranno duramente attaccate in quanto antisioniste e persino antisemite. Parte della funzione di questi attacchi è bloccare le risposte tedesche ricordando l’Olocausto e la falsa impressione che criticare Israele e il sionismo sia la ripresa di un attacco contro gli ebrei e contro l’ebraismo. Insistiamo sul fatto che non si tratta assolutamente di questo. È proprio il contrario. Sostiene che i valori fondamentali della religione ebraica e in generale i valori umanistici sono legati alla giustizia e che questo uso della calunnia di antisemitismo è una tattica totalmente inaccettabile per difendere Israele da critiche giustificate. Questo tipo di intimidazioni dovrebbe essere contrastato e superato.

Da questa prospettiva è nostra convinzione e speranza che la Germania e il popolo tedesco abbiano la forza di sbarazzarsi del torpore morale indotto dai cattivi ricordi del passato e possano unirsi alla lotta contro l’ingiustizia. Una simile dinamica del potenziamento morale sarebbe chiara se la Germania dimostrasse empatia per il dramma dei palestinesi e desse il proprio sostegno alle iniziative nonviolente destinate ad esprimere solidarietà con e incoraggiamento al movimento nazionale palestinese per ottenere diritti fondamentali, incluso, su tutti, l’inalienabile diritto all’autodeterminazione.

Ci incoraggia molto che le nostre azioni non avvengano nel vuoto qui in Germania. Prendiamo nota degli zelanti sforzi dei “Tre di Humboldt”***per protestare contro l’apartheid israeliano e del sostegno popolare che le azioni di questi giovani, due israeliani e un palestinese, hanno riscosso. Il loro messaggio ispiratore è simile al nostro. È tempo che il governo tedesco e i suoi cittadini rompano il loro silenzio, riconoscano che il passato nazista è più facile da superare attraverso l’attiva opposizione all’ingiusta oppressione del popolo palestinese. Ci sentiamo affini anche alla lettera aperta ampiamente appoggiata da intellettuali in tutto il mondo, compresi molti israeliani, che chiede a ‘individui e istituzioni in Germania’ di porre fine a ogni tentativo di confondere le critiche a Israele con l’antisemitismo.

Crediamo che la pace tra ebrei ed arabi in Palestina dipenda dal prendere iniziative per ripristinare l’uguaglianza di relazioni tra questi popoli da troppo tempo in conflitto. Ciò potrà avvenire soltanto se le attuali strutture di apartheid verranno smantellate come preludio alla pace. Il precedente del Sudafrica ci mostra che ciò può avvenire, ma solo quando le pressioni internazionali si uniscono alla resistenza interna. Sembrava impossibile in Sudafrica fino al momento stesso in cui ciò è avvenuto. Ora sembra impossibile riguardo a Israele, ma l’impossibile avviene quando è in linea con le richieste di giustizia e mobilita il sostegno di persone di buona volontà in tutto il mondo. Il corso della storia ha favorito la parte più debole dal punto di vista militare nei grandi movimenti anticoloniali dell’ultima metà del XX° secolo, e quindi noi non dobbiamo perdere la speranza in una soluzione giusta per israeliani e palestinesi, nonostante il fatto che l’attuale equilibrio delle forze ora favorisca il dominio israeliano.

É importante ricordare anche che, finché al popolo palestinese verranno negati i diritti fondamentali, non ci potrà essere pace. Ogni accordo raggiunto mentre persiste l’apartheid non sarà altro che un cessate il fuoco. Una pace duratura dipende dal riconoscimento e dalla messa in pratica dell’uguaglianza dei due popoli sulla base della mutua autodeterminazione. La Germania e i tedeschi hanno la grande opportunità di promuovere questa visione e così facendo libereranno il Paese dal suo passato. In un senso profondo, sia che siamo tedeschi o americani o altro, ognuno di noi non deve niente di meno ai popoli ebraico e palestinese.

***si tratta degli attivisti del BDS tedesco Ronnie Barkan e Stavit Sinai, ebrei israeliani, e Majed Abusalama, palestinese di Gaza, che nel giugno 2017 interruppero il discorso di una parlamentare israeliana, ospitata presso l’Università Humboldt di Berlino dalla Deutsch-Israelische Gesellschaft (Società tedesco-israeliana). Aliza Lavie, deputata alla Knesset (il parlamento israeliano) per il partito centrista Yesh Atid, aveva fatto parte del governo di coalizione israeliano durante l’attacco del 2014 contro la Striscia di Gaza, nella quale furono uccisi 2.220 palestinesi.  Con Lavie c’era Dvora Weinstein, una sopravvissuta all’Olocausto. I tre sono stati denunciati con l’accusa di invasione di proprietà privata e aggressione. Il processo è ancora in corso.

RICHARD FALK

Richard Falk è uno studioso di diritto e relazioni internazionali che ha insegnato all’università di Princeton per quarant’anni. Dal 2002 ha vissuto a Santa Barbara, California, ed ha insegnato nel campus della locale università di California Studi Globali e Internazionali e dal 2005 ha presieduto il Consiglio della Fondazione per la Pace nell’Epoca Nucleare. Ha aperto questo blog in parte per festeggiare il suo ottantesimo compleanno.

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il principale sconfitto in queste elezioni: il sionismo liberale

Mairav Zonszein

26 settembre 2019 +972

Gli israeliani votano regolarmente contro l’idea di uno Stato ebreo e democratico israeliano accanto uno Stato palestinese. E’ ora impossibile capire come ciò possa mai essere realizzato.

Domenica Ayman Odeh, il presidente della Joint List (Lista Unita, alleanza politica dei principali partiti arabi in Israele, n.d.tr.), ha incontrato il presidente Reuven Rivlin per annunciare la decisione importante del suo partito di appoggiare Benny Gantz, presidente del partito “Blu e Bianco” [i colori della bandiera israeliana. Partito di centro che ha vinto le elezioni, n.d.tr.], per la sua elezione come primo ministro. Nel tentativo di contrastare un altro mandato di Netanyahu, Ayman Odeh ha fatto ciò che nessun altro politico israeliano sta facendo – ha definito una visione per il futuro del Paese: “Vogliamo vivere in un luogo pacifico che sia fondato sulla fine dell’occupazione, sulla creazione di uno Stato palestinese accanto allo Stato di Israele, su una vera uguaglianza, a livello civile e nazionale, su una giustizia sociale e certamente sulla democrazia per tutti “.

Questa non è una posizione nuova o radicale. Semmai, rappresenta l’anima dello schieramento israeliano a favore della pace degli anni ’90. È un caratteristico approccio sionista liberale, ma l’unico politico israeliano che lo esprima è un politico musulmano palestinese di Haifa. Odeh presiede il Partito socialista arabo-ebraico Hadash, che insieme ai tre partiti prevalentemente arabi costituisce la Joint List; avendo vinto 13 seggi dopo le elezioni della scorsa settimana, la Joint List è ora il terzo maggiore partito della Knesset.

L’opinione di Odeh pubblicata sul The New York Times domenicale [vedi su zeitun.info] ha tradotto per un pubblico americano ciò in cui credono molti cittadini palestinesi e una minoranza di cittadini ebrei: “Il solo futuro per questo paese è un futuro condiviso, e non c’è futuro condiviso senza piena ed equa partecipazione dei cittadini [israeliani] arabo-palestinesi ”.

Per chi sostiene la democrazia liberale, o anche solo per chi è realista, è difficile mettere in discussione questa affermazione, soprattutto da momento che i cittadini palestinesi costituiscono il 20% della popolazione israeliana. Tuttavia rimane non solo una posizione minoritaria in Israele, ma perseguitata e delegittimata. Con o senza Netanyahu, non vi è alcuna prospettiva realistica che la Joint List sia invitata a far parte di una coalizione di governo (dalla fondazione dello Stato, nessun partito palestinese-israeliano è stato al governo) o addirittura a dirigere l’opposizione. I cittadini palestinesi di Israele hanno dimostrato di avere abbastanza potere per esistere nel quadro politico, ma non abbastanza per cambiarla.

Dopo i risultati elettorali della scorsa settimana, Netanyahu ha parlato della necessità di un “governo sionista forte” (in codice: per soli ebrei) ed ha etichettato la Joint List come “anti-sionista”. Allo stesso modo, il Partito Blu e Bianco, come la maggior parte degli israeliani, sostiene che Israele è la casa patria del popolo ebraico in cui solo gli ebrei hanno diritto all’autodeterminazione. Blu e Bianco ha partecipato alle elezioni con un programma anti-Netanyahu; durante la sua campagna, il partito ha sostenuto il pluralismo e ha insistito sul fatto che avrebbe respinto la legge discriminatoria sullo Stato nazione ebraico.

Alla fine, tuttavia, lo Stato-nazione ebraico finisce per rappresentare esattamente ciò in cui credono. Sono emotivamente e ideologicamente attaccati all’idea che Israele debba essere uno Stato che privilegi i diritti degli ebrei rispetto a quelli dei cittadini non ebrei. Non importa quanto siano liberali o affermino di esserlo, questo dato di fatto prevale sempre sul tutto il resto, lasciando centinaia di migliaia di cittadini palestinesi intrinsecamente privati degli stessi diritti e negando loro la via per acquisirli.

Un recente sondaggio condotto dall’Israel Democracy Institute mostra che il 76% dei cittadini palestinesi è favorevole al fatto che la Joint List si unisca a una coalizione al potere e faccia in modo che i propri rappresentanti ricoprano nel governo la carica di ministri. Quasi la metà dei cittadini ebrei (49 per cento) si oppone all’idea. Ciò rende insignificante l’affermazione secondo cui i cittadini palestinesi sono anti-sionisti o che non riconoscono Israele, dal momento che stanno evidentemente prendendo parte attiva al processo politico.

Dopo due elezioni in un anno, entrambe non in grado di produrre una chiara maggioranza, il paese si trova in una condizione di stallo politico; la difficoltà riflette la condizione sia del modello liberale sionista che l’ostinazione del consenso israeliano. Un Stato etnico ebraico non può, per definizione, essere anche liberale e democratico, in particolare quando la sua popolazione comprende una grande minoranza autoctona con un’identità nazionale e culturale separata.

Dalla fondazione dello Stato, i leader politici israeliani sia di destra che di sinistra hanno dato la priorità all’appropriazione della terra e agli’insediamenti ebraici rispetto alla concessione degli stessi diritti civili a tutti i cittadini, indipendentemente dalla nazionalità o dalla religione. Questa politica è andata a scapito del raggiungimento di una soluzione politica – per non dire sostenibile – che riconosca i diritti e le aspirazioni di entrambi i popoli.

Blu and Bianco, Likud, Yisrael Beitenu [Israele Casa Nostra, partito di estrema destra laica, n.d.tr.] di Avigdor Lieberman, i partiti ortodossi e persino i partiti Unione Democratica e laburista-Gesher, di centro-sinistra, affrontano tutti la stessa crisi. Sostengono di essere liberali e insistono di essere democratici, ma non hanno ancora capito come trattare con i cittadini palestinesi di Israele, come oggi gli è stato chiarito da Ayman Odeh, o dal popolo palestinese in generale. È interessante, ad esempio, notare che il partito israeliano di centrosinistra è stato chiamato, nelle elezioni del 2015, Unione Sionista, mentre quest’anno abbiamo visto come la formazione della Unione Democratica (una coalizione di Meretz, Ehud Barak e Labor’s Stav Shaffir, entrambi laburisti), manifestasse la tensione tra il sionismo e la democrazia e come, da un giorno all’altro, ammettesse che per essere di sinistra in Israele, alla fine devi difendere l’uno o l’altra. Questo dice molto sullo stato attuale della politica israeliana.

Il principale sconfitto della seconda elezione israeliana del 2019 è il sionismo liberale. L’idea che Israele possa essere uno Stato ebraico e democratico con confini internazionalmente riconosciuti, che riconosca la sua minoranza nazionale palestinese e insieme raggiunga un accordo per costituire uno Stato palestinese, ha subito un colpo fatale. Gli israeliani hanno regolarmente votato contro questa idea; ora è impossibile capire come potrebbe mai essere realizzata.

Ayman Odeh è un leader valido ed efficace, con un’integrità. Insistendo nel suo articolo sul New York Times, sul fatto che “c’è abbastanza spazio per tutti noi nella nostra patria condivisa, abbastanza spazio per la poesia di Mahmoud Darwish e le storie dei nostri nonni, abbastanza spazio per tutti noi per far crescere le nostre famiglie in uguaglianza e pace”, egli sta sfidando gli israeliani liberali a guardarsi allo specchio e a trovare un modo per conciliare le loro opinioni politiche particolaristiche (il loro sionismo) con i loro valori. Possono farlo solo accettando che i palestinesi – cittadini, residenti o sotto occupazione senza uno Stato – non se ne vadano. La natura precisa della soluzione politica, che si tratti di uno o due Stati, è di secondaria importanza per conseguire una formula in base alla quale ebrei e arabi abbiano pari diritti e vivano in pace e dignità.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’appoggio a Benny Gantz da parte della Joint Arab List è stato un errore

Haidar Eid

24 settembre 2019 – Al Jazeera

I politici palestinesi non avranno niente da guadagnare dall’ appoggio a un generale accusato di crimini di guerra perché diventi primo ministro

Una delle più gravi conseguenze dei disastrosi accordi di Oslo è stata che hanno ridisegnato il popolo palestinese come se fosse composto solo da chi vive nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate. Il 1,8 milione di cittadini palestinesi di seconda classe in Israele e i 6 milioni di rifugiati palestinesi che vivono nella diaspora sono stati quindi relegati in fondo all’agenda di qualunque discussione, dato che non hanno rappresentanti al tavolo negoziale.

In seguito a ciò ogni componente del popolo palestinese sta perseguendo il proprio personale progetto e la propria soluzione finale – che si tratti di uno Stato indipendente per quanti vivono in Cisgiordania e a Gaza, di una maggiore allocazione di fondi pubblici per i palestinesi cittadini di Israele o di più diritti civili per i rifugiati che vivono nel mondo arabo.

Solo all’interno di questo contesto si può comprendere la catastrofica iniziativa di tre dei quattro partiti che fanno parte della Joint Arab List [Lista Araba Unita] di appoggiare Benny Gantz – un uomo che ha progettato crimini di guerra durante l’attacco israeliano del 2014 contro Gaza, che ha ucciso più di 2.200 palestinesi, e che non ha dimostrato nessun pentimento per questo – per la carica di prossimo primo ministro israeliano. La ragione per cui la Joint Arab List, con l’eccezione di tre membri del partito Balad, ha deciso di proporre il nome di Gantz è “perché vogliamo porre fine all’era di Netanyahu”, come ha spiegato il suo presidente Ayman Odeh.

In uno dei suoi tweet egli ha aggiunto che “vogliamo vivere in un luogo pacifico basato sulla fine dell’occupazione, la fondazione di uno Stato palestinese accanto allo Stato di Israele, reale uguaglianza a livello civile e nazionale, giustizia sociale e una democrazia garantita per tutti,” senza spiegare come ciò giustifichi il sostegno a Gantz, che ha già respinto in anticipo tutte queste richieste e che durante la campagna elettorale si è vantato, di fatto, di aver ucciso palestinesi.

Questa iniziativa senza precedenti da parte di politici palestinesi in Israele, che giunge nel momento in cui ogni venerdì cecchini israeliani stanno uccidendo e mutilando manifestanti palestinesi nei pressi della barriera di Gaza, ha provocato forti ripercussioni in tutta la Palestina storica. Ciò non solo perché l’appoggio legittima un criminale di guerra che sostiene la legge razzista dello Stato-Nazione in Israele, che relega i palestinesi come cittadini di seconda classe, ma anche perché come primo ministro egli sicuramente continuerà a commettere crimini contro il popolo palestinese.  Egli ricomincerà da dove ha finito Netanyahu e continuerà a promuovere e rafforzare l’apartheid, l’uccisione di civili palestinesi innocenti, a mantenere la Cisgiordania sotto occupazione militare, ad assediare e strangolare la Striscia di Gaza con un atto di punizione collettiva, ad annettere terra palestinese e ad espandere le colonie ebraiche illegali in Cisgiordania.

Questa decisione della Joint Arab List riflette la miopia e l’opportunismo politico di parte dell’élite politica palestinese in Israele. Ciò riduce la lotta da parte dei cittadini palestinesi di Israele per una vera uguaglianza ed anche la comune lotta dei palestinesi per la libertà e la giustizia ad “averne semplicemente abbastanza di Netanyahu” e a sostituirlo con un altro criminale di guerra.

Invece di chiedere i loro pieni diritti, sono pronti a raccogliere “briciole di compassione buttate dal tavolo di qualcuno che si considera il (loro) padrone,” come direbbe l’arcivescovo Desmond Tutu [premio Nobel sudafricano che ha lottato contro l’apartheid, ndtr.].

Le ripercussioni della decisione presa dalla Joint Arab List ci perseguiteranno a lungo. È una forma di normalizzazione, in cui il colonizzato, accecato dall’ammirazione nei confronti della falsa democrazia etnica liberale del colonizzatore, non riesce a comprendere i meccanismi di potere in uno Stato colonialista d’insediamento.

Come hanno sottolineato molte forze politiche palestinesi, di sinistra e di destra, il fatto di partecipare alle elezioni israeliane è in sé una cosa molto problematica. Legittima le strutture politiche israeliane, come la Knesset israeliana, in cui si legifera continuamente a favore dell’oppressione del popolo palestinese e la si legalizza.

Appoggiare queste strutture non può in alcun modo aiutare i palestinesi a ottenere i diritti umani fondamentali, la giustizia o l’uguaglianza. Dato che il fulcro del potere è l’apartheid, lavorare al suo interno non può portare né porterà mai alla liberazione del popolo palestinese, in quanto si fonda sulla segregazione, sull’oppressione e sull’occupazione.

Questo sistema dev’essere boicottato, per mettere in discussione la legittimità del suo ordine razzista e per preparare la strada ad alternative. Perché ciò avvenga, tuttavia, è evidente che ci sia bisogno di decolonizzare la mente dei palestinesi in Israele, in modo che i dirigenti dei partiti arabi in Israele comprendano che opporsi alla tendenziosità politica ed ideologica del sistema implica rifiutare tutte le sue strutture di potere.

Finché ciò non avverrà, la Joint Arab List continuerà a giocare il suo gioco politico, che non solo esclude le altre due componenti del popolo palestinese, ma gioca anche d’azzardo con i diritti fondamentali del suo stesso elettorato.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Haidar Eid è docente associato dell’università Al-Aqsa di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ayman Odeh: stiamo mettendo fine alla presa di Netanyahu su Israele

Ayman Odeh

Odeh guida la Lista Unita, la terza principale coalizione nel parlamento israeliano, la Knesset, ed è il segretario del partito Hadash

22 settembre 2019 – New York Times

Il leader della Lista unita, composta principalmente da partiti arabi spiega perché userà il suo potere per contribuire a a far diventare Benny Gantz primo ministro di Israele

GERUSALEMME – i cittadini arabo-palestinesi di Israele hanno scelto di bocciare il primo ministro Benjamin Netanyahu, la sua politica di paura e di odio, la disuguaglianza e la divisione che ha promosso nell’ultimo decennio. La scorsa estate Netanyahu ha dichiarato che i cittadini arabo-palestinesi di Israele, che rappresentano un quinto della popolazione, dovessero essere ufficialmente cittadini di seconda classe. “Israele non è uno Stato per tutti i suoi cittadini,” ha scritto su Instagram Netanyahu dopo aver fatto approvare la legge dello Stato-Nazione. “Secondo la legge fondamentale sulla nazionalità che abbiamo approvato Israele è lo Stato-Nazione del popolo ebraico – e solo di esso.”

Il governo israeliano ha fatto di tutto per respingere quelli di noi che sono cittadini arabo-israeliani, ma la nostra influenza è solo aumentata. Saremo la pietra angolare della democrazia. I cittadini arabo-israeliani non possono cambiare da soli l’andamento delle cose in Israele, ma il cambiamento è impossibile senza di noi. In precedenza ho sostenuto che, se i partiti di centro-sinistra israeliani credono che i cittadini arabo-israeliani abbiano un posto in questo Paese, devono accettare che abbiamo un posto nella sua politica.

Oggi quei partiti non hanno più scelta. Almeno il 60% dei cittadini arabo-palestinesi ha votato nelle ultime elezioni, e la Lista Unita, la nostra alleanza che rappresenta gli arabi e i partiti arabo-ebraici, ha conquistato 13 seggi ed è diventata la terza principale coalizione alla Knesset. Decideremo chi sarà il prossimo primo ministro di Israele.

A nome della Lista Unita, ho suggerito che il presidente di Israele scelga Benny Gantz, il leader del partito di centro “Blu e Bianco”, perché sia il prossimo primo ministro. Questo sarà il passo più significativo per contribuire a creare la maggioranza necessaria ad impedire un altro mandato per Netanyahu. E ciò dovrebbe porre fine alla sua carriera politica.

I miei colleghi ed io abbiamo preso questa decisione non per sostenere Gantz e le sue proposte politiche per il Paese. Siamo consapevoli che Gantz ha rifiutato di accettare le nostre legittime richieste politiche per un futuro condiviso, e per questo non parteciperemo al suo governo.

Le nostre richieste per un futuro condiviso e più equo sono chiare: chiediamo risorse per affrontare la violenta criminalità che affligge città e villaggi arabi, leggi per la casa e piani regolatori che concedano alle persone dei Comuni arabi gli stessi diritti dei loro vicini ebrei e un loro maggior accesso agli ospedali.  Chiediamo un aumento delle pensioni per tutti in Israele, in modo che i nostri anziani possano vivere dignitosamente, e la creazione e il finanziamento di un piano per prevenire la violenza contro le donne.

Chiediamo l’integrazione giuridica di villaggi e cittadine non riconosciuti – per lo più arabo-palestinesi – che non hanno accesso all’elettricità o all’acqua. E insistiamo per la ripresa di negoziati diretti tra israeliani e palestinesi per raggiungere un trattato di pace che ponga fine all’occupazione e crei uno Stato palestinese indipendente sulla base dei confini del 1967. Invochiamo l’abrogazione della legge sullo Stato-Nazione che dichiara che io, la mia famiglia e un quinto della popolazione siamo cittadini di seconda classe. È a causa del fatto che per decenni i candidati a primo ministro si sono rifiutati di appoggiare un programma a favore dell’eguaglianza che dal 1992 nessun partito arabo o arabo-ebraico ha dato indicazioni di un primo ministro.

Eppure questa volta facciamo una scelta diversa. Abbiamo deciso di dimostrare che i cittadini arabo-palestinesi non possono più essere rifiutati o ignorati. La nostra decisione di indicare Gantz come il prossimo primo ministro senza unirci al suo previsto governo di unità nazionale è un chiaro messaggio che l’unico futuro per questo Paese è un futuro comune, e non c’è un futuro condiviso senza la piena e paritaria partecipazione dei cittadini arabo-israeliani.

La mattina dopo che è stata approvata la legge discriminatoria dello “Stato -Nazione”, ho accompagnato a scuola i miei figli e ho pensato al fatto di farli crescere in un Paese che ha ripetutamente rifiutato i bambini arabo-palestinesi. I governi israeliani hanno continuamente ribadito questo rifiuto, dagli anni della legge marziale imposta agli arabi in Israele tra la fondazione dello Stato [nel 1948, ndtr.] e il 1966, fino ai tentativi di lunga data di eliminare la cultura palestinese e alla continua decisione di occupare le terre e le vite dei nostri fratelli e sorelle in Cisgiordania e a Gaza.

Ogni volta che accompagno la mia figlia più giovane, Sham, a scuola vedo un brano del Libro dei Salmi scritto su un muro: “La pietra che il costruttore ha scartato è diventata una pietra angolare.”

Scegliendo di indicare Gantz abbiamo dimostrato che la collaborazione tra le persone, arabe ed ebree, è l’unica strategia politica di saldi principi che porterà a un futuro migliore per tutti noi. Innumerevoli persone in Israele e nel resto del mondo ci saranno grate di vedere la fine del lungo regno di corruzione, bugie e paura di Netanyahu.

Continueremo il nostro lavoro verso un futuro migliore e giusto, e la nostra lotta per i diritti civili, radicata nella nostra identità come palestinesi. C’è spazio sufficiente per tutti noi nella nostra patria comune, spazio sufficiente per i versi di Mahmoud Darwish e per le storie dei nostri nonni, spazio sufficiente perché tutti noi facciamo crescere le nostre famiglie nell’uguaglianza e nella pace.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Perché la Germania ha condannato il BDS

Nada Elia

Giovedì 23 maggio 2019 – Middle East Eye

La risoluzione tedesca non è la prima: si aggiunge nella stessa linea di precedenti risoluzioni simili adottate dalla Francia e dal Regno Unito

Il 17 maggio il Bundestag, il parlamento tedesco, ha adottato una mozione che condanna il BDS, definendolo “antisemita”.

Questa risoluzione non vincolante, proposta dai cristiano-democratici e dai socialdemocratici di centro sinistra, che fanno parte della coalizione al potere, ha raccolto l’appoggio di diversi partiti tedeschi, tra cui il partito liberal-democratico e i Verdi.

Il partito di estrema destra AfD (Alternativa per la Germania) ha presentato una propria mozione che chiedeva la messa al bando totale del movimento BDS, mentre il partito di estrema sinistra tedesca, Die Linke, non ha appoggiato la mozione del governo, ma ne ha presentato una propria che chiedeva una condanna di tutte le dichiarazioni antisemite del BDS.

Una spiegazione convincente

Poco dopo hanno iniziato a circolare articoli allarmisti, alcuni dei quali affermavano che la Germania era “il primo Paese al mondo a rendere illegale il BDS.”

Per esempio, un’intervista con l’economista politico che vive a Berlino Shir Hever [studioso israeliano degli aspetti economici dell’occupazione dei territori palestinesi, ndtr.] inizia così: “Il parlamento tedesco, il Bunderstag, ha appena adottato un testo legislativo senza precedenti che condanna il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni [contro Israele], noto con l’acronimo BDS. Ha considerato il BDS antisemita e illegale. Ciò fa della Germania il primo e unico Paese al mondo a rendere illegale il movimento BDS.”

Hever offre una spiegazione molto interessante (per non dire molto convincente) del perché la Germania abbia condannato il BDS. Ricordando che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato per due volte che era stato Hadj Amin al-Husseini, il Gran Muftì di Gerusalemme, e non Adolf Hitler, ad aver avuto per primo l’idea dello sterminio degli ebrei, Hever suggerisce che Netanyahu offra ai tedeschi una via d’uscita dal loro senso di colpa relativo all’Olocausto.

“Invece di sentirvi colpevoli dell’Olocausto, di dovervi scusare e prendervi la responsabilità dei crimini che sono stati commessi tanti anni fa, in realtà potete attribuire la colpa ai palestinesi,” spiega Hever.

“Ed è un messaggio in codice rivolto alla destra tedesca,” prosegue, aggiungendo: “A quanto pare alcuni partiti di sinistra hanno manifestato il desiderio di liberarsi del proprio senso di colpa per l’Olocausto equiparando il movimento BDS, promosso dai palestinesi, all’antisemitismo. Ovviamente non è un movimento antisemita.

Ma così facendo dicono: «Oh, noi lottiamo contro l’antisemitismo scegliendo di sostenere Israele, lo Stato d’Israele, piuttosto che sentirci responsabili della protezione del popolo ebraico.»

La sinistra tedesca

Un altro militante che vive a Berlino, Ronnie Barkan, dissidente israeliano e sostenitore del BDS, offre una spiegazione più convincente della ragione per cui certi partiti della sinistra tedesca abbiano sostenuto la legge anti-BDS: essa [la sinistra tedesca, ndtr.] è razzista.

Dobbiamo capire che, come il movimento ha recentemente ricordato alla gente, «il BDS prende di mira la complicità e non l’identità.»

Barkan paragona la risoluzione tedesca contro il BDS alla legge israeliana sullo Stato-Nazione. Mentre la legge sullo Stato-Nazione non ha fatto altro che codificare il razzismo latente nel Paese, scrive Barkan, senza cambiare niente, il fatto che sia stata finalmente formulata in termini semplici, spogliata del suo «linguaggio sionista-liberal orwelliano», ha risvegliato tutti gli spettatori in delirio che avevano fino ad allora creduto alla «democrazia israeliana».

Allo stesso modo, sostiene Barkan, la mozione tedesca anti-BDS non fa che evidenziare la vera natura del popolo tedesco, che resta profondamente razzista. La collera di Barkan è però rivolta soprattutto contro la sinistra tedesca, che secondo lui si rende gravemente complice delle azioni intese a far tacere la dissidenza e la militanza a favore dei diritti dei palestinesi.

In effetti l’abbandono del sostegno alla Palestina da parte di un gruppo di sinistra europeo era stato segnalato qualche anno fa in un articolo della rivista “Jacobin” [periodico della sinistra radical americana, ndtr.] intitolato “Il problema palestinese della sinistra tedesca”, che sottolineava, tra i principali tradimenti, come il presidente di “Die Linke” a Berlino, Klaus Lederer, fosse intervenuto ad un raduno filo-israeliano durante la guerra contro Gaza [l’operazione “Piombo Fuso”, ndtr.] del 2008-2009.

Non si era trattato di un caso isolato. In quanto “senatore per la cultura”, Lederer ha anche cercato di annullare altre manifestazioni filo-palestinesi, come ad esempio la “conversazione con Manal Tamimi [zia di Ahed, la ragazza palestinese condannata da Israele per aver schiaffeggiato due soldati, ndtr.]” dell’anno scorso, organizzata dal gruppo “Donne sotto occupazione”.

Con Stavit Sinai e Majed Abusalama, Barkan è membro di “Humboldt 3” [i tre attivisti denunciati per aver manifestato contro un incontro all’università Humboldt, ndtr.], che di recente è stato imputato per aver interrotto la conferenza di un membro della Knesset [parlamento, ndtr.] israeliano che aveva appoggiato l’attacco israeliano contro Gaza nel 2014 [operazione “Margine protettivo”] all’università Humboldt. Nella sua dichiarazione al tribunale, Abusalama ha spiegato: «Migliaia di musulmani e di palestinesi in Germania non si sentono liberi di esprimersi senza rischi. Hanno la sensazione che potrebbero essere perseguitati in qualunque momento semplicemente per aver gridato ‘Liberate la Palestina’, o per sognare di tornare liberamente nel proprio Paese, in base al diritto al ritorno imposto dall’ONU. Temono le persecuzioni per aver chiesto l’uguaglianza, la dignità, la libertà e la giustizia a Gaza.»

Combattere le menzogne

Qualunque siano le ragioni complesse che spiegano l’abbandono da parte della sinistra tedesca del sostegno popolare ai diritti dei palestinesi, è necessario contrastare alcune menzogne contenute in quest’ultima risoluzione. In primo luogo, come sottolinea Middle East Eye, questa iniziativa non è vincolante, è assolutamente simbolica.

In altri termini la Germania non ha “reso illegale” il BDS, ha adottato una risoluzione che lo condanna (a torto) come antisemita. In secondo luogo, la risoluzione tedesca non è la prima, si iscrive nella linea tracciata da precedenti risoluzioni simili prese dalla Francia e dall’Inghilterra.

Nel 2015 la Francia aveva condannato un collettivo di attivisti del BDS a una ammenda di 14.000 euro, più le spese legali, per aver promosso il BDS in un supermercato, affermando che è un reato promuovere il boicottaggio in quanto esso è intrinsecamente «discriminatorio» in base alla Nazione di provenienza.

E nel 2016 la Gran Bretagna ha emanato una legge per vietare a enti pubblici di boicottare i prodotti israeliani. Così finora solo la Francia ha «reso illegale» il BDS, infliggendo un’ammenda a dei militanti.

Tuttavia, nonostante la dichiarazione del sistema giuridico francese secondo cui il BDS è intrinsecamente discriminatorio, bisogna capire che, come ha ricordato di recente il movimento BDS, «esso prende di mira la complicità e non l’identità».

In effetti numerose industrie boicottate, come Caterpillar, Hewlett-Packard e G4S, non sono israeliane.

Negli Stati Uniti ogni tentativo di applicazione di risoluzioni statali che vietano il BDS è stato contestato con sentenze favorevoli nei tribunali, come dimostra un recente articolo del “Washington Post “ intitolato giustamente: «Le leggi contro il BDS sono popolari. Ciò non vuol dire che siano costituzionali».

La più recente causa vinta contro un divieto imposto dallo Stato contro il BDS ha avuto luogo a Pflugerville, in Texas, dove un’insegnante, Bahia Amawi, ha denunciato il distretto scolastico per non aver voluto rinnovare il suo contratto quando lei ha rifiutato di firmare una clausola in cui dichiarava di non si sarebbe impegnata nel movimento BDS.

Nell’aprile 2019 Amawi ha ottenuto un’importante vittoria quando il giudice ha emesso un’ordinanza contro la legge anti-BDS che la priverebbe dei suoi diritti civili e del suo lavoro.

Obiettivi del BDS

Tuttavia, siccome ci si può aspettare che delle leggi contro il BDS vengano discusse e votate in diversi Paesi d’Europa e nord America (anche il governo canadese ha condannato il BDS), certi punti meritano di essere ripetuti e chiariti.

Più precisamente, gli obiettivi del movimento BDS sono i seguenti: mettere fine all’occupazione illegale della terra palestinese e smantellare il muro illegale dell’apartheid, concedere ai cittadini palestinesi di Israele l’uguaglianza dei diritti e riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Ne consegue che affermare che il movimento BDS sia “antisemita” equivale ad affermare che il “semitismo” (famiglia linguistica condivisa tecnicamente da numerosi gruppi nazionali ed etnici, ma a tutti gli effetti, in questo caso, un’etnia) sia di per sé un sotto-gruppo razziale colonialista suprematista che viola il diritto internazionale.

Chiaramente la logica stessa di una tale rivendicazione è sbagliata a diversi livelli. In secondo luogo, trattandosi dell’affermazione secondo cui il BDS cerca di “delegittimare” Israele, mentre non fa altro che esercitare una pressione su di esso perché rispetti il diritto internazionale, bisogna chiedersi perché un Paese si senta minacciato quando gli si chiede di rispettare i diritti dell’uomo. La giustizia è una minaccia solo nei confronti dell’ingiustizia. Se Israele, in quanto Paese, è minacciato, si sente “delegittimato” dalle richieste che si adegui alle leggi internazionali – quello che il BDS cerca di ottenere –, allora chiaramente questo Paese rappresenta una flagrante violazione del diritto internazionale. In fin dei conti, che il boicottaggio di Israele sia illegale o meno, la “legalità” di un movimento, di un’ideologia, di una politica o di una prassi non è un indicatore della sua integrità morale. Fino alla sua abolizione l’apartheid era legge.

Come la schiavitù. E per tornare al contesto tedesco, è stato lo stesso per l’Olocausto. Anche se il BDS diventasse illegale, un reato, non sarebbe immorale. Quando la legge si schiera dalla parte dell’oppressore, quelli che vi resistono e cercano di cambiarla hanno la morale dalla loro parte.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Nada Elia

Nada Elia è una scrittrice e commentatrice politica della diaspora palestinese che attualmente lavora sul suo secondo libro “Who You Callin’ “Demographic Threat?” [Chi definisci ‘minaccia demografica’? Note dall’intifada globale]. Docente di Studi di Genere e Globali (in pensione), fa parte del gruppo dirigente della campagna USA per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (USACBI).

(traduzione di Amedeo Rossi)




I palestinesi cittadini di Israele discutono se boicottare le elezioni

Henriette Chacar e Edo Konrad

7 aprile 2019 +972 Magazine

Dopo quattro anni di uno dei governi più ostili ai palestinesi in Israele, i cittadini arabi stanno discutendo quale sia il modo migliore per far progredire la loro lotta, se partecipare o boicottare le prossime elezioni della Knesset [parlamento israeliano].

Molti palestinesi cittadini di Israele, frustrati dal fallimento delle politiche interne dei partiti arabi e vessati da attacchi continui da parte di politici di tutto lo spettro partitico, stanno esprimendo riserve sul votare alle elezioni di questa settimana. Nonostante un tasso di partecipazione al voto storicamente elevato, un piccolo ma rilevante movimento sta spingendo i cittadini palestinesi a boicottare le elezioni.

L’aspro dibattito contrappone i palestinesi che chiedono il boicottaggio delle elezioni a quelli che vedono la partecipazione al sistema politico come uno dei pochi strumenti disponibili per contrastare la persecuzione israeliana contro i palestinesi – sia il 20% della sua popolazione che Israele definisce una “minaccia demografica”, sia i milioni di palestinesi nei territori occupati che vivono sotto il governo israeliano ma non possono votare.

La discussione è antica quanto lo è Israele. Ma quest’anno gli appelli al boicottaggio si sono fatti più rilevanti e accesi di quanto lo siano stati per anni. Gli attivisti hanno attaccato manifesti in tutte le città di Israele incoraggiando i cittadini palestinesi a restare a casa nel giorno delle elezioni, e importanti politici, giornalisti e addirittura stelle dell’hip hop palestinesi hanno dato il loro appoggio.

Il contrasto è sconvolgente, se si considera quanto i cittadini palestinesi fossero elettrizzati nel recarsi alle urne nelle elezioni del 2015. Dopo che la destra israeliana innalzò la soglia elettorale nel tentativo di escludere i partiti palestinesi, i quattro maggiori partiti palestinesi si unirono in un’unica coalizione per poter sopravvivere. La Lista Unita promise di dare priorità alle esigenze dei palestinesi cittadini di Israele dopo decenni di divisioni e lotte politiche intestine. Fu uno spartiacque per i palestinesi in Israele – la Lista Unita conquistò 13 dei 120 seggi della Knesset, il miglior risultato dalla fondazione dello Stato.

Tuttavia la promessa di unità coincise con uno dei più pericolosi governi israeliani che i cittadini palestinesi abbiano mai visto. L’ultimo governo Netanyahu ha cercato di demolire interi villaggi, ha approvato leggi che sancivano la segregazione etnica e razziale ed ha fomentato una nuova ondata di razzismo contro i cittadini arabi. Poi, nel giugno 2018, la Knesset ha approvato la legge sullo Stato-Nazione ebraico, che sancisce a livello costituzionale la supremazia ebraica in Israele. Il crescendo è arrivato quando la Lista Unita – che comprendeva palestinesi comunisti, islamisti e nazionalisti – si è scissa in due.

“Nel momento stesso in cui loro diventano più oppressivi noi dobbiamo rispondere con ancora maggior forza”, ha detto a +972 Magazine la parlamentare Aida Touma-Sliman, del partito ebreo-arabo Hadash. La comunità palestinese, in quanto “minoranza oppressa e perseguitata”, ha bisogno di essere rappresentata in parlamento, ha sostenuto Touma-Sliman, se non per promuovere i diritti e le esigenze dei palestinesi, per “smascherare l’ipocrisia e gli atteggiamenti razzisti (del governo)”.

“Stiamo aiutando l’opinione pubblica a capire che questa non è democrazia”, ha detto Touma-Sliman.

Punto e a capo

Nasreen Hadad Haj-Yahya, un’attivista sociale e politica che vive a Taybeh, una cittadina nel centro di Israele, ritiene che l’astensione palestinese dal voto sia ciò che vuole la destra – “per far finta che noi non esistiamo”, ha spiegato. “Purtroppo siamo stati delegittimati a tal punto che, oggi, persino la sinistra preferisce perdere un altro turno elettorale piuttosto che collegarsi agli elettori arabi.”

“Non biasimo (chi boicotta le elezioni) perché so quanto sia difficile votare quando sai che il tuo voto non conta niente”, ha detto Hadad Haj-Yahya. I partiti palestinesi sono sempre stati all’opposizione, il che significa che non hanno mai appoggiato alcuna politica governativa, per non parlare di quelle di grandi conseguenze. “Moralmente, è molto difficile far parte di un governo che continua ad opprimere il popolo palestinese in Cisgiordania e a Gaza.”

E’ proprio per questo che Hadad Haj-Yahya è contraria al boicottaggio. “Questa mancanza di speranza, la sensazione che non vinceremo mai – non fa che indebolirci. Non possiamo permetterci di alzare le mani e dire che aspetteremo di vedere che cosa accadrà in questo Paese. Dobbiamo prendere in mano le cose e cercare di promuovere i nostri interessi”, ha sostenuto.

Ma per i palestinesi che invitano al boicottaggio, la lotta riguarda qualcosa di più grande del mettere semplicemente in crisi il governo. Rifiutano l’idea stessa di far parte di un’istituzione che incarna la supremazia ebraica.

“Se partecipo alle elezioni della Knesset, questo significa che attribuirgli legittimità”, ha detto Nizar Hawari, organizzatrice sociale e politica di Tarshiha, una cittadina della Galilea. Hawari, che ha 58 anni, ha detto di aver boicottato le elezioni fin da quando ha avuto il diritto di votare. Non l’ha convinta ad andare a votare nemmeno la Lista Unita, che lei ritiene abbia unito gli elettori palestinesi con la promessa di una maggior rappresentanza, non con un programma politico.

Hawari ha aggiunto che andare a votare non ha fatto che peggiorare le cose, frenando le lotte popolari e creando “un ostacolo al progetto di liberazione nazionale palestinese.”

Secondo Hawari l’alternativa sta nel tornare alla mobilitazione locale, di base. Il movimento di boicottaggio rappresenta un risveglio politico che potrebbe dare nuova energia alla popolazione palestinese e “riportare la nostra lotta al punto di partenza.” La campagna non terminerà martedì, ha affermato, e i militanti del boicottaggio “trasformeranno i nostri principi in un’azione continua.”

Gli attivisti per il boicottaggio hanno appeso manifesti in tutte le città di Israele che invitano i cittadini palestinesi a non partecipare alla “democrazia militare” di Israele. Alcuni di loro hanno costituito un gruppo che si è denominato ‘Campagna popolare per il boicottaggio delle elezioni del parlamento sionista’.

“Lo Stato ebraico ci priva dei diritti civili, non perché sia diminuito il numero di coloro che dicono di rappresentarci nella Knesset, ma perché ci tratta come un problema demografico”, stava scritto in un post sulla pagina Facebook del gruppo fin da fine febbraio.

Gli organizzatori della campagna di boicottaggio non hanno accettato di essere intervistati per questo articolo.

Un altro post diceva: “I partiti politici arabi si stanno inserendo nel sistema coloniale israeliano e ne stanno minando gli stessi fondamenti per la liberazione dal colonialismo, attraverso un’alternativa che coinvolga tutti i mezzi politici, sociali ed economici.”

Votare in massa

Nonostante ciò che credono i leader ebrei israeliani di tutto lo spettro politico, i cittadini palestinesi storicamente hanno preso molto sul serio la loro cittadinanza e il loro diritto al voto, ha detto Hillel Cohen, che è a capo del Dipartimento di Studi Islamici e del Medio Oriente presso l’università ebraica di Gerusalemme.

Nei 18 anni seguenti alla creazione di Israele, il nascente Stato ha posto i palestinesi che erano riusciti a restare nel Paese dopo il 1948 sotto un regime militare, che ha limitato la loro libertà di movimento ed espropriato la loro terra.

Cohen ha spiegato che, mentre alcuni volevano privare completamente o parzialmente i nuovi cittadini arabi del diritto di voto, il primo ministro David Ben Gurion premette perché invece ottenessero il diritto a votare, una decisione che prese in parte per ottenere il sostegno della comunità internazionale.

La posizione di Ben Gurion prevalse, ha detto Cohen. E benché il governo militare non vietasse tecnicamente agli arabi di votare, interferì pesantemente nel processo, anche incarcerando o deportando gli attivisti in prossimità delle elezioni.

Al tempo stesso, la dirigenza israeliana creò diversi partiti arabi satellite guidati da leader locali con stretti legami col Mapai [partito di sinistra israeliano, antecedente del partito laburista, ndtr.]. Attraverso questi partiti strettamente controllati, il governo era in grado di garantire un’alta affluenza di elettori che avrebbe costituito un affidabile bacino di sostegno.

La media dell’affluenza al voto tra i palestinesi si aggirava intorno all’85% fino alla fine del governo militare. Ma anche dopo che non furono più sotto il giogo del governo militare, i palestinesi continuarono a partecipare alla elezioni israeliane in numero relativamente alto. Alla fine degli anni ’80 i cittadini palestinesi formarono i primi partiti arabi non satelliti e nel 1992 queste liste arabe indipendenti ebbero la funzione di un blocco parlamentare di sostegno per l’affermazione del governo di minoranza di Yitzhak Rabin quando sosteneva gli Accordi di Oslo nella Knesset.

I cittadini palestinesi per la maggior parte hanno continuato a partecipare al processo democratico nel corso degli anni. Tuttavia l’affluenza palestinese al voto registrò un crollo all’inizio degli anni 2000, dopo che la polizia uccise 13 palestinesi – 12 dei quali cittadini di Israele – in quelli che sono diventati famosi come i fatti dell’ottobre 2000.

Da allora, la violenza della polizia, spesso letale, e la mancata attribuzione delle responsabilità incisero profondamente nella comunità palestinese in Israele. Ci vollero 15 anni e la creazione della Lista Unita per riportare i numeri dei palestinesi votanti ai livelli precedenti all’ottobre del 2000.

Secondo Yousef Makladeh, che è a capo di Statnet, un istituto di ricerca che si occupa della comunità araba in Israele, quel numero potrebbe nuovamente diminuire in occasione delle elezioni di quest’anno. Il recente sondaggio di Makladeh segnala che solo il 55% dei cittadini palestinesi intende votare martedì – il 9% in meno rispetto al 2015. Inoltre Makladeh ha detto che, mentre solo il 18% degli elettori arabi hanno sostenuto i partiti sionisti nelle ultime elezioni, il suo sondaggio mostra che tale percentuale è salita al 30%.

“Ci sono 940.000 arabi che possono votare in Israele”, ha detto Makladeh. “Se si considera l’accanimento contro i palestinesi di Israele, iniziato con gli incendi nel 2016, proseguito con l’uccisione di Umm al-Hiran e culminato con la legge sullo Stato-Nazione ebraico – tutto ciò ha spinto i cittadini palestinesi a stare a casa e non votare.” Non intendono più cercare di integrarsi nella società israeliana, ha aggiunto.

Intanto, oltre il 70% degli arabi afferma di volere che i loro rappresentanti eletti facciano parte di una coalizione di governo, cosa che Makladeh spiega come risultato della delusione per la Lista Unita. “Molti elettori arabi ritengono che la Lista Unita non sia riuscita a migliorare le loro condizioni di vita, che non li abbia aiutati a mettere più cibo in tavola. Si sono stancati di loro ed ora chiedono politiche pragmatiche.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




La Knesset israeliana respinge la proposta di legge per “mantenere uguali diritti tra tutti i suoi cittadini”

Yossi Gurvitz

12 dicembre 2018 , Mondoweiss

La Knesset [parlamento israeliano, ntr.] ha respinto oggi, con un margine di 71 a 38, la Legge Fondamentale sulla Parità presentata dal parlamentare Mossi Raz (Meretz). Il testo del disegno di legge era chiaro e conciso: “Lo Stato di Israele manterrà diritti politici uguali tra tutti i suoi cittadini, senza alcuna differenza tra religioni, razza e sesso.” Questa è una citazione diretta della Dichiarazione di Indipendenza di Israele.

Dopo le dimissioni del ministro della Difesa Lieberman alcune settimane fa, la coalizione di governo ha un margine sottile come un rasoio, di un solo voto: controlla 61 voti su 120. Tuttavia, la coalizione ha beneficiato dell’appoggio di Yesh Atid, guidato da Yair Lapid, l’aspirante Trump israeliano. È improbabile che i suoi undici voti abbiano consegnato la vittoria all’opposizione, poiché molti membri del campo sionista sono usciti dalla sala prima del voto.

Nonostante una delle più grandi imposture politiche della storia – “Israele è l’unica democrazia in Medio Oriente” – la legge israeliana non ha mai riconosciuto l’uguaglianza tra i cittadini. Un tentativo di inserire una clausola di uguaglianza nella Legge Fondamentale sulla dignità umana e sulla libertà, fallì nel 1992 principalmente a causa dell’opposizione dei partiti religiosi. La Corte suprema israeliana, nella doppia funzione anche come Alta corte di giustizia del Paese, ha trovato – o, piuttosto, inventato – elementi di uguaglianza nelle Leggi fondamentali di Israele; fare questo spesso ha richiesto alla corte di fare ricorso alla clausola di parità della Dichiarazione di Indipendenza, sostenendo che fosse la volontà espressa dei Fondatori.

E così dopo il voto di oggi ci vorranno poteri straordinari di giocoleria giudiziaria. E la corte, che non è mai stata la grande e numinosa luce che i suoi sostenitori ritraggono (come denunzia, con esempi schiaccianti uno dopo l’altro, il bellissimo libro Il Muro e la Porta di Michael Sfard) ha sempre meno coraggio nell’affrontare il governo.

Dopo il rumore intorno alla Legge della Nazione Stato, quando i Drusi hanno riempito le strade per protestare – affermando, correttamente, che la legge li avrebbe resi cittadini di seconda classe – Netanyahu ha promesso loro che avrebbe in qualche modo concesso loro un’esenzione. Forse dichiarandoli ebrei onorari. Oggi, Netanyahu ha chiuso loro la porta dell’uguaglianza.

Lo ha fatto non solo con i voti della sua coalizione ultra-nazionalista, ma anche con quelli di Lapid, il cui partito sostiene di essere un partito di centro, mentre funziona come entratura drogata per l’estrema destra. E grazie ai voti assenti dei membri spaventati del Labour. Questi 71 voti rappresentano il nocciolo duro del sionismo pratico – il sionismo così com’è, non come potrebbe essere – che ha deciso che Israele sarà un paese ebraico e non democratico.

La Knesset ha dichiarato al 20% dei cittadini del paese che avrebbe richiesto loro lealtà, ma non gli avrebbe concesso l’uguaglianza. Godranno di una cittadinanza di seconda classe, dipendente dal capriccio della maggioranza ebraica. La prossima volta che il governo di Israele ti dirà che “condivide i valori” con gli Stati Uniti, ricorda qual è quel valore: i 3/5 delle persone.

Così vanno le cose.

(Traduz. di Luciana Galliano)




Attore israeliano appoggia il BDS

Finalmente libero, l’attore israeliano Itay Tiran appoggia il BDS e afferma che il sionismo è razzismo

Jonathan Ofir

8 settembre 2018,Mondoweiss

 

Sono rimasto molto colpito dalla recitazione di Itay Tiran nell’avvincente mini-serie britannica “La promessa”, diretta da Peter Kosminsky. La serie riguarda Israele-Palestina, e va avanti e indietro tra gli anni precedenti la fondazione dello Stato [di Israele] e gli avvenimenti attuali. Tiran recitava la parte di un ebreo israeliano di sinistra che si unisce a “Combattenti per la pace” [gruppo di israeliani e palestinesi per la pace e la convivenza, inizialmente formato solo da ex-combattenti, ndtr.], e sua sorella lo considera un antisionista. È molto credibile nel suo ruolo, mentre sfida i suoi genitori “sionisti progressisti” e mette in evidenza la loro ipocrisia.

Ora l’attore trentottenne sta per lasciare Israele per andare in Germania, ed ha rilasciato ad “Haaretz” [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] un’intervista in cui si esprime liberamente. Parla a favore del BDS [movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele, ndtr.], in modo ragionato. Definisce il sionismo razzista – non come iperbole –, si esprime a questo proposito in modo razionale e logico.

È davvero liberatorio leggerlo. Ci sono espressioni che i sionisti stanno cercando di vietare in tutto il mondo – ed egli è totalmente libero di parlarne! Immagino che se lo sia tenuto in serbo per il momento in cui sarebbe andato via, perché le conseguenze che ne possono derivare in Israele possono essere disastrose.

Negli estratti di intervista pubblicati finora da “Haaretz” (pensano di pubblicare l’intervista completa nel supplemento culturale in ebraico di “Haaretz”), Tiran dice che il BDS è assolutamente legittimo:

Il BDS è una forma di resistenza assolutamente legittima. E se noi vogliamo invocare un certo tipo di discussione politica che non è violenta, dobbiamo rafforzare queste voci, anche se è difficile. Del resto non importa quello che faranno i palestinesi. Quando commettono un atto di terrorismo vengono definiti terroristi violenti, sanguinari. E quando appoggiano il BDS sono terroristi politici. Se ciò che alla fine porterà a una soluzione qui saranno pressioni non violente, portate avanti come discorso politico, allora perché non appoggiarlo?

È un atteggiamento umanitario, ed è anche concreto, e penso che eviterà le prossime guerre.

Non è certo un’opinione condivisa in Israele, che ha interi ministeri e notevoli fondi destinati a lottare contro il BDS. Tiran va anche oltre.

Parla del fascismo di Israele, e della sua negazione:

Ti alzi la mattina, bevi il tuo caffè e leggi i giornali. Vedi un articolo e dici: ‘Dunque questo è il momento in cui siamo diventati fascisti o no?’ Stai lì seduto e giochi una specie di gioco e gradualmente capisci che tutto quello che fai è continuare a farti quella domanda e a stare al gioco, senza deciderti.

Parla di come la legge fondamentale recentemente approvata, che dichiara Israele lo Stato-Nazione del popolo ebraico, non sia per niente nuova, e che in questo senso non è del tutto negativa, se serve come segnale d’allarme:

Se la legge sullo Stato –Nazione è un punto di riferimento, in base al quale stabilire dove è arrivata la società israeliana, allora è chiaramente una legge razzista e non egualitaria, un altro passo nella deriva nazionalista che avviene qui. D’altra parte dico che non è solo negativa. Perché? Perché fa emergere una sorta di subcosciente collettivo che qui c’è sempre stato. La “Dichiarazione di Indipendenza” e discorsi su uguaglianza e valori, tutto ciò fu l’autoesaltazione di un colonialismo che si vantava di essere un liberalismo illuminato. C’è gente che si definisce ancora di centrosinistra, e pensa ancora che se inseriscono la parola “uguaglianza” nella legge tutto sarà a posto. Non lo credo. E realmente, l’obiezione giustificata della Destra è stato: ‘Aspettate un attimo, ma c’è la legge del [diritto al] ritorno. Come mai solo la legge sullo Stato – Nazione vi fa diventare matti?’

Ottima osservazione. Quindi l’intervistatore, Ravit Hecht, gli pone un’importante domanda:

 “Pertanto stai dicendo che il sionismo, non importa quale, è uguale al razzismo?”

“Sì”, risponde Tiran.

Semplicemente così. L’ex ambasciatore di Israele all’ONU Chaim Herzog si infuriò su tale questione, e com’è noto fece a pezzi la risoluzione del 1975 che equiparava il sionismo al razzismo. L’ambasciatore USA all’ONU, Daniel Patrick Moynihan, pronunciò un famoso discorso denunciando la risoluzione come opera dei nazisti.

L’aberrazione dell’antisemitismo ha assunto l’aspetto di una sanzione internazionale. L’Assemblea Generale oggi concede un indulto simbolico – e qualcosa in più – agli assassini di sei milioni di ebrei europei.

E c’è Tiran, che accetta l’equazione, razionalmente, pacificamente e inequivocabilmente.

Di conseguenza la discussione prosegue.

“Che il sionismo equivalga al colonialismo?” chiede Hecht.

“Sì, esatto. Tutti noi dobbiamo quindi vedere la verità, e poi prendere posizione.”

Non potrebbe essere più chiaro di così. Non è complicato. L’intervista integrale sicuramente sarà qualcosa a cui guardare con impazienza. Come ho già detto, una liberazione.

 

Su Jonathan Ofir

Musicista israeliano, conduttore e blogger / writer che vive in Danimarca.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




I drusi e la legge sullo Stato Nazione

Yara Hawari

16 agosto 2018, Al Jazeera

Questa legge dimostra che non importa quanto cooperi – se non sei ebreo, questo Stato non è per te

L’approvazione lo scorso mese della legge sullo Stato-Nazione, che afferma il carattere ebraico dello Stato israeliano e riduce l’importanza della lingua araba, ha riacceso un dibattito tra i cittadini palestinesi di Israele, soprattutto in merito alla loro situazione precaria all’interno dello Stato. In particolare ha suscitato un’intensa discussione nella comunità dei drusi palestinesi in Israele, oltre a provocare una serie di dimissioni da parte di ufficiali drusi che prestano servizio nell’esercito israeliano. Il 4 agosto 50.000 drusi si sono riuniti contro la legge in piazza Rabin a Tel Aviv sventolando sia bandiere israeliane che druse. L’immagine della piazza invasa dalla bandiera drusa multicolore e da quella israeliana una vicino all’altra evidenzia la diversa relazione che la comunità drusa ha con Israele rispetto a quella degli altri cittadini palestinesi.

In seguito alla fondazione dello Stato di Israele nel 1948, la dirigenza sionista cercò di dividere la comunità palestinese sopravvissuta [alla pulizia etnica, ndtr.] attraverso la nozione di particolarismo – in altre parole, mettendo in evidenza differenze religiose e tradizionali al suo interno. I sionisti concentrarono la loro attenzione sulla comunità drusa di lingua araba (la religione drusa si è sviluppata dall’Islam ismailita [corrente dell’Islam sciita, ndtr.] e i suoi membri sono concentrati in Libano, Siria e Palestina).

Già nel 1948 alcuni drusi vennero reclutati dall’Haganà [principale milizia sionista, ndtr.], – una cosa all’epoca negata agli altri palestinesi – con la promessa di consentirgli di fare il raccolto agricolo nelle loro terre. Nel 1956 i dirigenti drusi accettarono un accordo di coscrizione obbligatoria nell’esercito israeliano in cambio della protezione della comunità in quanto minoranza.

Tutt’altro che d’accordo, molti villaggi drusi protestarono contro la coscrizione e contro la collaborazione dei loro dirigenti con il regime sionista. Tuttavia, nel corso del tempo, la maggioranza della comunità venne cooptata e inserita a forza all’interno del regime sionista, contribuendo a conservare il mosaico culturale israeliano di facciata. Eppure ironicamente continuarono ad essere privati delle loro terre e gli vennero negate le stesse infrastrutture e servizi a disposizione delle loro controparti ebraiche. Infatti, dalla nascita di Israele, i drusi hanno perso oltre tre quarti della loro terra a favore dello Stato e allo stesso tempo gli è stato vietato il permesso di costruire, provocando una situazione di sovraffollamento e strangolamento simile a quella degli altri palestinesi in Israele.

Questa vicenda di continue discriminazioni e la storia dei drusi che si rifiutano e resistono è spesso stata marginalizzata dalla narrazione egemonica. Più di recente, nel 2013 è stato formato un gruppo di giovani drusi chiamato “Urfod” (“rifiuto” in arabo) che ha promosso il rifiuto di fare il servizio militare nell’esercito israeliano e una campagna per abolire la coscrizione obbligatoria. Formatosi nel villaggio druso di Rameh, in Galilea, “Urfod” sta iniziando a sfidare la narrazione egemonica della collaborazione dei drusi con il regime sionista mettendo in evidenza la resistenza attuale e passata dei drusi. Il villaggio di Rameh è anche il luogo d’origine di uno dei più famosi e prolifici poeti palestinesi, Samih al-Qassim, un palestinese druso. La sua poetica si concentra sulla resistenza e sull’amore per la Palestina. Sia gli attivisti di Urfod che Samih al-Qassim rappresentano un monito che non c’è niente di naturale o intrinseco nella collaborazione dei drusi con Israele – al contrario, è stata e continua ad essere una dei molti metodi utilizzati per disintegrare la società palestinese.

Tuttavia questa rinnovata e diffusa indignazione nel corso delle ultime settimane all’interno della comunità drusa nei confronti di questa legge non riflette necessariamente un incremento del rifiuto dei drusi. La legge è stata vista come uno schiaffo morale per una comunità “leale” piuttosto che la consacrazione di una supremazia ebraica già in atto. I timori per una “nuova” situazione in un’era di cittadinanza di serie B ha portato i dirigenti drusi, compreso il capo spirituale, lo sceicco Muwafaq Tarif, a incontrarsi con Netanyahu per discutere la prosecuzione della protezione dei drusi come minoranza. Nell’incontro Netanyahu ha anche espresso la speranza che la manifestazione dei drusi, organizzata in risposta alla legge, venisse annullata. Benché Tarif e Netanyahu abbiano raggiunto un accordo, il comizio ha avuto ugualmente luogo. Lungi dall’essere critico nei confronti di Israele o mettere in discussione la collaborazione dei drusi con lo Stato, ha ospitato oratori dell’esercito che hanno insistito sulla fedeltà dei drusi e hanno descritto la legge come un insulto piuttosto che come parte di una legislazione intesa a sostenere le reali caratteristiche razziste dello Stato.

Questo tentativo di cooptare le minoranze è stato a lungo una strategia per distruggere e frammentare la società palestinese. Le promesse di integrazione e di opportunità economiche e sociali non sono state mantenute, come dimostrato dal fatto che i drusi palestinesi continuano a essere vittime di discriminazione, marginalizzazione ed esclusione. Infatti una delle maggiori tragedie è come Israele sia riuscito a dividere il popolo palestinese ed abbia creato gruppi minoritari che lottano per le briciole della tavola del padrone. Se non altro questa legge dimostra che non importa quanto cooperi o collabori – se non sei ebreo, questo Stato non è per te.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Yara Hawari è l’esperta di politica palestinese di Al-Shabaka, la rete di politica palestinese.

(traduzione di Amedeo Rossi)