Il processo a Elor Azaria, l’assassino di Hebron: l’agonia mortale di una società sana

di Gideon Levy, 4 gennaio 2017 Haaretz

Non ci saranno altri processi Azaria. I politici e la gente non permetteranno che accada

Guardate bene il processo al soldato Elor Azaria: ecco a cosa assomiglia un’agonia mortale. Ecco a cosa assomigliano l’agonia di un buon governo e gli ultimi spasmi di una società sana. Ecco a cosa assomiglia l’apparente uguaglianza davanti alla legge – (che cosa sarebbe successo se Azaria fosse stato palestinese?) – quando quasi tutte le maschere sono già state strappate, compreso il velo della vergogna. Ecco a cosa assomiglia la democrazia quando pensa di poter continuare ad esistere indisturbata persino come brutale tirannia militare in casa propria. Ecco a cosa assomiglia un esercito di occupazione quando ancora insiste su un qualche sacro simulacro di legalità e valori.

Tutto precipita nella stessa direzione, e la corsa ha prodotto un ultimo e disperato tentativo di ammantarla di correttezza, sotto forma del processo ad Azaria o dell’evacuazione dell’avamposto di Amona, per esempio. Quando Moshe Ya’alon e Gadi Eisenkot, due comandanti militari responsabili di crimini di guerra ed occupazione, sono diventati i tutori della legge e della moralità in Israele, la situazione è più che disperata.

Vale la pena di soffermarsi su di loro: presto anche loro non saranno più lì. Il loro posto verrà occupato da gente persino peggiore. Ieri la folla minacciava: “Gadi, Gadi, stai attento, Rabin (primo ministro israeliano assassinato nel 1995 da un colono ebreo estremista, ndtr.) sta cercando un compagno.”

Forse perderemo Eisenkot. E’ difficile crederlo, ma anche lui ormai appartiene ad una specie a rischio. Persino il conduttore televisivo Dany Cushmaro ieri è stato preso di mira dalla gentaglia. Che cosa ridicola.

In tribunale un giudice militare ha pronunciato una sentenza circostanziata ed argomentata, chiara ed inequivocabile e che prescinde assolutamente da quanto stava avvenendo all’esterno. In tribunale l’imputato è stato applaudito, mentre i giornalisti facevano a gara su chi riuscisse a mostrare maggior compassione ed empatia per lui (per che cosa, esattamente?). E all’esterno centinaia di dimostranti minacciavano di assaltare il tribunale, l’esercito e i media, mentre il coro di incitamento dei politici li aizzava.

I ministri della cultura, dell’educazione e dell’interno stanno già perdonando Azaria. La deputata dell’Unione Sionista (coalizione di centro sinistra, ndtr) Shelly Yacimovich (!) si è già unita a loro. Le regole sono state invertite una dopo l’altra: una persona condannata per omicidio è un eroe; il capo di stato maggiore dell’esercito di occupazione è un modello di moralità; i ministri del governo stanno sovvertendo il sistema giudiziario e militare. E l’opposizione è inesistente.

Quanta strada ha fatto Israele dal perdono accordato ai predecessori di Azaria, gli esecutori dell’attacco al bus 300 nel 1984, quando due palestinesi che avevano sequestrato un autobus furono catturati vivi dal servizio di sicurezza dello Shin Bet ed in seguito messi a morte. Loro per lo meno non sono diventati degli eroi. Forse hanno persino provato un momento di vergogna per le loro azioni.

Sono passati 13 anni dall’ultima volta che un soldato dell’esercito israeliano è stato condannato per aver commesso un omicidio in servizio e quella volta si è trattato di un soldato beduino, che ha passato 6 anni in prigione esclusivamente grazie alle pressioni internazionali (aveva ucciso un fotografo britannico). Le operazioni “Piombo fuso” e “Scudo Protettivo” a Gaza, con le centinaia di morti evitabili, si sono concluse senza alcuna condanna. Le esecuzioni di ragazze armate di forbici e di ragazzi con coltelli si sono succedute anch’esse senza che nessuno venisse processato, sotto gli occhi di Eisenkot.

C’è un giudice nel quartier generale dell’esercito?” Praticamente nessuno. Azaria non è stato il primo giustiziere e non sarà neanche l’ultimo.

E’ un bene che sia stato condannato. Se gli viene comminata una condanna adeguata forse questo impedirà qualche altra uccisione criminale. Ma non c’è da rallegrarsi per questo. Le telecamere di B’Tselem – quell’associazione di traditori e bugiardi – ha costretto l’esercito a metterlo sotto processo. Le prove hanno costretto il tribunale a condannarlo.

Ed è stato il canto del cigno. Non ci saranno altri processi Azaria. I politici e la gente non lo permetteranno.

La radice di tutto ciò è l’odio per gli arabi. Azaria è potenzialmente un eroe nazionale per una sola ragione: ha ucciso un arabo (il confine tra arabi e terroristi è labile in Israele). Ha fatto ciò che molta gente avrebbe voluto fare e ciò che molta di più pensa che avrebbe dovuto fare.

E’ stato un omicidio nato dalla pietà: l’autocommiserazione dell’occupante per l’amarezza del proprio destino. Povero soldato Azaria, costretto a sorvegliare un checkpoint a Hebron. Poveri i suoi compagni, che lo hanno mandato là. Povero Israele, che è costretto ad erigere checkpoints nel cuore di una città palestinese ed a strangolare i suoi abitanti. Ma nessuno è stato processato per questo.

Azaria non è né un eroe né una vittima. E’ un criminale. Ma al di sopra di lui ci sono criminali ancor più grandi.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Gli Stati Uniti sono finalmente usciti allo scoperto

di Gideon Levy – 18 dicembre 2016,  Haaretz

In seguito alla designazione di un rappresentante favorevole alle colonie, l’inganno è finito: gli Stati Uniti non saranno più in grado di sostenere di essere un mediatore imparziale nel conflitto israelo-palestinese | Opinione

Il presidente eletto Donald Trump ha deciso di nominare ambasciatore in Israele un avvocato anti-israeliano e razzista. Che è, naturalmente, una sua prerogativa. Lo scorso giovedì, con la nomina di David Friedman, gli Stati Uniti sono usciti allo scoperto. D’ora in poi appoggiano ufficialmente la costituzione di uno Stato israeliano dell’apartheid tra il mare Mediterraneo e il fiume Giordano.

Friedman non è il primo ambasciatore ebreo in Israele – una questione che ha sempre sollevato domande sulla doppia lealtà – ma è il primo sostenitore dichiarato delle colonie a ricoprire questo incarico. Il suo predecessore, Dan Shapiro, era anche lui favorevole alle colonie, come tutti gli ambasciatori prima di lui – rappresentanti di governi che avrebbero potuto bloccare il progetto di colonizzazione ma non hanno mosso un dito per farlo, ed anzi lo hanno finanziato.

Ma ora abbiamo un ambasciatore che ha anche contribuito di tasca propria alla spoliazione.

Questo cambiamento rappresenta la fine delle ridicole denunce da parte del Dipartimento di Stato USA, che Israele ha sempre ignorato. Non più auto diplomatiche nere dopo la costruzione di ogni nuovo balcone nei territori occupati. D’ora in poi abbiamo un ambasciatore che sarà addolorato per l’evacuazione dell’avamposto di Amona [illegale anche in base alle leggi israeliane e di cui la Corte Suprema israeliana ha deciso l’evacuazione. Ndtr.] e che parteciperà alle cerimonie per la posa della prima pietra in ogni nuova colonia.

Ciò implica il fatto che gli Stati Uniti non potranno più sostenere di essere un mediatore imparziale. Non lo sono mai stati, ma ora la maschera è caduta. Da questo punto di vista, la nomina di Friedman è buona e giusta. I palestinesi, gli europei ed il resto del mondo lo sappiano: l’America è favorevole all’occupazione. Basta inganni.

Friedman è un anti-israeliano, come chiunque altro incoraggi Israele a intensificare l’occupazione. Friedman è un razzista, come chiunque altro spinga per uno Stato dell’apartheid. E’ anche antidemocratico e maccartista (avendo detto che i sostenitori di J Street [organizzazione di ebrei USA moderatamente critici con Israele. Ndtr.] sono “molto peggio dei kapo” [internati nei lager che collaboravano con i nazisti. Ndtr.]) – e già ne abbiamo abbastanza tra noi. Friedman li incoraggerà, ed anche in questo egli è palesemente anti-israeliano.

Ma Friedman non è un iscritto al partito di estrema destra Tekuma [partito dei coloni fondamentalisti. Ndtr.], né, per quanto ne sappiamo, del movimento anti-assimilazionista Lehava. Friedman sta per diventare il rappresentante del governo USA in Israele. Ci deve risposte ad una serie di domande – analogamente al Senato, che deve approvare la sua nomina.

Il governo USA ed il Senato sono consci della portata delle opinioni del nuovo ambasciatore? Comprendono che è favorevole all’istituzione di uno Stato dell’apartheid sostenuto e finanziato dal Paese leader del mondo libero? Perché chiunque, come Friedman, si opponga alla soluzione dei due Stati sostiene l’unica alternativa, che è uno Stato unico e, nel caso di Friedman, uno Stato dell’apartheid. E’ così che vogliono apparire gli Stati Uniti, persino gli Stati Uniti di Trump?

Gli israeliani di destra che sostengono l’annessione – e ce ne sono molti – possono velare il loro progetto dietro una fitta nebbia che nasconde il suo reale significato. Ma non è il caso del rappresentante del Paese più potente al mondo.

L’ambasciatore designato ci deve delle spiegazioni. Quando dici annessione, cosa intendi? Quando contribuisci economicamente alla colonia di Beit El, sai che per la maggior parte è costruita su terre private rubate ai palestinesi? Cosa dirà il Senato della tua complicità in un crimine? Quale sarà il destino degli abitanti autoctoni dei territori occupati, che sono ciò che rimane della loro terra rubata? Se tu parli di democrazia e uguaglianza per tutti, nello spirito della costituzione americana, allora avremo uno Stato binazionale, ugualitario e giusto – a cui, purtroppo, quasi ogni israeliano si oppone.

Tuttavia non è quello a cui ti riferisci. La tua annessione significa la perpetuazione dello status di padroni della terra ed espropriati, un regime di separazione che il mondo progressista chiama apartheid.

Sua eccellenza, presumibile ambasciatore, lei ci deve delle risposte. Anche quelli a Washington che la mandano qui ci devono delle risposte. Considerate i palestinesi come esseri umani con gli stessi diritti di cui godono gli ebrei in Terra di Israele? Vi pare che lo Stato vostro alleato agisca in modo giusto? Lo vedete come uno Stato che rispetta le leggi internazionali? Pensate che spingendolo avanti in una direzione nazionalista gli fate un favore? L’appoggio ad uno Stato dell’apartheid è utile agli interessi americani? Ciò riflette i valori dichiarati dall’America? In breve, state con noi o con i nostri avversari?

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un pogrom scuote un villaggio palestinese strangolato dai coloni israeliani

di Gideon Levy e Alex Levac – 11 novembre 2016 Haaretz

Una dozzina di coloni mascherati che brandivano coltelli e bastoni e gridavano “morte agli arabi” ha attaccato cinque contadini palestinesi che stavano raccogliendo olive. “Sono venuti per uccidere”, ha detto una vittima.

E’ stato un pogrom [attacchi antisemiti contro la popolazione ebraica nei Paesi dell’Est Europa. Ndtr.].

I sopravvissuti sono cinque pacifici contadini palestinesi che parlano un ebraico smozzicato e lavorano nell’edilizia in Israele, con permessi di ingresso validi. Durante i fine settimana coltivano ciò che è rimasto delle loro terre, la maggior parte delle quali sono state depredate a favore dei coloni che strangolano il loro villaggio, Janiya, fuori Ramallah. Sono convinti di essere sopravvissuti solo per miracolo all’attacco di sabato scorso.

“Pogrom” è davvero la sola parola per descrivere quello che hanno subito. “Vi uccideremo!” hanno gridato gli assalitori, mentre picchiavano gli uomini sulla testa e sul corpo con mazze e tubi di ferro, e brandivano coltelli a serramanico. L’unico “crimine” dei palestinesi, che stavano raccogliendo le loro olive quando i coloni si sono gettati su di loro, era il fatto di essere palestinesi che hanno avuto l’ardire di lavorare la loro terra.

Il periodo della raccolta delle olive è tradizionalmente la stagione dei pogrom in Cisgiordania, ma questo è stato uno dei più violenti. Nessun rappresentante ufficiale israeliano ha condannato l’assalto, nessuno si è indignato. Uno degli aggrediti è stato medicato con 10 punti in testa, un altro ha avuto un braccio e una spalla rotti, un terzo zoppica, un quarto ha perso gli incisivi. Solo uno è riuscito a scappare agli assalitori, ma anche lui si è fatto male quando si è ferito a una gamba sul terreno roccioso mentre fuggiva.

I contadini, che giorni dopo l’aggressione erano ancora in stato di shock per questa brutta esperienza, sono stati portati via dai compaesani; le olive sono rimaste sparse sul terreno. Ora hanno paura di tornare nell’oliveto. Questo fine settimana, si sono ripromessi, manderanno giovani di Janiya a prendere quello che avevano raccolto e a finire il lavoro. Per quanto riguarda loro, con il corpo e l’anima acciaccati, dicono di non essere in grado di fare niente.

Gli assalitori, circa una dozzina di coloni mascherati, si vedono in un video girato da un abitante, Ahmed al-Mazlim, mentre, palesemente in preda all’eccitazione per la loro azione, tornano alle loro baracche, sparse sotto la colonia di Neria, nota anche come “Nord Talmon”, tra Modi’in e Ramallah. Questo è stato il loro “oneg Shabbat” la loro festa del sabato: scendere nella valle e picchiare persone che stavano lavorando la propria terra, innocenti quanto indifese, forse addirittura con l’intenzione di uccidere. Un fine settimana pacifico.

Si vedono i coloni risalire lentamente verso le baracche del loro avamposto illegale, che si trova sulla collina sotto Neria. Non hanno fretta, in fin dei conti nessuno li sta inseguendo. Alla fine si siedono sulla soglia di una delle baracche per dissetarsi con una borraccia.

Non avevo mai visto prima criminali lasciare la scena del delitto con tale indifferenza. Forse erano esausti del loro lavoro – picchiare arabi – stanchi ma contenti. Yotam Berger, il giornalista di Haaretz che è stato il primo a pubblicare il video, ha visitato le baracche il giorno dopo il pogrom. Sapeva bene che dei coloni vivevano lì, anche se le strutture erano vuote quando è arrivato. Fino a quel momento non erano stati fatti arresti, ed esperienze precedenti suggeriscono che non ne verrà fatto nessuno. La polizia sta indagando.

Janiya, un piccolo villaggio di 1.400 anime nella parte centrale della Cisgiordania, si guadagnava di che vivere lavorando la sua terra finché gran parte di questa è stata portata via dalle vicine colonie, dalla fine degli anni ’80. Poche regioni sono altrettanto popolate di coloni come questa; pochi villaggi hanno avuto tanta terra rubata come Janiya. Degli originali 50.000-60.000 dunam (5.000-6.000 ettari) posseduti dai suoi abitanti, solo 7.000 (700 ettari) rimangono di loro proprietà. Il villaggio è stato strangolato.

Da una buona posizione ai suoi confini, si può vedere la valle in cui è stato perpetrato l’attacco, e le colonie vicine. La nostra guida è Iyad Hadad, un ricercatore sul campo dell’organizzazione per i diritti umani israeliana B’Tselem. Sotto di noi le case di Talmon A confinano con le rimanenti terre di Janiya, molto vicino alle case dei paesani. Basta allungare la mano per toccarle; un altro progetto di espansione e arrivano fin dentro Janiya.

A destra, verso sudest, c’è la colonia di Dolev, a vantaggio dei cui abitanti Israele ha bloccato per anni la strada principale per Ramallah. Appollaiata sulla collina c’è Talmon B; lì vicino c’è Talmon C; e là, all’orizzonte, si trova Talmon D. Sulla cima della collina, ad una certa distanza, c’è una base dell’esercito israeliano.

Ogni cima di collina rappresenta un’altra minaccia per il tranquillo villaggio. Neria si trova sopra l’uliveto della famiglia Abu Fuheida e i pendii terrazzati che scendono da lì. Le costruzioni della “gioventù delle colline” [gruppo di giovani coloni molto violenti. Ndtr.] sono sparse su tutto il territorio, tra le varie Talmon, a decine di metri le une dalle altre.

La valle è tranquilla. Alcuni degli oliveti ora sono di proprietà delle colonie; quando si fa la raccolta, ci si mette d’accordo con l’esercito israeliano. Per esempio, la scorsa settimana le olive sono raccolte nelle parti di Talmon A coltivate dai palestinesi. Ma l’aggressione da parte dei coloni è stata perpetrata in un luogo in cui il coordinamento non è richiesto, perché non è proprietà di alcuna colonia.

Siamo alla fine della stagione del raccolto, e questo è un canalone chiamato Natashath. E’ sabato mattina, una giornata stupenda, e cinque membri della famiglia Abu Fuheida – Sa’il, Hassan, Sabar, Sa’ad e Mohammed – scendono all’oliveto di famiglia, dove hanno una settantina di ulivi. Sono circa le 8,30; non ci sono altri contadini lì attorno. Portano sacchi (“Nessun coltello”, chiarisce subito uno di loro) sparsi per terra per raccogliere le olive cadute, con una bottiglia di Coca Cola, pomodori, pane pita e affettati. Non è una buona annata per le olive, il raccolto è stato scarso.

Lavorano fino a mezzogiorno, si siedono per mangiare e ritornano alle scale. Il loro piano è di finire il raccolto entro il pomeriggio. Ma in quel momento gli aggressori gli piombano addosso all’improvviso: i raccoglitori, sulle scale, con la testa in mezzo ai rami, non li vedono. Solo Sa’il, con i suoi 57 anni il più vecchio del gruppo e l’unico che non è su una scala, riesce a scappare, ferendosi solo fuggendo in preda al panico.

Secondo Sa’il e il suo fratello ferito, Hassan, erano 10, forse 15 assalitori. Sembravano giovani e robusti. Uno dei quattro che hanno aggredito Hassan portava occhiali; Hassan ha visto solo i suoi occhi. E’ stato quello che gli ha inflitto i colpi peggiori, aggiunge Hassan. Tutti avevano tubi, mazze, randelli o coltelli. Ce n’era anche uno che sembrava di vedetta: è rimasto sulla collina vicino a Neria, con un fucile, osservando a quanto pare quello che stava succedendo. “Morte agli arabi! Morte agli arabi!” gridavano gli aggressori. “Vi uccideremo, porci.”

Sa’il: “Erano aggressivi, violenti, non ho mai visto un attacco del genere. Erano venuti per uccidere.”

I contadini si sono precipitati giù dalle scale, dritti nelle mani degli assalitori, che hanno afferrato prima Sabar, poi Hassan, circondandoli, alcuni coloni per ogni palestinese, e li hanno percossi. Sabar è stato il primo a perdere conoscenza, Hassan dice di essere svenuto anche lui. Gli autori del pogrom hanno cercato di colpirli in testa, ma Hassan se l’è protetta con le mani. La sua mano destra ora è bendata, con dei punti e fasciata, ha perso quattro denti e ha anche un labbro tagliato. Si muove a malapena e parla a fatica.

L’aggressione è durata tra i cinque e i dieci minuti. Uno dei cugini, Mohammed, ad un certo punto è riuscito a scappare, dopo essere stato leggermente ferito, e ha chiesto aiuto al villaggio. Quando gli aggressori se ne sono andati, i feriti sono stati portati via su ambulanze ed auto private all’ospedale pubblico di Ramallah. Hassan ha raccontato di aver ripreso conoscenza in casa di suo fratello, dove era stato portato dagli abitanti del villaggio prima di essere trasportato in ospedale. Quando si è alzato gli è venuto un capogiro. Era sicuro che sarebbe morto, dice Hassan, un lavoratore edile (“con regolare permesso”) a Rishon Letzion [in Israele. Ndtr.].

Solo Hassan e Sa’il erano al villaggio quando ci siamo andati questa settimana (le altre tre vittime erano andate al comando della regione di Binyamin per testimoniare alla polizia). La loro casa era affollata di visitatori che confortavano gli aggrediti. Gli assalitori sono pazzi, ci ha detto il loro cugino Sahar: “Odiano gli arabi, odiano l’odore degli arabi, vedono un arabo e lo vogliono calpestare. Vogliono ucciderci. Non vogliono arabi qui. E fanno quello che vogliono.”

Ci siamo seduti all’ombra della buganvillea nel cortile della casa della famiglia. Ho chiesto ad Hassan cosa pensi di quello che è successo. Un tenue sorriso ha attraversato le sue labbra ferite mentre ripeteva: “Non so cosa pensare. Succede ogni anno.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Di colpo si può essere filoisraeliani ed antisemiti

di Gideon Levy, 21 novembre 2016 Haaretz

Quando l’amicizia verso Israele viene giudicata solamente in base al sostegno all’occupazione, Israele non ha altri amici se non i razzisti e i nazionalisti.

All’improvviso non è così terribile essere antisemiti. Tutto ad un tratto diventa scusabile, nella misura in cui odiate i musulmani e gli arabi e “amate Israele”. Il diritto ebraico ed israeliano ha concesso una radicale amnistia agli amanti antisemiti di Israele – sì, succede questo e loro stanno per prendere il potere negli Stati Uniti.

Adesso lo sappiamo: non solo la pornografia, ma anche l’antisemitismo è una questione di geografia e di prezzo. Gli antisemiti americani di destra non sono più considerati antisemiti.

La definizione è stata aggiornata: d’ora in poi gli antisemiti si trovano solo nei ranghi della sinistra. Roger Waters (ex-leader dei Pink Floyd e sostenitore del boicottaggio contro Israele, ndtr.), un coraggioso uomo di coscienza senza macchia, è un antisemita. Steve Bannon, un razzista dichiarato ed esplicitamente antisemita che è stato nominato capo della strategia della Casa Bianca di Trump, è un amico di Israele.

Gli attivisti ebrei ed israeliani che non risparmiano sforzi per scoprire segnali di antisemitismo, che considerano ogni multa per sosta vietata ad un ebreo americano come un gesto di odio, che muovono cielo e terra ogni volta che un ebreo viene derubato o una lapide ebrea viene infranta, adesso riabilitano un antisemita. Improvvisamente non sono sicuri che si stia parlando di quel particolare morbo.

Alan Dershowitz (docente di diritto ed accanito sostenitore di Israele negli USA, ndtr.), uno dei maggiori propagandisti in questo campo, è già insorto in difesa del razzista Bannon. In un articolo su Haaretz della scorsa settimana Dershowitz ha scritto che l’uomo la cui moglie ha detto che non ha permesso ai suoi figli di andare a scuola insieme agli ebrei non è un antisemita. “L’accusa è semplicemente stata fatta dalla sua ex moglie in un processo, senza dare al fatto un particolare peso,” ha scritto Dershowitz, con logica pretestuosa.

Dopo tutto, l’ex assistente ricercatore di Dershowitz, un ebreo ortodosso che ha successivamente lavorato con Bannon, gli ha assicurato di non aver riscontrato elementi di antisemitismo in Bannon. E questo è improvvisamente sufficiente per Dershowitz. Di punto in bianco è possibile separare il razzismo dall’antisemitismo.

L’ambasciatore israeliano a Washington, Ron Dermer, ovviamente si è affrettato ad unirsi alla compagnia. Nel weekend ha detto di aspettarsi di lavorare con Bannon. E, cavoli, si aspetta di lavorare con quel razzista. In fondo, saranno d’accordo su tutto: che non esiste un popolo palestinese, che non esiste l’occupazione, che la colonia di Yitzhar ([una delle colonie più violente ed estremiste, ndtr.) dovrà restare per sempre, che quelli di sinistra sono dei traditori.

Per Dermer – ambasciatore dell’avamposto illegale di Amona, amico del Tea Party , uno che boicotta J Street (gruppo liberale statunitense che promuove la pace tra Israele e Palestina, ndtr.), un uomo che, se la relazione bilaterale fosse stata normale, sarebbe stato dichiarato persona non gradita dagli Stati Uniti – le nuove nomine sono l’alba di un nuovo giorno.

Si sentirà a casa con Frank Gaffney, un altro che odia i musulmani, che probabilmente otterrà un’alta carica nella nuova amministrazione; sarà felice di lavorare con Bannon. E Mike Huckabee (politico repubblicano e pastore battista statunitense, ndtr.) gli va proprio a genio. Dermer, dopo tutto, ha ricevuto il Premio Fiamma della Libertà dal Centro per la politica di sicurezza, un gruppo razzista che sventola orgogliosamente la bandiera dell’islamofobia.

Questi razzisti e quelli della loro risma sono i migliori amici di Israele negli Stati Uniti. Ad essi si uniscono i razzisti della destra europea. Se non si contano i sensi di colpa per l’olocausto, essi sono gli unici amici rimasti ad Israele. Quando l’amicizia per Israele si misura solamente sulla base del sostegno all’occupazione, Israele non ha altri amici che i razzisti ed i nazionalisti. Questo avrebbe dovuto suscitare qui una profonda vergogna: dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò chi sei.

Questi razzisti amano Israele perché realizza i loro sogni: opprimere gli arabi, offendere i musulmani, spossessarli, espellerli, ucciderli, distruggere le loro case, calpestare la loro dignità. Questo mucchio di spazzatura vorrebbe tanto comportarsi come noi.

Ma per ora ciò è possibile solo in Israele, per cui esso è il faro tra le nazioni in questo campo. Che cosa ne è dei tempi in cui gli ebrei in Sudafrica andavano in prigione con Nelson Mandela? Oggi gli attivisti ebrei in America sostengono i nuovi governanti – i razzisti e gli antisemiti.

Nel weekend la scrittrice palestinese-americana Susan Abulhawa ha scritto su Facebook: i palestinesi definiscono il nazionalista bianco Bannon un antisemita, mentre l’AIPAC (gruppo di pressione statunitense che sostiene politiche a favore di Israele, ndtr.) e Dershowitz pensano che non sia una cattiva persona. Di quale altra prova c’è bisogno sul fatto che il sionismo è un aspetto della supremazia bianca e in definitiva è antitetico all’ebraismo?

La scorsa estate Abulhawa è stata deportata dal ponte di Allenby [cioè in Giordania, ndtr.]. Ed ha ragione. Gli Stati Uniti e Israele condividono oggi gli stessi valori – e guai a vergognarsene.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




E’ la fine del mondo?

di Gideon Levy, 10 novembre 2016

Haaretz

Potrà accadere una di queste due cose: o Trump sarà Trump, oppure il Presidente Trump non sarà lo stesso Trump che abbiamo conosciuto.

Prima confessione: ho sperato che Donald Trump venisse eletto. Seconda confessione: la sua elezione mi spaventa. Basta pensare a Rudolf Giuliani in una posizione preminente nel suo governo, che forse influenzerà la sua politica nei confronti di Israele, per essere colti dal panico. La mia compagna Catherine si è chiusa nella sua stanza, ancor più arrabbiata e terrorizzata: è preoccupata per l’ambiente e per il futuro del suo paese. E’ sicura che Trump distruggerà l’ambiente e che permetterà a Vladimir Putin di invadere la Svezia.

Questa paura di Trump che sta percorrendo il mondo, e forse anche alcuni dei suoi elettori – com’è accaduto per i sostenitori della Brexit in Gran Bretagna che in seguito hanno rimpianto il proprio voto, però in misura molto maggiore – è la paura dell’ignoto. Ed ancor più è la paura dell’inconoscibile. Questa paura ricorda il terrore del 1977 quando andò al potere (in Israele, ndtr.) Menachem Begin. Metà della nazione entrò nel panico, e si fece a gara dovunque nel prefigurare scenari apocalittici. Begin farà la guerra, Begin porterà al fascismo. Alla fine, Begin ha fatto davvero la guerra (contro il Libano, ndtr.) , come avrebbe fatto qualunque altro primo ministro israeliano rispettabile, ma Begin ha fatto anche la pace, come nessun altro primo ministro israeliano prima o dopo di lui ha fatto. E Begin non ha condotto al fascismo.

Ho sperato che Trump venisse eletto perché sapevo che l’elezione di Hillary Clinton, i cui valori da molto tempo sono cambiati, avrebbe anche significato una continuazione dell’occupazione israeliana. Il mio mondo è piccolo, lo ammetto: l’occupazione mi interessa più di ogni altra cosa e per me poche cose potrebbero essere peggio di un presidente che continui a finanziarla. Se lei fosse stata eletta, in posti come Yitzhar e Itamar (colonie israeliane in Cisgiordania, ndtr.) avrebbero stappato bottiglie di champagne. Con il denaro di Haim Saban (imprenditore israeliano naturalizzato statunitense, tra i più ricchi del mondo, finanziatore di Hillary Clinton e della campagna contro il BDS, ndtr.) e l’eredità di Barak Obama, l’America non avrebbe osato fare pressioni su Israele. La fine del mondo, in altre parole.

Anche Benjamin Netanyahu dovrebbe essere preoccupato. Un Trump che perde interesse per il Medio Oriente potrebbe anche essere un Trump che non appoggia l’occupazione. L’esultanza dei coloni è prematura. Potrebbe anche trasformarsi in un grido di dolore. Certo Trump non sarà mai amico dei palestinesi, esattamente come non sarà mai amico di tutti i deboli del mondo, ma potrebbe dimostrarsi un vero isolazionista ed in quanto tale annullare il cieco, automatico e sconcertante sostegno del suo paese ad Israele.

Dopo tutto è stato eletto in larga misura grazie alle sue promesse di eliminare il “politicamente corretto”. In America il sostegno alla prosecuzione dell’occupazione israeliana è politicamente corretto. Perciò, nella mia ottica localistica, questa è stata la ragione per cui ho sperato nella vittoria di Trump.

Al contempo la vittoria di Trump mi spaventa. Come spesso accade quando le fantasie diventano realtà, la realtà fa più paura del previsto. Non c’è bisogno di elencare tutte le sue idee bigotte, la sua retorica incendiaria, tutti gli aspetti del suo terribile personaggio. Ha promesso di perpetuare l’uso della tortura durante gli interrogatori, di annullare l’accordo con l’Iran, di utilizzare eventualmente armi nucleari. Cos’altro serve per terrorizzare chiunque sia sano di mente? Tuttavia la sua promessa di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme è ridicola: sicuramente i diplomatici americani non saranno entusiasti di vivere a Gerusalemme e comunque il trasferimento dell’ambasciata probabilmente non è molto importante.

Potrà accadere una delle due cose: o Trump sarà Trump, oppure il Presidente Trump non sarà lo stesso Trump che abbiamo imparato a conoscere. Lui stesso probabilmente non sa chi sarà. Il suo discorso della vittoria di mercoledì suggeriva la seconda possibilità. Se Trump manterrà la sua parola e le sue promesse della campagna elettorale, questo significherà una terribile tragedia per l’America e per il mondo, e forse una piccola speranza per Israele: il Trump originale non esiterà a trascurare Israele ed il risultato potrebbe andare a suo beneficio.

Paradossalmente, ciò che è negativo per il mondo e per l’America potrebbe essere positivo per Israele: un presidente ignorante ed isolazionista, che si disinteressa del mondo, pretende che tutti i paesi paghino per l’aiuto americano ed ha intenzione di distruggere i sacri dogmi, potrebbe essere un presidente che dà una salutare scossa ad Israele.

Mercoledì ha segnato la fine del mondo? Forse sì, forse no.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Pace è giustizia, e la giustizia non ha bisogno di un partner

di Gideon Levy

Haaretz – 16 ottobre 2016

Israele non è nelle condizioni di chiedere una controparte per porre fine all’occupazione.

Deve porre fine all’occupazione. Non ha il diritto di porre condizioni prima di farlo.

Uno dei principali argomenti della propaganda israeliana – che non c’è una controparte per la pace – è anche uno dei peggiori. Infatti c’era, c’è e ci sarà un partner. Ma lasciamo perdere. Non c’è bisogno di nessun partner.

Molti israeliani ipocriti dicono di volere così fortemente i due Stati e di essere così contrari all’occupazione, – e poi arriva lo straziante lamento, che porta tutta la tristezza del destino ebraico – ma non c’è una controparte. Se solo ci fosse. Se solo. E’ disposto a tutto per la pace, ma non c’è nessuno con cui farla. E così egli deve, è obbligato contro la propria volontà, vittima miseranda che non è altro, a continuare l’occupazione. Negli ultimi anni questo discorsetto è diventato un trucco centrale della propaganda di Sion. Con l’eccezione dell’estrema destra, che afferma apertamente che vuole l’apartheid per sempre perché la nazione ebraica è superiore, tutti l’utilizzano.

La verità è che non c’è una controparte per continuare l’occupazione. Non c’è una controparte per l’interminabile dilazione e per le tattiche di rifiuto da parte di Israele. Non c’è una controparte per il ridicolo discorso di Israele sulla richiesta di riconoscimento come Stato ebraico, così come non c’è una controparte per le altre vuote richieste di Israele. Non c’è una controparte per l’incredibile insolenza ebraica [chutzpah, in yiddish] della richiesta di Israele per negoziati “senza precondizioni”, mentre la madre di tutte le precondizioni, l’attività di colonizzazione, prospera senza tregua.

Non c’è una controparte per Gerusalemme eternamente unita, e non ci sarà mai. Non c’è una controparte per le infinite richieste di sicurezza di Israele, come se fosse la parte debole, vittima di violenza, la cui sicurezza ed esistenza sarebbero in pericolo, piuttosto che il popolo palestinese, contro cui le azioni di Israele possono essere solo descritte come criminali.

E’ dubbio che si possa trovare un serio partner per la demilitarizzazione unilaterale, nient’altro che un’insolenza ebraica: sicuramente non ci saranno partner per lasciare la maggioranza dei coloni sul posto.

Non c’era una controparte quando Israele si rifiutò per anni di parlare con l’OLP e non ci sarà una controparte finché Israele continuerà a tenere la gente di Gaza in una gabbia. Non c’era una controparte quando Israele ha fatto tutto il possibile per schiacciare l’allora presidente palestinese Yasser Arafat e non c’è una controparte dopo che Israele ha fatto di tutto per trasformare il suo successore, Mahmoud Abbas, in una penosa barzelletta agli occhi del suo popolo. Né ci sarà un partner, finché continuerà l’occupazione – e non c’è niente di più violento – per la richiesta di Israele che finisca la resistenza violenta.

In breve, non c’è nessun partner. Come l’uomo che ha ucciso i suoi genitori e poi chiede clemenza sulla base del fatto che è un orfano – la classica definizione di insolenza ebraica- Israele ha fatto di tutto perché non ci sia una controparte, e poi si lamenta perché non c’è un partner.

In effetti, non ce n’è bisogno. Per ristabilire la giustizia, non c’è bisogno di una controparte. Israele non è nelle condizioni di chiedere una controparte per porre fine all’occupazione. Deve terminare l’occupazione. Non ha il diritto di fare richieste prima di farlo. Nella nebbia della propaganda israeliana, queste fondamentali verità sono state oscurate e dimenticate. Il semplice fatto che la vittima reale sia il popolo palestinese è stato dimenticato. Sono loro in pericolo mortale e loro vivono in condizioni disumane, il che dovrebbe essere cambiato prima di qualsiasi altra cosa. Non dovrebbero essere poste condizioni per restituire una parte della terra di un popolo, la sua libertà e dignità. Deve essere esattamente il contrario. Prima ripristinare la (parziale) giustizia per i palestinesi e poi parlare di qualunque altra questione. Israele non ha mai avuto un uomo di Stato che abbia cambiato tutto e si sia impegnato a porre fine all’occupazione prima di qualunque altra cosa. Si è sempre iniziato con un calcolo delle precondizioni poste da Israele. E’ sempre finita col dire che non c’è una controparte.

La controparte apparirà dopo. Dato che la maggior parte, non la totalità, del popolo palestinese vuole vivere in pace con Israele – 30 anni di copertura giornalistica dell’occupazione mi hanno persuaso di ciò, senza ombra di dubbio – è molto probabile che si troverà una controparte per porre fine all’occupazione. E sennò, tanto peggio per Israele. Ma neanche questo può assolverlo dai suoi obblighi di porre termine all’ingiustizia ed al male.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Shimon Peres è stato un uomo di pace?

Haaretz

Gideon Levy – 28 settembre 2016

Se Israele è sull’orlo di un abisso morale, allora Peres ha una responsabilità in questo. Se è un Paese che va verso l’apartheid, lui ne è stato un socio fondatore. Bisogna dire la verità: Shimon Peres voleva la pace, ma non ha mai visto i palestinesi come uguali agli ebrei.

E’ stato il mio maestro politico personale per quattro anni, giorno e notte. Non si è mai comportato come un insegnante, ma ho imparato molto da lui, su cosa fare, ma anche su cosa non fare. Ero molto giovane, e lui era già Shimon Peres. Ci siamo separati con sentimenti contrastanti.

Era l’ultimo degli israeliani di un tempo. Che cos’è “israeliano” per voi? Una volta era Shimon Peres. Ora Miri Regev [ex generale di brigata e portavoce dell’esercito israeliano, attuale ministra della Cultura e dello Sport, molto discussa per le sue iniziative censorie. Ndtr.] rappresenta l’essenza israeliana molto più di lui. Ma quando Israele ha voluto essere rappresentato come un Paese che vuole la pace, aveva Peres.

Quando era ancora importante essere accettati- Peres. Quando dire che uno era stato una guida era ancora rispettabile – Peres. Quando parlare di libri era ancora ammirato – Peres. Quando almeno un simulacro di chiaroveggenza e di modestia erano ancora importanti – Peres. Era un Paese diverso. E’ morto ieri [27 settembre. Ndtr.], ma quell’Israele è morto molto tempo fa. Non è sicuro che fosse così splendido come tendiamo a descriverlo.

Il suo Israele era un Paese di grandi risultati, ma anche di ombre e menzogne. Non lo si può incoronare come una figura stupenda, come tutto il mondo sta facendo ora, senza descrivere anche il suo Paese. Se Peres è stato un eroe della pace, allora lo Stato di Israele è un Paese che desidera la pace. C’è qualcuno che lo crede? Non lo si può chiamare un occupante, un depredatore, un paria, chiamando allo stesso tempo Peres un gigante della pace.

Se Israele è sull’orlo di un abisso morale, allora Peres ha una responsabilità in questo. Se è un Paese che va verso l’apartheid, lui ne è stato un socio fondatore.

Lo Stato era Peres e Peres era lo Stato, almeno fino a una certa misura. E’ stato una presenza fissa del panorama per tutti questi anni e in tutti gli incarichi di responsabilità. Guardate lui e vedrete noi.

Noi vogliamo tanto la pace ma facciamo molto poco per ottenerla. Egli era il volto presentabile del Paese ma anche quello ingannevole. Gli israeliani ora lo stanno ricordando con affetto; quanto è meraviglioso aver avuto un tale uomo. Anche questi leader mondiali che stanno arrivando per il suo funerale domani elogeranno affettuosamente il suo contributo alla pace.

Ma quale pace? Quest’uomo ci ha dato il reattore nucleare di Dimona e l’operazione “Sinai” [la partecipazione di Israele alla guerra di Francia e Gran Bretagna contro l’Egitto dopo la nazionalizzazione del Canale di Suez da parte di Nasser. Ndtr.] nel 1956, Nazaret Alta e Ofra [due colonie israeliane in Cisgiordania. Ndtr.], le industrie militari ed aerospaziali israeliane – per cui, quanta pace (e giustizia) ha realmente portato e quanta occupazione e colonizzazione?

Non ci sono dubbi che lui ha voluto la pace ed ha lavorato per questo. Ma si è fermato a metà strada ignorando il problema delle colonie durante il processo di Oslo, e non ci sono mezze misure per la pace. Non è solo la destra ad essere responsabile per questo fallimento.

Era un uomo notevole. L’ampiezza del suo sapere era più vasta di quella della maggioranza dei suoi contemporanei, come il suo fascino personale. Non abbiamo mai avuto un politico più curioso ed elegante, né un miglior conversatore. Andrò oltre: era anche un uomo onesto, certo non meno dei suoi colleghi. E nessuno poteva parlare di pace come lo ha fatto lui: persino il Mahatma Ghandi ne ha parlato meno di lui.

Nei lontani anni ’70 Peres stava già dicendo in ogni discorso: “E’ impossibile governare su un altro popolo contro la sua volontà.” All’epoca mi ha commosso. Ma durante i decenni seguenti, quando era al comando, questa dichiarazione è rimasta nei colloqui di partito. Che cos’ha fatto per porre fine all’occupazione? Ha contribuito moltissimo a Israele – alla sua sicurezza, alla sua prosperità – ma non alla sua giustizia. Per cui non dite che era un uomo di pace.

Voleva la pace. Chi non la vuole? Ma si deve dire la verità, anche in momenti difficili; non ha mai concepito i palestinesi come uguali agli ebrei, e sicuramente non con gli stessi diritti.

Dopo anni passati insieme a David Ben-Gurion forse era troppo difficile formulare un approccio diverso. I diritti umani e le leggi internazionali non lo interessavano, e le sofferenze dei palestinesi non lo commuovevano.

Quando il presidente degli USA Barak Obama lo loderà domani come un uomo di pace, si potrà avere il vago sospetto che egli possa essere la copia esatta di Peres. Com’è piacevole lodare Peres.Perché, al di là di tutto, Peres era il campione del desiderio israeliano di “andare con e sentirsi senza”. Dell’affermare quanto siamo fantastici. Ora non è rimasto più nessuno a dirlo.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Netanyahu ha ragione: effettivamente l’occupazione può andare avanti per sempre

Haaretz

di Gideon Levy – 25 settembre 2016

Diamo a Cesare quel che è di Cesare: il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ragione. Ha ragione quando dice che Israele ha il mondo in tasca. Ha ragione quando dice che Israele ha un brillante futuro alle Nazioni Unite. Ha ragione quando appare molto sicuro di sé, allegro e ottimista come mai prima, sicuramente non come primo ministro. Ha ogni ragione per sentirsi così. Netanyahu ha ragione – ed è un disastro.

Siamo delusi. E’ scoraggiante per chiunque abbia creduto nel mondo, nel presidente Barak Obama o nell’Europa, che abbia creduto nel potere dell’impatto dell’opinione pubblica sui governi in Occidente. E’ desolante per chiunque abbia creduto che non ci sarebbe più stato colonialismo nel XXI secolo, che una brutale occupazione militare non sarebbe continuata fino alla sua terza generazione. Tutte le profezie catastrofiche che sono state la fonte di speranza per chi ha creduto che l’occupazione israeliana dovesse terminare sono svanite

Ci hanno promesso pressione internazionale e sanzioni; l’isolamento internazionale e la fine degli aiuti degli USA; boicottaggio e ostracismo. Invece abbiamo un’occupazione che non è mai stata così radicata e un Israele che non è mai stato così forte.

Ci avete promesso che non sarebbe andata avanti per sempre, ma abbiamo scoperto che è vero il contrario. E quanto. Perché? Perché Israele può farlo, perché è forte; perché Israele è ben lungi dall’essere isolato. Ammettiamolo, l’occupazione israeliana è più radicata che 10 anni fa, e la sua fine non è neppure visibile all’orizzonte. Dobbiamo riconoscerlo.

Dobbiamo anche riconoscere che i palestinesi sono isolati, divisi e dimenticati come mai prima d’ora da quando sono apparsi sul palcoscenico internazionale. Gli arabi stanno sanguinando, i musulmani sono disprezzati, i migranti temuti- e l’occupazione israeliana trae vantaggio da tutti questi mali. Il mondo ha perso interesse in un conflitto che potrebbe essere il più pericoloso per la sua stessa sicurezza, che crea le più vaste onde d’urto. Ha perso interesse in un conflitto cui si potrebbe porre termine con relativa facilità.

Non c’è nessun altro conflitto su cui ci sia un così ampio consenso internazionale. Nessun’ altra questione unisce il mondo come l’occupazione israeliana. Dall’India all’Africa, da Pechino a Washington e Mosca, tutti dicono di essere contrari – eppure nessuno fa niente in proposito. E’ un groviglio di contraddizioni. Nessun altro Paese è così dipendente dalla comunità internazionale quanto Israele, eppure Israele si prende la libertà di sfidare il mondo come pochi altri osano.

Gli unici attori che rimangono sono le società civili e le organizzazioni come il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni. Non mollano, stanno lavorando con grande determinazione per lottare contro una situazione in cui milioni di persone vivono sotto una crudele occupazione straniera. Ma sono soli.

Ne deriva che il potere dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali è limitato, sicuramente quando si tratta di Israele. Anche i media internazionali si stanno gradualmente spostando a favore di Israele – il che favorisce l’occupazione – o hanno perso interesse, e anche questo gioca a suo favore. Le università sono in rivolta, la sinistra europea è sul piede di guerra, i progressisti americani protestano, eppure i loro governi perseverano. Offrono un misero sostegno formale ma poi invitano Netanyahu con tutti gli onori – come è successo di recente in Olanda, questo Paese con un’immagine così progressista e illuminata. Perché invitare uno che ha dichiarato di non aver nessuna intenzione di porre fine all’ingiustizia? E poi c’è questo accordo per l’aiuto militare USA.

Questo prodigio – un Paese così dipendente dal mondo che al contempo si comporta come se questo non esistesse – non ha una spiegazione logica. Tutti i soliti argomenti, dal senso di colpa per l’Olocausto al timore nei confronti dell’islamismo, sono insufficienti a spiegare una condotta che è in netto contrasto con i valori e gli interessi dichiarati della comunità internazionale. Dobbiamo riconoscerlo. Dobbiamo anche riconoscere che Netanyahu ha ragione quando promette all’assemblea generale dell’ONU che, entro pochi anni, molti più Paesi voteranno per Israele. Dovremmo prendere atto che il mondo non vuole alzare un dito per liberare i palestinesi (e gli israeliani) da questa perniciosa occupazione. Dobbiamo riconoscere che Netanyahu ha buone ragioni per essere soddisfatto.

Ora la palla si trova nel campo di Israele, dove, purtroppo, c’è indifferenza ed c’è praticamente il deserto.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Non ci sarà pace finché Israele non accetterà le proprie responsabilità per la Nakba

 

di Gideon Levy – 22 settembre 2016

Haaretz

Non ci sarà pace finché gli israeliani non sapranno e non capiranno come tutto questo è iniziato.

Il governo di Israele lo ha confermato ancora una volta: furono commessi crimini di guerra nel 1947-48; ci furono massacri, espulsioni, ci fu pulizia etnica – ci fu una Nakba, una Catastrofe, come i palestinesi chiamano la loro esperienza in quegli anni. Come lo sappiamo?

Il governo sta per prolungare la secretazione di uno dei documenti più importanti dell’archivio delle Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano. Ndtr.] che riguarda la creazione del problema dei rifugiati palestinesi. Sessantotto anni sono passati e Israele sta occultando a se stesso la verità degli archivi – ci potrebbe essere una prova più chiara che c’è qualcosa da nascondere? Un alto funzionario ha spiegato al corrispondente diplomatico di Haaretz Barak Ravid (“Commissione guidata da Shaked probabilmente intende mantenere riservato il “Nakba file” nell’archivio dell’IDF”, 20 settembre): “Quando ci sarà la pace, sarà possibile aprire questi materiali alla visione del pubblico.”

La pace non ci sarà finché gli israeliani non sapranno e non capiranno come tutto questo è iniziato. La pace non ci sarà finché Israele non ne accetterà la responsabilità, non chiederà perdono e non offrirà compensazioni. Non c’è pace senza questo. Forse ci potrebbero essere commissioni per la verità e la riconciliazione come in Sud Africa o una genuflessione e riparazioni come in Germania. Ciò potrebbe essere il modo per esprimere pentimento al popolo palestinese, ritorno parziale e parziale compensazione per le proprietà sottratte nel 1948 e da allora in poi. Solo non la negazione e il sottrarsi alle proprie responsabilità.

La pace non sarà ostacolata perché i palestinesi stanno insistendo sul diritto al ritorno. Sarà principalmente impedita perché Israele non è pronto a interiorizzare il punto di partenza storico: un popolo senza un Paese è arrivato in un Paese con un popolo e questo popolo ha vissuto una terribile tragedia che continua fino ad oggi.

Quel popolo non dimentica. E Israele non sarà in grado di farglielo dimenticare. Israele odia i negazionisti dell’Olocausto – e giustamente. In molti Paesi è un reato penale. In Israele la gente è arrabbiata con la Polonia, che ha proibito per legge di far riferimento alla sua partecipazione allo sradicamento dei suoi ebrei. Anche l’Austria, che non ha mai fatto i conti in modo adeguato con il suo passato, è meritevole di condanna.

E Israele ha fatto i conti con il suo passato? Mai. Il mondo ebraico chiede compensazioni per le proprietà che ha lasciato dietro di sé nell’Europa orientale e nei Paesi arabi. Agli ebrei è consentito tornare alle proprietà ebraiche in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Fare i conti con il nostro passato non è esattamente quello che facciamo. Per noi valgono leggi diverse, leggi del popolo eletto e il doppio standard. Distogliamo lo sguardo dalla gobba sulla nostra schiena – quella nascosta negli archivi e che sorge alta da ogni campo profughi e da ogni villaggio in rovina – noi guardiamo da un’altra parte.

E’ possibile fin da subito fare a meno dell’ira per il paragone con l’Olocausto: non c’è paragone. Ma ci sono disastri nazionali che non sono un olocausto e tuttavia sono disastri. Un terribile disastro è avvenuto al popolo palestinese e Israele nega questo disastro e le sue responsabilità in merito. La sua portata è lontana da quella dell’Olocausto, ma è un terribile disastro. Le negazioni sono confrontabili: la negazione della Nakba batte la negazione dell’Olocausto.

Quello che è successo al popolo palestinese nel 1948 ed è continuato dopo la nascita dello Stato [di Israele] non può essere rimosso per sempre. Se Israele è certo che ciò sia giusto, apra gli archivi e lo provi. Infatti, uno dei documenti che Israele ha secretato è uno studio che David Ben Gurion [il padre della patria di Israele. Ndtr.] commissionò con l’intento di provare che gli arabi scapparono. Se tutto è stato morale, giusto e legale, perché non lo stanno rendendo pubblico?

E’ sufficiente vedere la fotografia che accompagna il reportage nella versione in ebraico di Haaretz per confutare la propaganda sionista: due arabi spingono una carretta piena di cianfrusaglie, tappeti e beni di famiglia, un vecchio con una canna arranca dietro di loro e tre uomini dell’Haganah [milizia armata sionista. Ndtr.] li accompagnano con i fucili spianati. Haifa, 12 maggio 1948. Così appare la “fuga volontaria” che gli arabi sono accusati di aver scelto. E questa naturalmente non è l’immagine più scioccante dell’espulsione.

Il senso di colpa è molto pesante. Non si allevierà. Per l’espulsione, ed ancora di più per aver impedito un ritorno alle loro case quando i combattimenti sono cessati. La giustizia totale non prevarrà qui e la condanna non ricade solo sulle spalle di Israele. Ma la negazione deve finire. Convinti della nostra rettitudine e forti nel nostro Stato, è arrivato il momento di guardare in faccia la verità e arrivare all’ovvia conclusione: Israele ha sovraccaricato il calderone delle sofferenze che ha causato al popolo palestinese da molto tempo. Da molto tempo.

(traduzione Amedeo Rossi)




Sì, Netanyahu, parliamo pure di pulizia etnica

Haaretz – 11 settembre 2016

di Gideon Levy

Trasformare i coloni israeliani in vittime è l’atto di impudenza più strabiliante da parte del primo ministro fino ad ora.

L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948, quando circa 700.000 arabi sono stati obbligati a lasciare le loro terre.

Israele ne sa qualcosa di pulizia etnica. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ne sa qualcosa di propaganda. Il video che ha postato venerdì dimostra entrambe le cose. Ecco la verità, ancora un’altra testimonianza della faccia tosta israeliana: l’evacuazione dei coloni dalla Cisgiordania (che non è mai avvenuta, e presumibilmente non avverrà mai) è pulizia etnica.

Sì, lo Stato che ti ha portato la grande pulizia etnica del 1948, che non ha mai, in fondo al suo cuore, abbandonato il sogno dell’espulsione, e che non ha mai smesso di portare avanti metodicamente micro-espulsioni nella Valle del Giordano, nelle colline meridionali di Hebron, nella zona di Ma’aleh Adumim [grande colonia nei pressi di Gerusalemme est. Ndtr.] e anche nel Negev [zona meridionale di Israele, da cui vengono espulse le comunità beduine con cittadinanza israeliana. Ndtr.] – questo Stato chiama lo spostamento dei coloni pulizia etnica. Questo Stato paragona gli invasori dei territori occupati ai figli della terra che si aggrappano alle loro terre e case.

Netanyahu ha dimostrato ancora una volta di essere quello vero, il più autentico rappresentante della “israelicità”, che ha creato una realtà tutta sua: trasformare la notte in giorno, senza vergogna e senza alcun senso di colpa, senza inibizioni.

In Israele molta gente, forse la maggioranza, lo prenderà per buono. I coloni della Striscia di Gaza sono diventati “espulsi”, la loro evacuazione una “deportazione”. Non solo è legittimato un atto aggressivo e violento – la colonizzazione -, ma i suoi attori sono vittime.

Gli ebrei sono vittime. Sempre gli ebrei, solo gli ebrei. Un primo ministro israeliano meno sfrontato ed arrogante di Netanyahu non oserebbe pronunciare il termine “pulizia etnica”, per via della trave nel suo stesso occhio. Poche campagne di propaganda oserebbero arrivare così lontano. Eppure ogni tanto la realtà si intromette.

E la realtà è affilata come un rasoio. L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948. Circa 700.000 esseri umani, la maggioranza, sono stati obbligati a lasciare le loro case, le loro proprietà, i loro villaggi e le terre che sono state loro per secoli. Alcuni sono stati espulsi con la forza, fatti salire su dei camion e portati via; alcuni sono stati intenzionalmente spaventati perché scappassero; altri ancora se ne andarono, forse senza ragione. Non gli è mai stato consentito di tornare, tranne pochi, anche solo per ricuperare le loro cose.

Non poter tornare è stato ancora peggio che essere espulsi. Ciò prova che la pulizia etnica è stata intenzionale. Non è rimasta neanche una comunità araba tra Jaffa e Gaza, e tutte le altre aree sono sfregiate dai resti di villaggi, le vestigia della vita. Questa è una pulizia etnica – non c’è altro termine per definirla. Più di 400 villaggi e cittadine sono stati spazzati via dalla faccia della terra, le loro rovine coperte da comunità ebraiche, foreste e bugie. La verità è stata celata dagli ebrei israeliani e ai discendenti dei deportati è stato vietato di commemorarli – né un monumento né una lapide, per parafrasare Eugeny Yevtushenko.

Il numero dei coloni ora supera quello degli espulsi. Hanno invaso una terra che non era loro, con l’appoggio dei vari governi israeliani e l’opposizione del mondo intero, e sapevano che la loro impresa era costruita sul ghiaccio. Loro e i governi israeliani non solo hanno brutalmente violato le leggi internazionali, che non sono minimamente rispettate in Israele. Hanno violato anche la legge israeliana, con l’appoggio di una magistratura assoggettata.

Il furto di terra è anche una violazione della legge messa in pratica in Israele e nei territori. Quando israeliani, e il resto del mondo, hanno cominciato ad abituarsi a questa situazione, ad accettarla come inevitabile, salta fuori il primo ministro e alza il livello della sua sfacciataggine: i coloni sono in realtà vittime. Non quelli che loro hanno espulso, non quelli che hanno spogliato della loro terra. Nella realtà, secondo Netanyahu, i coloni che hanno costruito con il proposito di escludere un compromesso con i palestinesi non sono un ostacolo, e lui li equipara ai ” she’erit haplita” – ciò che resta dei palestinesi che sono rimasti in Israele, per prendere in prestito un termine da ciò che è restato dopo l’Olocausto.

Il linguaggio può essere distorto per qualunque scopo, propaganda per ogni perversione morale. Addio, realtà, qui tu non conti più niente.

(traduzione di Amedeo Rossi)