Il figlio di Marwan Barghouti: “Mio padre è un terrorista esattamente come Nelson Mandela”

Gideon Levy e Alex Levac – 6 maggio 2017, Haaretz

Aarab Barghouti, 26 anni, è il figlio di Marwan Barghouti, il militante di Fatah in carcere che sta guidando uno sciopero della fame nelle prigioni israeliane. E’ convinto che gli israeliani non avranno mai nessun altro partner per la pace come suo padre.

Aarab Barghouti era un bambino piccolo quando sono diventato amico di suo padre, Marwan Barghouti, ed era ancora un ragazzino quando suo padre è stato arrestato dalle forze israeliane ed in seguito processato e condannato a 5 ergastoli, più 40 anni, dopo essere stato ritenuto colpevole di cinque omicidi e successivamente di tentato omicidio. L’ultima volta che ho incontrato suo padre quando era ancora un uomo libero è stato nel novembre 2001: era ricercato ma non ancora arrestato.

Dopo che qualcuno ha spalmato una sostanza sconosciuta sulle finestre del nascondiglio in cui avevamo stabilito di incontrarci, l’incontro è stato spostato. La volta successiva l’ho visto nel tribunale distrettuale di Tel Aviv. Ed è stata anche l’ultima volta. Aarab, il suo figlio minore, aveva 11 anni quando suo padre è stato arrestato, ed è ora un bellissimo, brillante studente di 26 anni. Con una elegante kefiah attorno al collo, prende posto per una lunga conversazione su skype con me dalla sua residenza di San Francisco.

Il nostro colloquio ha avuto luogo all’inizio di questa settimana, alla vigilia del “Giorno dell’Indipendenza” [in cui si festeggia la creazione dello Stato di Israele, ndtr.]. I boati dei fuochi d’artificio nel cielo di Tel Aviv ogni tanto sovrastavano la sua voce, in quello che era una specie di avvenimento surreale: una conversazione con il figlio dell’ “arciterrorista”, come suo padre è chiamato in Israele, durante i festeggiamenti per l’indipendenza del Paese. Solo persone che conoscono suo padre sanno che era un vero uomo di pace, e probabilmente lo è ancora. Suo figlio dice che si identifica totalmente con tutto quello che suo padre rappresenta.

Aarab, che recentemente ha terminato il suo master in analisi finanziaria e gestione di investimenti al Saint Mary’s College della California, a Moraga (Ca), pensa di tornare presto a casa. Lo aspettano molte offerte di lavoro a Ramallah. Egli non ha intenzione di seguire le orme di suo padre, soprattutto per non provocare ancora più dolore a sua madre, Fadwa. “Per noi l’attività politica significa prigione, e lei ha già sofferto abbastanza,” dice. Dalla prigione suo padre lo ha incoraggiato a continuare i suoi studi all’estero. In precedenza, Aarab aveva conseguito una laurea in economia dell’università di Bir Zeit, nei pressi di Ramallah, dove suo padre si era specializzato in scienze politiche.

Il suo primo ricordo di suo padre gli viene da una vacanza con la famiglia in Tunisia nel 1998 o nel 1999. Non aveva mai visto prima, e sicuramente non dopo, suo padre così contento, dice da San Francisco. Nel mio incontro con Marwan, nel novembre 2001, quando i carri armati israeliani erano già a Ramallah, mi disse che era stato al Ramat Gan Safari [zoo di Tel Aviv, ndtr.] con i suoi figli circa un mese prima. Aarab non vide suo padre, che era latitante, per circa tre mesi prima dell’arresto, il 15 aprile 2002. Nel novembre 2001, passammo nei pressi della sua casa insieme – Marwan la indicò, le diede un’occhiata e non disse niente. I suoi figli – tre maschi e una femmina – erano probabilmente là in quel momento, ma lui non osava più entrare. Era convinto che il suo destino fosse quello di essere assassinato da Israele.

“Ho paura ma non sono un codardo,” mi disse nella piccola macchina in cui c’erano anche le sue due guardie del corpo disarmate. I passanti lo salutavano. Quattro anni prima, nel “Giorno della Terra” del 1997, mentre viaggiavamo in mezzo a pneumatici bruciati in giro per la Cisgiordania, mi aveva chiesto: “Quando capirete che niente spaventa i palestinesi come le colonie?” Citò un amico che aveva detto: “Voi israeliani avete un presente e non un futuro, e noi palestinesi abbiamo un futuro ma non un presente. Dateci il presente ed avrete un futuro.” Allora, vedendo dei carri armati che stavano in agguato alla fine della strada, aggiunse: “Nessuno al mondo riuscirà a spezzare la volontà di un popolo con la forza militare. Non siamo né commando né organizzazioni. Siamo un popolo.”

Pronunciava sempre la parola ebrea che significa occupazione, “kibush”, con una b dolce- “kivush”. E’ possibile che durante i suoi lunghi anni di prigione abbia imparato a pronunciarlo con una b dura.

Marwan Barghouti era un tifoso della squadra di calcio Hapoel di Tel Aviv. Disse di temere il momento in cui i palestinesi avrebbero perso la speranza. Ora sta digiunando per garantire condizioni più umane per le migliaia di prigionieri palestinesi. Non è il primo sciopero della fame che guida in prigione, ma è il più lungo.

La scorsa settimana suo figlio Aarab ha lanciato una campagna su Facebook – “la sfida dell’acqua salata” – in cui celebrità arabe ed altre sono riprese mentre bevono acqua salata in solidarietà con i palestinesi in sciopero della fame, per i quali l’acqua salata è l’unico alimento. La prossima domenica [7 maggio, ndtr.] segnerà la fine della terza settimana dello sciopero.

Aarab è preoccupato per la salute di suo padre. Nessuno, tranne le sue guardie carcerarie, lo ha visto per due settimane, da quando le autorità della prigione hanno impedito al suo avvocato di incontrarlo.

“Mio padre è forte, ma non è più giovane – quest’anno compirà 58 anni,” dice Aarab. “Lo sciopero inciderà sulla sua salute, e spero che le autorità carcerarie dimostrino umanità e pongano fine al loro atteggiamento arrogante di non negoziare con mio padre. I prigionieri non stanno chiedendo molto, solo condizioni minime.”

Al tempo dell’arresto di suo padre, Aarab era in casa di suo zio nel villaggio di Kobar, a nordovest di Ramallah, dove Marwan Barghouti è nato e cresciuto. Ricorda di aver visto l’arresto di suo padre in televisione, e di essere scoppiato a piangere. Fu il peggior momento della sua vita, che non dimenticherà mai. Né avrebbe mai pensato che quel momento sarebbe durato così tanto. Fu solo dopo otto mesi che incontrò suo padre per la prima volta in prigione insieme al fratello maggiore, Sharaf. “Ricordo di aver avuto paura, “rammenta. “Attraversammo circa 20 cancelli. Il babbo era in isolamento, e quando arrivammo due secondini lo controllavano dalla sua parte e dalla nostra, e c’erano un sacco di telecamere attorno a noi.”

“Mi piacque il modo in cui ci fece forza e ci confortò,” continua Aarab. “Non voleva mostrare alcun segno di debolezza davanti a noi. E’ sempre positivo. Sapevo già allora che tipo di interrogatorio e di torture aveva subito, ma come sempre non smetteva di sorridere. Tutto quello che voleva era che stessimo bene.”

In un’occasione Aarab fu portato a un’udienza in tribunale durante il processo di suo padre, e fu preso a schiaffi in faccia dal membro di una famiglia israeliana in cui qualcuno era stato ucciso. Fino al suo sedicesimo compleanno, Aarab vide suo padre due volte al mese – viaggi estenuanti di 20 ore fino alla prigione di Be’er Sheva per visite di 45 minuti con un vetro tra loro. Compiuti i 16 anni, gli venne concessa solo una visita all’anno. Durante gli ultimi cinque anni, Israele gli ha consentito solo tre visite, e non ha più visto suo padre negli ultimi due anni.

Sua sorella Ruba visita il padre due volte all’anno. Una volta ha portato la figlia di otto mesi, Talia, ma le guardie della prigione hanno rifiutato di consentire alla bambina di entrare anche solo per un momento, sulla base del fatto che non era una parente di primo grado. Talia ora ha 4 anni e ha una sorellina, Sarah. Nessuna delle due ha incontrato il nonno. Lo conoscono solo in foto.

La visita di Aarab di due anni fa alla prigione di “Hadarim”, nei pressi di Netanya, rimane impressa nella sua memoria. “Ricordo piccoli dettagli, “dice. “Ho visto i peli bianchi improvvisamente comparsi nella sua barba, ed aveva anche più capelli bianchi in testa. Ho visto occhi arrossati. Sinceramente l’ho visto invecchiato. Tutti pensano che quelle visite gli davano forza, ma lui dava forza a noi. Quell’uomo è incredibile. Può dare speranza e forza a tutto un popolo. Durante tutto il tragitto fino a lui, penso a come potrò dare forza al suo spirito – ma lui da forza a me. Mi parla del futuro. Mi incita a studiare. Mi cambia la vita, è il mio maestro di vita. Mi spinge a studiare, e ogni volta che sto studiando mi ricordo del suo sorriso.”

Suo padre è stato incarcerato da un tribunale israeliano per 5 omicidi, dico ad Aarab; è chiaro che per gli israeliani è un terrorista.

“E’ stato un processo politico che non era fondato su alcuna prova o fatto,” risponde Aarab. “Mio padre fu corretto e chiaro: negò tutto e sostenne che si trattava di un processo politico. E’ stato condannato a cinque ergastoli. Anche (Nelson) Mandela fu condannato all’ergastolo. Mio padre è un uomo di pace. Ha sempre cercato la pace. L’unica cosa che non dimenticherà mai sono i diritti del suo popolo. Chiedi a un palestinese qualunque – non solo in Palestina ma ovunque nel mondo – e più del 90% sarà d’accordo che la politica di mio padre e il suo pensiero su una soluzione sono la strada giusta. Non sta chiedendo molto, ma il governo israeliano non vuole persone che rivendichino i diritti del popolo palestinese.”

“Anche in prigione mio padre cerca la pace. Nessuno cambierà ciò. Solo la propaganda israeliana lo presenta come un terrorista. Anche Nelson Mandela venne dipinto come un terrorista. Passò 27 anni in prigione. E poi divenne un eroe e gli venne assegnato il premio Nobel per la Pace. Mio padre è un terrorista esattamente come Nelson Mandela. Agli israeliani voglio dire: se ammirate Mandela, dovreste sapere che mio padre sta ripercorrendo la storia di Mandela. E se non stimate Mandela, non mi importa quello che pensate. Sono sicuro che un giorno gli israeliani arriveranno alla conclusione che l’unica soluzione è la pace, e non avrete mai un partner come lui. Un giorno, gli israeliani vedranno chi è Marwan Barghouti.”

Che cosa proporrebbe che suo padre facesse in modo diverso? “Quando guardo lui e il suo percorso, penso che sia perfetto. Mio padre non è un pacifista e non è un terrorista. Mio padre è una persona normale che sta lottando per i diritti del suo popolo. Se solo non fosse in prigione. Ha sacrificato la sua vita in nome della giustizia. E’ una cosa nobile. Viviamo solo una volta, e lui ha scelto il modo migliore di vivere.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




La più giustificata protesta sociale in Israele

Gideon Levy, 23 aprile 2017 Haaretz

Gli oltre 1000 prigionieri palestinesi in sciopero della fame sono parte di una lotta nazionale per la libertà, qualcosa che dovrebbe apparire ammirevole persino agli israeliani.

La loro più giustificata protesta sociale non preoccupa nessuno. Viene condotta una spregevole campagna di incitamento contro di essa, orchestrata dal governo con la genuflessa collaborazione dei media asserviti. La più giustificata protesta sociale in Israele viene presentata come un pericolo ed una minaccia alla sicurezza.

La più giustificata, coraggiosa e profonda protesta sociale oggi in Israele è lo sciopero della fame di centinaia di prigionieri palestinesi, che domenica compirà una settimana. Magari ci fosse gente di coscienza che si unisse allo sciopero, o almeno manifestasse in suo sostegno. Invece abbiamo un giovane dell’Unione Nazionale (alleanza di partiti di destra e nazionalisti, ndtr.) che prepara il barbecue di fronte alle finestre della prigione di Ofer per dare tormento agli affamati.

E’ lo spregevole comportamento dell’ala sadica della destra. Ma nessuno ha nemmeno contestato quel disgustoso spettacolo.

La più giustificata protesta sociale in Israele non è assolutamente presentata come tale. Al contrario, tutti i partecipanti vengono dipinti come abominevoli assassini. Anche tutti i detenuti ebrei sono “abominevoli assassini”? Ma l’opinione pubblica in Israele non ama avere dubbi morali quando si tratta di palestinesi. Quindi i prigionieri politici vengono descritti come assassini e nessuno parla degli obbiettivi della loro lotta, che subisce una totale delegittimazione nel tritatutto della cronaca militare, dettata dal servizio di sicurezza dello Shin Bet.

Prendete in considerazione le spiegazioni che ci vengono messe in bocca: si tratta di una lotta interna tra palestinesi per favorire Marwan Barghouthi; si tratta di Barghouthi contro il presidente palestinese Mahmoud Abbas – tutte chiacchiere della propaganda dell’apparato di sicurezza, che hanno lo scopo di oscurare gli obbiettivi dello sciopero. E nessuno si chiede se sia possibile che l’obbiettivo di uno sciopero della fame di più di mille persone, con tutte le relative sofferenze, sia di favorire la carriera di un prigioniero che sta scontando quattro ergastoli? Si può prendere questo sul serio? Qualcuno sa anche lontanamente che cosa significa uno sciopero della fame? Non è possibile che queste coraggiose persone, disposte a sacrificare il loro benessere ed anche la loro vita, lo stiano facendo per delle buone ragioni?

Le loro ragioni sono incommensurabilmente giuste. Non vi è neppure una richiesta che sia estremista. Vogliono un trattamento un po’ più umano. Vogliono telefoni pubblici, come può avere anche il più infimo criminale ebreo, e vogliono aumentare le ore di visita dei loro familiari. Vogliono potersi fotografare ogni tanto insieme ai loro cari e ricevere un’adeguata assistenza medica. Coloro che dovranno trascorrere la maggior parte della vita in carcere vogliono poter studiare. Ed ovviamente vogliono che si ponga fine alla detenzione amministrativa. In breve, vogliono un po’ più di giustizia. Sono obbiettivi sociali, non politici.

Leggete la storia degli scioperi della fame. Quasi tutti sono stati giusti ed ammirevoli. A cominciare dagli scioperi della fame degli schiavi neri sulle navi britanniche nel diciottesimo secolo, fino al grande sciopero della fame dei prigionieri dell’IRA in Irlanda ed allo sciopero degli studenti cinesi a Tiananmen. Il Mahatma Gandhi, Andrej Sakharov, Abie Nathan (pacifista israeliano, ndt.). Eroi. Ed ora Marwan Barghouthi, del quale Yedioth Ahronoth (uno dei più diffusi quotidiani israeliani, ndtr.) scrive che incita il popolo. A che cosa specificamente lo incita? A portare libri in prigione? Ad installare telefoni pubblici?

Vi sono tra loro degli assassini – la minoranza, tra l’altro – ed anche loro hanno dei diritti. Alcuni sono in prigione a causa dell’attività politica. Alcuni non hanno avuto un processo. Altri sono stati incarcerati recentemente sulla base di presunte intenzioni. Tutti fanno parte della lotta nazionale per la libertà. Questo dovrebbe meritare ammirazione persino dagli israeliani. Hanno ricevuto pesanti condanne, senza alcuna proporzionalità, ed ovviamente senza giusto processo. Le condizioni della loro detenzione inoltre denunciano un vergognoso apartheid, se paragonate a quelle dei prigionieri ebrei.

Adesso stanno lottando per i propri diritti fondamentali. La loro lotta merita sostegno. La campagna contro di loro dovrebbe trovare opposizione. Gli obbiettivi del loro sciopero sono molto più giustificati degli incitamenti del Ministro della Pubblica Sicurezza Gilad Erdan e più morali della demagogia del leader di Yesh Atid (partito israeliano di centro, ndtr.), Yair Lapid.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Israele nelle tenebre.

Gideon Levy, Haaretz 14 aprile 2017.

Nessun’altra nazione al mondo perquisisce bagagli alla ricerca di cibi proibiti, eccetto forse l’Iran. La polizia del Passover chametz [il cibo pasquale] è una cosa israeliana più di Mobileye o di Amos Oz.

Ecco come si presenta lo stato ebraico, quello che tanti Israeliani vogliono preservare ad ogni costo: una guardia armata che controlla i bagagli all’ingresso dell’ospedale. Ma non sta cercando ordigni esplosivi. Questa è una settimana di festività e la guardia cerca qualcos’altro: cerca chametz, i cibi lievitati che sono proibiti per la Pasqua ebraica.

Controlla ogni tipo di cibo che entra nell’ospedale ed è lui l’arbitro della legge ebraica, il supervisore della kashrut [la conformità di un cibo]. È proibito far entrare qualunque cosa desti il sospetto di essere treyf, cioè non kosher. Se c’è qualche dubbio, nel dubbio si proibisce. Se non è kosher nei giorni di Pasqua, o torna a casa o va nella spazzatura.

La nostra guardia è un ottimo ragazzo, un tipo amichevole, ma ora è un’autorità teologica. Come se non bastassero i 10.000 guardiani del kashrut che lavorano nei giorni normali nel democratico stato ebraico (che ha solo un millesimo di questi ispettori per la sicurezza nelle costruzioni), ora le guardie della sicurezza e quelle che ispezionano i vostri bagagli sono state aggiunte ai soldati dell’esercito di Dio. Il governo s’infiltra non solo nei bagagli ma anche nello stomaco.

Siamo nell’anno 2017, ma la situazione è medievale. Israele si può vantare quanto vuole di essere l’unica democrazia del Medio Oriente o di essere amico dei gay. Ma la verità è che è retrogrado. È coercitivo. Diventa sempre più tetro e arcigno. Nubi minacciose si addensano nel cielo. Nessun’altra nazione al mondo perquisisce bagagli alla ricerca di cibi proibiti, eccetto forse l’Iran. Il problema è che la polizia dello chametz è più israeliana di Mobileye; la guardia dello chametz è molto più israeliana di Amos Oz.

All’ingresso degli ospedali c’erano cartelli che dicevano: “Questo luogo è stato fatto kosher per la Pasqua, in ossequio alla legge religiosa. Vi chiediamo di non introdurre cibo chametz [lievitato] per tutta la durata della festività. È consentito introdurre frutta e verdura oppure prodotti in confezione chiusa recanti la certificazione di idoneità kosher per la Pasqua.” Firmato dal rabbino dell’ospedale, dal capo dei servizi religiosi e dall’amministrazione.

Lasciamo perdere l’obbligo di kashrut in tutte le cucine degli ospedali, un precetto a cui avremmo dovuto ribellarci già da anni. Ora è proibito anche introdurre gli avanzi del seder [cena rituale] di Pasqua, se non hanno il timbro di idoneità kashrut. Chi non è religioso ha il diritto di mangiare come gli pare, ma questa ovvia affermazione è considerata sovversiva in Israele.

In altre parole, nessun Israeliano ha il diritto di mangiare come vuole quando è in ospedale o in qualunque altra istituzione pubblica. Il fatto che almeno un quinto dei pazienti sono arabi, così come buona parte del personale medico, e ancora più numerosi sono i non-Ebrei o semplicemente i non-religiosi, tutto questo non interessa a nessuno. Che mangino matza [pane azzimo] fino a strozzarsi. Oppure non mangino proprio. Ci sono migliaia di prigionieri palestinesi che mangiano matza anche per due mesi dopo Pasqua per finire la produzione in eccesso: i pazienti arabi possono ben fare a meno del pane per una settimana. Volevate uno stato ebraico e l’avete avuto. Non lo volevate? il problema è vostro.

Gli Israeliani accettano questa situazione come fosse un decreto venuto dal cielo. Quasi nessuno protesta. Così vanno le cose in una società anestetizzata. Il fatto che tutto questo succede in una festività che per qualche motivo viene chiamata la festa della libertà, non fa altro che aggiungere una tocco grottesco a una situazione che non è affatto divertente. E quello che succede nella pratica è anche meno divertente: infatti la gente porta di nascosto cibo in ospedale. Una coscia di pollo in tasca; pesce gefilte nella giacca; hummus, patate fritte e insalata nel doppio fondo della borsa per la doccia. Questa settimana ho portato di contrabbando un quarto di pollo avvolto nei pantaloni del pigiama. Per alcuni pazienti, il cibo fatto in casa è il loro maggior conforto.

Potreste dire: ma insomma, è solo per una settimana all’anno. Oppure potreste dire: non è così terribile, alla fine si tratta solo di cibo. E ci vogliamo dimenticare la tradizione? Ma non si tratta solo di una settimana, la cosa è molto peggiore di quanto sembra. Perché mentre Israele si vanta di essere tanto progressista, non si accorge di come sta andando giù per la china verso le tenebre. Proprio così: un paese che si comporta in questo modo è nelle tenebre. Le tradizioni non si trasmettono con le guardie armate.

Il giorno in cui Israele sarà un po’ più democratico e un po’ meno ebraico, inshallah, ognuno potrà mangiare quel che gli pare, dove gli pare. Sembra una cosa irrealizzabile? In effetti, nell’Israele del 2017 è un’utopia.

(http://www.haaretz.com/misc/article-print-page/.premium-1.783140)

Traduzione di Donato Cioli

http://www.assopacepalestina.org/




Israele adora le guerre e non fa nulla per scongiurarle

Gideon Levy | 2 marzo, 2017 Haaretz.

Non esiste un’ altra interpretazione dell’inchiesta del revisore dello Stato sulla guerra del 2014 contro Gaza e da questa non emerge nessun’altra importante conclusione.

Israele adora le guerre. Ne ha bisogno. Non fa nulla per scongiurarle e qualche volta le provoca. Non esiste un’altra interpretazione del rapporto del revisore dello Stato sulla guerra del 2014 contro Gaza e da questa non emerge nessun’altra importante conclusione.

Tutto il resto, i tunnel, il Consiglio nazionale di sicurezza, il consiglio dei ministri, e i servizi di sicurezza, sono bazzecole, nient’altro che sforzi per distrarci dalla cosa più importante. Cioè che Israele vuole la guerra. Ha respinto tutte le alternative, senza discuterle, senza interessarsene, per realizzare i propri desideri.

Anche nel passato Israele ha voluto le guerre. Fin dalla guerra del 1948, tutte le sue guerre potevano essere evitate. Chiaramente sono state guerre volute, sebbene la maggior parte di esse fossero inutili e poche abbiano provocato dei danni irreparabili. Generalmente Israele le ha iniziate, qualche volta vi è stato trascinato, ma anche allora le guerre potevano essere scongiurate, come nel 1973. Qualche guerra ha determinato la fine della carriera di chi le ha iniziate e ogni volta Israele sceglie la guerra come l’opzione principale e privilegiata. È difficile trovare una spiegazione razionale del fenomeno, ma è un fatto che ogni volta che Israele va in guerra riceve ampio, automatico e incondizionato sostegno da parte della pubblica opinione e dei media. Così non sono soltanto il governo e l’esercito ad amare la guerra, ma tutto Israele l’adora.

La prova consiste nel fatto che le commissioni d’inchiesta pubblicano rapporti quasi identici dopo ogni guerra – il rapporto sulla guerra contro Gaza ha quasi plagiato quello della commissione Winograd dopo la seconda guerra del Libano del 2006. ( “La guerra è iniziata frettolosamente e irresponsabilmente”). Dal momento che non si trae alcun insegnamento e ogni cosa viene dimenticata, è chiaro che qualcosa di impellente spinge Israele alla guerra.

Questa è anche stata la modalità nell’estate dell’operazione “Margine protettivo”, non essendoci stata assolutamente nessuna ragione per fare la guerra. E così sarà per la prossima guerra,che incombe nel futuro. Che peccato che martedì “l’allarme rosso” nel sud sia stato un falso allarme. Era quasi l’opportunità per sferrare un colpo sproporzionato su Gaza, il modo che il ministro della Difesa Avigdor Lieberman e Israele adorano, di quelli che trascinano Israele nella prossima guerra.

È già tutto scritto, i suoi sostenitori non perdono occasione per provocarla e la sua storia è come la storia delle guerre narrate dalle inchieste del revisore dello Stato.Anche il prossimo conflitto armato avrà un suo rapporto. Io e te, la prossima guerra e il prossimo rapporto.

È ragionevole ipotizzare che la prossima guerra esploderà a Gaza. Hanno già preparato la scusa. L’orrore dei tunnel, che è stato gonfiato grottescamente a livello di un conflitto nucleare mondiale, è stato creato per questo scopo. Armamenti primitivi sono sufficienti per creare una scusa perfetta per [intraprendere] un conflitto armato. E al pari di prima dell’operazione “Margine Protettivo” nessuno si ferma a chiedere: cosa ne è di Gaza, che fra altri tre anni non sarà adatta ad ospitare un insediamento umano? Come ci aspettiamo che risponda, dato che i suoi abitanti sono in pericolo di vita? Che fretta c’è? C’è tempo. Nel frattempo può essere distrutta un’altra volta o due.

Gaza vizia Israele con guerre di lusso. Non c’è niente che Israele ami di più di una guerra contro quello che non è un esercito, contro chi non possiede una copertura aerea, nessun armamento e nessuna artiglieria, proprio un’armata dai piedi scalzi e con tunnel, il che permette a Israele di narrare episodi di eroismo e di cordoglio. I bombardamenti israeliani contro persone indifese, per qualche ragione chiamati “guerra”, con minime perdite israeliane e il massimo di vittime palestinesi: è così che ci piacciono le nostre guerre.

Il revisore dello Stato ha stabilito che il governo non ha discusso soluzioni alternative alla guerra. Ciò avrebbe dovuto sollevare una protesta in tutto il Paese, ma è stata messa a tacere dal nonsense dei tunnel. Qualunque bambino a Gaza sa che vi è un’alternativa tale che se Gaza si aprisse al mondo, tutto sarebbe differente. Ma per ottenere ciò occorrono dirigenti israeliani coraggiosi e non ce n’è nessuno. C’è bisogno di una massa di israeliani che dica inequivocabilmente “no” alle guerre e non c’è nessuno neppure di questi. Come mai? Perché Israele adora le guerre.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




America uber Alles

Gideon Levy, 22 gennaio 2017,Haaretz

La voce di Trump si diffonderà in tutto il mondo e diventerà fonte di ispirazione e legittimazione per l’estrema destra, dall’Europa a Israele.

Provate a tradurre in tedesco il discorso di insediamento e avrete”Deutschland uber Alles”. Lo stesso spirito, le stesse intenzioni. “Germania, Germania prima di tutto”, proprio come vi sarà solo “America first, l’America prima di tutto”. “Donne tedesche, fedeltà tedesca/ vino tedesco e canzoni tedesche”, proprio come “braccia americane e lavoro americano”. “Lottiamo per questo/fraternamente con il cuore e le braccia!”, proprio come “Quando l’America è unita, l’America è assolutamente inarrestabile”.

L’America prima di tutto o la Germania prima di tutto, venerdì il presidente Donald Trump ha fatto un discorso inquietante. L’unica consolazione è la speranza che siano solo parole, ma certo è una magra consolazione. Se lui davvero mette in atto la sua affermazione che “E’ giunta l’ora dell’azione”, l’America è nei guai. Il mondo è nei guai. Israele è nei guai. Tutti sono in grossi guai.

Ogni sua considerazione grondava di populismo, ogni sua affermazione, di fascismo – senza violenza, per ora. Chiunque dica “un solo cuore, una sola casa ed un solo glorioso destino”, usa un linguaggio fascista. Chiunque parli del “rosso sangue dei patrioti” e della“grande bandiera americana” non può che evocare intollerabili ricordi. Chiunque prometta potere al popolo e nel contempo nomini alle più alte cariche soprattutto miliardari da esso lontanissimi e neanche una persona normale, è un pericoloso ipocrita. Il capo di Yesh Atid (partito politico israeliano di centro, ndtr.), Yair Lapid, ha molto da imparare da Trump, come anche il primo ministro Benjamin Netanyahu. E quei due giovani fascisti non hanno neanche il potere del presidente USA di mettere a repentaglio il benessere del mondo intero.

Ogni piccola speranza è sfumata immediatamente venerdì. Ripensate a quel giorno. Ripensate a ciò che stavate facendo, perché un giorno potrebbero chiedervi dove eravate. Il 20 gennaio 2017 qualcosa è cambiato. Il mondo è diventato nuovamente un luogo pericoloso. Ha un leader che intende minacciare la sua stessa esistenza, che potrebbe perdere il controllo delle proprie azioni.

Chiunque sia furibondo per le implicite critiche a Trump dell’attrice Meryl Streep potrebbe saltare in aria in seguito all’azione di uno Stato – Trump ha a disposizione armi di distruzione di massa. Chiunque prometta di “sradicare completamente dalla faccia della terra” il terrorismo radicale islamico potrebbe sradicare ogni cosa dalla faccia della terra. Se Dio è dalla sua parte – quanto Dio c’era nella cerimonia, quanti preti cristiani, quanti occhi chiusi ed anche un rabbino – e nauseanti dosi di megalomania (“da oggi in poi una nuova visione governerà la nostra terra”), allora il limite sta in cielo. E il cielo venerdì era più grigio di quanto non fosse da molto tempo.

Una nuova era, ha promesso. La sua voce si diffonderà in tutto il mondo e diverrà fonte d’ispirazione e legittimazione per l’estrema destra, da Marine Le Pen e Narendra Modi (presidente dell’India, ndtr.), fino ai Democratici svedesi e ai “partiti della Libertà” di Austria e Olanda e al nostro Bezalel Smotrich del partito Casa Ebraica (partito di estrema destra dei coloni, ndtr). Adesso diventeranno tutti più forti, spinti dal vento favorevole dell’America. Ultranazionalisti di tutto il mondo, unitevi. Tutti gli xenofobi, i razzisti, i contrari alle minoranze e gli antiarabi – come anche gli antisemiti – alzeranno la testa e diranno: guardate Washington, di là proviene la legge.

Questa sarà l’ora più difficile per i deboli della terra, perché l’amico dei potenti si è insediato alla Casa Bianca. Dai palestinesi all’orso polare, che si sta estinguendo a causa del riscaldamento globale, tutti saranno sue vittime. Le prime vittime ci sono state venerdì, i 18 milioni di americani che perderanno l’assicurazione sanitaria che hanno ottenuto grazie a Barak Obama, il presidente spregevolmente screditato venerdì dal suo successore.

Non hanno ragione di festeggiare né gli israeliani, né quelli della loro stessa specie. E’ vero che vedere gli Adelson (famiglia dell’ imprenditore statunitense, tra gli uomini più ricchi del mondo,sostenitore di Netanyahu e contrario alla soluzione dei due Stati, ndtr.) seduto in terza fila della sezione dei VIP non è di buon auspicio, né lo è la nomina di amici dei coloni in posizioni chiave dell’amministrazione. Però non si può ignorare l’affermazione di Trump secondo cui gli Stati Uniti hanno “finanziato gli armamenti di altre Nazioni….e speso miliardi e miliardi di dollari Oltreoceano….Ma questo è il passato.” Se questo non si riferisce ad Israele, allora a chi si riferisce?

Noi siamo protetti e lo saremo sempre. Saremo protetti dai valorosi uomini e donne delle nostre forze militari e dalla legge e soprattutto siamo protetti da Dio.”, ha detto il 45mo presidente. E chi proteggerà noi da chi parla in questo modo?

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Uccidili, sono un facile bersaglio

Per la maggioranza degli ebrei israeliani gli arabi non sono esseri umani come noi. Questa disumanizzazione fa sì che i soldati e i poliziotti abbiano il grilletto facile.

Gideon Levy, 20 gennaio 2017 Haaretz

I palestinesi e gli arabi israeliani sono un bersaglio facile. Lo sono nei territori occupati ed in Israele. Lo sono perché il loro sangue vale poco. Vale poco a Umm al-Hiran e vale poco al checkpoint di Tulkarem. Vale poco nei cantieri edili [molti palestinesi lavorano come muratori in Israele, ndtr] e vale poco ai posti di blocco.

Quando le persone uccise sono arabe, a nessuno importa. Quando un soldato viene ucciso in un incidente, è una notizia da prima pagina. Ma quando un palestinese viene ucciso mentre sta camminando verso casa sua, a nessuno importa.

Nessuna delle persone uccise negli ultimi giorni sarebbe stata colpita a morte se non si fosse trattato di un palestinese o di un beduino. Ci sono dubbi sul fatto che ognuno di loro meritasse di morire. E’ stata una strage al fine di spostare l’attenzione da altre vicende, come è già successo in Israele e come è normale nei regimi poco trasparenti? Difficile dirlo. Ma si può con certezza dire: sono un facile bersaglio.

Lo sono stati mercoledì nel Negev. Ecco il sionismo del 2017 – la distruzione di una comunità di rifugiati beduini per costruire al suo posto una comunità ebraica. E’ la violenza che sta alla base del sionismo, nazionalista e razzista. Se si confronta questo caso con quello dell’avamposto di Amona (insediamento di coloni che doveva essere sgomberato in base ad una sentenza dell’Alta Corte israeliana, ndtr.) si ha la prova evidente dell’apartheid: negoziati e risarcimenti per gli ebrei, brutalità per gli arabi.

In nessuna situazione di espulsione di ebrei la polizia avrebbe sparato in quel modo. A Umm al-Hiran lo si può fare. E’ anche consentito ferire il capo della Lista Unita Ayman Odeh, perché la polizia è stata addestrata a pensare che i membri arabi della Knesset sono dei traditori. Questo è quanto hanno sentito dire dal loro ministro della pubblica sicurezza, Gilan Erdan (del partito di destra Likud, ndtr.).

Yakub Abu al-Kiyan, un insegnante, è stato colpito a morte nella sua macchina perché l’avrebbe lanciata di proposito contro un poliziotto. Immediatamente le autorità hanno diffuso le loro menzogne su di lui. Hanno detto che era legato allo Stato Islamico e che aveva quattro mogli. (Il deputato Ahmad Tibi [della Lista Unitaria, coalizione di partiti palestinesi di Israele, ndtr.] afferma che l’unica moglie di Abu al- Kiyan ha un dottorato di ricerca, e che suo fratello è un ispettore del Ministero dell’Educazione [i cui funzionari arabi sono selezionati in base alle informazioni dei servizi di sicurezza, ndtr.]).

Dopo questo, come si può credere alla polizia, che si è affrettata a dichiarare che lui stava deliberatamente lanciando l’auto contro un poliziotto? Almeno un testimone, Kobi Snitz, ha detto ad un sito web di aver visto il contrario. Prima la polizia ha sventagliato di proiettili l’auto di Abu al-Kinyan, e poi lui ha perso il controllo della vettura. Anche un video postato mercoledì solleva pesanti sospetti su quanto accaduto. Si ha l’impressione che gli spari siano stati precedenti all’investimento.

Ma molto altro nel corso della settimana scorsa ha preceduto gli avvenimenti di Umm al-Hiran. Nel campo profughi di Fara i soldati hanno ucciso un uomo che si era appena svegliato: 11 pallottole a bruciapelo di fronte a sua madre; i soldati affermano che stava cercando di aggredirli. Mohammed al-Salahi era figlio unico e viveva con la madre in un’unica stanza.

Nella città palestinese di Tuqu la polizia di frontiera ha ucciso un diciassettenne, Qusai al-Amour, che aveva lanciato pietre – ovvia vendetta. Poi hanno trascinato il ragazzo morente per terra come un sacco di patate. Mentre lo facevano, ha battuto la testa sulle pietre, mentre le telecamere filmavano la scena.

Il giorno dopo le telecamere hanno documentato anche l’uccisione di Nadal Mahadawi, di 44 anni, al checkpoint di Tulkarem. Una scena orribile. Lo si vede tranquillamente fermo in piedi quando i soldati sparano senza apparente ragione. Quando cerca di fuggire, in quella che sembra una corsa per salvarsi, loro lo uccidono.

Ma nulla di grave, il “terrorista” è stato ucciso. Così i media hanno descritto il fatto. Il modo in cui è stato trascinato il giovane ferito a Tuqu e l’esecuzione al checkpoint dovrebbero sconvolgere chiunque. Soprattutto dovrebbero sconvolgere tutti gli israeliani, perché chi ha fatto questo sono i loro figli, i loro soldati e i loro poliziotti. Ma le vittime erano palestinesi.

Un unico filo unisce Umm al-Hiran, Tuqu, Fara e Tulkarem – il filo della disumanizzazione che guida soldati e polizia. Inizia con le campagne di istigazione e finisce con le truppe dal grilletto facile.

Le radici sono profonde; devono essere riconosciute. Per la maggioranza degli israeliani tutti gli arabi sono uguali e non sono esseri umani come noi. Loro non sono come noi. Loro non amano i propri figli o la propria vita come facciamo noi. Sono nati per uccidere. Non c’è nessun problema ad ucciderli. Sono tutti nemici, oggetti sospetti, terroristi, assassini – la loro vita e la loro morte valgono poco.

Quindi uccideteli, perché non vi succederà niente. Uccideteli, perché è l’unico modo di trattarli.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Quello che i soldati israeliani non dicono mai alle loro madri

Haaretz Gideon Levy, 15 gennaio 2017

Non c’è praticamente nessun servizio operativo nell’esercito israeliano che non comporti per i soldati il compiere missioni spregevoli come quella descritta qui di seguito.

Si sono radunati in una stretta via, in una notte fredda e scura. Erano tesi. Il grido di un lontano sciacallo ha rotto il silenzio. Per alcuni questa era la prima missione operativa. L’avevano sempre sognata ed erano stati a lungo addestrati. L’adrenalina scorreva, proprio come volevano. Era quello per cui si erano arruolati.

Prima di uscire hanno mandato messaggini ai propri familiari per dire loro di non preoccuparsi. Quando si è levato il sole e sono tornati in salvo alla base, li hanno nuovamente inviato dei messaggi. Le loro madri non hanno chiesto che cosa avevano fatto e loro non glielo hanno detto. Succede sempre così. I familiari sono orgogliosi di loro: sono dei soldati che combattono.

Quando si sono messi in riga prima di partire, i comandanti hanno controllato il loro equipaggiamento e munizioni ed impartito gli ultimi ordini. L’ufficiale di intelligence ha parlato loro dei due ricercati: devono essere trovati, ad ogni costo. Poi i soldati sono usciti nella notte. Trenta soldati. Sono saliti a piedi in cima alla collina.

Hanno raggiunto l’obiettivo poco dopo mezzanotte. Il villaggio era profondamente addormentato, i fari di sicurezza arancione della colonia di là dalla strada ammiccavano distanti. Ed è stato dato l’ordine: attaccare!

Si sono avventati contro la porta posteriore della casa e l’hanno scossa finché non è stata quasi scardinata. Dal secondo piano è uscita una luce fioca ed un uomo è sceso in pigiama, ancora mezzo addormentato, per aprire il cancello di metallo. Nessuno di loro si è chiesto che cosa ci facesse là. Forse questo accadrà quando saranno maturati ancora un po’.

I primi quattro sono entrati con i fucili spianati, i volti coperti da maschere nere; si vedevano solo gli occhi. Hanno spinto indietro lo sbalordito palestinese. Lui ha tentato di spiegare loro che i bambini stavano dormendo e non voleva che si svegliassero vedendo un soldato mascherato sopra il loro letto.

I soldati volevano Tariq. Ed anche Maliq. Hanno ordinato al palestinese di portarglieli. I due ricercati dormivano in una stanza tutta blu, comprese le lenzuola. I soldati li hanno svegliati con delle grida. I ricercati si sono destati nel panico.

I soldati gli hanno ordinato di alzarsi. Poi li hanno afferrati per le braccia, li hanno spinti in due stanze separate e chiusi dentro. Altri soldati hanno fatto irruzione nella casa, i cui abitanti nel frattempo si erano tutti svegliati. Mahmoud, di sei anni, ha incominciato a gridare: “Papà, papà!”

I soldati hanno ammonito i due di non osare partecipare ad altre manifestazioni. “La prossima volta vi spareremo o vi arresteremo”, hanno detto a Maliq. Lui è rimasto chiuso dentro per 40 minuti, finché i soldati non se ne sono andati. Andandosene, hanno lanciato delle granate stordenti nei cortili delle case cui passavano accanto – la ciliegina sulla torta.

Tutto questo è successo circa 10 giorni fa a Kafr Qaddum. Succede ogni notte in tutta la Cisgiordania.

I due ricercati avevano 11 e 13 anni. Tariq non ha ancora ripreso a parlare e Maliq ha un sorriso spaventato. Da quella notte dormiranno solo nel letto dei genitori. Mahmoud ha incominciato a bagnare il letto. Il grande spiegamento di soldati è arrivato a notte fonda solo per spaventarli e forse anche per tenere alta la tensione.

L’unità dei portavoce dell’esercito israeliano non si è vergognata di dire: “I soldati hanno parlato con dei giovani che avevano preso parte ad una regolare manifestazione a Qaddum.” Ecco che cosa fanno i soldati israeliani: tengono colloqui intimidatori di notte con dei bambini. Per questo si sono arruolati. Di questo vanno fieri.

Vale la pena notare che Kafr Qaddum è un luogo degno di rispetto. Ha lottato per circa cinque anni, con coraggio e determinazione, per riaprire la sua strada di accesso – che era bloccata a causa della colonia di Kedumim. La colonia era cresciuta proprio ai bordi della strada, provocando la sua chiusura.

Venerdì scorso Amos Harel ha parlato su Haaretz della drastica diminuzione del numero di giovani di buona famiglia che vogliono fare il servizio militare in unità di combattimento. La polizia di frontiera attualmente è l’unità più ambita e le sue porte sono prese d’assalto dalle frange più deboli della società, che Israele cinicamente istiga contro i palestinesi, al punto che tutti loro vogliono essere come il sergente Elor Azaria [condannato per aver ucciso un attentatore palestinese inerme, ndtr].

Forse è un bene che i benestanti abbandonino il servizio militare nei territori. O forse è un male, perché lasciano il posto ad altri. Oggi non c’è praticamente nessun servizio operativo nell’esercito israeliano che non comporti il compiere spregevoli missioni come l’operazione a Kafr Qaddum.

Questo venerdì, oppure il prossimo, Tariq e Maliq torneranno a manifestare in strada e forse tireranno anche pietre. Non dimenticheranno tanto velocemente il terrore di quella notte; quel terrore plasmerà la loro coscienza.

E i soldati? Continueranno ad essere degli eroi, ai propri occhi ed a quelli della loro gente.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Il processo a Elor Azaria, l’assassino di Hebron: l’agonia mortale di una società sana

di Gideon Levy, 4 gennaio 2017 Haaretz

Non ci saranno altri processi Azaria. I politici e la gente non permetteranno che accada

Guardate bene il processo al soldato Elor Azaria: ecco a cosa assomiglia un’agonia mortale. Ecco a cosa assomigliano l’agonia di un buon governo e gli ultimi spasmi di una società sana. Ecco a cosa assomiglia l’apparente uguaglianza davanti alla legge – (che cosa sarebbe successo se Azaria fosse stato palestinese?) – quando quasi tutte le maschere sono già state strappate, compreso il velo della vergogna. Ecco a cosa assomiglia la democrazia quando pensa di poter continuare ad esistere indisturbata persino come brutale tirannia militare in casa propria. Ecco a cosa assomiglia un esercito di occupazione quando ancora insiste su un qualche sacro simulacro di legalità e valori.

Tutto precipita nella stessa direzione, e la corsa ha prodotto un ultimo e disperato tentativo di ammantarla di correttezza, sotto forma del processo ad Azaria o dell’evacuazione dell’avamposto di Amona, per esempio. Quando Moshe Ya’alon e Gadi Eisenkot, due comandanti militari responsabili di crimini di guerra ed occupazione, sono diventati i tutori della legge e della moralità in Israele, la situazione è più che disperata.

Vale la pena di soffermarsi su di loro: presto anche loro non saranno più lì. Il loro posto verrà occupato da gente persino peggiore. Ieri la folla minacciava: “Gadi, Gadi, stai attento, Rabin (primo ministro israeliano assassinato nel 1995 da un colono ebreo estremista, ndtr.) sta cercando un compagno.”

Forse perderemo Eisenkot. E’ difficile crederlo, ma anche lui ormai appartiene ad una specie a rischio. Persino il conduttore televisivo Dany Cushmaro ieri è stato preso di mira dalla gentaglia. Che cosa ridicola.

In tribunale un giudice militare ha pronunciato una sentenza circostanziata ed argomentata, chiara ed inequivocabile e che prescinde assolutamente da quanto stava avvenendo all’esterno. In tribunale l’imputato è stato applaudito, mentre i giornalisti facevano a gara su chi riuscisse a mostrare maggior compassione ed empatia per lui (per che cosa, esattamente?). E all’esterno centinaia di dimostranti minacciavano di assaltare il tribunale, l’esercito e i media, mentre il coro di incitamento dei politici li aizzava.

I ministri della cultura, dell’educazione e dell’interno stanno già perdonando Azaria. La deputata dell’Unione Sionista (coalizione di centro sinistra, ndtr) Shelly Yacimovich (!) si è già unita a loro. Le regole sono state invertite una dopo l’altra: una persona condannata per omicidio è un eroe; il capo di stato maggiore dell’esercito di occupazione è un modello di moralità; i ministri del governo stanno sovvertendo il sistema giudiziario e militare. E l’opposizione è inesistente.

Quanta strada ha fatto Israele dal perdono accordato ai predecessori di Azaria, gli esecutori dell’attacco al bus 300 nel 1984, quando due palestinesi che avevano sequestrato un autobus furono catturati vivi dal servizio di sicurezza dello Shin Bet ed in seguito messi a morte. Loro per lo meno non sono diventati degli eroi. Forse hanno persino provato un momento di vergogna per le loro azioni.

Sono passati 13 anni dall’ultima volta che un soldato dell’esercito israeliano è stato condannato per aver commesso un omicidio in servizio e quella volta si è trattato di un soldato beduino, che ha passato 6 anni in prigione esclusivamente grazie alle pressioni internazionali (aveva ucciso un fotografo britannico). Le operazioni “Piombo fuso” e “Scudo Protettivo” a Gaza, con le centinaia di morti evitabili, si sono concluse senza alcuna condanna. Le esecuzioni di ragazze armate di forbici e di ragazzi con coltelli si sono succedute anch’esse senza che nessuno venisse processato, sotto gli occhi di Eisenkot.

C’è un giudice nel quartier generale dell’esercito?” Praticamente nessuno. Azaria non è stato il primo giustiziere e non sarà neanche l’ultimo.

E’ un bene che sia stato condannato. Se gli viene comminata una condanna adeguata forse questo impedirà qualche altra uccisione criminale. Ma non c’è da rallegrarsi per questo. Le telecamere di B’Tselem – quell’associazione di traditori e bugiardi – ha costretto l’esercito a metterlo sotto processo. Le prove hanno costretto il tribunale a condannarlo.

Ed è stato il canto del cigno. Non ci saranno altri processi Azaria. I politici e la gente non lo permetteranno.

La radice di tutto ciò è l’odio per gli arabi. Azaria è potenzialmente un eroe nazionale per una sola ragione: ha ucciso un arabo (il confine tra arabi e terroristi è labile in Israele). Ha fatto ciò che molta gente avrebbe voluto fare e ciò che molta di più pensa che avrebbe dovuto fare.

E’ stato un omicidio nato dalla pietà: l’autocommiserazione dell’occupante per l’amarezza del proprio destino. Povero soldato Azaria, costretto a sorvegliare un checkpoint a Hebron. Poveri i suoi compagni, che lo hanno mandato là. Povero Israele, che è costretto ad erigere checkpoints nel cuore di una città palestinese ed a strangolare i suoi abitanti. Ma nessuno è stato processato per questo.

Azaria non è né un eroe né una vittima. E’ un criminale. Ma al di sopra di lui ci sono criminali ancor più grandi.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Gli Stati Uniti sono finalmente usciti allo scoperto

di Gideon Levy – 18 dicembre 2016,  Haaretz

In seguito alla designazione di un rappresentante favorevole alle colonie, l’inganno è finito: gli Stati Uniti non saranno più in grado di sostenere di essere un mediatore imparziale nel conflitto israelo-palestinese | Opinione

Il presidente eletto Donald Trump ha deciso di nominare ambasciatore in Israele un avvocato anti-israeliano e razzista. Che è, naturalmente, una sua prerogativa. Lo scorso giovedì, con la nomina di David Friedman, gli Stati Uniti sono usciti allo scoperto. D’ora in poi appoggiano ufficialmente la costituzione di uno Stato israeliano dell’apartheid tra il mare Mediterraneo e il fiume Giordano.

Friedman non è il primo ambasciatore ebreo in Israele – una questione che ha sempre sollevato domande sulla doppia lealtà – ma è il primo sostenitore dichiarato delle colonie a ricoprire questo incarico. Il suo predecessore, Dan Shapiro, era anche lui favorevole alle colonie, come tutti gli ambasciatori prima di lui – rappresentanti di governi che avrebbero potuto bloccare il progetto di colonizzazione ma non hanno mosso un dito per farlo, ed anzi lo hanno finanziato.

Ma ora abbiamo un ambasciatore che ha anche contribuito di tasca propria alla spoliazione.

Questo cambiamento rappresenta la fine delle ridicole denunce da parte del Dipartimento di Stato USA, che Israele ha sempre ignorato. Non più auto diplomatiche nere dopo la costruzione di ogni nuovo balcone nei territori occupati. D’ora in poi abbiamo un ambasciatore che sarà addolorato per l’evacuazione dell’avamposto di Amona [illegale anche in base alle leggi israeliane e di cui la Corte Suprema israeliana ha deciso l’evacuazione. Ndtr.] e che parteciperà alle cerimonie per la posa della prima pietra in ogni nuova colonia.

Ciò implica il fatto che gli Stati Uniti non potranno più sostenere di essere un mediatore imparziale. Non lo sono mai stati, ma ora la maschera è caduta. Da questo punto di vista, la nomina di Friedman è buona e giusta. I palestinesi, gli europei ed il resto del mondo lo sappiano: l’America è favorevole all’occupazione. Basta inganni.

Friedman è un anti-israeliano, come chiunque altro incoraggi Israele a intensificare l’occupazione. Friedman è un razzista, come chiunque altro spinga per uno Stato dell’apartheid. E’ anche antidemocratico e maccartista (avendo detto che i sostenitori di J Street [organizzazione di ebrei USA moderatamente critici con Israele. Ndtr.] sono “molto peggio dei kapo” [internati nei lager che collaboravano con i nazisti. Ndtr.]) – e già ne abbiamo abbastanza tra noi. Friedman li incoraggerà, ed anche in questo egli è palesemente anti-israeliano.

Ma Friedman non è un iscritto al partito di estrema destra Tekuma [partito dei coloni fondamentalisti. Ndtr.], né, per quanto ne sappiamo, del movimento anti-assimilazionista Lehava. Friedman sta per diventare il rappresentante del governo USA in Israele. Ci deve risposte ad una serie di domande – analogamente al Senato, che deve approvare la sua nomina.

Il governo USA ed il Senato sono consci della portata delle opinioni del nuovo ambasciatore? Comprendono che è favorevole all’istituzione di uno Stato dell’apartheid sostenuto e finanziato dal Paese leader del mondo libero? Perché chiunque, come Friedman, si opponga alla soluzione dei due Stati sostiene l’unica alternativa, che è uno Stato unico e, nel caso di Friedman, uno Stato dell’apartheid. E’ così che vogliono apparire gli Stati Uniti, persino gli Stati Uniti di Trump?

Gli israeliani di destra che sostengono l’annessione – e ce ne sono molti – possono velare il loro progetto dietro una fitta nebbia che nasconde il suo reale significato. Ma non è il caso del rappresentante del Paese più potente al mondo.

L’ambasciatore designato ci deve delle spiegazioni. Quando dici annessione, cosa intendi? Quando contribuisci economicamente alla colonia di Beit El, sai che per la maggior parte è costruita su terre private rubate ai palestinesi? Cosa dirà il Senato della tua complicità in un crimine? Quale sarà il destino degli abitanti autoctoni dei territori occupati, che sono ciò che rimane della loro terra rubata? Se tu parli di democrazia e uguaglianza per tutti, nello spirito della costituzione americana, allora avremo uno Stato binazionale, ugualitario e giusto – a cui, purtroppo, quasi ogni israeliano si oppone.

Tuttavia non è quello a cui ti riferisci. La tua annessione significa la perpetuazione dello status di padroni della terra ed espropriati, un regime di separazione che il mondo progressista chiama apartheid.

Sua eccellenza, presumibile ambasciatore, lei ci deve delle risposte. Anche quelli a Washington che la mandano qui ci devono delle risposte. Considerate i palestinesi come esseri umani con gli stessi diritti di cui godono gli ebrei in Terra di Israele? Vi pare che lo Stato vostro alleato agisca in modo giusto? Lo vedete come uno Stato che rispetta le leggi internazionali? Pensate che spingendolo avanti in una direzione nazionalista gli fate un favore? L’appoggio ad uno Stato dell’apartheid è utile agli interessi americani? Ciò riflette i valori dichiarati dall’America? In breve, state con noi o con i nostri avversari?

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un pogrom scuote un villaggio palestinese strangolato dai coloni israeliani

di Gideon Levy e Alex Levac – 11 novembre 2016 Haaretz

Una dozzina di coloni mascherati che brandivano coltelli e bastoni e gridavano “morte agli arabi” ha attaccato cinque contadini palestinesi che stavano raccogliendo olive. “Sono venuti per uccidere”, ha detto una vittima.

E’ stato un pogrom [attacchi antisemiti contro la popolazione ebraica nei Paesi dell’Est Europa. Ndtr.].

I sopravvissuti sono cinque pacifici contadini palestinesi che parlano un ebraico smozzicato e lavorano nell’edilizia in Israele, con permessi di ingresso validi. Durante i fine settimana coltivano ciò che è rimasto delle loro terre, la maggior parte delle quali sono state depredate a favore dei coloni che strangolano il loro villaggio, Janiya, fuori Ramallah. Sono convinti di essere sopravvissuti solo per miracolo all’attacco di sabato scorso.

“Pogrom” è davvero la sola parola per descrivere quello che hanno subito. “Vi uccideremo!” hanno gridato gli assalitori, mentre picchiavano gli uomini sulla testa e sul corpo con mazze e tubi di ferro, e brandivano coltelli a serramanico. L’unico “crimine” dei palestinesi, che stavano raccogliendo le loro olive quando i coloni si sono gettati su di loro, era il fatto di essere palestinesi che hanno avuto l’ardire di lavorare la loro terra.

Il periodo della raccolta delle olive è tradizionalmente la stagione dei pogrom in Cisgiordania, ma questo è stato uno dei più violenti. Nessun rappresentante ufficiale israeliano ha condannato l’assalto, nessuno si è indignato. Uno degli aggrediti è stato medicato con 10 punti in testa, un altro ha avuto un braccio e una spalla rotti, un terzo zoppica, un quarto ha perso gli incisivi. Solo uno è riuscito a scappare agli assalitori, ma anche lui si è fatto male quando si è ferito a una gamba sul terreno roccioso mentre fuggiva.

I contadini, che giorni dopo l’aggressione erano ancora in stato di shock per questa brutta esperienza, sono stati portati via dai compaesani; le olive sono rimaste sparse sul terreno. Ora hanno paura di tornare nell’oliveto. Questo fine settimana, si sono ripromessi, manderanno giovani di Janiya a prendere quello che avevano raccolto e a finire il lavoro. Per quanto riguarda loro, con il corpo e l’anima acciaccati, dicono di non essere in grado di fare niente.

Gli assalitori, circa una dozzina di coloni mascherati, si vedono in un video girato da un abitante, Ahmed al-Mazlim, mentre, palesemente in preda all’eccitazione per la loro azione, tornano alle loro baracche, sparse sotto la colonia di Neria, nota anche come “Nord Talmon”, tra Modi’in e Ramallah. Questo è stato il loro “oneg Shabbat” la loro festa del sabato: scendere nella valle e picchiare persone che stavano lavorando la propria terra, innocenti quanto indifese, forse addirittura con l’intenzione di uccidere. Un fine settimana pacifico.

Si vedono i coloni risalire lentamente verso le baracche del loro avamposto illegale, che si trova sulla collina sotto Neria. Non hanno fretta, in fin dei conti nessuno li sta inseguendo. Alla fine si siedono sulla soglia di una delle baracche per dissetarsi con una borraccia.

Non avevo mai visto prima criminali lasciare la scena del delitto con tale indifferenza. Forse erano esausti del loro lavoro – picchiare arabi – stanchi ma contenti. Yotam Berger, il giornalista di Haaretz che è stato il primo a pubblicare il video, ha visitato le baracche il giorno dopo il pogrom. Sapeva bene che dei coloni vivevano lì, anche se le strutture erano vuote quando è arrivato. Fino a quel momento non erano stati fatti arresti, ed esperienze precedenti suggeriscono che non ne verrà fatto nessuno. La polizia sta indagando.

Janiya, un piccolo villaggio di 1.400 anime nella parte centrale della Cisgiordania, si guadagnava di che vivere lavorando la sua terra finché gran parte di questa è stata portata via dalle vicine colonie, dalla fine degli anni ’80. Poche regioni sono altrettanto popolate di coloni come questa; pochi villaggi hanno avuto tanta terra rubata come Janiya. Degli originali 50.000-60.000 dunam (5.000-6.000 ettari) posseduti dai suoi abitanti, solo 7.000 (700 ettari) rimangono di loro proprietà. Il villaggio è stato strangolato.

Da una buona posizione ai suoi confini, si può vedere la valle in cui è stato perpetrato l’attacco, e le colonie vicine. La nostra guida è Iyad Hadad, un ricercatore sul campo dell’organizzazione per i diritti umani israeliana B’Tselem. Sotto di noi le case di Talmon A confinano con le rimanenti terre di Janiya, molto vicino alle case dei paesani. Basta allungare la mano per toccarle; un altro progetto di espansione e arrivano fin dentro Janiya.

A destra, verso sudest, c’è la colonia di Dolev, a vantaggio dei cui abitanti Israele ha bloccato per anni la strada principale per Ramallah. Appollaiata sulla collina c’è Talmon B; lì vicino c’è Talmon C; e là, all’orizzonte, si trova Talmon D. Sulla cima della collina, ad una certa distanza, c’è una base dell’esercito israeliano.

Ogni cima di collina rappresenta un’altra minaccia per il tranquillo villaggio. Neria si trova sopra l’uliveto della famiglia Abu Fuheida e i pendii terrazzati che scendono da lì. Le costruzioni della “gioventù delle colline” [gruppo di giovani coloni molto violenti. Ndtr.] sono sparse su tutto il territorio, tra le varie Talmon, a decine di metri le une dalle altre.

La valle è tranquilla. Alcuni degli oliveti ora sono di proprietà delle colonie; quando si fa la raccolta, ci si mette d’accordo con l’esercito israeliano. Per esempio, la scorsa settimana le olive sono raccolte nelle parti di Talmon A coltivate dai palestinesi. Ma l’aggressione da parte dei coloni è stata perpetrata in un luogo in cui il coordinamento non è richiesto, perché non è proprietà di alcuna colonia.

Siamo alla fine della stagione del raccolto, e questo è un canalone chiamato Natashath. E’ sabato mattina, una giornata stupenda, e cinque membri della famiglia Abu Fuheida – Sa’il, Hassan, Sabar, Sa’ad e Mohammed – scendono all’oliveto di famiglia, dove hanno una settantina di ulivi. Sono circa le 8,30; non ci sono altri contadini lì attorno. Portano sacchi (“Nessun coltello”, chiarisce subito uno di loro) sparsi per terra per raccogliere le olive cadute, con una bottiglia di Coca Cola, pomodori, pane pita e affettati. Non è una buona annata per le olive, il raccolto è stato scarso.

Lavorano fino a mezzogiorno, si siedono per mangiare e ritornano alle scale. Il loro piano è di finire il raccolto entro il pomeriggio. Ma in quel momento gli aggressori gli piombano addosso all’improvviso: i raccoglitori, sulle scale, con la testa in mezzo ai rami, non li vedono. Solo Sa’il, con i suoi 57 anni il più vecchio del gruppo e l’unico che non è su una scala, riesce a scappare, ferendosi solo fuggendo in preda al panico.

Secondo Sa’il e il suo fratello ferito, Hassan, erano 10, forse 15 assalitori. Sembravano giovani e robusti. Uno dei quattro che hanno aggredito Hassan portava occhiali; Hassan ha visto solo i suoi occhi. E’ stato quello che gli ha inflitto i colpi peggiori, aggiunge Hassan. Tutti avevano tubi, mazze, randelli o coltelli. Ce n’era anche uno che sembrava di vedetta: è rimasto sulla collina vicino a Neria, con un fucile, osservando a quanto pare quello che stava succedendo. “Morte agli arabi! Morte agli arabi!” gridavano gli aggressori. “Vi uccideremo, porci.”

Sa’il: “Erano aggressivi, violenti, non ho mai visto un attacco del genere. Erano venuti per uccidere.”

I contadini si sono precipitati giù dalle scale, dritti nelle mani degli assalitori, che hanno afferrato prima Sabar, poi Hassan, circondandoli, alcuni coloni per ogni palestinese, e li hanno percossi. Sabar è stato il primo a perdere conoscenza, Hassan dice di essere svenuto anche lui. Gli autori del pogrom hanno cercato di colpirli in testa, ma Hassan se l’è protetta con le mani. La sua mano destra ora è bendata, con dei punti e fasciata, ha perso quattro denti e ha anche un labbro tagliato. Si muove a malapena e parla a fatica.

L’aggressione è durata tra i cinque e i dieci minuti. Uno dei cugini, Mohammed, ad un certo punto è riuscito a scappare, dopo essere stato leggermente ferito, e ha chiesto aiuto al villaggio. Quando gli aggressori se ne sono andati, i feriti sono stati portati via su ambulanze ed auto private all’ospedale pubblico di Ramallah. Hassan ha raccontato di aver ripreso conoscenza in casa di suo fratello, dove era stato portato dagli abitanti del villaggio prima di essere trasportato in ospedale. Quando si è alzato gli è venuto un capogiro. Era sicuro che sarebbe morto, dice Hassan, un lavoratore edile (“con regolare permesso”) a Rishon Letzion [in Israele. Ndtr.].

Solo Hassan e Sa’il erano al villaggio quando ci siamo andati questa settimana (le altre tre vittime erano andate al comando della regione di Binyamin per testimoniare alla polizia). La loro casa era affollata di visitatori che confortavano gli aggrediti. Gli assalitori sono pazzi, ci ha detto il loro cugino Sahar: “Odiano gli arabi, odiano l’odore degli arabi, vedono un arabo e lo vogliono calpestare. Vogliono ucciderci. Non vogliono arabi qui. E fanno quello che vogliono.”

Ci siamo seduti all’ombra della buganvillea nel cortile della casa della famiglia. Ho chiesto ad Hassan cosa pensi di quello che è successo. Un tenue sorriso ha attraversato le sue labbra ferite mentre ripeteva: “Non so cosa pensare. Succede ogni anno.”

(traduzione di Amedeo Rossi)