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Come Israele sta usando l’emergenza da coronavirus per annettere la Cisgiordania

Fareed Taamallah

24 aprile 2020 – Middle East Eye

La formazione della coalizione governativa Gantz-Netanyahu non ha nulla a che fare con la pandemia, è una mossa puramente politica

Benjamin Netanyahu, il primo ministro di Israele, e Benny Gantz, il suo principale rivale, hanno firmato questa settimana un accordo per formare un governo di unità nazionale di “emergenza”. 

Secondo i media israeliani, il Likud, il partito di Netanyahu, e il Blu e Bianco, l’alleanza guidata da Gantz, si sono accordati per l’alternanza del premier. Inizialmente Netanyahu resterà primo ministro e Gantz sarà il suo vice e, dopo 18 mesi, si scambieranno i ruoli.

La prima reazione dall’amministrazione statunitense è arrivata mercoledì dal segretario di stato Mike Pompeo che ha detto che annettere parti della Cisgiordania ” spetta in ultima istanza a Israele”.  Questa brutale dichiarazione riflette la parzialità dell’amministrazione americana verso Israele. 

Da palestinese, nel corso dell’occupazione, ho assistito alla formazione di parecchi governi israeliani nessuno dei quali seriamente interessato a una soluzione pacifica del conflitto o a porre fine agli insediamenti illegali in Cisgiordania. 

Fissare la data per l’annessione

Quest’ultima coalizione non fa eccezione. La differenza è che per la prima volta un governo israeliano ha ufficialmente e sfrontatamente fissato una data precisa per l’annessione. 

Sulla base dell’accordo del secolo dell’amministrazione Trump, il primo luglio la Knesset potrà votare l’annessione di parti della Cisgiordania. Tale accordo era stato respinto preventivamente dai palestinesi perché dà ad Israele il totale controllo militare su di loro, sulla gran parte delle loro terre, sull’intera Gerusalemme e su tutti gli insediamenti israeliani.

L’accordo stabilisce che la votazione debba tenersi “il prima possibile”, senza ritardi in commissione. Sebbene i membri della coalizione possano votare come ritengono opportuno, è probabile che il fronte della Knesset a favore dell’annessione avrà la maggioranza.

Il cosiddetto governo di unità nazionale di “emergenza”, che durerà 36 mesi, è stato legittimato a gestire la pandemia in Israele. Ma perché l’implementazione dell’accordo del secolo deve essere considerata un’emergenza? 

Già prima di formare il nuovo governo. Netanyahu aveva dichiarato molte volte di voler annettere la Valle del Giordano e gli insediamenti della Cisgiordania. Gli americani e gli israeliani hanno già redatto mappe dei territori che hanno pianificato di annettere. 

Alcuni esperti predicono che Israele ingloberà almeno il 30% della Cisgiordania. Inutile dire che l’annessione non avverrà nel quadro di negoziati o di uno scambio concordato di territori, ma sarà piuttosto una decisione unilaterale che mina un futuro Stato palestinese, ponendo fine alla dottrina della “soluzione dei due Stati” per arrivare a un’entità palestinese segregata come bantustan in Sud Africa. 

Mossa propagandistica

Questa annessione avrebbe un impatto disastroso sulle aspirazioni di auto-determinazione del nostro popolo e su di me personalmente, un contadino palestinese che possiede della terra nell’Area C [sotto totale controllo israeliano e che in parte dovrebbe essere annessa, ndtr.].

Se il governo israeliano seguisse la mappa disegnata dai consiglieri di Trump, parte di Qira, il villaggio da dove vengo, situato nella zona cisgiordana di Salfit, e forse persino la mia fattoria verrebbero incorporate dall’insediamento coloniale illegale di Ariel.   

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha diffidato gli USA e i governi israeliani dall’annettere una qualsiasi parte dei territori palestinesi. “Non pensiate che, a causa del coronavirus, ci siamo dimenticati dell’annessione, delle misure di Netanyahu o dell’accordo del secolo,” ha detto questo mese, aggiungendo che i leader palestinesi avrebbero continuato a lavorare contro questi piani.

È chiaro che la formazione del governo di coalizione non ha niente a che fare con l’emergenza da pandemia, ma ha invece delle mire politiche. Netanyahu e ora anche Gantz vogliono approfittarne per implementare l’accordo trumpiano e annettere parti della Cisgiordania, mentre il mondo e i palestinesi sono esausti per la lotta contro il virus. 

Le elezioni presidenziali negli USA sono fissate per novembre e questa sarebbe anche una buona mossa propagandistica per facilitare la rielezione di Trump.

L’establishment politico israeliano si è unito su un programma permanente di colonizzazione e annessione, sfruttando la straordinaria situazione locale e internazionale per imporre lo status quo come realtà nei territori, con il pieno appoggio e sostegno da parte dell’amministrazione statunitense.

La necessità dell’unità palestinese

Secondo Hanan Ashrawi che fa parte del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, l’accordo di unità “rivela i partiti politici israeliani per quello che sono e prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, la morte in Israele della cosiddetta sinistra”. Sono d’accordo e vorrei aggiungere che il governo di unità evoca più che mai la necessità di porre fine alla divisione fra la Cisgiordania e Gaza per cercare invece la riconciliazione fra tutte le fazioni politiche.

I palestinesi devono adottare una strategia nuova, chiara e più determinata per affrontare l’annessione della propria terra, dato che Israele e gli USA non hanno lasciato loro altra alternativa che resistere. 

È ora che i palestinesi smettano di inseguire la futile illusione dei “due Stati” e inizino a cercare una soluzione realistica di “uno Stato democratico” che offra, a tutti quelli che vivono fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo [cioè nella Palestina storica, che comprende l’attuale Israele, la Cisgiordania e Gaza, ndtr.], gli stessi diritti e obblighi in qualità di cittadini uguali indipendentemente dalla loro religione o razza.

Questa resta l’unica soluzione fattibile del conflitto del secolo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Fareed Taamallah

Fareed Taamallah è un agricoltore palestinese e un attivista politico.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il piano di annessione di Netanyahu è una minaccia alla sicurezza nazionale di Israele

 Ami Ayalon, Tamir Pardo, Gadi Shamni

23 aprile 2020– Foreing Policy

L’annessione della Cisgiordania incrinerebbe i trattati di pace di Israele con l’Egitto e la Giordania, susciterebbe la rabbia degli alleati nel Golfo, minerebbe l’Autorità Nazionale Palestinese e metterebbe in pericolo Israele come democrazia ebraica.

Quattro giorni dopo che la Casa Bianca ha ribadito la decisione di perseguire l'”accordo del secolo” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, la lunga instabilità politica di Israele si è conclusa lunedì con un accordo di coalizione che potrebbe mettere tragicamente fine a qualunque prospettiva di israeliani e palestinesi di tornare al tavolo dei negoziati.

L’ accordo tra il partito Likud di Benjamin Netanyahu e il Blu e Bianco di Benny Gantz fissa il 1 ° luglio come data in cui mettere in atto l’annessione unilaterale israeliana di grandi porzioni del territorio della Cisgiordania, importante elemento del piano Trump. Se il governo congiunto procederà conformemente, le altre caratteristiche del piano diverranno irrilevanti. Questo sta accadendo nonostante 220 generali, ammiragli ed ex dirigenti israeliani di Mossad, Shin Bet e polizia, membri di Commanders for Israel’s Security (CIS) [movimento di ex alti funzionari fondato nel 2014, ndtr.], abbiano firmato una lettera aperta a tutta pagina sui giornali israeliani il 3 aprile esortando i loro ex colleghi nel governo – in particolare Gantz e Gabi Ashkenazi, entrambi ex capi di stato maggiore dell’esercito israeliano – a chiedere di bloccare l’annessione unilaterale dei territori della Cisgiordania. Pochi giorni dopo, 149 eminenti leader ebrei americani si sono uniti a Israel Policy Forum [organizzazione ebraica americana che lavora per una soluzione negoziata a due Stati, ndtr.] in un appello simile, e subito dopo, 11 membri del Congresso degli Stati Uniti hanno espresso un altro monito sulle conseguenze negative di una tale mossa.

A prescindere dalle loro – e nostre – serie riserve riguardo a molti elementi del piano Trump, tutti e tre quei gruppi hanno concordato sugli effetti negativi dell’annessione sulla prospettiva di un’eventuale soluzione a due Stati israeliano e palestinese, e sul rischio di minare un altro pilastro fondamentale della strategia degli Stati Uniti nella regione: i trattati di pace di Israele con Egitto e Giordania.

L’Egitto è un importante attore nella regione e funge da principale intermediario tra Israele e Hamas nel prevenire episodi di violenza o nel porvi fine una volta scoppiati. Il Cairo è anche un partner importante di Israele nella lotta contro lo Stato Islamico, gli affiliati di al Qaeda e altri terroristi che operano nella e dalla penisola del Sinai; l’annessione della Cisgiordania potrebbe scatenare proteste di popolo in Egitto che potrebbero costringere l’amministrazione di Abdel Fattah al-Sisi a riconsiderare quelle relazioni.

La situazione è ancora più precaria in Giordania. Il regno si trova appena oltre il fiume Giordano rispetto alla Cisgiordania e ha una consistente popolazione palestinese. Pertanto, è sempre stato molto sensibile a sviluppi sfavorevoli in Cisgiordania. Per decenni il confine di Israele con la Giordania è stato più sicuro di altre frontiere. Inoltre, il vasto territorio del regno ha fornito a Israele uno spazio strategico insostituibile per la deterrenza, il rilevamento e l’intercettazione – per terra e per aria – di forze ostili, principalmente dall’Iran.

A seguito di un’annessione unilaterale potrebbe fallire un altro obiettivo del piano Trump: la speranza di consolidare i primi risultati dell’amministrazione nell’incoraggiare una maggiore cooperazione tra Israele e i partner regionali statunitensi nel Golfo e altrove. Proprio come la pandemia di coronavirus e il crollo dei prezzi del petrolio hanno contribuito alle preoccupazioni sulla stabilità interna delle monarchie del Golfo, questi regimi saranno anche costretti a prevenire la rabbia popolare reagendo pubblicamente all’annessione israeliana nel timore che i loro avversari, principalmente Iran e Turchia, utilizzino la loro inazione per minarne la legittimità popolare.

Non ha senso rischiare tutto ciò per annettere un territorio su cui Israele ha già il pieno controllo riguardo alla sicurezza. Sia Israele che gli Stati Uniti devono riconsiderare la cosa prima che il danno sia fatto.

Questa mossa sconsiderata non avrebbe solo conseguenze negative per la sicurezza di Israele, ma anche ripercussioni sul futuro di Israele come democrazia ebraica.

I leader ebrei statunitensi e i membri del Congresso hanno sottolineato che sarebbe in pericolo il supporto bipartisan dagli Stati Uniti di cui Israele ha a lungo goduto, un altro importante pilastro nell’equilibrio della sua sicurezza nazionale.

Come la maggior parte degli israeliani, molti politici e opinionisti statunitensi non erano consapevoli, come è risultato dalle nostre discussioni, del rapido passaggio dell’annessione unilaterale da capriccio di una trascurabile minoranza messianica di destra a elemento d’azione fondamentale nell’agenda di Netanyahu nel governo di coalizione che è appena riuscito a formare. Ora ogni dubbio è cancellato.

Il drammatico appello pubblico dei 220 alti funzionari della sicurezza israeliani in pensione era stato pensato per rafforzare l’opposizione all’annessione da parte degli aspiranti partner nella coalizione di Netanyahu guidati da Gantz, proprio nel momento in cui Netanyahu era pressato dagli irriducibili sostenitori dell’annessione (o ne orchestrava la pressione) perché non cedesse in merito ad essa.

Prevedendo tale pressione, per oltre due anni il CIS ha condiviso i risultati riguardanti le molteplici conseguenze dell’annessione unilaterale con i membri della Knesset e il gabinetto israeliani, nonché con la popolazione israeliana. Inoltre è stato spesso chiamato a informare funzionari della Casa Bianca, membri del Congresso, diplomatici statunitensi e leader ebrei statunitensi.

In breve, questo passo irreversibile, una volta fatto, probabilmente scatenerà una reazione a catena fuori controllo in Israele. Il punto di svolta potrebbe essere la fine del coordinamento palestinese della sicurezza con Israele. Già accolte come simbolo delle aspirazioni ad uno Stato, le agenzie di sicurezza palestinesi hanno perso il sostegno popolare poiché lo Stato appariva sempre meno probabile. Peggio ancora, sia gli ufficiali giovani che quelli più anziani riferiscono di aver ricevuto accuse di tradimento, di non essere più al servizio delle aspirazioni nazionali palestinesi ma solo dell’occupazione israeliana.

Durante i momenti di tensione, con una crescente pressione popolare, l’assenteismo dal servizio nelle agenzie si avvicinava al 30%. È nostra opinione (così come di centinaia di altri generali in pensione) che un voto della Knesset sull’annessione potrebbe ridurre la residua legittimità del coordinamento per la sicurezza.

Potrebbe essere irrilevante se la stessa Autorità Nazionale Palestinese (ANP) sopravviverà o meno a questo, o se la sua leadership vorrà ancora che il coordinamento della sicurezza continui. Se quelli che attualmente prestano servizio nelle agenzie di sicurezza si rifiutano di presentarsi al lavoro, si può solo sperare che non partecipino armati alle proteste di massa contro l’annessione.

Se il coordinamento per la sicurezza da parte dei palestinesi cessasse di essere efficace, e con Hamas ben organizzato e pronto a sfruttare il conseguente vuoto nella sicurezza, Israele non avrà altra scelta che rioccupare l’intera Cisgiordania, compresi tutti i centri abitati dalla popolazione palestinese attualmente sotto l’amministrazione dell’ANP. Se questo scenario si materializzasse in Cisgiordania, si può presumere che sia improbabile che Hamas rispetti le sue intese sul cessate il fuoco con Israele a Gaza. Se Hamas dovesse entrare nello scontro, Israele potrebbe non avere altra scelta se non quella di rioccupare anche la Striscia di Gaza.

Di conseguenza, ciò che inizierebbe il 1° luglio con una votazione della Knesset per l’annessione parziale potrebbe presto sfuggire al controllo e portare a una completa acquisizione israeliana della Cisgiordania e di Gaza, il che significa che l’esercito israeliano sarebbe l’unica entità che controlla milioni di palestinesi – senza una strategia per risolvere il problema.

In una situazione del genere svanirebbe ogni speranza che il team di Trump potrebbe aver avuto che il suo ” accordo del secolo” unisse israeliani e palestinesi. Allo stesso modo, nessun altro sforzo diplomatico potrebbe riesumare la prospettiva di un accordo a due Stati. Salvare Israele dall’impossibile dilemma, tra rinunciare alla sua identità ebraica garantendo ai palestinesi annessi pari diritti o rinunciare alla sua democrazia privandoli di quei diritti, potrebbe rivelarsi una missione impossibile.

La presa di coscienza di molti qui in Israele e di alcuni negli Stati Uniti dell’imminenza di questo pericolo offre qualche speranza che nelle prossime 10 settimane si possano prendere provvedimenti in tempo per prevenire questo terribile risultato.

L’abbandono dell’annessione unilaterale è sia urgente che essenziale. Coloro che hanno a cuore il futuro di Israele come democrazia ebraica sicura, che sostiene i valori sanciti nella sua dichiarazione di indipendenza, devono agire ora.

Ami Ayalon, ammiraglio in pensione, è un ex direttore della Shin Bet, ex comandante in capo della Marina israeliana e autore del libro di prossima uscita Friendly Fire [Fuoco Amirco]. È membro del CIS.

Tamir Pardo è un ex direttore del Mossad. È membro del CIS.

Gadi Shamni, generale maggiore in pensione, è un ex comandante del comando centrale delle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.], segretario militare dell’ex primo ministro Ariel Sharon e ex addetto militare [di Israele] negli Stati Uniti. È membro del CIS.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il presidente israeliano chiede al parlamento di scegliere il primo ministro

16 aprile 2020 Al-Jazeera

Netanyahu e Gantz, rispettivamente leader dei partiti Likud e Blu e Bianco, dicono che continueranno i negoziati per formare un governo di unità nazionale di “emergenza”.

Il presidente di Israele ha chiesto alla Knesset di scegliere un nuovo primo ministro e ha concesso al parlamento tre settimane per giungere a un’intesa su un leader o, fatto senza precedenti, costringere il Paese alla quarta elezione consecutiva in poco più di un anno.

Reuven Rivlin ha preso questa decisione dopo che Benny Gantz e Benjamin Netanyahu non sono riusciti a raggiungere un accordo entro la scadenza della mezzanotte. 

Ciò nonostante Netanyahu e Gantz hanno detto che continueranno i loro negoziati per formare un governo unitario d’ “emergenza” e guidare il Paese durante la crisi da coronavirus.

Ora le due parti hanno ufficialmente tre settimane per trovare un accordo, altrimenti la Knesset verrà sciolta e si andrà a ulteriori elezioni.

Concludere un accordo?

Lunedì Reuven Rivlin il presidente che sovrintende ai colloqui, ha detto che gli sviluppi giustificavano la sua decisione di concedere a Gantz altri due giorni per trovare un compromesso.

Ma il mandato di Gantz è scaduto a mezzanotte di mercoledì dopo un tentativo dell’ultima ora compiuto dagli inviati dei due leader. Ciò complicherà i piani per la ripresa economica, quando la pandemia sarà sotto controllo e si allenterà il rigido lockdown imposto al Paese.

Giovedì mattina Netanyahu e Gantz hanno rilasciato una dichiarazione congiunta dicendo che avrebbero continuato i negoziati più tardi in giornata. Tecnicamente i colloqui potrebbero continuare fino allo scioglimento formale del parlamento.

Gantz aveva detto in precedenza che non avrebbe fatto parte di un governo guidato da Netanyahu che, pur respingendo ogni accusa, deve affrontare un’imputazione di corruzione. L’inizio del processo è previsto per il prossimo mese.

Ma l’enormità della crisi da coronavirus ha spinto Gantz a infrangere la promessa fatta durante la sua campagna e a prendere in considerazione un accordo, decisione che ha irritato molti dei suoi sostenitori anti Netanyahu.

Il risultato sembra aver indebolito Gantz e rafforzato Netanyahu, il cui governo provvisorio sta gestendo la risposta alla crisi.

Dato che Gantz non ha più il “mandato” conferitogli dal presidente Netanyahu potrebbe andare in cerca di altre opzioni. 

In totale 59 parlamentari su 120 hanno appoggiato Netanyahu, a cui mancano pochi voti per ottenere la maggioranza. Continuando a dialogare con Gantz potrebbe anche cercare di convincere altri due membri dell’opposizione nella speranza di mettere insieme un governo con una maggioranza risicata.

Lunedì un sondaggio trasmesso dal canale israeliano Channel 12 ha rivelato che se ci fosse un’elezione adesso, il Likud guadagnerebbe 4 seggi e arriverebbe a 40 sui 120 che compongono la Knesset, mentre l’indebolita alleanza Blu e Bianco di Gantz ne otterrebbe solo 19.

Secondo il sondaggio circa il 64% dei cittadini è soddisfatto del modo in cui Netanyahu sta gestendo la pandemia.

Israele ha registrato più di 12.500 casi di COVID-19 e almeno 130 decessi. Le restrizioni hanno confinato la maggioranza degli israeliani nelle loro case, costretto le aziende alla chiusura e fatto salire il tasso di disoccupazione a oltre il 25%.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




In Israele Netanyahu e Gantz si mettono d’accordo su un piano per annettere parti della Cisgiordania

Redazione di MEE

6 aprile 2020 – Middle East Eye

Secondo Haaretz, i due leader israeliani potrebbero presentare quest’estate un piano per il governo

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo rivale politico Benny Gantz hanno raggiunto un accordo per annettere parti della Cisgiordania, spianando la strada a un governo di unità dopo mesi di stallo e tre tornate elettorali inconcludenti.

Secondo Haaretz, lunedì, dopo un incontro, i leader israeliani si sono accordati su un piano per iniziare quest’estate un processo formale e reclamare alcune zone dei territori palestinesi occupati come parte di Israele.

Se Washington sarà d’accordo, il progetto verrà presentato al governo, riferisce il quotidiano israeliano. Dopo l’approvazione del gabinetto, il piano richiederà l’approvazione della Knesset, il parlamento israeliano. 

Gli Stati Uniti hanno già espresso la propria disponibilità all’annessione di insediamenti israeliani e della Valle del Giordano in Cisgiordania. 

Accordo del secolo’

A gennaio, il presidente Donald Trump aveva svelato il cosiddetto “accordo del secolo” per risolvere il conflitto, con cui si permetterebbe a Israele di annettere vaste zone della Cisgiordania in cambio del riconoscimento di uno Stato palestinese frammentato, senza controllo delle proprie frontiere o dello spazio aereo.

La maggioranza dei palestinesi ha respinto la proposta.

Sia Netanyahu, che guida il Likud, di destra, che Gantz, il capo del blocco di centro Blu e Bianco, si sono impegnati ad annettere parti della Cisgiordania.

Facendo seguito a tre elezioni che non hanno prodotto un chiaro vincitore, Gantz e Netanyahu sono impegnati in colloqui per formare un governo di unità dopo l’ultima tornata elettorale del 3 marzo.

Dopo segnali iniziali che un accordo avrebbe posto termine all’impasse, Blu e Bianco di Gantz ha dichiarato che i colloqui si erano bloccati sulle nomine dei magistrati.

“Dopo aver raggiunto un accordo su tutti i punti, il Likud ha chiesto di riaprire la questione della Commissione di selezione dei magistrati ” ha detto il partito in una dichiarazione.

“In seguito a ciò i negoziati si sono interrotti: non permetteremo alcun cambiamento nel ruolo della Commissione di selezione della magistratura o un danno per la alla democrazia.” 

Illegale

Gli esperti di diritto internazionale dicono che annettere i territori palestinesi sarebbe illegale.

Israele ha formalmente annesso Gerusalemme Est nel 1980 e le Alture del Golan siriane un anno dopo. Ma la comunità internazionale, compresa Washington, non ha riconosciuto il possesso di Israele di queste zone. Tuttavia alla fine del 2017 Trump ha dichiarato Gerusalemme capitale di Israele e l’anno scorso ha riconosciuto la sovranità di Israele sulle Alture del Golan. 

All’inizio di quest’anno, dopo che Trump ha annunciato il piano per porre fine al conflitto, l’avvocato dei diritti umani Jonathan Kuttab ha detto a MEE che il divieto di acquisire territori con la forza è un principio fondamentale del diritto internazionale.

Dalla Seconda Guerra Mondiale ci sono stati tre tentativi di annessione: l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990; l’annessione russa della Crimea a danni dell’Ucraina nel 2014 e l’acquisizione di Israele dei territori arabi a partire dal 1967.

“Per 70 anni, l’intero ordine internazionale è stato costruito sul principio che non ci si può impossessare della terra altrui con la forza e annetterla” ha detto Kuttab.

“Fino a quando è arrivato Israele e ha detto: ‘Noi possiamo farlo’. Nessuno era d’accordo con loro fino a quando è arrivato Trump.”

Ha aggiunto che il riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture del Golan da

parte di Washington stabilisce un “pericoloso” precedente che non ha incontrato l’opposizione della maggioranza dei Paesi arabi.

“Secondo la legge internazionale è chiaro come il sole che l’annessione è illegale. Non si tratta di una questione che si presti a interpretazioni.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Choc, tradimento e paura: perché Gantz ha ucciso il suo partito per unirsi a Netanyahu

Lily Galili – TEL AVIV, Israele

venerdì 27 marzo 2020 – Middle East Eye

Giovane e con patologie sottese, “Blu e Bianco” fa parte del bilancio delle vittime del coronavirus

Se avete avuto difficoltà ad abituarvi all’idea di sentir dire “Benny Gantz, primo ministro israeliano”, rilassatevi. Ora potete ritornare tranquillamente a quello che conoscete già da 11 anni.

Bisogna ringraziare lo stesso Gantz di avervi reso più facile la situazione. Gli avvenimenti hanno preso una strana piega quando il capo del partito “Blu e Bianco” – incaricato di formare un governo e di togliere di mezzo Netanyahu – giovedì ha deciso di unirsi al suo grande rivale in un governo d’unità nazionale e di assumere il ruolo di ministro della Difesa sotto i suoi ordini.

Nell’attesa vi potete abituare a una carica temporanea – “Benny Gantz, presidente della Knesset” – un incarico che Gantz ormai occuperà finché i due politici non avranno concluso l’accordo tra loro non ancora firmato.

Si prevede che esso si baserà sulla rotazione e sulla parità: se mantiene la parola – cosa che fa di rado – Netanyahu darà le dimissioni a settembre [2021] e farà posto a Gantz come primo ministro.

Quello che ciò significa veramente è che Netanyahu, imputato di corruzione, rimarrà al suo posto e nel contempo sarà processato. È il vero accordo tra Gantz, descritto da Netanyahu come un ” cazzone” e un “pazzo” durante l’ultima campagna elettorale, e Netanyhau, definito da Gantz un “dittatore corrotto” e l'”Erdogan israeliano”, un termine realmente dispregiativo nel nostro vocabolario politico.

Vittima del virus

La politica israeliana ha una lunga storia di colpi di scena e di iniziative sorprendenti. Ma quest’ultimo sviluppo della situazione li supera tutti e la crisi del coronavirus in Israele è il pretesto perfetto.

“È quello di cui ha bisogno il Paese, e Israele passa al primo posto,” ripete Gantz in risposta, come se fosse un fatto clinicamente accertato che il virus abbia una conclamata paura dei governi d’unità nazionale.

Nei fatti è il partito che Gantz ha creato appena un anno e mezzo fa che sembra una vittima del coronavirus, giovane ma con gravi patologie sottese.

E’ deceduto giovedì pomeriggio, quando le altre due fazioni di Blu e Bianco – “Yesh Atid” [partito di centro destra, ndtr.] diretto da Yair Lapid e “Telem” [partito di destra, ndtr.], guidato da Moshe Yaalon, entrambi ministri di precedenti governi di Netanyahu e che lo conoscono meglio – hanno rifiutato di unirsi al nuovo governo che gli imponeva Gantz.

Come si sa, “Blu e Bianco” si è sciolto in un’ora. Lapid e Yaalon si terranno il nome e Gantz è di ritorno al suo partito originario, “Hosen L’Yisrael” [“Resilienza di Israele”, partito di centro destra, ndtr.] che ha 17 seggi alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.]. Lapid sarà il capo dell’opposizione contro l’uomo politico che fino a giovedì era il suo alleato più vicino.

Giovedì sera, durante una conferenza stampa, Lapid non ha usato mezzi termini: “Gantz ha rubato i voti della gente che l’ha votato quando ha giurato di non stare in un governo di Netanyahu, ha ceduto a Bibi senza battersi.” Ed ha ragione.

Il deputato Ahmed Tibi, della “Lista Unita” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.], che conta 15 deputati che hanno sostenuto Gantz come primo ministro, non ha tardato a coniare un nuovo termine. A colloquio con Middle East Eye qualche ora dopo la svolta drammatica degli avvenimenti, ha utilizzato la parola “gantzismo” per descrivere il comportamento del capo del partito.

“Lo abbiamo sostenuto per portare un cambiamento dopo anni di incitamento all’odio contro gli arabi da parte di Bibi. Solo il gantzismo può dimostrare che il blocco dei 59 [deputati] di Bibi è più grande di quello di 61 che Gantz ha costruito con il nostro sostegno,” assicura. “La pandemia di coronavirus è già sufficientemente grave. Utilizzare il coronavirus a fini politici è ancor peggio.”

In effetti sembra che Gantz abbia utilizzato il voto e il sostegno arabi come merce di scambio nel gioco politico. Ma i suoi elettori ebrei provano più o meno la stessa sensazione. Le parole “tradimento” e “traditore” sono le più popolari sulle reti sociali per descrivere l’abuso della loro fiducia da parte di Gantz.

Ministeri per il potere

Tuttavia, a dire la verità, non tutti gli israeliani provano la stessa cosa, neppure tutti quelli che hanno votato per lui. Per cominciare, “Blu e Bianco” era una strana creazione di sinistra-centro-destra.

La maggior parte dei suoi elettori di centro-destra ha approvato la sua decisione, perché è stata presa “per il bene di Israele”. I sostenitori dell’estrema destra non ne sono così contenti. Tutti i progetti d’annessione della Cisgiordania occupata – a cui “Blu e Bianco” in maggioranza si opponeva quando c’è stato l’annuncio dell'”accordo del secolo” di Trump – saranno rimandati.

In compenso gli elettori del Likud sono felici, perché potranno tenersi il loro caro primo ministro Netanyahu. I deputati e ministri che fanno parte del Likud sono meno entusiasti. Perderanno alcuni ministeri importanti già proposti a Gantz.

La principale perdita per Netanyahu non è il ministero degli Affari Esteri, che ormai sarà offerto a Gabi Ashkenazi, alleato di Gantz e promotore di questo governo d’unità. Finché Trump copre le spalle a Netanyahu, chi si preoccupa del resto dell’universo? No, per Netanyahu la prova dell’importanza di questo accordo di unità nazionale è il fatto che abbia abbandonato i due ministeri che gli erano più cari, cioè quelli della Giustizia e della Comunicazione.

Netanyahu è ossessionato dalla copertura mediatica di cui è oggetto e un ministro della Giustizia obbediente sarebbe sicuramente un vantaggio durante il suo processo. Rimanere in carica e comparire davanti al tribunale come primo ministro, come dovrebbe fare in maggio, avrebbero reso un ministro compiacente ancora più prezioso.

Allora perché, Gantz?

Ecco quello che spiega la vicenda dal lato di Netanyahu. Ma perché anche Gantz ha improvvisamente fatto quello che avrebbe potuto fare due turni di elezioni e sei miliardi di shekel (1,5 miliardi di euro) prima? Esistono numerose risposte a questa domanda, e quella vera è probabilmente una combinazione di tutte queste.

Una delle ragioni, non ancora espressa, è che non ha mai veramente voluto assumersi delle responsabilità di fronte alla gigantesca crisi del coronavirus e a quella finanziaria, gravissima, che ne seguirà. Gli manca la fiducia per farlo.

Una spiegazione più pratica risiede nei recenti sondaggi commissionati dal partito. Erano negativi. Il partito “Blu e Bianco” ha perso consenso, al contrario del Likud. Un quarto turno elettorale non era una possibilità, non solo a causa del coronavirus che imperversa, ma anche per timore dei risultati.

Secondo addetti ai lavori del defunto partito “Blu e Bianco”, contrariamente ad altri sondaggi, quelli che avevano visto mostravano che i loro elettori erano assolutamente contrari a un governo di minoranza sostenuto dalla “Lista Unita”.

Netanyahu è stato il primo a rendersi conto di questo stato d’animo. Quando alla “Lista Unita” è stata proposta la commissione parlamentare sulla protezione sociale, egli ha ritwittato un messaggio oltraggioso in cui sosteneva che i “sostenitori del terrorismo” sarebbero stati ormai responsabili delle famiglie in lutto, un messaggio che ha colto lo spirito di gran parte della società israeliana.

C’è una grande differenza tra le risposte che i progressisti danno ai sondaggisti riguardo al loro appoggio a favore della “Lista Unita” e l’idea di accettarla veramente. Sfortunatamente non è ancora il momento in Israele, una società che è sempre razzista, ed era piuttosto ingenuo vedere le cose in modo diverso riguardo a Gantz, un ex-capo di stato maggiore dell’esercito che ha lanciato la sua campagna politica pubblicando il numero dei palestinesi di cui ha provocato la morte a Gaza durante l’operazione “Margine Protettivo”.

Non è altrettanto razzista di Netanyahu, ma sarebbe sempre un passo troppo lungo per lui. Giunto il momento, non lo ha potuto fare. Così come il suo collaboratore, un altro ex-capo di stato maggiore dell’esercito, Gabi Ashkenazi. Quindi hanno preso la via più popolare.

Cosa succederà nel 2021?

La maggioranza degli israeliani in realtà è favorevole a un governo di unità. Stanchi di tre tornate elettorali in un anno, stremati dalla brutalità delle campagne e dall’asprezza dei responsabili politici e ormai terrorizzati dal coronavirus, preferiscono la tranquillità.

La democrazia può essere messa in pausa. Il membro della Knesset Yuli Edelstein, l’ex-presidente del parlamento che ha sfidato una decisione della Corte Suprema come nessuno aveva mai fatto in precedenza, può riprendere senza pericolo le sue alte funzioni. I manifestanti che sono scesi in strada nonostante il pericolo del coronavirus possono riporre le loro bandiere nere.

Tuttavia, se il governo di unità nazionale venisse un giorno reso ufficiale, rimane la domanda che tutti si pongono: Netanyahu darà veramente le dimissioni nel settembre 2021? Interpellato da MEE all’indomani del melodramma di giovedì scorso, Tzachi Hanegbi, ministro della Cooperazione regionale e membro del Likud [il partito di destra di Netanyahu, ndtr.] si è dimostrato ottimista.

“Diversamente da quello che riflette la sua immagine politica, quella di un uomo che evita le decisioni difficili e i conflitti, Gantz ha dato prova di leadership e di responsabilità accettando l’appello all’unità di Netanyahu,” ha affermato Hanegbi. “Nonostante il prezzo che ha dovuto pagare di tasca sua, l’alleanza Gantz-Netanyahu può essere fonte di fiducia e di cooperazione armonica per i prossimi tre anni.”

Il generale in pensione Amram Mitzna, che una volta dirigeva il partito Laburista e conosce bene Netanyahu, si è dimostrato molto meno entusiasta.

Interpellato da MEE ha affermato di provare un “senso di tradimento e di choc” in seguito agli avvenimenti.

“Ci sono delle circostanze attenuanti per Gantz, che non ha realmente alternative per formare un governo. Tuttavia stento a credere che Netanyahu rispetterà l’accordo concluso con Gantz. Spero solo che sarà molto impegnato dal suo processo.”

Ci saranno ulteriori sviluppi.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




La Lista Araba Unita questa volta c’è cascata e ha sbagliato a sostenere Benny Gantz?

Dahlia Scheindlin

27 marzo 2020 – +972

Basato sulla collaborazione tra arabi ed ebrei, l’impatto della Lista Unita sulla società israeliana risiede ben al di là di come sembra il prossimo governo.

In presenza di un disastro sanitario globale e di una crisi costituzionale in Israele, Benny Ganz, il leader di Blu e Bianco, ha infranto giovedì l’impegno preso con gli elettori da un anno a questa parte accettando di entrare in un “governo di emergenza nazionale” guidato da Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele da molto, molto tempo.

I dettagli del governo non sono ancora definitivi, ma la decisione ha scosso Israele come un terremoto. Ha generato il caos politico fra i sostenitori di Gantz e diviso il suo partito a metà.

La fazione di Gantz, Resilienza per Israele, si unirà a un governo guidato dal Likud insieme al blocco dei partiti fedeli a Netanyahu, Shas, Yemina e Giudaismo Unito nella Torah. Le due fazioni rimanenti di Blu e Bianco, Yesh Atid [C’è un futuro, di centro-destra, ndtr.] di Yair Lapid e Telem [Movimento per il Rinnovamento Nazionale, di destra, ndtr.], fondato da Moshe “Bogie” Ya’alon prima delle elezioni dell’aprile 2019, si uniranno all’opposizione. Blu e Bianco perciò è la prima vittima del nuovo governo e ha cessato di esistere.

Secondo alcuni la seconda vittima è la Lista Unita, un amalgama di partiti a maggioranza arabo-palestinese. Ayman Odeh, il leader del partito, infrangendo una tradizione decennale, aveva indicato per due volte Gantz come presidente del futuro governo, con il risultato che Gantz ha riconsegnato Israele nelle mani di Netanyahu. La Lista Unita è stata presa in giro?

È una domanda legittima. Odeh aveva raccomandato Gantz la prima volta dopo le elezioni di settembre nel 2019 e i loro due partiti avevano persino avuto dei colloqui pre-coalizione. Ma Gantz non era riuscito a formare un governo e Odeh aveva finito per diffidare delle sue motivazioni. A gennaio, Odeh aveva detto ad Haaretz che Gantz probabilmente l’aveva usato per contribuire a estromettere Netanyahu, ma che avrebbe poi comunque finito con il formare un governo di unità con il Likud. Odeh si era sentito trattato “come un’amante.”

Eppure dopo le elezioni di marzo, le terze nell’arco di un anno, i partiti di opposizione avevano ottenuto la maggioranza dei voti e finalmente un vero cambiamento sembrava a portata di mano. Nonostante le profonde divisioni interne sulla questione, incluse le minacce pre-elettorali di ritirare tale appoggio, i leader della Lista Unita avevano deciso di dare un’altra possibilità a Blu e Bianco. La Lista Unita si era persino schierata con il suo nemico storico, l’ultra-nazionalista Avigdor Liberman, per unirsi e sostenere Gantz.

A marzo la Lista Unita aveva conquistato 15 seggi, il risultato migliore mai ottenuto. Questa volta persino Balad, una fazione che aveva negato il suo sostegno dopo le elezioni di settembre, si è unita agli sforzi per cacciare Netanyahu. Questi erano passi rivoluzionari per i leader arabi in Israele che, per molto tempo, avevano manifestato la propria ambivalenza circa il sostegno al potere esecutivo israeliano, date le politiche nei confronti dei cittadini palestinesi e nell’ambito più generale della continua occupazione di Israele in aggiunta ai maggiori conflitti arabo-israeliani del passato.

Il miglior risultato possibile per la Lista Unita e tutti i partiti di opposizione sarebbe stato se Gantz avesse formato un governo di minoranza per porre fine al regno di Netanyahu. Non era mai esistita alcuna possibilità che Blu e Bianco invitasse la Lista Unita a diventare partner in una coalizione, dato che in Israele nessun partito arabo indipendente era mai entrato in un’alleanza di governo. Ma la Lista Unita avrebbe potuto appoggiare un voto di fiducia per il governo di minoranza senza farne parte. La società israeliana avrebbe visto i cittadini arabo-palestinesi giocare un ruolo chiave nel tanto atteso passaggio di potere. Lo scenario sarebbe stato rivoluzionario.

Gantz ha distrutto quelle speranze, ma la Lista Unita non ha commesso un errore.

La Lista Unita non può misurare il proprio successo o fallimento basandosi sulla composizione del prossimo governo. Il suo significato risiede nel percorso storico di più ampio respiro della società israeliana.

In Israele le coalizioni hanno una storia di breve periodo di intrighi politici e governi dalla vita corta. Il Blu e Bianco, come la maggior parte dei partiti di centro in Israele, era destinato a scomparire dopo alcune tornate elettorali. Accettando l’incarico di ministro in un governo Netanyahu Gantz non è solo venuto meno a una promessa di coalizione, ma ha rotto con la ragione d’essere del partito. Da qui il suo scioglimento immediato.

La Lista Unita segue tutt’altra via. I cittadini palestinesi in Israele stanno facendo un viaggio e le azioni del partito hanno innescato la tappa successiva: un impegno politico rinnovato è il carburante per il futuro. Quando nel 2015 è stata fondata, la Lista Unita aveva galvanizzato la partecipazione dell’elettorato arabo, dopo quasi 15 anni di affluenza alle urne significativamente più bassa di quella dei cittadini ebrei. I cittadini arabo-palestinesi si erano stancati di partiti piccoli e privi di potere e, nonostante gli attacchi sempre più razzisti da parte dei governi nazionalisti di estrema destra, si erano sentiti sollevati dalla formazione di questa alleanza politica.

Già allora, gli elettori entusiasti avevano fatto aumentare l’affluenza, portando la lista unita a 13 seggi, mentre nelle precedenti votazioni i partiti, separatamente, ne avevano ottenuti 10. Nelle elezioni dell’aprile 2019 i diverbi politici li hanno divisi, l’affluenza alle urne è crollata, per poi risalire a settembre, quando i partiti arabo-palestinesi in Israele si sono riuniti, portando la partecipazione araba al 65%, il livello più alto dal 1999.

In seguito, sotto la leadership di Odeh, il partito si è prefissato una meta. La sua visione è basata sull’idea di una partnership ebraico-araba, su una solidarietà sociale in generale e sul rifiuto di politiche razziste e nazionaliste. I partiti arabi delle generazioni precedenti erano più interessati ad affermare l’identità e i diritti arabo-palestinesi, rendendoli partiti “di nicchia ”. Ma l’idea di una maggiore uguaglianza e collaborazione fra cittadini ha chiaramente intercettato le opinioni dei cittadini arabo-palestinesi.

Secondo un sondaggio condotto nell’aprile 2019 da Local Call [sito di notizie e analisi israeliano in ebraico, ndtr.], i cittadini palestinesi erano a favore, con percentuali molto alte, di parternariati civici fra ebrei e arabi e l’87% degli arabi che hanno risposto credeva che un partito arabo avrebbe dovuto unirsi immediatamente alla coalizione governativa. Le azioni della Lista Unita, contribuendo allo sforzo comune per cacciare i governi di estrema destra, sono fortemente in sintonia con i sentimenti integrazionisti di questi cittadini. Secondo l’Israel Democracy Institute [istituto di ricerche israeliano indipendente, ndtr.], a marzo l’87% degli elettori arabi ha votato per la Lista Unita, invece che per altri partiti, un altro record storico.

Inoltre, l’influenza della Lista Unita va ben oltre la popolazione arabo-palestinese, e il suo impatto sui partiti ebraici e sionisti tradizionali in Israele è stato molto forte, forse irreversibile. Un anno fa sarebbe stato impossibile immaginare che Moshe “Bogie” Ya’alon, l’ex ministro della Difesa di estrema destra sotto Netanyahu, sarebbe stato una delle due figure di Blu e Bianco più impegnate a evitare un governo di unità con Netanyahu, il che significa automaticamente che preferisce insediare un governo di minoranza con i voti della Lista Unita. Un sondaggio che ho condotto per il gruppo della società civile “The Democratic Voice” ha rilevato che anche una maggioranza, non meno dell’81% dei sostenitori di Blu e Bianco, sosteneva questa possibilità.

I cittadini ebrei non possono più ignorare la Lista Unita, o i cittadini arabo-palestinesi in generale, come fattore che contribuisce a far parte del potere esecutivo in Israele. Cominceranno a rendere normale l’idea che un partito arabo si unisca a un simile governo, cosa che io ho sostenuto, sarebbe dovuta succedere anni fa.

Alcuni ebrei israeliani vedono già in modo diverso il futuro politico: secondo la maggioranza delle analisi i voti ebrei per la Lista Unita sono raddoppiati rispetto alle tornate precedenti. Aneddoticamente, molti di questi ebrei mi hanno detto che non avevano mai votato prima per un partito arabo-ebraico o palestinese. Per loro la Lista Unita non era più settoriale, ma rappresentava la solidarietà e la collaborazione che loro desiderano per Israele in futuro.

Negli ultimi anni la sinistra ebraica in Israele ha sempre di più rivolto la propria attenzione a coltivare la collaborazione civile e politica fra ebrei e arabi in Israele. Sono nati nuovi movimenti ebraici-arabi. Meron Rapoport [scrittore e giornalista israeliano indipendente, ndtr.] ne ha analizzato le ragioni in profondità. Forse questi tentativi stanno riempiendo un vuoto lasciato dal defunto processo di pace con i palestinesi. Forse sono arrivati alla conclusione che la collaborazione fra ebrei e arabi potrebbe far anche avanzare uguaglianza e autodeterminazione per i palestinesi sotto occupazione.

La visione della Lista Unita e le decisioni politiche sono valide per entrambi. Il partito sta tracciando una nuova via, che i cittadini ebrei e palestinesi potrebbero, un giorno, percorrere insieme.

Dahlia Scheindlin è un’analista di fama internazionale degli orientamenti dell’opinione pubblica e una consulente strategica, specializzata in cause progressiste, in campagne politiche e sociali in oltre una dozzina di Paesi, incluse democrazie nuove/in transizione e nella ricerca su pace/conflitto in Israele, con esperienze nell’Europa orientale e nei Balcani. Lavora per un grande numero di organizzazioni locali e internazionali che si occupano dei temi del conflitto israelo-palestinese, di diritti umani, processi di pace, democrazia, identità religiosa e problemi sociali interni. Ha conseguito un dottorato di ricerca in scienze politiche alla TAU, l’università di Tel Aviv, e co-presenta il podcast The Tel Aviv Review.

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Netanyahu per sempre! Gantz abbandona la sua opposizione

Philip Weiss  

26 marzo 2020 – Mondoweiss

Questa mattina c’è una notizia straordinaria da Israele. Lo stallo politico del Paese durato un anno sembra essere stato superato. Il leader dell’opposizione politica a Netanyahu dell’ultimo anno, Benny Gantz, si è piegato ed ha unito le forze con Netanyahu per fare un governo che lo avrà ancora come primo ministro.

Secondo le notizie, Gantz sta rompendo la sua alleanza “Blu e Bianco” di tre fazioni di centro-destra e aggiungendo 15 seggi al blocco di 58 o 59 seggi di Netanyahu per creare una maggioranza forte.

“Benjamin Netanyahu sarà primo ministro…Benny Gantz sarà ministro degli Esteri,” afferma Ellie Hochenberg di i24 News [rete televisiva privata israeliana filogovernativa, ndtr.]. Sostiene che Netanyahu, a differenza di Gantz, è rimasto leale alla sua base e ai suoi alleati politici di destra.

Netanyahu è già il primo ministro di Israele più a lungo in carica, con quattro mandati e 14 anni, di cui 11 di fila dal 2009. È stato salvato dal suo ex- capo di stato maggiore dell’esercito – il generale Gantz ha colpito Gaza nel 2014 [operazione “Margine protettivo”, ndtr.] uccidendo più di 500 minorenni.

Netanyahu sembra essere stato salvato da due fattori: la crisi del coronavirus si sta aggravando in Israele e rendendo gli israeliani poco disposti a sostituirlo, nonostante il fatto che sia accusato di corruzione e debba essere processato, e il palese razzismo.

Solo una settimana fa, più o meno, sembrava che Gantz stesse per cacciare Netanyahu. Ma poi il razzismo ha bloccato ogni speranza di farlo. [La coalizione] “Blu e Bianco” (33 seggi), insieme al partito di destra di Avigdor Lieberman (7 seggi), i resti della sinistra israeliana (7 seggi) e la Lista Unita palestinese (15 seggi), si era impegnata a formare una maggioranza e a mettere al tappeto Netanyahu. I palestinesi non avrebbero fatto parte del governo che ne sarebbe sorto, però è così che funziona uno Stato ebraico.

Poi sono iniziate le defezioni: tre parlamentari della destra ebraica si sono rifiutati di lavorare con i loro colleghi palestinesi persino temporaneamente. Gantz è passato da 62 a 59. Ancora una volta lui e Netanyahu erano praticamente in un vicolo cieco e ci sono stati colloqui per una quarta tornata elettorale, dopo le tre nell’ultimo anno (dall’aprile 2019 al 2 marzo 2020).

Il nuovo governo non è ufficiale: quello che è ufficiale è che Benny Gantz sta per diventare presidente della Knesset, sostituendo l’alleato di Netanyahu Yuli Edelstein e riaprendo il parlamento, che era stato chiuso. “La mossa dovrebbe essere temporanea finché verrà formato un governo di unità nazionale,” scrive Lahav Harkov sul Jerusalem Post [giornale israeliano in inglese, ndtr.].

L’iniziativa di Gantz tradisce molti dei suoi alleati. Il leader politico palestinese Ahmad Tibi ha detto che i parlamentari palestinesi voteranno contro Gantz.

Un altro dirigente palestinese, Ayman Odeh, ha scritto acidamente (traduzione di google dall’ebraico): “Non perdono mai un’occasione per perdere un’occasione,” una battuta sulla falsariga di quella di Abba Eban, secondo il quale gli arabi non perdono mai simili opportunità.

La sinistra ebraica è stata totalmente screditata da questi avvenimenti. Ha giocato una parte nel portare in auge ed elogiare Gantz. Uno di loro ha rifiutato di votare per Gantz se i palestinesi avessero fatto parte della coalizione.

Tibi ha scritto alla CNN che la Lista Unita è la vera opposizione al governo di destra israeliano. Ma Harkov afferma che ci sarà una lotta politica per il ruolo di opposizione tra la Lista Unita e i resti dell’alleanza “Blu e Bianco” – i circa 18 seggi dei partiti di destra di Moshe Ya’alon e di Yair Lapid. Raviv Drucker [noto giornalista investigativo israeliano ostile a Netanyahu, ndtr.] sostiene che il partito di destra di Moshe Ya’alon guiderà l’opposizione. Alcuni osservatori dicono che Gantz sarà giocato dal mago della politica, Netanyahu.

“Con 15 seggi Benny Gantz è completamente nelle mani di Netanyahu. Non sarebbe sorprendente se le promesse di Netanyahu iniziassero a svanire ora che ha ottenuto il suo principale obiettivo – è riuscito a smantellare ‘Blu e Bianco’,” ritiene Raviv Drucker. Chemi Shalev di Haaretz ha la stessa opinione (traduzione di google): “Se fossi Bibi, un minuto dopo che Gantz ha prestato giuramento (come presidente del parlamento), romperei l’accordo per l’unità. [Netanyahu] ha schiacciato l’opposizione senza pagare un centesimo.”

Shalev paragona Gantz a un vice-cancelliere tedesco di breve durata, Franz von Papen, che consentì ad Hitler di arrivare alla cancelleria nel 1933. Chi ha detto che le metafore sul nazismo sono illegittime riguardo a Israele? Ancora Shalev (traduttore google): “Inconcepibile…Come se il coronavirus non fosse abbastanza, Gantz è arrivato e l’ha fatta sulla testa di metà dei civili. C’è di che essere sollevati?”

Shalev dice anche che “gli unici voti sicuri contro Netanyahu saranno quelli di Lieberman e della Lista Unita.” Un altro segno che nell’epoca di Netanyahu la sinistra ebraica è ridotta a brandelli, mentre la Lista Unita è l’unica a cui la sinistra in Israele si può rivolgere. E nella crisi sta assurgendo al ruolo di guida.

Arabi ed ebrei lottano insieme contro il coronavirus, ma gli ebrei non vogliono i palestinesi in politica, scrive Odeh: “Garantisco che, che siate arabi o ebrei, che abbiate votato per noi o meno, che vi abbiano fatti uscire dall’URSS, ridotto lo stipendio o licenziato, avete un punto di riferimento nella Knesset. Siamo qui per voi.”

Philip Weiss è caporedattore di Mondoweiss e fondatore del sito nel 2005-06.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In Israele il Likud sta usando il coronavirus per orchestrare un colpo di stato

Richard Silverstein

23 marzo 2020Middle East Eye

Incombe la prospettiva di un governo di unità nazionale guidato da Netanyahu: come ci siamo arrivati?

Il Likud, il partito al governo in Israele, non ha vinto le ultime elezioni, ma, sfruttando le peggiori tattiche disponibili, continua a stare aggrappato al potere. Ora sembra proprio che riuscirà a rimanerci. 

Il blocco di centro-destra, dominato dall’alleanza Blu e Bianco, ha superato la soglia dei 60 seggi per formare un governo e il 15 marzo il presidente Reuven Rivlin ha conferito l’incarico a Benny Gantz, il leader del partito. 

Facciamo un salto in avanti al 20 marzo quando Gantz ha detto, per la prima volta, che lui sarebbe stato disponibile a partecipare a un governo di unità nazionale sotto il Primo Ministro Benjamin Netanyahu. 

Misure drastiche

Ciò costituisce un notevole cambiamento della situazione. Il processo per corruzione di Netanyahu avrebbe dovuto iniziare la scorsa settimana, ma il suo Ministro della Giustizia ha decretato la chiusura di tutti i tribunali, apparentemente a causa della pandemia dovuta al Covid 19. Così facendo ha posticipato il processo almeno fino a maggio. 

Ma ciò ha solo rimosso uno degli aspetti della difficile situazione in cui si trova Netanyahu. Per rimuovere l’ostacolo politico e far sì che il Likud resti al potere, doveva mettere il bastone fra le ruote dell’ingranaggio legislativo. La prima cosa da fare per formare un nuovo governo è nominare un nuovo presidente della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.]. 

Quello attuale, Yuli Edelstein del Likud, ha strategicamente ordinato la chiusura della Knesset. Nessuna commissione può riunirsi. Non si può condurre alcuna attività, inclusa quella di formare un nuovo governo e sostituirlo. Edelstein ancora una volta ha preso a pretesto la pandemia per giustificare la sua decisione.

Durante un incontro di vari leader di partito, il consulente legale della Knesset ha detto che il parlamento ha ricevuto “un colpo mortale ”, aggiungendo: “Questa è una situazione diversa da tutte le altre Nazioni democratiche del mondo occidentale che soffrono a causa del coronavirus non meno di noi. Quando noi rifiutiamo di formare queste istituzioni (le commissioni della Knesset), noi diciamo al mondo che siamo una democrazia paralizzata.”

Ma c’è in gioco qualcosa di più che impedire a Blu e Bianco di formare un nuovo governo. Se lo facesse, non solo caccerebbe dal potere il Likud, ma guiderebbe anche delle iniziative legislative per impedire a Netanyahu di ridiventare primo ministro, contribuendo alla sua disperazione e a quella della sua banda del Likud.

Un’occasione d’oro per i dittatori

Le emergenze globali, come la pandemia da coronavirus, offrono delle ottime occasioni ai dittatori e aspiranti tali. Loro diventano indispensabili, responsabili, leader a cui i cittadini possono rivolgersi nell’ora del bisogno.

Yuval Noah Harari, autore di best-seller e storico, ha definito queste manovre “la prima dittatura da coronavirus”.

Perché sennò avrebbe scavalcato i tribunali e la Knesset incaricando i servizi di sicurezza israeliani di rivelare dati privati di cittadini israeliani sospettati di avere il virus? In nome della sicurezza pubblica? Se la malattia è criminalizzata, le vittime saranno riluttanti a farsi avanti e ad ammettere di essere malate. Ciò nasconderà ulteriormente la malattia: tutti sospetteranno di tutti.

Netanyahu ha ordinato alle autorità di monitorare le abitazioni dei malati di coronavirus. A loro sarà proibito di lasciare le proprie case e in teoria saranno punibili se lo faranno. I dati di geolocalizzazione identificheranno anche chi è stato a meno di due metri di distanza da questi individui per 10 minuti o più e ordinerà loro con un messaggino di mettersi in quarantena. Presumibilmente, il passaggio successivo potrebbe essere una visita della polizia. 

Haaretz ha riferito di una minacciosa direttiva segreta del ministero della Salute ai membri della Knesset, che li incoraggia a imporre “un blocco totale delle libertà personali”. Quando la commissione si è tirata indietro davanti alla proposta del ministero di concedere immediatamente questi poteri, Netanyahu ha autonomamente emanato questa sua direttiva, scavalcando l’assemblea legislativa.

In seguito a un appello presentato dai gruppi per i diritti civili, giovedì la Corte Suprema di Israele ha decretato che non potranno essere approvate drastiche misure di sorveglianza senza il controllo del parlamento, dando al governo un lasso di tempo di cinque giorni per farlo.

Cittadini sotto sorveglianza 

Lo Shin Bet, l’agenzia di intelligence interna israeliana, ha un enorme database della popolazione israeliana, non ha bisogno di un mandato per ottenere queste informazioni e le può usare come meglio crede. 

Secondo un reportage del New York Times, il servizio di sicurezza “ha raccolto, in modo riservato, ma regolarmente, i metadati dei cellulari, a cominciare almeno dal 2002”, senza rivelare i dettagli di come tali dati siano protetti.

La Legge sulle Telecomunicazioni, emendata nel 1995, dà ampi poteri al primo ministro di ordinare agli operatori di permettere l’accesso alle loro strutture e ai loro database, e l’Articolo 11 della Legge dell’Agenzia di Intelligence israeliana, promulgata nel 2002, permette al primo ministro di determinare che tipo di informazioni titolari di contratti telefonici possano essere richiesti dallo Shin Bet, riferisce il NYT.

Sin dal 2002, ha detto un ex alto funzionario del Ministero della Giustizia, i primi ministri hanno richiesto alle compagnie di cellulari di trasferire all’agenzia un’ampia gamma di metadati sui loro clienti.” fa notare il quotidiano. 

Il funzionario si è rifiutato di dire quali categorie di dati fossero forniti o negati, ma i metadati includono l’identità di ogni abbonato, chi chiama o riceve ogni chiamata, i pagamenti eseguiti dal conto così come le informazioni sulla geolocalizzazione raccolte quando i telefoni agganciano i ripetitori.”

Negli USA, Edward Snowden aveva causato una crisi della sicurezza nazionale [denunciando il fatto che la CIA controlla illegalmente i dati di milioni di americani, ndtr.]. In Israele le autorità hanno avuto potere e controllo ancora maggiori su tali dati per decenni, quasi senza alcuna supervisione e senza che qualcuno si opponesse.

Ma allora perché il Likud non fa un vero e proprio colpo di stato, invece di farne uno “soft”? Né i militari né i servizi di intelligence appoggerebbero un colpo di stato per mantenere al potere Netanyahu. In generale si oppongono all’avventurismo militare dei leader del Likud, non perché siano progressisti o particolarmente umani, ma perché hanno una certa deferenza per le tradizioni politiche.

Inoltre riconoscono che il Likud è corrotto e consegnare in eterno il Paese a questo partito ne significherebbe la rovina.

Nel frattempo, Blue e Bianco ha presentato appello alla Corte Suprema contro la decisione di Edelstein di chiudere il parlamento. Il governo non è ancora riuscito a bloccare totalmente il potere giudiziario. Sebbene si speri che la Corte riesca a non farsi ingannare da tali trucchetti e ristabilisca la legalità, non c’è alcuna garanzia, dato che molti giudici sono stati nominati dal Likud.

Questo è un Paese in cui questi sono valori solo apparenti o non esistono del tutto. Se fa un mezzo passo avanti, come quando Blu e Bianco si era dichiarato d’accordo a formare un governo con il supporto della Lista Unita palestinese, può altrettanto facilmente fare due passi indietro, e ora che abbiamo la prospettiva di un governo di unità con a capo Netanyahu, è esattamente quello che è avvenuto.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale del Middle East Eye.

Richard Silverstein

Richard Silverstein scrive sul blog Tikun Olam, dedicato a denunciare gli eccessi dello stato della sicurezza nazionale israeliano. I suoi articoli appaiono su Haaretz, Forward, sul Seattle Times e sul Los Angeles Times. Ha contribuito alla raccolta di saggi sulla Guerra del Libano del 2006 A Time to Speak Out [Il momento di denunciare], edizioni Verso e con un altro saggio nel volume collettaneo Israel and Palestine: Alternate Perspectives on Statehood [Israele e Palestina: prospettive alternative di statualità], edito da Rowman & Littlefield.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La destra israeliana non ha idea di come fare di fronte all’impennata della Lista Unita

 Meron Rapoport,

4 marzo 2020 – 972mag.com

Lo straordinario risultato elettorale della Lista Unita ha mostrato il crescente potere dei cittadini palestinesi. Potrebbe produrre nuovi orizzonti politici – ma anche rischi

Mercoledì sera è venuta chiaramente alla luce l’incapacità della destra israeliana di affrontare il crescente potere politico della Lista Unita. Se il primo ministro Benjamin Netanyahu si è lasciato andare a un calcolo razzista delegittimando l’oltre mezzo milione di persone che hanno votato lunedì per la Lista Unita – affermando di aver vinto tra gli elettori sionisti perché “gli arabi non fanno parte dell’equazione” – il parlamentare del Likud Miki Zohar è apparso in televisione e ha ipotizzato che il suo partito raggiunga la maggioranza di 61 seggi avvicinandosi agli elettori palestinesi, salvando così la destra.

Si può facilmente ironizzare su questa affermazione; i membri del Likud non hanno la più pallida idea di come avvicinare il pubblico palestinese, tanto meno su come mettere a punto una strategia e un’infrastruttura organizzativa per farlo. Ma è comunque interessante: se Netanyahu non conta i voti palestinesi – mercoledì, in una riunione dei leader dei partiti di destra, ha contato i voti della “destra sionista” e della “sinistra sionista”, ignorando il risultato della Lista Unita alle elezioni – Zohar sì. E addirittura conta su di loro per aprire la strada a un governo di destra.

La stessa ambiguità caratterizza l’attuale perseguimento di una legge che impedisca a chi sia stato incriminato di formare un governo. Il processo è guidato dai parlamentari Ofer Shelah di Blu e Bianco e Ahmed Tibi della Lista Unita – nonostante Blu e Bianco abbia appena promesso ai suoi elettori che avrebbe partecipato solo ad un governo di “maggioranza ebraica”, tentando di escludere la Lista da qualsiasi coalizione.

Non è la prima volta che partiti o politici palestinesi sono coinvolti nella promozione dell’attività legislativa del parlamento, ma ora si tratta di qualcosa di più di una semplice legge. Piuttosto, il prossimo governo potrebbe cambiare le regole della politica in Israele-Palestina, e porre fine alla carriera politica di Netanyahu.

Che la Lista Unita, avendo ricevuto un enorme voto di fiducia da parte del pubblico palestinese, possa essere un architetto centrale in questa legislazione è un fatto senza precedenti. Sì, i loro rappresentanti sono entrati alla Knesset come esito degli Accordi di Oslo, ma non erano stati coinvolti nell’elaborazione dell’accordo, hanno potuto solo accettarlo. Ora, invece, sono tra i decisori.

Questo sviluppo, ovviamente, è dovuto all’aritmetica politica. Questa volta la Lista Unita ha ottenuto due seggi in più rispetto alle elezioni di settembre 2019, decisivi per dare in parlamento la maggioranza al “campo anti-Bibi”. Senza di loro, a Netanyahu sarebbe assicurata la guida del governo mentre Blu e Bianco rimarrebbe bloccato all’opposizione.

La reazione di Blu e Bianco al risultato elettorale è stata di inviare un emissario, Ofer Shelah, per cercare di concludere un accordo con la Lista Unita. Nel frattempo, Avigdor Liberman, capo di Yisrael Beitenu [partito di destra ultranazionalista, ndtr.], ha annunciato giovedì il suo sostegno alla proposta di legge e, secondo fonti di partito, starebbe per annunciare il suo sostegno a Benny Gantz, capo di Blu e Bianco, nella formazione di un governo. Netanyahu, da parte sua, sta tentando di cancellare del tutto i voti della Lista Unita, mentre Miki Zohar accarezza la fantasia di impadronirsene a favore del Likud.

Gli eventi degli ultimi giorni non riguardano solo la politica. Rivelano un problema di fondo della società israeliana e dello Stato di Israele sin dalla sua fondazione: i cittadini palestinesi fanno parte della comunità politica israeliana – del suo “demos” – o il sistema politico israeliano è composto solo da un gruppo nazionale, gli ebrei? Israele è davvero un’etnocrazia, un regime etnicamente ebreo, dove i palestinesi sono semplicemente un bagaglio in eccesso che non ha posto nella politica del paese?

Molto è stato scritto su queste questioni, ma un aspetto è difficile da contestare: ad eccezione del governo Yitzhak Rabin nel 1992, i partiti palestinesi non hanno mai fatto parte della coalizione di governo. La forza del rifiuto a una presenza palestinese nel governo è illustrata da come Blu e Bianco si sia sentito in dovere di dichiarare che non si sarebbe mai appoggiato alla Lista Unita, in risposta al conciso e preciso slogan di Netanyahu che Gantz non sarebbe stato in grado di formare un governo senza Ahmad Tibi.

Anche la reazione agli exit poll di lunedì [i risultati definitivi si sono avuti giovedì dopo il voto dell’esercito, ndtr.] ha evocato questo sentimento. I portavoce di destra hanno immediatamente dichiarato che “il popolo aveva parlato”. Intendevano ovviamente gli elettori ebrei; i cittadini palestinesi non fanno parte del “popolo”.

Quando è stato chiaro ai partiti di destra che non avevano la maggioranza e che né Blu e Bianco né Lieberman avevano alcuna intenzione di garantirgliene una, quella rivendicazione si è solo rafforzata. Nella riunione di mercoledì Aryeh Deri, capo di Shas [partito degli ebrei orientali ultraortodossi, ndtr.], ha dichiarato che “il popolo ha chiaramente deciso” a favore della destra; Naftali Bennett, capo di Yamina [alleanza politica di partiti israeliani di destra e di estrema destra, ndtr.], ha aggiunto che “Blu e Bianco sta cercando di soffiare al popolo israeliano la vittoria del campo nazionale”. Il confronto che hanno in mente è chiaro: da un lato, il popolo di Israele; dall’altro, tutti gli altri, compresi Blu e Bianco e i palestinesi.

Ma il notevole risultato della Lista Unita in queste elezioni crea dei problemi a Blu e Bianco, sia che li si consideri un Likud 2.0, o un miscuglio di posizioni diverse nei confronti della popolazione palestinese. Il numero di palestinesi che si sono espressi renderà difficile per Blu e Bianco non considerarli parte del “popolo”. Ed è probabile che gli attacchi della destra costringeranno Blu e Bianco a guardare le cose in modo diverso: Ofer Shelah ha comunicato giovedì che la sua apertura a Tibi dimostra come ci sia “una maggioranza nella nuova Knesset a favore dello Stato di Israele, e contro lo Stato di Netanyahu. ” La Lista Unita, in questa visione, fa parte dello “Stato di Israele” – e quindi del “popolo”.

È troppo presto per dire se sia un modo per i cittadini palestinesi di entrare a far parte del “demos”. Ma accanto a Shelah, che a settembre ha rifiutato di avere un governo di minoranza supportato dalla Lista Unita, ci sono numerosi membri di Blu e Bianco, come Yoaz Hendel e Zvi Hauser, che rifuggono solo all’idea che il “popolo” includa i palestinesi. Non se ne parla proprio, per quel che riguarda Lieberman. E quanto alla Lista Unita, non vi è poi alcun accordo sul fatto che i palestinesi debbano far parte del “demos” israeliano e a quali condizioni. Anche a destra non è stata presa alcuna decisione sul come affrontare la sfida.

Tale elaborazione potrebbe essere un processo pericoloso. Tibi sa che il suo grande progetto politico, una volta aiutati Blu e Bianco e Lieberman a sbarazzarsi di Netanyahu, potrebbe benissimo finire con loro che formano un governo con il Likud lasciando di nuovo i palestinesi fuori al freddo. Questo sarebbe un risultato meno negativo – potrebbero addirittura presentare la Lista Unita come presenza illegittima e sovversiva contro “la maggioranza ebraica”. Se la destra prosegue nella sua linea secondo cui “gli arabi e la sinistra hanno rubato la vittoria al popolo di Israele”, questo capitolo potrebbe anche finire in modo violento. Rabin, tanto per non dimenticare, è stato assassinato, più che a causa degli accordi di Oslo, soprattutto perché ha portato al governo parlamentari palestinesi.

Tuttavia, adesso la situazione è diversa. La nuova influenza politica della popolazione palestinese, espressa con il successo della Lista Unita, sta iniziando a cambiare le regole del gioco, forse più velocemente di quanto possiamo immaginare. Se la legge che dovrebbe abbattere un governo di Netanyahu passerà con i voti di Blu e Bianco e Lieberman da un lato, e l’alleanza laburista-Gesher-Meretz [partiti israeliani di centro-sinistra, ndtr.] con la Lista Unita dall’altro, questo potrebbe essere il primo passo verso un nuovo orizzonte politico.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Per la prima volta nella storia di Israele, tra la popolazione ebraica si profila un vero campo della pace

Jonathan Cook

giovedì 5 marzo 2020  Middle East Eye

Nonostante il fatto che Benjamin Netanyahu e l’estrema destra siano i grandi vincitori del voto di lunedì, un numero senza precedenti di ebrei israeliani sembra aver sostenuto la “Lista Unita”

Gli ci sono forse voluti un anno e tre elezioni per riuscirci, ma martedì Benjamin Netanyahu ha iniziato ad assomigliare al grande Houdini – il re dell’evasione – della politica israeliana.

La coalizione di Netanyahu, composta da partiti di coloni ed estremisti religiosi, ha ottenuto 58 seggi sui 120 del parlamento, e quindi gli mancano 3 seggi per avere la maggioranza assoluta.

Ma, cosa ancor più importante, il suo Likud ha ottenuto tre seggi in più del suo principale rivale, Benny Gantz, ex-generale dell’esercito che guida il partito laico di destra “Blu e Bianco”.

Netanyahu ha vinto, anche se il procuratore generale recentemente lo ha incriminato per una serie di accuse di corruzione. Il suo processo deve iniziare tra due settimane.

I palestinesi vanno a votare

Eclissato dalla trama principale, che si è giocata tra Netanyahu e Gantz, l’altro argomento importante di queste elezioni è l’ondata di sostegno alla “Lista Unita”, la fazione che rappresenta la grande minoranza palestinese d’Israele.

Ha ottenuto quindici seggi – due deputati in più che in settembre – cioè la sua rappresentanza più numerosa alla Knesset. La “Lista Unita” è ora di gran lunga il terzo più grande partito del Paese.

Benché sia troppo presto per sapere con certezza perché il tasso di partecipazione a favore della Lista sia aumentato, ci sono tre probabili spiegazioni.

Una di queste è che i cittadini palestinesi, ossia un quinto della popolazione israeliana, sembrano avere per la prima volta l’impressione che il loro voto sia importante, o almeno che dovrebbe esserlo.

Lo scorso aprile, alle prime elezioni dell’attuale serie [di votazioni], meno della metà degli elettori di questa minoranza era andata alle urne, facendo ottenere alla Lista 10 seggi. È probabile che questa volta abbiano votato circa i due terzi.

Ciò è in parte legato al piano Trump, che favorisce quello che viene chiamato uno “scambio di terre”, un obiettivo della destra guidata da Netanyahu. Questo scambio permetterebbe a Israele di annettere delle colonie e in cambio circa 250.000 palestinesi sarebbero privati della cittadinanza israeliana e assegnati allo “Stato (palestinese) in attesa” ridotto a brandelli.

Questa minaccia – la pulizia etnica attraverso un gioco di prestigio – ha molto probabilmente fatto infuriare molti cittadini palestinesi d’Israele che in precedenza avevano boicottato le elezioni o che erano troppo disillusi per andare a votare. Volevano dimostrare che il fatto che siano cittadini non può essere ignorato, né da Trump né da Netanyahu.

Un nuovo potere

Ma la rimonta della “Lista Unita” è precedente al piano Trump. In settembre il tasso di partecipazione della minoranza era salito a circa il 60%.

Fino a poco tempo fa – e sicuramente dopo lo scoppio della seconda Intifada, vent’anni fa -, la sensazione era che la politica israeliana fosse una faccenda esclusivamente ebraica. La maggioranza sionista era d’accordo sulle questioni politiche fondamentali, e i cittadini palestinesi non credevano di poter cambiare le cose. La loro voce non aveva la minima importanza.

Ma le ultime tre elezioni suggeriscono un lieve cambiamento. È vero che questa minoranza continua a non essere ascoltata. Di fatto gli oppositori di Netanyahu, che si tratti di “Blu e Bianco” di Gantz o della nuova coalizione guidata dai laburisti, hanno attivamente preso le distanze dalla “Lista Unita”, dato che Netanyahu ha ribattuto loro che sarebbe immorale contare sui deputati “arabi” per governare.

Quello che hanno invece dimostrato le tre elezioni è che, con il suo voto, la minoranza potrebbe bloccare il cammino di Netanyahu verso il potere e vendicarsi così del suo costante incitamento all’odio contro di loro e i loro rappresentanti in quanto traditori e nemici dello Stato ebraico.

Infatti, se il tasso di partecipazione dei cittadini palestinesi fosse stato sensibilmente minore, Netanyahu avrebbe probabilmente ottenuto i 61 seggi di cui ha bisogno.

È precisamente il suo timore del voto dei palestinesi che ha portato Netanyahu a moderare le sue provocazioni contro la minoranza durante le ultime tappe della campagna elettorale. Precedenti considerazioni, del tipo che “gli arabi ci vogliono annientare tutti, uomini, donne e bambini,” durante le ultime elezioni di settembre gli si sono rivoltate contro, facendo salire la partecipazione della minoranza.

Tuttavia questa nuova sensazione di potere potrebbe non durare. Deriva dal fatto che Netanyahu ha profondamente diviso l’elettorato ebraico. Senza di lui potrebbe ristabilirsi rapidamente un consenso sionista, che tratta i palestinesi come semplici pedine da spostare a piacere sullo scacchiere ebraico.

Scomparsa del campo della pace

L’altra spiegazione probabile, e ottimistica, di questa ondata è che un numero senza precedenti di ebrei israeliani sembrano aver sostenuto la “Lista Unita”.

La Lista comprende quattro partiti politici, di cui uno solo – il socialista “Hadash” – si presenta come un partito di arabi ed ebrei. L’unico posto che riservava di solito a un parlamentare ebreo in una posizione nella sua lista che ne permettesse l’elezione rifletteva il fatto che pochissimi ebrei israeliani sostenevano il partito.

La riduzione del sostegno degli ebrei non ha fatto che aumentare quando “Hadash” è stato obbligato da una nuova legge che ha imposto una soglia di sbarramento ad entrare nell’accordo della “Lista Unita” in tempo per le elezioni del 2015. Ha dovuto stare insieme a un partito islamista e a un partito liberale che rifiuta esplicitamente Israele in quanto Stato ebraico.

E allora, perché questo palese cambiamento in queste elezioni?

Gli ebrei che si identificano come parte del campo della pace si sono sentiti abbandonati dai loro partiti tradizionali di “sinistra sionista” – laburisti e Meretz. Nel momento in cui l’opinione pubblica ebraica si sposta sempre più a destra, i due partiti della “pace” si sono affrettati a seguirla. Né l’uno né l’altro ormai parlano più di uno Stato palestinese o della fine dell’occupazione.

Il colpo finale è stato durante queste elezioni quando, per salvarsi dall’oblio elettorale, il Meretz, il partito sionista più a sinistra, è entrato in una coalizione formale non solo insieme al partito Laburista, di centro, ma con “Gesher”, la cui dirigente Levy-Abekasis è una transfuga del partito di estrema destra di Lieberman, “Israel Beytenu [Israele Casa Nostra, ndtr.].

I laburisti, partito fondatore di Israele, e il Meretz speravano che questa decisione li avrebbe rafforzati. Al contrario, segna un altro importante passo verso la loro scomparsa. Insieme dovrebbero ottenere sette seggi, uno in più di quelli che i laburisti avevano conquistato da soli lo scorso aprile – il peggior risultato del partito fino ad allora.

Una vera sinistra”

Il centro israeliano è schiacciato da ogni lato: i sostenitori più guerrafondai del partito Laburista si sono rivolti verso “Blu e Bianco”, mentre i pacifisti del Meretz sembrano attratti dalla “Lista Unita”.

Può darsi che si tratti di un piccolo numero, ma è uno sviluppo incoraggiante – quasi rivoluzionario. Ciò suggerisce che per la prima volta nella storia d’Israele nella popolazione ebraica si profila un vero campo della pace. Non un campo alla ricerca di un’illusoria soluzione a due Stati, fondata sui privilegi degli ebrei, ma un campo pronto a sedersi a fianco dei partiti palestinesi in Israele e a sostenerli, anche se come partner di minoranza.

Il capo della “Lista Unita”, Ayman Odeh, martedì ha festeggiato questo cambiamento, dichiarando: “È l’inizio della nascita di una vera sinistra.”

Questo potrebbe dimostrarsi l’aspetto positivo in un quadro molto più cupo di queste elezioni, nelle quali gran parte della popolazione ebrea israeliana ha chiaramente indicato non solo che, ancora una volta, non si interessa affatto delle violenze contro i palestinesi, sotto occupazione o cittadini [d’Israele, ndtr.], ma che ora è diventata insensibile all’autoritarismo e agli abusi contro ciò che resta delle loro istituzioni democratiche.

Jonathan Cook è un giornalista britannico residente dal 2001 a Nazareth. Ha scritto tre libri sul conflitto israelo-palestinese. Ha vinto il Martha Gellhorn Special Prize for Journalism [il premio speciale Martha Gellhorn per il giornalismo].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)