Israele sta per ricominciare il genocidio? Tre scenari possibili per il futuro

Robert Inlakesh

30 dicembre 2025, The Palestine Chronicle

Dato che Tel Aviv rifiuta apertamente il ritiro e insiste sul disarmo, il cessate il fuoco” rischia di degenerare in una nuova strage di massa o in un lento tentativo di imporre il controllo e il trasferimento forzato della popolazione. Il dibattito su come sarà la Fase Due del cessate il fuoco a Gaza infuria, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump chiede il disarmo della resistenza palestinese. Nel frattempo, Gaza si rifiuta di consegnare le armi. Tuttavia la maggior parte delle analisi non coglie nel segno quando si tratta di interpretare i calcoli di Tel Aviv.

Il cosiddetto cessate il fuoco di Gaza si è dimostrato poco più di una pausa prolungata nel corso del massacro di civili. Sebbene sia ancora descritto come un cessate il fuoco, durante la “Fase Uno” si sono verificati tre importanti cambiamenti nella situazione sul terreno, mentre la guerra continuava a infuriare.

Il primo cambiamento importante, forse il più notevole, è stato l’impegno degli israeliani a non uccidere più una media di circa 100 civili al giorno. Il secondo è stato l’ingresso di maggiori aiuti a Gaza, sebbene non in quantità minimamente vicina a quella richiesta o concordata. Il terzo è stato uno scambio reciproco di prigionieri.

Valutare l’efficacia e le prospettive della prima fase del cessate il fuoco è importante per capire cosa potrebbe riservare la seconda fase, ammesso che venga raggiunta.

Per gli israeliani i vantaggi dell’attuazione parziale della Fase Uno sono stati numerosi. Innanzitutto l’elemento meno significativo è il fatto che si sono liberati dall’onere di rilasciare i prigionieri. Questo è stato importante per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che è riuscito a chiarire la questione del ritorno dei prigionieri, soprattutto in vista di una nuova tornata elettorale.

Poi ci sono altri vantaggi per gli israeliani. Gaza è uscita dalle prime pagine dei giornali internazionali, poiché le uccisioni quotidiane sono apparse troppo basse per essere considerate un problema importante dalla stampa occidentale di parte. Nel frattempo i soldati israeliani hanno potuto continuare a svolgere all’interno di Gaza lo stesso identico lavoro che ha costituito la maggior parte delle sue operazioni militari durante il genocidio: la demolizione di edifici.

Queste operazioni di demolizione, per le quali è stata impiegata forza lavoro israeliana privata a fianco delle unità del genio dell’esercito di occupazione, hanno costituito la stragrande maggioranza degli sforzi militari sul campo. Il combattimento faccia a faccia sul terreno non è mai stato una caratteristica rilevante del genocidio israeliano; Israele si è semplicemente rifiutato di combattere realmente le organizzazioni di resistenza palestinesi.

Una cosa che disturbava gli israeliani era che questi interventi di demolizione, che includevano talvolta la distruzione di ingressi dei tunnel, comportavano un alto rischio di imbattersi in imboscate armate. I combattenti palestinesi, infatti, preparavano trappole e organizzavano operazioni di imboscata contro le loro forze, specialmente quando Israele invadeva o rioccupava nuove aree in cui non aveva mantenuto una presenza permanente.

Quindi la Fase Uno dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza garantiva che i soldati non sarebbero stati esposti agli stessi pericoli di prima, poiché le organizzazioni di resistenza palestinesi avrebbero interrotto tutte le operazioni contro l’esercito invasore.

È importante tenere presente questa realtà quando si analizzano le decisioni prese da Israele, perché ciò che sta accadendo a Gaza è un genocidio, non una guerra convenzionale. L’intento di Israele è quello di annientare Gaza, rendendola totalmente inabitabile, con l’intenzione di procedere ad un’espulsione di massa. Questo è anche il motivo per cui raramente hanno preso di mira i bracci armati delle fazioni palestinesi, concentrandosi invece sul massimo danno alla popolazione civile.

Qualsiasi altro modo di inquadrare la questione è fuorviante e nasconde ciò che il regime israeliano ha commesso dal 7 ottobre 2023. Inoltre impedisce a qualsiasi analista di valutare criticamente le mosse di Israele.

Considerando tutto ciò, si consideri che gli israeliani hanno ormai trascorso oltre due mesi in cui le loro forze armate sono ancora operative, ma hanno avuto una pausa dai combattimenti o dal timore di essere vittime di imboscate. Inoltre, mentre i decisori di Tel Aviv e Washington elaboravano nuovi piani per i loro fronti contro Iran, Yemen e Libano, sono stati riparati i carri armati, i veicoli trasporto truppe e altri equipaggiamenti israeliani.

Inoltre è stata ridotta la necessità della presenza militare per motivi di sicurezza, poiché un cosiddetto Centro di Coordinamento Civile-Militare (CMCC) ha assunto il controllo della situazione e ha contribuito a plasmare la realtà sul campo. Ogni Paese coinvolto nel CMCC è stato quindi complice del genocidio.

Questa fase ha portato l’ulteriore vantaggio per gli israeliani di avere ora lo spazio per sperimentare nuovi approcci, evocare ulteriori complotti e cercare di trovare un modo per garantire la pulizia etnica della Striscia di Gaza. Come ha dichiarato esplicitamente il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz, il suo esercito non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio costiero assediato.

Fase Due e cosa ci riserverà

Se accettiamo il fatto che gli israeliani sono determinati a realizzare la pulizia etnica, che le loro operazioni militari hanno sempre cercato di raggiungere questo obiettivo e che continuano a tramare per ottenerlo, allora siamo arrivati al punto di partenza da cui valutare l’attuazione della cosiddetta Fase Due.

Durante la prima fase sono state gettate le basi per una nuova serie di atti criminali contro la popolazione di Gaza. La popolazione è stata sottoposta a innumerevoli pressioni, supervisionate dal criminale CMCC, tra cui la privazione di condizioni di vita sostenibili, con solo poche organizzazioni non governative che hanno sollevato la questione.

Le forze di sicurezza governative affiliate ad Hamas, nonostante i massimi sforzi per ristabilire l’ordine, si sono trovate ad affrontare una situazione impossibile: più di un milione di persone vivono in tende instabili o esposte a condizioni meteorologiche avverse, con carenza di forniture mediche adeguate; prodotti igienici e molti generi alimentari sono addirittura vietati. In questo contesto, la maggior parte delle persone non ha un lavoro, pochi ricevono stipendi adeguati e anche coloro che godono di una situazione economica migliore rimangono traumatizzati e impossibilitati a tornare a casa. Inevitabilmente, questo porta a problemi sociali che nessuna forza di sicurezza regolare può contrastare completamente.

Nel frattempo gli israeliani espandono la cosiddetta Linea Gialla dietro la quale avrebbero dovuto rimanere, usandola invece per giustiziare chiunque si avvicini a poche centinaia di metri da essa, dissuadendoli così dal tornare alle proprie case o terre, dove potrebbero eventualmente coltivare piccoli raccolti. Dietro questa linea di occupazione in continua espansione l’esercito israeliano e i mercenari distruggono sempre più infrastrutture. Tutto questo è monitorato dal CMCC, guidato da Stati Uniti e Israele.

Il piano è piuttosto esplicito nei suoi obiettivi ma ancora vago nelle sue precise fasi di attuazione. Sia i funzionari statunitensi che quelli israeliani hanno chiarito che mirano alla ricostruzione solo all’interno della parte della Striscia di Gaza controllata da Israele, dove cinque squadroni della morte legati all’ISIS vengono sostenuti da Israele e dagli Emirati Arabi Uniti (EAU).

La vergognosissima Risoluzione 2803 dell’ONU, approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) a novembre, rende evidente che l’obiettivo è quello di istituire un “Board of Peace”(BoP) [Tavolo della Pace, ndt.] e una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF). Il BoP rende Donald Trump il governatore di fatto di Gaza, e l’ISF è destinata a diventare una forza d’invasione multinazionale incaricata di combattere le fazioni della resistenza palestinese.

Lunedì scorso il nuovo portavoce delle Brigate Qassam di Hamas, che ha anche assunto lo pseudonimo di Abu Obeida, ha annunciato una ferma opposizione al disarmo, invitando invece gli israeliani a cedere le armi, in quanto responsabili di un genocidio. Tutte le fazioni palestinesi, ad eccezione del ramo principale di Fatah, che controlla l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sono unite su questo punto.

L’ANP è favorevole al piano di Donald Trump di governare la Striscia di Gaza e disarmare la resistenza con la forza, ma è irrilevante in termini di rappresentanza dei palestinesi. Questa autorità continua a esistere solo perché è sostenuta da israeliani, americani, sauditi ed europei, e il suo consenso presso il popolo palestinese, al di là della sua base di dipendenti, è inferiore al 10%. Non rappresenta nemmeno più i sentimenti della maggioranza dei sostenitori di Fatah.

Tutto questo per dire che se una Fase Due dovesse essere attuata, nessuna delle due parti sarebbe d’accordo. Il governo di Netanyahu chiede il disarmo, mentre le fazioni palestinesi chiedono l’autogoverno di Gaza e cederanno le armi solo se queste saranno consegnate a un nuovo Stato palestinese. Hamas ha chiarito che consentirà che un’amministrazione tecnocratica assuma il controllo di Gaza e non chiede che rimanga al governo della Striscia.

Considerando che nessuna delle due parti riesce a concordare sulle basi su cui avviare la Fase Due e tenendo presente che Israele e gli Stati Uniti sono le parti in possesso del predominio militare, ci sono tre modi in cui tale fase potrebbe svilupparsi:

Stati Uniti e Israele procederanno con l’attuazione violenta del loro piano, come stabilito nella vergognosa Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Inizieranno a schierare una forza per il cambio di regime e tenteranno di attuare una serie di piani per avviare una lenta pulizia etnica del territorio.

Israele riprenderà il suo genocidio su vasta scala.

Il precario cessate il fuoco continuerà, ma rimarrà in una situazione di stallo. Ciò comporterà periodici episodi di violenza, mentre Israele e gli Stati Uniti tenteranno di attuare lentamente e parzialmente l’agenda ISF-BoP. Questo sarà un processo durante il quale la popolazione di Gaza sarà sottoposta a maggiori pressioni, ma non sufficienti a far crollare del tutto l’accordo.

Una Fase Due aggressiva?

Il primo modo possibile di attuazione della fase successiva dell’iniziativa di cessate il fuoco a Gaza rischierebbe probabilmente di soccombere alle immense pressioni che inevitabilmente si abbatterebbero su di esso. Se consideriamo solo l’ISF, si tratta di una ricetta per un disastro totale.

Imporre in modo aggressivo la Forza Internazionale di Stabilizzazione” alla popolazione di Gaza significa che questa inizierà a prendere di mira le fazioni della resistenza palestinese. Due problemi principali emergerebbero immediatamente. La resistenza ucciderebbe con certezza alcuni di questi soldati stranieri, che tornerebbero nei loro Paesi dorigine in sacchi per cadaveri, causando caos interno. Un approccio così pesante rischierebbe inoltre di provocare la morte di civili, un altro grave fallimento di per sé.

Gli israeliani sono irremovibili sul fatto che Turchia, Qatar e altre nazioni a maggioranza musulmana con cui sono in disaccordo non possano schierare le loro forze armate a Gaza. Che ottengano o meno ciò che vogliono, si consideri che questa forza armata significherebbe riunire alcune centinaia di soldati da un Paese, alcune migliaia da un altro, e così via.

Se questo contingente ISF venisse inviato a Gaza con un approccio aggressivo, considerando che finora non è stato raggiunto alcun accordo su come attuare questa iniziativa di invasione né su quali i Paesi coinvolti, esso si troverebbe catapultato in un complesso contesto di guerra urbana. I membri di questo contingente parleranno lingue diverse, seguiranno dottrine militari diverse, saranno impreparati, probabilmente mal equipaggiati per i compiti che dovranno svolgere e, secondo quanto riportato, saranno solo poche decine di migliaia.

Donald Trump si è recentemente vantato che le nazioni che, a suo dire, stanno partecipando al suo cosiddetto “piano di pace” lavoreranno per distruggere Hamas se si rifiutasse di disarmarsi, vantandosi persino che le forze israeliane non sarebbero obbligate ad agire e che le forze d’invasione straniere farebbero tutto il lavoro per loro.

Per condurre un’operazione di cambio di regime di questa natura, la ISF dovrebbe essere forte di almeno 250.000 uomini. Si tenga presente che mobilitare una forza d’invasione multinazionale di questo tipo richiederebbe molti mesi, un’enorme quantità di finanziamenti e il requisito fondamentale sarebbe che combattesse davvero, a differenza dell’esercito israeliano, che si è rifiutato di attaccare sul campo le fazioni della resistenza palestinese.

Se un’ISF composta da poche decine di migliaia di uomini cercasse di sconfiggere la resistenza palestinese subirebbe perdite più gravi di quelle subite dall’esercito israeliano. Qualsiasi nazione araba o a maggioranza musulmana che schierasse delle forze potrebbe subire proteste di massa o ribellioni contro il proprio ruolo nel genocidio. Senza entrare nei dettagli, ciò non ha senso e se venisse tentato fallirebbe rapidamente. Persino gli egiziani, che insieme a Israele saranno i garanti della strategia, hanno raccomandato l’ingresso di una forza analoga alla UNIFIL libanese a Gaza, cosa che non è stata approvata dalla Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Israele infrange il cessate il fuoco

Un’altra possibile evenienza è che Benjamin Netanyahu decida di infrangere il cessate il fuoco. Alcuni sostengono che ciò non accadrebbe perché gli Stati Uniti sono impegnati nel loro “piano di pace”. Questa non è un’argomentazione seria. Donald Trump ha dimostrato di essere disposto ad accettare qualsiasi scelta israeliana. Non è un leader forte su questo tema e possiede chiaramente un livello di conoscenza della regione che ci si potrebbe aspettare da uno studente di scuola superiore pubblica che ha studiato storia senza prestare molta attenzione.

Ci sono solo due circostanze in cui gli israeliani potrebbero rompere completamente il cessate il fuoco. La prima è che non credano più che i piani che hanno cercato di attuare nell’ambito del cosiddetto cessate il fuoco possano funzionare e che ci sia un qualche vantaggio politico nel tornare a combattere senza esclusione di colpi. La seconda è che temano che la resistenza palestinese possa lanciare un’offensiva mentre l’esercito israeliano fosse impegnato anche contro Hezbollah e l’Iran.

La violazione del cessate il fuoco dimostrerebbe come gli israeliani siano privi di una direzione e di un piano coerente per porre effettivamente fine ai combattimenti sul fronte di Gaza. Ciò significherebbe che stanno semplicemente tornando al genocidio totale, con la speranza che alla fine si presenti un’opportunità che permetta una pulizia etnica di massa, o un lento processo di pulizia etnica attraverso lo sterminio di altre decine di migliaia di civili.

In bilico tra la fase uno e la fase due

Un’altra opzione è che israeliani e americani ritardino la rottura del cessate il fuoco. Significherebbe lasciare la situazione in una fase di stallo, non permettere il suo crollo totale, ma intraprendere un processo di tentativi ed errori attraverso il quale tentare lentamente di realizzare gli elementi della “Fase Due”.

Questa è un’evenienza molto probabile, pensata per mantenere chiuso il fronte di Gaza e concentrarsi maggiormente su Iran, Libano e forse persino sullo Yemen. Potremmo quindi aspettarci di vedere l’ISF dispiegata in modo meno consistente di quanto attualmente previsto a Washington, l’attuazione di piani disastrosi che coinvolgano mercenari e la distribuzione di aiuti, e qua e là tentativi di pulizia etnica della popolazione. Tutti questi piani fallirebbero miseramente, ma non senza infliggere sofferenze alla popolazione civile di Gaza.

Nel frattempo l’alleanza USA-Israele terrà Teheran nel mirino. L’idea alla base di tutto ciò sarebbe quella di schiacciare la popolazione civile di Gaza dando la priorità ad Iran e Hezbollah quali principali minacce strategiche.

Israele fallisce nel proteggersi dall’Iran e da Hezbollah

Le cospirazioni di Washington e Tel Aviv contro Gaza possono essere sconfitte, ma questo dipende in gran parte da Hezbollah e Iran. Se Iran e Hezbollah riuscissero a infliggere colpi gravissimi agli israeliani, rifiutandosi di stare al loro gioco di conflitti difensivi di breve durata, allora Israele verrebbe trascinato a fondo.

Tutto ciò che si richiede a Hezbollah e all’Iran è che non smettano di colpire, indipendentemente dal grado di carneficina inflitta al loro popolo. Se Hezbollah trascina l’esercito israeliano in territorio libanese e rifiuta le richieste di cessate il fuoco, costringendo invece gli israeliani a una guerra destinata a protrarsi per molti mesi, e l’Iran fa lo stesso, gli israeliani si troveranno in una grave crisi.

I dettagli di tali conflitti sono argomento di approfondimento e potrebbero verificarsi molteplici esiti, ma è sufficiente dire che mosse importanti da parte di Libano e Iran potrebbero mettere gli israeliani in una posizione di grande debolezza, tale da consentire persino azioni rilevanti da parte di Gaza.

Se Iran e Hezbollah venissero sconfitti o messi fuori gioco per un periodo ancora più lungo dopo aver accettato dei cessate il fuoco insensati dopo brevi periodi di combattimento, subendo anche l’assassinio di personaggi di spicco, questo sarebbe l’esito più favorevole per Benjamin Netanyahu. Le vittorie in questi campi aprirebbero la porta alla pulizia etnica della Striscia di Gaza, anche se lentamente piuttosto che con una fuga precipitosa verso la penisola del Sinai. Questo, naturalmente, presupponendo che non si aprano improvvisamente altri fronti importanti a preoccuparli.

Allo stato attuale gli israeliani si trovano in una posizione di grande debolezza, non essendo riusciti a sconfiggere nessuno dei loro nemici. L’unica eccezione è la caduta del precedente regime siriano, che non combatteva direttamente contro Israele ma costituiva un importante ponte di terra per l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran. Per ora la Siria può essere considerata una vittima di Israele, ma non rappresenta una minaccia immediata.

In definitiva Israele ha combattuto per oltre due anni e non è riuscito a sconfiggere la resistenza palestinese, Hezbollah, Ansarallah [gruppo armato yemenita, ndt.], l’Iran o qualsiasi altro suo avversario, anche dopo aver inferto colpi di varia entità a ciascuno di loro. La “vittoria totale” a lungo agognata da Netanyahu non sembra probabile, eppure continua a raddoppiare gli sforzi per raggiungere questo obiettivo. La ragione principale di ciò è il rifiuto della popolazione di Gaza, e anche del Libano, di arrendersi.

Robert Inlakesh è giornalista, scrittore e documentarista. Si occupa principalmente del Medio Oriente, con particolare attenzione alla Palestina. Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’espansione della ‘Linea Gialla’ da parte di Israele ingloba i distretti di Gaza e sradica le famiglie

Maha Hussaini, Gaza City, Palestina occupata

13 dicembre 2025 – Middle East Eye

Le famiglie palestinesi sono costrette ad andarsene dalle proprie case in silenzio mentre le forze israeliane sono sempre più vicine, nonostante il cessate il fuoco

Quando Ahmed Hamed è tornato a casa sua dopo il cessate il fuoco questa si trovava a circa 1,5 chilometri ad ovest della cosiddetta ‘Linea Gialla’ imposta da Israele.

Due mesi dopo quella distanza si è ridotta a circa 200 metri.

Prima della fine della guerra la nostra casa si trovava in una zona pericolosa ed era difficile per noi ritornarci”, ha detto a Middle East Eye il giornalista palestinese di 31 anni.

Abbiamo aspettato due settimane dopo il cessate il fuoco per essere certi che fosse sicura.”

Alla fine la famiglia è ritornata nella propria casa vicino al quartiere di Shujaiya nella parte orientale di Gaza City.

Quasi immediatamente il fragore della guerra l’ha nuovamente raggiunta.

Fin dal primo giorno in cui siamo tornati abbiamo sentito bombardamenti, demolizioni e spari”, dice Hamed.

Cominciavano al tramonto e proseguivano fino all’alba.”

All’inizio pensavano che le esplosioni fossero lontane, credendo che la Linea Gialla fosse ancora distante.

Ma ora Hamed può vedere i blocchi di cemento gialli piazzati dalle forze israeliane dalla sua finestra – cosa che non era possibile solo alcune settimane fa.

In tutta Gaza la linea provvisoria di demarcazione si è spostata, avvicinandosi ancor di più alle zone densamente popolate e alimentando il timore di nuovi sfollamenti e violenze da parte di Israele.

Fuggire in silenzio’

La Linea Gialla è un confine militare che è stato imposto e contrassegnato unilateralmente dalle forze israeliane all’interno della Striscia di Gaza dopo il cessate il fuoco mediato ad ottobre dagli USA.

Definita zona interdetta, impedisce ai palestinesi di entrare in ampie aree di terra a nord, sud ed est.

Dall’inizio del cessate il fuoco la linea è costantemente avanzata verso ovest, inglobando quartieri e occupando attualmente circa il 53% del territorio.

Ogni nuova progressione viene segnalata con blocchi di cemento gialli piazzati all’interno dei quartieri civili.

Secondo Hamed migliaia di case si trovano all’incirca entro un chilometro quadrato tra la posizione originaria della linea e quella attuale.

Dopo il cessate il fuoco molte famiglie sono tornate in queste case, cercando di riprendere la propria vita.

Le persone hanno installato dei generatori ed anche internet”, spiega.

Poi una notte sono stati svegliati da un’intensa sparatoria ed hanno trovato un blocco di cemento giallo in mezzo alla strada. Hanno raccolto le proprie cose e sono scappati sotto il fuoco in piena notte.”

Alcune famiglie sono rimaste intrappolate nelle loro case per ore a causa dei pesanti bombardamenti prima di poter uscire e scoprire che il confine si era già spostato.

Complessivamente la linea è avanzata di oltre un chilometro durante il cessate il fuoco, provocando silenziose ondate di sfollati che non hanno ricevuto quasi alcuna attenzione dai media.

C’è una potente ondata di abitanti in fuga e nessuno informa di questo”, dice Hamed.

Le famiglie scappano in silenzio. Durante la guerra si parlava della nostra sofferenza e questo leniva un poco il dolore. Adesso nessuno ne parla.

Immaginate l’angoscia: abbiamo ringraziato dio perché le nostre case hanno resistito a due anni di genocidio ed ora la gente le sta perdendo durante il cessate il fuoco.”

La casa della famiglia di Hamed adesso sta proprio di fronte alla Linea Gialla. Dalla sua finestra lui può vedere i carrarmati israeliani e i veicoli militari che pattugliano e sparano verso i quartieri al di là del confine.

La moglie di suo cugino, Samar Abu Waked, trentenne madre di tre figli, è stata uccisa all’ingresso della casa della sua famiglia da un proiettile in testa, evidentemente sparato da un soldato israeliano dalla Linea Gialla, secondo i suoi parenti.

Più di una volta ho dovuto strisciare con mia moglie e i bambini dalla stanza che affaccia sulla strada verso le stanze più interne, a causa delle intense sparatorie”, dice Hamed a MEE.

E’ come un fuoco che brucia in tutto il quartiere e ci aspettiamo che le fiamme ci raggiungano. Nessuno può fermare questa avanzata.”

Dall’inizio della guerra genocidaria ad ottobre 2023 Hamed è stato sfollato molte volte.

Nei primi sfollamenti ho impacchettato solo quel che ci serviva, sapendo che alla fine saremmo tornati”, dice il giovane padre.

Ma adesso, aggiunge, teme che lo sfollamento sarà permanente.

Quartieri ridotti in macerie

Quando le forze israeliane sono avanzate verso ovest hanno usato veicoli carichi di esplosivi per demolire edifici residenziali in un sol colpo a Gaza est, spianando aree e impedendo agli abitanti di tornare.

Domenica il capo dell’esercito israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, ha definito la Linea Gialla un “nuovo confine”.

In base al piano di cessate il fuoco appoggiato dagli USA la Linea Gialla è una linea di ripiegamento temporaneo per le forze israeliane, mentre ulteriori ripiegamenti verso la frontiera di Gaza sono previsti in successive fasi dell’accordo.

Tuttavia Zamir ha affermato che l’esercito mantiene “il controllo operativo su ampie parti della Striscia di Gaza” e rimarrà sulle posizioni lungo quelle linee difensive.

La Linea Gialla è un nuovo confine, utilizzato come linea difensiva avanzata per le nostre comunità e come linea di attività operative”, ha detto.

Il mese scorso l’abitante di Shujaiya Reem Mortaja è stata sfollata dalla sua casa per l’undicesima volta.

L’aspetto più demoralizzante è che in base all’accordo di cessate il fuoco ci è stato permesso di tornare solo per trovare le nostre case gravemente danneggiate”, ha detto a MEE la ventisettenne.

Eppure eravamo contenti che alcuni muri fossero ancora in piedi. Abbiamo comprato nuove cose e effettuato piccole riparazioni, avendo la sensazione di essere più stabili rispetto ai precedenti sfollamenti.”

Ma quella sensazione di stabilità è durata poco.

Tre settimane fa abbiamo dovuto nuovamente scappare e non abbiamo potuto portare molto con noi”, dice.

Una mattina la sua famiglia al risveglio ha trovato un blocco di cemento giallo piazzato a pochi metri dalla casa. Hanno afferrato quel che potevano e sono scappati.

Pochi giorni dopo che noi e i nostri vicini ce ne siamo andati hanno bombardato le nostre case e ridotto in macerie l’intero quartiere”, dice.

Il mondo pensa che il cessate il fuoco sia in vigore. Ma noi stiamo ancora attraversando fasi di guerra, mentre l’occupazione prosegue senza essere condannata poiché agisce silenziosamente e rapidamente.

Ogni giorno ci sono spostamenti in avanti, attacchi aerei e fuoco d’artiglieria. L’espulsione non si ferma mai, e tutto questo avviene nel silenzio totale.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)