“Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti”

Sophie Bessis, Dominique Eddé 

18 febbraio 2026 – Orient XXI

L’11 febbraio 2026 Jean- Noel Barrot ha chiesto le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati a causa di frasi che non ha mai pronunciato. Il ministro ha a sua volta ripreso un’accusa formulata dalla deputata di area Macron Caroline Yadan sulla base di un video incompleto.

La storica Sophie Bessis e la saggista Dominique Eddé denunciano una politica estera francese senza bussola, che sceglie di attaccare Francesca Albanese mentre tace sulla guerra genocidaria condotta contro Gaza e sulle violazioni quotidiane del cessate il fuoco in Libano.

Da Kabul, dove alle ragazze è proibito andare a scuola e le donne sono coperte da una prigione ambulante, fino all’isola di Epstein, paradiso dei pedo-criminali, dove personaggi celebri in tutti i campi hanno abusato e umiliato, un decennio dopo l’altro, ragazzine e donne importate dai quattro angoli del mondo, non vi è più un centimetro del pianeta che non sia ricoperto dal fango. La “rivoluzione” iraniana che nel 1979 rivendicava tra l’altro di combattere contro l’arroganza occidentale, promettendo al suo popolo di ripristinare i suoi diritti, ha superato ogni record nella repressione della sua popolazione e nella negazione di quegli stessi diritti.

Dovunque l’immagine della tenaglia è al suo culmine. Il nemico interno e quello esterno ne impugnano ciascuno una leva, confiscano miliardi di destini col pretesto di decidere per loro. Incancreniti entrambi dal potere della menzogna e della voracità, l’Occidente e l’Oriente ormai dialogano soltanto attraverso la logica oscena del più forte, del più ricco, di chi offre di più. Mentre in Sudan gli Emirati Arabi Uniti proseguono i loro aiuti di varia natura ad un’impresa genocidaria, l’esercito israeliano porta a termine la propria in Palestina, spezzando le ultime sacche di vita a Gaza e annettendo la Cisgiordania. Che cosa propongono, che cosa fanno nel frattempo i governanti dei Paesi che si vantano ancora di essere democratici di fronte a questo tsunami? Che cosa fa la Francia?

Una diplomazia senza colonna vertebrale

Trattandosi di Israele e Palestina, la sua politica estera è diventata indecifrabile. Non ha più colonna vertebrale. Dopo aver sostenuto l’estensione ai palestinesi di ‘Pause’, il programma di accoglienza d’emergenza di scienziati e artisti in esilio creato nel 2017 su iniziativa del Collège de France, nell’estate 2025 decide improvvisamente di bloccarlo, col pretesto del tweet antisemita di una gazawi che non compariva neanche fra i candidati. Dopo aver riconosciuto alcuni mesi fa lo Stato palestinese, la Francia oggi reclama, per voce del suo Ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot, le dimissioni nientemeno che della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese.

Perché? Perché Caroline Yadan [del partito di Macron], deputata eletta dai francesi all’estero [nella circoscrizione sud est, che include Israele, ndt.] e partigiana appassionata dell’estrema destra israeliana, non sopporta che i palestinesi, difesi così male dai propri rappresentanti politici, lo siano così bene da una voce straniera e libera. È abbastanza logico, si può capirla. Ma perché è bastato che Caroline Yadan snaturasse le frasi di Francesca Albanese, secondo il metodo spudorato di un Donald Trump o di un Benjamin Netanyahu, perché Jean-Noel Barrot ne seguisse l’esempio?

È la stessa persona che ha definito il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte del presidente Macron un “errore politico, morale e storico”. La stessa che ha presentato all’Assemblea Nazionale una proposta di legge che, con il pretesto di lottare contro l’antisemitismo, intende avallare la legge israeliana del 2018 che definisce Israele “Stato-nazione del popolo ebraico” e solo di esso. Se questa legge venisse approvata chiunque contesti questo fatto, noi tra questi, potrebbe essere denunciato.

Centoventi personalità francesi hanno sottoscritto questa proposta di legge. Tra esse l’ex capo di Stato François Hollande, dal quale aspettiamo di sapere se anch’egli auspichi le dimissioni di Francesca Albanese. I tentativi di chiarimento avanzati dal Quai d’Orsay (Ministero Affari Esteri, ndt.) non hanno cambiato nulla nella sostanza. La Francia per voce del suo ministro insiste a reclamare la testa di Francesca Albanese.

Si può anche non essere d’accordo con alcune dichiarazioni espresse da quest’ultima, ma con quale diritto le si travisa? Ha riconosciuto di aver mancato di tempestività non ritirandosi da una riunione alla quale era presente, senza che lei ne fosse stata informata, uno dei dirigenti di Hamas, Khaled Meshal. Che cosa è questo errore, per di più riconosciuto, di fronte all’incredibile acquiescenza di una maggioranza di Stati europei nei confronti del governo israeliano?

Ricordiamo tra l’altro che la Francia, co-garante del cessate il fuoco in Libano, non dice una parola contro le violazioni quasi quotidiane di cui esso è oggetto. Mentre assistiamo, in una pressocché generale indifferenza, all’attuazione della fase finale di un piano di eliminazione dei palestinesi dalla loro terra, la Francia non trova niente di meglio da fare che attaccare una donna che ha alzato la voce contro questa infamia? Niente di meglio che attirare Germania e Austria nella sua scia?

Contro il silenzio e l’impunità

Molte voci ridotte al silenzio, spaventate dall’impunità di cui gode la politica israeliana, si sono sentite ascoltate e comprese da Francesca Albanese e dal Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres. Bisogna che gli ultimi sussulti di coraggio dell’ONU siano proibiti mentre Netanyahu e Trump tolgono di mezzo l’Ufficio di soccorso e lavoro delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi nel Medio Oriente (UNRWA) e il secondo ambisce a mettere fine all’esistenza stessa delle Nazioni Unite?

Sono queste voci, come anche le tantissime voci dissidenti tra gli ebrei di tutto il mondo, che consentono alla ragione di tener ancora testa alla follia generale. Per fortuna non si contano coloro che remano contro l’attuale regno dell’inconcepibile, contro un degrado planetario della salute mentale. Dobbiamo aiutarli o esortarli a scomparire?

Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa voler sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti. Significa inoltre calpestare l’eredità inestimabile del pensiero ebraico moderno. Poiché chi, da Franz Kafka a Hannah Arendt, Erich Auerbach, Walter Benjamin, Canetti, Freud o Einstein, avrebbe avallato una simile pretesa? Condividerla significa privare i senza voce delle poche risorse che gli restano. Significa favorire l’odio col pretesto di combatterlo. Significa consegnare il treno del futuro a binari che vanno contro un muro. Ci aspettiamo di meglio dalla diplomazia francese.

Sophie Bessis 

Storica e giornalista franco- tunisina. Ultimi scritti pubblicati: La civilisation judeo-chretienne : Anatomie d’une imposture [La civiltà giudaico-cristiana: anatomia di un’impostura. Ed. italiana (con Duccio Sacchi): La civiltà giudaico-cristiana è un’impostura?, Einaudi, Torino, 2026], ed. Les liens qui libèrent, 2025; Je vous écris d’une autre rive : lettre à Hannah Arendt [Vi scrivo da un’altra sponda: lettera a Hannah Arendt], ed. Elyzad 2021; Histoire de la Tunisie de Carthage à nos jours [Storia della Tunisia da Cartagine ai giorni nostri], ed. Tallandier 2029.

Dominique Eddé

Scrittrice e saggista. Ultimo lavoro pubblicato: La mort est en train de changer [La morte sta cambiando], ed. Les liens qui libèrent 2025.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Il ministro di estrema destra Ben-Gvir sovrintende alla distruzione all’interno del complesso dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati

Redazione Palestine Chronicle

20 gennaio 2026 – The Palestine Chronicle

Le autorità israeliane hanno demolito le strutture all’interno della sede centrale dell’UNRWA a Gerusalemme Est, segnando una grave escalation contro l’agenzia delle Nazioni Unite e il suo ruolo al servizio dei rifugiati palestinesi.

Martedì le autorità di occupazione israeliane hanno effettuato operazioni di demolizione all’interno della sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Impiego dei Rifugiati Palestinesi (UNRWA) nella Gerusalemme Est occupata, in un’azione descritta dai funzionari palestinesi come una pericolosa escalation contro un organismo umanitario internazionale.

Le demolizioni hanno avuto luogo all’interno del complesso dell’UNRWA nel quartiere di Sheikh Jarrah. Secondo testimoni e palestinesi, sono state eseguite alla presenza del Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra.

Mentre le squadre israeliane si muovevano per distruggere le strutture all’interno della sua sede di Gerusalemme Est, l’UNRWA ha dichiarato di trovarsi di fronte a un “attacco senza precedenti”,

All’interno del complesso ONU

Secondo il Governatorato di Gerusalemme, i bulldozer israeliani hanno demolito uffici mobili e altre strutture all’interno del complesso dell’UNRWA. Il Governatorato ha affermato che, mentre i lavori di demolizione continuavano, le forze israeliane hanno anche issato la bandiera israeliana sul complesso, sostituendo quella delle Nazioni Unite.

I funzionari palestinesi hanno descritto l’iniziativa come parte di una “politica sistematica e ufficiale” che prende di mira un’agenzia delle Nazioni Unite che gode di immunità giuridica internazionale e svolge un ruolo insostituibile nel fornire servizi ai rifugiati palestinesi.

L’UNRWA assiste circa 192.000 rifugiati palestinesi nella sola Gerusalemme, fornendo istruzione, assistenza sanitaria e servizi sociali.

Ben-Gvir elogia la demolizione

Ben-Gvir ha accolto con favore la demolizione degli uffici dell’UNRWA, descrivendola come una “giornata storica” ​​e una celebrazione di quella che ha definito la sovranità israeliana su Gerusalemme.

Il vicesindaco israeliano Aryeh King si è spinto oltre, pubblicando sui social media che la rimozione dell’UNRWA da Gerusalemme era ora in corso, utilizzando un linguaggio provocatorio per descrivere l’agenzia.

Contesto giuridico e politico

La demolizione fa seguito alle misure legislative israeliane contro l’UNRWA.

Nell’ottobre 2024 la Knesset israeliana ha approvato una legge che vieta le operazioni dell’UNRWA e proibisce alle autorità israeliane di collaborare con l’agenzia.

Una seconda legge adottata a dicembre ha ordinato l’interruzione dei servizi di elettricità e acqua alle proprietà utilizzate dall’UNRWA.

Gli organismi internazionali hanno ripetutamente avvertito che lo smantellamento dell’UNRWA avrebbe conseguenze catastrofiche per milioni di rifugiati palestinesi che dipendono dai suoi servizi a Gerusalemme, in Cisgiordania, a Gaza, in Libano, in Giordania e in Siria.

UNRWA

L’UNRWA è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 1949 per fornire assistenza e protezione ai palestinesi sfollati durante la creazione di Israele.

Israele ha a lungo cercato di indebolire l’agenzia, considerando la sua esistenza come un riconoscimento dei diritti dei rifugiati palestinesi secondo il diritto internazionale.

La demolizione delle strutture dell’UNRWA a Gerusalemme Est avviene nel contesto di una più ampia campagna israeliana contro le istituzioni palestinesi nella città, che include chiusure forzate, demolizioni e restrizioni volte a ridisegnare il panorama demografico e politico di Gerusalemme.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




UNRWA: rischi di malattie a Gaza ai massimi livelli a causa della carenza di vaccini

Redazione di MEMO

19 gennaio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che lunedì l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha avvertito che i rischi di malattie nella Striscia di Gaza hanno raggiunto livelli record, dato che ai minori continuano a mancare vaccinazioni essenziali in mezzo a due anni di guerra, condizioni invernali difficili e il collasso del sistema sanitario.

Il commissario generale dell’UNRWA Philippe Lazzarini ha affermato che dall’inizio del conflitto i minori a Gaza sono stati ripetutamente privati dei cicli di immunizzazione necessari per proteggerli da malattie che possono essere prevenute.

In più di due anni di guerra a Gaza i minori hanno ripetutamente saltato le vaccinazioni di cui hanno bisogno per avere garantita la salute,” ha detto Lazzarini in una dichiarazione.

Ha affermato che le difficili condizioni atmosferiche invernali, incluse basse temperature, pesanti precipitazioni e inondazioni, stanno aggravando i rischi nell’enclave.

Queste condizioni si aggiungono ai già elevati rischi di malattie causate dall’acqua e dai servizi di sanitizzazione scadenti, ai rifugi sovrappopolati e al collasso del sistema sanitario,” ha aggiunto.

Lazzarini ha detto che domenica lo staff dell’UNRWA, in coordinamento con l’UNICEF, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e partner locali, ha cominciato il secondo ciclo di una campagna di vaccinazione di recupero avente come soggetti i bambini sotto i tre anni.

La vaccinazione in tali condizioni è più che mai importante,” ha detto, sottolineando che l’UNRWA continua a lavorare per salvare vite a Gaza.

L’esercito israeliano da ottobre 2023 ha ucciso più di 71.000 persone, molte delle quali donne e minori e ne ha ferite oltre 171.000 in una brutale offensiva che ha lasciato la Striscia di Gaza in macerie.

Nonostante un cessate il fuoco cominciato il 10 ottobre, secondo il ministero della sanità di Gaza l’esercito israeliano ha continuato i suoi attacchi, uccidendo 465 palestinesi e ferendone 1.287 altri.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La violenza dei coloni tocca un livello record

Tamara Nassar 

10 novembre 2025 – The Electronic Intifada

La violenza dei coloni ebrei contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata ha raggiunto livelli record.

Ottobre si avvia ad essere “il mese più violento” da quando l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ha iniziato a documentare le violenze dei coloni nel 2013.

L’agenzia di monitoraggio dell’ONU OCHA ha anche registrato il più alto numero di attacchi di coloni in un solo mese da quando ha iniziato a documentare gli incidenti nel 2006, con oltre 260 attacchi di coloni contro palestinesi e loro proprietà.

Si tratta di una media di otto incidenti al giorno.

OCHA ha documentato al momento circa 150 attacchi di coloni ai raccolti contro palestinesi e loro proprietà nella Cisgiordania occupata durante la stagione, in confronto a 110 nello stesso periodo dello scorso anno e dai 30 ai 46 attacchi tra il 2020 e il 2023.

In questi attacchi sono stati feriti più di 140 palestinesi.

I coloni ebrei estremisti hanno provocato più danni durante la stagione di raccolta delle olive di quest’anno che in tutti gli anni dal 2020. Oltre 4.200 alberi e virgulti di ulivo sono stati vandalizzati dai coloni – più del doppio del numero registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.

Anche l’ampiezza degli attacchi è significativamente aumentata”, ha riferito OCHA la settimana scorsa.

Sono stati presi di mira più di 75 cittadine e villaggi, circa il doppio del numero delle comunità colpite nel 2023 e tre volte quello del 2020.

Gli attacchi dei coloni durante la stagione della raccolta hanno incluso aggressioni violente ai contadini, furto delle olive e degli attrezzi per la raccolta, abbattimento o sradicamento degli alberi, ostruzione dell’accesso alla terra e incendio di veicoli appartenenti a abitanti palestinesi.

La raccolta annuale delle olive è la principale fonte di sussistenza per decine di migliaia di palestinesi e gli ulivi sono profondamente radicati nella tradizione e nell’identità palestinesi”, ha affermato Roland Friedrich in quanto capo degli affari dell’UNRWA per la Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est.

Questi attacchi “minacciano il modo di vivere di molti palestinesi”.

OCHA ha registrato circa 1.500 attacchi di coloni contro palestinesi dall’inizio dell’anno, la maggior parte dei quali ha riguardato danneggiamenti delle proprietà palestinesi.

Più di 180 di questi casi hanno anche provocato vittime palestinesi.

Accesso alla terra

Inoltre i coloni hanno pesantemente limitato l’accesso dei palestinesi alle proprie terre, anche quando i contadini avevano un esplicito permesso da parte dell’esercito israeliano per entrarvi.

Un esempio delle intimidazioni dei coloni è il villaggio di Burin, nel governatorato di Nablus nel nord della Cisgiordania occupata.

I contadini palestinesi avevano un “accordo preliminare” con le autorità israeliane per accedere alle loro terre per la raccolta. Ma i cosiddetti custodi della colonia di Yitzhar, che ospita alcuni dei coloni più violenti in Cisgiordania, ha impedito ai palestinesi l’ingresso sparando colpi in aria per costringerli ad andarsene.

Di conseguenza circa 74 acri di uliveti sono rimasti non raccolti.

Questo è il terzo anno consecutivo in cui alcuni villaggi sono stati completamente privati di accesso ai loro uliveti all’interno delle colonie israeliane.

In alcuni casi ai contadini che avevano il permesso di accesso ai loro uliveti è stato dato un periodo di tempo limitato, come nel villaggio di Ein Yabrud vicino Ramallah, dove sono stati concessi tre giorni di tempo. Se venivano attaccati dai coloni non vi tornavano.

In particolare i nuovi avamposti di coloni hanno compromesso la possibilità dei contadini di accedere alle loro terre, anche nelle aree A e B – piccole zone della Cisgiordania occupata in cui l’Autorità Nazionale Palestinese detiene il controllo nominale.

Quelli che Israele definisce “avamposti” spesso sono costruiti senza il permesso di Israele e sono considerati illegali per la legge israeliana.

Nel dicembre 2024 due associazioni israeliane che monitorano l’attività dei coloni hanno riferito che gli avamposti di pastorizia includono il 14% della Cisgiordania, più di 194.000 acri di terra.

In meno di tre anni il 70% di tutta la terra requisita dai coloni ad oggi è stato preso con il pretesto di attività di pascolo”, hanno riferito Peace Now e Kerem Navot.

I coloni iniziano la requisizione delle terre espellendo con la forza i pastori e gli agricoltori palestinesi dalla loro terra e insediando avamposti di pastorizia.

Poi incominciano ad aggredire, intimidire e attaccare le comunità palestinesi, non lasciando loro altra scelta che andarsene, spiegano le associazioni. Dopo di che i coloni si prendono la terra e costruiscono nuovi avamposti, che inizialmente consistono di poche roulotte o strutture in genere non collegate a infrastrutture idriche, elettriche o fognarie.

L’attuale governo israeliano sta lavorando per sveltire il processo di riconoscimento di questi avamposti come colonie.

Tutte le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, comprese Gerusalemme est e le alture del Golan siriane, sono illegali ai sensi del diritto internazionale e sono considerate crimini di guerra.

La settimana scorsa il consiglio di pianificazione dell’Amministrazione Civile si è riunito per discutere piani per 1973 nuove unità abitative per coloni che dovrebbero essere costruite nella Cisgiordania occupata. Dal novembre scorso questo “Alto Consiglio di Pianificazione” ha tenuto riunioni mensili con lo scopo di sviluppare progetti abitativi per le colonie.

Dall’inizio del 2025, includendo i piani destinati all’approvazione in questa settimana, il consiglio ha promosso un totale di 28.183 unità abitative”, ha riferito Peace Now [il più numeroso e longevo movimento israeliano che sostiene la pace, ndt.] la settimana scorsa.

E’ un “record assoluto.”

All’inizio di questo mese il Ministero dell’Edilizia Abitativa di Israele ha pubblicato piani attuativi per la costruzione di un nuovo quartiere in una colonia a sud est di Ramallah, la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese nella Cisgiordania occupata.

La colonia di Geva Binyamin aggiungerebbe 342 unità e 14 nuove case per singole famiglie, in particolare per soldati riservisti nell’esercito israeliano.

Questo consente gare d’appalto emesse in agosto dal governo israeliano per più di 4.000 unità nella mega colonia di Maale Adumim, vicino a Gerusalemme, e di Ariel.

Dall’inizio dell’anno Israele ha emesso gare d’appalto per circa 5.700 unità abitative per coloni, definite da Peace Now “un record assoluto” e approssimativamente un aumento del 50% dall’ultimo picco del 2018.

Questi piani potrebbero portare circa 25.000 nuovi coloni a vivere in colonie esclusivamente per ebrei in Cisgiordania.

Deportazioni

Israele ha espulso decine di attivisti stranieri che cercavano di portare aiuto o protezione ai contadini palestinesi nella Cisgiordania occupata durante la stagione della raccolta.

Rudy Schulkind, un attivista inglese di 30 anni, era uno degli espulsi.

Tutti i contadini con cui abbiamo parlato erano incredibilmente generosi e amichevoli e grati per il sostegno da parte dei volontari internazionali”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ma la sua permanenza in Cisgiordania è stata interrotta.

Ho raccolto le olive solo per un giorno intero e il secondo giorno sono stato arrestato ed espulso”, ha detto a The Electronic Intifada.

Schulkind ha raccontato che in quel secondo giorno i coloni israeliani con mitragliatrici pesanti “hanno cercato, sia verbalmente che fisicamente, di impedire il lavoro che stavamo facendo e di interrompere la nostra raccolta delle olive.”

Schulkind ha aggiunto che quando poi è arrivato l’esercito è stato chiaro che “non era interessato a dissuadere i coloni e che era lì essenzialmente per aiutare i coloni ad impedire ai contadini palestinesi di accedere al diritto alla propria terra.”

Una volta arrivati in un altro luogo i volontari sono stati arrestati ed informati dall’esercito israeliano che la zona in cui si trovavano era stata dichiarata cosiddetta zona militare.

Schulkind ha detto che lui e parecchi altri attivisti sono stati caricati su un autobus e condotti in una stazione di polizia dove sono stati interrogati uno per volta con differenti accuse, comprese accuse di terrorismo.

Le forze israeliane hanno trattenuto Schulkind per circa tre giorni prima di rimpatriarlo in Inghilterra il 19 ottobre.

Non abbiamo mai avuto la possibilità di parlare con le nostre famiglie”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ha aggiunto che gli è stata concessa una breve telefonata con un avvocato prima dell’interrogatorio, ma non è stato mai portato davanti a un giudice prima di essere espulso.

Tamara Nassar è assistente di redazione per The Electronic Intifada.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il “Piano di pace” di Trump per Gaza: il buono, il brutto e il cattivo

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

29 settembre 2025 The Palestine Chronicle

Questa analisi esamina il “Piano di pace” di Trump per Gaza, delineandone i potenziali vantaggi, le insidie ​​e le contraddizioni di fondo

È ancora troppo presto per emettere un verdetto definitivo sulla proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra e al genocidio israeliani a Gaza.

Da diversi giorni circolano sui media indiscrezioni sulla natura della proposta, per lo più attribuite a funzionari statunitensi anonimi. Lunedì la Casa Bianca ha finalmente rivelato i punti principali del piano. L’idea è stata presentata dallo stesso Trump durante una conferenza stampa a Washington congiunta con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Anche lì hanno continuato a emergere contraddizioni. Ad esempio, l’ultima versione della proposta richiede che la Resistenza palestinese “abbandoni le armi”, mentre precedenti indiscrezioni si riferivano specificamente alla rinuncia di Hamas alle “armi d’attacco”, un termine vago e indefinito.

Finora né Hamas né alcun altro partito all’interno della Resistenza Palestinese ha rilasciato una risposta formale. In precedenza tuttavia un alto funzionario di Hamas, Husam Badran, aveva dichiarato ad Al-Jazeera che l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair – che si vociferava avrebbe avuto un ruolo in qualsiasi meccanismo di ricostruzione o di transizione – non era benvenuto a Gaza in nessuna circostanza.

Alla luce di tutto ciò ecco alcuni commenti iniziali sulla proposta e sulla sua capacità di soddisfare– o meno – le aspettative di Israele e della Resistenza Palestinese.

Il Buono

Per prima cosa Israele non occuperà né annetterà la Striscia di Gaza.

Se sia Washington che Tel Aviv fossero sinceri su questo punto, si tratterebbe di un risultato importante per la Resistenza palestinese. Fin dall’inizio del genocidio le organizzazioni palestinesi hanno ripetutamente affermato che non si permetterà a Israele di occupare un solo centimetro di Gaza.

Inoltre Netanyahu ha dichiarato innumerevoli volte che l’obiettivo finale di Israele è il controllo totale della Striscia e che non cederà su questo punto. Se il piano di Trump lo costringesse a farlo, questo segnerebbe una battuta d’arresto decisiva per gli obiettivi bellici di Israele.

In secondo luogo nessuno sarà costretto a lasciare Gaza e coloro che se ne andranno avranno il diritto di tornare.

Anche questo è un risultato notevole per i palestinesi, considerando che l’obiettivo a lungo termine di Israele è lo spopolamento di Gaza. Leader e funzionari israeliani hanno già apertamente e ripetutamente proposto il trasferimento di massa dei cittadini di Gaza in Egitto e in altri paesi.

I palestinesi sono ben consapevoli che una seconda Nakba distruggerebbe il loro progetto nazionale. Gaza è il cuore pulsante della resistenza palestinese; una pulizia etnica qui azzopperebbe il più ampio movimento di liberazione palestinese e consentirebbe a Israele di spostare completamente la sua attenzione sulla Cisgiordania. Impedire questo risultato è quindi un successo strategico.

In terzo luogo gli aiuti potranno entrare a Gaza senza ostacoli attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie affiliate.

Questo è un’altra importante conquista non solo per i palestinesi ma anche per la comunità internazionale, che ha costantemente respinto i tentativi di Stati Uniti e Israele di emarginare l’UNRWA e sostituirla con entità sospette come la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Se questa proposta venisse attuata invertirebbe la campagna pluriennale di Israele contro l’UNRWA e riaffermerebbe la centralità delle Nazioni Unite nella fornitura di aiuti umanitari ai palestinesi.

Il Cattivo

Per prima cosa l’istituzione del Board of Peace [Consiglio di Pace], un nuovo organismo internazionale che supervisionerebbe la ricostruzione di Gaza. Secondo quanto riferito l’organismo sarebbe presieduto dallo stesso Trump con il coinvolgimento dell’ex primo ministro Blair [processato per crimini di guerra legati all’invasione dell’Iraq del 2003, ndt.], del genero di Trump Jared Kushner e dei partner regionali.

Dati i noti precedenti di Blair in Medio Oriente, il suo incrollabile sostegno a Israele e i suoi stretti legami con Netanyahu, un simile scenario distorcerebbe quasi certamente gli sforzi di ricostruzione a favore degli interessi israeliani e rafforzerebbe gli attori opportunisti all’interno di Gaza. Fonti locali hanno già espresso il timore che possano coinvolgersi reti criminali e uomini d’affari affiliati a figure di delinquenti come Yasser Abu Shabab [militante palestinese e leader delle Forze popolari, un gruppo armato anti-Hamas nella Striscia di Gaza autorizzato e finanziato da Israele, ndt.vedi Zeitun]

Questo è un punto spinoso e sarà difficile, se non impossibile, da valutare. Tecnicamente la Resistenza depone le armi in assenza di una guerra importante o di un’escalation militare, e le riprende – a parte poche eccezioni – solo quando Israele lanci una grave aggressione alla Striscia.

Poiché le fazioni palestinesi non operano apertamente né conservano le loro armi in arsenali pubblicamente noti non è chiaro come osservatori “indipendenti” possano anche solo iniziare a verificare un simile processo. In linea di principio tuttavia questa condizione darebbe a Netanyahu un pretesto per presentare la proposta come una vittoria, anche se niente fosse concretamente cambiato sul campo.

Terzo, l’ultimatum di 72 ore e il graduale ritiro israeliano.

Secondo la proposta i palestinesi devono rilasciare tutti i prigionieri israeliani entro 72 ore, senza alcuna garanzia che Israele rispetti i propri obblighi, tra cui il ritiro completo e il rilascio di migliaia di prigionieri palestinesi.

Data la lunga storia di violazioni degli accordi di cessate il fuoco da parte di Netanyahu, è altamente improbabile che la Resistenza accetti questa clausola alla lettera. Per loro, il rischio di cedere la loro merce di scambio più forte senza ricevere garanzie vincolanti sarebbe troppo grande.

Il Brutto

Il contesto generale rende la proposta ancora più dubbia. Il genocidio israeliano a Gaza è stato reso possibile – militarmente, politicamente e finanziariamente – da due successive amministrazioni statunitensi. Washington ha permesso a Israele di violare ripetutamente il cessate il fuoco di gennaio-marzo, rendendo inutili le garanzie statunitensi.

Inoltre gli Stati Uniti non sono riusciti a frenare l’escalation regionale di Israele. Israele ha esteso il conflitto a Libano, Yemen, Siria e Iran, senza alcuna reale resistenza da parte degli Stati Uniti, anzi con il loro totale sostegno.

Il 9 settembre gli Stati Uniti hanno persino permesso a Netanyahu di bombardare nella più totale impunità il loro più stretto alleato al di fuori della NATO, il Qatar, nonostante le forze americane fossero di stanza vicino all’area presa di mira da Israele.

In questo contesto è difficile considerare gli Stati Uniti come un garante neutrale e affidabile. Questa proposta potrebbe invece essere una manovra politica per ottenere attraverso la diplomazia ciò che Israele non è riuscito a ottenere militarmente: l’indebolimento o l’eliminazione della Resistenza palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Per la prima volta associazioni israeliane per i diritti umani affermano che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza e chiedono l’intervento internazionale

Nir Hasson

28 luglio 2025 – Haaretz

Un tentativo di genocidio in corso”: secondo i rapporti di B’Tselem e di Physicans for Human Rights – Israel l’attacco israeliano contro Gaza ha provocato “massicci e indiscriminati bombardamenti di centri abitati” e “mancanza di cibo per più di due milioni di persone come metodo di guerra” contro i palestinesi.

Lunedì le associazioni israeliane per i diritti umani B’Tselem e Physicians for Human Rights – Israel [Medici per i Diritti Umani – Israele] hanno pubblicato due rapporti secondo i quali nella Striscia di Gaza Israele sta commettendo contro i palestinesi il crimine di genocidio, come definito dalle leggi internazionali.

È la prima volta che associazioni per i diritti umani israeliane sostengono ufficialmente che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Le associazioni chiedono ora alla comunità internazionale di agire contro il governo israeliano per fermare queste atrocità.

Il rapporto di B’Tselem inizia con una forte condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre contro Israele, notando che l’aggressione dell’organizzazione ha incluso numerosi crimini di guerra e probabilmente crimini contro l’umanità. Il rapporto afferma anche che la risposta di Israele è stata estremamente brutale, provocando indiscriminate uccisioni, distruzioni, espulsioni e privazione di cibo su vasta scala.

Secondo il rapporto di B’Tselem l’attacco israeliano ha provocato “massicci e indiscriminati bombardamenti di centri abitati” e “mancanza di cibo per più di due milioni di persone come metodo di guerra” contro i palestinesi.

Sostiene che gli attacchi israeliani contro Gaza hanno causato “uccisioni di massa, sia con attacchi diretti che attraverso la creazione di condizioni di vita catastrofiche che continuano a far crescere l’enorme bilancio di vittime; gravissimi danni fisici e mentali all’intera popolazione della Striscia; distruzioni su vasta scala di infrastrutture; distruzione del tessuto sociale, comprese le istituzioni educative e i siti culturali palestinesi.”

Secondo il rapporto Israele ha anche messo in pratica “arresti di massa e maltrattamenti di detenuti nelle prigioni israeliane, che sono di fatto diventate campi di tortura per migliaia di palestinesi detenuti senza processo,” così come “deportazioni di massa, compresi tentativi di pulizia etnica, diventata un obiettivo ufficiale della guerra; un attacco all’identità palestinese attraverso la distruzione deliberata di campi profughi e tentativi di sabotare l’United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees [UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.].”

“Le dichiarazioni di importanti governanti israeliani riguardo alla natura dell’attacco contro Gaza hanno manifestato intenzioni genocidarie,” aggiunge.

Il rapporto cita le affermazioni dell’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant riguardo alla popolazione di Gaza come “animali umani”, la dichiarazione del primo ministro Benjamin Netanyahu del 28 ottobre 2023, secondo cui si tratta di una guerra contro “Amalec”, un riferimento alla vicenda biblica in cui Dio comanda agli israeliti di annichilire il popolo amalecita, così come affermazioni sul genocidio fatte da giornalisti e figure pubbliche.

Il rapporto conclude che l’insieme della situazione a Gaza e delle dichiarazioni di importanti politici israeliani porta “all’inequivocabile conclusione che Israele ha intrapreso azioni coordinate per distruggere intenzionalmente la società palestinese nella Striscia di Gaza … e sta commettendo un genocidio contro i palestinesi.”

Il rapporto di B’Tselem si basa su una serie di interviste con abitanti di Gaza e su rapporti di organizzazioni per i diritti umani, agenzie ONU, inchieste giornalistiche e opinioni di esperti internazionali. Riguardo ai dati sulle vittime il rapporto si basa sulle cifre del ministero della Sanità di Gaza gestito da Hamas.

Gli autori del rapporto notano che questi dati “sono universalmente considerati attendibili e sono stati adottati da numerose organizzazioni e ricercatori. Oltretutto sono generalmente considerati prudenziali rispetto al reale numero di vittime provocate dall’attacco (israeliano).”

Gli autori citano anche uno studio pubblicato a febbraio dalla rivista medica The Lancet, che ha rilevato come la speranza di vita durante il primo anno di guerra a Gaza sia caduta del 51% per gli uomini e del 38% per le donne, con l’età media di morte che ha raggiunto i 40 anni per gli uomini e i 47 per le donne.

Il rapporto include anche testimonianze estremamente strazianti di gazawi, compresa quella di una madre che ha visto i due figli e il marito schiacciati da un carrarmato, un padre che ha visto il figlio bruciato vivo e un paramedico che è stato obbligato ad abbandonare in un’ambulanza bombardata vari corpi, tra cui una donna e un neonato agonizzanti. Secondo il rapporto quando è tornato il giorno dopo il paramedico ha scoperto che cani randagi avevano mangiato parti dei cadaveri, ma il neonato era sopravvissuto.

Il rapporto include anche la testimonianza di Muhammad Ghrab, un abitante di Gaza City sfollato a Muwasi, a est di Khan Younis, nel sud della Striscia. In un racconto per B’Tselem Ghrab ha descritto un bombardamento aereo israeliano a cui ha assistito il 13 luglio 2024. L’attacco, che secondo Israele aveva preso di mira due importanti miliziani di Hamas, compreso Muhammed Deif [uno dei principali capi militari di Hamas, più volte preso di mira da Israele, ndt.], è consistito in due bombardamenti successivi ed è stato il più letale ad al-Mawasi durante quel periodo, uccidendo 90 gazawi e ferendone altri 300.

“Improvvisamente si è formato un anello di fuoco,” racconta Ghrab. “Il cielo era completamente coperto di nubi, polvere e terra. La gente ha iniziato a correre in ogni direzione […] Quando siamo entrati nelle tende rimaste in piedi abbiamo visto che erano piene di corpi, per lo più di donne e bambini.”

“Quello che abbiamo visto quel giorno, in quel momento, era come l’incarnazione della follia,” afferma. “Qualcosa di inconcepibile. Sembrava che pezzi di inferno fossero piovuti in terra. È davvero impossibile descriverlo. Mancano le parole. Non possono trasmettere gli orrori a cui abbiamo assistito. Quello che sto descrivendo è solo una piccola parte dell’orrore che è avvenuto […] Da quel giorno ho sempre paura. Continuo ad aspettarmi che le tende vengano bombardate e che io e la mia famiglia moriamo in un attacco simile.”

Gli autori del rapporto notano anche che l’alto numero di vittime a Gaza ha creato “la maggior crisi di orfani della storia contemporanea,” evidenziando che circa 40.000 minori hanno perso uno o entrambi i genitori e che il 41% delle famiglie ora si prende cura dei figli di altri.

Inoltre mettono in rapporto quelli che descrivono come atti genocidari di Israele a Gaza con l’incremento della violenza contro i palestinesi in Cisgiordania e persino all’interno di Israele, manifestando la profonda preoccupazione che il genocidio possa estendersi ad altre aree in cui vivono i palestinesi.

“Questo è il momento di salvare quelli che non sono ancora stati persi per sempre e usare ogni mezzo a disposizione in base al diritto internazionale per fermare il genocidio israeliano dei palestinesi,” conclude [il rapporto].

Un altro rapporto reso pubblico lunedì da Physicians for Human Rights –Israel presenta un’analisi giuridica degli aspetti dell’attacco israeliano contro Gaza relativi alla salute. Questo rapporto conclude che Israele sta commettendo il crimine di genocidio come definito dalla Convenzione per la Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio.

“Le prove dimostrano la deliberata e sistematica distruzione dei sistemi sanitari e vitali di Gaza attraverso attacchi mirati contro ospedali, intralcio al soccorso sanitario e alle evacuazioni e l’uccisione e detenzione di personale sanitario,” afferma il rapporto di PHRI.

Il rapporto aggiunge che le azioni di Israele “non sono connesse al conflitto ma parte di una politica deliberata che prende di mira i palestinesi come gruppo.”

PHRI identifica tre “azioni principali” che corrispondono ad altrettante azioni principali definite nella Convenzione sul Genocidio: “Uccidere membri di un gruppo, provocare loro gravi danni fisici e mentali e infliggere deliberatamente condizioni di vita concepite per determinare la distruzione parziale o totale del gruppo.”

“Nonostante sentenze legali internazionali, Israele non ha rispettato i suoi obblighi e la loro applicazione a livello internazionale rimane debole,” afferma il rapporto, aggiungendo che “PHRI sollecita le istituzioni internazionali e gli Stati a rispettare il loro obbligo di porre fine al genocidio in base all’Articolo 1 della Convenzione sul Genocidio.” Afferma che “l’organizzazione chiede anche alle comunità internazionali della salute e dei diritti umani di agire, in quanto la distruzione del sistema sanitario di Gaza non è solo una violazione delle leggi ma una catastrofe umanitaria che richiede un’urgente solidarietà e una risposta a livello mondiale.”

Finora numerose organizzazioni ed esperti di diritto hanno concluso che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Tra quanti sono giunti a questa conclusione ci sono Amnesty International, il Centro Europeo per i Diritti Umani, la Federazione Internazionale per i Diritti Umani e Medici Senza Frontiere. Anche Human Rights Watch ha affermato in un rapporto che Israele sta commettendo il crimine di sterminio che può rappresentare un genocidio.

Sono arrivati a queste conclusioni anche vari giuristi e studiosi di genocidio israeliani, compresi tra gli altri gli esperti in Olocausto e genocidio Daniel Blatman, Omar Bartov, Shmuel Lederman, Amos Goldberg e Raz Segal, il giurista Itamar Raz e gli storici Lee Mordechai e Adam Raz.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’ONU avverte che 14.000 bambini potrebbero morire se gli aiuti non dovessero entrare a Gaza in 48 ore

Redazione di MEMO

20 maggio 2025 – Middle East Monitor

Il responsabile del settore umanitario dell’ONU Tom Fletcher ha affermato oggi alla BBC che circa 14.000 bambini potrebbero morire a Gaza in 48 ore se gli aiuti non dovessero raggiungerli in tempo.

Sebbene Israele abbia detto che avrebbe permesso [l’ingresso] degli “aiuti di base” a Gaza, solo cinque camion sono entrati ieri nell’enclave, due dei quali trasportavano sudari per aiutare a seppellire i palestinesi uccisi dalle bombe israeliane. Altri erano [entrati] a Gaza, ma sono stati bloccati delle forze di occupazione e non hanno raggiunto i palestinesi. Questa è stata la prima consegna di aiuti dal 2 marzo, quando Israele ha completamente sigillato l’enclave.

Questa, ha spiegato Fletcher, è una “goccia nell’oceano” e totalmente inadeguata per la popolazione di oltre 2,3 milioni e per la quale non è stato permesso l’ingresso di alcun aiuto da 80 giorni.

Tonnellate di cibo sono bloccate al confine [di Gaza]” da Israele, ha affermato ieri Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Questo avviene solo qualche settimana dopo che l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha avvisato che centinaia di migliaia di palestinesi mangiano un solo pasto al giorno ogni due o tre giorni a causa del devastante blocco israeliano.

In una intervista alla TV Al-Ghad il portavoce dell’UNRWA Adnan Abu Hasna ha affermato che “più di 66.000 minori a Gaza stanno soffrendo una grave malnutrizione.”

Secondo l’ONU Gaza ha bisogno di almeno 500 camion di aiuti al giorno per soddisfare i bisogni di base della popolazione.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Umiliante e doloroso”: testimonianze dalle evacuazioni di massa nella Cisgiordania settentrionale  

Qassam Muaddi  

11 febbraio 2025 Mondoweiss

L’evacuazione forzosa di oltre 40.000 persone nella Cisgiordania settentrionale sta riproponendo scene viste a Gaza e alimenta il timore di una pulizia etnica. “La cosa più importante è restare a casa nostra”, dice a Mondoweiss una residente del campo profughi di al-Far’a

Israele ha esteso la sua offensiva nella Cisgiordania settentrionale dal campo profughi di Jenin ai campi profughi di Nur Shams a Tulkarem e di al-Far’a a Tubas. Denominato “Operazione Muro di Ferro”, secondo una dichiarazione dell’UNRWA di lunedì, l’attacco israeliano è in corso da tre settimane, ha ucciso almeno 25 palestinesi ferendone oltre 100 e costringendo 40.000 persone a lasciare le loro case. “Lo sfollamento forzato delle comunità palestinesi nella Cisgiordania settentrionale sta aumentando a un ritmo allarmante”, ha affermato l’UNRWA. “L’uso di attacchi aerei, bulldozer blindati, esplosioni controllate e armi avanzate da parte delle forze israeliane è diventato una cosa normale, una ricaduta della guerra a Gaza”.

La settimana scorsa le forze israeliane hanno fatto esplodere 20 edifici residenziali nel campo profughi di Jenin, una delle più grandi demolizioni in Cisgiordania degli ultimi anni. I residenti locali e le fonti dei media hanno paragonato l’effetto della distruzione alla strategia della “cintura di fuoco” impiegata a Gaza da Israele, che prevede il bombardamento concentrato e ripetuto di piccole aree che distrugge interi isolati residenziali. L’offensiva di Israele in Cisgiordania è in corso da metà gennaio, di fatto l’invasione militare più lunga e di più ampia portata dalla Seconda Intifada. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che l’offensiva si estenderà al resto della Cisgiordania con le invocazioni dei politici israeliani di estrema destra di trasferire la guerra da Gaza alla Cisgiordania prima di annetterla ufficialmente. Si prevede che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump farà presto un annuncio sulla possibilità che gli Stati Uniti sostengano una simile mossa.

“È stato umiliante e doloroso”

Come conseguenza i palestinesi della Cisgiordania hanno visto le loro vite paralizzate e sconvolte dalla repressione israeliana. Le chiusure e i blocchi stradali israeliani sono diventati una pratica quotidiana, rendendo gli spostamenti tra città e paesi carichi di incertezze per centinaia di migliaia di palestinesi. Questi fatti hanno trasformato la Cisgiordania in una zona di guerra, soprattutto nei campi profughi. “Prima di essere costretti a lasciare la nostra casa con mio marito e i miei figli abbiamo trascorso due giorni senza acqua, poiché le forze di occupazione hanno tagliato l’acqua all’intero campo”, ha detto a Mondoweiss Nehaya al-Jundi, residente del campo profughi di Nur Shams e direttrice del locale Centro di Riabilitazione per Disabili.

“I soldati dell’occupazione andavano di casa in casa e costringevano la gente ad andarsene, mentre io e la mia famiglia abbiamo aspettato due giorni che arrivasse il nostro turno”, ha continuato al-Jundi. “La mia vicina, Sundos Shalabi, incinta all’ottavo mese, ha deciso con suo marito di andarsene domenica per paura di dover partorire durante l’assedio del campo”. La straziante tragedia di Sundos Shalabi ha fatto notizia all’inizio di questa settimana. “Suo marito stava guidando sulla strada verso la città di Bal’a, appena fuori dal campo profughi, quando i soldati dell’occupazione hanno aperto il fuoco contro l’auto”, ha raccontato al-Jundi. “Lui è stato ferito e ha perso il controllo, quindi l’auto si è ribaltata e Sundos e il suo bambino non ancora nato sono rimasti entrambi uccisi. Suo marito è ancora in terapia intensiva nell’ospedale di Tulkarem”.

“Lunedì i soldati hanno demolito il muro esterno della mia casa, poi con gli altoparlanti hanno invitato tutti i residenti del quartiere ad andarsene”, ha continuato al-Jundi. “Ho preso un po’ di cose necessarie e qualche cambio di vestiti, poi abbiamo chiuso a chiave le porte di casa e ci siamo uniti agli altri residenti in strada, mentre i soldati dell’occupazione separavano gli uomini dalle donne”. “Ci hanno perquisito e interrogato, e ci hanno fatto andare dieci alla volta in una certa direzione”, ha ricordato. “Camminavamo per le strade piene di buche e distrutte in mezzo a pozze di acqua piovana. Alcuni inciampavano e cadevano, uomini e donne, bambini e anziani. Alcuni piangevano. È stato molto umiliante e doloroso”.

La cosa più importante è restare nella nostra casa”

Dopo aver bloccato per dieci giorni gli ingressi del campo profughi ad al-Far’a a Tubas l’esercito israeliano ha intensificato le sue operazioni. Martedì i residenti hanno riferito che le forze israeliane stavano iniziando a demolire negozi e case all’interno del campo.

Avevamo sperato che oggi l’occupazione si sarebbe ritirata dal campo, ma siamo rimasti senza parole nel vederli demolire e in alcuni casi far esplodere i negozi nelle strade interne, senza sosta dalla mattina”, ha detto martedì a Mondoweiss Lara Suboh, una residente di al-Far’a di circa venti anni.

Per dieci giorni non abbiamo avuto acqua, perché la prima cosa che hanno fatto le forze di occupazione è stata di far saltare le tubature dell’acqua e noi dipendiamo dalle cisterne di riserva idrica sui nostri tetti”, ha spiegato. “Alcune persone se ne sono andate subito perché hanno familiari malati o disabili, ma altre persone sono state costrette ad andarsene ieri. I soldati dell’occupazione hanno intimato loro di andarsene entro dieci minuti”.

“Nella nostra strada non l’hanno ancora fatto”, ha aggiunto. “Siamo in cinque in casa, con i miei due fratelli e entrambi i miei genitori. Stiamo sopravvivendo con il cibo che avevamo comprato prima che iniziasse l’assedio, sperando che l’offensiva finisse prima del nostro cibo e della nostra acqua. La cosa più importante per me è che restiamo nella nostra casa, anche se la distruggono e distruggono tutto il resto, possiamo ricostruirla più tardi. Ma non voglio che la mia famiglia e io veniamo sfollati”. In una dichiarazione di martedì il Comitato di Emergenza del campo profughi di al-Far’a ha detto che le forze israeliane hanno già sfollato 3.000 persone su una popolazione del campo di 9.000. A Tulkarem il Comitato di Emergenza del campo profughi di Nur Shams ha affermato che metà della popolazione del campo è stata sfollata e che le forze israeliane hanno distrutto completamente 200 case e “parzialmente” altre 120.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Cosa significa per milioni di palestinesi la messa al bando dell’UNRWA da parte di Israele: i numeri

Marium Ali e Mohamed A. Hussein

29 gennaio 2025 – Al Jazeera

Israele ordina all’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA), pilastro degli aiuti umanitari per i palestinesi, di cessare le operazioni entro giovedì.

Diversi paesi hanno dichiarato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di “deplorare profondamente” la decisione del parlamento israeliano di “abolire” le operazioni dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, che entrerà in vigore giovedì.

Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Norvegia, Slovenia e Spagna hanno condannato in una dichiarazione congiunta il ritiro di Israele dall’accordo del 1967 tra Israele e UNRWA, nonché ogni tentativo di ostacolare la capacità dell’agenzia di funzionare e adempiere al mandato assegnatole dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Philippe Lazzarini, commissario generale dell’UNRWA, ha dichiarato martedì al Consiglio di Sicurezza che il divieto “accrescerà l’instabilità ed esaspererà la disperazione nel territorio palestinese occupato in un momento critico”.

La Knesset approva le proposte di legge per fermare gli aiuti dell’UNRWA

Il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato a ottobre due disegni di legge che prendono di mira le operazioni dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel vicino oriente.

Il primo vieta all’UNRWA di condurre attività all’interno dei confini di Israele, mentre il secondo rende illegale per i funzionari israeliani avere qualsiasi contatto con l’UNRWA. La legge entrerà in vigore giovedì[30 gennaio ndt].

Juliette Touma, portavoce dell’UNRWA, ha espresso preoccupazione per le possibili conseguenze del divieto, dichiarando ad Al Jazeera: “Se il divieto entrerà in vigore e non saremo in grado di operare a Gaza, il cessate il fuoco, che include anche l’ingresso di forniture umanitarie per l’agenzia e per le persone bisognose, potrebbe crollare”.

La prima fase del cessate il fuoco, iniziata il 19 gennaio, prevede un aumento degli aiuti nell’enclave fino a 600 camion al giorno.

Il divieto di Israele renderebbe impossibile per l’agenzia ottenere permessi di ingresso per operare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza – entrambe sotto controllo israeliano – di fatto paralizzando la capacità dell’agenzia di adempiere al suo mandato.

Cos’è l’UNRWA e dove opera?

L’UNRWA è stata istituita dall’Assemblea Generale nel 1949 per fornire assistenza umanitaria a 750.000 rifugiati palestinesi sfollati dalle loro terre durante la creazione di Israele nel 1948, un evento noto ai palestinesi come la Nakba, o “catastrofe”.

L’organizzazione – che impiega 30.000 dipendenti, principalmente rifugiati palestinesi insieme a un piccolo numero di dipendenti internazionali – fornisce soccorso di emergenza, istruzione, assistenza sanitaria e servizi sociali ad almeno 5,9 milioni di palestinesi in Palestina e nei paesi vicini.

L’UNRWA gestisce 58 campi profughi, tra cui:

  • Cisgiordania: 19 campi che ospitano 912.879 rifugiati registrati;

  • Gaza: 8 campi che ospitano 1,6 milioni di persone;

  • Giordania: 10 campi con 2,39 milioni di persone;

  • Libano: 12 campi, in cui risiedono 489.292 persone;

  • Siria: 9 campi con 438.000 persone.

Il ruolo dell’UNRWA a Gaza e in Cisgiordania

Per generazioni, l’UNRWA è stata il principale fornitore di servizi sanitari ed educativi per milioni di palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata.

Secondo Lazzarini: “Il divieto paralizzerebbe l’intervento umanitario a Gaza e priverebbe milioni di rifugiati palestinesi dei servizi essenziali in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Eliminerebbe anche uno scomodo testimone delle innumerevoli atrocità e ingiustizie che i palestinesi hanno subito per decenni”.

In Palestina, l’UNRWA offre istruzione primaria e secondaria gratuita a più di 300.000 bambini, tra cui:

  • 294.086 bambini a Gaza, ovvero la metà di tutti gli studenti dell’enclave;

  • 46.022 bambini in Cisgiordania.

L’UNRWA offre anche assistenza sanitaria primaria gratuita, servizi di salute materna e infantile a:

  • 1,2 milioni di persone a Gaza – più della metà della popolazione;

  • 894.951 persone in Cisgiordania.

Inoltre, l’UNRWA fornisce cibo a:

  • 1,13 milioni di persone a Gaza, ovvero la metà della popolazione;

  • 23.903 persone in Cisgiordania.

L’UNRWA svolge anche un ruolo cruciale nel fornire opportunità di lavoro, programmi di microfinanza e sostegno per iniziative generatrici di reddito.

Colonna portante delle operazioni umanitarie” a Gaza

Tra le regioni sotto il mandato dell’UNRWA, la Striscia di Gaza, con una popolazione di 2,3 milioni di persone, ha la più alta dipendenza dai servizi dell’agenzia per la sopravvivenza.

Mentre altre organizzazioni delle Nazioni Unite come UNICEF, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari, il Programma Alimentare Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità forniscono tutte servizi essenziali per la vita, l’UNRWA è la “colonna portante delle operazioni umanitarie” a Gaza, ha dichiarato Touma ad Al Jazeera.

“Tutte le agenzie delle Nazioni Unite dipendono fortemente dall’UNRWA per le operazioni umanitarie, compreso l’ingresso di forniture e carburante. Siamo la più grande agenzia umanitaria a Gaza”, ha detto ad Al Jazeera.

A gennaio 2024 le autorità israeliane hanno accusato i dipendenti dell’UNRWA di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre 2023 guidati da Hamas nel sud di Israele. Ciò ha portato diversi paesi a tagliare i finanziamenti all’organizzazione.

Tuttavia, dopo un’indagine delle Nazioni Unite e il licenziamento di nove dipendenti, tutti i donatori tranne Stati Uniti e Svezia hanno ripreso i finanziamenti.

Da quando Israele ha iniziato il suo genocidio contro i palestinesi a Gaza, il suo esercito ha ucciso almeno 47.354 persone e ne ha ferite almeno 111.563. Coloro che sono sopravvissuti al conflitto hanno perso quasi tutto.

Durante i 15 mesi di guerra, l’UNRWA ha fornito:

  • assistenza alimentare: cibo distribuito a 1,9 milioni di persone che soffrono la fame estrema;

  • assistenza sanitaria: consultazioni sanitarie primarie a 1,6 milioni di individui;

  • supporto psicologico: sostegno psicologico e psicosociale a 730.000 persone;

  • acqua: accesso all’acqua pulita per 600.000 persone;

  • gestione dei rifiuti: raccolta di oltre 10.000 tonnellate di rifiuti solidi dai campi.

Secondo un rapporto dell’UNRWA, 272 membri del personale UNRWA sono stati uccisi in 665 attacchi israeliani e 205 strutture dell’UNRWA sono state danneggiate.

Cosa succederà una volta che il divieto entrerà in vigore?

Nonostante il divieto di Israele e l’ambiente di lavoro già ostile, Lazzarini ha ribadito l’impegno dell’UNRWA a “rimanere e fare il proprio dovere”.

La prima legge approvata dalla Knesset vieta qualsiasi presenza o attività dell’UNRWA all’interno di Israele, colpendo direttamente centinaia di migliaia di palestinesi a Gerusalemme Est occupata, che Israele ha annesso nel 1980 in violazione del diritto internazionale.

“Poi c’è una seconda legge, che impedisce qualsiasi contatto tra funzionari israeliani e funzionari dell’UNRWA. La legge non dice di fermare l’attività in Cisgiordania o a Gaza, ma impedisce qualsiasi contatto – però il fatto è che se non hai relazioni burocratiche o amministrative, il tuo ambiente operativo risulta ancora più difficile”, ha detto Lazzarini.

Il divieto limiterà anche il movimento del personale non palestinese dell’UNRWA, anche se i dipendenti palestinesi saranno ancora autorizzati a svolgere il loro lavoro.

“L’agenzia rimane determinata a fare tutto il possibile per adempiere al suo mandato e fornire servizi critici per alleviare le sofferenze dei rifugiati palestinesi”, ha sottolineato Lazzarini.

I principali donatori dell’UNRWA

Nel 2023, l’UNRWA ha ricevuto 1,46 miliardi di dollari in stanziamenti totali, con i maggiori contributi provenienti da Stati Uniti (422 milioni di dollari), Germania (212,9 milioni di dollari) e Unione Europea (120,2 milioni di dollari).

Esigenze di finanziamento per il 2025

L’UNRWA afferma di aver bisogno di 1,7 miliardi di dollari per affrontare le esigenze umanitarie più critiche di 1,9 milioni di persone a Gaza e 275.000 persone in Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Tale cifra comprende:

  • cibo (568,5 milioni di dollari): quasi la metà della popolazione di Gaza dipende dagli aiuti alimentari dell’UNRWA. Questo finanziamento sosterrà la distribuzione di cibo a 1,13 milioni di persone a Gaza e oltre 23.000 persone in Cisgiordania.

  • Acqua e servizi igienici (282,6 milioni di dollari): questi fondi andranno a garantire l’accesso all’acqua pulita e a servizi igienici adeguati, specialmente a Gaza, dove la guerra ha devastato le infrastrutture idriche.

  • Coordinamento e gestione (202,3 milioni di dollari): sono necessari fondi per mantenere il personale, la logistica e il coordinamento per fornire aiuti in modo efficace.

I finanziamenti sono essenziali per sostenere le operazioni salvavita dell’UNRWA. Senza di essi, potrebbero venire meno servizi critici come gli aiuti alimentari, l’assistenza sanitaria e l’accesso all’acqua, aggravando la crisi umanitaria.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Rapporto Human Right Watch – un picco del 300% di aborti spontanei: non ci sono gravidanze sicure a Gaza finché l’assalto israeliano continua

Redazione di MEMO

29 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Un rapporto accusatorio pubblicato ieri dalla ong Human Rights Watch (HRW) rivela il catastrofico impatto dell’offensiva militare israeliana sulle donne incinte e sui neonati a Gaza, documentando gravi carenze di cure mediche, allarmanti incrementi di aborti spontanei e condizioni devastanti per i parti.

Il rapporto di 50 pagine, intitolato “Cinque neonati in una incubatrice: violazioni dei diritti delle donne incinte durante l’assalto israeliano a Gaza”, evidenzia come l’assedio israeliano e gli attacchi alle strutture sanitarie abbiano creato delle condizioni potenzialmente letali per le donne durante la gravidanza e il parto.

Dall’inizio delle ostilità a Gaza le donne e le ragazze stanno affrontando la gravidanza in mancanza di assistenza sanitaria di base, misure igieniche, acqua e cibo” ha affermato Belkis Wille, il direttore associato per le crisi, i conflitti e le armi di Human Right Watch. “Esse e i loro neonati sono a rischio costante di una morte evitabile.”

Il rapporto dipinge un quadro fosco dell’assistenza sanitaria alla maternità al collasso. Solo 7 sui 18 ospedali parzialmente funzionanti possono adesso fornire cure ostetriche di emergenza, contro le 20 strutture presenti prima del 7 ottobre 2023. In alcuni casi i dottori sono obbligati a mettere fino a cinque neonati prematuri in una sola incubatrice a causa della grave carenza di apparecchiature mediche.

La situazione ha portato ad un drammatico aumento di complicanze durante la gravidanza. Secondo gli esperti di salute delle donne in gravidanza citati nel rapporto dal 7 ottobre 2023 il tasso degli aborti spontanei è cresciuto del 300%. Un sondaggio ONU fra le donne ha evidenziato che il 68% delle donne incinte ha sperimentato complicanze, con il 92% che ha riportato infezioni del tratto urinario e il 76% che ha sofferto di anemia.

Le terribili condizioni hanno obbligato gli ospedali a dimettere le donne poche ore dopo il parto. “Io ero esausta e non potevo camminare,” ha detto una madre ad HRW dopo essere stata dimessa solo quattro ore dopo il parto. “Tenevo in braccio il neonato e con mio marito e altri tre figli abbiamo dovuto cercare qualcuno che ci portasse [in macchina].”

Il rapporto evidenzia anche il devastante impatto della malnutrizione, con oltre 48.000 donne incinte che hanno sperimentato emergenze e una catastrofica mancanza di cibo sino a dicembre 2024. Il Fondo per la Popolazione dell’ONU (UNICEF) ha riportato che da dicembre inoltrato 8 bambini e neonati sono morti per ipotermia a causa della mancanza di un semplice riparo.

HRW ha osservato che a ottobre la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato due leggi entrate in vigore nel gennaio 2025 che minacciano di aggravare ulteriormente le condizioni di salute delle mamme e dei neonati. Queste nuove leggi vietano all’Agenzia ONU per il Soccorso e il Lavoro per i Rifugiati Palestinesi nel Medio Oriente [United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA)] di operare in Israele e a Gerusalemme Est occupata e vietano al governo dello Stato occupante di mantenere rapporti con l’UNRWA, cosa che renderebbe impossibile all’agenzia ONU di fornire aiuto nella Cisgiordania occupata o a Gaza o di ottenere permessi o visti per il proprio personale.

Israele ha inoltre ordinato all’UNRWA di lasciare tutte le sedi a Gerusalemme Est occupata e di interrompere le sue attività entro domani. L’UNRWA fornisce acqua, cibo, rifugio e altri servizi vitali a centinaia di migliaia di palestinesi a Gaza, incluse donne incinte, madri che allattano e neonati.

HRW ha chiesto agli alleati di Israele, inclusi gli USA, di effettuare azioni immediate per porre fine a queste violazioni. L’ONG ha sollecitato i governi a interrompere l’assistenza militare e a fare pressione su Israele per garantire che siano soddisfatti i bisogni delle donne incinte, dei neonati e di quanti hanno bisogno di cure mediche.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)