A Hebron i coloni israeliani attaccano palestinesi che raccolgono le olive

Ma’an News

31 ottobre 2018

Hebron (Ma’an) – Martedì un gruppo di coloni israeliani ha attaccato palestinesi che raccoglievano le olive nella zona di Tel Rumeida, nella città di Hebron, nel sud della Cisgiordania occupata, ed ha cercato di impedire loro di raccogliere le olive nelle loro terre nei pressi dell’illegale colonia israeliana di Ramat Yishai.

Le terre sono di proprietà della locale famiglia di Muhammad Abu Haikal; il proprietario della terra, insieme ad attivisti locali ed internazionali, è entrato nel terreno nonostante le procedure militari israeliane.

I raccoglitori di olive hanno continuato [il lavoro] nonostante attacchi da parte di coloni israeliani in quanto hanno insistito sul fatto di essere sui propri terreni e di non lasciarli senza protezione.

La scorsa settimana a Tel Rumeida il gruppo “Youth against Settlement” [“Giovani contro le Colonie”, attivisti palestinesi di Hebron, ndtr.] ha lanciato una campagna per la raccolta delle olive, con la partecipazione di organizzazioni internazionali che lavorano per la pace e la giustizia.

Il coordinatore della campagna, Izzat al-Karaki, ha detto: “Stiamo lavorando per appoggiare la tenacia delle famiglie palestinesi che subiscono gli attacchi dei coloni israeliani e dell’esercito nelle aree chiuse della città di Hebron.”

Al-Karaki ha sottolineato che decine di attivisti internazionali e locali hanno partecipato alla raccolta delle olive.

L’agronomo Murad Amr, coordinatore del gruppo “Youth against Settlement”, ha detto che la campagna continua nelle zone ad alta tensione di Tel Rumeida e nelle aree adiacenti alla colonia di Kiryat Arba, ad Hebron.

Amr ha aggiunto che il suo gruppo ha anche formato un comitato di sorveglianza notturna per evitare che il raccolto di olive venga rubato dai coloni israeliani.

La zona di Tel Rumeida è da lungo tempo un punto caldo di tensione tra i palestinesi e i coloni e l’esercito israeliani, in quanto si trova nei pressi di colonie israeliane illegali i cui abitanti sono notoriamente aggressivi verso i palestinesi.

Tel Rumeida è all’interno dell’area della città denominata H2, una zona che occupa la maggior parte della Città Vecchia di Hebron, sotto totale controllo militare israeliano e il luogo in cui si trovano cinque colonie israeliane che si espandono continuamente nei vicini quartieri palestinesi.

L’area H2, controllata dagli israeliani, è abitata da 30.000 palestinesi e circa 800 coloni israeliani che vivono sotto la protezione delle forze israeliane.

Tra i 500.000 ed i 600.000 israeliani vivono nelle colonie di soli ebrei a Gerusalemme est e nella Cisgiordania occupate in violazione delle leggi internazionali.

Il governo palestinese non ha giurisdizione sugli israeliani in Cisgiordania, e azioni poste in atto da coloni israeliani spesso avvengono in presenza delle forze militari israeliane che raramente intervengono per proteggere gli abitanti palestinesi.

La maggior parte dei furti commessi contro i palestinesi rimane impunita, e raramente gli israeliani pagano le conseguenze per tali furti.

Secondo il gruppo israeliano per i diritti umani Yesh Din, solo l’1,9% delle denunce presentate dai palestinesi contro attacchi o furti da parte di coloni israeliani porta ad una condanna, mentre il 95,6% delle indagini per danni agli ulivi viene chiuso per inadempienza della polizia israeliana.

Secondo gruppi palestinesi e dei diritti umani il principale obiettivo di Israele, sia delle sue politiche nell’Area C, in cui più del 60% del territorio palestinese è sotto totale controllo israeliano, che dell’illegale colonizzazione israeliana, è spopolare la terra dei suoi abitanti palestinesi e sostituirli con comunità ebraiche israeliane per manipolare la situazione demografica in tutta la Palestina storica.

B’Tselem afferma che lo spostamento di coloni israeliani che hanno occupato la terra palestinese e poi cacciato la locale popolazione palestinese è stato una “costante” della politica israeliana fin dalla conquista della Cisgiordania e di Gerusalemme nel 1967, sottolineando che tutte le “istituzioni legislative, legali, di pianificazione, di finanziamento e di difesa israeliane” hanno giocato un ruolo attivo nella spoliazione dei palestinesi della loro terra.

B’Tselem sostiene anche che, spacciandola per “occupazione militare temporanea”, Israele ha “utilizzato la terra come se fosse sua: rubandola, sfruttando a proprio favore le risorse naturali della zona e fondando colonie permanenti,” stimando che Israele nel corso degli anni ha espropriato i palestinesi di circa 200.000 ettari di terre nei territori palestinesi occupati.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele approva 20.000 unità abitative a Maale Adumim

Ma’an News

28 ottobre 2018,Ma’an News

Gerusalemme (Ma’an) – Il governo israeliano ha approvato la costruzione di più di 20.000 nuove unità abitative nelle colonie israeliane illegali di Maale Adumim, a est di Gerusalemme. Mezzi di comunicazione in lingua ebraica hanno informato che l’approvazione delle nuove abitazioni è arrivata dopo un lungo periodo di timore e di scontri politici.

Alcune fonti hanno menzionato l’esistenza di un accordo di sviluppo complessivo tra il ministero della Costruzione e dell’Abitazione e il Comune di Maale Adumim per la costruzione nei prossimi anni di unità abitative nelle colonie illegali.

Alcune notizie affermano che, con la firma dell’accordo, sarà possibile iniziare i lavori di costruzione di 470 unità abitative, mentre le rimanenti abitazioni, che rappresentano 20.000 alloggi, sono soggette all’approvazione dei partiti politici.

Il ministro israeliano delle Costruzioni e delle Abitazioni, Yoav Galant [del partito di centro Kulanu, ndtr.], ha affermato: “Ci rallegriamo per la firma dell’accordo complessivo che porterà allo sviluppo e al consistente aumento della popolazione di Maale Adumim.”

Galant ha aggiunto che, oltre alle nuove unità abitative, nelle colonie illegali verranno costruiti edifici pubblici ed istituzioni, compresi sinagoghe ebraiche, scuole e asili.

Dobbiamo continuare a rafforzare il controllo sulla zona di Gerusalemme, da Maale Adumim a est fino a Givat Zeev a ovest, da Atarut, nel nord , alla zona di Betlemme e alla tomba di Rachele verso Efrat e Gush Etzion, che sono di importanza storica, strategica e nazionale,” ha sottolineato.

Maale Adumim è la terza più grande colonia per abitanti, e include una larga estensione territoriale all’interno del distretto di Gerusalemme nella Cisgiordania occupata. Molti israeliani la considerano una città della periferia di Gerusalemme, nonostante si trovi su territorio palestinese occupato, in violazione delle leggi internazionali.

Secondo “Peace Now”, che monitora le colonie, nell’anno e mezzo da quando si è insediato il presidente Trump sono state approvate circa 14.454 unità abitative in Cisgiordania, più di tre volte il totale approvato nell’anno e mezzo precedente il suo insediamento (4.476 unità).

Dall’occupazione nel 1967 della Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, da 500.000 a 600.000 israeliani si sono spostati nelle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati, in violazione delle leggi internazionali.

Le circa 196 colonie riconosciute dal governo israeliano sparse nei territori palestinesi sono tutte considerate illegali dal diritto internazionale.

(traduzione di Amedeo Rossi)




‘Una scelta crudele’: perché Israele prende di mira le scuole palestinesi

Ramzy Baroud

23 ottobre 2018,Ma’an News

Il 15 ottobre diversi studenti palestinesi, insieme a insegnanti e dirigenti, sono stati feriti nell’attacco dell’esercito israeliano ad una scuola a sud di Nablus in Cisgiordania. Gli studenti della scuola mista al-Sawiya al-Lubban stavano sfidando un ordine militare israeliano di chiudere la loro scuola, sulla base dell’accusa onnipresente che la scuola fosse un “sito di terrorismo e rivolta popolare.”

Terrorismo popolare” è un’espressione in codice dell’esercito israeliano che sta per proteste. Ovviamente gli studenti hanno tutto il diritto di protestare, non solo contro l’occupazione militare israeliana, ma anche contro l’aggressiva colonizzazione degli insediamenti di Alje e Ma’ale Levona. Questi due insediamenti ebrei illegali hanno illecitamente confiscato migliaia di dunum [unità di misura terriera in Medio Oriente: 10 dumun corrispondono a 1 ettaro, ndtr.] di terra appartenente ai villaggi di al-Sawiya e al-Lubban.

I cittadini israeliani” che l’esercito di occupazione intende proteggere attraverso la chiusura della scuola sono, di fatto, proprio i coloni ebrei armati che hanno terrorizzato per anni questa regione della Cisgiordania.

Secondo uno studio del 2016 commissionato dalle Nazioni Unite, ogni giorno almeno 2.500 studenti palestinesi di 35 comunità della Cisgiordania devono attraversare i checkpoint militari israeliani per raggiungere le loro scuole. Circa la metà di questi studenti ha subito aggressioni e violenze da parte dell’esercito solo per aver cercato di arrivare a lezione o di tornare a casa.

Però questa è solo metà della storia, perché i violenti coloni ebrei sono sempre alla ricerca di bambini palestinesi. Anche questi coloni, che “creano anche loro checkpoint”, compiono regolarmente atti di violenza, “tirando pietre” contro i bambini (palestinesi) oppure “maltrattandoli fisicamente”.

ONU, “i gruppi di protezione dell’UNICEF hanno riferito che i propri volontari hanno subito attacchi fisici, aggressioni, arresti e detenzione e minacce di morte”.

In altri termini, addirittura i “protettori” stessi cadono spesso vittime delle tattiche terroristiche dell’esercito e dei coloni ebrei.

Aggiungete a questo il fatto che l’area C – la maggior parte della Cisgiordania, sotto pieno controllo militare israeliano – rappresenta l’apice della sofferenza palestinese. Qualcosa come 50.000 bambini affrontano moltissimi ostacoli, compresa la mancanza di servizi, aggressioni, violenza, chiusura e ingiustificati ordini di demolizione.

La scuola di al-Sawiya al-Lubban, situata in area C, è quindi alla totale mercé dell’esercito israeliano, che non tollera alcuna forma di resistenza, comprese le proteste non violente degli alunni della scuola.

Ciò che è davvero confortante però è che, nonostante l’occupazione militare israeliana e le continue restrizioni alla libertà dei palestinesi, la popolazione palestinese resta una delle più istruite in Medio Oriente.

Secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), il tasso di alfabetizzazione in Palestina (stimato del 96,3%) è uno dei più alti in Medio Oriente ed il tasso di analfabetismo (3,7% tra le persone sopra i 15 anni), è uno dei più bassi al mondo.

Se queste statistiche non sono abbastanza incoraggianti, tenendo conto della costante guerra di Israele contro la scuola e i programmi scolastici, considerate questo: la Striscia di Gaza, assediata e devastata dalla guerra, ha un tasso di alfabetizzazione persino più alto della Cisgiordania, in quanto [queste zone] registrano rispettivamente il 96,6% e il 96%.

In realtà questo non dovrebbe stupire del tutto. I rifugiati palestinesi della prima ondata che subì la pulizia etnica dalla Palestina storica erano talmente desiderosi di assicurare che i loro figli fossero in condizioni di proseguire la loro educazione che già nel 1948 crearono delle tende adibite a scuola, gestite da insegnanti volontari.

I palestinesi sanno bene che l’educazione è l’arma più forte per ottenere la libertà a lungo negata. Anche Israele è consapevole di questa dicotomia, sapendo che una popolazione palestinese competente è in grado di sfidare il dominio israeliano molto più di una con scarsi mezzi culturali, di qui il fatto che Israele prenda di mira incessantemente e sistematicamente il sistema educativo palestinese.

La strategia israeliana nel distruggere l’infrastruttura del sistema scolastico palestinese si incentra sull’accusa di “terrorismo”: cioè, i palestinesi insegnano “terrorismo” nelle scuole; i libri scolastici palestinesi celebrano i “terroristi”; le scuole sono covi del “terrorismo popolare”, e varie altre accuse, che, nella logica israeliana, costringono l’esercito a chiudere scuole, distruggere servizi, arrestare gli studenti e sparargli.

Prendiamo ad esempio i recenti commenti fatti dal sindaco israeliano di Gerusalemme, Nir Barkat, che ora sta conducendo una campagna governativa con lo scopo di chiudere le attività dell’organizzazione dell’ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi, l’UNRWA.

È tempo di rimuovere l’UNRWA da Gerusalemme”, ha annunciato Barkat all’inizio di ottobre.

Senza alcuna prova, Barkat ha denunciato che “l’UNRWA sta rafforzando il terrorismo” e che “ai bambini di Gerusalemme viene insegnato, sotto la sua egida, il terrorismo, e ciò deve essere fermato.”

Ovviamente Barkat è disonesto. L’attacco all’UNRWA a Gerusalemme fa parte di una più vasta campagna israelo-americana finalizzata a chiudere un’organizzazione che si è dimostrata fondamentale per lo status e il benessere dei rifugiati palestinesi.

Secondo questo pensiero distorto, senza l’UNRWA I rifugiati palestinesi non avrebbero un riconoscimento giuridico, quindi chiudere l’UNRWA significa chiudere una volta per tutte il capitolo dei rifugiati palestinesi e del loro diritto al ritorno.

La chiusura della scuola al-Sawiya al-Lubban, l’attacco all’UNRWA da parte di Israele e Stati Uniti, i tanti checkpoint che separano gli studenti dalle loro scuole in Cisgiordania ed altro ancora, sono molto più in rapporto tra loro della falsa accusa israeliana di “terrorismo”.

La scrittrice israeliana Orly Noy ha sintetizzato la logica israeliana in una frase: “Distruggendo le scuole nei villaggi palestinesi dell’area C e altrove, Israele costringe i palestinesi a fare una scelta crudele – tra la loro terra e il futuro dei propri figli”, ha scritto all’inizio di quest’anno.

E’ questa logica brutale che ha guidato la strategia del governo israeliano riguardo all’educazione dei palestinesi per 70 anni. È una guerra di cui non si può discutere o che non può essere compresa al di fuori della più complessiva guerra all’identità e alla libertà dei palestinesi e, di fatto, alla stessa esistenza del popolo palestinese.

La lotta degli studenti per il proprio diritto all’educazione alla scuola mista al-Sawiya al-Lubban non è assolutamente una scaramuccia isolata che riguarda alunni palestinesi e soldati israeliani dal grilletto facile. È invece al centro della lotta del popolo palestinese per la sua libertà.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è “The last earth: a palestinian story” [L’ultima terra: una storia palestinese].

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Le chiese di Gerusalemme denunciano la condotta di Israele contro i sacerdoti copti

Ma’an News

25 ottobre 2018

GERUSALEMME (Ma’an) – Le chiese di Gerusalemme hanno denunciato la condotta violenta delle forze di polizia israeliane contro i sacerdoti copti chiedendo di addossare la responsabilità dell’aggressione agli agenti di polizia coinvolti.

Mercoledì scorso le forze israeliane e la polizia hanno aggredito diversi sacerdoti copti di fronte alla Chiesa del Santo Sepolcro, nella città vecchia della Gerusalemme Est occupata, e ne hanno arrestato uno con la forza durante una protesta pacifica organizzata dalla Chiesa copta ortodossa contro le interferenze israeliane nei lavori di ristrutturazione all’interno del sacro sito.

È da notare che la Chiesa copta ortodossa è l’unica parte in causa autorizzata e responsabile del rinnovamento della sua chiesa, e ha affermato che le autorità israeliane non hanno alcun diritto di interferire nei lavori.

In un comunicato stampa congiunto, le chiese hanno dichiarato di “Aver preso contatto con molti organismi locali, regionali e internazionali sul caso della cattiva condotta dei poliziotti israeliani nei confronti dei monaci copti che stavano manifestando vicino alla chiesa del Santo Sepolcro nella città vecchia a Gerusalemme.”

Il comunicato stampa ha sottolineato anche che “Le foto e i video pubblicati sono chiarissimi nel mostrare la violenza usata da alcuni agenti di polizia contro parecchi monaci, cosa che condanniamo e denunciamo con fermezza, in particolare perché i monaci manifestavano pacificamente e non stavano aggredendo nessuno”.

“Deploriamo specialmente il modo in cui è stato arrestato il monaco Makarios di Gerusalemme”.

Il Patriarcato copto ortodosso ha presentato una denuncia ufficiale al Dipartimento Investigativo della Polizia del Ministero della Giustizia israeliano e prevede di organizzare un’altra protesta nei prossimi giorni contro la condotta della polizia.

“Condannando le azioni degli agenti di polizia nei confronti dei monaci copti, chiediamo alle autorità israeliane di ritenere colpevoli i suddetti ufficiali di polizia e di rispettare il diritto fondamentale del popolo alla libertà di espressione e di manifestazione”.

Anche l’Egitto ha condannato l’attacco delle forze di polizia israeliane contro i sacerdoti copti davanti alla chiesa del Santo Sepolcro, nella città vecchia di Gerusalemme Est, invitando Israele a rispettare i luoghi santi della città; il Ministero degli Esteri egiziano seguirà gli sviluppi in merito all’aggressione.

(traduzione di Luciana Galliano)




Dopo 122 giorni di minacce di demolizione, Israele blocca Khan al-Ahmar

19 ottobre 2018, Ma’an News

Gerusalemme (Ma’an) – Venerdì le forze israeliane hanno attaccato manifestanti nel villaggio beduino di Khan al-Ahmar, a est di Gerusalemme nella parte centrale della Cisgiordania occupata.

I soldati israeliani hanno sparato lacrimogeni e spruzzato liquido urticante contro dimostranti e attivisti palestinesi e internazionali mentre cercavano di protestare sulla strada principale che porta al villaggio, impedendogli di farlo.

Il ministro [dell’ANP, ndtr.] Walid Assaf, capo del Comitato Nazionale contro il Muro e le Colonie, è stato tra quanti sono rimasti intossicati dall’inalazione di gas lacrimogeni.

Le forze israeliane hanno arrestato una delle guardie del corpo di Assaf.

Un gran numero di forze israeliane ha circondato Khan al-Ahmar ed ha bloccato ermeticamente la via d’ingresso principale, dichiarandola zona militare chiusa.

Alcune fonti hanno aggiunto che le forze israeliane sono state schierate attorno al villaggio e lungo una serie di strade che lo raggiungono, impedendo agli abitanti ed agli attivisti di entrare ed uscire dalla zona.

Il blocco è stato realizzato per cercare di impedire a centinaia di manifestanti e giornalisti di raggiungere Khan al-Ahmar per dimostrare solidarietà agli abitanti del villaggio dopo 122 giorni di minacce di demolizione.

La distruzione lascerebbe senza casa più di 35 famiglie palestinesi, come parte di un piano israeliano di espansione della vicina colonia illegale israeliana di Kfar Adumim.

Amnesty International (AI), insieme a Jewish Voice for Peace [gruppo di ebrei statunitensi contrari all’occupazione dei territori palestinesi, ndtr.], ha lanciato una campagna sulle reti sociali, in cui si afferma che “le politiche israeliane di insediare civili israeliani nei Territori Palestinesi Occupati, distruggendo arbitrariamente proprietà e deportando palestinesi che vivono sotto occupazione, violano la Quarta Convenzione di Ginevra e rappresentano un crimine di guerra che figura nello statuto della Corte Penale Internazionale.”

Aggiunge che dal 1967 Israele ha espulso con la forza e spostato intere comunità ed ha demolito più di 50.000 case e costruzioni palestinesi.

AI afferma che “dopo circa un decennio di tentativi di combattere l’ingiustizia di queste demolizioni, gli abitanti di Khan al-Ahmar ora affrontano il giorno devastante in cui vedranno le loro case da generazioni distrutte sotto i propri occhi.”

AI sottolinea che “il trasferimento forzato di Khan al-Ahmar rappresenta un crimine di guerra,” notando che “Israele deve porre termine alla sua politica di distruzione delle case e dei mezzi di sostentamento dei palestinesi per fare posto alle colonie.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Amnesty International: ‘La demolizione di Khan al-Ahmar è un crimine di guerra’

3 ottobre 2018, Ma’an News

BETLEMME (Ma’an) – Martedì Amnesty International ha dichiarato che la demolizione del villaggio beduino di Khan al-Ahmar, ad est di Gerusalemme occupata, ed il trasferimento dei suoi abitanti da parte delle forze israeliane come parte di un piano illegale israeliano di espansione delle colonie è un “crimine di guerra”. Saleh Higazi, vicedirettore di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nordafrica, ha denunciato la programmata demolizione israeliana di Khan al-Ahmar ed ha sottolineato che “questa azione non solo è spietata e discriminatoria, ma è illegale.”

La demolizione del villaggio porterebbe al trasferimento di 181 abitanti, il 53% dei quali sono minori e il 95% rifugiati registrati presso l’UNRWA, Agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi. A settembre l’Alta Corte israeliana ha respinto un appello contro la demolizione del villaggio ed ha sentenziato a favore della sua evacuazione e demolizione, concedendo ai residenti un periodo fino al 1 ottobre perché se ne vadano.

L’Alta Corte israeliana ha deciso la demolizione sulla base della mancanza dei permessi di costruzione israeliani, quasi impossibili da ottenere, cosa che le Nazioni Unite hanno detto essere la conseguenza del regime urbanistico e di pianificazione discriminatorio praticato nell’area C – l’oltre 60% della Cisgiordania occupata sotto completo controllo israeliano.

Gli accordi di Oslo del 1995 tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e le autorità israeliane hanno diviso la Cisgiordania in tre settori: le aree A, B e C. L’area A, comprensiva delle popolose città palestinesi e che rappresenta il 18% della Cisgiordania, sarebbe stata sotto il controllo dell’appena costituita Autorità Nazionale Palestinese (ANP), mentre l’area B sarebbe rimasta sotto il controllo dell’esercito israeliano, e all’ANP sarebbe spettato quello per l’amministrazione civile.

Invece l’area C, la maggior parte della Cisgiordania, è stata posta sotto il completo controllo militare israeliano e include la maggioranza delle risorse naturali e degli spazi liberi sul territorio palestinese. In base agli accordi di Oslo, era previsto che la terra sotto controllo israeliano sarebbe stata gradualmente trasferita all’ANP entro un periodo di 5 anni.

Tuttavia, circa due decenni dopo, la terra continua ad essere sotto il controllo israeliano.

L’area C, insieme a Gerusalemme est – considerata la capitale di un futuro Stato palestinese come parte di una soluzione a due Stati – è stata terreno della rapida espansione degli insediamenti, mentre il muro israeliano di separazione ha ulteriormente diviso le comunità palestinesi ed ha posto restrizioni ai palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza anche rispetto alla possibilità di andare a visitare quella che doveva essere la loro capitale.

Lunedì Amnesty International, insieme a Jewish Voice for Peace (Voci Ebraiche per la Pace, organizzazione ebraica statunitense contraria all’occupazione, ndtr.), ha lanciato una campagna sui social media nei confronti del Coordinamento delle Attività Governative nei Territori [occupati], un’unità del ministero della Difesa israeliano che è responsabile di attuare la politica del governo nell’area C.

La campagna afferma che “le politiche di Israele di insediamento di civili israeliani nei Territori Palestinesi Occupati, di arbitrarie distruzioni delle proprietà e di trasferimenti forzati di palestinesi che vivono sotto occupazione, costituiscono violazioni della Quarta Convenzione di Ginevra e sono crimini di guerra previsti dallo Statuto della Corte Penale Internazionale.”

Aggiunge che dal 1967 Israele ha espulso e trasferito con la forza intere comunità e demolito più di 50.000 case e strutture palestinesi.

Amnesty International ha dichiarato: “Dopo circa un decennio di tentativi di combattere l’ingiustizia di questa demolizione, i residenti di Khan al-Ahmar vedono ora avvicinarsi il giorno terribile in cui vedranno le loro case, possedute da generazioni, crollare davanti ai loro occhi.”

Ha sottolineato che “il trasferimento forzato di Khan al-Ahmar si configura come un crimine di guerra”, specificando che “Israele deve porre termine alla sua politica di distruzione delle case e delle esistenze palestinesi per fare spazio alle colonie.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

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Rapporto della Banca Mondiale: “Economia di Gaza in caduta libera”

25 settembre 2018, Ma’an News

BETLEMME (Ma’an) –Secondo un rapporto pubblicato martedì dalla Banca Mondiale, l’economia nella Striscia di Gaza assediata è in “caduta libera”; il rapporto sollecita un’azione urgente da parte di Israele e della comunità internazionale per evitare “un tracollo immediato”.

Il rapporto è stato pubblicato prima di una riunione ad alto livello del ‘Ad Hoc Liaison Committee [Commissione Ad Hoc di Collegamento] (AHLC)’ della Banca Mondiale, responsabile del coordinamento dell’assistenza allo sviluppo per i palestinesi, del 27 settembre.

Il rapporto segnala che il tasso di disoccupazione tra i giovani di Gaza è del 70%. Inoltre sottolinea le gravi difficoltà che l’economia palestinese deve affrontare ed identifica le future necessità.

Marina Wes, Direttrice Regionale della Banca Mondiale per la Cisgiordania e Gaza, ha detto che “una combinazione di guerra, isolamento e divisioni interne ha ridotto Gaza in una paralisi economica ed ha esacerbato le sofferenze della gente. Una situazione in cui la popolazione lotta per sbarcare il lunario, patisce una sempre peggiore povertà, una crescente disoccupazione e il deterioramento di servizi pubblici come la sanità, l’acqua e la rete fognaria, necessita di soluzioni urgenti, concrete e sostenibili.”

L’economia di Gaza è in caduta libera, registra una decrescita del 6% nel primo trimestre del 2018, con segnali di ulteriore deterioramento da allora in poi.”

Pur se il problema fondamentale resta l’assedio durato quasi 12 anni, un insieme di fattori ha recentemente influito sulla situazione a Gaza, che includono la decisione dell’Autorità Nazionale palestinese (ANP) di ridurre i pagamenti mensili verso Gaza di 30 milioni di dollari, la riduzione di 50-60 milioni di dollari annui del programma di aiuti ed i tagli ai programmi dell’UNRWA [Agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr] da parte degli Stati Uniti.

La stessa ANP accusa un calo delle donazioni finanziarie e ha un deficit annuale di 1,24 miliardi di dollari.

Anche se la situazione attuale in Cisgiordania non è così terribile, la passata crescita dovuta ai consumi è instabile e si prevede un cospicuo rallentamento dell’economia nel prossimo futuro.

Wes ha aggiunto che “la situazione economica e sociale di Gaza è andata deteriorandosi per oltre un decennio, ma lo ha fatto in termini esponenziali nei mesi scorsi, raggiungendo un livello critico. La crescente frustrazione porta a crescenti tensioni che hanno già iniziato a sfociare in disordini e ad ostacolare lo sviluppo umano della numerosa popolazione giovanile della regione.”

Il rapporto insiste sulla necessità di un approccio equilibrato alla situazione di Gaza, che unisca un’immediata risposta alla crisi ad iniziative per costruire le condizioni per uno sviluppo sostenibile.

Tra le risposte immediate vi è il garantire la continuazione della fornitura dei servizi essenziali, come energia, acqua, educazione e salute. Servizi essenziali di questo genere sono cruciali per la vita degli abitanti e per il funzionamento dell’economia.

Un’ altra urgente necessità è “accrescere il potere d’acquisto delle famiglie, per rendere possibile un ritorno alle attività economiche di base e dare impulso a quelle tradizionali di sussistenza, estendendo la zona di pesca al di là delle molto ridotte tre miglia fino ad una distanza di 20 miglia come concordato negli anni ’90.”

La Banca Mondiale ritiene che, oltre ad una risposta alla crisi, “Israele potrebbe dare sostegno a condizioni favorevoli alla crescita economica eliminando le restrizioni al commercio e consentendo la mobilità di merci e persone, senza la quale la situazione economica a Gaza non migliorerà mai.”

Il rapporto della Banca Mondiale aggiunge che l’ANP dovrebbe dare inizio a politiche e progetti necessari allo sviluppo economico sostenibile, compreso il sostegno al commercio di servizi digitali, che potrebbero nel frattempo svolgere un ruolo trainante.

Wes ha sottolineato che “il capitale umano palestinese, con la sua popolazione giovane e relativamente ben istruita, potrebbe rappresentare un immenso potenziale. Una rinnovata attenzione verso la creazione di lavoro darà notevoli risultati in termini di sviluppo economico. È ora tempo per tutte le parti di unirsi e creare un contesto che generi opportunità per questi giovani.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

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Secondo una delegazione di Europarlamentari, la demolizione di Khan al-Ahmar è un crimine di guerra.

Ma’an News

21 Settembre 2018, Ma’an News

Betlemme – Giovedì scorso otto membri dell’Unione Europea hanno espresso la loro opposizione al piano israeliano di demolizione del villaggio beduino di Khan al-Ahmar, a Gerusalemme Est, e hanno incoraggiato Israele a riconsiderare la sua decisione.

Gli otto europarlamentari che si oppongono alla decisione di Israele sono i delegati di Belgio, Francia, Paesi Bassi, Polonia, Svezia, Regno Unito, Germania e Italia.

L’ambasciatore olandese, Karel Van Oosterom, al termine del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha letto una dichiarazione che condanna la decisione dell’Alta Corte israeliana di demolire Khan al-Ahmar.

Continueremo a promuovere la negoziazione della soluzione a due Stati, con Gerusalemme capitale” di entrambi gli Stati israeliano e palestinese, si legge nella dichiarazione, che fa riferimento al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte dell’amministrazione Trump.

All’inizio di questa settimana, una delegazione di europarlamentari per le relazioni con la Palestina ha visitato Khan al-Ahmar, mettendo in guardia con preoccupazione che la sua demolizione potrebbe essere considerata un crimine di guerra.

L’Unione Europea e il resto della comunità internazionale hanno fortemente condannato la demolizione in quanto parte del piano di espansione degli insediamenti, e perché dividerebbe la Cisgiordania occupata, impedendo la possibile futura fondazione di uno stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale.

Neoklis Sylikiotis, a capo della delegazione, ha affermato che l’Europarlamento continuerà a opporsi alla demolizione di Khan al-Ahmar e di altri villaggi beduini nella stessa area, tutti minacciati di trasferimento forzato dai loro territori. “Il trasferimento forzato di popolazioni in stato di occupazione è una seria violazione della Quarta Convenzione di Ginevra ed è considerato un crimine di guerra”.

Sylikiotis ha aggiunto che “la delegazione sostiene la lotta palestinese per la libertà, la giustizia e l’autodeterminazione, opponendosi contemporaneamente all’occupazione e all’apartheid israeliani”, sottolineando come l’UE si opponga all’occupazione dei territori palestinesi e sostenga la soluzione a due stati.

Da luglio Khan al-Ahmar è sotto minaccia di demolizione da parte delle forze israeliane; la demolizione comporterebbe il trasferimento forzato di più di 35 famiglie palestinesi, come parte del piano israeliano di espansione del vicino insediamento illegale di Kfar Adummim.

Nonostante il diritto internazionale proibisca la demolizione del villaggio e la confisca delle proprietà private, le forze israeliane continuano nel loro piano di espansione con trasferimenti forzati e violando i diritti umani fondamentali della popolazione.

Israele ha costantemente tentato di sradicare le comunità beduine dall’area di Gerusalemme Est per permettere l’espansione degli insediamenti nella zona, che trasforme in futuro tutta la parte orientale della Cisgiordania in zona di insediamenti.

(Traduzione di Veronica Garbarini)




Ashrawi condanna “l’uccisione di 6 palestinesi in 24 ore da parte di Israele”

19 settembre 2018, Ma’an News

Ramallah (Ma’an) – Mercoledì l’esponente del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) Hanan Ashrawi ha duramente condannato “l’uccisione di 6 palestinesi nelle ultime 24 ore da parte di Israele nell’assediata Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupata, ” accusando le forze israeliane di aver preso di mira deliberatamente i palestinesi.

In un comunicato Ashrawi ha affermato: “La deliberata uccisione di sei palestinesi da parte delle forze israeliane nelle ultime ventiquattr’ore è un’ulteriore escalation nella brutalità e inumanità dell’occupazione israeliana.”

Muhammad Zaghlul Rimawi, 24 anni, del villaggio di Beit Rima nella Cisgiordania occupata, è stato brutalmente aggredito e ripetutamente colpito nella sua casa, provocandone la morte qualche ora dopo.

Muhammad Youssef Elayyan, 26 anni, del campo di rifugiati di Qalandiya, è stato colpito ed ucciso dalle forze israeliane perché avrebbe tentato di perpetrare un attacco all’arma bianca a Gerusalemme est occupata.

Ahmad Mahmoud Muhsen Omar, 20 anni, e Muhammad Ahmad Abu Naji, 34 anni, sono stati colpiti ed uccisi dalle forze israeliane nella parte settentrionale della Striscia di Gaza assediata mentre partecipavano ad una protesta pacifica per chiedere la fine dell’assedio israeliano di Gaza durato quasi 12 anni.

Naji Jamil Abu Assi, 18 anni, e Alaa Ziad Abu Assi, 21 anni, sono stati presi di mira e uccisi da un attacco aereo israeliano nel sud di Gaza lunedì notte per essersi avvicinati alla barriera di sicurezza sul confine [con Israele].

Ashrawi ha evidenziato che “incoraggiato dal totale sostegno dell’amministrazione USA, Israele ha intensificato il proprio comportamento criminale e la politica di esecuzioni sommarie prendendo di mira vittime palestinesi innocenti con crudeltà e impunità deliberate.”

“La comunità internazionale è invitata a porre fine al disprezzo israeliano per le vite dei palestinesi e ad abbandonare il doppio standard quando si tratta di perdita di vite umane, indipendentemente dalla nazionalità o dalla religione.” Ashrawi ha chiesto alla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aiya “di prendere iniziative immediate ed aprire un’inchiesta penale ufficiale su tali diffusi e palesi crimini di guerra e contro l’umanità commessi in tutta la Palestina occupata.”

Ha continuato chiedendo alle Alte Parti contraenti della Quarta Convenzione di Ginevra e all’ONU “di aprire un’indagine sulle gravissime violazioni, le illegalità e le azioni provocatorie da parte di Israele e chiamarlo a risponderne con misure punitive e sanzioni.”

“Gli assassinii sono ulteriori prove che i palestinesi hanno urgentemente bisogno di protezione dalla campagna criminale di Israele e da un’occupazione militare durata decenni,” ha aggiunto Ashrawi, che ha concluso: “La vera soluzione rimane la fine dell’occupazione e consentire al popolo palestinese di esercitare il suo diritto all’autodeterminazione in uno Stato libero e sovrano sulla sua terra con Gerusalemme come capitale.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Vittoria BDS al festival israeliano Meteor

Vince il BDS: 15 artisti annullano la loro esibizione al festival israeliano “Meteor”

Ma’an News

7 settembre 2018

 

Betlemme (Ma’an) – Un’ondata di cancellazioni ha fatto seguito all’annuncio da parte di Lana del Rey dell’annullamento della sua esibizione al festival musicale “Meteor”, nel nord di Israele questo fine settimana.

Secondo la “Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel” [Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele] (PACBI), in seguito all’impegno del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) e alle critiche internazionali, più di 15 musicisti hanno annullato la propria esibizione al festival “Meteor” in Israele.

La prima rinuncia, che doveva essere il principale avvenimento del festival, è stata quella della cantautrice americana Lana Del Rey, che ha twittato: “Per me è importante esibirmi sia in Palestina che in Israele e trattare tutti i miei fan allo stesso modo.”

Il musicista americano Henry Laufer, noto anche come Shlohmo, ha annunciato la cancellazione del suo concerto solo poche ore dopo Del Rey.

Shlohmo ha postato sul suo twitter: “Mi spiace per il breve preavviso, ma non suonerò in Israele la prossima settimana. Per me è più importante appoggiare gli oppressi con la mia assenza, soprattutto dopo le recenti atrocità del governo [israeliano] contro i diritti umani.”

Un gruppo pop americano indipendente di Montreal ha annullato l’esibizione con un post sulla propria pagina Facebook: “Abbiamo deciso di annullare la nostra presenza al festival “Meteor”. Dopo aver escluso ogni diverso modo possibile per giustificare il fatto di suonare in un festival israeliano, mentre i dirigenti politici e militari del Paese continuano a mettere in atto le loro politiche assassine e brutali contro il popolo palestinese, siamo arrivati alla conclusione che non ci sia altra iniziativa concreta che non sia annullare lo spettacolo.”

L’annullamento più recente è stato annunciato dalla cantante e attrice inglese Little Simz, che ha scritto: “I rapporti tra palestinesi ed israeliani sono molto più complicati di quanto sapessi. Non comparirò al festival ‘Meteor’.”

Tra gli altri nomi famosi, che non parteciperanno al programma del festival ci sono il DJ britannico Shanti Celeste, il famoso DJ e produttore britannico Leon Vynehall, così come il DJ svedese Seinfeld e il DJ australiano Mall Grab. Anche la cantante turca Selda, DJ Volvox, DJ Python, Black Motion e gruppi come Khalas e Zenobia hanno rinunciato all’evento.

Il BDS e i suoi sostenitori, compreso Roger Waters [leader dei Pink Floyd, ndtr.], avevano chiesto a molti degli artisti, compresa Lana Del Rey, di annullare la loro esibizione al festival come gesto di solidarietà con il popolo palestinese.

Durante un’intervista a “The Real News Network” [sito di notizie nordamericano, ndtr.] Roger Waters ha parlato della vicenda, sottolineando che “se rimani neutrale dove avvengono ingiustizie, stai dalla parte dell’oppressore.”

Waters ha aggiunto che “rimanere neutrale è stare dalla parte dell’occupazione e dello Stato dell’apartheid. È così e basta. La cosa giusta da fare è annullare [il concerto].”

Nonostante tutte queste cancellazioni ci saranno più di 130 esibizioni al festival “Meteor”. Esibirsi in Israele rimane ancora una questione molto politicizzata, con molte critiche riguardo al fatto che le azioni militari di Israele contro i palestinesi sono più che sufficienti per giustificare il boicottaggio culturale.

 

(traduzione di Amedeo Rossi)