Amnesty International: ‘La demolizione di Khan al-Ahmar è un crimine di guerra’

3 ottobre 2018, Ma’an News

BETLEMME (Ma’an) – Martedì Amnesty International ha dichiarato che la demolizione del villaggio beduino di Khan al-Ahmar, ad est di Gerusalemme occupata, ed il trasferimento dei suoi abitanti da parte delle forze israeliane come parte di un piano illegale israeliano di espansione delle colonie è un “crimine di guerra”. Saleh Higazi, vicedirettore di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nordafrica, ha denunciato la programmata demolizione israeliana di Khan al-Ahmar ed ha sottolineato che “questa azione non solo è spietata e discriminatoria, ma è illegale.”

La demolizione del villaggio porterebbe al trasferimento di 181 abitanti, il 53% dei quali sono minori e il 95% rifugiati registrati presso l’UNRWA, Agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi. A settembre l’Alta Corte israeliana ha respinto un appello contro la demolizione del villaggio ed ha sentenziato a favore della sua evacuazione e demolizione, concedendo ai residenti un periodo fino al 1 ottobre perché se ne vadano.

L’Alta Corte israeliana ha deciso la demolizione sulla base della mancanza dei permessi di costruzione israeliani, quasi impossibili da ottenere, cosa che le Nazioni Unite hanno detto essere la conseguenza del regime urbanistico e di pianificazione discriminatorio praticato nell’area C – l’oltre 60% della Cisgiordania occupata sotto completo controllo israeliano.

Gli accordi di Oslo del 1995 tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e le autorità israeliane hanno diviso la Cisgiordania in tre settori: le aree A, B e C. L’area A, comprensiva delle popolose città palestinesi e che rappresenta il 18% della Cisgiordania, sarebbe stata sotto il controllo dell’appena costituita Autorità Nazionale Palestinese (ANP), mentre l’area B sarebbe rimasta sotto il controllo dell’esercito israeliano, e all’ANP sarebbe spettato quello per l’amministrazione civile.

Invece l’area C, la maggior parte della Cisgiordania, è stata posta sotto il completo controllo militare israeliano e include la maggioranza delle risorse naturali e degli spazi liberi sul territorio palestinese. In base agli accordi di Oslo, era previsto che la terra sotto controllo israeliano sarebbe stata gradualmente trasferita all’ANP entro un periodo di 5 anni.

Tuttavia, circa due decenni dopo, la terra continua ad essere sotto il controllo israeliano.

L’area C, insieme a Gerusalemme est – considerata la capitale di un futuro Stato palestinese come parte di una soluzione a due Stati – è stata terreno della rapida espansione degli insediamenti, mentre il muro israeliano di separazione ha ulteriormente diviso le comunità palestinesi ed ha posto restrizioni ai palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza anche rispetto alla possibilità di andare a visitare quella che doveva essere la loro capitale.

Lunedì Amnesty International, insieme a Jewish Voice for Peace (Voci Ebraiche per la Pace, organizzazione ebraica statunitense contraria all’occupazione, ndtr.), ha lanciato una campagna sui social media nei confronti del Coordinamento delle Attività Governative nei Territori [occupati], un’unità del ministero della Difesa israeliano che è responsabile di attuare la politica del governo nell’area C.

La campagna afferma che “le politiche di Israele di insediamento di civili israeliani nei Territori Palestinesi Occupati, di arbitrarie distruzioni delle proprietà e di trasferimenti forzati di palestinesi che vivono sotto occupazione, costituiscono violazioni della Quarta Convenzione di Ginevra e sono crimini di guerra previsti dallo Statuto della Corte Penale Internazionale.”

Aggiunge che dal 1967 Israele ha espulso e trasferito con la forza intere comunità e demolito più di 50.000 case e strutture palestinesi.

Amnesty International ha dichiarato: “Dopo circa un decennio di tentativi di combattere l’ingiustizia di questa demolizione, i residenti di Khan al-Ahmar vedono ora avvicinarsi il giorno terribile in cui vedranno le loro case, possedute da generazioni, crollare davanti ai loro occhi.”

Ha sottolineato che “il trasferimento forzato di Khan al-Ahmar si configura come un crimine di guerra”, specificando che “Israele deve porre termine alla sua politica di distruzione delle case e delle esistenze palestinesi per fare spazio alle colonie.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

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Rapporto della Banca Mondiale: “Economia di Gaza in caduta libera”

25 settembre 2018, Ma’an News

BETLEMME (Ma’an) –Secondo un rapporto pubblicato martedì dalla Banca Mondiale, l’economia nella Striscia di Gaza assediata è in “caduta libera”; il rapporto sollecita un’azione urgente da parte di Israele e della comunità internazionale per evitare “un tracollo immediato”.

Il rapporto è stato pubblicato prima di una riunione ad alto livello del ‘Ad Hoc Liaison Committee [Commissione Ad Hoc di Collegamento] (AHLC)’ della Banca Mondiale, responsabile del coordinamento dell’assistenza allo sviluppo per i palestinesi, del 27 settembre.

Il rapporto segnala che il tasso di disoccupazione tra i giovani di Gaza è del 70%. Inoltre sottolinea le gravi difficoltà che l’economia palestinese deve affrontare ed identifica le future necessità.

Marina Wes, Direttrice Regionale della Banca Mondiale per la Cisgiordania e Gaza, ha detto che “una combinazione di guerra, isolamento e divisioni interne ha ridotto Gaza in una paralisi economica ed ha esacerbato le sofferenze della gente. Una situazione in cui la popolazione lotta per sbarcare il lunario, patisce una sempre peggiore povertà, una crescente disoccupazione e il deterioramento di servizi pubblici come la sanità, l’acqua e la rete fognaria, necessita di soluzioni urgenti, concrete e sostenibili.”

L’economia di Gaza è in caduta libera, registra una decrescita del 6% nel primo trimestre del 2018, con segnali di ulteriore deterioramento da allora in poi.”

Pur se il problema fondamentale resta l’assedio durato quasi 12 anni, un insieme di fattori ha recentemente influito sulla situazione a Gaza, che includono la decisione dell’Autorità Nazionale palestinese (ANP) di ridurre i pagamenti mensili verso Gaza di 30 milioni di dollari, la riduzione di 50-60 milioni di dollari annui del programma di aiuti ed i tagli ai programmi dell’UNRWA [Agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr] da parte degli Stati Uniti.

La stessa ANP accusa un calo delle donazioni finanziarie e ha un deficit annuale di 1,24 miliardi di dollari.

Anche se la situazione attuale in Cisgiordania non è così terribile, la passata crescita dovuta ai consumi è instabile e si prevede un cospicuo rallentamento dell’economia nel prossimo futuro.

Wes ha aggiunto che “la situazione economica e sociale di Gaza è andata deteriorandosi per oltre un decennio, ma lo ha fatto in termini esponenziali nei mesi scorsi, raggiungendo un livello critico. La crescente frustrazione porta a crescenti tensioni che hanno già iniziato a sfociare in disordini e ad ostacolare lo sviluppo umano della numerosa popolazione giovanile della regione.”

Il rapporto insiste sulla necessità di un approccio equilibrato alla situazione di Gaza, che unisca un’immediata risposta alla crisi ad iniziative per costruire le condizioni per uno sviluppo sostenibile.

Tra le risposte immediate vi è il garantire la continuazione della fornitura dei servizi essenziali, come energia, acqua, educazione e salute. Servizi essenziali di questo genere sono cruciali per la vita degli abitanti e per il funzionamento dell’economia.

Un’ altra urgente necessità è “accrescere il potere d’acquisto delle famiglie, per rendere possibile un ritorno alle attività economiche di base e dare impulso a quelle tradizionali di sussistenza, estendendo la zona di pesca al di là delle molto ridotte tre miglia fino ad una distanza di 20 miglia come concordato negli anni ’90.”

La Banca Mondiale ritiene che, oltre ad una risposta alla crisi, “Israele potrebbe dare sostegno a condizioni favorevoli alla crescita economica eliminando le restrizioni al commercio e consentendo la mobilità di merci e persone, senza la quale la situazione economica a Gaza non migliorerà mai.”

Il rapporto della Banca Mondiale aggiunge che l’ANP dovrebbe dare inizio a politiche e progetti necessari allo sviluppo economico sostenibile, compreso il sostegno al commercio di servizi digitali, che potrebbero nel frattempo svolgere un ruolo trainante.

Wes ha sottolineato che “il capitale umano palestinese, con la sua popolazione giovane e relativamente ben istruita, potrebbe rappresentare un immenso potenziale. Una rinnovata attenzione verso la creazione di lavoro darà notevoli risultati in termini di sviluppo economico. È ora tempo per tutte le parti di unirsi e creare un contesto che generi opportunità per questi giovani.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

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Secondo una delegazione di Europarlamentari, la demolizione di Khan al-Ahmar è un crimine di guerra.

Ma’an News

21 Settembre 2018, Ma’an News

Betlemme – Giovedì scorso otto membri dell’Unione Europea hanno espresso la loro opposizione al piano israeliano di demolizione del villaggio beduino di Khan al-Ahmar, a Gerusalemme Est, e hanno incoraggiato Israele a riconsiderare la sua decisione.

Gli otto europarlamentari che si oppongono alla decisione di Israele sono i delegati di Belgio, Francia, Paesi Bassi, Polonia, Svezia, Regno Unito, Germania e Italia.

L’ambasciatore olandese, Karel Van Oosterom, al termine del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha letto una dichiarazione che condanna la decisione dell’Alta Corte israeliana di demolire Khan al-Ahmar.

Continueremo a promuovere la negoziazione della soluzione a due Stati, con Gerusalemme capitale” di entrambi gli Stati israeliano e palestinese, si legge nella dichiarazione, che fa riferimento al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte dell’amministrazione Trump.

All’inizio di questa settimana, una delegazione di europarlamentari per le relazioni con la Palestina ha visitato Khan al-Ahmar, mettendo in guardia con preoccupazione che la sua demolizione potrebbe essere considerata un crimine di guerra.

L’Unione Europea e il resto della comunità internazionale hanno fortemente condannato la demolizione in quanto parte del piano di espansione degli insediamenti, e perché dividerebbe la Cisgiordania occupata, impedendo la possibile futura fondazione di uno stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale.

Neoklis Sylikiotis, a capo della delegazione, ha affermato che l’Europarlamento continuerà a opporsi alla demolizione di Khan al-Ahmar e di altri villaggi beduini nella stessa area, tutti minacciati di trasferimento forzato dai loro territori. “Il trasferimento forzato di popolazioni in stato di occupazione è una seria violazione della Quarta Convenzione di Ginevra ed è considerato un crimine di guerra”.

Sylikiotis ha aggiunto che “la delegazione sostiene la lotta palestinese per la libertà, la giustizia e l’autodeterminazione, opponendosi contemporaneamente all’occupazione e all’apartheid israeliani”, sottolineando come l’UE si opponga all’occupazione dei territori palestinesi e sostenga la soluzione a due stati.

Da luglio Khan al-Ahmar è sotto minaccia di demolizione da parte delle forze israeliane; la demolizione comporterebbe il trasferimento forzato di più di 35 famiglie palestinesi, come parte del piano israeliano di espansione del vicino insediamento illegale di Kfar Adummim.

Nonostante il diritto internazionale proibisca la demolizione del villaggio e la confisca delle proprietà private, le forze israeliane continuano nel loro piano di espansione con trasferimenti forzati e violando i diritti umani fondamentali della popolazione.

Israele ha costantemente tentato di sradicare le comunità beduine dall’area di Gerusalemme Est per permettere l’espansione degli insediamenti nella zona, che trasforme in futuro tutta la parte orientale della Cisgiordania in zona di insediamenti.

(Traduzione di Veronica Garbarini)




Ashrawi condanna “l’uccisione di 6 palestinesi in 24 ore da parte di Israele”

19 settembre 2018, Ma’an News

Ramallah (Ma’an) – Mercoledì l’esponente del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) Hanan Ashrawi ha duramente condannato “l’uccisione di 6 palestinesi nelle ultime 24 ore da parte di Israele nell’assediata Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupata, ” accusando le forze israeliane di aver preso di mira deliberatamente i palestinesi.

In un comunicato Ashrawi ha affermato: “La deliberata uccisione di sei palestinesi da parte delle forze israeliane nelle ultime ventiquattr’ore è un’ulteriore escalation nella brutalità e inumanità dell’occupazione israeliana.”

Muhammad Zaghlul Rimawi, 24 anni, del villaggio di Beit Rima nella Cisgiordania occupata, è stato brutalmente aggredito e ripetutamente colpito nella sua casa, provocandone la morte qualche ora dopo.

Muhammad Youssef Elayyan, 26 anni, del campo di rifugiati di Qalandiya, è stato colpito ed ucciso dalle forze israeliane perché avrebbe tentato di perpetrare un attacco all’arma bianca a Gerusalemme est occupata.

Ahmad Mahmoud Muhsen Omar, 20 anni, e Muhammad Ahmad Abu Naji, 34 anni, sono stati colpiti ed uccisi dalle forze israeliane nella parte settentrionale della Striscia di Gaza assediata mentre partecipavano ad una protesta pacifica per chiedere la fine dell’assedio israeliano di Gaza durato quasi 12 anni.

Naji Jamil Abu Assi, 18 anni, e Alaa Ziad Abu Assi, 21 anni, sono stati presi di mira e uccisi da un attacco aereo israeliano nel sud di Gaza lunedì notte per essersi avvicinati alla barriera di sicurezza sul confine [con Israele].

Ashrawi ha evidenziato che “incoraggiato dal totale sostegno dell’amministrazione USA, Israele ha intensificato il proprio comportamento criminale e la politica di esecuzioni sommarie prendendo di mira vittime palestinesi innocenti con crudeltà e impunità deliberate.”

“La comunità internazionale è invitata a porre fine al disprezzo israeliano per le vite dei palestinesi e ad abbandonare il doppio standard quando si tratta di perdita di vite umane, indipendentemente dalla nazionalità o dalla religione.” Ashrawi ha chiesto alla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aiya “di prendere iniziative immediate ed aprire un’inchiesta penale ufficiale su tali diffusi e palesi crimini di guerra e contro l’umanità commessi in tutta la Palestina occupata.”

Ha continuato chiedendo alle Alte Parti contraenti della Quarta Convenzione di Ginevra e all’ONU “di aprire un’indagine sulle gravissime violazioni, le illegalità e le azioni provocatorie da parte di Israele e chiamarlo a risponderne con misure punitive e sanzioni.”

“Gli assassinii sono ulteriori prove che i palestinesi hanno urgentemente bisogno di protezione dalla campagna criminale di Israele e da un’occupazione militare durata decenni,” ha aggiunto Ashrawi, che ha concluso: “La vera soluzione rimane la fine dell’occupazione e consentire al popolo palestinese di esercitare il suo diritto all’autodeterminazione in uno Stato libero e sovrano sulla sua terra con Gerusalemme come capitale.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Vittoria BDS al festival israeliano Meteor

Vince il BDS: 15 artisti annullano la loro esibizione al festival israeliano “Meteor”

Ma’an News

7 settembre 2018

 

Betlemme (Ma’an) – Un’ondata di cancellazioni ha fatto seguito all’annuncio da parte di Lana del Rey dell’annullamento della sua esibizione al festival musicale “Meteor”, nel nord di Israele questo fine settimana.

Secondo la “Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel” [Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele] (PACBI), in seguito all’impegno del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) e alle critiche internazionali, più di 15 musicisti hanno annullato la propria esibizione al festival “Meteor” in Israele.

La prima rinuncia, che doveva essere il principale avvenimento del festival, è stata quella della cantautrice americana Lana Del Rey, che ha twittato: “Per me è importante esibirmi sia in Palestina che in Israele e trattare tutti i miei fan allo stesso modo.”

Il musicista americano Henry Laufer, noto anche come Shlohmo, ha annunciato la cancellazione del suo concerto solo poche ore dopo Del Rey.

Shlohmo ha postato sul suo twitter: “Mi spiace per il breve preavviso, ma non suonerò in Israele la prossima settimana. Per me è più importante appoggiare gli oppressi con la mia assenza, soprattutto dopo le recenti atrocità del governo [israeliano] contro i diritti umani.”

Un gruppo pop americano indipendente di Montreal ha annullato l’esibizione con un post sulla propria pagina Facebook: “Abbiamo deciso di annullare la nostra presenza al festival “Meteor”. Dopo aver escluso ogni diverso modo possibile per giustificare il fatto di suonare in un festival israeliano, mentre i dirigenti politici e militari del Paese continuano a mettere in atto le loro politiche assassine e brutali contro il popolo palestinese, siamo arrivati alla conclusione che non ci sia altra iniziativa concreta che non sia annullare lo spettacolo.”

L’annullamento più recente è stato annunciato dalla cantante e attrice inglese Little Simz, che ha scritto: “I rapporti tra palestinesi ed israeliani sono molto più complicati di quanto sapessi. Non comparirò al festival ‘Meteor’.”

Tra gli altri nomi famosi, che non parteciperanno al programma del festival ci sono il DJ britannico Shanti Celeste, il famoso DJ e produttore britannico Leon Vynehall, così come il DJ svedese Seinfeld e il DJ australiano Mall Grab. Anche la cantante turca Selda, DJ Volvox, DJ Python, Black Motion e gruppi come Khalas e Zenobia hanno rinunciato all’evento.

Il BDS e i suoi sostenitori, compreso Roger Waters [leader dei Pink Floyd, ndtr.], avevano chiesto a molti degli artisti, compresa Lana Del Rey, di annullare la loro esibizione al festival come gesto di solidarietà con il popolo palestinese.

Durante un’intervista a “The Real News Network” [sito di notizie nordamericano, ndtr.] Roger Waters ha parlato della vicenda, sottolineando che “se rimani neutrale dove avvengono ingiustizie, stai dalla parte dell’oppressore.”

Waters ha aggiunto che “rimanere neutrale è stare dalla parte dell’occupazione e dello Stato dell’apartheid. È così e basta. La cosa giusta da fare è annullare [il concerto].”

Nonostante tutte queste cancellazioni ci saranno più di 130 esibizioni al festival “Meteor”. Esibirsi in Israele rimane ancora una questione molto politicizzata, con molte critiche riguardo al fatto che le azioni militari di Israele contro i palestinesi sono più che sufficienti per giustificare il boicottaggio culturale.

 

(traduzione di Amedeo Rossi)




Abbas: “L’amministrazione statunitense ci ha proposto una confederazione con la Giordania”

Ma’an News

3 Settembre 2018 , Ma’an news

RAMALLAH (Ma’an) – Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha accettato il piano di pace offerto domenica dall’amministrazione degli Stati Uniti, a condizione che anche Israele faccia parte della confederazione con la Giordania.

In una dichiarazione fatta domenica durante l’incontro con il movimento pacifista Peace Now e alcuni membri della Knesset israeliana, Abbas ha detto che l’amministrazione statunitense di Trump avrebbe proposto un piano di pace basato su una confederazione con la Giordania.

Tuttavia, Abbas ha risposto all’amministrazione degli Stati Uniti che avrebbe accettato la proposta solo a condizione che anche Israele faccia parte della confederazione.

All’incontro partecipavano la presidente di Peace Now, Shaked Morag, il parlamentare Mossi Raz del partito Meretz e Ksenia Svetlova per il partito Unione Sionista.

Abbas ha comunicato ai partecipanti che l’inviato per la pace degli Stati Uniti, Jason Greenblatt, e il maggior consulente di Trump, Jared Kushner, gli hanno chiesto se creda in una federazione con la Giordania.

Ha aggiunto di aver accettato la proposta: “Voglio una confederazione triangolare con Giordania e Israele. Mi chiedo se Israele accetterebbe la proposta”.

Ha sottolineato che in seguito alla decisione degli Stati Uniti di porre fine a tutti i finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi della Palestina (UNRWA), gli USA “stanno chiudendo il processo di pace: gli Stati Uniti vogliono distruggere completamente l’UNRWA”, ricordando che il 70% dei residenti di Gaza sono rifugiati.

“La maggior parte di loro vive grazie all’assistenza dell’UNRWA. Ma poi il presidente Trump dice “cancella l’UNRWA e concedi aiuti umanitari a Gaza”. Come è possibile da una parte abolire l’UNRWA e dall’altra che I palestinesi ricevano aiuti umanitari”, ha chiesto.

E ha continuato: “Ho incontrato Trump quattro volte, Trump ha detto di sostenere la soluzione dei due stati e di essere a favore di uno stato smilitarizzato con le forze della NATO a mantenere la sicurezza nella zona”.

Ha confermato il suo appoggio alla sicurezza di Israele e la ricerca di una soluzione al problema dei rifugiati palestinesi.

Abbas ha riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu rifiuterebbe di incontrarlo faccia a faccia: “Il mio problema è con Netanyahu, non con il Likud. Netanyahu è contro la proposta di Trump”.

Morag ha concluso l’incontro assicurando ad Abbas che “Il movimento pacifista israeliano è esteso e durante le prossime elezioni generali Peace Now chiederà ai leader un impegno per far avanzare la soluzione dei due Stati”.

(Traduzione di Luciana Galliano)




In migliaia scandiscono “No alla legge dello stato-nazione, sì all’uguaglianza”

Ma’an news 12 agosto 2018

TEL AVIV (Ma’an) – Sabato, durante una manifestazione in cui decine di migliaia di arabi ed ebrei hanno marciato a Tel Aviv per protestare contro la controversa legge sulla nazionalità, si sono viste sventolare in alto bandiere palestinesi.

Circa 30.000 manifestanti si sono riuniti in piazza Rabin a Tel Aviv e hanno marciato verso il Museo d’Arte, dove si è svolto il raduno principale. Durante tutta la manifestazione, arabi ed ebrei hanno protestato insieme contro la legge sulla nazionalità e hanno chiesto che venga annullata con lo slogan “No alla legge dello stato-nazione, sì all’uguaglianza”.

Nonostante la decisione degli organizzatori della protesta di vietare lo sventolio di bandiere, durante l’evento si sono visti diversi manifestanti sventolare bandiere israeliane e palestinesi.

In risposta alle bandiere palestinesi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha pubblicato sul suo account Twitter un video della manifestazione con alcuni dimostranti che sventolavano la bandiera palestinese cantando “Con lo spirito, con il sangue ti redimeremo, Palestina” e ha commentato: “Non c’è prova migliore della necessità della legge sulla nazionalità.”

Il messaggio degli organizzatori della protesta rispetto alla manifestazione recitava: “La nostra dichiarazione è chiara: tutti i cittadini, tutti, sono uguali”.

Tra coloro che hanno parlato alla manifestazione c’erano l’ex deputato del Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] Muhammad Barakeh, il presidente dell’Alta Commissione di Monitoraggio degli Affari Arabi, Mazen Ganaim, sindaco di Sakhnin e presidente del Consiglio Nazionale dei Leader delle Comunità Arabe, la prof.ssa Eva Illouz [famosa sociologa israeliana, ndtr.] e molti altri.

L’ex deputato Muhammad Barakeh ha espresso il proprio sostegno a coloro che hanno sventolato la bandiera palestinese e ha detto: “È la bandiera che la legge sulla nazionalità cerca di cancellare dalla storia, ma è la bandiera di una nazione fiera”.

Barakeh ha sottolineato: “Ebrei e arabi stanno scendendo in piazza a migliaia, per abrogare questa legge abominevole e cancellare la macchia lasciata dal governo Netanyahu. Israele e il sionismo hanno due opzioni tra cui scegliere: genocidio o apartheid. Siamo qui insieme – arabi ed ebrei – per dire che non lo permetteremo”.

Barakeh ha fermamente concluso: “Primo Ministro Netanyahu, non ce ne andremo via, te ne andrai tu”.

Il sindaco di Taybeh, Shuaa Mansour Masaru, ha parlato alla manifestazione definendo la legge sulla nazionalità come “molto pericolosa” e ha detto: “Ci siamo riuniti qui per protestare contro questa legge razzista che afferma che in questo paese ci sono due tipi di esseri umani “.

Masaru ha messo in guardia che, in base alla legge, le istituzioni governative israeliane potrebbero far cessare completamente l’uso della lingua araba.

E ha spiegato: “È possibile che venga presa la decisione di impedire del tutto l’uso della lingua araba in tutte le istituzioni pubbliche. Un’altra cosa che potrebbe accadere in seguito alla legge è che, nel giorno dell’Indipendenza, sarà impedito ai membri delle minoranze di sventolare qualsiasi altra bandiera che non sia quella israeliana. Questa legge è razzista e non in linea con il diritto internazionale “.

L’ex deputato Issam Makhoul ha sottolineato l’importanza della manifestazione: “Questa è una manifestazione importantissima, che esige un’alternativa all’attuale modo di pensare di Israele, pericoloso per entrambe le nazioni, che cerca di delegittimare la parte araba [della popolazione]. Facciamo parte del contesto di questo paese “.

Anche il deputato Michal Rozin, membro di Meretz, partito politico di sinistra [sionista, ndtr.], socialdemocratico e verde, ha criticato il governo Netanyahu.

Rozin ha sottolineato: “Noi non ci stiamo a questa politica di divide et impera del governo Netanyahu: chiunque ritenga che il governo che oggi discrimina una comunità non ne discrimini un’altra domani, si sbaglia: non si può opporsi alla legge sulla nazionalità e difendere l’uguaglianza per tutti “. 

Le organizzazioni e i partiti politici che hanno partecipato alla protesta comprendevano l’Associazione Israeliana degli Ebrei Etiopi, Peace Now, il Centro di Azione Religiosa di Israele, Standing Together, Sikkuy, la Coalizione contro il Razzismo in Israele, il Centro Mossawa, i giovani del partito laburista, Hadash, Meretz, Ta’al, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele, Zazim – Azione Comune, il Forum del Negev di Coesistenza per l’Uguaglianza Civile, Kulan, il Movimento di Lotta Socialista, il Nuovo Fondo Israeliano e Shatil.

(trad. di Luciana Galliano)

 




La legge sullo Stato-Nazione ebraico: perché Israele non è mai stato una democrazia

Ramzy Baroud

23 luglio 2018, Ma’an News

Il capo della coalizione “Lista Araba Unitaria” [tra partiti arabo-israeliani, ndtr.] alla Knesset (parlamento) israeliana, Aymen Odeh, ha descritto l’approvazione della razzista “Legge sullo Stato-Nazione ebraico” come “la morte della nostra democrazia.”

Veramente Odeh crede che, prima di questa legge, lui abbia vissuto in una vera democrazia? Settant’anni di supremazia degli ebrei israeliani, genocidio, pulizia etnica, guerre, assedi, incarcerazioni di massa, numerose leggi discriminatorie, tutte cose volte alla vera e propria distruzione del popolo palestinese avrebbero dovuto fornire prove sufficienti, per cominciare, che Israele non è mai stato una democrazia.

La legge per lo Stato-Nazione ebraico non è altro che la ciliegina sulla torta. Ciò fornisce semplicemente gli argomenti di cui avevano bisogno per illustrare meglio il punto a quanti sostengono da sempre che il tentativo di Israele di tenere insieme la democrazia con la superiorità etnica era razzismo travestito da democrazia.

Ora non ci sono più scuse per sfuggire all’obbligo morale. Quelli che insistono nell’appoggiare Israele devono sapere che stanno sostenendo un vero e proprio regime di apartheid.

La nuova legge, approvata dopo qualche polemica il 19 gennaio, ha separato Israele da qualunque pretesa, per quanto falsa, di essere uno Stato democratico.

Di fatto nel suo testo la legge non menziona neanche una volta la parola “democrazia”. Invece sono numerosi e predominanti i riferimenti all’identità ebraica dello Stato, con la chiara esclusione del popolo palestinese dai propri diritti nella sua patria storica:

– “Lo Stato di Israele è lo Stato-Nazione del popolo ebraico…

– “La realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unicamente del popolo ebraico.”

– “Lo Stato si impegnerà a garantire la sicurezza dei figli del popolo ebraico…”

– “Lo Stato agirà per preservare l’eredità culturale, storica e religiosa del popolo ebraico nella diaspora ebraica,” e via di seguito.

Ma più pericoloso di tutti è l’articolo secondo cui “lo Stato vede l’insediamento ebraico come un valore nazionale e si impegnerà a incoraggiare e promuovere la sua realizzazione e il suo sviluppo.”

È vero, le colonie ebraiche illegali già punteggiano la terra palestinese in Cisgiordania e a Gerusalemme, e all’interno stesso di Israele già esiste una segregazione di fatto. Infatti la segregazione in Israele è così profonda e radicata che negli ospedali israeliani persino i reparti maternità tengono separate le madri in base alla razza.

Tuttavia la formulazione di cui sopra accelererà ulteriormente la segregazione e consoliderà l’apartheid, rendendo il danno non solo intellettuale e politico, ma anche fisico.

Il “Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele Adalah” nella sua “Banca dati delle Leggi discriminatorie” ha documentato un elenco di oltre 65 leggi israeliane che “discriminano direttamente o indirettamente i cittadini palestinesi di Israele e/o palestinesi residenti nei Territori Palestinesi Occupati, (TPO) sulla base dell’appartenenza nazionale.”

Secondo “Adalah”, “queste leggi limitano i diritti dei palestinesi in ogni ambito della vita, dai diritti di cittadinanza al diritto di partecipazione politica, ai diritti sulla terra e abitativi, ai diritti all’istruzione, culturali e nell’uso della lingua, ai diritti religiosi e ai diritti ad un equo processo durante la detenzione.

Mentre sarebbe corretto sostenere che la legge sullo Stato-Nazione rappresenta l’ufficializzazione dell’apartheid in Israele, questa constatazione non deve ignorare la precedente situazione su cui Israele è stato fondato 70 anni fa.

L’apartheid non consiste in una singola legge, ma in un lento, doloroso accumulo di un intricato regime giuridico che è motivato dalla convinzione che un gruppo razziale sia superiore a tutti gli altri.

Non solo la nuova legge eleva l’identità ebraica di Israele ed elimina ogni impegno nei confronti della democrazia, degrada anche lo status di tutti gli altri. Gli arabo-palestinesi, i nativi della terra della Palestina storica su cui Israele è stato fondato, non figurano affatto in modo significativo nella nuova legge. C’è un solo articolo relativo alla lingua araba, ma semplicemente per ridurlo da lingua ufficiale a lingua “specifica”.

La decisione israeliana di astenersi dal redigere una costituzione scritta quando è stato fondato nel 1948 non era casuale. Da allora ha seguito un modello prevedibile in cui ha modificato la situazione sul terreno a favore degli ebrei a spese degli arabo-palestinesi.

Invece di una costituzione, Israele ha fatto ricorso a quelle che ha definito “Leggi Fondamentali”, che hanno consentito la costante formulazione di nuove leggi guidate dall’impegno dello ‘Stato ebraico’ per la supremazia razziale piuttosto che per la democrazia, le leggi internazionali, i diritti umani od ogni altro valore etico.

La legge per lo Stato-Nazione ebraico è in sé una “Legge Fondamentale”. E con questa legge Israele ha fatto cadere l’insensata pretesa di essere ebraico e democratico. Questo compito impossibile è stato spesso lasciato alla Corte Suprema che ha tentato, inutilmente, di raggiungere un qualche equilibrio convincente.

Questa nuova situazione dovrebbe, una volta per tutte, porre fine all’annoso dibattito sulla presunta unicità del sistema politico israeliano.

E dato che Israele ha scelto la supremazia razziale su qualunque pretesa, per quanto flebile, di essere una vera democrazia, anche i Paesi occidentali che hanno spesso difeso Israele devono fare la scelta se desiderano appoggiare un regime di apartheid o combatterlo.

La dichiarazione iniziale della commissaria agli Affari Esteri dell’UE, Federica Mogherini, è stata banale e debole. “Siamo preoccupati, abbiamo espresso questa preoccupazione e continueremo ad impegnarci con le autorità israeliane in questo contesto,” ha detto, rinnovando il suo impegno per una ‘soluzione dei due Stati’.

Questa non è proprio la dichiarazione adeguata in risposta a un Paese che ha appena annunciato la propria adesione al club dell’apartheid.

L’Ue deve porre fine al suo insulso discorso politico e sganciarsi dall’Israele dell’apartheid, o deve accettare le conseguenze morali, etiche e giuridiche del fatto di essere complice dei crimini israeliani contro i palestinesi.

Israele ha fatto la sua scelta ed è, inequivocabilmente, quella sbagliata. Ora anche il resto del mondo deve fare la sua, sperabilmente quella corretta: stare dalla parte giusta della storia – contro l’apartheid ebraico israeliano e per i diritti dei palestinesi.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 

 




Israele e le politiche di Trump

Analisi: Israele ha ispirato la politica di Trump di separazione dalle famiglie?

Ma’an News

27 giugno 2018

di Ramzy Baroud

Ramzy Baroud è un giornalista, scrittore ed editorialista di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è ” The Last Earth: A Palestinian Story” [L’Ultima terra: una storia palestinese]

Lo scorso maggio il ministro della Giustizia degli Stati Uniti, Jeff  Sessions, ha annunciato la politica della “tolleranza zero” del governo ai posti di frontiera USA. E’ stata questione di qualche settimana prima che la nuova politica iniziasse a produrre tragiche conseguenze. Chi tentava di attraversare illegalmente il confine per entrare negli USA è stato sottoposto a un’incriminazione penale federale, mentre i figli gli sono stati tolti dalle autorità federali, che li hanno messi in strutture simili a gabbie.

Come prevedibile, questa politica ha provocato indignazione e alla fine è stata revocata. Tuttavia molti di quelli che hanno condannato l’amministrazione del presidente Trump sembrano ignorare deliberatamente il fatto che Israele ha portato avanti pratiche molto peggiori contro i palestinesi.

Di fatto molti all’interno della classe dominante americana, sia repubblicani che democratici, sono stati ammaliati per decenni dal modello israeliano. Per anni opinionisti hanno elogiato non solo la presunta democrazia israeliana, ma anche il suo apparato di sicurezza come un esempio da emulare. In seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001 è fiorita una rinnovata storia d’amore con le strategie securitarie israeliane, grazie alle quali Tel Aviv ha rastrellato miliardi di dollari dei contribuenti americani in nome dell’aiuto per rendere sicuri i confini USA contro presunte minacce.

Un nuovo, persino più terribile capitolo della continua cooperazione è stato stilato poco dopo che il neo-eletto Trump ha reso noto il suo piano di costruzione di un “grande” muro sul confine USA – Messico. Ancor prima che le imprese israeliane cogliessero l’occasione per costruire il muro di Trump, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha twittato a favore della “grande idea” di Trump, affermando che il muro di Israele è stato un “grande successo” perché “ha bloccato qualunque immigrazione illegale:”

“Uccelli dello  stesso piumaggio fanno uno stormo insieme”, dice un proverbio inglese. Netanyahu e Trump si sono mossi insieme per oltre un anno e mezzo in perfetta armonia. Purtroppo la loro affinità personale, lo stile opportunistico in politica e, in modo più preoccupante, i punti di contatto ideologici hanno peggiorato le cose. Nel caso di Israele, la parola “democrazia” non è certo appropriata. Tutt’al più, la democrazia israeliana può essere descritta come unica. L’ex-presidente della Corte Suprema dello “Stato ebraico”, Aharon Barak, avrebbe detto che “Israele è diverso dagli altri Paesi. Non solo è uno Stato democratico, ma anche ebraico.”

All’inizio di quest’anno, durante una conferenza a Tel Aviv, la controversa  ministra della Giustizia di Israele, Ayelet Shaked, ha proposto la sua personale versione dell’affermazione di Barak. “Israele è uno Stato ebraico,” ha detto. “Non è uno Stato per tutte le sue nazionalità. Cioè, uguali diritti per tutti i cittadini ma non uguali diritti nazionali.”

Per preservare la sua versione della “democrazia”, Israele deve, in base alle parole di Shaked, “conservare una maggioranza ebraica anche a costo di una violazione dei diritti.”

Israele ruota il concetto di democrazia in qualunque direzione gli consenta di garantire la dominazione della maggioranza ebraica a spese dei palestinesi, gli abitanti originari del territorio, il cui crescente numero è spesso visto come una “minaccia demografica”, persino una “bomba”.

A tutt’oggi Israele non ha una costituzione formale. E’ governato da quella che è nota come “Legge fondamentale”. Non avendo un codice etico o un fondamento giuridico in base al quale può essere giudicato il comportamento dello Stato, il parlamento israeliano (la Knesset) è, di conseguenza, libero di stilare e imporre leggi che prendono di mira i diritti dei palestinesi senza doversi confrontare con nozioni quali la minaccia di ‘incostituzionalità’ delle leggi.

Una delle ragioni per cui la legge di Trump di separazione delle famiglie sul confine è fallita è che, nonostante i difetti nel loro sistema democratico, gli USA hanno una costituzione e una società civile relativamente forte che può utilizzare i codici etici e giuridici del Paese per sfidare il terribile comportamento dello Stato.

Invece in Israele questo non succede. Il governo investe molta energia e fondi per garantire la supremazia ebraica e stabilire contatti diretti tra le colonie ebraiche illegali (costruite su terra palestinese sfidando le leggi internazionali) e Israele. Allo stesso tempo investe altrettante risorse per la pulizia etnica dei palestinesi dalla loro terra, mantenendo ovunque le loro comunità separate e frammentate.

La triste verità è che quello a cui gli americani hanno assistito sul loro confine meridionale negli ultimi due mesi è quello che i palestinesi hanno provato come situazione quotidiana da parte di Israele negli ultimi 70 anni.

Il tipo di segregazione e separazione che le comunità palestinesi sopportano va persino oltre le tipiche conseguenze della guerra, dell’assedio e dell’occupazione militare. E’ una cosa sancita dalle leggi israeliane, fatte principalmente per indebolire, persino demolire la coesione della società palestinese.

Per esempio, nel 2003 la Knesset ha votato a favore della legge “Cittadinanza e ingresso in Israele”, che pone gravi limitazioni ai cittadini palestinesi di Israele che facciano richiesta di ricongiungimento familiare. Quando alcuni gruppi per i diritti umani hanno messo in discussione la legge, i loro tentativi sono falliti in quanto all’inizio del 2012 la Corte Suprema israeliana ha sentenziato a favore del governo.

Nel 2007 quella stessa legge è stata modificata per includere coniugi di “Stati ostili” – cioè la Siria, l’Iran, il Libano e l’Iraq. Non sorprende che i cittadini di alcuni di questi “Stati ostili” siano stati inclusi nel divieto di ingresso negli USA di Trump contro cittadini di Paesi in maggioranza musulmani.

E’ come se Trump stesse seguendo un modello israeliano, improntando le sue decisioni ai principi che hanno guidato le politiche israeliane verso i palestinesi per molti anni.

Persino l’idea di rinchiudere bambini in gabbia è israeliana, una pratica che è stata denunciata dal gruppo per i diritti umani “Commissione pubblica contro la tortura in Israele” (PCATI).

La politica, che a quanto si sostiene è stata sospesa,  ha consentito di rinchiudere detenuti palestinesi, compresi minori, in gabbie esterne, persino durante durissime tempeste invernali.

“Mettere in gabbia palestinesi”, tuttavia, è una vecchia prassi. Oggi il muro dell’apartheid israeliano separa i palestinesi dalla loro terra e segrega arabi ed ebrei su base razziale. Riguardo al caso di Gaza, tutta la Striscia, che ospita 2 milioni di persone, per lo più rifugiati, è stata trasformata in un’immensa “prigione a cielo aperto” di muri e fossati.

 

Mentre molti americani sono confortati dalla decisione di Trump di porre fine alla pratica della separazione familiare sul confine, i politici e i media USA dimenticano il destino dei palestinesi che hanno subito terribili forme di separazione per molti anni. Ancora più scioccante è il fatto che molti tra i repubblicani e i democratici vedano Israele non come un ostacolo per una reale democrazia, ma come un fulgido esempio da seguire.

 

(traduzione di Amedeo Rossi)




Una conferenza europea sull’attività di colonizzazione dichiara Israele un “regime di apartheid”

Ma’an News

10 novembre 2017

Betlemme (Ma’an) – Rappresentanti da 24 Paesi europei, compresi parlamentari, giuristi, giornalisti e attivisti, si sono incontrati a Bruxelles all’inizio della settimana nella prima conferenza europea sull’attività di colonizzazione di Israele, concordando una dichiarazione che accusa Israele di aver costituito un “regime di apartheid” in Cisgiordania.

Secondo un comunicato stampa, il testo approvato è stato denominato la “Dichiarazione di Bruxelles” e condivide le seguenti clausole:

1. Israele, il potere occupante dei territori palestinesi dal 1967, continua la sua politica di confisca, ebraicizzazione della terra palestinese e costruzione di colonie su di essa. Queste colonie, con il passare del tempo, sono diventate l’incubatrice di “organizzazioni terroristiche” di coloni come HiiltopYouth, Paying the Price and Revenge [rispettivamente “I giovani delle colline”, “Pagare il prezzo” e “Vendetta”, gruppi di coloni estremisti e violenti, ndt.].

2. Pertanto, con questa politica predeterminata di espansione delle colonie, è improprio parlare di smantellamento di colonie politiche o per la sicurezza, ma piuttosto occorre inquadrare questo movimento come una politica coloniale strutturale in grado di colonizzare una larga parte della Cisgiordania, non meno del 60% della sua estensione. Questa politica, di fatto, ha costituito un regime di apartheid, che viola la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, che nel suo articolo 8 stabilisce che le colonie sono un crimine di guerra, il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia emesso il 9 luglio 2004 riguardo al Muro dell’apartheid, che è stato definito una grave violazione delle leggi internazionali, e le risoluzioni ONU, soprattutto la risoluzione 2334 (2016) del Consiglio di Sicurezza. Questa risoluzione afferma chiaramente che ogni attività israeliana di colonizzazione nei Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme est, è illegale in base alle leggi internazionali e costituisce un ostacolo alla costituzione di uno Stato palestinese contiguo, sostenibile e pienamente sovrano.

3. La conferenza di Bruxelles, prendendo nota dei fatti summenzionati, considera che la continuazione delle attività di colonizzazione pone fine a ogni possibilità per una soluzione dei due Stati e piuttosto concretizza il sistema di apartheid attuato dalla politica di occupazione. La conferenza chiede la fine immediata di ogni attività di colonizzazione perseguita dallo Stato occupante nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est.

4. La conferenza di Bruxelles chiede alla comunità internazionale di assumersi le responsabilità giuridiche opponendosi a queste politiche razziste del potere occupante e imporre una seria pressione su di esso per il rispetto delle fondamentali leggi internazionali. L’Unione Europea, che ha intense relazioni e un accordo di associazione con lo Stato israeliano occupante, dovrebbe fare pressione su Israele in modo che essa [l’UE] si assuma la responsabilità di superare la differenza tra le sue parole e le sue azioni nel contesto della politica israeliana di colonizzazione, attivando l’articolo 2 dell’Accordo di Associazione per esercitare pressioni su Israele affinché rispetti i suoi obblighi in quanto potere occupante.

5. La conferenza di Bruxelles chiede anche ai Paesi dell’UE di far seguire alle parole i fatti, non solo rilasciando dichiarazioni di denuncia e di condanna, ma adottando piuttosto misure concrete per rendere Israele responsabile, imponendo un divieto assoluto su ogni attività finanziaria, economica, commerciale e di investimenti, diretta o indiretta, con le colonie israeliane finché non si atterranno alle leggi internazionali.

6. I partecipanti a questa conferenza, mentre condannano la politica di colonizzazione nei territori palestinesi occupati come una violazione del diritto internazionale, sottolineano al contempo l’importante ruolo che può essere giocato da forze politiche, parlamenti, organizzazioni dei diritti umani e della società civile nei Paesi dell’UE per opporsi ai progetti israeliani di espansione e di costruzione di colonie. Chiedono anche ai governi dell’UE e alle loro istituzioni costituzionali di rispettare le proprie responsabilità in base alla responsabilità collettiva di rifiutare le violazioni da parte di Israele dei diritti dei cittadini palestinesi sotto occupazione, in modo da obbligare Israele almeno a rispettare i suoi obblighi in base all’Accordo di Associazione e da non permettere ai coloni e ai loro dirigenti di entrare nei Paesi dell’UE e da portarli davanti alla giustizia internazionale come criminali di guerra nel caso lo facciano.

7. I partecipanti alla conferenza chiedono ai popoli del mondo e alle loro forze democratiche amanti della pace di partecipare attivamente al movimento internazionale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, noto come BDS, e di fare pressione su Israele perché rispetti il diritto internazionale.

8. La conferenza afferma anche il proprio totale sostegno all’iniziativa palestinese di deferire alla Corte Penale Internazionale come crimini di guerra la costruzione di nuove colonie, l’espansione di quelle esistenti e la violenza dei coloni contro i palestinesi.

9. I partecipanti alla conferenza plaudono alla crescente solidarietà con il popolo palestinese e con la sua giusta causa. Elogiano anche il rifiuto da parte dei popoli del mondo delle politiche israeliane di pulizia etnica e di apartheid perseguite dallo Stato occupante israeliano.

10. I partecipanti alla conferenza chiedono di contrastare questa politica costituendo un comitato europeo di Paesi partecipanti rappresentati in questa conferenza per denunciare le continue violazioni da parte delle forze di occupazione e per rafforzare la pressione per perseguire i criminali di guerra israeliani finché Israele non rispetterà il diritto internazionale.

(traduzione di Amedeo Rossi)