Abbas: “L’amministrazione statunitense ci ha proposto una confederazione con la Giordania”

Ma’an News

3 Settembre 2018 , Ma’an news

RAMALLAH (Ma’an) – Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha accettato il piano di pace offerto domenica dall’amministrazione degli Stati Uniti, a condizione che anche Israele faccia parte della confederazione con la Giordania.

In una dichiarazione fatta domenica durante l’incontro con il movimento pacifista Peace Now e alcuni membri della Knesset israeliana, Abbas ha detto che l’amministrazione statunitense di Trump avrebbe proposto un piano di pace basato su una confederazione con la Giordania.

Tuttavia, Abbas ha risposto all’amministrazione degli Stati Uniti che avrebbe accettato la proposta solo a condizione che anche Israele faccia parte della confederazione.

All’incontro partecipavano la presidente di Peace Now, Shaked Morag, il parlamentare Mossi Raz del partito Meretz e Ksenia Svetlova per il partito Unione Sionista.

Abbas ha comunicato ai partecipanti che l’inviato per la pace degli Stati Uniti, Jason Greenblatt, e il maggior consulente di Trump, Jared Kushner, gli hanno chiesto se creda in una federazione con la Giordania.

Ha aggiunto di aver accettato la proposta: “Voglio una confederazione triangolare con Giordania e Israele. Mi chiedo se Israele accetterebbe la proposta”.

Ha sottolineato che in seguito alla decisione degli Stati Uniti di porre fine a tutti i finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi della Palestina (UNRWA), gli USA “stanno chiudendo il processo di pace: gli Stati Uniti vogliono distruggere completamente l’UNRWA”, ricordando che il 70% dei residenti di Gaza sono rifugiati.

“La maggior parte di loro vive grazie all’assistenza dell’UNRWA. Ma poi il presidente Trump dice “cancella l’UNRWA e concedi aiuti umanitari a Gaza”. Come è possibile da una parte abolire l’UNRWA e dall’altra che I palestinesi ricevano aiuti umanitari”, ha chiesto.

E ha continuato: “Ho incontrato Trump quattro volte, Trump ha detto di sostenere la soluzione dei due stati e di essere a favore di uno stato smilitarizzato con le forze della NATO a mantenere la sicurezza nella zona”.

Ha confermato il suo appoggio alla sicurezza di Israele e la ricerca di una soluzione al problema dei rifugiati palestinesi.

Abbas ha riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu rifiuterebbe di incontrarlo faccia a faccia: “Il mio problema è con Netanyahu, non con il Likud. Netanyahu è contro la proposta di Trump”.

Morag ha concluso l’incontro assicurando ad Abbas che “Il movimento pacifista israeliano è esteso e durante le prossime elezioni generali Peace Now chiederà ai leader un impegno per far avanzare la soluzione dei due Stati”.

(Traduzione di Luciana Galliano)




L’attacco di Trump all’UNRWA è contro i rifugiati palestinesi

Ben White

Venerdì 31 agosto 2018 Middle East Eye

L’eliminazione dell’UNRWA mira al consolidamento di uno Stato unico dell’apartheid e alla sconfitta della lotta dei palestinesi

Durante il fine settimana la televisione israeliana ha informato che l’amministrazione USA sta progettando di incrementare i propri attacchi contro i rifugiati palestinesi non solo negando esplicitamente il loro diritto al ritorno, ma anche ridefinendo unilateralmente chi sia un rifugiato, in modo da ridurne drasticamente il numero a solo mezzo milione.

Finora la diplomatica USA Nikki Haley [ambasciatrice USA all’ONU, ndtr.] ha affermato che gli USA appoggeranno l’agenzia per l’aiuto ai rifugiati palestinesi UNRWA solo se l’organizzazione dovesse “modificare il numero di rifugiati con un conteggio corretto.”

Ora si dice che l’amministrazione Trump ha deciso di annullare qualunque finanziamento USA all’UNRWA.

Un diritto umano fondamentale

Non c’è bisogno di soffermarsi a lungo sull’inconsistenza degli argomenti addotti da politici USA e israeliani. Il diritto al ritorno è un diritto umano fondamentale e, come è stato evidenziato dal capo dell’UNRWA Pierre Krähenbühl, nonché dal Dipartimento di Stato USA nel 2015 e nel 2012, in situazioni che sono durate a lungo nel tempo i figli e i nipoti dei rifugiati sono usualmente riconosciuti come tali.

A febbraio, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha suggerito al Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres che i finanziamenti per i rifugiati palestinesi potrebbero passare per l’UNHCR [agenzia ONU per i rifugiati, ndtr.] piuttosto che per l’UNRWA [agenzia ONU specifica per i rifugiati palestinesi, ndtr.], Guterres ha puntualizzato che quest’ultima promuove il rimpatrio: “E’ sicuro di volere che l’organizzazione ONU per i rifugiati inizi a lavorare per il ritorno dei rifugiati palestinesi?” ha detto.

Ma, retorica a parte, è importante considerare quanto la nuova posizione degli USA differisca in pratica delle precedenti amministrazioni USA.

Durante un quarto di secolo del processo di pace, nessuna amministrazione USA ha mai sostenuto la messa in pratica concreta del diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno e alle compensazioni, accettando piuttosto la posizione israeliana che la sua richiesta di conservare una maggioranza ebraica dei cittadini prevalesse sul diritto dei palestinesi espulsi al ritorno nella loro patria.

Un approccio semplicistico e rozzo

Quindi, cosa c’è di diverso ora? Il primo elemento è che l’amministrazione Trump, come ha già dimostrato in molti modi, non è interessata a giocare il ruolo che in genere ha caratterizzato i “colloqui di pace” gestiti dagli USA. Questo brusco allontanamento ha determinato un approccio semplicistico e rozzo che ha reso impossibile persino per uno come il presidente palestinese Mahmoud Abbas tornare al tavolo dei negoziati.

Il secondo elemento è che una destra israeliana imbaldanzita e i suoi amici ideologi a Washington percepiscono l’opportunità di sferrare un colpo fatale all’UNRWA e quindi, per come la vedono, liquidare una volta per tutte il problema dei rifugiati palestinesi.

Pochi mesi dopo l’insediamento di Trump, Netanyahu ha dichiarato che l’UNRWA dovrebbe essere smantellata, un’affermazione che rappresenta un impressionante inasprimento negli attacchi ufficiali di Israele contro l’agenzia. Nel contempo, il genero e consigliere di Trump, Jared Kushner, ha appoggiato un “concreto tentativo di distruggere l’UNRWA.”

Plaudendo all’ultimo rapporto sui progetti di Trump di ridefinire i rifugiati palestinesi e di smettere di finanziare l’UNRWA, l’ex-ambasciatore israeliano Ron Prosor ha affermato di “aver lavorato per anni per la chiusura dell’UNRWA”, e si è augurato che il governo israeliano “adotti il piano senza riserve.”

Per l’estrema destra israeliana la decisione di Trump di “togliere Gerusalemme dal tavolo dei negoziati” è stata la dimostrazione che l’unilateralismo israeliano alla fine dà risultati. La mossa su Gerusalemme ha instillato la speranza – se non la certezza assoluta – su altre questioni come l’annessione e i rifugiati palestinesi.

Come ha detto il ministro per gli Affari di Gerusalemme Ze’ev Elkin [del Likud, ndtr.], parlando dei passi statunitensi contro l’UNRWA, “questo esempio dimostra che quando Israele crede nel suo cammino, e quando l’opinione pubblica israeliana è unita dietro i nostri interessi nazionali, alla fine il mondo riconosce la verità e passa sulle nostre posizioni.”

Ciò sta avvenendo ora con il diritto al ritorno (dei palestinesi), con la decisione di spostare l’ambasciata USA a Gerusalemme e succederà in altri ambiti, se mostriamo una sufficiente determinazione,” ha aggiunto.

L’UNRWA riceve il proprio mandato dall’Assemblea Generale dell’ONU, che non discuterà del suo rinnovo fino al giugno 2020 (e l’ultima volta venne prorogato con 167 voti contro uno). È l’unico consesso che, con voto a maggioranza, può cambiare il mandato dell’agenzia.

Conseguenze negative

Quindi gli USA e Israele devono aver deciso che colpire finanziariamente l’agenzia e impedirne il funzionamento nei territori palestinesi occupati costituisca nel frattempo la migliore opzione, insieme al fatto che l’amministrazione Trump desidera eliminare l’esistenza dei rifugiati palestinesi.

Qualcuno ha suggerito che non finanziare o smantellare l’UNRWA avrà conseguenze negative per Israele. Ma solo perché qualche “fonte della sicurezza” israeliana appoggia l’UNRWA nei termini di lotta contro l’“estremismo” o di sovvenzionare i costi dell’occupazione, ciò non inficia gli argomenti per la sua difesa.

Quest’ultimo attacco contro l’UNRWA è, evidentemente, un attacco politicamente motivato ai diritti dei rifugiati palestinesi.

Nel contesto della legge israeliana dello “Stato-Nazione ebraico”, del riconoscimento USA di Gerusalemme [come capitale di Israele, ndtr.] e di iniziative verso l’annessione del territorio della Cisgiordania, quelli che desiderano l’eliminazione dell’UNRWA prevedono che la sua fine sia una parte fondamentale del consolidamento di uno Stato unico dell’apartheid e della sconfitta della lotta palestinese.

Ben White è autore del recente libro “Cracks in the Wall: Beyond Apartheid in Palestine/Israel” [Crepe nel muro: oltre l’apartheid in Israele/Palestina]. È un giornalista e scrittore freelance e i suoi articoli sono stati pubblicati da Al Jazeera, al-Araby, Huffington Post, the Electronic Intifada, the Guardian’s Comment is Free ed altri.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Mahmoud Abbas, smetti di servirti di Ahed Tamimi per il tuo tornaconto personale

Ramzy Baroud

8 agosto 2018, Palestine Chronicle

Il padre dell’undicenne Abdul Rahman Nofal mi ha contattato chiedendomi di aiutarlo. Suo figlio è stato colpito a una gamba durante le proteste della “Grande Marcia del Ritorno”. Il sistema sanitario in sfacelo della Striscia non è stato in grado di salvare la gamba del ragazzino, che è poi stata amputata.

Yamen, suo padre, un giovane uomo del campo di rifugiati di Buraij, nella zona centrale di Gaza, vuole solo che suo figlio ottenga una gamba artificiale in modo che possa andare a scuola a piedi. Gli israeliani hanno rifiutato al ragazzino il permesso di andare a Ramallah per ricevere cure. Disperato, Yamen ha girato un video in cui chiede al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, di aiutare suo figlio. Finora le sue suppliche sono rimaste inascoltate.

Cos’ha fatto questo bambino innocente per meritare un simile trattamento?” chiede nel video. La stessa domanda può essere posta riguardo ai maltrattamenti di tutti i minori di Gaza, di tutti i minori palestinesi.

Abbas, insieme ad Israele, ha sottoposto i palestinesi di Gaza a una prolungata campagna di punizioni collettive. Per quanto crudeli siano state le ripetute guerre di Israele contro l’impoverita ed assediata Striscia, esse sono coerenti con la storia di crimini di guerra ed apartheid di Tel Aviv. Ma quello che Abbas sta facendo a Gaza non è solo scorretto, è anche sconcertante.

Perché un leader di 83 anni è così incline a collaborare con Israele attraverso il cosiddetto coordinamento per la sicurezza e, di più, così assillante nell’isolare e punire il suo popolo nella Striscia di Gaza?

Invece di aiutare i gazawi che subiscono i distruttivi effetti delle guerre di Israele e di oltre un decennio di assedio durissimo, egli ha stretto il cappio.

Il governo di Abbas finora ha tagliato i salari che in precedenza pagava ai dipendenti pubblici di Gaza, anche a quelli fedeli alla sua fazione, Fatah; ha tagliato i sussidi alle famiglie dei prigionieri di Gaza detenuti da Israele; ha persino sospeso i pagamenti alla compagnia elettrica israeliana che fornisce a Gaza parte delle forniture di energia elettrica, gettando la Striscia ancor più nell’oscurità.

Come Israele, anche Abbas vuole vedere Gaza in ginocchio. Ma, a differenza di Israele, sta umiliando i suoi fratelli.

A partire dal 14 maggio, quando migliaia di palestinesi di Gaza sono andati verso la barriera che separa Israele dall’enclave incarcerata, i sostenitori di Abbas in Cisgiordania hanno interpretato le proteste della “Marcia del Ritorno” come una legittimazione del rivale di Fatah, Hamas. Così anche loro sono scesi in piazza per “celebrare” i presunti successi di Abbas.

Centinaia di palestinesi di Gaza sono stati uccisi e migliaia feriti, molti dei quali minori, nella attuale “Marcia del Ritorno”, ma Abbas e i suoi alleati di Fatah sono stati molto più interessati a garantire la propria importanza che ad unirsi alle proteste per chiedere la fine del blocco di Gaza.

Quando a Ramallah e altrove in Cisgiordania si sono tenute manifestazioni molto più numerose per chiedere ad Abbas di porre fine alla punizione della Striscia di Gaza, i cortei sono stati attaccati dagli sgherri della sicurezza di Abbas. Uomini e donne sono stati picchiati e molti sono stati arrestati per aver solidarizzato con Gaza, un atto ora imperdonabile.

La verità è che i palestinesi della Cisgiordania, non solo quelli di Gaza, detestano Mahmoud Abbas. Vogliono che lui e il suo apparato violento e corrotto se ne vadano. Tuttavia egli si rifiuta, mettendo in atto ogni sorta di metodi per garantire il proprio dominio sui suoi oppositori, arrivando al punto di collaborare con Israele per raggiungere un obiettivo così infame.

Tuttavia Abbas vuole ancora convincere i palestinesi che continua a opporsi, non con l’”inutile resistenza” messa in pratica dai gazawi, ma con il suo stile di “resistenza civile pacifica” dei villaggi palestinesi in Cisgiordania.

La cosa è stata ribadita con enfasi di nuovo negli ultimi giorni.

Appena la giovanissima contestatrice palestinese, Ahed Tamimi, è stata rilasciata da una prigione israeliana dopo aver passato otto mesi in carcere per aver preso a schiaffi un soldato israeliano, Abbas si è affrettato ad ospitare lei e la sua famiglia.

Fotografie di lui che abbraccia e bacia la famiglia Tamimi sono state diffuse in tutta la Palestina e in giro per il mondo. Il suo sistema informativo ufficiale è stato veloce nel metterlo al centro dell’attenzione nei giorni successivi al rilascio di Ahed.

Poi, ancora una volta, Abbas ha impartito lezioni sulla “resistenza civile pacifica”, tralasciando, ovviamente, di sottolineare che anche migliaia di minori di Gaza, rimasti feriti nei pressi della barriera di Gaza negli scorsi mesi, stavano “resistendo pacificamente”.

È vero, Ahed è un simbolo per la nuova generazione di giovani palestinesi ribelli che è stufa di non avere diritti né libertà, ma il tentativo vergognoso di Abbas di sfruttare questo simbolo per ripulire la propria immagine è pura strumentalizzazione.

Se davvero ad Abbas importa dei ragazzi palestinesi ed è tormentato dalle sofferenze dei prigionieri palestinesi – come sostiene di essere – perché, allora, peggiorare le terribili condizioni dei minori di Gaza e punire le famiglie dei prigionieri palestinesi?

Ovviamente Ahed, una ragazzina forte con un legittimo discorso politico da proporre, non può essere incolpata per il modo in cui altri, come Abbas, stanno sfruttando la sua immagine per promuovere la propria.

Lo stesso si può dire dell’attivista pakistana Malala Yousafzai, a cui i miliziani talebani hanno sparato in testa quando aveva 14 anni. Lo sfruttamento da parte dell’Occidente della sua battaglia per guarire dalle ferite e aprire una breccia verso la pace e la giustizia per il suo popolo è deplorevole. Nella psicologia dell’Occidente, la lotta di Malala è spesso, se non sempre, utilizzata per mettere in luce i pericoli del cosiddetto Islam radicale e per legittimare ulteriormente l’intervento militare di Usa e Occidente in Afghanistan e Pakistan.

La questione è stata affrontata con determinazione dalla madre di Ahed, Nariman, anche lei incarcerata e rilasciata dopo otto mesi. Coraggiosamente Nariman ha parlato della concezione razzista che rende famosa Ahed sui mezzi di comunicazione occidentali.

Sinceramente è probabile che sia l’aspetto di Ahed a suscitare questa solidarietà a livello mondiale, e ciò ad ogni modo è razzista, perché molti minorenni palestinesi sono nelle stesse condizioni di Ahed ma non vengono trattati allo stesso modo,” ha affermato.

In quest’ottica, è essenziale che Ahed Tamimi non venga trasformata in un’altra Malala, la cui “resistenza pacifica” sia utilizzata per condannare la continua resistenza di Gaza, e il fascino dei sui capelli biondi e senza velo soffochi le grida di migliaia di Ahed Tamimi nella Gaza assediata, di fatto in tutta la Palestina.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e curatore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra 2018). Baroud ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Mondiali e Internazionali all’Università della California a Santa Barbara.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Il sentore di antisemitismo nel discorso di Abbas non cambia il suo appoggio alla soluzione dei due Stati

Amira Hass

2 maggio 2018, Haaretz

Il discorso del presidente davanti al Consiglio Nazionale Palestinese ha rispecchiato il suo stile autoritario e il suo rifiuto di ascoltare le critiche.

La storia degli ebrei è stata imposta ai palestinesi e quindi questi ultimi l’affrontano in ogni occasione. Tutti i palestinesi si vedono come legittimati, e in effetti lo sono, a proporre la storia della propria terra e del proprio popolo – come un contrappeso rispetto alla narrazione sionista.

Questo è quanto fa anche il presidente palestinese Mahmoud Abbas nei suoi discorsi durante incontri pubblici, e lo ha fatto di nuovo lunedì pomeriggio all’apertura della 23^ sessione, attesa da tempo, del Consiglio Nazionale Palestinese, che dovrebbe essere il parlamento di tutti i palestinesi.

La sintesi di Abbas della storia di Israele è che la fondazione di uno Stato per gli ebrei è stato un progetto colonialista intrapreso da Nazioni cristiane e che i fautori del progetto erano antisemiti che non volevano che gli ebrei vivessero nei loro Paesi. Ma la legittima sintesi del presidente palestinese contiene imbarazzanti errori, importanti omissioni e anche un’opinione con un forte sentore di antisemitismo: in Europa gli ebrei erano odiati non per la loro religione, ma a causa delle loro attività che riguardavano l’usura e le banche.

Questa insistenza nel cadere nella trappola di dichiarazioni che aiutano l’hasbara (diplomazia pubblica) israeliana, che inoltre ignora totalmente i suoi importanti messaggi riguardanti il cammino verso la pace, rivela qualcosa riguardo all’uomo ed al suo stile di governo: è fermo sulle le sue posizioni, non ascolta le critiche e non si consulta con altri – oppure sceglie consiglieri che non gli dicano niente che lui non voglia sentire. Inoltre sceglie di essere aggiornato solo su quello che gli conviene.

Queste sono alcune delle caratteristiche di cui Abbas ha avuto bisogno per riuscire a diventare il leader autoritario di Fatah, dell’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ndt.] e dell’Autorità Nazionale Palestinese, insieme al suo controllo delle finanze e all’appoggio che continua a ricevere dai Paesi europei grazie al fatto di rimanere legato agli accordi di Oslo. Queste caratteristiche gli hanno consentito di continuare con quello che aveva iniziato Yasser Arafat: svuotare l’OLP del suo contenuto che riuniva tutti i palestinesi e, in pratica, subordinarla all’ANP. 

In quanto unico governante, Abbas ignora costantemente le decisioni delle istituzioni rappresentative. Di conseguenza il coordinamento sulla sicurezza tra gli apparati di sicurezza palestinese e Israele continua, nonostante le decisioni di porvi fine prese negli scorsi anni da Fatah e dall’OLP.

La parte storiografica del discorso di Abbas di lunedì non è quella importante. La sua sottesa minaccia agli abitanti della Striscia di Gaza e ad Hamas di aver intenzione di non includerli più nel bilancio dell’ANP o di ridurre ulteriormente la quota che li riguarda, è molto più importante e ha preoccupanti conseguenze per il futuro.

Il presidente dell’ANP ha anche rilevato che “quelle che vengono chiamate Primavere Arabe” sono state notizie false, inventate dall’America come mezzo per smantellare i Paesi arabi. Una simile dichiarazione mostra un fondamentale, profondo disprezzo per le rivolte popolari e una sottovalutazione delle sofferenze dei civili sotto i loro regimi autoritari.

Data questa mancanza di rispetto, le affermazioni di Abbas secondo cui la strada per uno Stato palestinese passerà attraverso una lotta popolare (non armata) contro l’occupazione israeliana insieme ad iniziative diplomatiche possono essere interpretate come niente più che dichiarazioni di circostanza. Una lotta popolare è molto più di manifestazioni in aree di conflitto contro l’esercito israeliano e, come hanno detto importanti membri di Fatah, richiede un cambiamento fondamentale nell’atteggiamento dell’ANP verso gli accordi di Oslo. Il messaggio implicito dei giudizi di Abbas sulle Primavere Arabe è che, finché rimarrà al potere, un simile cambiamento non avverrà.

La sintesi storiografica di Abbas termina con questa conclusione: “Noi diciamo: non li espelleremo. Noi diciamo: vivremo insieme a voi sulla base dei due Stati.”

Nelle sue considerazioni ha ripetuto alcune volte che “ci impegniamo” per questa soluzione del conflitto con Israele (cioè all’interno dei confini del 1967), con Gerusalemme est come capitale dello Stato di Palestina. Qui il suo autoritarismo consente ad Abbas di attenersi a una soluzione a lungo proposta che ha perso il suo senso e la sua logica, soprattutto agli occhi della generazione più giovane.

Abbas ha affermato di basare le proprie opinioni su autori ebrei, e persino sionisti, a iniziare da Arthur Koestler il “sionista,” ha sottolineato, e sulla tesi proposta nel libro di Koestler “La tredicesima tribù”, secondo la quale gli ebrei askenaziti sarebbero discendenti del popolo khazaro [vissuto tra il Caucaso e l’Ucraina orientale fino al XIII secolo e convertitosi nel VIII secolo all’ebraismo, ndt.]. Questo popolo non è semita, ha affermato Abbas: “Non hanno alcun rapporto con i (popoli) semiti o con i nostri signori Abramo e Giacobbe.”

Questi ebrei (in altre parole, i khazari convertiti), ha aggiunto, si sono spostati nell’Europa orientale ed occidentale e, ogni 10 o 15 anni, hanno patito un massacro in un Paese o nell’altro, dall’XI secolo fino all’Olocausto. “E perché ciò è successo? Diranno “perché siamo ebrei”. E io vorrei presentare tre ebrei in tre libri, e sono: Giuseppe Stalin…”

A questo punto del discorso di Abbas, che avrebbe dovuto spiegare che gli ebrei sono stati perseguitati a causa delle loro attività nell’usura e nelle banche, c’è stato un mormorio; qualcuno gli ha sussurrato che Stalin non era ebreo. Nel testo scritto del discorso di Abbas di lunedì, rilasciato dall’agenzia ufficiale di notizie palestinese Wafa, Stalin era di nuovo definito un “autore ebreo.”

In seguito nel testo erano citati i nomi di “Abraham e Yishaq Notsherd” – due personaggi che chi scrive non conosce. Durante lo sproloquio del presidente dell’ANP, diffuso dal vivo sul canale palestinese, sembra che egli abbia detto Isaac Deutscher, uno storico marxista.

Abbas ha anche sottolineato che la fondazione di uno Stato per gli ebrei in Palestina è nata come idea dei cristiani e di statisti come Cromwell e Napoleone, e del “console americano a Gerusalemme nel 1850.” Prima che Arthur Balfour stilasse la sua famosa dichiarazione [che impegnò l’impero britannico a favorire la costituzione di un “focolare ebraico” in Palestina, ndt.], ha detto Abbas, “egli aveva preso una decisione che avrebbe impedito l’ingresso degli ebrei in Gran Bretagna a causa del suo odio per loro” Si stava in realtà riferendo all’ “Aliens Act” [legge sugli stranieri] approvato nel 1905 dal parlamento inglese, quando Balfour era primo ministro. La legge limitava l’immigrazione da luoghi che non facessero parte dell’impero britannico ed intendeva essere una risposta all’immigrazione di massa di ebrei, in particolare dall’Europa orientale dal 1880 [in seguito a pogrom nell’impero zarista, ndt.]).

Tale interpretazione della dichiarazione Balfour e il suo rapporto con l’avversione di Balfour verso gli ebrei non è infrequente. Abbas non ha mancato di citare l’“Accordo di trasferimento” tra le autorità naziste e l’Agenzia Ebraica (o con la banca Anglo-Palestinese di Gerusalemme, come ha detto Abbas), che consentì ad ebrei benestanti di emigrare dalla Germania in Palestina.

Abbas non cambierà. Durante i quattro giorni di riunione del CNP, risulterà chiaro se i suoi critici si sono sbagliati quando hanno detto che egli aggraverà la divisione interna tra i palestinesi e, in pratica, seppellirà definitivamente l’OLP come organizzazione pluralistica e di tutti i palestinesi.

La sua implicita minaccia agli abitanti di Gaza e ad Hamas secondo cui intende smettere di includerli nel bilancio dell’ANP è più rilevante.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La dichiarazione di Trump su Gerusalemme dà ad Abbas un’occasione per smuovere la situazione

Amira Hass

9 dicembre 2017,Haaretz

Sfortunatamente, però, la dirigenza palestinese ha dimenticato come si operano dei cambiamenti

Il riconoscimento americano di Gerusalemme capitale di Israele è un’occasione per la leadership palestinese di disfarsi dei modi sclerotizzati di pensare e agire che hanno reso quegli stessi leader incapaci di cambiamento.

Sarà sfruttata questa opportunità di intraprendere un processo interno di democratizzazione? In primo luogo per ripristinare i rapporti tra un élite palestinese non eletta che è stata al potere per diversi decenni e la popolazione (non solo in Cisgiordania e a Gaza ma anche nella diaspora palestinese)? La speranza è che venga usata per operare un cambiamento. La preoccupazione è che ciò non accada.

Quando la leadership palestinese si riprenderà dallo shock provocato dal cambiamento simbolico nella politica americana – simbolico, ma potenzialmente esplosivo -, dirà che si tratta di un problema pan-islamico, pan-arabo, o forse europeo. La leadership avrebbe ragione a dirlo, ovviamente. I leader diranno che i palestinesi sono l’anello più debole della catena e che non possono essere lasciati soli a trattare con il piromane della Casa Bianca.

La si potrebbe considerare anche in altri termini. Il cambiamento nella posizione americana consente ai leader palestinesi, guidati dal presidente Mahmoud Abbas, di operare cambiamenti che dimostrino al loro popolo di non aver scelto la via diplomatica che dipende dal coordinamento con Israele su economia e sicurezza solo per favorire i propri immediati interessi personali e economici – e quelli dei gruppi vicini alla leadership dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e di Fatah.

Una delle spiegazioni prevalenti del fatto che Abbas abbia ostinatamente evitato lo svolgimento di elezioni e che, all’interno della sua fazione di Fatah, le elezioni siano state stabilite e dettate dall’alto e in modo tale da non essere discusse pubblicamente, è il “tornaconto personale”. Per lo stesso motivo si sostiene che Abbas abbia evitato di apportare modifiche al suo gabinetto che avrebbero permesso al suo governo di essere rappresentativo delle varie organizzazioni politiche e non solo della propria.

Ripresisi dallo shock, Abbas e il suo gruppo diranno, giustamente, che il cambiamento nella posizione americana non riflette necessariamente il fallimento del percorso diplomatico palestinese, ma piuttosto l’inettitudine delle fazioni moderate all’interno del Partito Repubblicano statunitense.

Dopo tutto, il presidente Trump ha insultato tutti i musulmani, compresi quelli di Paesi i cui governi sono considerati alleati degli Stati Uniti, oltre ad attaccare il Vaticano e l’Europa. I leader palestinesi potranno dire che l’audacia di Trump, nel rompere le convenzioni internazionali, non si limita ad un ambito specifico.

Recentemente lui e la destra economica ed evangelica che [Trump] serve e rappresenta hanno ottenuto due importanti vittorie: un aumento dei profitti per le grandi aziende attraverso i tagli delle imposte per le imprese e una sentenza della Corte Suprema che ha permesso l’immediata applicazione del divieto di ingresso ai cittadini di sei Paesi musulmani. Di conseguenza, Abbas e i suoi soci diranno che non esiste alcun nesso tra la situazione interna palestinese e i tentativi della comunità internazionale di fare i conti con le politiche di Trump.

La via diplomatica – che implica il riconoscimento simbolico internazionale di uno Stato palestinese – è stata preparata lentamente, inclusi diversi risultati incoraggianti, come l’accettazione [della Palestina] in istituzioni internazionali e la firma di convenzioni internazionali. Ma poi il percorso è stato bloccato dagli Stati Uniti. La strada diplomatica ha fatto arrabbiare Israele, ma ora si è esaurita senza aver cambiato la realtà dei fatti: autonomia limitata per l’Autorità Nazionale Palestinese, divisa tra enclave separate, assolvendo nel contempo Israele nonostante le sue responsabilità di potenza occupante. I Paesi occidentali appongono tuttora il loro timbro di approvazione su una leadership palestinese non eletta e non amata a causa del suo impegno a tenere a freno la popolazione e a mantenerla calma nei confronti di Israele, e per la sua volontà di far finta che ci sia ancora un “processo” in corso per edificare uno Stato. Il rischio è che la mossa di Trump non faccia altro che sostenere la richiesta dell’Europa che Abbas e le sue forze di sicurezza continuino a tenere a bada il popolo palestinese in cambio del loro immutato riconoscimento di questa come leadership legittima.

Gli Stati Uniti, finanziatori molto generosi dell’UN Relief and Works Agency [(UNRWA, l’agenzia ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi, ndt.] e delle forze di sicurezza palestinesi, hanno accettato la realtà delle enclave molto prima dell’arrivo di Trump. Questo era il messaggio dietro il finanziamento per lo sviluppo delle strade rurali, al posto di larghe e veloci autostrade, ma in questa operazione Israele ha bloccato l’accesso [alle campagne] dalle città e dai villaggi palestinesi a beneficio dei coloni ebrei della Cisgiordania.

I Paesi europei non sono esenti, tuttavia, da responsabilità nel favorire la realtà delle enclave, con le loro donazioni che in qualche modo mitigano la cronica crisi finanziaria causata dalle restrizioni israeliane. Ma quei Paesi hanno cercato e stanno cercando di aiutare i palestinesi a rimanere sulla loro terra, prendendo misure non ancora definitive per boicottare i prodotti delle colonie e dichiarando che l’Area C (che è sotto il pieno controllo israeliano) fa parte dello Stato palestinese. Sono almeno consapevoli del loro ruolo negativo nel sovvenzionare l’occupazione.

Non smetteranno certo di sovvenzionarla ora – attraverso l’assistenza umanitaria ai palestinesi – con il crescente senso di un’imminente catastrofe. Anche questo rafforzerà la logica di mantenere il governo di Abbas così come è adesso.

L’appello di Fatah, partito di Abbas, ai tre giorni di rabbia sulla questione di Gerusalemme senza apportare modifiche alla struttura interna [del potere] è una scommessa rischiosa. Mette in pericolo la vita e la salute di centinaia di giovani palestinesi, esponendoli ad arresti di massa, e tutto questo per niente. Per lo più, potrebbe invece dimostrare che il popolo palestinese non risponde agli appelli di Fatah e dell’Autorità Nazionale Palestinese poiché non si fida di loro. La popolazione agirà piuttosto quando e come vorrà.

Invece di perseguitare chiunque li critichi su Facebook e di mettere a tacere gli oppositori con una legge relativa a Internet, Abbas e le persone intorno a lui potrebbero iniziare a fare dei passi per rinnovare il sistema politico che hanno costruito con gli auspici degli accordi di Oslo. È difficile immaginare come potrebbe svolgersi tale processo, a causa della lunga sclerosi delle istituzioni dell’OLP e dell’Autorità Nazionale Palestinese. In ogni caso, richiederebbe l’inclusione e il coinvolgimento attivo di ampi settori della popolazione nelle fasi di ideazione e di azione, cosa che i leader di Fatah e dell’OLP hanno da tempo dimenticato di fare.

(traduzione di Luciana Galliano)