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Sheikh Jarrah: le forze israeliane hanno demolito la casa dei Salhiya durante un raid notturno

Huthifa Fayyad, Nadda Osman

19 gennaio 2022 – Middle East Eye

Le forze israeliane hanno preso d’assalto la casa nel quartiere occupato di Gerusalemme Est, arrestando diversi abitanti, tra cui il padre Mahmoud Salhiya, e demolito la casa

Alle prime ore di mercoledì le forze israeliane hanno fatto irruzione nella casa della famiglia Salhiya a Sheikh Jarrah nella Gerusalemme est occupata e prima di svuotare la casa e demolirla hanno arrestato con violenza e aggredito i membri della famiglia.

Intorno alle 3 del mattino, ora locale, un gran numero di unità di polizia, comprese forze antiterrorismo e antisommossa con bulldozer, hanno preso d’assalto la casa dei Salhiya.

Yasmin Salhiya, residente nella casa e figlia del proprietario Mahmoud Salhiya, racconta a Middle East Eye che numerose unità israeliane hanno interrotto la fornitura di elettricità alla casa mentre la perquisivano e hanno iniziato a sparare gas lacrimogeni, bloccando la vista a tutti.

Yasmin dice che gli agenti hanno poi aggredito la famiglia e arrestato cinque di loro, incluso Mahmoud. Anche circa 22 sostenitori che si erano accampati all’interno della proprietà in solidarietà con la famiglia sono stati aggrediti e arrestati.

Mio padre stava dormendo quando l’hanno preso. Non gli hanno permesso di indossare una giacca o delle scarpe”, racconta Yasmin, 19 anni, a MEE.

Hanno separato tutti quelli che erano lì e hanno iniziato a picchiare i giovani uomini prima di trattenerli nelle jeep e portarli via”.

Tra le persone aggredite c’erano la sorella di nove anni di Yasmin, Ayah, e la loro zia.

Hanno strattonato Ayah e aggredito suo padre, i suoi fratelli e sua zia proprio di fronte a lei. È sconvolta”, afferma Yasmin.

Dopo aver svuotato le case, le forze israeliane hanno iniziato a sparare proiettili di gomma contro giornalisti e sostenitori che erano fuori e hanno impedito alle ambulanze di accedere al sito, racconta Yasmin.

I bulldozer hanno terminato la demolizione tre ore dopo, lasciando la casa in rovina e i beni della famiglia sparpagliati a terra.

La demolizione e l’espulsione della famiglia sono avvenuti tra freddo e forti piogge, costringendo coloro che non erano stati arrestati a cercare rifugio presso i parenti.

Diciotto persone vivevano nella proprietà in due case adiacenti, tra cui Mahmoud, sua moglie e i suoi figli, sua madre e la famiglia di sua sorella.

“Quando guardo la casa in cui sono cresciuta con la mia famiglia in questo stato non so come descrivere i miei sentimenti”, dice Yasmin.

Torneremo a casa nostra. Qualunque cosa ci facciano, ritorneremo. Il nostro messaggio per tutti è restate nelle vostre case. Non lasciatele. Non vendetele. Stiamo perdendo la Palestina pezzo a pezzo”.

‘Voglio vivere con dignità o morire’

Ahmad al-Qadmani, l’avvocato della famiglia, dichiara a MEE che le forze israeliane hanno approfittato della quiete della notte per effettuare la demolizione. Afferma che la famiglia aveva cercato di bloccare la demolizione presentando un ricorso in tribunale, ma che la demolizione è andata avanti a prescindere.

“Ieri abbiamo presentato ricorso alla corte suprema per congelare l’ordine di demolizione, ma non abbiamo avuto risposta fino ad ora… è un attacco aggressivo che viola leggi e regolamenti”, aggiunge.

Lunedì le forze israeliane avevano tentato di espellere la famiglia Salhiya dalla loro casa, facendo irruzione nel terreno su cui sorge e distruggendo cinque attività commerciali di proprietà di Mahmoud. Il quale si è poi barricato sul tetto della casa e ha minacciato di darsi fuoco e di bruciare la casa se le forze israeliane avessero tentato di rimuoverlo.

Dopo 10 ore di stallo, le forze israeliane hanno lasciato l’area e sostenitori e giornalisti hanno potuto entrare. Da allora, decine di persone hanno visitato la casa per mostrare sostegno e alcune, nel timore di una successiva incursione israeliana, vi hanno pernottato.

“Voglio vivere con dignità o morire”, ha detto Mahmoud a MEE lunedì. “Stavo per darmi fuoco perché ogni giorno muoio, muoio da 25 anni”, ha aggiunto, riferendosi alle pressioni ricevute per decenni per vendere o rinunciare alla terra.

La morte è meglio che restare a guardare la tua casa che viene distrutta… stiamo morendo ogni giorno. Siamo stati ripetutamente espulsi dalla nostra patria. Siamo già morti. Siamo morti dentro. Siamo morti dal 1948″, ha detto Mahmoud.

Ultimatum

La famiglia di Mahmoud ha affrontato l’espulsione sin dal 2017, quando la loro terra è stata destinata alla costruzione di scuole, dopo 23 anni di azioni giudiziarie contro il governo israeliano. Israele ha emesso un ultimatum a dicembre per l’evacuazione della proprietà il 25 gennaio.

Il comune israeliano di Gerusalemme sostiene che i Salhiya non hanno alcun diritto sulla terra che un tempo apparteneva al Gran Mufti di Gerusalemme, Amin al-Husseini – che Israele confiscò dopo aver catturato la città nel 1967 – in base alla legge sull’assenza del proprietario. Mahmoud dice che la famiglia possiede la casa e vi vive da generazioni, da quando fu espulsa dalla milizia sionista da Ain Karem nel 1948 durante la Nakba o catastrofe palestinese: la guerra che portò alla creazione di Israele.

Dopo che Israele ha cercato di espellere le famiglie palestinesi dall’area lo scorso maggio per far posto ai coloni israeliani, Sheikh Jarrah è diventato nell’ultimo anno un luogo simbolo. Infatti le espulsioni hanno scatenato proteste in tutta la Cisgiordania occupata e nella comunità palestinese all’interno di Israele, nonché un’operazione militare su larga scala nella Striscia di Gaza assediata.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)