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La popolazione di Gaza “avvelenata lentamente” da un’acqua inadatta al consumo umano

La popolazione di Gaza “avvelenata lentamente” da un’acqua inadatta al consumo umano

Secondo recenti dati un quarto delle malattie che si diffondono a Gaza è causato dall’inquinamento dell’acqua; gli abitanti e gli agricoltori evitano l’acqua dei rubinetti o dei pozzi per non compromettere la propria salute.

Maha Hussaini

 2 novembre 2021 – Middle East Eye

GAZA, Palestina occupata

Per anni Iyad Shallouf, un agricoltore che possiede dei terreni vicino alla costa del mare di Gaza, ha riempito dei serbatoi d’acqua dolce per gli abitanti del suo quartiere. Oggi a malapena ha i mezzi per comprare l’acqua per irrigare i suoi campi.

A causa della prossimità dei loro terreni all’acqua di mare contaminata, con l’intensificarsi del problema dell’acqua a Gaza gli agricoltori, soprattutto nelle zone occidentali del territorio sotto assedio, sono i più colpiti dalla crisi dell’inquinamento idrico.

Invece di utilizzare dei pozzi per irrigarli, devono comprare l’acqua più volte al mese per evitare di danneggiare le loro coltivazioni.

“Qui, nella zona (costiera) di al-Mawassi, patiamo sofferenze che dio solo sa. Le nostre colture sono danneggiate dall’acqua salata contaminata, per cui ormai evitiamo di usare i metodi tradizionali di irrigazione e acquistiamo invece l’acqua per irrigare i campi”, spiega a Middle East Eye Shallouf (45 anni), originario di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

“Io possiedo già un pozzo che mi avrebbe fatto risparmiare molti soldi se avesse potuto servire all’irrigazione, ma la concentrazione di cloro e gli elevati livelli di salinità l’hanno reso inutile. Non possiamo nemmeno utilizzarlo per lavarci, perché l’acqua danneggerebbe la nostra pelle.”

Iyad Shallouf spiega che ha già provato a coltivare diversi tipi di prodotti agricoli, ma ha sempre finito per subire enormi perdite a causa dei danni provocati dalla cattiva qualità dell’acqua.

Deterioramento della qualità dell’acqua

Il prolungato assedio israeliano ha comportato un “grave deterioramento” della qualità dell’acqua a Gaza: secondo l’Osservatorio Euro-mediterraneo per i Diritti Umani, con sede a Ginevra, il 97% dell’acqua è inquinato.

L’Ong afferma che la situazione è resa più grave da un’acuta crisi della fornitura di elettricità, che intralcia il funzionamento dei pozzi d’acqua e degli impianti di depurazione, il che fa sì che circa l’80% delle acque reflue non trattate di Gaza sia sversato in mare, mentre il 20% si infiltra nelle falde freatiche.

Precisa inoltre che in base a dati recenti circa un quarto delle malattie che si diffondono a Gaza è provocato dall’inquinamento dell’acqua e il 12% dei decessi di bambini e neonati è collegato a malattie intestinali causate da acqua contaminata.

“Civili rinchiusi in una bidonville tossica dalla nascita alla morte sono costretti ad assistere al lento avvelenamento dei loro figli e dei loro cari per via dell’acqua che bevono e del suolo che coltivano, all’infinito, senza alcuna prospettiva di cambiamento”, ha dichiarato all’inizio di ottobre Muhammed Shehada, responsabile dei programmi e delle comunicazioni dell’ONG, durante la 48ma sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite (CDH).

A causa dell’inquinamento dell’acqua gli agricoltori e i proprietari di terra nella maggior parte delle zone dell’enclave costiera devono pagare circa 2 shekel israeliani (circa 0,50 euro) per una cisterna da 1.000 litri per poter irrigare i loro campi coltivati.

“Noi utilizziamo enormi quantità di acqua per le colture, una cisterna da 1.000 litri non è niente. Se dobbiamo pagare 2 shekel per ogni serbatoio, complessivamente non ne vale la pena”, lamenta Iyad Shallouf.

Iyad Shallouf spende quasi un migliaio di euro al mese per comprare acqua e riempire i bacini artificiali sui suoi terreni per irrigare le coltivazioni. Ogni tanto i costi elevati dell’acqua e dei fertilizzanti, uniti alla penuria di carburante e di elettricità che serve a pompare l’acqua, provocano pesanti perdite per gli agricoltori.

“Oggi le nostre decisioni come agricoltori relativamente ai tipi di coltivazioni che piantiamo sono interamente legate all’accessibilità dell’acqua. Per esempio, probabilmente non vedrete mai nessun agricoltore coltivare cetrioli o fragole da queste parti, perché queste colture necessitano di grandi quantità d’acqua dolce. Piuttosto ci orientiamo verso peperoni verdi e altre colture che non richiedono troppa acqua.”

A causa della penuria d’acqua, nella zona in cui si trova l’azienda di Iyad Shallouf grandi distese di terreni agricoli sono state trasformate in zone residenziali.

“Molti agricoltori hanno valutato che non valesse la pena dii insistere con coltivazioni che finirebbero per essere danneggiate da un’acqua inquinata o dalla scarsità di acqua dolce; quindi hanno semplicemente venduto i loro terreni o hanno piuttosto costruito delle case residenziali e degli appartamenti.”

“Inadatta al consumo umano”

La crisi dell’acqua non ha mai smesso di aggravarsi fin dall’inizio del blocco israeliano, per poi culminare nel 2020.

In quell’anno il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) ha stimato che solo il 10% degli abitanti dell’enclave sotto assedio aveva accesso diretto ad acqua potabile e sicura, mentre più di un milione di abitanti – circa la metà della popolazione – necessitavano di interventi idrici e di sanificazione.

L’elevato livello di salinità dell’acqua in parecchie zone della Striscia di Gaza costringe centinaia di migliaia di famiglie ad acquistare acqua per bere e lavarsi. Mentre l’acqua del mare presenta una salinità di circa 30.000 parti per milione (ppm), l’acqua per uso domestico in certe zone di Gaza arriva fino a un terzo di tale valore.

Ciò equivale a 10 grammi di sale per litro d’acqua, un livello considerato molto alto da Ahmed Safi, un esperto palestinese in scienze dell’acqua e dell’ambiente.

“Una gran parte dell’acqua a Gaza, compresa quella potabile, è contaminata da nitrati, oltre a sale ed alti livelli di cloro, il che provoca molte malattie tra gli abitanti. In certe zone non si può utilizzarla neanche per lavarsi”, aggiunge.

“La ragione principale della crisi dell’acqua a Gaza è l’uso eccessivo delle falde freatiche causato dall’aumento della popolazione dovuta a molteplici fattori, a cominciare dall’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati durante la Nakba (l’esodo dei palestinesi quando nacque Israele) nel 1948.”

Oltre 2,1 milioni di persone vivono nell’enclave costiera sotto assedio, che copre una superficie totale di 360 km2, cosa che fa di essa una delle aree più densamente popolate al mondo.

Circa il 70% della popolazione è composta da rifugiati che sono stati costretti a lasciare le loro città e villaggi d’origine per stabilirsi in altre parti dei territori palestinesi occupati al momento della creazione di Israele.

“Il trattamento delle acque reflue è un altro problema complicato. Per anni i sistemi fognari dipendevano da fosse scavate nel suolo che raccoglievano le acque reflue, che finivano per infiltrarsi nelle falde freatiche contaminandole con i nitrati. Questo sistema è ancor oggi in uso in alcune zone”, prosegue Ahmed Safi.

Di conseguenza, secondo Abdullah al-Qishawi, capo del servizio di dialisi all’ospedale al-Shifa di Gaza, nella Striscia di Gaza il numero di pazienti affetti da insufficienza renale aumenta dal 13 al 14% ogni anno.

“Attualmente abbiamo un migliaio di pazienti che vengono al servizio di dialisi tre volte a settimana. Di questi casi, almeno il 20% è dovuto all’inquinamento dell’acqua”, spiega a MEE.

“Qui al servizio di dialisi notiamo che la maggior parte dei pazienti proviene da zone frontaliere, dove la crisi dell’acqua raggiunge il parossismo.”

Secondo Abdullah al-Qishawi, nonostante l’assenza di studi specifici a Gaza sul rapporto tra il numero crescente dei casi di insufficienza renale e la contaminazione dell’acqua nella striscia costiera, i medici sono in grado di ipotizzare che l’acqua contaminata sia all’origine di problemi renali.

“L’insufficienza renale è generalmente causata da altri problemi come il diabete, l’ipertensione arteriosa o calcoli renali. Tuttavia un gran numero di gazawi a cui è stata diagnosticata un’insufficienza renale non soffrono di nessuna di queste malattie, il che indica che essa è stata causata da un’acqua inadatta al consumo umano”, spiega.

Interruzioni di corrente

L’approvvigionamento di elettricità a Gaza dipende strettamente dalla situazione politica. Quando vi sono tensioni tra Israele e i gruppi armati palestinesi le autorità israeliane normalmente sospendono le consegne di carburante e chiudono il valico di frontiera di Kerem Shalom, al confine tra Gaza e Israele, il che causa l’arresto dell’unica centrale elettrica del territorio.

Nel migliore dei casi gli abitanti della Striscia di Gaza ricevono elettricità per turni di otto ore – otto ore di elettricità seguite da otto ore di interruzione.

Durante queste lunghe ore di interruzione della corrente il funzionamento delle infrastrutture del territorio è gravemente compromesso e i generatori che pompano l’acqua potabile dai pozzi per distribuirla nelle case smettono di funzionare, privando gran parte della popolazione locale di un accesso alle risorse idriche.

“La nostra quotidianità dipende dal nostro accesso all’elettricità e all’acqua. Se abbiamo l’elettricità significa che abbiamo l’acqua per lavarci, cucinare, lavare i piatti, fare le pulizie, bere. Se manca l’elettricità per molte ore, semplicemente la nostra vita si ferma”, confida a MEE Areej Muhammed, madre di famiglia di 29 anni originaria dell’ovest di Gaza.

“Quando elettricità ed acqua sono sospese restiamo lì ad aspettare che ritornino. Riprogrammiamo tuti i nostri impegni e la nostra routine quotidiana in funzione delle ore di accesso all’acqua e all’elettricità”, aggiunge.

Secondo un rapporto di valutazione sulle condizioni sanitarie nei territori palestinesi occupati, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2016, oltre un quarto delle malattie nella Striscia di Gaza è legato all’inquinamento dell’acqua, che costituisce anche una delle principali cause di morbilità infantile.

Nel 2017, allo scopo di migliorare l’accesso all’acqua potabile per migliaia di abitanti, l’Unione Europea e l’Unicef hanno finanziato un impianto di desalinizzazione dell’acqua marina a Gaza per un importo di 10 milioni di euro. Tuttavia il perdurare della crisi dell’elettricità impedisce all’impianto di funzionare a pieno regime.

A causa della mancanza di carburante gli impianti di trattamento delle acque reflue funzionano a capacità ridotta, obbligando l’amministrazione delle acque a sversare in mare acque reflue contaminate e trattate solo parzialmente.

Infrastrutture devastate

Durante i successivi attacchi dell’esercito israeliano contro la Striscia di Gaza dopo il 2008, le forze israeliane hanno preso di mira ripetutamente le infrastrutture idriche, di sanificazione e di igiene, in particolare le zone che ospitavano pozzi e canalizzazioni di acqua, impianti per la sanificazione e anche gli edifici municipali che gestiscono i servizi di risanamento e di smaltimento delle acque reflue.

L’ultima offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza ha avuto luogo per undici giorni a maggio, prendendo direttamente di mira infrastrutture civili vitali e causando danni a lungo termine.

In base ad una rapida valutazione dei danni e delle necessità condotta dalla Banca Mondiale in seguito all’offensiva, la Striscia di Gaza ha subito danni fisici pari a 380 milioni di dollari e perdite economiche stimate in 190 milioni di dollari, cosa che incide direttamente sul diritto degli abitanti ad accedere all’acqua potabile.

Prima dell’offensiva di maggio il consumo quotidiano medio di acqua per abitante a Gaza era di circa 88 litri, una cifra situata entro la fascia da 50 a 100 litri a persona ogni giorno raccomandata dall’OMS per soddisfare i bisogni più elementari e limitare il numero dei problemi di salute.

Nel pieno dell’offensiva, Oxfam [confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo con sede ad Oxford, GB, ndtr.] ha informato che 400.000 persone a Gaza erano prive di accesso all’acqua a causa della distruzione massiccia delle infrastrutture.

Oggi centinaia di migliaia di gazawi devono acquistare l’acqua presso impianti privati di desalinizzazione.

“Circa due anni fa il mio figlio più giovane ha sofferto di grave dissenteria e dolori addominali e si è scoperto che la causa era il consumo di acqua dal rubinetto di casa. Da quel momento ho iniziato a comprare l’acqua dalle autobotti”, racconta a MEE Abu Sameh Omar (40 anni), che vive nel centro di Gaza.

“In genere noi abbiamo i mezzi per acquistare il minimo necessario di acqua potabile ogni mese. È più cara di quella che ci arriva in casa, ma quest’ultima non è potabile. E non posso lasciare che i miei figli bevano quest’acqua e si ammalino.”

(traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

 




Può l’Egitto contribuire a ridurre le tensioni tra Israele ed Hamas?

Ahmad Abu Amer – Gaza City, Striscia di Gaza

19 agosto 2020 – Al-Monitor

Una delegazione dell’intelligence egiziana ha intrapreso nuove iniziative tra Israele e Hamas per ridurre la tensione su entrambi i lati della frontiera della Striscia di Gaza dopo che negli ultimi giorni la situazione è peggiorata.

L’Egitto sta avviando nuovi passi nella Striscia di Gaza nel tentativo di ridurre la tensione che recentemente è in aumento tra Israele e Hamas dopo che il 6 agosto, facendo seguito a una pausa di due mesi, gruppi palestinesi hanno ripreso il lancio di palloncini incendiari verso il sud di Israele.

Israele ha risposto al fuoco che ha devastato i campi nel sud di Israele bombardando numerosi siti militari di Hamas a Gaza. L’11 agosto ha parzialmente chiuso il valico di Kerem Shalom e impedito l’ingresso nella Striscia di Gaza di materiali da costruzione e carburante.

Ciò il 18 agosto ha portato alla chiusura dell’unica centrale elettrica di Gaza. Il 16 agosto ai pescatori palestinesi è stato totalmente vietato l’accesso al mare al largo della Striscia di Gaza.

L’escalation si è prodotta dopo che Hamas ha accusato Israele di ritardare la messa in atto degli accordi di tregua raggiunti nell’ottobre 2018. Essi intendevano alleggerire il blocco e stabilivano la creazione di due zone industriali a est di Gaza City per l’assunzione di decine di migliaia di disoccupati. Come parte degli accordi di tregua avrebbero dovuto essere messi in pratica progetti per l’elettricità e l’acqua, così come piani intesi a incrementare il volume di importazioni ed esportazioni verso e dalla Striscia di Gaza.

In questo contesto il 17 agosto nella Striscia di Gaza è arrivata una delegazione della sicurezza egiziana guidata da Ahmed Abdel Khaleq, responsabile per le questioni palestinesi presso il servizio generale di intelligence egiziano. La delegazione, prima di recarsi in Israele lo stesso giorno per trasmettere le richieste del movimento, si è incontrata per molte ore con i dirigenti di Hamas a Gaza. Era previsto che tornassero a Gaza il 18 agosto con la risposta, ma la visita si è prolungata fino a data indefinita, in quanto Israele ha respinto la maggior parte delle richieste di Hamas.

Un funzionario di Hamas informato sui colloqui ha detto in forma anonima ad Al-Monitor che il movimento ha chiesto alla delegazione egiziana di fare pressione su Israele per l’attuazione degli accordi raggiunti in precedenza e perché si cominci immediatamente a realizzare i progetti riguardanti l’elettricità, l’acqua e le due zone industriali ad est di Gaza City. La fonte ha aggiunto che il movimento non porrà fine alla tensione sul confine con Israele finché quest’ultimo non risponderà alle richieste che ha ricevuto tramite la delegazione egiziana.

Il funzionario ha spiegato che [Hamas] non vuole uno scontro militare, ma non lo teme nel caso Israele rifiutasse di mettere in pratica queste richieste.

Ha rivelato che è stato consentito al Qatar di continuare a finanziare la Striscia di Gaza fino alla fine del 2020 e ha sottolineato che il movimento chiede che il contributo venga esteso fino alla fine del 2021, includendo 200.000 famiglie – invece di 100.000, come nei mesi scorsi – a causa dell’aumento delle famiglie povere nella Striscia di Gaza in seguito al blocco israeliano e alla pandemia da coronavirus.

Il 17 agosto il giornale israeliano Yedioth Ahronoth ha informato che le richieste di Hamas presentate ad Israele tramite la delegazione egiziana sono eccessive e le probabilità di raggiungere un accordo tra Israele e Hamas sono ancora scarse, come evidenziato dal continuo lancio di palloncini incendiari verso il sud di Israele durante e dopo la visita della delegazione egiziana nella Striscia di Gaza.

Il ministro della Difesa israeliano e futuro primo ministro in alternanza Benny Gantz il 18 agosto ha messo in guardia Hamas riguardo al continuo lancio di palloni incendiari da Gaza nel sud di Israele, affermando che “Hamas sta giocando col fuoco e farò in modo che gli si ritorca contro.”

Un parlamentare egiziano vicino ai servizi di intelligence egiziani ha detto in forma anonima ad Al-Monitor: “È vero che le richieste di Hamas ricevute dalla delegazione il 17 agosto sono consistenti, ma rientrano in quello che si era stabilito con Israele nei mesi scorsi.” Prevede che nei prossimi giorni si raggiungerà un nuovo accordo, in quanto nessuna delle due parti vuole arrivare a un’escalation militare.

Il parlamentare egiziano ha sottolineato che al momento la delegazione dell’intelligence sta cercando di mettere d’accordo le due parti nella speranza di riportare rapidamente la calma sul confine tra Gaza ed Israele. Secondo questa fonte la delegazione sta anche tentando di alleggerire le misure prese da Israele dopo la recente escalation, che includono la chiusura del valico di Kerem Shalom e il blocco all’importazione di alcuni prodotti, consentendo la fornitura di carburante all’impianto per la produzione di energia elettrica di Gaza e permettendo ai pescatori di riprendere la loro attività.

Il portavoce del ministero della Sanità di Gaza Ashraf al-Qidra ha detto ad Al-Monitor che se il carburante non venisse rapidamente fornito all’impianto per la produzione di energia elettrica si profilerebbe un disastro sanitario per i pazienti della Striscia di Gaza. Ha segnalato che le gravi ripercussioni della mancanza di elettricità minacciano i pazienti nelle unità di terapia intensiva, nelle sale operatorie e nelle stanze per la quarantena.

Da parte sua Israele attribuisce il ritardo nella messa in pratica di quanto concordato con Hamas nell’ottobre 2018 alla difficoltà, a causa del coronavirus, di tenere incontri con funzionari internazionali per mettere in pratica importanti progetti nella Striscia di Gaza riguardanti specificamente elettricità, acqua e zone industriali.

Mustafa al-Sawaf, analista politico ed ex-caporedattore del giornale locale Felesteen [principale quotidiano della Striscia di Gaza, ndtr.], ha detto ad Al-Monitor che il successo della missione della delegazione egiziana per ridurre la tensione tra Hamas e Israele dipende dalla sua capacità di fare pressione su Israele per ottenere progressi per quanto riguarda gli accordi di tregua.

Sawaf si aspetta che la delegazione riesca ad ottenere risposte positive ad alcune, non a tutte, le richieste che Hamas ha presentato ad Israele, considerando che, dopo che Israele ha ripetutamente fatto marcia indietro sui suoi impegni, il compito per la delegazione egiziana non è facile.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)