Attacchi aerei israeliani mortali colpiscono duramente l’enclave di Gaza

MEE e agenzie

sabato 14 luglio 2018, Middle East Eye

Almeno due adolescenti uccisi, molti palestinesi feriti in quello che il leader israeliano Netanyahu chiama “il colpo più duro” dal 2014

Fonti mediche ufficiali a Gaza affermano che attacchi aerei israeliani hanno ucciso due adolescenti e ferito almeno altri 14 palestinesi nella Striscia di Gaza assediata, in quella che l’esercito israeliano ha descritto come una delle sue più vaste operazioni dal 2014.

Sabato sera il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto che Israele ha inflitto il suo “colpo più duro” ad Hamas dalla guerra del 2014 con una serie di attacchi aerei ed ha minacciato di intensificarli, se necessario.

I due morti palestinesi sono stati identificati dal portavoce del ministero della Salute di Gaza Ashraf al-Qidra come Amir al-Nimra, 15 anni, e Luay Kahil, 16 anni, entrambi colpiti da bombe degli attacchi aerei nel quartiere Katiba di Gaza City.

Al-Qidra ha aggiunto che ambulanze e strutture del ministero della Salute sono state pesantemente danneggiate dagli attacchi aerei a Katiba.

Fonti locali hanno detto a Middle East Eye che un edificio in costruzione su piazza Katiba è stato preso di mira da almeno 4 missili di aerei da combattimento F-16.

Mentre l’edificio era disabitato, la piazza centrale di Gaza City è uno spazio pubblico in cui notoriamente si riuniscono famiglie e bambini.

Stavo guidando il mio taxi sulla strada principale nei pressi dell’edificio (Katiba), quando improvvisamente potenti missili l’hanno colpito,” ha detto a MEE Iyad Hamed da un ospedale in cui è stato curato dopo l’attacco. “La bomba è scoppiata in mezzo a noi, abitanti e passanti nella zona.”

Chiediamo alla resistenza palestinese di rispondere duramente a questa arroganza e barbarie di Israele per porre fine a queste violazioni,” ha aggiunto Hamed.

Sabato mattina Israele ha detto di aver lanciato attacchi aerei che hanno preso di mira strutture di Hamas a Gaza, il giorno dopo che forze israeliane hanno sparato e ucciso due palestinesi che manifestavano nei pressi della barriera che separa l’enclave da Israele.

Più tardi in una dichiarazione in video Netanyahu ha detto: ”Durante una consultazione con il ministro della Difesa, il capo di stato maggiore (militare) e il comando di massima sicurezza dello Stato di Israele abbiamo deciso una dura azione contro il terrorismo di Hamas.”

(L’esercito) ha inferto ad Hamas il colpo più duro dall’operazione “Margine protettivo” e se necessario aumenteremo la forza dei nostri attacchi,” ha aggiunto, in riferimento all’operazione di Israele nella Striscia di Gaza del 2014.

In un comunicato postato su twitter l’esercito israeliano ha affermato che aerei da combattimento israeliani hanno colpito due “tunnel terroristici di Hamas” – uno nel sud di Gaza e l’altro a nord – così come altre infrastrutture lungo il territorio costiero.

Ha affermato che gli obiettivi hanno incluso “complessi utilizzati per preparare attacchi terroristici incendiari e una struttura di addestramento terroristico di Hamas”, e che gli attacchi sono stati effettuati “in risposta ad atti di terrorismo istigati durante le violente proteste che hanno avuto luogo lungo la barriera di sicurezza.”

L’esercito israeliano ha affermato di aver colpito più di 40 obiettivi all’interno di parecchi complessi, in quello che ha descritto come una delle più vaste operazioni dalla devastante guerra del 2014.

Secondo testimonianze a Gaza, gli attacchi aerei di sabato mattina hanno danneggiato infrastrutture militari di Hamas, mentre non sono state diffuse informazioni simili sugli attacchi avvenuti sabato sera.

L’esercito israeliano ha detto che combattenti di Gaza hanno sparato più di cinquanta colpi di mortaio e razzi verso Israele, facendo suonare le sirene di allarme e fuggire gli israeliani nei rifugi. Haaretz [giornale israeliano, ndtr.] ha informato che 16 razzi sono stati intercettati dal sistema di difesa missilistica Iron Dome.

Un portavoce della polizia israeliana ha affermato che tre israeliani sono stati portati in ospedale in seguito agli attacchi. Haaretz ha informato che quattro israeliani sono stati leggermente feriti dopo che un razzo sparato da Gaza ha colpito la loro casa nella città meridionale di Sderot.

Il portavoce di Hamas Fawzi Barhoum ha rivendicato la responsabilità per i colpi di mortaio di sabato mattina contro Israele, aggiungendo che sono stati lanciati “in risposta agli attacchi aerei israeliani.”

La protezione e la difesa del nostro popolo sono un dovere nazionale e una scelta strategica,” ha sostenuto Barhoum.

Un portavoce di Hamas ha detto ad Haaretz che “l’escalation e l’intensificazione dell’aggressione israeliana non definiranno una nuova agenda,” aggiungendo che non “bloccheranno il processo di ritorno. Le forze della resistenza non permetteranno ad Israele di continuare ad attaccare il popolo palestinese, e saremo pronti a rispondere.”

Una fonte ufficiale palestinese, che ha parlato in incognito con l’agenzia di notizie [inglese] Reuter, ha affermato che l’Egitto ed altri attori internazionali erano in contatto con Israele e Gaza per cercare di ripristinare la calma. Non ci sono stati commenti immediati da fonti ufficiali al Cairo.

All’inizio della settimana Israele ha chiuso Kerem Shalom, l’unico valico commerciale della Striscia di Gaza, inasprendo l’assedio dell’enclave palestinese, mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha minacciato “passi ulteriori”.

Le autorità israeliane hanno incolpato Hamas della “Grande Marcia del Ritorno”, un’accusa che gli organizzatori della campagna hanno respinto, ed ha accusato il partito che governa Gaza di essere dietro gli aquiloni incendiari diretti al di là della barriera di sicurezza che hanno appiccato incendi in Israele.

I palestinesi di Gaza hanno partecipato alla “Grande Marcia del Ritorno” dal 30 marzo, chiedendo la fine del blocco di undici anni imposto da Israele contro Gaza e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi alle terre che le loro famiglie hanno abbandonato durante la fondazione dello Stato di Israele nel 1948.

Secondo il ministero della Salute di Gaza, da quando allora sono scoppiati proteste e scontri lungo la barriera, almeno 139 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano.

Nessun israeliano è stato ucciso. Comunque l’esercito israeliano afferma che venerdì un soldato è stato ferito da una granata.

Nel contempo il ministero della Salute di Gaza sostiene che 220 palestinesi sono rimasti feriti nelle proteste di venerdì nei pressi della barriera di Gaza, oltre a Othman Rami Hales, 15 anni, e a Mohammed Nasser Shurrab, 20 anni, che sono stati colpiti a morte.

Informazioni aggiuntive a Gaza di Mohammed Asad.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Pennellate di vita comune dalla Striscia di Gaza

Patrizia Cecconi da Gaza

16 giugno 2018, Pressenza

Ieri era festa grande a Gaza, come in tutti i paesi a prevalenza musulmana. Una festa che non si ignora neanche laddove cadono senza sosta bombe devastatrici di vite e di intere comunità.

Ieri era il primo giorno dell’Eid fitr, quello che segue la fine del Ramadan e che ha ancor più importanza di quanto ne abbia il Natale nei paesi a prevalenza cristiana.

L’Eid fitr è la festa in cui i bambini hanno gli abiti nuovi e girano felici per le strade e le famiglie si fanno visita l’un l’altra. Anche nelle case dei recenti martiri si festeggia l’Eid ed è un’occasione per onorare il martire e ricordare che la sua morte è benedetta sebbene dolorosa.

Molti gazawi hanno deciso di passare questi giorni negli accampamenti della grande marcia lungo il confine. Israele, che non cessa mai di far sentire la sua presenza con il ronzio ossessivo dei droni-spia, ha partecipato all’Eid non solo con l’onnipresenza dei droni ma anche con alcuni missili lanciati su uno degli accampamenti in cui i ragazzi preparavano i temibili aquiloni diventati simbolo della grande marcia. Per fortuna niente vittime e l’Eid fitr continua per altri due giorni come previsto dal rito coranico.

Nei giorni precedenti l’Eid, cioè durante il Ramadan, è normale essere invitati all’iftar, cioè alla cena che interrompe il digiuno dopo il calar del sole. Queste cene sono un’immersione totale nello spirito del luogo. Uno spaccato sociologico che toglie ogni dubbio su quanto ci sia di falso negli stereotipi forniti dai media i quali, a parte pochissime eccezioni, si gingillano in cosiddette analisi di situazioni che non conoscono neanche per un affaccio veloce alla finestra.

Essere invitati all’iftar, in quanto stranieri, è una forma di rispetto e di affetto in tutta la Palestina. Essere invitati all’iftar nella Striscia di Gaza è anche qualcosa di più: è un ringraziamento per esserci, perché in una prigione come Gaza, in cui per gli stranieri è molto difficile entrare e per i gazawi è quasi impossibile uscire, anche se feriti o malati, esserci significa vedere e testimoniare. Testimoniare dal vivo e raccontare il vero, sempre che si abbia l’onestà intellettuale per farlo e non si dipenda dal libro paga di chi stabilisce cosa sia opportuno scrivere.

Quindi, stante la condizione di assoluta libertà di espressione, ecco una cronaca da Gaza arricchita dalle tante interviste informali raccolte durante questi incontri conviviali. Due o tre sono le cose particolarmente rilevanti emerse in queste conversazioni ed una di queste è che, nonostante il taglio dell’elettricità da parte di Israele, ogni casa visitata è illuminata da luce elettrica e non da candele. Come mai? Forse che Israele, detentore dell’assedio e anche dell’elettricità, ha concesso più ore di luce? No. Il motivo è che i gazawi, in questi 11 anni di illegale assedio, hanno sviluppato su vari fronti la loro creatività. Mentre gli ospedali o le grandi strutture usano i generatori e, chi può, usa i pannelli solari, le singole abitazioni – spesso appartamenti arrampicati l’uno sull’altro in uno degli 8 campi profughi, o piccole case ricostruite alla meglio dopo l’ultimo terribile massacro del 2014 – non hanno la possibilità di usare un generatore, sia per il costo dello stesso, sia per il costo del carburante, e allora qualcuno si è inventato l’uso alternativo della batteria dell’automobile. Qualche piccola modifica per poterla alimentare nelle due o tre ore in cui Israele fa passare l’elettricità, cioè verso mezzanotte quando normalmente la famiglia ormai dorme, e qualche altra modifica per alimentare gli impianti domestici con l’energia accumulata nella batteria et voila, il gioco è fatto: Israele vuole lasciare al buio Gaza e Gaza si attrezza sviluppando sistemi alternativi.

In questo periodo sembra che la scelta di rispondere in modo non violento alla negazione dei propri diritti abbia scatenato, in questa comunità di prigionieri, una grande fantasia creativa che ha preso il posto di frustrazione e rabbia. Lo si è visto nelle manifestazioni della Grande marcia del ritorno in cui ai micidiali lanci di tear gas un gruppo di manifestanti aveva organizzato il “rilancio” nel campo nemico usando racchettoni e racchette da tennis, o nel tentativo vagamente pitagorico di utilizzare gli specchi per confondere i cecchini, o nell’incendio dei copertoni il cui denso fumo nero impediva ai cecchini di prendere la mira, riducendo così il numero delle vittime che, comunque, sono state circa 130 alle quali si aggiungono oltre 13mila feriti. Ma l’idea principe è stata sicuramente quella delle mini mongolfiere e degli aquiloni con la codina accesa da far volare oltre la rete dell’assedio, spiegando così all’assediante che i gazawi non si arrendono e pretendono il riconoscimento dei loro diritti. Seguitano anche a spiegare, inascoltati dall’occidente, che dietro a queste decine di migliaia di uomini donne e bambini che si radunano lungo il confine non c’è il coordinamento di Hamas, né di altri partiti politici, bensì la riedizione di un tentativo già sperimentato, ma fallito, nel 2011 e cioè un movimento di base che scavalchi i partiti senza negarli, ma senza lasciarsi irretire dalle rivalità tra i vertici, e che tende a richiamarsi al concetto di fronte unico per ottenere i diritti affermati dall’ONU ma negati da Israele.

Questi i discorsi generali che hanno accompagnato le belle cene dell’iftar nell’ultima settimana del Ramadan. Ma a questi vanno aggiunti spunti e suggestioni che offrono inquietanti motivi di riflessione.

In parte per caso, in parte per scelta, nessuno degli incontri ha avuto come interlocutori militanti o simpatizzanti di Hamas, il partito al potere, il quale in passato ha scelto la lotta armata, compreso l’uso di kamikaze per ottenere senza mai riuscirci – il rispetto dei diritti del popolo palestinese da parte di Israele. Ormai Hamas ha preso un’altra via sebbene Israele trovi molto comodo nella sua propaganda con l’occidente attribuirgli la responsabilità di qualunque azione ostile, violenta o meno, ottenendo in tal modo due risultati: uno verso l’esterno, quello di screditare ogni azione legittima, quale la richiesta di applicare le Risoluzioni ONU, ammantandola di un falso velo di terrorismo grazie ai buoni servigi dei tanti opinion maker israelo-dipendenti. Verso l’interno, invece, quello di ottenere l’accredito di Hamas come organizzazione capace di muovere le masse dei gazawi anche se non sempre questo risponde al vero, restituendogli un carisma che ad un’analisi orientativa sembrava essere in caduta libera.

I due argomenti più interessanti, oggetto delle interviste informali realizzate in questi giorni, hanno riguardato: 1) il comportamento dell’Anp, che qui viene regolarmente riportato al solo presidente Abu Mazen, considerato come responsabile unico della punizione collettiva imposta ai palestinesi di Gaza attraverso il taglio degli stipendi e 2) l’uccisione di bambini e teenager da parte di Israele. Questo secondo argomento creerà sicuramente disappunto e verrà attaccato brutalmente dalle organizzazioni sioniste, se questo articolo verrà letto, come già successo per altri lavori che sono stati oggetto di attacchi rabbiosi ma non destrutturanti di quanto affermato, visto che scriviamo solo ciò che è dimostrabile e documentabile.

Per quanto riguarda il taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici di Gaza in carico al governo di Ramallah, taglio dovuto al tentativo di fiaccare Hamas accrescendo a dismisura la povertà nella Striscia, sperando in una qualche forma di sollevazione pro Anp, l’effetto si è dimostrato un boomerang dal punto di vista politico e un baratro dal punto di vista morale. A nessuno sfugge l’altissimo livello di vita di Abu Mazen e dei suoi figli, ricchi imprenditori probabilmente per loro proprio merito, ma tacciati di corruzione da tutti gli intervistati. L’amaro senso di tradimento probabilmente porta a queste risposte esasperate, ma queste sono comunque le risposte offerteci. Gaza è assediata, Israele tra i tanti crimini passati sotto silenzio commette anche quello di irrorare di glifosato le coltivazioni gazawe per impedirne il raccolto, e l’Autorità palestinese invece di sostenere i propri figli li getta in un’ancor più nera miseria! Questo non è percepito da nessuno dei miei interlocutori come un errore politico, ma da tutti come un crimine commesso contro i fratelli gazawi per un odio contro Hamas tanto cieco da favorire Israele. Questo dicono i Gazawi.

Agli occhi di un occidentale che non conosce la cultura palestinese tutto questo sembra confliggere col fatto che la Striscia sia piena di Università (nessuna completamente gratuita) e che le università siano piene di studenti e studentesse i quali vengono spessissimo da famiglie in cui si sopravvive grazie ai sussidi dell’Unrwa. Studenti che solo in bassa percentuale hanno partecipato alle manifestazioni al confine ma che plaudono alla grande marcia e che mostrano l’icona dell’infermiera Razan Al Najjar, o dell’artista Mohammed Abu Amr che scolpiva sulla sabbia, o del giornalista Yaser Murtaja, tutti resi martiri da Israele. Studenti che pur non partecipando direttamente alla grande marcia, plaudono alla geniale idea degli aquiloni che è stata capace di mettere in crisi il potentissimo apparato bellico israeliano. Si riconoscono in quelle figure di combattenti disarmati capaci di far vacillare l’immagine di Israele come onnipotente e danno il loro sostegno ideale anche se raramente hanno raggiunto i manifestanti al confine.

Uno dei miei intervistati, padre di alcuni studenti e prima persona che mi ha mostrato con un’espressione vagamente divertita l’apparato elettrico alternativo che illumina la sua casa, lo stesso che mi ha fatto avere come regalo un paio di quei bellissimi aquiloni, che difficilmente potrò riportare in Italia, è uno dei tanti dipendenti legati a Fatah e rimasto senza stipendio per la “lungimiranza” dell’Anp. Tra le tante cose dette, mi dice una frase che riporto testualmente: “Hamas non brilla per creatività, sono i nostri giovani la nostra forza e questo Israele lo sa e per questo li uccide”. E’ lapidaria e terribile la sua affermazione, la contesto. Statistiche alla mano non ho difficoltà a contestarla, non perché voglia difendere Israele, conosco bene la gravità dei suoi crimini e l’ancora maggior gravità del fatto che questi restino regolarmente impuniti, ma mi sembra un’affermazione impropria. Gli faccio notare che per ragioni statistiche, essendo la popolazione gazawa mediamente giovane dato l’alto numero di figli che arricchisce ogni famiglia, è normale che vengano uccisi più ragazzi giovani che popolazione matura. Non è così. Alla conversazione partecipa uno dei medici degli ospedali che hanno fatto miracoli per provare a salvare vite e arti e mi chiede se ricordo che durante la mia visita nel suo ospedale ben tre ragazzi erano stati colpiti ai genitali e resi sterili oltre che invalidi. Mi dice che altri hanno avuto lo stesso destino e che sono troppi perché il fatto possa essere considerato pura coincidenza. Israele ha paura della crescita demografica del popolo palestinese, questo lo sappiamo, ma questo non può significare lo sterminio scientifico di una generazione. Sinceramente mi sembra troppo e insisto nella mia posizione.

Ho davanti a me un uomo che ha conosciuto (come il 90% degli uomini palestinesi) le galere israeliane da quando aveva 16 anni. Arrestato mai per crimini, ma per la sua militanza in Fatah, cosa che ora forse non succederebbe più. Un uomo che la mentalità israeliana e il cinismo scientifico che l’accompagna li conosce bene. Accanto a lui ho un medico ospedaliero che nei suoi tanti anni di professione ha avuto non solo malati ma molti feriti dall’esercito detto il più morale del mondo. Anche lui mi dice che c’è grande scientificità, perfettamente mirata, nei crimini israeliani. Ho di fronte a me anche dei ragazzi che ancora non hanno avuto modo, per fortuna, di conoscere le galere israeliane ma che mi dicono di aver perso un gran numero di amici della loro età nei bombardamenti del 2014. Mi viene ricordato un episodio avvenuto in Cisgiordania negli anni “80 in cui vennero rese sterili circa duemila ragazze. Quattro conti e viene fuori che in un colpo solo Israele ha ridotto la popolazione potenziale di circa 16.000 persone che oggi, per effetto del moltiplicatore generazionale ne avrebbero probabilmente fatte nascere già almeno altre 32.000.

E’ spaventoso oltre che inquietante. Faccio ancora qualche obiezione ma poi mi faccio qualche conto veloce. Prendo in esame solo i due massacri maggiori degli ultimi dieci anni: Piombo fuso e Margine protettivo. Non so quanti diciottenni o ventenni o venticinquenni siano stati ammazzati ma so che sono stati la maggioranza dei circa 1450 morti di piombo fuso e dei 2260 di margine protettivo. So però quanti bambini sono stati ammazzati. Ben 318 nei soli 21 giorni del primo massacro e 570 più un migliaio resi invalidi a vita nei 49 giorni del secondo.

A parere dei miei intervistati tutto questo fa parte della lungimiranza strategica, tanto intelligente quanto cinica, dei governanti israeliani. Non solo di Netanyahu, ma di tutti i governanti israeliani e mi invitano a ricordare che molti di loro erano stati feroci terroristi prima della nascita dello Stato di Israele di cui poi sarebbero diventati onorevoli statisti.

Mi ripetono che questo rientra nella mentalità israeliana e che nessuna uccisione di palestinese in grado di procreare è casuale. “Sono i nostri giovani la nostra forza e per questo Israele li uccide” ripete il mio ospite. Però, con uno spirito assolutamente palestinese, aggiunge “ma non potrà ucciderli tutti e gli interessi che sostengono Israele non saranno eterni. Assaggia la zuppa di verdura che è speciale”. Si cambia registro così, qui a Gaza. Se non fosse così fosse sarebbero stati assuefatti e addomesticati. Qualcuno la chiama resilienza.

Mentre scrivo queste riflessioni dalla mia finestra entrano tre cose: l’insopportabile ronzio dei droni al quale non riuscirò mai ad abituarmi, un caldo che fino a poco fa pare abbia toccato i 42 gradi all’ombra e che mi ha tenuta bloccata in casa, e il rumore di clacson misto a tante voci che vengono dal porto. Tra un po’, appena spirerà un po’ di brezza scenderò sulla spiaggia che ho davanti al mio ufficio e che sarà piena di palestinesi in festa. La spiaggetta in cui nel 2014 vennero fatti a pezzi 4 bambini mentre giocavano a pallone. Ho sempre pensato si trattasse di crudeltà e sadismo, ma dopo le ultime interviste ho cambiato idea: Israele non ha soltanto bisogno di uccidere, come già scritto alcuni giorni fa, per una sindrome non superata dovuta all’olocausto, Israele ha anche l’obiettivo di uccidere per fermare la crescita del popolo palestinese. Lucidamente, scientemente, criminalmente.

Ripensando ad alcuni articoli di Gideon Levy, una delle firme più prestigiose del giornalismo israeliano progressista, mi rendo conto che Levy questo orrendo obiettivo lo denuncia da tempo. Ma solo l’impatto vis à vis con chi è direttamente colpito da questo progetto mi ha dato consapevolezza della sua mostruosità. Se Israele si salverà da se stesso sarà anche perché quella piccola minoranza di cui Gideon Levy fa parte e che rappresenta la parte sana del paese, riuscirà ad ostacolare questa deriva razzista o peggio.

Per oggi è tutto, la festa continua comunque, nonostante l’ombra minacciosa di Israele, nonostante la cecità politica dell’Anp, nonostante il dolore per i tanti martiri, che però non sono assenti, basta entrare nelle case per vedere che anche loro partecipano all’Eid. Partecipano in forma di icona e di ritratti che riempiono i muri.”

Per oggi è tutto, la festa continua comunque, nonostante l’ombra minacciosa di Israele, nonostante la cecità politica dell’Anp, nonostante il dolore per i tanti martiri, che però non sono assenti, basta entrare nelle case per vedere che anche loro partecipano all’Eid. Partecipano in forma di icona e di ritratti che riempiono i muri.




Bisognava uccidere qualche palestinese

Amira Hass

20 febbraio 2018 Haaretz

L’imbarazzo provocato dalla negligenza dei soldati israeliani sabato non poteva essere cancellato bombardando le postazioni di Hamas. Era necessario qualcos’altro.

Nell’attacco terroristico al confine di Gaza alle 21,30 di sabato due ragazzi di 15 e 17 anni sono stati uccisi ed altri due, di 16 e 17 anni, feriti. Dei soldati israeliani hanno sparato circa 10 granate in territorio palestinese contro i quattro, che si trovavano a circa 50 metri ad ovest del confine.

I corpi di Abdullah Armilat e di Salem Sabah sono stati trovati da una squadra della Mezzaluna Rossa palestinese, che è riuscita a raggiungerli solo domenica mattina. Sia il quindicenne Armilat che il diciassettenne Sabah sono probabilmente morti dissanguati dopo essere stati feriti da proiettili delle granate israeliane.

Il luogo, ad est di Shokka nel sud della Striscia di Gaza, è conosciuto come un posto attraverso il quale i giovani, che sperano o di trovare lavoro o di essere arrestati, fuggendo così dalla vita di povertà senza speranza a cui sono condannati, cercano di passare in Israele. Secondo i dati più recenti, circa il 60% dei giovani di Gaza sono disoccupati. In televisione, o dalle poche alture di Gaza, i giovani palestinesi possono vedere le ampie comunità ebraiche, immerse nel verde, che alimentano la delusione dei gazawi rispetto al lavoro, alle opportunità e agli spazi aperti.

Un altro punto di passaggio, o di tentativo di passaggio, ben noto all’esercito israeliano, si trova nel centro di Gaza. Proprio in questo mese cinque giovani usciti di là per cercare lavoro sono stati catturati ed arrestati. Molti di coloro che cercano di passare in Israele lo fanno di notte, come Armilat e Sabah. La grande maggioranza, come Armilat, Sabah e i loro due amici, provengono da famiglie beduine della zona.

I due ragazzi che si sono salvati sono ora curati all’ospedale europeo di Gaza, nel sud della città. Uno, con ferite più leggere, ha detto ad un ricercatore del Centro palestinese per i diritti umani che lui e i suoi amici, le cui vite sono state spezzate in così giovane età, effettivamente speravano di passare il confine e cercare lavoro in Israele. Quando il medico ha detto al suo angosciato padre che suo figlio sarebbe stato dimesso il giorno successivo, lui è scoppiato in lacrime ed ha baciato la mano del medico.

Recentemente c’è stato un ulteriore incremento nel numero di persone che tentano di entrare in Israele senza permesso. Di fronte all’opprimente povertà ed alla crescente disperazione, i giovani si sono fatti più audaci.

“L’esercito israeliano è strano: a volte è difficile capirlo”, ha detto un abitante di Rafah che è per me come un fratello minore. Non ci siamo visti per 10 anni, ma abbiamo mantenuto confidenza e strette relazioni per telefono.

“A volte vedi che l’esercito si pone dei limiti, dimostrando di saper fare distinzioni”, ha continuato. “Normalmente, se chi viene fermato dai soldati ha meno di 18 anni, lo rilasciano immediatamente e lo rimandano a Gaza. I soldati conoscono bene questo posto e sanno che le persone che passano di lì sperano di trovare lavoro. Sono attrezzati per vedere di notte e avrebbero potuto vedere che i quattro ragazzini erano disarmati. Quindi perché colpirli direttamente ed ucciderli?”.

Hai torto, mio giovane amico, non è assolutamente così. Già da sabato mattina, quando dei soldati israeliani sono stati gravemente feriti da una bomba nel territorio di Gaza, i portavoce sia delle fonti ufficiali che dei media hanno preparato il terreno per una rapida vendetta. Hanno detto che dal 2014, durante l’operazione ‘Margine Protettivo’ (l’attacco israeliano a Gaza, ndtr.), non vi era stato un incidente così grave. L’esplosione di un ordigno destinato a soldati ben addestrati e ben armati è stato riportato dai media come un attacco terroristico. Il capo del Comando sud dell’esercito, Eyal Zamir, domenica ha dichiarato che “L’attacco a soldati dell’esercito israeliano è un grave atto terroristico”, come se l’obbiettivo fossero stati dei bambini in un asilo o delle donne sull’autobus che tornavano con le loro borse dal mercato. La rabbia è esplosa nei programmi televisivi del sabato e ha continuato a crescere.

L’imbarazzo causato dalla penosa negligenza dei soldati non poteva essere cancellato semplicemente bombardando le vuote postazioni di Hamas. Ci voleva qualcosa di più. In altri termini, alcuni palestinesi disponibili per essere uccisi, che potessero essere sepolti in una generica frase negli articoli dei media, con l’aiuto del monopolio che noi deteniamo sul diritto di definire che cosa costituisca terrorismo.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il Randello della Democrazia

Recensione del libro Il Muro della Hasbara’. Il giornalismo embedded de “La Stampa” in Palestina, di Amedeo Rossi, Zambon Editore, Ottobre 2017.

Angelo Stefanini, 9 dicembre 2017.

Chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato”. È lo slogan che sintetizza perfettamente il meccanismo psicologico di controllo della realtà che nella neo-lingua coniata da George Orwell viene chiamato “bi-pensiero”.

Nel mondo distopico descritto nel romanzo 1984, il Partito del Grande Fratello può contare su di una popolazione ciecamente fiduciosa nei dettami del Partito grazie al suo totale controllo sul passato. Tale controllo è talmente assoluto da potere dichiarare che un determinato avvenimento non sia mai successo: nel momento in cui tutti i documenti circolanti riportano la medesima storia imposta dal Partito, allora “la menzogna diventa verità e passa alla storia“.

Nella realtà attuale le cose non vanno in modo molto diverso. Edward Bernays, conosciuto come il “padre delle pubbliche relazioni” (PR), l’inventore della propaganda a fini commerciali e politici, parlava di un “governo invisibile” che è il vero potere dominante del mondo reale: si riferiva al giornalismo, ai media. “Per una democrazia,” sostiene il celebre teorico della comunicazione Noam Chomsky, “la propaganda è quello che è il randello per uno stato totalitario“.i

Più comunemente, le notizie che ci raggiungono quotidianamente attraverso i media esercitano un’influenza potente sulla nostra percezione, dicendoci quali eventi siano importanti e modellando la nostra comprensione dei problemi. Per questo motivo, il controllo delle immagini e delle parole usate per raccontare le guerre moderne, in particolare il conflitto israelo-palestinese, è diventato un elemento essenziale. Che per Israele tale controllo sia decisivo l’ha ammesso candidamente l’ex Console Generale di Israele a New York, Alon Pinks: “Siamo attualmente in conflitto con i palestinesi e impegnarsi in una campagna di pubbliche relazioni di successo è una componente della vittoria in quel conflitto“.ii

Dopo il disastro d’immagine che fece seguito al massacro di Sabra e Shatila in Libano nel 1982, Israele decise di creare una struttura istituzionale permanente per condizionare come il mondo vede il Medio Oriente. Nacque così il Progetto Hasbara’ (ebraico per “spiegazione”) che la rivista indipendente israeliana online +972 Magazine definisce come “una forma di propaganda rivolta a un pubblico internazionale… allo scopo di influenzare il discorso in un modo che raffiguri positivamente l’operato e le politiche israeliane, comprese le azioni intraprese da Israele nel passato. Spesso, ne risulta anche un ritratto negativo degli arabi e in particolare dei palestinesi.iii

Un modo di “influenzare” il discorso può essere, per esempio, attraverso uffici stampa talmente efficaci a diffondere i loro comunicati che un giornalista potrebbe rimanere seduto a scrivere articoli nel proprio ufficio a New York o a Roma senza dover sprecare tempo o energia immergendosi nella pericolosa realtà. Oppure, per contrastare le critiche, utilizzare schiere di “guardiani” che tengano sott’occhio e facciano pressione su giornalisti e mezzi di comunicazione.

Il tutto diventa così contorto nel panorama del conflitto israelo-palestinese che la mancanza d’informazione, l’assenza d’immagini, la scarsità di analisi, il vuoto di voci che descrivano l’esperienza dei palestinesi sotto occupazione è talmente vasto che la gente non ha nemmeno l’idea che da cinquanta anni in quelle terre si stia consumando la profonda ingiustizia di una crudele occupazione militare e una progressiva colonizzazione condannate più volte dalla comunità internazionale.

È di tutto questo che tratta il libro di Amedeo Rossi. Militante per la causa palestinese, l’autore collabora con un gruppo che si dedica alla traduzione in italiano di articoli di giornali pubblicati in Israele o su mezzi d’informazione palestinesi, che poi sono inseriti nel sito Zeitun.info. Da questa sua esperienza è nato il libro Il muro della Hasbarà. Il giornalismo embedded de «La Stampa» in Palestina. Sulla scia di lavori fondamentali come quelli di Noam Chomskyiv o di Greg Philov, Rossi si propone di “analizzare i meccanismi attraverso i quali il discorso filo-israeliano viene trasmesso ai lettori” cercando “forme di controinformazione e di denuncia che aiutino a smascherare l’operazione di fiancheggiamento”, insomma gli effetti dell’hasbara’. E lo fa in modo eccellente utilizzando come caso di studio il quotidiano “La Stampa”.

Il libro prende di mira più in generale quella che nella Prefazione Moni Ovadia definisce con l’ossimoro di “libera stampa embedded”, la stampa che vuole apparire rispettabile pilastro dell’establishment presentandosi come oggettiva, equidistante e asettica. È ciò che il famoso inviato di guerra John Pilger in modo beffardo descrive come “professional journalism”. Proprio quello che Amedeo Rossi espressamente dichiara NON essere la sua ricerca, affermando: “chi scrive è schierato dalla parte dei palestinesi”. “Il pericolo per i media “, chiarisce con una delle numerose citazioni di Jerome Bourdon, storico della comunicazione dell’università di Tel Aviv, “non è quello di fare delle scelte, ma di negare che le fanno”.

Tra la Prefazione e la Post-fazione scorrono l’Introduzione e cinque capitoli. Nei primi tre l’autore prende in esame in ordine cronologico l’operazione “Piombo fuso” (cap.1), l’attacco alla Freedom Flottilla e il massacro sulla nave Mavi Marmora (cap.2) e l’operazione “Margine protettivo” (cap.3). Il corposo cap.4, che occupa circa la metà dell’intero libro, è dedicato all’analisi de “Il conflitto a bassa intensità”. Gli innumerevoli e dettagliati esempi citati lungo tutto il percorso di analisi degli articoli del quotidiano trovano una sintesi conclusiva nel cap.5 che documenta in modo impeccabile come “a dispetto di ogni verosimiglianza, la versione fornita dai portavoce ufficiali israeliani viene costantemente riportata dai mass media”, soprattutto quelli italiani a cominciare da La Stampa.

Ciò che questo lavoro esemplare aiuta a svelare è l’importanza di cogliere non solo cosa c’è nella storia, ma, soprattutto, quello che non c’è. In questo senso l’assenza di un’informazione è vitale tanto quanto la sua presenza in termini di come le persone danno un significato alla storia stessa. Il contesto è tutto. Il contesto che spesso manca nel racconto della “libera stampa embedded” è che la rivolta palestinese è il risultato di 50 anni di brutale occupazione e di 70 anni di continua Nakba (“catastrofe”) palestinese. Quando questi fatti non sono presenti nella storia, ci mette in guardia Amedeo Rossi, allora la notizia in realtà non ha alcun senso e nasconde una situazione inaccettabile. Questo è il motivo per cui la maggior parte degli occidentali non ha la minima idea di quale sia la storia e la realtà del conflitto.

Con questo coraggioso ed elegante lavoro di ricerca l’autore ci offre, in questi tristi momenti della vita dei palestinesi, una lettura indispensabile per comprendere come sia possibile che uno Stato che continua a violare il diritto internazionale, ignorando con arroganza decine di risoluzioni di condanna delle Nazioni Unite, possa essere dalla maggioranza dell’opinione pubblica ancora considerato il bastione della democrazia nel Medio Oriente, ed essere servilmente celebrato con l’offerta di ospitare l’inizio del Giro ciclistico d’Italia.

Un consiglio di ordine “tipografico” per la prossima edizione: arricchire l’Indice con i titoli delle sezioni e sotto-sezioni dei vari capitoli. Sarebbe un importante aiuto al lettore per avere davanti a se’, in un’unica pagina, il percorso analitico che compone la “disamina concreta, puntigliosa, certosina, inattaccabile”vi condotta al quotidiano La Stampa. Che ne esce nudo e disonorato per la… oggettività perduta.

ii “Peace, Propaganda & The Promised Land: Occupied Palestine”. https://bennorton.com/peace-propaganda-the-promised-land-occupied-palestine/

iii “Hasbara: Why does the world fail to understand us?” https://972mag.com/hasbara-why-does-the-world-fail-to-understand-us/27551/

iv Noam Chomsky & Edward S. Herman, La fabbrica del consenso. Ovvero la politica dei mass media. Il Saggiatore, 2014.

v Greg Philo and Mike Berry, Bad News From Israel, Glasgow University Media Group, 2004. Greg Philo and Mike Berry, More Bad News From Israel, Glasgow University Media Group 2013.

vi Nella Post-fazione di Ugo Giannangeli, p.367.




Un’ avvocatessa olandese determinata ad ottenere giustizia per la gente di Gaza

Amira Hass, 27 giugno 2017 Haaretz

Liesbeth Zegveld è convinta che un tribunale olandese possa istruire una causa contro pezzi grossi dell’esercito israeliano per l’uccisione di sei palestinesi

Che cosa hanno in comune l’isola di Giava in Indonesia, la FIFA, una falsa accusa in Libia ed il campo profughi di Bureij nella Striscia di Gaza? Condividono tutti una stessa avvocatessa olandese, Liesbeth Zegveld, che sfida i termini di prescrizione e i limiti nazionali di giurisdizione quando si tratta di crimini nei confronti della vita umana commessi da potenti.

Martedì scorso ha inviato una notifica di chiamata in correità all’ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Benny Gantz ed al comandante delle forze aeree israeliane Amir Eshel, chiedendo loro di comunicarle entro sei settimane se si assumono la responsabilità dell’uccisione di sei membri della famiglia di Ismail Ziada, un cittadino olandese, nel corso dell’operazione ‘Margine Protettivo’ a Gaza nel 2014, e se intendono risarcirlo per i danni.

La notifica informa che, se non intendono farlo, lei ed il suo cliente intenteranno una causa civile accusandoli di crimini di guerra presso un tribunale olandese. Il giudice esaminerà in primo luogo la questione se un tribunale olandese abbia giurisdizione sul caso.

Zegveld riferirà alla corte il caso di un medico palestinese, Ashraf al-Hajuj: nel 2000 lui e cinque infermiere bulgare che lavoravano in un ospedale libico furono ingiustamente accusati di aver infettato dei bambini con il virus HIV. Solo la pressione internazionale li salvò dalla pena di morte. Dopo che Hajuj tornò in Olanda si rivolse alla Zegveld, che citò in giudizio 12 alti ufficiali libici per tortura e trattamento inumano.

Fece riferimento al principio di giurisdizione universale – in altri termini, per la gravità del crimine, la corte ha il diritto di giudicare a prescindere dal luogo in cui sia avvenuto il crimine. Sostenne inoltre che Hajuj non avrebbe avuto possibilità di un equo processo se avesse fatto causa in Libia. La sua opinione venne accettata. Nel marzo 2012 la corte gli riconobbe 1 milione di euro di risarcimento.

Nel caso di Ziada, la Zegveld intende dimostrare al giudice olandese che i palestinesi non hanno possibilità di un equo processo in Israele e che in quel Paese non si procede realmente ad indagini sulle denunce di crimini di guerra.

Zegveld, dello studio legale sui diritti umani Prakken d’Oliveira di Amsterdam, è specializzata in responsabilità per violazioni di diritti umani e rappresenta le vittime di guerra. L’obbiettivo non è il risarcimento economico, ma molto di più, afferma. Il caso dell’Indonesia lo conferma: nel 2008 Zegveld ha chiesto risarcimento al governo olandese un risarcimento per diverse vedove e bambini di circa 400 indonesiani uccisi dall’esercito olandese il 9 dicembre 1947 nel villaggio di Rawagede, sull’isola di Giava. All’epoca, le uccisioni erano considerate una legittima attività di repressione contro gli oppositori del governo coloniale olandese, la loro guerriglia e le attività terroristiche.

Anzitutto Zegveld riuscì a superare i termini di prescrizione. Lei ed i suoi colleghi allora scoprirono che quanto accaduto a Rawagede non era un incidente isolato. Infatti nel 1968 un’indagine promossa dal governo rivelò alcuni massacri di civili indonesiani commessi dall’esercito olandese, presentati come casi sporadici.

Così, per decenni l’Olanda ha mantenuto la sua limpida immagine. L’azione legale per conto delle vittime 60 anni dopo il crimine ha contribuito ad aprire crepe nell’amnesia della pubblica opinione. Ha anche incoraggiato la tendenza a condurre studi accademici su quegli anni, in cui l’Olanda ha rifiutato con spietata ostinazione di dire addio alla sua redditizia colonia. Nella sua tesi di dottorato, lo storico Rémy Limpach è giunto alla conclusione che vi fu violenza strutturale e sistematica.

Ciò ha spianato la strada perché l’Olanda risarcisse le vittime e si scusasse per i suoi crimini a Rawagede. A fine 2016 il governo olandese ha annunciato il finanziamento di uno studio sulla condotta dell’esercito in quegli anni.

Ma ci sono anche le sconfitte: a gennaio, un tribunale svizzero ha respinto l’istanza di Zegveld per conto di due sindacati – uno in Bangladesh e l’altro in Olanda – contro la FIFA per aver scelto il Qatar come Paese ospite della Coppa del Mondo del 2022. Lei ha sostenuto che, poiché l’organo internazionale di governo del calcio non ha richiesto una riforma delle leggi sul lavoro del Qatar, si rendeva responsabile del danno sistematico ai lavoratori dell’edilizia.

La corte sentenziò che il riferimento a cambiamenti nella legislazione del lavoro era vago e senza effetti giuridici. Ma Zegveld non si arrende: “Limiteremo il caso all’assegnazione della Coppa del Mondo al Qatar e tralasceremo il dovere della FIFA da quel momento in poi di monitorare da quel momento in poi la situazione dei diritti umani in Qatar”, ha detto. “Agli occhi del tribunale svizzero, la FIFA non è nella posizione di controllare la situazione in Qatar (il che purtroppo è lontano dalla realtà, ma la corte non era chiaramente disponibile ad approfondire i fatti.) Perciò la nostra argomentazione sarà: poiché la situazione dei diritti umani in Qatar è pessima, cosa nota alla FIFA, esso fin dall’inizio non avrebbe dovuto essere ammesso.”

Basandosi sugli stessi principi, con la stessa determinazione e ostinazione Zegveld sta programmando di gestire la causa della famiglia Ziada. Il 20 luglio 2014 una bomba colpì la loro casa a Bureij uccidendo sette persone: la madre settantenne di Ismail Ziada, Muftiah, i suoi figli Jamil, Yousef e Omar, la moglie di Jamil, Bayan ed il loro figlio dodicenne Shaban. Venne anche ucciso un altro uomo in visita alla casa: Muhammed Maqadma, un membro di Iz al-Din al-Qassam, l’ala militare di Hamas. Un altro ospite fu gravemente ferito.

Un obbiettivo legittimo?

Durante la guerra di Gaza del 2014 Israele ha adottato una politica di bombardamento delle case insieme ai loro abitanti. In 70 casi indagati dall’associazione per i diritti umani B’Tselem, la grande maggioranza delle 606 persone uccise non erano membri di organizzazioni armate palestinesi. Oltre il 70% erano minori di 18 anni, maggiori di 60 o donne.

Il 20 luglio l’aviazione israeliana bombardò otto case abitate in diversi luoghi della Striscia. I morti in questi bombardamenti furono 76. Lo stesso giorno l’esercito israeliano uccise in totale 214 persone in tutta Gaza. Secondo le indagini di B’Tselem, 73 di loro appartenevano a formazioni armate (coloro che partecipavano al conflitto, secondo la definizione di B’Tselem) e 140 no. La posizione di un uomo risultava non chiara. 27 vittime erano bambini sotto i 5 anni, 35 avevano dai 6 ai 17 anni, 29 erano donne e 12, compresa Muftiah Ziada, avevano oltre 60 anni.

Se Zegveld supererà l’ostacolo della competenza giurisdizionale, la corte affronterà il punto sostanziale: la casa degli Ziada era un obbiettivo legittimo? Se Gantz e Eshel decideranno di non rispondere, il processo avrà luogo in loro assenza ed i fatti esposti dalla denuncia verranno accettati così: danno a persone innocenti, sproporzionato, in contraddizione col diritto umanitario internazionale, un crimine di guerra. Se i due decideranno di difendersi in qualche modo, il dibattimento inizierà dai fatti.

Alcune settimane dopo l’uccisione della famiglia, Iz al-Din al-Qassam ha diffuso le ultime volontà, registrate precedentemente, del fratello di Ismail, Omar. A Gaza dicono che questa era la procedura che i membri dell’organizzazione seguivano quando ritenevano che la guerra stesse per scoppiare. “Sono il martire vivente”, afferma davanti alla telecamera, dicendo addio alla sua famiglia, a sua moglie e ai suoi figli ed agli amici di Iz al-Din al-Qassam, incoraggiandoli a continuare nella preghiera e nella resistenza.

Per circa sette minuti legge le proprie volontà con volto inespressivo e occhi asciutti. Versa lacrime solo quando cita i nomi degli amici che presto incontrerà in paradiso. Il suo corpo, in pantaloni corti, è stato trovato sotto le macerie della casa. La notizia sul sito web della Procura militare relativa alla decisione dell’Avvocatura Generale militare di chiudere l’inchiesta sull’uccisione della famiglia Ziada affermava che nella casa si trovava un comando operativo ed un centro di controllo e che tra i morti, oltre a Maqadma, vi erano tre “miliziani armati delle organizzazioni terroristiche Hamas e Jihad Islamica” membri della famiglia Ziada.

“Si uccide un’intera famiglia e poi si mette su internet qualcosa di simile a molte altre dichiarazioni”, ha detto Zegveld. “E’ come un comunicato stampa. Qual è il merito della questione? Quali le prove? E la trasparenza? Una telefonata da una casa privata, anche se si tratta di un membro di Hamas, non trasforma la casa in un centro di comando e di controllo. La legge dice: in caso di dubbio, chiunque è un civile.

Se ci sono prove che vi fossero membri militari attivi di Hamas, allora si entra nella vera questione del diritto umanitario, che implica proporzionalità e distinzione e misure precauzionali. E’ tempo che un tribunale discuta di questo.”

E’ ottimista sulle chance della denuncia?

“Il non funzionamento del diritto internazionale è dimostrato in modo esemplare in Israele e Palestina”, dice Zegveld. “Israele ha un sistema discriminatorio molto subdolo, che dall’esterno sembra un sistema funzionante. C’è una quantità di norme e tu pensi che DEVE essere un ottimo sistema, ma è finalizzato a confondere e ingannare. Tanto per dire che per la corte sarà un grosso problema. Io non vedo l’ora di porre quella questione. Anche se perdiamo, occorre chiarirla.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Chi è favorevole a un massacro a Gaza?

Gideon Levy, 15 giugno 2017, Haaretz

Un’altra ora senza elettricità a Gaza e verrà dato il segnale: razzi Qassam. Ancora una volta Israele sarà la vittima ed il massacro avrà inizio.

Israele e Gaza non sono di fronte ad un’altra guerra, né stanno gridando ad un’altra “operazione” o “attacco”. Questa mistificante terminologia ha lo scopo di fuorviare e banalizzare ciò che rimane della coscienza.

Ciò che è in questione ora è il rischio di un altro massacro nella Striscia di Gaza. Sotto controllo, misurato, non troppo massiccio, ma pur sempre un massacro. Quando dirigenti, politici e commentatori israeliani parlano di “prossimo round”, stanno parlando del prossimo massacro.

Non si farà una guerra a Gaza perché là non c’è nessuno che possa combattere contro uno degli eserciti più potentemente armati del mondo, anche se in televisione il commentatore sulle questioni militari Alon Ben David dice che Hamas può mettere in campo quattro divisioni. Non ci sarà neppure alcuna prodezza (israeliana) a Gaza, perché non vi è niente di eroico nell’attaccare una popolazione indifesa. Ed ovviamente non ci sarà moralità o giustizia a Gaza, perché non c’è moralità o giustizia nell’attaccare una gabbia chiusa piena di prigionieri che non hanno nemmeno dove fuggire, se potessero.

Allora chiamiamo le cose con il loro nome: questo è un massacro. E’ di questo che si parla adesso in Israele. Chi è per un massacro e chi è contrario? Sarà un bene per Israele? Contribuirà alla sua sicurezza ed ai suoi interessi o no? Abbatterà il governo di Hamas o no? Sarà vantaggioso per la “base” del Likud o no? Israele ha un’alternativa? Ovviamente no. Qualunque attacco a Gaza finirà in un massacro. Nulla può giustificarlo, perché un massacro non può essere giustificato. Perciò dobbiamo domandarci: siamo a favore o contro un altro massacro a Gaza?

I piloti stanno già scaldando i motori in pista, altrettanto pronti sono gli artiglieri e le soldatesse che brandiscono i comandi a distanza. Un’altra ora senza elettricità a Gaza e verrà dato il segnale: razzi Qassam. Ancora una volta Israele sarà la vittima, e milioni di israeliani torneranno nei rifugi. Siamo usciti da Gaza e guardate che cosa abbiamo ottenuto. Oh, Hamas, il più crudele di tutti, che ama la guerra.

Quale altro modo ha Gaza per ricordare al mondo la propria esistenza e la sua sofferenza disumana, se non i razzi Qassam? Sono stati tranquilli per tre anni e adesso sono i soggetti della ricerca coordinata di Israele e dell’Autorità Nazionale Palestinese: un grande esperimento sugli esseri umani. Un’ora di elettricità è sufficiente per l’esistenza umana? Forse lo sono 10 minuti? E che cosa accade agli umani del tutto senza elettricità? L’esperimento è al suo culmine, gli scienziati trattengono il respiro. Quando cadrà il primo razzo? Quando seguirà il massacro?

Sarà più tremendo dei due precedenti, perché la storia insegna che ogni “operazione” israeliana a Gaza è peggiore della precedente. Confrontiamo l’ “Operazione Piombo Fuso” (a fine 2009), con 1300 morti palestinesi, 430 dei quali bambini e 111 donne, con l’ “Operazione Margine Protettivo” (estate 2014), con 2.200 morti, 366 dei quali bambini, di cui 180 neonati e 247 donne. Complimenti per il progresso e l’aumento del numero di bambini uccisi. La nostra forza aumenta da un’operazione all’altra. Avigdor Lieberman ha promesso che questa volta si avrà la vittoria decisiva. In altre parole, questa volta il massacro sarà più tremendo di tutti i precedenti, se è mai possibile prendere sul serio qualunque cosa dica questo ministro della Difesa.

Non è il caso di dilungarsi sulle sofferenze di Gaza, comunque non interessano a nessuno. Per gli israeliani Gaza era ed è un covo di terroristi. Non ci sono persone come loro laggiù. Queste sono le menzogne che diciamo su Gaza. Là l’occupazione è finita, ha ha ha. Tutti i suoi abitanti sono assassini. Costruiscono tunnel per il terrorismo invece di inaugurare impianti ad alta tecnologia. No, davvero, come mai Hamas non ha sviluppato Gaza? Come osano? Come hanno potuto non impiantare un’industria sotto assedio, non sviluppare l’agricoltura in prigione e l’alta tecnologia in una gabbia?

Ed un’altra bugia che diciamo su Gaza – abbatteremo il governo di Hamas. Non è possibile e inoltre Israele non lo vuole veramente.

I numeri dei morti appaiono sistematicamente sui nostri schermi, senza significato per nessuno. Centinaia di bambini morti, chi può concepire una cosa simile? L’assedio non è un assedio e nemmeno il pensiero di un’ora di blocco dell’elettricità a Tel Aviv nel caldo asfissiante dell’estate provocherebbe un briciolo di empatia verso coloro che vivono quasi del tutto senza elettricità, ad un’ora di distanza da Tel Aviv.

Quindi continuiamo ad occuparci dei fatti nostri – la parata del gay pride, le agevolazioni edilizie per le giovani famiglie, l’insegnante pedofilo. E quando cade un razzo Qassam faremo finta di stupirci e, per la nostra sacra auto-vittimizzazione, i bravi piloti decolleranno all’alba, verso il prossimo massacro.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Se Israele fosse furbo

Sara Roy su Gaza

London Review of Books – 15 giugno 2017

La mia ultima visita a Gaza è stata nel maggio 2014, appena prima che Israele scatenasse l’operazione “Margine protettivo”, un attacco che ha causato la morte di oltre duemila gazawi – tra combattenti e civili – e la distruzione di 18.000 abitazioni.

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Quando ci sono tornata, meno di tre anni dopo, i cambiamenti erano evidenti ovunque. Ma due cose mi hanno particolarmente colpita: l’attuale impatto devastante dell’isolamento di Gaza dal resto del mondo, durato un decennio, e la sensazione che un crescente numero di persone stia raggiungendo il limite della sopportazione.

Gaza si trova in una situazione di shock umanitario, dovuta principalmente al blocco israeliano, appoggiato dagli USA, dall’UE e dall’Egitto, e che ora sta iniziando il suo undicesimo anno. A Gaza, storicamente luogo di scambi e di commercio, rimane relativamente poco per la produzione e l’economia dipende ora in gran parte dal consumo. Benché un recente allentamento delle restrizioni israeliane abbia portato a un leggero incremento delle esportazioni agricole verso la Cisgiordania e Israele – di gran lunga i principali mercati di Gaza –, questi non sono sufficienti a rilanciare i suoi deboli settori produttivi. La debolezza di Gaza, pianificata con attenzione e realizzata con successo, ha lasciato quasi metà della forza lavoro senza alcun mezzo di sostentamento. La disoccupazione – soprattutto giovanile – è la condizione caratterizzante della vita. Attualmente sfiora circa il 42% (è stata anche più alta), ma tra i giovani (tra i 15 ed i 29 anni) arriva al 60%. Ognuno è assillato dalla necessità di trovare un lavoro o un qualsiasi mezzo per guadagnare denaro. “I salari controllano la mente delle persone,” mi ha detto un abitante.

La principale fonte di tensioni politiche tra il governo di Hamas a Gaza e l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania è il costante rifiuto da parte del presidente [dell’ANP] Abbas, che controlla i cordoni della borsa, di pagare i salari ai dipendenti del governo di Hamas. Mi è stato ripetutamente detto che, se Abbas volesse conquistarsi l’appoggio degli abitanti di Gaza, tutto quello che dovrebbe fare sarebbe pagare i loro salari ai dipendenti pubblici. Poiché non ha intenzione di farlo –egli sostiene che i soldi sarebbero distratti a favore dell’ala militare di Hamas – è in gran parte responsabile delle sofferenze di Gaza. Il rifiuto di Abbas è ancora più insopportabile perché ha continuato a pagare l’intero importo dei salari – in genere tra i 500 ed i 1.000 $ al mese, una somma notevole oggi a Gaza – ad almeno 55.000 impiegati pubblici di Gaza che lavoravano per l’ANP prima che Hamas prendesse il controllo del territorio.

Questa gente è stata pagata per non lavorare per il governo di Hamas. Pagare i loro stipendi costa all’ANP 45 milioni di dollari al mese, denaro in buona misura fornito dall’Arabia Saudita, dall’UE e dagli USA. Pagare le persone perché non lavorino ha istituzionalizzato un’altra distorsione nell’economia profondamente deteriorata di Gaza. Tuttavia recentemente Abbas ha tagliato questi salari di una percentuale tra il 30% ed il 70%, per esercitare pressione sul governo di Hamas affinché rinunci al controllo su Gaza. “O Hamas ci restituirà Gaza,” Abbas ha minacciato, “oppure dovrà farsi totalmente carico della sua popolazione.” Secondo il mio collega Brian Barber, attualmente a Gaza, “il taglio dei salari da parte di Abbas è giunto come un terremoto.”

Il bisogno è ovunque. Ma la novità è il senso di disperazione, che si può avvertire nei limiti che le persone sono ora disposte a superare, limiti che una volta erano inviolabili. Un giorno una donna ben vestita, con il volto completamente coperto da un niqab, è arrivata all’hotel in cui alloggiavo per chiedere l’elemosina. Quando le è stato gentilmente chiesto dal personale dell’albergo di andarsene, si è rifiutata in modo aggressivo ed ha insistito per rimanere, obbligando il personale ad accompagnarla fuori con la forza. Non stava implorando di chiedere l’elemosina, ma lo pretendeva. Non avevo mai visto una cosa simile prima d’ora a Gaza. Un altro giorno un ragazzo è venuto al nostro tavolo chiedendo soldi per la sua famiglia. Nel momento in cui ho tirato fuori il mio borsellino, il personale si è avvicinato e lo ha cortesemente fatto uscire. Non ha opposto resistenza. Era istruito e ben vestito e mi sono messa a pensare che avrebbe dovuto essere a casa a studiare per un esame o al mare con i suoi amici. Invece gli è stato chiesto di andarsene dall’hotel e di non tornarci.

Forse l’indicatore più preoccupante della disperazione della gente è l’incremento della prostituzione – in una società tradizionalista e conservatrice. Anche se a Gaza la prostituzione, in scala ridotta, è sempre stata presente, è sempre stata considerata immorale e disonorevole, comportando gravi conseguenze sociali per la donna e per la sua famiglia. Poiché le risorse familiari sono scomparse, sembra che ciò stia cambiando. Un noto e molto rispettato professionista mi ha detto che donne, molte delle quali ben vestite, sono andate nel suo ufficio per sedurlo e “non per somme elevate”. (Mi ha anche detto che, a causa dell’incremento della prostituzione, è diventato più difficile per le ragazze sposarsi – “nessuno sa chi è intatta”. Famiglie lo pregano di fornire alle loro figlie un “luogo sicuro e decente”, assumendole nel suo ufficio.) Un altro amico mi ha detto di aver visto al ristorante una giovane donna che cercava di adescare un uomo mentre i suoi genitori sedevano ad un tavolo vicino. Quando gli ho chiesto come spiegava un comportamento così incomprensibile, mi ha risposto: “La gente che vive in un contesto normale si comporta normalmente; chi vive in un contesto anomalo non lo fa.”

E il contesto di Gaza è in grande misura anomalo. Almeno 1 milione 300.000 persone su 1 milione 900.000, cioè il 70% della popolazione (altre stime sono più alte), ricevono assistenza umanitaria internazionale, la maggior parte della quale è in derrate alimentari (zucchero, riso, olio, latte), senza le quali la maggioranza non potrebbe soddisfare le proprie necessità vitali. A metà dello scorso anno 11.850 famiglie, circa 65.000 persone (da un massimo di 500.000 durante il culmine del conflitto del 2014), erano ancora sfollate interne, di cui 7500 famiglie, circa 41.000 persone, avevano urgente necessità di un rifugio e di contributi in denaro. Ho scritto altrove dell’aumento della percentuale di suicidi a Gaza; i mezzi sono vari – impiccarsi, darsi fuoco, gettarsi dall’alto, con overdose di droga, ingerire pesticidi o spararsi. La percentuale dei divorzi, che una volta era solo del 2%, ora rasenta il 40%, secondo personale medico dell’ONU e locale. Un funzionario dell’UNRWA [agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.] riferisce: “Ci sono 2.000 conflitti domestici al mese nel campo di Shati, e la polizia non può occuparsene. I soli tribunali ricevono centinaia di denunce al mese. Il governo di Hamas non può occuparsi della grande quantità di problemi” – che includono l’aumento nell’uso delle droghe.

È importante ricordare che circa i tre quarti degli abitanti di Gaza hanno meno di 30 anni e rimangono confinati a Gaza, senza poter lasciare il territorio; la maggioranza non l’ha mai fatto. In mezzo a questo sfacelo, sempre più giovani si sono rivolti alla militanza come mezzo di sostentamento, unendosi a varie organizzazioni armate o estremiste per garantirsi un lavoro retribuito. Una serie di persone mi ha detto che il crescente sostegno alle fazioni estremiste a Gaza non deriva da convinzioni politiche o ideologiche – come sostengono queste fazioni – ma dalla necessità della gente di provvedere alle proprie famiglie. Molte, forse la maggior parte, delle reclute dei gruppi affiliati allo Stato Islamico hanno deciso di aderire perché questo garantisce un reddito. Allo stesso tempo, Hamas fa di tutto per garantire abbastanza fondi per continuare a pagare i salari della sua ala militare, le brigate al-Qassam, che a quanto si dice ha visto anch’essa un incremento nei propri ranghi. Pare che i giovani disoccupati di Gaza abbiano di fronte due opzioni: unirsi a un gruppo militare o perdere ogni speranza.

Se gli israeliani fossero furbi,” mi ha detto un musulmano praticante, “aprirebbero due o tre zone industriali, farebbero una verifica di sicurezza, controllerebbero nella lista dei più ricercati tra noi e li assumerebbero. Al-Qassam scomparirebbe molto rapidamente e tutti quanti saremmo più sicuri…Le moschee si vuoterebbero.” Mi è stato detto che molti giovani hanno lasciato al-Qassam dopo aver ottenuto un lavoro in uno dei progetti edilizi di Gaza, perché non vogliono trasformare la loro nuova casa in un possibile bersaglio degli israeliani. Un imprenditore locale ha detto: “Quello di cui abbiamo bisogno sono fabbriche israeliane e manodopera palestinese. Un sacco di cemento dà lavoro a 35 persone a Gaza; con un lavoratore in Israele si hanno sette persone a Gaza che si augurano la sicurezza di Israele. Immagina il marchio ‘prodotto a Gaza’. Avremmo un mercato regionale e si venderebbe come il pane. Gaza ne trarrebbe beneficio, e lo stesso sarebbe per Israele. Tutto quello che vogliamo sono frontiere aperte per esportare”. I gazawi sono intraprendenti e ingegnosi – e disperatamente desiderosi di lavorare e di occuparsi di nuovo dei loro figli. Invece sono obbligati ad una avvilente dipendenza dagli aiuti internazionali, che vengono forniti dagli stessi Paesi che contribuiscono alla loro inanità. Questa politica non è solo politicamente abbietta: è anche vergognosamente stupida.

A Gaza non tutti sono poveri. Un piccolo gruppo – il numero che ho sentito fare in continuazione è 50.000 – è relativamente benestante, con una ricchezza derivante a volte dal commercio attraverso i tunnel, oggi quasi del tutto finito, che una volta permetteva all’economia di funzionare, persino di prosperare, sotto la pressione del blocco israeliano. Ora che a Gaza si produce così poco, l’economia dipende da loro in modo diverso: i privilegiati riempiono gli hotel, i supermercati e i ristoranti che sono comparsi per rispondere alla loro domanda – i ristoranti, a quanto sembra, sono una delle attività che producono ancora profitti. Qualcuno sostiene che questo segno di benessere mostra che le condizioni a Gaza sono molto migliori di come vengono in genere descritte; altri le hanno definite “un segno positivo di normalizzazione”. Ma come la grande maggioranza dei gazawi, anche i ricchi sono condizionati e confinati, furiosi e umiliati dalla loro impossibilità di vivere liberamente e senza la sensazione di avere un futuro prevedibile. Uno degli uomini d’affari più ricchi e di maggior successo di Gaza ha passato con me un pomeriggio a descrivere con dettagli minuziosi le restrizioni imposte alla sua attività da Israele, che era stato un mercato fondamentale: “Gli israeliani stanno distruggendo i miei affari, la mia possibilità di lavorare, e perché? Ci schiacciano, schiacciano, schiacciano, e a quale scopo?” I ricchi vivono bene ma non possono comprare la propria libertà. Questo è ciò che li unisce al resto di Gaza, anche se hanno poche cose in comune con quelli che non sono della loro classe. A Gaza la differenza tra la ricchezza e la povertà è molto visibile, ma sono anche molto vicine: la distanza tra le due può a volte essere misurata in metri. Un pomeriggio sono andata con un amico svedese in uno dei migliori ristoranti di Gaza, pieno di famiglie ben vestite, con tutti i ragazzini che giocavano con i loro iPhone. Quanti di loro sono entrati nel campo di rifugiati di al-Shati, a pochi passi dal ristorante? Molti –probabilmente la maggioranza – non si cono mai stati.

A Gaza le persone considerate veramente privilegiate non sono necessariamente quelle con una grande quantità di denaro. Sono persone con una fonte di reddito regolare: fino a poco tempo fa, quegli impiegati stipendiati dall’ANP per non lavorare, le persone che lavorano per l’UNRWA, per le Ong internazionali, per le istituzioni pubbliche e private e quelli (non molti) che hanno un lavoro autonomo prospero, in genere commercianti. Le persone cercano di aiutarsi a vicenda, ma fare la carità non è più l’atto spassionato di una volta. Un amico di una importante famiglia di Gaza mi ha descritto il suo dilemma: “Dopo aver pagato le mie tasse ad Hamas, le nuove imposte che saltano fuori in continuazione, le spese per la famiglia, il cibo e l’aiuto per gli amici, sto esaurendo le mie finanze. Presto dovrò vendere qualche proprietà. Sì, sto molto meglio di molta gente di qui e faccio quello che posso per aiutare altre persone, ma come andrà a finire? La tragedia di questa situazione è che gli amici ti vedono come una fonte di danaro. E l’amicizia finisce quando non gliene puoi più dare. Pensa a cosa ci vuole per fare in modo che la gente si comporti in questo modo. Pare che nessuno prenda in considerazione la pressione necessaria per cambiare i valori di riferimento di una persona. È a questo che siamo ridotti. Gaza non è mai stata così.”

Anche Hamas è ossessionata dalla questione della sopravvivenza. Dato che negli ultimi anni le risorse del governo si sono ridotte, ha tentato di compensare la carenza di fondi del settore pubblico “taglieggiando la gente per soldi”, secondo la definizione di un analista, imponendo una serie di provvedimenti che producono entrate– nuove tasse, imposte, multe e aumenti di prezzo – che vengono percepite come un’estorsione. Il prezzo delle sigarette recentemente è triplicato da 8 a 25 shekel [da 2,03 a 6,33 €]; le imposte trimestrali sulla proprietà sono raddoppiate; una nuova “tassa sulla pulizia” viene ora imposta per la pulizia delle strade e per i servizi igienici e le patenti di guida devono essere rinnovate ogni sei mesi al costo di 600 shekel [152 €] – una somma irraggiungibile per la maggioranza dei gazawi. Non aver pagato può determinare la confisca della patente, seguita da quella dell’auto. Una fonte mi ha spiegato che, poiché poche persone hanno i soldi per pagare tutte queste tasse e le multe, i funzionari di Hamas prendono di mira quelli che lo fanno ed hanno criteri variabili per quelli che hanno meno mezzi. Queste misure sembrano efficaci, almeno per quanto riguarda la raccolta di risorse. Quanto ad Hamas, mi è stato detto che “la pressione a cui è sottoposta, come tutti noi, è considerevole, ma non si piegheranno. Semmai sono diventati più violenti. Prima Hamas non era così. La necessità estrema di autoconservazione li sta portando lontano dalla politica.”

Non c’è molto di più che Hamas possa fare per rafforzare il suo controllo su Gaza: nel suo ambito di competenza, così come con Israele, il suo controllo è praticamente totale. Così le sue priorità, mi è stato detto, ora si stanno spostando dal consolidamento del potere – in sé un obiettivo ridotto, considerando la sua insistenza iniziale su una forte ideologia islamista – a una “modalità di semplice sopravvivenza”. Si dice che la costruzione di tunnel sia ricominciata alacremente sotto le strade di Gaza City. Pare che i nuovi tunnel siano profondi 150 metri, una parte di una più vasta, oscura infrastruttura che, in caso di conflitto, porterebbe i dirigenti di Hamas relativamente al sicuro sotto terra. Non ho potuto verificare niente di ciò, ma alcune delle persone che conosco e di cui mi fido a Gaza pensano che sia vero. Supponendo che abbiano ragione, ne segue una conclusione naturale: Israele – con il consenso de facto di Hamas – per distruggere i tunnel dovrebbe radere al suolo interi quartieri. I dirigenti di Hamas sperano che Israele non arriverebbe a questo estremo, ma sembra che siano disposti a correre il rischio. La sensazione di accerchiamento di Hamas può anche risultare evidente dal modo in cui pare che la sua ala militare sia sempre più presente nella presa di decisioni politiche e nel governo – un cambiamento che è risultato chiaro quest’anno con l’elezione di Yahya Sinwar a capo dell’ala politica di Hamas a Gaza. Sinwar, che ha passato più di 20 anni nelle carceri israeliane, è stato uno dei fondatori delle brigate al-Qassam. Benché non sia ancora chiaro cosa la sua elezione comporterà per Gaza e per Israele, un analista ha affermato: “Gaza è in subbuglio.”

Ma Hamas viene criticata, soprattutto tra i giovani. Su Facebook, Twitter e WhatsApp ci sono commenti, seguiti da decine di migliaia di persone, che criticano il suo uso della religione come uno strumento coercitivo e come una giustificazione per quello che altrimenti potrebbe essere visto come cattiva amministrazione. Nel contempo, sembra che stia aumentando il volontariato, e sono comparse una serie di iniziative che cercano di affrontare a modo loro la difficile situazione di Gaza. Senza un’autorità di coordinamento centralizzata questi tentativi sono inevitabilmente limitati, ma sono costanti. Comprendono la riorganizzazione dell’agricoltura di piccole dimensioni, il monitoraggio dei diritti umani, servizi di riabilitazione per la salute mentale, interventi sull’ ambiente e innovazione tecnologica. Una maggiore attenzione è sempre stata posta su quest’ultima. Gaza ha una popolazione di talento esperta in tecnologia; se mai ci fosse la pace, sostiene un investitore americano, “il settore di internet di Gaza la farebbe diventare un’altra India.’ Il numero di utenti di internet a Gaza viene indicato come uguale a quello di Tel Aviv, e un piccolo numero è già sub-contrattista di compagnie in India, Bangladesh e Israele.

Ma quello che colpisce veramente nella caratteristica della vita a Gaza è il ridimensionamento delle ambizioni. Date le enormi difficoltà della vita quotidiana, le necessità banali – avere cibo sufficiente, vestiti, elettricità – per molti esistono solo come aspirazioni. La gente è diventata più ripiegata su se stessa e concentrata, comprensibilmente, su di sé e sulla propria famiglia. Quando un amico ha chiesto ad alcuni dei suoi studenti cosa volessero veramente, le loro risposte hanno incluso: “un paio di pantaloni nuovi”, “una maglietta nuova” e “ un gelato del negozio di via Omar al-Mukhtar.” Perché fare dei progetti quando non c’è la possibilità di realizzarli? Sono rimasta colpita anche da quanto poco sapessero della Prima Intifada e degli accordi di Oslo i giovani ma istruiti adulti che ho incontrato, in quanto erano concentrati sul presente. In altre parole, non solo si sentono lontani da un futuro possibile, ma sono anche tagliati fuori dal loro passato molto recente – e dalle molte lezioni importanti in esso contenute. Un economista mi ha detto: “Le persone hanno paura di entrare nel mondo, o vi entrano sulla difensiva e armati. La nostra apertura al mondo è ristretta e sempre più persone hanno paura di lasciare Gaza perché non sanno come affrontare il mondo esterno. La gente deve imparare a pensare in modo più complessivo. Altrimenti siamo perduti.”

Cosa vogliono gli israeliani?” mi è stato chiesto in continuazione, e ognuno di quelli che mi facevano la domanda mi scrutava, a volte in modo implorante, per avere una risposta, per un’opinione che chiaramente sentivano di non avere. Perché Gaza è punita in un modo così spietato, e che cosa pensa veramente di guadagnarci Israele? Una persona di alto livello sosteneva che dal 50% al 60% di Hamas rinuncerebbe a qualunque rivendicazione su Gerusalemme in cambio della riapertura del valico di Rafah [tra Gaza e l’Egitto, ndt.]. Israele ha esaurito tutti i modi a sua disposizione per far pressione su Gaza. Quando ai gazawi era consentito lavorare in Israele, Israele aveva uno strumento di pressione: poteva chiudere le frontiere ed ottenere qualunque concessione desiderasse. Ora anche questo punto di forza è finito, e tutto quello che resta è la minaccia – una politica nei confronti di Gaza che non deriva da un qualche senso o logica, ma da quello che una volta Ehud Barak ha definito “inerzia”. Secondo un articolo di Haaretz, “negli ultimi quattro anni la commissione sicurezza di Israele non ha tenuto un solo incontro sulla politica israeliana riguardante Gaza.” In quale momento la minaccia smette di funzionare come forma di coercizione? Cosa spera di guadagnare Israele dal suo prossimo attacco contro Gaza, quando la gente là parla già di intere famiglie sterminate come di un normale argomento di conversazione?

Se gli israeliani stessero pensando con lucidità, ha detto una persona, “ne potrebbero beneficiare tutti. Tutto quello che devono fare è darci una possibilità di vivere una vita normale e tutti questi gruppi estremisti sparirebbero. Hamas sparirebbe. La comunità, non i carri armati e gli aerei dell’esercito israeliano, deve fare i conti con…. questi gruppi. La nostra generazione vuole fare la pace ed è sciocco da parte di Israele rifiutarla. La prossima generazione non sarà così disponibile come lo siamo noi. È questo che Israele vuole veramente?” Il ministero dell’Interno ha informato che nei primi sei mesi del 2016 a Gaza sono nati 24.138 bambini, con una media di 132 al giorno. Nel solo agosto 2016 sono nati 4961 bambini, cioè 160 al giorno: più di sei bambini ogni ora e uno ogni nove minuti. La distanza tra Gaza City e Tel Aviv è di circa 70 chilometri. “Cosa farà Israele quando a Gaza vivranno cinque milioni di palestinesi?”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Gaza..100 mila ore di isolamento

Gennaio 2017

A cura del Euro-Mediterranean Human Rights Monitor

l seguente rapporto è stato redatto dall’ ”Euro-Mediterranean Human Rights Monitor”, un gruppo di esperti e di volontari che ha come obiettivo lavorare nella regione mediterranea per analizzare e denunciare la situazione di oppressione e le atrocità che vi si commettono e mobilitare l’opinione pubblica sui temi del rispetto del diritto umanitario internazionale. In questo documento, redatto nel gennaio 2017, vengono denunciate le terribili condizioni in cui si trova attualmente la Striscia di Gaza, indicando le responsabilità del governo israeliano in merito.

Oltre il danno la beffa

Una replica indiretta a questo rapporto è rappresentata da una lettera all’ONU resa pubblica l’8 aprile dal coordinatore dell’esercito israeliano per i territori palestinesi occupati, preceduta da alcuni post sulla sua pagina Facebook ufficiale, riportata in un articolo di Haaretz. In queste dichiarazioni il rappresentante militare dei principali responsabili dell’assedio e della distruzione a cui è sottoposta la Striscia, il governo israeliano ed il suo esercito, attribuisce la responsabilità della situazione ai palestinesi.

La redazione di Zeitun ritiene importante tradurre sia il rapporto che la posizione israeliana offrendo così al lettore la possibilità di misurare la differenza tra quanto risulta dall’analisi della situazione da parte di un’associazione terza e le affermazioni della propaganda israeliana.

Indice  del Rapporto 100.000 ore di isolamento…

Introduzione

Una Striscia isolata

Operazioni militari israeliane

Sfollati interni (IDP) e piano di ricostruzione di Gaza

Spostamenti attraverso il valico di Eretz

Collasso economico

Undici anni di blocco

Restrizioni alla navigazione minacciano la vita dei pescatori

La zona di sicurezza israeliana impedisce ai palestinesi l’accesso a terreni coltivabili

La crisi dei rifugiati: l’UNRWA non è in grado di garantire le necessità fondamentali

Un popolo imprigionato

Ingresso di combustibili e e crisi elettrica

Implicazioni giuridiche

AGIRE SUBITO

Introduzione

Dal 2008 Israele ha lanciato tre offensive militari contro la Striscia di Gaza, provocando danni irreversibili alle fragili infrastrutture e accentuando una crisi umanitaria già in atto. Oltre a queste distruzioni, la Striscia di Gaza resta sottoposta ad un blocco asfissiante che strangola i palestinesi da più di 11 anni.

Il blocco ha colpito la vita quotidiana di più di 2 milioni di abitanti, compreso 1 milione e 300 mila rifugiati, direttamente nei loro mezzi di sopravvivenza. Questo blocco, illegale in base alle leggi internazionali e frequentemente condannato da istituzioni internazionali, mantiene l’enclave costiera in uno stato di costante carenza di medicine, acqua, combustibile e cibo. Inoltre le restrizioni alla libertà di movimento di prodotti continua ad impedire la ricostruzione di migliaia di abitazioni, scuole, ospedali, impianti per la produzione di energia e reti idriche distrutti durante l’offensiva israeliana “Margine protettivo” del 2014. In più, lo stretto controllo da parte di Israele del traffico commerciale ha contribuito a ridurre ulteriormente le risorse di un’economia al collasso. Con un tasso di disoccupazione che ha superato il 43,2% della popolazione, un crescente numero di famiglie gazawi si sta ulteriormente impoverendo. La dipendenza dagli aiuti diventa più acuta mentre l’accesso agli aiuti internazionali resta bloccato.

Una Striscia isolata

Israele ha una lunga storia di isolamento della Striscia di Gaza, con vari blocchi dagli anni ’90. Tuttavia quello imposto nel 2006 è una forma di punizione collettiva senza precedenti per gravità e durata.

Nel settembre 2007 Israele ha dichiarato Gaza “entità ostile” ed ha stabilito che “sanzioni aggiuntive verranno applicate al regime di Hamas per limitare il passaggio di vari beni nella Striscia di Gaza e ridurre le forniture di combustibile ed elettricità. Verranno anche applicate restrizioni al movimento delle persone verso e dalla Striscia di Gaza.” In base alle leggi umanitarie internazionali Israele continua ad essere una potenza occupante nonostante lo spostamento di 8.000 “coloni” dalla Striscia di Gaza nel 2005.

Israele continua a controllare dal suo territorio l’entrata e l’uscita da Gaza, così come lo spazio aereo e marittimo della Striscia. Analogamente controlla l’anagrafe di Gaza, le reti delle telecomunicazioni e molti altri aspetti della vita quotidiana e delle infrastrutture, rendendo quasi impossibile ai residenti di provvedere al proprio sostentamento e di costruirsi un futuro prospero. Israele quindi sta violando l’assoluta proibizione di punizioni collettive da parte delle leggi umanitarie internazionali, penalizzando tutta la popolazione di Gaza per le azioni di pochi.

In più, dal 2008, lo Stato di Israele ha lanciato tre offensive militari contro la Striscia di Gaza, devastando le sue già precarie infrastrutture ed accentuando la crisi umanitaria determinata dal blocco asfissiante imposto da 11 anni.

Operazioni militari israeliane


* Operazione “Piombo fuso” (dicembre 2008-gennaio 2009): 1.436 palestinesi uccisi e più di 5.400 feriti.


*
Operazione “Pilastro di difesa” (14 – 21 novembre 2012): 162 palestinesi uccisi e più di 1.300 feriti.


* Operazione “Margine protettivo” (8 luglio – 26 agosto 2014): circa 2.147 palestinesi uccisi e più di 10.741 feriti.


* Durante le tre operazioni militari lanciate contro Gaza, densamente abitata, Israele ha utilizzato 24.000 tonnellate di esplosivo.

    1. 10.741 palestinesi sono stati feriti, di cui 3.303 bambini.

    2. Un terzo dei bambini feriti patiranno danni a lungo termine.

    3. Le forze israeliane hanno sistematicamente ignorato misure sufficienti per proteggere i non combattenti.

    4. Gli attacchi hanno provocato danni senza precedenti alle infrastrutture determinando una situazione economica disastrosa (circa 58.000 abitazioni sono state completamente o parzialmente distrutte).

La Striscia di Gaza è considerata una delle zone più densamente popolate del mondo ed è ermeticamente chiusa entro i suoi due confini. Le operazioni militari israeliane, condotte tra il 2008 e il 2014, sono costate la vita a 3.745 palestinesi e ne hanno feriti 17.441.

Israele non solo non ha preso le misure necessarie per risparmiare la popolazione civile, ma ha anche preso di mira luoghi densamente abitati, provocando un grande numero di vittime.

L’operazione “Margine protettivo”, la terza esplosione di ostilità tra Israele e le fazioni armate palestinesi nella Striscia di Gaza in meno di sei anni, ha provocato danni senza precedenti alle infrastrutture, con la conseguenza di una disperata situazione economica con quasi metà della popolazione disoccupata.

Sfollati interni (IDPs) e il piano di ricostruzione di Gaza

Fatti principali

* Le procedure internazionali non sono riuscite a far entrare materiali da costruzione (GRM), in quanto troppo lente nel processo di ricostruzione, per cui la quantità di cemento che è entrata nella zona rappresenta il 33% delle necessità per la ricostruzione.

  • Gli attacchi hanno privato circa 65.000 persone di una casa.

  • Solo il 46% dei fondi dei donatori (un miliardo e 596 milioni di dollari) sono stati destinati al settore della ricostruzione negli ultimi due anni.

Durante l’attacco del 2014 durato 50 giorni Israele ha condotto un numero stimato di 60.664 raid aerei, terrestri e navali, distruggendo o danneggiando gravemente in tal modo 18.000 unità abitative che richiedono materiali per la sistemazione e la costruzione irreperibili sul mercato locale.

Solo il 46% dei fondi dei donatori (un miliardo e 596 milioni di dollari) sono stati destinati al settore della ricostruzione negli ultimi due anni sull’ammontare totale stanziato durante la Conferenza per la Ricostruzione di Gaza, 3 miliardi e 507 milioni di dollari.

Con zone densamente abitate attaccate in modo indiscriminato, al culmine dell’offensiva più di 485.000 persone sono state spostate. Il numero è diminuito gradualmente durante e dopo l’attacco.

Per migliorare le condizioni delle persone sfollate che vivevano nei rifugi in seguito alle distruzioni provocate dall’attacco di 50 giorni, nell’ottobre 2014 si è tenuta al Cairo una conferenza di donatori sulla ricostruzione di Gaza, durante la quale la comunità internazionale ha promesso 5.4 miliardi di dollari (circa 300 milioni di dollari erano stati ricevuti fino a quel momento), metà dei quali era destinata alla ricostruzione dell’enclave costiera.

La conferenza si è tenuta in seguito all’istituzione del “Dispositivo per la Ricostruzione di Gaza (DRG [in inglese GRM, ndt])” nel settembre 2014, in quanto l’ONU aveva informato della necessità di costruire 89.000 nuove case e 26 nuove scuole, oltre a massicci interventi di riparazione delle infrastrutture. Il DRG era stato elaborato dall’inviato speciale ONU Robert Serry per consentire l’ingresso di materiali da costruzione nella Striscia, compreso il monitoraggio della distribuzione nella destinazione del cemento per garantire che la ricostruzione si facesse senza consentire alle fazioni armate palestinesi di utilizzare per scopi militari i materiali ricevuti.

Nel settembre 2016 il direttore dell’ufficio della Banca Mondiale in Cisgiordania e a Gaza, Marina Louis, ha affermato: “Più di 70.000 persone a Gaza hanno sofferto a causa di spostamenti interni per molto tempo. La situazione a Gaza è fonte di grande preoccupazione, e non sono ancora riscontrabili le condizioni necessarie per una crescita economica sostenibile.”

Due anni dopo l’adozione del “Dispositivo per la Ricostruzione di Gaza (DRG)” questo è stato un fallimento in loco, in quanto l’ammontare totale del cemento entrato a Gaza attraverso il valico di Kerem Shalom ai fini della ricostruzione è stato solo di 1.166.684 tonnellate. Una simile quantità è ovviamente indicativa del tasso molto lento al quale il DRG procede.

Finora solo il 33% delle necessità della Striscia di Gaza sono state soddisfatte. Sono necessari ancora quasi altri due milioni di tonnellate di cemento.

Quelle che sono state ricostruite finora sono solo 2.167 unità abitative delle 11.000 totalmente distrutte. Ciò rappresenta solo il 19,7% delle reali necessità. Inoltre il numero di unità abitative in via di costruzione è di 3.002. Solo 1.839 di queste hanno a disposizione fondi per essere completate. 3.992 altre abitazioni rimangono in attesa di fondi per l’inizio dei lavori di costruzione.

Spostamenti attraverso il valico di Erez

Fatti principali

* Le autorità israeliane hanno annullato 1.900 permessi commerciali su 3.700.

* Durante l’ottobre 2016, il 52% dei permessi richiesti da dipendenti dell’ONU a gaza sono stati respinti, rispetto al 3% nel gennaio dello stesso anno.

* Le autorità israeliane hanno annullato circa 280 dei 350 permessi concessi a uomini d’affari, compresa la cancellazione di due dei quattro permessi per donne.

* Alla fine del 2016 meno del 50% delle richieste per uscire passando da Erez per cure mediche all’estero è stato approvato. si è trattato di una percentuale bassa rispetto a quella del 2012, quando il 92,5% delle richieste era stato approvato.

La libertà di movimento nella Striscia di Gaza rimane un serio problema che deve affrontare ogni palestinese che desideri lasciare la Striscia o tornare a casa. Con l’Egitto che continua a chiudere il valico di Rafah per la maggior parte del tempo, Erez è diventato l’unica alternativa per la gente di Gaza.

Dopo l’operazione “Margine protettivo” nel 2014, la gente che entra o esce attraverso Erez è aumentata di numero. Tuttavia questo incremento è assolutamente insufficiente per rispondere alle necessità della popolazione della Striscia di Gaza. Infatti il numero delle persone che transitano è solo circa il 2% del totale nel 2000.

Le prassi delle autorità israeliane hanno peggiorato notevolmente le possibilità di movimento degli abitanti di Gaza. Nel 2016 migliaia di persone non hanno potuto viaggiare, una pratica frequente di cui Israele fornisce, quando le fornisce, giustificazioni poco chiare relative per lo più a questioni di sicurezza. Inoltre sempre più persone che riescono a passare sono sottoposte a interrogatori ed anche al rifiuto del permesso mentre cercano di attraversare Erez. Nel 2016 solo il 46% delle domande per un permesso di transito sono state approvate da Israele, segnando una diminuzione rispetto all’80% nel 2013.

I rifiuti del permesso per i palestinesi, soprattutto per gli uomini d’affari, in base a questioni di sicurezza hanno iniziato ad aumentare notevolmente alla fine del 2015. Questi rifiuti hanno impedito, tra molte altre categorie, a congiunti di fare visite a familiari, a professionisti di partecipare a opportunità di crescita professionale all’estero e a studenti di accedere a vari programmi educativi in tutto il mondo.

Le pratiche israeliane hanno implicato anche deliberate lunghe attese nel tentativo di attraversare Erez. Alcune delle poche ragioni fornite per questi ritardi sono interrogatori e ulteriori procedure per il permesso prima del rifiuto finale.

Gruppi colpiti dall’imposizione del rifiuto per ragioni di sicurezza

1. Commercianti e uomini d’affari

Nel 2016 molti commercianti e uomini d’affari palestinesi della Striscia di Gaza si sono visti negare il permesso per attraversare il valico di Erez, a volte in base a questioni di sicurezza. “Gisha”, il “Centro Giuridico Israeliano per la Libertà di Movimento”, riporta che 1.900 su 3.700 permessi commerciali rilasciati a operatori commerciali e uomini d’affari nella Striscia di Gaza sono stati annullati ed è stato messo in atto un bando sui loro spostamenti. La lista di uomini d’affari a cui è stato imposto il bando include persone che hanno da molto tempo rapporti d’affari in Israele e in Cisgiordania ed altri che stanno cercando di stabilire nuovi rapporti di affari all’esterno. Alcuni commercianti hanno riferito che il bando nei loro confronti è come minimo di un anno. In seguito a ciò la crescita del commercio e il suo contributo all’economia sono diminuiti per la continua cancellazione di permessi di transito, colpendo quindi le vite dei lavoratori di vari settori industriali.

2. Pazienti che cercano cure mediche

Il numero di pazienti che necessita di urgenti cure mediche irreperibili nella Striscia di Gaza è notevolmente aumentato. Tuttavia il numero di permessi di transito per questi pazienti è diminuito, provocando ulteriori sofferenze, che a volte provocano la morte.

Nel 2016 “Medici per i Diritti Umani” (MDU) ha registrato l’incremento del numero di pazienti affetti da tumore che si sono lamentati presso l’organizzazione per il rifiuto da parte di Israele delle loro richieste di viaggiare per cercare una cura all’estero in base a ragioni di sicurezza. In questo rapporto MDU documenta 43 di questi casi nella prima metà del 2016, e lo confronta con il numero di 48 da loro curati nello stesso periodo di tempo lo scorso anno.

Nel 2015, 242 pazienti hanno cercato l’aiuto di MDU e 150 di loro hanno ottenuto la rimozione del bando per la sicurezza da parte di Israele. Nel 2016 tuttavia c’è stata una netta riduzione delle risposte di Israele alle richieste di MDU: Israele ha concesso il permesso solo a circa il 25% delle domande presentate dai pazienti. Secondo un rapporto dell’OMS [Organizzazione Mondiale per la Sanità, ndt.] nel 2016 la percentuale di permessi approvati per consentire ai pazienti di ricevere trattamenti medici fuori dalla Striscia di Gaza è scesa dal 92,5% nel 2012 al 77,5% nel 2015. Nell’ottobre 2016 la percentuale dei permessi di uscita approvati ha rappresentato solo il 44%.

3. Personale locale di istituzioni ed enti internazionali

L’ufficio per il Coordinamento per gli Affari Umanitari dell’ONU ha informato che il tasso di permessi negati a dipendenti degli aiuti umanitari internazionale è recentemente salito al 49%. Nell’ottobre 2016 la percentuale è stata del 52%, rispetto al 3% nel gennaio dello stesso anno.

Nell’ottobre 2016 più di un centinaio di permessi richiesti per visite sono stati rifiutati. Questo dato include le richieste di 40 dipendenti dell’ONU e di altre agenzie internazionali, con alcune di queste che hanno ricevuto un divieto di un anno ed altre che hanno visto cancellare il proprio permesso quando erano ad Erez. Nel 2016 almeno 8 membri del personale dell’ONU e di altre istituzioni internazionali hanno segnalato la cancellazione dei loro permessi da parte delle autorità della sicurezza israeliana. Nel 2015 sono state registrate solo due di queste cancellazioni.

Collasso economico

Fatti principali

  • Quando il blocco è stato imposto per la prima volta, l’economia di Gaza è caduta in uno stato generale di recessione.

  • Alla fine del 2016 il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 43,2%

* Il tasso di povertà è salito al 65% e quello dell’insicurezza alimentare al 72%

  • Il numero di palestinesi di gaza che vive sotto il livello di povertà è due volte e mezza di quello di chi vive in Cisgiordania

Mentre Israele sta soffocando l’economia di Gaza, i suoi tre attacchi in meno di un decennio hanno provocato una completa paralisi economica in seguito alla devastazione delle infrastrutture già precarie a causa di questi attacchi.

Le autorità israeliane continuano a bloccare l’ingresso di molte merci, macchinari industriali e sanitari e materiali per attrezzature, compresi quelli edili, entrati in quantità molto ridotte secondo IL DRG.

Ogni transito commerciale verso e dalla Striscia è completamente bloccato, tranne quello dal valico di Kerem Shalom, la cui percentuale di chiusura ha superato il 36% dei giorni durante il 2016.

Nel terzo quadrimestre del 2016 il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 43,2%. In Cisgiordania la percentuale è solo del 18,7%, poco meno della metà di quello di Gaza. Il tasso di povertà arriva al 65% e quello di povertà estrema al 21%. Il numero di palestinesi di Gaza che vivono sotto il livello di povertà è due volte e mezza quello dei palestinesi della Cisgiordania. Da quando sono state imposte restrizioni alla Striscia di Gaza nel 2007, la percentuale di povertà è salita del 20%.

Un risultato del blocco è stato anche un vero e proprio collasso economico. L’80% della popolazione di Gaza è diventato estremamente dipendente dal sostegno e dall’aiuto internazionali forniti dall’UNRWA [l’agenzia dell’ONU per i rifugiati, ndt.] e da altre organizzazioni internazionali di solidarietà. Inoltre il 72% delle famiglie di Gaza è a rischio alimentare.

Imprese piccole e grandi sono state gravemente colpite durante l’operazione “Margine Protettivo” del 2014. Un numero totale di 5.153 stabilimenti industriali è stato preso di mira. Sono necessari 520 milioni di euro per la loro ricostruzione, mentre solo 23 milioni di euro sono stati attualmente stanziati per la ricostruzione, il 16,5% del costo totale stimato.

La continua e gravissima crisi di combustibili ed energia ha duramente colpito la fornitura di servizi fondamentali alla popolazione di Gaza: acqua e sanità, rete fognaria, servizi medici ed educativi. Anche le attività economiche sono state colpite da questa crisi. L’alto costo di funzionamento di un generatore ha obbligato molte piccole imprese, soprattutto le start-up, a chiudere in un breve lasso di tempo. In più anche le attività commerciali, a causa dell’estrema riduzione di importazioni, esportazioni e movimenti, hanno chiuso. Altri 142 milioni di euro sono necessari per compensare le attività economiche distrutte durante l’operazione israeliana “Margine Protettivo”. La mancanza di questi aiuti ha portato serie conseguenze economiche, compresa la chiusura di imprese.Quindi sono state segnalate sempre meno opportunità lavorative, mentre sempre più posti di lavoro sono stati persi.

Secondo l’Associazione Industriale Palestinese, i contributi del settore privato si sono ridotti dal 25% prima del 2006-07 a solo il 5% attualmente, come diretta conseguenza dell’assedio e delle tre offensive militari.

A causa delle restrizioni imposte da Israele, la maggior parte delle imprese non è in grado o non ha intenzione di investire in beni capitali, a rischio di distruzione in qualunque momento. Ciò porta ad una significativa riduzione della produttività del lavoro nella Striscia di Gaza, soprattutto se confrontata con la Cisgiordania.

La pesca e l’agricoltura sono altri due settori industriali significativamente colpiti dal blocco. I pescatori possono navigare solo a 3-6 miglia nautiche nel Mediterraneo e sono soggetti ad arresto o ad essere mitragliati se le oltrepassano.

Gli agricoltori devono affrontare problemi simili, con le loro fattorie agricole sotto costante minaccia di distruzione e le loro stesse vite in pericolo a causa dei soldati e dei cecchini israeliani.

Se questo blocco continuerà a limitare la vita economica dei palestinesi della Striscia di Gaza, essi rimarranno paralizzati economicamente e in misura ancora maggiore con il passar del tempo. La recessione economica, l’insicurezza alimentare, la disoccupazione, la povertà, la dipendenza dall’aiuto internazionale e la diminuzione della fiducia in investimenti economici continueranno a dominare la situazione di Gaza.

Esportazioni

Nel settembre 2005 Israele ha firmato un accordo con l’Autorità Nazionale Palestinese sui movimenti di beni attraverso i valichi controllati dagli israeliani. In base ai termini dell’accordo, 400 camion possono uscire giornalmente da Gaza. Tuttavia il numero di camion che hanno il permesso non supera i 100. Inoltre Israele esporta i prodotti di Gaza in altri Paesi e non consente di esportarli sui mercati della Cisgiordania. Al momento solo a poche quantità di frutta, ortaggi e mobili è consentita l’esportazione dalla Striscia di Gaza.

Nel 2016 il numero di camion per l’esportazione di prodotti ai mercati della Cisgiordania, di Israele e di altri Paesi è stato di 2.129, il che rappresenta il 42% del numero totale prima che venisse imposto il blocco.

Undici anni di blocco

Prima del blocco della Striscia di Gaza il movimento di persone e beni verso e dalla Striscia avveniva attraverso sei valichi: Erez, Karni, Nahal Oz, Kerem Shalom e Sufa, al confine con Israele, e dalla frontiera di Rafah con l’Egitto.

Prima del 2007, la media giornaliera di camion che uscivano dalla Striscia era di circa 70 e di quelli in entrata era di circa 583. La maggior parte dei prodotti entrava dal valico di Karni, nel nord-est di Gaza. Il combustibile per l’unico impianto per la produzione di energia entrava dal valico di Nahal Oz, a est di Gaza.

Il valico di Karni è stato chiuso nel 2007 e quello di Sofa nel settembre 2008. La maggior parte dei prodotti ora entra da Kerem Shalom, che funziona solo parzialmente.

Durante i due anni che hanno seguito il blocco totale imposto nel 2007, il numero medio di camion entrati nella Striscia è stato di circa 112, il che rappresenta circa un quinto del numero consentito prima del blocco. In seguito è stato vietato esportare prodotti dalla Striscia tranne che per pochi generi e in quantità limitate.

Le restrizioni alla navigazione minacciano le fonti di sussistenza dei pescatori

 

In base agli accordi di Oslo del 1994, firmati dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e da Israele, ai palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza dovrebbe essere consentito l’accesso fino a 20 miglia nautiche, cioè 37 km nelle acque territoriali palestinesi nel mar Mediterraneo. Tuttavia i pescatori palestinesi sono sempre stati respinti a meno di 12 miglia nautiche.

 

Nel 2002 ai palestinesi è stato consentito l’accesso fino a 12 miglia nautiche prima che nel 2006, poco dopo la vittoria di Hamas nelle elezioni politiche, il limite venisse ridotto a 10 miglia nautiche. Il limite è stato poi ulteriormente ridotto a 6 miglia nautiche nell’ottobre 2006 e a 3 miglia nautiche nel 2009, dopo l’operazione “Piombo Fuso”. In seguito all’accordo di cessate il fuoco alla fine dell’operazione “Pilastro di Difesa” nel novembre 2012, ai palestinesi è stato consentito l’accesso a 3-4 miglia nautiche e si è stabilito che questo limite sarebbe stato gradualmente esteso a 6 e alla fine a 12 miglia nautiche.

A causa delle restrizioni imposte ai pescatori, il pescato è sceso dalle 3.650 tonnellate nel 1999 alle 1.938 nel 2012, una perdita annuale di circa il 47%. Il numero di pescatori tra il 2000 ed il 2016 è sceso da circa 10.000 a 4.000, rendendone circa il 95% dipendente dagli aiuti internazionali, come documentato dall’UNOCHA.

La zona di sicurezza israeliana impedisce ai palestinesi l’accesso a terreni coltivabili

Circa il 35 %delle terre ad uso agricolo è stato fagocitato con il divieto di accesso alla terra imposto a Gaza da Israele, che ha creato una zona non accessibile profonda 3 km. per venire incontro alle sue preoccupazioni di sicurezza rendendo quasi impossibili gli investimenti in tali aree, dal momento che i contadini sono costantemente in una situazione di pericolo a causa dei metodi di controllo imposti da Israele, quali l’uso di munizioni vere, lo spianamento dei terreni agricoli e l’arresto dei contadini.

Nell’ultimo decennio i contadini hanno dovuto soffrire una perdita delle loro fonti di entrate e dei loro mezzi di sostentamento, compresi la distruzione di serre, i danni alle terre agricole, lo sradicamento di alberi e la morte del bestiame.

La sanità

Fatti principali

Alla fine del dicembre 2016 mancavano del tutto nella Striscia di Gaza

* Circa il 35% dei medicinali indispensabili, 481 prodotti; non e’ stato concesso il permesso di importazione a Gaza del 70% degli aiuti sanitari e del carburante destinato a far funzionare i generatori degli ospedali

Negli ospedali di Gaza 300 apparecchi medici non funzionanti necessitano di parti di ricambio, 18 di manutenzione e/o di essere sostituite a causa del blocco all’ingresso di nuove apparecchiature

Durante il 2016 è stato congelato il reclutamento di nuovo personale medico, nonostante che il settore abbia bisogno annualmente di 800 lavoratori

Il debole sistema sanitario di Gaza è stato profondamente danneggiato dalle restrizioni israeliane imposte sia all’accesso a prodotti sanitari fondamentali che alla possibilità di movimento dentro e fuori dalla Striscia di Gaza.

Il sistema sanitario pubblico di Gaza è stato gravemente danneggiato dal blocco israeliano e, ancor peggio, dalla divisione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Gravi carenze di medicine essenziali e di macchinari sanitari, la continua instabilità della fornitura di energia, la grave scarsità di carburante per i generatori e un’ inadeguata capacità di manutenzione hanno causato un aumento del deterioramento della qualità del servizio sanitario.

Il blocco pone altre serie difficoltà al sistema sanitario e cioè una mancanza di aggiornamento del personale medico specializzato e la quasi totale impossibilità di accedervi. Il ministero della Salute di norma ha la necessità di impiegare 800 lavoratori nel settore, molti dei quali non possono viaggiare per le restrizioni sui permessi di ingresso e di uscita da parte di Israele. I lavoratori del servizio sanitario assunti dopo il 2007 ricevono solo il 45% del loro salario base e di conseguenza quelli più qualificati cercano un’altro impiego, qualche volta perfino di andarsene.

Alla fine del dicembre 2016 quasi il 35% (481 prodotti) dei farmaci essenziali mancava del tutto nel magazzino sanitario centrale di Gaza e il 40-45% (50 specialità) era disponibile in piccole quantità. In seguito alla crisi energetica a Gaza, il settore sanitario necessita mensilmente di 420-450 mila litri di diesel per far funzionare 87 generatori nei presidi sanitari di Gaza. Quando l’importazione del carburante non viene concessa in quantità sufficienti, ne seguono conseguenze catastrofiche, specialmente tra i pazienti che hanno bisogno di ossigenazione.

Nel 2014, l’operazione “Margine Protettivo” ha prodotto effetti disastrosi sulla situazione sociale e psicologica dei bambini, di cui circa 551 sono stati uccisi e più di 3000 feriti. Inoltre un bambino su 4 ha bisogno di sostegno psicologico a causa del trauma e delle perdite subite nel corso dei violenti scontri, quali ferite fisiche, paura del rombo dei bombardamenti e morte di parenti o amici.

Più di 1000 pazienti al mese hanno bisogno di permessi per andare a curarsi in ospedali fuori dalla Striscia di Gaza, in particolare a Gerusalemme Est, in Cisgiordania, in Israele e in Giordania, ma a molti di questi viene negato da Israele il permesso di lasciare Gaza. Il 50% delle richieste di trasferimento dei pazienti è respinto da Israele. Il 25% delle richieste approvate riguarda pazienti affetti da cancro.

Nel 2016 nella Striscia si è notato un forte incremento nel numero dei pazienti malati di cancro. È stato calcolato che il numero [dei malati] è salito a 10.189, in altre parole, 476,4 per 100.000 abitanti – 80 al mese – soffrono di cancro, un aumento dovuto principalmente all’uso da parte di Israele di armi chimiche e altre proibite dal diritto internazionale. Il ministero della Salute di Gaza generalmente è solito indirizzare agli ospedali israeliani ed egiziani i pazienti per curarsi. I pazienti inviati in Israele, soprattutto gli uomini di età compresa tra i 18 e i 45 anni, vengono spesso ricattati e viene loro richiesto di fermarsi per interrogatori relativi alla sicurezza, durante i quali devono rispondere a domande riguardanti le fazioni armate palestinesi.

La crisi dei rifugiati: l’UNRWA non è in grado di provvedere alle necessità fondamentali

L’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Assistenza e il Lavoro ai rifugiati palestinesi (UNRWA) attua programmi di aiuto, offrendo aiuto alimentare e finanziario a più di 1.340.000 rifugiati a Gaza. Tuttavia, la maggioranza dei rifugiati soffre ancora di insicurezza alimentare.

Una ricerca condotta nel 2014 da parte dell’UNRWA mostra che il 46,7% dei gazawi, circa 900.000 persone, soffre di insicurezza alimentare. Quasi ogni rifugiato soffre per mancanza di cibo, acqua, elettricità, salute, educazione o di un rifugio. Sentimenti di insicurezza e ansietà continuano a interessare questi rifugiati in seguito ai ripetuti attacchi e al soffocante assedio durante l’ultimo decennio.

Il numero dei rifugiati sta aumentando considerevolmente ogni anno. Nel 2000, vi erano quasi 800.000 rifugiati distribuiti nei vari campi della Striscia di Gaza. Nel 2016 il numero dei rifugiati è salito a 1.340.000 e si stima che raggiungerà la cifra di1.600.000 nel 2020.

Dato il continuo aumento del numero e dei bisogni dei rifugiati nella Striscia di Gaza, tenuto conto della crisi finanziaria fronteggiata dall’UNRWA, l’accesso agli aiuti rimane ridotto per la maggior parte di loro. Il numero dei rifugiati bisognosi è salito a 900.000 nei pochi ultimi anni. Il 72% della popolazione di Gaza si trova al di sotto della linea della povertà. Nel 2014 prima dell’operazione “Margine Protettivo”, essi dipendevano principalmente dall’aiuto alimentare. Tuttavia tale aiuto presto è diminuito, lasciando la maggior parte dei rifugiati impossibilitati a provvedere ai loro bisogni fondamentali.

Il blocco continua ad avere un pesante impatto sulla situazione umanitaria dei rifugiati nella Striscia di Gaza, provocando un collasso nel settore privato e un enorme aumento della disoccupazione. Di conseguenza i bisogni dei rifugiati sono cresciuti molto al di là di quello che attualmente l’UNRWA è in grado di fornire.

A causa di un deficit finanziario del 65%, dopo l’operazione “Margine Protettivo”, l’UNRWA ha annunciato una riduzione del numero dei beneficiari dell’assistenza alimentare e di altri servizi e circa 43.000 famiglie di rifugiati sono state cancellate da quella lista. Inoltre l’UNRWA ha deciso di limitare la quota del suo programma di aiuto finanziario, che era solito fornire circa 40 dollari [38 euro a famiglia] per un totale di 21.000 famiglie di rifugiati.

Nel suo rapporto dell’agosto 2016, l’UNRWA ha studiato con cura [un piano] per l’emergenza a Gaza, affermando che era in grado di pagare 4.4 milioni di dollari[4.139.000 euro] per pagare per un certo periodo l’affitto ai rifugiati le cui case erano state distrutte durante gli attacchi del 2014.

Il rapporto ha documentato che fin dall’inizio del suo intervento d’emergenza riguardo alle necessità di offrire accoglienza nel 2014, l’UNRWA ha elargito, escludendo l’appoggio [già] programmato, aiuti finanziari superiori ai 2 miliardi e 39 milioni di dollari[1miliardo e 918 milioni euro] alle famiglie dei rifugiati palestinesi le cui case sono state distrutte durante l’operazione “Margine Protettivo”. 6.113 famiglie hanno ricevuto denaro in contanti per iniziare la ricostruzione delle loro case completamente distrutte, il cui costo totale tuttavia è stimato in 3.155 miliardi di dollari[2.968 miliardi di euro]

Più di 60.160 famiglie di rifugiati, le cui case sono state lievemente danneggiate, non hanno ricevuto nessun contributo per il lavoro di risistemazione, il cui costo totale è di 67.9 milioni di dollari[64 milioni di euro]. 3.694 famiglie le cui case sono state seriamente danneggiate, non hanno mai ricevuto un’assistenza finanziaria per cominciare le riparazioni, il cui costo totale è stimato in 33.2 milioni di dollari[31 milioni di euro].

Inoltre, altre 1.089 famiglie le cui case sono state completamente distrutte, non hanno ricevuto nessun aiuto mentre cercavano di ricostruire le loro case, il cui costo totale stimato si aggira sui 9.7 milioni di dollari[9.125.000euro]

Nel 2016, in un discorso sulla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza, il direttore operativo dell’UNRWA, Bo Shack ha detto: “ Rispetto agli ultimi 6 mesi, la situazione umanitaria è considerevolmente peggiorata. Gaza sta passando un momento veramente brutto, con un tasso di disoccupazione elevato, mancanza di acqua, danni alle infrastrutture, continue interruzioni di energia e le restrizioni imposte alla libertà di movimento degli individui da e verso Gaza”.

L’ultimo recente attacco del 2014 ha determinato un aggravamento dell’inquinamento idrico e della carenza d’acqua nella Striscia, dove circa 1.3 milioni di palestinesi hanno difficoltà di accesso all’acqua e ai servizi sanitari, specialmente in quanto l’80% dei pozzi non è utilizzabile.

Secondo l’Autorità palestinese per l’acqua, circa il 95% dell’acqua per uso potabile non risponde agli standard per la potabilità dell’acqua fissati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il blocco come anche lo scarso intervento, quando permesso da Israele, di programmi internazionali contribuisce all’aggravarsi del problema dell’acqua nella Striscia di Gaza.

Si prevede che, se l’attuale situazione non migliorerà entro il 2020, la critica mancanza di acqua . diventerà irreparabile.

Le conseguenze delle interruzioni di energia si aggiungono alla gravità dei problemi idrici nella Striscia di Gaza. Giacché i servizi idrici dipendono notevolmente dalla disponibilità di elettricità, il 30% della popolazione oggi non ha un facile accesso all’acqua, mentre l’80% deve acquistare acqua potabile per gli usi domestici al posto della mancanza d’acqua corrente.

Dall’altro lato, l’UNRWA non è in grado di stare al passo con i crescenti bisogni educativi dei rifugiati nella Striscia di Gaza. Con una capacità finanziaria ridotta, l’UNRWA non può più garantire un servizio educativo efficiente ai circa 240.000 studenti rifugiati iscritti nelle sue scuole, pari al 55% del totale delle scuole della Striscia di Gaza.

Date le sfide summenzionate che la popolazione di Gaza e l’UNRWA [si trovano ad affrontare], le scuole continuano a essere incapaci di migliorare la qualità del servizio educativo. Il blocco e i ripetuti attacchi israeliani contro la Striscia hanno prodotto un notevole declino della qualità dell’educazione fin dal 2007. Spesso durante gli attacchi insegnanti e studenti hanno smesso di andare a scuola per evitare di mettere in pericolo la loro vita, il che ha determinato frequenti interruzioni degli studi.

Dato che sempre più studenti sono iscritti nelle scuole UNRWA, la necessità di rinnovare quelle vecchie e danneggiate e di costruirne di nuove [ha raggiunto livelli] critici. Tuttavia, la continua chiusura dei valichi sta portando a una mancanza dei materiali materiali da costruzione necessari per far progredire le infrastrutture educative. Per affrontare ciò, in primo luogo, le scuole devono raggruppare gli studenti in numeri così grandi che una singola classe può avere 45 o perfino ancor più studenti.

Le conseguenze di queste classi sovraffollate sono facili da indicare: minore qualità. Secondo, il 90% dei 252 istituti scolastici dell’UNRWA a Gaza lavora con due e qualche volta tre turni per poter accogliere il gran numero di studenti. Tuttavia questo piano per affrontare la situazione ha degli inconvenienti. Con ogni turno che dura troppo poco, circa 4 ore al giorno, gli studenti e gli insegnanti hanno minori opportunità di produrre rispettivamente un apprendimento attivo e un insegnamento efficace.

Un popolo imprigionato

I palestinesi che vivono a Gaza sono ancora privati del loro diritto alla libertà di movimento. Sia che lo scopo del loro viaggio consista nel lavorare, studiare, visitare congiunti o ricevere cure mediche, e sia che intendano uscire da Gaza o farvi ritorno, ricevono il diniego del loro diritto da parte di Israele.

Le autorità israeliane vietano ai gazawi di andare a visitare i propri parenti che vivono al di fuori della Striscia, nonostante il fatto che circa il 35% della popolazione di Gaza abbia parenti in Israele, a Gerusalemme est e in Cisgiordania.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) considera le restrizioni israeliane alla libertà di movimento di persone e merci tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania come “parte della politica di separazione”, la stessa politica che nega ai palestinesi l’accesso alle cure mediche, all’educazione o al lavoro in Cisgiordania e Gerusalemme est.

Benché si fosse impegnato nel 2010 ad alleviare le restrizioni e a permettere alle persone di muoversi più liberamente, facilitando le procedure di ottenimento dei permessi di ingresso ed uscita dalla Striscia per motivi medici e umanitari, incluse attività di aiuto internazionale, Israele non ha mantenuto quelle promesse.

Al contrario, ha rafforzato le restrizioni e ridotto il numero di permessi rilasciati per ragioni umanitarie e per operatori umanitari dipendenti da organizzazioni locali ed internazionali. La maggior parte dei permessi di uscita continua ad essere respinta arbitrariamente o rinviata per lunghi periodi.

Ingresso di combustibili e crisi elettrica

Alla fine di luglio 2013 l’esercito egiziano ha distrutto la maggior parte dei tunnel tra l’Egitto e Gaza. Nel maggio 2015 l’Egitto ha annunciato di essere riuscito a distruggere l’80% dei tunnel della Striscia, il che ha portato alla totale interruzione dell’ingresso di combustibile attraverso i tunnel.

Il risultato è stato che i palestinesi hanno sofferto di gravi restrizioni all’ingresso di combustibile e della conseguente impennata del suo prezzo. Inoltre l’unica centrale elettrica di Gaza ha lavorato solo al 46% della sua capacità. Spesso, negli anni recenti, ha dovuto interrompere del tutto l’attività a causa della fuoruscita di combustibile e i palestinesi di Gaza hanno dovuto affrontare lunghi e ripetuti periodi di blackout per 12-16 ore al giorno.

Le vere ragioni della crisi energetica nella Striscia di Gaza sono la forte riduzione di elettricità, la rapida crescita della domanda di energia e l’accumulazione di mancati pagamenti all’azienda. Nel 2012 questi hanno raggiunto la cifra di 3.5 miliardi di NIS [Nuovo Shekel Israeliano. Importo pari a circa 900 milioni di euro. Ndt.]. La popolazione non può pagare questa grossa somma a causa della situazione finanziaria peggiorata per via del blocco e dei ridottissimi redditi della maggior parte delle famiglie.

Il già alto costo dell’energia è ulteriormente aggravato dal peso delle tasse, per esempio la “blue tax” [tassa sul gasolio per uso industriale. Ndt.] imposta dal governo palestinese in Cisgiordania, che ammonta a 30 milioni di NIS [quasi 8 milioni di euro. Ndt] al mese.

Implicazioni giuridiche

Le autorità israeliane hanno imposto una politica di chiusura ed assedio alla Striscia di Gaza ininterrottamente per dodici anni. Israele mantiene uno stretto controllo sui passaggi terrestri e navali sia commerciali che non, impedendo ai residenti di Gaza di spostarsi per vari scopi, ai pescatori di pescare entro le aree concordate, a diversi tipi di merci di entrare e a farmaci e attrezzature mediche vitali indisponibili di essere conferiti agli ospedali. Non solo questa politica contraddice le promesse di Israele, ma costituisce anche una flagrante violazione dei suoi obblighi in base al diritto internazionale ed alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, che lo considera responsabile della sicurezza e del benessere dei cittadini che vivono nei territori che continua ad occupare.

Anche se Israele sostiene che Gaza non è più un territorio occupato in quanto se ne è ritirato nel 2005, la sua pretesa contraddice palesemente la realtà sul terreno. Israele continua a controllare totalmente i confini di Gaza, il suo spazio aereo e le sue acque territoriali. Inoltre dispone di un registro della popolazione dei gazawi, riscuote, a nome dell’ANP, le imposte sulle merci che entrano a Gaza attraverso i confini sotto il suo controllo ed esercita il potere su Gaza. In più, i pescatori non possono pescare liberamente o in sicurezza nelle acque territoriali palestinesi del Mediterraneo, cosa che è loro garantita dal diritto internazionale umanitario e dalle Convenzioni di Ginevra.

Israele sistematicamente limita o vieta l’entrata di cibo e prodotti medici, in aperta violazione del diritto internazionale umanitario. In base agli articoli 55-56 della Quarta Convenzione di Ginevra, è dovere dell’occupante fornire cibo e materiale sanitario alla popolazione che occupa.

In base all’articolo 54 del Primo Protocollo Addizionale delle Convenzioni di Ginevra (1977), è proibito affamare i civili. Questo costituisce anche un crimine di guerra, come definito dallo Statuto della Corte Penale Internazionale: “uso intenzionale della privazione del cibo per i civili come strumento di guerra, privandoli degli elementi indispensabili alla loro sopravvivenza, compreso il deliberato impedimento di ricevere aiuti di emergenza, come sancito dalle Convenzioni di Ginevra.”

Le conseguenze delle violazioni israeliane vanno oltre la privazione di cibo, giungendo fino alla devastazione delle infrastrutture civili. Nel corso dell’operazione “Margine Protettivo”, l’esercito israeliano ha distrutto deliberatamente un alto numero di strutture civili, in particolare installazioni industriali, reti elettriche e di comunicazione, impianti di trasporto e terreni agricoli. Nonostante gli sia legalmente vietato, continua ad impedire l’ingresso di materiali edili necessari a ricostruire ciò che è stato distrutto. Simili atti deliberati costituiscono gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra e del loro Primo protocollo Addizionale, il cui articolo 54 vieta di attaccare, distruggere, rimuovere o rendere inutilizzabili beni indispensabili alla sopravvivenza dei civili.

Il blocco della Striscia di Gaza è una forma illegale di punizione collettiva dell’intera popolazione. In quanto tale, costituisce una violazione dell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, che stabilisce che “nessuna persona protetta può essere punita per un’azione che lui o lei non abbia commesso personalmente. Sono proibite le punizioni collettive ed ugualmente tutte le misure di intimidazione o di terrorismo.”

La negazione da parte di Israele del diritto alla libertà di movimento per i palestinesi all’interno e all’esterno della Striscia di Gaza è collegato alla violazione di altri diritti di pari importanza, come quelli all’educazione e alla salute, per coloro che programmano di spostarsi per ricevere istruzione o cure mediche. Israele impedisce pervicacemente ai gazawi di lasciare la Striscia per qualunque motivo, ad eccezione di pochissimi casi di gravi situazioni umanitarie, sottostando ad una massacrante procedura di concertazione con le autorità competenti. Oltre a questa restrizione, Israele concede un periodo di tempo limitato di allontanamento da Gaza di un palestinese ed impedisce il rientro se tale periodo è scaduto. Ultimamente Israele ha iniziato a permettere ad alcuni commercianti di lasciare la Striscia per ragioni di affari, eppure ha arrestato parecchi di loro mentre attraversavano i posti di controllo.

Il diritto di viaggiare è un diritto umano fondamentale, non solo in base al diritto internazionale umanitario, ma anche in base all’articolo 12 del Protocollo Internazionale sui Diritti Civili e Politici (1966) sul diritto di tutti alla libertà di movimento e di scelta della residenza: “Ognuno è libero di lasciare un Paese, incluso il proprio” e “Nessuno può essere arbitrariamente privato del diritto ad entrare nel proprio Paese”.

AGIRE SUBITO

APPELLO ALLE AUTORITÀ ISRAELIANE PERCHE’ METTANO FINE ALL’ILLEGALE BLOCCO DI GAZA

La catastrofe umanitaria che si sta consumando nella Striscia di Gaza è una vergogna per l’umanità e per tutti coloro che assistono in silenzio alla povertà e alla mancanza di risorse.

In base al diritto internazionale umanitario Israele, in quanto potenza occupante, ha il dovere di garantire il benessere della popolazione di Gaza senza discriminazioni.

Israele non ha garantito i diritti umani della popolazione, compreso il diritto alla salute, all’educazione, al lavoro e ad un adeguato livello di vita, che include il diritto al cibo e ad una adeguata abitazione. Israele deve rispondere di fronte al diritto internazionale della punizione collettiva di un’intera popolazione.

Perciò l’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i Diritti Umani chiede urgentemente alla comunità internazionale di contribuire a porre fine al blocco della Striscia di Gaza.

Primo, chiediamo che il governo israeliano ponga fine al blocco.

Secondo, facciamo appello al governo israeliano perché smetta di perseguitare cittadini innocenti, pratica che viola la Convenzione di Ginevra del 1949.

Terzo, facciamo appello al governo egiziano perché apra il valico di Rafah per persone e merci, senza restrizioni.

Quarto, facciamo appello alla comunità internazionale perché renda Israele responsabile per le sue continue violazioni dei diritti umani e imponga sanzioni economiche ad Israele finché non rispetterà i diritti umani dei palestinesi. La comunità internazionale deve essere in grado di distinguere tra la punizione collettiva dei palestinesi da parte di Israele ed il conflitto politico tra Palestina ed Israele.

Quinto, facciamo appello alla comunità internazionale, in particolare all’Unione Europea e agli Stati Uniti, perché promuovano e sostengano la necessità di un porto a Gaza, che garantisca la libera importazione ed esportazione di merci ed i viaggi all’estero di privati. Gli impegni per il porto a Gaza non solo rispondono ad una priorità e necessità dei palestinesi, ma costituiscono anche un sostegno al loro desiderio di rendersi indipendenti.

(Traduzione a cura della redazione di Zeitun.info)

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Israele mette in guardia l’ONU su un’imminente crisi umanitaria nella Striscia di Gaza.

Il coordinatore militare israeliano incolpa Hamas per le insufficienti infrastrutture di Gaza per acqua ed elettricità.

Gili Cohen – 9 aprile 2017,Haaretz

Israele ha messo in guardia le Nazioni Unite su un imminente crisi umanitaria nella Striscia di Gaza a causa di gravi problemi infrastrutturali. In una lettera inviata la settimana scorsa all’inviato speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente, Nikolay Mladenov, il generale Yoav Mordechai, coordinatore dell’esercito israeliano per le attività di governo nei territori [occupati], sull’argomento ha affermato che l’Autorità Nazionale Palestinese è responsabile della situazione che si è determinata a Gaza e non è stato fatto nessuno sforzo concreto per risolvere i problemi.

 

Mordechai ha segnalato serie carenze nei servizi idrici ed elettrici di Gaza: circa il 96% dell’acqua è considerata non potabile e una cronica e continua scarsità di elettricità ha portato ad ore di interruzione d’energia nella Striscia.

Sabato Mladenov ha condannato l’esecuzione, la scorsa settimana, di tre palestinesi a Gaza accusati di collaborare con Israele. In una dichiarazione Mladenov ha sostenuto: “Nel decennio scorso i palestinesi di Gaza hanno vissuto quattro conflitti, l’assenza di libertà, restrizioni senza precedenti da parte di Israele, una grave crisi umanitaria, alti tassi di disoccupazione, una crescente crisi energetica e la mancanza di prospettive politiche.”

Negli ultimi giorni Mordechai ha scritto sulla sua pagina Facebook ufficiale dei post in arabo relativi alla grave situazione umanitaria a Gaza: “La crisi elettrica è molto vicina e la responsabilità è dell’organizzazione terroristica Hamas.”

Egli ha scritto: “Se la situazione non sarà risolta nei prossimi giorni, è possibile che la produzione di energia si interrompa e che gli abitanti di Gaza debbano affrontarne le serie conseguenze e pagarne il prezzo.”

In un altro post Mordechai ha preso in considerazione la crisi idrica di Gaza, affermando che Hamas sta ostacolando l’operatività dell’impianto di desalinizzazione dell’UNICEF presso Khan Younis. Hamas non fornisce l’elettricità al servizio, per cui esso funziona solo durante una parte del tempo utilizzando generatori e non è in grado di soddisfare la domanda,” ha affermato.

Invece di preoccuparsi del benessere degli abitanti, Hamas li sta danneggiando e sta rendendo difficile all’organizzazione internazionale, che ha lavorato duramente, fornire acqua potabile,” ha scritto Mordechai. “Hamas deve immediatamente garantire l’elettricità necessaria per il funzionamento dell’impianto di desalinizzazione per il bene degli abitanti, ma invece l’organizzazione terroristica ha scelto di inviare l’elettricità ai propri tunnel terroristici e alle case dei suoi dirigenti.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Obiettivi illegittimi su entrambi i lati del confine israeliano

Amira Hass, 2 marzo 2017,Haaretz

E’ proporzionato bombardare la città di Kochav Ya’ir, dove vivono comandanti in capo e dirigenti politici, mentre i residenti stanno dormendo o cenando con le loro famiglie? Questa è un’infame domanda che non ha diritto di essere posta. Ma Israele molto tempo fa ha dato una risposta affermativa alla domanda generale: è proporzionato distruggere quartieri e bombardare case con dentro famiglie intere – bambini, anziani, donne e neonati?

Sì, ha detto Israele con i suoi bombardamenti su Gaza e il Libano. E’ proporzionato perché abbiamo anche ucciso – o intendevamo uccidere – comandanti militari, militanti e alti dirigenti politici delle organizzazioni palestinesi e libanesi.

Ecco ciò che la procura militare ha scritto riguardo ad uno dei tanti attacchi che hanno ucciso civili durante l’offensiva a Gaza dell’estate 2014:

L’attacco era mirato a….un alto comandante, equivalente a vice comandante di brigata, nell’organizzazione terroristica palestinese Jihad Islamica…Durante la pianificazione dell’attacco è stato calcolato che molti civili si sarebbero potuti trovare nella struttura e che la dimensione del danno a civili non sarebbe stata eccessiva a fronte del significativo vantaggio militare che ci si attendeva di ottenere come risultato dell’attacco…A posteriori, l’obiettivo dell’attacco è stato gravemente ferito e (altri due membri attivi della Jihad Islamica) sono stati uccisi insieme a quattro civili.

L’attacco si è attenuto al principio di proporzionalità, poiché quando è stata presa la decisione di attaccare è stato valutato che il danno collaterale atteso non sarebbe stato eccessivo a fronte del vantaggio militare che ci si attendeva di conseguire…Uno specifico avvertimento prima dell’attacco nei confronti degli occupanti della struttura in cui si trovava l’obbiettivo, o degli occupanti delle strutture adiacenti, non era legalmente richiesto e avrebbe potuto compromettere lo scopo dell’attacco.”

Gli attacchi a Gaza hanno introdotto nel nostro mondo tre espressioni che non hanno diritto di esistere: “uccisioni proporzionate”, “danno collaterale” e “target bank”. Queste espressioni sono diventate assiomatiche al di là di ogni domanda o riflessione. Come funzionerebbero questi assiomi se pianificassimo l’obbiettivo nella direzione opposta?

Ogni casa dove si trova un soldato o un riservista israeliano sarebbe un legittimo obiettivo da bombardare; i civili colpiti sarebbero un danno collaterale. Ogni banca israeliana sarebbe un obbiettivo perché i ministri e i generali israeliani vi tengono i conti correnti.

Chi vive nelle vicinanze della stazione di polizia in Dizengoff Street a Tel Aviv dovrebbe trasferirsi perché gli ufficiali del servizio di sicurezza dello Shin Bet vi lavorano regolarmente e il missile potrebbe sbagliarsi e colpire la scuola adiacente. Le basi militari ed i centri dello Shin Bet nel cuore di quartieri civili – a Kirya (area centrale della città, dove si trova la principale base dell’esercito israeliano, ndtr.) a Tel Aviv, nei quartieri di Gilo e Neveh Yaakov a Gerusalemme, o al quartier generale della Divisione Binyamin vicino alla colonia di Beit El – condannano i loro vicini ad una morte proporzionata.

Tutti i degenti dell’ospedale di Sheba devono essere evacuati a causa del centro dell’esercito a Tel Hashomer; tutti i laboratori universitari e le imprese di alta tecnologia dovrebbero essere evacuati a causa dei loro legami con l’industria delle armi, mentre le vite dei figli dei dipendenti di Elbit e Rafael (imprese di alta tecnologia militare, ndtr.) sono anch’esse a rischio di danno collaterale perché i loro genitori collaborano a fabbricare armi che non ci possiamo immaginare.

Questo sembra terrificante, e giustamente. Ma poiché questa mostruosa sceneggiatura speculare appare del tutto immaginaria, l’orrore immediatamente svanisce. Sorprendentemente, il revisore dello Stato [incaricato del controllo delle finanze, della gestione finanziaria, del patrimonio e della gestione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici. Ndtr.] ha criticato il fatto che non è stato fatto alcun tentativo per trovare un’alternativa diplomatica alla guerra, ma la maggioranza degli israeliani ragiona solo all’interno di uno schema, uno schema cruento. Cercano delle vie per razionalizzare lo schema, non per romperlo e sostituirlo.

Le nostre guerre sono una continuazione della nostra politica di negazione agli altri dei loro diritti. Chi ha deriso la diplomazia palestinese che auspica uno Stato indipendente accanto ad Israele ha ottenuto boicottaggio, sanzioni e disinvestimento. Chi non ha ascoltato le ragioni di anni di resistenza popolare palestinese sta pagando il prezzo dei razzi Qassam, dei tunnel per gli attacchi e della paura degli attentati suicidi. Chi ha creato quella prigione che è Gaza ha avuto in cambio Yahya Sinwar, il nuovo capo di Hamas nell’enclave.

E’ vero, le nostre teorie di repressione funzionano – come formula collaudata per l’escalation. Hanno stabilito i criteri per definirci, noi israeliani, come “danno collaterale” agli occhi di coloro che vengono umiliati dalla nostra multiforme violenza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Israele adora le guerre e non fa nulla per scongiurarle

Gideon Levy | 2 marzo, 2017 Haaretz.

Non esiste un’ altra interpretazione dell’inchiesta del revisore dello Stato sulla guerra del 2014 contro Gaza e da questa non emerge nessun’altra importante conclusione.

Israele adora le guerre. Ne ha bisogno. Non fa nulla per scongiurarle e qualche volta le provoca. Non esiste un’altra interpretazione del rapporto del revisore dello Stato sulla guerra del 2014 contro Gaza e da questa non emerge nessun’altra importante conclusione.

Tutto il resto, i tunnel, il Consiglio nazionale di sicurezza, il consiglio dei ministri, e i servizi di sicurezza, sono bazzecole, nient’altro che sforzi per distrarci dalla cosa più importante. Cioè che Israele vuole la guerra. Ha respinto tutte le alternative, senza discuterle, senza interessarsene, per realizzare i propri desideri.

Anche nel passato Israele ha voluto le guerre. Fin dalla guerra del 1948, tutte le sue guerre potevano essere evitate. Chiaramente sono state guerre volute, sebbene la maggior parte di esse fossero inutili e poche abbiano provocato dei danni irreparabili. Generalmente Israele le ha iniziate, qualche volta vi è stato trascinato, ma anche allora le guerre potevano essere scongiurate, come nel 1973. Qualche guerra ha determinato la fine della carriera di chi le ha iniziate e ogni volta Israele sceglie la guerra come l’opzione principale e privilegiata. È difficile trovare una spiegazione razionale del fenomeno, ma è un fatto che ogni volta che Israele va in guerra riceve ampio, automatico e incondizionato sostegno da parte della pubblica opinione e dei media. Così non sono soltanto il governo e l’esercito ad amare la guerra, ma tutto Israele l’adora.

La prova consiste nel fatto che le commissioni d’inchiesta pubblicano rapporti quasi identici dopo ogni guerra – il rapporto sulla guerra contro Gaza ha quasi plagiato quello della commissione Winograd dopo la seconda guerra del Libano del 2006. ( “La guerra è iniziata frettolosamente e irresponsabilmente”). Dal momento che non si trae alcun insegnamento e ogni cosa viene dimenticata, è chiaro che qualcosa di impellente spinge Israele alla guerra.

Questa è anche stata la modalità nell’estate dell’operazione “Margine protettivo”, non essendoci stata assolutamente nessuna ragione per fare la guerra. E così sarà per la prossima guerra,che incombe nel futuro. Che peccato che martedì “l’allarme rosso” nel sud sia stato un falso allarme. Era quasi l’opportunità per sferrare un colpo sproporzionato su Gaza, il modo che il ministro della Difesa Avigdor Lieberman e Israele adorano, di quelli che trascinano Israele nella prossima guerra.

È già tutto scritto, i suoi sostenitori non perdono occasione per provocarla e la sua storia è come la storia delle guerre narrate dalle inchieste del revisore dello Stato.Anche il prossimo conflitto armato avrà un suo rapporto. Io e te, la prossima guerra e il prossimo rapporto.

È ragionevole ipotizzare che la prossima guerra esploderà a Gaza. Hanno già preparato la scusa. L’orrore dei tunnel, che è stato gonfiato grottescamente a livello di un conflitto nucleare mondiale, è stato creato per questo scopo. Armamenti primitivi sono sufficienti per creare una scusa perfetta per [intraprendere] un conflitto armato. E al pari di prima dell’operazione “Margine Protettivo” nessuno si ferma a chiedere: cosa ne è di Gaza, che fra altri tre anni non sarà adatta ad ospitare un insediamento umano? Come ci aspettiamo che risponda, dato che i suoi abitanti sono in pericolo di vita? Che fretta c’è? C’è tempo. Nel frattempo può essere distrutta un’altra volta o due.

Gaza vizia Israele con guerre di lusso. Non c’è niente che Israele ami di più di una guerra contro quello che non è un esercito, contro chi non possiede una copertura aerea, nessun armamento e nessuna artiglieria, proprio un’armata dai piedi scalzi e con tunnel, il che permette a Israele di narrare episodi di eroismo e di cordoglio. I bombardamenti israeliani contro persone indifese, per qualche ragione chiamati “guerra”, con minime perdite israeliane e il massimo di vittime palestinesi: è così che ci piacciono le nostre guerre.

Il revisore dello Stato ha stabilito che il governo non ha discusso soluzioni alternative alla guerra. Ciò avrebbe dovuto sollevare una protesta in tutto il Paese, ma è stata messa a tacere dal nonsense dei tunnel. Qualunque bambino a Gaza sa che vi è un’alternativa tale che se Gaza si aprisse al mondo, tutto sarebbe differente. Ma per ottenere ciò occorrono dirigenti israeliani coraggiosi e non ce n’è nessuno. C’è bisogno di una massa di israeliani che dica inequivocabilmente “no” alle guerre e non c’è nessuno neppure di questi. Come mai? Perché Israele adora le guerre.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)