Difettose, imprecise, letali: Israele sceglie le bombe del Vietnam per Gaza

Frank AndrewsShir Hever

17 agosto 2021 – Middle East Eye

Dopo la guerra di Gaza del 2014 l’ONU ha diffidato dall’uso delle MK-84. Perché dunque l’esercito israeliano ne ha lanciate così tante a maggio?

Fra le bombe in generale poche sono più distruttive delle Mark-84, un’arma di circa 907 kg utilizzata per la prima volta dagli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam.

Queste bombe contengono più di 400 kg di esplosivo e hanno un rivestimento in acciaio di quattro metri e mezzo con un “raggio letale” di oltre 30 metri, e quando esplodono creano un’onda di pressione supersonica.

Secondo le Nazioni Unite possono distruggere gli edifici vicini e “spaccare i polmoni, far esplodere le cavità nasali e strappare gli arti” a chiunque si trovi entro 350-360 metri dall’esplosione.

Le Mark-84, o MK-84 – “distruggi bunker” progettate per penetrare strati di acciaio o cemento – sono quindi considerate particolarmente pericolose se lanciate su aree civili.

Sono state utilizzate dalle forze statunitensi in Iraq e in Afghanistan e si ritiene siano il tipo di bomba usata negli attacchi aerei della coalizione guidata dall’Arabia Saudita che hanno ucciso almeno 97 civili in un mercato in Yemen nel 2016.

La bomba è talmente letale se sganciata in aree densamente popolate che la commissione indipendente delle Nazioni Unite che ha indagato sulla guerra del 2014 a Gaza [l’operazione Margine Protettivo, ndtr.] ha specificamente diffidato dal suo uso, avvertendo che verosimilmente “costituirebbe una violazione al divieto di attacchi indiscriminati”.

Eppure sei anni dopo gli esperti nello smaltimento di bombe a Gaza raccontano a Middle East Eye (MEE) che nei 2.750 attacchi aerei sulla Striscia di Gaza durante l’offensiva del maggio scorso, che ha ucciso 248 palestinesi tra cui 66 bambini, durante gli 11 giorni dell’attacco Israele ha lanciato in gran parte MK-84.

La squadra per l’Eliminazione degli Ordigni Esplosivi (EOD) del Ministero degli Interni di Gaza setaccia l’enclave assediata dopo ogni bombardamento israeliano, eliminando gli ordigni inesplosi che ricoprono la Striscia. Afferma che i resti che hanno trovato più di frequente da maggio appartengono alle MK-84.

Secondo l’OED sono state ad esempio le MK-84 ad aver ucciso almeno 42 persone – tra cui cinque membri della stessa famiglia – durante il bombardamento in via al-Wehda ad al-Rimal, a nord di Gaza, la notte del 15 maggio.

L’uso di MK-84 a maggio è particolarmente sconcertante, dato che l’aeronautica israeliana ha un’altra bomba più moderna nel suo arsenale, progettata per svolgere la stessa funzione con molti meno rischi per i civili.

Secondo Human Rights Watch Israele potrebbe essere incolpato di crimini di guerra per gli attacchi che hanno ucciso i civili a Gaza. (Anche Hamas, che ha lanciato razzi non mirati su Israele uccidendo 13 persone, potrebbe aver commesso crimini di guerra.)

MEE ha chiesto all’Esercito israeliano perché ha usato questa bomba e se abbia sganciato alcune delle armi più precise del suo arsenale. Al momento della pubblicazione l’esercito non aveva ancora risposto alle domande di MEE.

Un’arma incontrollabile

Oltre ad essere mortalmente pericolose per i civili, le MK-84 sono anche spesso imprecise e difettose.

Secondo l’ONU le bombe possono atterrare fino a sette metri di distanza dal loro obiettivo.

E in un’intervista del 2016 Dani Peretz, vicepresidente dell’Ingegneristica per le Industrie Militari Israeliane – ora confluite nella impresa israeliana di produzione di armi Elbit Systems – ha affermato che le MK-84 utilizzate nella guerra in Libano del 2006 sono rimaste inesplose al 40%. Secondo Action On Armed Violence (AOAV), un ente di beneficenza con sede a Londra che conduce ricerche sulla violenza armata, questa cifra è di solito intorno al 5%.

A differenza di quando furono prodotte per la prima volta nel 1955, le MK-84 sono ora spesso dotate di una Joint Direct Attack Munition (JDAM) [Munizione d’attacco diretto combinato], un kit sviluppato dagli Stati Uniti che guida le “bombe stupide” con il GPS. Queste versioni “più intelligenti” dell’arma sono conosciute come GBU-31.

Ma il JDAM, ha scoperto Peretz, “cambia il comportamento della bomba”.

Ciò significa che in alcuni casi “le [MK-84] raggiungevano il bersaglio ma… colpivano la stanza sbagliata”, e in altri casi “la miccia si è staccata dalla bomba che non è esplosa”.

Le bombe inesplose possono esplodere inaspettatamente quando vengono spostate, uccidendo o mutilando le persone. Molti abitanti di Gaza sono sfollati o non frequentano la scuola perché le MK-84 si sono infilate nella terra sotto le case senza esplodere.

Secondo l’EOD attualmente quattro di queste bombe sepolte in profondità si trovano sotto le scuole gestite dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e il Lavoro per i Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), il che significa che rimangono inaccessibili. Un portavoce dell’UNRWA non ha risposto alla richiesta di commenti.

Altre bombe meno comuni che l’EOD ha trovato durante e dopo l’offensiva sono state le GBU-39 di fabbricazione statunitense, bombe a piccolo diametro molto più piccole delle GBU-31 e potenzialmente meno dannose per i civili, e le BLU-109, distruggi-bunker fabbricate negli Stati Uniti che contengono meno esplosivo delle GBU-31 ma “che esplodendo infliggono probabilmente un livello molto simile di danni,” secondo AOAV.

L’area letale

L’aeronautica israeliana ha nel suo arsenale un’altra bomba che svolge lo stesso lavoro dell’MK-84 ma presenta un rischio molto minore per i civili.

La brochure della bomba chiamata MPR-500, prodotta da Elbit Systems, vanta “la stessa efficacia delle potenti MK-84” senza “l’elevato danno collaterale”, affermando che l’MPR-500 ha un’ “area letale” inferiore.

L’MPR-500, come l’MK-84, è progettata per penetrare in edifici, stanze o tunnel prima di esplodere. Il suo produttore afferma che essa ha una probabilità del 90-95% di raggiungere il suo obiettivo ed esplodere correttamente, rispetto al 60 % dell’MK-84. In effetti, i produttori hanno affermato di aver iniziato a sviluppare l’MPR-500 proprio a causa dell’imprevedibilità – e dei costi – di Mark-84.

Elbit Systems potrebbe benissimo esagerare il divario tra il pericolo e l’efficacia di ogni bomba. I loro opuscoli utilizzano diversi confronti “fra mele e pere”, ha detto a MEE Mark Hiznay, direttore associato della divisione armi di Human Rights Watch.

E le affermazioni riguardo alla riduzione dei danni collaterali possono anche essere discutibili, dato che, secondo il rapporto della Commissione Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite sul conflitto di Gaza del 2014, le MPR-500 hanno ucciso 28 civili inclusi 15 bambini.

Ma Elbit ha convinto l’aeronautica americana che valeva la pena di investire in quelle armi.

Anche gli israeliani. Un portavoce delle forze armate israeliane ha confermato a MEE che le bombe MPR-500 sono ” operativamente in uso all’esercito”.

Tuttavia, il team dell’EOD di Gaza ha detto a MEE che, pur avendo visto tracce di MPR-500 sul terreno nel 2012 e nel 2014, non avevano trovato alcuna prova di un uso di quelle bombe a maggio.

L’esercito israeliano non ha rilasciato dichiarazioni quando gli è stato chiesto se avesse lanciato le MPR-500 su Gaza in maggio e gli esperti affermano che il numero esatto di MPR-500 nell’arsenale israeliano è probabilmente molto riservato.

Un portavoce di Elbit, che ha stabilimenti in vari Paesi incluso il Regno Unito, non ha risposto alle domande su quanti MPR-500 l’azienda abbia venduto a Israele. Elbit ha ripetuto che tutti i suoi sistemi d’arma sono utilizzati dall’esercito israeliano, senza fornire dettagli.

Perché, allora, gli israeliani userebbero le MK-84 invece delle MPR-500 se sono note per essere altamente distruttive, incontrollabili e più dannose per i civili?

Perché usare le MK-84?

  1. Sbarazzarsi di vecchie giacenze

È noto che in generale le forze aeree utilizzano vecchie scorte, afferma Brian Castner, consigliere di crisi di Amnesty International specializzato in armi e operazioni militari.

Le bombe sono costose da immagazzinare e mantenere e devono essere tenute sotto stretta sorveglianza. Hanno un tempo definito di conservazione e ad un certo punto può diventare pericoloso maneggiarle e imbarcarle, quindi ha senso eliminare prima le più vecchie.

Inoltre, se Elbit Systems – che ha assunto diversi ex ufficiali di alto rango dell’esercito israeliano e ha influenza su di esso – vuole che Israele faccia scorta di MPR-500, allora è nel suo interesse commerciale fare pressione sull’ esercito perché si sbarazzi delle sue MK-84 il più velocemente possibile.

Né l’ esercito né Elbit hanno risposto alle domande di MEE su questo punto.

2) Pressioni americane

In base a un accordo di assistenza 2019-2028 per la sicurezza, gli Stati Uniti hanno concordato, previa approvazione del Congresso, di concedere a Israele 3,8 miliardi di dollari l’anno in finanziamenti militari dall’estero, da spendere quasi tutti in armi di fabbricazione statunitense.

Ciò che Israele compra è per lo più deciso dal Pentagono, e anche il Pentagono vuole sbarazzarsi delle vecchie bombe. Quindi gli Stati Uniti potrebbero aver cercato di liberarsi delle loro MK-84 vendendole in passato a Israele.

Un portavoce del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti non ha risposto a una richiesta di commento.

3) Preoccupazioni economiche

Ogni anno il ministero della Difesa israeliano richiede uno speciale budget extra per far fronte a minacce impreviste. E più bombe sgancia l’ esercito, più ha bisogno di rifornire il suo arsenale – e di più soldi per farlo.

Nel 2014, Netanyahu ha promesso di tagliare il budget della Difesa, ma si è tirato indietro quando l’ esercito ha chiesto 10 miliardi di shekel israeliani (più di 3 miliardi di dollari) dopo l’invasione di Gaza.

“Dobbiamo prenderci cura del tenore di vita, ma prima dobbiamo preoccuparci della vita stessa”, ha detto Netanyahu a proposito della decisione, facendo seguito ai timori manifestati dal ministero della Difesa secondo cui l’ esercito aveva bisogno di maggiori investimenti per essere pronto a futuri scontri.

4) Necessità operative

Il 14 maggio l’ esercito israeliano ha fornito ai media stranieri la falsa informazione riguardo a un ingresso di truppe di terra a Gaza, cosa che alcuni hanno ritenuto uno stratagemma per battere Hamas spingendo i suoi combattenti nei tunnel per poi colpirli con più di 400 bombe.

Poiché la cosiddetta “Metro” è una vasta rete di tunnel, non è sufficiente sfondarla in un determinato luogo. Si potrebbe pensare che le distruggi-bunker ad alta frammentazione potessero uccidere e mutilare più combattenti nei tunnel sotteranei.

A prescindere dalle giustificazioni militari o di altro tipo, l’uso di MK-84 in aree civili edificate quando l’ esercito israeliano ha nel suo arsenale bombe meno dannose che svolgono lo stesso lavoro solleva ulteriori domande sulla legislazione di guerra in merito alla proporzionalità – alla perdita potenziale di vite di civili – della recente campagna di bombardamenti israeliani.

Chi è responsabile?

La colpa di ciò è principalmente di Israele, ma anche i Paesi che gli vendono bombe che uccidono civili sono responsabili. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il maggior fornitore di armi a Israele, seguiti da Germania e Italia.

Delle bombe che l’EOD ha detto essere state sganciate su Gaza, gli Stati Uniti hanno venduto sia le GBU-39 (SDB) che le BLU-109, nonché i JDAM che controllano le MK-84, e la società israeliana Elbit Systems le MPR-500 .

Ha venduto agli israeliani anche le MK-84, ma potrebbero averlo fatto anche altri Paesi.

“Stranamente è difficile dire esattamente quali Paesi producano e vendano bombe della serie Mark-80 [di cui la MK-84 è la più grande]”, ha detto Castner di Amnesty. La General Dynamics, con sede negli Stati Uniti, produce bombe della serie Mark-80 per l’esercito americano e, secondo diverse comunicazioni del Dipartimento della Difesa al Congresso, ne ha vendute migliaia a Israele.

Nel 2007 gli Stati Uniti hanno approvato la vendita a Israele di 3.500 MK-84 prodotte da General Dynamics, per un valore di circa 65 milioni di dollari. La società è stata coinvolta in un affare anche più grosso nel 2012, del valore di 647 milioni di dollari, che includeva altre 3.450 MK-84.

Nel 2015, gli Stati Uniti hanno approvato la vendita di 10.000 kit JDAM per le MK-84. Ancora una volta, la General Dynamics è stata indicata come fornitrice.

Ma anche altri Paesi della NATO – tra cui Spagna, Italia, Polonia, Norvegia, Francia e Turchia – sono autorizzati a venderle, come anche aziende in Russia e Cina.

“Sempre più spesso anche i Paesi del Golfo sono autorizzati a produrre componenti”, ha aggiunto Castner, “ed è anche chiaro che alcuni Paesi si limitano a copiarle e provano a realizzarle da soli”.

Per gli abitanti di Gaza coinvolti nei bombardamenti, tuttavia, il risultato finale è stato lo stesso, chiunque abbia fabbricato e venduto le bombe.

Secondo l’AOAV, il 98% delle 1.474 vittime totali di maggio erano civili e tre su quattro di queste vittime sono state causate da attacchi aerei.

“La tecnologia di mira negli attacchi aerei è migliorata negli ultimi decenni, ma la precisione e l’accuratezza sono alquanto irrilevanti quando si sganciano bombe con un raggio di esplosione di 360 metri su una delle aree più densamente popolate del mondo”, ha affermato Murray Jones, un ricercatore dell’AOAV.

“Sganciare bombe Mk-84 su Gaza significa che il danno civile su larga scala è inevitabile”.

Maha Hussaini ha collaborato a questo articolo

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Quanti palestinesi morti sono troppi?

Zvi Bar’el

10 agosto 2021 – Haaretz

Secondo un articolo di Yaniv Kubovich su Haaretz di martedì, “il capo di stato maggiore [israeliano] Aviv Kochavi ha chiesto agli alti gradi del Comando Centrale [uno dei quattro comandi regionali, stanziato in Cisgiordania, ndtr.] di intervenire per ridurre i casi di uso di armi da fuoco contro palestinesi in Cisgiordania”. Presumibilmente non ci potrebbe essere una smentita più clamorosa delle affermazioni del giornalista Gideon Levy riguardo a Kochavi, secondo le quali “il comandante di un esercito che non abbia niente da dire riguardo a queste metodiche uccisioni contribuisce ancor di più alla degenerazione dell’esercito.”

Qui c’è un capo di stato maggiore che dedica attenzione ai sentimenti della gente, che comprende che gli omicidi perpetrati in suo nome in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza non vengono accolti facilmente dall’opinione pubblica, anche se solo da una piccola parte di essa. Si erge come un leone per porre fine al crimine e “chiede” ai suoi ufficiali superiori di tenere sotto controllo i comportamenti indisciplinati.

Non fa assolutamente nessuna differenza se Kochavi sia rimasto impressionato oppure no da quello che è stato scritto sui media o dalle critiche della “dirigenza politica” e dell’establishment della difesa riguardo alla condotta del capo del comando centrale Tamir Yadai, secondo le quali gli ufficiali del Comando Centrale hanno operato in modo suscettibile di incendiare la Cisgiordania.

Quello che è importante è come mettere in pratica sul terreno la richiesta di Kochavi. Quanti palestinesi innocenti ci viene permesso di uccidere prima che ciò inneschi un incendio? Ogni brigata o compagnia riceverà una quota mensile o annuale di morti che non dovrà essere superata?

Possiamo già sentire le grida di dolore dei dirigenti dei coloni secondo cui il capo di stato maggiore non permette alle IDF [l’esercito israeliano, ndtr.] di vincere. Possono smettere di preoccuparsi, Kochavi chiede solo di abbassare il fuoco, non di spegnerlo. Lo ha chiesto solo agli ufficiali delle IDF, non a loro. I coloni non sono affatto sottoposti a lui, e le loro armi, comprese quelle dei soldati che essi a volte usano, sono libere da ogni restrizione.

La cosa realmente sorprendente è la richiesta di Kochavi di coinvolgere un maggior numero di ufficiali superiori sul terreno e di fare in modo che più decisioni siano prese dai gradi più alti. Ecco il dilemma: chi sono questi ufficiali superiori che saranno considerati responsabili? Nell’operazione “Margine protettivo”, la guerra a Gaza del 2014, quando comandava la brigata Givati il tenente colonnello Ofer Winter spiegò ai suoi soldati che “la storia ci ha scelti per essere l’avanguardia nella lotta contro i nemici terroristi di Gaza, che insultano e scherniscono il dio delle campagne di Israele.”

Oggi il generale di brigata Winter comanda l’Utzbat Ha’esh, una divisione d’élite dei paracadutisti sottoposta al Comando Centrale, che è guidata dal generale Yadai, l’ufficiale più alto in grado responsabile del fuoco mortale contro i palestinesi. Lo “spirito di comando” di Winter è cambiato da allora? E perché dovrebbe cambiare, quando lo stesso ministro della Difesa Benny Gantz indossa sul bavero della divisa la medaglia per l’uccisione in massa di cui è stato responsabile, come capo di stato maggiore delle IDF, durante quella stessa campagna?

Questo mese si è scoperto che lo stesso spirito è rimasto in vigore nelle campagne che sono seguite. Nell’operazione “Guardiano delle mura” uno dei bombardamenti delle IDF contro Gaza ha colpito delle strutture precarie nei pressi di Beit Lahia. Sei persone sono state uccise: un neonato di 9 mesi, una diciassettenne, tre donne e un uomo. Le IDF si sono premurate di nascondere l’incidente, e la sua risposta banale ha dimostrato quanto profonda sia la loro indifferenza.

Le IDF hanno imparato la lezione e l’hanno insegnata all’unità combattente, ha borbottato il portavoce delle IDF. Nessun ufficiale superiore ha perso il posto. È stato solo a quella stessa unità che è stata impartita la lezione o il messaggio è stato inviato anche ad altre unità, e soprattutto agli ufficiali superiori del Comando Centrale? Sono questi i pompieri che d’ora in avanti controlleranno l’“altezza delle fiamme”? E chi ha alimentato le fiamme finora?

Da maggio in Cisgiordania sono stati uccisi oltre 40 palestinesi. Ora quello che ci manca è che il portavoce delle IDF presenti con orgoglio il suo risultato come prova che “la lezione è stata appresa”. Senza questo, potrebbe sostenere, sarebbero stati uccisi 80, o forse 100, palestinesi.

Questo non è più solo lo “spirito del comandante”, una cosa che dipende dalla personalità e dai valori di un comandante dell’esercito o del capo di un comando regionale. Al contrario qui vediamo una cultura di occupazione militare che non cambia per un qualche ordine. Ormai è una questione di tradizione operativa.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’odio, la paura e il tradimento: l’eredità di Netanyahu

Richard Silverstein

Giovedì 3 giugno 2021 – Middle East Eye

Mentre il panorama politico è a pezzi, a Israele e ai suoi nuovi dirigenti si pone la seguente domanda: riusciranno a rimediare ai danni provocati da Netanyahu? O la sua influenza continuerà a incombere?

Mercoledì, dopo 12 anni di seguito come primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu è stato spodestato. In precedenza aveva già completato un mandato di tre anni. È il dirigente israeliano con la maggior longevità politica.

Non è ancora detta l’ultima parola, la Knesset non ha ancora confermato il nuovo governo e Netanyahu può ancora far cambiare idea ad alcuni membri di destra della coalizione di Yair Lapid [politico di centro incaricato di formare una maggioranza, ndtr.].

Negli ultimi anni si è avuta l’impressione che in Israele potesse succedere di tutto tranne la fine del regno di Netanyahu. Anche se è stato destituito, si sa già che si avrà ancora a che fare con lui. Ma a questo punto è interessante esaminare il suo regno, che non ha dato grandi risultati.

A livello nazionale ha diviso per governare meglio. Non soltanto ha demonizzato i soliti sospettati, come i partiti di sinistra e i militanti dei diritti dell’uomo – se l’è presa persino con le Ong che hanno testimoniato davanti ai tribunali dell’ONU riguardo ai possibili crimini di guerra israeliani ed ha adottato una legge che le obbliga a rivelare pubblicamente i loro finanziatori esteri -, ma ha demonizzato i suoi oppositori politici ed è andato ben oltre il semplice dissenso. Gli oppositori di Netanyahu sarebbero traditori della Nazione. Svenderebbero il Paese consentendo [la creazione di] uno Stato palestinese. Sarebbero troppo moderati verso Hamas e gli permetterebbero di lanciare di nuovo i razzi, ha affermato.

Persino nel suo stesso partito, il Likud, Netanyahu se l’è presa con suoi antichi protetti. I suoi capi di gabinetto sono noti per essere diventati i suoi più feroci avversari politici. Di fatto il futuro primo ministro, Naftali Bennett, è stato responsabile della sua campagna elettorale, come Avigdor Lieberman, che si è fatto le ossa in politica sotto Netanyahu. Persino i suoi mentori, come l’ex-presidente Reuven Rivlin, che ha contribuito a farlo arrivare al potere, erano considerati come delle minacce. Quando Rivlin si è presentato alla presidenza, il primo ministro ha condotto un’infruttuosa campagna per sabotare la sua candidatura.

Nessuna visione coerente

Netanyahu non ha un vero programma politico coerente nel quale i suoi sostenitori si possano riconoscere. Conta principalmente sull’ideologia ultranazionalista dei coloni, che si è infiltrata nella società israeliana e domina ormai le leve del potere statale. Ha costruito decine di migliaia di nuovi appartamenti nelle colonie. Durante il suo regno la pulizia etnica dei palestinesi sia in Cisgiordania che a Gerusalemme est è continuata.

Il suo obiettivo, come quello dei suoi padrini coloni, è stato distruggere ogni possibilità di uno Stato palestinese. In ciò ha avuto decisamente successo. Attualmente nessun partito politico, di quelli che si dicono di sinistra, ha fatto dei diritti nazionali dei palestinesi una priorità. Persino i politici di sinistra e di centro minimizzano queste opinioni. Pochi sostengono una soluzione a due Stati. Le uniche personalità che la propongono sono i democratici americani e i sionisti liberali ebrei americani.

Nel 2018 Netanyahu ha portato all’approvazione della Knesset la legge sullo Stato-Nazione. Essa esclude la minoranza palestinese [con cittadinanza israeliana, ndtr.] da ogni status giuridico nazionale ufficiale. L’arabo non è più una lingua ufficiale. Così Israele è diventato uno Stato degli ebrei solo per gli ebrei. I palestinesi che sono diventati cittadini di Israele nel 1948 si sono sentiti vilipesi. I loro diritti, nei limiti in cui ne hanno avuti, sono stati disprezzati. Di fatto si possono far risalire i disordini che il mese scorso si sono diffusi a macchia d’olio nelle città miste di Israele a questa legge detestata.

Nel quadro dei tentativi di lunga data per concentrare il potere nelle proprie mani, Netanyahu è riuscito a prendere il controllo della maggior parte dei media nazionali. Ha in particolare concepito accordi corrotti che ricompensavano finanziariamente i responsabili di mezzi di comunicazione in cambio di una copertura mediatica favorevole. Attualmente è imputato penalmente per tre casi distinti. Se non fosse stata formata la nuova coalizione di governo, una condanna lo avrebbe obbligato a dare le dimissioni.

Nemici esterni

Sul piano regionale la paura che Netanyahu ha generato tra gli israeliani nei confronti di nemici esterni ha creato un sentimento artificioso di coesione, cosa che gli ha consentito di unire il Paese di fronte a forze ostili. Aveva bisogno di nemici come l’Iran, Hamas ed Hezbollah per conservare la presa sull’elettorato israeliano. Ha lanciato una campagna terroristica di dieci anni contro l’Iran e quello che secondo lui sarebbe il suo tentativo di dominio sulla regione.

Ha ordinato al Mossad [servizio segreto israeliano per le operazioni all’estero, ndtr.] di sabotare il suo programma nucleare uccidendo scienziati e bombardando basi missilistiche e istallazioni nucleari. Netanyahu ha ordinato attacchi aerei contro le basi militari iraniane in Siria ed ha organizzato bombardamenti contro gli Hezbollah libanesi, uno dei principali alleati regionali di Teheran, che si battono anche a fianco delle forze governative siriane.

Nel 2014 Netanyahu ha annunciato l’operazione “Margine protettivo” ed ha invaso Gaza per porre fine al lancio di razzi contro Israele. Sono morti più di 2.300 palestinesi. Si trattava in grande maggioranza di civili. Questo attacco ha portato a un cessate il fuoco, ma non ha risolto nessuno dei principali problemi che dividono Hamas e Israele.

Il mese scorso, di fronte ai missili lanciati da Hamas come risposta alla brutalità della polizia israeliana nel complesso della moschea di al-Aqsa e in solidarietà con le famiglie palestinesi [minacciate di espulsione dalle proprie case, ndtr.] di Sheikh Jarrah [quartiere di Gerusalemme est, ndtr.], Netanyahu ha ancora una volta lanciato un’offensiva contro Gaza. Questa volta l’operazione militare è durata solo 11 giorni a causa dell’intervento del presidente americano Joe Biden. A Gaza sono morti più di 250 palestinesi, di cui 66 minorenni.

Contrariamente alle precedenti offensive, né gli israeliani né il resto del mondo sono stati convinti dalle affermazioni di Netanyahu secondo cui Israele non faceva altro che difendersi contro i razzi di Hamas. Al contrario hanno considerato gli spietati bombardamenti israeliani come atti di aggressione contro una popolazione civile. Questa guerra non aveva alcun obiettivo strategico se non aiutare a mantenere Netanyahu al potere, in quanto i suoi rivali non avrebbero osato complottare contro di lui mentre il Paese era in guerra.

Mentre il mondo si è ribellato contro Israele, gli stessi israeliani si sono stancati di questa aggressività e di questa bellicosità. Si sono ancor più stancati delle molteplici accuse di corruzione avanzate contro di lui dal procuratore generale.

L’odio in eredità

Come l’ex presidente americano Donald Trump, Netanyahu ha sempre avuto il sostegno di una irriducibile minoranza di israeliani che credono in lui qualunque cosa faccia. Ma non ha mai avuto una maggioranza. Al contrario, come Trump, la maggioranza degli israeliani non lo approvava e non si fidava di lui, ma mai in modo tale da creare un’opposizione unita in grado di scacciarlo dal potere.

Finché ha potuto è rimasto al comando, non perché fosse apprezzato, ma perché l’opposizione era frammentata e non emergeva una personalità che raccogliesse il sostegno sufficiente per cacciarlo. Ciò è dipeso in parte dal modo in cui Netanyahu ha denigrato con successo i suoi rivali e li ha presentati come una seconda scelta.

Netanyahu lascia in eredità l’odio, la paura e il tradimento. Il panorama politico è a pezzi. Israele è più diviso di quanto non sia mai stato tra ricchi e poveri, laici e religiosi, palestinesi ed ebrei, destra e sinistra. Sono il testamento di Netanyahu e la sua opera. Anche con questo nuovo governo che va al potere niente promette di riparare i danni, perché la stessa coalizione è un insieme di partiti politici con ideologie e programmi che si contraddicono.

La questione che si pone a Israele e ai suoi nuovi dirigenti è la seguente: potranno porre rimedio ai danni inflitti da Netanyahu? O la sua influenza continuerà a incombere?

Richard Silverstein è l’autore del blog “Tikum Olam” che svela gli eccessi della politica israeliana di sicurezza nazionale. Il suo lavoro è stato pubblicato su Haaretz, Forward, Seattle Times e Los Angeles Times. Ha contribuito alla raccolta di saggi “A Time to speak out[Un tempo per denunciare] (Verso) dedicato alla guerra in Libano del 2006 ed è autore di un altro saggio nella raccolta Israel and Palestine: Alternate Perspectives on Statehood [Israele e Palestina: prospettive alternative di statualità] (Rowman & Littlefield).

Le opinioni espresse in questo articolo non impegnano che il suo autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Israele vanifica la distinzione tra civili e militari

Muhammad Ali Khalidi – 24 maggio 2021

Institute for Palestine Studies

Basta un’occhiata alle cifre delle vittime civili durante l’offensiva israeliana su Gaza per rendersi conto del numero terribilmente sproporzionato di civili palestinesi uccisi o feriti rispetto al numero dei militanti. Secondo i dati preliminari, a Gaza gli attacchi aerei e di artiglieria israeliani hanno ucciso 248 persone di cui almeno 66 bambini (il 27% di tutti i decessi), facendo 1.900 feriti. Il 16 maggio in un unico attacco Israele ha distrutto quattro case uccidendo 42 civili, seppellendo gli abitanti sotto le macerie.

L’elevata percentuale di vittime civili è una caratteristica degli attacchi militari israeliani sia sul fronte palestinese che su quello libanese. Nel 2014 l’assalto israeliano a Gaza ha provocato un totale di 2.189 morti, di cui 1.486 civili (68%) e circa 360 bambini sotto i 12 anni (16% del totale). Negli attentati del 2008-2009 sono stati uccisi ben 1.419 palestinesi, di cui 1.167 civili (82%) e 318 bambini (il 22% di tutte le vittime). Nella guerra del 2006 in Libano sono stati uccisi dall’esercito israeliano circa 1.200 civili libanesi (circa il 96% del totale).

I principali media hanno dato le vittime civili palestinesi come semplici incidenti e deplorevoli danni collaterali di una campagna israeliana diretta precisamente contro i militanti di Hamas. Ma è una forzatura credere che Israele, con una delle macchine militari tecnologicamente più avanzate che il mondo abbia mai visto possa essere così incapace ad evitare di causare danni ai civili. Data la pubblicità negativa associata all’infliggere morte e ferite a una popolazione civile disarmata, cosa c’è dietro il numero elevato e enormemente sproporzionato di vittime civili palestinesi?

Una risposta parziale si trova in uno stupefacente articolo pubblicato nel 2005 su una rivista accademica dall’ex capo dell’intelligence militare israeliana, Amos Yadlin, e da un professore israeliano, Asa Kasher. Il documento delineava l’ “etica militare” che dovrebbe guidare la guerra di Israele al “terrore”. Gli autori spiegavano il loro rifiuto del “principio di distinzione” del diritto internazionale, che richiede alle parti in conflitto di distinguere tra combattenti e non, e di adottare tutte le misure necessarie per evitare danni ai non combattenti.

Secondo Michael Walzer, una delle maggiori autorità in materia di etica militare (e talvolta difensore delle azioni militari israeliane), il principio di distinzione afferma che gli eserciti dovrebbero fare attenzione a evitare danni ai non combattenti dell’altra parte, anche a rischio dei propri militari. Come dice Walzer, “se salvare vite di civili significa rischiare la vita di soldati, il rischio dev’essere accettato.” (Walzer, Just and Unjust Wars, p. 156).

Ma Kasher e Yadlin ignorano tale principio. A loro avviso, la sicurezza dei loro soldati dovrebbe avere la meglio sulla sicurezza dei civili dall’altra parte. Scrivono: “Se lo Stato non ha controllo effettivo sulle adiacenze, non deve assumersi la responsabilità del fatto che le persone coinvolte nel terrorismo operino in prossimità di persone che non lo sono” (p. 18). Ma anche se si accetta che i civili “operino” nelle adiacenze dei combattenti, ciò non esonera i militari dall’adottare tutte le misure per evitare di danneggiarli. Questo tentativo di giustificazione è moralmente e legalmente inaccettabile.

Gli apologeti di Israele affermano regolarmente che le vittime civili sono giustificate dal presunto uso di scudi umani da parte di Hamas. Ma il Rapporto Goldstone delle Nazioni Unite non ha trovato prove dell’uso di scudi umani da parte di Hamas a Gaza nel 2009. Invece è stato ampiamente documentato l’uso di scudi umani palestinesi da parte di Israele in precedenti attacchi a Gaza, nel Rapporto Goldstone, da Amira Hass su Haaretz e da Clancy Chassay sul Guardian. In effetti, la Corte Suprema israeliana ha riscontrato come l’esercito israeliano abbia usato palestinesi come scudi umani in 1.200 occasioni nei cinque anni precedenti al 2014. Per citare solo un caso, durante l’invasione di Gaza del 2008-2009 due soldati israeliani hanno ordinato a un ragazzo di nove anni, puntandogli il fucile, di aprire una borsa che sospettavano fosse una trappola esplosiva.

Ci sono numerose prove di come questa deviazione dalle regole di guerra da parte dell’ex capo dell’intelligence militare israeliana e del suo coautore non sia solo un esercizio accademico o un proclama teorico. È stata indubitabilmente trasmessa agli alti ufficiali militari, ai comandanti di medio livello e alla base. Ora fa parte della dottrina militare israeliana, corroborata da numerose dichiarazioni e interviste.

Per quel che riguarda il personale militare superiore, il concetto di fondo è stato chiaramente articolato nel 2006 in riferimento al Libano dal generale israeliano Gadi Eisenkot, allora capo del Comando Settentrionale dell’esercito israeliano e in seguito Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano. Ha affermato che i militari israeliani avrebbero esercitato una forza sproporzionata sulle aree civili considerando tali aree basi militari. Divenne nota come “Dottrina Dahiya” (dal sobborgo meridionale di Beirut) ed Eisenkot segnalò che si trattava di un piano “autorizzato”.

I rapporti di organizzazioni come il Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele e Breaking the Silence [organizzazione di soldati veterani che espongono al pubblico israeliano la realtà dei Territori occupati, ndtr.] da dieci anni confermano che dai comandi militari vengono date istruzioni di privilegiare la vita dei soldati israeliani rispetto ai civili palestinesi. Riferiscono anche dell’ordine di non fare distinzione tra civili palestinesi e militanti e di non correre alcun rischio per evitare danni ai civili.

Tutto ciò porta inesorabilmente alla lampante conclusione che Israele semplicemente rifiuta il principio di distinzione sancito dal diritto internazionale e rifiuta di riconoscere la differenza legale e morale tra civili e militari. Lo fa sia in teoria che nella pratica, eppure questo fatto evidente sembra essere ignorato dalla copertura mediatica e dal discorso politico prevalente a proposito dell’ultima offensiva israeliana. Quasi a giustificare questa equazione tra i civili palestinesi e i militanti da parte dei media occidentali, la CNN ha recentemente ordinato al suo staff di riferirsi al Ministero della Salute a Gaza come “gestito da Hamas”. Questa direttiva conferma efficacemente il rifiuto israeliano di distinguere tra obiettivi civili e militari.

Muhammad Ali Khalidi è Professore Emerito di filosofia presso il Graduate Center della City University di New York e ha lavorato sugli aspetti filosofici della questione palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il francese Libération censura l’autrice Sarah Schulman su Gaza?

Ali Abunimah  

6 aprile 2021 – Electronic Intifada

Il quotidiano francese Libération è stato co-fondato da Jean-Paul Sartre sulla scia delle proteste radicali del maggio 1968. Pubblicato dal 1973, è ancora orgoglioso di “schierarsi dalla parte dei cittadini e dei loro diritti contro tutte le forme di ingiustizia e discriminazione, individuali e collettive.”

Tuttavia, come per molte istituzioni progressiste, la volontà di sfidare i potenti a favore degli oppressi sembra passare in secondo piano quando si si tratta della Palestina.

Almeno questo è ciò che la pluripremiata autrice americana Sarah Schulman ha scoperto dopo essere stata intervistata per Libération all’inizio di marzo, in occasione della pubblicazione dell’edizione francese del suo libro del 2016 Conflict is not Abuse [Conflitto non significa sopraffazione] .

L’intervista è stata eliminata da Libération, e a Schulman è stato detto che era in parte a causa delle sue critiche agli attacchi di Israele contro Gaza.

Conflict is not Abuse è per circa un terzo sulla Palestina e in particolare sulla guerra a Gaza del 2014″, ha detto Schulman a The Electronic Intifada. “Sarebbe impossibile discutere del libro senza parlare dell’efferatezza israeliana e del sostegno degli Stati Uniti a quelle gravi ingiustizie”.

The Electronic Intifada ha visto le due versioni del testo dell’intervista: una prima bozza e una versione finale. La guida etica di Libération prescrive ai giornalisti di inviare il testo delle interviste agli intervistati prima della pubblicazione per verificarne l’accuratezza.

Gli aggressori si proclamano vittime

Nell’intervista per Libération con il giornalista freelance Cyril Lecerf Maulpoix, Schulman illustra i temi centrali del suo libro, in particolare la sua analisi di metodi riparatori, inclusivi e meno punitivi per risolvere i conflitti e ottenere giustizia.

Sostiene che il conflitto è una lotta per il potere senza la quale le ingiustizie non possono essere superate, anche se le parti hanno un livello diseguale di potere e responsabilità in una data situazione. In un conflitto, tuttavia, le parti hanno ancora la capacità di agire e interagire, anche evitando il ricorso alla violenza.

La sopraffazione, al contrario, è l’esercizio del potere dall’alto. Può essere sperimentato nella sfera personale o familiare, ma esiste anche a un livello più ampio: il razzismo, l’islamofobia o l’antisemitismo sono sopraffazioni sistemiche che nessun individuo può eliminare.

Schulman osserva che gli aggressori spesso cercano di evitare responsabilità invertendo i ruoli: si considerano vittime dipingendo le loro vittime prive di potere come una pericolosa minaccia.

I suoi esempi includono Michael Brown ed Eric Garner, la cui uccisione da parte della polizia americana nel 2014 ha suscitato il movimento Black Lives Matter, e la violenza di Israele contro i palestinesi.

“Volevo dimostrare che dalla scala più privata alla relazione geopolitica tra uno Stato e una popolazione si può vedere lo stesso paradigma, in cui nel contesto di un conflitto l’aggressore si presenta come se fosse stato attaccato semplicemente perché qualcuno gli resiste”, sono le parole di Schulman citate nella bozza finale di Lecerf Maulpoix.

Oltre a parlare delle giustificazioni israeliane alla propria violenza contro i palestinesi, Schulman estende questo quadro alla Francia, dove il presidente Emmanuel Macron sta attualmente conducendo una guerra contro la vessata minoranza musulmana del Paese all’insegna della difesa della laicité – laicismo – contro lo spettro di un islamo-gauchisme – “islamo-sinistra” – e di un presunto separatismo musulmano.

“Stiamo vivendo in un periodo molto repressivo, in cui i fascisti si stanno espandendo ovunque e gli aggressori affermano di essere vittime perché è in corso un cambiamento”, afferma Schulman nella prima bozza.

“Possiamo vederlo anche in Francia, col panico dell’islamo-sinistra”, aggiunge, sottolineando con evidente ironia “Suppongo di essere un’ebrea di islamo-sinistra”.

Tutto questo era evidentemente troppo per Libération.

Troppo radicale”

Una settimana fa, circa tre settimane dopo l’intervista, Schulman ha ricevuto un messaggio di scuse da Lecerf Maulpoix.

“Dopo l’invio di due diverse versioni, alla fine il redattore della rubrica Idées [Idee] ha deciso di non pubblicare l’intervista per ragioni che trovo ancora difficili da capire”, scriveva Lecerf Maulpoix.

“Alcune sono quelle che ho catalogato come politiche (su aspetti che trovano troppo radicali, il ruolo della polizia, Israele e Gaza)”, ha aggiunto.

Il giornalista ha scritto a Schulman della sua frustrazione per essere stato incapace di accogliere le richieste degli editori, nonostante “alcune riscritture per adeguare l’intervista alle loro opinioni”.

Entrambe le bozze viste da The Electronic Intifada, in francese, sono ben scritte e trasmettono le idee di Schulman in modo chiaro e conciso.

La versione finale menziona ancora Israele e Gaza, anche se nel complesso è probabilmente più moderata – forse un riflesso degli sforzi infruttuosi del giornalista per accontentare il giornale.

Cécile Daumas, redattrice della sezione Idee di Libération, non ha risposto alle richieste di The Electronic Intifada di un commento.

In assenza di una spiegazione dal giornale, Schulman si è trovata a trarre le proprie conclusioni.

“So che ci sono sforzi internazionali per equiparare falsamente le critiche a Israele e il sostegno ai diritti dei palestinesi con l’antisemitismo, e presumo che Libération sia caduta in quella palude”, ha detto a The Electronic Intifada.

“Ogni giorno sentiamo parlare di persone palestinesi o che stanno con la Palestina che vengono messe a tacere, e questa repressione è in aumento”.

Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestine [La battaglia per la giustizia in Palestina], ora uscito per i tipi di Haymarket Books.

Ha scritto anche One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse [Una Nazione: una proposta audace per porre fine all’impasse israelo-palestinese].

Le opinioni espresse sono solo dell’autore.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Orizzonte Palestina: vincere la partita a lungo termine

Richard Falk

21 marzo 2021 – Global Justice in the 21st Century

Il bilancio palestinese: vittorie normative, delusioni geopolitiche

Vincere la partita a lungo termine

Nelle scorse settimane il popolo palestinese ha ottenuto importanti vittorie che potrebbero avere serie conseguenze per Israele se la legge e l’etica governassero il futuro politico. Invece a questi successi si contrappongono sviluppi geopolitici avversi dato che la presidenza Biden ha accolto alcuni dei peggiori aspetti dell’assoluta partigianeria di Trump riguardo a Israele/Palestina. La legge e l’etica incidono sulla reputazione, influenzano la legittimità di politiche contestate, mentre la geopolitica incide più direttamente sui comportamenti. La differenza è meglio compresa separando le politiche simboliche da quelle concrete.

Eppure le conquiste relative alla legittimità non dovrebbero essere scartate solo perché niente che importi sul terreno sembra cambiare, e a volte per vendetta cambia in peggio. Nella lunga partita del cambiamento sociale e politico, soprattutto nel corso degli ultimi 75 anni, il vincitore della guerra per la legittimazione, intrapresa per conquistare terreno sul piano legale ed etico e la ricompensa per l’intensità dell’impegno politico, alla fine lungo il percorso ha per lo più determinato il risultato della lotta per l’autodeterminazione nazionale e per l’indipendenza, superando gli ostacoli geopolitici e la superiorità militare. Finora la dirigenza israeliana, benché preoccupata delle battute d’arresto nel campo di battaglia della guerra per la legittimazione, non si è allontanata dalla strategia americana di concepire la sicurezza attraverso una combinazione di capacità militari e attività regionale, alleandosi contro l’Iran e sovvertendo nel contempo l’unità e la stabilità di Stati vicini potenzialmente ostili.

È fondamentale la grande lezione dell’ultimo secolo che non è stata appresa secondo la quale nella guerra del Vietnam gli USA erano superiori in quanto a potenza militare, eppure sono riusciti a perderla. Perché non è stata appresa? Perché se lo fosse stata, la necessità di un bilancio militare da permanente stato di guerra sarebbe svanita e l’ostinata convinzione mitica che ‘il nostro esercito ci garantisce la sicurezza’ avrebbe perso molta della sua credibilità.

Con il presidente Biden, che riprende una geopolitica conflittuale basata sulle alleanze, la prospettiva è quella di un peggioramento pericoloso e costoso delle relazioni tra le principali potenze economiche e militari mondiali, evitando il tipo di riallocazione delle risorse urgentemente necessaria per affrontare le sfide dell’Antropocene. Possiamo lamentare la disfunzionalità del militarismo globale, ma come possiamo raggiungere la forza politica per sfidarlo? Questa è la domanda che dovremmo fare ai nostri politici, senza distoglierli dall’affrontare le urgenze della politica interna che riguardano salute, rilancio dell’economia e attacchi al diritto di voto.

La lotta dei palestinesi prosegue e offre il modello di una guerra coloniale portata avanti in un’epoca post-coloniale, in cui un potente regime oppressivo sostenuto dal consenso geopolitico è necessario per consentire a Israele di andare controcorrente opponendosi alle potenti maree di libertà della storia. Israele ha dimostrato di essere uno Stato colonialista di insediamento pieno di risorse che ha portato a compimento il progetto sionista per tappe e con il fondamentale aiuto del potere geopolitico e che solo di recente ha iniziato a perdere il controllo del discorso normativo in precedenza controllato attraverso la drammatizzazione della vicenda degli ebrei perseguitati in Europa che meritavano un luogo sicuro, insieme al rifiuto negazionista delle rivendicazioni nazionali dei palestinesi di stare al sicuro nella loro stessa patria. I palestinesi, senza rapporti significativi con la storia dell’antisemitismo, hanno pagato i costi umani inflitti agli ebrei dall’Olocausto, mentre l’Occidente democratico assisteva nel più totale silenzio. Questo discorso unilaterale è stato rafforzato in nome dei benefici della modernità, insistendo sulla sostituzione della sordida arretrata stagnazione araba in Palestina con un’egemonia ebraica dinamica, moderna e fiorente, che in seguito è stata anche considerata come un avamposto occidentale in una regione ambita per le sue riserve di energia e più di recente temuta per il suo estremismo contro l’Occidente e per la rivolta islamista. Il conflitto per la terra e l’identità ideologica dello Stato emergente, sviluppata per un secolo, ha conosciuto molte fasi ed è stata interessata, quasi sempre sfavorevolmente, da sviluppi regionali e interventi geopolitici dall’esterno.

Come nel caso di altre lotte anticoloniali, il destino dei palestinesi prima o poi si invertirà se le lotte del popolo vittimizzato potrà durare più del molteplice potere congiunto dello Stato repressore e, come in questo caso, degli interessi regionali e strategici di attori geopolitici. Può il popolo palestinese garantirsi i diritti fondamentali attraverso la sua stessa lotta condotta contro un insieme di forze interne/esterne, basandosi sulla resistenza palestinese all’interno e sulle campagne di solidarietà internazionali dall’estero? Questa è la natura della partita di lungo termine palestinese e attualmente la sua traiettoria è celata tra le mistificazioni e le contraddizioni di una storia che si sviluppa a livello nazionale, regionale e globale.

Le vittorie normative dei palestinesi

Cinque anni fa nessuna persona sensata avrebbe previsto che B’Tselem, la più autorevole ong israeliana per i diritti umani, avrebbe reso pubblico un rapporto in cui si afferma che Israele ha formato uno Stato unico di apartheid che governa dal fiume Giordano al mare Mediterraneo, che include cioè non solo la Palestina occupata, ma lo stesso Israele. (This is Apartheid: A regime of Jewish Supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea [Questo è apartheid: un regime di supremazia ebraica dal mare Giordano al mare Mediterraneo], B’Tselem: The Israeli Information Center for Human Rights in Occupied Territory, 12 Jan 2021).[cfr la versione italiana]

Attentamente analizzato, il rapporto mostra che le politiche e le prassi israeliane rispetto all’immigrazione, ai diritti sulla terra, alla residenza e alla mobilità sono state gestite in accordo con un contesto preminente di supremazia ebraica e, in base a questa logica, di sottomissione dei palestinesi (più precisamente dei non ebrei, inclusi i drusi e i cristiani non arabi). Tale assetto politico discriminatorio e di sfruttamento si qualifica come apartheid, come inizialmente instaurato in Sudafrica e poi reso universale come crimine a livello internazionale nella Convenzione Internazionale sull’Eliminazione e la Punizione del Crimine di Apartheid. Questa idea del carattere criminale dell’apartheid è stata portata avanti nello Statuto di Roma, che rappresenta il contesto nel quale la Corte Penale Internazionale dell’Aia svolge le proprie attività. L’articolo 7 dello Statuto di Roma, un trattato tra le parti che regola la CPI, elenca i vari crimini contro l’umanità su cui la CPI esercita la propria autorità giurisdizionale. Nell’articolo 7(j) l’apartheid è definito come tale, benché senza alcuna definizione che l’accompagni, e non c’è mai stata un’indagine della CPI per accuse di apartheid che abbia coinvolto i responsabili israeliani. È significativo che vedere l’‘apartheid’ come crimine contro l’umanità ridurrebbe, rispetto alle accuse di ‘genocidio’, l’onere della prova.

Poche settimane dopo il rapporto di B’Tselem, il 6 febbraio 2021 è arrivata la tanto attesa decisione della Camera preliminare della CPI. Con una votazione di 2 a 1 la decisione della Camera ha stabilito l’autorità di Fatou Bensouda, la procuratrice generale della CPI, di procedere con un’indagine per crimini di guerra commessi dal 2014 nei territori palestinesi occupati, come definiti geograficamente dai suoi confini provvisori del 1967.

Per raggiungere questo obiettivo la decisione ha dovuto fare due importanti affermazioni: primo, che la Palestina, benché priva di molte attribuzioni della statualità come definita dalle leggi internazionali, si configura come uno Stato per le finalità di questo procedimento della CPI, essendo stata accettata nel 2014 come Stato membro dello Statuto di Roma dopo essere stata riconosciuta dall’Assemblea Generale il 29 novembre 2012 come “Stato osservatore non-membro”; secondo, che la giurisdizione della CPI per indagare crimini commessi nel suo territorio, la Palestina è stata autorevolmente identificata come la Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza, cioè i territori occupati da Israele durante la guerra del 1967.

Con una decisione che intendeva dare l’impressione di autolimitazione giurisdizionale, è stato sottolineato che queste situazioni giudiziarie sono state limitate ai fatti e alle richieste presi in considerazione e non pretendono di giudicare in anticipo la statualità o le rivendicazioni territoriali di Israele o della Palestina in altri contesti. L’opposizione di lunga data a questa impostazione ha rifiutato questo ragionamento, basandosi prevalentemente sull’attuale vigenza degli accordi conclusi dalla diplomazia di Oslo che avrebbe modificato lo status dell’occupazione ed avrebbe la prevalenza, concludendo che la procuratrice generale non ha competenza giuridica per procedere con l’indagine (il futuro di questo procedimento giudiziario è incerto, dato che l’ incarico dell’attuale procuratrice termina nel giugno 2021 e subentra un nuovo procuratore, Karim Khan).

Andrebbe rilevato che questo procedimento preliminare ha insolitamente attirato un interesse generale in tutto il mondo sia per l’identità delle parti che per l’intrigante carattere delle questioni. I giuristi sono stati a lungo interessati alla definizione di statualità in relazione a diversi ambiti giudiziari, e hanno definito dispute legali affrontando questioni sollevate in territori senza confini stabiliti in modo definitivo e in mancanza di una chiara definizione dell’autorità sovrana. Un numero senza precedenti di memorie sono state presentate alla CPI da “amicus curiae” [parti terze che intervengono in un procedimento con considerazioni giuridiche presso un tribunale, ndtr.], anche di eminenti figure di entrambe le parti della controversia. (Io ne ho presentata una con la collaborazione del ricercatore di Al Haq [Ong palestinese per i diritti umani, ndtr.] Pearce Clancy. ‘The Situation in Palestine,’ amicus curiae Submissions Pursuant to Rule 103, ICC-01/18, 16 March 2020). Israele non è uno Stato membro dello Statuto di Roma e si è rifiutato di partecipare direttamente al procedimento, ma le sue posizioni sono state ben articolate da varie memorie di amicus curiae. (Ad esempio di Dennis Ross, che ha guidato i negoziati di pace all’epoca di Clinton tra Israele e Palestina (‘Observations on Issues Raised by Prosecution for a ruling on the Court’s territorial jurisdiction in Palestine,’ ICC-01/18, 16 March 2020).

Dal punto di vista palestinese questa decisione fa ben sperare, in quanto un’esaustiva indagine preliminare condotta dalla procura nel corso degli ultimi sei anni ha già concluso che ci sono molte ragioni per credere che in Palestina siano stati commessi crimini da parte di Israele e di Hamas, soprattutto in riferimento a questi tre contesti: 1) la massiccia operazione militare delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] nel 2014 a Gaza, nota come “Margine protettivo”; 2) l’uso sproporzionato della forza da parte delle IDF in risposta alle proteste per il diritto al ritorno nel 2018; 3) l’attività di colonizzazione in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

Ora è stato stabilito dal punto di vista giuridico che la procura può procedere anche all’ identificazione di singoli responsabili che potrebbero essere imputati e chiamati a rispondere delle proprie azioni.

Se ciò avverrà dipende ora dall’approccio adottato da Khan quando in giugno assumerà il ruolo di procuratore, il che rimane un mistero nonostante alcune supposizioni.

Un’ulteriore vittoria dei palestinesi è la defezione di sionisti progressisti molto autorevoli e noti che, per così dire, non sono rinsaviti, ma ne hanno parlato apertamente e regolano l’accesso ai principali media. Peter Beinert è l’esempio più significativo nel contesto americano, ma il suo annunciato scetticismo sulla volontà da parte di Israele di trovare un accordo con i palestinesi su una qualunque base ragionevole è un’ulteriore vittoria nel campo della politica simbolica.

Delusioni geopolitiche

È stato ragionevole per la Palestina e i palestinesi sperare che la più moderata presidenza Biden avrebbe ribaltato le iniziative più dannose prese da Trump e che sembravano compromettere ulteriormente il potere negoziale palestinese, così come hanno violato significativamente i diritti fondamentali dei palestinesi e lo hanno negando l’autorità sia dell’ONU che delle leggi internazionali.

Il segretario di Stato di Biden, Antony Blinken, ha inviato segnali in merito alle questioni più significative che sono sembrati confermare e ratificare piuttosto che invertire o modificare l’attività diplomatica di Trump. Blinken ha affermato quello che Biden ha fatto intendere riguardo allo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme e quindi si è unito a Trump nella sfida alla risoluzione dell’assemblea generale dell’ONU del 2017 che affermava che questa iniziativa era “non valida” e priva di effetti giuridici. Blinken ha anche sostenuto l’annessione da parte di Israele delle Alture del Golan, che è un’ulteriore sfida alle leggi internazionali e all’ONU, che ha difeso un saldo principio, in precedenza sostenuto nella storica Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU riguardo all’occupazione israeliana dei territori palestinesi dopo la guerra del 1967. Questo testo confermò che un territorio estero non può essere acquisito con la forza ed ha previsto il ritiro israeliano sui confini del 1967 (modificati da negoziati relativi a trascurabili aggiustamenti di confine in accordo tra le parti).

E Blinken ha soprattutto appoggiato gli accordi di normalizzazione tra Israele e quattro Stati musulmani (EAU, Bahrain, Sudan, Marocco) raggiunti da Trump con metodi vessatori e il perseguimento di interessi personali. Ci sono state vittorie principalmente simboliche di Israele relative all’accettazione a livello regionale e a credenziali di legittimità, così come il contenimento regionale e prese di posizione di rifiuto contro l’Iran. Per molti aspetti esse ampliano precedenti sviluppi di fatto con un impatto minimo sulle dinamiche tra Israele e Palestina.

Valutare vittorie e sconfitte

Finora l’ira israeliana contro la CPI prevale sulle sconfitte geopolitiche palestinesi, essendo queste ultime ridotte probabilmente dalle chiare speranze persistenti di un rapporto parzialmente migliore tra l’ANP, gli Usa e i Paesi dell’UE. E ci sono state alcune giuste modifiche, compresa l’annunciata volontà di riaprire i centri di informazione dell’OLP negli USA, la ripresa dei contatti diplomatici tra Washington e l’Autorità Nazionale Palestinese, e qualche dichiarazione che suggerisce un ritorno alla diplomazia in contrasto con il tentativo di Trump di dettare i termini di una vittoria israeliana presentata come “l’accordo del secolo”.

Eppure le prime iniziative di Biden in questioni politiche meno controverse per rimediare il più possibile ai danni di Trump a livello internazionale, dal ritorno all’Accordo di Parigi sul Cambiamento Climatico, all’OMS e al Consiglio ONU per i Diritti Umani per esprimere l’intenzione di ribadire la cooperazione internazionale e un redivivo internazionalismo, contrastano con il fatto di lasciare immutati i peggiori aspetti del tentativo di Trump di infrangere le speranze dei palestinesi. Che ciò possa essere spiegato con la forza dell’appoggio bipartisan negli USA al rapporto incondizionato con Israele o da fattori strategici regionali è oggetto di congetture.

Forse la spiegazione più plausibile è il passato filoisraeliano dello stesso Biden, insieme al suo proclamato impegno per unificare l’America, lavorando il più possibile con i repubblicani. Il suo motto totemico sembra essere “insieme possiamo fare tutto”, che finora non ha ricevuto molto incoraggiamento dall’altro schieramento.

Ciò che potrebbe far sperare in parte i palestinesi è il livello in cui questi due sviluppi sono stati un terreno di scontro per quanti difendono Israele in ogni modo. Persino Jimmy Carter è stato umiliato come “antisemita” perché nel titolo il suo libro del 2007 suggerisce semplicemente che Israele deve fare la pace con i palestinesi o rischia di diventare uno Stato di apartheid. Si ricordi che l’osservazione piuttosto banale di John Kerry secondo cui Israele aveva ancora due anni per fare la pace con i palestinesi nel contesto di Oslo per evitarsi un futuro di apartheid ha incontrato una reazione talmente ostile che egli è stato portato a chiedere scusa per queste considerazioni, rinnegando più o meno ciò che sembrava così plausibile quando lo aveva affermato.

Nel 2017 uno studio accademico commissionato dall’ONU, che ho scritto insieme a Virginia Tilley e che confermava le accuse di apartheid, è stato denunciato al Consiglio di Sicurezza come un documento diffamatorio indegno di essere associato all’ONU. Le affermazioni critiche sono state accompagnate da velate minacce americane di ritirare finanziamenti all’ONU se il nostro rapporto non fosse stato sconfessato, ed esso è stato diligentemente tolto dal sito web dell’ONU per ordine del Segretario Generale [il socialista portoghese António Guterres, ndtr.]. Ormai nei contesti internazionali persino la maggior parte dei militanti sionisti preferisce il silenzio piuttosto che organizzare attacchi contro B’Tselem, una volta molto apprezzata dai sionisti progressisti come prova tangibile che Israele è “l’unica democrazia del Medio Oriente.”

Le reazioni alla decisione della CPI da parte di Israele raggiungono livelli apodittici di intensità. La furibonda risposta di Netanyahu è stata ripresa da tutto lo spettro della politica israeliana. Secondo la vergognosa calunnia contro la CPI: “Quando la CPI indaga su Israele per falsi crimini di guerra ciò è puro e semplice antisemitismo.” Ed ha aggiunto: “Lotteremo con tutte le nostre forze contro questa perversione della giustizia.” In quanto così smodati, questi commenti dimostrano che a Israele interessano molto le questioni di legittimità, e a ragione. Le leggi internazionali e l’etica possono essere sfidate come Israele ha fatto ripetutamente nel corso degli anni, ma è profondamente sbagliato supporre che alla dirigenza israeliana non interessino. Mi pare che i leader israeliani comprendano che il razzismo sudafricano è crollato in buona misura perché ha perso la guerra per la legittimità. Forse alcuni dirigenti israeliani hanno iniziato a capirlo. La decisione della CPI potrebbe risultare un punto di svolta proprio come il massacro di Sharpeville del 1965 [in realtà nel 1960. La polizia sudafricana uccise 70 persone e oltre 180 furono ferite, ndtr.]. Potrebbe essere così persino se, come è probabile, neppure un israeliano venisse portato davanti alla CPI per essere giudicato.

RICHARD FALK

Richard Falk è uno studioso di Diritto Internazionale e Relazioni Internazionali che ha insegnato per quarant’anni all’università di Princeton. Dal 2002 vive a Santa Barbara, California, ha insegnato Studi Globali e Internazionali nel campus dell’università della California e dal 2005 presiede il consiglio della Fondazione per la Pace nell’Epoca Nucleare. Ha iniziato questo blog in parte per festeggiare i suoi 80 anni.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Dopo l’accusa calunniosa di “antisemitismo” di Netanyahu l’UE sostiene la CPI

Ali Abunimah

4 marzo 2021 – The Electronic Intifada

L’Unione Europea sembra respingere le denunce di Benjamin Netanyahu contro la Corte Penale Internazionale dopo che mercoledì la procuratrice capo Fatou Bensouda ha confermato l’avvio di un’indagine formale sui crimini di guerra in Palestina.

Il primo ministro israeliano ha definito le indagini come “l’essenza dell’antisemitismo” e altri leader israeliani si sono scagliati contro con termini analoghi.

Alla domanda di The Electronic Intifada sulla reazione dell’UE ai commenti di Netanyahu, il portavoce dell’Unione Peter Stano non ha risposto in modo diretto riguardo al leader israeliano.

Tuttavia Stano ha affermato che “la CPI è un’istituzione giudiziaria indipendente e imparziale senza obiettivi politici da perseguire”.

Ha anche ribadito che l’UE “rispetta l’indipendenza e l’imparzialità della corte” – un rimprovero implicito alle stravaganti accuse di Israele di pregiudizi antiebraici.

Stano ha osservato che la Corte Penale Internazionale è “un tribunale di ultima istanza, una rete di sicurezza fondamentale per aiutare le vittime a ottenere giustizia laddove ciò non è possibile a livello nazionale, quindi quando lo Stato coinvolto è veramente riluttante o incapace di svolgere le indagini o l’azione penale. “

L’UE ha anche esortato “gli Stati aderenti allo Statuto di Roma e gli Stati non aderenti” – questi ultimi con un chiaro riferimento a Israele, che non ha firmato lo statuto istitutivo della corte – “a stabilire un dialogo” con la CPI che dovrebbe essere “non conflittuale, non politicizzato e basato sulla legge e sui fatti.”

Dato il lungo passato della UE di sostegno virtualmente incondizionato a Israele, è rimarchevole che essa abbia tenuto saldo il suo sostegno alla Corte Penale Internazionale nel momento in cui finalmente il tribunale ha preso in esame le impudenti violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele.

L’inchiesta della CPI riguarderà presunti crimini dal giugno 2014, un periodo che comprende la guerra di Israele del 2014 a Gaza e la costruzione di colonie in corso sui territori palestinesi occupati.

La posizione della UE rappresenta una rottura con alleati come Stati Uniti, Canada e Australia che si sono apertamente opposti ad indagini da parte del tribunale su presunti crimini di guerra nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.

Nonostante il sostegno della UE alla CPI, i lobbisti israeliani si stanno consolando per il fatto che alcuni singoli Stati membri della UE, in particolare la Germania, si oppongono a un’inchiesta sui crimini di guerra.

L’opposizione degli Stati Uniti alla giustizia

Mercoledì, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha ribadito che l’amministrazione Biden “si oppone fermamente” alla [ricerca di] giustizia e responsabilità nei confronti delle vittime palestinesi dei crimini di guerra israeliani.

Questa opposizione non sorprende dal momento che l’amministrazione Obama-Biden ha rifornito Israele di munizioni nel corso del bombardamento di Gaza dell’estate del 2014, che ha ucciso più di 2.200 palestinesi tra i quali più di 550 bambini.

La posizione di Biden allieterà Netanyahu e altri importanti leader israeliani tra cui il ministro della difesa Benny Gantz, che probabilmente saranno gli obiettivi delle indagini della Corte Penale Internazionale. Gantz era a capo dell’esercito israeliano al momento dell’attacco israeliano del 2014 a Gaza.

Tuttavia, dopo anni di ritardo e decenni di attesa per la giustizia, i palestinesi stanno finalmente osservando che il loro impegno affinché Israele sia ritenuto responsabile e i suoi crimini assodati sta recando i suoi frutti.

(tradotto dall’inglese da Aldo Lotta)




La CPI (Corte Penale Internazionale) ha stabilito di avere l’autorità di indagare sui presunti crimini di guerra di Israele e di Hamas

Redazione di MEE

5 febbraio 2021 – Middle East Eye

Le conclusioni aprono la strada perché la procuratrice capo prosegua le indagini su presunti crimini di guerra commessi a partire dal bombardamento di Gaza da parte di Israele nel 2014.

Venerdì [5 febbraio 2021] i giudici della Corte Penale Internazionale (CPI) hanno stabilito di avere “giurisdizione territoriale” all’interno delle zone occupate da Israele dal 1967, aprendo la strada per una possibile indagine riguardo a presunti crimini di guerra.

Nel gennaio 2020 un collegio giudicante preliminare presso la corte con sede all’Aia è stato incaricato di stabilire l’ambito di competenza giurisdizionale della CPI riguardo a Israele e Palestina, posto che lo Stato di Israele, a differenza dell’Autorità Nazionale Palestinese, non è membro della CPI.

La Palestina ha…accettato di sottomettersi alle condizioni dello Statuto di Roma della CPI e ha il diritto di essere trattato come qualunque altro Stato membro per le materie riguardanti l’applicazione dello Statuto,” ha affermato venerdì la CPI in un comunicato.

Il primo ministro palestinese Muhammad Shtayyeh ha accolto positivamente la decisione, definendo la sentenza della CPI “una vittoria della giustizia e dell’umanità.” Ha anche chiesto alla corte di “accelerare le procedure giudiziarie” riguardo ai casi relativi ai palestinesi.

L’ambito giurisdizionale della CPI includerebbe le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, generalmente considerate illegali in base alle leggi internazionali.

La convenzione di Ginevra stabilisce che una potenza occupante non può trasferire legalmente parte della propria popolazione nel territorio che occupa, e nel 2004 la Corte Internazionale di Giustizia ha emanato un parere consultivo affermando che costruendo le colonie Israele ha violato i suoi obblighi in base alle leggi internazionali.

Israele ha tassativamente rigettato qualunque forma di giurisdizione della CPI sui propri cittadini.

L’iniziativa è stata contestata anche dagli USA, i più stretti alleati di Israele, che venerdì hanno affermato di essere “seriamente preoccupati riguardo ai tentativi della CPI di esercitare la propria giurisdizione sul personale israeliano.”

Una base ragionevole” per avviare un’indagine

La corte ha preso in considerazione la questione della giurisdizione territoriale dopo che la procuratrice generale, Fatou Bensouda, ha annunciato che esistevano i presupposti per aprire un’indagine complessiva riguardo a presunti crimini di guerra commessi all’interno dei territori occupati.

All’epoca Bensouda aveva sottolineato che, avendo stabilito che c’era “una base ragionevole per avviare un’inchiesta sulla situazione in Palestina,” era comunque necessario che prima la corte definisse la giurisdizione. La sua decisione era arrivata dopo cinque anni di indagini preliminari ed analisi delle prove.

Venerdì, pur notando che problemi di confine e questioni di sovranità non rientrano nell’ambito di competenza della corte, la CPI ha autorizzato Bensouda a procedere con un’indagine esaustiva.

Un’inchiesta complessiva della CPI potrebbe portare a incriminazioni di singole persone, ma non di Stati.

Ora si prevede che Bensouda inizi a indagare funzionari e politici israeliani e di Hamas riguardo a presunti crimini di guerra nei territori occupati a iniziare dal 2014, durante il quale i bombardamenti aerei israeliani contro la Striscia di Gaza provocarono la morte di 2.251 palestinesi, in maggioranza civili. Durante lo stesso periodo vennero uccisi anche 74 israeliani, quasi tutti soldati.

Nel 2015 un rapporto di una commissione ONU stabilì che durante il conflitto sia Israele che gruppi armati palestinesi potrebbero aver commesso crimini di guerra.

Il rapporto della Commissione per i Diritti Umani dell’ONU (UNHRC) affermò che, mentre sia israeliani che palestinesi erano stati “profondamente colpiti” dalla guerra, a Gaza “le dimensioni delle devastazioni erano state senza precedenti”. Sostenne che tra i morti c’erano 551 minori palestinesi e se ne contavano altre migliaia tra gli 11.231 feriti dalle azioni israeliane.

Tra gli israeliani che potrebbero essere indagati dalla CPI ci potrebbero essere: il primo ministro Benjamin Netanyahu, gli ex-ministri della Difesa Moshe Yaalon, Avigdor Lieberman e Naftali Bennett, gli ex-capi di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.] Benny Gantz e Gadi Eisenkot, l’attuale capo di stato maggiore Aviv Kochavi e sia l’ex che l’attuale capo del servizio di sicurezza interno Shin Bet, rispettivamente Yoram Cohen e Nadav Argaman.

Gli USA sanzionano funzionari della CPI

In giugno anche un gruppo di palestinesi della Cisgiordania occupata ha presentato una denuncia alla CPI, chiedendo un’indagine contro importanti politici israeliani e statunitensi che hanno autorizzato il piano “Pace verso la Prosperità” dell’ex-presidente USA Donald Trump.

All’epoca un rappresentante del gruppo ha affermato che c’erano “prove ragionevoli” in base alle quali importanti funzionari USA, compreso Trump, erano stati “complici di azioni che potrebbero rappresentare crimini di guerra riguardanti il trasferimento di popolazione nei territori occupati e l’annessione di territorio sotto la sovranità dello Stato di Palestina.”

Israele e gli USA sono due dei pochi Stati ad essersi opposti alla nascita della CPI, mentre 123 Paesi ne hanno accettato la giurisdizione.

A settembre gli Stati Uniti, sotto Trump, hanno imposto sanzioni contro Bensouda e Phakiso Mochochoko, un altro importante funzionario della procura, per le inchieste su Afghanistan e Palestina. All’epoca Trump sottolineò che la corte non aveva “giurisdizione sul personale degli Stati Uniti e di alcuni dei suoi alleati,” in riferimento ad Israele.

L’amministrazione Biden ha affermato che prevede di rivedere le sanzioni contro i funzionari della CPI. “Per quanto siamo in disaccordo con le azioni della CPI relative ai casi afghano e israelo-palestinese, le sanzioni saranno comunque riesaminate mentre decideremo i nostri prossimi passi,” ha affermato in un comunicato il portavoce del Dipartimento di Stato durante la prima settimana del mandato di Biden.

Il portavoce ha aggiunto che la nuova amministrazione appoggia riforme “che aiutino la corte a realizzare più efficacemente la propria principale missione di punire e scoraggiare atrocità” e in “casi eccezionali” potrebbe collaborare con la CPI.

In seguito alla decisione di venerdì, il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha affermato che gli USA sono “seriamente preoccupati” riguardo ai tentativi della CPI di stabilire la propria giurisdizione su personalità israeliane.

Non crediamo che i palestinesi siano uno Stato sovrano e di conseguenza non sono legittimati a ottenere l’ammissione come Stato o a partecipare in tale veste ad organismi, entità o incontri internazionali, compresa la CPI,” ha affermato Price.

Gli Stati Uniti hanno sempre adottato la posizione secondo cui la giurisdizione della corte dovrebbe essere riservata ai Paesi che vi aderiscono o che sono indicati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli effetti catastrofici dell’assedio di Gaza: l’UE deve agire ora per fermare questo crimine

Gli effetti catastrofici dell’embargo a Gaza

Dal 2007, gli abitanti palestinesi della Striscia di Gaza, attualmente 2 milioni di persone, sono stati sottoposti a un blocco da Israele.

Questo blocco condiziona tutti gli aspetti della quotidianità della popolazione e consolida la frammentazione territoriale e politica della Palestina, minando una vita dignitosa e l’autodeterminazione del popolo nella costruzione di uno Stato democratico e indipendente.

La popolazione palestinese di Gaza ha anche patito tre devastanti attacchi militari dalle forze israeliane, nel 2008-2009, 2012 e 2014, che hanno prodotto ingenti danni in termini umani e materiali. La Marcia del Ritorno, tenutasi tra marzo 2018 e la fine del 2019, è stata violentemente repressa. I soldati israeliani hanno sparato contro pacifici manifestanti munizioni vere e proiettili invalidanti, uccidendo 308 persone (inclusi medici, paramedici, giornalisti, donne e bambini) e ferendone 36.143, di cui circa 300 hanno poi subito amputazioni. Oggi, il 2,4% della popolazione di Gaza è disabile.

Il crescente impatto del blocco nella crisi economica, politica e sociale di Gaza è stato documentato da fonti ufficiali e ONG. La riduzione dei redditi ha generato un alto livello di dipendenza verso i sussidi per il cibo, offerti dai programmi delle Nazioni Unite, attualmente all’80% della popolazione, e un serio aumento della povertà e malnutrizione, colpendo primariamente i bambini (50% della popolazione). La mancanza di rifornimenti vitali, come acqua ed elettricità, insieme col deteriorarsi dell’ambiente, ha reso Gaza un luogo inabitabile.

Il settore sanitario è stato particolarmente colpito dal blocco. Negli ultimi 14 anni, non c’è mai stata disponibilità di strumenti (medicinali, dispositivi, strumenti medici e parti di macchinari per reparti diagnostici e laboratori) in quantità e tipologie sufficienti per operazioni ordinarie, né con un rifornimento regolare. Spesso i farmaci salvavita per neonati, quelli contro il cancro e altre malattie progressive non sono disponibili.

Molti pazienti possono ricevere cure solo fuori dalla Striscia di Gaza, ma subiscono costanti divieti, limiti e ritardi per ottenere permessi da Israele, frequentemente con conseguenze letali. I divieti sono spesso esercitati contro il personale medico in partenza per corsi di formazione all’estero, e contro medici specialisti che vengono da fuori i confini.

Dopo esser stato tenuto fuori da Gaza, grazie alle rigide misure di quarantena, il Covid-19 ha colpito la comunità ad agosto e oggi è in costante crescita (fine dicembre 2020). Un primo totale confinamento in ottobre sarebbe stato insostenibile per una popolazione in cui il 60% delle famiglie vive al di sotto della soglia di povertà e il numero di bambini malnutriti è aumentato drammaticamente. Il distanziamento sociale resta comunque difficile in ogni caso data la situazione abitativa (in media 4 figli per famiglia e la coabitazione di più famiglie nella stessa casa). La cifra di 15.000 casi positivi alla fine di ottobre è aumentata a 33.594 il 12 dicembre e 69 decessi in ottobre sono diventati 260. Non vi è alcun segno che il modello di aumento stia cessando, nonostante i confinamenti del fine settimana.

Gli esperti sanitari locali e l’OMS hanno inviato allarmi sul sovraffollamento degli ospedali e sulla mancanza di strumenti medici essenziali per i malati, tra cui ossigeno e kit di analisi. È assolutamente necessario un supporto immediato ea lungo termine. Inoltre, soprattutto nel caso di un altro confinamento completo che potrebbe essere inevitabile nel prossimo futuro, sarà necessario un maggiore sostegno economico e alimentare alla popolazione.

L’UE deve agire, adesso

L’assedio di Gaza è una punizione collettiva imposta da Israele al popolo palestinese di Gaza, illegale secondo il diritto internazionale. Nel frattempo, gli attacchi militari contro la popolazione e le infrastrutture possono essere qualificati come crimini di guerra. L’attuale divisione tra i partiti palestinesi ha peggiorato la situazione, ma ciò non può ridurre la responsabilità primaria della potenza occupante, ovvero Israele, né essere una scusa per lasciare la situazione del popolo palestinese a Gaza così com’è.

Nel contesto di un ulteriore deterioramento della situazione dovuto alla pandemia, l’Unione europea non può limitarsi a fare dichiarazioni o fornire dell’assistenza.

Chiediamo pertanto all’UE di intraprendere le seguenti azioni:

  • Imporre sanzioni (taglio agli aiuti militari e al commercio, fondi per la ricerca e sospensione degli accordi commerciali preferenziali) contro Israele, fintanto che persiste in gravissime violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani della popolazione, che l’UE non può continuare a ignorare . Finché l’assedio di Gaza non verrà revocato, l’UE, in conformità con le proprie regole e principi, dispone degli strumenti per imporre sanzioni.
  • Aprire un dialogo diretto con l’attuale governo di Gaza e allo stesso tempo favorire tutti gli sforzi per raggiungere un accordo di unità nazionale tra le parti palestinesi.
  • Lavorare per la rimozione dell’assedio di Gaza con l’apertura di una rotta marittima, rinnovando il precedente e concordato progetto di costruzione di un porto commerciale in modo che le merci prodotte a Gaza possano raggiungere i mercati esterni e lavorare per l’apertura di un corridoio diretto alla Cisgiordania (accordi di Oslo).
  • Preparare immediatamente un piano di intervento sanitario per Gaza con l’apertura di una linea di finanziamento dedicata e un meccanismo per fornire, in modo stabile e continuo, quantomeno i medicinali salvavita necessari che cronicamente mancano. Questo oltre a fornire supporto immediato per l’emergenza Covid19.
  • Rimuovere i vincoli posti all’erogazione di fondi alle ONG palestinesi. L’UE deve anche richiedere a Israele di accettare missioni politiche e tecniche dell’UE e di rilasciare permessi di ingresso affidabili per avere un ufficio dell’UE a Gaza il prima possibile.

Il blocco di Gaza: una crisi cronica dovuta all’occupazione e all’assedio

La Striscia di Gaza, 365 chilometri quadrati di terra, ospita oltre 2 milioni di persone, di cui il 70% ha meno di 30 anni. Dal 2007 è stata recintata e soggetta al blocco dello Stato di Israele, che ha la responsabilità principale della disastrosa situazione. Israele è l’agente della depressione dell’economia, dell’impoverimento e dell’insicurezza alimentare delle persone, nella maggioranza dei bambini, e del de-sviluppo nella fornitura di cure mediche.

L’Egitto ha aderito al blocco nel 2013, mentre l’attuale divisione tra i partiti palestinesi ha peggiorato la situazione. Il ruolo svolto dall’Autorità Palestinese nell’abbandono e nel boicottaggio economico non ha aiutato a rilasciare la pressione sulla popolazione di Gaza. Inoltre, nel 2017, gli Stati Uniti hanno tagliato i fondi a UNWRA e UNFP e chiuso i progetti dello USAID, peggiorando le condizioni per Gaza, fortemente dipendente da loro, a causa dello stretto blocco al passaggio di persone e merci su terra e mare, e la repressione militare che impediscono alle persone di utilizzare anche le proprie risorse primarie come l’agricoltura e la pesca.

La mancanza di approvvigionamento energetico ha peggiorato tutti gli aspetti della vita quotidiana colpiti dal blocco. Almeno per un decennio, l’alimentazione elettrica è stata di 4 ore e mai superiore a 15 ore al giorno. I bombardamenti israeliani hanno demolito due volte l’unica centrale elettrica di Gaza (che produceva 140 MW e il 30% della quantità necessaria per una fornitura di 15 ore al giorno), e la fornitura da Israele è stata periodicamente tagliata mentre la fornitura dall’Egitto (30 MW) era instabile. Ciò è stato accompagnato da una distribuzione precaria di benzina per i generatori da parte di Israele e dal passaggio limitato di dispositivi solari. La mancanza di energia blocca la produzione locale di tutti i tipi, commercio, conservazione del cibo, riduce drasticamente la fornitura di acqua alla popolazione e impedisce la gestione delle acque reflue, ha ostacolato gravemente i servizi ospedalieri e innescato un collasso totale di tutti gli standard di vita.

Il crescente impatto del blocco sulla crisi economica, politica e sociale a Gaza è stato segnalato da fonti ufficiali e da ONG. Recentemente, l’UNCTAD ha calcolato il costo dell’assedio come una perdita per l’economia di Gaza di almeno 17 miliardi di dollari (6 volte il PIL di Gaza) e ha quantificato il tasso di disoccupazione risultante al 52% (64% per le persone sotto i 30 anni). La diminuzione delle entrate ha generato un aumento della dipendenza dai sussidi alimentari dei programmi delle Nazioni Unite, rivolti ora all’80% della popolazione e un forte aumento della povertà e della malnutrizione, colpendo principalmente i bambini (50% della popolazione).

Il blocco ha un impatto su tutti gli aspetti della vita quotidiana della popolazione e consolida la frammentazione territoriale e politica della Palestina, minando la vita dignitosa e l’autodeterminazione del popolo verso la costruzione di uno Stato democratico e indipendente.

Dall’inizio del blocco, i palestinesi a Gaza hanno subito tre devastanti attacchi militari da parte delle forze israeliane, nel 2008-2009, 2012 e 2014, provocando gravi perdite umane e materiali.

 

Piombo Fuso (2008 -2009)

Pilastro Difesa (2012)

Margine protettivo (2014)

Durata (in giorni)

22

8

55

Palestinesi uccisi

1.409 167 2.251

Civili palestinesi disarmati uccisi

1.172 87 1.462

Bambini palestinesi uccisi

348 32 551

Palestinesi feriti

5.380 5000 11.231

Soldati israeliani uccisi

10

Na

67

Civili israeliani uccisi

3

Na

6

Case distrutte/colpite

14.000 2.174 18.000

Persone sfollate

28.000 10.000 500.000

N. persone senza accesso all’acqua

ND

ND

450.000

Sistema elettrico distrutto

SI

No

SI

 

Tuttavia, l’abuso di violenza letale sugli abitanti di Gaza è permanente. La Marcia del Ritorno, svoltasi tra marzo 2018 e la fine del 2019, è stata violentemente repressa. I soldati israeliani hanno sparato a manifestanti pacifici con munizioni vere e proiettili invalidanti, uccidendo 308 persone (tra cui medici, paramedici, giornalisti, donne e bambini) e ferendone 36.143, di cui circa 300 hanno subito amputazioni. Oggi il 2,4% delle persone a Gaza è disabile. Giornalmente, la sorveglianza da parte di droni e attacchi aerei crea una sensazione permanente di insicurezza tra le persone. Presso la Corte Penale Internazionale è in corso un’indagine sull’eccesso di violenza contro la popolazione civile da parte dello Stato di Israele.

Smantellare il sistema sanitario come strumento dell’occupazione

A Gaza, il principale organismo responsabile della salute pubblica in tutte le sue specialità è il Ministero della Salute con 13 ospedali e 50 cliniche, mentre l’UNRWA, con 21 cliniche e alcune ONG, offre servizi parziali. Negli ultimi 14 anni il Ministero della Salute non ha mai avuto disponibilità di strumenti (medicinali, dispositivi, strumenti medici e parti di macchinari per reparti diagnostici e laboratori) in quantità e natura sufficienti per il normale funzionamento, né con flusso regolare. Spesso i farmaci salvavita per neonati, quelli contro i tumori e altre malattie progressive non sono disponibili. La carenza cronica di elettricità e combustibile per i gruppi elettrogeni, nonché la mancanza di fondi per mantenere personale adatto, ha gravemente compromesso la capacità della popolazione di accedere a diagnosi e cure adeguate. Persone con alcune patologie specifiche non hanno mai avuto alcuna possibilità di cura.

Questa situazione impone ad alcuni pazienti la necessità di farsi curare all’estero, ma subiscono divieti, limiti o ritardi costanti nel ricevere i permessi di uscita da Israele, che hanno avuto anche conseguenze letali. Vengono inoltre esercitati divieti contro il personale sanitario in partenza per formazione all’estero e contro i medici specialisti provenienti da fuori i confini.

Ogni attacco militare ha provocato una catastrofe per le strutture sanitarie che, già impoverite, non avevano le capacità in termini di personale, spazio, farmaci e altri rifornimenti, per far fronte all’ondata quotidiana di feriti. Pertanto, l’offerta sanitaria per la popolazione nel suo complesso ha subito gravi colpi, con ritardi negli interventi chirurgici non di emergenza e ogni altro intervento non traumatologico (fonte Ministero della Salute di Gaza). Tuttavia, anche nella situazione di crisi medica dovuta ad attacchi militari, gli strumenti medici e le medicine essenziali (anestetici, antibiotici, antidolorifici, suture, bende, strumenti chirurgici e di laboratorio, squadre di supporto medico / infermieristico) non sono stati forniti o autorizzati da Israele a entrare per tempo nel territorio e far fronte alle emergenze. Molto spesso, a persone non curabili a Gaza è stato impedito di lasciare la Striscia per cure, provocando ulteriori dolori, amputazioni e in molti casi la morte dei pazienti. A seguito di ognuna di queste crisi, il livello dei rifornimenti sanitari controllati da Israele è diminuito.

Per concludere, nel tempo, il rifiuto israeliano di fornire adeguati mezzi per offrire cura e salute pubblica è stato un mezzo per sottomettere il popolo di Gaza, a dispetto del diritto internazionale umanitario (Quarta Convenzione di Ginevra) e della condanna di organizzazioni e comunità internazionali.

Una nuova emergenza anche per Gaza: la pandemia di Covid 19

Il Covid19 è stato tenuto fuori da Gaza per 5 mesi grazie a costose misure preventive del Ministero della Salute: la creazione di nuovi 16 centri di quarantena nei 5 governatorati per coloro che potevano rientrare a Gaza; con personale dedicato per la sorveglianza e la cura dei posti in quarantena. Ciononostante, Covid19 ha colpito la comunità ad agosto e oggi è in costante crescita (20 dicembre). Un primo blocco totale in ottobre ha avuto effetti moderati nel ridurre la diffusione, ma era insostenibile per una popolazione con l’80% di dipendenza dal cibo e il 60% delle famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà. Le famiglie che riuscivano a malapena a nutrire i propri figli con il lavoro occasionale, non erano più in grado di acquistare cibo a sufficienza. Di conseguenza, il numero di bambini malnutriti sta aumentando notevolmente. Inoltre, purtroppo, nella realtà di Gaza, la distanza sociale è comunque difficile data la situazione abitativa (in media 4 figli per famiglia e coabitazione tra famiglie allargate). L’ acqua pulita non è disponibile per la maggior parte della popolazione, rendendo molto difficile la cura sanitaria richiesta. La cifra di 15.000 casi positivi alla fine di ottobre è aumentata a 33.594 il 12 dicembre e 69 decessi in ottobre sono diventati 260. Non vi è alcun segno che il modello di aumento stia cessando.

Fonte: Ministero della Salute di Gaza (20 dicembre 2020). Reperibile al link : www.we4Gaza.org

Data la gravità della situazione attuale, il 5 dicembre è ricominciato il confinamento completo nei fine settimana. Gli esperti sanitari locali e l’OMS hanno trasmesso allarmi sul sovraffollamento degli ospedali e hanno richiesto supporto a causa della mancanza di strumenti medici essenziali per i malati, tra cui ossigeno e reagenti per i test. Le istituzioni sanitarie hanno bisogno di aiuto immediato e supporto a lungo termine per ricoverare e dare cura alle persone. La popolazione ha anche bisogno di aiuto per resistere al confinamento e continuare a nutrirsi. Il confinamento per ora è l’unica misura preventiva che funziona e siamo tutti consapevoli di quanto possa essere costoso per le persone più svantaggiate. A Gaza, il suo costo potrebbe avere effetti deleteri immediati per la maggioranza.

Cosa chiediamo all’UE

Le istituzioni europee si sono più volte espresse chiaramente, anche di recente, a favore della fine dell’assedio di Gaza e per il rispetto dei diritti umani della sua popolazione. Nel frattempo, la situazione si deteriora ulteriormente e l’uso dell’assedio come punizione collettiva continua a dispetto del diritto internazionale e senza alcuna iniziativa dell’UE per fare pressione su Israele utilizzando gli strumenti in suo possesso.

Chiediamo all’UE di intraprendere le seguenti azioni:

  • Imporre sanzioni (taglio agli aiuti militari e al commercio, fondi per la ricerca e sospensione degli accordi commerciali preferenziali) contro Israele, fintanto che persiste in gravissime violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani della popolazione, che l’UE non può continuare a ignorare . Finché l’assedio di Gaza non verrà revocato, l’UE, in conformità con le proprie regole e principi, dispone degli strumenti per imporre sanzioni.
  • Aprire un dialogo diretto con l’attuale governo di Gaza e allo stesso tempo favorire tutti gli sforzi per raggiungere un accordo di unità nazionale tra le parti palestinesi.
  • Lavorare per la rimozione dell’assedio di Gaza con l’apertura di una rotta marittima, rinnovando il precedente e concordato progetto di costruzione di un porto commerciale in modo che le merci prodotte a Gaza possano raggiungere i mercati esterni e lavorare per l’apertura di un corridoio diretto alla Cisgiordania (accordi di Oslo).
  • Preparare immediatamente un piano di intervento sanitario per Gaza con l’apertura di una linea di finanziamento dedicata e un meccanismo per fornire, in modo stabile e continuo, quantomeno i medicinali salvavita necessari che cronicamente mancano. Questo oltre a fornire supporto immediato per l’emergenza Covid19.
  • Rimuovere i vincoli posti all’erogazione di fondi alle ONG palestinesi. L’UE deve anche richiedere a Israele di accettare missioni politiche e tecniche dell’UE e di rilasciare permessi di ingresso affidabili per avere un ufficio dell’UE a Gaza il prima possibile.

Per tutti questi motivi, è necessario che l’UE richieda anche l’accordo di Israele per le missioni politiche e tecniche dell’UE e di rilasciare permessi di ingresso affidabili per avere un ufficio a Gaza il prima possibile.

https://www.eccpalestine.org/

Traduzione di Cecilia De Luca – AssopacePalestina




Palestina a colori

Mohamed Shurrab

10 dicembre 2020 – We are not numbers

Gaza

La bandiera del mio Paese racconta la nostra storia attraverso i colori. Verde, nero, rosso e bianco: ognuno rappresenta miriadi di storie palestinesi, esperienze che hanno fatto di noi quelli che siamo e che potremmo diventare.

Verde

Il verde era il colore dominante dovunque nel mio amatissimo Paese. È il colore preferito degli agricoltori, il colore del raccolto. Significa duro lavoro, ma anche soddisfazioni e riposo. Purtroppo il verde è stato rubato dalla nostra terra. L’occupazione israeliana ha sradicato le distese di ulivi, sostituendole con colonie – i nostri bei ricordi verdi sono diventati grigio cemento.

Avevo solo 5 anni quando Israele nel 2008 scatenò la prima delle sue tre principali guerre contro Gaza, oggi comunemente chiamata il Massacro di Gaza (“Operazione Piombo Fuso” per gli israeliani). Durò tre settimane e causò la morte di 1.417 palestinesi.

Il terzo giorno ero intento a giocare con le figure del mio supereroe quando il silenzio sembrò avvolgere l’intero quartiere. Era la calma prima della tempesta. Improvvisamente un suono acuto squarciò l’aria, scuotendo la nostra casa come un budino. Il mio giocattolo a forma del verde e muscoloso Hulk cadde a terra. Era un attacco aereo israeliano. Le mie sorelle corsero sul balcone a vedere dove fosse caduto il missile questa volta. Non era il primo, ma era il più vicino. Io saltai in braccio a mia madre, chiedendole che cosa fosse successo, anche se ora mi rendo conto che nulla potrebbe davvero spiegare le nostre vite. Un fiume di lacrime scorreva sul suo viso ed aveva la paura negli occhi.

Persone cattive hanno bombardato la casa dei nostri vicini”, rispose piangendo. “Che razza di persone può uccidere e bombardare?”

Pensai tra me: “Se Hulk esistesse davvero non lo permetterebbe mai.”

Fuori dalla nostra finestra si levò il fumo, tracciando una scia di fumo dalle macerie che lo avevano prodotto. Odio le macerie che seppelliscono la nostra infanzia. Le nostre conversazioni quotidiane riguardano la guerra, il blocco e le sanzioni. Abbiamo visto i nostri amici uccisi, portati via prima della loro ora.

Nella guerra del 2008 le forze di occupazione hanno ucciso 400 bambini in meno di un mese. Mi addolora ogni singola vita persa, ma credo che quelli tra noi che sono ancora vivi hanno qualcosa per cui lottare: il nostro futuro.

Nero

Il nero è simbolo di eleganza – e anche di oppressione, distruzione e cenere. Le forze israeliane ci colpirono nuovamente nel 2012, la più breve delle guerre, ma a suo modo non meno distruttiva.

Avevo 10 anni. Ero andato a comprare il pane per il pranzo e stavo tornando a casa. Giravano voci che stesse per iniziare una nuova guerra, perciò cercavo di camminare in fretta. All’improvviso un aereo sganciò un missile di avvertimento – che esplodeva dai 5 ai 10 minuti prima del colpo “vero”, e doveva servire come gentile avviso di abbandonare la propria casa. Non vedevo distintamente l’aereo, ma il razzo si vedeva abbastanza chiaramente. Sono impallidito, con gli occhi sbarrati. L’adrenalina che avevo in corpo fu più forte del mio spavento e mi permise di correre velocemente a casa, come un lampo. Aprii la porta e vidi la mia famiglia che mi aspettava, pregando che la pace del Signore mi proteggesse. Mi abbracciarono forte.

Rimasi a casa per tutta la durata della guerra, ma ero comunque traumatizzato. Per due settimane persi ogni interesse per qualunque cosa, anche per il disegno, il mio passatempo preferito. Ero triste, depresso e inerte. La guerra durò una settimana, ma la sofferenza durò molto più a lungo. Però avevamo qualcosa per cui lottare: il nostro futuro.  

Rosso

Il rosso è il colore del sangue, noto anche come il sangue degli shaheeds (i martiri). La nostra storia è intrisa di esso. Ma se dobbiamo morire perché altri vivano, che la nostra morte sia un atto di preghiera. Potete indovinare che cosa successe in seguito, vero? Il 2014 con un’altra nuova guerra, più memorabile e devastante delle precedenti.

La mia città perse tutti i suoi colori, tranne il rosso. Furono distrutti edifici, abbattuti alberi. Tutto era cenere nera e grigia, tranne il sangue rosso di oltre 2.700 gazawi uccisi. Durante quella guerra altri 100.000 rimasero senza casa.

Trascorsero 51 giorni in cui vedemmo madri piangere la perdita dei figli, edifici crollare qua e là come gocce d’acqua, persone vivere per strada mangiando rifiuti, ragazzi perdere braccia e gambe.

Ancora oggi l’immagine dei carri armati e aerei da guerra israeliani che invadono la mia città occupa la mia mente, comparendo negli incubi. A volte attraversa la mia mente la domanda: “Perché noi?”. Mentre la maggior parte dei bambini del mondo gioca a calcio e sogna di diventare pompiere, i bambini di Gaza vengono uccisi e molti vivono per strada.

Mi deprime vedere ragazzini che hanno fatto esperienza di guerra e politica.

Bianco

Il bianco rappresenta la sacralità dei nostri luoghi santi. Ma il ricorrente sacrilegio di Israele ha profanato ciò che restava di bianco nel nostro Paese. Gli israeliani costruiscono colonie accanto ai nostri luoghi santi e ci impediscono di pregarvi.

Ciononostante voglio seminare speranza. Perciò mi attengo al fatto che il bianco è anche il colore dell’ottimismo:

Bianco è il mio sogno che un giorno saremo liberi.

Bianco è il mio sogno che un giorno la mia città fiorirà come Singapore.

Bianco è il mio sogno che un giorno vivremo in pace.

Bianco è il mio sogno che coloro che sono ancora vivi conquisteranno il futuro che si meritano.

Tutor: Ben Gass

(Traduzione di Cristiana Cavagna)