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La “crisi politica” di Israele si aggrava in quanto Netanyahu non riesce a formare un governo entro la scadenza

Sheren Khalel, Lubna Masarwa

4 maggio 2021 Middle East Eye

Il primo ministro di lungo corso ha tentato di formare un governo di unità nazionale per mantenere il suo partito al potere

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non è riuscito a formare un governo entro la scadenza di mezzanotte, il che potrebbe segnare l’inizio della fine del suo record di 12 anni consecutivi al potere.

Netanyahu ha avuto un mese di tempo dal presidente Reuven Rivlin per formare una coalizione di maggioranza in base ai risultati delle elezioni generali del 23 marzo – quarto inconcludente voto in Israele in meno di due anni.

Il Likud, partito di destra del primo ministro, ha ottenuto 30 seggi, più di ogni altro partito. Ma non sono sufficienti per ottenere la maggioranza in un parlamento di 120 seggi.

Dato il fallimento di Netanyahu, Rivlin può ora revocare il mandato a Netanyahu e darlo a un altro parlamentare o chiedere alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] di scegliere un candidato per formare un governo.

Rivlin potrebbe anche dare a Netanyahu altre due settimane per cercare di raggiungere un accordo, come ha fatto nell’aprile 2020. Gli analisti affermano però che è improbabile: Netanyahu sembra lontano dal trovare gli appoggi di cui ha bisogno per arrivare ai 61 seggi.

Invece un probabile candidato è Yair Lapid, ex presentatore televisivo, dato che il suo partito di centro Yesh Atid è arrivato secondo alle elezioni di marzo.

Lunedì Lapid ha detto che se Netanyahu non onorerà la scadenza “ci troveremo di fronte a due opzioni: un governo di unità nazionale israeliano, solido, dignitoso e laborioso, o una quinta elezione”.

Naftali Bennett, ex protetto di Netanyahu e leader del partito dei falchi Yamina [La Destra, partito di estrema destra dei coloni, ndtr.], è un altro possibile nome che Rivlin potrebbe indicare.

L’analista israeliano Meron Rapoport afferma che c’è chi ipotizza che Bennett e Lapid possano formare un governo di coalizione con Bennett in qualità di premier.

Sottolinea tuttavia che questa rimane un’assoluta incognita.

“La crisi politica in Israele continua e non siamo affatto vicini a una soluzione. Questa crisi riflette una crisi molto più profonda nella destra israeliana, che non riesce a mettersi d’accordo su nulla”, ha detto Rapoport a Middle East Eye.

La nomina a primo ministro di uno dei due pretendenti metterebbe il partito Likud di Netanyahu all’opposizione per la prima volta dal 2009. 

Se nessun altro è in grado di formare un governo, Rivlin dovrà chiedere al parlamento di trovare una via d’uscita a questa situazione di stallo. In caso contrario, si potrebbe chiedere agli israeliani di tornare alle urne per la quinta volta.

I tentativi di Netanyahu 

In vista della scadenza di martedì [4 maggio, ndtr.], Netanyahu, 71 anni, ha tentato di riunire alleati improbabili sollecitando l’estrema destra ebraica a cooperare con la Lista Araba Unita [lista islamista della minoranza araba con cittadinanza israeliana, ndtr.].

Mansour Abbas, leader della Lista Araba Unita, si è detto disposto a collaborare con Netanyahu se il primo ministro acconsentisse a migliorare gli standard di vita dei palestinesi che vivono in Israele – circa il 20 % della popolazione.

Il partito israeliano di [estrema] destra Sionismo Religioso, tuttavia, ha rifiutato di aderire a un governo che sia sostenuto dal partito politico palestinese conservatore.

Rapoport ha detto a MEE che il dibattito ha portato maggiore chiarezza sul rifiuto della destra israeliana nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele e della loro leadership.

“È interessante in questa crisi che ora è molto chiaro come il problema sia specificamente se accordarsi o meno con gli arabi “, ha detto Rapoport a MEE. “In passato, usavano la definizione di anti-sionisti per indicare con chi non potevano collaborare. Ma ora la questione è chiaramente se sono disposti a lavorare con gli arabi o no […] Insomma, la destra non può raggiungere un accordo perché vuole uno stato ebraico e uno stato ebraico non può essere sostenuto dagli arabi”, sostiene.

Lunedì Netanyahu ha detto di aver offerto a Bennett la possibilità di essere primo ministro prima di lui, sperando che la destra possa mantenersi al potere.

Bennett, tuttavia, non sembra affatto essersi commosso all’offerta, e ha detto di non averlo mai chiesto a Netanyahu.

“Gli ho chiesto di formare un governo, cosa che, purtroppo, non può fare”, ha detto Bennett.

Quando è diventata evidente l’improbabilità che riuscisse a formare una coalizione, Netanyahu ha anche lanciato l’idea di approvare una legge che avrebbe consentito l’elezione diretta di un primo ministro – una misura improponibile che avrebbe richiesto 61 voti alla Knesset.

La battaglia di Netanyahu per mantenere il potere è una lotta non solo per la sua eredità politica, ma probabilmente anche per la sua libertà. Sta affrontando accuse di corruzione, che lui nega, che potrebbero portarlo in prigione nel caso sia ritenuto colpevole.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)