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“Accuse infondate”: l’UE ripristina i finanziamenti alle ONG palestinesi

A cura della redazione di Al Jazeera

30 giugno 2022 – Aljazeera

L’anno scorso la Commissione Europea aveva sospeso i finanziamenti per due organizzazioni palestinesi per i diritti umani a causa delle accuse israeliane di “terrorismo”.

Ramallah, Cisgiordania occupata – L’Unione Europea (UE) ha riferito a due importanti ONG palestinesi che riprenderà a finanziarle dopo una sospensione di un anno legata ad accuse infondate di terrorismo” avanzate da Israele.

La Commissione Europea, il ramo esecutivo dell’UE, ha inviato alcuni giorni fa delle lettere ad Al-Haq e al Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) informandoli che le loro sospensioni di 13 mesi sono state revocate incondizionatamente e con effetto immediato.

La Commissione ha citato i risultati di una revisione condotta dall’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) dell’UE, che ha affermato che “non ha riscontrato sospetti di irregolarità e/o frode” e “non ha trovato motivi sufficienti per aprire un’indagine”.

Secondo le informazioni fornite ad Al Jazeera, le e-mail sono state inviate subito dopo l’avvio da parte di Al-Haq di un’azione legale contro la Commissione.

Giovedì Al-Haq ha dichiarato che più di 13 mesi dopo l’imposizione di una sospensione arbitraria al finanziamento del progetto a favore di Al-Haq con sovvenzioni della UE, la Commissione ha “finalmente revocato questa sospensione vergognosa, illegittima fin dall’inizio e basata sulla propaganda e la disinformazione israeliane”.

“La sospensione è stata revocata incondizionatamente e con effetto immediato”, afferma Al-Haq.

Per decenni Al-Haq si è impegnata nel proteggere i diritti del popolo palestinese dalle violazioni della giustizia internazionale commesse da Israele e da altri responsabili. La sospensione ha rappresentato un’altra violazione. Continueremo a promuovere la responsabilizzazione e a difendere lo stato di diritto”, aggiunge l’organizzazione.

“Nella nostra interazione con la Commissione, abbiamo richiesto assicurazioni in merito all’impegno della Commissione di portare avanti il resto del progetto in buona fede, escludendo qualsiasi ulteriore interruzione di natura politica basata su accuse diffamatorie contro Al-Haq”.

L’UE ha sospeso i suoi finanziamenti ad Al-Haq e PCHR nel maggio 2021.

Quel mese, i diplomatici europei avevano ricevuto un dossier riservato dell’intelligence israeliana in cui si affermava che sei importanti ONG con sede in Palestina, tra cui Al-Haq, stavano usando i soldi dell’UE per finanziare il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP) [organizzazione politica e militare palestinese di orientamento socialista, ndt.].

Contemporaneamente la Commissione ha sospeso i suoi finanziamenti al PCHR nonostante non fosse tra le sei ONG menzionate.

Pochi mesi dopo, nell’ottobre 2021, Israele ha dichiarato illegali le sei organizzazioni, con il pretesto dell’affiliazione al partito politico FPLP, il cui braccio armato è stato attivo tempo fa, durante la seconda Intifada all’inizio degli anni 2000 [la rivolta palestinese esplosa il 28 settembre del 2000 come reazione a una visita provocatoria dell’allora capo del Likud Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee, ndt.] quando effettuò degli attacchi contro obiettivi israeliani.

La designazione [di illegalità, ndr.] è stata ampiamente condannata dalla comunità internazionale e dai gruppi per i diritti umani in quanto ingiustificata” e infondata”.

Nessuna prova è stata fornita dal governo israeliano a sostegno delle sue affermazioni riguardanti le sei organizzazioni.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha descritto la decisione come un “attacco contro i difensori dei diritti umani, le libertà di associazione, opinione ed espressione e il diritto alla partecipazione pubblica” e ha affermato che “dovrebbe essere immediatamente revocata”.

L’udienza

A seguito dell’impegno di Al-Haq di indagare sulla natura giuridica della sospensione, l’organizzazione ha avviato un procedimento legale contro la Commissione a Bruxelles.

La prima udienza è stata fissata per il 4 luglio 2022.

Al-Haq ha informato Al Jazeera che, nonostante la revoca della sospensione, l’organizzazione proseguirà con i procedimenti legali, per danni alla reputazione e garanzie di fiducia per il futuro.

“Il fatto che [Al-Haq] sia stata sospettata di finanziamento del terrorismo per oltre un anno sulla base di informazioni prive di basi oggettive è di per sé dannoso per la sua reputazione”, si legge nella citazione, aggiungendo che l’UE “ha violato i suoi obblighi contrattuali”.

Il direttore di Al-Haq, Shawan Jabarin, ha dichiarato giovedì di non aver mai avuto dubbi sul fatto che la Commissione avrebbe revocato la sospensione.

“Sapevamo che la sospensione, come la designazione da parte di Israele di Al-Haq e di altre organizzazioni della società civile palestinese, non aveva basi legali e fattuali”, ha affermato Jabarin in una nota.

La voce della ragione e della logica ha prevalso dopo una lunga attesa. Siamo lieti di vedere la Commissione ritirare le sue decisioni dannose e tornare nella giusta direzione per sostenere la società civile e i diritti umani”, dice Jabarin.

Siamo preoccupati che la sospensione possa essere stata intenzionale, al fine di danneggiare la nostra immagine e reputazione. Tuttavia, il nostro legittimo lavoro di documentazione delle violazioni dei diritti umani, di sensibilizzazione pubblica e politica e di promozione della responsabilità continuerà”, aggiunge.

“Consideriamo la revoca della sospensione una vittoria per Al-Haq e per la società civile palestinese in generale, nell’ambito del nostro continuo impegno nel difendere le leggi internazionali e i diritti umani e nel perseguire gli autori di gravi violazioni”.

Le organizzazioni della società civile, che ottengono la maggior parte dei loro finanziamenti dai Paesi donatori, sono un pilastro fondamentale dello sviluppo sociale ed economico dei palestinesi che vivono nei territori occupati dal 1967.

Le ONG con sede in Palestina o che lavorano per i diritti dei palestinesi sono state a lungo oggetto di campagne denigratorie, diffamatorie e volte all’interruzione dei finanziamenti da parte di organizzazioni di interesse israeliane e internazionali come ONG Monitor e UK Lawyers for Israel, in collaborazione con il governo israeliano, con il quale hanno stretti rapporti.

Dal 1967 Israele ha bandito (PDF) più di 400 organizzazioni locali e internazionali come “ostili” o “illegali”, inclusi tutti i principali partiti politici palestinesi, come il partito Fatah al governo dell’Autorità Palestinese e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), con cui Israele ha firmato gli Accordi di Oslo [serie di accordi politici conclusi il 20 agosto 1993 che hanno portato all’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese con il compito di autogovernare, in modo limitato, parte della Cisgiordania e la Striscia di Gaza e hanno riconosciuto l’OLP come partner di Israele nei negoziati sulle questioni in sospeso, ndr.] nel 1993.

La designazione [di organizzazioni “ostili” o “illegali”, ndt.] “autorizza le autorità israeliane a chiudere i loro uffici, sequestrare i loro beni e arrestare e incarcerare i membri del personale, e vieta di finanziare o anche esprimere pubblicamente sostegno per le loro attività”, secondo una dichiarazione dell’ottobre 2021 delle organizzazioni per i diritti umani Human Rights Watch e Amnesty International.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Questa volta potrebbe andare diversamente: sulla commissione d’inchiesta ONU che deve indagare le violazioni nei territori palestinesi occupati

Lori Allen

1 giugno 2021 – Mondoweiss

Grazie a un contesto politico in rapido cambiamento la nuova commissione ONU per i diritti umani annunciata il 27 maggio potrebbe essere diversa da tutte le altre del passato – questa potrebbe effettivamente chiamare Israele a rispondere delle sue azioni.

Il voto della Commissione ONU per i Diritti Umani del 27 maggio per la creazione di una commissione d’inchiesta permanente che riferisca sulle violazioni dei diritti in Israele, nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza è molto simile alle molte commissioni che sono state create in precedenza. Formata con un voto a maggioranza in favore della risoluzione A/HRC/S-30/L.1, questa commissione riafferma le responsabilità dello Stato nella protezione dei diritti umani e delle leggi internazionali umanitarie come base per la pace.

L’ONU e altre organizzazioni internazionali hanno già varato decine di commissioni simili in precedenza. Molte sono state motivate da un aumento straordinario della violenza nella Striscia di Gaza. Quest’ultima commissione giunge come risposta a 11 giorni di attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza, iniziati il 10 maggio, che hanno ucciso almeno 253 palestinesi, tra cui 66 minori, e ferito più di 1.900 persone, con 13 vittime in Israele. Tra le altre recenti inchieste dell’ONU ve ne fu una nel 2014 e un’altra, nota come la Missione Goldstone, nel 2009, che svolse un’inchiesta sui combattimenti del 2008-09 nella Striscia di Gaza che avevano ucciso 1.400 palestinesi.

Tuttavia di questa più recente commissione è unico il contesto in cui è nata, segnato da un risorgente tentativo legale e degli attivisti a livello internazionale, anche tra gli ebrei, per sfidare la sistematica violenza e spoliazione dei palestinesi nei territori palestinesi occupati, in Israele e nella diaspora. Sebbene una commissione ONU di per sé possa fare poco per cambiare le azioni di Israele, all’interno delle attuali dinamiche sociali e politiche in movimento essa può giocare un ruolo nel concentrare l’attenzione e una significativa azione di mobilitazione per fermare e contrastare il progetto colonialista d’insediamento di Israele.

Specificando che questa inchiesta dovrebbe raccogliere prove delle violazioni “per ottimizzare le possibilità della loro ammissibilità in procedimenti legali”, il testo di quest’ultima risoluzione ONU evidenzia un nuovo importante fatto di contesto, ossia che il 5 febbraio 2021 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha deciso di avere la giurisdizione sui territori palestinesi occupati, consentendo alla procura di indagare su crimini di guerra e contro l’umanità avvenuti nei territori palestinesi occupati.

Aprendo la sessione speciale a Ginevra la scorsa settimana Michelle Bachelet, alta commissaria ONU per i Diritti Umani, si è riferita agli attacchi israeliani contro Gaza di questo mese come possibili crimini di guerra.

Anche nei risultati della missione Goldstone l’attenzione nei confronti di possibili crimini di guerra era centrale e il rapporto di quella missione si concentrava sulla fine dell’impunità. Tuttavia, come ho evidenziato nel mio libro A History of False Hope: Investigative Commissions in Palestine [Una storia di vane speranze: commissioni d’inchiesta in Palestina], ciò ha segnato un punto di svolta nel linguaggio giuridico internazionale utilizzato per analizzare il conflitto israelo-palestinese, ma non ha portato ad azioni concrete per porre fine all’impunità israeliana. Gli abitanti della Striscia di Gaza continuano a soffrire, soggetti a restrizioni e a un assedio imposto dagli anni ’90 e intensificatosi nel 2007, e questo lembo di terra è gestito [da Israele] come una prigione a cielo aperto per il milione 800mila palestinesi che vi vivono. Se quest’ultima commissione d’inchiesta “identificherà, ove possibile, i responsabili con l’obiettivo di garantire che gli autori delle violazioni vengano chiamati a risponderne,” la CPI potrebbe essere in grado di utilizzare queste prove.

Un secondo elemento distintivo del contesto in cui questa commissione è nata è il coro di analisi che individuano Israele come uno Stato di apartheid. Diffuso nell’aprile 2021, il rapporto dell’ong internazionale Human Rights Watch (HRW) condanna Israele in quanto responsabile dei crimini di apartheid e persecuzione. È solo l’ultimo di una serie di rapporti simili. Nel 2017 l’ESCWA, un’agenzia dell’ONU, ha reso pubblico un rapporto sulle pratiche di apartheid contro i palestinesi da parte di Israele. Anche molte organizzazioni palestinesi hanno partecipato a questo coro. Nel 2019 otto associazioni palestinesi, regionali e internazionali, tra cui Al-Haq, BADIL e Addameer, hanno presentato un rapporto alla Commissione ONU per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali in cui dettagliano le pratiche israeliane che in base alle leggi internazionali costituiscono il crimine di apartheid. Come quello di Human Rights Watch il rapporto del gennaio 2021 dell’ong israeliana B’Tselem suggerisce che il riconoscimento internazionale di Israele come Stato dell’apartheid sta diventando molto diffuso. Dato che la nuova commissione permanente d’inchiesta intende indagare “ogni problema fondamentale sotteso alle continue tensioni, instabilità e prosecuzione del conflitto”, comprese “discriminazione e repressione in base all’identità nazionale, etnica, razziale o religiosa,” potremmo vedere altre prove autorevoli dei crimini di apartheid da parte di Israele che portino a far pressione sugli Stati perché vi pongano fine.

Come ciò che avvenne in risposta al regime di apartheid sudafricano, un movimento di boicottaggio internazionale ha spinto accademici, attivisti e artisti a sostenere libertà, giustizia e uguaglianza per i palestinesi. Il BDS, movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni, è la terza caratteristica dell’attuale contesto. Il BDS promuove formazione pubblica sulla condizione dei palestinesi, facendo nel contempo pressione sulle istituzioni israeliane perché pongano fine alla loro complicità con l’oppressione dei palestinesi da parte dello Stato e chiedendo che il governo israeliano rispetti le leggi internazionali.

Oltre al BDS, sono da rilevare nuove attività di solidarietà, soprattutto in risposta alla violenza di maggio, compreso l’appoggio del Consiglio Internazionale dei Lavoratori Portuali- IDC allo sciopero generale palestinese, azioni da parte di lavoratori israeliani e palestinesi che hanno rifiutato di considerarsi nemici e cortei di protesta in tutto il mondo.

Dinamiche più persistenti che suggeriscono l’aumento di un appoggio diverso a favore dei palestinesi includono una rinascita dell’internazionalismo dei neri, [il movimento] Black Lives Matter e di altri gruppi progressisti neri che hanno rivitalizzato la solidarietà tra neri e palestinesi, dichiarazioni in appoggio ai diritti dei palestinesi da parte di importanti figure ebraiche e l’allontanamento dei giovani ebrei progressisti dal sionismo e la loro simpatia per la causa palestinese.

Ciò che non cambia sono il continuo rifiuto da parte di Israele di confrontarsi con i procedimenti giudiziari internazionali, come la commissione di inchiesta e la CPI, e i tentativi USA di difendere Israele dall’essere giudicato. Spesso gli USA giustificano il loro rifiuto di inchieste giudiziarie internazionali su Israele con l’affermazione secondo cui esse minerebbero i progressi per la risoluzione del conflitto. Non ci sono stati progressi su questo fronte da moltissimo tempo. Se le persone di coscienza coglieranno l’opportunità offerta dall’ultimo tentativo dell’ONU di far crescere la consapevolezza dell’opinione pubblica riguardo al modo in cui Israele tratta i palestinesi, questa potrebbe essere una delle rarissime commissioni che contribuirà a smuovere Israele e Palestina dalla palude in cui sono rimasti bloccati per così tanto tempo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele deve scarcerare i minori palestinesi, afferma l’ONU

Tamara Nassar

12 maggio 2020 – Electronic Intifada

Dirigenti delle Nazioni Unite chiedono a Israele di scarcerare immediatamente tutti i minori palestinesi.

Persino in piena pandemia da nuovo coronavirus Israele ha imprigionato altri minori palestinesi.

A fine marzo erano rinchiusi nelle carceri israeliane circa 194 minori palestinesi. Attualmente sono più di 180.

Questo numero è superiore alla media mensile di minori detenuti nel 2019,” hanno affermato funzionari dell’ONU.

La gran maggioranza di questi minori non è stata incriminata per alcun reato, ma viene trattenuta in carcerazione preventiva.”

A causa della pandemia i processi a cui Israele assoggetta i palestinesi, compresi i minori, negli illegittimi tribunali militari sono stati sospesi.

La dichiarazione è firmata dal coordinatore umanitario dell’ONU Jamie McGoldrick, dalla rappresentante speciale dell’UNICEF in Palestina Geneviève Boutin e da James Heenan, capo dell’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.

A rendere ancor più critica la situazione, Israele ha vietato quasi tutte le visite ai detenuti. Ciò significa che i minori non possono vedere i propri familiari o i propri avvocati, aggravando la loro sofferenza psicologica e negando loro consulenza legale.

I minori detenuti sono soggetti ad un rischio maggiore di contrarre il COVID-19, in quanto il distanziamento fisico e le altre misure di prevenzione sono spesso assenti o difficili da attuare”, hanno detto i funzionari dell’ONU.

Il modo migliore per garantire i diritti dei minori detenuti in presenza di una pericolosa pandemia, in qualunque Paese, è scarcerarli e stabilire una moratoria su nuovi ingressi in strutture detentive.”

Sostegno da una deputata

Israele detiene il discutibile primato di essere l’unico Paese al mondo che sottopone sistematicamente i minori – e solo quelli palestinesi – a tribunali militari.

Negli ultimi anni parlamentari USA hanno presentato una proposta di legge allo scopo di limitare tali abusi.

La deputata Betty McCollum ha proposto il disegno di legge HR 2407, che impedirebbe agli USA di finanziare enti militari israeliani che risultino coinvolti in soprusi verso minori palestinesi.

Sostengo la richiesta dell’UNICEF ad Israele di scarcerare tutti i minori palestinesi presenti nelle sue prigioni militari”, ha dichiarato McCollum lunedì.

La pandemia COVID-19 e i soprusi inflitti a questi minori giustificano il loro immediato rilascio.”

Attualmente la proposta di legge McCollum ha 23 firmatari.

Ignorare le richieste

La richiesta dell’ONU fa eco a quelle avanzate dalle associazioni per i diritti umani fin dall’inizio della pandemia.

Sia ‘Defense for Children International Palestine’ che l’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer hanno chiesto ad Israele di scarcerare i minori palestinesi.

Israele ha ignorato queste richieste.

In aprile ha arrestato altri 18 minori.

In base alle statistiche stilate da Addameer, attualmente nelle carceri israeliane si trovano circa 4.700 palestinesi, 400 dei quali sono sottoposti alla cosiddetta detenzione amministrativa – senza imputazione né processo.

Molti dopo l’arresto sono posti da Israele in quarantena obbligatoria.

Alla fine di marzo Israele ha rilasciato un prigioniero palestinese dal carcere militare di Ofer e il giorno seguente è risultato positivo al test del nuovo coronavirus.

È da notare che Nour al-Deen Sarsour era stato nella sezione 14 del carcere, dove era detenuto insieme a decine di altri prigionieri, il che rende probabile che molti siano stati esposti al contagio.

Le forze di occupazione israeliane tengono rinchiusi i minori palestinesi nella vicina sezione 13.

Israele ha inoltre continuato a punire i detenuti palestinesi ponendone alcuni in isolamento e vietando ad altri di parlare con i propri familiari.

Ha ignorato i reiterati avvertimenti da parte di organizzazioni internazionali per i diritti umani secondo cui le autorità devono ridurre in modo significativo l’intera popolazione carceraria per contrastare la pandemia.

Ora più che mai i governi dovrebbero rilasciare tutte le persone detenute senza una sufficiente motivazione giuridica, inclusi i prigionieri politici ed altre persone incarcerate solo per aver espresso opinioni critiche o di dissenso,” ha dichiarato in marzo Michelle Bachelet, attuale alta commissaria dell’ONU per i diritti umani.

In aprile un prigioniero palestinese è morto in un carcere israeliano.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)