Eurovision 2026: Oltre 1000 artisti chiedono il boicottaggio contro la “normalizzazione” del genocidio israeliano

Dalia Anis

21 aprile 2026- Middle East Eye

Brian Eno, Macklemore e Sigur Rós tra gli artisti che accusano l’emittente di “reazioni ipocrite ai crimini di Russia e Israele”

Oltre 1100 musicisti e operatori culturali hanno chiesto il boicottaggio della 70ª edizione dell’Eurovision Song Contest per via della partecipazione di Israele in un quadro di crescente pressione per escludere il paese a causa del genocidio a Gaza.

I gruppi di attivisti No Music for Genocide e Palestinian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel (più comunemente noto come movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni) hanno pubblicato martedì una lettera aperta per “rifiutare l’uso dell’Eurovision per insabbiare e normalizzare il genocidio, l’assedio e la brutale occupazione militare israeliana contro i palestinesi”.

«Visti i piani israelo-americani per la creazione di campi di concentramento iper-sorvegliati nella “Nuova Gaza” come può un artista o un fan dell’Eurovision partecipare in coscienza alla prossima edizione del concorso in Austria, “?» si legge nella lettera firmata anche da artisti come Macklemore, Paloma Faith, Kneecap, Massive Attack e da ex vincitori dell’Eurovision.

«Ci sono momenti in cui il silenzio passivo non è un’opzione. Ci rifiutiamo di tacere quando la violenza genocida di Israele fa da colonna sonora e mette a tacere le vite dei palestinesi». L’Eurovision, organizzato annualmente dall’Unione Europea di Radiodiffusione (UER), è stato accusato di doppi standard per aver escluso la Russia dalla competizione poco dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, citando le preoccupazioni per una “crisi senza precedenti in Ucraina” che avrebbe potuto “screditare il concorso”.

Dopo oltre due anni e mezzo di genocidio perpetrato da Israele a Gaza, con un bilancio di oltre 72.000 morti secondo il Ministero della Salute di Gaza, l’Eurovision ha ripetutamente difeso la partecipazione dell’emittente pubblica israeliana Kan al concorso.

“Le risposte ipocrite dell’EBU ai crimini di Russia e Israele hanno infranto ogni illusione di ‘neutralità’ dichiarata dall’Eurovision. Nel 2022, l’EBU affermò che la presenza della Russia avrebbe ‘screditato la competizione'”, continua la lettera.

“Eppure oltre 30 mesi di genocidio a Gaza, insieme alla pulizia etnica e all’espropriazione di terre nella Cisgiordania assediata, non sono considerati sufficienti per applicare la stessa politica a Israele”.

L’EBU ha rifiutato di sottoporre l’esclusione di Israele ad un voto durante la sua riunione di dicembre e in risposta cinque paesi – Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna – hanno annunciato il loro ritiro dall’Eurovision 2026 a Vienna.

L’anno scorso il sito israeliano Ynet ha riportato che il presidente israeliano Isaac Herzog aveva formato una squadra per promuovere la partecipazione di Israele con alcune “attività di lobbying dirette ai membri dell’EBU con l’obiettivo di impedire all’assemblea di procedere a una votazione vincolante che Israele temeva di perdere”.

La lettera aggiunge: “Applaudiamo al ritiro etico delle emittenti spagnole, irlandesi, islandesi, slovene e olandesi, e dei numerosi finalisti della selezione nazionale che si sono impegnati a rifiutarsi di partecipare all’Eurovision”.

In una protesta simile contro la decisione dell’EBU il vincitore svizzero dell’Eurovision Song Contest 2024, Nemo, ha restituito il premio dopo che Israele ha ottenuto il via libera per partecipare all’evento di quest’anno.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Un rapporto afferma che Meta “favorisce dal punto di vista finanziario” la violenza dei coloni israeliani contro i palestinesi

Mera Aladam

14 aprile 2026 – Middle East Eye

I dati pubblicati da 7amleh rivelano la tendenziosità di Meta nel controllo dei contenuti di israeliani e palestinesi

Il nuovo rapporto di un osservatorio sulle reti sociali ha scoperto che Meta [ex-Facebook, ndt.] sta “favorendo dal punto di vista finanziario” contenuti di incitamento all’odio contro i palestinesi da parte di pagine israeliane favorevoli alle colonie.

Secondo 7amleh, l’ Arab Center for the Advancement of Social Media [Centro Arabo per il Miglioramento delle Reti Sociali], Meta ha consentito ad account affiliati ai coloni e a mezzi di comunicazione estremisti di generare introiti sulle proprie piattaforme nonostante i loro contenuti violino le sue stesse linee di politica aziendale, comprendendo materiale violento, razzista e che incita all’odio contro i palestinesi.

I risultati sono stati pubblicati domenica in un rapporto intitolato Monetising Occupation: Meta’s Financial Enablement of Settlement Activity and Violent Rhetoric Against Palestinians [Monetizzare l’occupazione: il favoreggiamento finanziario di Meta a favore delle attività di colonizzazione e dei discorsi violenti contro i palestinesi].

L’organizzazione ha affermato che il gigante tecnologico statunitense “non solo tollera discorsi violenti che incitano all’odio, ma incentiva attivamente la loro produzione e diffusione,” violando le sue stesse politiche aziendali riguardo allo sfruttamento economico e ai contenuti.

7amleh aggiunge che consentire che tali contenuti si sviluppino mina le responsabilità di Meta in base ai principi dell’ONU e delle leggi internazionali umanitarie e sui diritti umani.

I contenuti che in base alla politica aziendale di Meta dovrebbero essere esclusi dalla monetizzazione includono la promozione di avamposti illegali, la giustificazione della violenza dei coloni, lo scherno nei confronti dei palestinesi, gli appelli all’espulsione forzata, i discorsi genocidi e l’esaltazione delle distruzioni a Gaza.

Il rapporto ha scoperto che di contro le voci palestinesi “sulle piattaforme di Meta restano complessivamente escluse dalla possibilità di essere redditizie unicamente in base alla loro collocazione geografica” nella Cisgiordania occupata e a Gaza.

Ciò significa che ai giornalisti, agli autori di contenuti, ai mezzi di comunicazione e alle organizzazioni della società civile palestinesi viene strutturalmente negato l’accesso a strumenti economici disponibili ad altri persino quando i loro contenuti sono professionali e conformi alle regole.”

Nadim Nashif, direttore esecutivo di 7amleh, ha detto a Middle East Eye che Meta ha mantenuto per un decennio quello che ha descritto come un comportamento discriminatorio e di eccessivo controllo su contenuti, giornalisti e media palestinesi.

Questa censura ha incluso rimozione di post, restrizioni, ridotta visibilità e sospensione di account che hanno preso di mira autori e pagine palestinesi.

Al contrario, durante tutto il decennio [Meta] ha consentito espliciti discorsi genocidi e violenti in ebraico contro i palestinesi,” ha detto Nashif, aggiungendo che il problema si è intensificato in seguito al genocidio di Israele contro Gaza.

Ha aggiunto che, nonostante “molti allarmi e avvertimenti” da parte di 7amleh e di altre organizzazioni di controllo, l’impresa ha fatto molto poco per contrastare l’incremento di contenuti di incitamento all’odio in ebraico.

Secondo Nashif ora non ci sono solo “pregiudizi nel sistema di controllo [dei contenuti]”, ma anche la diffusa circolazione e monetizzazione di tali contenuti che, afferma, incentivano la produzione di altro materiale violento.

Stiamo assistendo a un circolo vizioso,” ha affermato. “È qualcosa che Meta ha il dovere di bloccare.”

MEE ha contattato Meta per un commento ma al momento della pubblicazione di questo articolo non ha ricevuto alcuna risposta.

I palestinesi “vengono strutturalmente esclusi”

Questo rapporto giunge nel contesto di un incremento della violenza dei coloni e dell’espansione delle colonie nella Cisgiordania occupata insieme ai continui bombardamenti israeliani a Gaza.

Dall’inizio del genocidio, nell’ottobre 2023, Israele ha ucciso più di 72.336 palestinesi a Gaza. Nello stesso periodo le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di 1.050 palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Lama Nazeeh, responsabile delle politiche di sostegno di 7amleh, ha affermato che Meta non solo sta consentendo che rimangano in rete discorsi antipalestinesi, ma sta anche “trasformando una parte di quel sistema integrato in una fonte di profitto.” Nel contempo i palestinesi “rimangono strutturalmente esclusi” da programmi di che originano introiti, ha detto a MEE.

Fra gli esempi citati nel rapporto, i post del rapper israeliano Yoav Eliasi, che si fa chiamare The Shadow [L’Ombra], contengono messaggi politici estremisti e violenti contro i palestinesi, tra cui esortazioni a festeggiare le distruzioni a Gaza e appoggio alle colonie.

Secondo il rapporto l’account è coinvolto in vari programmi che generano introiti. Al contrario in precedenza Human Rights Watch [una delle principali ong per i diritti umani al mondo, ndt.] ha scoperto che Meta è responsabile di “censurare sistematicamente contenuti palestinesi”, attribuendo ciò a “politiche scorrette di Meta e alla loro applicazione incoerente ed errata, all’uso eccessivo di strumenti elettronici per moderare i contenuti e indebite influenze governative per la rimozione di contenuti.”

L’impresa ha anche rimosso account di molti individui e associazioni palestinesi e filo-palestinesi.”

Non si tratta solo di una questione di censura, ma di discriminazione, oppressione ed esclusione economica: i palestinesi vengono silenziati e viene loro negato l’accesso, mentre a quanti promuovono la loro spoliazione e disumanizzazione è consentito trarre profitto,” ha detto Nazeeh.

Ha aggiunto che ciò che avviene ha conseguenze sia sul terreno che a livello internazionale.

Meta sta contribuendo a costruire un’economia digitale attorno all’apartheid, alla violenza dei coloni, agli attacchi, all’incitamento al razzismo e all’impunità, marginalizzando nel contempo il giornalismo, il sostegno e la testimonianza dei palestinesi,” ha spiegato.

Nazeeh ha chiesto che Meta “ponga immediatamente fine al suo sistema discriminatorio” e smetta di agevolare la narrazione israeliana di estrema destra, in particolare nel bel mezzo di quello che ha descritto come un contesto complessivo di “guerra, occupazione e violenza di colonialismo di insediamento.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come banchieri, burocrati e osservatori sostengono il genocidio israeliano a Gaza

Hossam Shaker

4 aprile 2026 – Middle East Eye

Dalla guerra con i droni e la tecnologia alla finanza e al silenzio politico, il genocidio moderno opera attraverso sistemi che devono assumersi le proprie responsabilità alla pari di chi preme il grilletto

In termini relativi l’essere umano appare assente sulla scena del genocidio nella sua forma moderna, e sono visibili solo le vittime. Questa forma evoluta di genocidio nasconde i suoi autori e i suoi complici.

Agisce attraverso politiche, procedure e strumenti di guerra meccanizzata, tecnologica e digitale, compresa l’intelligenza artificiale, a differenza delle atrocità del passato, quando chi brandiva strumenti di morte e terrore appariva di persona, urlando mentre decapitava le vittime o bruciava le case.

I soldati dell’occupazione israeliana, ad esempio, hanno bombardato quartieri civili nella Striscia di Gaza a bordo di aerei da guerra e carri armati, mentre gli operatori di droni rimangono in ambienti climatizzati all’interno di basi militari distanti o si appostano nelle case palestinesi che hanno occupato.

Dietro questi ufficiali e soldati, perlopiù invisibili, si celano leader, funzionari, responsabili politici ed esecutori di procedure, nonché costruttori di armi, munizioni e software, insieme a sostenitori e propagandisti militari, politici ed economici del genocidio moderno, che spesso appaiono sotto mentite spoglie e rispettabili, indossando a volte cravatte di seta.

Uno dei compiti più complessi è identificare i complici del genocidio moderno, come quello perpetrato nella Striscia di Gaza tra il 2023 e il 2025. I ruoli appaiono stratificati e complessi, molti dei quali indiretti o non chiaramente visibili.

Tuttavia questa difficoltà non giustifica il mancato esame delle responsabilità, sia palesi che occulte.

Agire in tal senso rimane un imperativo etico per assicurare alla giustizia i responsabili di un genocidio moderno e in continua evoluzione, o per cercare di prevenirlo e scongiurarne i segnali premonitori, ove possibile.

Responsabili occulti

Un genocidio moderno funziona come un sistema che comprende una vasta gamma di responsabilità, alcune delle quali invisibili o per lo più inaspettate. Queste possono includere, ad esempio, il coinvolgimento di un centro di ricerca universitario nello sviluppo di tecnologie e software utilizzati in pratiche di genocidio e pulizia etnica.

Possono anche includere l’assegnazione di sovvenzioni provenienti da fondi sovrani o istituzioni di previdenza sociale a industrie militari che supportano l’occupazione israeliana e i crimini di guerra che essa commette.

Tali realtà possono costituire un tormento per le persone di coscienza che scoprano la propria inaspettata complicità in un sistema che perpetra atrocità, anche se non hanno personalmente premuto il pulsante che lancia un proiettile esplosivo di grandi dimensioni in grado di radere al suolo un quartiere residenziale in un campo profughi palestinese.

Claude Eatherly offre uno dei primi esempi del rimorso di coscienza che ha afflitto alcuni individui.

Il pilota dell’aeronautica statunitense giunse a riconoscere il proprio coinvolgimento in una delle più grandi atrocità dell’era moderna, avendo contribuito ai preparativi per il lancio della bomba atomica su Hiroshima.

Eatherly non sganciò la bomba personalmente. Il suo ruolo si era limitato a condurre una ricognizione aerea su Hiroshima prima del devastante attacco.

Eppure giunse a considerarsi complice della distruzione della città giapponese, e il suo senso di colpa lo perseguitò al punto da indurlo a tentare il suicidio due volte e a essere ricoverato in ospedale.

Livelli di complicità

Altri, nei Paesi occidentali che hanno sostenuto lo Stato israeliano durante il genocidio nella Striscia di Gaza, si sono dimessi pubblicamente da posizioni di prestigio in governi, ministeri, amministrazioni pubbliche e aziende informatiche, rifiutandosi di partecipare a ciò che alimentava le atrocità in corso.

Alcuni si sono spinti oltre, scegliendo percorsi ben più pesanti, decidendo di sacrificare la propria vita per fuggire ad una propria complicità. Tra questi, il giovane ufficiale dell’aeronautica statunitense Aaron Bushnell, che il 25 febbraio 2024 si presentò all’ingresso dell’ambasciata israeliana a Washington, DC, e si diede fuoco, dichiarando in diretta streaming: “Non sarò più complice del genocidio”, e gridando “Palestina libera” mentre il suo corpo bruciava.

L’ufficiale venticinquenne aveva affermato che il sostegno militare diretto degli Stati Uniti a un esercito che stava commettendo un genocidio lo rendeva complice di un crimine a cui il mondo intero poteva assistere in tempo reale. Il suo gesto volle rappresentare un segno di protesta contro tale complicità.

È necessario cercare i complici del genocidio anche in luoghi impensabili, compresi quelli in cui vivono coloro che lo sostengono in modo palese o occulto: persone che sono complici nel fornire supporto militare, logistico, politico, diplomatico, economico o propagandistico; persone che non riescono a perseguire i propri cittadini che si arruolano in un esercito responsabile di genocidio, oppure persone che traggono profitto dal sistema del genocidio in seno a grandi aziende, fabbriche e gruppi di interesse.

In un rapporto dettagliato pubblicato nel luglio 2025 Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha identificato oltre 60 aziende, tra cui importanti imprese statunitensi ed europee, presumibilmente coinvolte in quella che lei ha definito un'”economia del genocidio”.

L’elenco dei potenziali complici si estende ulteriormente, includendo commentatori e influencer a pagamento che tentano di minimizzare le atrocità e persuadere il pubblico con argomentazioni semplicistiche in cui forse nemmeno loro stessi credono.

Silenzio e potere

Bisogna inoltre ricordare che coloro che non intraprendono azioni adeguate in risposta ad un genocidio sono a loro volta complici nel perpetrarlo, attraverso la scelta di distogliere lo sguardo, rimanere in silenzio di fronte alle sue atrocità ed evitare di manifestare reazioni credibili.

Il loro silenzio è diventato complice nell’aprire la strada agli orrori inflitti dalla leadership israeliana al popolo palestinese nella Striscia di Gaza.

In questo contesto lo slogan “Il silenzio uccide” suona reale. Coloro che non intraprendono nemmeno una minima azione di fronte a un genocidio visibile a tutti sono come individui che ignorano un incendio che sta divorando una casa abitata nelle vicinanze, senza fare alcuno sforzo per intervenire o persino per chiamare i soccorsi, ma continuando invece a dedicarsi ai propri hobby.

È risaputo che l’Unione Europea non ha adottato alcuna misura punitiva contro Israele nel corso dei due anni di un genocidio che si è consumato incessantemente sotto gli occhi di tutti. La burocrazia del processo decisionale europeo ha vanificato i successivi tentativi di imporre anche sanzioni moderate e ha fatto deragliare le proposte di revocare i privilegi di cui Israele gode in virtù dell’accordo di associazione UE-Israele.

Nel frattempo, l’Europa ha continuato a imporre pacchetti di sanzioni di vasta portata alla Russia per la guerra in Ucraina, comprendenti migliaia di misure.

Con il prevalere dell’inazione la negazione e l’elusione si sono resi necessari per proteggere i governi europei e occidentali dall’obbligo di rispondere in modo proporzionato. In questo contesto la leadership israeliana ha maturato l’impressione di poter persistere nel commettere atrocità senza doverne rispondere.

Il genocidio contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza non avrebbe potuto continuare per due anni senza la complicità, diretta o indiretta, di individui ed entità.

Tra questi figurano coloro che lo hanno sostenuto, reso possibile e incoraggiato, esplicitamente o implicitamente. Vi sono coloro che hanno partecipato ad alcuni aspetti delle sue operazioni, coloro che hanno investito nelle sue industrie o tratto profitto da contratti correlati, e coloro che non hanno tentato di fermarlo o contrastarlo. Vi sono anche coloro che lo hanno semplicemente ignorato e sono rimasti in silenzio, o che hanno continuato a negarlo, evitando persino di riconoscerlo fin dal suo inizio come un genocidio.

Nessuno di loro può essere assolto dal sospetto di complicità nel terribile genocidio perpetrato in due anni in una piccola enclave costiera sul Mediterraneo, densamente popolata da rifugiati palestinesi, nel corso del XXI secolo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

Hossam Shaker è un giornalista e scrittore che si è occupato a lungo del tema della migrazione in Europa.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La chiusura del Santo Sepolcro da parte di Israele dimostra che nessuna fede è al sicuro dall’occupazione.

Ismail Patel

31 marzo 2026 – Middle East Eye

Concedere al Patriarca latino l’accesso alla chiesa non risolve il problema fondamentale di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza cristiana palestinese.

A Gerusalemme la Chiesa del Santo Sepolcro è al centro del culto cristiano. È il luogo in cui si commemora la crocifissione e la resurrezione.

Negare l’accesso a questo luogo non è un semplice atto amministrativo. È una violenta interruzione di legami religiosi ancestrali, un’imposizione coloniale che separa i cristiani palestinesi dal cuore della loro vita spirituale e comunitaria.

La perdita non è solo loro. Ogni atto di esclusione da uno spazio sacro è una lezione sull’occupazione israeliana in corso, un monito che la logica del dominio governa ancora Gerusalemme.

Israele ha chiuso la Chiesa del Santo Sepolcro il 28 febbraio, impedendo al cardinale Pierbattista Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, di entrarvi la Domenica delle Palme.

Questo ha avuto un impatto notevole. Si ritiene che sia la prima volta in secoli che a figure di spicco della Chiesa sia stato impedito di partecipare alla Messa della Domenica delle Palme nel Santo Sepolcro. Il Patriarcato Latino ha definito la decisione “un grave precedente e una mancanza di rispetto per la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato la decisione solo dopo aver ricevuto critiche da tutto il mondo, tra cui quelle di uno dei suoi più stretti alleati, Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, il quale ha affermato che negare l’accesso alla chiesa al cardinale era “difficile da comprendere o giustificare”.

Lunedì, la polizia israeliana ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con i leader cristiani per consentire “una preghiera limitata” all’interno della chiesa.

Architettura di controllo

Questa inversione di rotta non è una soluzione, ma una messinscena, una manovra per placare l’opinione pubblica internazionale mentre l’architettura coloniale di controllo rimane intatta.

La vera libertà di culto non può esistere sotto occupazione. La libertà esige lo smantellamento delle strutture che consentono a Israele di dettare l’accesso ai luoghi sacri di Gerusalemme. Le sole parole, senza la fine dell’occupazione, non fanno altro che perpetuare il danno, alimentando la violenza dell’esclusione e della cancellazione.

Il pretesto della “sicurezza” non giustifica la chiusura.

Il 12 marzo il Ministero degli Esteri israeliano ha affermato che un missile è caduto a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, vicino alla Moschea di al-Aqsa e alla Chiesa del Santo Sepolcro.

I funzionari israeliani hanno indicato la guerra contro l’Iran come motivo della chiusura dei luoghi sacri della Città Vecchia.

Tuttavia, la sicurezza non dovrebbe significare che il culto possa essere interrotto a capriccio delle autorità di occupazione. Le norme già limitavano gli assembramenti a 50 o 100 persone con accesso ai rifugi antiaerei, dimostrando che erano possibili precauzioni più mirate.

La chiusura totale della chiesa con il pretesto della “sicurezza” e l’ostruzionismo nei confronti del Patriarca latino sono state quindi una scelta politica, mascherata da gestione dell’emergenza.

Non si tratta di episodi isolati. Sono manifestazioni di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza palestinese autoctona nascondendosi dietro al linguaggio della neutralità amministrativa.

Questa non è sicurezza. È l’esercizio del potere che mira a normalizzare l’esclusione.

Il Santo Sepolcro è da tempo governato dallo Status Quo, un assetto di epoca ottomana. Era concepito per mantenere l’equilibrio tra le comunità cristiane attraverso la custodia condivisa.

La sua sospensione sotto il dominio israeliano non rafforza la sicurezza; al contrario, afferma il potere statale sugli spazi sacri e trasforma i luoghi di culto in campi di battaglia per il dominio e l’espropriazione.

Un gesto temporaneo.

Per i cristiani palestinesi, e per tutti gli altri palestinesi, questo non è un affronto isolato, ma il sintomo di un più ampio regime coloniale che controlla la libertà di movimento, il culto, l’istruzione e il diritto stesso di esistere a Gerusalemme.

A gennaio i leader delle chiese palestinesi hanno avvertito che la violenza dei coloni israeliani minaccia la presenza cristiana in Terra Santa.

L’anno scorso Israele ha imposto ripetute restrizioni all’accesso dei cristiani alle celebrazioni della Settimana Santa, mentre un rapporto del Consiglio Ecumenico delle Chiese ha rilevato che l’aumento della violenza, le difficoltà economiche e le restrizioni al culto minacciano le comunità cristiane in tutta la Terra Santa.

Questa realtà quotidiana non comporta solo la perdita di terra, ma anche la regolamentazione del tempo, dei rituali e della dignità. Si tratta di un attacco al tessuto stesso della vita palestinese.

L’inversione di rotta di Netanyahu è un gesto temporaneo e non risolve il problema fondamentale dell’occupazione illegale.

Concedere al patriarca il diritto di accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro solo sotto pressione internazionale non è responsabilità. È gestione dell’immagine.

I cristiani palestinesi della Cisgiordania e di Gaza occupate rimangono esclusi da Gerusalemme e i loro spostamenti limitati da checkpoint ed espulsioni.

Il Santo Sepolcro rimane sotto occupazione. Senza smantellare l’ordine coloniale, tali tregue servono solo a deviare le critiche e a consolidare il controllo.

Libero accesso a tutte le fedi

Questa logica di esclusione non si limita ai luoghi cristiani. I fedeli musulmani, a cui è ancora vietato l’accesso alla moschea di Al-Aqsa, sono stati costretti a trascorrere gran parte del Ramadan e dell’Eid separati da uno dei loro luoghi più sacri.

Coloro che hanno osato pregare fuori dalle mura di Al-Aqsa sono stati dispersi violentemente dalle forze israeliane.

Gerusalemme è governata da un regime di eccezione, dove l’accesso ai luoghi sacri dipende dai capricci della potenza occupante.

Questa non è neutralità. È la gestione coloniale della fede, dove la sicurezza diventa il linguaggio del controllo.

La comunità internazionale deve andare oltre le suppliche ai leader israeliani di aprire i luoghi sacri. Ciò che serve è la garanzia di un accesso libero ed equo ai luoghi sacri per tutte le fedi.

L’apertura del Santo Sepolcro e la richiesta di riapertura della Moschea di Al-Aqsa non sono un favore, ma un imperativo legale, un passo verso il ripristino della dignità e l’affermazione della sovranità palestinese sul proprio patrimonio spirituale e materiale.

Se Gerusalemme vuole rimanere una città di fedi i suoi luoghi sacri devono essere liberati dalla morsa amministrativa dell’occupazione israeliana. Solo allora la città potrà incarnare la promessa di appartenenza condivisa e di giustizia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele intende controllare il sud del Libano e Smotrich auspica che il confine si sposti fino al fiume Litani

Mera Aladam

24 marzo 2026 – Middle East Eye

I ministri progettano piani per allargare la “zona di sicurezza” mentre gli attacchi si moltiplicano e cresce il timore di un’invasione

Martedì il Ministro della Difesa di Israele Israel Katz ha detto che l’esercito pianifica di “controllare” il sud del Libano, il giorno dopo che il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha auspicato che il confine venga riposizionato sul fiume Litani.

Katz ha detto che le centinaia di migliaia di civili libanesi costretti a fuggire dal sud non potranno ritornare fino a quando non sarà “garantita” la “sicurezza” per gli abitanti del nord di Israele. Ha aggiunto che Israele controllerà la “zona di sicurezza fino al Litani.”

Il principio è chiaro: dove ci sono terrorismo e missili non vi saranno case né abitanti e l’esercito stazionerà all’interno”, ha affermato.

Le sue considerazioni giungono alcuni giorni dopo aver affermato che all’esercito era stato ordinato di “distruggere tutti i ponti sul fiume Litani” e di “accelerare la demolizione delle case libanesi” vicino al confine.

Lunedì Smotrich ha detto che la guerra in Libano finirà con un “cambiamento radicale”, compresa la creazione di un “cordone di sicurezza sterile” molto all’interno del territorio libanese.

L’attuale guerra in Libano deve finire con un cambiamento radicale, dopo la sconfitta dell’organizzazione terrorista Hezbollah”, ha dichiarato alla Knesset, il parlamento israeliano.

Il Litani deve costituire il nostro nuovo confine con il Libano, come la ‘Linea Gialla’ a Gaza e la zona cuscinetto sul monte Hermon in Siria.”

Israele non ha mai definito formalmente i suoi confini con il Libano, la Siria, o i territori palestinesi: sono invece stati delineati dagli accordi di cessate il fuoco del 1949 e del 1967.

Nel 2024 le forze israeliane hanno occupato il monte Hermon in Siria in seguito alla caduta di Bashar al-Assad, con una mossa largamente considerata come una violazione del diritto internazionale. Lo strategico monte si trova vicino al confine siriano con il Libano.

La cosiddetta “Linea Gialla” a Gaza è un confine militare imposto unilateralmente da Israele all’interno della Striscia dopo il cessate il fuoco di ottobre mediato dagli USA e da allora si è allargato fino a comprendere più di metà del territorio.

Le dichiarazioni di Smotrich e Katz arrivano mentre Israele, secondo l’agenzia Axios, starebbe pianificando una massiccia invasione di terra del Libano e intenderebbe occupare tutto il territorio a sud del fiume Litani.

Il fiume si trova circa 30 km. a nord dell’attuale confine israelo-libanese e costituisce un collegamento cruciale tra il sud del Libano e il resto del Paese.

Durante il weekend le forze israeliane hanno distrutto ponti essenziali sul Litani e distrutto case vicino al confine sud, un’escalation che il presidente del Libano Joseph Aoun ha avvertito potrebbe essere il “preludio ad un’invasione di terra.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Guerra all’Iran: ecco i siti patrimonio dell’umanità devastati dagli attacchi statunitensi e israeliani

Rayhan Uddin

16 marzo 2026 – Middle East Eye

Da Isfahan a Teheran fino a Khorramabad gli attacchi israeliani e americani hanno danneggiato monumenti tra cui alcuni iscritti/inseriti/presenti nella lista UNESCO.

La storia dell’Iran è caratterizzata da conquiste, rinnovamenti culturali e maestria artigianale, tutti elementi visibili nei suoi straordinari siti storici.

Le iconiche cupole turchesi di Isfahan e gli interni fittamente decorati di moschee e palazzi in tutto il paese sono rinomati a livello internazionale.

Il patrimonio architettonico iraniano può essere suddiviso approssimativamente in due epoche. La prima è il periodo pre-islamico che comprende imperi iraniani come gli Achemenidi e i Sasanidi, mentre la seconda include una successione di imperi e Stati islamici a partire dal califfato Rashidun fino allo stato Qajar, all’inizio del XX secolo.

L’Iran vanta 29 siti riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, decimo tra i più numerosi al mondo. Ma nelle ultime due settimane e mezzo questi siti sono stati oggetto di attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti.

Da Isfahan a Teheran fino a Khorramabad, i raid israeliani e statunitensi hanno devastato monumenti iraniani tra cui diversi siti iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Il protrarsi della guerra e l’aver stabilito un precedente fanno sì che altri siti del patrimonio siano a rischio: un funzionario iraniano ha definito gli attacchi una “dichiarazione di guerra a una civiltà”.

Middle East Eye elenca i siti che sono stati danneggiati finora.

Palazzo Golestan

Il 1° marzo, un giorno dopo l’inizio del conflitto, un attacco ha danneggiato il Palazzo Golestan, l’unico sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO a Teheran.

Dalle immagini pubblicate dai media iraniani si vede che la deflagrazione di un missile esploso nelle vicinanze ha mandato in frantumi le finestre del palazzo e danneggiato gli iconici specchi e le vetrate del complesso.

Seyyed Ahmad Alavi, capo del comitato per il turismo e il patrimonio di Teheran, ha affermato che l’esplosione ha anche danneggiato le storiche porte Orsi e sollevato sezioni di asfalto all’interno del complesso.

Il Palazzo Golestan fu originariamente costruito nel XIV secolo durante il periodo safavide.

La maggior parte delle sue caratteristiche e le decorazioni attuali risalgono al XIX secolo, all’epoca Qajar, quando divenne la sede del governo della dinastia. I Qajar fecero di Teheran la capitale del paese nel 1786.

Oltre a un complesso di giardini circondato da un muro di cinta è composto da otto edifici palaziali la maggior parte dei quali ora adibita a musei.

Palazzo Chehel Sotoun

Una serie di importanti siti storici di Isfahan è stata danneggiata dagli attacchi israeliani e statunitensi, tra cui il Palazzo Chehel Sotoun (Quaranta Colonne).

Le immagini pubblicate dai media iraniani mostrano porte rotte, finestre in frantumi e detriti sparsi in tutto il palazzo.

Il sito, commissionato da Abbas I, lo scià safavide spesso noto come Abbas il Grande, è famoso per i suoi affreschi raffiguranti scene di battaglia e ricevimenti reali.

Un filmato online mostra una grande crepa al centro di un affresco del XVII secolo raffigurante lo scià safavide Tahmasp che dà il benvenuto al sovrano moghul Humayun in Iran.

I giardini del palazzo fanno parte di nove giardini storici in Iran che sono stati tutti iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Palazzo Ali Qapu

Vicino a Chehel Sotoun anche il palazzo Ali Qapu ha subito danni.

I media locali hanno riferito che porte e finestre del complesso sono state distrutte.

Ali Qapu è iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO come parte di un insieme di siti nella piazza Naqsh-e Jahan a Isfahan.

Il palazzo fu inaugurato nel 1597.

L’edificio a sei piani presenta soffitti scolpiti con intarsi elaborati, oltre a numerosi dipinti e affreschi. 

Moschea Jameh

Anche una storica moschea di Isfahan è stata danneggiata. Un’esplosione il 9 marzo ha fatto crollare al suolo le piastrelle turchesi della Moschea Jameh, ha riportato il New York Times. Il quotidiano ha citato fotografie del ministero della cultura e del patrimonio iraniano, che mostravano colonne di fumo alzarsi dietro la moschea.

Gli attacchi statunitensi e israeliani all’interno dei confini della piazza Naqsh-e-Jahan, sito patrimonio mondiale dell’Unesco a Isfahan, hanno danneggiato la storica Moschea Jameh (Agenzia di stampa Tasnim)

Una moschea fu costruita per la prima volta sul sito alla fine dell’VIII secolo, durante l’era abbaside. Fu ricostruita un secolo dopo, con nuove aggiunte e ristrutturazioni nel corso di oltre un millennio. È considerata uno degli esempi più importanti di architettura persiana e islamica.

Recinto Reale (Dawlat Khaneh)

Oltre ai due palazzi e alla moschea storica, secondo quanto riferito, anche altri siti nel Recinto Reale, noto come Dawlat Khaneh, sono stati danneggiati. Secondo un giornale d’arte, citando i media locali, è stato danneggiato anche il padiglione Rakeb-Khaneh (Casa del Fantino) del XVII secolo. Anche Ashraf Hall, una struttura residenziale della corte safavide, è stata colpita. Così come Teymouri Hall, un edificio dell’era timuride che in seguito divenne il Museo di Storia Naturale dell’Iran.

Castello di Falak-ol-Aflak

Anche la cittadella di Falak-ol-Aflak, situata nella zona di Khorramabad, nella provincia del Lorestan, è stata danneggiata. Il sito risale al periodo sasanide (tra il III e il VII secolo).

Le autorità iraniane hanno dichiarato che l’8 marzo i raid aerei israeliani hanno colpito la zona circostante il castello situato su una collina.

Gli attacchi hanno preso di mira il Dipartimento per i Beni Culturali del Lorestan, distruggendo l’edificio.

Il castello di Falak-ol-Aflak, situato sulla cima di una collina a Khorramabad, nella provincia del Lorestan (Wikimedia/Flickr/Leoboudv)

L’esplosione ha danneggiato anche i musei di archeologia e antropologia del sito, ha affermato un funzionario locale, così come le caserme, gli edifici reggimentali e altre strutture della cittadella.

“Fortunatamente, la struttura principale del castello di Falak-ol-Aflak non ha subito danni”, ha dichiarato Ata Hassanpour, capo del Dipartimento per I Beni Culturali del Lorestan.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele è preda di un fervore messianico per una guerra biblica

Lubna Masarwa
5 marzo 2026 – Middle East Eye


Sostiene che i fanatici sono Hamas e Iran – ma lo stesso Israele si sta imbarcando sempre più in una crociata religiosa

Mi sono alzata alle 2 del mattino, confusa riguardo a se i rumori che stavo sentendo fossero sirene di un attacco aereo o una folla nelle sinagoghe vicine, che cantava e ballava nelle ultime ore di celebrazione della festa di Purim.

Mercoledì migliaia di ebrei israeliani sono scesi nelle strade di Gerusalemme sfidando le istruzioni della polizia e del Comando del Fronte Interno.

Dall’altra parte della città la   moschea di Al-Aqsa è stata chiusa per il quinto giorno nel bel mezzo del Ramadan con il pretesto che c’è in corso una guerra ed è troppo pericoloso consentire preghiere in pubblico.

Per un breve momento in Israele si è sviluppata un’atmosfera carnevalesca. La parlamentare della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] Limor Son Har-Melech si è mascherata da boia. Il suo partito è il principale sostenitore di una legge attualmente in fase di discussione alla Knesset che imporrebbe la pena di morte contro prigionieri palestinesi condannati per omicidio.

Era una festa o una guerra?

Etsiq, che lavora in un negozio di alimentari a Gerusalemme, ha una sua teoria sul perché il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia scelto questo momento per bombardare l’Iran: per riecheggiare l’uccisione di Haman dalla storia di Purim nel Libro di Ester, che viene letto durante la festa.

Durante l’impero degli Achemenidi Haman, un funzionario della corte del re di Persia, venne coinvolto in un piano per uccidere il popolo ebraico della regione e poi messo a morte per impiccagione dopo l’intervento di Mordechai.

Quando ho chiesto a Etsiq come se la stava cavando in mezzo a questa crisi, ha risposto: “Amiamo la guerra. E’ buona anche per la vendita di alimenti.”

Cambiare la narrazione

Etsiq non è affatto l’unico. Le reti sociali sono piene di immagini dell’ultimo leader iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, trasformato digitalmente nel cattivo Haman di oggi. Un’immagine lo rappresenta con le “orecchie di Haman”, un riferimento agli hamantaschen , i dolci triangolari [di pasta frolla e marmellata, ndt.] che tradizionalmente gli ebrei mangiano a Purim.

Anche molti siti ebraici di notizie si sono chiesti se la storia si stesse ripetendo. Avri Gilad, un importante personaggio televisivo di Channel 12 News, si è presentato nel suo programma del martedì vestito da pilota.

Gilad ha affermato che si stava scrivendo un nuovo capitolo del Libro di Ester: “E’ sorprendente che ciò avvenga dopo 2.000 anni ed è davvero la stessa cosa … tutta la vicenda che si chiude con una sorprendente importanza epocale.”

Poco a poco Israele sta cambiando la narrazione secondo cui esso esiste in conseguenza dell’Olocausto. Sta emergendo un nuovo linguaggio che utilizza vicende bibliche per giustificare la visione del Grande Israele.

Alla vigilia di Purim Netanyahu ha visitato a Beit Shemesh, fuori Gerusalemme, il sito di un attacco missilistico iraniano che ha ucciso nove israeliani.

In seguito ha postato su X (ex Twitter): “Leggiamo in questo brano settimanale della Torah: ‘Ricorda quello che ti ha fatto Amalek.’ Lo ricordiamo e agiamo.” Questo confronto con il nemico biblico del popolo ebraico è stato citato anche contro Hamas dopo l’attacco del 7 ottobre 2023.

Prima che arrivasse il premier uno degli abitanti della zona ha scoperto un tallit, uno scialle da preghiera ebraico, rimasto intatto dopo l’attacco missilistico. “Qui è bruciato tutto e solo il tallit e lo Yalkut Yosef [libro delle preghiere] non sono bruciati. E’ un miracolo, quindi preghiamo insieme,” ha detto l’abitante.

Anche ministri del governo hanno invocato una finalità religiosa nell’attacco all’Iran. Orit Strook, il ministro per gli Affari delle Colonie, ha detto in un’intervista radiofonica: “Quando il primo ministro mi ha chiamato… gli ho detto che era giusto che ciò stesse avvenendo a Shabbat Zachor, quando leggiamo della eliminazione di Amalek.” Netanyahu avrebbe risposto: “Questa volta non stiamo solo ricordando e leggendo, questa volta stiamo agendo.”

Confini superati

In una coalizione appoggiata dai partiti religiosi altri membri del governo di Netanyahu hanno manifestato opinioni simili.

Il parlamentare Machal Woldiger, del partito Sionismo Religioso [di estrema destra dei coloni, ndt.], ha detto ad un’emittente radiofonica israeliana: “Stiamo facendo la storia. Stiamo entrando nella Bibbia. Sono giorni speciali e santi per il popolo di Israele; tutto sta andando per il meglio.”

Questa narrazione secondo cui il popolo ebraico si sta vendicando del passato biblico è talmente forte che la stanno utilizzando anche i politici laici.

Yulia Malinovsky, parlamentare del partito dell’opposizione laica Yisrael Beiteinu [nazionalista di destra, che rappresenta gli immigrati russi, ndt.], ha reagito all’assassinio di Khamenei postando: “E’ stato eliminato l’Haman contemporaneo.”

E Yair Lapid, leader dell’opposizione, che è diventato un simbolo di secolarismo, ha appoggiato l’idea di una Grande Israele dicendo: “Il sionismo è basato sulla Bibbia. Il nostro mandato sulla Terra di Israele è biblico.”

Questa idea ha ottenuto un inquadramento intellettuale e politico. Eitan Lasri, un ex- consigliere di Netanyahu, ha detto sul sito in rete di Channel 14: “Ancora una volta lo Stato di Israele affronta una minaccia proveniente da quello stesso contesto storico, questa volta nella forma del regime iraniano.”

Lasri ha concluso: “La campagna di Purim… è una lotta tra il desiderio di distruggere e il diritto di vivere. Proprio come ai tempi di Mordechai ed Ester la minaccia si è trasformata in vittoria; quindi anche nella nostra generazione possiamo trasformare la minaccia in un’opportunità.”

Per 75 anni questa lotta è stata inquadrata come un conflitto per la terra, e come tale ha avuto dei parametri. Ha avuto una definizione e dei confini. E’ stata una lotta per liberare la terra palestinese dall’occupazione. La terra è negoziabile, la religione no. Ora questi confini sono stati superati. Se gli israeliani vogliono davvero trasformarla in una guerra di religione, devono pensare alle conseguenze. Dovrebbero prendere in considerazione le forze del mondo islamico che si potrebbero sollevare per opporsi a loro.

Ora i palestinesi non stanno lottando solo contro l’occupazione, ma contro un crescente fondamentalismo religioso messianico.

Israele cerca ancora di presentarsi all’opinione pubblica occidentale come una democrazia occidentale. Sostiene che i fanatici religiosi sono Hamas e l’Iran. Ma lo stesso Israele sta lottando sempre più una guerra di religione.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lubna Masarwa è una giornalista e capo della redazione di Palestina e Israele di Middle East Eye con sede a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele chiude cinque organi di informazione palestinesi a Gerusalemme

Redazione MEE

24 febbraio 2026 – Middle East Eye

Rabbia per i continui tentativi di eliminare la documentazione dei crimini israeliani contro i palestinesi, soprattutto alla Moschea di Al-Aqsa

Israele ha chiuso cinque organi di informazione palestinesi che riportano notizie su Gerusalemme est occupata, stigmatizzandoli come “organizzazioni terroristiche”.

Secondo la radio dell’esercito israeliano domenica il Ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato che le pubblicazioni Quds Plus, Maraj, Al-Maydan, Al Quds al-Asima e Asima Agency sarebbero state vietate.

Pare che la decisione sia stata presa dopo che lo Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna di Israele, ha detto che Hamas stava cercando di scatenare tensioni a Gerusalemme durante il mese di Ramadan, utilizzando siti web come “copertura per il movimento”.

Le autorità israeliane non hanno fornito alcuna ulteriore prova a sostegno delle accuse.

Commentatori hanno affermato che la decisione fa parte di un continuo tentativo di eliminare la documentazione delle violazioni israeliane alla Moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, uno dei siti più sacri dell’islam.

Abdullah Marouf, professore di studi su Gerusalemme, ha scritto su X: “Questo significa una sola cosa: l’occupazione sta per attuare una mossa decisiva nei prossimi giorni e settimane a Gerusalemme e alla sacra Moschea di Al-Aqsa. Ecco perché sta mettendo a tacere preventivamente tutte le voci di informazione di Gerusalemme.

La Asima Agency ha detto di aver sospeso tutte le sue attività di informazione, “non per retrocedere dalle proprie posizioni o abbandonare la propria linea, ma per proteggere i corrispondenti e i giornalisti gerosolimitani dall’oppressione e dall’aggressione dell’occupazione”.

L’agenzia ha affermato di essere un organo di informazione da Gerusalemme indipendente e autofinanziato.

Gerusalemme resterà il nostro campo d’azione, la Moschea di Al-Aqsa la nostra causa e la libera espressione è un impegno che non si spegne col tempo”, ha dichiarato.

Secondo la radio dell’esercito israeliano definire le piattaforme di informazione “terroriste” in base alle leggi antiterrorismo permette alle autorità israeliane di chiuderle, di vietare i loro contenuti e bloccare tutte le loro attività digitali.

Soffocare le voci palestinesi indipendenti’

Alcuni giorni prima della decisione la giornalista palestinese Nisreen Salem Al-Abd è stata arrestata mentre svolgeva un reportage a Gerusalemme.

In seguito è stata rilasciata, secondo un avvocato, a condizione che sarebbe rimasta agli arresti domiciliari per 10 giorni, senza poter usare il suo telefonino o i suoi social media durante gli arresti e le è stato impedito di andare alla Moschea di Al-Aqsa per 180 giorni.

Il Forum dei media palestinesi ha condannato la decisione di censurare gli organi di informazione.

E’ un chiaro tentativo di soffocare le voci palestinesi indipendenti, stravolgere il loro ruolo di rendere nota la realtà di ciò che accade e mettere a tacere la loro narrazione verso il pubblico arabo e internazionale”, ha dichiarato.

Consideriamo la decisione una patente violazione della libertà di stampa e di espressione e una trasgressione degli standard internazionali che garantiscono la libertà del lavoro di informazione.”

Le autorità israeliane hanno vietato a migliaia di fedeli palestinesi di entrare alla Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata per praticare la preghiera del primo venerdì di Ramadan la scorsa settimana, nonostante avessero i permessi precedentemente concessi.

La Moschea di Al-Aqsa è stata al centro della pluridecennale occupazione israeliana della Palestina.

Per i palestinesi e per i musulmani di tutto il mondo la moschea simbolizza la lotta per la libertà, l’identità e l’indipendenza. Per molti israeliani ultra nazionalisti essa è il luogo in cui sperano di vedere eretto il terzo tempio ebraico.

Per decenni è stata governata da un accordo internazionale che manteneva il suo status religioso come esclusivo sito islamico.

Ma dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967 Israele ha gradualmente compromesso tale status attraverso continue restrizioni all’accesso per musulmani e palestinesi, espandendo al contempo la presenza e il controllo degli ebrei.

Negli ultimi anni vi sono state frequenti incursioni di coloni accompagnati dalle forze israeliane, mentre ai funzionari della Waqf islamica (antica istituzione del diritto islamico, fondazione pia a scopo di beneficenza, ndtr.) è stato impedito di amministrare il complesso della Moschea di Al-Aqsa.

La scorsa settimana la polizia israeliana ha arrestato l’imam di Al-Aqsa nel cortile della moschea, con un’iniziativa che secondo i palestinesi minaccia ulteriormente la sacralità del sito durante il mese sacro del Ramadan.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Durante una sparatoria in Cisgiordania forze dell’Autorità Palestinese hanno ucciso una bambina e un adolescente

Mera Aladam

16 febbraio 2026 – Middle East Eye

Un poliziotto ha ucciso due fratelli cercando di arrestare il loro padre ricercato dall’esercito israeliano.

Domenica forze dell’Autorità Palestinese hanno sparato e ucciso una bambina di tre anni e il suo fratello adolescente nella città di Tubas, nella Cisgiordania occupata.

Secondo media locali forze di sicurezza palestinesi hanno aperto il fuoco contro l’auto di Samer Samara, che pare fosse ricercato dall’esercito israeliano, mentre stava viaggiando con sua moglie e i figli. Suo figlio, il sedicenne Yazan, è rimasto ucciso sul colpo. La figlia di tre anni, Ronza, è deceduta in seguito per le gravissime ferite alla testa.

Samara è stato ferito alle gambe e in seguito arrestato dalle forze dell’AP. Le sue attuali condizioni rimangono sconosciute.

In seguito alle uccisioni sono scoppiate proteste contro l’ANP fuori dall’ospedale turco, che si trova nella città. Il Comitato delle Famiglie dei Detenuti Politici, che rappresenta le famiglie di palestinesi arbitrariamente detenuti dall’ANP, ha condannato gli omicidi, affermando che il “grave crimine” è parte di una politica sistematica indirizzata contro palestinesi ricercati da Israele, anche al prezzo di “versare sangue palestinese”.

Il Comitato ha affermato che le uccisioni segnano una “pericolosa deviazione”, accusando i servizi di sicurezza dell’ANP di rivolgere le proprie armi contro il loro stesso popolo invece di proteggerlo.

In un comunicato anche Hamas ha condannato l’incidente, affermando che l’attacco contro Samara e l’uccisione dei suoi figli “rappresenta una nuova macchia nera” sulle forze dell’ANP, che accusa di opprimere i palestinesi invece di garantirne la sicurezza.

Il movimento ha affermato che l’attacco riflette “pericolose politiche repressive” perseguite dall’ANP, in particolare in un momento che descrive come [caratterizzato da] una violenza israeliana senza precedenti in Cisgiordania. “Mettiamo in guardia dalle ripercussioni del fatto di continuare con questo pericoloso approccio al tessuto nazionale e consideriamo la dirigenza dell’Autorità Palestinese pienamente responsabile delle conseguenze di questi crimini,” ha aggiunto Hamas. “Il sangue del nostro popolo è una responsabilità di tutti noi e versarlo non può essere accettato per nessuna ragione.”

Ahmed Asaad, governatore di Tubas, ha descritto l’incidente come “sfortunato” e ha affermato che deve essere aperta un’inchiesta.

In seguito alla sparatoria l’ANP avrebbe inviato rinforzi supplementari di sicurezza nell’area. Anwar Rajab, portavoce delle forze di sicurezza dell’ANP, ha affermato che “mentre il sistema di sicurezza esprime il suo profondo rammarico per le vittime durante la missione, conferma che le circostanze dell’incidente sono ancora sotto indagine attenta e accurata.”

L’ANP affronta critiche

L’ANP deve affrontare crescenti critiche a causa del coordinamento per la sicurezza con Israele.

A dicembre un’organizzazione di base palestinese ha avvertito che le recenti decisioni politiche e amministrative dell’ANP rischiano di approfondire le divisioni interne in un momento che descrive come “una sfida esistenziale” che i palestinesi devono affrontare a Gaza, nella Cisgiordania occupata e nella diaspora.

“La dirigenza ufficiale (dell’ANP), sotto la pressione di Israele e dall’estero, continua a emanare decreti, misure e decisioni che contraddicono chiaramente la volontà popolare, sono prive di ogni consenso nazionale o popolare e approfondiscono ulteriormente le divisioni all’interno del campo palestinese,” ha affermato il forum.

L’associazione ha anche manifestato preoccupazione per la sospensione, all’inizio dell’anno, dei pagamenti alle famiglie di “martiri, palestinesi feriti e incarcerati” da parte dell’ANP.

Afferma che i pagamenti non erano misure di welfare discrezionali ma “un dovere nazionale, morale e popolare” radicato nella legge palestinese e un obbligo collettivo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli Epstein file: perché i mizrahim israeliani devono affrontare una battaglia esistenziale

Orly Noy

14 febbraio 2026 – Middle East Eye

I timori espressi da Ehud Barak riguardo a una maggioranza araba” dovrebbero allarmare non solo i palestinesi, ma anche gli ebrei che egli considera inferiori.

Alla luce dei legami di lunga data dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak con il trafficante di minori a fini sessuali Jeffrey Epstein – legami che sono continuati anche dopo la condanna penale di quest’ultimo – nessuno si aspettava che le registrazioni di Barak rivelate come parte dei file Epstein si concentrassero su argomenti virtuosi, come l’eliminazione della discriminazione contro le donne o la schiavitù dei bambini.

Eppure nessuno aveva previsto che ciò che sarebbe emerso da quelle registrazioni sarebbe sembrato quasi un programma di ingegneria razziale in Israele.

In una registrazione audio di oltre tre ore, che si ritiene risalga alla metà degli anni 2010, Barak esprime profonde perplessità sul futuro demografico di Israele, mettendo in guardia da uno Stato binazionale e, in ultima analisi, da uno Stato con una maggioranza araba”.

La prospettiva di una maggioranza araba, o solo dell’esistenza di Israele all’interno di una regione prevalentemente araba, sembra suscitare nel navigato politico laburista qualcosa che va oltre l’ansia, provocando disprezzo e repulsione.

Ma in realtà ciò non è così sorprendente. È stato proprio Barak a coniare l’espressione una villa nella giungla” per descrivere la posizione di Israele in Medio Oriente, utilizzandola in un discorso del 1996 quando era ministro degli Esteri.

È facile intuire cosa pensi Barak della regione. E, se il Medio Oriente è una giungla, allora è chiaro che non solo i suoi abitanti non ebrei, ma anche molti dei suoi comuni cittadini ebrei possono essere considerati inferiori rispetto ai proprietari della villa.

Le osservazioni di Barak nella registrazione di Epstein sono la sintesi di questa visione del mondo. Egli sostiene che i fondatori e i primi leader di Israele, ebrei ashkenaziti di origine europea, furono obbligati ad accogliere gli ebrei dei paesi arabi per salvarli”.

Ma ora, dice, è possibile essere selettivi e controllare la qualità in modo molto più efficace, molto più di quanto abbiano fatto i padri fondatori di Israele”. A tal fine, propone di privare l’establishment ortodosso del suo monopolio sulla conversione e di consentire conversioni di massa delle popolazioni giuste”. In altre parole, per le popolazioni bianche.

Equilibrio demografico

Come, secondo lui, ciò dovrebbe essere attuato nella pratica? Molto semplicemente: assorbendo un altro milione di russi, che altererebbero in modo permanente l’equilibrio demografico di Israele. Negli anni ’90, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, circa un milione di immigrati provenienti dal blocco si sono trasferiti in Israele.

Il vantaggio, secondo l’amico del trafficante di minori a scopo sessuale, è che tra quel milione ci sarebbero molte ragazze giovani e belle”.

Ascoltando questa conversazione è difficile non ricordare le scuse pubbliche pronunciate da Barak nel 1997, a nome del Partito Laburista, ai figli delle comunità mizrahi – ebrei immigrati in Israele dai paesi del Medio Oriente – per i torti subiti nei primi anni di vita dello Stato.

A quanto pare Barak crede che, in fondo, quelli che hanno subito un torto sono stati proprio i fondatori dello Stato, costretti ad accogliere tutti gli ebrei provenienti dalla giungla” circostante.

Ma Barak commette un doppio errore. Innanzitutto, invece di aver rappresentato una risposta al deterioramento della situazione degli ebrei mizrahi nei loro Paesi d’origine, Israele è stato piuttosto l’agente che ha accelerato tale deterioramento.

In secondo luogo, i fondatori di Israele e i predecessori ideologici di Barak non hanno esattamente accolto a braccia aperte gli ebrei provenienti dai Paesi arabi e musulmani. Alcuni immigrati mizrahi sono stati sottoposti a test selettivi prima di essere ritenuti degni di accoglienza.

L’iconico poeta israeliano Natan Alterman ha scritto di questo in La fuga dell’immigrato Danino”, che racconta la storia di un uomo emigrato dal Marocco in Israele poco dopo la fondazione dello Stato e costretto a correre durante una visita medica per determinare se fosse fisicamente idoneo ad entrare nel Paese; forse Barak conosce questa storia grazie alla struggente interpretazione di Habrera Hativeet [gruppo musicale israeliano specializzato in musica etnica, ndt.].

Razzismo ripugnante”

Ma non meno offensiva dei commenti sprezzanti di Barak è stata la gioia con cui esponenti della destra israeliana si sono avventati su questa registrazione, come se avessero trovato un grande tesoro.

Canale 14 [rete radiotelevisiva israeliana di estrema destra, ndt.] si è affrettato a trasmetterla con il titolo Razzismo ripugnante: larchivio Epstein rivela le registrazioni scioccanti di Ehud Barak”.

Barak è stato anche attaccato dai membri dello Shas, il partito ultraortodosso che è un pilastro fondamentale della coalizione del primo ministro Benjamin Netanyahu e che sostiene di parlare a nome di molti ebrei mizrahi. In un discorso furioso il membro dello Shas alla Knesset Yakov Margi ha definito Barak un razzista spregevole”.

Il leader dello Shas Aryeh Deri ha utilizzato la registrazione per denunciare i Kaplanisti” (manifestanti antigovernativi di sinistra) [dal nome della via in cui si svolgono le proteste, ndt.] e per ingraziarsi Netanyahu, il tutto in un unico tweet.

Ehud Barak, capo della tribù dei Kaplanistie dell’élite di sinistra, ha rivelato il suo piano razzista per cambiare la demografia di Israele”, ha scritto Deri. Se Netanyahu avesse pronunciato queste osservazioni razziste sugli ebrei di origine mediorientale avrebbe fatto notizia su tutti i telegiornali”.

Alcuni potrebbero vedere questo come un’indignazione selettiva da parte di Deri. Nel 2020 è rimasto in silenzio quando è stata pubblicata una registrazione del fidato consigliere di Netanyahu, Natan Eshel, che faceva osservazioni ampiamente condannate come razziste e discriminatorie nei confronti degli ebrei mizrahi.

Né ha parlato nel 2016 dopo che la moglie del primo ministro, Sara Netanyahu, è stata citata in giudizio, e condannata, da un ex domestico che l’aveva accusata di aver fatto commenti denigratori sulle sue origini marocchine.

Deri è rimasto nuovamente in silenzio nel 2017 dopo che Netanyahu ha risposto alle critiche del suo allora ministro delle Finanze, di origini libiche, suggerendo che il suo gene mizrahi aveva dato i numeri”. Il commento è stato ampiamente denunciato come razzista e Netanyahu è stato costretto a scusarsi.

Difendere la villa”

In realtà, da quando Barak ha coniato questa espressione, il leader israeliano che ha abbracciato con più entusiasmo la metafora della villa nella giungla” è stato proprio Netanyahu.

Durante una visita al confine giordano nel 2016 Netanyahu ha illustrato il suo progetto di una barriera di separazione dichiarando: Mi diranno: è questo che vuoi fare, difendere la villa? … La risposta è: sì, senza alcun dubbio. Nel contesto in cui viviamo, dobbiamo difenderci dalle bestie selvagge”.

Nonostante le differenze tra Netanyahu e Barak, essi condividono qualcosa di molto più profondo: un forte disprezzo sia per il territorio arabo in cui Israele si trova sia per molte delle persone che vi abitano.

Per Barak e coloro che condividono la sua politica il disgusto nei confronti dei mizrahim, che considerano inferiori, ha portato alla loro esclusione dai centri di potere e ricchezza. Al contrario, Netanyahu e i suoi alleati hanno coltivato con entusiasmo quella stessa immagine di inferiorità, violenza e barbarie per sfruttarla a proprio vantaggio.

In ultima analisi, i mizrahim sono rimasti popolo della giungla” agli occhi di entrambi gli schieramenti. Se la popolazione mizrahi in Israele apprezza la vita – la vita nel senso di un’esistenza umana significativa – allora deve interiorizzare definitivamente questa realtà.

Ciò è particolarmente urgente poiché la destra messianica, razzista e kahanista [seguagi del suprematismo ebraico del rabbino Kahane, ndt.] sta trascinando Israele nel baratro del fascismo, cercando al contempo di garantire che i mizrahim diventino il volto violento di quel fascismo.

Netanyahu e i suoi alleati inquadrano questo cambio di regime nel linguaggio pulito e asettico della legge e della giurisprudenza, sapendo bene che attivisti politici come Yoav Eliasi (meglio conosciuto come L’Ombra”) e Mordechai David metteranno a loro disposizione le loro risorse mizrahi”, conferendo a queste mosse la patina populista di cui hanno bisogno.

Un momento cruciale

Il fatto che segmenti così vasti del pubblico mizrahi in Israele si siano arruolati con tanto entusiasmo in un progetto volto a fortificare le mura di quella stessa villa nella giungla” all’interno della quale essi stessi saranno confinati in modo permanente in una posizione di inferiorità è una tragedia così profonda da provocare sia dolore che rabbia.

Coloro che hanno insegnato ai giovani mizrahim a gridare morte agli arabi”, per non parlare dell’uccisione degli arabi come atto patriottico, nutrono un profondo disprezzo per i loro antenati, che vivevano come nativi nel territorio arabo e che avrebbero reagito con orrore a tali grida di odio.

E chi saranno i sicari del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir [dell’estrema destra kahanista, ndt.] una volta approvata la sua legge sulla pena di morte contro i terroristi” palestinesi, se non proprio quei giovani mizrahi?

Fortificare le mura di una villa immaginaria non è – e non potrebbe mai essere – nell’interesse dei mizrahim.

Non c’è un solo punto dello spettro sionista che non sminuisca la nostra identità di discendenti di questa regione. I pionieri della lotta dei mizrahi, come le Pantere Nere israeliane [movimento di protesta composto da ebrei immigrati dai Paesi del Medio Oriente e del Maghreb, ndt.] e i ribelli di Wadi Salib [quartiere di Hebron che vide nel 1959 la sollevazione dei suoi abitanti, ebrei originari del Marocco, ndt.] lo hanno capito quasi intuitivamente.

Il nostro interesse era, e rimane, un’alleanza con i nostri fratelli e sorelle palestinesi nella lotta per abbattere le mura della struttura coloniale, a favore di uno spazio civico in cui la nostra identità non sia calpestata, umiliata e sfruttata a vantaggio di coloro che disprezzano la nostra stessa esistenza.

Da quando è iniziato il genocidio a Gaza il sionismo è passato da una fase grottesca a una cannibalistica. Il ruolo che assegna ai mizrahim in questa fase è la cosa più terribile che abbiamo mai vissuto.

È il momento di prestare nuova attenzione alle registrazioni di Barak, alle vanterie di Netanyahu, al cappio appuntato sul bavero di Ben Gvir e di decidere. Potrebbe non esserci più un altro momento simile.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Orly Noy è presidentessa di B’Tselem – Centro israeliano di informazione per i diritti umani nei territori occupati.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)