Il caos che Israele sta seminando in tutto il Medio Oriente potrebbe ritorcerglisi contro

David Hearst

1 ottobre 2024 MiddleEastEye

Niente più di quello che Netanyahu sta attualmente perseguendo può convincere i suoi vicini arabi che Israele non può vivere con loro in pace.

Ogni volta che Israele inizia un’altra guerra, prima che piova il fosforo bianco, prima della paura e del panico delle persone che fuggono dalle loro case, prima delle riprese dei sopravvissuti sbalorditi che setacciano le macerie dei palazzi crollati, viene celebrato un rituale.

Si chiama rituale del cessate il fuoco, una pubblica dimostrazione di lavaggio delle mani. È la farsa di fingere che ci siano diplomatici onesti da qualche parte che cercano di esplorare ogni via, che usano tutte le energie per impedire che questo caos inizi.

Molto di questo rituale è coreografato. Altre parti sono improvvisate. Ma siate certi di una cosa: è una pantomima. Non ha alcuna relazione con la realtà.

Poche ore prima che Israele dichiarasse di aver iniziato l’invasione di terra in Libano, in una conferenza stampa a Beirut il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot stava vanamente insistendo che la sua proposta di cessate il fuoco di 21 giorni era “ancora sul tavolo”. Nel contempo gli Stati Uniti, co-sponsor della Francia, stavano informando i giornalisti che i colloqui per il cessate il fuoco erano terminati. Questa posizione è stata ripresa diverse volte nel corso del pomeriggio e le contraddizioni si sono accumulate.

Gli Stati Uniti invocavano una soluzione diplomatica e nello stesso tempo descrivevano l’assassinio del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah come un “bene assoluto”. Affermando di aver trattenuto Israele in un’operazione limitata al confine, esprimevano anche ansia per l’aspetto umanitario dell’operazione. E si sono impegnati a continuare a lavorare per ridurre le tensioni, pur riconoscendo che Israele è un paese sovrano che prende le proprie decisioni.

Se questa farsa suona orribilmente familiare è perché lo è.

Diamo un taglio al gergo: la conclusione, come ha confermato il Pentagono, è che gli Stati Uniti sostengono un’invasione di terra del Libano e i piani di cessate il fuoco possono andare a farsi benedire.

Desiderio di vendetta

Lo stesso è accaduto a Gaza un anno fa. Il “diritto di Israele a difendersi” è l’abbreviazione di radere al suolo ogni abitato abbastanza sfortunato da trovarsi accanto.

Questa danza macabra ha uno scopo: martedì praticamente tutti i media del mondo occidentale hanno descritto l’operazione in corso in Libano come “mirata” o “limitata” – precisi raid di commando che entrano ed escono – proprio come avevano fatto durante la fase iniziale della guerra su Gaza.

” Ci aspettiamo che non somigli al 2006 [operazione militare di vasta scala dell’esercito israeliano in Libano durata 34 giorni, ndt.]”, ha detto un funzionario statunitense al Washington Post.

Nel frattempo diplomatici e generali israeliani non sono riusciti a trattenersi dal dire la verità. Mike Herzog, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, ha affermato: “L’amministrazione americana … non ci ha limitato nel tempo. Anche loro capiscono che dopo l’assassinio di Nasrallah c’è una nuova situazione in Libano e c’è la possibilità di rimodellarlo”.

“Rimodellare” il Libano non vuol dire un’operazione mirata limitata al confine. Né la limitazione era nei pensieri di un comandante dell’esercito israeliano che ha osservato: “Abbiamo il grande privilegio di scrivere la storia qui nel nord come abbiamo fatto a Gaza “. In Israele rabbia e discorsi d’odio hanno raggiunto livelli psicotici. Il desiderio di vendetta contro la popolazione di Gaza ha rapidamente trovato un nuovo bersaglio: la popolazione del Libano. Nir Dvori di Channel 12 News ha esultato dicendo che “Nasrallah è morto tra i tormenti” dando la notizia secondo cui il leader di Hezbollah è morto soffocato. Il capo del consiglio comunale di Shlomi [cittadina nel nord di Israele, ndt.] ha salutato l’invasione di terra affermando: “È necessario ripulire l’area”.

Il commentatore politico Ben Caspit ha fantasticato sul “giorno dopo” di tale operazione di pulizia, suggerendo che persino le nonne di qualsiasi combattente della Forza d’élite Radwan di Hezbollah [la cui missione è infiltrarsi nei territori israeliani, ndt.] che avesse attraversato il fiume Litani [confine fra Libano e Israele ndt.] dovrebbero “morire sull’istante”.

È curioso che abbia menzionato il fiume Litani, il cui nome è stato spesso invocato come limite a nord del Libano meridionale che Israele vuole liberare dai razzi di Hezbollah, perché anche questo sta diventando un mito. Le ambizioni militari di questa operazione vanno molto più in profondità nel Libano.

Appena 12 ore dopo che il Dipartimento di Stato americano aveva dichiarato di aver limitato l’operazione di Israele, l’esercito israeliano ha emesso ordini di evacuazione a più di 20 città e villaggi nel Libano meridionale. “Dovete dirigervi immediatamente a nord del fiume al-Awali” vicino a Sidone, ha detto il portavoce dell’esercito Avichay Adraee su X (ex Twitter).

Ridisegnare il Medio Oriente

Questo significa che Israele ha rivendicato come sua area di operazioni militari l’intero Libano meridionale, quasi un terzo del paese. In un colpo solo, Israele ha raddoppiato la sua area di operazioni.

La cosa è in linea con la promessa fatta dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu un anno fa nelle ore successive all’attacco di Hamas.

“Cambieremo il Medio Oriente”, aveva detto Netanyahu ai funzionari in visita a Gerusalemme dal sud del paese dove Hamas aveva colpito il 7 ottobre 2023.

Jared Kushner, genero dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump e investitore immobiliare che ha apparentemente trascorso ore a studiare Hezbollah e si considera un esperto in materia, ha scritto ugualmente su X: “Il 27 settembre [data dell’uccisione di Nasrallah] è il giorno più importante in Medio Oriente dalla svolta degli Accordi di Abramo… Chiunque abbia chiesto un cessate il fuoco al nord si sbaglia. Non c’è ritorno per Israele. Non possono permettersi ora di non finire il lavoro e smantellare completamente l’arsenale che è stato puntato contro di loro. Non avranno mai un’altra occasione”.

Netanyahu e i suoi sostenitori americani cambieranno il Medio Oriente invadendo il Libano, questo è certo. Ma non esattamente nel modo in cui immaginano. Dopo aver guidato la liberazione del Libano meridionale dopo 18 anni di occupazione e aver guidato la battaglia contro Israele nel 2006, secondo Hezbollah con successo, Nasrallah ha mantenuto tranquillo il confine settentrionale per quasi due decenni.

Sotto il governo di Nasrallah, Hezbollah era totalmente assorbito da un’altra battaglia: la guerra civile in Siria, con molte conseguenze. Ha messo da parte il primato della lotta per liberare la Palestina. E man mano che Hezbollah cresceva in dimensioni e importanza politica, fu più facile da infiltrare per il Mossad israeliano. Alcune delle principali operazioni del mese scorso, come la fornitura di cercapersone e walkie-talkie con trappole esplosive, erano in lavorazione da anni. Anche le posizioni esatte dei bunker di Hezbollah e lo spostamento degli obiettivi tra di essi erano il risultato di anni di lavoro e ricerca.

Un contrasto drammatico

Niente di ciò che è accaduto per dare un colpo mortale a Hezbollah era impreparato, e per questo contrasta così drammaticamente con le difficoltà che Israele ha incontrato nel tentativo di decapitare Hamas a Gaza.

Ma Israele è stato anche aiutato dalla “pazienza strategica” di Hezbollah e dell’Iran e dalla loro mancanza di risposta ai suoi crescenti attacchi ai loro comandanti e leader. Hezbollah non si è mai vendicata per l’assassinio del 2008 di Imad Mughniyeh, leader della sua ala militare. Né ha risposto per le rime all’assassinio dell’alto funzionario di Hamas Saleh al-Arouri all’inizio di quest’anno nel suo centro di Dahiyeh a Beirut.

La mitezza delle risposte di Hezbollah e dell’Iran ha solo dato a Israele la sicurezza di raddoppiare i suoi attacchi in Libano e Siria. 

Ogni volta che accadeva sia Hezbollah che l’Iran si sgolavano a dire di non voler iniziare una guerra con Israele e che la loro campagna era in solidarietà con Hamas a Gaza e si sarebbe fermata nel momento in cui fosse stato raggiunto un cessate il fuoco.

E quando colpivano era generalmente, anche se non esclusivamente, contro obiettivi militari israeliani. I razzi e i video di propaganda di Hezbollah erano dimostrativi, progettati per mostrare il suo potere, non per usarlo.

Col senno di poi, questa strategia si è rivelata un errore strategico che Hezbollah sta pagando oggi, perché ha dato a Israele la sicurezza di fare ciò che sta facendo ora in Libano. Gli attacchi di Israele a Hezbollah hanno superato le risposte di Hezbollah nella misura di cinque a uno.

Non si tratta solo dell’errore di calcolo di coloro che vengono abitualmente definiti estremisti in Libano e Iran. Il presidente iraniano riformista Masoud Pezeshkian ha detto di essere stato tradito dagli americani che avevano promesso un cessate il fuoco a Gaza se l’Iran si fosse astenuto dal rispondere all’assassinio del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran.

È stato il fallimento della moderazione strategica dell’Iran a portare martedì sera al bombardamento di obiettivi in ​​tutto Israele con oltre 180 missili. Dopo l’attacco, Pezeshkian ha continuato a sostenere che l’Iran non vuole una guerra con Israele, ma la politica di moderazione è stata chiaramente abbandonata. Ci si può aspettare che Hezbollah e tutti i gruppi armati in Yemen e Iraq si facciano più attivi.

Ma un errore di calcolo ancora più grande è stato commesso da Israele nel suo desiderio di colpire finché il ferro è caldo. 

Aggressione incontrollata

Israele sta riprogettando l’intero Medio Oriente nell’odio, mentre la questione palestinese rimane irrisolta. È l’ingegneria al contrario di un periodo di tre decenni, dagli Accordi di Oslo, mentre il conflitto palestinese ha perso la sua supremazia e centralità nel mondo arabo.

Niente più dell’aggressività senza freni di Israele può sanare le profonde divisioni nel mondo arabo create dalla controrivoluzione alla Primavera araba.

Quando sganci 80 tonnellate di esplosivo per uccidere Nasrallah e uccidi altre 300 persone nel farlo, lo trasformi da simbolo di resistenza a leggenda.

“Il simbolo è scomparso, la leggenda è nata e la resistenza continua”, è come l’ha espresso il politico libanese Suleiman Frangieh, rampollo di una delle principali famiglie maronite del paese.

Ibrahim al-Amin, direttore di Al Akhbar, giornale vicino a Hezbollah, ha paragonato Nasrallah a Hussain, nipote del profeta Maometto, considerato il terzo imam dell’Islam sciita. Ha scritto: “Sayyed Hassan Nasrallah non si immaginava nel solco di Hussain quando è caduto come martire. Non era nel solco di Hussain quando il mondo lo ha abbandonato. Piuttosto, è nel solco di Hussain che si è alzato e ha combattuto in difesa di un diritto che costa molto ottenere … [Nasrallah] è diventato un simbolo eterno per ogni ribelle di fronte all’ingiustizia e … è stato martirizzato in difesa di Gerusalemme e della Palestina”. Nasrallah aveva un fascino carismatico come oratore per il suo elettorato sciita e le masse filo-palestinesi nel mondo arabo, come l’ex presidente egiziano Gamal Abdel Nasser aveva per il movimento nazionalista arabo ai suoi tempi. Da morto Nasrallah promette di arrivare a tanto.

Gravi conseguenze

Naturalmente questa non è la visione delle élite arabe che hanno trascorso gran parte della loro carriera a stringere amicizia con gli Stati Uniti e Israele. Ma anche loro devono riconoscere le passioni che scuotono i loro popoli.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha usato Israele come tragitto per essere preso sul serio da Washington. Ma anche lui è totalmente sincero sui propri limiti come leader.

“Il 70% della mia popolazione è più giovane di me”, avrebbe detto il sovrano trentanovenne al Segretario di Stato americano Antony Blinken all’inizio di quest’anno. “Per la maggior parte di loro, non hanno mai saputo molto della questione palestinese. E quindi la stanno scoprendo per la prima volta attraverso questo conflitto. È un problema enorme. Mi interessa personalmente la questione palestinese? A me no, ma alla mia gente sì, quindi devo assicurarmi che questo trovi un esito.”

Un funzionario saudita ha contestato questo resoconto della conversazione di Mohammed bin Salman con Blinken, che invece è molto verosimile.

Sì, la regione sarà ridisegnata da un Israele che ha rotto il freno.

Niente può convincere i suoi vicini arabi che Israele non può vivere con loro in pace meglio della rotta su cui Israele è attualmente impostato, una rotta che prende di mira e minaccia allo stesso modo cristiani, musulmani, sciiti e sunniti.

Netanyahu, più di chiunque altro, li sta convincendo che un Israele che si comporta in questo modo non appartiene a questa regione.

Ciò avrà profonde conseguenze strategiche per il futuro. Quindi la morte di Nasrallah è davvero un “bene assoluto” per la regione?

Fai attenzione a ciò che desideri, perché potrebbe succedere.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e speaker sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. È stato caporedattore agli esteri del Guardian ed è stato corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La “vittoria” di Israele ubriaco di potere apre le porte a una guerra senza fine

Lubna Masarwa

30 settembre 2024 – Middle East Eye

Oggi gli israeliani celebrano i loro “successi” in Libano. Ma pagheranno un prezzo enorme nei decenni a venire per la sofferenza che Israele ha inflitto a palestinesi e libanesi.

I media in Israele hanno reagito con euforia all’assassinio di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah.

Nel programma “Meet the Press” di Canale 12 Amit Segal e Ben Caspit hanno brindato con un bicchiere di arak per celebrare la morte di Nasrallah. Paz Robinson, reporter di Canale 13, ha distribuito cioccolatini a Karmiel [cittadina nel nord di Israele, ndt.]. Il Canale 13 è considerato di sinistra.

Il programma di punta di Canale 14, “The Patriots”, si è aperto con canti e festeggiamenti condotti dal presentatore Yinon Magal. Nadav Eyal ha scritto su Ynet: “L’assassinio di [Nasrallah] è un evento di scala regionale e storica”.

La gioia dei media è stata eguagliata dai politici di sinistra e di destra. Noi diciamo per lo più “di destra e di sinistra”

Yair Golan, leader del Partito Democratico ed ex capo del partito Meretz, un tempo considerato il politico di sinistra più popolare del paese, è stato felicissimo dell’assassinio.

Ha scritto su X: “L’assassinio di Nasrallah è un risultato enorme e importante. Una nuova era è iniziata in Medio Oriente”.

Lo spettro politico, che si era profondamente polarizzato sul ritorno degli ostaggi da Gaza, si è riunificato sulla che Israele ritiene di aver ottenuto nell’annientamento della leadership di Hezbollah.

Yair Lapid, leader dell’opposizione, ha scritto: “Facciamo sapere a tutti i nostri nemici che chiunque attacchi Israele morirà”.

Una nuova era?

Ebbro di successo, l’esercito israeliano ha pubblicato un video dei jet in decollo dalla base aerea di Hatzerim nel deserto del Negev che includeva le comunicazioni radio tra un comandante dell’aeronautica e i piloti.

“Credo che oggi abbiate dato uno spettacolo di vittoria” si può sentir dire il maggiore generale Tomer Bar, comandante dell’aeronautica militare israeliana, nella clip distribuita ai giornalisti. “Ben fatto. Immenso orgoglio”. Un pilota risponde: “Raggiungeremo tutti, ovunque”. E nemmeno questo è bastato.

Haaretz ha riferito che l’esercito israeliano spinge per invadere il Libano meridionale, citando fonti militari che affermano che bisogna cogliere l’attimo di shock e disordine di Hezbollah dopo gli attacchi delle ultime due settimane, prima che l’Iran abbia la possibilità di rifornire le sue scorte di missili.

Altrove è stato riferito che tre unità dell’esercito, circa 3000 uomini, erano state inviate in Cisgiordania.

Guerra su tre fronti, e Israele sta vincendo su ognuno di essi, sembra pensare l’intero paese. Che bel modo di concludere un anno oscuro e di battute d’arresto militari a Gaza.

Israele pensa che un’opportunità d’oro gli si presenti con il presidente americano uscente, Joe Biden, che sta palesemente fallendo nel frenarlo.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ora sfidato Biden tre volte: rioccupando Rafah, non accettando un cessate il fuoco a Gaza con Hamas e ora aprendo un nuovo fronte in Libano. E ogni volta l’ha fatta franca.

La scorsa settimana ci si aspettava che Netanyahu fosse sulla difensiva di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Nemmeno un po’. Ha lanciato un grido di sfida. Netanyahu ha alzato il dito medio al suo principale fornitore di armi e alleato. E Israele lo ha applaudito.

Il risultato del rifiuto dell’America di tagliare tutte le forniture di armi a Israele ha delle conseguenze: ora non ci sono più ostacoli alla sua volontà omicida. Non ci sono limiti.

Nessuna linea rossa

I piloti e gli operatori di droni israeliani non devono pensare a quanti civili potrebbero essere uccisi da un missile puntato a un presunto obiettivo. La decisione di assassinare è stata recentemente delegata ai comandanti regionali dell’esercito, la cui autorità è stata notevolmente ampliata.

Per risparmiare tempo, non c’è alcun rinvio alla catena di comando. Tutti i civili, in Libano, Gaza e Cisgiordania, sono obiettivi.

I tabù sull’uccisione dei bambini sono scomparsi. Non ci sono confini o linee rosse in questa guerra. Israele può far morire di fame una nazione, ha usato regolarmente torture e stupri nelle sue prigioni e può festeggiare.

Si pensa che Israele abbia ucciso 300 persone nei suoi attacchi a quattro isolati di appartamenti sopra il centro di comando di Hezbollah, la maggior parte dei quali sarebbero civili, e la comunità internazionale è per lo più silenziosa.

Ubriaco di potere, Israele è in preda a una profonda illusione. Forse la più grande fino ad oggi.

Decimarne la leadership e i comandanti senior non ha ucciso né può uccidere Hezbollah stesso, né fermare una nuova generazione di combattenti che si fa avanti che non avrà il controllo della generazione precedente.

Né Israele può garantire chi verrà dopo. Finora Hezbollah non ha preso di mira i civili e non era interessato a impegnarsi in una grande guerra con Israele.

I loro attacchi erano progettati per dimostrare la capacità militare di Hezbollah, non per assestare colpi mortali. Hezbollah ha anche affermato che il loro conflitto sarebbe finito nel momento in cui fosse stato concordato un cessate il fuoco a Gaza.

È quasi certo che questa moderazione scomparirà. Hezbollah non ha scelta. La sua politica è stata spinta su una strada obbligata. Come Hamas, come Gaza, Hezbollah è ora impegnata in un conflitto in cui il suo nemico non solo vuole cacciarlo dal suo insediamento principale, ma distruggerlo del tutto.

Questa è diventata una guerra esistenziale per Hezbollah.

Un prezzo enorme

Cosa succederà ora? Questa è una domanda che Israele raramente si pone in momenti come questo. Né impara dalla storia di questo aspro conflitto.

Questa lunga storia di assassini politici, concepiti per terrorizzare e scoraggiare, non ha comportato un singolo caso in cui l’eliminazione di un capo abbia portato alla fine o alla ritirata di un gruppo militante. Hezbollah ha il dovere di rianimarsi e reagire.

Dimostrando il suo potere e brandendo la sua spada Israele ha creato una generazione di giovani nel mondo arabo che un giorno cercherà vendetta.

Il potere militare ha dei limiti. L’unico modo per Israele di ottenere sicurezza per il suo popolo sarà tornare al tavolo delle trattative e porre fine all’occupazione. Altrimenti tutto ciò che avranno fatto sarà aprire la porta alla guerra per le generazioni a venire.

Israele può trasformare parti del Libano in una Gaza. Può rioccupare il Libano meridionale e la parte settentrionale di Gaza. Può distruggere case e innumerevoli vite. Può fare la guerra all’intera regione. Ma non può ignorare la fonte principale del conflitto, che è la causa nazionale palestinese.

La Palestina è il problema da cui Israele, non importa quante guerre intraprende, non potrà mai sfuggire. E le generazioni future di israeliani pagheranno nei decenni a venire un pesante prezzo per le sofferenze che il loro paese ha inflitto a palestinesi e libanesi.

Oggi gli israeliani celebrano i loro successi in Libano. Ma la vittoria ha un prezzo enorme.

Il “successo” di Israele è stato quello di uccidere circa 1000 libanesi in una settimana, 50 dei quali sono bambini. Ha normalizzato la morte e eliminato le ultime vestigia di umanità.

Le immagini della distruzione a Gaza e in Libano rimarranno impresse nella coscienza collettiva: Israele può far vivere la sua missione nazionale solo uccidendo sempre di più coloro che sono soggetti al suo dominio.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Nuovo attacco ai dispositivi di Hezbollah uccide 14 persone in tutto il Libano

Nader Durgham, Josephine Deeb, Rayhan Uddin

18 settembre 2024-Middle East Eye

Secondo il ministero della Salute libanese almeno 450 persone sono state ferite dalle esplosioni delle loro radio portatili.

Almeno 14 persone sono state uccise e centinaia sono rimaste ferite mercoledì quando le radio portatili utilizzate da Hezbollah sono esplose in tutto il Libano nell’ultimo attacco israeliano al movimento libanese. Sono stati segnalate esplosioni di dispositivi da Tiro e Saida nel sud fino a Sohmor nell’est del Libano che secondo il ministero della Salute libanese hanno incendiato edifici e veicoli e ferito almeno 450 persone.

Nella periferia sud di Beirut, un’esplosione ha colpito mentre centinaia di persone in lutto si riunivano per un funerale organizzato da Hezbollah per le vittime di un attacco quasi identico il giorno prima in cui sono esplosi migliaia di cercapersone usati dal movimento. Nelle esplosioni di martedì dodici persone sono state uccise e quasi 3.000 ferite, un attentato che ha suscitato orrore e rabbia nei libanesi di tutte le fazioni politiche. Tra le persone uccise dai cercapersone vi sono due bambini e quattro operatori.

Mentre mercoledì sera il rumore dell’esplosione risuonava sul luogo del funerale, protetto da una stretta sorveglianza, la folla si è dispersa nel panico e le strade che escono dalla periferia sud di Beirut, nota come Dahiyeh, sono state intasate dalle auto che cercavano di allontanarsi.

Ambulanze e camion dei pompieri hanno attraversato la città per la seconda volta in due giorni.

“Ora vado solo a vedere se la mia famiglia sta bene”, ha detto a Middle East Eye un uomo fuggito dal funerale spiegando che i suoi parenti vivono in un edificio frequentato da membri di Hezbollah. Dahiyeh è una vasta area in cui vivono molti sostenitori e membri del partito.

“Amico, butta via quel tuo dispositivo”, MEE ha sentito un uomo dire a un altro.

Sebbene Israele non abbia commentato direttamente gli attacchi effettuati attraverso l’esplosione dei dispositivi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato di aver promesso che le migliaia di israeliani sfollati a causa dei combattimenti transfrontalieri sarebbero tornati alle loro case.

Yoav Gallant, ministro della difesa israeliano, ha affermato: “Stiamo aprendo una nuova fase nella guerra”.

Israele e Hezbollah, un movimento nato dalla resistenza all’occupazione israeliana del Libano meridionale nel 1982-2000, combattono da quasi un anno.

Il loro ultimo conflitto è iniziato quando Hezbollah ha iniziato a lanciare razzi contro Israele per aiutare ad alleviare la pressione su Hamas mentre l’esercito israeliano iniziava la sua guerra a Gaza nell’ottobre 2023. I combattimenti hanno ucciso centinaia di libanesi, per lo più combattenti di Hezbollah, e decine di israeliani. Sebbene Israele minacci regolarmente di invadere il Libano come risposta, Hezbollah insiste sul fatto che non cerca un’escalation e porrà fine ai suoi attacchi una volta che gli israeliani accetteranno un cessate il fuoco con Hamas a Gaza. Russia ed Egitto hanno affermato che l’attacco di martedì è stato un tentativo di trascinare la regione in una guerra più ampia. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che gli oggetti di uso civile non dovrebbero essere trasformati in armi.

Come un incubo’

Sia i cercapersone esplosi martedì che le radio esplose il giorno dopo sarebbero stati importati in Libano da Hezbollah circa cinque mesi fa.

I cercapersone Gold Apollo sono stati ricondotti a un produttore di elettronica taiwanese, che ha affermato di aver concesso a un’azienda con sede a Budapest la licenza per produrre il cercapersone.

Diversi resoconti dei media hanno affermato che l’agenzia di intelligence israeliana Mossad ha piazzato esplosivi nei cercapersone.

Una fonte vicina a Hezbollah ha detto a MEE che l’attacco mediante i cercapersone è stato uno “shock” per “l’apparato di sicurezza” del movimento e che è stata immediatamente avviata un’indagine.

Chi ha ordinato i cercapersone è un uomo d’affari con legami con il partito. Gli è stato offerto un prezzo molto buono per i dispositivi”, ha detto la fonte. “È stata negligenza da parte di Hezbollah perché non hanno ispezionato o testato attentamente i cercapersone come avrebbero dovuto, dato che si fidavano della persona che li aveva procurati.”

Elias Jradeh, membro del parlamento e oculista, ha affermato che le ferite che ha visto martedì mentre operava in un ospedale dove venivano trasferiti casi gravi riguardavano soprattutto gli occhi, il viso e le mani.

“Molte persone tenevano il cercapersone vicino al viso per leggere il messaggio ricevuto quando il dispositivo è esploso”, ha detto Jradeh a MEE.

“Hanno subito danni a uno o entrambi gli occhi e in alcuni casi il danno era irreparabile. Altri hanno anche avuto il volto sfigurato”.

Secondo una fonte vicina a Hezbollah i cercapersone che sono esplosi non erano usati dai combattenti, ma piuttosto dall’ampia rete di membri civili del partito che lavorano in diverse istituzioni, tra cui medici, amministratori, operatori dei media e altri. La fonte ha detto che i cercapersone sono generalmente usati per direttive, convocazioni, emergenze o per indicare uno stato di allerta.

Descrivendo il momento in cui sono avvenute le detonazioni coordinate deil cercapersone, un residente di Dahiyeh ha detto a MEE: “Si sentivano scoppiettii in tutta la strada. Le persone venivano letteralmente colpite a una a una. Era surreale, come un incubo”. Persone da tutto il Libano si sono precipitate a donare il sangue in un’atmosfera di sostegno e solidarietà con le vittime dell’attacco che ha sconvolto il paese, e che molti hanno definito “indiscriminato” e “terroristico”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Libano: dodici morti e 2.750 feriti dopo le micidiali esplosioni dei cercapersone

Nader Durgham, Rayhan Uddin, Heba Nasser a Londra

17 settembre 2024-Middle East Eye

Il movimento libanese giura che punirà Israele dopo l’eccezionale attacco ai suoi membri

Almeno 12 persone sono state uccise e 2.750 ferite in Libano martedì dopo che i cercapersone comunemente usati da Hezbollah sono esplosi, in un eccezionale attacco che il movimento e il governo libanese hanno attribuito a Israele.

Hezbollah ha affermato che “esplosioni misteriose” hanno fatto saltare i cercapersone di “varie unità e istituzioni di Hezbollah” e che in risposta Israele avrebbe ricevuto “la giusta punizione”.

Tra i morti c’è una bambina di 10 anni che è stata uccisa nella valle della Bekaa nel Libano orientale quando il cercapersone di suo padre, che è un membro di Hezbollah, è esploso.

Tra le vittime vi sarebbe anche il figlio di un parlamentare di Hezbollah.

Un funzionario libanese, che ha fatto dichiarazioni in forma anonima perché non autorizzato a parlare con i media, ha detto a Middle East Eye di sospettare che le autorità israeliane abbiano manomesso i cercapersone per “provocare una guerra”.

Secondo i media siriani e iraniani dei membri di Hezbollah sono anche rimasti feriti e sono stati portati in ospedale in Siria dove sostengono il governo di Bashar al-Assad.

Mojtaba Amani, ambasciatore iraniano in Libano, è tra i feriti. Il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah è rimasto illeso, ha detto il suo gruppo.

Caos negli ospedali di Beirut

Subito dopo le esplosioni persone coperte di sangue sono state viste barcollare per le strade di Beirut assistite dai passanti.

Le ambulanze hanno trasportato di corsa le vittime negli ospedali della capitale, ma molti di questi hanno rapidamente raggiunto la capienza massima.

Nella periferia meridionale di Beirut, un’area comunemente nota come Dahiyeh dove vivono molti sostenitori e membri di Hezbollah, sono state erette tende mediche di emergenza per curare i pazienti.

Fuori dall’ospedale universitario Rafic Hariri, nel sud di Beirut, il personale medico ha messo letti di emergenza fuori all’ingresso per accogliere i feriti il ​​più rapidamente possibile.

Si sono raccolte preso gli ospedali anche molte persone per rispondere alle richieste di donazioni di sangue.

“Sto ancora cercando di capire cosa sia successo. Sto solo aspettando che mio marito esca dal pronto soccorso”, ha detto a MEE una donna che ha chiesto di rimanere anonima fuori dall’ospedale Hotel-Dieu de France.

Alcuni spettatori sono stati rimproverati per aver scattato fotografie dei membri feriti di Hezbollah.

Attacco di assoluta novità

I cercapersone interessati provenivano da una nuova spedizione che Hezbollah aveva ricevuto nei giorni scorsi, ha riferito il Wall Street Journal. Un funzionario di Hezbollah ha detto al WSJ che centinaia di combattenti avevano tali dispositivi e ha affermato che un malware potrebbe aver causato il surriscaldamento e l’esplosione dei cercapersone. Alcune persone hanno sentito i cercapersone riscaldarsi e li hanno gettati via prima che esplodessero, ha aggiunto il funzionario.

Non è ancora chiaro come i cercapersone siano stati fatti esplodere. Alcuni hanno ipotizzato che all’interno dei dispositivi siano stati in qualche modo piazzati degli esplosivi. Israele non ha commentato l’attacco o l’accusa di esserne responsabile

Dall’inizio dell’attacco guidato da Hamas contro Israele il 7 ottobre e della successiva guerra a Gaza, Hezbollah e l’esercito israeliano sono stati coinvolti in scambi a fuoco. I combattimenti hanno ucciso centinaia di libanesi, per lo più combattenti di Hezbollah, e decine di israeliani.

Il movimento libanese, che è la più forte potenza militare non statale al mondo, afferma di attaccare Israele in solidarietà con i palestinesi di Gaza e che smetterà di combattere se il governo israeliano accetterà un cessate il fuoco con Hamas. Israele ha ripetutamente minacciato di invadere il Libano in risposta agli attacchi di Hezbollah. Martedì mattina, il servizio di sicurezza interna israeliano Shin Bet ha affermato di aver sventato un complotto di Hezbollah per uccidere un ex funzionario della difesa israeliana, utilizzando un esplosivo azionato a distanza.

L’analista militare Mustafa Asaad ha descritto l’attacco dei cercapersone come un “metodo rivoluzionario” che utilizza una tecnologia “all’avanguardia”. Ha detto a MEE che Israele sembra essersi introdotto nelle “reti di comando e comunicazione di Hezbollah, aver identificato i militanti uno per uno, analizzato i loro movimenti e poi diretto una forma di attacco cinetico sull’intera banda larga”.

Asaad è scettico sul fatto che i cercapersone contenessero trappole esplosive e sostiene che un simile schema sarebbe stato troppo semplice e facilmente individuabile al momento della consegna.

Temendo che i servizi segreti e militari di Israele, tecnologicamente molto avanzati, potessero infiltrarsi nelle sue comunicazioni Hezbollah ha fatto sempre più affidamento su dispositivi e metodi più rudimentali, come cercapersone e corrieri. A febbraio Nasrallah ha esortato i suoi seguaci a stare attenti agli smartphone e ai social media.

Secondo Asaad “quelli presi di mira finora sembrano essere agenti nel ramo della sicurezza e controspionaggio, operativi sul campo e i livelli di comando più alti”.

“Questo significa che l’intera piattaforma di comunicazione è stata hackerata e violata e si può solo immaginare da quanto tempo”, ha detto.

“Nel complesso questo è un duro colpo per Hezbollah e significa che l’intera struttura è stata compromessa. Non puoi sostituire intere unità di sicurezza da un giorno all’altro e non puoi trovare dei rimpiazzi così facilmente e addestrarli durante una guerra totale”.

Ragip Soylu ha contribuito a questo reportage da Ankara, Turchia.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Perché i leader israeliani ammettono che se fossero palestinesi combatterebbero per la libertà

Joseph Massad

16 settembre 2024 MiddleEastEye

Nonostante il loro razzismo colonialista molte importanti figure sioniste hanno riconosciuto che se fossero palestinesi combatterebbero per la loro patria

In una recente intervista al quotidiano israeliano Maariv Ami Ayalon, ex capo dell’organizzazione israeliana di intelligence Shabak, ha dichiarato che se fosse palestinese, avrebbe combattuto “all’estremo” contro coloro che gli hanno rubato la terra.

“Parlando dei palestinesi, hanno perso la loro terra, e perciò quando la gente mi chiede ‘cosa faresti se fossi palestinese?’ Io dico che se qualcuno venisse e mi rubasse la terra, la terra di Israele, lo combatterei senza pormi limiti [sui mezzi da impiegare, n.d.t.]“.

I palestinesi, ha affermato Ayalon, “si vedono come un popolo. Una delle nostre tragedie è che li vediamo come individui, alcuni dei quali sono buoni, mentre altri sono cattivi”.

Nella raffica di accuse israeliane e filo-israeliane contro i palestinesi come barbari, antisemiti, autori di pogrom, terroristi, selvaggi e animali umani, fra altri epiteti razzisti con cui numerosi leader israeliani li hanno definiti a beneficio della propaganda, molti dei leader più importanti di Israele, come Ayalon, si sono sempre immedesimati nella lotta palestinese e ammettono pubblicamente che, se fossero palestinesi e non coloni ebrei, si sarebbero prontamente uniti alla lotta contro i sionisti e Israele.

Persino il famoso ministro della difesa israeliano Moshe Dayan capì la lotta dei palestinesi a Gaza e la loro resistenza al colonialismo israeliano. Nell’aprile del 1956, i combattenti della resistenza palestinese uccisero un agente di sicurezza a Nahal Oz, una colonia che nel 1953 era stata fondata a un km e mezzo dal confine di Gaza.

Qualche giorno prima l’ufficiale aveva picchiato diversi palestinesi perché li aveva sorpresi mentre tentavano di tornare nelle loro terre dopo che gli israeliani li avevano espulsi. Li aveva costretti a tornare a Gaza. Al suo funerale, Dayan ha ricordato ai presenti:

“Non diamo oggi la colpa agli assassini. Chi siamo noi per contestare il loro odio? Da otto anni stanno nei loro campi profughi a Gaza e, davanti ai loro occhi, trasformiamo in colonie di nostra proprietà la terra e i villaggi in cui loro e i loro antenati avevano vissuto… Siamo una generazione di coloni e senza l’elmetto d’acciaio e il cannone non possiamo piantare un albero e costruire una casa.”

Le recenti parole di Ayalon non sono una novità. A marzo in un’intervista alla rete televisiva americana ABC aveva dichiarato che se fosse palestinese “combatterebbe contro Israele” e “farebbe di tutto” per ottenere la libertà.

Ayalon non è il primo leader israeliano a comprendere perfettamente la lotta dei palestinesi per porre fine al colonialismo sionista e all’apartheid israeliano. In effetti fa parte di una lunga lista di leader sionisti e israeliani che, senza esitazione, hanno dichiarato di comprendere o addirittura di immedesimarsi nella lotta palestinese.

Nel 1923 Vladimir Jabotinsky, il fondatore del sionismo revisionista a cui poi successe Menachem Begin, commentò così la resistenza palestinese:

“Ogni popolo nativo, non importa che sia civilizzato o selvaggio, considera la propria terra come la propria patria nazionale, di cui sarà sempre il padrone assoluto. Non accetterà volontariamente non solo un nuovo padrone, ma nemmeno un nuovo partner. E così è per gli arabi. Quelli fra di noi che operano compromessi tentano di convincerci che gli arabi sono una sorta di sciocchi che possono essere imbrogliati… [e] che abbandoneranno il loro diritto di nascita alla Palestina per una crescita culturale ed economica. Respingo categoricamente questa valutazione degli arabi palestinesi. Culturalmente sono 500 anni indietro rispetto a noi, spiritualmente non hanno la nostra resistenza o la nostra forza di volontà, ma queste sono le sole differenze intrinseche… Guardano la Palestina con lo stesso amore istintivo e vera passione con cui ogni azteco guardava al suo Messico o ogni sioux guardava la prateria… questa fantasia infantile dei nostri “arabofili” deriva da una sorta di disprezzo per il popolo arabo… [che] questa razza [sia] una plebe pronta a farsi corrompere o a vendere la propria patria per una rete ferroviaria.”

Jabotinsky, tuttavia, non si immedesimava nei palestinesi (sebbene tentasse di equipararli agli ebrei europei, mutatis mutandis, sul piano dell’attaccamento alla loro patria e dell’uso della violenza per difendere il loro paese).

Aveva capito bene che i palestinesi “non sono una plebe, ma una nazione”. Da fascista che ammirava Mussolini, Jabotinsky non permise al suo razzismo contro i palestinesi di renderlo cieco alle reali condizioni sul terreno, ed è proprio per questo che cercò di combattere i palestinesi e di sottoporli al dominio sionista e all’espulsione.

Altri sionisti si sarebbero invece piuttosto immedesimati nei palestinesi.

David Ben-Gurion, il primo primo ministro di Israele, comprese appieno la lotta palestinese, nonostante fosse impegnato a reprimerla. Dichiarò:

“Se fossi un leader arabo non farei mai accordi con Israele. È naturale, gli abbiamo portato via il loro paese. Certo, Dio ce l’ha promesso, ma cosa importa a loro? Il nostro Dio non è il loro. Noi veniamo da Israele, è vero, ma questo è successo duemila anni fa, e cosa importa a loro? C’è stato l’antisemitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma era colpa loro? Loro vedono solo una cosa: siamo venuti e abbiamo rubato il loro paese. Perché dovrebbero accettarlo?”

Non è un’aberrazione

L’immedesimarsi dei leader sionisti nei palestinesi continuò nei decenni successivi e fu forse espressa con maggior forza dall’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. Barak era stato membro di un commando di squadroni della morte israeliani inviato a Beirut nel 1973 per uccidere tre rivoluzionari palestinesi.

L’immedesimazione di Barak nei palestinesi è senza riserve e in un’intervista al quotidiano israeliano Haaretz affermò: “Se fossi palestinese, anche io mi unirei a un gruppo terroristico”.

Leah Rabin, la vedova del defunto Yitzhak Rabin che aveva combattuto nella conquista sionista della Palestina nel 1948, nel dichiarare di immedesimarsi nei palestinesi fu più sottile di tutti gli altri leader sionisti. Nel 1997 affermò che “Noi [gli ebrei] abbiamo usato il terrorismo per stabilire il nostro Stato. Perché dovremmo aspettarci che i palestinesi siano diversi?” I palestinesi, a quanto pare, sono uguali agli ebrei e non sono affatto diversi da loro”.

È molto importante notare che in queste dichiarazioni nessuno di quei leader israeliani pensava che la ragione per cui i palestinesi resistono a Israele sia perché Israele è ebreo. Al contrario, tutti hanno affermato che la ragione per cui i palestinesi combattono Israele e gli ebrei israeliani è perché gli israeliani hanno rubato e continuano a rubare la loro terra e il loro paese, li opprimono e li privano della loro indipendenza e libertà. L’attuale spaventosa propaganda del governo israeliano secondo cui l’operazione palestinese del 7 ottobre ha preso di mira gli ebrei israeliani in quanto ebrei e non come colonizzatori ed è stata perciò l’attacco “più letale” contro gli ebrei dopo l’Olocausto, come i leader occidentali e in generale i loro obbedienti media non si sono stancati di ripeterci, mira decisamente a nascondere che la ragione per cui i palestinesi resistono è la colonizzazione ebraica israeliana della loro terra.

Queste bugie mirano a scagionare gli ebrei israeliani dal crimine di aver rubato la terra ai palestinesi e sono in contrasto con l’ostinazione dei palestinesi e di tutti quei leader sionisti e israeliani che hanno sempre compreso la lotta palestinese, vale a dire che la resistenza palestinese prende di mira gli ebrei israeliani perché sono colonizzatori e non perché siano ebrei. La comprensione e l’immedesimarsi nella lotta palestinese da parte degli stessi leader israeliani che hanno oppresso i palestinesi non sono semplicemente figure retoriche o lapsus. Parlano semplicemente di una chiara comprensione della natura della violenza e dell’oppressione che Israele ha inflitto e continua a infliggere al popolo palestinese.

Contrariamente alla propaganda ufficiale israeliana e alla sua reiterazione da parte dei leader politici occidentali e dei principali media, i palestinesi che hanno resistito alla colonizzazione sionista sin dai primi anni ‘80 del XIX secolo non sono affatto un’aberrazione. In effetti, i palestinesi, secondo i leader israeliani citati sopra, sono molto simili e non così diversi dagli ebrei sionisti colonizzatori che li opprimono. L’unica differenza, a quanto pare, è che i palestinesi non sono ebrei e, pertanto, non si può estendere a loro il rispetto e l’ammirazione occidentali che qualsiasi popolo che abbia resistito al colonialismo per un secolo e mezzo merita. Mentre i leader israeliani possono ancora immedesimarsi nei palestinesi nonostante il loro razzismo coloniale, il profondo razzismo occidentale contro i palestinesi è il motivo per cui nessun leader politico occidentale ha mai considerato cosa farebbe se fosse palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di politica araba moderna e storia intellettuale alla Columbia University di New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Fra i suoi libri Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti del colonialismo: il formarsi dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Desideri arabi]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi] e, più di recente, Islam in Liberalism [L’Islam nel liberalismo]. I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una dozzina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il genocidio di Israele a Gaza sta creando nemici da tutte le parti

David Hearst

11 settembre 2024 – Middle East Eye

Il rifiuto di Netanyahu di porre termine alla guerra a Gaza e al terrorismo dei coloni in Cisgiordania ha gettato i semi dell’odio in tutta la regione

Quando la settimana scorsa tre guardie di sicurezza israeliane sono state uccise vicino al ponte di Allenby che attraversa il confine tra la Giordania e la Cisgiordania occupata il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele era “circondato da un’ideologia omicida guidata dall’Iran.”

A dicembre il suo governo ha detto che Israele sta combattendo una guerra su sette fronti, tutti guidati dall’Iran.

Se questo è un riconoscimento che il rifiuto di Netanyahu di terminare la campagna genocida a Gaza sta rendendo insicuri tutti i confini di Israele, allora esso è tardivo. Tuttavia Netanyahu aveva ragione nel dire che vi è odio per Israele sul lato est della Valle del Giordano.

Come hanno dimostrato i festeggiamenti popolari che hanno fatto seguito alle uccisioni, i giordani non hanno bisogno dell’incitamento attivo dell’Iran.

La campagna genocidaria dell’esercito israeliano a Gaza e il terrorismo dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania hanno piantato spontaneamente i semi dell’odio nel vicinato. La Giordania, che è stata silente per 50 anni sulla questione palestinese, non lo è più.

Gaza ha radicalizzato il mondo arabo in un modo mai visto da oltre un decennio dopo le primavere arabe.

Potenza tribale

Innanzitutto Maher al-Jazi, il camionista che ha compiuto l’attacco, veniva dalla cittadina del sud della Giordania Udrah, nel governatorato del Maan. Haroun al-Jazi, un tempo capo della stessa tribù, guidò i volontari della Giordania dell’est che combatterono nella battaglia di Gerusalemme [contro l’esercito israeliano] del 1948.

Maher è anche discendente di Mashour al-Jazi, il comandante dell’esercito giordano durante la battaglia tra le forze israeliane e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e le forze armate giordane nella città di confine di Karameh nel 1968.

La città e la comunità di al-Jazi sono di pessimo auspicio per coloro che, nelle ambasciate occidentali della regione deliberatamente poco informate, sperano che le braci di questo fuoco possano essere presto estinte.

Perciò, se il lato ovest del confine lungo 335 km viene rapidamente militarizzato dall’esercito israeliano e da almeno un milione di coloni armati, tutto questo assicura che sul lato est di questo confine ci sono le comunità giordane e l’esercito giordano che recluta massicciamente tra di loro.

Ciò che i capi delle comunità hanno pensato della sparatoria è perciò significativo per la stabilità futura di questo confine.

Non scorderò mai quanto facilmente le tribù sono state scaricate dal re Abdullah quando era alla guida di un elicottero Black Hawk, di cui ha a sua disposizione personale una squadriglia. 

La scena sembrava uscita da Hollywood, ma funzionò. Il suo passeggero, il giornalista americano Jeffrey Goldberg, fu parecchio impressionato e ne scrisse per il giornale The Atlantic.

Il re stava andando a pranzo con i capi tribù a Karak: “Oggi mi siederò a tavola con vecchi dinosauri”, disse Abdullah a Goldberg.

Ciò avveniva pochi mesi prima della fine delle primavere arabe nel 2013

Oggi il re non si azzarderebbe a chiamare i capi delle tribù “vecchi dinosauri”, ovviamente a meno che lui stesso fosse condannato all’estinzione.

In questi tempi difficili la monarchia hashemita dipende, più di quanto mai prima, dalle tribù come pietra angolare della sua legittimità, che è logorata da una prolungata crisi economica.

Ciò che dicono i capi tribù è considerato una bussola dell’umore della nazione.

Una rabbia cresciuta all’interno

Lunedì non c’era traccia di cordoglio o di scuse nelle loro dichiarazioni.

Il clan Al-Huwaitat ha presentato una dichiarazione da parte della famiglia secondo cui la piena responsabilità per ciò che è avvenuto al passaggio del confine era da addebitare unicamente al primo ministro israeliano ed ha aggiunto: “Il sangue del nostro figlio martire non è più prezioso del sangue del nostro popolo palestinese e non sarà l’ultimo martire.”

Il capo del clan Bani Sakhr, Sheikh Trad al-Fayez, ha plaudito a questa “eroica operazione” che “è espressione del nostro popolo e della nostra nazione”. Ha proseguito: “I popoli della nazione devono prendere una posizione decisa, onesta e ferma nei confronti di questa aggressione.”

In tutto questo non va individuata alcuna impronta dell’Iran o di qualunque altra potenza straniera. La rabbia si è sviluppata all’interno.

Ahmad Obeidat, un ex primo ministro e capo dell’intelligence, aveva detto cose simili prima che avvenisse la sparatoria. Obeidat non ha mai visto il suo Paese così unito dietro la causa della resistenza palestinese. “Questa battaglia è la battaglia di tutti. Perché il destino è uno solo. Ed il nemico che prende di mira la Palestina sicuramente farà altrettanto con la Giordania”, ha detto.

Odeidat ha ritenuto questo una conseguenza naturale del fatto che Israele ha deciso che il tempo di governare il conflitto è finito: “Voi israeliani o uccidete i palestinesi o li deportate. O li uccidete o li deportate. Questo accade davanti ai nostri occhi”, ha detto.

Qualunque arabo o musulmano che abbia consegnato un granello del suolo della Palestina storica – non solo il 22% ceduto per negoziare il 4 giugno 1967 – è un traditore del suo Paese, della sua nazione e della sua religione,” ha dichiarato.

Un altro indicatore dello stato d’animo nazionale in Giordania sono i risultati preliminari delle elezioni parlamentari in base ad un sistema disegnato per limitare la possibilità di una forza politica di ottenere seggi anche se ha la maggioranza dei voti.

Ciononostante in base ai risultati provvisori il partito di Azione Islamica della Fratellanza Musulmana ha ottenuto 18 dei 40 seggi. Si presume che ricevano altri 14 seggi dalle località, arrivando a circa 32 seggi su 130, che farebbe di loro il più grande partito che non fa parte di una coalizione.

Una fondamentale sfida alla sicurezza

Questo grado di coinvolgimento, 11 anni dopo il soffocamento delle primavere arabe, non può essere considerato unicamente come la conseguenza dell’apertura da parte di Israele di un secondo fronte in Cisgiordania della campagna di Gaza.

Non è neppure la conseguenza degli avvertimenti da parte del Ministro degli Esteri israeliano Israel Katz riguardo alla necessità di “temporanee evacuazioni” in “alcuni casi di combattimenti intensi.” E non è neppure dovuto al fatto che il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich a giugno ha rivelato che il suo governo stava modificando, clandestinamente, il modo in cui la Cisgiordania era governata, realizzando l’annessione a tutti gli effetti.

Né certamente [è conseguenza] della mappa digitale creata da Netanyahu in cui alla Giordania è stato dato lo stesso colore di Gaza mentre la Cisgiordania è stata cancellata del tutto.

Se dovessi indicare un documento, una testimonianza di come le azioni e le parole di Israele pongono una fondamentale minaccia alla sicurezza della Giordania e certamente di tutti i suoi vicini arabi, sarebbe una recente inchiesta della BBC su come i coloni si impadroniscono di vaste porzioni di terra attraverso avamposti agricoli, che sono illegali sia per le leggi israeliane che per il diritto internazionale.

A febbraio Moshe Sharvit, un colono sanzionato dal Regno Unito e dagli USA per violenze e intimidazioni contro palestinesi, ha organizzato una giornata a porte aperte nel suo avamposto, che è stata filmata.

Sharvit ha spiegato quanto fosse efficiente nell’occupare la terra: “Il rimpianto più grande di quando noi (coloni) abbiamo costruito gli insediamenti è stato che siamo rimasti all’interno delle recinzioni e non abbiamo potuto espanderci”, ha detto alla folla. “L’azienda agricola è molto importante, ma la cosa più importante per noi è l’area circostante.”

Sharvit ha sostenuto di controllare 7.000 dunam (7 Km2) di terra. I coloni ridono mentre intimoriscono, aggrediscono e sparano ai contadini palestinesi cacciandoli dalla loro terra. Sono truppe d’assalto che depredano vittime impotenti. Si pavoneggiano. Sorridono.

Vi sono ora 196 avamposti che sono illegali per le leggi israeliane. Sono raddoppiati negli ultimi cinque anni, molto prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre.

Sfido chiunque a guardare questo documentario e non sentire crescergli dentro la rabbia.

Sharvit non agisce da solo. L’associazione israeliana per i diritti umani Peace Now ha ottenuto dei documenti contrattuali che mostrano che due organizzazioni con legami ufficiali con lo Stato israeliano forniscono il denaro per queste appropriazioni di terreni.

Una di esse è Amana, che ha prestato 270.000 dollari ad un colono per costruire delle serre in un avamposto. Secondo l’inchiesta della BBC in una registrazione trapelata da una riunione di dirigenti nel 2021 si può sentire l’amministratore delegato di Amana, Ze’ev Hever, dire: “Negli ultimi tre anni… un’attività che abbiamo espanso è l’allevamento (degli avamposti). Oggi l’area (che controllano) è quasi due volte la dimensione degli insediamenti costruiti.”

Il Canada sanziona Amana per “azioni violente e destabilizzanti contro civili palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania”.

Un’altra organizzazione che dà aiuti agli avamposti per allevamento è l’Organizzazione Sionista Mondiale (WZO), la cui divisione per gli insediamenti è responsabile dell’amministrazione di alcuni terreni occupati da Israele nel 1967.

Questa divisione si definisce come un “braccio dello Stato israeliano”. Dispone anche di soci e partner internazionali. Almeno uno di loro è un’organizzazione benefica registrata in Gran Bretagna.

La BBC ha offerto a Amana e a WZO il diritto di replica, ma nessuna delle due ha risposto.

Middle East Eye ha offerto a WZO un’altra opportunità di esporre la sua tesi, ma al momento in cui scriviamo non è stato ricevuto nulla da loro.

Gli USA, il Canada e il Regno Unito sanzionano i coloni violenti, mentre lasciano liberi i loro finanziatori e soci di operare in Gran Bretagna e in America.

Come è possibile? Sicuramente questo merita un esame più accurato.

Alimentare odio

È difficile non concludere che i nostri governi si preoccupano solo dell’ultimo e più visibile legame in una catena internazionale che ha inizio da casa nostra.

È difficile distinguere tra i coloni e i soldati, che un giorno aggrediscono i contadini palestinesi e il giorno dopo vengono filmati mentre gli sparano.

È ancor più difficile tracciare un confine tra le colonie e gli avamposti e ciò che una volta affettuosamente ma erroneamente si definiva “l’Israele vero e proprio”.

Questo interessa, o dovrebbe interessare, agli USA, al Regno Unito, all’UE o ad ogni Paese europeo che sostiene di appoggiare la creazione di uno Stato palestinese. Perché è qui, in due terzi della terra della Cisgiordania, che la causa palestinese per l’autodeterminazione sta venendo affossata, come ben sa Smotrich.

Ogni appropriazione di ogni dunum di terra è un atto di guerra in questa battaglia, l’unica che conta. Ed è una guerra condotta dall’intero Stato di Israele e dall’intera comunità sionista in tutto il mondo.

Non esiste alcuna difesa del diritto di un tale Stato di “difendersi”, quando esso stesso è costantemente e silenziosamente all’attacco.

Non c’è da stupirsi che Israele alimenti e incentivi l’odio dei suoi vicini. Questo odio è ampiamente meritato. Casomai è sottovalutato.

Perché non è solo Israele che può giungere alla conclusione che “o noi o loro”. I suoi vicini possono fare altrettanto.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è cofondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. È stato capo giornalista degli esteri per il Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È arrivato al Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’educazione.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Guerra a Gaza: un massiccio attacco israeliano sulle tende degli sfollati palestinesi uccide almeno 40 persone

Ahmed Abd el Aziz

Nader Durgham

10 settembre 2024Middle East Eye

Israele afferma di aver colpito un centro di comando di Hamas ad al-Mawasi, sebbene i sopravvissuti palestinesi abbiano detto a MEE che non c’erano combattenti nella zona

Martedì gli attacchi aerei israeliani su una cosiddetta “zona umanitaria” nella zona meridionale di al-Mawasi a Gaza hanno ucciso almeno 40 persone hanno affermato le autorità sanitarie locali. Gli attacchi hanno preso di mira almeno 20 tende che ospitavano i palestinesi sfollati nella zona costiera vicino alla città di Khan Younis.

Testimoni oculari hanno riferito all’AFP [Agenzia France Presse, n.d.t.] che almeno cinque razzi sono caduti nella zona e i servizi di emergenza hanno affermato che gli attacchi hanno creato crateri profondi fino a nove metri. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver attaccato un centro di comando di Hamas “camuffato nell’area umanitaria di Khan Younis” e che “sono state prese molte misure per ridurre le possibilità di danneggiare i civili, tra cui l’uso di armi di precisione, sorveglianza aerea e informazioni di intelligence aggiuntive”.

L’esercito [israeliano, n.d.t.] ha affermato che l’attacco aveva come obiettivo dei leader di Hamas, tra cui Samer Ismail Hader Abudaqa, identificato come il capo dell’unità aerea del movimento palestinese;,Osama Tabash, definito il capo della sorveglianza e degli obiettivi nella divisione di intelligence di Hamas e Ayman Mabhouh, un altro alto funzionario.

Non ha portato prove a sostegno di nessuna delle sue affermazioni.

Hamas ha negato le accuse sostenendo che “le affermazioni dell’esercito di occupazione fascista sulla presenza di elementi della resistenza nel sito preso di mira sono una palese menzogna”.

L’organizzazione di ricerca e soccorso della difesa civile di Gaza ha affermato che l’esercito israeliano ha utilizzato “missili con un’esplosione molto potente” e ha stimato che si è trattato di “uno dei massacri più orribili dall’inizio della guerra israeliana a Gaza”.

Non ha senso”

Um Mahmoud, un palestinese sfollato ad al-Mawasi, ha descritto di aver visto donne e bambini “fatti a pezzi” dopo gli attacchi.” Siamo qui da nove mesi, non abbiamo visto un solo membro della resistenza entrare nella zona”, ha detto Mahmoud a Middle East Eye.

Alaa al-Shaer, che è rimasto nel campo profughi con la sua famiglia, ha detto di avere un messaggio per gli israeliani “che stanno conducendo un genocidio contro di noi”. “Ho mia sorella, i miei figli, le mie figlie. Vi sembra possibile che permetta la presenza tra loro di qualcuno ricercato dagli israeliani? Non ha senso”. “Gli israeliani hanno detto, ‘andate nelle zone sicure’ ed è quello che la gente ha fatto”, ha aggiunto.

Le riprese video delle conseguenze immediate mostrano i palestinesi che scavano disperatamente nei profondi crateri per cercare i loro cari e la difesa civile che afferma che “intere famiglie” sono “scomparse” sepolte nella sabbia.

Mentre il sole sorgeva molte persone si sono dirette verso la zona per cercare di sostenere i soccorsi. Altri stavano guardando tra i resti delle loro tende, presumibilmente nel tentativo di recuperare qualcosa. Coloro che cercavano di andarsene hanno lottato per farsi strada attraverso i giganteschi crateri lasciati nel terreno.

In lacrime, in piedi fuori dall’ospedale Nasser di Khan Younis, una donna piangeva la morte della sorella uccisa nell’attacco.

“Mia sorella è stata martirizzata, aveva 35 anni”, ha raccontato a Middle East Eye. “Suo marito è scomparso quando gli israeliani lo hanno preso sei mesi fa”.

La donna, che si trovava a una sola strada di distanza dalla tenda della sorella, dice che quest’ultima ha lasciato sei figlie e due figli maschi.

“Come puoi vedere una ragazza rimanere orfana? Nessuna madre, nessun padre, nessun nonno, nessuno”, afferma.

Quasi tutti i 2,1 milioni di abitanti di Gaza sono stati ripetutamente sfollati a causa dei continui attacchi israeliani e molti di loro sono stati costretti a fuggire in quella che Israele descrive come una “zona umanitaria” nella parte meridionale dell’enclave. Israele riduce ripetutamente l’area designata come zona umanitaria sostenendo che alcuni luoghi sono stati utilizzati da Hamas e costringe i palestinesi a trasferirsi in un’area in continua contrazione che è stata anche in passato bombardata da Israele.

Organizzazioni per i diritti umani ed esperti delle Nazioni Unite hanno accusato Israele di punizioni collettive contro i palestinesi sin dall’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre, incluso l’uso della fame come arma di guerra. Da allora, le forze israeliane hanno ucciso nell’enclave più di 41.000 palestinesi

la maggior parte dei quali sono donne e bambini.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Festival del cinema di Venezia: la regista ebrea Sarah Friedland elogiata per il discorso di solidarietà alla Palestina

Mera Aladam

9 settembre 2024 – Middle East Eye

La regista americana ha detto che stava ricevendo il premio Luigi De Laurentiis per il miglior primo film nel ‘336esimo giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76esimo anno di occupazione’

Su internet molte persone hanno manifestato apprezzamento alla regista ebrea americana Sarah Friedland dopo che al festival del cinema di Venezia ha espresso solidarietà con i palestinesi nel bel mezzo dell’attuale guerra a Gaza.

Friedland, che sabato ha vinto il Leone del Futuro – Premio ‘Luigi de Laurentiis’ a Venezia per un film d’esordio e il premio Orizzonti per la miglior regia per il suo film Familiar Touch – ha detto che stava ricevendo il premio nel “336esimo giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76esimo anno di occupazione.”

Credo che come registi abbiamo la responsabilità di utilizzare le piattaforme istituzionali con cui lavoriamo per rimediare all’impunità di Israele a livello mondiale”, ha proseguito la regista, tra gli applausi e le acclamazioni del pubblico.

Di lì in poi vi è stata un’ondata di gradimenti online per Friedland, la cui affermazione è diventata virale sui social media.

Gran bel modo di utilizzare la tua piattaforma”, ha detto lo studioso americano islamico Omar Suleiman in un post su X, già conosciuto come Twitter.

Sarah Friedland merita un altro premio mondiale per il suo coraggio senza precedenti di schierarsi dalla parte dei palestinesi oppressi”, ha scritto un altro utente.

Diversi utenti si sono detti interessati a vedere il suo film, in particolare un post afferma: “Dobbiamo sostenere quei pochi coraggiosi che si esprimono apertamente in un’industria [quella dei social media, ndt] che vergognosamente ostracizza chi si oppone all’apartheid e al genocidio israeliani.”

Parecchi utenti hanno definito il discorso di Friedland “coraggioso”, riferendosi alle potenziali reazioni che avrebbe ricevuto. Dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza artisti, attivisti per i diritti e altri personaggi pubblici hanno detto di essere stati messi a tacere e di aver subito censure per aver espresso sentimenti filo palestinesi.

Sapeva delle terribili e infamanti accuse che le avrebbero lanciato contro quando ha preso posizione e lo ha fatto ugualmente”, ha scritto su X un utente.

La scrittrice e giornalista pachistana Fatima Bhutto ha detto: “Sarah Friedland ha letteralmente più cuore e fegato di chiunque in tutta Hollywood”.

Le parole di Friedland giungono nel momento in cui la guerra di Israele contro la Striscia di Gaza si avvicina a compiere un anno.

Secondo funzionari palestinesi dal 7 ottobre sono state uccise almeno 41.000 persone a Gaza, anche se questa è considerata una stima prudente.

A luglio esperti hanno dichiarato in una lettera alla rivista medica The Lancet che il reale numero di vittime palestinesi uccise a Gaza potrebbe essere superiore a 186.000.

Reazioni contro Friedland

Alcuni utenti di social media e scrittori hanno condannato le parole di Friedland, definendola una “ebrea che odia sé stessa”, una “ebrea assimilata privilegiata” e altri insulti razzisti.

In una lettera aperta a Friedland il giornalista israeliano Ben-Dror Yemini la ha criticata “per essere diventata uno strumento di propaganda di Hamas”.

No, Sarah Friedland, non sei coraggiosa. Sei parte della mentalità del gregge, della sua moda”, ha scritto Yemeni in un pezzo pubblicato su Ynet. “Se ci sono sempre più voci come la tua, di odio per Israele, la Jihad nel mondo diventerà più forte – e poi verranno anche da te. Non c’è immunità per chi ha sostenuto Hamas, come non c’è immunità per i musulmani, che sono le principali vittime della Jihad.”

Molti utenti hanno risposto a queste critiche dicendo che “Sarah è dalla parte giusta della storia.”

Non è la prima volta che la regista vincitrice del premio si è schierata per la causa palestinese.

All’inizio di quest’anno, durante le festività della pasqua, Friedland ha pubblicato un post su X dicendo di aver “passato la seconda notte di pasqua in arresto insieme a centinaia di altri ebrei antisionisti ad un Seder (pasto rituale) improvvisato davanti alla porta di Schumer [leader maggioranza democratica al Senato, l’ebreo con la più alta carica istituzionale negli USA, n.d.r.] chiedendo l’interruzione dei finanziamenti USA al genocidio e il disinvestimento da Israele.”

Friedland si è anche unita alle proteste pro Palestina fin dall’inizio della guerra lo scorso anno. In un caso si è unita a 1.500 ebrei antisionisti che hanno bloccato il ponte di Manhattan a New York, chiedendo un cessate il fuoco permanente a Gaza e la fine dell’occupazione di Israele.

MEE ha contattato Friedland per un commento.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




USA: il movimento filopalestinese si fa sentire alla CND del 2024

Maysa Mustafa

20 agosto 2014 – Middle East Eye

Manifestanti a Chicago e in rete hanno messo sotto pressione il partito Democratico dal primo giorno della Convenzione di Chicago.

Dopo un solo giorno dal suo inizio la Convenzione Nazionale Democratica ha già provocato scompiglio tra le mura dell’United Center [il centro congressi in cui si svolge la convenzione, ndt.], nelle strade di Chicago e sulle reti sociali.

Nell’evento, che si svolge ogni quattro anni, i delegati del partito Democratico nominano formalmente i propri candidati alla presidenza e alla vice-presidenza e decidono il programma del partito in vista delle elezioni che si terranno più avanti quest’anno.

Ma dato che la vicepresidente Kamala Harris e il governatore Tim Walz sono già stati nominati candidati di quest’anno, la Convenzione è consistita in interminabili discorsi di lode ad Harris e al presidente Joe Biden (soprattutto per la sua decisione di rinunciare alla corsa presidenziale), in critiche a Donald Trump e al partito Repubblicano ed è stata una tribuna per molti movimenti per evidenziare le questioni di cui si occupano, come i movimenti per il lavoro e per il diritto all’aborto.

Per chi fa parte del movimento filo-palestinese la Convenzione è valsa da microcosmo della relazione tra i sostenitori della Palestina e il partito Democratico, non solo da quando è iniziata la guerra di Israele contro Gaza ma negli ultimi decenni.

Per esempio la Convenzione è iniziata con una accettazione nella loro terra da parte dei dirigenti del Prairie Band Potawatomi Nation Tribal Council [Consiglio Tribale della Nazione Potawatomi della Zona della Prateria]: il vice capo Zach Pahmahmie e il segretario del Consiglio della Tribù Lorrie Melchior. Sono saliti sul palco per accogliere il partito Democratico “nelle loro ancestrali terre”.

“Siamo qui, insieme sulle nostre terre ancestrali della Nazione Potawatomi della Zona della Prateria e delle nostre nazioni sorelle Potawatomi. Onoriamo anche lo spirito delle altre nazioni tribali che hanno viaggiato verso ovest in questa bellissima zona. Un benvenuto alla Convenzione Nazionale Democratica nelle nostre terre d’origine. Questa terra ha e sempre avrà una grandissima importanza per i suoi custodi originari, i nostri antenati e le nostre attuali comunità,” ha detto Pahmahmie.

In rete molti hanno notato l’ironia del ferreo sostegno del partito Democratico a Israele, che solo da ottobre ha espulso con la forza 1.9 milioni di palestinesi dalla propria patria, come una testimonianza dell’incoerenza delle convinzioni del partito quando si tratta dei palestinesi.

Sul palco principale Gaza è stata citata molte volte. Il presidente Biden ha affermato che “continuerà a lavorare per portare a casa gli ostaggi, porre fine alla guerra a Gaza e portare pace e sicurezza in Medio Oriente.”

La parlamentare di New York Alexandria Ocasio-Cortez ha fatto eco al messaggio di Biden al partito e detto che Harris ha “lavorato instancabilmente per garantire il cessate il fuoco a Gaza e portare a casa gli ostaggi.” I sostenitori [dei palestinesi] affermano che questi messaggi sono stati più frustranti che confortanti per chi si aspettava che gli USA ritirassero il loro incrollabile appoggio finanziario e morale a Israele.

L’avvocatessa e attivista palestino-americana Noura Erakat ha affermato che i discorsi non sono stati altro che “mistificatori”.

Un altro ha detto che questi messaggi sono pericolosi in quanto minimizzano il ruolo degli USA nella guerra di Israele contro Gaza, che da ottobre finora ha ucciso più di 40.000 palestinesi.

Proteste

Sia dentro che fuori dalla CND si sono tenute proteste contro la complicità dell’amministrazione Biden-Harris nella guerra.

Domenica durante la festa di benvenuto della Convenzione una persona ha preso d’assalto il palco prima di strappare il microfono e dire: “Sono morti in 150.000. State finanziando un genocidio.”

Lunedì un gruppo di membri della CND ha srotolato uno striscione che diceva: “Smettete di armare Israele”. I partecipanti che si trovavano nei pressi hanno tentato di impedire la vista dello striscione con cartelli su cui si leggeva “Noi amiamo Joe” e “USA”. Il pubblico ha risposto con lo slogan “Noi amiamo Joe”, mentre lo striscione veniva portato via.

Nel contempo alcuni delegati avrebbero usato i propri cartelli “Noi amiamo Joe” per colpire in testa delegati filopalestinesi. Una di quelli che sono stati colpiti è Nadia Ahmad, che portava un hijab. In un’altra azione di protesta vari delegati della CND si sono tappati la bocca durante il discorso del presidente Biden.

“Volevamo trasmettere il messaggio che non siamo d’accordo con quello che sta facendo Biden. Ha finanziato il genocidio del popolo palestinesi ormai da 10 mesi,” ha detto Sabrine Odeh, delegata dello Stato di Washington e organizzatrice dei delegati Non Impegnati [che non avevano garantito il voto a Biden durante la Convenzione per protesta contro la sua politica in Medio Oriente, ndt.].

E nelle strade di Chigaco migliaia di persone si sono radunate per protestare contro il partito e la Convenzione. Pare che quando la CND è iniziata il numero di quanti la proteggevano fosse più alto dei partecipanti.

La tensione tra i manifestanti e le centinaia di poliziotti presenti ai comizi e ai cortei era alta.

L’ Associated Press ha informato che 13 dimostranti sono stati arrestati dopo che avevano “sfondato” la protezione costruita per la convention.

Il messaggio delle proteste è stato molto specifico: imporre un embargo alle armi contro Israele.

L’accademica Eman Abdelhadi ha parlato a un comizio affermando che il partito Democratico deve “guadagnarsi i (nostri) voti”.

Un traguardo storico ma non un obiettivo raggiunto

In risposta alle proteste annunciate, la CND ha tentato di arrivare a un compromesso con i partecipanti che hanno fatto pressione per la fine della guerra contro Gaza organizzando un gruppo di discussione con il movimento dei Non Impegnati sulla situazione critica del popolo palestinese.
Il gruppo di discussione non è stato ripreso dalla televisione e si è tenuto in un luogo a 5 km dal centro principale della Convenzione. Era composto da un chirurgo che ha trattato palestinesi a Gaza, un ex membro della DNC, attivisti del partito e uno dei dirigenti del movimento dei Non Impegnati.

Una dei partecipanti, Hala Hijazi, ha detto di essere da molto tempo democratica e di aver raccolto oltre due milioni di dollari per il partito, ma di partecipare al gruppo di discussione perché più di 100 membri della sua famiglia erano stati uccisi a Gaza.

Benché molti abbiano festeggiato come un progresso che nella CND sia stato dato spazio alla lotta dei palestinesi, essi hanno anche evidenziato che non è questo l’obiettivo finale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Guerra contro Gaza: sei ostaggi israeliani ritrovati morti a Gaza, probabilmente uccisi da Israele

Redazione di MEE

20 agosto 2024 – Middle East Eye

L’esercito israeliano ha ritrovato i corpi di sei ostaggi a Gaza, di cui cinque probabilmente uccisi in un tunnel dopo un attacco israeliano.

Martedì a Gaza durante una operazione notturna l’esercito israeliano ha recuperato i corpi di sei ostaggi.

Gli ostaggi, che erano stati presi vivi il 7 ottobre, sono stati identificati come Avraham Munder, Chaim Peri, Yoram Metzger, Alex Dancyg, Nadav Popplewell e Yagev Buchshtab.

Hamas aveva precedentemente annunciato le morti di cinque prigionieri, affermando che essi sono stati uccisi in seguito ad attacchi israeliani.

L’operazione israeliana ha avuto luogo nell’area di Khan Younis, e l’esercito afferma che durante la missione non è avvenuto alcun combattimento.

Ufficiali della difesa israeliana credono che i prigionieri siano morti dove sono stati trovati i loro corpi. Resoconti suggeriscono che un incendio provocato da un precedente attacco possa aver esalato biossido di carbonio che ha invaso il tunnel provocando la morte dei cinque ostaggi. Tuttavia una autopsia israeliana indica che Yoram Metzger possa essere stato ucciso da un colpo di arma da fuoco.

I corpi sono stati riportati in Israele e 109 prigionieri rimangono in detenzione.

Il portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari ha affermato che le circostanze delle morti sono ancora sotto inchiesta e che i risultati saranno condivisi con le famiglie e con l’opinione pubblica una volta che l’inchiesta sarà completata.

Crescenti pressionie su Netanyahu

Dal 7 ottobre, il governo e l’esercito israeliani sono stati irremovibili sul fatto che il metodo migliore per liberare gli israeliani presi come ostaggi fosse una intensa pressione militare.

Circa 240 persone furono portate a Gaza durante le incursioni nelle comunità israeliane del sud. In uno scambio con Hamas a novembre sono state liberate cento persone.

Ma nonostante un numero di pesanti incursioni israeliane per liberare gli ostaggi, molti di loro sono morti in seguito ai bombardamenti israeliani, e ogni morte confermata aggiunge pressione da parte dei familiari sul primo ministro Benjamin Netanyahu e aumenta le richieste per un accordo per un immediato cessate il fuoco.

Circa 56 ostaggi sono stati dati per morti in dieci mesi di guerra. Israele dichiara che la maggioranza è stata uccisa dai carcerieri.

Tuttavia molti sembrano essere stati uccisi dall’incessante attacco contro Gaza da parte di Israele, che ha ucciso ad oggi più di 40.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)